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La “Moccro Maffia”, l’uccisione di Peter de Vries e le colpe dell’Olanda, paradiso dei narcosLa “Moccro Maffia”, l’uccisione di Peter de Vries e le colpe dell’Olanda, paradiso dei narcos

Il Corriere della Sera

La “Moccro Maffia”, l’uccisione di Peter de Vries e le colpe dell’Olanda, paradiso dei narcos

Peter de Vries, il giornalista olandese con maggiore conoscenza e esperienza in materia criminale, è stato ucciso lo scorso 6 luglio in una via centrale di Amsterdam appena uscito da uno studio tv. Questo mio articolo pubblicato sul giornale olandese «NRC» vuole provare a interrogare l’intero sistema finanziario ed economico olandese che con le sue agevolazioni fiscali è diventato come un’isola offshore anche molto, molto esposta ad accogliere il riciclaggio di denaro criminale

Roberto Saviano

Mi rivolgo a te, Olanda. Mi rivolgo agli olandesi per chiedere: davvero vi conoscete così poco? Davvero l’Olanda ha di sé un’immagine così diversa da quella reale?

L’Olanda è uno dei Paesi più criminali del mondo.

Lo so, chi mi sta leggendo in questo momento avrà alzato le sopracciglia o le avrà aggrottate. Qualcuno ha immediatamente fermato la lettura di queste parole. I più mi avranno mandato in malora. I più benevoli penseranno a me come a uno che delira, i malevoli a un nemico del Paese.

Concedetemi ancora del tempo, un attimo ancora.

Quando definisco l’Olanda uno dei Paesi più criminali del mondo, non intendo il crimine di strada.
Non intendo un sistema giudiziario in cui vengono vendute le sentenze con un tariffario, o una polizia e un governo completamente al servizio di bustarelle o di cartelli della droga.
No, non è questa, affatto, la corruzione a cui mi riferisco.
Anzi, da questo punto di vista siete un Paese con una struttura istituzionale forte, con una polizia sostanzialmente sana, con un sistema carcerario all’avanguardia. Un Paese dove si rispettano i diritti umani e sociali.

Quello che vi rende uno dei Paesi più criminali al mondo è il vostro sistema economico: siete diventati un territorio offshore; sì, lo so, non siete formalmente nell’elenco dei paradisi fiscali, ma lo siete di fatto.

Avete attirato molte aziende: la Fiat, la Ferrari, parlando delle aziende italiane; il gruppo Mediaset, avete le filiali di eBay, la sede di Google, ventisei società della Nike. C’è la Ingka, la holding che gestisce uno dei cuori pulsanti di Ikea, avete Netflix. Tutto questo, direte, è perfettamente legale. È così, è perfettamente legale, e vi ha portato molta ricchezza immediata. Ricchezza a pioggia, gratis senza alcun impegno. Sostanzialmente: permettete a tutte queste società di evadere il sistema legale dei loro Paesi, gli date assistenza territoriale e chiedete in cambio una piccola percentuale.

Ma tutto questo ha un prezzo.

E se ora vi ritrovate con una capitale dove i narcotrafficanti agiscono violenti come in una qualunque periferia di Lagos, pronti a uccidere un giornalista nel centro di Amsterdam, esattamente come venne ucciso l’avvocato Derek Wiersum, il 18 settembre 2019, è frutto del fatto che chi comanda criminalmente in Olanda oggi ha una possibilità di accesso al riciclaggio come in nessun’altra parte d’Europa.

Il sistema finanziario olandese ha permesso ai gruppi criminali di arrivare a questo tipo di dinamica: chi comanda in Olanda, comanda il cuore del riciclaggio europeo.
E chiunque si oppone ai loro affari deve essere eliminato.
Possono farlo perché i loro soldi sporchi girano sulle stesse piattaforme, senza regole, dei soldi del capitalismo contemporaneo.

Chi ha ordinato la morte di Peter de Vries sa che chi tocca i suoi soldi toccherà i soldi di tutti
, e sa di poter giocare su questa opportunità. Sulla necessità dell’Olanda di essere omertosa e di non fare davvero luce sui propri meccanismi finanziari.

L’Olanda non permette soltanto alle grandi società del capitalismo contemporaneo di avere dei vantaggi fiscali
.
Ci sono moltissimi altri privilegi che portano le società a trasferirsi da voi. La possibilità per le holding di avere un fisco praticamente inesistente, una flessibilità della governance societaria senza precedenti rispetto ad altre nazioni, un apparato giudiziario veloce al servizio delle vicende finanziarie e senza burocrazia; un paradiso delle multinazionali, con un sistema di fiscalisti, commercialisti, advisor, amministratori «fluidi», in grado di poter gestire velocemente i soldi, con il solo obiettivo di guadagnarci.

Avete fatto entrare tutto il denaro possibile, e in finanza riconoscere il denaro pulito da quello sporco e rintracciarne l’origine è impossibile
. Ogni volta che entra nei vostri confini del capitale lo battezzate come legittimo, e questo pensavate che non avrebbe generato quello che sta accadendo?

La «Mocro Maffia» è un’organizzazione potentissima, la più importante organizzazione mafiosa dei Paesi Bassi, potente sia in Belgio che in Olanda, in realtà in una struttura sì su base etnica, marocchina, ma accoglie affiliati del Congo, del Suriname, slavi e olandesi.

Uno dei motivi per cui, probabilmente, è stato ucciso il coraggioso giornalista Peter de Vries, è perché testimone nel processo Marengo.
L’Italia avrebbe saputo gestire il processo Marengo, e l’Olanda avrebbe dovuto avere l’umiltà di chiedere a Paesi con una più lunga esperienza di contrasto al crimine.
Invece il processo contro il boss Ridouan Taghi procede a rilento, con risultati investigativi molto al di sotto di quelli che potevano essere ottenuti.
Ebbene, Taghi per l’opinione pubblica, probabilmente per molti di coloro che stanno leggendo, è solo uno dei tanti criminali, «immigrati», che non riguardano la vita civile dell’Olanda. Immigrati che spacciano in strada e si ammazzano tra di loro: falso.

Se lui oggi è così potente è perché può usare due scalini: il Marocco, per far transitare la droga che gli arriva dal Sudamerica, e l’Olanda, per poter riciclar
e.
Chi è amico della mafia olandese è amico del sistema economico olandese.

Tutti vogliono essere partner della «Mocro Maffia» sapete per cosa? Se state pensando al porto di Rotterdam, che da sempre viene gestito per i carichi di cocaina, vi sbagliate.
È per il riciclaggio.
La «Mocro Maffia» si è trasformata da miserabile organizzazione di spaccio di strada a holding finanziaria perché l’Olanda è un paradiso per i soldi dei narcos.

Pensate che la democrazia olandese di questo non pagherà un prezzo altissimo? È il sistema olandese che ha reso Taghi e la «Mocro Maffia» così potente.

È passato troppo poco tempo e le informazioni sono troppo poche per poter dire per quale motivo è stato ucciso Peter de Vries. Io sono convinto, come molti osservatori, che il ruolo di testimone del processo Marengo probabilmente sia la causa principale della sua esecuzione. Il suo ruolo di testimone era importantissimo, perché non era soltanto formale, ma era quello di una persona che conosce i meccanismi criminali e può renderli pubblici. Renderli pubblici prima di una sentenza, perché può parlare di indizi, può parlare di connessioni. La polizia, prima di chiudere un canale di approvvigionamento di coca, di riciclaggio, può metterci mesi o anni. Un’inchiesta giornalistica può accendere una luce immediata, e costringere quindi un’organizzazione a non usare più quelle autostrade per il riciclaggio, o quelle strade e quei contatti politici per il traffico.

Quando parliamo di «Mocro Maffia» stiamo parlando di un’organizzazione che è riuscita ad avvicinare e corrompere il presidente del Suriname, Dési Bouterse. Stiamo parlando di un’organizzazione che è riuscita a federarsi con i clan montenegrini, le potenti organizzazioni serbe che da sempre in Olanda hanno una presenza.

Stiamo parlando di un’organizzazione che ha già ucciso un giornalista, Martin Cook, che voi olandesi liquidaste velocemente come l’omicidio di un ex criminale. In verità, lui era stato ucciso per la sua attività giornalistica, ma voi avete preferito porre attenzione sul suo passato turbolento. Questa è la peggiore delle risposte che date sempre: sono i marocchini, sono gli italiani, sono i russi, sono i serbi. Sono gli immigrati, così utili ma anche così pericolosi. «Tenere fuori gli immigrati ci farà stare lontano dal crimine». Non è così. Questi mondi, che voi spesso declinate come esterni, stranieri, sono solo il segmento operativo di una confederazione di interessi completamente olandesi. Sostanzialmente, tutta questa massa criminale esiste al servizio del sistema finanziario olandese, perché il sistema finanziario olandese, in forma del tutto neutrale, non rimbalza più nessun flusso economico.

Voi olandesi avete conosciuto il nome di Ridouan Taghi poco prima che fosse arrestato, soltanto nel 2015, ma in realtà comandava da molto più tempo. È esattamente quello che sta accadendo con tutto il resto: il vostro governo non riesce né a capire, né a raccontarvi quello che state diventando: un’isola di denaro criminale, scivoloso, un forziere dove nascondere il frutto dell’evasione.

L’Olanda si arricchisce del denaro che viene portato via dalle altre nazioni: siete diventati dei pirati della finanza e così facendo la vostra terra sta diventando come un’isola di bucanieri che nascondano i loro soldi. In fondo con le vecchie e reali isole dei pirati, Aruba, Curaçao e Sint Maarten, da sempre raccogliete il denaro dei narcos (e non solo naturalmente) che vi arriva dritto nelle vostre banche.

È da sempre che le isole «olandesi» sono forziere della malavita; già nel 1997 era notizia nota agli inquirenti che 14 banche erano state create ad Aruba da società legate alle organizzazioni criminali russe, depositi e transazioni non vengono controllati nei Caraibi olandesi e proprio da qui arriva sino ad Amsterdam il peggior denaro dei cartelli. Possibile che di tutto questo la politica non ne abbia mai fatto dibattito? Mai nelle campagne elettorali è stato elemento di reale confronto? Peter de Vries non è stato semplicemente ucciso dagli Angeli della Morte (così il gruppo del boss di Taghi si autodefinisce).

 

La pistola alla tempia gli è stata messa da tutto il sistema olandese che ormai è un sistema criminale che De Vries combatteva. Un sistema che non riesce a cambiare, e un governo che non si sente responsabile di questo è un governo complice. Come hai fatto, cara e libera Olanda, a diventare il cuore marcio d’Europa senza ribellarti e opporti ?

2 Agosto 2021

Il Corriere della Sera

La “Moccro Maffia”, l’uccisione di Peter de Vries e le colpe dell’Olanda, paradiso dei narcos

Peter de Vries, il giornalista olandese con maggiore conoscenza e esperienza in materia criminale, è stato ucciso lo scorso 6 luglio in una via centrale di Amsterdam appena uscito da uno studio tv. Questo mio articolo pubblicato sul giornale olandese «NRC» vuole provare a interrogare l’intero sistema finanziario ed economico olandese che con le sue agevolazioni fiscali è diventato come un’isola offshore anche molto, molto esposta ad accogliere il riciclaggio di denaro criminale

Roberto Saviano

Mi rivolgo a te, Olanda. Mi rivolgo agli olandesi per chiedere: davvero vi conoscete così poco? Davvero l’Olanda ha di sé un’immagine così diversa da quella reale?

L’Olanda è uno dei Paesi più criminali del mondo.

Lo so, chi mi sta leggendo in questo momento avrà alzato le sopracciglia o le avrà aggrottate. Qualcuno ha immediatamente fermato la lettura di queste parole. I più mi avranno mandato in malora. I più benevoli penseranno a me come a uno che delira, i malevoli a un nemico del Paese.

Concedetemi ancora del tempo, un attimo ancora.

Quando definisco l’Olanda uno dei Paesi più criminali del mondo, non intendo il crimine di strada.
Non intendo un sistema giudiziario in cui vengono vendute le sentenze con un tariffario, o una polizia e un governo completamente al servizio di bustarelle o di cartelli della droga.
No, non è questa, affatto, la corruzione a cui mi riferisco.
Anzi, da questo punto di vista siete un Paese con una struttura istituzionale forte, con una polizia sostanzialmente sana, con un sistema carcerario all’avanguardia. Un Paese dove si rispettano i diritti umani e sociali.

Quello che vi rende uno dei Paesi più criminali al mondo è il vostro sistema economico: siete diventati un territorio offshore; sì, lo so, non siete formalmente nell’elenco dei paradisi fiscali, ma lo siete di fatto.

Avete attirato molte aziende: la Fiat, la Ferrari, parlando delle aziende italiane; il gruppo Mediaset, avete le filiali di eBay, la sede di Google, ventisei società della Nike. C’è la Ingka, la holding che gestisce uno dei cuori pulsanti di Ikea, avete Netflix. Tutto questo, direte, è perfettamente legale. È così, è perfettamente legale, e vi ha portato molta ricchezza immediata. Ricchezza a pioggia, gratis senza alcun impegno. Sostanzialmente: permettete a tutte queste società di evadere il sistema legale dei loro Paesi, gli date assistenza territoriale e chiedete in cambio una piccola percentuale.

Ma tutto questo ha un prezzo.

E se ora vi ritrovate con una capitale dove i narcotrafficanti agiscono violenti come in una qualunque periferia di Lagos, pronti a uccidere un giornalista nel centro di Amsterdam, esattamente come venne ucciso l’avvocato Derek Wiersum, il 18 settembre 2019, è frutto del fatto che chi comanda criminalmente in Olanda oggi ha una possibilità di accesso al riciclaggio come in nessun’altra parte d’Europa.

Il sistema finanziario olandese ha permesso ai gruppi criminali di arrivare a questo tipo di dinamica: chi comanda in Olanda, comanda il cuore del riciclaggio europeo.
E chiunque si oppone ai loro affari deve essere eliminato.
Possono farlo perché i loro soldi sporchi girano sulle stesse piattaforme, senza regole, dei soldi del capitalismo contemporaneo.

Chi ha ordinato la morte di Peter de Vries sa che chi tocca i suoi soldi toccherà i soldi di tutti
, e sa di poter giocare su questa opportunità. Sulla necessità dell’Olanda di essere omertosa e di non fare davvero luce sui propri meccanismi finanziari.

L’Olanda non permette soltanto alle grandi società del capitalismo contemporaneo di avere dei vantaggi fiscali
.
Ci sono moltissimi altri privilegi che portano le società a trasferirsi da voi. La possibilità per le holding di avere un fisco praticamente inesistente, una flessibilità della governance societaria senza precedenti rispetto ad altre nazioni, un apparato giudiziario veloce al servizio delle vicende finanziarie e senza burocrazia; un paradiso delle multinazionali, con un sistema di fiscalisti, commercialisti, advisor, amministratori «fluidi», in grado di poter gestire velocemente i soldi, con il solo obiettivo di guadagnarci.

Avete fatto entrare tutto il denaro possibile, e in finanza riconoscere il denaro pulito da quello sporco e rintracciarne l’origine è impossibile
. Ogni volta che entra nei vostri confini del capitale lo battezzate come legittimo, e questo pensavate che non avrebbe generato quello che sta accadendo?

La «Mocro Maffia» è un’organizzazione potentissima, la più importante organizzazione mafiosa dei Paesi Bassi, potente sia in Belgio che in Olanda, in realtà in una struttura sì su base etnica, marocchina, ma accoglie affiliati del Congo, del Suriname, slavi e olandesi.

Uno dei motivi per cui, probabilmente, è stato ucciso il coraggioso giornalista Peter de Vries, è perché testimone nel processo Marengo.
L’Italia avrebbe saputo gestire il processo Marengo, e l’Olanda avrebbe dovuto avere l’umiltà di chiedere a Paesi con una più lunga esperienza di contrasto al crimine.
Invece il processo contro il boss Ridouan Taghi procede a rilento, con risultati investigativi molto al di sotto di quelli che potevano essere ottenuti.
Ebbene, Taghi per l’opinione pubblica, probabilmente per molti di coloro che stanno leggendo, è solo uno dei tanti criminali, «immigrati», che non riguardano la vita civile dell’Olanda. Immigrati che spacciano in strada e si ammazzano tra di loro: falso.

Se lui oggi è così potente è perché può usare due scalini: il Marocco, per far transitare la droga che gli arriva dal Sudamerica, e l’Olanda, per poter riciclar
e.
Chi è amico della mafia olandese è amico del sistema economico olandese.

Tutti vogliono essere partner della «Mocro Maffia» sapete per cosa? Se state pensando al porto di Rotterdam, che da sempre viene gestito per i carichi di cocaina, vi sbagliate.
È per il riciclaggio.
La «Mocro Maffia» si è trasformata da miserabile organizzazione di spaccio di strada a holding finanziaria perché l’Olanda è un paradiso per i soldi dei narcos.

Pensate che la democrazia olandese di questo non pagherà un prezzo altissimo? È il sistema olandese che ha reso Taghi e la «Mocro Maffia» così potente.

È passato troppo poco tempo e le informazioni sono troppo poche per poter dire per quale motivo è stato ucciso Peter de Vries. Io sono convinto, come molti osservatori, che il ruolo di testimone del processo Marengo probabilmente sia la causa principale della sua esecuzione. Il suo ruolo di testimone era importantissimo, perché non era soltanto formale, ma era quello di una persona che conosce i meccanismi criminali e può renderli pubblici. Renderli pubblici prima di una sentenza, perché può parlare di indizi, può parlare di connessioni. La polizia, prima di chiudere un canale di approvvigionamento di coca, di riciclaggio, può metterci mesi o anni. Un’inchiesta giornalistica può accendere una luce immediata, e costringere quindi un’organizzazione a non usare più quelle autostrade per il riciclaggio, o quelle strade e quei contatti politici per il traffico.

Quando parliamo di «Mocro Maffia» stiamo parlando di un’organizzazione che è riuscita ad avvicinare e corrompere il presidente del Suriname, Dési Bouterse. Stiamo parlando di un’organizzazione che è riuscita a federarsi con i clan montenegrini, le potenti organizzazioni serbe che da sempre in Olanda hanno una presenza.

Stiamo parlando di un’organizzazione che ha già ucciso un giornalista, Martin Cook, che voi olandesi liquidaste velocemente come l’omicidio di un ex criminale. In verità, lui era stato ucciso per la sua attività giornalistica, ma voi avete preferito porre attenzione sul suo passato turbolento. Questa è la peggiore delle risposte che date sempre: sono i marocchini, sono gli italiani, sono i russi, sono i serbi. Sono gli immigrati, così utili ma anche così pericolosi. «Tenere fuori gli immigrati ci farà stare lontano dal crimine». Non è così. Questi mondi, che voi spesso declinate come esterni, stranieri, sono solo il segmento operativo di una confederazione di interessi completamente olandesi. Sostanzialmente, tutta questa massa criminale esiste al servizio del sistema finanziario olandese, perché il sistema finanziario olandese, in forma del tutto neutrale, non rimbalza più nessun flusso economico.

Voi olandesi avete conosciuto il nome di Ridouan Taghi poco prima che fosse arrestato, soltanto nel 2015, ma in realtà comandava da molto più tempo. È esattamente quello che sta accadendo con tutto il resto: il vostro governo non riesce né a capire, né a raccontarvi quello che state diventando: un’isola di denaro criminale, scivoloso, un forziere dove nascondere il frutto dell’evasione.

L’Olanda si arricchisce del denaro che viene portato via dalle altre nazioni: siete diventati dei pirati della finanza e così facendo la vostra terra sta diventando come un’isola di bucanieri che nascondano i loro soldi. In fondo con le vecchie e reali isole dei pirati, Aruba, Curaçao e Sint Maarten, da sempre raccogliete il denaro dei narcos (e non solo naturalmente) che vi arriva dritto nelle vostre banche.

È da sempre che le isole «olandesi» sono forziere della malavita; già nel 1997 era notizia nota agli inquirenti che 14 banche erano state create ad Aruba da società legate alle organizzazioni criminali russe, depositi e transazioni non vengono controllati nei Caraibi olandesi e proprio da qui arriva sino ad Amsterdam il peggior denaro dei cartelli. Possibile che di tutto questo la politica non ne abbia mai fatto dibattito? Mai nelle campagne elettorali è stato elemento di reale confronto? Peter de Vries non è stato semplicemente ucciso dagli Angeli della Morte (così il gruppo del boss di Taghi si autodefinisce).

 

La pistola alla tempia gli è stata messa da tutto il sistema olandese che ormai è un sistema criminale che De Vries combatteva. Un sistema che non riesce a cambiare, e un governo che non si sente responsabile di questo è un governo complice. Come hai fatto, cara e libera Olanda, a diventare il cuore marcio d’Europa senza ribellarti e opporti ?

2 Agosto 2021

Le mani della ‘ndrangheta sulla sanità reggina, ai domiciliari il consigliere regionale Paris – I NOMILe mani della ‘ndrangheta sulla sanità reggina, ai domiciliari il consigliere regionale Paris – I NOMI

Le mani della ‘ndrangheta sulla sanità reggina, ai domiciliari il consigliere regionale Paris – I NOMI

Eletto nel 2020 nella lista dell’Udc con 6.358 voti, Nicola Paris (dato in avvicinamento alla Lega) è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione

Pubblicato il: 02/08/2021 – 10:39

REGGIO CALABRIA C’è anche il consigliere regionale in carica Nicola Paris tra gli arrestati di stamattina nell’inchiesta “Inter Nos” che ha portato all’emissione di 17 misure cautelari e al sequestro di imprese per un valore oltre 12 milioni di euro.
Eletto nel 2020 nella lista dell’Udc con 6.358 voti, Paris è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria è molto ampia e riguarda diverse famiglie mafiose. Tra gli arrestati, infatti, ci sono soggetti intranei o ritenuti vicini alle cosche Serraino di Reggio Calabria, Iamonte di Melito Porto Salvo e Floccari di Locri.

Chi è il consigliere regionale arrestato

Dipendente dell’Ansaldo Breda, Nicola Paris era stato eletto con il centrodestra nel 2011 al consiglio comunale di Reggio Calabria, poi sciolto nel 2012 per infiltrazioni mafiose. Rieletto con il centrosinistra nel 2014 a Palazzo San Giorgio, nel 2020 è tornato a destra e si è candidato alla Regione con l’Unione di Centro. Nel 2020 è entrato a  Palazzo Campanella con 6358 voti. Paris è componente delle commissioni permanenti “Assetto del territorio”, “Politiche sociali e del lavoro” e delle commissioni speciali “Statuto e regolamento”, “Controllo e garanzia”. È inoltre consigliere delegato ai “Grandi eventi e tradizioni popolari” e all’edilizia scolastica. Paris aveva lasciato l’Udc nel gennaio 2021 con una lettera nella quale parlava di un «lento naufragio politico del partito, i cui vertici non sono riusciti in questo anno di legislatura a valorizzare politicamente lo straordinario risultato elettorale conseguito nella provincia di Reggio Calabria in virtù dell’impegno e della coesione di tutti i candidati, aggregati grazie all’ottimo lavoro svolto dall’ex vicecoordinatore regionale Luigi Fedele». E nelle ultime settimane, rumors politici parlavano di un suo avvicinamento alla Lega (non era passata inosservata la sua presenza al fianco del governatore reggente Nino Spirlì in una delle più recenti visite di Matteo Salvini a Reggio Calabria.

In carcere sono finiti:

Chilà Domenico (cl.’63)

Chilà Antonino (cl. 67)

Lauro Giovanni (cl. ’77)

D’Andrea Antonino (cl. ’85)

Macheda Francesco (cl. ’49)

Calabrò Nicola (cl. ’50)

Corea Giuseppe (cl. ’69)

Costarella Massimo (cl. ’64)

D’Andrea Mario Carmelo (cl. ’55)

Ai domiciliari sono finiti:

Ambrogio Filomena (cl. ’57)

Zaccuri Angelo (cl. ’56)

Delfino Lorenzo (cl. ’67)

Piccolo Sergio (cl. ’77)

Valente Gianluca (cl. ’75)

Idà Salvatore (cl. ’64)

Paris Nicola (cl. ’81)

 

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/08/02/le-mani-della-ndrangheta-sulla-sanita-reggina-ai-domiciliari-il-consigliere-regionale-paris-i-nomi/


Le mani della ‘ndrangheta sulla sanità reggina, ai domiciliari il consigliere regionale Paris – I NOMI

Eletto nel 2020 nella lista dell’Udc con 6.358 voti, Nicola Paris (dato in avvicinamento alla Lega) è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione

Pubblicato il: 02/08/2021 – 10:39

REGGIO CALABRIA C’è anche il consigliere regionale in carica Nicola Paris tra gli arrestati di stamattina nell’inchiesta “Inter Nos” che ha portato all’emissione di 17 misure cautelari e al sequestro di imprese per un valore oltre 12 milioni di euro.
Eletto nel 2020 nella lista dell’Udc con 6.358 voti, Paris è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria è molto ampia e riguarda diverse famiglie mafiose. Tra gli arrestati, infatti, ci sono soggetti intranei o ritenuti vicini alle cosche Serraino di Reggio Calabria, Iamonte di Melito Porto Salvo e Floccari di Locri.

Chi è il consigliere regionale arrestato

Dipendente dell’Ansaldo Breda, Nicola Paris era stato eletto con il centrodestra nel 2011 al consiglio comunale di Reggio Calabria, poi sciolto nel 2012 per infiltrazioni mafiose. Rieletto con il centrosinistra nel 2014 a Palazzo San Giorgio, nel 2020 è tornato a destra e si è candidato alla Regione con l’Unione di Centro. Nel 2020 è entrato a  Palazzo Campanella con 6358 voti. Paris è componente delle commissioni permanenti “Assetto del territorio”, “Politiche sociali e del lavoro” e delle commissioni speciali “Statuto e regolamento”, “Controllo e garanzia”. È inoltre consigliere delegato ai “Grandi eventi e tradizioni popolari” e all’edilizia scolastica. Paris aveva lasciato l’Udc nel gennaio 2021 con una lettera nella quale parlava di un «lento naufragio politico del partito, i cui vertici non sono riusciti in questo anno di legislatura a valorizzare politicamente lo straordinario risultato elettorale conseguito nella provincia di Reggio Calabria in virtù dell’impegno e della coesione di tutti i candidati, aggregati grazie all’ottimo lavoro svolto dall’ex vicecoordinatore regionale Luigi Fedele». E nelle ultime settimane, rumors politici parlavano di un suo avvicinamento alla Lega (non era passata inosservata la sua presenza al fianco del governatore reggente Nino Spirlì in una delle più recenti visite di Matteo Salvini a Reggio Calabria.

In carcere sono finiti:

Chilà Domenico (cl.’63)

Chilà Antonino (cl. 67)

Lauro Giovanni (cl. ’77)

D’Andrea Antonino (cl. ’85)

Macheda Francesco (cl. ’49)

Calabrò Nicola (cl. ’50)

Corea Giuseppe (cl. ’69)

Costarella Massimo (cl. ’64)

D’Andrea Mario Carmelo (cl. ’55)

Ai domiciliari sono finiti:

Ambrogio Filomena (cl. ’57)

Zaccuri Angelo (cl. ’56)

Delfino Lorenzo (cl. ’67)

Piccolo Sergio (cl. ’77)

Valente Gianluca (cl. ’75)

Idà Salvatore (cl. ’64)

Paris Nicola (cl. ’81)

 

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/08/02/le-mani-della-ndrangheta-sulla-sanita-reggina-ai-domiciliari-il-consigliere-regionale-paris-i-nomi/


“Gotha”, Anm Reggio Calabria: “Inaccettabile tentativo di delegittimazione del lavoro della magistratura”

“Gotha”, Anm Reggio Calabria: “Inaccettabile tentativo di delegittimazione del lavoro della magistratura”

“La Giunta Esecutiva ANM del distretto di Reggio Calabria intende esprimere le sue forti preoccupazioni per gli interventi apparsi su alcuni organi di stampa, in seguito alla pronuncia, lo scorso 30 luglio, del dispositivo di sentenza relativo al processo cd. Gotha. Fermo restando il legittimo e indispensabile diritto di critica dei provvedimenti giurisdizionali, che pure andrebbe esercitato nel rispetto della cd. continenza, ciò che non è accettabile è veicolare nell’opinione pubblica il messaggio che le assoluzioni rappresentino la manifestazione di una patologia del sistema giudiziario, e che, addirittura, intervengano a porre rimedio ad iniziative arbitrarie o peggio irresponsabili, adottate da magistrati in combutta con alcuni giornalisti. Lungi dal rappresentare l’esercizio di un potere becero, atti e provvedimenti giurisdizionali, di qualunque segno, sono il frutto della (ineliminabile, per fortuna) dialettica processuale, e del contributo di ciascuno dei soggetti coinvolti in quella complessa e rigorosa attività che quotidianamente si svolge nelle aule di giustizia. Atti e provvedimenti che, a seconda della fase, soggiacciono a regole di valutazione diverse, e si fondano su patrimoni di conoscenze anch’essi suscettibili di essere implementati, grazie al contributo di tutti gli attori della scena processuale. Atti e provvedimenti adottati, è bene ricordarlo, da magistrati che, tra le ben note difficoltà, e con enormi sacrifici, anche personali, concorrono ad amministrare quotidianamente la giustizia. Atti e provvedimenti adottati, infine, assumendo su di sé la responsabilità, nei casi e nei modi previsti dalla legge, proprio perché, al pari che per altre categorie professionali, per i magistrati la parola responsabilità non è un vacuum.

“Pur nella consapevolezza che anche il processo può essere esso stesso una pena, talvolta alimentata da enfatizzazioni mediatiche non sempre rispettose della presunzione di non colpevolezza, va perciò respinta con forza l’idea che l’azione penale venga esercitata allo scopo di insolentire cittadini perbene, piuttosto che di sottoporre alla necessaria verifica processuale il tema d’accusa. Così come va respinta con forza l’idea, tesa evidentemente a delegittimare in maniera indistinta il lavoro della magistratura tutta, che l’attività giudiziaria produca nefandezze, fango e schifo, e promani da luoghi in cui alberga il malaffare. Tali narrazioni fuorvianti non hanno nulla a che fare con la legittima critica dell’operato della magistratura, ma rappresentano un grave e inaccettabile attacco alla giurisdizione stessa, che va difesa a tutela della collettività intera”. Così, in un comunicato stampa, la Giunta distrettuale ANM di Reggio Calabria, in merito ad alcuni interventi seguiti alla pronuncia del dispositivo di sentenza del processo “Gotha”.

 

Creato Lunedì, 02 Agosto 2021 18:38

fonte:https://ildispaccio.it/primo-piano-2/279036-gotha-anm-reggio-calabria-inaccettabile-tentativo-di-delegittimazione-del-lavoro-della-magistratura

Le mani dei clan negli appalti della sanità di Reggio Calabria: 16 arresti, ai domiciliari consigliere regionale eletto dell’UdcLe mani dei clan negli appalti della sanità di Reggio Calabria: 16 arresti, ai domiciliari consigliere regionale eletto dell’Udc

Il Fatto Quotidiano

Le mani dei clan negli appalti della sanità di Reggio Calabria: 16 arresti, ai domiciliari consigliere regionale eletto dell’Udc

Dipendente dell’Ansaldo Breda ed eletto nel 2020 nella lista dell’Udc, Nicola Paris è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. Nell’ambito dell’operazione Inter Nos, sequestrati beni per 12 milioni di euro

di Lucio Musolino | 2 AGOSTO 2021

Il consigliere regionale calabrese Nicola Paris (in foto) è finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Inter Nos” scattata stamattina all’alba. La guardia di finanza ha eseguito 17 misure cautelari. Su disposizione del gip Karin Catalano, 9 indagati sono finiti in carcere, 7 ai domiciliari e per uno è stata disposta l’interdizione. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e dalla Procura ordinaria di Reggio Calabria, ha riguardato le infiltrazioni della ‘ndrangheta negli appalti della sanità reggina. Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardie, dell’aggiunto Gerardo Dominijanni e dei pm Walter Ignazitto, Giulia Scavello e Marika Mastrapasqua, le fiamme gialle hanno sequestrato imprese per oltre 12 milioni di euro. I provvedimenti sono stati eseguiti dai finanzieri del comando provinciale e dello Scico nelle province di Reggio Calabria, Catanzaro, Roma, Livorno, Verona e Milano. Le indagini hanno dimostrato l’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia legale. I pm, infatti, hanno dimostrato come le cosche si sono infiltrate negli appalti dell’Azienda sanitaria provinciale.

Dipendente dell’Ansaldo Breda ed eletto nel 2020 nella lista dell’Udc (ora nel Misto), Paris è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. L’inchiesta, però, è molto più ampia e riguarda diverse famiglie mafiose del reggino. Tra gli arrestati, infatti, ci sono soggetti intranei o ritenuti vicini alle cosche Serraino di Reggio Calabria, agli Iamonte di Melito Porto Salvo e ai Floccari di Locri. L’indagine della guardia di finanza ha fatto luce su un’associazione a delinquere finalizzata al condizionamento degli appalti per le pulizie e alle varie proroghe. A questo vanno aggiunti diversi episodi di corruzione finalizzati al pagamento privilegiato di fatture. Nel periodo della pandemia, inoltre, i pm hanno riscontrato irregolarità legate alle sanificazioni e alle mascherine.

Ritornando al consigliere regionale Paris è accusato di essere stato vicino ai soggetti legati alla ‘ndrangheta di Melito Porto Salvo e di Reggio Calabria. In particolare, secondo la Procura di Reggio Calabria, si sarebbe impegnato per la conferma di un funzionario infedele che avrebbe favorito i clan. Tra gli arrestati, infatti, ci sono anche alcuni funzionari dell’Asp come il direttore finanziario dell’Azienda sanitaria. Nicola Paris era stato eletto con il centrodestra nel 2011 al Consiglio comunale di Reggio Calabria, poi sciolto nel 2012 per infiltrazioni mafiose. Rieletto con il centrosinistra nel 2014 a Palazzo San Giorgio, nel 2020 è tornato a destra e si è candidato alla Regione con l’Unione di Centro. Eletto a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale, con 6358 voti Paris è componente delle commissioni permanenti “Assetto del territorio”, “Politiche sociali e del lavoro” e delle commissioni speciali “Statuto e regolamento”, “Controllo e garanzia”. È inoltre consigliere delegato ai “Grandi eventi e tradizioni popolari” e all’edilizia scolastica.

Nei suoi confronti la Dda e la Procura ordinaria avevano chiesto il carcere perché, nella sua qualità di consigliere regionale “tentava di intervenire – è scritto nel capo di imputazione – presso il Governatore facente funzioni della Regione Calabria Antonino Spirlì, al line di sollecitare il rinnovo contrattuale” di Giuseppe Corea, il direttore del settore della struttura complessa Gestione Risorse Economico Finanziarie dell’Asp di Reggio. Ritenuto un “funzionario asservito” agli imprenditori coinvolti nell’inchiesta (e che avevano sostenuto lo stesso Paris “durante la campagna elettorale”), Corea è finito in carcere assieme a Domenico Chilà, Antonino Chilà, Giovanni Lauro, Antonino D’Andrea, Mario Carmelo D’Andrea, Francesco Macheda, Nicola Calabrò e Massimo Costarella.

Oltre a Paris sono finiti ai domiciliari, invece, la funzionaria dell’Asp Filomena Ambrogio, gli imprenditori Angelo Zaccuri, Lorenzo Delfino Sergio Piccolo, Gianluca Valente e l’impiegato della Direzione sanitaria dell’ospedale di Melito Salvatore Idà.

Il gip ha disposto, infine, l’interdizione per un anno nei confronti di Giuseppe Giovanni Galletta, il direttore dell’esecuzione del contratto di appalto per le pulizie vinte dall’Ati “Helios” ritenuta legata alle cosche di Locri oltre che alle famiglie mafiose Serraino di Reggio Calabria e Iamonte di Melito Porto Salvo.

Complessivamente sono 24 gli indagati dalla Dda di Reggio e tra questi, a piede libero, ci sono anche l’ex direttore generale dell’Asp Grazia Rosa Anna Squillacioti, l’ex commissario Francesco Sarica e la dirigente dell’ufficio Programmazione e Bilancio dell’Azienda sanitaria Angela Minniti. Tutte e tre sono accusati di turbativa d’asta.

Al centro dell’inchiesta condotta dai finanzieri dello Scico e del Gico ci sono i servizi di pulizia e sanificazione delle strutture amministrative e sanitarie ricadenti nella competenza territoriale dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria sono stati affidati a società, i cui membri, risultati essere “legati” a varie consorterie criminali operanti nel territorio della Provincia di Reggio Calabria.

Stando a quanto emerso dalle indagini, infatti, ci sarebbe stato un distorto utilizzo del sistema della proroga del rapporto contrattuale. In assenza di alcuna procedura di evidenza pubblica, gli indagati sono riusciti per anni a proseguire artificiosamente il rapporto con l’Asp. Per i pm ci sarebbe stato “un collaudato sistema di corruttela”: false fatturazioni emesse da imprese compiacenti ma anche indebite dazioni di denaro. Mazzette elargite in maniera continuativa e sistematica al fine di mantenere saldo nel tempo il pactum sceleris siglato tra i funzionari dell’Asp e gli imprenditori vicini ai clan che godevano di una “corsia preferenziale” nelle stanze dell’azienda sanitaria.

Con l’operazione “Inter nos” sono emerse delle anomalie legate anche alla gestione della pandemia: L’Ati “Helios” ha svolto in maniera irregolare i servizi straordinari di sanificazione e disinfestazione che gli erano stati affidati dall’Asp a seguito del diffondersi del coronavirus.

Si compra una pompetta, non è che si deve fare per forza con il macchinario”. È una delle intercettazioni registrate dalla guardia di finanza. E ancora: “In un giorno se è solo la sanificazione senza pulizia… perché la pulizia c’è…se ce la danno… senza pulizia si possono organizzare per farsene venti in un giorno… perché per andare a fare solo (simula uno spruzzo con la bocca).. e se ne vanno…e mezz’ora…hai capito? Quindi ne possono fare venti, a noi ci conviene, se noi ci aggiustiamo…per dire…gli mettiamo, un esempio, ne fanno venti”.

Stando all’inchiesta, in piena pandemia, gli arrestati si sarebbero appropriati indebitamente dei dispositivi di protezione individuale anti-Covid-19, sottraendoli finanche al personale sanitario impegnato in occasione dell’emergenza. “All’inizio della pandemia – è scritto nell’ordinanza – Mario D’Andrea si è appropriato indebitamente, in parte condividendole con il figlio Antonino e la funzionaria Ambrogio, di ben oltre cento mascherine destinate ai medici impegnati nell’emergenza da Covid, in un periodo di estrema penuria di dispositivi sanitari di protezione individuale, considerati preziosissimi”.

Come se non bastasse, alcuni indagati si sarebbero sottoposti indebitamente alla vaccinazione prevista, all’epoca dei fatti, solo per individuate categorie. Scrive sempre il gip Karin Catalano: “Il 15 gennaio 2021, quando la campagna vaccinale sta muovendo ancora i suoi primissimi ed incerti passi” alcuni indagati “vengono vaccinati presso l’ospedale Tiberio Evoli di Melito, con precedenza rispetto a medici, infermieri, operatori sanitari e tutti coloro che sono impegnati in prima linea nella lotta alla pandemia”.

 

 

 

I servizi segreti e quell’irrituale richiesta del procuratore Tinebra

I servizi segreti e quell’irrituale richiesta del procuratore Tinebra

A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

01 agosto 2021

Scrivono i giudici di primo grado del Borsellino Quater: «È appena il caso di osservare che la rapidità con la quale venne richiesta la irrituale collaborazione del Dott. Contrada, già il giorno dopo la strage di Via D’Amelio, faceva seguito alla mancata audizione del Dott. Borsellino nel periodo di 57 giorni intercorso tra la strage di Capaci e la sua uccisione»

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione cosa vostra. In questa serie, seguiamo gli sviluppi del processo Borsellino quater, dopo la strage di via d’Amelio: uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.

Alla luce degli elementi di prova raccolti nel corso dell’istruttoria dibattimentale, questa Corte ritiene che allo Scarantino debba essere concessa la circostanza attenuante di cui all’art. 114 comma terzo c.p., che si riferisce «all’ipotesi di colui che sia stato determinato a commettere il reato ed a cooperarvi sempre che ricorra o la fattispecie contemplata dall’art 112 n. 3 di chi nell’esercizio della sua autorità, direzione o vigilanza ha determinato a commettere il reato persone ad esso soggette, o quella prevista dal numero 4 dello stesso articolo: cioè di determinazione al reato di persona in stato di infermità o di deficienza psichica» (Cass., Sez. II, n. 1696/1976 del 31/10/1975, Rv. 132226).

[…]

Deve, infatti, ritenersi che lo Scarantino sia stato determinato a rendere le false dichiarazioni sopra descritte da altri soggetti, i quali hanno fatto sorgere tale proposito criminoso abusando della propria posizione di potere e sfruttando il suo correlativo stato di soggezione. Al riguardo, va segnalato un primo dato di rilevante significato probatorio: come si è anticipato, le dichiarazioni dello Scarantino, pur essendo sicuramente inattendibili, contengono alcuni elementi di verità.

Sin dal primo interrogatorio reso dopo la manifestazione della sua volontà di “collaborare” con la giustizia, in data 24 giugno 1994, lo Scarantino ha affermato che l’autovettura era stata rubata mediante la rottura del bloccasterzo, e ha menzionato l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo. Nel successivo interrogatorio del 29 giugno 1994 egli ha specificato che, essendo stato rotto il bloccasterzo dell’autovettura, il contatto veniva stabilito collegando tra loro i fili dell’accensione. Nelle sue successive deposizioni, lo Scarantino ha sostenuto che la Fiat 126 era stata spinta al fine di entrare nella carrozzeria (circostanza, questa, che presuppone logicamente la presenza di problemi meccanici tali da determinare la necessità di trainare il veicolo). Egli, inoltre, ha aggiunto di avere appreso che sull’autovettura erano state applicate le targhe di un’altra Fiat 126, prelevate dall’autocarrozzeria dello stesso Orofino, e che quest’ultimo aveva presentato nel lunedì successivo alla strage la relativa denuncia di furto.

Si tratta di un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero ed estranee al personale patrimonio conoscitivo dello Scarantino, il quale non è stato mai coinvolto nelle attività relative al furto, al trasporto, alla custodia e alla preparazione dell’autovettura utilizzata per la strage. E’ quindi del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte.

LE NOTE DEL SISDE

Questa conclusione è rafforzata da una ulteriore elemento, cui ha fatto riferimento il Pubblico Ministero nella sua requisitoria e nell’esame del Dott. Contrada, svolto all’udienza del 23 ottobre 2014: si tratta, precisamente, dell’appunto con cui in data 13 agosto 1992 il Centro SISDE di Palermo comunicò alla Direzione di Roma del SISDE che «in sede di contatti informali con inquirenti impegnati nelle indagini inerenti alle recenti note stragi perpetrate in questo territorio, si è appreso in via ufficiosa che la locale Polizia di Stato avrebbe acquisito significativi elementi informativi in merito all’autobomba parcheggiata in via D’Amelio, nei pressi dell’ingresso dello stabile in cui abita la madre del Giudice Paolo Borsellino. (…) In particolare, dall’attuale quadro investigativo emergerebbero valide indicazioni per l’identificazione degli autori del furto dell’auto in questione, nonché del luogo in cui la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato».

In proposito, il Pubblico Ministero ha persuasivamente osservato che «non è dato comprendere come, a quella data (13.8.1992), pur successiva alle conversazioni telefoniche intercettate sull’utenza in uso alla VALENTI Petrina, gli investigatori avessero potuto acquisire – se non in via meramente confidenziale – notizie “sul luogo” in cui l’autovettura rubata era stata custodita. Vi era dunque una traccia in tale direzione che gli inquirenti palermitani si apprestavano a seguire ben prima del comparire sulla scena del CANDURA, prima fonte di accusa nella direzione della Guadagna. Quale fosse tale fonte nessuno ha saputo o voluto rivelarla. Residua allora il dubbio che gli inquirenti tanto abbiano creduto a quella fonte, mai resa ostensibile, da avere poi operato una serie di forzature per darle dignità di prova facendo leva sulla permeabilità di un soggetto facilmente “suggestionabile”, incapace di resistere alle sollecitazioni, alle pressioni, ricattabile anche solo accentuando il valore degli elementi indiziari emersi a suo carico in ordine alla vicenda di Via D’Amelio o ad altre precedenti vicende delittuose (in particolare alcuni omicidi) con riguardo alle quali egli era al tempo destinatario di meri sospetti».

La particolare attenzione rivolta allo Scarantino dai servizi di informazione, nei mesi immediatamente successivi alla strage, è ulteriormente dimostrata da alcuni elementi probatori raccolti nel processo c.d. “Borsellino uno”. In particolare, la sentenza n. 1/1996 emessa in data 27 gennaio 1996 dalla Corte di Assise di Caltanissetta all’esito del primo grado di giudizio ha sottolineato quanto segue: «La piena operatività dello Scarantino Vincenzo in ambito delinquenziale, la sua appartenenza ad un nucleo familiare notoriamente inserito nel contesto criminale della Guadagna erano peraltro dati già acquisiti al patrimonio conoscitivo dei Servizi di informazione e degli Organi Inquirenti anteriormente al coinvolgimento dell’imputato nei fatti per cui è processo.

Il teste dr. Finocchiaro Mario, che all’epoca delle stragi rivestiva le funzioni di Dirigente della Squadra Mobile di Caltanissetta, ha riferito in dibattimento di aver trasmesso alla Procura Distrettuale in sede una informativa riservata del SISDE pervenuta al suo ufficio, nella quale si segnalavano i rapporti di parentela e affinità di taluni componenti della famiglia Scarantino con esponenti delle famiglie mafiose palermitane, i precedenti penali e giudiziari rilevati a carico dello Scarantino Vincenzo e dei suoi più stretti congiunti.

Si evidenziava in particolare nella nota in questione, sul cui contenuto ha dettagliatamente riferito in dibattimento il dr. Finocchiaro Mario, che una sorella di Vincenzo Scarantino, di nome Ignazia, è coniugata con Profeta Salvatore, esponente della cosca di S. Maria di Gesù, una zia paterna, che porta parimenti il nome Ignazia, è sposata con Profeta Domenico, fratello del predetto Salvatore, una cugina paterna, anch’essa di nome Ignazia, è coniugata con Lauricella Maurizio. Il predetto è figlio di Madonia Rosaria, a sua volta figlia di Madonia Francesco, cugino omonimo del noto boss mafioso di Resuttana. Il medesimo Lauricella Maurizio è imparentato, tramite suoi stretti congiunti, con altri esponenti mafiosi della cosca di Corso dei Mille e più specificamente la di lui sorella Giuseppa è sposata con Sinagra Giuseppe, fratello del noto collaboratore di giustizia, un’altra sorella di nome Angela è coniugata con Senapa Pietro, elemento di spicco della suddetta famiglia mafiosa, condannato all’ergastolo nel maxiprocesso di Palermo.

Nella stessa informativa del SISDE venivano ancora richiamati i precedenti penali e giudiziari rilevati a carico dei componenti la famiglia Scarantino. In essa si sottolineava in particolare che i fratelli di Scarantino Vincenzo, Rosario, Domenico, Umberto ed Emanuele, avevano riportato diverse denunce, anche per reati di una certa gravità, quali associazione per delinquere, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, detenzione di armi, rapina, furto, ricettazione ed altro; la cognata Gregori Maria Pia, moglie di Scarantino Rosario aveva precedenti per sfruttamento della prostituzione, un’altra cognata Prester Vincenza, coniugata con Scarantino Umberto, aveva precedenti per associazione per delinquere, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti; gli zii paterni Scarantino Alberto e Lorenzo avevano precedenti rispettivamente per lesioni, violazione alla normativa sulle armi, furto e ricettazione; i cugini Gravante Giovanni e Chiazzese Natale avevano precedenti per associazione per delinquere e furto. Si evidenziava infine nella nota in questione che la persona più in vista, sotto il profilo delle capacità criminali e della pericolosità sociale, dell’entourage familiare dello Scarantino Vincenzo era sicuramente il di lui cognato Profeta Salvatore, già denunciato per associazione per delinquere semplice e mafiosa, per estorsione, armi, traffico di stupefacenti ed altri reati minori, implicato nel cd. blitz di Villagrazia e da ultimo nel maxi processo di Palermo».

CONTRADA E TINEBRA

Come ha rilevato il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, tale nota fu trasmessa il 10 ottobre 1992 alla Squadra Mobile di Caltanissetta. Ad essa ha fatto riferimento, nella deposizione resa all’udienza del 23 ottobre 2014, il Dott. Bruno Contrada, che ha spiegato che la stessa fu redatta dal capo del centro SISDE di Palermo su diretta richiesta del Dott. Tinebra, benché non fosse possibile instaurare un rapporto diretto tra i servizi di informazione e la Procura della Repubblica («poi mi fu fatto leggere l’appunto dal direttore del centro, che il dottor Tinebra chiese personalmente al capocentro, al colonnello Ruggeri, un appunto sulla personalità di Vincenzo Scarantino e sui suoi eventuali legami con ambienti della criminalità organizzata, cioè della mafia, e di riferire direttamente a lui tutto questo. Al che il direttore del centro, sapendo bene che non poteva avere questo rapporto diretto con la Procura della Repubblica, chiese l’autorizzazione alla direzione di poter svolgere questa indagine sua, autonoma, su Scarantino»). Dalla deposizione del Dott. Contrada emerge, altresì, una ulteriore iniziativa, decisamente irrituale, del Dott. Tinebra, il quale, già nella serata del 20 luglio 1992, gli chiese di collaborare alle indagini sulle stragi, sebbene egli non rivestisse la qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, e nonostante la normativa vigente precludesse al personale dei servizi di informazione e sicurezza di intrattenere rapporti diretti con la magistratura («Io ero a Palermo, dove (…) risiedeva ancora la mia famiglia, nonostante fossi in servizio a Roma, (…) e io spesso venivo giù a Palermo, non dico tutte le settimane, ma perlomeno un paio di volte al mese. Ero in ferie dal 12 luglio e sarei rimasto in ferie fino al primo agosto a Palermo. La sera del 19 luglio… no, forse no la sera, la mattina dopo, il 20 luglio, la mattina, ebbi una telefonata dal dottor Sergio Costa, funzionario di Polizia, commissario di Pubblica Sicurezza, aggregato… nei ruoli del SISDE, quindi faceva servizio al Servizio, al SISDE, ed era il genero del Capo della Polizia Vincenzo Parisi, aveva sposato una delle figlie del Prefetto Parisi, il quale mi dice che per incarico di suo suocero, il Capo della Polizia Parisi, ero pregato di andare dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, dottor Giovanni Tinebra, che era da pochi giorni immesso nel possesso della carica di Procuratore di Caltanissetta, da pochi giorni, da poco tempo, pochi giorni, che desiderava parlarmi. Nel contempo il dottor Costa mi disse che potevo andare la sera, perché ne aveva già parlato con il Procuratore Tinebra, al Palazzo di Giustizia a Palermo, in un ufficio che gli era stato dato provvisoriamente al dottor Tinebra, alla Procura Generale presso la Corte di Appello di Palermo, un ufficio dove lui aveva questi primi contatti, perché doveva occuparsi di questa strage, come già si occupava Caltanissetta della strage di Capaci, Falcone. Ed io andai quella sera dal dottor Tinebra, che non conoscevo, con cui non avevo avuto mai rapporti; e il dottor Tinebra mi disse se io ero disposto a dare una mano, sempre in virtù della mia pregressa esperienza professionale, etc., etc., per le indagini sulle stragi. Io feci presente varie cose al dottor Tinebra: innanzitutto che ero un funzionario dei Servizi e quindi non rivestivo più la veste di ufficiale di Polizia Giudiziaria, quindi non potevo svolgere indagini in senso proprio, la mia poteva essere soltanto un’attività informativa, non operativa; che per Legge noi non potevamo avere rapporti diretti con la magistratura; che, in ogni caso, io avrei dovuto chiedere l’autorizzazione ai miei superiori diretti, e parlo del mio direttore, che era allora il Prefetto Alessandro Voci, e che anche una collaborazione sul piano informativo poteva avvenire soltanto previ accordi con gli organi di Polizia Giudiziaria che erano interessati alle indagini. Nell’occasione il dottor Tinebra mi disse anche, così, per inciso, dice: “Sa, io mi rivolgo a lei perché a Caltanissetta è stato costituito un ufficio della DIA, Direzione Investigativa Antimafia, ma da poco tempo e mi sono reso conto che c’è personale che di fatti di mafia ne comprende ben poco”, detto dal dottor Tinebra. Io non sapevo neppure chi erano i componenti della DIA di Caltanissetta, che lavoravano con la Procura della Repubblica di Caltanissetta. Comunque, dissi: “Io sono per mia… per il mio spirito di servizio, per la mia volontà di… di rendermi utile per quello che posso fare, che è nelle mie possibilità, a questo, però devo chiedere prima di tutto l’autorizzazione al mio direttore”. Non mi è sufficiente che questa richiesta mi venga dal Capo della Polizia, perché io non dipendo più dal Capo della Polizia, e che comunque sarei stato disposto a dare il mio contributo qualora si fossero osservate queste norme: autorizzazione dei miei superiori e intese con gli organi di Polizia, Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, interessate alle indagini sulle stragi».

E’ appena il caso di osservare che la rapidità con la quale venne richiesta la irrituale collaborazione del Dott. Contrada, già nel giorno immediatamente successivo alla strage di Via D’Amelio, faceva seguito alla mancata audizione del Dott. Borsellino nel periodo di 57 giorni intercorso tra la strage di Capaci e la sua uccisione, benché lo stesso magistrato avesse manifestato pubblicamente la propria intenzione di fornire il proprio contributo conoscitivo, nelle forme rituali, alle indagini in corso sull’assassinio di Giovanni Falcone, cui egli era legato da una fraterna amicizia.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

Miti (e dati) sulla prescrizione. Ecco i processi che svaniranno

Miti (e dati) sulla prescrizione. Ecco i processi che svaniranno

GIULIA MERLO

31 luglio 2021

  • La riforma della giustizia cambia il codice penale rivoluzionando i tempi dei processi con l’istituto dell’improcedibilità.
  • Lo scontro politico ha riguardato la prescrizione. Le statistiche evidenziano dove i procedimenti sono davvero a rischio.
  • A sorpresa molte corti del sud hanno buone percentuali. E in Sicilia i tempi dell’appello per i reati di mafia sono virtuosi.

Lo scontro sulla riforma della giustizia penale, che si è chiuso giovedì con un accordo tra i partiti della maggioranza, si è giocato quasi per intero sulla prescrizione e, come si legge nel nuovo testo voluto dal guardasigilli Marta Cartabia, su quello dell’improcedibilità. Istituti che prevedono l’estinzione del reato a fronte del passaggio del tempo che esaurisce la pretesa punitiva dello stato. La prescrizione è attualmente prevista solo per il processo di primo grado. La riforma Bonafede del 2019, infatti, prevede che il decorso della prescrizione sostanziale si interrompa quando il tribunale emette la sentenza. Dopo questo momento, si presume che la volontà dello stato di procedere per il reato sia chiara e dunque il processo debba arrivare a sentenza definitiva, senza alcun limite di tempo per farlo.

La riforma Cartabia inserisce un nuovo meccanismo: in primo grado rimane la prescrizione sostanziale prevista da Bonafede e calcolata sulla base della pena, e che dunque ha durata diversa a seconda della tipologia di reato. In appello e in Cassazione, invece, viene introdotta la prescrizione cosiddetta processuale: in questo caso a estinguersi non è il reato ma il processo.

La prescrizione processuale, infatti, prevede una durata fissa per ogni fase: due anni in appello e uno in cassazione. Questa durata secondo i tecnici di Via Arenula non è stata individuata in modo arbitrario, ma risponde ai tempi stabiliti come “non irragionevoli” per i giudizi di impugnazione dalla legge Pinto del 2001, che ha recepito le previsioni della Convenzione europea sulla giusta durata dei processi e sancisce il diritto all’equa riparazione nel caso di danno da irragionevole durata.

Questa formula ibrida, che somma due diversi tipi di prescrizione – una che ha effetti sul reato e una sul processo – è stata fortemente criticata dai magistrati, che hanno lanciato due specifici allarmi. Il primo, che la prescrizione processuale faccia “morire” moltissimi processi in appello: addirittura il 50 per cento, secondo il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Il secondo, che così si indebolisca il contrasto a fenomeni mafiosi: «La improcedibilità non corrisponde alle esigenze di giustizia anche perché riguarda tutti i processi compresi quelli per reati gravissimi, come mafia, terrorismo e corruzione, con conseguenze molto gravi nel contrasto alle mafie, al terrorismo e alle altre illegalità», ha detto il procuratore antimafia, Federico Cafiero de Raho.

Il fuoco di fila dei pm antimafia è stato unanime, e Cartabia – anche per l’imposizione del M5s – ha deciso nell’ultima bozza della riforma di modificare il testo. Che ora è stato accettato da tutti i partiti della maggioranza. La rivoluzione scatterà dal primo gennaio 2015, quando per tutti i reati ordinari sarà previsto il termine dei due anni in appello e uno in cassazione, prorogabili su decisione motivata del giudice di un anno in appello e sei mesi in cassazione. Prima della fatidica ora X, è stata prevista una norma transitoria che vale fino a fine 2024, e che riguarda i termini di tutti i processi: tre anni in appello e 18 mesi in Cassazione.

Per quanto riguarda i reati più gravi, nulla cambia per quelli puniti con l’ergastolo: non ci sono termini di durata previsti. Per mafia, terrorismo, violenza sessuale e associazione finalizzata al traffico di droga saranno possibili proroghe (sempre motivate) senza limiti di tempo. Infine sul tema dei reati “aggravati dal metodo mafioso” la mediazione tra partiti ha prodotto un allungamento rispetto a quelli senza aggravante: dal 2025 si prescriveranno in 5 anni durante l’appello e 2 e mezzo in Cassazione.

DATI A SORPRESA

Ancora ieri molti magistrati si dicevano preoccupati dall’effetto della riforma sulla cancellazione di decine di migliaia di processi. Per valutare la fondatezza degli allarmi lanciati, è necessario partire dai dati a disposizione. Numeri che in parte smentiscono alcuni luoghi comuni sulle patologie del processo in Italia. Secondo i dati ministeriali del 2019 – ultimo anno non influenzato dalla pandemia e quindi verosimile in una proiezione futura – i procedimenti che si sono conclusi con la prescrizione del reato rappresentano il 9 per cento di quelli avviati a livello nazionale.

Interessante però è constatare in quale fase i procedimenti si prescrivono: circa il 38 per cento durante le indagini e dunque prima ancora che il processo sia cominciato; il 32 per cento nel giudizio di primo grado e il 26 per cento nel giudizio d’appello, mentre è insignificante nel giudizio cassazione, con meno dell’1 per cento. La maggior parte dei reati, quindi, non si prescrive per cause legate al processo e dunque a eventuali lungaggini procedurali, ma nella fase ancora precedente in cui gli inquirenti indagano. Tuttavia, le critiche della magistratura alla nuova prescrizione processuale si concentrano sul fatto che due anni siano troppo pochi per concludere il giudizio di appello.

Analizzando la durata di questa fase processuale, emerge che la durata media dei processi in appello in Italia è di 835 giorni, dunque più alta dei 730 previsti dalla nuova riforma, qualora rimanesse la previsione più restrittiva. Approfondendo il dato, tuttavia, risulta che le corti d’appello a superare il limite dei due anni sono otto: Firenze con 745 giorni, Bari con 813, Bologna con 823; Venezia con 996; Roma con 1142; Catania con 1247; Reggio Calabria con 1645 e Napoli con 2031.

Tutte le altre corti d’appello, invece, sono già al di sotto dei due anni per durata media dei procedimenti: compresa quella di Catanzaro oggi guidata da Gratteri, dove un processo d’appello dura in media 567 giorni.

Ovviamente, nelle corti con un processo più breve in appello, l’incidenza della prescrizione è molto inferiore. Un esempio su tutti fatto con due corti comparabili a livello di volume di contenzioso: nel 2019 il distretto di Napoli ha avuto una percentuale di prescrizioni del 32,8 per cento; in quello di Milano, dove il tempo di conclusione dell’appello è sei volte inferiore a quello di Napoli (2031 giorni contro 335) la prescrizione del reato in appello è avvenuta solo nel 4,5 per cento dei procedimenti.

Tradotto: nel caso in cui la riforma entrasse in vigore così com’è, gli interventi più drastici di rafforzamento delle corti d’appello per ridurre la durata dei processi dovrebbero essere localizzati ai soli distretti che già non rimangono sotto il limite del 730 giorni.

I dati mostrano anche un altro elemento: la durata dei processi è totalmente indipendente dall’elemento geografico, smentendo la facile equazione che i distretti del meridione, quelli anche più interessati alla lotta a fenomeni mafiosi, siano quelli più lenti dove i processi si prescrivono con maggiore frequenza.

A dimostrarlo è il dato sulla prescrizione pre-riforma Bonafede: nel 2020, la media nazionale di incidenza delle prescrizioni in grado d’appello sul totale dei procedimenti definitivi è stata del 26 per cento. I distretti con le maggiori difficoltà sono Roma (49 per cento), Reggio Calabria (48) e Venezia (45). Proprio questo dato è significativo perché si tratta di tre corti diversissime: Roma è la più grande d’Italia con oltre 10 mila procedimenti definiti l’anno; Reggio Calabria invece, con poco più di 1100 procedimenti, è omologabile a Caltanissetta che ha invece solo il 3 per cento di prescrizioni; infine Venezia, che conta circa 4000 procedimenti. Sopra la media nazionale ci sono poi Napoli (39 per cento, su 9 mila procedimenti), Catania e Bologna (33, rispettivamente su 3 mila e 6500) e Catanzaro (29 per cento su 2900).

Efficienti, invece, sono le corti d’appello medio-grandi come Milano e Palermo (6 per cento di prescrizioni su, rispettivamente, 5700 e 5000 procedimenti) e buoni risultati si hanno in tutte le procure siciliane, dove spicca il dato negativo di Catania, mentre le altre tre oscillano tra il 3 e il 6 per cento di prescrizione.

IL CONTRASTO ALLE MAFIE

Proprio il fatto che la durata dei processi e la prescrizione dei reati non sia legata a un fatto territoriale permette di trarre altre conclusioni sul tema del contrasto alle mafie. Le corti siciliane sono decisamente rapide in grado d’appello: Messina è la più veloce d’Italia, con appena 228 giorni per concluderlo; Caltanissetta la segue con 293 giorni, Palermo con 445. In Campania, la maglia nera è quella di Napoli, mentre Salerno è tra le corti più rapide, con appena 340 giorni. Identica la situazione in Calabria, dove Reggio Calabria fissa il record negativo dietro Napoli, mentre Catanzaro è sotto la media nazionale.

La durata media dei giorni di durata dei processi in appello, tuttavia, non permette di apprezzare dati qualitativi sui singoli reati. La domanda quindi è: i processi per mafia, vista la loro potenziale difficoltà, si prescrivono più degli altri? In realtà, questo tendenzialmente non accade. La ragione è prettamente legata a cause processuali, che favoriscono la velocità in appello di questi reati.

I processi per mafia sono quelli in cui si contesta il reato associativo, il cosiddetto 416 bis – ovvero l’associazione per delinquere di stampo mafioso – e i reati cosiddetti “fine”, che descrivono l’attività criminale della cosca (i più diffusi sono il traffico di stupefacenti, l’usura, l’estorsione, il riciclaggio e oggi sempre più spesso anche reati finanziari). Come scrive il presidente dell’Unione camere penali italiane, Giandomenico Caiazza, si tratta di processi che «sono in larghissima percentuale a carico di imputati in stato di custodia cautelare».

A livello pratico, questo si traduce nella conseguenza che, a dettare i tempi della trattazione di questi processi, sono i termini di custodia. In altre parole, questi processi hanno una sorta di binario privilegiato per cui vengono celebrati con precedenza rispetto ad altri, perché il giudizio va celebrato prima della conclusione del termine di custodia cautelare previsto in quella fase (almeno per le imputazioni principali che hanno un termine che prorogabile fino a circa 2 anni). In questo modo, si evita che l’imputato torni a piede libero. «Nessuna Corte di Appello versa nelle condizioni di non riuscire a celebrare questi giudizi prima dello spirare del termine custodiale di fase. Possiamo anzi dire che è proprio la trattazione prioritaria di questa categoria di processi a determinare i gravi ritardi di trattazione dei tanti altri che per comodità vogliamo definire ordinari», conclude Caiazza.

In ogni caso, la mediazione trovata dal governo esclude l’improcedibilità per prescrizione processuale per tutti i reati di mafia.

MALEDETTO APPELLO

L’appello nella maggior parte dei casi si conclude in una sola udienza o con un numero molto ridotto di udienze. Questo perché in appello la fase istruttoria non avviene, ma si esamina solo la parte appellata della sentenza di primo grado e la rinnovazione delle prove non è frequente, ma avviene solo se il giudice la consente su richiesta del ricorrente. Nonostante questo, il processo d’appello rimane il collo di bottiglia del sistema giudiziario italiano.

A produrre questo effetto è stata la riforma del 1998 che, per un numero importante di reati, ha sostituito nel primo grado il giudice monocratico al collegio. Tradotto: in primo grado nella maggior parte dei casi è un unico giudice a decidere e non più un collegio composto da tre. Questo ha decongestionato il primo grado ma ha progressivamente ingolfato l’appello: a fronte di un aumento di flusso di ricorsi, i giudizi d’appello sono sempre collegiali e l’organico nelle corti non è stato rafforzato. Per fare un esempio, infatti, a Roma il tempo solo per il passaggio di un fascicolo dal tribunale alla corte d’appello è di un anno, che si perde non per svolgere udienze ma per sole ragioni di organizzazione carente.

Per risolvere il problema, la scommessa della riforma Cartabia è proprio quella di incidere sulle corti che hanno maggiori problemi e percentuali disastrose, partendo dall’assunto che la prescrizione come patologia di sistema è un fenomeno “localizzabile”, la cui soluzione – che si traduce in una riduzione dei tempi del contenzioso – deve partire proprio dagli uffici.

La ministra della Giustizia ripete da giorni che la riforma del penale va letta per intero e non solo nella parte che riguarda la prescrizione: il testo prevede una serie di interventi che riguardano ogni fase processuale in modo da ridurne i tempi. Inoltre è prevista una massiccia campagna di assunzioni di funzionari e magistrati e la creazione dell’ufficio del processo, che dovrebbe essere un gruppo di lavoro formato da tirocinanti, magistrati onorari e cancellieri che coadiuvano il giudice in modo da velocizzarne il lavoro, in ottica soprattutto di smaltimento dell’arretrato. Rafforzare gli organici e una migliore organizzazione degli uffici dovrebbe permettere a Roma di raggiungere gli stessi livelli di efficienza di Palermo e Milano. D’altronde anche la riforma Bonafede che andrà salvo sorprese in soffitta prevedeva un potenziamento degli organici importante.

Inoltre, la riforma Cartabia prevede una nuova disciplina delle notificazioni, nuove norme che escludono la punibilità per tenuità del fatto e che sospendono il procedimento con messa alla prova. Infine, sono previsti dei meccanismi di allargamento del patteggiamento. Tutti strumenti che puntano a ridurre il contenzioso, soprattutto quello in appello. In questo modo, è la speranza del ministero, la prescrizione diventerà un fenomeno patologico a cui si arriverà per un numero ridottissimo di casi, in modo da raggiungere l’obiettivo fissato dall’Unione europea di ridurre del 25 per cento la durata dei giudizi penali. Un taglio, ricordiamolo, fondamentale anche per ottenere i soldi del Recovery fund.

I PROBLEMI DI PROCEDURA

Se dal punto di vista della velocizzazione dei tempi la riforma Cartabia ha messo in campo una serie di soluzioni che dovrebbero snellire i processi, la nuova prescrizione prima sostanziale e poi processuale solleva però altri problemi di natura più prettamente procedurale, che l’accademia si è incaricata di far emergere. Si tratta, in particolare, di questioni che potrebbero finire davanti alla Corte costituzionale per ragioni legate alla disparità di trattamento degli imputati.

Giuristi come Giorgio Spangher, professore emerito di procedura penale alla Sapienza di Roma, inoltre, hanno paventato l’ipotesi di una parziale bocciatura europea: la Corte di giustizia, infatti, potrebbe autorizzare i giudici di merito a disapplicare l’improcedibilità ogni volta che vengano pregiudicati “gli interessi europei”, creando incertezza sui casi di applicabilità della norma. Sul fronte europeo, eventuali problematiche potrebbero anche venir sollevate davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché l’improcedibilità rischia di ledere gli interessi della vittima del reato, oltre a vanificare il diritto alla conclusione del processo con una sentenza di merito, sia a favore che a carico.

Infine – e questo è il pericolo forse maggiore – la natura processuale della prescrizione in appello e Cassazione fa venire meno il principio di irretroattività delle norme penali sostanziali previsto dall’articolo 25 della Costituzione. La corte costituzionale, allora, si troverebbe a dover decidere su possibili ricorsi in cui questa natura ibrida della prescrizione rende incerta l’applicazione della norma anche a casi precedenti.

Altro problema riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale prevista dalla Costituzione all’articolo 112: la prescrizione processuale estingue il processo e non il reato, che però non potrebbe più venire perseguito per sole ragioni processuali, mettendo in discussione proprio il principio dell’obbligatorietà a perseguire i reati.

Infine, emerge un evidente problema pratico di possibili disparità di trattamento che risulta facilmente comprensibile con un esempio: il reato di estorsione si prescrive in 10 anni e, applicando l’attuale riforma della prescrizione si possono verificare due casi estremi. In primo grado il processo dura 10 anni meno un giorno, dunque rimane nel termine della prescrizione sostanziale e non muore. Poi il processo potrà durare altri due anni in appello e uno in cassazione per un totale di 13 anni per arrivare concretamente alla prescrizione. All’opposto, in un tribunale molto veloce il primo grado potrebbe durare 3 anni: sommando i 2 anni più 1 delle altre due fasi, lo stesso reato estorsivo si prescriverebbe in 6 anni.

Questi problemi si sono verificati perché la scelta del governo è stata quella di fare una crasi tra le due ipotesi di riforma della prescrizione previste dalla commissione di esperti presieduti dall’ex giudice e presidente della corte costituzionale Giorgio Lattanzi, che aveva il compito di proporre le modifiche al testo base del ddl penale.

La commissione aveva prodotto due ipotesi di riforma: la prima prevedeva di reintrodurre la prescrizione sostanziale anche in appello e Cassazione, ma con una sospensione di due anni in appello e uno per la cassazione. Se nel tempo di sospensione non si giungeva a sentenza, la prescrizione sostanziale riprendeva a decorrere. La seconda proposta invece prevedeva l’introduzione per tutti i gradi di giudizio della prescrizione processuale: la prescrizione sostanziale si interrompeva con l’esercizio dell’azione penale, poi la previsione di termini di fase di 4 anni per il primo grado, 3 per l’appello e 2 per la cassazione oltre i quali scattava l’improcedibilità.

Per ragioni di compromesso politico con il Movimento 5 stelle, che non voleva rinunciare allo stop alla prescrizione sostanziale dopo il primo grado, alla ministra non è rimasto che provare una sintesi tra le due proposte. Il risultato, tuttavia, è che la doppia natura sostanziale e processuale della prescrizione produce un istituto spurio, che interviene prima sul reato e poi sul processo, generando potenziali effetti aberranti. Tra le quali, anche e forse soprattutto una penalizzazione dell’innocente che – nelle corti più ingolfate – rischia di non poter ottenere una assoluzione piena ma solo la “morte” del processo per decorrenza dei termini, a meno che non accetti di rinunciare alla prescrizione.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

Miti (e dati) sulla prescrizione. Ecco i processi che svaniranno

GIULIA MERLO

31 luglio 2021

  • La riforma della giustizia cambia il codice penale rivoluzionando i tempi dei processi con l’istituto dell’improcedibilità.
  • Lo scontro politico ha riguardato la prescrizione. Le statistiche evidenziano dove i procedimenti sono davvero a rischio.
  • A sorpresa molte corti del sud hanno buone percentuali. E in Sicilia i tempi dell’appello per i reati di mafia sono virtuosi.

Lo scontro sulla riforma della giustizia penale, che si è chiuso giovedì con un accordo tra i partiti della maggioranza, si è giocato quasi per intero sulla prescrizione e, come si legge nel nuovo testo voluto dal guardasigilli Marta Cartabia, su quello dell’improcedibilità. Istituti che prevedono l’estinzione del reato a fronte del passaggio del tempo che esaurisce la pretesa punitiva dello stato. La prescrizione è attualmente prevista solo per il processo di primo grado. La riforma Bonafede del 2019, infatti, prevede che il decorso della prescrizione sostanziale si interrompa quando il tribunale emette la sentenza. Dopo questo momento, si presume che la volontà dello stato di procedere per il reato sia chiara e dunque il processo debba arrivare a sentenza definitiva, senza alcun limite di tempo per farlo.

La riforma Cartabia inserisce un nuovo meccanismo: in primo grado rimane la prescrizione sostanziale prevista da Bonafede e calcolata sulla base della pena, e che dunque ha durata diversa a seconda della tipologia di reato. In appello e in Cassazione, invece, viene introdotta la prescrizione cosiddetta processuale: in questo caso a estinguersi non è il reato ma il processo.

La prescrizione processuale, infatti, prevede una durata fissa per ogni fase: due anni in appello e uno in cassazione. Questa durata secondo i tecnici di Via Arenula non è stata individuata in modo arbitrario, ma risponde ai tempi stabiliti come “non irragionevoli” per i giudizi di impugnazione dalla legge Pinto del 2001, che ha recepito le previsioni della Convenzione europea sulla giusta durata dei processi e sancisce il diritto all’equa riparazione nel caso di danno da irragionevole durata.

Questa formula ibrida, che somma due diversi tipi di prescrizione – una che ha effetti sul reato e una sul processo – è stata fortemente criticata dai magistrati, che hanno lanciato due specifici allarmi. Il primo, che la prescrizione processuale faccia “morire” moltissimi processi in appello: addirittura il 50 per cento, secondo il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Il secondo, che così si indebolisca il contrasto a fenomeni mafiosi: «La improcedibilità non corrisponde alle esigenze di giustizia anche perché riguarda tutti i processi compresi quelli per reati gravissimi, come mafia, terrorismo e corruzione, con conseguenze molto gravi nel contrasto alle mafie, al terrorismo e alle altre illegalità», ha detto il procuratore antimafia, Federico Cafiero de Raho.

Il fuoco di fila dei pm antimafia è stato unanime, e Cartabia – anche per l’imposizione del M5s – ha deciso nell’ultima bozza della riforma di modificare il testo. Che ora è stato accettato da tutti i partiti della maggioranza. La rivoluzione scatterà dal primo gennaio 2015, quando per tutti i reati ordinari sarà previsto il termine dei due anni in appello e uno in cassazione, prorogabili su decisione motivata del giudice di un anno in appello e sei mesi in cassazione. Prima della fatidica ora X, è stata prevista una norma transitoria che vale fino a fine 2024, e che riguarda i termini di tutti i processi: tre anni in appello e 18 mesi in Cassazione.

Per quanto riguarda i reati più gravi, nulla cambia per quelli puniti con l’ergastolo: non ci sono termini di durata previsti. Per mafia, terrorismo, violenza sessuale e associazione finalizzata al traffico di droga saranno possibili proroghe (sempre motivate) senza limiti di tempo. Infine sul tema dei reati “aggravati dal metodo mafioso” la mediazione tra partiti ha prodotto un allungamento rispetto a quelli senza aggravante: dal 2025 si prescriveranno in 5 anni durante l’appello e 2 e mezzo in Cassazione.

DATI A SORPRESA

Ancora ieri molti magistrati si dicevano preoccupati dall’effetto della riforma sulla cancellazione di decine di migliaia di processi. Per valutare la fondatezza degli allarmi lanciati, è necessario partire dai dati a disposizione. Numeri che in parte smentiscono alcuni luoghi comuni sulle patologie del processo in Italia. Secondo i dati ministeriali del 2019 – ultimo anno non influenzato dalla pandemia e quindi verosimile in una proiezione futura – i procedimenti che si sono conclusi con la prescrizione del reato rappresentano il 9 per cento di quelli avviati a livello nazionale.

Interessante però è constatare in quale fase i procedimenti si prescrivono: circa il 38 per cento durante le indagini e dunque prima ancora che il processo sia cominciato; il 32 per cento nel giudizio di primo grado e il 26 per cento nel giudizio d’appello, mentre è insignificante nel giudizio cassazione, con meno dell’1 per cento. La maggior parte dei reati, quindi, non si prescrive per cause legate al processo e dunque a eventuali lungaggini procedurali, ma nella fase ancora precedente in cui gli inquirenti indagano. Tuttavia, le critiche della magistratura alla nuova prescrizione processuale si concentrano sul fatto che due anni siano troppo pochi per concludere il giudizio di appello.

Analizzando la durata di questa fase processuale, emerge che la durata media dei processi in appello in Italia è di 835 giorni, dunque più alta dei 730 previsti dalla nuova riforma, qualora rimanesse la previsione più restrittiva. Approfondendo il dato, tuttavia, risulta che le corti d’appello a superare il limite dei due anni sono otto: Firenze con 745 giorni, Bari con 813, Bologna con 823; Venezia con 996; Roma con 1142; Catania con 1247; Reggio Calabria con 1645 e Napoli con 2031.

Tutte le altre corti d’appello, invece, sono già al di sotto dei due anni per durata media dei procedimenti: compresa quella di Catanzaro oggi guidata da Gratteri, dove un processo d’appello dura in media 567 giorni.

Ovviamente, nelle corti con un processo più breve in appello, l’incidenza della prescrizione è molto inferiore. Un esempio su tutti fatto con due corti comparabili a livello di volume di contenzioso: nel 2019 il distretto di Napoli ha avuto una percentuale di prescrizioni del 32,8 per cento; in quello di Milano, dove il tempo di conclusione dell’appello è sei volte inferiore a quello di Napoli (2031 giorni contro 335) la prescrizione del reato in appello è avvenuta solo nel 4,5 per cento dei procedimenti.

Tradotto: nel caso in cui la riforma entrasse in vigore così com’è, gli interventi più drastici di rafforzamento delle corti d’appello per ridurre la durata dei processi dovrebbero essere localizzati ai soli distretti che già non rimangono sotto il limite del 730 giorni.

I dati mostrano anche un altro elemento: la durata dei processi è totalmente indipendente dall’elemento geografico, smentendo la facile equazione che i distretti del meridione, quelli anche più interessati alla lotta a fenomeni mafiosi, siano quelli più lenti dove i processi si prescrivono con maggiore frequenza.

A dimostrarlo è il dato sulla prescrizione pre-riforma Bonafede: nel 2020, la media nazionale di incidenza delle prescrizioni in grado d’appello sul totale dei procedimenti definitivi è stata del 26 per cento. I distretti con le maggiori difficoltà sono Roma (49 per cento), Reggio Calabria (48) e Venezia (45). Proprio questo dato è significativo perché si tratta di tre corti diversissime: Roma è la più grande d’Italia con oltre 10 mila procedimenti definiti l’anno; Reggio Calabria invece, con poco più di 1100 procedimenti, è omologabile a Caltanissetta che ha invece solo il 3 per cento di prescrizioni; infine Venezia, che conta circa 4000 procedimenti. Sopra la media nazionale ci sono poi Napoli (39 per cento, su 9 mila procedimenti), Catania e Bologna (33, rispettivamente su 3 mila e 6500) e Catanzaro (29 per cento su 2900).

Efficienti, invece, sono le corti d’appello medio-grandi come Milano e Palermo (6 per cento di prescrizioni su, rispettivamente, 5700 e 5000 procedimenti) e buoni risultati si hanno in tutte le procure siciliane, dove spicca il dato negativo di Catania, mentre le altre tre oscillano tra il 3 e il 6 per cento di prescrizione.

IL CONTRASTO ALLE MAFIE

Proprio il fatto che la durata dei processi e la prescrizione dei reati non sia legata a un fatto territoriale permette di trarre altre conclusioni sul tema del contrasto alle mafie. Le corti siciliane sono decisamente rapide in grado d’appello: Messina è la più veloce d’Italia, con appena 228 giorni per concluderlo; Caltanissetta la segue con 293 giorni, Palermo con 445. In Campania, la maglia nera è quella di Napoli, mentre Salerno è tra le corti più rapide, con appena 340 giorni. Identica la situazione in Calabria, dove Reggio Calabria fissa il record negativo dietro Napoli, mentre Catanzaro è sotto la media nazionale.

La durata media dei giorni di durata dei processi in appello, tuttavia, non permette di apprezzare dati qualitativi sui singoli reati. La domanda quindi è: i processi per mafia, vista la loro potenziale difficoltà, si prescrivono più degli altri? In realtà, questo tendenzialmente non accade. La ragione è prettamente legata a cause processuali, che favoriscono la velocità in appello di questi reati.

I processi per mafia sono quelli in cui si contesta il reato associativo, il cosiddetto 416 bis – ovvero l’associazione per delinquere di stampo mafioso – e i reati cosiddetti “fine”, che descrivono l’attività criminale della cosca (i più diffusi sono il traffico di stupefacenti, l’usura, l’estorsione, il riciclaggio e oggi sempre più spesso anche reati finanziari). Come scrive il presidente dell’Unione camere penali italiane, Giandomenico Caiazza, si tratta di processi che «sono in larghissima percentuale a carico di imputati in stato di custodia cautelare».

A livello pratico, questo si traduce nella conseguenza che, a dettare i tempi della trattazione di questi processi, sono i termini di custodia. In altre parole, questi processi hanno una sorta di binario privilegiato per cui vengono celebrati con precedenza rispetto ad altri, perché il giudizio va celebrato prima della conclusione del termine di custodia cautelare previsto in quella fase (almeno per le imputazioni principali che hanno un termine che prorogabile fino a circa 2 anni). In questo modo, si evita che l’imputato torni a piede libero. «Nessuna Corte di Appello versa nelle condizioni di non riuscire a celebrare questi giudizi prima dello spirare del termine custodiale di fase. Possiamo anzi dire che è proprio la trattazione prioritaria di questa categoria di processi a determinare i gravi ritardi di trattazione dei tanti altri che per comodità vogliamo definire ordinari», conclude Caiazza.

In ogni caso, la mediazione trovata dal governo esclude l’improcedibilità per prescrizione processuale per tutti i reati di mafia.

MALEDETTO APPELLO

L’appello nella maggior parte dei casi si conclude in una sola udienza o con un numero molto ridotto di udienze. Questo perché in appello la fase istruttoria non avviene, ma si esamina solo la parte appellata della sentenza di primo grado e la rinnovazione delle prove non è frequente, ma avviene solo se il giudice la consente su richiesta del ricorrente. Nonostante questo, il processo d’appello rimane il collo di bottiglia del sistema giudiziario italiano.

A produrre questo effetto è stata la riforma del 1998 che, per un numero importante di reati, ha sostituito nel primo grado il giudice monocratico al collegio. Tradotto: in primo grado nella maggior parte dei casi è un unico giudice a decidere e non più un collegio composto da tre. Questo ha decongestionato il primo grado ma ha progressivamente ingolfato l’appello: a fronte di un aumento di flusso di ricorsi, i giudizi d’appello sono sempre collegiali e l’organico nelle corti non è stato rafforzato. Per fare un esempio, infatti, a Roma il tempo solo per il passaggio di un fascicolo dal tribunale alla corte d’appello è di un anno, che si perde non per svolgere udienze ma per sole ragioni di organizzazione carente.

Per risolvere il problema, la scommessa della riforma Cartabia è proprio quella di incidere sulle corti che hanno maggiori problemi e percentuali disastrose, partendo dall’assunto che la prescrizione come patologia di sistema è un fenomeno “localizzabile”, la cui soluzione – che si traduce in una riduzione dei tempi del contenzioso – deve partire proprio dagli uffici.

La ministra della Giustizia ripete da giorni che la riforma del penale va letta per intero e non solo nella parte che riguarda la prescrizione: il testo prevede una serie di interventi che riguardano ogni fase processuale in modo da ridurne i tempi. Inoltre è prevista una massiccia campagna di assunzioni di funzionari e magistrati e la creazione dell’ufficio del processo, che dovrebbe essere un gruppo di lavoro formato da tirocinanti, magistrati onorari e cancellieri che coadiuvano il giudice in modo da velocizzarne il lavoro, in ottica soprattutto di smaltimento dell’arretrato. Rafforzare gli organici e una migliore organizzazione degli uffici dovrebbe permettere a Roma di raggiungere gli stessi livelli di efficienza di Palermo e Milano. D’altronde anche la riforma Bonafede che andrà salvo sorprese in soffitta prevedeva un potenziamento degli organici importante.

Inoltre, la riforma Cartabia prevede una nuova disciplina delle notificazioni, nuove norme che escludono la punibilità per tenuità del fatto e che sospendono il procedimento con messa alla prova. Infine, sono previsti dei meccanismi di allargamento del patteggiamento. Tutti strumenti che puntano a ridurre il contenzioso, soprattutto quello in appello. In questo modo, è la speranza del ministero, la prescrizione diventerà un fenomeno patologico a cui si arriverà per un numero ridottissimo di casi, in modo da raggiungere l’obiettivo fissato dall’Unione europea di ridurre del 25 per cento la durata dei giudizi penali. Un taglio, ricordiamolo, fondamentale anche per ottenere i soldi del Recovery fund.

I PROBLEMI DI PROCEDURA

Se dal punto di vista della velocizzazione dei tempi la riforma Cartabia ha messo in campo una serie di soluzioni che dovrebbero snellire i processi, la nuova prescrizione prima sostanziale e poi processuale solleva però altri problemi di natura più prettamente procedurale, che l’accademia si è incaricata di far emergere. Si tratta, in particolare, di questioni che potrebbero finire davanti alla Corte costituzionale per ragioni legate alla disparità di trattamento degli imputati.

Giuristi come Giorgio Spangher, professore emerito di procedura penale alla Sapienza di Roma, inoltre, hanno paventato l’ipotesi di una parziale bocciatura europea: la Corte di giustizia, infatti, potrebbe autorizzare i giudici di merito a disapplicare l’improcedibilità ogni volta che vengano pregiudicati “gli interessi europei”, creando incertezza sui casi di applicabilità della norma. Sul fronte europeo, eventuali problematiche potrebbero anche venir sollevate davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché l’improcedibilità rischia di ledere gli interessi della vittima del reato, oltre a vanificare il diritto alla conclusione del processo con una sentenza di merito, sia a favore che a carico.

Infine – e questo è il pericolo forse maggiore – la natura processuale della prescrizione in appello e Cassazione fa venire meno il principio di irretroattività delle norme penali sostanziali previsto dall’articolo 25 della Costituzione. La corte costituzionale, allora, si troverebbe a dover decidere su possibili ricorsi in cui questa natura ibrida della prescrizione rende incerta l’applicazione della norma anche a casi precedenti.

Altro problema riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale prevista dalla Costituzione all’articolo 112: la prescrizione processuale estingue il processo e non il reato, che però non potrebbe più venire perseguito per sole ragioni processuali, mettendo in discussione proprio il principio dell’obbligatorietà a perseguire i reati.

Infine, emerge un evidente problema pratico di possibili disparità di trattamento che risulta facilmente comprensibile con un esempio: il reato di estorsione si prescrive in 10 anni e, applicando l’attuale riforma della prescrizione si possono verificare due casi estremi. In primo grado il processo dura 10 anni meno un giorno, dunque rimane nel termine della prescrizione sostanziale e non muore. Poi il processo potrà durare altri due anni in appello e uno in cassazione per un totale di 13 anni per arrivare concretamente alla prescrizione. All’opposto, in un tribunale molto veloce il primo grado potrebbe durare 3 anni: sommando i 2 anni più 1 delle altre due fasi, lo stesso reato estorsivo si prescriverebbe in 6 anni.

Questi problemi si sono verificati perché la scelta del governo è stata quella di fare una crasi tra le due ipotesi di riforma della prescrizione previste dalla commissione di esperti presieduti dall’ex giudice e presidente della corte costituzionale Giorgio Lattanzi, che aveva il compito di proporre le modifiche al testo base del ddl penale.

La commissione aveva prodotto due ipotesi di riforma: la prima prevedeva di reintrodurre la prescrizione sostanziale anche in appello e Cassazione, ma con una sospensione di due anni in appello e uno per la cassazione. Se nel tempo di sospensione non si giungeva a sentenza, la prescrizione sostanziale riprendeva a decorrere. La seconda proposta invece prevedeva l’introduzione per tutti i gradi di giudizio della prescrizione processuale: la prescrizione sostanziale si interrompeva con l’esercizio dell’azione penale, poi la previsione di termini di fase di 4 anni per il primo grado, 3 per l’appello e 2 per la cassazione oltre i quali scattava l’improcedibilità.

Per ragioni di compromesso politico con il Movimento 5 stelle, che non voleva rinunciare allo stop alla prescrizione sostanziale dopo il primo grado, alla ministra non è rimasto che provare una sintesi tra le due proposte. Il risultato, tuttavia, è che la doppia natura sostanziale e processuale della prescrizione produce un istituto spurio, che interviene prima sul reato e poi sul processo, generando potenziali effetti aberranti. Tra le quali, anche e forse soprattutto una penalizzazione dell’innocente che – nelle corti più ingolfate – rischia di non poter ottenere una assoluzione piena ma solo la “morte” del processo per decorrenza dei termini, a meno che non accetti di rinunciare alla prescrizione.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

Polizia sequestra beni per 2mln a famiglia dell’Acquasanta

Polizia sequestra beni per 2mln a famiglia dell’Acquasanta

AMDuemila 01 Agosto 2021

L’Ufficio Misure di Prevenzione Patrimoniali della Divisione Anticrimine della Questura di Palermo ha dato esecuzione ad un provvedimento, emesso dal Tribunale di Palermo – Sezione Misure di Prevenzione – con il quale, su proposta del Questore di Palermo, è stato disposto nei confronti di Gaetano Fontana, classe ’76, la confisca di beni per un valore complessivo stimato di circa 2 milioni di euro. Nello specifico, i beni confiscati, già oggetto dei provvedimenti di sequestro eseguiti dalla Polizia di Stato nel marzo e nel giugno del 2019, sono rappresentati da 3 beni immobili ubicati a Milano, 6 rapporti finanziari ammontanti complessivamente a circa 50.000 euro, nonché da una impresa commerciale attiva nel settore della gioielleria, con sede a Milano nel cosiddetto “Quadrilatero della moda”, formalmente intestata alla convivente, ma di fatto riconducibile a Fontana. Oggetto della confisca è anche il pertinente complesso aziendale della suddetta impresa, vale a dire numerosi orologi di lusso, gioielli (orecchini, collane, bracciali e anelli in materiali e pietre preziosi), nonché gemme sfuse, alcuni dei quali rinvenuti a seguito delle operazioni di perquisizione e sequestro eseguite dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Palermo presso le abitazioni di Gaetano Fontana stesso e dei suoi germani Angelo e Rita Fontana, nell’ambito dell’operazione “Coffee Break” nel maggio 2019. L’odierno provvedimento è stato notificato in carcere a Fontana, in quanto lo stesso si trova attualmente in stato di detenzione in esecuzione della misura della custodia cautelare in carcere ,applicatagli per i reati di cui agli art. 416 bis co. 2 c.p., per avere diretto ed organizzato con ruolo apicale la famiglia mafiosa dell’Acquasanta, nonché per reati relativi al trasferimento fraudolento di valori e per diverse ipotesi di intestazione fittizia di beni. Gaetano è figlio di Stefano Fontana, classe ’55, deceduto nel settembre 2013, già reggente della famiglia mafiosa “Arenella – Acquasanta”, condannato in via definitiva per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. e legato da rapporti di parentela anche con Vincenzo Galatolo, classe ’44, quest’ultimo reggente della famiglia mafiosa del quartiere Acquasanta di Palermo, condannato all’ergastolo per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sulla base dell’acclarata pericolosità sociale, qualificata dall’appartenenza al sodalizio mafioso di Cosa Nostra sono stati svolti ,dagli agenti dell’Ufficio Misure di Prevenzione Patrimoniali della Divisione Anticrimine della Questura di Palermo ,articolati accertamenti patrimoniali nei confronti del suo nucleo familiare che hanno permesso di evidenziare una notevole sproporzione economica tra i redditi dichiarati, ben inferiori alle ordinarie spese di mantenimento di una famiglia e gli investimenti patrimoniali effettuati, invece, per l’acquisto dei beni oggetto dell’odierna confisca. Alla luce di tali accertamenti è stato possibile dimostrare come tali beni, sebbene fittiziamente intestati alla sua convivente ,fossero in realtà riconducibili a Fontana e potessero evidentemente ritenersi frutto del reimpiego delle ricchezze illecitamente accumulate, derivanti dall’attività delittuosa svolta in qualità di appartenente all’associazione di stampo mafioso Cosa Nostra. Sulla base di questi elementi si è fondata la proposta di applicazione dell’odierna misura patrimoniale della confisca avanzata dal Questore di Palermo, alla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo ,che si pone in continuità con la costante azione della Polizia di Stato per l’aggressione dei patrimoni di origine mafiosa, con l’obiettivo di liberare l’economia legale da indebite infiltrazioni della criminalità organizzata.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/228-cosa-nostra/85182-polizia-sequestra-beni-per-2mln-a-famiglia-dell-acquasanta.html

Castellammare. La commissione d’accesso indaga su 28 milioni di euro di appalti

Castellammare. La commissione d’accesso indaga su 28 milioni di euro di appalti

Tiziano Valle

Tutti i documenti dei progetti della vecchia e nuova programmazione dei fondi Europei nelle mani della commissione d’accesso che sta indagando sulle infiltrazioni della criminalità organizzata al Comune di Castellammare. Gli ispettori inviati dal Ministero hanno acquisito gli atti che riguardano i lavori per la villa comunale, via De Gasperi, Palazzo Sant’Anna e l’ex Palazzo del Fascio, finanziati con la vecchia programmazione dei fondi europei. Ma anche quelli del viale degli Ippocastani, del Museo Civico nella Reggia di Quisisana, di Villa Gabola e dell’ex Monastero della Pace, che dovranno essere realizzati con la nuova programmazione dei fondi europei.Un’indagine a 360 gradi su circa 28 milioni di euro di appalti pubblici, necessaria per comprendere se la camorra è riuscita a mettere le mani sui finanziamenti che negli ultimi dieci anni sono arrivati a Castellammare di Stabia.Si tratta di una delle ultime acquisizioni di documenti della commissione d’accesso, che sta spulciando una quantità enorme di atti prodotti dagli uffici comunali, lasciando immaginare che potrebbe essere richiesta una proroga per ulteriori tre mesi (dopo il 26 agosto prossimo) per completare il suo lavoro.Che l’attenzione degli ispettori si sarebbe concentrata sulla gestione dei fondi europei era già nell’aria dal monitoraggio condotto dalla Prefettura di Napoli, la scorsa primavera. Nel fascicolo Castellammare ci sono le rivelazioni dei collaboratori di giustizia che raccontano della capacità del clan D’Alessandro di inserirsi negli appalti pubblici («La cosca controlla il 90% delle gare», sostenne l’ex killer Salvatore Belviso in un verbale del 2011) e anche alcune intercettazioni più recenti in cui emerge l’attenzione di alcuni costruttori legati alla camorra, rispetto alla gestione dei fondi comunitari.Per quanto riguarda la nuova programmazione dei fondi europei le gare d’appalto non sono ancora partite, ma gli investigatori evidentemente vogliono approfondire le procedure che hanno consentito di individuare i progettisti.Rispetto alla vecchia programmazione dei fondi europei, invece, c’è in particolare la vicenda che riguarda i lavori di via De Gasperi. Un appalto ancora in corso dal punto di vista burocratico, perché l’opera costata quasi 5 milioni di euro, non è mai stata collaudata. L’emblema dello scempio sono le giostrine piazzate su un marciapiede e ancora transennate a distanza di anni dalla fine dei lavori.Nel 2019 i fratelli Ianniello, titolari della ditta che eseguì il restyling di via De Gasperi, finirono nei guai nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli sui lavori di via Marina, finanziati sempre con fondi europei. Da quell’indagine, che ipotizzava il reato di truffa aggravata nei confronti dei titolari della società, emersero anche anomalie rispetto all’appalto di via De Gasperi a Castellammare e gli atti furono trasferiti per competenza alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata. L’indagine è ancora in corso. E ora la procedura amministrativa interessa anche agli ispettori inviati dal Ministero per verificare infiltrazioni al Comune da parte della criminalità organizzata.

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2021/08/01/castellammare-la-commissione-daccesso-indaga-28-milioni-euro-appalti/

L’ennesimo scioglimento del Comune di Marano, il confronto tra il professor Izzo e il direttore di Terranostranews

L’ennesimo scioglimento del Comune di Marano, il confronto tra il professor Izzo e il direttore di Terranostranews

Da redazione -Agosto 1, 2021

La vita democratica amministra elettiva della Città di Marano sospesa per la 4 volta dagli anni 90 per lo scioglimento del Consiglio Comunale per infiltrazioni di camorra. Evento traumatico per la maggioranza della collettività maranese composta da gente laboriosa civile e dabbene. Collettività che si trova un marchio infamante per colpa di persone che scelgono la strada della illegalità, della immoralità e del delinquere, eppure le leggi democratiche ci dicono che la responsabilità civile e penale é del singolo individuo allora perché coinvolgere l’intera comunità. Qualcosa va cambiato nella normativa che oltre ad essere “vecchiotta” ha falle ha cui mettere toppe, infatti andando avanti così il problema non ha soluzione, sciolto un consiglio comunale spesso tutto finisce lí, e chi é stato l’artefice dello scioglimento non viene sanzionato. Quando, con semplice modifica si potrebbe arginare ii fenomeno che é diventato dilagante negli ultimi anni.

Una volta insediata la commissione d’accesso, fatti i dovuti controlli e accertate le responsabilità di chi ha violato le regole e la legge queste persone andrebbero sanzionate. Se il reato investe la sede civile con la incandidabilità perenne del soggetto, se invece la responsabilità riveste l’ambito penale vanno sanzionate con pena certa e celere. Così facendo gli amministratori infedeli” ci penserebbero un po’ sopra prima di confondere il mandato politico che é servizio alla collettività con l’amministrare per propri rendiconti. Applicando ciò che la legge prevede, che la responsabilità é personale non avremo più il susseguirsi continuo di scioglimenti, cosa che avviene adesso, in quanto il personale politico nella maggior parte dei casi alla nuova tornata elettorale è lo stesso, e la collettività verrebbe tirata fuori da un contesto ad essa avulsa, nel rispetto della onorabilità di tante persone che sono vittime inconsapevoli della illegalità e amoralità dei singoli.

Prof. Michele Izzo.

Gentile professore, questa volta siamo parzialmente d’accordo con quanto da lei (legittimamente) sostenuto nel suo scritto. Abbiamo più volte, come giornale, richiamato l’attenzione dei lettori sulla necessità di una riforma della legge sugli scioglimenti dei consigli comunali. Ma va precisato, a tal proposito, che se riforma deve esserci va intesa come potenziamento di quella attuale. Di tale aspetto ne abbiamo parlato anche con i componenti della commissione nazionale antimafia, che abbiamo incontrato meno di una settimana fa negli uffici della prefettura di Napoli. Ciò che è importante, a dire il vero, è che nei comuni si insedino prefetti di livello e non pensionati senza più stimoli. E’ altresì necessario che negli enti locali si applichi il doveroso turn over negli uffici, dove spesso si annidano le principali fonti di illegalità. E’ necessario altresì poter spostare dirigenti e funzionari incapaci o infedeli. Occorre, inoltre, far si che i commissari lavorino per obiettivi: hanno 18 mesi di tempo e devono lavorare sulle anomalie segnalate nella relazione che ha portato allo scioglimento del Comune.

Spesso ciò non avviene e il commissariamento si rileva un mero traghettamento da una giunta all’altra. Quanto ai reati, egregio professore, abbiamo più volte sottolineato che lo scioglimento di un Comune non ha nulla a che fare con la sfera della giustizia penale: si tratta, invero, di una misura preventiva di carattere amministrativo. Se ci fossero reati acclarati e certi, non si procederebbe con lo scioglimento ma con misure cautelari o avvisi di garanzia emessi (in quel caso) dalla autorità giudiziaria e non certo con provvedimenti adottati dal Ministero dell’Interno e dal Consiglio dei Ministri.

Si scioglie un ente pubblico (a meno di clamorosi casi anticipati dall’emissione di provvedimenti cautelari) non perché siano stati commessi reati, ma spesso e volentieri, anzi quasi sempre, per palesi falle amministrative, che in qualche modo hanno potuto fornire un vantaggio ad ambienti controindicanti. Si valuta, in generale, dalla raccolta di numerosi elementi, se vi sia una permeabilità (di carattere generale) degli amministratori o degli uffici nei confronti dei suddetti ambienti. In pratica un condizionamento diretto o indiretto della sfera amministrativa, che talvolta sfocia in immobilismo amministrativo, che quasi mai è determinato dalla commissione di specifici reati. Cosa si può fare? I cittadini devono essere più consapevoli e attenti nella scelta dei futuri amministratori. Ma questo è un richiamo che resta spesso lettera morta. Le forze dell’ordine, quelle locali in primis, dovrebbero essere più attente alla sfera amministrativa, alle vicende più scabrose degli enti locali. Non sempre avviene, purtroppo. Infine lo Stato deve mandare nei territori ad alto indice di mafiosità, come Marano ad esempio, funzionari all’altezza del compito, che non abbiano paura di sporcarsi le mani e di essere (talvolta) anche impopolari.

Fernando Bocchetti

Direttore Terranostranews

fonte:https://www.terranostranews.it/2021/08/01/lennesimo-scioglimento-del-comune-di-marano-il-confronto-tra-il-professor-izzo-e-il-direttore-di-terranostranews/

A Milano inchieste che scottano sul potere, l’eredità scomoda di Greco

A Milano inchieste che scottano sul potere, l’eredità scomoda di Greco

GIOVANNI TIZIAN

01 agosto 2021 • 13:01

  • Francesco Greco, il procuratore di Milano, andrà in pensione a novembre. La sua carriera si chiude con una brutta storia e un’inchiesta nata dai veleni di “Ungheria”, la fantomatica loggia di cui ha parlato l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara.
  • Greco, considerato anche dai suoi avversari, un magistrato serio e capace, ha rappresentato la stagione giudiziaria più importante del paese iniziata con Mani Pulite.
  • Tuttavia dalla sentenza Eni-Nigeria che ha assolto i vertici della società di stato la situazione è precipitata: in poche settimane sono stati indagati i magistrati che in qualche modo avevano avuto a che fare con quel dossier, incluso il procuratore capo.

Francesco Greco, il procuratore di Milano, andrà in pensione a novembre. La sua carriera si chiude con una brutta storia e un’inchiesta nata dai veleni di “Ungheria”, la fantomatica loggia di cui ha parlato l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. Greco, considerato anche dai suoi avversari, un magistrato serio e capace, ha rappresentato la stagione giudiziaria più importante del paese iniziata con Mani Pulite. Tuttavia dalla sentenza Eni-Nigeria che ha assolto i vertici della società di stato la situazione è precipitata: in poche settimane sono stati indagati i magistrati che in qualche modo avevano avuto a che fare con quel dossier, incluso il procuratore capo. Ma questa ormai è un’altra storia. Il futuro dell’ufficio giudiziario più importante d’Italia, che gestisce le indagini più delicate sul potere economico, finanziario e politico, è ricco di incognite. Chiunque sarà il nuovo procuratore, di certo, dovrà toccare fascicoli molto delicati, che riguardano partiti, multinazionali, società di stato, mafie imprenditoriali, alta finanza e grande riciclaggio. Insomma, sarà un lavoro non facile e non adatto a chi intende ricoprire quel ruolo di vertice con l’obiettivo di piacere al potere.

ENI

Innanzitutto c’è Eni, l’azienda di stato coinvolta nelle inchieste e nei processi milanesi: in primo grado è stata assolta nel processo Eni-Nigeria, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha ricorso in appello. Il nuovo procuratore spingerà per provare a mandare un suo magistrato a seguire il secondo grado? O lascerà che sia la procura generale di Milano soltanto a portare l’accusa in Appello?

C’è poi il capitolo depistaggio Eni, un filone già chiuso ma altri ancora in corso. Un fascicolo che scotta perché in fondo le indagini sui magistrati milanesi sono iniziate a causa della gestione di questa inchiesta.

LEGA

Le inchieste sulla Lega sono l’altro fronte caldo. C’è l’indagine ancora in corso sul Russiagate, svelato da un’inchiesta giornalistica nel febbraio 2019: la trattativa segreta a Mosca del braccio destro di Salvini per ottenere un finanziamento milionario dai russi amici di Putin. L’accusa è corruzione internazionale.

Ma ci sono anche le indagini sui soldi del partito, rivoli dell’indagine di Genova sui 49 milioni di euro che il partito deve restitutire allo stato dopo averlo truffato sui rimborsi elettorali.

C’è poi l’inchiesta sul presidente Attilio Fontana, sia per i camici (chiusa da poco) sia per i soldi in Svizzera.

COLOSSI DEL WEB

Con Greco era iniziata la guerra agli evasori del web. Apple, Google, Amazon. La procura aveva indagato sull’elusione fiscale.

NDRANGHETA

La Lombardia e Milano sono considerate la seconda casa della mafia calabrese, l’organizzazione più potente in Italia e in Europa. L’antimafia di Milano dopo quella di Reggio Calabria è l’ufficio con più indagini delicate sul riciclaggio del denaro dei clan nel nord del paese.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

Il ‘banchiere della’ camorra che dava gli assegni agli storici super-boss

Il ‘banchiere della’ camorra che dava gli assegni agli storici super-boss

Di Alessandro Caracciolo -30 Luglio 2021


Ciro Giordano
è stato considerato per anni il ‘banchiere della camorra‘, ruolo che emerse già nell’aprile del 2000 dopo l’indagine del Gico della Guardia di Finanza. Il soprannome Ciruzzo ‘a Varchetella evocò la barca di denari, più di 35 miliardi di lire, che gli venne confiscata dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Oggi il nome di Giordano torna nelle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli. Eseguito un nuovo provvedimento di confisca di beni del valore di 1,3 milioni di euro emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti delle figlie del defunto Giordano.

IL RUOLO DI GIORDANO DAGLI ANNI ’80

L’uomo avrebbe avuto un ruolo di primordine nello scenario criminale campano. Già dagli anni ’80 avrebbe gestito le ingenti somme di denaro dei maggiori clan di camorra  utilizzando per la movimentazione i propri conti personali. In un breve arco temporale sui conti di Giordano arrivarono oltre 6 miliardi di vecchie lire. Particolare emerso dalle indagini di natura economico-finanziaria svolte dagli specialisti del Gico. Questa ricostruzione parte dagli anni ’80.

GLI ASSEGNI AI SUPERBOSS DELLA CAMORRA

Nello stesso tempo sarebbe stata anche rilevata l’emissione di assegni per importi elevati a favore di esponenti i super-boss dei clan di camorra come Angelo Nuvoletta, Lorenzo Nuvoletta, Pupetta Maresca, Pasquale Zaza, Vincenzo Agizza e Antonio Agizza. Emerge anche il legame trasversale con i maggiori sodalizi criminali campani come i clan dei Casalesi, Contini e quelli compresi nella Alleanza di Secondigliano.

Da un lato gli avrebbe consentito di gestire enormi somme di denaro destinate all’usura e al riciclaggio. Invece dall’altro ciò sarebbe risultato deleterio per la famiglia Giordano, colpita da diversi sequestri tra il 1987 e il 2001. Uno dei quali consentì la confisca di oltre 30 miliardi di lire custoditi in alcune banche italiane e svizzere.

LE RICCHEZZE INTESTATE ALLE FIGLIE

Le confische in esecuzione oggi sono giunte al termine di attività investigative che determinano diversi provvedimenti cautelari a carico di soggetti molto vicini a Ciruzzo, spingendolo a spogliarsi formalmente delle ricchezze residue poi intestate alle figlie sotto forma di investimenti e polizze. In particolare dalle indagini svolte emerge la totale incapienza patrimoniale del famiglia di Giordano. Riscontrata l’assenza di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Fonte:https://internapoli.it/ciro-giordano-ciruzzo-a-varchetella-camorra/

I boss e il desiderio di fuga dal 41 bis, anche Pippo Calò e Pietro Aglieri si appellano alla Cassazione

I boss e il desiderio di fuga dal 41 bis, anche Pippo Calò e Pietro Aglieri si appellano alla Cassazione

In pochi mesi la Suprema Corte ha vagliato i ricorsi dei due mafiosi, ma anche quelli di Giuseppe Madonia e di Filippo Matassa, ai quali è stato prorogato il carcere duro dal ministero della Giustizia. I giudici hanno confermato la necessità di non allentare le maglie per il pericolo concreto che i detenuti possano riallacciare i rapporti con i loro clan

Sandra Figliuolo

Giornalista Palermo

30 luglio 2021 14:40

Quattro ricorsi in Cassazione nel giro di pochi mesi, presentati da esponenti di spicco di Cosa nostra, che contestano l’applicazione del carcere duro e delle severe limitazioni imposte dal regime del 41 bis. Una condizione che evidentemente sta stretta a boss irriducibili, i cui nomi richiamano alla mente guerre di mafia e stragi, ovvero Pippo Calò, che compirà 90 anni a settembre, Pietro Aglieri, di 63, Giuseppe Madonia, di 67, e Filippo Matassa, di 71. Tutti si sono opposti alla decisione del ministero della Giustizia di prorogare il 41 bis prima al tribunale di Sorveglianza e poi alla Suprema Corte, ottenendo tuttavia esiti negativi e la condanna a versare 3 mila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.

Per i giudici i quattro detenuti restano pericolosi e se accedessero al regime carcerario ordinario potrebbero immediatamente riallacciare i contatti con i loro clan di appartenenza, tutti pienamente operativi, e riprendere i loro ruoli anche in virtù dei loro curriculum criminali. Le pronunce sono della prima sezione (collegio presieduto da Monica Boni) e della settima (presidente Luigi Fabrizio Augusto Mancuso).

Pippo Calò, i complotti e l’assenza di rottura col passato

Per quanto riguarda Calò, la proroga del 41 bis era arrivata il 5 settembre 2018 e già il tribunale di Sorveglianza di Roma, il 6 novembre dell’anno scorso, aveva rigettato il ricorso. Dello stesso parere è stata la Cassazione che, nel suo provvedimento, sottolinea “il ruolo ricoperto per lungo periodo da Calò in Cosa nostra, da esponente di vertice e capomandamento di Porta Nuova, da componente della Commissione provinciale, nonché da delegato ai rapporti con ambienti della finanza deviata” e ne rimarca “l’elevatissima caratura criminale, essendosi reso responsabile di efferati delitti di sangue, tra cui le stragi del 1992”, oltre alla vitalità del suo clan, come ha confermato anche l’operazione “Cupola 2.0”.

La difesa di Calò, a parte l’età avanzata del deteunto e l’assenza di contatti con l’esterno, ha obiettato che non si sarebbe tenuto conto, per esempio, della volontà manifestata dal boss in un’udienza del 2017 di allontanarsi dal contesto criminale. Secondo i giudici, che hanno rigettato il ricorso il 4 maggio scorso, Calò ha fatto parte della Cupola sin dal 1975 e, in base ad alcune conversazioni del 2014 tra due esponenti del suo clan, Giovanni e Giuseppe Di Giacomo, era in grado di controllare tutto ciò che accadeva a Palermo nonostante dimorasse a Roma. Inoltre, sottolinea la Cassazione, Calò in passato è stato capace di comunicare anche da detenuto. Quanto al suo comportamento, il boss “non si limita a tenere un atteggiamento negante, ma, lungi dall’intraprendere scelte di rottura con il passato, mantiene inalterata l’adesione ai valori mafiosi, condivisi convintamente per un lungo periodo, ancora oggi, lungi dal fornire segnali anche modesti di allontanamento dalla mentalità deviante o comunque di resipiscenza continua ad interpretare le sue vicende processuali come il frutto di macchinazioni e complotti”.

Pietro Aglieri, la subcultura mafiosa e l’iscrizione all’università

Aglieri aveva fatto ricorso in Cassazione contro la decisione del tribunale di Sorveglianza di Roma emessa lo stesso giorno di quella di Calò, che aveva ritenuto corretta la proroga del 41 bis disposta dal ministero l’11 settembre del 2019. Anche in questo caso si mette in evidenza “il ruolo ricoperto per lungo periodo in Cosa nostra da Aglieri, che ne era stato un esponente di vertice, affiliato al mandamento di Santa Maria di Gesù, oltre che componente della Commissione provinciale, in grado di ricompattare il gruppo palermitano in contrapposizione ai corleonesi. I giudici rimarcano “l’elevatissima caratura criminale di Aglieri, essendosi reso responsabile di efferati delitti di sangue, tra cui le stragi del 1992” e “l’attuale vitalità dell’articolazione mafiosa di cui Aglieri è stato esponente di punta con una posizione di assoluta predominanza”.

Per gli avvocati del mafioso, sarebbero stati ribaditi sempre gli stessi argomenti e, “in contrasto con la giurisprudenza costituzionale e convenzionale più recente”, si sarebbe finito per “attribuire valenza decisiva all’assenza di collaborazione con la giustizia” di Aglieri. Inoltre, non ci sarebbe il “rischio attuale e concreto di ripresa dei contatti con la realtà criminosa di riferimento”, visto anche che la carcerazione si protrae ininterrottamente da 23 anni, e i fatti per i quali è stato condannato sono risalenti. In più il boss avrebbe intrapreso un percorso individuale “valutato in termini positivi”, che lo ha portato anche ad iscriversi all’università.

Argomenti che la Suprema Corte ha bocciato, puntando anche in questo caso sugli esiti investigativi di “Cupola 2.0”. Si legge nel provvedimento del 4 maggio scorso: “Il tribunale ha correttamente formulato il giudizio prognostico sul pericolo che il ricorrente, ove ammesso al regime penitenziario ordinario possa riallacciare, approfittando dell’allentamento dei controlli, i rapporti con l’organizzazione criminale di cui è stato a lungo un esponente di vertice, considerando recessivi gli elementi di segno contrario dedotti dalla difesa perché nient’affatto dimostrativi, se non di un serio distacco dal contesto mafioso, quanto meno della perdita del prestigio e della caratura criminale legata al ruolo di comando che, secondo l’esperienza derivante dalle vicende processuali, non è messa in crisi dalla detenzione carceraria”.

Inoltre “lungi dal pretendere la collaborazione del detenuto, quale unico strumento per sottrarsi alla proroga del regime differenziato – per i giudici – del tutto plausibilmente il tribunale non ha considerato indicativi di resipiscenza o comunque segnali chiari di allontanamento dai valori e dalla subcultura mafiosa, condivisa per un lungo periodo di tempo quale modello comportamentale totalizzante cui ispirare ogni scelta di vita, anche se implicante il sistematico ricorso al delitto ed al disprezzo della vita umana, né l’iscrizione all’università (se mai significativa dell’apprezzabile sforzo di miglioramento culturale) né l’esame personologico condotto dagli operatori penitenziari, che peraltro si sono limitati a rilevare ‘un carattere chiuso e poco fiducioso verso gli esiti futuri'”.

Giuseppe Madonia, gli omicidi e i messaggi dal carcere

Giuseppe Madonia, condannato all’ergasolo per sei omicidi, compreso quello del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, si era visto prorogare il 41 bis il 10 aprile del 2019. Il tribunale di Sorveglianza di Roma aveva confermato la decisione il 25 settembre dell’anno scorso. La Cassazione ripercorre il profilo criminale del detenuto, esponente di vertice di Cosa nostra a Resuttana, “dove aveva preso con i fratelli il posto del padre Francesco, deceduto nel 2007”. Mette in risalto che Madonia ha commesso reati anche in carcere (oltraggio e minaccia a pubblico ufficiale) e che è stato in grado di comunicare con l’esterno tramite i colloqui con la cognata, Angela Di Trapani.

In più il suo clan di appartenenza è pienamente operativo, come confermato dal processo “Apocalisse”, ma pure dalle dichiarazioni del pentito Vito Galatolo, secondo cui Madonia manteneva il controllo dal carcere. Inoltre, per la Suprema Corte Madonia avrà pure avuto una corretta condotta carceraria, “ma non ha mostrato alcuna resipiscenza per il proprio passato deviante, né alcuna considerazione per le sue tante vittime”. Da qui il rigetto del suo ricorso, lo scorso 25 marzo.

Matassa, figura non apicale ma pericolosa

Infine c’è il caso di Matassa del clan dell’Acquasanta, per cui la proroga del 41 bis risale al 29 agosto del 2018 e la conferma da parte del tribunale di Sorveglianza di Roma è arrivata il 16 gennaio dell’anno scorso. La difesa, in Cassazione, ha puntato su una sentenza, diventata irrevocabile nel 2019, che ha escluso che Matassa rivesta un ruolo qualificato in Cosa nostra, oltre a rilevare che “il suo carisma criminale era tanto ridotto da confinarlo al rango di mero esecutore delle direttive del genero, Vito Galatolo”.

I giudici hanno rigettato il ricorso, rimarcando anche stavolta la piena operatività del clan di appartenenza del detenuto e sottolineando che, anche se non con una posizione apicale, il curriculum criminale non lascia dubbi sulla pericolosità di Matassa. Inoltre, la sentenza richiamata dalla difesa “ha reso conto del suo totale inserimento nel clan, impegnato nella gestione, in monopolio forzato, delle slot machines con i membri della famiglia Graziano e dei Palazzotto”.

E le conferme arrivano ancora una volta da Galatolo che, da collaboratore di giustizia, ha descritto il ruolo di tramite e di custode di denaro e armi di Matassa che, peraltro, “non ha in alcun modo preso le distanze dalla cosca o manifestato segni di dissociazione”. Infine “la sua condotta carceraria – scrivono i giudici nel provvedimento dello scorso 7 gennaio – è stata caratterizzata da un’ammonizione”.

Fonte.https://www.palermotoday.it/cronaca/mafia/boss-41-bis-ricorsi-cassazione-pippo-calo-pietro-aglieri.html

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Gotha, condannati i vertici occulti della ndrangheta: 25 anni a Paolo Romeo e 13 ad Alberto Sarra

Gotha, condannati i vertici occulti della ndrangheta: 25 anni a Paolo Romeo e 13 ad Alberto Sarra

Regge l’impianto accusatorio della Dda di Reggio Calabria. Dopo la lunga requisitoria del pm Lombardo è arrivata la decisione dei giudici. Diverse le assoluzioni, tra cui quella dell’ex senatore Antonio Caridi

di Consolato Minniti 30 luglio 2021

Venticinque anni di reclusione per Paolo Romeo; 13 anni per Alberto Sarra; assoluzione per l’ex senatore Antonio Caridi. Così hanno deciso i giudici del Tribunale di Reggio Calabria per il maxi processo “Gotha”, giunto questa sera a sentenza dopo un primo grado, con rito ordinario, durato diversi anni. Un’istruttoria lunghissima culminata con la requisitoria del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il quale non ha mancato di richiedere anche diverse assoluzioni all’esito del dibattimento.

Dopo una lunga camera di consiglio, dunque, il collegio presieduto dalla dottoressa Capone, ha deciso per la condanna anche dell’avvocato Antonio Marra a 17 anni di reclusione. Diverse le assoluzioni disposte.

La requisitoria del pm

«Che non si tratti di contesto associativo diverso da quello di cui stiamo parlando lo ricaviamo da una molteplicità di fonti di prova. È una ‘ndrangheta che non si vede, che supera le affiliazioni rituali, che supera le forme di segretezza, per accedere ad una forma nuova di operatività in ambiti elevati e segue le tracce fissate molti anni fa, quando venne creata la prima componente riservata», ha spiegato il procuratore aggiunto Lombardo nel corso della sua requisitoria. «L’analisi congiunta di plurime qualificatissime fonti di prova, consente di ritenere esistente e operante una componente plurisoggettiva occulta e riservata avente funzioni strategiche nell’ambito della ‘Ndrangheta. Detta componente riservata, inizialmente denominata santa o mammasantissima, continua ad operare con funzioni di governo degli assetti apicali della struttura criminale con meccanismi particolarmente evoluti». Secondo Lombardo, dunque, «per quello che è l’esito delle fonti probatorie di questo processo, al quale devono affiancarsi un impressionante numero di conversazioni intercettate tutte di tipo auto ed etero accusatorio, tutte riferibili allo specifico tema probatorio, siamo in grado di affermare che la componente riservata della ‘Ndrangheta è esattamente la prosecuzione di quella fondata nei primi anni ’70 dai fratelli Giorgio, Paolo De Stefano, unitamente ai componenti di vertice del mandamento jonico e tirrenico della ‘ndrangheta riferibile alle famiglie Piromalli e Nirta, successivamente affiancate da altre famiglia come Alvaro, Mancuso e Pelle. Tutte famiglie a cui è riservato il compito di vertice mandamentale».

Ndrangheta contropotere interno

Nel corso della requisitoria, Lombardo non ha mancato di ricordare come «la componente apicale riservata trasforma la ‘ndrangheta in un contropotere che allarga i suoi orizzonti operativi fino ad inglobare funzioni pubbliche che, solo in apparenza, continuano ad essere gestiti da organi amministrativi e politici, ma diventano paravento di logiche deviate ed evolute pensate e rese operative da sistema mafioso, la cui componente apicale opera stabilmente all’interno delle istituzioni».

 

Ricostruzioni tutte contestate ferocemente dagli avvocati difensori che hanno messo in fila tutta una serie di elementi utili, nella prospettiva difensiva, ad elidere grandemente il costrutto accusatorio.

Gotha, la sentenza di primo grado

  • Amodeo Vincenzo assolto (richiesta Pm: assoluzione)
  • Aricò Domenico assolto (assoluzione)
  • Barbieri Vincenzo Carmine 3 anni e 4 mesi e 2000 euro (6 anni)
  • Cammera Marcello F. A. 2 anni (13 anni)
  • Canale Amedeo Antonio assolto (assoluzione)
  • Cara Demetrio assolto (assoluzione)
  • Caridi Antonio Stefano assolto (20 anni)
  • Cartisano Carmelo Giuseppe 20 anni (16 anni)
  • Chirico Francesco (classe 44) 16 anni (22 anni)
  • Chirico Giuseppe 20 anni (23 anni)
  • Delfino Alessandro Bruno 5 anni (9 anni)
  • Genoese Zerbi Saverio ndp per morte del reo
  • Gioè Salvatore Primo 16 anni e 6 mesi (17 anni)
  • Giustra Paolo assolto (2 anni)
  • Iero Giuseppe assolto (10 anni)
  • Marra Antonio 17 anni (16 anni)
  • Marra Cutrupi Maria Angela assolta (assoluzione)
  • Minniti Angela 2 anni e 8 mesi (3 anni e 8 mesi)
  • Munari Teresa assolta (assoluzione)
  • Nucera Domenico assolto (assoluzione)
  • Pietropaolo Domenico assolto (assoluzione)
  • Pontari Giovanni assolto (assoluzione)
  • Raffa Giuseppe assolto (7 anni)
  • Remo Giovanni Carlo assolto (8 anni)
  • Romeo Paolo 25 anni (28 anni)
  • Sarra Alberto Vincenzo 13 anni (20 anni)
  • Scordo Andrea assolto (assoluzione)
  • Strangio Giuseppe 9 anni e 4 mesi (13 anni)
  • Zoccali Rocco Antonio assolto (assoluzione)
  • Zumbo Giovanni 3 anni e 6 mesi (7 anni e 6 mesi)
  • Rechichi Giuseppe R. G. 3 anni e 6 mesi (7 anni e 6 mesi)

fonte:https://www.lacnews24.it/cronaca/gotha-condannati-i-vertici-occulti-della-ndrangheta-25-anni-a-paolo-romeo-e-13-ad-alberto-sarra_140495/

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Ministra Cartabia, è l’Europa che ci ha chiesto di transigere sulle mafie?

Ministra Cartabia, è l’Europa che ci ha chiesto di transigere sulle mafie?

Saverio Lodato 30 Luglio 2021

Ci eravamo permessi di consigliare qui, alla ministra della giustizia, Marta Cartabia, di ascoltare, in materia di reati di mafia, chi ne sa più di lei. Convinti come siamo che l’Italia disponga dei magistrati più preparati che ci sono in Europa, se non altro perché non esiste un altro paese costretto a fare i conti non con una, ma con più mafie, inclusa l’infinità di addentellati criminali che si portano dietro. Diciamo un’ovvietà.
E davamo quest ‘ovvio consiglio, visto il fuoco di sbarramento rispetto alla sua proposta di legge che non lasciava presagire nulla di buono.
La ministra ha scelto una strada diversa, mostrando buona dose di arroganza, se è vera la frase che le hanno attribuito alcuni giornali: “I magistrati sono contro la riforma? È la prova che si tratta di una buona riforma”. Roba da fare impallidire Maria Antonietta e le sue brioche.
Concetto discutibile e di cattivo gusto.
Vedremo cosa verrà fuori domenica in Parlamento. Le premesse per il mostriciattolo ci sono tutte.
Il CSM ha detto la sua, a stragrande maggioranza. E ha parlato di una cattiva riforma, bocciandola quasi impietosamente.
Va detto, intanto, che lo spettacolo di una classe politica che si dilania proprio sulla parola Mafia la dice assai lunga sull’inadeguatezza rispetto a un argomento che dovrebbe essere invece pacifico, assodato, acquisito una volta per sempre, alla luce della storia d’Italia in questi decenni.
Non è così. E bene ha fatto Nino Di Matteo a smontare la favoletta del “ce lo chiede l’Europa”, come dovessimo barattare principi costituzionali e rifiuto delle mafie, in cambio di soldi a palate. L’Europa, a quel che se ne sa, non ci ha affatto chiesto di cercare il compromesso con le mafie. Questa, semmai, è tutta farina dei faccendieri che affollano il Parlamento italiano, e che hanno dato vita a questo estenuante e indecoroso gioco alla fune, che continua ancora oggi.
Francamente non capiamo la contentezza della ministra Cartabia. Toccava a lei, in prima persona, non transigere sulla mafia. Non lo ha fatto. Si è inevitabilmente ritrovata a dirigere il traffico fra troppi faccendieri. Perdendo così una grande occasione.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/rubriche/saverio-lodato/85145-ministra-cartabia-e-l-europa-che-ci-ha-chiesto-di-transigere-sulle-mafie.html

Si fermi la riforma Cartabia, non distruggiamo il sogno di mio fratello e di Falcone

Si fermi la riforma Cartabia, non distruggiamo il sogno di mio fratello e di Falcone

Salvatore Borsellino 31 Luglio 2021

Ringrazio Piera Aiello e la Presidenza della Camera che ci da l’opportunità di parlare in questa sede Istituzionale.
Sono Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, ma sono qui come cittadino italiano e come forndatore e leader del Movimento delle Agende Rosse, un movimento fatto soprattutto di giovani, che ha come suo principale e quasi esclusivo obiettivo la Verità e la Giustizia sulle stragi del ’92 e del ’93 che hanno insanguinato il nostro paese.
Soltanto come fratello di Paolo non avrei nessun diritto di parlare, e di parlare in questa sede, perchè con mio fratello non ho molto in comune.
Paolo era un magistrato, con un senso altissimo dello Stato, e ha scelto di rimanere al suo posto anche quando si è reso conto che pezzi deviati di quello stesso Stato a cui aveva prestato giuramento, stavano per dare alla criminalità mafiosa l’ordine di ucciderlo, ha scelto di sacrificare la sua vita per poter cambiare quello che di questo paese, che tanto amava, non gli piaceva e non poteva piacergli.
Io ho ho scelto una professione che sapevo che mi avrebbe portato via dalla mia terra, ho scelto, sbagliando, di cercare per me e per i miei figli un “altro paese”, lasciandomi alle spalle tutto quello che non mi piaceva, e ho avuto da sempre nel cuore una vena libertaria se non addirittura anarchica ma proprio per questo ho sempre avuto fede nell’amore e nella Giustizia, amore e Giustizia che erano lo stesso sogno di Paolo, quel sogno che nostra madre, dopo la strage, fece giurare a me e mia sorella Rita di sostenere finché avremmo avuto vita.
E questa riforma che noi oggi contestiamo va in senso esattamente contrario a quel sogno di Giustizia.
La sua genesi viene da lontano, da quando nel 1992 lo Stato Italiano ha rinunciato ad essere uno Stato di diritto arrivando a trattare con la criminalità organizzata, elevandola con questa trattativa alla dignità di una controparte dello Stato stesso e rinunciando così alla propria dignità.
Sacrificando sull’altare di questa scellerata trattativa la stessa vita di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, facendo sparire la sua Agenda Rossa e, ed è una ipotesi agghiacciante ma plausibile, dandola addirittura in pegno alla controparte criminale come pegno del mantenimento dei patti sottoscritti per addivenire a quello ripristino della.pax mafiosa che non servì peraltro ad evitare, prima della sua conclusione, altre stragi.
I passi per arrivare a tutto questo vengono da lontano, da quando è stato fatto cadere un governo soltanto per potere annullare quella riforma della Giustizia , varata dal governo Conte, che seppure perfettibile, bloccava però la prescrizione sul primo grado di giudizio, assicurando che tutti i reati potessero essere perseguiti e tutti i processi potessero essere portati a compimento.
Ora, con il pretesto di ottemperare ad una richiesta dell’Europa che altrimenti ci negherebbe i fondi del Recovery Found, invece di agire in maniera da sveltire i processi, di potenziare gli organici della magistratura, lo Stato rinuncia di fatto ad esercitare la Giustizia inserendo un concetto giuridicamente abnorme come l’improcedibilità.
Lo Stato nega la Giustizia ai cittadini vittime di un reato, e allo Stato stesso, se il processo di appello non si conclude in un tempo determinato, lasciando così l’imputato in uno stato di limbo, condannato ma non definitivamente, e rinunciando così ad esercitare i proprio ruolo e a rendere giustizia ai cittadini colpiti da reato stesso.
Cittadini che Giustizia non potranno mai più pretendere e dichiarando, come Stato, la propria impotenza.
Si viene a creare così, anzi si aggrava perché già esistente, una profonda diseguaglianza tra i cittadini sottoposti a processo, da un lato i semplici cittadini i cui processi arriveranno a concludersi nei tempi stabiliti, e dall’altro i potenti, quelli che si potranno permettere avvocati in grado di allungare fino a due anni i tempi dei processi fino ad ottenere la improcedibilità.
Non si tiene conto poi della differenza tra le diversi sedi dei processi di appello, alcuni dei quali soffrono di una cronica carenza di organico che già di per se rende spesso la durata dei processi ben superiore ai due anni, termine dichiarato per lo scattare della improcedibilità.
Si prepara così l’impunità per chi approfitterà della enorme quantità di fondi in arrivo dall’Europa per dirottarli verso gli interessi della società criminale piuttosto che per la ripresa dell’economia nazionale e per il bene comune dato che nel frattempo, in nome della emergenza, si sveltiscono le procedure e si diminuiscono i controlli.
E intanto si introduce un altro concetto devastante che cozza contro il principio Costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale e affida al Parlamento, violando il principio costituzionale della separazione dei poteri, la scelta della priorità dei reati da perseguire.
E per riuscire ad ottenere tutto questo si svilisce i ruolo del Parlamento e si elimina, per un progetto di tale importanza, la discussione in aula ponendo il voto di fiducia, e tutto questo all’inizio dell’estate, in un momento di scarsa attenzione dell’opinione pubblica, la stessa scelta un tempo adottata dalla criminalità mafiosa per compiere l sue stragi.
Siamo purtroppo alle Termopili, è una battaglia disperata ma le battaglie, se giuste, se sacrosante, vanno in ogni caso combattute ed è quello che faremo, chiamando a raccolta la Società Civile, fino alla fine.
Ed è per questo che chiedo a tutti quelli che con il loro voto decideranno l’esito di questa riforma, anche a quelli che l’hanno improvvidamente votata in Consiglio dei Ministri, di volerla fermare, di non distruggere il sogno di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, altrimenti non osino più, in futuro, di pronunciarne neanche il nome.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85168-si-fermi-la-riforma-cartabia-non-distruggiamo-il-sogno-di-mio-fratello-e-di-falcone.html


Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»

Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»

Il procuratore di Catanzaro a “In Onda” ribadisce la bocciatura della Cartabia: «Forse il ministro non è mai stata in un’aula di tribunale»

Pubblicato il: 29/07/2021 – 23:53


«Io posso dire che è la peggiore riforma che io abbia mai letto. Io sono in magistratura dal 1986. Una riforma peggiore di questa non l’ho mai letta».

Un sigillo pesantissimo quello che il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, pone sulla riforma della Giustizia voluta dal ministro Cartabia. Ospite nella trasmissione “In onda”, su La7, con Concita De Gregorio e David Parenzo, il magistrato indica tutti quei reati che verranno penalizzati dalla “tagliola” proposta dalla riforma secondo la quale – al netto delle recenti modifiche – se un processo dura più di due anni in Appello (tre per i reati più gravi) e uno in Cassazione (o 18 mesi) non si può più perseguire.
«Ci siamo dimenticati di tutti i reati che riguardano la Pubblica amministrazione: peculato, corruzione, concussione. Cosa facciamo per questi reati? – ha detto Gratteri –. Andranno in coda, non si celebreranno. Tutti i reati che riguardano le bancarotte, dove vengono giudicati imprenditori spregiudicati che organizzano bancarotte per frodare, pensando di riciclare. Avete pensato alle parti offese?»

Tutti i reati che rischiano l’improcedibilità. E alle parti offese chi ci pensa?

Gratteri elenca una lunga serie di gravi fatti di cronaca: la recente tragedia della funivia, il crollo del ponte di Genova. «Io dico che questi processi non si farà in tempo a celebrarli, in due anni in appello. Si accettano scommesse su questo punto. Anche perché attualmente tutti i procuratori generali d’Italia stanno dicendo “in due anni non siamo in grado, in due anni il 50% dei processi diventerà improcedibile”». Il procuratore, da uomo pratico porta un esempio per rendere l’idea di quello che sarà l’istituto dell’improcedibilità: «perché mi capiscano anche i non addetti ai lavori»: «Lei è in autostrada e le danno un tempo di un’ora e mezza per fare Napoli-Roma. Se c’è un incidente, si blocca la strada, lei non può arrivare in un’ora e mezza a Roma e non ci arriverà più».
I problemi sono a monte: «I magistrati sono di meno, da un anno e mezzo non si fanno concorsi in magistratura». Noi nel 2021 avremo meno magistrati rispetto all’anno scorso perché non si riuscirà a coprire quelli che vanno in pensione».
Non è una riforma che va a intaccare o a pesare sul lavoro dei magistrati quanto sul buon andamento della Giustizia.
«Con questa riforma i magistrati in Appello e in Cassazioen lavoreranno di meno – spiega Gratteri –. Perché io prendo un prestampato e basta che io lo compili: metto la data dell’iscrizione del reato, il numero del procedimento, specifico che sono passati due anni e che il procedimento è improcedibile. I magistrati, sul piano teorico, ci guadagnano. Noi parliamo da cittadini, da fruitori di Giustizia».

Geografia giudiziaria

E rispetto a tutti coloro che gioiscono perché con la Cartabia si affossa la riforma Bonafede, Gratteri preferisce ritornare ancora più indietro, alla prescrizione: «È il male minore», afferma. Il problema è che nessuno voglia «affrontare i rimedi a far durare meno i processi. Anziché parlare di ghigliottina a due anni e poi un anno in Cassazione, perché non ci fermiamo a dire cosa potremmo fare per far durare meno i processi?»
Le possibili soluzioni il procuratore di Catanzaro li aveva già elencati nel corso della sua audizione in commissione Giustizia lo scorso 20 luglio.
A partire dalla geografia giudiziaria: in Sicilia ci sono 4 corti d’Appello, per 5 milioni di abitanti. In Lombardia ci sono 2 Corti d’Appello. In Abbruzzo ci sono Tribunali ogni 20 chilometri. «C’è qualcosa che non quadra, no? Bisogna andare a regime. Si è visto che funzionano bene i Tribunali di medie dimensioni, quelli troppo piccoli non funzionano perché non si riesce neanche a formare il collegio».

Basta magistrati nei Ministeri

Altro problema sono anche, in situazione di gravi carenze di organico, quei magistrati che  fuori ruolo, magistrati che hanno vinto il concorso per fare i pm o per scrivere sentenze e sono, invece, nei Ministeri a fare i tecnici. «Che c’entra un magistrato al ministero del Lavoro? Chiamate un professore associato che vi costa di meno».

Depenalizzazione dei reati

Altra soluzione portata avanti da Gratteri è quella della depenalizzazione. «Una guida in stato di ebbrezza deve essere risolta in via amministrativa. Il fascicolo non deve arrivare in Procura, deve andare in Prefettura che invia amministrativa fa multa, sequestro, ritiro patente. Tutte le sanzioni che richiedono un’ammenda devono uscire dal penale.

«La Cartabia forse non è mai stata in un’aula di tribunale»

«Io sono in magistratura dall’86, una cosa così devastante, così dannosa per la giustizia non la ricordo». Parenzo prova a fare un paragone con le riforme dei governi Berlusconi. E Gratteri risponde: «Berlusconi avrà ritoccato qualcosa a suo favore, ma qui stiamo parlando di toccare tutto il sistema». «Il processo breve è un regalo per tutti, alla mafia e non solo». A Gratteri viene ricordata una sua dichiarazione di dieci anni fa.  «Non ci sono differenze tra questa riforma e quella prospettata dieci anni fa (il ministro della Giustizia era Angelino Alfano, ndr). Perché sia utile la trasmissione dovremmo parlare delle alternative a questo sfascio», dice Gratteri ai conduttori. Parenzo obietta che si tratta di una critica al governo di un premier che tutta Europa ci invidia. E il procuratore di Catanzaro tiene il punto: «Draghi è un esperto di Finanza, non di Sicurezza né di Giustizia, infatti alla Sicurezza ha messo Gabrielli e alla Giustizia ha messo, o gli è stata suggerita, la Cartabia». Cartabia, per il magistrato, «forse non è mai stata in un’aula di tribunale, forse non ha mai parlato con magistrati in prima linea. Da lei mi aspettavo un alleggerimento del sistema carcerario. All’inizio si parlava solo di riforma del civile». Per Gratteri l’unanimismo nei confronti della riforma è dovuto «a una serie di concause: intanto in questo momento la magistratura è molto debole». E non c’entra solo lo scandalo Palamara: «Ci sono stati anche altri problemi: Palamara faceva parte di un collegio, non era da solo. Se è stato fatto qualcosa di illecito non lo ha fatto da solo, vorrei sapere perché ha pagato solo Palamara».

Il potere non ama essere controllato

E poi c’è anche un’altra questione: «Da trent’anni la politica si vede portata in udienza, il potere non ama essere controllato». Ma non c’è «una giustizia a orologeria – risponde a un’osservazione di De Gregorio –. Proponete di aggiungere alla riforma che due mesi prima delle elezioni non si possano fare né avvisi di garanzia né ordinanze di custodia cautelare nei confronti di candidati, così siamo tutti tranquilli e non si parla più di giustizia a orologeria», aggiunge ridendo. «Il potere non ama essere controllato», ribadisce Gratteri il quale continua, sulle intersezioni tra politica e magistratura: «Non facciamo tutta un’insalata, se ci sono magistrati corrotti è giusto che paghino. I poteri si intrecciano se qualcuno fa scambi. Sul mio telefonino chiamano parlamentari dall’estrema destra all’estrema sinistra, sono il consulente gratuito di tutti. E poi fanno il contrario di quello che suggerisco, è accaduto anche in queste ore. Questo non vuol dire che io chieda cose; l’importante è che non si chieda mai per sé, ma per l’ufficio, per il lavoro».

«Con questa riforma neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato»

Un passaggio off topic, sulla campagna vaccinale: “Sarei per l’obbligo di vaccinazione per chi fa lavori nei quali incontra il pubblico. Pensate agli insegnanti. Pensate ai magistrati: io incontro centinaia di persone al giorno, pensate se non fossi vaccinato”. Poi si riparla del cuore del problema, una riforma che “non serve a risolvere il problema della giustizia, butta al macero il 50% dei processi in Appello: la faranno franca migliaia di imputati già condannati in primo grado”.
Concita De Gregorio torna sull’elenco dei reati molto gravi per i quali non scatterà la prescrizione e si chiede se questa equazione non generi una sovrapposizione tra il processo e la pena stessa. Gratteri prende spunto dalla domanda per tornare su quelle che, a suo dire, sono storture della riforma. “Non sono d’accordo sull’elenco (dei reati per i quali non scatterà la prescrizione, ndr) fatto, nemmeno sulla variante alla riforma. Immagini l’evoluzione di un processo per un operaio che cade e muore: immagini i figli, la parte civile, cosa fanno in Appello se si arriverà alla prescrizione? Se il datore di lavoro non viene condannato chi li risarcisce?”. Questa nuova impalcatura legislativa, per il magistrato è un “invito a nozze per fare tutti ricorso in Appello e Cassazione. In Italia ci sono ricorsi per Cassazione 14 volte in più che in Francia, che è grande una volta e mezza l’Italia. Neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato – aggiunge Gratteri nel successivo segmento della trasmissione, nel quale era presente Ilaria Cucchi –. E’ durato 12 anni, sette dei quali a vuoto. Pensate quando ci saranno i processi sul crollo del ponte di Genova o sul crollo della funivia”.

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/07/29/gratteri-questa-riforma-e-la-peggiore-di-sempre-la-politica-e-daccordo-perche-non-ama-essere-controllata/

La Cassazione:«Non ci sono elementi per provare che Tallini operasse per il clan in cambio di voti»

La Cassazione:«Non ci sono elementi per provare che Tallini operasse per il clan in cambio di voti»

Ecco perché la Cassazione ha bocciato il ricorso della Dda contro il provvedimenti del Tdl a favore del politico

Pubblicato il: 30/07/2021 – 18:40

ROMA La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Dda di Catanzaro contro la decisione del Tribunale della Libertà di Catanzaro, del 15 dicembre 2020, di rimettere in libertà Domenico Tallini, ex presidente del consiglio regionale (e consigliere di Forza Italia) indagato nell’ambito del procedimento “Farmabusiness” con l’accusa di di concorso esterno in associazione mafiosa e di voto di scambio politico mafioso. Per i giudici «la circostanza che esponenti del clan confidassero nel contributo di Tallini non implica di per sé che costui avesse piena contezza di rapportarsi al clan per il tramite dello Scozzafava e di altri soggetti come Paolo Del Sole». È uno dei passaggi nodali delle motivazioni con le quali il ricorso della Procura è stato respinto. Il ricorso – sintetizzano i giudici – esprime «una diversa trama ricostruttiva», ma non è «idoneo a vulnerare le articolazioni sulle quali si fonda quella proposta nel provvedimento impugnato (la decisione del Tribunale della Libertà, ndr), individuando vizi deducibili in questa sede».

«Mancano elementi per suffragare l’assunto che Tallini avesse volontà e consapevolezza di favorire il clan»

La Cassazione rileva il differente approccio tra l’accusa sostenuta dai magistrati antimafia e il Tribunale del riesame. In un passaggio si concentra sull’«attivismo di Tallini», rispetto al quale «il Tribunale ha coerentemente e non illogicamente posto in luce che: 1) il compiacimento circa il fatto che «tutti stiamo lavorando bene» implicava un impegno per il progetto, ma non valeva ad attestare lo sfondo criminale dello stesso; 2) il propiziato incontro con la dirigente Rizzo non comprovava un’effettiva interferenza dell’assessore; 3) non risultava un’ingerenza del predetto (cioè Tallini, ndr) nella nomina del Brancati, avvenuta sulla base di una procedura regolare; 4) non erano emersi interventi di Tallini in sede di rilascio dell’autorizzazione, essendo per contro inconferente la circostanza, valorizzata nell’atto di impugnazione, che nel corso della procedura potessero essere state usate minacce, oggetto di separato addebito a carico di altri indagati, nei confronti di due dottoresse incaricate di effettuare propedeutici controlli». Non solo, perché «risultano ancora una volta generiche e comunque volte a sollecitare diverse valutazioni di merito le deduzioni incentrate su dichiarazioni rese da Tallini in sede di interrogatorio o sul fatto che comunque egli avesse speso un proprio ruolo parlando con i suoi interlocutori». Tutte «elementi che non valgono a disarticolare la premessa da cui muove il ragionamento, cioè la mancanza di elementi idonei a suffragare l’assunto che l’assessore avesse la consapevolezza e la volontà di favorire gli interessi del clan». E «la circostanza che esponenti del clan confidassero nel contributo del Tallini non implica di per sé che costui avesse piena contezza di rapportarsi al clan, per il tramite dello Scozzafava e di altri soggetti come Paolo De Sole».

«Servono elementi specifici per provare che Tallini operasse a vantaggio del clan»

«Va infatti rilevato – sottolineano i giudizi – che il ricorso non si sofferma né sull’origine del rapporto del Tallini con lo Scozzafava né sulle ragioni per cui quest’ultimo avesse preso a interessarsi della vicenda relativa alla realizzazione del Consorzio, dopo la conoscenza dell’ex senatrice Mancuso, che aveva accreditato una siffatta progettualità». Per questa ragione non risulta «a priori illogica la motivazione» della sentenza del Tdl, «incentrata da un lato sulla vicinanza del Tallini allo Scozzafava e dall’altro sul fatto che lo Scozzafava, interessato al progetto, fatto proprio dal clan, fosse in grado di fornire assicurazioni sull’ausilio che il Tallini avrebbe potuto all’occorrenza fornire, senza che necessariamente il predetto dovesse essere a conoscenza del contatto con il clan».
D’altro canto, «il Tribunale non ha omesso di considerare che lo Scozzafava, che svolgeva la professione di antennista ed era inserito in vari ambienti della realtà cittadina, non solo era in grado di stringere rapporti con esponenti politici di rilievo ma era a sua volta attivo nella politica, tanto da essersi candidato in una consultazione locale».
In questo quadro, dunque, non si espone a censure la valutazione del Tribunale in ordine al
carattere «neutro della vicinanza del Tallini allo Scozzafava, occorrendo elementi specifici, idonei a dar conto della consapevolezza e della volontà del Tallini di operare a vantaggio del clan in cambio di un ausilio di tipo elettorale».

Sul sostegno elettorale l’accusa non ha «la capacità di disarticolare la motivazione» del Riesame

Al centro dell’inchiesta – e del compendio dell’accusa – vi è il rapporto tra Tallini e Scozzafava, antennista di Catanzaro che sarebbe vicino alla cosca Grande Aracri. Da questi legami discenderebbe un presunto interesse elettorale del politico di Forza Italia nel mantenere rapporti con i clan del Crotonese. Per il Riesame, riassumono gli ermellini. «non vi sono elementi da cui possa desumersi che il Tallini avesse contezza del contesto criminale nel quale Scozzafava avrebbe potuto agire, per sollecitare voti a suo favore, e soprattutto del fatto che l’incontro del 3 ottobre 2014 tra il Tallini e altri soggetti, avente probabile finalità elettorale, fosse stato seguito dalla conversazione tra De Sole e Scozzafava del 5 ottobre 2014, nel corso della quale il De Sole aveva palesato il timore che al cospetto del Tallini fosse comparso tale Villirillo, circostanza smentita dallo Scozzafava che aveva rassicurato l’interlocutore, elemento valorizzato a dimostrazione della volontà del clan di non comparire attraverso suoi riconoscibili esponenti».
«Proprio in tale prospettiva – è l’analisi della Cassazione – inerisce al merito,
peraltro senza avere la capacità di disarticolare la motivazione, l’osservazione del Pubblico ministero ricorrente incentrata sul contrasto tra il fatto che il Tallini, per quanto emerso dal commento dei conversanti, fosse stato contento dell’incontro, e la dichiarazione resa dall’indagato in sede di interrogatorio circa il monito che di seguito avrebbe formulato, una volta appreso che si trattava di soggetti provenienti dalla zona di Cutro, a non fargli incontrare personaggi di quell’area».
«In particolare – si legge ancora nelle motivazioni – deve rilevarsi come l’argomento si inserisca in una complessiva valutazione del merito, fondata su una pluralità di elementi, senza che quello preso specificamente in considerazione nel ricorso possa dirsi idoneo a comprovare la radicale illogicità di una valutazione incentrata invece sul significato attribuibile al fugato timore, espresso da De Sole, che potesse essere comparso il Villirillo».

L’inchiesta Farmabusiness

L’inchiesta è incentrata sull’illecito investimento della cosca di Cutro, Grande Aracri, nel settore della grande distribuzione dei farmaci, con l’investimento denaro proveniente dai traffici criminali della consorteria e con l’avallo di professionisti, politici e faccendieri pronti a fare la propria parte nell’affare e a schermare la presenza della famiglia di ‘ndragheta. Tra questi vi è Domenico Scozzafava, un antennista di Catanzaro vicino ai Grande Aracri – tanto da partecipare a una riunione nella tavernetta del boss – quanto vicino a Domenico Tallini, anche quale suo sostenitore politico. Sarebbe stato proprio Scozzafava a mettere in contatto la cosca con l’allora (l’indagine parte nel 2014) assessore al Personale della Regione Calabria, oggi difeso dagli avvocati Enzo Ioppoli e Valerio Zimatore.

Il ricorso della Dda

Secondo l’accusa sono diversi gli spunti di indagine dei quali il Riesame non avrebbe tenuto conto nel rimettere il libertà il politico finito agli arresto domiciliari. La Dda sottolinea la complessiva illogicità dell’analisi del Tribunale del Riesame, «che pur aveva dato conto del fatto che gli esponenti della cosca avevano espresso l’intendimento di avvalersi di un referente istituzionale e rinvenuto nell’assessore un soggetto affidabile, in grado di rimuovere ostacoli alla realizzazione del progetto». L’accusa, inoltre, «rileva come lo Scozzafava si rapportasse al Tallini facendo riferimento a plurime imprese non inerenti al lavoro di antennista da lui svolto», a sottolineare che il rapporto tra il politico di Forza Italia e l’antennista non fosse puramente legato al lavoro di quest’ultimo. Così come «apodittico era l’assunto che Scozzafava fosse capace di presentarsi all’esterno nella sua modesta veste di antennista, in grado di relazionarsi con ambienti della borghesia e di navigare nei canali delinquenziali locali». «Quanto al sostegno elettorale il Tribunale aveva riconosciuto l’avanzamento di accordi sul territorio, volti ad accrescere il consenso elettorale del Tallini. Era illogico, a fronte di ciò, il disconoscimento del vincolo sinallagmatico in relazione alla consapevolezza della capacità di Scozzafava di reperire voti negli ambienti criminali».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/07/30/non-ci-sono-elementi-per-provare-che-tallini-operasse-per-il-clan-in-cambio-di-voti/

 

La memoria di Rocco Chinnici a 38 anni dalla strage

La memoria di Rocco Chinnici a 38 anni dalla strage

Aaron Pettinari e Marta Capaccioni 29 Luglio 2021

Oggi in via Pipitone Federico onorato il magistrato, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere Stefano Li Sacchi

Quello là saluta e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia e poi è sceso, disgraziato, il Procuratore Generale di Palermo”. Così il capo dei capi Totò Riina, intercettato in carcere nel 2013 mentre parlava con il capomafia Alberto Lorusso, raccontava la strage in cui fu ucciso il capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo Rocco Chinnici, saltato in aria per l’esplosione di un’autobomba il 29 luglio del 1983. Con lui morirono anche due carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile di via Pipitone Federico, a Palermo, in cui il giudice abitava.
Il capomafia corleonese descriveva l’esplosione, alla quale assistette da lontano un commando di killer di Cosa nostra, che sbalzò in aria il magistrato facendolo poi ricadere a terra.
Parole che vale la pena ricordare per comprendere il perverso pensiero mafioso.
Per un paio d’anni mi sono divertito – aggiungeva Riina per poi rivolgersi, apparentemente, ai magistrati di oggi – Minchia che gli ho combinato dobbiamo prendere un provvedimento per voialtri, uno che vi fa ballare la samba così che vi fa salire nei palazzi e vi fa scendere come vuole, come se fossero formiche”.

Oggi a Palermo si ricordava un magistrato che prima di altri aveva intuito cosa fosse Cosa nostra e le sue connessioni con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria. E fu tra i primi a capire che bisognava cercare tutte le interconnessioni tra i grandi delitti compiuti dalla mafia per studiare unitariamente l’intero fenomeno mafioso.
Una grandezza, quella di Chinnici, resa manifesta anche da quella sua volontà di potenziare e rendere efficaci gli strumenti per la lotta alla mafia, gettando le basi per la nascita del futuro pool antimafia.
C’è un dato che balza all’occhio dei presenti: l’assenza della cittadinanza.
E’ sempre così il 29 luglio. Forse anche per quella folta presenza istituzionale che appare sempre più scollata al bisogno di una memoria semplice e concreta.
Le stragi ed i delitti hanno segnato la vita di tanta gente e ancora oggi a Palermo, come dimostrano le continue inchieste e gli arresti, la criminalità organizzata è presente. Il segno che serve qualcosa in più.
Alla commemorazione erano presenti la figlia del magistrato Caterina Chinnici, europarlamentare, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, Francesco Messina direttore del Dac (Direzione Centrale Anticrimine), la neo procuratrice europea, la rumena Laura Codruţa Koevesi, il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, il prefetto di Palermo Giuseppe Forlani, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il questore di Palermo Leopoldo Laricchia, il comandante della Legione Carabinieri Sicilia, il generale Rosario Castello, il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo Arturo Guarino, il comandante regionale della Guardia di Finanza Riccardo Rapanotti e il comandante provinciale della Guardia di Finanza Antonio Nicola Quintavalle Cecere.
Accanto a loro anche il nuovo presidente del tribunale Antonio Balsamo, il presidente della Sezione Gip del tribunale di Palermo, Alfredo Montalto, il Presidente della Corte d’Appello, Matteo Frasca, l’ex membro del pool antimafia Giuseppe Di Lello ed i magistrati Geri Ferrara e Amelia Luise, ma anche Vincenzo Agostino (papà del poliziotto Nino, ucciso con la moglie Ida il 5 agosto del 1989), Antonio Vullo e Giovanni Paparcuri, quest’ultimo sopravvissuto alla strage e testimone diretto degli ultimi momenti di Chinnici. Nel suo volto si scorge sempre emozione.
Particolarmente importante, quest’anno, proprio la presenza della neo Procuratrice europea Laura Codruța Kövesi, magistrata rumena, la quale ha assicurato che la priorità oggi è quella di “assicurare un efficiente avvio dell’operato” e “di costruire un’istituzione che possa davvero funzionare a tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea e, quindi, dei principi di democrazia e libertà”. “E’ molto importante per me essere qui oggi perché Rocco Chinnici rappresenta un modello, una fonte di ispirazione, insieme agli altri magistrati che hanno dato la loro vita per la lotta alla mafia” ha aggiunto ancora rispondendo alle domande dei giornalisti. E poi ancora: “E’ la mia prima volta a Palermo, Chinnici rappresenta un modello perché il suo metodo di scambio di informazioni, il tracciamento del denaro, cioè il ‘Follow the money’, e tutto ciò che ha rappresentato l’avvio del pool antimafia, rappresenta oggi quello che la Procura europea sta mettendo in pratica nella lotta anche alle organizzazioni criminali in tutta Europa”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85130-la-memoria-di-rocco-chinnici-a-38-anni-dalla-strage.html

 

Inchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui MannoloInchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui Mannolo

Inchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui Mannolo

AMDuemila 29 Luglio 2021

La Dda di Catanzaro ha concluso le indagini su 56 indagati nell’inchiesta denominata “Golgota”, che lo scorso febbraio ha portato all’esecuzione di 36 misure cautelari in carcere nei confronti di altrettante persone, accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, porto e detenzione illegale di armi e munizioni e associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. L’inchiesta “Golgota” – coordinata dai sostituti procuratori Paolo Sirleo e Domenico Guarascio – è la costola di altre due indagini sulla criminalità organizzata a Isola Capo Rizzuto: “Jonny” e “Tisifone”. Al centro dell’attività investigativa, condotta dalla Polizia di Stato, alcuni esponenti della cosca di ‘Ndrangheta Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e della famiglia Mannolo, appartenenti al ceppo dei “pecorari”, attivi in particolare, nel territorio di San Leonardo di Cutro. L’indagine ha unito le risultanze investigative di due distinti filoni che poi, nel corso del tempo, si sono intrecciati consentendo di far luce su un ampio spaccato criminale del territorio della provincia crotonese. Sono accusati di associazione mafiosa Salvatore Arena, Martino Tarasi, Antonio Sestito, Giovanni Greco e Giuseppe Timpa, tutti facenti parte, secondo quanto è emerso dall’inchiesta della Dda, del “locale” di Isola Capo Rizzuto, ognuno con un proprio ruolo ben definito. Promotore e organizzatore dell’organizzazione criminale è considerato Salvatore Arena, appartenente all’articolazione degli Arena ceppo dei Cicala, figlio di Carmine Arena e nipote del capo storico della cosca, Nicola Arena, di 74 anni. Salvatore Arena, secondo l’accusa, impartiva ai sodali le direttive strategiche e operative per il funzionamento del “locale”. Martino Tarasi è tra gli organizzatori del “locale”, alle dirette dipendenze di Arena, con il compito di sostenere la famiglia di Salvatore Cappa, detenuto per l’operazione “Aemilia”, sia attraverso il pagamento delle spese legali che acquisendo immobili a Cutro appartenenti allo stesso Cappa e sottoposti ad esecuzione immobiliare, al fine di assicurargli il rientro in possesso dei suoi beni. Tarasi e’ accusato anche di essere dedito alla detenzione di armi e al traffico di stupefacenti tra Isola e la provincia di Bergamo. Antonio Sestito è considerato un organizzatore, facente capo alle famiglie Arena e Gentile, uomo di fiducia di Tommaso Gentile con il quale imponeva slot machine ai locali pubblici di Isola Capo Rizzuto. Sestito, secondo l’accusa, aveva un ruolo chiave nelle estorsioni da mettere in atto nel territorio di Isola, compresa l’imposizione ai commercianti dei grossisti ai quali fare riferimento. Giovanni Greco è considerato un uomo di fiducia di Antonio Sestito, partecipe dell’associazione facente capo alle famiglie Arena e Gentile. Si era sottoposto ai riti di affiliazione per l’ottenimento della “terza dote” prevista dal cursus honorum della ‘Ndrangheta. Giuseppe Timpa, considerato anche lui uomo di fiducia di Sestito, è accusato di essere dedito alle estorsioni, al controllo delle slot machine ed alla commissione di danneggiamenti. La complessiva attività investigativa ha consentito inoltre di accertare l’operatività di diverse associazioni sul territorio crotonese nel traffico di sostanze stupefacenti, con la movimentazione di decine di chili di droga in tutta Italia, e di delineare un vero e proprio spaccato di “storia criminale” degli ultimi anni della provincia di Crotone, caratterizzata da alleanze, rivalità e cambi di strategie.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/85132-inchiesta-golgota-concluse-le-indagini-per-56-luce-su-ruolo-arena-nicoscia-e-sui-mannolo.html

 

Omicidio Vassallo, in commissione il carabiniere che era a pochi metri mentre il sindaco veniva ucciso

Il Fatto Quotidiano

Omicidio Vassallo, in commissione il carabiniere che era a pochi metri mentre il sindaco veniva ucciso

L’uomo era in vacanza in una villetta accanto e raccontò di non aver sentito i 9 colpi di pistola sparati alle nove di sera, nel silenzio estivo di campagna. Ma il militare era anche alle dipendenze del comandante del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, indagato, e poi archiviato, per concorso in omicidio, dopo aver acquisito di sua iniziativa i video delle telecamere di videosorveglianza della piazzetta

di Vincenzo Iurillo | 29 LUGLIO 2021

Il Fatto quotidiano ne scrisse l’11 febbraio 2018, il giorno dopo la marcia organizzata a Pollica per chiedere di far ripartire le indagini sull’omicidio del sindaco Angelo Vassallo: “Come è possibile che un carabiniere in vacanza in una villetta a venti metri di distanza non abbia sentito 9 colpi di pistola sparati alle nove di sera, nel silenzio estivo di campagna”? Se lo chiedeva sbigottito uno dei fratelli, Massimo Vassallo. Se lo chiedeva un paese intero, radunato in piazzetta a conclusione della manifestazione. “Vorrei sapere il nome di quel carabiniere – disse il sindaco Stefano Pisani, che di Vassallo era il vice e raccolse il testimone quel maledetto 5 settembre 2010 – vorrei guardarlo negli occhi e chiedergli come ha fatto a non ascoltare”.

Almeno questo mistero – piccolo, rispetto a quello enorme di chi premette il grilletto – sepolto sotto la polvere di 11 anni di secretazione degli atti giudiziari, sta per essere risolto. Il gruppo di lavoro della commissione parlamentare antimafia sul caso Vassallo ha convocato il 29 luglio Antonio M. L’audizione sarà secretata. È lui il carabiniere al quale rivolgere un sacco di domande. Perché di dubbi da chiarire ce ne sono. A cominciare dalla circostanza documentata dalle Iene durante un loro reportage: M. sarebbe stato sentito informalmente dal colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo prima di essere interrogato dai pm di Salerno. Cagnazzo era accompagnato da un imprenditore del posto, ma ci avrebbe parlato da solo.

È andata davvero così? Cosa si dissero? I due si conoscevano già per ragioni di lavoro? Ed ancora: se M. non ascoltò gli spari, quale fu il motivo? Voci di vicinato e di paese fecero trapelare due diverse ricostruzioni. La prima: era in corso una cena rumorosa, una festicciola. La seconda: la televisione era accesa a volume alto. In entrambe le ricostruzioni, le finestre della villetta erano chiuse. Nonostante il calore di un week end in cui le temperature erano rimaste alte, come ricordano gli inviati spediti a Pollica il giorno dopo l’omicidio: c’era un caldo che spaccava le pietre. Il carabiniere concluse le sue vacanze e a Pollica non si è fatto più vedere.

Non sono dettagli di poco conto. Dario Vassallo, fratello di Angelo e autore di La Verità Negata – chi ha ucciso Angelo Vassallo, libro scritto a quattro mani insieme all’autore di questo articolo, sostiene che l’omicidio sia rimasto impunito anche a causa di qualche grave errore nella fase iniziale delle indagini. Talmente grave da far emergere, secondo il presidente della Fondazione Vassallo e secondo il suo legale, l’avvocato Antonio Ingroia, il sospetto di un depistaggio (qui la nostra intervista all’ex pm, difensore di parte civile dei Vassallo).

E ci sono fatti che, messi in fila, lasciano un sapore amaro. Cagnazzo, all’epoca comandante del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, era ad Acciaroli in vacanza, e non era la prima volta. Fu indagato, e archiviato, per concorso in omicidio, dopo aver acquisito di sua iniziativa – e in assenza di un incarico formale, che il pm di Vallo della Lucania Alfredo Greco nega di avergli dato – i file video delle telecamere di videosorveglianza della piazzetta del borgo marino la sera del delitto.

I video gli furono utili per redigere un’informativa che orientava i sospetti verso uno spacciatore di droga di origine brasiliana, Bruno Humberto Damiani, con numerosi precedenti, che fu anche lui indagato e poi archiviato. Pareva il colpevole perfetto, anche perché un pentito di un clan di Salerno gli attribuì un movente poi rivelatosi infondato e collegato alla famiglia del sindaco ucciso.

Oggi ci sono solo due indagati noti. Uno è il brigadiere Lazzaro Cioffi, in carcere e sotto processo per accuse di collusioni con il clan camorristico Fucito di Caivano e coi loro traffici di droga. Ha lavorato per 30 anni nel nucleo investigativo di Castello di Cisterna, è stato alle dipendenze di Cagnazzo. La procura di Salerno guidata da Giuseppe Borrelli attende un’informativa finale dei Ros di Roma prima di decidere la sua sorte. Anche Borrelli il 29 luglio sarà ascoltato in Antimafia.

Il 23 luglio i parlamentari della commissione che indaga sull’omicidio Vassallo sono stati a Pollica per alcuni sopralluoghi e per ascoltare qualche persona del posto. “C’è chi sa e non parla”, ha commentato il deputato M5s Luca Migliorino, il promotore dell’iniziativa.

Lo scrisse anche il pm di Salerno Rosa Volpe nella richiesta di archiviazione del “brasiliano”, aggiungendo che altri hanno riferito agli inquirenti notizie “false e inverosimili”. Era il 2013. Otto anni dopo siamo ancora qui.

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