Appelli

Firma l’appello contro la violenza sessuale

“Era troppo disinvolta”

Quando la finiremo di puntare il dito contro chi subisce uno stupro?

 

La recente decisione della Corte di appello di Milano di ridurre la pena a un uomo accusato di sequestro e stupro della ex convivente è inaccettabile. Nella motivazione si fa riferimento al fatto che l’uomo “era esasperato dalla condotta troppo disinvolta della donna“.

 

Il sesso senza consenso è stupro. Punto e basta.

FIRMA L’APPELLO

Cambiare la legge è necessario. ORA

La recente sentenza non è un caso isolato. In Italia, nel febbraio 2018 i dati della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e violenza contro le donne hanno evidenziato che circa il 50 per cento dei processi per questo tipo di reati si conclude con l’assoluzione degli imputati.

 

Una mancanza di giustizia influenzata da un codice penale inadeguato perché fa riferimento ad una definizione di stupro basata esclusivamente sull’uso della violenza, della forza, della minaccia di uso della forza o della coercizione.

 

L’introduzione del principio del consenso nella nostra legislazione contribuirebbe a garantire il pieno accesso alla giustizia alle vittime di violenza sessuale.

FIRMA ORA

Fonte:www.amnesty.it

Decreto “antiscarcerazioni”, rientrano tutti in cella i boss al 41 bis

Decreto “antiscarcerazioni”, rientrano tutti in cella i boss al 41 bis

Col rientro in carcere di Pasquale Zagaria sono tornati in cella, per effetto del decreto ‘antiscarcerazioni’ voluto dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, tutti i boss sottoposti al regime di 41 bis che erano stati scarcerati durante l’emergenza Covid: gli altri erano Francesco Bonura – esponente di Cosa Nostra, vicino a Bernardo Provenzano – e Vincenzino Iannazzo, boss della ‘ndrangheta del clan omonimo di Lamezia Terme.

Quest’ultimo era rientrato all’inizio di giugno, Bonura, invece, a fine giugno.

22 Settembre 2020

Fonte:https://ildispaccio.it/

DIRTY GLASS. INTERROGATI IANNOTTA, ALTOMARE E DE GREGORIS: TUTTI E TRE NON RISPONDONO

DIRTY GLASS. INTERROGATI IANNOTTA, ALTOMARE E DE GREGORIS: TUTTI E TRE NON RISPONDONO

Operazione “Dirty Glass”: primi interrogatori e stesso risultato, tutti muti davanti al giudice dell’indagine preliminare a cominciare da Luciano Iannotta

DI REDAZIONE

18 SETTEMBRE 2020

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Luciano Iannotta e i suoi due partner più stretti (almeno fino al 2018), Luigi De Gregoris e Natan Altomare, arrestati mercoledì nell’ambito dell’operazione denominata “Dirty Glass”.

L’interrogatorio di garanzia, svolto dai gip Minunni e Muscolo, è avvenuto presso il carcere di Velletri dove i tre sono detenuti.
Solo Altomare che comunque si è rifiutato di rispondere ha rilasciato dichiarazioni spontanee sostenendo di essere estraneo alle accuse. All’interrogatorio erano presenti anche i pubblici ministero Claudio De Lazzaro e Luigia Spinelli che avevano imbastito nella fase iniziale l’inchiesta, insieme ai colleghi Corrado Fasanelli e Barbara Zuin della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.

La prossima settimana saranno ascoltati gli indagati che si trovano agli arresti domiciliari.

 

fonte:https://latinatu.it

Corruzione, l’Antimafia sequestra 4 aziende a Latina. Undici arresti, c’è anche carabiniere del caso Consip

LA Repubblica, 16 Settembre 2020

Corruzione, l’Antimafia sequestra 4 aziende a Latina. Undici arresti, c’è anche carabiniere del caso Consip

Ai domiciliari Alessandro Sessa, colonnello dell’Arma, in passato comandante della compagnia carabinieri di Latina e poi approdato al Noe, è stato coinvolto nel caso Consip e poi prosciolto. Indagato anche l’imprenditore Luciano Iannotta, da tempo al vertice in provincia di Latina della Confartigianato

di CLEMENTE PISTILLI

Imprenditori senza scrupoli, faccendieri, criminali comuni e anche pubblici ufficiali. Tutti uniti nel segno di affari sporchi tra la capitale e il capoluogo pontino, partendo dalla commercializzazione del vetro per poi collezionare reati fiscali, tributari, fallimentari, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, intestazioni fittizia di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accessi abusivo a sistemi informatici, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale, turbativa d’asta, e pure sequestro di persona e detenzione e porto di armi da fuoco. Al culmine di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma la polizia sta eseguendo 11 misure cautelari e sequestrando 4 società attive proprio nella commercializzazione del vetro. E tra gli arrestati spicca il nome di Alessandro Sessa, colonnello dell’Arma, in passato comandante della compagnia carabinieri di Latina e poi, una volta approdato al Noe, coinvolto nel caso Consip, tra depistaggi e falsi per colpire la famiglia dell’ex premier Matteo Renzi, accuse quest’ultime da cui è però stato prosciolto.

L’inchiesta, denominata “Dirty glass”, ha portato gli investigatori a scoprire “una qualificata rete di relazioni” attraverso cui gli indagati, in larga parte imprenditori della provincia di Latina e altri di origini campane, avrebbero gestito le proprie attività commerciali realizzando profitti illeciti acquisendo asset distratti da società commerciali in dissesto, dalla turbativa di procedimenti di esecuzione e da attività di riciclaggio di proventi di attività delittuose. Grazie anche a una serie di attività tecniche di intercettazione, la squadra mobile di Latina ha poi fatto luce sull’utilizzo appunto di appartenenti alla pubblica amministrazione a disposizione degli indagati, che gli inquirenti definiscono sistematico, per consentire agli altri indagati di mandare avanti il sistema illecito. Uomini dello Stato come Sessa, un poliziotto e un ex comandante della stazione dell’Arma di Sezze, che avrebbero acquisito informazioni coperte da segreto d’ufficio e “strumentali a proteggere le imprese criminali da eventuali indagini di polizia giudiziaria”.

Gli inquirenti definiscono infine notevole la capacità degli indagati di relazionarsi con appartenenti al mondo della criminalità organizzata, in particolare per risolvere eventuali contrasti con altri imprenditori, “avvalendosi della forza di intimidazione, derivante dall’appartenenza di tali soggetti a clan autoctoni di natura mafiosa nel territorio di Latina. Molti del resto i punti di contatto tra l’inchiesta “Dirty glass” e le indagini sul clan di origine nomade Di Silvio.

Il principale indagato è invece l’imprenditore Luciano Iannotta, di Sonnino, con diversi precedenti alle spalle e nonostante ciò da tempo al vertice in provincia di Latina della Confartigianato. Oltre a Iannotta, che è anche presidente del Terracina Calcio, in carcere sono stati messi l’imprenditore Luigi De Gregoris, 48 anni, impegnato anche nel porto di Sperlonga con società più volte oggetto di indagini, Natan Altomare, 44 anni, già coinvolto nell’inchiesta sulla criminalità rom denominata Don’t touch, da cui è però uscito pulito, che dopo essere stato per un periodo il braccio destro di Iannotta è entrato in rotta di collisione con quest’ultimo, reclamando anche il pagamento di alcuni stipendi, in particolare dopo che al suo posto il presidente di Confartigianato aveva scelto un pregiudicato appena uscito dal carcere per omicidio, e Pasquale Pirolo, 71 anni. Ai domiciliari, invece, oltre al colonnello Sessa, l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Sezze, il maresciallo Michele Carfora Lettieri, Antonio e Gennaro Festa, 61 e 35 anni, e Thomas Iannotta, 25 anni, figlio di Luciano. Divieto di dimora in provincia di Latina infine e sospeso dal pubblico ufficio il poliziotto Stefano Ivano Altobelli, di Sonnino.

Indagato a piede libero, per corruzione, anche un impiegato della Corte dei Conti, Fabio Zambelli, accusato di corruzione per aver accettato la “promessa” di 50mila euro, il 5% del valore di una tangente, per mettere a disposizione dei soggetti coinvolti nella corruzione di un funzionario regionale una stanza all’interno dell’ufficio giudiziario in viale Mazzini, dove volevano “trattare riservatamente” la corresponsione di mazzette per aggiudicarsi nel maggio 2018 un appalto della Regione Lazio.

Indagato a piede libero anche un finanziere dell’aeroporto di Fiumicino, Luigi Di Girolamo, accusato di aver effettuato, il 20 giugno 2018, un accesso abusivo alla banca dati interforze, su richiesta di Iannotta, per fare dei controlli su due persone e due targhe.

Proprio nelle indagini sul clan di origine nomade, intercettato Gianluca Di Silvio, figlio del presunto boss Armando Lallà, parlando con un imprenditore dice, riferendosi all’intervento di Iannotta: “mo’ perché era Luciano, se era un’altra persona che ti dovevo fare io a te? Ti dovevo dare direttamente una botta in testa e buttarti in mezzo ai maiali”. Lo stesso il pentito Agostino Riccardo, “‘o sai perché… io co’ Luciano non posso strillà? Perché io c’ho un’operazione in piedi co’ lui, non sto a scherzà”. E così Renato Pugliese, anche lui collaboratore di giustizia e figlio del boss Costantino Cha Cha Di Silvio: “Ma secondo te, pe’ cinquanta sacchi va a perde venti milioni? Armà, ma se quel ragazzo, Luigi, scappa c’ha un patrimonio de venti milioni de euro. Secondo te Luciano se fa solà venti milioni? Quello va là, sai che dice? Luì hai trovato l’accordo co’ sti ragazzi. Quanto è? Cinquanta? Qua c’avemo cose da venti milioni, dammi sti cinquanta e basta!”.

Un uomo potente, che ama ostentare ricchezza, al punto di aver realizzato uno zoo attorno alla sua villa di Sonnino, e che sinora era riuscito a evitare grane giudiziarie pesanti. Ma le grane per lui sono arrivate questa mattina con un ordine di arresto firmato dal gip di Roma.

La straordinaria storia di Don Pino

La straordinaria storia di Don Pino

9 Settembre 2020

Esponente del clero siciliano più avanzato e coraggioso”, Padre Giuseppe Puglisi “era divenuto, al pari di altri preti di frontiera impegnati nelle attività sociali, un sacerdote di trincea che aveva trasformato la sua chiesa in una prima linea nella lotta alla mafia; esprimeva l’immagine di un clero isolano non più timido ed impacciato nelle prese di posizione contro il potere mafioso, bensì risoluto e battagliero nella coerenza evangelica e nella testimonianza di fede, ed impavido nel mobilitare la comunità e favorire il risveglio delle coscienze”.

Era stato parroco della chiesa di San Gaetano a Brancaccio, che il sacerdote aveva cercato di trasformare da roccaforte e riserva di “Cosa Nostra” in avamposto dell’antimafia, dal quale combatteva ogni forma di prepotenza e soprusi ed aveva avviato un’opera di risanamento morale e religioso che aveva coinvolto larghe fasce di fedeli, i quali avevano visto nel sacerdote un punto di riferimento in una realtà territoriale spesso indifferente o peggio acquiescente ed in una situazione ambientale fortemente intessuta di complicità, silenzi ed omertà”.

Don Puglisi “concepiva la sua missione come impegno nelle attività sociali, come educazione dei giovani alla giustizia, al rispetto dei diritti e dei doveri e, nel rigoroso ambito della visione pastorale ed evangelica del suo operato, esortava cittadini e parrocchiani e tutta la comunità ecclesiastica ad aderire alla cultura ed alla pratica dell’ordinaria legalità. Per questo raccoglieva i giovani dalla strada tossicodipendenti e sbandati, utilizzando per il loro recupero e lo svolgimento delle attività sociali luoghi che un tempo erano sotto il dominio di “Cosa Nostra” che li destinava all’esercizio di attività criminali. Aveva dato vita anche ad un gruppo di giovani volontari diventando presto punto di riferimento per tutti gli emarginati della zona ed aveva creato un centro di accoglienza “Padre Nostro”, annesso alla chiesa di San Gaetano”.

Con l’ausilio di volontari ed altri religiosi, operando in un quartiere degradato ed emarginato, assoggettato alla cultura della sudditanza alla organizzazione criminale che aveva reso passivi e succubi larghi strati di popolazioni, il prete aveva lucidamente inteso la sua missione – tramite il suo silenzioso ma efficace operato – come un “percosso di liberazione” dei suoi parrocchiani ed in generale della gente della borgata, dall’impotente assuefazione al predominio mafioso […]. Aveva valorizzato gli spazi di aggregazione e potenziato l’esperienza del centro sociale, moltiplicando le occasioni di incontro con la gente della borgata ed in genere con i più bisognosi, sperando di incidere anche in quelle frange ormai cronicamente cresciute in un clima di omertà mafiosa, fossero essi giovani malavitosi o ragazzi abbandonati, più facili prede delle lusinghe mafiose”.

Era di carattere schivo e riservato, preferendo l’impegno quotidiano alle azioni spettacolari, ma per il suo attivismo che si esprimeva nell’organizzazione di visite ed incontri con le Istituzioni, nella partecipazione a cortei contro il prepotere criminale, nelle denunce del malaffare, si era esposto prima alle rappresaglie poi all’offensiva della mafia, aveva ricevuto minacce, avvertimenti, che aveva coraggiosamente denunciato ai fedeli nelle omelie domenicali”.

Don Puglisi, […] era convinto che […] le intimidazioni e le minacce, che avevano lo scopo evidente di incutere paura e terrore, provenissero da chi allora comandava nel quartiere, affermando espressamente che i comandanti della zona con sicurezza erano i fratelli Graviano.

[…] Da tutti gli atti del processo […] emerge, la figura di un prete di trincea, un sacerdote che infaticabilmente lavorava sul territorio; un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, immerso nella realtà del tutto particolare e difficile di un quartiere degradato, dove, “fino a qualche tempo prima c’era quasi il coprifuoco la sera”.

[…] Ed a Brancaccio si poteva morire anche solo per avere avuto il coraggio di reclamare una vita normale, la legalità più elementare, la voglia di professare l’impegno sociale cristiano, da molti spesso sbandierato ma solo da pochi praticato.

Don Pino non faceva politica, non era iscritto nel lungo elenco dei retori dell’antimafia. Era solo un uomo ed un cristiano che cercava la normalità e pretendeva la normalità. Per lui la legalità era normalità del convivere civile e non un esercizio di retorica. La legalità, per lui, era potere operare da uomo libero, con semplicità, con naturalezza, senza servire il politico o l’amministratore di turno e senza abdicare alla dignità di cittadino, di sacerdote e di uomo.[…]

Sulla vita e sulla attività del sacerdote hanno reso testimonianza le persone a lui più vicine e coloro che lo affiancarono nel suo quotidiano apostolato: […]

L’allora diacono Renna Rosario Mario, che coadiuvava padre Puglisi nelle celebrazioni liturgiche, nell’amministrazione della parrocchia e nelle attività del centro di accoglienza “Padre Nostro”, e che era stato l’ultimo a vedere in vita il prelato la sera del delitto, ha riferito che il sacerdote dedicava particolare cura al recupero dei bambini del quartiere di Brancaccio che non frequentavano la scuola, e che, per rendere più incisiva tale opera, verso la fine del primo anno di parrocato, padre Puglisi aveva istituito dei corsi di scuola elementare e di scuola media, maturando e portando avanti anche l’idea di creare un centro di accoglienza per dare assistenza ai malati, agli anziani ed ai diseredati, mancando del tutto il quartiere di strutture in tal senso.

Padre Puglisi manteneva ottimi rapporti col Comitato Intercondominiale di via Azolino Hazon, al quale dava tutto il suo contributo, incoraggiando le persone impegnate nello stesso e schierandosi al loro fianco per tutte le iniziative sociali che venivano portate avanti.

Detto comitato era costituito da un gruppo di persone di quel rione che portavano avanti iniziative sociali in perfetta sintonia con l’opera pastorale parallelamente svolta da Don Puglisi, il quale dava allo stesso comitato il suo pieno sostegno come padre spirituale.

Il Renna ha aggiunto che padre Puglisi non gli aveva mai riferito di avere ricevuto minacce. Negli ultimi tempi, però, il sorriso sulle sue labbra si era spento, il suo sguardo adombrato, circostanze che egli aveva fatto presente al sacerdote, ricevendone come risposta: “non ti preoccupare…… non c’è niente”.

[…] Carini Giuseppe, un giovane allora studente della facoltà universitaria di medicina e chirurgia molto vicino a Padre Puglisi, ha evidenziato che il religioso aveva rapporti tormentati con il Consiglio di Quartiere e con le forze politiche in genere. Il Carini, che era stato uno dei più attivi collaboratori della parrocchia di San Gaetano, ha affermato che padre Puglisi non si sarebbe mai azzardato a fare propaganda elettorale per alcun partito e che aveva avuto modo di constatare che era entrato in conflitto con certi soggetti – come uno dei fratelli Mafara, il medico Nangano e la moglie, Pippo Inzerillo, Cosimo Damiano Inzerillo – i quali facevano parte di un comitato di festeggiamenti che organizzavano feste rionali mediante questue con cantanti od altre cose del genere, utilizzando tali nmanifestazioni come trampolino per ricevere voti elettorali.

Padre Puglisi appunto non aveva accettato che “in un quartiere, dove c’era un disagio sociale grandissimo, si potessero spendere anche ottanta milioni per delle feste, ed entrò in contrasto con loro, soprattutto col dottore Nangano”.

Il teste ha ricordato che per l’Epifania una signora, facente funzioni di segretaria del Consiglio di Quartiere, aveva organizzato una recita, alla quale avevano presenziato l’onorevole Mario D’Acquisto ed alcuni consiglieri comunali, tra cui una signora chiamata la “madrina di Brancaccio”. In quella occasione padre Puglisi aveva mostrato il suo disappunto per la presenza di quelle persone che, pur sapendo che la gente del quartiere viveva in condizioni misere, avevano avuto il coraggio di presentarsi in quella zona per chiedere consensi elettorali. Il sacerdote in quella occasione aveva preso la parola ed aveva detto testualmente: “Qui c’è una situazione nel quartiere disagiata al massimo, senza una scuola media, gente disoccupata,…….situazioni familiari assurde, promiscuità incredibile e voi venite qui a chiedere voti, ma perché, con quale faccia vi presentate qui!”.

Negli ultimi mesi di vita padre Puglisi era cambiato d’umore: era divenuto molto riservato ed aveva cominciato ad allontanare tutti coloro che gli erano stati più vicini, evitando che rimanessero con lui fino a tarda sera.

[…] Don Puglisi aveva acquistato uno stabile, installandovi il centro di accoglienza “Padre Nostro” che all’inizio aveva avuto come obiettivo lo studio delle condizioni ambientali del quartiere; in seguito era stato strutturato in modo da dare assistenza ai minori a rischio, agli anziani, ai disadattati. A questo scopo vi lavoravano le suore dei poveri di Santa Caterina da Siena e parecchi volontari. Il prezzo di acquisto dell’immobile era stato pagato in parte con un mutuo bancario e in parte con denaro messo a disposizione dallo stesso Don Puglisi, il quale insegnava presso il liceo classico Vittorio Emanuele di Palermo. […]

Dalle deposizioni delle persone […] che affiancarono don Puglisi nel suo apostolato quotidiano […] emerge la figura di un prete di trincea, un religioso che infaticabilmente operava sul territorio, “fuori dall’ombra del campanile” della sua parrocchia.

Don Puglisi, in sostanza, era il centro motore di molteplici iniziative non soltanto pastorali ma anche sociali e persino economiche in favore della sua comunità ecclesiale che potessero servire al riscatto della gente onesta della borgata, migliorandone le condizioni di sopravvivenza civile.

Tutte le opere e le iniziative benefiche che avevano fatto capo al sacerdote […] mostrano la figura di un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, un prete immerso nella difficile realtà di un quartiere della periferia degradata della città, che non si arrende neppure di fronte alle minacce ed alle intimidazioni.

Il parroco della chiesa di San Gaetano di Brancaccio aveva scelto di schierarsi, apertamente e concretamente, dalla parte dei deboli e degli emarginati; aveva deciso di appoggiare fermamente e senza riserve i progetti di riscatto provenienti dai cittadini onesti, che intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo più accettabile, vivibile ed accogliente, e per questo erano mal visti, boicottati e addirittura bersaglio di intimidazioni e di atti violenti.

Tutto ciò non lo aveva distolto dalle sue occupazioni silenziose e quotidiane in favore della comunità: soltanto di fronte all’azione implacabile di una maledetta truce mano omicida il suo spirito indomito di religioso, impegnato sul piano etico e civile, aveva dovuto soccombere, solo ed inerme.

Per il suo attivismo, infatti, il buon prete si era esposto dapprima alle rappresaglie, e, poi alla tremenda offensiva mortale della mafia.

La straordinaria vicenda di Padre Pino Puglisi – 3 P come chiamavano il sacerdote i suoi collaboratori più stretti – è, in realtà, nella sua disarmante semplicità, la storia di quanti sono morti per affermare la normalità e la legalità in una terra soggiogata dalla prepotenza mafiosa.

Fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/

Sicilia, attentati incendiari nel giorno dell’anniversario di Dalla Chiesa

Sicilia, attentati incendiari nel giorno dell’anniversario di Dalla Chiesa

4 SETTEMBRE 2020

I due spavaldi attentati incendiari contemporanei che hanno colpito i cantieri di due distinte imprese, una delle quali di Mario Saddemi, presidente dei Giovani imprenditori di Ance Sicilia, impegnate in importanti opere a Palermo, dimostra quanto la mafia sia disperata, abbia perso la testa e non si faccia scrupolo neanche di andare contro gli interessi di tutti i cittadini dei territori che da sempre opprime pur di non rinunciare alla propria vocazione parassitaria.

Le fiamme, infatti, esprimono la violenta opposizione della mafia alla

realizzazione del passante metropolitano a Tommaso Natale e del collettore fognario di Sferracavallo, opere attese da 40 anni che consentiranno alle due borgate storiche di uscire dall’isolamento e di tornare agli antichi fasti costruendo attorno al disinquinamento dello splendido golfo lo sviluppo della pesca e delle attività turistico-ricettive legate anche alla valorizzazione dell’area marina

protetta di Capo Gallo.

La solidarietà di tantissima gente comune manifestata in semplici gesti di vicinanza alle imprese e agli operai, prima ancora di quella pure importantissima delle istituzioni – dichiara Santo Cutrone, presidente di Ance Sicilia – nel giorno del 38° anniversario dell’omicidio del generale Dalla Chiesa segna che la mafia è già sconfitta in partenza. Le cose sono cambiate, i criminali hanno sempre meno seguito e consenso, la gente ha tratto insegnamento dalle parole di Dalla Chiesa, è estenuata dalla prepotenza di quattro mosche bianche che non hanno ancora capito che il loro mondo appartiene al passato; penso che la rabbia cominci ad essere più forte della paura”.

Nel condannare questi vili gesti e nello stringerci attorno a Mario Saddemi e all’altra impresa danneggiata – conclude Cutrone – invitandoli a non cedere alla violenza e a proseguire i lavori, auspichiamo che tutta la popolazione isoli questi criminali e che le forze dell’ordine colgano le debolezze e gli errori di questi scellerati per imprimere un colpo definitivo ai mafiosi e ai loro contigui”.

Fonte:https://www.ilsudonline.it/

A Ostia ombre sul Village, il “lido della legalità” piace al socio dei boss

A Ostia ombre sul Village, il “lido della legalità” piace al socio dei boss

Confiscato ai Fasciani, ha tra gli habitué Sandro Guarnera del  clan Iovine. Il genero lavora lì. E sul ristorante faro acceso da polizia e Gico

di FEDERICA ANGEL

28 agosto 2020

Andiamo per ordine. Gli amministratori giudiziari Francesca Sebastiani e Angelo Oliva, con l’ok del tribunale, sezione misure di  prevenzione, nel 2019 hanno affidato, dopo un bando, la gestione del Village – che comprende non solo la spiaggia con ombrelloni e cabine, ma anche la tavola calda, il ristorante con affaccio sul mare, un chiosco bar e una terrazza per aperitivi – a Roberto Messina, presidente nazionale della fondazione Federanziani. Messina, a sua volta ha fatto entrare nell’affare l’imprenditore Luigi Tonti: modi spicci e qualche ombra. Anni fa vinse un appalto per gestire lo stabilimento di Maccarese destinato ai dipendenti del Dap, il dipartimento dell’amministrazione della giustizia. Ma proprio per quell’appalto una dipendente del ministero finì indagata per abuso d’ufficio con il sospetto di aver favorito proprio Tonti che da quest’anno ha lasciato Maccarese ai figli e alla ex moglie si è trasferito al Village. Qui, è molto presente, lo testimonia la sua auto regolarmente parcheggiata sul marciapiede del lido. E qui ha concentrato la sua attenzione sul ristorante, affidandone la gestione a Patrizio Gabriele, il cui fratello, Valerio, assunto come cuoco, è il genero di Sandro Guarnera, avendone sposato la figlia Tatiana, vigile urbano nel gruppo Portuense. Una triangolazione che riporta al boss in spiaggia e che dovendo richiedere un permesso al giudice di sorveglianza per fermarsi a cena a mferragosto al Village ha giustificato l’istanza esibendo la parentela con il cuoco. Tutti dettagli che non sono sfuggiti agli investigatori interessati ad accendere i riflettori sulla regolarità dell’amministrazione, del personale, sul rispetto delle regole di distanziamento anti- Covid e sulla sicurezza del Village. Su questo fronte, qualche giorno fa gli agenti del commissariato di Ostia hanno multato i gestori per 2.548 rilevando che gli estintori erano scaduti da due anni. Ma non è tutto. Al Village ha fatto capolino per qualche tempo un’amica del boss Roberto Spada, assunta alla tavola calda e mandata via quando della faccenda si sono interessati gli investigatori. All’apparenza nulla  di penalmente rilevante, ma gli incroci pericolosi si moltiplicano. E se, non a torto, l’amministratore giudiziario Oliva, rileva che ” è tutto regolare finché le forze dell’ordine assicurano che si tratta di persone incensurate”, il rincorrersi di segnali contraddittori restano. Il timore è che di fronte ad attività economiche floride chi le ha gestite in passato non si rassegni a mollare la presa e provi a rientrare dalla finestra. Un sospetto che anche per il Village è ora oggetto di approfondimento.Per tutti è l’emblema della legalità ritrovata. Passato dalla mafia allo Stato, per eventi legalti alla lotta alla mafia ha visto la presenza di vari esponenti, dal procuratore capo della Direzione nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, intervenuto in due occasioni, al Capitano Ultimo. Ma quel che accade ora al Village, lo stabilimento balneare gestito per anni dal clan mafioso dei Fasciani, sequestrato nel 2013 e da due anni confiscato, rivela anche una falla nel sistema di gestione dei beni della quale si stanno già interessando la squadra mobile di Roma e il Gico della Finanza. Nella conduzione apparentemente  inappuntabile dello stabilimento grava più di un sospetto di un tentativo di infiltrazione dei vecchi soci dei Fasciani, i Guarnera di Acilia. Si è scoperto, ad esempio, che il capo dei Guarnera, Sandro, cresciuto al fianco del clan camorrista degli Iovine, a loro volta alleati dei Fasciani, non disdegni affatto il Village della legalità. Lo si è visto prendere il sole con moglie, figlia, genero e nipoti. Il perché di questa preferenza ha a che vedere con le vicende legate al ristorante del lido.

DA “LA REPUBBLICA “

L’assassinio di Stato di un Padre della Patria

Il Fatto Quotidiano, 02 settembre 2020

L’assassinio di Stato di un Padre della Patria

38 anni fa la morte del Generale dalla Chiesa, della moglie e dell’agente Domenico Russo

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

03 Settembre 2020

Chi ha ucciso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa? Fu ucciso solo dalla mafia o qualcun altro voleva la sua morte? Chi trafugò i documenti dalla villa e dalla borsa? Sono solo alcune delle domande che a 38 anni di distanza dell’attentato di via Carini, a Palermo, tornano prepotentemente alla ribalta. Quesiti che aspettano una risposta così come troppo spesso accade per i delitti eccellenti che hanno attraversato la storia del nostro Paese.
Certo, sull’omicidio non si parte da zero, ma ancora oggi poco o nulla si sa su quei mandanti esterni che, probabilmente, chiesero l’eliminazione del Prefetto, appena giunto a Palermo, e che si assicurarono di far sparire i documenti dalla valigetta e dalla cassaforte dell’abitazione in cui lo stesso viveva con la moglie.
Ma procediamo con ordine.
Il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa è stato ucciso il 3 settembre 1982, assieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta, Domenico Russo. Un massacro avvenuto in pochi attimi quando i killer della mafia hanno affiancato le auto in movimento sparando all’impazzata con i kalashnikov AK-47.
Totò Riina, intercettato nel 2013 dalla Dia in un colloquio durante l’ora d’aria con Alberto Lorusso aveva raccontato gli attimi di quel tragico evento: “Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: ‘Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto ‘Scarpuzzedda’, uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi’. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noi altri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta…, ta… ed è morto”.
Le sentenze hanno accertato le responsabilità di Cosa nostra con le condanne in via definitiva dei killer (Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, insieme ai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci) e dei cosiddetti “mandanti interni” a Cosa nostra (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci).
Attorno all’uccisione dell’altissimo ufficiale dell’Arma sono presenti tutti quegli elementi che caratterizzano le grandi stragi di Stato con tanto di sparizione di documenti e misteri. Ed è stato sempre il capo dei capi, Totò Riina, a confermare che al generale furono sottratti i documenti.
Loro – diceva il boss corleonese – quando fu di questo … di dalla Chiesa … gliel’hanno fatta, minchia, gliel’hanno aperta, gliel’hanno aperta la cassaforte … tutte cose gli hanno preso”. E per loro intendeva ambienti esterni a Cosa Nostra. I servizi? Una possibilità tutt’altro che campata in aria.
E’ un fatto noto che qualcuno entrò nell’abitazione del prefetto a Villa Pajno durante la notte fra il 3 e il 4 settembre 1982. Arrivò fino alla cassaforte e la svuotò.
La mattina del 4 settembre, infatti, i familiari di dalla Chiesa cercarono la chiave per aprire quella cassaforte ma senza successo. La chiave ricomparve solo il pomeriggio dell’11 settembre, nel cassettino di un segretario. Quando la cassaforte fu aperta, però, dentro non vi era più nulla a parte una scatola (vuota a sua volta).
La valigia di pelle del generale, invece, è stata ritrovata nel 2013 nei sotterranei del tribunale di Palermo. Era priva di documenti.
Eppure nel verbale di sopralluogo della polizia scientifica, conservato nel fascicolo giudiziario sulla strage di via Carini, viene certificato che poco dopo le 21.30 del 3 settembre 1982 Carlo Alberto dalla Chiesa (già morto da una quindicina di minuti dentro la sua auto) teneva tra le gambe una borsa piena di carte. In un altro verbale, datato 6 settembre, vi è anche una lettera di trasmissione della squadra mobile di Palermo alla Procura della Repubblica ma qui si fa cenno solo alla borsa del generale. E i documenti? Scomparsi nel nulla.
In un video Rai, acquisito dai magistrati della Dia su disposizione della Procura di Palermo, la valigetta di pelle viene immortalata tra le mani di un militare dell’Arma.
Nel settembre 2012 in una lettera anonima che giunse all’allora sostituto procuratore Nino Di Matteo, oggi membro togato del Csm, si diceva che “un ufficiale dei Carabinieri in servizio a Palermo si preoccupa di trafugare la valigetta di pelle marrone che conteneva documenti scottanti, soprattutto nomi scottanti riguardanti indagini che dalla Chiesa sta cercando di svolgere da solo”. Inoltre si parlava di un ufficio riservato che il generale dalla Chiesa avrebbe avuto alla caserma di piazza Verdi, sede del comando provinciale dei carabinieri: Era ubicato di fronte al nucleo comando del Rono e lì vi erano faldoni, appunti e messaggi”.
La Procura di Palermo, nelle persone dei pm che indagavano sulla trattativa Stato-mafia, riaprirono il fascicolo e sentirono anche Nando dalla Chiesa come testimone.
Anni dopo su quelle indagini non si è saputo più nulla, ma i quesiti restano numerosi.

Perché fu ucciso dalla Chiesa?
Per comprendere i motivi per cui fu ucciso il generale, probabilmente, si deve guardare anche a quei famosi 100 giorni vissuti nel capoluogo siciliano. Poco prima di partire per la Sicilia disse al presidente del Consiglio Giulio Andreotti queste parole che offrono una possibile chiave di lettura: “Non avrò riguardo per quella parte dell’elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori”.
A raccontarlo è stato il figlio, Nando dalla Chiesa, nel libro “Delitto Imperfetto”. “Mio padre disse a noi dopo quel colloquio: ‘Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che si dice sul conto dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia’”. Parole che furono testimoniate anche nel processo. Nando dalla Chiesa accusava quantomeno di complicità morali gli appartenenti alla corrente andreottiana della Democrazia cristiana.
Del resto il prefetto dalla Chiesa aveva chiesto poteri speciali per combattere la mafia così come aveva combattuto il terrorismo. Gli furono promessi dal ministro Rognoni ma concretamente non gli furono mai dati.
Anche le altre figlie del generale dalla Chiesa, Rita Simona, sono più volte intervenute negli anni per chiedere verità e giustizia. Qualche anno fa Simona ha ricordato un fatto semplice: “La mafia in quel momento non aveva convenienza nell’uccidere mio padre. Non aveva ancora i poteri per mettere in atto quel che aveva in mente. E non poteva nemmeno compiere delle indagini specifiche proprio perché non è quello il compito del Prefetto. E la mafia sapeva anche che uccidendo lui, la moglie e l’agente Russo avrebbe portato anche ad una reazione dell’opinione pubblica. Dunque perché si doveva uccidere?”.
E’ questa una delle domande rimaste fin qui inevase, fermo restando che in cento giorni la sua attività contro Cosa nostra era appena agli inizi.
Che dietro al delitto non vi fosse solo Cosa Nostra è un dato che appare sempre più evidente. Si può escludere che non furono uomini di Cosa Nostra ad entrare nell’abitazione del Prefetto per svuotare la cassaforte e, a detta degli stessi mafiosi e dei collaboratori di giustizia dietro al delitto non c’era solo la mano mafiosa.
Sul punto vale la pena ricordare l’intercettazione ambientale dove il boss Giuseppe Guttadauro, uomo di fiducia del superlatitante Bernardo Provenzano e in quel momento reggente del mandamento di Brancaccio, mentre parla con Salvatore Aragona, anche lui medico e mafioso, dichiarava: “Salvatore… ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. “E perché glielo dovevamo fare qua questo favore…”. Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, erano i magistrati di Palermo coordinati dal pm Nino Di Matteo, che indagavano sull’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, poi condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia.
Anche il collaboratore di giustizia Francesco Paolo Anzelmo, nel processo, aveva dichiarato che quell’eccidio non era stato determinato dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori” e successivamente anche i pentiti Tullio Cannella Gioacchino Pennino fornirono ulteriori spunti. Il primo, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, aveva raccontato la lamentela con quest’ultimo per avere dovuto organizzare il delitto (Stu omicidio dalla Chiesa non ci voleva… Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”); mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone Paolo Borsellino in merito al delitto parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.
Ed anche i giudici, nella sentenza di condanna dei boss mettono nero su bianco che si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.
Trentotto anni dopo, nonostante il tempo trascorso, non si può smettere di sperare che sulla morte del generale dalla Chiesa, vero Padre della nostra Patria, si arrivi ad una verità completa. E per farlo è necessario che la società civile non si accontenti più delle mezze verità, sostenendo i familiari e quella magistratura sana che non guarda in faccia a nessuno per riaccendere i riflettori e smascherare quelle “menti raffinatissime” che si nascondono dietro gli atroci delitti della nostra Repubblica.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

Nessun favoreggiamento, tutti assolti

Nessun favoreggiamento, tutti assolti

Inizialmente essi si posero il problema che l’abitazione fosse sorvegliata dalle forze dell’ordine e proprio per questo motivo l’incarico di procedere alla eliminazione di ogni traccia relativa al Riina ed alla famiglia venne affidato, tramite il cugino, ai Sansone, che potevano andare e venire dal residence senza problemi in quanto vi abitavano.

La scelta di questi soggetti comprova che la mafia ignorava del tutto che invece proprio loro fossero stati individuati e grazie a questo si fosse pervenuti ad osservare via Bernini ed all’arresto del Riina.

Pertanto, l’intuizione del ROS di non svelare il dato di conoscenza relativo alla via ed agli imprenditori, che fu alla base della scelta di rinviare la perquisizione, fu esatta se riferita alle future proiezioni investigative, ma del tutto errata nel presente di quella decisione, in quanto, proprio perché li credeva sconosciuti alle forze dell’ordine, l’organizzazione mafiosa se ne servì nell’immediato per ripulire l’abitazione.

L’associazione criminale, inoltre, si affrettò ad agire, subito dopo la cattura del Riina, nel presupposto che il complesso fosse osservato, mentre come si è visto così non era, per cui i Sansone, anche se fermati dai carabinieri, avrebbero avuto comunque, in quanto residenti, la giustificazione ad entrarvi.

Solo con il passare dei giorni, hanno riferito il La Barbera ed il Brusca, l’iniziale preoccupazione e timore di essere sorpresi lasciò il posto alla soddisfazione ed alla sorpresa di constatare che non c’erano problemi e tutto stava procedendo al meglio.

Anche le frasi, attribuite dal Giuffré a Bernardo Provenzano ed a Benedetto Spera, i quali commentando l’accaduto avrebbero detto che “per fortuna” in sede di perquisizione del 2.2.93 i carabinieri non avevano trovato nulla, confermano che lo stesso Provenzano non si aspettava un simile esito e dunque non aveva preso parte alla “trattativa”, consegnando il Riina in cambio dell’abbandono del “covo” nelle mani del sodalizio criminale.

La ricostruzione, coerente e supportata da dati di fatto provati, degli accadimenti relativi allo svuotamento della casa ha consentito di accertare, da una parte, che il complesso di via Bernini fu individuato soltanto grazie alle attività investigative del ROS, dall’altra, che la mafia agì sul “covo” ignorando l’inesistenza del servizio di osservazione ed anzi supponendo che fosse in corso.

Questi elementi consentono, pertanto, di escludere che il latitante venne catturato grazie ad una “soffiata” dei suoi sodali sul luogo ove dimorava, non essendo emerso a sostegno di quest’ipotesi alternativa alcun elemento, neppure di natura indiziaria, se non la stessa supposizione, elaborata a posteriori, sui motivi per i quali furono omessi la perquisizione, prima, ed il servizio di osservazione, poi, sul complesso.

Appare altresì coerente con queste conclusioni la circostanza che neppure si verificò la fine della stagione stragista messa in atto dalla mafia, la quale, anzi, com’è notorio, nel maggio 1993 attentò alla vita del giornalista Maurizio Costanzo e fece esplodere un ordigno a via dei Georgofili a Firenze, nel mese di luglio compì altri attentati in via Pilastro a Milano, a San Giovanni in Laterano ed a San Giorgio al Velabro a Roma, mentre a novembre pose in essere il fallito attentato allo stadio olimpico di Roma.

Se la cattura del Riina fosse stata il frutto dell’accordo con lo Stato, tramite il quale era stata siglata una sorta di “pax” capace di garantire alle istituzioni il ripristino della vita democratica, sconquassata dagli attentati, ed a “cosa nostra” la prosecuzione, in tutta tranquillità dei propri affari, sotto una nuova gestione “lato sensu” moderata, non si comprenderebbe perché l’associazione criminale abbia invece voluto proseguire con tali eclatanti azioni delittuose, colpendo i simboli storico-artistici, culturali e sociali dello Stato, al di fuori del territorio siciliano, in aperta e sfrontata violazione di quel patto appena stipulato.

Anche i progetti elaborati dal Provenzano di sequestrare od uccidere il cap. De Caprio, di cui hanno riferito in dibattimento, in termini coincidenti, i collaboratori Guglielmini, Cancemi e Ganci, appaiono in aperta contraddizione con la tesi della consegna del Riina al ROS.

Se così fosse avvenuto, il boss non avrebbe avuto alcun interesse alla ricerca del capitano “Ultimo”, mentre, da quanto sopra, è stato accertato che effettivamente si cercò di individuarlo, tramite un amico del compagno di gioco al tennis.

Se gli elementi di carattere logico e fattuale di cui sopra sono idonei a smentire l’ipotesi della “trattativa” mafia-Stato avente ad oggetto la consegna del Riina, deve concludersi che più verosimilmente l’iniziativa del gen. Mori fu finalizzata solo a far apparire l’esistenza di un negoziato, al fine di carpire informazioni utili sulle dinamiche interne a “cosa nostra” e sull’individuazione dei latitanti.

Sembra confermare una tale interpretazione anche il rilievo che il comportamento assunto dal cap. De Donno e dall’imputato apparirebbe viziato – ponendosi nell’ottica di una trattativa vera invece che simulata – da un’evidente ed illogica contraddizione, solo se si consideri che gli stessi si recarono dal Ciancimino a “trattare” chiedendo il massimo, la resa dei capi, senza avere nulla da offrire.

Forse, proprio sulla scorta di una tale considerazione, gli uomini di “cosa nostra” credettero che in effetti i due ufficiali fossero disponibili, per conto dello Stato, a sostanziali concessioni nei confronti dell’organizzazione pur di mettere fine alle stragi, rimanendo persuasi della “bontà” della linea d’azione elaborata dal Riina che, difatti, verrà portata avanti anche successivamente all’arresto del boss, sperando, verosimilmente, che si potesse giungere, anche con il “capo” in carcere, ad un “ammorbidimento” della lotta alla mafia portata avanti dalle istituzioni.

Non può non rilevarsi che nella prospettiva accolta da questo decidente l’imputato Mori pose in essere un’iniziativa spregiudicata che, nell’intento di scompaginare le fila di “cosa nostra” ed acquisire utili informazioni, sortì invece due effetti diversi ed opposti: da una parte, la collaborazione del Ciancimino che chiese di poter visionare le mappe della zona Uditore ove si sarebbe trovato il Riina, verosimilmente nell’intento di prendere tempo e fornire qualche indicazione in cambio di un alleggerimento della propria posizione giudiziaria; dall’altra, la “devastante” consapevolezza, in capo all’associazione criminale, che le stragi effettivamente “pagassero” e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti.

Il Collegio ritiene, infine, di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate “ragioni di Stato”, ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento non aggravato, da dichiararsi ormai prescritto.

Tali “ragioni di Stato” non potrebbero che consistere nella “trattativa” di cui sopra intrapresa dal Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, del De Caprio e, dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare “cosa nostra”, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna del Riina.

La “ragione di Stato” verrebbe dunque a costituire il movente dell’azione, come tale irrilevante nella fattispecie ex art. 378 C.P., capace non di escludere il dolo specifico ex art. 7 L. n. 203/91, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile, potendo al più rilevare solo come attenuante ove se ne ammettesse la riconducibilità alle ipotesi di cui all’art. 62 C.P., comunque escluse dal giudizio di comparazione.

La mancanza di prova sull’esistenza di questi “motivi di Stato” che avrebbero spinto gli imputati ad agire, ed anzi la dimostrazione in punto di fatto della loro inesistenza ed incongruenza sul piano logico, per le considerazioni già esposte – considerato, altresì, che la controprestazione promessa avrebbe vanificato tutti gli sforzi investigativi compiuti sino ad allora dagli stessi imputati, anche a rischio della propria incolumità personale, e lo straordinario risultato appena raggiunto – non consente di ritenere integrato il dolo della fattispecie incriminatrice in nessuna sua forma.

È palese, infatti, che se vi fu “ragione di Stato” si intese “pagare il prezzo” dell’agevolazione, per il futuro, delle attività mafiose, pur di “incassare” l’arresto del Riina, con la piena configurabilità del favoreggiamento aggravato, ma se non vi fu, gli imputati devono andare esenti da responsabilità penale.

Appare, difatti, logicamente incongruo, già su un piano di formulazione di ipotesi in funzione della verifica della prospettazione accusatoria in ordine alla sussistenza del reato base di favoreggiamento con dolo generico, individuare in soggetti diversi dall’organizzazione criminale nel suo complesso coloro che gli imputati avrebbero inteso agevolare tramite la mancata osservazione del residence di via Bernini, così volendo aiutare individui determinati invece che l’associazione nella sua globalità.

L’impossibilità, già da un punto di vista oggettivo, di discernere i soggetti favoriti (la Bagarella neppure era indagata) dall’associazione mafiosa si ripercuote sul versante soggettivo, apparendo inverosimile che gli ausiliatori abbiano agito non al fine di consentire alla mafia la prosecuzione dei suoi affari, in ossequio al “patto scellerato”, ma volendo solo aiutare, nel momento stesso in cui procedevano all’arresto del capo dell’organizzazione, e senza alcuna apparente ragione, determinati affiliati ad eludere le investigazioni o le ricerche.

Ne deriva che, non essendo stata provata la causale del delitto, né come “ragione di Stato” né come volontà di agevolare specifici soggetti, diversi dall’organizzazione criminale nella sua globalità, l’ipotesi accusatoria è rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilità logica non verificata.

La mancanza di una prova positiva sul dolo di favoreggiamento non può essere supplita dall’argomentazione per la quale gli imputati, particolarmente qualificati per esperienza ed abilità investigative, non potevano non rappresentarsi che l’abbandono del sito avrebbe lasciato gli uomini di “cosa nostra” liberi di penetrare nel cd. covo ed asportare qualsiasi cosa di interesse investigativo e dunque l’hanno voluto nella consapevolezza di agevolare “cosa nostra”.

Sul versante del momento volitivo del dolo, una simile opzione rischierebbe di configurare un “dolus in re ipsa”, ricavato dal solo momento rappresentativo e dalla stessa personalità degli imputati, dotati di particolare perizia e sapienza nella conduzione delle investigazioni.

Ma, quanto al momento rappresentativo, già è stato precisato che il servizio di osservazione non sarebbe valso ad impedire l’asportazione di eventuale materiale di interesse investigativo, che poteva essere evitata solo con l’immediata perquisizione, quanto alle abilità soggettive degli imputati, esse non possono valere a ritenere provata una volontà rispetto all’evento significativo del reato che è invece rimasta invalidata dall’esame delle possibili spiegazioni alternative.

Ne deriva che il quadro indiziario, composto da elementi già di per sé non univoci e discordanti, è rimasto nella valutazione complessiva di tutte le risultanze acquisite al dibattimento e tenuto conto anche della impossibilità di accertare la causale della descritta condotta, incoerente e non raccordabile con la narrazione storica della vicenda come ipotizzata dall’accusa e per quanto è stato possibile ricostruire in dibattimento.

In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi escludono ogni logica possibilità di collegare quei contatti intrapresi dal col. Mori con l’arresto del Riina ovvero di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all’arresto sia stata determinata dalla precisa volontà di creare le condizioni di fatto affinché fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l’associazione mafiosa.

Per le pregresse considerazioni, entrambi gli imputati devono essere mandati assolti per difetto dell’elemento psicologico.

31 Agosto 2020

Fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/

Borsellino, 5 giorni prima della strage, ai colleghi: «Approfondite mafia-appalti!»

Borsellino, 5 giorni prima della strage, ai colleghi: «Approfondite mafia-appalti!»

Nell’audizione al Csm, del 29 luglio 1992, del magistrato Domenico Gozzo alcuni particolari inediti delle richieste di Borsellino su mafia-appalti

Cinque giorni prima di finire stritolato a Via D’Amelio, in riunione Paolo Borsellino ha chiesto davanti a tutti i magistrati della Procura di Palermo che si approfondisse l’indagine sul dossier mafia appalti. Non solo. Oltre a fare degli appunti ben circoscritti, ha anche chiesto il rinvio della riunione per approfondire ulteriormente il tema. Purtroppo non fece in tempo. In esclusiva Il Dubbio mette in luce nuovi particolari che potrebbero essere utili per i magistrati nisseni. Sì, perché la procura di Caltanissetta è l’unica titolata per competenza territoriale a fare luce sul movente della strage di Via D’Amelio. Lo stesso avvocato Fabio Trizzino, legale di parte civile della famiglia di Borsellino, durante il processo contro Matteo Messina Denaro – accusato di essere uno dei mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio – ha ribadito che bisogna cercare le risposte nei 57 giorni tra le due stragi. «Dobbiamo capire quali informazioni possano essere finite a Borsellino, potremmo iniziare a vedere la finalità preventiva di bloccarlo sul fronte del dossier mafia e appalti», ha osservato Trizzino.A questo punto vale la pena aggiungere l’ennesimo tassello. Siamo nel 14 luglio 1992. Data dell’ultima riunione in Procura a cui ha partecipato Paolo Borsellino. Il vertice a Palermo voluto dall’allora capo procuratore Pietro Giammanco è attestato nelle testimonianze rese al Csm, a fine luglio ’92, da altri magistrati all’epoca in servizio nel capoluogo. Tra di loro c’è Domenico Gozzo, all’epoca sostituto procuratore presso la procura di Palermo da un mese e mezzo. Tra i vari magistrati, Gozzo è stato uno dei pochi a spiegare con dovizia di particolari tutto ciò che è accaduto nell’ultima riunione alla quale partecipò Borsellino.

Tensione durante la riunione del 14 luglio

Dal verbale del Csm datato 29 luglio 1992 si apprende che alla domanda sulla situazione generale dell’ufficio di Palermo, il dottor Gozzo specifica che era arrivato il 2 giugno del ’92 trovando una atmosfera abbastanza tesa e ha assistito a delle assemblee perché «alla Procura di Palermo c’è questa consuetudine di fare delle assemblee in cui si discutono di vari temi». A quel punto un membro del Csm gli pone una domanda più specifica, ovvero se questa atmosfera di tensione l’avesse colta anche prima della strage di Via D’Amelio. Risponde affermativamente e dopo aver spiegato i problemi che si sono verificati nelle riunioni precedenti e dei problemi organizzativi nella procura, Gozzo va al dunque e parla della riunione del 14 luglio. «È stata l’ultima a cui ha partecipato Paolo Borsellino, era seduto due sedie dopo di me – spiega l’allora sostituto procuratore -, era una riunione che era stata convocata per i saluti prefestivi e per parlare anche di tutta una serie di problemi che dopo la morte di Falcone erano apparsi sui giornali (in questo momento non mi ricordo la scaletta, mi ricordo, tra gli altri, i processi mafia e appalti), cioè i vari colleghi erano chiamati a riferire sui processi che avevano gestito». Gozzo sottolinea che «su mafia e appalti, quindi, c’era il collega Pignatone (se non ricordo male) e doveva esserci anche il collega Scarpinato che però non poté venire per problemi di famiglia». Il magistrato Gozzo prosegue: «Ho visto proprio questo contrasto più che latente, visibile, perché proprio Borsellino chiese e ottenne che fosse rinviata – perché al momento aveva dei problemi -, la discussione su questo processo e fece degli appunti molto precisi: come mai non fossero inserite all’interno del processo determinate carte che erano state mandate…». Gozzo specifica che il processo è quello relativo a mafia-appalti e, alla domanda di che carte si trattassero, risponde: «Si trattava di carte che erano state inviate (quello che ho sentito là, chiaramente, posso riferire) alla procura di Marsala – e nella fattispecie dal collega Ingroia, che adesso è anche lui alla Procura di Palermo – che era lo stesso processo però a Marsala. C’erano degli sviluppi e, quindi, erano stati mandati a Palermo e lui (Borsellino, ndr.) si chiedeva come mai non fosse stata seguita la stessa linea». Gozzo prosegue nel racconto indicando un particolare non da poco: «E, poi, diceva che c’erano dei nuovi sviluppi (in particolare un pentito di questi che ultimamente aveva parlato), e sono rimasto sorpreso perché dall’altra parte si rispose: “ma vedremo”». Gozzo sottolinea questo passaggio del racconto mostrando le sue perplessità in merito alla risposta data a Borsellino: «Cioè, di fronte ad una offerta così importante (io riferisco i fatti): “Ma vedremo se è possibile, ma è il caso di acquisirlo”».

Aveva studiato il dossier dei Ros

Dopo il racconto sulle altre problematiche relative alla procura di Palermo, più avanti un membro del Csm ritorna sulla questione mafia-appalti e chiede a Gozzo di dire qualcosa di più specifico sulla richiesta di chiarimenti da parte di Borsellino. «Probabilmente potete chiedere anche qualcosa di più interessante su questo famoso rapporto dei Ros su mafia- appalti anche a mia moglie Antonella Consiglio – risponde Gozzo – , perché mia moglie ha avuto modo di consultare queste carte proprio per il processo che ha fatto a Termini Imerese che si riferiva a Angelo Siino (l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, ndr) che orbita in quell’area di Termini Imerese e della Madone». E aggiunge: «Lei mi riferiva che probabilmente in un primo momento questo rapporto poteva non sembrare significativo, ma che in effetti offriva notevoli spunti di attività investigativa». Quello che sappiamo è che dopo la strage di Capaci, Borsellino (all’epoca procuratore capo a Marsala e dal marzo 1992 di nuovo alla procura di Palermo come procuratore aggiunto) decise – pur non essendo titolare dell’indagine – di approfondire l’inchiesta riguardante gli appalti, ovvero il coinvolgimento della politica e delle imprese nazionali con la mafia, perché – come disse al giornalista Mario Rossi – la ritenne la causa della morte del suo amico Giovanni Falcone. Ciò è confermato sia da un incontro che Borsellino volle tenere il 25 giugno 1992, presso la Caserma dei Carabinieri Carini di Palermo, con gli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, ai quali chiese di sviluppare le indagini riferendo esclusivamente a lui, sia dalle conversazioni avute dallo stesso Borsellino con Antonio Di Pietro, che all’epoca stava conducendo le indagini sugli appalti al centro di Mani pulite. A questo si aggiunge il fatto che Borsellino sentii anche il pentito Leonardo Messina, il quale gli riferì che la Calcestruzzi Spa (all’epoca del gruppo Ferruzzi – Gardini) sarebbe stata in mano a Totò Riina. Ora, grazie alle audizioni rese al Csm tra il 28 e il 31 luglio 1992, sappiamo che Borsellino aveva una conoscenza approfondita del dossier mafia-appalti tanto da avanzare rilievi importanti e ottenere una nuova riunione in Procura per approfondire il tema. Non fece in tempo. Dopo pochi giorni il tritolo esplose sotto la casa della mamma e che massacrò, oltre a lui, i ragazzi della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.Il 14 agosto del 1992, in pieno periodo ferragostano, il gip Sergio La Commare archivia il dossier mafia-appalti. La richiesta di archiviazione viene stilata il 13 luglio e depositata il 22 luglio, solamente tre giorni dopo l’assassinio di Borsellino.

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Chi si è “venduto” il capo dei capi?

Chi si è “venduto” il capo dei capi?

Le numerose, gravi, contraddizioni in cui sono incorsi il Di Matteo ed il Di Maggio impongono la trasmissione dei verbali delle dichiarazioni dalle stessi rese al p.m. per l’eventuale esercizio dell’azione penale, essendo evidente che i medesimi hanno dichiarato il falso, o nelle precedenti occasioni in cui furono escussi oppure al presente dibattimento.

In merito, invece, a come i carabinieri riuscirono a localizzare Salvatore Riina, il Di Maggio ha confermato di non aver mai saputo dove esattamente abitasse il boss, ma di aver indicato alle forze dell’ordine solo la zona ed il nominativo di coloro che ne curavano la latitanza (il Sansone ed il De Marco).

Tale circostanza è stata confermata dagli altri collaboratori escussi (nello specifico La Rosa e Di Matteo), i quali, riferendo il contenuto di conversazioni avvenute negli anni successivi con il Di Maggio circa il suo ruolo nella vicenda, hanno precisato che quest’ultimo dichiarò sempre di non sapere come gli investigatori fossero pervenuti all’individuazione del complesso di via Bernini.

Antonino Giuffré ha dichiarato, inoltre, che, nel corso degli anni, si erano formati in seno a “cosa nostra” due schieramenti contrapposti facenti capo al Riina (che poteva contare su Bagarella, Brusca, Messina Denaro, i fratelli Graviano) ed al Provenzano (cui si erano legati lo stesso Giuffré, Carlo Greco, Pietro Aglieri), tra i quali si era determinato “un solco”, via via aggravatosi nel tempo, sin dal 1987, e che, con l’arresto del boss corleonese, esplose tra i due la rivalità su chi dovesse prendere “le redini” dell’organizzazione a livello provinciale e regionale.

Subito dopo l’arresto – ha aggiunto il collaboratore – si diffuse in “cosa nostra” la convinzione che il Riina fosse stato consegnato ai carabinieri.

D’altronde, sospetti di tal genere circolavano in modo incontrollato e potevano riguardare chiunque, tanto che – ha riferito il Giuffré – anche sullo stesso Provenzano circolavano dal 1990 voci insistenti, provenienti dall’ambiente mafioso catanese ed in particolare dalla famiglia Mazzei e da Eugenio Galea (vicinissimo al boss Santapaola), che lo accusavano di passare informazioni ai carabinieri, come commentò in più occasioni con altri appartenenti all’organizzazione mafiosa (Giovanni Marcianò, i Ganci) e con lo stesso Provenzano che diverse volte gli chiese se credesse a queste illazioni.

Anche su Vito Ciancimino, che era persona particolarmente vicina al Provenzano, si diffusero delle “voci” in ordine a presunti contatti che aveva avuto con esponenti delle forze dell’ordine, e serpeggiava il timore che il medesimo potesse iniziare un percorso di collaborazione.

In proposito, quando uscì dal carcere a gennaio 1993, prima che Salvatore Riina fosse catturato, Antonino Giuffré chiese al Provenzano come fosse “combinato” Vito Ciancimino, ottenendo la risposta che era “andato in missione” per cercare di sistemare le cose all’interno dell’organizzazione, che stava vivendo un periodo storico particolare.

Null’altro è stato riferito sul punto, né dal Giuffré né dagli altri collaboratori, mentre Giovanni Brusca ha saputo (o voluto) soltanto riferire che spesso il Riina gli esprimeva delle imprecisate “rimostranze” nei confronti di Vito Ciancimino.

Salvatore Cancemi ha riferito che Salvatore Biondo il 15 gennaio 1993, mentre si trovava, assieme a Raffaele Ganci e ad altri, in una villetta nei pressi di San Lorenzo dove avrebbe dovuto svolgersi una riunione della commissione convocata dallo stesso Riina, portò la notizia che il boss era stato arrestato su viale Lazio.

Successivamente, apprese dai giornali che il Riina aveva trascorso la latitanza in via Bernini, vicino a dove abitava anche sua figlia.

Quando a luglio 1993 decise di costituirsi, presentandosi ai carabinieri di Piazza Verde a Palermo, raccontò che il Provenzano, in una riunione svoltasi a maggio 1993 con la sua partecipazione, quella del Ganci e di La Barbera Michelangelo, aveva dichiarato che “c’era la possibilità di prendere vivo il capitano Ultimo” (nome in codice dell’imputato De Caprio) o, in alternativa, di ucciderlo, senza però specificare i motivi per i quali intendeva prenderlo vivo.

Anche Giuseppe Guglielmini ha riferito che, nel corso di una riunione, Giovanni Brusca ed in seguito anche Giovannello Greco gli dissero che si stava cercando questo “capitano Ultimo”, che rappresentava un “chiodo fisso” per Provenzano, al quale si sarebbe potuti arrivare tramite una persona che conosceva un amico del capitano, con il quale costui giocava a tennis, e che avrebbe potuto fare sapere dove i due si sarebbero recati a pranzare.

Infine, Raffaele Ganci, figlio di quel Raffaele Ganci a capo della famiglia mafiosa del quartiere della “Noce” a Palermo, ha dichiarato di aver saputo dal padre che, nelcorso di una riunione con il Provenzano successiva all’arresto del Riina, si era convenuto di sequestrare il “capitano Ultimo”, ma che poi non se ne fece più nulla.

20 agosto 2020

fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/


Pettinari: ”Nel processo ‘Ndrangheta stragista emerse prove sui rapporti tra mafia e vertici del potere”

Pettinari: ”Nel processo ‘Ndrangheta stragista emerse prove sui rapporti tra mafia e vertici del potere”

Domani il via alla requisitoria del pm Giuseppe Lombardo

L’intervista del capo redattore di ANTIMAFIADuemila a Radio Voce della Speranza

29 GIUGNO 2020

di AMDuemila

Nel corso di questo processo ci sono state numerose prove evidenti riguardanti gli alti rapporti che queste organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta, la più potente mafia al mondo in virtù degli 80 miliardi di euro l’anno per il traffico di droga, hanno avuto con rappresentanti della politica, delle istituzioni, dei servizi segreti e della massoneria. Il fatto che dopo quasi trent’anni non si parli di questi fatti è molto inquietante e drammatico”. A dirlo è Aaron Pettinari, capo redattore di ANTIMAFIADuemila, intervistato da Radio Voce della Speranza sul processo ‘Ndrangheta stragista, che il giornalista di cronaca giudiziaria ha seguito sin dal suo inizio nel 2017. Domani, ha ricordato Pettinari, il pubblico ministero Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, inizierà la sua requisitoria. Alla sbarra si trovano i capi mafia di ‘ndrangheta e Cosa Nostra Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano, accusati di essere i mandanti dei delitti dei brigadieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo aderendo in tal modo, questo è il focus dell’impianto accusatorio, alla strategia stragista di Cosa nostra con la quale la ‘ndrangheta avrebbe avviato una collaborazione per piegare lo Stato nel biennio ’93-’94.

Se crediamo alla favola che i boss sono tutti in carcere e basta non possiamo comprendere qual è la reale forza di questi personaggi che hanno condizionato il nostro Paese”, ha aggiunto Pettinari. Si tratta di personaggi che hanno dato del “tu” al potere. Ciò significa che ci sono soggetti esterni alla mafia che hanno accettato questa circostanza, pertanto dobbiamo sapere il perché e soprattutto se tutto questo avviene ancora oggi”. Il capo redattore ha poi concluso il suo intervento richiamando l’attenzione della società civile e degli organi di stampa sul processo ‘ndrangheta stragista. E’ un dovere civico, etico e morale di tutta la stampa nazionale, dare risalto al processo ‘Ndrangheta stragista e quindi – ha concluso – raccontare ciò che è emerso in questi oltre 3 anni di dibattimento”.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

Appello per una raccolta fondi per la Giornalista Giuliana Covella costretta a risarcire l’ex boss per danno d’immagine

APPELLO A  TUTTE LE PERSONE PERBENE D’ITALIA A CONTRIBUIRE AL RACCOLTA  DELLA SOMMA ALLA QUALE E’  STATA CONDANNATA A PAGARE IN FAVORE DI  UN EX  BOSS PER DANNO D’IMMAGINE  QUESTA GIORNALISTA CORAGGIOSA

La Giornalista Giuliana Covella costretta a risarcire l’ex boss per danno d’immagine: parte un’iniziativa per sostenerla

Napoli, 14 Maggio – Nel dicembre 2019 la giornalista Giuliana Covella è stata condannata pagare un risarcimento al boss Giuseppe Misso per danni d’immagine, ora collaboratore di giustizia, per un articolo pubblicato su ‘il Mattino’ e per quanto scritto nel libro ‘Rapido 904, la strage dimenticata”.

Siamo senza parole per questa situazione. Oramai essere onesti sta diventando una colpa. È l’ennesimo attacco ad una giornalista la cui colpa è stata quella di aver fatto il proprio lavoro, di aver detto la verità. Si è limitata a scrivere ciò che era stato riportato negli atti processuali. Ma l’immagine di un boss la rovina una giornalista o le sue azioni criminali?

Giuliana Covella ha tutto il nostro sostegno e ed il nostro appoggio. Dovrà pagare una somma, oggi arrivata a 17.412,12 euro, che per una giornalista freelance, precaria da anni, è insormontabile, per questo chiediamo a tutti, a chi può farlo, di darle una mano, inviando una donazione al seguente conto corrente: IT64K0200803444000105853195-CAUSALE: AIUTIAMO GIULIANA.” –hanno dichiarato il Consigliere Regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli e il conduttore radiofonico Gianni Simioli.

Fonte:https://www.sciscianonotizie.it/

UN APPELLO DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.ISCRIVETEVI E VENITE CON NOI PER COSTITUIRE UNA VALIDA FRONTIERA CONTRO L’AVANZATA MAFIOSA.

LE DICHIARAZIONI DI UN BOSS DEL LIVELLO DI GRAVIANO, AL DI LA’ DEI RISCONTRI CHE BISOGNA  RACCOGLIERE,CI OFFRONO UNO SPACCATO  DELLA SITUAZIONE DEPRIMENTE,IN PARTE GIA’ NOTA,NELLA QUALE SI TROVA L’ITALIA E DEI RISCHI MORTALI CHE CORRE LA DEMOCRAZIA.

QUANDO LA MAFIA ARRIVA AD INQUINARE,IMPADRONENDOSENE .,OLTRE A GRAN PARTE DELL’ECONOMIA DEL PAESE,I GANGLI CENTRALI DELLO STATO ED I MASSIMI VERTICI ISTITUZIONALI NON SI PUO’ PIU’ DORMIRE TRANQUILLI.

E’ TUTTA LA PARTE SANA DEL PAESE CHE HA L’OBBLIGO DI REAGIRE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.

AMMESSO CHE NON LO SIA GIA’.

FINORA A REAGIRE,CON TUTTE LE SUE INCONGRUENZE ED INADEGUATEZZE DOVUTE AI ALL’INFEDELTA’ DI MOLTI,SONO STATE ,BENE O MALE, LE STRUTTURE STATUALI .

CON I RISULTATI CHE SONO SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI.

LA SOCIETA’ CIVILE,LA PARTE MIGLIORE DI QUESTA,E’ STATA A GUARDARE.

INERTE.

O QUASI.

LE FORME  DI ORGANIZZAZIONE CHE UNA PARTE DI ESSA SI E’ DATA NON SONO STATE CAPACI DI PRESENTARSI NELLA MANIERA MIGLIORE E PIU’ ADEGUATA AI BISOGNI.

INFATTI I COMPORTAMENTI SCORRETTI DI TALUNI  E LE AREE DI MALAFFARE DELLE QUALI SI SONO VISTI COSTRETTI AD OCCUPARE LA MAGISTRATURA ED I MEDIA NE HANNO MINATO LA CREDIBILITA’, IL PRESTIGIO ED IL RUOLO.

AL RESTO CI HA PENSATO L’INADEGUATEZZA DELL’AZIONE DA ESSA SVOLTA,UN’AZIONE SOLO DI FACCIATA,DA PALCOSCENICO ED ESCLUSIVAMENTE RETORICA E PASTICCIONA.

DICIAMO CHE UN’ANTIMAFIA COSI’ CONCEPITA E STRUTTURATA HA FATTO IMPLICITAMENTE GLI  INTERESSI DELLA MAFIA IN QUANTO NON E’ STATA IN GRADO DI COSTRUIRE QUEL MODELLO ALTERNATIVO BASATO SOPRATTUTTO SULLA LIMPIDEZZA E SULLA TRASPARENZA.

E SULLA CONCRETEZZA.

ELEMENTI,QUESTI,VITALI PER IMPOSTARE E CONDURRE UN’AZIONE EFFICACE CONTRO LA MAFIA.

LEONARDO SCIASCIA LA DEFINI’ COME “LA MAFIA DELL’ANTIMAFIA “.

E SIAMO AL PUNTO CENTRALE.

L’ASSOCIAZIONE  “CAPONNETTO” HA TENTATO DI CREARE QUEL MODELLO ALTERNATIVO MA CI E’ RIUSCITA SOLO PARZIALMENTE A CAUSA DELLA SCARSEZZA DELLE ENERGIE A DISPOSIZIONE,DELLA MANCANZA DI LUNGIMIRANZA DI ALCUNI MOSTRATISI INCAPACI DI GUARDARE AL DI LA’ DEL MURO DI CASA PROPRIA E,DICIAMOLO,DELL’INADEGUATEZZA DEL SUO SISTEMA DI COMUNICAZIONE E DELLA PLATEA DI ASCOLTO.

SISTEMA TUTTO DA RIVEDERE E RIFORMARE,COME DA RIVEDERE E RIFORMARE E’ PARTE DELLA SUA CLASSE DIRIGENTE.

UNO SFORZO IMMANE CHE STIAMO FACENDO ATTRAVERSO L’OPERAZIONE DEL TESSERAMENTO PER L’ANNO IN CORSO E L’APPELLO ACCORATO ALLE MENTI ED ALLE COSCIENZE ILLUMINATE E RESPONSABILI DELL’ITALIA CHE ABBIANO A CUORE NON INTERESSI PERSONALI E DI PARTE MA QUELLI GENERALI DEL PAESE.

ISCRIVETEVI E VENITE PER COSTITUIRE QUELLA NUOVA CLASSE DIRIGENTE DI ESSA DA NOI SEMPRE DESIDERATA E CERCATA E TANTO NECESSARIA AD UN PAESE CHE STA ANDANDO NEL BARATRO  E NELLE FAUCI DELLE MAFIE.

LA SEGRETERIA NAZIONALE DELL’ASS.A.CAPONNETTO

Francesco Pazienza, le verità dell’ex 007: “Andreotti mi disse: come si fa smettere l’avvocato di Sindona?”. Su FQ MillenniuM in edicola

IL Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2019

Francesco Pazienza, le verità dell’ex 007: “Andreotti mi disse: come si fa smettere l’avvocato di Sindona?”. Su FQ MillenniuM in edicola

Il protagonista di tante trame parla a ruota libera al mensile diretto da Peter Gomez, in un numero che fa luce sui cosiddetti “misteri italiani” cinquant’anni dopo la strage di piazza Fontana. Le rivelazioni sui politici italiani, la cena con Pablo Escobar, gli scambi di favori con il clan Gambino

di Giuseppe Pipitone

Esistono i servizi deviati? “Ma deviati da chi? Da che cosa? Esistono i servizi. Tutto il resto è una cazzata giornalistica”. E i misteri di Stato? “Ma al massimo ci sono i segreti di Stato”. Che differenza fa? “Una cosa segreta non è un mistero. Perché qualcuno che sa alla fine c’è sempre. Soprattutto se il presidente del Consiglio in carica era Giulio Andreotti o Francesco Cossiga”.

Parla a ruota libera Francesco Pazienza, una vita nei servizi segreti, indicato come il capo del “Supersismi”, coinvolto in numerose vicende giudiziarie: dal crac Ambrosiano al depistaggio sulla strage di BolognaFQMillenniuM lo ha raggiunto nel suo buen retiro di Lerici, in Liguria, dove è tornato ad abitare dal 2007, quando lo hanno rilasciato per l’ultima volta, dopo 12 anni di carcere. Il suo lungo racconto, che spazia dalle trame di casa nostra ai grandi intrighi internazionali, si può leggere sul mensile diretto da Peter Gomez, in edicola da sabato 12 ottobre. Un numero dedicato alle stragi di Stato in occasione dei cinquant’anni dalla bomba di piazza Fontana.

Pazienza continua a professarsi innocente per i reati che gli sono stati contestati. La strage di Bologna? “Io il 2 agosto 1980 ero a New York. Mambro e Fioravanti (i due terroristi dei Nar condannati in via definitiva, ndr)? Puoi dare un incarico sporco a dei ragazzotti, ma il giorno dopo devi eliminarli. Questi sono ancora vivi”, dice l’ex 007. E comunque, sostiene, “Bologna non l’hanno fatta i servizi, al mio amico Cossiga una volta gli scappò: era un transito”. Sarebbe? “Una bomba esplosa per sbaglio. Io volevo dirlo ai giudici dell’ultimo processo, ma non mi hanno voluto sentire”.

Chissà come è andata veramente. Di sicuro c’è solo che la vita di Frank Pazienza, per come la racconta lui, è molto simile a un film: una di quelle pellicole di spie, spregiudicate missioni segrete e colpevoli che alla fine la fanno sempre franca. La cena con il re dei narcotrafficanti Pablo Escobar (“Mi propose di lavorare con loro, rifiutai”). E poi l’amicizia con Manuel Noriega, l’ex dittatore di Panama di cui ricorda ancora il numero di telefono diretto, l’escort più costosa di Parigi scovata per l’ammiraglio Eduardo Massera, piduista e membro della sanguinaria giunta militare argentina, fino al “Billygate” orchestrato con Mike Ledeen per incastrare il fratello del presidente Usa Jimmy Carter e azzopparlo nella corsa presidenziale vinta poi, nel 1980, da Ronald Reagan.

E poi i contatti con il clan dei Gambino, la più potente delle cinque famiglie mafiose di New York, grazie alla quale sostiene di aver sventato un attacco all’ambasciata jugoslava di Roma da parte degli ustascia, terroristi croati di estrema destra. “Andai a incontrare il loro capo per convincerlo a evitare di fare casino, ma niente: diceva che loro avrebbero fatto quello che volevano perché erano protetti dalla Cia. Allora andai a prendere un caffè al bar Milleluci, il quartier generale dei Gambino. Quell’attentato non lo fecero mai”. Il motivo? “Quella notte i Gambino fecero saltare in aria l’auto del capo degli ustascia”.

Torna spesso sulle trame che hanno attraversato la storia italiana dagli anni 70 e 80, Pazienza: “I servizi erano partitizzati come la Rai”, dice. “Santovito era un uomo di Giulio Andreotti, la I divisione la guidava uno indicato dai comunisti. La II divisione era diretta da un pappagallo della Cia. Poi c’era il centro raggruppamento Roma che spiava i politici italiani. C’era un centro d’ascolto, ovviamente illegale: tutto finiva sul tavolo di Santovito che poi lo passava ad Andreotti”. A questo proposito svela un aneddoto mai raccontato ai giudici: “Un giorno Santovito mi mandò da Andreotti. Io vado e il presidente mi fa: c’è questo avvocato di Sindona che sta dicendo un sacco di stupidaggini. Come si fa a farlo smettere? Gli consigliai, con un po’ d’ironia, di rivolgersi alla divina provvidenza. Rispose dicendo che l’aveva già fatto e per questo ero lì”. E ancora: “Prima della deposizione di Palermo, mi chiamò l’avvocato della Democrazia cristiana, Giuseppe De Gori, e mi offrì 200 milioni. Giuro: aprì la cassaforte e tirò fuori una busta piena di mazzette con scritto Banca d’Italia. Queste, mi fece, te le manda il presidente. Io presi un pacco di banconote, tirai fuori 400 mila lire per le spese di viaggio e andai via”.

LETTERA APERTA AGLI  ISCRITTI , SIMPATIZZANTI E A TUTTI COLORO CHE SEGUONO CON INTERESSE E SPIRITO DI VICINANZA L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

AMICI,

QUANDO 16 ANNI FA IN UN COMUNE DEL BASSO LAZIO IN 4,TUTTI PERSISI PER STRADA ECCETTO CHI SCRIVE,DECIDEMMO,PREOCCUPATI DI COME STANNO ANDANDO AVANTI LE COSE NEL NOSTRO PAESE, DI  FONDARE l’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO, CI IMPEGNAMMO A MARCARE LE DISTANZE DA ISTITUZIONI E PARTITI POLITICI AD EVITARE CONDIZIONAMENTI ED INQUINAMENTI.

LIBERI DA TUTTI  SENZA PRENDERE UN SOLO EURO DA PARTITI E DA ENTI,APERTI  ALLA COLLABORAZIONE DI TUTTI ED AMICI SOLAMENTE DI CHI MOSTRA CONCRETAMENTE DI VOLERCI DARE UNA MANO AIUTANDOCI NELLE NOSTRE ATTIVITA’ DI UN SODALIZIO  O P E R A T I V O -RIPETIAMO     O P E R A T I V O – E ,CIOE’, CHE FA  SOLO:

INDAGINE,

DENUNCIA,

PROPOSTE.

PUNTO.

CON I SOLDI  DI TASCA NOSTRA  E DI NESSUN ALTRO !!!!

INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTE  E CON I SOLDI SOLO DI TASCA NOSTRA  !!!!

AMICI SOLAMENTE DI COLORO CHE CI AIUTANO E DI NESSUN ALTRO.

AD AIUTARCI,CON INTERROGAZIONI,INTERPELLANZE,INTERVENTI E PROPOSTE DI LEGGE,SONO STATI DAPPRIMA I PARLAMENTARI DI RIFONDAZIONE, IN PRIMIS GIOVANNI RUSSO SPENA, E, POI,NON ESSENDOCI PIU’ QUESTI, QUELLI DEI 5 STELLE, A COMINCIARE DA ELIO LANNUTTI, MARIO MICHELE GIARRUSSO, RAFFAELE TRANO, FRANCESCO D’UVA, LUIGI DI MAIO E QUALCHE ALTRO FRA QUELLI AI QUALI DI VOLTA IN VOLTA CI RIVOLGIAMO A SECONDA DEI TERRITORI CHE CI TROVIAMO AD ATTENZIONARE.

QUELLI DEGLI ALTRI PARTITI O CI HANNO PRESI PER I FONDELLI O ADDIRITTURA CI HANNO COMBATTUTI.

QUESTA E’ LA REALTA’, A PRESCINDERE DA OGNI ALTRA VALUTAZION E O SCHEMA MENTALE ED IDEOLOGICO CHE NON CI INTERESSANO.

NOI COMBATTIAMO LA MAFIA  E LA MAFIA NON HA COLORE POLITICO E PUO’ STARE QUINDI DOVUNQUE.

SIAMO CRESCIUTI LAVORANDO SODO ED A PANCIA A TERRA E DAL LAZIO CI SIAMO ESTESI AD ALTRE REGIONI CON LA VENUTA DI TANTI ALTRI AMICI,ALCUNI DEI QUALI CI HANNO ABBANDONATO MENTRE ALTRI,I MIGLIORI E QUELLI PIU’ SENSIBILI E MOTIVATI, SONO RIMASTI   E LAVORANO COME E’ NECESSARIO.

CI SONO OVVIAMENTE ANCHE COLORO CHE NON LO FANNO COME SI DEVE CONCEPENDO LA MILITANZA NELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO,VISTI IL PRESTIGIO ED IL RISPETTO CHE CI SIAMO  GUADAGNATI CON IL LAVORO DURO ED I SACRIFICI ECONOMICI DI ALCUNI DI NOI,COME UNA MEDAGLIA DA APPORSI SUL PETTO ANCHE A COPERTURA E PROTEZIONE SUI POSTI DI LAVORO E NELLA SOCIETA’ VISTA ANCHE LA VICINANZA AD ESSA DI ALCUNI PARLAMENTARI E MAGISTRATI PERBENE.

ALCUNI E PERBENE,SOTTOLINEIAMO E NON TUTTI PERO’ !!!!!

LE SELEZIONI AVVENGONO SEMPRE SUL CAMPO E NON PER EREDITA’ O MERITI DI CLASSI.

QUESTA E ‘ LA STORIA PURA E SEMPLICE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO,UN’ASSOCIAZIONE CHE RAGGRUPPA LE PERSONE PIU’ SENSIBILI,CORAGGIOSE E RICCHE DI SENSO CIVICO E DELLO STATO – STATO-STATO E NON STATO – MAFIA -PERSONE CHE NON GUARDANO IN FACCIA A NESSUNO E,SOPRATTUTTO,NON DIPENDONO DA NESSUNO.SOLO AL BENE DEL PAESE ED A QUELLO COLLETTIVO E DEI NOSTRI FIGLI.

NON A CASO ESSA SI E’ DATA IL NOME CHE HA,IL NOME DI UN MAGISTRATO CHE FA PARTE DELLA STORIA DEMOCRATICA E CIVILE DEL PAESE.

UN’ASSOCIAZIONE INDIPENDENTE DA TUTTI,AUTONOMA SUL PIANO ECONOMICO IN QUANTO SI FINANZIA CON I SOLDI PROPRI E DEI PROPRI ISCRITTI E SIMPATIZZANTI E CHE NON ADERISCE A CONFEDERAZIONI O RAGGRUPPAMENTI DI SORTA.

UN’ASSOCIAZIONE GRATA SOLAMENTE A CHI L’AIUTA,AMICA DEGLI AMICI E NEMICA DEI NEMICI.

ABBIAMO SUBITO E SUBIAMO INFILTRAZIONI DI CAMORRISTI E DI GENTE CHE SE NE VUOLE SERVIRE PER INTERESSI PERSONALI SENZA FAR NIENTE,OLTRE AD ATTACCHI CONTINUI CON DENUNCE,QUERELE DI CHI CI ODIA.

MA SIAMO RIUSCITI FINORA,CON L’AIUTO DI DIO,A PARTE QUALCHE FERITA INFERTA A QUALCUNO DI NOI DA PARTE DI GENTE DISONESTA E MAFIOSA,A FRONTEGGIARE ED A SUPERARE OGNI OSTACOLO CACCIANDO ANCHE CHI VOLEVA USARCI E SFRUTTARCI PER FINI DI PARTE O PERSONALI.

MOLTI CI ODIANO,MA TUTTI CI RISPETTANO E MOLTI CI TEMONO PERCHE’ SANNO COME SIAMO SOLITI AGIRE CON I NEMICI IN QUANTO NON ABBIAMO PAURA DI NESSUNO , NON DIPENDIAMO DA NESSUNO E,SOPRATTUTTO,DISPONIAMO DEGLI STRUMENTI NECESSARI PER DIFENDERCI  ED EVENTUALMENTE PER ATTACCARE AVENDO ALLE SPALLE,ALCUNI DI NOI,LUNGHISSIME E SOLIDE ESPERIENZE DI BATTAGLIE POLITICHE,SINDACALI E CIVILI.

GENTE ESPERTA E DECISA ,ABITUATA,PERALTRO, A COMBATTERE  SAPENDO  COME FARLO.

GENTE FORMATASI SUI CAMPI DI BATTAGLIA E NON DIETRO LE SCRIVANIE O LE TASTIERE O,ANCORA,AL MERCATO DELLA VACCHE.

ORA,VISTO L’AGGRAVARSI DELLA SITUAZIONE NEL PAESE CON LE MAFIE ENTRATE ORMAI NEI PALAZZI DELLE ISTITUZIONI,DELLA POLITICA ,DELL’ECONOMIA E DELLA FINANZA,DOBBIAMO FARE UN SALTO DI QUALITA’.

MAFIA E CORRUZIONE NON SI COMBATTONO CON LA RETORICA E CON LE CHIACCHIERE ,MA CON I FATTI.

A NOI CHE SIAMO UN’ASSOCIAZIONE OPERATIVA I CHIACCHIERONI NON SERVONO.

CI SERVONO,INVECE, PERSONE ONESTE,CONVINTE,DETERMINATE,CHE NON HANNO PAURA E CHE HANNO COME FINE  UNICO IL BENE COLLETTIVO E DELL’ITALIA.

STIAMO RISTRUTTURANDO L’ASSOCIAZIONE PER RENDERLA SEMPRE PIU’ EFFICIENTE ED OPERATIVA RINNOVANDO I VERTICI , TAGLIANDO GLI EVENTUALI RAMI SECCHI , AMPLIANDO LA BASE E RENDENDO QUESTA SEMPRE PIU’ COMBATTIVA.

IL PAESE HA BISOGNO DI COMBATTENTI E NON DI IGNAVI E PAROLAI.

 NOI SIAMO NATI ED INTENDIAMO  ESSERE SEMPRE DI PIU’ PARTE ATTIVA E NON PARASSITARIA DEL PAESE,.QUELLA CHE DA’ E NON CHIEDE.

LA PARTE MIGLIORE CHE SI BATTE PER IL BENE DI TUTTI E NON PER QUELLO PERSONALE.

QUELLA CHE CONTRIBUISCE  A   ” F  A  R  N  E ”     LA STORIA

E NON A SUBIRLA O SEMPLICEMENTE RACCONTARLA SENZA CONOSCERNE LE DINAMICHE ED I RIPOSTIGLI.

SIC ET SIMPLICITER.

STIAMO APRENDO LA CAMPAGNA TESSERAMENTO PER IL 2020.

ISCRIVETEVI E VENITE TUTTI,VOI CHE CI SEGUITE MOSTRANDO SENSIBILITA’ ED INTERESSE AI PROBLEMI DEL PAESE,SUL CAMPO DI BATTAGLIA A COMBATTERE CON NOI NELL’INTERESSE DELLl’ITALIA E DEI NOSTRI RAGAZZI.

I NOSTRI FIGLI E NIPOTI E TUTTI GLI ALTRI.

DOBBIAMO FARLO PER LORO.

VI ASPETTIAMO.

IL SEGRETARIO NAZIONALE

ELVIO DI CESARE

 

 

 

 

Appello P4, pasticcio su Alfonso Papa: assolto anzi prescritto. Ma è assalto ai giudici

Appello P4, pasticcio su Alfonso Papa: assolto anzi prescritto. Ma è assalto ai giudici

27 Settembre 2019

Sentenza di non luogo a procedere per prescrizione nel processo di secondo grado all’ex parlamentare Pdl e magistrato, condannato in primo grado a 4 anni e sei mesi, per l’accusa di aver promesso ad imprenditori notizie riservate su indagini in corso, in cambio soldi e regali. I massmedia lanciano la fake news di un’assoluzione nel merito, e parte il coro di politici contro la persecuzione giudiziaria.

Processo P4: l’appello cancella la condanna all’ex deputato Pdl ed ex magistrato Alfonso Papa, ma la sentenza genera un cortocircuito, tra equivoci e grida di persecuzione giudiziaria. Come ricostruisce giustizianews24.it, i giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Napoli (presidente Vincenzo Alabiso, a latere Maria Grassi e Maria Dolores Carapella) hanno dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati. Ma i massmedia intendono fischi per fiaschi: Papa assolto nel merito. E in un niente, si scatena la canea anti magistrati. Il senatore forzista Francesco Giro si interroga sgomento: “Alfonso chi ti restituirà onore e dignità dopo dieci anni di tortura mediatico giudiziaria? Unico sollievo per me è che quando ti incontravo per strada io non volgevo lo sguardo altrove”. Un caso di torcicollo? Lirico Giorgio Mulè, il giornalista-deputato di Fi: “Se un processo si trasforma in tragedia per la vita personale e professionale dell’imputato non è più giustizia ma altro”. Il problema è che, essendo finito in prescrizione, non sapremo mai cosa sia. A ruota arriva la deputata berlusconiana Micaela Biancofiore, simbol d’amore: “Ricordo come fosse oggi il giorno in cui il parlamento decise per gli arresti del collega Alfredo (scrive così, ndr) Papa, una delle pagine più buie della democrazia”. Che ne so: come quando approvò che Ruby fosse la nipote di Mubarak? In primo grado, Papa si era preso 4 anni e sei mesi, per l’accusa di aver promesso ad imprenditori notizie riservate su indagini in corso a loro carico, ottenendo in cambio soldi e regali. Gli si contestavano la induzione alla concussione (due episodi) e la istigazione alla corruzione (un episodio). E se oggi l’imputato esulta per “la fine di un calvario lungo 10 anni”, a rimettere in ordine la vicenda è una nota della presidenza della Corte d’appello. “Non è stata una sentenza di assoluzione ma – precisa – una sentenza di non doversi procedere nei confronti dell’imputato. Alfonso Papa era stato condannato in primo grado; è stato inoltre in parte dichiarato inammissibile ed in parte respinto l’appello del pubblico ministero avverso le pronunzie assolutorie adottate dal Tribunale in ordine agli altri reati”.

 

Fonte:http://www.ildesk.it/

Operazione White stone. Chiesti 2 secoli di carcere per 56 imputati. TUTTI I NOMI

Operazione White stone. Chiesti 2 secoli di carcere per 56 imputati. TUTTI I NOMI

17 Settembre 2019

S.MARIA C.V./MACERATA/CASAPULLA/SAN PRISCO (TP) – Richieste di pene pesantissime, al termine della requisitoria del pubblico ministero Luigi Landolfi, con quasi due secoli di carcere  per i 56 imputati accusati di spaccio nell’ambito dell’operazione White stone. Stamattina il pm ha chiesto condanne che vanno dai 10 ai 20 anni e poche assoluzioni come quella di Oreste Buonpane classe ’96 (difeso dall’avvocato Guglielmo Ventrone, per lui c’era stato annullamento dal riesame). Richiesti 12 anni per Vincenzo Papale  e 12 anni per Raffaele Romano (difesi dall’avvocato Luca Viaggiano).   Settantadue le persone coinvolte ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e produzione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Le piazze di spaccio si trovavano  nel comune di Santa Maria Capua Vetere e nelle aree limitrofe (comuni di S. Tammaro, Curti, Casapulla, San Prisco e Macerata Campania). Nel collegio difensivo gli avvocati Raffaele Crisileo, Angelo Raucci.

ECCO LE RICHIESTE PER I 56 IMPUTATI

Alisio Agostino – 12 anni
Altobelli Luca 12 anni

Ambra Antonietta – 10 anni
Ambra Giuseppe 14 anni
Auriemma Sandro – assoluzione per il capo 2 e anni 8 di reclusione
Bianco Ferdinando – 12 anni
Bosone Fabio – 10 anni
Bonocore Emilio – 10 anni
Buonpane Oreste cl. 96 assoluzione perché il fatto non sussiste
Buonpane Oreste cl. 86 assoluzione per tutti i reati a lui ascritti per non aver commesso il fatto
Caiazzo Anna – 12 anni
Capoluongo Felice – 10 anni
Caraniello Antonio 10 anni
Cecere Cesare – 10 anni
D’Alessio Mario – 12 anni
D’Auria Lorenzo – 20 anni
De Falco Giuseppe – 10 anni
De Masi Anna – 18 anni
De Masi Mario – 12 anni
De Masi Salvatore – 18 anni
De Vacchimo Bianco – 12 anni
Di Palma Vincenzo – 20 anni
Iodato Maria Carmina – 10 anni
Fasano Giuseppe – 10 anni
Funiciello Claudio – 10 anni
Formisano Angelo – 10 anni
Gabriele Michele – 12 anni
Galluccio Patrizio – 12 anni
Giglio Carmine – 10 anni
Giglio Carmine – 10 anni
Giodano Domenico – 12 anni
Grimaldi Alessandro – 10 anni
Guerrazzi Rosario – assoluzione capo 1 per non aver commesso il fatto, 8 anni
Ercolani Alfredo – assoluzione capo 4 per non aver commesso il fatto, 8 anni
Maietta Irene – 10 anni
Masi Antonietta – 10 anni
Masi Valentina – 10 anni
Marino Paolo – 10 anni
Menna Felice – assoluzione per il capo 3 per non aver commesso il fatto, 8 anni
Palermo Fabio – 20 anni
Papale Vincenzo – 12 anni
Pittirolo Andrea – 20 anni
Pittirolo Giuseppe – 20 anni
Jliassi Stefy – 10 anni
Rea Roberto – 10 anni
Romano Marco – 10 anni
Romano Raffaele 12 anni
Ruotolo Margherita 10 anni
Scanapieco Francesca – 10 anni
Somma Eduardo – 20 anni
Stellato Fabiola – assoluzione capo 1 e 8 anni
Stellato Francesca – assoluzione capo 1 e 8 anni
Taglialatela Giovanni – 20 anni
Tedesco Giovanni – 10 anni
Triglio Bruna – 12 anni
Tramontano Antonio – 20 anni
Tassano Giuseppe – 12 anni
Venturini Vincenzo – 14 anni
Ventaglio Giovanni – assoluzione per tutti i reati
Vita Riccardo – 10 anni

fonte:https://casertace.net/

IL RACCONTO AGGHIACCIANTE. “Ecco come ammazzammo Russo in quella officina su mandato di Salvatore Belforte”

IL RACCONTO AGGHIACCIANTE. “Ecco come ammazzammo Russo in quella officina su mandato di Salvatore Belforte”

MARCIANISE – Un’altra testimonianza fondamentale per il delitto di Giovanni Battista Russo è senz’altro quella di Bruno Buttone, rilasciata all’autorità giudiziaria, il 22 maggio 2013. Buttone fa un racconto dettagliatissimo di quel giorno.

Dice che quello fu un delitto organizzato in fretta e furia perchè Gino Trombetta aveva avvistato la vittima in un’autofficina di via Santa Caterina e dunque bisognava fare presto, se si voleva compiere l’omicidio. Buttone si trovava a Casoria per recuperare un’auto per il clan, o meglio, per sostituire una delle vetture che aveva troppo girato per Marcianise e quindi, necessitava di essere sostituita.

Sul suo telefono arriva una chiamata da Domenico Belforte che lo invita ad andare urgentemente a casa del fratello Salvatore. Buttone obbedisce e una volta giunto in via Legnano, trova sulle scale Domenico Belforte e Gennaro Buonanno, che gli dicono di compiere subito il delitto, prima che Russo lasci l’officina. Buonanno consegna a Buttone e a Pasquale Cirillo 4 pistole, ma solo una verrà usata per il delitto.

I due si avviano in fretta e furia verso via Santa Caterina. Passano davanti all’officina e intravedono Russo vicino allo sportello dell’auto insieme al titolare dell’attività, intenti nella riparazione della vettura. Parcheggiano un pò più avanti. Scendono e nel loro percorso di morte discutono su chi dei due debba sparare e su chi debba “tenere a bada” i presenti. Sarà Cirillo a sparare. 16 colpi di pistola. 5 vanno a segno: 3 alla testa di Russo, due in altre parti del corpo. La vittima era stata sorpresa dietro lo sportello della macchina e morirà subito per le gravi ferite riportate.

I due vanno via. Portano la loro vettura in campagna e la incendiano. Hanno agito senza calze sul viso, a differenza di quanto sostenuto invece dal titolare dell’officina, che nelle sue dichiarazioni aveva riferito che i due killer aveva agito a volto coperto (LEGGI QUI).

Cercano il recupero”: qualcuno del clan deve riportarli a casa, e nella fretta omicidiaria, questa pianificazione non era stata organizzata. Finiscono in casa di Ciccio Cavaliere a Capodrise. Buttone e Cirillo se ne andranno da lì solo 7/8 ore dopo il delitto. Buttone non ricorda chi lo portò poi a casa.

Un ultimo dettaglio: le pistole furono nascoste sotto degli alberi nel mentre i due attraversavano una strada di campagna per raggiungere la casa di Ciccio Cavaliere. Buttone smonterà le pistole e le seppellirà accuratamente.

Il dettagliatissimo racconto lo leggete qui in basso.

 

25 Agosto 2019

fonte:https://casertace.net

COME SI UCCIDE LA DEMOCRAZIA

SULL’IMPORTANZA DEL RUOLO CHE I COSIDDETTI “CORPI INTERMEDI ” SVOLGONO NELLE SOCIETA’ CIVILI E DEMOCRATICHE IL PRESIDENTE MATTARELLA CI HA SPESO DI RECENTE ALLA FONDAZIONE MARCO BIAGI MOLTE PAROLE.
EGLI INFATTI HA DETTO FRA L’ALTRO : 
la grande importanza del ruolo delle rappresentanze sociali e dei corpi intermedi, che supera la pur fondamentale dimensione delle relazioni del lavoro, perché riguarda in realtà anche la salute del tessuto democratico del nostro Paese”.

PER NON PARLARE DEL PENSIERO DI MOLTI STUDIOSI , A COMINCIARE DA SYLOS LABINI.
QUANDO ESPONENTI POLITICI O DI GOVERNO – COME HA FATTO NELLE SETTIMANE ANDATE IL MINISTRO DELL’INTERNO NEI CONFRONTI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO CHE GLI AVEVA CHIESTO UN COLLOQUIO PER ESPORGLI LE SUE PROPOSTE IN MERITO ALLA QUESTIONE NAPOLI – NON NE TENGONO AFFATTO CONTO, SI RENDONO AUTORI DI UN GRAVISSIMO VULNUS DEI PRINCIPI DI UNA DEMOCRAZIA MODERNA ED EFFETTIVA.
AFFAR LORO, PERCHE’ OGNUNO E’ LIBERO DI PENSARLA E DI COMPORTARSI COME VUOLE.
MA IL NOSTRO DOVERE E’ QUELLO DI EVIDENZIARNE LA PERICOLOSITA’ DI COMPORTAMENTI DEL GENERE CHE NON GIOVANO DI CERTO ALLA SALUTE ED ALL’IMMAGINE DI UNA VERA DEMOCRAZIA..
NOI NON CI ARRUOLIAMO NELL’ESERCITO DEGLI ALLARMISTI, CHE E’ TUTT’ALTRA COSA DA NOI, MA QUANDO CI TROVIAMO DI FRONTE A COMPORTAMENTI DEL GENERE NON POSSIAMO ESIMERCI DALL’INTRAVEDERE IN ESSI I GERMI DI SUSSULTI AUTORITARI.

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