Reggio Calabria

l comandante dei carabinieri arrestato per mafia, il parroco che aiutava i killer. 27 ‘ndrine e 10 logge massoniche. Benvenuti nella città più mafiosa d’Italia

Vibo, 180.000 abitanti, cinquanta comuni, 27 ‘ndrine della ’Ndrangheta censite, 10 logge massoniche distribuite in provincia, due comuni sciolti per mafia e oggi commissariati, tre commissioni d’accesso in altrettanti comuni. Un presidente della Provincia nei guai, imputato di corruzione elettorale con l’aggravante di mafia. Provincia e comune di Vibo in dissesto finanziario. E ancora: un comandante di una stazione dei carabinieri (del comune di Sant’Onofrio) arrestato per mafia. Un parroco che passava ai killer informazioni sugli obiettivi da eliminare. E la questura di Vibo decapitata per sospetti e collusioni con la mafia. E poi avvocati e magistrati finiti nei guai

di Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta

Per favore accendete i riflettori su Vibo Valentia, una città a una decina di chilometri da Lamezia Terme, nel centro della Calabria. Una perla la sua Capo Vaticano, con il mare mozzafiato. E poi Pizzo e Tropea, le spiagge, i fondali, le cipolle e i “fruttini”. E l’amaro del Capo e il tonno dei Callipo.

Dimenticate tutto questo. Non capireste nulla di Vibo, della Ndrangheta e della terra dei senza speranza. Quello che da fuori appare sotto una certa luce in realtà è un’altra cosa. È contaminata, collusa. A qualcuno, questa terra ricorda la Palermo degli anni Ottanta. Può essere. A me il vibonese sembra terra di nessuno, anzi una Repubblica indipendente della Ndrangheta.

Sapete che nella storia della Calabria e della Ndrangheta vi è stata nel dopoguerra una Repubblica indipendente della Ndrangheta a Caulonia, nella Locride, durata pochi giorni, con il sindaco comunista e ndranghetista?. E dunque siate forti e non stupitevi (semmai indignatevi) per quello che succede in questa terra. Non meravigliatevi se all’inizio del nuovo millennio, con la scoperta della Ndrangheta che si è infiltrata persino nella corona dei comuni che circondano la grande Milano, torniamo nella terra dove è nata e vive la Ndrangheta.

Per la verità fino agli anni Ottanta era consolidata l’idea che la Ndrangheta fosse radicata solo nella provincia di Reggio, nella Locride, nella Piana di Gioia Tauro e a Reggio città. Fu solo dopo che si è scoperto che la Ndrangheta c’era sempre stata anche nella Calabria del Nord, Crotone, Vibo, Lamezia, persino Cosenza.

Ebbene qui a Vibo è accaduto qualcosa che se fosse successo a Palermo anche nel 1990 sarebbe caduto il governo. Ci sarebbe stata la sollevazione popolare. Del resto non fu il procuratore di Milano Borrelli a gridare “resistere, resistere, resistere”, all’apertura dell’anno giudiziario si tempi di Mani Pulite? Questo per dire che il protagonismo di una società civile forte si sarebbe mobilitata, non avrebbe permesso che il pool di Mani pulite fosse neutralizzato.

Oggi, quella magistratura che ha fatto la storia nel bene e nel male è solo un ricordo del passato. Ed è un bene che chi teorizzava un ruolo salvifico dei magistrati impegnati a farsi carico del rispetto della legalità e della eticità della nazione, oggi sia stato sconfitto. Però dal fare politica dei magistrati al nulla ce ne passa.

Solo alcuni numeri per avere elementi su cui ragionare. Vibo, 180.000 abitanti, cinquanta comuni, 27 ‘ndrine della ’Ndrangheta censite, 10 logge massoniche distribuite in provincia, due comuni sciolti per mafia e oggi commissariati, tre commissioni d’accesso in altrettanti comuni. Un presidente della Provincia nei guai, imputato di corruzione elettorale con l’aggravante di mafia. Provincia e comune di Vibo in dissesto finanziario.

E ancora: un comandante di una stazione dei carabinieri (del comune di Sant’Onofrio) arrestato per mafia. Un parroco che passava ai killer informazioni sugli obiettivi da eliminare. E la questura di Vibo decapitata per sospetti e collusioni con la mafia. E poi avvocati e magistrati finiti nei guai.

Come se non bastasse, la Ndrangheta dal 2015 gestiva centri di accoglienza per 650 richiedenti asilo fino a quando non è arrivato un prefetto, un eccellente ex “sbirro”, Guido Longo, che ha deciso che non è possibile che nella provincia di Vibo Valentia lo Stato italiano sia un ospite. Insomma, ha deciso di ripristinare il funzionamento delle istituzioni italiane.
Mettiamo dunque il caso che a Palermo un tribunale decida di assolvere Totò Riina imputato di associazione mafiosa. Secondo voi quali saranno le conseguenze? Un terremoto politico e un moto di indignazione?

Addirittura il governo potrebbe essere costretto alle dimissioni? L’ondata di stupore si potrebbe propagare anche all’estero? Domande legittime, e se questo pericolo paventato in realtà è accaduto a Vibo Valentia? Qualcuno se ne è accorto? I giornali e i canali televisivi ne hanno parlato? Nessuno. Nessuno si è indignato perché Giovanni, Antonio, Pantalone e Giuseppe Mancuso sono stati assolti dall’accusa di associazione mafiosa. Ora che i Mancuso siano mafiosi, che la ’ndrina di Limbadi sia tra le più potenti della Ndrangheta è cosa notissima. Davvero è come parlare di Lo Piccolo o Riina per Cosa Nostra.

Eppure questa assoluzione è passata vergognosamente sotto silenzio. Il collegio giudicante era composto da tre giovanissime magistrate arrivate a Vibo nel 2014, prima sede assegnata. E il processo «Black money» era atteso, importante. Ma il presidente del Tribunale, Filardo, ha deciso di affidare il giudizio alle tre giovani magistrate e tenersi invece per sé una costola dello stesso processo che vedeva imputati per concorso esterno alla Ndrangheta due funzionari della questura di Vibo, tra cui l’ex capo della Mobile, e un avvocato.

Perché fosse vissuto dai vibonesi come un “non processo”, il presidente del Tribunale ha deciso di far svolgere le udienze nell’aula bunker (e l’esame di uno degli imputati si è tenuto inspiegabilmente a porte chiuse) provocando non pochi problemi nella gestione dei calendari delle udienze dei processi.

Ora il Csm è stato costretto ad accendere i riflettori sul funzionamento del Tribunale di Vibo Valentia. Era ora.

31 dicembre 2017

Clan e politica di padre in figlio, il dossier del prefetto su Lamezia

Clan e politica di padre in figlio, il dossier del prefetto su Lamezia

La relazione che sollecita lo scioglimento del consiglio comunale: «Nomi scelti nelle famiglie che ruotano attorno ai clan». I casi nelle informative dei carabinieri. Anche le dimissioni a tappeto hanno inguaiato Mascaro. Che dice: «Sono solo affermazioni generiche»

 

Lunedì, 18 Dicembre 2017 19:13

 

LAMEZIA TERME Una città grande, la terza della Calabria, con quasi 71mila abitanti, che costituisce grazie alla sua felice posizione geografica e alle sue infrastrutture «una delle zone più sviluppate della regione» da un punto di vista commerciale, agricolo, industriale. Ma sulle fortune di Lamezia Terme – emerge dalla relazione del prefetto Luisa Latella, che sintetizza i punti salienti raccolti dalla commissione d’accesso – si manifestano gli appetiti feroci di quattro cosche di mafia considerate «tra le più potenti del sistema ‘ndrangheta», capaci di insinuarsi nel tessuto economico-sociale «ed anche istituzionale» della città, forti di legami intrecciati con consorterie all’interno della regione ma anche fuori. Le cosche Giampà, Cerra-Torcasio-Gualtieri, Iannazzo e Cannizzaro-Daponte-Gagliardi hanno radicato a fondo la propria presenza nel territorio, si sono insinuate nelle amministrazioni. Tre scioglimenti per mafia (1991, 2002 e 2017) ha collezionato Lamezia Terme e tutti, scrive il prefetto Latella, legati tra loro da un “fil rouge” che appare raffrontando le relazioni propedeutiche agli scioglimenti. Un filo rosso che lega le tre relazioni «ripetendosi in assoluta continuità, i nomi degli attori sempre scelti all’interno delle medesime famiglie che ruotano attorno ai clan dominanti, con una sorta di passaggio da padre in figlio e/o nipote».
Così, esponenti di maggioranza e di minoranza eletti nelle amministrative del 2015 si rivelano, secondo la relazione prefettizia, protagonisti di «consultazioni inquinate all’origine da condotte illecite connesse ad una vera e propria “mercificazione dei voti” che ha riguardato direttamente e indirettamente esponenti di maggioranza e di minoranza ed, in primis, il presidente e il vice presidente del consiglio comunale nonché diversi assessori».
Nessun nome è presente nella relazione del prefetto, così come assenti erano i nomi nella relazione del ministro dell’Interno (
che vi abbiamo raccontato qui). Ma è facile ipotizzare nomi e argomenti che sono assurti agli onori della cronaca. Il presidente del consiglio comunale, Francesco De Sarro – il cui padre Luigi deve rispondere in processo dell’accusa di compravendita dei voti per il figlio – si è dimesso dopo l’insediamento della commissione d’accesso, nonostante la vicenda fosse venuta a galla a marzo 2016. Il vicepresidente Giuseppe Paladino è accusato di concorso esterno perché secondo l’accusa mossa dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro avrebbe ottenuto l’appoggio elettorale dai vertici della cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri nelle amministrative del 2015. Anche in questo caso, dietro ai voti di un figlio c’è, secondo l’accusa, la mano di un padre. Infatti anche Giovanni Paladino, già direttore sanitario all’ospedale di Lamezia Terme, è accusato, nell’ambito della stessa indagine che coinvolge l’ex vicepresidente, di concorso esterno per avere condotto il figlio in rapporti con la cosca del quartiere Capizzaglie.

QUEL SOTTILE FILO ROSSO DI PADRE IN FIGLIO La relazione del prefetto Latella non entra nel merito del “fil rouge” ma le indagini del Nucleo investigativo che ha “monitorato” le elezioni del 2015, sì. Almeno in parte. In una informativa dei carabinieri, infatti, gli investigatori sottolineano come «Giovanni Paladino rivestiva la carica di consigliere comunale di Lamezia Terme allorquando il civico consesso veniva sciolto per infiltrazioni mafiose». Era il 1991. Nella relazione di scioglimento dell’epoca, firmata da Francesco Cossiga, la permeabilità mafiosa viene attribuita alla presenza di alcuni consiglieri tra i quali Giovanni Governa (considerato vicino ai Giampà), Domenico Giampà (fratello di Pasquale, e fortemente sospettato di essere personaggio di spicco della malavita di Lamezia Terme), e Gino Benincasa (assassinato nel 2008 in un agguato di matrice mafiosa). La Questura di Catanzaro all’epoca segnalò, e l’informativa dei carabinieri lo riporta, che Giovanni Paladino, insieme a Giacinto Amatruda e Giovanni Grandinetti, avrebbero «tratto vantaggio da collegamenti e scambi di preferenze con i consiglieri Benincasa e Governa». E, tornando ai giorni nostri, Giovanni Paladino avrebbe «intrecciato rapporti di contiguità con la criminalità organizzata di Lamezia Terme, in particolare modo con le famiglie “Cerra-Torcasio”».

LE DIMISSIONI “A TAPPETO” Non depongono a favore dell’amministrazione comunale, secondo il prefetto, nemmeno le «dimissioni “a tappeto” con conseguenti surroghe che sono seguite all’insediamento della commissione d’accesso». Queste non solo non modificano ma anzi aggravano il quadro d’insieme perché «costituiscono un ulteriore indizio del sistema utilizzato per nascondere l’infiltrazione ed il condizionamento della criminalità organizzata dietro un apparente perbenismo». Le dimissioni hanno riguardato, tanto per ricapitolare, assessori e dirigenti, ognuno con le proprie motivazioni. Il 30 maggio si dimette l’assessore agli Affari legali e generali, Massimiliano Carnovale, che è anche vicesindaco. «Dopo una lunga e approfondita riflessione personale e il confronto politico con i vertici del partito Alternativa Popolare, e segnatamente con il senatore Antonio Gentile, ho assunto la decisione di rassegnare le dimissioni irrevocabili da assessore del Comune di Lamezia Terme», scrive nella nota di commiato. Un altro pezzo della giunta lascia il 5 giugno. Si tratta dell’assessore alle Attività produttive e Sviluppo economico Angelo Bilotta il quale comunica che si tratta di una decisione presa per ormai incompatibilità con i nuovi incarichi lavorativi ricoperti. E non vuole guardarsi indietro nemmeno l’assessore all’Urbanistica Annamaria Scavelli che il 18 luglio, alla vigilia della presentazione del Piano strutturale comunale in giunta, ha lasciato il suo incarico. La segue, a distanza di un mese, l’assessore alla cultura Graziella Astorino che lascia su indicazione del Cdu, la formazione politica che l’aveva designata, in questo caso è stato più un allontanamento che una defezione. L’ultimo a dimettersi, il 16 ottobre, è stato il vicesindaco Massimiliano Tavella (già vicepresidente della Lamezia Multiservizi) che spiega di lasciare perché «sopraggiunti impegni di carattere personale, non mi consentono di riservare il necessario impegno alle delicate funzioni istituzionali affidatemi». A questo punto, per dovere di cronaca, bisogna ricordare le prime dimissioni, avvenute ad aprile 2016 da parte del vicesindaco Francesco Caglioti e dell’assessore al Bilancio Chiara Puteri. Diversità di vedute nel mandare avanti la macchina amministrativa.
C’è poi da sottolineare che, dopo lo scandalo “Crisalide”, le defezioni non sono arrivate solo dall’organo esecutivo dell’amministrazione comunale. Il 12 luglio si è dimesso dal suo incarico di presidente della Multiservizi, Giuseppe Costanzo, nominato nell’agosto 2015. Prima di lui, il 24 giugno, si era dimesso dalla carica di presidente dell’Ente Fiera, Maurizio Vento, anche lui nominato dalla giunta Mascaro ad agosto 2015. Prima di mollare, Vento specifica che la sua decisione «è assolutamente e nettamente svincolata dalla contingente fase che sta sfiorando la vita politica lametina».

MASCARO: «GENERICHE AFFERMAZIONI» «In data odierna ho ricevuto la notifica del Dpr di scioglimento del consiglio comunale con allegata relazione del Prefetto e proposta del Ministro. Speravo di poter finalmente leggere in maniera compiuta le necessariamente gravi contestazioni che hanno condotto all’adozione della straordinaria misura dello scioglimento di un organo democraticamente eletto; in realtà, vi sono solo generiche affermazioni». È quanto afferma l’ex sindaco di Lamezia Terme, Paolo Mascaro, in un post pubblicato su Facebook. «Ho quindi immediatamente avanzato con posta certificata – prosegue Mascaro – indirizzata alla Prefettura di Catanzaro, richiesta di copia della relazione della commissione di accesso e del verbale del Cosp richiedendo espressamente l’immediato invio tramite Pec o comunque manifestando la disponibilità a recarmi in Prefettura anche immediatamente per il ritiro. Di certo sin d’ora posso incontestabilmente affermare che non e’ contestata la legittimità di una sola delibera di giunta comunale o di consiglio comunale o di una sola assunzione; non è contestata la legittimità del rilascio di un solo permesso di costruire o di una sola concessione in sanatoria; non è contestata la legittimità del rilascio di una sola licenza commerciale, di una sola autorizzazione suap o della concessione di un solo contributo economico». «Detto ciò, e sempre tenendo conto delle scarne parole utilizzate nella relazione e nella proposta – sostiene ancora Mascaro – si può sin da ora intuire che vi sia: falso ideologico nella rappresentazione del contemporaneo svolgimento di attività professionale quale avvocato da parte del sindaco in processi di criminalità organizzata ove vi era costituzione di parte civile del comune; falso ideologico nel rappresentare l’assunzione di incarico professionale a marzo 2016 da parte del cognato del sindaco di esponenti della criminalità in precedenza difesi dal predetto; mancata conoscenza della normativa di cui al codice degli appalti e segnatamente dell’art. 77 e comunque delle modalità di formazione delle commissioni ed espletamento delle gare con presenza di offerta tecnica; mancata conoscenza della natura delle società cooperative di tipo b; mancato invio, mancata analisi e mancata menzione della memoria inviata in data 06/09/16 e soprattutto mancato esame degli atti posti in essere di contrasto alla criminalità organizzata, di osservanza di regole di buona amministrazione e di risanamento economico e rigore etico. Attendo con fiducia di ricevere dalla Prefettura copia della documentazione richiesta».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

 

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it/

Clan e politica di padre in figlio, il dossier del prefetto su Lamezia

Clan e politica di padre in figlio, il dossier del prefetto su Lamezia

La relazione che sollecita lo scioglimento del consiglio comunale: «Nomi scelti nelle famiglie che ruotano attorno ai clan». I casi nelle informative dei carabinieri. Anche le dimissioni a tappeto hanno inguaiato Mascaro. Che dice: «Sono solo affermazioni generiche»

Lunedì, 18 Dicembre 2017

LAMEZIA TERME Una città grande, la terza della Calabria, con quasi 71mila abitanti, che costituisce grazie alla sua felice posizione geografica e alle sue infrastrutture «una delle zone più sviluppate della regione» da un punto di vista commerciale, agricolo, industriale. Ma sulle fortune di Lamezia Terme – emerge dalla relazione del prefetto Luisa Latella, che sintetizza i punti salienti raccolti dalla commissione d’accesso – si manifestano gli appetiti feroci di quattro cosche di mafia considerate «tra le più potenti del sistema ‘ndrangheta», capaci di insinuarsi nel tessuto economico-sociale «ed anche istituzionale» della città, forti di legami intrecciati con consorterie all’interno della regione ma anche fuori. Le cosche Giampà, Cerra-Torcasio-Gualtieri, Iannazzo e Cannizzaro-Daponte-Gagliardi hanno radicato a fondo la propria presenza nel territorio, si sono insinuate nelle amministrazioni. Tre scioglimenti per mafia (1991, 2002 e 2017) ha collezionato Lamezia Terme e tutti, scrive il prefetto Latella, legati tra loro da un “fil rouge” che appare raffrontando le relazioni propedeutiche agli scioglimenti. Un filo rosso che lega le tre relazioni «ripetendosi in assoluta continuità, i nomi degli attori sempre scelti all’interno delle medesime famiglie che ruotano attorno ai clan dominanti, con una sorta di passaggio da padre in figlio e/o nipote».

Così, esponenti di maggioranza e di minoranza eletti nelle amministrative del 2015 si rivelano, secondo la relazione prefettizia, protagonisti di «consultazioni inquinate all’origine da condotte illecite connesse ad una vera e propria “mercificazione dei voti” che ha riguardato direttamente e indirettamente esponenti di maggioranza e di minoranza ed, in primis, il presidente e il vice presidente del consiglio comunale nonché diversi assessori».

Nessun nome è presente nella relazione del prefetto, così come assenti erano i nomi nella relazione del ministro dell’Interno (che vi abbiamo raccontato qui). Ma è facile ipotizzare nomi e argomenti che sono assurti agli onori della cronaca. Il presidente del consiglio comunale, Francesco De Sarro – il cui padre Luigi deve rispondere in processo dell’accusa di compravendita dei voti per il figlio – si è dimesso dopo l’insediamento della commissione d’accesso, nonostante la vicenda fosse venuta a galla a marzo 2016. Il vicepresidente Giuseppe Paladino è accusato di concorso esterno perché secondo l’accusa mossa dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro avrebbe ottenuto l’appoggio elettorale dai vertici della cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri nelle amministrative del 2015. Anche in questo caso, dietro ai voti di un figlio c’è, secondo l’accusa, la mano di un padre. Infatti anche Giovanni Paladino, già direttore sanitario all’ospedale di Lamezia Terme, è accusato, nell’ambito della stessa indagine che coinvolge l’ex vicepresidente, di concorso esterno per avere condotto il figlio in rapporti con la cosca del quartiere Capizzaglie.

QUEL SOTTILE FILO ROSSO DI PADRE IN FIGLIO La relazione del prefetto Latella non entra nel merito del “fil rouge” ma le indagini del Nucleo investigativo che ha “monitorato” le elezioni del 2015, sì. Almeno in parte. In una informativa dei carabinieri, infatti, gli investigatori sottolineano come «Giovanni Paladino rivestiva la carica di consigliere comunale di Lamezia Terme allorquando il civico consesso veniva sciolto per infiltrazioni mafiose». Era il 1991. Nella relazione di scioglimento dell’epoca, firmata da Francesco Cossiga, la permeabilità mafiosa viene attribuita alla presenza di alcuni consiglieri tra i quali Giovanni Governa (considerato vicino ai Giampà), Domenico Giampà (fratello di Pasquale, e fortemente sospettato di essere personaggio di spicco della malavita di Lamezia Terme), e Gino Benincasa (assassinato nel 2008 in un agguato di matrice mafiosa). La Questura di Catanzaro all’epoca segnalò, e l’informativa dei carabinieri lo riporta, che Giovanni Paladino, insieme a Giacinto Amatruda e Giovanni Grandinetti, avrebbero «tratto vantaggio da collegamenti e scambi di preferenze con i consiglieri Benincasa e Governa». E, tornando ai giorni nostri, Giovanni Paladino avrebbe «intrecciato rapporti di contiguità con la criminalità organizzata di Lamezia Terme, in particolare modo con le famiglie “Cerra-Torcasio”».

LE DIMISSIONI “A TAPPETO” Non depongono a favore dell’amministrazione comunale, secondo il prefetto, nemmeno le «dimissioni “a tappeto” con conseguenti surroghe che sono seguite all’insediamento della commissione d’accesso». Queste non solo non modificano ma anzi aggravano il quadro d’insieme perché «costituiscono un ulteriore indizio del sistema utilizzato per nascondere l’infiltrazione ed il condizionamento della criminalità organizzata dietro un apparente perbenismo». Le dimissioni hanno riguardato, tanto per ricapitolare, assessori e dirigenti, ognuno con le proprie motivazioni. Il 30 maggio si dimette l’assessore agli Affari legali e generali, Massimiliano Carnovale, che è anche vicesindaco. «Dopo una lunga e approfondita riflessione personale e il confronto politico con i vertici del partito Alternativa Popolare, e segnatamente con il senatore Antonio Gentile, ho assunto la decisione di rassegnare le dimissioni irrevocabili da assessore del Comune di Lamezia Terme», scrive nella nota di commiato. Un altro pezzo della giunta lascia il 5 giugno. Si tratta dell’assessore alle Attività produttive e Sviluppo economico Angelo Bilotta il quale comunica che si tratta di una decisione presa per ormai incompatibilità con i nuovi incarichi lavorativi ricoperti. E non vuole guardarsi indietro nemmeno l’assessore all’Urbanistica Annamaria Scavelli che il 18 luglio, alla vigilia della presentazione del Piano strutturale comunale in giunta, ha lasciato il suo incarico. La segue, a distanza di un mese, l’assessore alla cultura Graziella Astorino che lascia su indicazione del Cdu, la formazione politica che l’aveva designata, in questo caso è stato più un allontanamento che una defezione. L’ultimo a dimettersi, il 16 ottobre, è stato il vicesindaco Massimiliano Tavella (già vicepresidente della Lamezia Multiservizi) che spiega di lasciare perché «sopraggiunti impegni di carattere personale, non mi consentono di riservare il necessario impegno alle delicate funzioni istituzionali affidatemi». A questo punto, per dovere di cronaca, bisogna ricordare le prime dimissioni, avvenute ad aprile 2016 da parte del vicesindaco Francesco Caglioti e dell’assessore al Bilancio Chiara Puteri. Diversità di vedute nel mandare avanti la macchina amministrativa.

C’è poi da sottolineare che, dopo lo scandalo “Crisalide”, le defezioni non sono arrivate solo dall’organo esecutivo dell’amministrazione comunale. Il 12 luglio si è dimesso dal suo incarico di presidente della Multiservizi, Giuseppe Costanzo, nominato nell’agosto 2015. Prima di lui, il 24 giugno, si era dimesso dalla carica di presidente dell’Ente Fiera, Maurizio Vento, anche lui nominato dalla giunta Mascaro ad agosto 2015. Prima di mollare, Vento specifica che la sua decisione «è assolutamente e nettamente svincolata dalla contingente fase che sta sfiorando la vita politica lametina».

MASCARO: «GENERICHE AFFERMAZIONI» «In data odierna ho ricevuto la notifica del Dpr di scioglimento del consiglio comunale con allegata relazione del Prefetto e proposta del Ministro. Speravo di poter finalmente leggere in maniera compiuta le necessariamente gravi contestazioni che hanno condotto all’adozione della straordinaria misura dello scioglimento di un organo democraticamente eletto; in realtà, vi sono solo generiche affermazioni». È quanto afferma l’ex sindaco di Lamezia Terme, Paolo Mascaro, in un post pubblicato su Facebook. «Ho quindi immediatamente avanzato con posta certificata – prosegue Mascaro – indirizzata alla Prefettura di Catanzaro, richiesta di copia della relazione della commissione di accesso e del verbale del Cosp richiedendo espressamente l’immediato invio tramite Pec o comunque manifestando la disponibilità a recarmi in Prefettura anche immediatamente per il ritiro. Di certo sin d’ora posso incontestabilmente affermare che non e’ contestata la legittimità di una sola delibera di giunta comunale o di consiglio comunale o di una sola assunzione; non è contestata la legittimità del rilascio di un solo permesso di costruire o di una sola concessione in sanatoria; non è contestata la legittimità del rilascio di una sola licenza commerciale, di una sola autorizzazione suap o della concessione di un solo contributo economico». «Detto ciò, e sempre tenendo conto delle scarne parole utilizzate nella relazione e nella proposta – sostiene ancora Mascaro – si può sin da ora intuire che vi sia: falso ideologico nella rappresentazione del contemporaneo svolgimento di attività professionale quale avvocato da parte del sindaco in processi di criminalità organizzata ove vi era costituzione di parte civile del comune; falso ideologico nel rappresentare l’assunzione di incarico professionale a marzo 2016 da parte del cognato del sindaco di esponenti della criminalità in precedenza difesi dal predetto; mancata conoscenza della normativa di cui al codice degli appalti e segnatamente dell’art. 77 e comunque delle modalità di formazione delle commissioni ed espletamento delle gare con presenza di offerta tecnica; mancata conoscenza della natura delle società cooperative di tipo b; mancato invio, mancata analisi e mancata menzione della memoria inviata in data 06/09/16 e soprattutto mancato esame degli atti posti in essere di contrasto alla criminalità organizzata, di osservanza di regole di buona amministrazione e di risanamento economico e rigore etico. Attendo con fiducia di ricevere dalla Prefettura copia della documentazione richiesta».

Alessia Truzzolillo

a.truzzolillo@corrierecal.it

 

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it

Massoneria, domani in Antimafia la relazione sulle infiltrazioni

Massoneria, domani in Antimafia la relazione sulle infiltrazioni

Domani in Commissione parlamentare antimafia, relatrice la presidente Rosy Bindi, verrà esaminata la proposta di relazione sulle infiltrazioni di Cosa nostra e della ‘ndrangheta nella massoneria in Sicilia e in Calabria. Il seguito dell’esame e la votazione della proposta sono previsti per giovedì 21 dicembre alle ore 14. Sempre domani la Commissione sarà impegnata nell’esame della proposta di relazione su tutta l’attività svolta. Relatrice la presidente Bindi.

L’inchiesta sulla massoneria ha impegnato a lungo la Commissione antimafia che nei mesi scorsi ha ricevuto in audizione i gran maestri di tutte principali le logge massoniche per analizzare le tematiche legate al rapporto tra massoneria e organizzazioni criminali mafiose. L’antimafia ha richiesto ai Gran maestri delle logge massoniche l’elenco degli iscritti in Sicilia e in Calabria e il 1 marzo scorso la Guardia di finanza ha sequestrato gli elenchi al Grande Oriente d’Italia, la più numerosa obbedienza massonica in Italia con circa 23 mila fratelli, che non voleva consegnarli per motivi di privacy. Nelle scorse settimane Bindi, intervenendo ad una trasmissione televisiva, ha detto che tra i nominativi delle iscritti alle logge massoniche della Calabria e della Sicilia ci sono alcuni condannati per 416 bis, quindi per associazione mafiosa e alcuni imputati e alcuni rinviati a giudizio sia per reati di mafia sia per i cosiddetti reati spia.

Lunedì, 18 Dicembre 2017 

fonte:www.http://ildispaccio.it

Una lontana estate di fuochi  

Una lontana estate di fuochi

16 DICEMBRE 2017

di Giovanni Tizian

Il capannone avvolto dalle fiamme. Un rogo spaventoso che in quella notte di luglio del 1988 illuminava tutta la contrada Sandrechi, sulla strada che collega Bovalino a Platì. Il mobilificio di mio nonno bruciava così, mentre noi lo guardavamo attoniti. Gli anni Ottanta e Novanta furono anni di piombo per la Calabria e per il paese nel quale sono nato.

L’Aspromonte e le famiglie di ‘Ndrangheta, le loro regole, l’Anonima sequestri, i lobi delle orecchie mozzati e inviati ai familiari per convincerli a pagare i miliardi richiesti. Ma i clamorosi sequestri di persona, gli ostaggi nascosti nelle grotte di quei monti impenetrabili erano solo la vetta visibile, quella che più catturava l’attenzione dei media e dell’Italia tutta.

Il resto però, quello che non veniva raccontato, ha ferito a morte la mia terra e tantissimi cittadini onesti che hanno pagato con la vita il prezzo della loro dignità. La ‘Ndrangheta stava completando la sua evoluzione iniziata con la costituzione de “La Santa”, struttura nata a metà degli Anni Settanta per consentire ai più importanti capi di conferire con massoneria, forze dell’Ordine e uomini politici. Serviva a gestire meglio gli affari illeciti e avere accesso al potere.

Erano gli anni della seconda guerra di mafia a Reggio Calabria. Quasi mille morti. Mafiosi contro mafiosi. E poi il massacro degli innocenti. Gente onesta ammazzata senza scrupolo per affermare il loro potere criminale.

Questo era lo scenario della mia infanzia nella Locride. Terra antica, con le impronte della gloriosa Magna Grecia ancora visibili in alcuni luoghi, saccheggiata da uomini che si definiscono d’onore: gli ‘ndranghetisti.

All’epoca la mafia calabrese era considerata un gruppo disordinato di pastori feroci, sanguinari e ignoranti. Per l’Italia, la Calabria era una regione periferica e pericolosa da cui stare lontani. Anche per i politici. Salvo le doverose e fruttuose processioni pre-elettorali. Così nessuno capì il dramma che si stava consumando nella punta dello stivale. E che stava già guastando tutta la nazione. Oggi paghiamo le conseguenze di quella cecità.

Il mobilificio di mio nonno Ciccio moriva quella notte di luglio. E con esso la speranza di riscatto. Avevano resistito alle estorsioni, ai camion fatti saltare durante la notte. Ci avevano creduto. I miei familiari e i quindici operai che lavoravano in quel capannone non vollero arrendersi. Continuarono. Follemente, senza alcuna certezza, forse per disperazione, non fermarono l’attività. Nei garage di ognuno di loro si tagliava, s’incollava, si assemblava.

Ma quell’incendio anonimo aveva bruciato il futuro. E non era che l’inizio della guerra.

( 1 – continua)

fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it

‘Ndrangheta: “Costa pulita”, chieste le condanne per gli imputati

‘Ndrangheta: “Costa pulita”, chieste le condanne per gli imputati

Questo articolo sull’Operazione Costa Pulita riguarda anche il Sindaco di
Briatico eletto nel maggio 2014.

Il Prefetto di Vibo pro tempore Giovanni Bruno è subentrato nell’agosto
2013 – al Prefetto Di Bari – ora Prefetto di Reggio Calabria.

Il Prefetto Giovanni Bruno è stato successivamente trasferito da Vibo
Valentia al Viminale, dove ha ricoperto l’incarico di Direttore Centrale
presso il Dipartimento dei Vigili del fuoco ed ora è Prefetto di Viterbo.
MR

https://www.google.it/amp/www.ilvibonese.it/cronaca/7910-ndrangheta-costa-pulita-chieste-condanne-imputati/amp

Aemilia, il pentito: “Il capo nullatenente che faceva feste in villa a Cutro. E al nord le sagre per promuovere la Calabria”

Aemilia, il pentito: “Il capo nullatenente che faceva feste in villa a Cutro. E al nord le sagre per promuovere la Calabria”

Il Fatto Quotidiano, 9 dicembre 2017

Aemilia, il pentito: “Il capo nullatenente che faceva feste in villa a Cutro. E al nord le sagre per promuovere la Calabria”

Il pentito Salvatore Muto, nel corso delle udienze del maxi-processo per ‘ndrangheta in corso a Reggio Emilia, ha parlato della vita di uno degli uomini più vicini al boss Nicolino Grande Aracri e ha riferito degli eventi che organizzava in occasione del Capodanno: “Pagava 150 euro al mese di affitto nelle case popolari a Cremona. Poi però spendeva almeno 10mila euro di fuochi d’artificio per salutare l’anno nuovo”

di Paolo Bonacini

Un capo della ‘ndrangheta emiliana risultava nullatenente e nullafacente, tanto da vivere in un appartamento di edilizia agevolata a Cremona pagando 150 euro di affitto al mese. Eppure a San Silvestro era solito organizzare una grande festa nella sua splendida villa di Cutro, con oltre 100 invitati e fuochi d’artificio da fare invidia a Versailles. Si tratta, secondo il pentito Salvatore Muto, di Francesco Lamanna, classe 1961, residente a Cremona dal 1986. E’ uno dei sei uomini di vertice della consorteria legata ai Grande Aracri, condannato di recente a 22 anni complessivi di carcere nei riti abbreviati del processi Pesci e Aemilia.

La storia della sua vita la sta raccontando nell’aula bunker di Reggio Emilia, nel corso delle udienze del maxi-processo per ‘ndrangheta, il pentito Muto, che di Lamanna era uomo di fiducia e inseparabile braccio destro. “Lui comandava a Cremona e Piacenza e nella consorteria aveva raggiunto il grado di padrino, come il capo di Reggio Emilia Nicolino Sarcone”. La parità però, sostiene Muto, non lo soddisfaceva e nel 2011 Lamanna decise di correre a Cutro per approfittare di uno dei rari periodi in cui Nicolino Grande Aracri era fuori di galera. Il boss gli conferì allora una “dote” in più e il diritto di sostituirlo in caso di nuovo arresto. “Per questo Nicolino Sarcone era un po’ invidioso di lui”, racconta Muto, “perché Lamanna era il preferito e Grande Aracri gli diceva: quando non ci sono io tu sei il padrone della mia casa”.

Di questa invidia, o gelosia, Nicolino Sarcone fece l’errore di mettere al corrente Michele Colacino, uomo e prestanome della ‘ndrangheta residente a Bibbiano, culla del Parmigiano Reggiano. Era un amico di Lamanna che dava da lavorare a sua figlia Carolina e gli andò subito a raccontare la cosa. Ne venne fuori una riunione burrascosa con tutta la famiglia Sarcone: “Giuseppe, Carmine e Gianluigi, i fratelli di Nicolino, diedero ragione a Lamanna” racconta Muto. Segno che l’autorevolezza del capo di Cremona arrivava a spaccare anche la naturale solidarietà di famiglia. A Michele Colacino comunque bruciarono poi due auto, segno anche che parlare troppo nella ‘ndrangheta non è buona cosa.

Della festa di fine anno Salvatore Muto parla nell’ultima udienza del 5 dicembre al processo Aemilia sorridendo: “Pagava 150 euro al mese di affitto nelle case popolari a Cremona. Con 150 euro non ci paghi neanche… Poi però spendeva almeno 10mila euro di fuochi d’artificio per salutare l’anno nuovo con tutti gli invitati nella sua grande villa giù, a Cutro”. Di botti a Cutro Lamanna ne fa scoppiare anche d’estate, specialmente il 17 agosto durante la festa di San Rocco: “Lui aveva rapporti con don Ciccio, come lo chiamiamo noi. E’ stato per trent’anni il parroco di Cutro, poi adesso è andato via. E Lamanna si dava da fare assieme a lui a raccogliere dei fondi per comprare i fuochi d’artificio per la festa”. Di questa storia non si sa altro perché i verbali sono omissati dopo che Salvatore Muto parla di un certo Aldo Boerio, nipote del parroco, che Lamanna aiutò a trovare lavoro.

Non era un grande esperto di economia Francesco Lamanna eSalvatore Muto usa un paragone colorito per spiegarlo: “Era come Ernesto Grande Aracri, il fratello di Nicolino, che se gli davi mille euro lui se li teneva e basta. Non capiva niente di questioni societarie e di finanza. Non si interessava delle attività, con lui potevi parlare solo di soldi. Quanto avere e quanto dare: non gli interessava come arrivavano”.

Aveva invece il fiuto per il marketing e la comunicazione d’impresa, o meglio di ‘ndrangheta, tanto da organizzare una sorta di sagraper promuovere l’immagine dei calabresi al nord. Una tre giorni “Calabria-Cremona” sponsorizzata da aziende della consorteria per 30mila euro sia nel 2011 che nel 2012. Francesco Lamanna con queste iniziative teneva vivo il “rispetto” di cui godeva il padre commerciante, che portava in giro il suo carretto con la frutta nei paesi nel circondario di Cutro: da Mesoraca a Petilia Policastro, da San Leonardo a Isola a San Mauro Marchesato. “Tutti avevano rispetto di lui” dice Salvatore Muto. E si badi bene che in questa storia il termine “rispetto” significa “rispetto dalla ‘ndrangheta ad un uomo di ‘ndrangheta”.

.L’ombra dei Servizi Segreti deviati dietro le uccisioni dei Carabinieri in Calabria

L’ombra dei Servizi Segreti deviati dietro le uccisioni dei Carabinieri in Calabria

di Angela Panzera

L’ombra dei servizi segreti deviati sulle stragi dei Carabinieri avvenute in Calabria. È stato questo l’argomento sviscerato nell’udienza odierna del processo scaturito dall’inchiesta ” ‘ndrangheta stragista”. Alla sbarra ci sono Giuseppe Graviano, boss del mandamento palermitano di ‘Brancaccio’ e Rocco Filippone, di 77 anni, di Melicucco, indicato dagli inquirenti come colui che, per conto della potente cosca Piromalli di Gioia Tauro, teneva i rapporti con la destra eversiva e la massoneria occulta. I due sono ritenuti i mandanti degli agguati in cui morirono i carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo ed i tentati omicidi dei carabinieri Vincenzo Pasqua, Silvio Ricciardo, Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra, eseguiti da due giovanissimi killer della cosca di ‘ndrangheta dei Lo Giudice, Giuseppe Calabrò e Consolato Villani.

Atti da inserire, secondo la Dda reggina, nella strategia stragista messa in atto da Cosa nostra tra il 1993 ed il 1994 con gli attentati a Firenze, Roma e Milano. Oggi il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, titolare dell’inchiesta (nella foto), ha chiamato a testimoniare il dirigente della Polizia di Stato, Michele Spina, in servizio negli anni passati alla sezione del servizio centrale operativo che si occupava del terrorismo. Il funzionario ha illustrato in particolare le varie indagini sulla sedicente, e per gli inquirenti “inesistente”, associazione politico-sovversiva denominata “Falange armata carceraria”, che poi nel corso del tempo si auto-appellerà “Falange armata”. Questa pesudo-organizzazione negli anni ’90 ha rivendicato alcuni episodi stragisti che in realtà poi, in varie sede giudiziarie, verrà appurato come siano state realizzate e organizzate dagli esponenti di “Cosa nostra”. Anche per gli attentati ai Carabinieri, avvenuti in Calabria, “Falange armata”, ne rivendicherà la paternità per la Dda reggina gli omicidi dei Carabinieri sono stati “organizzati ed eseguiti dalla ‘ndrangheta”, come si legge nelle carte del processo. “Ancora non sappiamo- ha affermato Spina- chi ci sia dietro alla sigla della Falange Armata”. La sua prima rivendicazione risale all’autunno del 1990 in seguito all’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, delitto consumato vicino Milano. Per gli inquirenti che si occuparono del caso il delitto sarebbe stato ordinato dalla cosca calabro-lombarda dei Papalia che su richiesta di non identificati esponenti dei servizi di sicurezza utilizzò quella sigla per rivendicare il delitto. Successivamente vi furono le cosiddette riunioni di Enna, dell’estate-autunno 1991, in cui i vertici di Cosa Nostra iniziarono a elaborare la strategia stragista programmando che le rivendicazioni dei futuri attacchi allo Stato sarebbero, pure, state eseguite con la ancora sostanzialmente sconosciuta sigla “Falange Armata”. Per la Dda la sigla “Falange Armata” – poi utilizzata per rivendicare gli attentati materialmente eseguiti dalle mafie – è stata ideata ed utilizzata da appartenenti infedeli ai Servizi di Sicurezza, sia per regolare conti interni ai servizi stessi, sia per essere messa a disposizione, inizialmente in funzione di depistaggio, delle azioni criminali eseguite delle organizzazioni mafiose. Uno dei primi investigatori che analizzò la portata criminale della “Falange Armata” fu Paolo Fulci, già direttore del Cesis che in quegli anni fu vittima di gravissime minacce da parte di soggetti riconducibili ai servizi di sicurezza (e, in particolare, riconducibili alla cosiddetta VII Divisione del Sismi ) i quali, caso vuole, firmavano Falange Armata le minacce nei suoi confronti. “Nello stesso periodo in cui Fulci veniva minacciato da Falange Armata ( e cioè dai descritti appartenenti ai Servizi)- scritto nelle carte dell’inchiesta- Cosa Nostra, come detto, ben prima dell’inizio della stagione stragista, aveva già progettato di nascondere (come poi avvenne) la propria responsabilità per gli attentati, proprio dietro la sigla di rivendicazione Falange Armata. Per l’Antimafia dello Stretto quindi le rivendicazioni “Falange Armata” degli episodi stragisti – compresi i tre attacchi ai Carabinieri – erano, anch’esse, l’effetto di un suggerimento proveniente dall’esterno delle organizzazioni mafiose. Il processo adesso è stato aggiornato a lunedì prossimo quando continueranno a sfilare gli investigatori che hanno preso parte all’inchiesta ” ‘ndrangheta stragista”.

 

Venerdì, 01 Dicembre 2017

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Prende le mosse da Reggio Calabria l’antimafia “buona” verso i lavoratori Prende le mosse da Reggio Calabria l’antimafia “buona” verso i lavoratori di Mario Meliadò È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 4 novembre la legge n. 161 del 17 ottobre scorso, decisamente più nota come “nuovo Codice antimafia”. Un risultato significativo, ottenuto dopo “solo” quattro anni di lavori parlamentari e tre letture da parte di Camera e Senato. I commi 6 e 7 dell’articolo 11 della novella legislativa (che introduce nel pregresso Codice antimafia un articolo 34-bis nuovo di zecca che istituisce il “controllo giudiziario delle aziende”) prevedono che le stesse imprese colpite da interdittiva «che abbiano proposto l’impugnazione» del provvedimento prefettizio possano chiedere direttamente «l’applicazione del controllo giudiziario» previsto al comma 2 al Tribunale, che – sentiti il procuratore distrettuale e gli altri interessati –potrà disporre, per un periodo da uno a tre anni, l’amministrazione giudiziaria volta, tra l’altro, a prevenire ogni possibile condizionamento mafioso (amministrazione straordinaria su cui però pende la “spada di Damocle” di una possibile revoca, in base alla relazione dell’amministratore giudiziario, con eventuale inasprimento del quadro tramite misure di prevenzione aggiuntive a carattere patrimoniale). Per le aziende coinvolte, ne deriva una conseguenza più che positiva: il provvedimento che disponga l’amministrazione giudiziaria ex art. 34 o il controllo giudiziario appena citato «sospende gli effetti» previsti dall’articolo 94 del preesistente Codice antimafia (decreto legislativo n. 159 del 2011), in particolare laddove prevede che Enti e stazioni appaltanti «non possono stipulare, approvare o autorizzare i contratti o subcontratti, né autorizzare, rilasciare o comunque consentire le concessioni e le erogazioni». Una misura potenzialmente determinante, per salvaguardare i livelli occupazionali. E in effetti, proprio la ricaduta sui lavoratori era la previsione legislativa del Codice antimafia più ferocemente oggetto di (fondate) critiche. Tuttavia pochi sanno che, in buona misura, il ribaltamento di questo spigolo codicistico “parte” proprio da Reggio Calabria; da quella Reggio così fittamente penetrata dallo strapotere ‘ndranghetistico e dalla legge del “pizzo”, proprio da quella Reggio così duramente colpita da un nugolo d’interdittive abbattutesi su centinaia d’imprese ed esercizi commerciali. Il 30 agosto dello scorso anno il Consiglio comunale reggino approvò infatti l’ordine del giorno numero 9 (primo firmatario Riccardo Mauro), ben chiaro negli scopi fin dall’oggetto: “Iniziative per la tutela dei livelli occupazionali dei lavoratori delle imprese colpite da interdittive antimafia”. Già in relazione, il consigliere di “Reset” Filippo Burrone aveva evidenziato che – come da preambolo dell’atto – l’interdittiva va considerata un «giusto provvedimento» per «liberare l’economia» dalle infiltrazioni mafiose, certo. Che però di fatto produce conseguenze inique, spesso determinando il «licenziamento coatto dei lavoratori delle aziende che hanno rapporti con la Pubblica amministrazione»; mentre in una realtà come quella reggina, già gravata da un intollerabile tasso di disoccupazione, «ogni posto di lavoro va difeso “con le unghie e con i denti”». In questo senso, era in qualche modo d’aiuto la già prevista possibilità d’attivare «una straordinaria e temporanea gestione attraverso commissari prefettizi» per le aziende colpite da interdittiva antimafia, nei casi di «urgente necessità d’assicurare il completamento dell’esecuzione del contratto» sanciti dall’art. 10 della legge 90/2014. L’idea dell’Amministrazione comunale era d’estendere la previsione di legge anche ai casi d’esecuzione «non indifferibile», e questo soprattutto per evitare un implicito imprimersi nell’immaginario collettivo della ‘ndrangheta quale principale datore di lavoro, come ironicamente evocata da Fabrizio De Andrè in un celeberrimo concerto del ’98 a Roccella Jonica. «Non deve passare il messaggio che “con le mafie si lavora e con lo Stato no”», recita testualmente un passaggio dell’atto approvato a voti unanimi in sede consiliare. Un ordine del giorno che, nel breve dispositivo, impegnava il sindaco Giuseppe Falcomatà a trasmettere l’atto (e il resoconto di seduta) al “tavolo” nazionale dell’Anci (l’Associazione nazionale dei Comuni italiani) e a chiedere direttamente al Governo centrale «d’estendere analogicamente l’applicazione della normativa di straordinaria e temporanea gestione» e anche di «valutare un aggiornamento della normativa», in modo che le varie interdittive antimafia colpiscano con giusta severità ogni gestione aziendale “malata”, senza simultaneamente affondare i lavoratori incolpevoli. I Palazzi “che contano”, solitamente sordi – specie al grido di dolore che arriva costantemente dai soggetti meno tutelati e dai territori di frontiera –, stavolta sembrano averci sentito benissimo. Articoli correlati: La posizione del Consiglio Comunale http://ildispaccio.it/reggio-calabria/119596-reggio-consiglio-approva-mozione-su-interdittive-antimafia-ma-la-citta-non-c-e Sabato, 25 Novembre 2017 fonte:http://ildispaccio.it

Prende le mosse da Reggio Calabria l’antimafia “buona” verso i lavoratori

Prende le mosse da Reggio Calabria l’antimafia “buona” verso i lavoratori

di Mario Meliadò

È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 4 novembre la legge n. 161 del 17 ottobre scorso, decisamente più nota come “nuovo Codice antimafia”. Un risultato significativo, ottenuto dopo “solo” quattro anni di lavori parlamentari e tre letture da parte di Camera e Senato.

I commi 6 e 7 dell’articolo 11 della novella legislativa (che introduce nel pregresso Codice antimafia un articolo 34-bis nuovo di zecca che istituisce il “controllo giudiziario delle aziende”) prevedono che le stesse imprese colpite da interdittiva «che abbiano proposto l’impugnazione» del provvedimento prefettizio possano chiedere direttamente «l’applicazione del controllo giudiziario» previsto al comma 2 al Tribunale, che – sentiti il procuratore distrettuale e gli altri interessati –potrà disporre, per un periodo da uno a tre anni, l’amministrazione giudiziaria volta, tra l’altro, a prevenire ogni possibile condizionamento mafioso (amministrazione straordinaria su cui però pende la “spada di Damocle” di una possibile revoca, in base alla relazione dell’amministratore giudiziario, con eventuale inasprimento del quadro tramite misure di prevenzione aggiuntive a carattere patrimoniale).

Per le aziende coinvolte, ne deriva una conseguenza più che positiva: il provvedimento che disponga l’amministrazione giudiziaria ex art. 34 o il controllo giudiziario appena citato «sospende gli effetti» previsti dall’articolo 94 del preesistente Codice antimafia (decreto legislativo n. 159 del 2011), in particolare laddove prevede che Enti e stazioni appaltanti «non possono stipulare, approvare o autorizzare i contratti o subcontratti, né autorizzare, rilasciare o comunque consentire le concessioni e le erogazioni».

Una misura potenzialmente determinante, per salvaguardare i livelli occupazionali. E in effetti, proprio la ricaduta sui lavoratori era la previsione legislativa del Codice antimafia più ferocemente oggetto di (fondate) critiche.

Tuttavia pochi sanno che, in buona misura, il ribaltamento di questo spigolo codicistico “parte” proprio da Reggio Calabria; da quella Reggio così fittamente penetrata dallo strapotere ‘ndranghetistico e dalla legge del “pizzo”, proprio da quella Reggio così duramente colpita da un nugolo d’interdittive abbattutesi su centinaia d’imprese ed esercizi commerciali.

Il 30 agosto dello scorso anno il Consiglio comunale reggino approvò infatti l’ordine del giorno numero 9 (primo firmatario Riccardo Mauro), ben chiaro negli scopi fin dall’oggetto: “Iniziative per la tutela dei livelli occupazionali dei lavoratori delle imprese colpite da interdittive antimafia”.

Già in relazione, il consigliere di “Reset” Filippo Burrone aveva evidenziato che – come da preambolo dell’atto – l’interdittiva va considerata un «giusto provvedimento» per «liberare l’economia» dalle infiltrazioni mafiose, certo. Che però di fatto produce conseguenze inique, spesso determinando il «licenziamento coatto dei lavoratori delle aziende che hanno rapporti con la Pubblica amministrazione»; mentre in una realtà come quella reggina, già gravata da un intollerabile tasso di disoccupazione, «ogni posto di lavoro va difeso “con le unghie e con i denti”».

In questo senso, era in qualche modo d’aiuto la già prevista possibilità d’attivare «una straordinaria e temporanea gestione attraverso commissari prefettizi» per le aziende colpite da interdittiva antimafia, nei casi di «urgente necessità d’assicurare il completamento dell’esecuzione del contratto» sanciti dall’art. 10 della legge 90/2014.

L’idea dell’Amministrazione comunale era d’estendere la previsione di legge anche ai casi d’esecuzione «non indifferibile», e questo soprattutto per evitare un implicito imprimersi nell’immaginario collettivo della ‘ndrangheta quale principale datore di lavoro, come ironicamente evocata da Fabrizio De Andrè in un celeberrimo concerto del ’98 a Roccella Jonica. «Non deve passare il messaggio che “con le mafie si lavora e con lo Stato no”», recita testualmente un passaggio dell’atto approvato a voti unanimi in sede consiliare.

Un ordine del giorno che, nel breve dispositivo, impegnava il sindaco Giuseppe Falcomatà a trasmettere l’atto (e il resoconto di seduta) al “tavolo” nazionale dell’Anci (l’Associazione nazionale dei Comuni italiani) e a chiedere direttamente al Governo centrale «d’estendere analogicamente l’applicazione della normativa di straordinaria e temporanea gestione» e anche di «valutare un aggiornamento della normativa», in modo che le varie interdittive antimafia colpiscano con giusta severità ogni gestione aziendale “malata”, senza simultaneamente affondare i lavoratori incolpevoli.

I Palazzi “che contano”, solitamente sordi – specie al grido di dolore che arriva costantemente dai soggetti meno tutelati e dai territori di frontiera –, stavolta sembrano averci sentito benissimo.

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Sabato, 25 Novembre 2017
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Prende le mosse da Reggio Calabria l’antimafia “buona” verso i lavoratori

di Mario Meliadò

È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 4 novembre la legge n. 161 del 17 ottobre scorso, decisamente più nota come “nuovo Codice antimafia”. Un risultato significativo, ottenuto dopo “solo” quattro anni di lavori parlamentari e tre letture da parte di Camera e Senato.

I commi 6 e 7 dell’articolo 11 della novella legislativa (che introduce nel pregresso Codice antimafia un articolo 34-bis nuovo di zecca che istituisce il “controllo giudiziario delle aziende”) prevedono che le stesse imprese colpite da interdittiva «che abbiano proposto l’impugnazione» del provvedimento prefettizio possano chiedere direttamente «l’applicazione del controllo giudiziario» previsto al comma 2 al Tribunale, che – sentiti il procuratore distrettuale e gli altri interessati –potrà disporre, per un periodo da uno a tre anni, l’amministrazione giudiziaria volta, tra l’altro, a prevenire ogni possibile condizionamento mafioso (amministrazione straordinaria su cui però pende la “spada di Damocle” di una possibile revoca, in base alla relazione dell’amministratore giudiziario, con eventuale inasprimento del quadro tramite misure di prevenzione aggiuntive a carattere patrimoniale).

Per le aziende coinvolte, ne deriva una conseguenza più che positiva: il provvedimento che disponga l’amministrazione giudiziaria ex art. 34 o il controllo giudiziario appena citato «sospende gli effetti» previsti dall’articolo 94 del preesistente Codice antimafia (decreto legislativo n. 159 del 2011), in particolare laddove prevede che Enti e stazioni appaltanti «non possono stipulare, approvare o autorizzare i contratti o subcontratti, né autorizzare, rilasciare o comunque consentire le concessioni e le erogazioni».

Una misura potenzialmente determinante, per salvaguardare i livelli occupazionali. E in effetti, proprio la ricaduta sui lavoratori era la previsione legislativa del Codice antimafia più ferocemente oggetto di (fondate) critiche.

Tuttavia pochi sanno che, in buona misura, il ribaltamento di questo spigolo codicistico “parte” proprio da Reggio Calabria; da quella Reggio così fittamente penetrata dallo strapotere ‘ndranghetistico e dalla legge del “pizzo”, proprio da quella Reggio così duramente colpita da un nugolo d’interdittive abbattutesi su centinaia d’imprese ed esercizi commerciali.

Il 30 agosto dello scorso anno il Consiglio comunale reggino approvò infatti l’ordine del giorno numero 9 (primo firmatario Riccardo Mauro), ben chiaro negli scopi fin dall’oggetto: “Iniziative per la tutela dei livelli occupazionali dei lavoratori delle imprese colpite da interdittive antimafia”.

Già in relazione, il consigliere di “Reset” Filippo Burrone aveva evidenziato che – come da preambolo dell’atto – l’interdittiva va considerata un «giusto provvedimento» per «liberare l’economia» dalle infiltrazioni mafiose, certo. Che però di fatto produce conseguenze inique, spesso determinando il «licenziamento coatto dei lavoratori delle aziende che hanno rapporti con la Pubblica amministrazione»; mentre in una realtà come quella reggina, già gravata da un intollerabile tasso di disoccupazione, «ogni posto di lavoro va difeso “con le unghie e con i denti”».

In questo senso, era in qualche modo d’aiuto la già prevista possibilità d’attivare «una straordinaria e temporanea gestione attraverso commissari prefettizi» per le aziende colpite da interdittiva antimafia, nei casi di «urgente necessità d’assicurare il completamento dell’esecuzione del contratto» sanciti dall’art. 10 della legge 90/2014.

L’idea dell’Amministrazione comunale era d’estendere la previsione di legge anche ai casi d’esecuzione «non indifferibile», e questo soprattutto per evitare un implicito imprimersi nell’immaginario collettivo della ‘ndrangheta quale principale datore di lavoro, come ironicamente evocata da Fabrizio De Andrè in un celeberrimo concerto del ’98 a Roccella Jonica. «Non deve passare il messaggio che “con le mafie si lavora e con lo Stato no”», recita testualmente un passaggio dell’atto approvato a voti unanimi in sede consiliare.

Un ordine del giorno che, nel breve dispositivo, impegnava il sindaco Giuseppe Falcomatà a trasmettere l’atto (e il resoconto di seduta) al “tavolo” nazionale dell’Anci (l’Associazione nazionale dei Comuni italiani) e a chiedere direttamente al Governo centrale «d’estendere analogicamente l’applicazione della normativa di straordinaria e temporanea gestione» e anche di «valutare un aggiornamento della normativa», in modo che le varie interdittive antimafia colpiscano con giusta severità ogni gestione aziendale “malata”, senza simultaneamente affondare i lavoratori incolpevoli.

I Palazzi “che contano”, solitamente sordi – specie al grido di dolore che arriva costantemente dai soggetti meno tutelati e dai territori di frontiera –, stavolta sembrano averci sentito benissimo.

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Sabato, 25 Novembre 2017
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Lamezia Terme e altri 4 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose.POLITICA E MAFIA.SIAMO SEMPRE DI PIU’ NELLA MERDA  

Il Corriere della Sera, 22 novembre 2017


Lamezia Terme e altri 4 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose
Il provvedimento preso dal Consiglio dei ministri. nell’elenco anche Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa e Petronà

Il Comune di Lamezia Terme è stato sciolto dal Consiglio dei ministri per infiltrazioni mafiose. Analoghi provvedimenti, con la stessa motivazione, sono stati adottati dall’esecutivo per altri quattro Comuni calabresi: Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Jonica e Petrona’. Con i suoi oltre 70mila abitanti, Lamezia è il centro più importante tra quelli colpiti dal provvedimento di Palazzo Chigi. Per il Comune di Lamezia quello di oggi è il terzo scioglimento per infiltrazioni mafiose nella sua storia. Gli altri erano avvenuti nel 1991 e nel 2003.

 

Colpo contro il clan Crea, confiscati 6 milioni di beni

 

Il provvedimento è stato eseguito dalla Polizia nei confronti degli esponenti della cosca operante a Gioia Tauro. Tra i destinatari lo storico boss Teodoro. Gli indagati erano riusciti ad accumulare un ingente capitale reinvestendo nell’acquisto di beni e società intestandoli a terzi

 

Martedì, 21 Novembre 2017

 

REGGIO CALABRIA Ammonta a circa 6 milioni di euro il patrimonio confiscato dalla Polizia di Stato ad esponenti della cosca Crea, operante nella piana di Gioia Tauro. Gli agenti hanno eseguito un provvedimento di confisca beni emesso dal locale Tribunale – Sezione misure di prevenzione, su proposta del Questore di Reggio Calabria, sulla base di indagini svolte dalla locale Divisione anticrimine. Il sequestro è il coronamento delle indagini, condotte dalla Squadra mobile di Reggio Calabria e coordinate dalla Dda reggina sfociata nell’operazione “Deus” del 4 giugno 2014, quando furono arrestate 16 persone, per associazione di stampo mafioso, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni e truffe alla Ue. Tra i destinatari del provvedimento restrittivo, oltre a Teodoro Crea, capo storico della famiglia, e buona parte del suo nucleo familiare, risultavano anche altri esponenti di spicco della ‘ndrina, come Antonio Crea detto “u Malandrinu” e Domenico Crea, 63 anni, detto “Scarpa Lucida”, legati da vincoli di parentela con il capo della consorteria criminale, e tre ex amministratori pubblici del Comune di Rizziconi. L’operazione aveva evidenziato l’assoluta egemonia della cosca sia nell’esercizio delle tradizionali attività criminali che nel totale condizionamento della vita pubblica, tanto da determinare, nel 2011, lo scioglimento del consiglio comunale di Rizziconi.

Giuseppe Crea, 39 anni, nonostante fosse latitante dal 2006, avrebbe attestato falsamente, come emerso dalle indagini, di essere un imprenditore agricolo, procurandosi così un ingiusto profitto, consistito nell’indebita erogazione da parte dell’Agea, l’ente erogatore dei contributi in agricoltura, dei contributi comunitari relativi al Piano di sviluppo rurale per oltre 180mila euro. Lo stesso reato è stato contestato al padre, Teodoro Crea, alla madre Clementina Burzì e alla sorella Marinella, per contributi pari a quasi 50 mila euro. Il provvedimento di sequestro ha interessato svariati beni riconducibili a Teodoro Crea, 78 anni, boss indiscusso dell’omonima cosca – in atto sottoposto al regime del 41 bis – alla moglie, Clementina Burzì, alla figlia Marinella e al marito, Francesco Barone. Le indagini patrimoniali avrebbero dimostrato che gli indagati in virtù della loro appartenenza al clan mafioso, erano riusciti, con il profitto derivante dalla gestione delle attività illecite e avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo, ad accumulare un ingente capitale, sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati, reinvestiti nell’acquisto di terreni, società e beni immobili, intestati, al fine di eludere la normativa antimafia, ai propri familiari o a terzi. Il Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di prevenzione, accogliendo le risultanze investigative, ha disposto il sequestro di fabbricati, tra cui una villa di pregio stalle; 18 terreni; un’impresa agricola; titoli Agea emessi a favore di Marinella Crea.

 

Fonte:http://www.corrieredellacalabria.it/

Corsa contro il tempo sugli elenchi dei massoni

Corsa contro il tempo sugli elenchi dei massoni

Corsa contro il tempo sugli elenchi dei massoni

L’indagine della Commissione parlamentare antimafia messa a rischio dalla fine della legislatura. Le logge “coperte” sperano di contenere i danni. Storia di un’inchiesta iniziata tardi e delle resistenze da parte di alcune obbedienze. Ma non tutte

Mercoledì, 15 Novembre 2017

Riuscirà la Commissione parlamentare antimafia a evitare che l’ormai imminente fine della legislatura faccia calare il sipario anche sull’indagine tesa a far luce sui rapporti tra criminalità mafiosa e logge massoniche deviate?
L’interrogativo non sembra interessare molto i piani alti della politica, alle prese con un futuro incerto su molti fronti. Questo fa ben sperare quanti, all’interno delle organizzazioni massoniche, sperano di contenere i danni fin qui prodotti non solo dalle audizioni della Commissione Bindi, ma anche quelli, ben più temuti, che accompagnano l’acquisizione degli elenchi dei massoni calabresi e siciliani. Ancora più forti potrebbero essere, infine, i danni collegati all’informativa con la quale la Guardia di finanza, su incarico della Commissione antimafia, stralcia dagli elenchi alcune centinaia di nomi di personaggi direttamente collegabili a cosa nostra e ‘ndrangheta.
Probabilmente l’organismo presieduto da Rosy Bindi ha atteso troppo tempo prima di aprire il filone delle “massomafie”, nonostante questo fosse già presente nei lavori della Commissione nelle precedenti legislature. Sta di fatto che solo il 3 agosto 2016 la questione veniva direttamente affrontata attraverso l’audizione del gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi. Successivamente, il 13 ottobre 2016, venivano ascoltati i magistrati della Procura distrettuale di Reggio Calabria; il 23 novembre toccava a quelli della Dda di Palermo. Solo nel gennaio scorso, invece, venivano sentiti, in qualità di testimoni, i rappresentanti di alcune logge massoniche, alle quali cui sono stati anche richiesti gli elenchi degli iscritti. Subito dopo, la Commissione antimafia convocava il capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, che veniva sentito, in seduta segreta, alla fine del febbraio scorso. Occorrerà attendere il 15 marzo, però, per registrare la decisione della Commissione di avvalersi delle facoltà speciali e disporre l’acquisizione degli elenchi dei massoni affiliati a quelle organizzazioni che ne avevano rifiutato la consegna bonaria. Incarico in tal senso veniva conferito allo Scico della Guardia di finanza, ma restringendo il mandato ai soli elenchi delle logge operanti in Calabria e Sicilia, una decisione che nessuno fin qui ha inteso giustificare e che a molti appare oltremodo limitativa rispetto all’indagine sul fenomeno.
La Guardia di finanza provvedeva rapidamente all’acquisizione degli elenchi e, successivamente, sempre su incarico della Commissione antimafia, provvedeva anche a una prima selezione, enucleando alcune centinaia di massoni raggiunti da indagini o condanne per reati di mafia.
Eppure, nel motivare la decisione di mandare la Guardia di finanza presso le maggiori organizzazioni massoniche, la Commissione antimafia aveva evidenziato: «La Commissione ha chiesto formalmente gli elenchi degli iscritti di alcune logge, al fine di verificare – alla luce delle indagini della magistratura – l’esistenza di soggetti legati alle organizzazioni mafiose. Poiché i responsabili delle logge interessate non hanno dato corso tempestivamente a tale richiesta, la Commissione ha deliberato il sequestro di tali elenchi, che saranno assoggettati a regime di segretezza e quindi non divulgati».
La maggiore opposizione rispetto alle richieste della Commissione antimafia, era stata formulata da Stefano Bisi, Gran maestro del Goi (Grande Oriente d’Italia), che, con oltre 23.000 fratelli divisi in 850 logge e due secoli di storia, vanta il ruolo di maggiore organizzazione massonica operante in Italia. Bisi contestava quello che, a suo avviso, era un tentativo di infangare la storia di una associazione che brillava sia per le iniziative pubbliche a difesa della Costituzione che per quelle di natura sociale, sottolineando le regole rigide su coloro che chiedono di aderire all’organizzazione, i controlli effettuati sul rispetto delle regole interne (soprattutto negli anni della sua presidenza) e negando l’esistenza di logge segrete nell’ambito del Grande Oriente d’Italia.
Certezze, quelle esternate da Bisi, alle quali la Commissione antimafia opponeva quanto, invece, era emerso da indagini giudiziarie (ad esempio dall’inchiesta “Mammasantissima”), dichiarazioni di collaboratori di giustizia, intercettazioni telefoniche degli stessi esponenti mafiosi (in particolare ’ndranghetisti), «dalle quali emergerebbe un rapporto organico tra massoneria e mafie». Si aveva, in sostanza, prova dell’esistenza di logge massoniche segrete, deviate, utilizzate dalle associazioni criminali mafiose per infiltrarsi nell’economia e nelle istituzioni, come confermato anche dalle dichiarazioni al riguardo di alcuni ex iscritti al Gran Oriente.
In sede di audizione, il gran maestro Bisi se da un lato ribadiva di voler collaborare con la Commissione nella lotta alle mafie, dall’altro non forniva riscontri su specifici provvedimenti assunti dall’organizzazione nei confronti di iscritti sospettati di essere in rapporto con gruppi criminali né sulle ragioni che hanno portato allo scioglimento di alcune logge (come quelle di Locri, Brancaleone e Gerace). Bisi, inoltre, ribadiva di non essere a conoscenza di logge “coperte” all’interno della sua organizzazione. Ammetteva che in passato si era fatto ricorso alla formula dei “Fratelli all’orecchio”, conosciuti solo dai Gran maestri dell’epoca, ma assicurava che tale formula aveva avuto fine già nel 1982. Nessuna spiegazione, invece, veniva dal gran maestro sulla consistenza degli iscritti in Calabria e Sicilia, che appaiono molto più elevati rispetto a quelli di altre regioni.
Decisamente più collaborativo era Fabio Venzi, al vertice della Gran Loggia Regolare d’Italia, nata nel 1993 per iniziativa dell’ex gran maestro Di Bernardo e di 300 membri fratelli provenienti principalmente al Grande Oriente d’Italia. Venzi tra le motivazioni della scissione collocava anche la impossibilità di contrastare le infiltrazioni nel Grande Oriente d’Italia da parte della criminalità mafiosa. La nuova loggia, dedita soprattutto agli studi su simbologia, storia, filosofia della libera muratoria, aveva deciso di caratterizzarsi proprio per la trasparenza delle adesioni: le liste degli iscritti sono state consegnate, sin dalle origini, al ministero dell’Interno e alle altre autorità pubbliche presenti sul territorio. Sottolineava Venzi: «Questa prassi rappresenta un fortissimo deterrente nei confronti di chi si volesse iscrivere alla loggia per fini diversi da quelli statutari». Infine, Venzi forniva informazioni dettagliate sulla consistenza e composizione sociale della Gran Loggia Regolare d’Italia (attualmente ci sono 2.400 iscritti, tra cui militari, dipendenti pubblici, giornalisti, preti, professionisti) e delle cautele adottate per impedire infiltrazioni della criminalità, in particolare in Calabria (si è opposto ad esempio alla istituzione di nuove logge nel versante jonico) e in Sicilia.
A Massimo Criscuoli Tortora, era toccato di illustrare le caratteristiche della Serenissima Gran Loggia d’Italia-Ordine Generale degli Antichi Liberi Accettati Muratori, di cui è gran maestro dal 2006: si tratta di una loggia di limitate dimensioni (attualmente solo 197 iscritti rispetto ai 400 di alcuni anni fa), caratterizzata da un estremo rigore nell’esame delle richieste di adesione. Accanto alla valutazione dei certificati penali, sia generale che dei carichi pendenti e dei certificati antimafia e di non fallimento, viene effettuata una attenta verifica delle qualità morali di chi chiede l’adesione. Vi è da questo punto di vista un forte impegno di evitare qualsiasi compromissione con gruppi criminali, testimoniato anche da alcune iniziative culturali promosse dalla Gran loggia (ad esempio a Locri). Nel corso della sua audizione, viene posta particolare attenzione al fenomeno delle logge irregolari, che sono numerosissime, soprattutto nel Centro-sud, ai rapporti esistenti tra le poche logge regolari e alle diverse forme di affiliazione internazionale.
Infine Antonio Binni, gran maestro della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, fornisce un quadro dettagliato della sua associazione, nata nel 1805 da una scissione dal Grande Oriente d’Italia dovuta all’elevata politicizzazione di quest’ultima e alle sue posizioni critiche nei confronti della Chiesa; attualmente conta oltre 8.000 iscritti (il 40% donne, escluse invece da altre logge massoniche), con logge presenti non solo in tutte le regioni italiane ma anche all’estero (ad esempio Gran Bretagna, Canada, Libano). Binni ha sottolineato l’estremo rigore nella valutazione delle richieste di iscrizione, per le quali viene comunque richiesto il certificato penale e quello dei carichi pendenti: non sono mai state accertati casi di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.
Sentito, in Commissione antimafia, anche Giuliano Di Bernardo, già gran maestro del Grande Oriente d’Italia-Palazzo Giustiniani tra il 1990 e il 1993. La sua sarà una audizione largamente secretata, soprattutto nella parte nella quale racconta le conseguenze subìte per avere deciso di assicurare piena collaborazione all’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova in quella che resta la prima indagine organica sulle “Massomafie”. Di Bernardo riferisce alla Commissione Bindi, in particolare, le ragioni della sua scelta di consegnare immediatamente gli elenchi degli affiliati calabresi (per tutti gli altri ci fu un veto dell’organo di governo del Grande Oriente e furono poi sequestrati). Proprio gli elementi di prova raccolti da Cordova sulla compromissione del Grande Oriente d’Italia con la ’ndrangheta lo hanno indotto ad abbandonare il Goi per fondare la Gran Loggia Regolare d’Italia ed è in questo contesto che il professor Di Bernardo ha fornito elementi sulla loggia P2 governata da Licio Gelli.
Il resto è cronaca di questi giorni.

Paolo Pollichieni
direttore@corrierecal.it

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Se l’interdittiva antimafia non scalfisce l’azienda.

Se l’interdittiva antimafia non scalfisce l’azienda. AH AH AH AH AH AH AH AH.SI RIPROPONE IL CASO DEL “CARO ESTINTO” E DELLA GESTIONE DI POCHI A DANNO DI TUTTI GLI ALTRI.COME NEL CASO DI ROMA NEL QUALE NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO FUMMO ANCHE QUERELATI E SIAMO STATI PROSCIOLTI IN ISTRUTTORIA.” CARO ESTINTO “ QUA E “CARO ESTINTO” LA’,”CARO ESTINTO “  OVUNQUE.QUALCHE CANTAUTORE CHE SCRIVA E CANTI LA CANZONE DEL……”CARO ESTINTO “????????????

Se l’interdittiva antimafia non scalfisce l’azienda

Nonostante l’intervento della Prefettura, la “Croce Rosa Putrino” continua a lavorare con l’Asp di Catanzaro. Storia di un “monopolio” di fatto che va avanti da anni. E in consiglio regionale si lavora per evitare conflitti d’interesse nel mercato del “caro estinto”

Mercoledì, 15 Novembre 2017

LAMEZIA TERME Ci sono 14 postazioni di Suem 118 nella provincia di Catanzaro. Quattordici postazioni strategiche dalle quali partono le ambulanze allertate dalla centrale operativa del 118 guidata dal dottore Eliseo Ciccone. Se un’ambulanza dell’Asp ha un guasto, o non può intervenire, la centrale operativa chiama il privato col quale l’Asp ha una convenzione. Fino ad oggi, per il servizio ambulanze, la Croce Rosa Putrino srl ha avuto un deciso monopolio nell’accaparrarsi le chiamate. Fino al 2013 ha avuto rapporti in decine di convenzioni. E nonostante da anni, dal 2013 circa, non vi siano gare per il servizio ambulanze, l’Asp ha continuato a servirsi della alla “Croce Rosa Putrino” con la formula della chiamata diretta per servizio occasionale. Fino ad oggi, nonostante l’interdittiva antimafia emessa poche settimane fa dalla Prefettura di Catanzaro nei confronti della ditta. Gli esisti degli accertamenti antimafia richiesti dal prefetto Maria Luisa Latella, confermerebbero l’esistenza di «elementi oggettivi» che «suffragano il quadro indiziario della presenza di possibili situazioni di infiltrazioni mafiose […] tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società “Croce rosa Putrino srl”».

Secondo le verifiche effettuate su istanza dell’ufficio di Prefettura la ditta sarebbe vicina, per una serie di cause che si concatenano, alla cosca Iannazzo. La famiglia Putrino, oltre a lavorare in campo sanitario, con forti contatti all’interno dell’ospedale “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme, ha anche la ditta di onoranze funebri, “La Pietà”. Una legge proposta in terza commissione regionale Sanità vuole impedire che le onoranze funebri possano esercitare contemporaneamente in “mercati paralleli” come, appunto quello del 118. La ragione è facile da intuire: si vogliono evitare i monopoli di quelle ditte che si mettono a disposizione degli ospedali.

DOPO L’INTERDITTIVA Dopo l’interdittiva, la Croce Rosa è stata espulsa dall’appalto del servizio navetta dell’azienda ospedaliera Annunziata di Cosenza. Aveva creato un Rti (raggruppamento temporaneo d’impresa) con la “Tauro soccorso” di Gioia Tauro, di proprietà di un ex dipendente di Putrino. Ma dopo essere stata allontanata dal servizio la Tauro Soccorso è subentrata.

Alla Sacal, la società che gestisce l’aeroporto di Lamezia Terme, dopo avere appreso la notizia dell’interdittiva dai giornali, hanno chiesto conferma alla Prefettura sulla fondatezza della notizia. Conferma che è arrivata pochi giorni fa e che ha fatto partire, da parte della società aeroportuale, l’iter per interrompere la convezione con Sacal e fare subentrare al posto della Croce Rosa la ditta che si era classificata seconda nel corso dell’ultimo bando di gara.

Per quanto riguarda l’Asp di Catanzaro, non è chiaro quale decisione prenderanno i vertici, che ancora non si sono espressi. I bene informati affermano che la ditta continui ad essere chiamata dalla centrale operativa del 118.

L’ACCORDO QUADRO Nell’estate del 2016 quasi tutte le ditte di Catanzaro avevano dato vita a un consorzio, proponendosi al direttore generale dell’Asp, Giuseppe Perri, per coprire gratuitamente le 14 postazioni del Suem 118. Tra l’altro, c’è da sottolineare che, quando si sostituisce un’ambulanza del 118 Asp, la chiamata al privato costa circa 400 euro al giorno più 1,60 euro a chilometro.

Il consorzio, dopo l’offerta, non ha ottenuto nessuna risposta ma viene avvisato che è in corso di definizione un accordo quadro per l’affidamento del servizio. Procedura che verrà avviata, poi, nel 2017. Nel frattempo, il consorzio avanza altre richieste che rimarranno tutte inascoltate: propone che i suoi mezzi siano attivati con le stesse modalità della Croce Rosa Putrino e ancora propone di effettuare lo stesso servizio al 10% in meno di spesa. Nessuna risposta.

LE PROCEDURE A marzo 2017 viene pubblicata una prima procedura negoziata finalizzata alla conclusione dell’accordo quadro per l’affidamento del servizio ambulanze. Gli standard oggetto della procedura sono alti: tre ambulanze di classe A, dotate di termoculla e almeno due dei tre mezzi messi a disposizione devono essere a trazione integrale. Requisiti che difficilmente possono essere posseduti da una sola ditta. Così, per unire le forze e rientrare nell’accordo quadro, alcune ditte formano una Ats associazione temporanea di scopo. A maggio 2017 viene pubblicata una nuova procedura negoziata. Questa volta gli standard richiesti sono meno alti: tre ambulanze di tipo B, predisposizione per l’aggancio, il collegamento ad una termoculla già in dotazione all’Asp, e una delle tre ambulanze a trazione integrale.

A che punto è l’accordo quadro? Si attende la convocazione per l’apertura delle buste con l’offerta economica.

LA PROPOSTA DI LEGGE In commissione regionale Sanità è stata presentata la proposta di legge 280, sostenuta dai consiglieri Giuseppe Giudiceandrea, Sinibaldo Esposito e dal presidente della commissione Michelangelo Mirabello. Tra le altre cose la legge, voluta anche dal Cosfit (comitato spontaneo imprese funebri italiane), prevede che servizi dati in appalto da enti pubblici (come 118 servizio di emergenza, trasporto sangue, organi e dializzati e quant’altro), non possano essere conferiti alle ditte che hanno anche imprese funebri le quali non possono «esercitare attività in mercati paralleli» neanche tramite separazione societaria riconducibile a persone titolari di imprese funebri e/o a loro dipendenti. La ragione è facile da intuire: si vogliono evitare i monopoli di quelle ditte che si mettono a disposizione degli ospedali, creano addentellati con nosocomi privi di mezzi e personale, forniscono servizi, fanno favori, e si garantiscono un posto in prima fila nel mercato del caro estinto.

 

Alessia Truzzolillo

a.truzzolillo@corrierecal.it

 

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it

Massoneria, “in Sicilia e Calabria 200 iscritti coinvolti in inchieste di mafia”

IL Fatto Quotidiano, 13 Novembre 2017

Massoneria, “in Sicilia e Calabria 200 iscritti coinvolti in inchieste di mafia”

A scriverlo è sito del Corriere della Calabria che racconta il contenuto di un “rapporto riservatissimo”, consegnato dalla Guardia di Finanza a Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare Antimafia. Era stato sempre palazzo San Macuto a incaricare i vertici dello Scico delle Fiamme Gialle di acquisire la documentazione sui massoni siciliani e calabresi

di F. Q.

Sono circa duecento gli iscritti alla massoneria indagati, imputati o addirittura condannatiper reati di tipo mafioso. Una condizione molto diffusa in Sicilia e Calabria dove i massoni in queste pendenze giudiziarie ricoprono spesso ruoli di alto grado all’interno delle logge.  Un numero che raddoppia se si prendono in considerazione i reati contro la pubblica amministrazione. A scriverlo è sito del Corriere della Calabriache racconta il contenuto di un “rapporto riservatissimo“, consegnato dalla Guardia di Finanza a Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare Antimafia.

Era stato sempre palazzo San Macuto a incaricare i vertici dello Scico delle Fiamme Gialle di acquisire la documentazione sui massoni di Calabria e Sicilia. I militari, quindi, hanno sequestrato gli elenchi degli iscritti alle logge calabresi e siciliane delle associazioni massoniche Grande Oriente d’Italia, Gran Loggia Regolare d’Italia, Serenissima Gran Loggia d’Italia e Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. Gli elenchi, che coprono un periodo compreso tra il 1990 e il 2016, sono stati poi incrociati con i precedenti penali dei vari iscritti: il risultato è finito dentro il rapporto attualmente custodito nella cassaforte della presidente dell’Antimafia.

 

In precedenza la stessa commissione aveva convocato per una formale audizione i vertici delle varie logge, chiedendo loro di consegnare gli elenchi dei “fratelli“. Alcuni Gran Maestri avevano acconsentito, altri invece opposero un secco e netto rifiuto. L’uno marzo del 2017, quindi, la guardia di finanza ha fatto irruzione nelle sedi nazionali delle quattro Obbedienze che non avevano dato seguito alle richieste di palazzo San Macuto. “Abbiamo chiesto più volte le liste, per più settimane, indicando come termine ultimodi consegna lo scorso 8 febbraio” spiegava Claudio Fava, vicepresidente della commissione. “Ci siamo dati un altro mese di tempo – continuava – alla fine oggi all’unanimità la commissione ha deliberato di accogliere la proposta dell’ufficio di presidenza e di procedere al sequestro”.

Tra i gran maestri che più di tutti avevano dato battaglia per non consegnare gli elenchi c’era il numero uno della Gran Loggia d’Oriente, Stefano Bisi, “accusato da alcuni fuoriusciti – scrive il giornale calabrese – di avere allargato le maglie per l’iscrizione, soprattutto in Calabria, consentendo l’ingresso di elementi collegati con la ‘ndrangheta“. Bisi si rifiutò di consegnare i suoi elenchi in nome del diritto alla privacy. E quando poi alla fine era stato ordinato il sequestro aveva commentato con una dichiarazione infuocata l’arrivo dei finanzieri: “Oggi è stata commessa una palese discriminazione nei confronti di una istituzione libera e secolare come la Massoneria e c’è stata una grave violazione della democrazia e delle leggi dello Stato. Il sequestro degli elenchi dei liberi muratori del Goi appartenenti alle logge di Calabria e Sicilia da parte della Commissione Antimafia è un atto arbitrario e intimidatorio“.

Lo stesso Bisi si era fatto segnalare nel marzo scorso per una lettera indirizzata a don Luigi Ciotti. “Le sue parole ci feriscono e ci offendono. Le devo sinceramente dire che quella sua frase sulla massoneria accostata alla ‘ndrangheta, alla corruzione e all’illegalità mi ha personalmente ferito come uomo e come massone” scriveva il massone nella sua missiva. Il riferimento era alle parole pronunciate dal fondatore di Libera a Locri il 21 marzo scorso, in occasione della Giornata della memoria e del ricordo delle vittime della mafia. “Siamo qui perché amiamo la vita, per sostenere quella Calabria che non accetta di essere identificata con la `ndrangheta, la massoneria, la corruzione” aveva detto dal palco il sacerdote.

Un’intera famiglia dei Testimoni di Giustizia  Grasso-Franzè allocata dal Servizio Centrale Protezione

.Un’intera famiglia dei Testimoni di Giustizia  Grasso-Franzè allocata dal Servizio Centrale Protezione del Ministero dell’Interno in una sola stanza di pochi metri all’interno di un  complesso prima adibito a granaio,al freddo e senza riscaldamento. Ecco come il governo tratta  i Testimoni di Giustizia. Proteste dell’Associazione Caponnetto e dal 24 novembre sit in  pacifico ad oltranza davanti al Viminale

 

 

 

 

.

 

 

 

 

 

 

 

Associazione Nazionale  per la lotta contro le illegalità e le mafie

“Antonino Caponnetto”

“Altro” ed “Alto”

 

www.comitato-antimafia-lt.org                                 info@comitato-antimafia-lt.org

ass.caponnetto@pec.it

 

Tel. 3470515527

 

 

Roma,13.11.2017

 

 

Ministro Interno

On.Marco Minniti

ROMA

 

 

Sottosegretario Interno

Sen.Domenico Manzione

ROMA

 

 

Pres.Comm.Parl.Antimafia

On.Rosy Bindi

ROMA

 

 

 

OGGETTO:Testimoni di Giustizia

Coniugi Giuseppe Grasso-Francesca Franzè

 

 

 

 

Signor Ministro,

ancora una volta ci vediamo costretti ad intervenire per le  disastrose ed indecorose condizioni nelle quali sono stati costretti a vivere  i Testimoni di Giustizia all’oggetto nominati e la loro famiglia a causa di un comportamento ingiustificabile ed intollerabile del personale del Servizio Centrale Protezione del suo Ministero.

Condizioni che sono state constatate anche dagli agenti e funzionari del Commissariato della Polizia di Stato competente intervenuti sul posto.

4 persone adulte sono costrette a vivere in una sola stanza di pochi metri facente parte di un complesso  prima utilizzato come granaio,al freddo e senza riscaldamento.

La Signora Franzè é,peraltro,affetta da serie patologie che si stanno irrimediabilmente aggravando a causa delle condizioni disumane nelle quali vivono lei ed i suoi familiari.

Il predetto Servizio é da tempo informato di tutto ma tarda,malgrado le promesse  fatte ai predetti di spostarli in un appartamento idoneo,ad adottare gli interventi conseguenti.

Un comportamento davvero intollerabile e vergognoso che non può non essere che denunciato   e censurato fermamente dalla scrivente  segreteria.

Ci  spiace comunicarle,vista la perdurante insensibilità manifestata dai dirigenti e dal personale del predetto Servizio,che ,se entro 10 giorni a far data  da oggi la famiglia Frasso-Dranze’ non verrà sistemata in altro più idoneo appartamento, essa,accompagnata dal Segretario nazionale della scrivente Associazione ,verra’ a manifestare pacificamente e ad oltranza davanti al Ministero da lei presieduto.

Distinti saluti

IL SEGRETARIO NAZIONALE

Dr.Elvio Di Cesare

 

“Sansone”: sei rinvii a giudizio per la ‘ndrangheta di Villa San Giovanni

“Sansone”: sei rinvii a giudizio per la ‘ndrangheta di Villa San Giovanni

di Angela Panzera

Si dovranno presentare dinanzi al Tribunale reggino il 17 gennaio i sei imputati rinviati ieri a giudizio dal gup Filippo Aragona. Tutti sono coinvolti nell’inchiesta “Sansone”, l’inchiesta condotta dai Carabinieri nel dicembre dello scorso anno che ha decimato la cosca Condello, egemone nella periferia nord reggina, ma anche quelli della ‘ndrina Zito-Buda-Bertuca attiva a Villa San Giovanni. Attraverso il dibattimento quindi verranno giudicati Francesco Cellini, medico e professionista accusato di aver prestato favori ai clan, Pasquale Calabrese, Pietro Filoso, Sebastiano Fortugno, Francesco Scopelliti e Giorgio Saccà. Gli altri 49 imputati invece, hanno scelto di farsi giudicare con il rito abbreviato e per loro il processo continuerà l’undici gennaio quando si registrerà la requisitoria dei pm antimafia Walter Ignazitto e Giuseppe Lombardo.

Le persone coinvolte nell’inchiesta sono accusate a vario titolo, di associazione mafiosa, detenzione illegale di munizioni ed armi comuni e da guerra, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento personale, ma anche minaccia, danneggiamento e incendio, reati tutti aggravati dall’aver agevolato la ‘ndrangheta. L’indagine “Sansone” ha anche smantellato la rete dei fiancheggiatori che hanno permesso al boss Domenico Condello, soprannominato “Micu u pacciu”, di trascorrere una latitanza durata oltre 20 anni. Il suo arresto risale al 10 ottobre del 2012. La Dda avrebbe fatto luce inoltre, su almeno venti episodi estorsivi. Lavori piccoli, ma anche grandi opere pubbliche e private che in alcuni casi superavano il mezzo milione di euro, le cosche pretendevano che gli imprenditori si piegassero alle loro richieste. Ma non sempre gli imprenditori erano vittime. Ad essere accusati di associazione mafiosa sono i cugini Domenico e Pasquale Calabrese, per gli inquirenti gravitanti nell’orbita degli Zito-Bertuca. «Nella loro veste, è scritto nel fermo dell’indagine “Sansone”, di soggetti imprenditoriali attivi nel settore dell’edilizia residenziale e non, oltre che nel settore delle pulizie, della disinfestazione, derattizzazione e sanificazione, hanno il compito di scrutare il panorama economico e di riferire al sodalizio di ogni nuova iniziativa affinchè i vertici facciano pervenire le richieste estorsive; Inoltre, sulla base di precisi accordi con il capo cosca Pasquale Bertuca si impegnavano a conferire – autonomamente ed automaticamente – parte dei guadagni e degli utili di impresa al sodalizio, senza sottostare ad alcuna forma di imposizione, ricevendone in cambio protezione». Per i pm i cugini Calabrese sono due imprenditori che sono vicino agli ambienti malavitosi tanto da poterli definire «pienamente partecipi degli assetti mafiosi ed assolutamente intranei alla cosca Zito-Bertuca». Tra gli imputati compare anche il medico Francesco Cellini. Il professionista ricopriva la carica di legale rappresentante della “Anphora” la cooperativa sociale che gestiva la clinica “Nova Salus” di Canitello, sequestrata dai Carabinieri su ordine della Dda guidata da Federico Cafiero De Raho. Cellini è indagato per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. All’esito del blitz “Sansone” condotto contro le cosche Condello, Zito e Bertuca, la Dda reggina aveva chiesto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Per il gip distrettuale Antonino Laganà però non c’erano gli estremi giuridici affinché l’indagato venisse arrestato. Il sequestro però della struttura all’epoca risultó assolutamente necessario. «La condotta di Cellini- scriveva il gip nell’ordinanza- si presenta reiterata e di consistenza tale da meritare l’attivazione dell’apposito procedimento di prevenzione personale e reale, ma non di tale gravità da integrare il delitto contestato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per quanto emerge dagli atti, non è qui messa in discussione l’esistenza di un “sinallagma” tra i “servizi” resi al gruppo e i correlativi vantaggi dallo stesso ottenuti, ma non si apprezza “l’entità” del contributo operato dalla condotta dell’indagato ai fini di consolidamento e sviluppo della cosca Bertuca tale da integrare l’ipotesi concorsuale». Il gip però non si risparmió e stigmatizzó il comportamento tenuto dal medico che per molto tempo, secondo i pm Ignazitto e Lombardo, avrebbe aiutato alcuni esponenti delle cosche reggine e di Rosarno, nonché avrebbe visitato i latitanti Giovanni e Pasquale Tegano, ad uscire dal carcere attraverso il ricovero presso la sua clinica. «Non pare esservi dubbio dell’assoluta consapevolezza dell’indagato- chiosava il gip- di rapportarsi e favorire la cosa Bertuca ( e gli altri interessati che a questa si rifanno per gli stessi fini) sia alla luce dell’affermazione indicata per cui sono primariamente interessati a recarsi presso la clinica gestita dall’indagato solo i soggetti detenuti in carcere ( e non certamente chi à già ai domiciliari) senza contare che Cellini si rapporta non solo con i fratelli Bertuca, ma anche con altri “sodali del gruppo” (Liotta per esempio) a cui chiede all’occorrenza “favori” quale univoco segno della consapevolezza dell’indagato di agire con compartecipi del gruppo Bertuca-Zito(..)La cosa “ancora più grave”- che legittima l’urgente attivazione della procedura di prevenzione, sono poi i “faori ( di natura non meglio specificata) che il Cellini richiede ai Bertuca (e ai sodali della cosca) laddove Liotta “riprende” il medico “ricordandogli” che non si possono assumere due atteggiamenti diversi quando si “chiede” e quando di contro “si dà” ( Liotta: oggi si ricorda e domani si dimentica?). E ancora si devono sottolineare gli “omaggi” che in occasione delle festività Cellini è solito ricevere dal vertice “in persona” della cosca». Comportamenti gravi quindi, ma che per il gip non furono sufficienti a spedirlo in galera. Durante l’interrogatorio svoltosi davanti al gip, subito dopo il fermo eseguito dai militari dell’Arma del comando provinciale reggino, uno degli indagati decise di intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia. L’indagato Vincenzo Cristiano, infatti diventó a tutti gli effetti un “pentito” è attualmente si trova inserito all’interno di un programma di protezione. Anche per Cristiano i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio. Vincenzo Cristiano, detto “Enzo”, è accusato di essere un uomo del clan Zito-Buda-Bertuca attivo a Villa San Giovanni e dintorni. L’accusa mossa nei suoi confronti è quella di associazione mafiosa in particolare, si legge nelle carte dell’inchiesta “Sansone”, di essere un «partecipe dell’assetto mafioso facente capo alla cosca Zito-Bertuca, con il compito di trasmettere- su disposizione del Bertuca- i messaggi della cosca agli imprenditori cui veniva richiesto il pagamento del pizzo e di curare le relazioni con gli affiliati alla cosca Codello, al fine di procurare degli incontri chiarificatori fra i referenti delle due cosche di ‘ndrangheta, per concordare il riparto dei proventi illeciti ed evitare una duplicazione delle richieste estorsive». In buona sostanza faceva da trait d’union fra le due ‘ndrine. Il tutto per evitare di chiedere due volte le estorsioni agli imprenditori che le cosche avevano scelto di vessare. Adesso quindi i due tronconi processuali, dell’inchiesta che ha riguardato le cosche di Villa San Giovanni e dintorni, entra nel vivo.

Venerdì, 10 Novembre 2017

fonte:http://ildispaccio.it

BANCO NUOVO | La parabola criminale dei Cumps

BANCO NUOVO | La parabola criminale dei Cumps

BANCO NUOVO | La parabola criminale dei Cumps

La storia dell’ascesa delle nuove leve di ‘ndrangheta nella Locride. Che da impacciati malviventi si sono trasformati in un gruppo armato alle dipendenze del clan Morabito. E il potere veniva veicolato grazie a Facebook

8 novembre 2017

REGGIO CALABRIA Su Facebook, per firmare gli sms, o al telefono si definivano Cumps. Cumpari, ma all’americana. O in alternativa, fratelli e amici di sangue. Di certo, si proclamavano uniti da vincoli indistruttibili e da un’unica, comune missione: farsi strada nel mondo criminale di Africo. Un cammino che oggi li ha portati dietro le sbarre. Quando inquirenti e investigatori hanno iniziato a seguire Alessio e Nicola Falcomatà, Paolo e Stefano Benavoli, Vincenzo Toscano, Daniele Manti e gli altri che gravitavano loro attorno, molti del gruppo erano a stento maggiorenni. Ma già affamati di gloria criminale.

ERRORI DA PRINCIPIANTI I primi passi li hanno mossi in maniera più che goffa. Illusi di poter rivendicare un personale dominio di ‘ndrangheta sulla propria contrada, arginando così le ingerenze degli africoti, più di un guaio lo hanno fatto. Si sono presentati dal direttore dei lavori di un cantiere controllato dagli africoti, pretendendo di sostituirli nelle forniture di cemento, rimediando solo una sonora tirata d’orecchie dal padre di uno di loro, immediatamente allertato dal professionista cui si erano rivolti. In un’altra occasione, quando hanno deciso di provare delle armi, hanno sparato alla motopala sbagliata, finendo con il dover risarcire il proprietario del mezzo finito con il radiatore bucato.

E TIRATE D’ORECCHIE Sbandieravano ai quattro venti che «da ora in avanti vediamo, non c’è né Africo, né Motticella e né niente», perché – a loro dire – «qua d’ora in avanti si deve dare conto». Ma l’unico risultato che nel tempo hanno ottenuto è stata una pioggia di telefonate a familiari e parenti, generalmente messi sull’avviso dai per nulla intimiditi destinatari delle estorsioni, già sotto l’ala dei Morabito. «Stai attento che tuo figlio così lo scorci (lo perdi)», ha detto uno al padre di uno dei più attivi e carismatici fra gli aspiranti boss.

TALENTO CRIMINALE Tuttavia, tanta “verve” ha colpito nel segno. E i Morabito, i fratelli Giovanni e Bartolo, meglio noto come Babà, nipotini del Tiradritto – che di Africo e delle zone limitrofe, Brancaleone inclusa, sono sempre stati i padroni – hanno voluto “premiare” il “talento criminale” li hanno presi sotto la propria ala. Tanto è bastato perché gli odiati nemici diventassero dei veri e propri guru, nei confronti dei quali mostrare quasi venerazione. Soprattutto nei confronti di Babà, che ha finito per far loro da balia (criminale, ovviamente). Era – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – «il punto di riferimento di questi giovani che lo riveriscono, lo tengono nella massima considerazione, lo informano di tutto, gli fanno da autista, atteso che gli è stata ritirata la patente e sono pronti ad ubbidirgli ciecamente».

Con lui – annotano gli investigatori – i cumps finiscono per fare riunioni regolari, ma si fanno anche vedere in giro insieme, negli stabilimenti balneari di lusso come al ristorante o nei locali. In cambio, per conto dei Morabito inizieranno a nascondere e vegliare su parte dell’arsenale del clan.

L’INSOSPETTABILE ARMIERE Armi che hanno fatto finire nei guai anche uno di loro, Paolo Benavoli, insospettabile figlio di una famiglia fino ad allora considerata espressione della cosiddetta “Brancaleone bene”. In realtà, ha spiegato il pentito Maviglia, da tempo il padre, noto imprenditore del luogo, non solo era in contatto con i clan, ma era persino affiliato e con una carica importante. Un insospettabile, finito nei guai e stanato proprio grazie all’esuberanza criminale del figlio. A causa delle armi che Benavoli jr nascondeva, il padre è finito dietro le sbarre. E nulla ha ottenuto il diretto interessato presentandosi spontaneamente in Questura per giurare e spergiurare che le armi fossero sue, se non di finire in carcere anche lui.

LA LITURGIA DEI CUMPS Uno scivolone che non ha spaventato per nulla il gruppo, anzi sembra quasi averlo reso più sfrontato e coeso. I “cumps” hanno continuato a organizzare feste e “mangiate”, a mostrarsi contenti, ai tavoli dei locali, circondati da bottiglie, a cavallo sulla spiaggia o pronti a sfrecciare sulla moto ad acqua. Ma soprattutto pronti a proclamare nelle strade e su Facebook il proprio credo criminale, disquisendo di omicidi, detenzioni e falsi rispetti. «Uno se ha 4 pistole vuol dire che il rispetto è quello…, non si scherza, tu vai in una lite e non andare armato e vedi come ti combinano…, compare Condello una botta ha sparato a Bruzzano e sono andati via tutti, hai capito…, “U ferru” ( lett.) detta legge, possono pensare che cazzo vogliono», proclama uno. Si dicono perseguitati dalle forze dell’ordine, ma – sono convinti – più di uno di loro riuscirebbe a incutere nelle divise un sacro terrore. «Fottitene tu – dice uno di loro, intercettato – che Stefano non è stupido, che Stefano, avanti a lui non parlano che hanno paura; infatti ieri quando è arrivato Stefano gli ho detto “Ah cazzo, con Stefano non parlate?”». Una liturgia officiata pubblicamente, tanto nelle piazze e nelle strade, come sui social. E che ha fatto proseliti. In tanti a Brancaleone hanno iniziato nel tempo a rivolgersi ai Cumps in caso di furti, scippi, sgarbi o problemi, come se nelle loro mani stesse la facoltà di gestire l’ordine pubblico.

MESSAGGI VIRTUALI «I social network – riflette il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – sono diventati ormai un veicolo di comunicazione anche delle ideologie mafiose. Ritengo sia un dato allarmante nella misura in cui il criminale entra in contatto con un numero enorme di utenti in uno spazio virtuale che non veicola solo buoni sentimenti ma diviene sempre più il luogo da sfruttare per allargare gli orizzonti della intimidazione diffusa perseguita dalle mafie moderne».

E la parabola dei Cumbs, dalle strade reali a quelle digitali, lo dimostra.

«La ‘ndrangheta sa che la forza di intimidazione per essere tale deve essere veicolata verso le potenziali vittime. E sa bene che solo l’utilizzo delle nuove forme di comunicazione è in grado oggi di garantire tale risultato su larghissima scala. Ecco spiegata la ragione per cui è necessario usare Facebook o altri strumenti similari. Sanno di correre il rischio di fornire a noi elementi di prova a loro carico. Nonostante questo sono consapevoli che il vantaggio che ne deriva è di grandissima ampiezza, tanto da spingerli ad agire lo stesso. Ovviamente non si tratta di una intimidazione virtuale. È virtuale solo lo spazio comunicativo che viene usato. Le armi e le condotte delittuose sono reali, come dimostra l’indagine svolta».

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

 

Sequestro da 5 milioni alla cosca Rango-Zingari

Sequestro da 5 milioni alla cosca Rango-Zingari

Sequestro da 5 milioni alla cosca Rango-Zingari

I destinatari sono Antonio Intrieri e Domenico Mignolo, entrambi già condannati per associazione mafiosa poiché ritenuti ai vertici della cosca cosentina. Il sequestro, su richiesta della Dda di Catanzaro, ha riguardato immobili, società, rapporti bancari e automezzi

 

Martedì, 07 Novembre 2017

 

COSENZA La Guardia di Finanza di Cosenza ha sequestrato su disposizione del Tribunale di Cosenza un patrimonio di oltre 5 milioni di euro riconducibile a due affiliati di spicco della cosca Rango-Zingari, Antonio Intrieri e Domenico Mignolo. Le Fiamme Gialle del Nucleo di Polizia Tributaria di Cosenza hanno dato esecuzione alla misura di prevenzione patrimoniale, emessa dal Tribunale di Cosenza – Sezione Misure di Prevenzione. Il sequestro è avvenuto su richiesta dalla Dda di Catanzaro diretta dal procuratore Nicola Gratteri, a seguito di un’articolata e complessa attività di accertamento antimafia svolta dalla Guardia di Finanza di Cosenza, e coordinata dal procuratore Aggiunto Giovanni Bombardieri e dal sostituto procuratore Camillo Falvo.

La normativa antimafia prevede l’applicazione delle misure di prevenzione anche patrimoniali a carico di soggetti ritenuti, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi ovvero che, per la loro condotta ed il tenore di vita, debba ritenersi che vivano abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuosa. Intrieri ritenuto ai vertici della cosca Rango – Zingari, è stato condannato a 14 anni di reclusione per associazione mafiosa e reati connessi nel 2016 emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro ed attualmente detenuto, in attesa di giudizio. Su di lui grava altresì la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di residenza, ancora da scontare poiché detenuto.

Mignolo, ritenuto anch’egli ai vertici della cosca, risulta condannato a 14 anni di reclusione sempre per associazione mafiosa e reati connessi ed è condannato anche a 18 anni di reclusione per omicidio. Lo stesso attualmente è detenuto ed è sottoposto al regime penitenziario del 41 bis. Anche su di lui grava la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di residenza, ancora da scontare poiché detenuto. Il sequestro è stato possibile grazie anche al lavoro certosino svolto dai finanzieri calabresi del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di finanza di Cosenza, che, sotto la direzione della Dda di Catanzaro, hanno svolto accertamenti patrimoniali nei confronti degli appartenenti la cosca condannati nonché dei loro prossimi congiunti, esaminando e approfondendo le variazioni patrimoniali nell’arco temporale dal 1986 al 2016.

Il lavoro svolto ha evidenziato una netta sproporzione delle movimentazioni economico-finanziarie in uscita (spese) rispetto agli esigui redditi dichiarati (entrate), non sufficienti a soddisfare le primarie esigenze di vita. L’esecuzione del provvedimento ha portato al sequestro dei seguenti beni intestati riconducibili ai due detenuti: 2 fabbricati; 1 appezzamento di terreno; 2 società con relativo complesso aziendale; 2 fabbricati; 4 quote di partecipazione di società intestate o riconducibili ai due detenuti; 2 associazioni sportive dilettantistiche; 1 appezzamento di terreno; 8 automezzi; diversi rapporti bancari, per un valore complessivo stimato di oltre 5 milioni di euro.

 

Fonte:http://www.corrieredellacalabria.it

Si sentivano i padroni assoluti.In galera

REGGIO CALABRIA – Tra Africo, Brancaleone e Bruzzano Zeffirio ogni appalto era cosa loro. E per rivendicarne l’esclusiva proprietà non hanno esitato persino a fare irruzione durante una riunione di Giunta e minacciare sindaco e vicesindaco, diffidandoli dall’assegnare ad altri appalti e lavori. Così, almeno fino al marzo 2015 ha funzionato l’amministrazione di Brancaleone, piccolo centro della provincia jonica del reggino, per anni preda di capi e gregari di due nuove articolazioni di ‘ndrangheta, i “Cumps” e il “Banco Nuovo”, oggi tutti finiti in manette. Su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dei pm Antonio De Bernardo, Simona Ferraiuolo e Francesco Tedesco, all’esito di un’indagine congiunta della Squadra mobile di Reggio Calabria e del Comando provinciale dei carabinieri, in 32 questa mattina sono finiti in carcere, in 7 ai domiciliari e 11 sono stati destinatari di una misura di obbligo di dimora perché accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, illecita concorrenza con violenza e minaccia, turbata libertà degli incanti, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi clandestine e munizionamento, ricettazione, tutti aggravati dal metodo mafioso.

“La maggior parte degli arrestati sono giovani, se non giovanissimi. Si sentivano i padroni assoluti e incontrastati” commenta il procuratore capo della Dda di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, “con arroganza senza pari imponevano il proprio dominio su appalti e lavori, ma non solo. Quello che questa indagine racconta sono le nuove manifestazioni attraverso cui la ‘ndrangheta esercita il controllo del territorio”. Eredi di clan storici come i Morabito “Tiradritto” e i Palamara -Scriva, le nuove leve hanno ereditato dalle vecchie generazioni la protervia. Ma rispetto agli anziani che della strategia del “basso profilo” hanno fatto il proprio marchio di fabbrica, si sono pronti ad affermarla con spudoratezza senza pari.


Figli dell’era digitale, i giovani boss non si limitavano a mostrarsi nelle strade, ma anche sui social network, dove senza timore non esitavano a ritrarsi armati fino ai denti come i protagonisti delle serie tv. “Un modo per autocelebrarsi – spiega un investigatore – ma anche per mandare un messaggio chiaro ai coetanei: qui comandiamo noi”. Peccato però che quella spudoratezza alle nuove leve dei clan sia costata cara. Foto e post pubblicati su facebook sono diventate prove a carico del “Banco nuovo” e dei “Cumps” (abbreviazione americanizzata di “compari”), attivi in Calabria, ma che già da mesi si erano fatti notare nell’hinterland milanese, terra di conquista del nipote del boss Giuseppe Morabito, il “Tiradritto”.

Come il nonno, i nipoti del capo passato alla storia per determinazione criminale e ferocia non si fermavano davanti a niente. E sebbene con nuovi, eclatanti metodi, hanno affermato le proprie pretese su appalti e lavori pubblici, che nella provincia jonica reggina rimangono la più grande industria. “Non si limitavano a interferire con l’attività del Comune. Più volte – e di questo ne abbiamo cognizione fino al marzo 2015 – si presentavano dalle ditte titolari di questo o quel lavoro pretendendo che lo abbandonassero e lo lasciassero a loro” spiega il procuratore Cafiero de Raho. “Anche per quanto riguarda i lavori in ambito privato, grazie a dipendenti e funzionari pubblici corrotti, per i clan c’era campo libero”. Agli arresti è finito infatti anche Domenico Vitale, responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune, secondo quanto emerso dall’indagine, gola profonda dei clan all’interno dell’amministrazione e principale interlocutore quando servivano autorizzazioni e permessi per questo o quel lavoro. Alle giovani leve, nulla veniva negato. Anche perché identica al passato era la capacità di intimidire e, se necessario, di far male. In mano ai nuovi picciotti, come padri e nonni impegnati anche nel tradizionale business del traffico di droga,

è stato trovato un vero e proprio arsenale di armi e munizioni, che si sono dimostrati pronti a utilizzare. E forse non solo in Calabria. Questa mattina, perquisizioni e sequestri sono stati eseguiti anche in Lombardia e Liguria, nuove colonie di un vecchio regno basato sul terrore.

Catanzaro, nuovi pm già al lavoro su 800 fascicoli.FRA TANTE BRUTTE NOTIZIE ANCHE UNA BELLA

Catanzaro, nuovi pm già al lavoro su 800 fascicoli

Dopo i festeggiamenti lampo gli uffici giudiziari del capoluogo sono un cantiere aperto. Ai sei magistrati di prima nomina si aggiungeranno presto due nomi di spessore per la Procura antimafia. E c’è anche chi ha deciso di stare molto lontano da casa pur di lavorare in Calabria

Venerdì, 03 Novembre 2017

CATANZARO Dietro le quinte di una delle giornate più importanti per la Procura di Catanzaro, che ha visto implementare il proprio organico di sei nuovi componenti, ci sono festeggiamenti lampo e una parola d’ordine: lavoro. E ci sono anche numeri non da poco: 800 fascicoli da distribuire che alleggeriranno le già oberate scrivanie dei sostituti procuratori. Ma il fermento intorno agli uffici catanzaresi non si ferma qui. Due nuovi magistrati di esperienza sono in arrivo per rinfoltire le forze della sezione antimafia mentre i lavori, e le attese, fervono intorno alla nuova sede della Procura che sorgerà nell’area dell’ex carcere militare. E poi ci sono le storie, di chi poteva avere vita facile sotto casa e invece ha scelto la trincea di una Procura “tosta”. Ma procediamo con ordine.

I NUOVI PM Da giovedì la Procura di Catanzaro ha accolto nel proprio organico sei nuovi sostituti. Un investimento notevole da parte del ministero della Giustizia che, insieme al capitale umano, si è adoperato per dotare la Procura di uffici, computer e personale. I nuovi giovani pm sono già stati destinati all’ordinario che comprende le sezioni economia, pubblica amministrazione e fasce deboli. Nel giorno del loro insediamento, circondati da parenti eleganti ed emozionati, i tempi per i festeggiamenti sono stati contingentati in maniera quasi militare, cronometro alla mano: l’urgenza era quella di sedersi attorno a un tavolo con il procuratore capo Nicola Gratteri e gli aggiunti Giovanni Bombardieri e Vincenzo Luberto. Ottocento fascicoli sono stati distribuiti ai nuovi arrivati, 400 noti e 400 non noti, già firmati dal procuratore capo. La procura ordinaria sarà presto coordinata dal nuovo aggiunto Vincenzo Capomolla, scelto all’unanimità dal Plenum del Consiglio superiore della magistratura a metà ottobre e che prenderà servizio dopo la pubblicazione della nomina in Gazzetta ufficiale. Capomolla sarà, inoltre, responsabile dei procedimenti riguardanti i magistrati in riferimento ai distretti di Reggio Calabria e Potenza.

POTENZIATA LA DDA Ai sei magistrati di prima nomina, si aggiungeranno presto due nomi di prestigio che andranno a far parte della Direzione distrettuale antimafia: Antonio De Bernardo, già pm alla Dda di Reggio Calabria e Paolo Sirleo, magistrato proveniente dall’ispettorato generale del ministero della Giustizia. All’antimafia passerà anche Annamaria Frustaci, arrivata dalla Dda di Reggio Calabria lo scorso anno.

LAVORI IN CORSO Fascicoli e progetti invadono in questi giorni la scrivania del procuratore Nicola Gratteri. Ci sono i lavori per la nuova Procura: il progetto presentato dovrebbe andare in appalto a gennaio. Ma c’è anche da fare posto, nell’immediato, ai nuovi arrivati. E così via a spostare le sale per le intercettazioni, accorpare settori, ottimizzare gli spazi. Chi lo ha incontrato ad agosto ha spesso dovuto seguire Nicola Gratteri di corsa per i corridoi con ordini per le maestranze, fascicoli da etichettare, spostamenti da eseguire.

DA BRESCIA A CATANZARO Giovane, brava, una delle prime classificate nel concorso in magistratura è di Brescia. Nella sua città c’erano sette posti liberi. Una scelta che poteva essere comoda e rassicurante la sua. Invece no. Ha scelto Catanzaro, molto lontano dal suo territorio, un distretto difficile per il quale negli anni passati non era facile trovare “volontari”. Ma non per la giovane nuova pm che ha fatto una scelta decisa: vuole lavorare con Nicola Gratteri in un territorio in cui il lavoro duro non mancherà. Ma, come ha detto nel giorno dell’insediamento il suo nuovo capo: «Questo posto vi segnerà come un mal d’Africa. Proverete emozioni, paura, bocca amara quando non saprete cosa fare. Ma la mia porta e quella di tutti i colleghi saranno sempre aperte».

 

 

Alessia Truzzolillo

a.truzzolillo@corrierecal.it

 

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it

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