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Il Coordinamento per la democrazia costituzionale dice no alla riforma della giustizia di Cartabia

Il Manifesto

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale dice no alla riforma della giustizia di Cartabia

Eleonora Martini

EDIZIONE DEL

27.07.2021

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale (nato nel 2014 per opporsi alla riforma costituzionale del governo Renzi) lancia un appello contro la riforma della giustizia sulla quale il premier Draghi vorrebbe porre la questione di fiducia. Pur ammettendo che il «progetto introduce delle note positive che consentono un alleggerimento della macchina giudiziaria, puntano a rendere più equo il processo penale e a valorizzare la funzione rieducativa della pena», la presidenza del Cdc reputa «pericolose e insostenibili» alcune scelte della ministra Cartabia.

Uno dei bocconi più amari è il nuovo istituto introdotto con il ddl: l’improcedibilità del processo per superamento dei termini di durata massima dei giudizi di impugnazione. Il presidente Massimo Villone su questo punto si trova d’accordo con i pm antimafia Gratteri e Cafiero De Raho: «Questa soluzione – scrive – non solo non risolve il problema ma provoca effetti paradossali. Crimini anche gravi, compresi quelli di natura mafiosa, diventeranno non punibili, anche se non sono maturati i termini di prescrizione». In un lungo documento il Cdc arriva a sostenere: «È evidente che se prevarrà il partito dell’impunità, nascosto nelle pieghe della riforma, crescerà nella società il livello di sopraffazione e violenza».

Il secondo motivo di allarme riguarda «la perenne aspirazione dei poteri politici a mettere le mani sul Pm» che «ha trovato eco nella riforma con la norma che assegna al Parlamento di predeterminare con legge i criteri di priorità per l’esercizio dell’azione penale». Il Cdc considera questo un «cuneo nel modello costituzionale che sancisce l’indipendenza del Pm e l’obbligatorietà dell’azione penale a garanzia dei diritti e dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge». L’appello è a mobilitarsi «per evitare soluzioni inadeguate e incostituzionali che possono provocare danni irreversibili».

 

Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”

Il Fatto Quotidiano

Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”

L’ex premier ha incontrato i parlamentari dei 5 stelle per fare il punto sulla riforma della giustizia: “Ci sono margini di manovra ristrettissimi. Confronto costruttivo con Draghi, ma ho chiarito che la proposta come originariamente formulata pone problemi serissimi al Movimento. In pochi giorni capiremo se le nostre richieste hanno trovato accoglimento o meno”, ha detto. Poi incontrando i giornalisti ha chiarito: “Non voglio neppure considerare l’ipotesi in cui non venga modificato il testo”

di F. Q. | 27 LUGLIO 2021

Per il Movimento 5 stelle sarà difficile votare la fiducia sulla riforma della giustizia se il governo non farà alcuna modifica. E i 5 stelle intendono tenere alcuni punti fermi sui reati di mafia, terrorismo e corruzione. È un messaggio indirizzato a Palazzo Chigi quello pronunciato da Giuseppe Conte durante l’incontro con i deputati dei 5 stelle. “Oggi sarò a confronto con i rappresentanti del Movimento nelle commissioni parlamentari”, ha annunciato l’ex premier uscendo dalla sua abitazione nel centro di Roma. L’oggetto del confronto è stato proprio lo stato d’avanzamento della trattativa con Mario Draghi sulla riforma di Marta Cartabia. Nelle stesse ore la guardasigilli era a colloquio col premier a Palazzo Chigi proprio per discutere le modifiche da apportare alla riforma.

Non considero neanche che il testo non sia modificato” – Ieri Conte ha ottenuto dal premier e dalla guardasiglli un’apertura alle sue richieste: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. E dunque il meccanismo della “tagliola” che fa morire i processi se non si concludono in due anni in Appello e uno in Cassazione non varrebbe per quel tipo di crimini. “C’è un confronto costruttivo con Draghi, ma ho chiarito che la proposta come originariamente formulata pone problemi serissimi al Movimento. In pochi giorni capiremo se le nostre richieste hanno trovato accoglimento o meno. È chiaro che una prospettiva di fiducia alla riforma senza alcune modifiche sarebbe per noi difficile“, ha detto il capo in pectore del M5s durante l’incontro coi parlamentari, secondo l’agenzia di stampa Adnkronos. Poi con i giornalisti ha spiegato il senso delle sue parole sulla fiducia: “Le minacce non mi sono mai piaciute, il mio è un atteggiamento costruttivo”. Ma, ha sottolineato, “non voglio neppure considerare l’ipotesi in cui non venga modificato il testo. E sbagliato dire che noi dobbiamo essere accontentati e altre formazioni no. L’obiettivo è avere un sistema di giustizia efficiente”.

Voto degli iscritti? Valuteremo” – La trattativa, insomma, è tutt’altra che definita. E infatti Conte ha spiegato ai parlamentari che “sulla riforma della giustizia ci sono margini di manovra ristrettissi. Ma io li sto sfruttando tutti e ce la sto mettendo tutta. Sto chiedendo una serie di interventi, consapevole che la maggioranza è molto ampia ed esprime ben differenti sensibilità. Ma abbiamo tracciato delle linee e dei punti fermi, insieme, con una squadra di lavoro tecnica, a partire dai reati di mafia, terrorismo e corruzione“. Concetto sul quale l’ex premier è tornato fuori da Montecitorio, rispondendo alle domande dei giornalisti: “Abbiamo fatto delle osservazioni, condivise da buona parte degli addetti ai lavori e non sono per interessi di bottega del Movimento 5 stelle, noi lavoriamo per rendere più efficiente e equo il sistema giustizia. Abbiamo ottenuto una interlocuzione, lasciamo che il governo lavori. Certamente dobbiamo evitare che in un paese come il nostro processi per mafia e terrorismo possano svanire nel nulla”. Gli chiedono: farete votare gli iscritti? “Valuteremo al momento”, ha risposto Conte.

Ecco perché serviva una leadership forte” – Coi deputati il capo politico in pectore è tornato sulla lite con Beppe Grillo per spiegare che quando parlava “di una leadership forte non era per un interesse personale ma per il bene del movimento. C’è necessità di una leadership chiara e forte per interloquire con il governo e ottenere dei risultati”. L’ex premier, infatti, non ha parlato solo di riforma della giustizia ma anche del futuro del Movimento: “L’attività per la rifondazione del M5S è a tempo pieno, anche per questo non ho corso per un seggio”. Il riferimento è per le suppletive a Siena e a Roma, candidature alle quali nei mesi scorsi era stato accostato l’ex inquilino di Palazzo Chigi. E a proposito di rifondazione del M5s, Conte ha ricordato anche come la “scuola di formazione sia determinante nel nuovo corso”, assicurando che “ci saranno incontri periodici con voi delle varie commissioni parlamentari”.

 

Colpo al commercialista del clan Mallardo, sequestro da 20 mln di euro ad Alfredo Aprovitola

Colpo al commercialista del clan Mallardo, sequestro da 20 mln di euro ad Alfredo Aprovitola

Di internapoli -26 Luglio 2021

Blitz contro il commercialista del clan Mallardo, colpo da 20 milioni di euro. Dalle prime ore dell’alba, i finanzieri del Comando Provinciale di Napoli, all’esito di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, infatti, stanno eseguendo, tra le regioni Campania e Lazio, sequestri per oltre 20 milioni di euro nei confronti del commercialista del clan Mallardo. Sottoposti a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, oltre 100 tra fabbricati, terreni, quote societarie, autovetture, nonché numerosi rapporti finanziari.

Il commercialista è Alfredo Aprovitola, 52 anni. Il 17 settembre dello scorso anno è stato condannato in primo grado a sette anni di carcere dal tribunale di Napoli, e attualmente è in libertà.

I precedenti di Alfredo Aprovitola

Il Gico della Guardia di Finanza di Napoli già aveva arrestato Alfredo Aprovitola, noto commercialista finito in carcere il 12 marzo del 2012, insieme al padre Domenico, perché ritenuti “colletti bianchi” del clan Mallardo, e successivamente scarcerati. Aprovitola, accusato di estorsione con metodo mafioso, fu raggiunto e ammanettato dai finanzieri nella sua abitazione di Giugliano nell’ambito dell’operazione king kong”, che portò in carcere gli Aprovitola, furono anche sequestrati beni per 71 milioni di euro. Il Tribunale del Riesame annullò l’ordinanza di arresto nei confronti di Alfredo e Domenico Aprovitola, rimmettendoli in libertà.

L’operazione di oggi

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari.

Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia APROVITOLA con il clan MALLARDO.

Al riguardo, APROVITOLA Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il “tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del Clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa.

Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di APROVITOLA Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania; a queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso.

L’APROVITOLA avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

Arrestato dagli stessi finanzieri del G.I.C.O. nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica, APROVITOLA, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, epilogate con l’esecuzione degli odierni sequestri, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Fonte:https://internapoli.it/alfredo-aprovitola/

 

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

Di Antonio Mangione -26 Luglio 2021

Sarà la Corte di Cassazione, dopo l’estate, a pronunciarsi sul sequestro eseguito oggi nei confronti del commercialista Alfredo Aprovitola. Oggi la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la Guardia di Finanza di Napoli, ha eseguito, tra la Campania e il Lazio, un provvedimento di sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre 20 milioni di euro, riconducibile al noto commercialista Alfredo Aprovitola (classe ‘69) e al suo nucleo familiare.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari. Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia Aprovitola con il clan Mallardo.

La figura di Alfredo Aprovitola

Al riguardo, Aprovitola Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa. Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto “l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio”.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di Aprovitola Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania. A queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso. Aprovitola avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

I precedenti ed i rapporti col Clan Mallardo

Arrestato dagli stessi finanzieri del Gico nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica,Aprovitola, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Gli attuali legali, gli avvocati Mario Griffo e Sabato Graziano, hanno proposto ricorso in Cassazione dopo che il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta del Pm, inizialmente respinta dal tribunale di Napoli, sul sequestro dei beni a seguito della sentenza di condanna in primo grado di Aprovitola.

Fonte:https://internapoli.it/la-mente-lavatrice-del-clan-mallardo-aprovitola-il-commercialista-ora-attende-la-cassazione/

 

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

Di Antonio Mangione -26 Luglio 2021

Sarà la Corte di Cassazione, dopo l’estate, a pronunciarsi sul sequestro eseguito oggi nei confronti del commercialista Alfredo Aprovitola. Oggi la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la Guardia di Finanza di Napoli, ha eseguito, tra la Campania e il Lazio, un provvedimento di sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre 20 milioni di euro, riconducibile al noto commercialista Alfredo Aprovitola (classe ‘69) e al suo nucleo familiare.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari. Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia Aprovitola con il clan Mallardo.

La figura di Alfredo Aprovitola

Al riguardo, Aprovitola Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa. Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto “l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio”.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di Aprovitola Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania. A queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso. Aprovitola avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

I precedenti ed i rapporti col Clan Mallardo

Arrestato dagli stessi finanzieri del Gico nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica,Aprovitola, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Gli attuali legali, gli avvocati Mario Griffo e Sabato Graziano, hanno proposto ricorso in Cassazione dopo che il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta del Pm, inizialmente respinta dal tribunale di Napoli, sul sequestro dei beni a seguito della sentenza di condanna in primo grado di Aprovitola.

Fonte:https://internapoli.it/la-mente-lavatrice-del-clan-mallardo-aprovitola-il-commercialista-ora-attende-la-cassazione/

 

IL RUOLO CHE DOVREBBE SVOLGERE L’ASSOCIAZIONISMO E CHE PURTROPPO NON SEMPRE SVOLGE

IL RUOLO CHE DOVREBBE SVOLGERE L’ASSOCIAZIONISMO E CHE PURTROPPO NON SEMPRE SVOLGE.LA DENUNCIA DEL MINISTRO CHE FACCIAMO  DA SEMPRE NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO .TROPPE CHIACCHIERE E POCHI I FATTI.ABBIAMO  OGNUNO DI NOI TROPPE COLPE DI CUI SCOLPARCI.””

 

L’allarme del Ministro: “Casalesi e Belforte infiltrano economia post Covid”. Poche denunce per usura

 

L’allarme del Ministro: “Casalesi e Belforte infiltrano economia post Covid”. Poche denunce per usura

Lamorgese a Caserta per il Comitato su ordine pubblico. Aumentano furti in abitazione nel 2021, manifestazioni ‘no green pass’ non autorizzate

Attilio Nettuno

26 luglio 2021 14:34

“Il clan dei Casalesi ed il clan Belforte hanno una forte capacità di infiltrazione dell’economia soprattutto in un periodo come quello attuale, con la pandemia che ha reso più fragile la nostra società e quindi più facilmente permeabile”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Caserta dove ha presieduto una riunione del Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica svolto in Prefettura ed al quale hanno preso parte anche il Prefetto Raffaele Ruberto, il Capo della Polizia Lamberto Giannini ed il Questore Antonio Borrelli.

Sui reati in generale dal comitato è emersa una diminuzione rispetto al periodo pre-pandemico: il 13% in meno a livello provinciale ed il 18,5 per quanto riguarda il Capoluogo nel raffronto tra il 2019 ed il 2020. Nei primi 6 mesi del 2021, però, “c’è un aumento rispetto all’anno scorso – precisa Lamorgese – Sono aumentati i furti in abitazione ed i furti di identità digitali”. Per la titolare del Viminale lo smart working “ha determinato che aumentassero i reati di questo tipo”. Sull’occupazione abusiva di immobili “molti passi avanti sono stati fatti con una maggiore attività di assistenza pubblica per l’esecuzione degli abbattimenti di immobili abusivi emessi dalla Procura”.

Il Ministro Lamorgese ha poi evidenziato le “poche denunce in materia di usura rispetto ai casi di cui si ha notizia – ha dichiarato – Al riguardo l’associazionismo non è presente su questi aspetti. Bisogna intervenire con associazionismo perché può fare tanto. Non c’è libertà se non c’è legalità”.

Il Ministro Lamorgese ha infine, rispondendo alle domande dei cronisti, riferito sulle recenti manifestazioni ‘no green pass’. “Le manifestazioni svolte nell’ultimo fine settimana non erano autorizzate”, ha ribadito. “La vaccinazione significa essere sicuri per se stessi e dare sicurezza agli altri. La vera libertà è questo, non la libertà di non vaccinarsi. La libertà di ognuno – ha aggiunto il ministro – è collegata ai principi di legalità che devono essere tenuti presenti. La vera libertà è quella di tutelare e aiutare anche gli altri nella tutela della salute pubblica. Non bisogna pensare solo per se, ma si deve pensare per tutti”.

Fonte:https://www.casertanews.it/cronaca/camorra-casalesi-belforte-economia-denunce-usura-lamorgese-caserta.html

Rita Atria, la mafia sarà sconfitta solo grazie a chi deciderà di affidarsi allo Stato

Rita Atria, la mafia sarà sconfitta solo grazie a chi deciderà di affidarsi allo Stato

Davide Mattiello 26 Luglio 2021

Rita Atria aveva avuto la forza di trasformare la sete di vendetta in bisogno di giustizia. Aveva avuto la forza di rinascere culturalmente, abbandonando dietro di sé la mentalità mafiosa nella quale era cresciuta. Aveva avuto la forza di resistere ad una madre che l’aveva maledetta per la sua decisione di parlare con gli “sbirri” delle cose di famiglia. Aveva avuto la forza di affidarsi allo Stato insieme a sua cognata, Piera Aiello, dopo che la mafia aveva massacrato padre e fratello. Quello Stato che aveva la faccia di Paolo Borsellino, che le “adottò” entrambe, proteggendole e riconoscendone il valore.
Ma tutta questa inimmaginabile forza non le bastò più dopo il 19 Luglio 1992, dopo la strage di Via d’Amelio, quando Cosa nostra le portò via per la seconda volta un padre. Resistette una settimana a quel dolore lancinante e senza consolazione, poi si uccise, il 26 Luglio del 1992, a Roma.
La memoria è “ortopedica” nel senso che ci aiuta a scegliere dove mettere i piedi, ci aiuta ad orientare il cammino, le scelte, l’impegno. La memoria di Rita è un punto fermo dell’agire di molti, ancora oggi. Rita e Piera (parlamentare e componente della Commissione parlamentare Antimafia) sono state tra le prime testimoni di giustizia in Italia, anzi, il concetto stesso di “testimone di giustizia” ha preso forma in quegli anni per distinguere il profilo di chi decideva di collaborare con lo Stato dopo una vita di delinquenza, da quello di chi decideva di informare lo Stato di crimini visti, subiti o appresi, senza averne però mai compiuti.
L’Italia all’inizio degli anni ’90, grazie al lavoro di Giovanni Falcone, si era dotata di una prima normativa rivolta ai collaboratori di giustizia, una normativa importante ancora oggi e proprio per questo ancora oggi oggetto di polemiche strumentali che mirano a minarne l’efficacia, ma non aveva una normativa dedicata ai testimoni di giustizia. Ci vorranno dieci anni e tante storie di coraggio e sofferenza per arrivare alla legge 45 del 2001 con la quale il Legislatore, integrando la normativa precedente, creava la figura del Testimone e decideva come proteggerla, sia dalla vendetta sia dalla solitudine.
Nella passata Legislatura il Parlamento ha approvato all’unanimità una riforma del sistema di protezione per i Testimoni di Giustizia, che ha introdotto importanti novità legate soprattutto al rapporto tra Testimoni e Servizio Centrale di Protezione, ed anche legate agli strumenti di sostegno socio-economico. Ma le leggi vivono di decreti attuativi, di regolamenti e (soprattutto) di prassi applicative cioè di quella routine che si genera a poco a poco tra coloro che sono deputati ad esercitare una certa legge. Le prassi applicative sono a loro volta figlie della cultura che si respira tra addetti ai lavori, dei pre-giudizi con i quali ci si approccia alle situazioni concrete che devono essere gestite.
Il sistema di protezione tanto dei collaboratori, quanto dei testimoni di giustizia, fa capo alla Commissione Centrale presso il Ministero dell’Interno, la quale a sua volta dispone del Servizio Centrale di Protezione che si occupa della quotidianità di questa popolazione che si compone di qualche migliaio di persone, molte delle quali sono minorenni.
La Commissione Centrale è normalmente presieduta da un Sottosegretario cui il Ministro conferisce la delega, attualmente si tratta del Sottosegretario Nicola Molteni, pilastro della Lega salviniana in Parlamento.
Dopo quasi trent’anni dalle stragi e dalla morte di Rita dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia delle responsabilità nel contrasto a mafie e corruzione che questa battaglia si può vincere, ma che si vincerà non tanto per il numero degli arresti e delle condanne: si vincerà per il numero di persone che decideranno di affidarsi allo Stato, anzichenò. Scegliere lo Stato, anzichenò, significa tante cose, dal pagare le tasse al denunciare i crimini, ma ha a che fare con un presupposto soltanto: la credibilità delle Istituzioni.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

Riforma Cartabia, si tenga conto delle parole di Mattarella in tema di mafia

Il Fatto Quotidiano

Riforma Cartabia, si tenga conto delle parole di Mattarella in tema di mafia

Gian Carlo Caselli

Ex magistrato

26 LUGLIO 2021

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha compiuto ottant’anni. Unanimi sono stati, nei messaggi augurali, i convinti apprezzamenti per la sua figura e la sua opera. Parole ricorrenti: equilibrio, saggezza, autorevolezza, tutela incessante dei principi costituzionali, senso dello Stato e profilo morale alti. In sostanza, una guida forte riconosciuta come tale ben al di là delle formule di circostanza.

Questo Mattarella è lo stesso che il 23 maggio scorso nell’aula bunker del tribunale di Palermo ha pronunziato un intervento non rituale articolato su due principali passaggi. Primo: “La mafia esiste tutt’ora, non è stata definitivamente eliminata”, nonostante “i grandi successi ottenuti” sul piano repressivo e su quello della diffusione di una coscienza non più succube dei disvalori mafiosi. Secondo: “O si sta contro la mafia o si è complici dei mafiosi”.

Parole lucide e ferme, che devono valere come riferimento sicuro e imprescindibile. Sempre. Proiettandole anche sul dibattito in corso in tema di riforma della giustizia. In particolare sull’allarme circa i rischi che la nuova disciplina della prescrizione (alias improcedibilità) potrebbe comportare per la cancellazione di migliaia di processi relativi a delitti di mafia. Allarmi che ben si possono definire certezze se si considera che provengono anche da magistrati come Cafiero de Raho e Gratteri, la cui competenza e affidabilità sono di tutta evidenza.

E allora: per semplice dovere di coerenza con la valutazione di guida forte del paese da tutti espressa nei confronti del presidente Matarella, che per favore si tenga concretamente conto delle sue indicazioni in tema di mafia nel discutere se introdurre aggiustamenti “tecnici” alla riforma Cartabia. Tanto più che le entusiastiche e sacrosante parole augurali sopra ricordate sono tratte dal messaggio del premier Draghi.

 

 

Riforma Cartabia, Draghi apre a Conte: stop a improcedibilità per mafia e terrorismo. Blitz Fi su abuso d’ufficio: slitta la commissione

Il Fatto Quotidiano

Riforma Cartabia, Draghi apre a Conte: stop a improcedibilità per mafia e terrorismo. Blitz Fi su abuso d’ufficio: slitta la commissione

Il punto d’incontro tra governo e M5s può arrivare su un concetto semplice: nessuna improcedibilità nei giudizi su mafia e terrorismo. Intanto restano bloccati i lavori in commissione Giustizia – dove scende a 400 il limite dei subemendamenti segnalati dalle forze politiche – dopo il nuovo tentativo di Forza Italia di allargare il perimetro della riforma anche all’abuso di ufficio. Nel pomeriggio incontro tra la guardasigilli e il premier a Palazzo Chigi

di F. Q. | 26 LUGLIO 2021

Si lavora a un accordo per arrivare all’approvazione della riforma della giustizia. Ma Forza Italia prova a far saltare la trattativa in corso tra Giuseppe Conte e Mario Draghi, rilanciando la richiesta di allargare la discussione in commissione pure all’abuso d’ufficio. E dunque la strada della norma di Marta Cartabia – che nel pomeriggio ha incontrato il premier a Palazzo Chigi – è tutt’altro che in discesa. Nelle scorse ore è emerso che il punto d’incontro tra il governo e il Movimento 5 stelle può arrivare su un concetto semplice: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. Cioè una delle principali modifiche chieste dai pentastellati al testo della riforma del processo penale licenziato dal governo.

Il possibile accordo: no improcedibilità per reati di mafia – All’inizio della settimana decisiva per l’approvazione – l’arrivo in Aula alla Camera è fissato per venerdì – un retroscena di Repubblica dà l’accordo per fatto e, a quanto apprende l’agenzia Adnkronos, i vertici del Movimento sarebbero in queste ore in attesa del testo dell’intesa, “perché la richiesta è stata accolta ma prima di dire che l’accordo è stato raggiunto è necessario vedere la modifica”. Insomma, salvo colpi di scena, le mediazioni delle ultime ore hanno portato a un primo risultato: nell’elenco dei reati per cui la “ghigliottina” non vale, oltre a quelli puniti con l’ergastolo, entrerebbero le fattispecie di criminalità organizzata di stampo mafioso e terroristico (i cui processi, peraltro, già adesso godono di una corsia preferenziale, essendo gli imputati quasi sempre detenuti). In questi casi la prescrizione resterebbe quindi bloccata dopo la sentenza di primo grado (in base alla riforma Bonafede) senza il rischio di estinzione del processo per “sforamento” del termine di due anni in Appello o uno in Cassazione. A quanto riporta il Corriere, Conte e Draghi si sono sentiti al telefono più di una volta tra venerdì e sabato, con l’ex premier a insistere sul punto (“Non possiamo permettere che anche un solo processo di mafia salti a causa della riforma”) lanciando però messaggi distensivi rispetto all’ipotesi di una resa dei conti in Aula.

In commissione Forza Italia insiste: “Allargare ad abuso d’ufficio” – Il primo spiraglio però non è sufficiente per dare per chiusa la trattativa. E a dimostrarlo è il fatto che restano bloccati i lavori in commissione Giustizia alla Camera, dove in parallelo Forza Italia sta tentando il blitz per allargare il perimetro del ddl all’abuso d’ufficio. Venerdì il presidente Mario Perantoni ha dichiarati inammissibili gli emendamenzi di Fi per estraneità di materia. Il ddl infatti riguarda la procedura penale, mentre gli emendamenti di Fi riguardano il codice sostanziale. Fi e tutto il centrodestra avevano quindi chiesto che stamani l’ufficio di presidenza votasse un allargamento del perimetro del ddl così da ricomprendere l’abuso di ufficio. Ma stamattina il centrodestra ha annunciato di aver presentato ricorso al presidente Fico contro le inammissibilità ai propri emendamenti, quindi l’ufficio di presidenza ha rinviato a domani mattina le proprie deliberazioni in attesa del pronunciamento del presidente Fico. Se questi respingerà il ricorso del centrodestra si voterà la richiesta di allargamento del perimetro del ddl, contro il quale si sono espressi Pd e M5s. “L’allargamento del perimentro del ddl – ha spiegato ai cronisti Perantoni – comporterebbe un allungamento dell’esame del provvedimento: dovrei predisporre l’abbinamento degli altri ddl riguardanti l’abuso di ufficio e la riapertura dell’istruttoria, con le audizioni. Lavoriamo per portare il testo in aula venerdì 30, ma la varietà di opinioni è tale da non farmi fare previsioni”. “La richiesta avanzata da Forza Italia, sostenuta ambiguamente dalla Lega rischia di far naufragare tutto”, dice Franco Vazio, vice presidente commissione e relatore della riforma.

I lavori in commissione: emendamenti scendono a 400 – Intanto però il tempo corre e si lavora per riuscire ad arrivare a un accordo in breve. L’ufficio di presidenza della commissione Giustizia della Camera ha fissato a 400 (da 1600 che erano) il numero complessivo dei subemendamenti segnalati, con una quota per ciascun gruppo. I gruppi parlamentari dovranno segnalare quali sono i propri sub-emendamenti agli emendamenti del governo sulla riforma del processo penale che vogliono siano votati. M5s potrà segnalare 83 sub-emendamenti, la Lega 71, il Pd 54, Fi 48. Fdi 45, Coraggio Italia 25, Iv 27, Leu 20, L’Alternativa c’è 16, mentre le altre componenti del Misto potranno segnalarne 5 ciascuna. Pd e Lega hanno preannunciato che segnaleranno solo una decina di sub-emendamenti. I gruppi dovranno indicare gli emendamenti segnalati entro le 20 di oggi.

Il Pd: Improcedibilità parta dal 2024 – La mediazione, quindi, auspicata dal M5s, permetterebbe di scongiurare i rischi sulla tenuta del sistema di contrasto alle mafie paventati da voci autorevoli, quali il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, ascoltati nei giorni scorsi in audizione alla Camera. E su cui – riporta sempre Repubblica – c’è anche l’accordo di Enrico Letta, allineato a Conte nell’esigenza di mettere al sicuro procedimenti delicati. “In questa settimana si faranno gli ultimi aggiustamenti, poi un testo andrà votato”, dice il segretario Pd al Corriere, “il nodo giustizia doveva arrivare e si stanno cercando soluzioni. Io sono fiducioso, perché Draghi e Cartabia hanno mostrato grande flessibilità”. I dem da parte loro insistono sul cosiddetto lodo Serracchiani, dal nome della capogruppo a Montecitorio: per permettere agli investimenti sul sistema-giustizia di produrre effetti, il termine per concludere l’appello è allungato a tre anni, invece di due, per tutti i reati fino al 2024. Un’altra possibile modifica riguarda il momento da cui far partire il conto alla rovescia: nel testo del governo è fissato alla scadenza del termine per impugnare, il M5s chiede di farlo decorrere dalla prima udienza del grado di Appello (come prevedeva, peraltro, la stessa commissione Lattanzi incaricata da Cartabia di elaborare la proposta di riforma). Tra gli emendamenti segnalati – che sono 13 – i dem hanno incluso anche quello che prevede una proroga dei termini di durata del processo con ordinanza del giudice per i reati di mafia e terrorismo o per un giudizio di impugnazione particolarmente complesso

Delitto Vassallo, i parlamentari antimafia:«C’è chi sa e non parla, basta zone d’ombra»

Il Mattino

Delitto Vassallo, i parlamentari antimafia:«C’è chi sa e non parla, basta zone d’ombra»

Sabato 24 Luglio 2021

di Antonio Vuolo

Non è ammissibile pensare a quasi undici anni senza nemmeno un processo. Questa, inevitabilmente, è una di quelle situazioni in cui c’è qualcuno che sa e che però non ha parlato. E il nostro Paese non merita zone d’ombra». Va via, con questo appello, dal porto di Acciaroli, il deputato del Movimento 5 Stelle, Luca Migliorino, promotore del lavoro della Commissione parlamentare antimafia sul caso Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato il 5 settembre 2010 da mani ancora ignote alla giustizia. Ieri pomeriggio è arrivato nella perla del Cilento insieme ai colleghi pentastellati Stefania Ascari e Giovanni Endrizzi. Con loro anche il senatore salernitano di Fratelli d’Italia, Antonio Iannone. «Essere qui è fondamentale per leggere meglio le carte e ci aiuterà a capire anche se tutti hanno detto o meno la verità» aggiunge Migliorino, colloquiando con i giornalisti dinanzi alla “Grande Onda”, al porto turistico di Acciaroli. «Faremo una relazione finale e sarà pubblica – conclude Migliorino – Speriamo di ultimare la prima parte del lavoro, quella che farà chiarezza sulla dinamica dell’omicidio, entro la fine dell’estate». Gli fa eco Dario Vassallo, fratello di Angelo e presidente della Fondazione dedicata al sindaco pescatore: «È importante che si faccia presto, ma soprattutto è importante essere qui oggi insieme alla Commissione. Ritengo che questo passaggio sia fondamentale, penso che sia il penultimo se non l’ultimo passaggio per arrivare alla verità. Una volta che verremo a conoscenza della relazione della Commissione Antimafia, noi muoveremo azione legale in sede civile nei confronti di uomini delle Istituzioni, che si sono macchiati del grave crimine di depistaggio su chi ha ucciso mio fratello. Questi uomini dello Stato dovranno pagare non solo il depistaggio, ma anche undici anni della mia vita, dedicati alla ricerca della verità».

C’è anche Massimo, un altro dei fratelli del sindaco pescatore. Segue passo dopo passo il gruppo di lavoro. Dopo un primo sopralluogo al porto, intitolato tra l’altro proprio a Vassallo, i parlamentari, accompagnati da funzionari dell’antimafia, si spostano anche nel luogo, a poche centinaia di metri dalla casa di Vassallo, dove in quella maledetta sera di inizio settembre si consumò l’efferato delitto. «L’omicidio di Angelo è una ferita purtroppo ancora aperta» ricorda il senatore Iannone, che all’epoca dei fatti era assessore alla Provincia di Salerno. «Vogliamo dare il nostro contributo per fare luce su quanto accaduto ad Angelo Vassallo. Questa è la nostra missione e ci stiamo prodigando con il massimo dell’impegno per riuscirci. Ora andremo avanti già nei prossimi giorni incontrando (29 luglio) il procuratore Giuseppe Borrelli» ribadisce l’esponente di Fratelli d’Italia, che in mattinata è stato insieme ai suoi colleghi in Prefettura a Salerno per un incontro con il prefetto Francesco Russo. Ad accogliere la Commissione parlamentare antimafia, guidata dall’onorevole Nicola Morra, assente però ad Acciaroli, ci sono anche Gerardo Spira, storico segretario comunale di Vassallo, il sindaco di Roscigno, Pino Palmieri, e Gisella Botticchio, consigliere comunale di minoranza ad Agropoli. Ed è anche l’assist a Dario Vassallo per non risparmiare accuse alla politica locale. «Ho denunciato due anni fa all’Antimafia il sistema Cilento. Lo Stato deve rafforzare la sua presenza per scardinarlo. È incredibile come Angelo venga ricordato e rispettato ovunque, mentre qui ci sono comuni, come Agropoli e San Giovanni a Piro, che hanno perfino rifiutato l’intitolazione di una pianta».


Giustizia, Gratteri: “Con la riforma Cartabia delinquere conviene di più”

Giustizia, Gratteri: “Con la riforma Cartabia delinquere conviene di più”

Il Procuratore di Catanzaro denuncia i limiti di una riforma che rischia di fermare il 50% dei processi in corso: “Si sta preparando la grande amnistia”.

Angelo Cannatà 21 Luglio 2021

È lunedì sera e da qualche giorno piove in Calabria, il clima è umido, abbastanza freddo e si teme il flop a Polistena nella serata dedicata all’intervento in piazza di Nicola Gratteri; invece, come sempre quando c’è il Procuratore di Catanzaro, la piazza alle 21 si riempie di gente, tanta, soprattutto giovani, ogni angolo è occupato e si fatica anche in piedi a trovare posto nella centralissima agorà polistenese. C’è voglia d’ascoltarla questa voce controcorrente. Il brusio si placa, s’affievolisce. Silenzio. E Gratteri non delude. È qui per presentare Non chiamateli eroi (Mondadori), ma si capisce subito che del libro parlerà poco. Certo, risponde alle domande di Michele Albanese, anche alle più scontate (“Dov’era lei quando arrivò la notizia della strage di Capaci”), ma gli preme parlare d’altro: “Consentitemi di dire della riforma Cartabia. Non è vero che un Procuratore della Repubblica deve stare zitto, non siamo più nel 1890, oggi è giusto che la gente sappia, che l’informazione circoli. È per questo che parlo. Cosa penso della riforma? Sono arrabbiato. Molto arrabbiato.” Cattura subito l’attenzione, Gratteri, da grande affabulatore. Analizza. Confronta i dati. Smonta le tesi degli ipergarantisti. Mostra la nuda realtà della giustizia in Italia: “Eravamo la patria del diritto, ora che cosa siamo? Dicono che le carceri sono sovraffollate. La soluzione è liberare i ladri? Questa classe politica sta preparando amnistie mascherate”. È l’incipit di un discorso sulla certezza della pena che solo un giusto processo può garantire. Ma, “la riforma Cartabia consente un giusto processo?”

È la domanda chiave della serata. Siamo qui per parlare di Falcone e Borsellino e di altre storie di lotta alle mafie – argomenta – ma il modo migliore per onorarli è mettere a nudo i limiti di una riforma che rischia di fermare il 50% dei processi in corso. Insomma, la Cartabia pretende che si svolgano in due anni – con le stesse carenze d’organico di sempre – processi che finora non si chiudevano in tre.” I termini non saranno rispettati e finiranno tutti in prescrizione. “È questo che si vuole?” Pone domande Gratteri, e si sente che conosce le risposte. Garantismo? Qui si sta preparando la grande amnistia. Che diranno le persone offese, le vittime del reato? È lucido (“i magistrati devono fare giustizia, non smaltire le carte”) e ha coraggio quando invita tutti a seguirlo su Internet: “Dirò le stesse cose in Commissione giustizia alla Camera. Non ho paura. Seguite la diretta”. Infatti, in Commissione il 20 luglio: “Temo che i 7 maxi processi contro la ‘ndrangheta” che si stanno celebrando a Catanzaro “saranno dichiarati tutti improcedibili in appello”. Un grido d’allarme. Anticipato la sera prima a Polistena, dove tra gli applausi insiste sul punto: “Feroce il mio giudizio contro la Cartabia, con questa riforma delinquere conviene di più. Le persone vengono umiliate dalla mafia, e abbandonate dallo Stato.”

Indica una via percorribile Gratteri? Certo, completamente opposta a quella della ministra: occorre rendere più snelle le procedure, “limitare le ipotesi di appello, rendere inammissibili le impugnazioni vistosamente pretestuose; ridurre i ricorsi in Cassazione, eccetera. È un fiume in piena Gratteri. Calmo. Preciso. Coraggioso. Il suo libro, Non chiamateli eroi, parla di Falcone e Borsellino, ma anche “dei saldi principi di Giorgio Ambrosoli”, della “determinazione di Libero Grassi”… “I loro sogni, il loro coraggio sono un modo per non dimenticare e ricordare che: ‘Si può fare qualcosa, e se ognuno lo fa, allora si può fare molto’.” Non si arrende Gratteri, il pubblico di Polistena lo percepisce e in piedi ringrazia. Un lungo applauso che è un sostegno; una scelta di campo a viso aperto (non è così scontata in Calabria); un abbraccio all’uomo che rischia la vita lottando contro “loro”, gli ’ndranghetisti. A fine serata molti chiedono una dedica al Procuratore, ne leggo una scritta a un giovane che lo guarda ammirato: “Fortunato, ci sono loro ma ci siamo anche noi. Nicola Gratteri”. La piazza calabrese che gli si stringe attorno conferma che non è solo, e che non sarà solo Giuseppe Conte nella lotta contro la Salvaladri. La società civile c’è, pronta per una nuova battaglia di civiltà.

 

Fonte:micromega.net

Efficienza, non perdiamo il «piano anticorruzione»

Il Corriere della Sera

Efficienza, non perdiamo il «piano anticorruzione»

Pubblica amministrazione: si possono snellire le procedure e semplificare gli adempimenti, ma non va persa l’esperienza acquisita in tutti questi anni

di Anna Corrado | 23 luglio 2021

La strada per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni sembra inevitabilmente passare per la stesura di un «Piano». E così negli ultimi anni ne sono stati previsti più di venti per le amministrazioni pubbliche, quasi che il legislatore non sappia che la loro mission principale non è quella di fare piani ma di curare l’interesse pubblico e di erogare servizi al cittadino.

Ogni governo prevede piani che fiduciosamente ritiene daranno la svolta e i governanti successivi, incuranti del lascito amministrativo, ne aggiungono altri. Così si sono sommati nel tempo piani per le opere pubbliche, per le forniture e i servizi, per le pari opportunità, per la transizione tecnologica, per la formazione, per i fabbisogni del personale, della performance; e ancora piani esecutivi di gestione, piani finanziari, economico-patrimoniali, un piano degli indicatori e dei risultati attesi di bilancio, un piano delle alienazioni immobiliari, un piano delle tariffe Tari, un piano generale degli impianti pubblicitari, un piano per la razionalizzazione fusione o soppressione delle società pubbliche, un piano di razionalizzazione e di riqualificazione della spesa, un piano di prevenzione della corruzione e della trasparenza, un piano di organizzazione del lavoro agile. Senza contare che c’era pure un piano per la pandemia.

L’elenco non è ovviamente completo, ma testimonia che in Italia c’è un piano per tutto, salvo poi rendersi conto che più che di strategie di efficienza amministrativa si tratta spesso di adempimenti burocratici. Nel solco di questa pulsione pianificatoria si inserisce il Piano integrato di attività e organizzazione, previsto dall’art. 6 del d.l. 80/2021, in fase di conversione. Questo piano, rispetto agli altri, sembra avere il vantaggio di porsi in un’ottica di alleggerimento e di semplificazione del «sistema» esistente, per cui alcuni piani potrebbero venire meno (o essere ridimensionati) una volta varato quello integrato (a prima lettura la novella dovrebbe interessare performance, personale, formazione, pari opportunità, lavoro agile, alfabetizzazione digitale, anticorruzione e trasparenza). La scelta, in questi termini, va salutata con favore se non fosse per il timore che con «l’acqua sporca si butti via anche il bambino». In questo caso, in particolare, il bambino è rappresentato dal piano triennale di prevenzione della corruzione e della trasparenza e dalla politica di contrasto alla corruzione più in generale.

Il piano triennale di prevenzione della corruzione (dal 2016 anche della trasparenza), nasce a fine 2012 con l’obiettivo di far emergere e monitorare le attività a rischio di corruzione nelle pubbliche amministrazioni. È esso stesso una misura di prevenzione della corruzione: attraverso la metodica della valutazione dei rischi di corruzione si cerca di individuare in particolare quelli a priorità alta, collegati alle attività amministrative, da presidiare e scongiurare; un’attività di gestione dei rischi, sia strategici che operativi che ha segnato un nuovo modo di operare dell’amministrazione, per risultati e non solo per adempimenti. Come è evidente, la disciplina di prevenzione della corruzione così come gli stessi piani triennali non hanno portato, a circa otto anni dalla loro nascita, all’eliminazione della corruzione nelle pubbliche amministrazione, ma certamente ci si è incamminati su di una strada dalla quale non si può tornare indietro.

Come spesso accade nei percorsi di cambiamento, è importante, prima ancora che raggiungere l’obiettivo, il percorso individuato per raggiungerlo. E le amministrazioni, dopo le difficoltà iniziali, stanno effettivamente imparando ad affrontare temi centrali quali l’organizzazione pubblica per processi, il conflitto di interessi, l’etica pubblica, le incompatibilità degli incarichi, le segnalazioni nell’interesse pubblico, la trasparenza diffusa dell’attività amministrativa. Tutte questioni con le quali ci si confronta quotidianamente, che con il tempo finiscono per incidere sul modus operandi e che non possono essere ridimensionate in un’ottica di semplificazione. Possono certamente essere alleggeriti gli adempimenti in tema di prevenzione della corruzione, anche in base alle dimensioni dei soggetti coinvolti, si possono riformulare alcune norme «incomprensibili», lasciate all’interpretazione degli operatori, si può puntare alla digitalizzazione delle banche dati e alla loro interoperabilità.

L’esperienza di questi anni non va sprecata, buttandola con «l’acqua sporca dei piani inutili», ma va piuttosto valorizzata, riconoscendo il percorso dei dipendenti pubblici, quotidianamente alle prese con i temi della prevenzione della corruzione, che impone loro di riguardare l’attività anche in chiave di strategia anticorruzione e che nel tempo, grazie anche al ricambio generazionale, potrà produrre i suoi frutti. In ragione della sua rilevanza organizzativa e «culturale» sarebbe, quindi, importante che questo piano non perdesse lo spazio conquistato.


‘NDRANGHETA, LATINA: COLPITI I BENI DEI CRUPI (COSCA COMMISSO). CONFISCATI BENI PER 30 MILIONI

NDRANGHETA, LATINA: COLPITI I BENI DEI CRUPI (COSCA COMMISSO). CONFISCATI BENI PER 30 MILIONI

Eseguita dai Carabinieri una misura di prevenzione patrimoniale della confisca di 1° grado nei confronti di beni riconducibili alla cosca “Commisso” di Siderno: colpiti i beni dei Crupi di stanza a Latina

di Redazione

22 Luglio 2021

Nella mattinata di oggi 22 luglio 2021, a Latina, Aprilia, Roma, Reggio Calabria, Siderno (Reggio Calabria), Città di Castello (Perugia), Torino, Sansepolcro (Arezzo), Anghiari (Arezzo), Capua (Caserta), Vitulazio (Caserta) e Nocera Inferiore (Salerno) i militari del Comando Provinciale Carabinieri di Latina in collaborazione con i Comandi territorialmente competenti, su delega del Tribunale di Latina – Sezione Misure di Prevenzione -, hanno proceduto alla notifica della misura di prevenzione patrimoniale della confisca di primo grado dei beni riconducibili a:

  • Vincenzo Crupi, classe 1963 residente in Olanda, attualmente detenuto presso la Casa circondariale de L’Aquila in regime di 41 bis, esponente apicale della cosca  “Commisso”, operante a Siderno, con proiezione extraregionale nelle province di Roma, Caserta ed Arezzo avente interessi economico-criminali in Olanda e Canada;
  • Rocco Crupi, classe 1966, residente in Olanda, di fatto domiciliato a Latina.

La misura di prevenzione – eseguita ai sensi dell’art. 24 del d.l. n.ro 159 del 6.9.2011 (Codice Antimafia) – a firma del Presidente Francesco Valentini, coordinata nelle varie fasi della sua lunga istruzione dal Sostituto Procuratore Distrettuale Antimafia Giuseppe Cascini e dai Pubblici Ministeri Giuseppe Bontempo e  Giuseppe Miliano, della Procura della Repubblica di Latina, si basa fondamentalmente sul riconoscimento della pericolosità sociale dei due proposti che era stata avanzata dal Pubblico Ministero della Procura Distrettuale Antimafia.

Vincenzo e Rocco Crupi all’atto della presentazione della richiesta non erano gravati da precedenti penali. Successivamente, nell’ambito delle indagini condotte dalle Procure Distrettuali Antimafia di  Roma e Reggio Calabria in collaborazione con le Autorità Giudiziarie Olandesi, è stata  ricostruita l’operatività dì un gruppo di soggetti nella zona di Latina e facente capo proprio alla famiglia Crupi, originaria di Siderno, che si trovava a Latina per il tramite della società KRUPY s.r.l.”.

Quelle indagini si concentrarono sulle persone dei fratelli Crupi e consentirono di dimostrarne il pieno inserimento nella cosca di ’ndrangheta Commisso di Siderno. Le indagini hanno consentito di acquisire gravi indizi di colpevolezza in ordine all’esistenza di un’organizzazione, capeggiata dai medesimi.

L’esecuzione della misura ha riguardato svariati beni, per un valore complessivo di 30 milioni di euro.

Eccoli di seguito:

  • 13 società operanti nel settore florovivaistico, notificando i provvedimenti ai predetti, agli amministratori ed ai soci;
  • 36 terreni agricoli, prevalentemente adibiti a  vigneti per la produzione di un pregiato vino che doveva essere commercializzato in Canada; 
  • 22 abitazioni;
  • 7 locali adibiti ad esercizi commerciali;
  • 21 fabbricati/magazzini;
  • 2 alberghi fra cui la ANGHIARI RESIDENCE S.r.l. (già ANGHIARI RESIDENCE S.p.a.) in relazione alla quale Vincenzo Crupi e Rocco Crupi sono stati  rinviati a giudizio  da parte della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, in data 16 settembre 2020, per il delitto di cui agli art 512bis, 416bis.l c.p. relativo alla fittizia intestazione  di beni;
  • un centro sportivo (a Borgo Carso, “La Siepe”);
  • 33 veicoli;
  • 26 conti correnti bancari.

Fonte:https://latinatu.it/

 

Prima bocciatura al Csm per la prescrizione Cartabia: “Impossibile chiudere molti processi, viola obbligatorietà azione penale”

Il Fatto Quotidiano

Prima bocciatura al Csm per la prescrizione Cartabia: “Impossibile chiudere molti processi, viola obbligatorietà azione penale”

La sesta Commissione di Palazzo dei Marescialli ha approvato a larga maggioranza, con 4 voti a favore e 2 astensioni, un parere contrario all’improcedibilità prevista dalla riforma della giustizia, che impone un termine limite di due o tre anni per lo svolgimento dei processi d’Appello: “Non è sostenibile in termini fattuali in una serie di realtà territoriali, dove il dato medio è ben superiore ai 2 anni, ed arriva sino a 4-5 anni”

di F. Q. | 22 LUGLIO 2021

Dal Consiglio superiore della magistratura arriva la prima bocciatura sulla riforma della giustizia di Marta Cartabia. La sesta Commissione di Palazzo dei Marescialli, quella competente per i problemi posti all’amministrazione della giustizia in materia di corruzione e contrasto alle organizzazioni mafiose e terroristiche, ha approvato a larga maggioranza, con 4 voti a favore e 2 astensioni, un parere nettamente contrario alla norma. “Riteniamo negativo l’impatto della norma perchè comporta l’impossibilità di chiudere un gran numero di processi”, dice il presidente della vommissione Fulvio Gigliotti dei 5 stelle. Non solo: secondo la Commissione “la disciplina non si coordina con alcuni principi dell’ordinamento come l’obbligatorietà dell’azione penale e la ragionevole durata del processo”.

La relazione del Csm, dunque, boccia completamente il nuovo meccanismo studiato da Cartabia, invece, mantiene la prescrizione esistente solo fino al primo grado. Nel secondo subentra un altro concetto, quello dell’improcedibilità. Se l’Appello non si conclude entro due anni, il processo non può più andare avanti, cioè muore in via definitiva. Lo stesso vale per quello in Cassazione, dove la tagliola scatta entro un anno. Termini più lungo – tre anni in Appello e 18 mesi in Cassazione – sono stati inseriti solo per i più gravi reati contro la pubblica amministrazione: concussione, corruzione, istigazione alla corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità. Tempi più lunghi sono previsti anche per reati gravi come la mafia e il terrorismo, mentre sono completamente esclusi da questo meccanismo quelli puniti con l’ergastolo, come l’omicidio e la strage.

Per la sesta commissione il problema centrale è il termine di due anni entro il quale va celebrato il processo di appello, oltre il quale scatta la tagliola della improcedibilità: “Non è sostenibile in termini fattuali in una serie di realtà territoriali, dove il dato medio è ben superiore ai 2 anni, ed arriva sino a 4-5 anni”, spiega Gigliotti. Il che significa che con la nuova norma “si impedisce la trattazione di un gran numero di processi”. Restano poi anche i problemi di sistema, perchè la nuova disciplina mal si concilierebbe anche con un altro principio dell’ordinamento: quello della ragionevolezza. Il parere dovrebbe essere discusso dal plenum la prossima settimana, probabilmente mercoledì prossimo .

Cosentino: PM accusano appoggio elettorale ai clan casalesi; i difensori ribattono che non c’è nessun riscontro

Cosentino: PM accusano appoggio elettorale ai clan casalesi; i difensori ribattono che non c’è nessun riscontro

22 Luglio 2021

Concorso esterno in associazione camorristica. E questa l’accusa più pesante contestata da anni a Nicola Cosentino, ex sottosegretario del governo Berlusconi ed ex coordinatore campano di Forza Italia. Un’accusa che in primo grado gli è costata una condanna a 9 anni di reclusione (i pm ne avevano chiesto 16) e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, e 10 anni in appello, come deciso poco fa dai giudici. La vicenda è quella relativa al cosiddetto processo “Eco4” che descrive Cosentino, di questo sono convinti i magistrati della procura generale di Napoli che avevano chiesto 12 anni di carcere, come il referente politico nazionale del clan dei casalesi, con il quale l’ex sottosegretario avrebbe stretto un patto di ferro per ottenere appoggio elettorale in cambio di un contributo ai camorristi. Fra le accuse, da qui il nome dell’inchiesta, ci sono i presunti favori relativi all’appalto vinto nel 1999 dai fratelli Orsi, imprenditori ritenuti vicini al clan Bidognetti.

La gara cui fa riferimento il processo è quella indetta dal Ce4, consorzio di 20 Comuni del casertano che si occupava del ciclo dei rifiuti. Secondo i pm, è stato proprio Cosentino a permettere ai fratelli Orsi di associarsi al consorzio creando la società mista Eco4 che ottenne poi affidamenti diretti. Ma se in primo grado Cosentino è stato riconosciuto come il “referente nazionale del clan dei Casalesi” almeno fino al 2004, la Dda di Napoli ha presentato appello sostenendo che l’appoggio dell’ex sottosegretario ai Casalesi fosse andato avanti almeno fino al 2007-2008. Da qui la richiesta di una pena maggiore di quella decisa in primo grado. Un processo, quello a Cosentino, basato anche sulle parole dei collaboratori di giustizia, e che lo vede, stando alle accuse, come il dominus del Ce4, all’interno del quale l’ex sottosegretario avrebbe fatto assumere molta gente nei periodi pre-elettorali, così ‘controllando’ il risultato di varie elezioni, soprattutto nei Comuni rientranti nel bacino del consorzio. Il tutto, sempre stando ai pm, con la consapevolezza che i fratelli Orsi fossero vicini ai clan.

Argomentazioni, quelle della pubblica accusa, rintuzzate dagli avvocati difensori di Cosentino, Stefano Montone, Agostino De Caro ed Elena Lepre, convinti che non esistano segni della prestazione di un contributo di Cosentino al clan in 25 anni di attività politica. Per i legali, non c’è un solo segno di un effettivo contributo elettorale che la camorra avrebbe dato a Cosentino, anche perché in passato, quando il clan si è schierato a favore di un candidato alle elezioni politiche, gli esiti sono stati del tutto evidenti. E quest’accusa, voti in cambio di favori, hanno spiegato gli avvocati, è una delle gambe dell’accordo sinallagmatico che la procura sostiene, ma allo stato – secondo i difensori – non c’è traccia che Cosentino abbia ricevuto i voti della camorra, mentre per quanto riguarda i favori, i legali hanno rammentato non solo che nel frattempo Cosentino è stato assolto negli altri processi dove era imputato con l’aggravante mafiosa, ma anche che nelle decine di altri processi contro il clan dei Casalesi su appalti, grandi opere e così via, non è emerso nessun ruolo di Cosentino. Circostanza, questa, che per i legali porta a concludere che l’ex sottosegretario non può essere il referente nazionale dei Casalesi.

Dunque, stando ai legali, allo stato c’è solo il dato dell’interessamento di Cosentino nelle vicende della società mista Eco4, ma si tratta di vicende nelle quali Cosentino interviene nella sua qualità di politico. La società Eco4, hanno argomentato i legali, è il braccio operativo del consorzio Ce4, e questo, a valle delle elezioni del 1999, si sposta come riferimento dal centrosinistra al centrodestra, ed è dunque normale che Cosentino e Landolfi ne assumano il controllo, trattandosi di un organismo di tipo politico. Organismo che opera attraverso la Eco4 che Cosentino, hanno spiegato i legali, ‘eredita’, in quanto gli Orsi la costruiscono indipendentemente e prima che Cosentino si affacci sulla scena. Quanto alle fonti dichiarative, per i legali sono state chiaramente sconfessate. Da ultimo, a parte il ‘pentito’ Nicola Schiavone, figlio del capoclan dei Casalesi Francesco “Sandokan” Schiavone, che in aula si è contraddetto, anche altri collaboratori di giustizia, sostengono i difensori di Cosentino, sono stati smentiti. L’ultimo dei quali, Luigi Guida, che accusa Cosentino de relato, in una diversa sentenza è stato ritenuto inattendibile e mendace quando parla di un incontro al quale avrebbe fisicamente partecipato e che, in realtà, non si è mai verificato.


Fonte:https://www.stylo24.it/cosentino-pm-accusano-appoggio-elettorale-ai-clan-casalesi-i-difensori-ribattono-che-non-ce-nessun-riscontro/

 

DOBBIAMO OCCUPARCI DELLA SITUAZIONE DI TRAPANI .E’ AGGHIACCIANTE

UN AMICO AUTOREVOLE ANNI FA CI DISSE : “ DOBBIAMO OCCUPARCI DELLA SITUAZIONE DI TRAPANI .E’ AGGHIACCIANTE “. POCHE PAROLE CHE CI FECERO COMPRENDERE LA SITUAZIONE DA BRIVIDO ESISTENTE IN QUELLA  CITTA’ E NEL SUO TERRITORIO.A MARGINE DI QUESTO E DEL CLIMA CHE SI RESPIRA  IN QUELL’AREA CI TORNA A MENTE  UN ACCADIMENTO CHE APPARENTEMENTE  SEMBRA IRRILEVANTE  MA CHE,AL CONTRARIO,CI COSTRINSE A FARCI ALCUNE DOMANDE  ALLA NOTIZIA  DI QUALCHE ANNO FA CHE ERA STATA ISTITUITA UNA LINEA  MARITTIMA FRA I PORTI DI GAETA E FORMIA NEL LAZIO E QUELLO DI TRAPANI.ALLA PERSONA CHE CE LA FORNIVA CHIEDEMMO : “ PERCHE’ GAETA-TRAPANI  ? QUALI INTERESSI LE ACCOMUNANO ?”.QUELLA PERSONA NON CI RISPOSE.FORSE NON SAPEVA O FORSE NON VOLLE RISPONDERCI.

 

Trapani e quel certo clima: qui è tutto a posto

Da Rino Giacalone -22 Luglio 20211906

La condanna del senatore D’Ali’: la città ha risposto facendo finta di niente, come sempre

Ladri e assassini fanno quello che vogliono, e la polizia, con il pretesto di mantenere l’ordine, sta sui campi di calcio.. per guardare la partita! Oppure gioca a fare la guardia del corpo del senatore Ardoli, non è necessaria, basta uno sguardo al suo viso per morire di paura!” E’ un passaggio di uno dei libri usciti dalla penna del “maestro” Andrea Camilleri. E’ “La gita a Tindari”: il commissario Montalbano nell’occasione, cercando di risolvere uno dei suoi gialli, si trova a Trapani e per telefono il fidato ispettore Fazio gli chiede cosa facesse a Trapani non ricevendo però dal suo commissario una risposta precisa, “poi ti dirò” ma intanto Montalbano gli descrive Trapani con queste poche parole…”ladri e assassini fanno quello che vogliono”. Non tutto è frutto di fantasia. Per anni a Trapani la lotta al crimine non è mai stata una costante nell’agenda di chi doveva occuparsene, il Palazzo di Giustizia per diverse volte ha subito ispezioni, questori e comandanti dei carabinieri venivano sostituiti nel giro di pochissimi mesi, un dirigente di Squadra Mobile finì anche arrestato, e nel frattempo le mafie crescevano, uccidevano giudici coraggiosi, come Gian Giacomo Ciaccio Montalto, investigatori, come toccò a Ninni Cassarà ammazzato a Palermo dove era stato trasferito dopo avere toccato a Trapani santuari che non dovevano essere toccati, giornalisti, come Mauro Rostagno, mentre altri investigatori e altri pubblici funzionari venivano delegittimati se non uccisi o colpiti, nel 1992 la strategia di attacco alla mafia aveva previsto di ammazzare l’ex dirigente della Squadra Mobile Rino Germanà tornato a fare il commissario a Mazara del Vallo dopo avere rifiutato di parlare con il ministro Mannino sul quale stava indagando proseguendo una indagine affidata dal procuratore Borsellino. Quando il boss di Caccamo Nino Giuffrè decise di pentirsi parlando di Trapani indicò in questo territorio la presenza per anni dei “cani attaccati”, cioè della tranquillità che la mafia aveva conquistato potendo contare sull’assoluto immobilismo in certi ambienti della giustizia e delle forze dell’ordine. E mentre altri nuovi magistrati e giovani investigatori dalla metà degli anni ’90 in poi hanno colpito l’organizzazione mafiosa arrestando latitanti e distruggendo organigrammi, la mafia è riuscita a trasformarsi, si è fortemente legata alla massoneria, è diventata essa stessa impresa. A Trapani non ci sono mai stati segni evidenti circa la presenza della mafia dei “viddani”, qui ha regnato, e regna, la mafia borghese, la mafia dei colletti bianchi, qui ha sempre comandato l’area grigia, qui esiste la Cosa nostra 2.0 di Matteo Messina Denaro che è una Cosa nostra nata all’interno della Mafia siciliana, quasi fosse un’altra “Cosa” di più potente e protetta, quella maggiormente più conosciuta e rispettata: a Trapani si trovano i mafiosi riservati, e quelli “vicini” ai boss.

E’ in questo clima che si svolto dal 2011 ad oggi il processo contro il senatore Antonio D’Ali’. Una figura che con la condanna di ieri a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa, stata adesso ben incastrata nel mosaico mafioso trapanese. Tonino D’Alì, barone e banchiere trapanese, berlusconiano della prima ora, senatore dal 1994 e fino al 2018.. In quelle poche righe de “La gita a Tindari” sembra che il senatore Ardolì del quale scrive Camilleri sia proprio lui, il senatore D’Alì. La principale delle accuse rivolte al senatore D’Alì è quella di avere avuto rapporti stretti con i boss Messina Denaro di Castelvetrano: Francesco prima, il patriarca della mafia belicina, e il figlio di questi, Matteo, dopo, sono stati suoi campieri; tra D’Alì e i Messina Denaro la vendita fittizia di un terreno, lotto di un ampio possedimento che D’Alì aveva nella contrada Zangara di Castelvetrano, una operazione che per la procura servì a coprire una operazione di riciclaggio per 300 milioni di vecchie lire; nonostante questo “legame” dal 2001 al 2005 il senatore D’Alì ha svolto le funzioni di sottosegretario all’Interno e per la delicatezza dell’incarico ricoperto i suoi movimenti erano scortati dalla Polizia. L’accusa provata , dopo due processi conclusi con sentenza tipicamente andreottiana, “prescrizione e assoluzione”, è di quelle da collocare all’interno degli scenari della “nuova” Cosa nostra, il reato è quello tipico, ossia “concorso esterno in associazione mafiosa”, reato che riguarda quella sfera di personaggi che sono da fare rientrare nella cosiddetta “area grigia” delle “famiglie” della mafia siciliana, quel contesto dove non ci sono “punciuti” ma soggetti che si prestano o si sono prestati a dare una mano ai boss per potere condurre i propri affari e mantenere il controllo del territorio, non solo controllo tipicamente “militare” ma anche di natura sociale, economico, imprenditoriale…e politico. Si perché c’entra la politica nel capo di accusa che riguarda l’ex sottosegretario all’Interno il senatore trapanese Antonio D’Alì. Fino al 2011 non aveva avuto contatti diretti con la giustizia, “a sua insaputa” le inchieste contro di lui a Palermo erano finite archiviate, all’ultima richiesta di archiviazione le intuizioni del gip Antonella Consiglio, tratte dalle informative della Squadra Mobile di Trapani, e dai nutriti report della Procura di Trapani, informative con le firme del pm Tarondo e dell’allora vice questore Linares, portarono la Procura antimafia di Palermo ad aprire nuovi fronti investigativi e il risultato fu quello della richiesta di processare il parlamentare. Il nome di D’Alì da sempre si può dire è legato a quello dei famigerati assassini Messina Denaro, Francesco e Matteo, padre e figlio, il primo morto (da latitante) nel 1998, ucciso dal crepacuore per l’arresto dell’altro figlio, Salvatore, fino ad allora rimasto “insospettabile” e “intoccabile” all’apparenza irreprensibile preposto di uno sportello bancario a Menfi: Salvatore Messina Denaro guarda caso lavorava alla Banca Sicula la banca della famiglia D’Alì sin dal 1977, banca dove continuò a lavorare anche quando cambiò proprietà, per approdare alla Comit (grazie alla mediazione del principe della banche Enrico Cuccia), e questo sino ai giorni della sua prima condanna definitiva, nel 2001. La Banca Sicula che fu oggetto di indagini da parte di Rino Germanà quando guidava la Squadra Mobile di Trapani, sospetti di grandi riciclaggi di denaro. Matteo Messina Denaro la “primula” della mafia, 50 anni, è latitante invece dal 1993, sparì a giugno di quell’anno nelle settimane delle famose stragi di quell’anno che colpirono prendendo di mira obiettivi precisi Firenze, Roma e Milano, obiettivi che proprio lui avrebbe scelto all’interno della trattativa che anche in questo modo veniva condotta dalla mafia nei confronti di uno Stato che presto decise di arrendersi.Matteo Messina Denaro era il campiere di D’Ali’ mentre pianificava con Riina le stragi di Capaci e via D’Amelio. I due padrini, don Ciccio e don Matteo, per tanto tempo hanno lavorato in casa D’Alì, facevano i campieri nei terreni che la famiglia di banchieri possedevano a Castelvetrano, città dei boss, in contrada Zangara. Ecco i “guai” per il senatore D’Alì cominciano proprio da questa circostanza, lui si difeso dicendo che i Messina Denaro se li ritrovò tra i piedi perché già lavoravano per conto di suo nonno su quei terreni, Francesco ovviamente, Matteo da piccolo veniva a giocare in quella tenuta, sedeva alla tavola con i D’Alì, crescendo anche lui finì con il fare il campiere e non solo nei terreni dei D’Alì ma anche in quelli di altri altolocati trapanesi che in quella zona avevano i loro feudi. Gli ultimi accertamenti fatti dalla Dia di Trapani hanno provato che i rapporti con soggetti mafiosi sono proseguiti e sono stati mantenuti anche dopo l’esplodere delle indagini. Nessun legame sarebbe stato quindi spezzato: durante il processo è saltato fuori il nome di un altro soggetto pregiudicato per mafia ed estorsioni, Vincenzo La Cascia, classe 1948, castelvetranese anche lui, come “campiere” nei terreni di Pietro D’Alì, fratello del senatore.
“Vittima” e non “complice” della mafia ha sempre sostenuto il parlamentare che però proprio sulla storia di quei terreni di Zangara si porta appresso una vendita fittizia, una parte dei terreni furono ceduti dai D’Alì ai Messina Denaro per 300 milioni di vecchie lire, che però in tre diverse tranche furono restituiti agli ”acquirenti” come ha raccontato il pentito Ciccio Geraci, ex gioielliere di Castelvetrano, braccio destro di don Matteo. Una che per la Procura di Palermo è servita a nascondere una operazione di riciclaggio.
I pm della Dda di Palermo prima e della Procura Generale dopo lo hanno indicato in rapporti “stretti” con i capi mafia della città, Vincenzo Virga e Francesco Pace, con il “regista” degli appalti pilotati, Tommaso Coppola, che dal carcere cercò in tutti i modi di fare arrivare suoi “messaggi al senatore”, tutti soggetti condannati per mafia e Virga anche per omicidi. Un connubio che per la Procura di Palermo è cresciuto sull’onda della nascita di quel movimento che Leoluca Bagarella voleva portare in Parlamento nel 1994, Sicilia Libera, D’Alì sarebbe stato uno dei soggetti da candidare, poi arrivò l’altolà di Matteo Messina Denaro, bisognava votare Forza Italia e D’Alì fu il candidato berlusconiano dalla prima ora: “pieno è stato il sostegno elettorale di Cosa nostra trapanese” ha riferito l’imprenditore Nino Birrittella, collaboratore di giustizia, “fu Pace ( capo mafia di Trapani ndr) a dirmelo e il figlio di Virga, Francesco, mi indicò che bisognava votare D’Alì”. Connubio che è risultato secondo le indagini della Dda essenziale nell’avvantaggiare imprese di Cosa nostra o vicine alla mafia per la gestione di consorzi turistici sfruttando pubblici finanziamenti o ancora l’assegnazione di opere pubbliche di ingente valore, come la costruzione della Funivia di Erice, il rammodernamento dei porti di Trapani e Castellammare del Golfo, e ancora per ostacolare il rientro sul mercato dell’impresa di calcestruzzi confiscata al mafioso Virga, la calcestruzzi Ericina, circostanza questa sulla quale si inserisce il sospetto, non più tale secondo la sentenza di ieri, che D’Alì fu il “suggeritore” al Viminale per il trasferimento da Trapani ad Agrigento dell’allora prefetto Fulvio Sodano che invece tentava in tutti i modi di non far fallire l’impresa confiscata come i mafiosi desideravano avvenisse. Di questa presunta disponibilità di D’Alì con la mafia hanno parlato anche un imprenditore arrestato per associazione mafiosa e che poi ha deciso di collaborare, l’ex patron del Trapani Calcio Nino Birrittella, il pentito di Mazara Enzo Sinacori ha detto che “si sapeva che D’Alì era uno disponibile”, addirittura fino a Villabate si sapeva di questa disponibilità, tant’è che il pentito Francesco Campanella, che doveva risolvere un problema con la sala Bingo, ha riferito che a dirglielo era stato il capo mafia della zona Nicola Mandalà che per risolvere quell’inghippo gli avrebbe indicato proprio D’Alì. Ma è la vicenda del cosiddetto grande evento della Coppa America (gare preliminari) svoltasi nel 2005 a Trapani che vide D’Alì regista di quelle manifestazioni, direttamente chiamato in causa. C’era un grosso appalto da fare, 40 milioni solo per una parte del porto, e secondo Birrittella si sapeva che a vincerlo sarebbe stato un raggruppamento di imprese delle quali faceva parte la trapanese Coling degli imprenditori Francesco e Vincenzo Morici: “…in occasione della richiesta da parte di quest’ultimo di un preventivo per la fornitura di ferro relativa all’esecuzione dei lavori di appalto per la realizzazione del molo Isolella e della nuova diga foranea informai Morici che anche altre imprese gli avevano chiesto preventivi per lo stesso appalto e questi, in risposta, mi invitò a non rilasciare preventivi a nessun altro affermando testualmente: “per il rapporto che mio padre ha con il senatore D’ALI’ puoi stare certo che l’appalto sarà aggiudicato a noi”. E così accadde.

Un processo durante il quale si è parlato anche della persistenza di D’Ali’ nell’iter ere il trasferimento da Trapani del Capo della Squadra Mobile Giuseppe Linares, oggi al vertice della Polizia dove si occupa di sequestri e confische. Scomodo a D’Ali e al suo entourage, scomodo anche per la mafia.
Ma gli ultimi tasselli emersi anche quelli di una sua partecipazione ad una loggia massonica segreta, come ha riferito il pentito calabrese Marcello Fondacaro. Voci queste che si intrecciano con i poteri forti che coprirebbero l’odierna latitanza, giunta quasi sulla soglia dei 30 anni, del capo mafia Matteo Messina Denaro.

A cavallo tra i due secoli XX e XXI, il senatore D’Ali’ non può dirsi che sia stato estraneo alle dinamiche di Cosa nostra., i giudici ieri hanno accolto la richiesta della Procura Generale, che ha indicato quelle che a suo avviso erano prove più che sufficienti a dimostrare il sostegno di D’Ali’ nei confronti di Cosa nostra.

Non sono entrati negli atti giudiziari, ma fa parte della storia di D’Ali’ il tentativo talvolta riuscito, di controllare l’informazione. Rilevò la proprietà di un settimanale locale, poi prese le redini di una tv locale. Per i giornalisti che non si accodavano scattavano le ritorsioni ricorrendo ai rispettivi editori. E comunque vicino a lui sono stati i due più potenti editori dell’isola, Ardizzone e Ciancio, Giornale di Sicilia e La Sicilia. E’ di qualche settimana addietro l’annuncio di una querela per chi scrive: la colpa quello di rendere ai lettori le cronache del processo di appello, quello concluso ieri. E’ un processo col rito abbreviato e quindi secondo la sua tesi, niente era possibile poter scrivere. Ha tentato la via , obbligata, della mediazione civile, ma grazie all’intervento dell’avvocato Giulio Vasaturo abbiamo rifiutato ogni mediazione, in nome della libertà di infromazione, un diritto/dovere sancito dall’articolo 21 della Costituzione.

La condanna di D’Ali’ si incastra dentro un preciso scenario. E a chiarire certe cose e’ stata l’ex moglie del politico, Antonietta Aula, sentita come testimone. Il presidente della Corte ha dovuto insistere molto per far parlare la donna, che anni addietro alla giornalista Sandra Amurri, per il Fatto Quotidiano, aveva svelato alcuni segreti. La provincia di Trapani un territorio dove regna la mafia senza soluzione di continuità e sin dal dopoguerra, ma anche da prima a leggere la relazione nell’800 scritta da un prefetto, Ulloa, al Procuratore del Re, all’epoca del governo borbonico, un territorio mafiosissimo, da sempre e controllato dalla massoneria che ha reso tutto impenetrabile. Qui le cose si vengono a sapere, quando si devono venire a sapere, con circa mezzo secolo di ritardo. Un esempio sono le tremila pagine di motivazione della sentenza sulla uccisione del giornalista e sociologo Mauro Rostagno. A 33 anni di distanza da quel delitto, adesso si può dire, per la sentenza definitiva di condanna del boss Vincenzo Virga, che a dare l’ordine di uccidere Rostagno, “pericoloso ficcanaso” per i mafiosi fu, proprio don Ciccio Messina Denaro, il campiere di casa D’Ali’, e che quel segreto venne coperto per un ventennio abbondante, da carabinieri, servizi segreti, magistrati che si adoperarono molto per depistare le indagini. Il tutto, raccontano quegli atti processuali, e la stessa cosa certamente si leggerà nella sentenza con le motivazioni della condanna di D’Ali’, avvenne in un contesto politico inquietante. Dove si annidava, e si annida ancora oggi, l’humus delle trattative!

La condanna di D’Ali’ non ha raccolto pubbliche esternazioni, la Trapani di sempre al solito tace, perché qui alla fine, come recita un antico detto, “un si rice nenti”!

Fonte:https://www.alqamah.it/2021/07/22/trapani-e-quel-certo-clima-qui-e-tutto-a-posto/

Il prefetto Sodano e lo stato-mafia

UN ALTRO NOME,QUELLO DEL PREFETTO SODANO,CHE CI COMMUOVE E CI FA PIANGERE PER LA RABBIA E PER  LA VERGOGNA PER UNO STATO-MAFIA CORROTTO ED ASSASSINO CHE UCCIDE I FIGLI MIGLIORI DI QUELL’ITALIA PER LA QUALE HANNO COMBATTUTO E SONO MORTI I NOSTRI NONNI ED  GENITORI !!!!! QUANTA AMAREZZA !!!! UN’AMAREZZA CHE DIVENTA  SGOMENTO AL SOLO PENSARE CHE C’E’  UNA LARGA FETTA DEL POPOLO ITALIANO CHE VOTA  E SOSTIENE GLI ASSASSINI.DR. SODANO LE CHIEDIAMO SCUSA NOI PER LORO PER IL MALE CHE LE E’ STATO FATTO.PREGHI DA LASSU’ PER  QUESTA ITALIA SFORTUNATA.

 

Il racconto ai magistrati del prefetto Fulvio Sodano…

Da Rino Giacalone -22 Luglio 2021930

La sua colpa quella di essere “favoreggiatore” dello Stato che voleva difendere i beni confiscati

Cinque pagine fitte fitte. Il verbale di un interrogatorio su carta intestata della Procura della Repubblica di Trapani. In fondo, alla fine di quel verbale, che reca la data del 22 luglio 2004,  le firme di un magistrato, il pm Andrea Tarondo e quella di un prefetto, Fulvio Sodano. Dentro si può leggere c’è il racconto di una storia, di un compito istituzionale che è stato impedito , un prefetto al quale un sottosegretario di Stato voleva togliere ogni compito, soprattutto quello di potere occuparsi da prefetto della gestione e dell’utilizzo dei beni confiscati, cosa che in provincia di Trapani in quei primi anni del 2000 stava prendendo ben altra piega, con i mafiosi che venivano cacciati via dai loro possedimenti che fino ad allora erano rimasti confiscati solo sulla carta. Quando chi doveva capire capi’ benissimo che grazie all’azione del prefetto Fulvio Sodano non era possibile tornare indietro, qualcuno doveva pagare. E chi se non Sodano immediatamente. Trasferito nel luglio del 2003 da Trapani ad Agrigento, in un battibaleno. Sodano aveva chiesto di poter restare a Trapani. Il prefetto Carlo Mosca capo di gabinetto del ministro Pisanu l’aveva rassicurato. Sodano stava cominciando a star male, e per lui restare a Trapani significava poter essere vicino a Palermo dove veniva curato. La malattia con l’andar del tempo poi lo portò a morire. Ma prima riusci’ a raccontare la sua amara esperienza trapanese a chi in quel momento aveva ripreso a indagare sul senatore Tonino D’Ali’, la cui indagine qualche “manina” a Palermo, in Procura, aveva portato ad una iniziale archiviazione.
Fulvio Sodano fu “cacciato” via da Trapani nell’estate del 2003 dall’allora Governo Berlusconi, ministro dell’Interno Beppe Pisanu, poi passato a presiedere la commissione nazionale antimafia.
“Signor prefetto ma lei sta favorendo troppo la Calcestruzzi Ericina” le parole pronunciate dal senatore D’Ali’. Quella, la Calcestruzzi Ericina, non era una impresa qualsiasi, era una ditta confiscata alla mafia, al potente capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, rimasto rispettato sino alla vigilia del suo ordine di cattura nel marzo del 1994, “operazione Petrov” dei Carabinieri. Riusci’ a sfuggire all’arresto e restò latitante per sette anni, sino a quando nelle campagne di Fulgatore, a Baglio Nuovo, non andarono a snidarlo i poliziotti della catturando della Squadra Mobile diretta da Giuseppe Linares.
Eppure “favorire” la Calcestruzzi Ericina significava appoggiare lo Stato. Ma il senatore D’Ali’ non la vedeva in questa maniera, secondo il racconto di Sodano e di altri testimoni, come il commercialista Luigi Miserendino, poi clamorosamente arrestato per una vicenda palermitana che si e’ conclusa con una doppia assoluzione, e senza tante scuse da parte dei pm palermitani. D’Ali’ si rivolse a Sodano dandogli del “favoreggiatore”, termine che più propriamente si addice a chi e’ dalla parte della criminalità. Ma a Trapani si sa bene che certe parti si sono invertite, ciò che e’ illegale e’ diventata una prassi legale.
Non è una storia nuova quella che si sta scrivendo. La faccenda è conosciuta. Un paio di processi sono stati celebrati, le sentenze hanno accertato una serie di cose accadute a Trapani tra il 2001 e il 2005. A 20 anni è stato condannato il capo mafia di Trapani “don” Ciccio Pace. Pace era quello che voleva togliere di mezzo la Calcestruzzi Ericina in un periodo in cui a Trapani stavano arrivando milioni di euro di finanziamenti per fare bello e moderno il porto e gli imprenditori mafiosi si vantavano di potere controllare quelle opere pubbliche in corso di appalto perché possedevano bandi e capitolati di gara ancora prima che venissero pubblicati. Non c’era bisogno sotto la “regia” di “don” Ciccio Pace che gli appalti venissero pilotati tutti, le imprese che se li aggiudicavano sapevano che prima di cominciare i lavori dovevano andare a bussare alla sua ed altre certe porte, e che i materiali per i cantieri, gli inerti, sabbia e pietrisco, il ferro, il cemento solo da certe imprese doveva essere comprato. “Don” Ciccio Pace aveva la sua impresa, la Sicilcalcestruzzi, le quote le aveva comprate, ufficializzando così la sua presenza che esisteva già da anni sottobanco, con i soldi ottenuti per un risarcimento per ingiusta detenzione. La Calcestruzzi Ericina rimasta attiva era un “pericoloso” concorrente da battere per don Ciccio Pace.
Appalti e al cemento. Dopo la confisca, la Calcestruzzi Ericina, era il 2000 , cominciò a registrare un calo nelle commesse. Magicamente gli imprenditori che costruivano palazzi e realizzavano opere pubbliche non andavano più ipresso quell’impianto a comprare cemento. Nessuno è mai venuto a dire che ci fu un ordine, un passaparola, ma è quello che avvenne senza suscitare tanto scandalo.
Ecco il racconto al magistrato da parte del prefetto Fulvio Sodano comincia proprio da questo punto.
“Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell’amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale”.
Il prefetto Sodano a quel punto cominciò ad incontrare gli amministratori dei beni confiscati. Fu quello il momento in cui ebbe a conoscere l’ amministratore della Calcestruzzi Ericina, il dott. Luigi Miserendino :”Mi rappresentarono l’immobilismo del Demanio rispetto alle loro richieste e mi dissero che nonostante l’ottima qualità di calcestruzzo prodotto, venduto ad un prezzo più basso degli altri concorrenti, incontravano fortissime difficoltà di mercato e il fatturato ogni giorno scendeva sempre di più. Mi dissero che l’azienda rischiava di chiudere”. Il prefetto Sodano comprese subito le conseguenze: “Decisi che un bene acquisito dallo Stato che aveva sia un forte valore simbolico sul territorio sia una incidenza importante in un settore strategico per la mafia quale quello del calcestruzzo, doveva essere salvato e diventare l’emblema della rivincita dello Stato sull’antistato”.
La prima persona con la quale il prefetto Sodano affrontò l’argomento fu con l’allora presidente dell’Associazione degli Industriali Marzio Bresciani: “Gli dissi che non capivo come mai a fronte di un prezzo e qualità migliori i suoi associati preferissero rifornirsi altrove, lasciai intendere che paventavo una possibile interferenza mafiosa. Quindi lo pregai anche in considerazione dell’economicità e della qualità del prodotto, di farsi portavoce presso i suoi associati, magari quelli che più gli erano vicini, di valutare la possibilità di rifornirsi anche presso la Calcestruzzi Ericina……Dopo alcuni giorni saputo che presso il porto erano in corso consistenti lavori contattati con le stesse motivazioni addotte nel colloquio con Bresciani il comandante del Porto Agate perché si facesse presente alla ditta appaltatrice la convenienza a comprare cemento dalla Calcestruzzi Ericina….Tempo dopo seppi che gli interventi avevano sortito un certo effetto gli amministratori della Calcestruzzi Ericina mi dissero che si era allontanato il rischio della chiusura”.
Il prefetto Fulvio Sodano però ancora non sa che quei suoi interventi avevano cominciato a sortire fastidio dentro Cosa Nostra trapanese, lui era diventato “tinto” e don Ciccio Pace cominciava a dire che quel prefetto doveva andare via. Nel giugno del 2002 l’editore di una emittente locale, Giuseppe Bologna, manager di Tele Scirocco, incontrandolo gli disse che giravano certe voci sul suo conto circa un possibile trasferimento: “Confidenzialmente mi disse di avere saputo che i principali referenti di Forza Italia nella provincia di Trapani avevano chiesto nel corso di un incontro l’allontanamento da Trapani del prefetto, del procuratore e del dirigente della squadra Mobile. Alla cosa non diedi peso”.

Il prefetto Sodano continuò la sua attività sui beni confiscati e non solo quindi a favore della Calcestruzzi Ericina. Nelle riunioni ufficiali però cominciarono ad emergere faccende strane: “Fu quando discutemmo con Comune di Favignana e Soprintendenza delle sorti dell’impianto di calcestruzzo che l’Ericina possedeva a Favignana. Quello era l’unico impianto sull’isola. Mi colpì l’affermazione del rappresentante comunale che mi disse che una volta terminati i lavori di costruzione di una galleria non c’era più necessità di avere un impianto sull’isola”. Come se a Favignana nessuno avrebbe più costruito e usato cemento che a quel punto se l’impianto avesse chiuso doveva arrivare per forza da Trapani con gli inevitabili costi maggiorati per il trasporto.
Il prefetto avverte che c’è qualcosa di strano che si muove attorno alla Calcestruzzi Ericina. A porre ostacoli non sono malavitosi, mafiosi, imprenditori poco raccomandabili, si fanno avanti le istituzioni. Gli uomini potenti della politica: “Durante una manifestazione ufficiale in prefettura fui avvicinato dal senatore D’Alì Antonio, sottosegretario all’Interno, il quale mi chiese spiegazioni in ordine al mio comportamento relativamente al “favoreggiamento” operato nei confronti della Calcestruzzi Ericina che in base a notizie che aveva avuto da altri avrebbe alterato il libero mercato del calcestruzzo, determinando una sleale concorrenza alle altre aziende del comparto. Gli spiegai quali fossero le motivazioni del mio comportamento e anzi mi meravigliai di quelle doglianze perché in realtà il mio atteggiamento tendeva esclusivamente a contrapporre una azione forte dello Stato ai poteri mafiosi. In sostanza avrei voluto che un bene ormai di proprietà dello Stato potesse sopravvivere in maniera emblematica contro tutti i tentativi della mafia di riappropriarsene o di distruggerlo. Subito dopo il sottosegretario mi disse che se le cose stavano così non aveva altro da dirmi se non che per l’avvenire questi interventi li dovevo fare esclusivamente in prima persona (era successo che per i lavori al porto aveva delegato il suo vicario dott Sciara a colloquiare col comandante Agate ndr)”.
Tra un colloquio e un altro, tra una riunione ed un’altra, tra un intervento e un altro, accadeva frattanto che i mafiosi aumentavano il livello di fastidio contro quel prefetto. Don Ciccio Pace andato fino a Catania per discutere con un imprenditore che aveva preso una grossa commessa per il porto di Trapani, e perciò patteggiare le forniture, si sentì dire che il prefetto si era fatto avanti anche l a favore della Calcestruzzi Ericina. Ai mafiosi perciò non restava altro che liberarsi di quel prefetto per togliere di mezzo quell’impresa che toglieva loro affari. Se non poteva fallire allora doveva essere rilevata da un loro uomo. Certo non si dovevano spendere grossi cifre. Sarebbe bastata una sottostima e il gioco era fatto. Su questo aspetto c’è stato un processo contro un ex funzionario del Demanio, Francesco Nasca, a lui il compito di redigere una stima buona per don Ciccio Pace, per vendere per pochi euro la Calcestruzzi Ericina. Nasca stato assolto, ma la sentenza di lui non dice tante belle cose.

Nel gennaio 2003 il prefetto Sodano racconta di avere ricevuto una visita. “Mi fu chiesto un incontro da parte del presidente di Assindustria Marzio Bresciani e del direttore Francesco Bianco. All’incontro si presentò anche l’imprenditore Vito Mannina. Mi fu consegnata la proposta per la nomina a cavaliere dello stesso Mannina. Durante la riunione incidentalmente fu avanzata la proposta di acquisizione da parte dell’impresa Mannina della Calcestruzzi Ericina con assorbimento da parte dell’impresa MMannina di manodopera e acquisizione dei beni aziendali. Feci presente che in questo interlocutore principale era l’Agenzia del Demanio, uno degli interlocutori, forse Bianco, mi fece presente che loro avevano già sentito il geometra Nasca che aveva già dato il suo assenso. Poiché ero a conoscenza che da alcuni mesi Nasca era stato sollevato dai suoi incarichi in materia di beni confiscati mi meravigliai con loro per essersi rivolti a tale soggetto, comunque rinviai ogni altra discussione ad altra seduta successiva, Per me portare avanti quella richiesta significava abdicare alle mie iniziali decisioni che andavo perseguendo, incaricai il capo di gabinetto di contattare l’associazione degli industriali per dire che della loro proposta non se ne faceva nulla. Con l’Assindustria ebbi comunque un altro incontro, erano stati molto insistenti nel chiederlo, stavolta c’era presente il figlio di Vito Mannina, Vincenzo, fu l’occasione per manifestare di persona tutte le mie perplessità, ma feci presente che siccome la titolarità era del Demanio, potevano rivolgersi a quell’ente, feci loro capire che se fosse stato chiesto il mio parere sarebbe stato negativo”.
Il prefetto Sodano nel luglio del 2003 presiede in prefettura la sua ultima riunione da prefetto di Trapani. E’ una riunione che mette le basi perché i beni confiscati mai più restino inutilizzati. Al suo fianco c’era seduto il presidente di Libera Luigi Ciotti. Personalmente a me confidò: “Vado via per questa riunione”.
E’ a conoscenza dei motivi del suo trasferimento da Trapani ad Agrigento? Si trattava di un trasferimento già programmato? E’ questa l’ultima domanda rivolta al prefetto Sodano dal pm Tarondo durante quell’interrogatorio del luglio 2004. Sodano così risponde: “Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l’indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c’era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché l’amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po’ di tempo non sarei stato trasferito. All’epoca di quel mio trasferimento molti altri colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi”.
Sodano, la sua famiglia, hanno ottenuto adesso la loro rivincita, “non sparga spine chi solito camminare scalzo” soleva dire il prefetto Sodano. A lui però fu negata dall’allora sindaco Girolamo Fazio, all’epoca uomo del senatore D’Ali’, la cittadinanza onoraria chiesta da alcuni consiglieri comunali. A Sodano furono preferiti un paio di anni dopo due giornalisti che commentando in tv le gare della Coppa America di vela, avevano parlato bene di Trapani e delle arancine. A Trapani ancora oggi parlare di mafia non porta onori e gloria.

Fonte:https://www.alqamah.it/2021/07/22/il-racconto-ai-magistrati-del-prefetto-fulvio-sodano/

IL caso Linares

QUANTA TRISTEZZA.  NOI ABBIAMO AVUTO IL PIACERE DI CONOSCERE GIUSEPPE LINARES QUANDO ERA A CAPO DELLA DIA DI NAPOLI ED ABBIAMO AVUTO ANCHE MODO DI  CONSTATARE LE SUE  NON COMUNI QUALITA’ UMANE E PROFESSIONALI CHE LO COLLOCANO FRA I MIGLIORI POLIZIOTTI D’ ITALIA.FRA QUELLI PIU’ CAPACI,SERI E FEDELI ALLO STATO.NON ALLO STATO-MAFIA,MA ALLO STATO-STATO,QUELLO VERO.PROVATE SOLO PER UN ATTIMO AD  IMMAGINARE,DA GENITORI,DA NONNI,DA ZII,DA CITTADINI ONESTI,QUANTO SIA DEVASTANTE SUL PIANO EDUCATIVO  PER I NOSTRI RAGAZZI VEDERE UNO STATO TRATTARE I MIGLIORI  SUOI FIGLI IN TAL MODO E DI QUALE CREDIBILITA’ ESSO POSSA GODERE NON SOLO AGLI OCCHI DEI CITTADINI ONESTI MA ADDIRITTURA DI QUELLI DI TUTTO IL MONDO A LEGGERE NOTIZIE DEL GENERE.POVERA ITALIA E POVERI FIGLI E NIPOTI NOSTRI !!!!!!VIENE DA PIANGERE.

 

Un poliziotto da far trasferire

Da Redazione -22 Luglio 20214024

Nel processo di appello bis svelata la tela che D’Al aveva organizzato rimuovere da Trapani nel 2003 l’allora capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares

In quegli anni tra il 2001 e il 2005, a Trapani, ogni lunedi’, il senatore Antonio D’Ali’, allora sottosegretario al ministero dell’Interno, era solito raggiungere la Questura per poi con un certo codazzo recarsi in un vicino caffe’. Era il momento della passeggiata per farsi vedere, lui che potente e rispettato lo era già, e ancora prima di diventare parlamentare, quando guidava la banca di famiglia, la Banca Sicula, con quell’incarico di governo, “regalo” di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, potente lo era diventato ancora di più. E cosi’ si offriva ai trapanesi. Però spesso si innervosiva perche’ di quel codazzo non era partecipe il Capo della Squadra Mobile Giuseppe Linares. C’erano state le prime indagini su mafia e politica, il sindaco dell’epoca fini’ arrestato per corruzione, a Marsala si era scoperchiato con le operazioni Peronospera, il sostegno che certi imprenditori stavano dando ad alcuni latitanti. Non era ancora sottosegretario quando un giorno si presentò al questore dell’epoca, Giuseppe Zannini Quirini, dopo l’ennesima retata di mafia. Voleva maggiori particolari, e prima di andar via chiese al questore se doveva preoccuparsi. Serafico Zannini Quirini rispose, “e se non lo sa lei senatore, vuole che lo sappia io”. Ad ogni operazione antimafia della Squadra Mobile, puntuali giungevano al 113 telefonate anonime con le quali si preannunciavano ritorsioni pericolose contro Linares, che da giovane dirigente della Mobile era presto finito sotto scorta dopo che si scopri’ che la mafia più vicina a Messina Denaro voleva colpirlo. E quindi la cosa divenne la scusa per D’Ali’, nel frattempo diventato sottosegretario, per parlare con il Capo della Polizia De Gennaro, per chiedere il trasferimento di Linares da Trapani. Quell’incontro era stato preparato dal suo segretario, l’odierno prefetto Valerio Valenti, che gli aveva detto di presentarsi cosi’ a De Gennaro, preoccupato della sicurezza di Linares. De Gennaro ha confermato quando stato sentito in Procura Generale a Palermo. D’Ali’ gli chiese cosa si stesse facendo per la sicurezza di Linares, De Gennaro rispose che dopo un attento esame, il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza aveva stabilito che non vi era necessità di alcun trasferimento per il dottore Linares. A Trapani all’epoca poi giravano altre voci, quasi ad ogni mese di aprile, in coincidenza delle decisioni annualmente prese dal ministero per promuovere e trasferire i funzionari, si sentiva dire che Linares era prossimo a lasciare Trapani. La cosa avvenne, ma anni dopo, quando Linares, sotto il ministro Alfano, si vide catapultare alla Dia di Napoli, il ministro gli disse che c’era la camorra da combattere più della mafia. Oggi e’ tra gli uomini al vertice del Viminale dove coordina le indagini nazionali su sequestri e confische.
L’ex Capo della Polizia, Gianni De Gennaro, sentito dal procuratore generale Nino Gozzo, ha confermato che D’Alì, allora sottosegretario all’Interno, mostrò un chiaro interesse sulla vicenda: “focalizzo questo mio ricordo – ha detto De Gennaro durante l’interrogatorio -, D’Alì mi chiese di sapere quale fosse lo stato della pratica relativo al possibile trasferimento di Linares, in relazione alla sua condizione di esposizione a rischio. Io risposi che non c’era ragione per provvedimenti di trasferimento”.
Per la Procura Generale di Palermo “è chiaro il tentativo dell’allora sottosegretario di influire con tutto il suo peso politico sulla procedura di trasferimento di Linares, come aveva già fatto con il Prefetto Sodano; tutto si concluse negativamente solamente perché D’Alì venne stoppato dall’allora capo della Polizia De Gennaro”.
Sulla vicenda del trasferimento di Linares la Procura Generale è in possesso di verbale di interrogatorio di Don Ninni Treppiedi e del collaboratore di giustizia Nino Birrittella. Ma c’è anche la testimonianza dell’ex capo della Procura di Trapani, Giacomo Bodero Maccabeo, che ha confermato come d’attività di intercettazione emergeva che il Sottosegretario si stava apprestando, come poi è avvenuto, a incontrare il capo della Polizia, a proposito del trasferimento del dott. Linares; Maccabeo ha confermato al pg Gozzo di essersi sentito immediatamente con De Gennaro che gli confermò l’appuntamento con il Sottosegretario.
Tra le cose riferite dal sacerdote Treppiedi alla magistratura, quella che spesso D’Ali’ parlava di Linares come di una persona che lo perseguitava. Discussioni alle quali partecipava anche la moglie del politico, l’avvocato Antonia Postorivo. “L’impegno di mio marito per la Coppa America viene strumentalizzato e invece la cosa fa del bene alla città”. E proprio rispetto a Linares in città c’era un coro che dava ragione al senatore : “Linares e’ da troppo tempo a Trapani” rincarava la Postorivo. Nella cerchi di D’Ali’ ci sarebbe stato chi per colpire Linares “cercava possibili scheletri nell’armadio”.

Le pressioni che il senatore D’Alì avrebbe condotto contro Linares rientrano in un periodo in cui dentro la cupola mafiosa trapanese, come ha detto ai pm della Dda il collaboratore di giustizia Nino Birrittella, si parlava insistentemente dell’imminente trasferimento dell’allora capo della Mobile, le cui indagini stavano mettendo in ginocchio l’organizzazione mafiosa. Indagini che riguardavano i contati tra Cosa nostra, le imprese e la politica.
Linares, ha raccontato Birrittella, era visto come avversario della mafia, impossibile da fermare, la mafia lo voleva “mascariare” o anche addirittura, ha ancora detto Birrittella, voleva eliminare fisicamente, all’omicidio di Linares ad un certo punto avrebbe pensato il capo mafia Francesco Pace. E con Linares per Cosa nostra c’era anche un magistrato da colpire, il pm Andrea Tarondo. Nel suo ufficio a Palazzo di Giustizia, di tanto in tanto in quegli anni vedeva presentarsi autorevoli personaggi che gli offrivano incarichi prestigiosi, proprio mentre lui indagava su D’Ali’ per conto della Procura antimafia di Palermo. “Avversioni che furono fatte arrivare al senatore D’Ali’”.

Fonte:https://www.alqamah.it/2021/07/22/un-poliziotto-da-far-trasferire

 

 

Stop al riciclaggio di denaro: proposta Ue per un nuovo organismo di vigilanza

Il Sole 24 ore

Stop al riciclaggio di denaro: proposta Ue per un nuovo organismo di vigilanza

Tra le proposte comunitarie anche l’ipotesi di un nuovo limite nelle transazioni in contanti: non più di 10mila euro in tutti i 27 paesi dell’Unione europea

dal nostro corrispondente Beda Romano

20 luglio 2021

BRUXELLES – Sulla scia di alcuni recenti scandali finanziari, la Commissione europea ha presentato martedì 20 luglio nuove proposte legislative per rafforzare la lotta contro il riciclo del denaro sporco nell’Unione europea. Avendo preso atto che la semplice collaborazione tra autorità nazionali non è sufficiente, l’esecutivo comunitario ha deciso di proporre la nascita di un organismo europeo, dotato di potere di vigilanza sulle istituzioni finanziarie più importanti.

Verso un codice di vigilanza

«Ogni nuovo scandalo di riciclaggio del denaro è uno scandalo di troppo (…) Abbiamo fatto passi da gigante negli ultimi anni e le nostre norme antiriciclaggio dell’Unione europea sono ora tra le più severe del mondo. Ma devono essere applicate in modo coerente e vigilate da vicino per essere sicuri che funzionino davvero. Ecco perché oggi stiamo compiendo passi coraggiosi per chiudere la porta al riciclaggio di denaro», ha detto il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis. La proposta di creare una nuova autorità nella lotta ai crimini finanziari è certamente il piatto forte delle proposte comunitarie. Il nuovo ente dovrà preparare un codice di vigilanza in questo campo (relativo anche alle criptovalute); vigilare direttamente sulle istituzioni più esposte; e coordinare il lavoro delle autorità nazionali. Il nuovo ente comunitario dovrebbe vedere la luce nel 2024 e avere circa 250 dipendenti, di cui 100 dedicati alla vigilanza delle istituzioni più importanti.

Due organismi sul modello Bce

La nuova autorità avrà due organismi. Un comitato esecutivo guidato da un presidente e composto da altri cinque membri permanenti e indipendenti; e un consiglio generale composto dai rappresentanti degli enti nazionali. La struttura rispecchia quella della Banca centrale europea. Mentre il consiglio generale sarà chiamato ad adottare norme regolamentari, il comitato esecutivo prenderà le decisioni riguardanti singole istituzioni finanziarie o singole autorità nazionali.

Alcuni Paesi contrari

Un via libera alla proposta di Bruxelles era giunto dai ministri delle Finanze nel novembre scorso (si veda Il Sole/24 Ore del 5 novembre 2020). A molti osservatori, la cooperazione tra i Paesi membri è parsa insufficiente in questi anni; ma fino all’ultimo alcuni governi hanno osteggiato l’idea di un’autorità in comune, preferendo mantenere libertà a livello nazionale. Tra questi Cipro, Malta, l’Estonia. Resta che il negoziato tra Parlamento e Consiglio sarà difficile.

L’attuale assetto si basa esclusivamente sulla cooperazione tra i paesi membri nell’ambito dell’Autorità bancaria europea (nota con l’acronimo inglese di EBA). Per di più, le norme comunitarie sono state adottate non con un regolamento che ha forza di legge direttamente nei singoli stati, ma attraverso direttive più generiche e meno precise che vanno trasposte a livello nazionale. L’obiettivo è di rafforzare il quadro regolamentare e istituzionale.

Tetto alle transazioni in contanti

Commentava nei giorni scorsi l’eurodeputato verde tedesco Sven Giegold: «La struttura di governo prevista da Bruxelles è un importante passo avanti rispetto alla struttura di altre autorità di vigilanza europee (…) Gli interessi comuni dell’Unione sono al centro della scena e l’influenza degli Stati membri è limitata».

Europol ha stimato recentemente che circa l’1% del prodotto interno lordo annuale dell’Unione europea è coinvolto in attività finanziarie sospette. Un ultimo aspetto relativo alle proposte comunitarie presentate a Bruxelles riguarda l’ipotesi di un nuovo limite nelle transazioni in contanti: non più di 10mila euro in tutti i 27 paesi dell’Unione europea. Secondo la documentazione distribuita dalla Commissione europea, i limiti nazionali più bassi potranno restare in vigore. Attualmente in Italia il limite è di 2.000 euro. Il tentativo è chiaramente di arginare il finanziamento della criminalità.

 

Scarpinato: ”Il rapporto ‘Oceano’ non restò nei cassetti”

Scarpinato: ”Il rapporto ‘Oceano’ non restò nei cassetti”

Giorgio Bongiovanni 20 Luglio 2021

Ennesimo errore della mediocre Commissione regionale antimafia di Fava

“Un dossier dimenticato”. E’ così che la Commissione regionale Antimafia presieduta da Claudio Fava, che nei giorni scorsi ha depositato una relazione sul nuovo lavoro d’indagine sulla strage di via d’Amelio, ha definito il rapporto “Oceano”, stilato dalla Dia nel 1994.
Un documento di 70 pagine in cui venivano anticipati diversi elementi importanti sulla fase esecutiva delle stragi, in cui si parlava di Pietro Rampulla, di Paolo Bellini e di Antonino Gioè, ma soprattutto si faceva riferimento a Licio Gelli e una parte della massoneria italiana, appoggiati da settori dei servizi segreti e da “ambienti imprenditoriali e finanziari” nel contesto di progettazione degli attentati.
A dimostrare che Cosa nostra non era sola nell’esecuzione delle stragi, anzi fu in qualche maniera spinta da altre forze.
Peccato che quel documento non sia stato affatto dimenticato o ignorato dalle Procure. Tutt’altro. Fu fonte preziosa per inchieste importanti poi scaturite in processi come quello sulla trattativa Stato-mafia o, con ancor più forza, quello calabrese ‘Ndrangheta stragista.
Si tratta dell’ennesimo errore di una Commissione regionale antimafia che appare sempre più mediocre nelle sue analisi. Perché dimostra in maniera evidente di non conoscere atti ed inchieste, seguendo un pensiero logico del tutto personale.
“È stato il procuratore generale Roberto Scarpinato – spiega la relazione – a citare alla commissione un rapporto della Dia in cui si delineava il quadro “economico politico finanziario” delle stragi. Rapporto inviato a quattro procure, ma mai utilizzato nelle decine di inchieste che si sono succedute”.
Oggi a La Repubblica è proprio il Procuratore generale Scarpinato a smentire le parole di Fava & company.
“Non è affatto rimasto nei cassetti il rapporto ‘Oceano’ della Dia, che nel 1994 delineava un possibile scenario dei mandanti delle stragi, coinvolgendo Licio Gelli, servizi segreti deviati, pezzi della destra eversiva e ambienti imprenditoriali. Quel rapporto lo sviluppai, ma poi io e i miei colleghi non fummo messi in condizione di continuare a lavorare” ha detto il magistrato al collega Salvo Palazzolo.
“Da quel rapporto – ha aggiunto – è nata la mega inchiesta ‘Sistemi criminali’, con l’iscrizione di Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie ed altri tredici indagati, tra cui anche personaggi indicati come appartenenti a Gladio, per il reato di cui all’articolo 270 bis del codice penale, associazione con finalità di eversione dell’ordine democratico. Inchiesta durata diversi anni”.
Scarpinato ha ricostruito gli elementi che erano emersi nell’indagine scaturita dal rapporto “Oceano”, evidenziando l’esistenza di un “complesso piano politico che si celava dietro le stragi del 1992 e del 1993 nell’ambito del quale alla mafia era stato delegato il compito di svolgere il ruolo di braccio armato”. “Nel 1996 – ha ricordato Scarpinato – scrissi una prima bozza di 600 pagine che sottoposi all’allora procuratore Caselli, era il progetto di indagine. Il dossier si intitolava ‘Il sistema criminale alla conquista dello Stato’. Lo avevo elaborato proprio prendendo spunto dall’informativa della Dia e acquisendo atti da tante procure”.
Scarpinato li nomina uno dietro l’altro: da quelli sui rapporti tra la Lega nord e la Lega sud, il coinvolgimento di soggetti americani e il ruolo dell’ideologo della Lega Gianfranco Miglio agli atti di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980. E poi ancora i fascicoli sulla Falange Armata, sulla morte in carcere di Antonino Gioè, su Gladio, e quelle sulla massoneria del procuratore Cordova. Non solo. In quell’inchiesta i magistrati di Palermo sentirono decine e decine di collaboratori di giustizia.
“Contro quella inchiesta che faceva paura – ha aggiunto Scarpinato nell’intervista – si schierarono occultamente in tanti. Quando fummo costretti ad archiviarla riassumemmo in 120 pagine quello che avevamo accertato sul piano stragista, le sue finalità e le sue menti politiche. Dopo la scadenza dei termini l’allora procuratore Piero Grasso sollecitò più volte la richiesta di archiviazione promettendo che avremmo riaperto altri filoni e che avremmo potuto partecipare alle riunioni alla Direzione nazionale antimafia sulle stragi. Ma nessuna di queste promesse fu mantenuta. A me, Ingroia e Lo Forte fu preclusa la partecipazione alle riunioni della Dna”.
Il magistrato palermitano ha poi evidenziato come gli atti di Sistemi criminali siano confluiti nel procedimento reggino ‘Ndrangheta stragista, che ha visto imputati Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, condannati entrambi all’ergastolo un anno fa. Un processo giunto già al suo secondo grado di giudizio con l’appello che è iniziato il 6 luglio. Nelle motivazioni della sentenza, così come ha ricordato Scarpinato, la Corte d’assise ha citato amplissimi brani della nostra richiesta di archiviazione definendo testualmente ‘preziosa’ quella indagine”. Una prova diretta che quell’informativa non è stata affatto dimenticata o nascosta nei cassetti. E’ altrettanto noto che diversi atti di quell’indagine siano confluiti anche nel processo trattativa Stato-mafia, che ha portato alla condanna dei boss, di uomini delle istituzioni e politici, dove si è approfondito molto il tema della falange armata, come sigla utilizzata per rivendicare diversi atti ai tempi delle stragi.
Ma come abbiamo detto ieri, evidenziando i gravi errori e le scorrettezze compiute nella relazione contro il magistrato Nino Di Matteo il tema della trattativa Stato-mafia non interessa in alcun modo.
Forse la Commissione farebbe meglio ad occuparsi dell’Oceano di strafalcioni che sta compiendo nelle sue analisi. Abbiamo sempre pensato che dietro ad essi potesse esservi un fine politico. Vista l’insistenza non vorremmo cambiare idea e pensare che, magari, possa esserci anche altro.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/84992-scarpinato-il-rapporto-oceano-non-resto-nei-cassetti.html

 

Patto tra camorra e politica a Sant’Antimo, chiesto un secolo e mezzo di carcere

Patto tra camorra e politica a Sant’Antimo, chiesto un secolo e mezzo di carcere

Di Stefano Di Bitonto -20 Luglio 2021

Una vera e propria mazzata. E’ quella chiesta dal pubblico ministero per le persone coinvolte nell’operazione Antemio che lo scorso anno rivelò un patto esistente tra le forze malsane della politica e dell’imprenditoria con la criminalità organizzata locale. Il processo è quello che si svolge con il rito abbreviato, formula che comporta lo sconto di un terzo della pena. Gli imputati sono ritenuti, a vario titolo, gravemente indiziate dei reati di associazione mafiosa e concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione elettorale, tentato omicidio, porto e detenzione di armi da fuoco e di esplosivo, danneggiamento, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, minaccia, turbata libertà degli incanti, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, favoreggiamento personale, rivelazione di segreti d’ufficio, tutti reati commessi al fine di agevolare le attività dei clan camorristici Puca, Verde e Ranucci operanti nel Comune di Sant’Antimo e limitrofi.

Tutte le richieste

Il pubblico ministero ha chiesto pene severe: ha richiesto per Salvatore Saviano 8 anni, Stefano Fantinato 8 anni e 4 mesi, Antonio Iorio 8 anni e 8 mesi, Armando Angelino 8 anni, Michele Battista (con attenuanti generiche concesse) 6 anni, Pietro Ciccarelli 6 anni, Luigi Schiavone 8 anni, Vincenzo D’Aponte 10 anni, Giuseppe Di Domenico 13 anni, Amodio Ferriero 14 anni, Antonio Ferriero 8 anni e 10 mesi, Angelo Guarino 6 anni, Claudio Lamino 8 mesi, Pasquale Maggio 7 anni, Antimo Petito 7 anni, Antimo Puca 14 anni, Ferdinando Puca 8 mesi, Teresa Puca 11 anni.

I condizionamenti politici a Sant’Antimo

Nel corso del maxi blitz fu accertato il condizionamento delle elezioni comunali del Comune di Sant’Antimo tenutesi nel giugno 2017, attraverso una capillare campagna di voto di scambio. In tal senso è stata fatta luce su un’incalzante opera di compravendita di preferenze, con una tariffa di 50 euro per ogni voto, a favore di candidati del centrodestra, soccombente, come noto, al ballottaggio, dopo un primo turno favorevole. Il controllo del Comune di Sant’Antimo da parte della locale criminalità organizzata risultava proseguito anche dopo le elezioni, come chiaramente documentato dallo sviluppo delle investigazioni. Infatti, a seguito della mancata affermazione elettorale, la strategia criminosa è stata finalizzata da un lato a far decadere quanto prima la maggioranza consiliare e dall’altro a mantenere il controllo sul locale Ufficio Tecnico attraverso la conferma nel ruolo di responsabile dell’Ingegner Claudio Valentino.

Fonte:https://internapoli.it/patto-tra-camorra-e-politica-a-santantimo-chiesto-un-secolo-e-mezzo-di-carcere/

 

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