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Vallone: ”Da trent’anni la Liguria è terra di infiltrazione di tutte le mafie”

Vallone: ”Da trent’anni la Liguria è terra di infiltrazione di tutte le mafie”

AMDuemila 16 Maggio 2022

“Sono 30 anni che la Liguria è terra di infiltrazione di tutte le mafie. La criminalità organizzata va dove ci sono i soldi, l’economia ricca, l’economia sana per cercare di infiltrarla e questa è una regione con l’economia sana, una regione dove gli imprenditori lavorano in maniera serena, vogliono produrre e quindi vi è una attrattiva per la criminalità organizzata”. Così ha detto il direttore della Dia Maurizio Vallone a Genova in occasione della mostra itinerante per il 30 anniversario della Direzione investigativa antimafia. “Per fortuna – conclude – non c’è ancora sedimentazione forte in questa regione grazie agli sforzi delle prefetture, con le interdittive antimafia, e dell’attività giudiziaria e investigativa. Dobbiamo intensificare questa attività: noi siamo al fianco di prefetti e procuratori per evitare che questa regione possa diventare, come già altre regioni del Nord, una zona in cui la criminalità si insedia in maniera stabile e poi diventa complicato eradicarla”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/114-mafia-flash/89607-vallone-da-trent-anni-la-liguria-e-terra-di-infiltrazione-di-tutte-le-mafie.html

“Dov’è la ‘ndrangheta in Italia”, l’inchiesta che svela tutte le ramificazioni delle cosche

“Dov’è la ‘ndrangheta in Italia”, l’inchiesta che svela tutte le ramificazioni delle cosche

All’indomani dell’operazione “Propaggine” il Post dedica un ampio servizio alla capacità dei clan di insediarsi anche oltre i confini della Calabria

Pubblicato il: 15/05/2022 – 19:13

“Dov’è la ‘ndrangheta in Italia”. Un’inchiesta, anche video, de Il Post mette in evidenza le infiltrazioni della ‘ndrangheta oltre i confini della Calabria prendendo spunto dalla recente operazione operazione Propaggine, nel corso della quale sono stati arrestati a Roma 43 presunti appartenenti al clan ‘ndranghetista Alvaro di Sinopoli (Reggio Calabria). Secondo la testata giornalistica questa operazione confermerebbe le risultanze emerse dall’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, che ha certificato – scrive Il Post – «la capacità della mafia calabrese di insediarsi in molte parti d’Italia creando quelle che, nel linguaggio degli affiliati adottato anche da chi fa le indagini, sono chiamate le “locali” (molti, anche nei documenti di polizia e magistratura, declinano al maschile: i locali). Si tratta di filiali create in territori lontani dalla Calabria con il consenso dei boss del clan». Per il Post « oltre alle attività criminali la locale replica nel territorio in cui si insedia riti, usanze, linguaggi di quella che si può chiamare “casa madre”. Le decisioni fondamentali devono essere sempre avallate dalla Provincia o Crimine, come viene chiamata la commissione a cui spetta l’approvazione finale di tutte le attività. Le decisioni vengono prese durante le cosiddette “mangiate”, pranzi che durano tutto il giorno. A Roma – prosegue l’inchiesta della testata – sarebbe la prima volta che viene scoperta la presenza così organizzata di un clan. La criminalità ‘ndranghetista nella capitale c’è da tempo, ma non era mai stata segnalata una locale. Nel Nord Italia, invece, le locali sono molte e sono presenti e attive fin dagli anni Cinquanta quando, con decisioni che si rivelarono poi controproducenti, boss della ‘ndrangheta, ma anche della mafia e della camorra, vennero spediti al soggiorno obbligato in centri del Nord». Per il Post «la presenza della ‘ndrangheta, soprattutto in Lombardia, divenne poi invadente e prominente negli anni Ottanta. Furono gli anni in cui Buccinasco, in provincia di Milano, iniziò a essere chiamata la Platì del Nord, dal nome del paese calabrese dove vivevano i Papalia e i Barbaro. Da lì gestivano affari non solo in Italia ma in tutta Europa: comprarono alberghi, ristoranti, bar e vari tipi di attività commerciale. Furono anche gli anni in cui i clan della ‘ndrangheta guidati da Pepè Flachi strinsero alleanze d’affari nel Nord Italia con la camorra e la banda milanese di Renato Vallanzasca. Dagli anni Ottanta a oggi il giro d’affari criminale della ‘ndrangheta è cresciuto, approfittando anche dell’indebolimento della mafia siciliana contro la quale, dopo le stragi dei primi anni Novanta, si concentrò l’attività di repressione dello Stato. Quelli calabresi – si rimarca nell’inchiesta giornalistica – sono i clan criminali attualmente più forti: la ‘ndrangheta è leader assoluta nel traffico della cocaina, ma è stata anche capace di intrecciare rapporti con funzionari e rappresentanti degli enti locali, sia in Calabria sia in altre parti d’Italia, così come con imprenditori, liberi professionisti, dirigenti d’azienda. Ha scelto di essere un’organizzazione più “silente” per infiltrarsi con maggiore successo nell’economia. L’affermazione della ‘ndrangheta è dovuta anche, come spiega l’ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia sul primo semestre 2021, “alla composizione organizzativa su base familiare sempre coesa all’interno”. È vero anche però che ormai esiste un numero elevato di ‘ndranghetisti divenuti collaboratori di giustizia, grazie ai quali ci sono state importanti operazioni di polizia. La “competitività” della ‘ndrangheta è ancora però forte e solida anche grazie alla notevole capacità, si legge nel rapporto della Dia, “di relazionarsi agevolmente e con egual efficacia sia con le sanguinarie organizzazioni del narcotraffico sudamericano, sia con politici, amministratori, imprenditori e liberi professionisti. La ‘ndrangheta esprime un sempre più elevato livello di infiltrazione nel mondo politico-istituzionale, ricavandone indebiti vantaggi nella concessione di appalti e commesse pubbliche”». Il Post inoltre spiega che «secondo la Dia, con la sua attività di corruzione la ‘ndrangheta arriva a condizionare gli enti locali “sino a controllarne le scelte, pertanto inquinando la gestione della cosa pubblica e talvolta alterando le competizioni elettorali”. La mafia calabrese è anche quella che più riesce ad arruolare nuove leve. Sempre la relazione della Direzione investigativa antimafia parla di una specie di “propaganda criminale” anche attraverso i social network, rivolta specialmente ai giovani disoccupati. La ‘ndrangheta è la più internazionale delle organizzazioni. Opera in Spagna, Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Austria, Slovacchia, Romania e Malta, nonché in Australia, Canada e Stati Uniti. In Italia sono state censite 47 locali: 25 in Lombardia, 16 in Piemonte, tre in Liguria, una in Veneto, una in Valle d’Aosta e una in Trentino-Alto Adige. L’organizzazione criminale calabrese, dice la relazione della Dia, “è perfettamente radicata e ben inserita nei centri nevralgici del mondo politico-imprenditoriale anche nei contesti extra regionali e i numeri dimostrano la capacità espansionistica delle cosche e la loro vocazione a duplicarsi secondo gli schemi tipici delle strutture calabresi”. Prova ne sono i tanti consigli comunali sciolti per ingerenze ‘ndranghetiste. Un esempio tra tutti è quello di Saint-Pierre, meno di 3mila abitanti, in Valle d’Aosta, dove secondo le inchieste della magistratura una locale della cosca Nirta-Strangio di San Luca, nella provincia di Reggio Calabria, aveva condizionato i lavori degli amministratori pubblici». Il Post infine cita anche Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, che – spiega la testata – «ha detto recentemente che “la ‘ndrangheta spara meno però corrompe di più, ha sempre più rapporti con il mondo dell’imprenditoria e della politica». Indagini e arresti sembrano confermarlo in tutta Italia, anche se le cosche non hanno smesso di occuparsi di traffico di droga, usura, estorsioni, in generale di marcare il territorio ricorrendo, quando lo ritengano necessario, alla violenza. D’altra parte il settore delle sostanze stupefacenti, come conferma la Dia, “non fa registrare flessioni. E la ‘ndrangheta è considerata dai narcotrafficanti sudamericani l’organizzazione più affidabile, in grado di gestire enormi quantitativi di droga in arrivo nei porti italiani di Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Livorno, Vado Ligure».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/05/15/dove-la-ndrangheta-in-italia-linchiesta-che-svela-tutte-le-ramificazioni-delle-cosche/

MAI VISTO: decine e decine di società, un esercito di teste di legno. Il sistema del clan dei Casalesi ha raggiunto i massimi livelli dello Stato tra corruzioni e riciclaggio

MAI VISTO: decine e decine di società, un esercito di teste di legno. Il sistema del clan dei Casalesi ha raggiunto i massimi livelli dello Stato tra corruzioni e riciclaggio

15 Maggio 2022 – 14:01

Completiamo il blocco dei capi di imputazioni relativi all’associazione messa in piedi dal cugino di Francesco Schiavone Sandokan con i 5 capi riguardanti altrettante intestazioni fittizie e del capo 42, che contesta il riciclaggio

CASAL DI PRINCIPE (g.g.) – Completiamo stamattina la trattazione relativa ai capi di imputazione provvisoria contestati a Nicola Schiavone, l’imprenditore faccendiere che ha rappresentato la punta avanzata delle grandi attività imprenditoriali partite probabilmente grazie all’utilizzo del danaro sporco del clan dei Casalesi, e a tutti i componenti della presunta associazione a delinquere, contestata specificamente nel capo 11, con la quale Schiavone è andato letteralmente all’assalto di un numero impressionante di appalti di una delle aziende pubbliche per antonomasia, visto che Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) è una delle eredi delle storiche Ferrovie dello Stato, che se si sono chiamate così per decenni significherà pure qualcosa.

E allora, diciamocela tutta. Il clan dei Casalesi si è infiltrato dentro a strutture fondamentali dello Stato, della Repubblica Italiana.

Lo ha fatto con le modalità e le abilità che gli sono consone, che appartengono a un tessuto operativo svelato sin dai tempi del processo Spartacus nel quale, non a caso, Nicola Schiavone riesce a strappare un’assoluzione, al contrario del fratello Vincenzo, che viene definitivamente condannato alla pena di tre anni.

I reati sono fondamentalmente tre: la citata associazione a delinquere, formata da 17 persone (CLICCA E LEGGI), la corruzione, reiterata in molti episodi distinti tra loro e, a latere, l’abuso del loro ufficio, compiuto, come reato aggiuntivo, causalmente collegato a quello corruttivo, dai manager di Rfi.

Il tutto aggravato, naturalmente, da quello che fino a poco tempo fa veniva menzionato negli atti giudiziari come articolo 7 del decreto legge 152/91, entrato a far parte poi del corpo dell’articolo 416 bis, dove ha occupato la postazione del comma 1, come aggravante costituita dall’aver favorito, compiendo determinati reati, gli interessi di un clan mafioso.

Perché l’associazione a delinquere potesse perseguire e raggiungere i suoi scopi, non solo c’era bisogno, come si suol dire, di oliare costantemente le ruote del carro, cioè di elargire mazzette, vacanze a 5 stelle, gemelli d’oro di Cartier, stipendi collaterali e laterali, favorire le carriere di questi manager attraverso le raccomandazioni che evidentemente Nicola Schiavone, esponente di spicco del clan, era in grado di fare ai piani altissimi di Rfi e probabilmente non solo di Rfi (al riguardo abbiamo sempre avuto l’idea, controllando da lontano queste indagini fin dal 2019, che di mezzo ci sia stata anche la massoneria), ma occorreva avere a disposizione un grande ventaglio di operatori economici pronti e utilizzabili nelle varie procedure di aggiudicazione, senza ovviamente esporre più di tanto certi nomi e certi cognomi.

Di qui la realizzazione di un’altra specialità della casa, di un’altra “eccellenza criminale” dei Casalesi, che da anni e anni monopolizzano, in pratica, l’utilizzo dell’articolo 512 del Codice Penale, che prevede e punisce il reato di intestazione fittizia.

Ieri (CLICCA E LEGGI) abbiamo già attivato il rosario delle società di ogni genere messe insieme, spostate, incorporate, modificate da Schiavone che, evidentemente ha camminato per anni con il notaio in tasca.

Stamattina completiamo la lunga trattazione dei fatti per i quali è stato contestato sla più soggetti il reato di intestazione fittizia. Come vedrete,  la fila dei prestanome e delle persone arruolate da Nicola Schiavone cresce ulteriormente, con tanti nomi di indagati per il 512, pur non facendo parte del gruppo dei 17 in associazione a delinquere. Famiglie intere mobilitate, a partire da quella di Carmelo Caldieri, il soggetto, insieme a Luca Caporaso, di cui Nicola Schiavone si fida di più e a cui affida le operazioni più delicate.

Stefania Caldieri, Vincenzo Caldieri, sorella e fratello di Carmelo, ma anche altri.

In verità, Vincenzo Schiavone fratello di Nicola utilizza, il 31 luglio del 208, Carmela Baldi, sua cognata, in quanto sorella della moglie Tiziana Baldi, posizionandola in controllo con la carica di amministratore unico della L.A.TE.C.

Ora, è inutile per quelli che sono gli obiettivi della nostra trattazione, che ci porteranno a incrociare e reincrociare più volte questa pletora di società, quando entreremo di qui a un paio di giorni nella trattazione viva dell’ordinanza, metterci a indicare nel dettaglio questa autentica matassa di operazioni societarie, visto che la semplice elencazione non contribuisce a capire bene come funzionassero le cose, semmai solo a complicare la memoria.

Naturalmente, chi volesse già approfondire, può accomodarsi in calce.

Leggerete della ITEP, della GSC Global Services Contract Scarl, un consorzio, forma giuridica molto utilizzata da Nicola Schiavone soprattutto per associare e dunque aumentare il numero dei requisiti in funzione gare.

Tornerete a incrociare la Tec. già protagonista dei capi di imputazione di cui ci siamo occupati. Per quanto riguarda i nomi, oltre a quelli già noti e citati, incontrerete Pietro Andreozzi, Crescenzo De Vico, Umberto Di Girolamo, Luca Palma, Mario e Francesca Filosa. E ancora Michele Carmine Tambaro della BETS, 68enne di Parete, Roberto Petrone, amministratore unico della TecnoSystem Srl, Giovanni Fiocco, noto imprenditore di Sparanise, anche lui già incontrato nella veste di vittima in altri capi di imputazione, ma che in questo caso risulta socio al 5% della stessa Bets in una collaborazione con il mondo di Nicola e Vincenzo Schiavone, iniziata all’inizio degli anni 2000 e continuata a lungo, configurando una condizione che qualche dubbio sulla tenuta del ruolo di vittima la suscita, almeno in noi, come poi spiegheremo meglio.

C’è poi Roberto Petrone di Napoli, Simone Del Dottore, roman0 39enne, connesso alla Tecnos Project, Debora Scacco, altra laziale, stavolta residente a Cori in provincia di Latina.

Insomma, un vero e proprio ginepraio che cercheremo di districare nelle prossime puntate.

In conclusione, va citato anche l’ultimo capo di imputazione provvisoria, precisamente il 42.

Il salto è così netto perché dal capo 23 fino al 41i riflettori vanno ad inquadrare l’imprenditore di Casal di Principe Dante Apicella e le sue attività, le cui vicende, in qualche modo connesse a quella di Nicola Schiavone sono state indagate in un primo momento distintamente dalla Direzione Investigativa Antimafia, che poi ha fatto convergere gli elementi nel lavoro lungo e certosino svolto dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta su Nicola Schiavone e compagnia.

Dicevamo del capo 42.

Possiamo definirlo una sorta di staffa, di concetto riassuntivo, di conseguenza ovvia ma giuridicamente rilevante: Nicola Schiavone, Vincenzo Schiavone, Carmelo Caldieri, Luca Caporaso, Vincenzo Bove – fondamentalmente l’autista di Nicola Schiavone – insieme a Sannina Visone, ai già noti Umberto Di Girolamo, Claudio Puocci, Crescenzo De Vito, il commercialista che ha curato molti dei affari di Schiavone, Ciro Ferone, Carlo Pennino, delegato agli affari legali, e poi il gruppo dei manager Pierfrancesco Bellotti, Giuseppe Russo, Masssimo Iorani, Paolo Grassi e Giulio Del Vasto.

Sono tutti indagati in concorso del reato di riciclaggio ai sensi dell’articolo 648 ter comma 1 del C.P., con la solita “aggravante camorristica” del 416 bis comma1 per aver impiegato e/o consentito, attraverso il loro apporto diretto, delle società economiche e imprenditoriali consorzio Imprefer, società che, esprimendo valori economici, diventano loro stesse elemento di riciclaggio.

FONTE:https://casertace.net/mai-visto-decine-e-decine-di-societa-un-esercito-di-teste-di-legno-il-sistema-del-clan-dei-casalesi-ha-raggiunto-i-massimi-livelli-dello-stato-tra-corruzioni-e-riciclaggio/

Di Matteo su Capaci: ”Entità esterne alla mafia verosimilmente parteciparono a strage”

Di Matteo su Capaci: ”Entità esterne alla mafia verosimilmente parteciparono a strage”

Aaron Pettinari 14 Maggio 2022

Le considerazioni del consigliere togato del Csm intervistato da Purgatori e Manconi per “Oggi” e “La Repubblica”

“Il modo migliore con cui le istituzioni possono ricordare Falcone e i nostri morti è quello di creare le condizioni perché i magistrati proseguano in modo efficace la ricerca della verità sulle entità esterne alla mafia che verosimilmente parteciparono all’ideazione, organizzazione ed esecuzione dell’attentato. Guai se l’anniversario trascorrerà solo nella retorica e nel ricordo. Questo sarebbe tradire l’eredità di Falcone”. E’ netta la considerazione del consigliere togato del Csm Nino Di Matteo, intervistato nei giorni scorsi da Andrea Purgatori per il settimanale “Oggi”, rispetto alle imminenti commemorazioni a trent’anni dalla strage di Capaci.
Rispondendo alle domande del noto conduttore della trasmissione Atlantide ha evidenziato il rischio che anche questo anniversario “sconfini nella retorica” o che il tempo delle stragi si consideri come “un capitolo chiuso”.
“L’emozione è importantissima e necessaria – ha aggiunto il magistrato – Ma se accompagnata da un’analisi aderente a ciò che è emerso fino adesso. Perché il rischio è che prevalga la considerazione, rassicurante per tutti, che Capaci sia stata solo la vendetta contro il giudice che Cosa nostra identificava come il nemico numero uno”. 

I moventi di Capaci
L’eliminazione di Giovanni Falcone, secondo Di Matteo, da una parte aveva un “movente preventivo” dall’altro uno con “finalità terroristica”.
Molte cose sono emerse nei processi: “Primo. Parto dalla elementare considerazione che quello di Capaci è l’unico attentato contro un convoglio di auto blindate in movimento. Secondo. Sarebbe stato facile eliminare Falcone con la classica modalità mafiosa a Roma, dove già si trovava Matteo Messina Denaro con il suo gruppo di fuoco. Terzo. Invece l’operazione viene trasformata improvvisamente da un contrordine di Riina, che li fa tornare a Palermo, in un attentato militare molto più difficile ma spettacolare per terrorizzare il Paese. Ecco, anche solo per queste tre considerazioni la possibile presenza di entità esterne non è una ipotesi fondata su un ragionamento teorico. E dovremmo cercare di ricostruirla dall’inizio, partendo proprio da questo improvviso cambio di programma”. 
“Cosa nostra – ha ricordato nell’intervista – non poteva accettare che Falcone, trasferito a Roma per collaborare con l’allora ministro Claudio Martelli, che gli aveva dato carta bianca nel contrasto alla criminalità mafiosa, diventasse ancora più pericoloso. Ci sono uomini fidati di Totò Riina che riportano un’opinione del boss: “Questo sta facendo più danni a Roma di quanti ne ha fatti a Palermo”. 
Del resto non va commesso l’errore di dimenticare che “Capaci fu la prima di otto stragi, da via d’Amelio che costò la vita a Paolo Borsellino fino al fallito attentato allo stadio Olimpico dove dovevano morire cento carabinieri. E’ un momento in cui Cosa nostra scende in campo per rinegoziare i propri rapporti politici e con i poteri istituzionali, per cambiare i suoi referenti tradizionali che in parte avevano fallito e in parte avevano tradito. Fare la guerra per poi potere fare la pace, questo diceva Totò Riina. La strategia stragista doveva fare paura non solo ai governi ma alla gente”. 

La trattativa
Nell’intervista il consigliere togato ha anche parlato dell’esperienza vissuta nel processo trattativa Stato-mafia: “Al di là dell’esito dei processi – al momento non conosciamo ancora le motivazioni della sentenza che in appello ha assolto gli imputati appartenenti alle istituzioni dello Stato e condannato i mafiosi – mi ha lasciato un senso di serenità e la consapevolezza che, insieme ai miei colleghi, siamo riusciti a far venire fuori una serie di fatti storici che, non importa se siano valutati come penalmente rilevanti o no, non possono essere messi in dubbio”. E poi ancora ha aggiunto: “C’è una sentenza definitiva per la strage di via dei Georgofili a Firenze che indica come tra Capaci e via d’Amelio una parte delle istituzioni si rivolgesse a Vito Ciancimino per far chiedere a Riina cosa volesse per cessare le stragi. Quindi l’esistenza del dialogo a distanza con Riina è incontrovertibile. Poi un’altra cosa che mi ha insegnato questa esperienza è che col progredire dell’indagine molti soggetti istituzionali, che per anni non avevano riferito particolari importanti, si sono fatti avanti”. Un dato di fatto che porta alla considerazione che “quando si indaga su fatti lontani e lo si fa con determinazione, anche verità apparentemente dimenticate possono venire fuori. Vale per l’indagine sulla trattativa come per quella sulla strage alla stazione di Bologna”.
Anche ieri, nella “conversazione” pubblicata su La Repubblica con il sociologo Luigi Manconi, noto per le sue posizioni garantiste, Di Matteo è stato anche più specifico: “È difficile credermi, ma non ho vissuto la sentenza di assoluzione come un fallimento e prima non avevo sentito come un mio personale successo le condanne del tribunale. Certo, ho condotto quella inchiesta con molta partecipazione e ho provato soddisfazione nel contribuire a far emergere responsabilità e crimini, anche istituzionali, connessi alle stragi mafiose del 1992-‘93. D’altra parte, neppure la sentenza di appello ha messo in discussione molti dei fatti accertati dalla Procura, nonostante l’assoluzione di Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno. Voglio dire che, ad esempio, la mancata condanna di alcuni imputati non significa che gli alti gradi del Ros dei carabinieri non siano stati autori di condotte anomale – anche in relazione alla lunga latitanza di Bernardo Provenzano – bensì che quelle condotte non costituirebbero reato. Vale lo stesso per altri passaggi importanti della lunga storia di quegli anni. Dalla mancata perquisizione del covo di Riina, ai colloqui informali con Vito Ciancimino“.
Nel dialogo, mentre il sociologo ha ipotizzato che “l’iniziativa del Ros non fosse altro che una spericolata iniziativa politica, non solo possibile, ma addirittura necessaria perché motivata dalla sacrosanta esigenza di fermare l’attacco stragista”, ha replicato: “Io ho sostenuto che gli imputati “istituzionali” non avessero agito perché collusi con Cosa Nostra, bensì per una non dichiarata (e pertanto giuridicamente inaccettabile) ragion di Stato. E qui nasce il problema: la politica che si sporca le mani deve dichiarare apertamente questa motivazione. Oppure, se non lo ha anticipato, quando il pm si trova a indagare, gli deve opporre il segreto di Stato. Se, invece, la presunta ragion di Stato è occultata, si presta ad abusi assai pericolosi”.

Quel ruolo di Bellini 
Tra Bologna e le stragi di Palermo una figura importante è quella di Paolo Bellini, recentemente condannato a Bologna. Secondo Di Matteo “non è nemmeno un caso che sia coinvolto quel Paolo Bellini, protagonista di rapporti con la mafia proprio nel periodo delle stragi, finalizzato a trovare una via d’uscita rispetto alla campagna del terrore. Bellini è il soggetto principale della cosiddetta trattativa minore che correva parallela a quella che il vertice del Ros dei Carabinieri portava avanti con Vito Ciancimino, a significare come la presenza e la condotta di uomini cerniera tra mafia e Stato o tra terroristi e Stato abbia sempre caratterizzato i momenti più delicati nella storia della Repubblica”. 

La condanna a morte di Riina e Messina Denaro
Tra gli argomenti toccati dal pm, anche il progetto di attentato nei suoi confronti e l’interrogatorio con il collaboratore di giustizia Vito Galatolo, che rivelò l’arrivo del tritolo a Palermo per ucciderlo. “Andai a interrogarlo a Parma. Si presentò teso, emozionato, quasi tremante perché doveva dirmi una cosa importante, che poi ha verbalizzato. E dopo aver raccontato che l’esplosivo per il mio attentato era arrivato, indicò una foto di Falcone e Borsellino aggiungendo: ‘non come quello, cioè Falcone; come l’altro, Borsellino’. Gli domandai: cosa intende? E lui: ‘Ce l’hanno chiesto’. Ecco un altro dei tasselli che si aggiungono alla probabilità che Cosa nostra abbia agito anche su mandato di altri, perché quella frase combacia con ciò che Riina dice ai suoi prima di via d’Amelio. E in quella famosa riunione Raffaele Ganci, uno dei suoi uomini più autorevoli gli chiede: ‘Ma dobbiamo fare la guerra allo Stato? E Riina, battendo il pugno sul tavolo. “Lo dobbiamo fare e la responsabilità me la prendo io. Sarà un bene per noi, per tutta cosa nostra e per i carcerati, ora e in futuro'”.

I fratelli Graviano e Messina Denaro
Un focus importante è stato poi fatto sulla mafia di oggi, la latitanza di Matteo Messina Denaro ed il ruolo dei fratelli Graviano.
In particolare queste ultime tre figure, secondo Di Matteo, “non rappresentano il passato ma il presente di Cosa nostra. Il Graviano, all’epoca giovani stragisti, non si sono rassegnati a finire i loro giorni in carcere. Forse in questo hanno nutrito la speranza che fosse abolito l’ergastolo ostativo e ora cercano di capire se può essere un momento propizio in cui continuare nella fase del basso profilo di Cosa nostra oppure no. E io temo che possano alzare nuovamente il tiro contro lo Stato”. Rispetto alla primula rossa di Castelvetrano Di Matteo si è detto colpito dalla “rappresentazione che si è fatta di questo signore di cui ormai è emerso il ruolo strategico e centrale nelle stragi di Capaci e via d’Amelio, e assieme ai Graviano, nell’esportazione della strategia stragista nel continente. E’ l’uomo di maggior spicco di Cosa nostra e il mandante dell’attentato nei miei confronti, secondo i collaboratori di giustizia. Ma negli ultimi anni, a fronte della sua inaccettabile latitanza, sembra si voglia ridimensionarne il peso.   
Alcuni dicono che dopo le stragi non avrebbe avuto più un ruolo apicale in Cosa nostra, o che non è lui il capo dell’organizzazione ma un battitore libero. Altri affermano che avrebbe perso la capacità di influenza sulle famiglie mafiose palermitane e a me questo svalutarne la figura sembra un modo per tranquillizzare, visto che lo Stato non lo riesce a prendere. E non è plausibile, perché è in possesso di un’arma micidiale: la conoscenza dei rapporti che Cosa nostra ha avuto nel periodo delle stragi. Quest’arma vale più di quintali di tritolo perché è l’arma del ricatto. Uno Stato che alcune volte si autocelebra nel dire che la mafia è stata sconfitta, dovrebbe avere pudore ad affermarlo con nettezza quando uno dei suoi principali protagonisti è ancora libero. E libero di ricattare”. Ergastolo ostativo
Nel dialogo con Manconi Di Matteo ha spiegato di aver avuto, in alcune occasioni, la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di molto simile a un ravvedimento morale, “la premessa ineludibile sia la rottura esplicita e ben visibile del legame associativo”. 
Nello specifico “il mafioso può cambiare anche se non ha prestato collaborazione, ma nella realtà, l’unico vero modo di recidere il vincolo criminale è una presa di posizione pubblica che lo renda inaffidabile agli occhi degli associati”.

Il concorso esterno
Altro argomento di dibattito con il sociologo è quello del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Se per quest’ultimo si tratta di un errore “l’aver trasformato l’analisi di un ambiente in una fattispecie penale” nel momento in cui “lo scopo dell’azione penale sia esclusivamente quello di accertare fatti rilevanti sotto il profilo criminale”. La replica di Di Matteo è stata estremamente chiara: “È indubbio che lo scopo dell’azione penale debba essere quello di provare reati. Ma è altrettanto indubbio che alcuni delitti sono espressione di sistemi criminali più complessi. È ovvio che si debba partire dal contrasto all’area militare di Cosa Nostra, e questo da Falcone in poi è stato fatto. Ma il problema è che quella tipologia di criminalità, specie in Sicilia, si è nutrita di rapporti stretti con il potere e di un vastissimo sistema di solidarietà”. “Se così non fosse stato, Cosa Nostra non avrebbe avuto la forza di uccidere decine di magistrati, sacerdoti, funzionari pubblici, ufficiali di polizia e carabinieri, esponenti politici. Il concorso esterno è l’applicazione, in termini addirittura scolastici, dei principi generali in tema di concorso nel reato. Vale anche per la rapina: c’è il rapinatore e c’è chi ha dato le informazioni utili. – ha aggiunto Di Matteo – Le sentenze non colpiscono mai il fenomeno di semplice omertà, ma sempre il contributo del non affiliato all’associazione, che deve essere reale e intenzionale. Ne è conferma il fatto che il titolo del reato è ‘concorso in associazione mafiosa’, mentre il termine ‘esterno’ è solo un’aggiunta giornalistica”. 

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/rubriche/falcone-e-borsellino-30-anni-dalle-stragi/89589-di-matteo-su-capaci-entita-esterne-alla-mafia-verosimilmente-parteciparono-a-strage.html

Bari, l’ospedale Covid in Fiera da 25 milioni di euro non è collaudabile: “Gravi irregolarità nella gara di appalto”

Bari, l’ospedale Covid in Fiera da 25 milioni di euro non è collaudabile: “Gravi irregolarità nella gara di appalto”

Non è stata accertata la rispondenza tra i lavori previsti dal progetto e quelli eseguiti, e inoltre alcuni impianti (soprattutto quelli per i gas medicali) non sono stati sottoposti alle prove previste dalla legge: sono stati realizzati da Item Oxygen, una delle ditte coinvolte nei lavori nell’Utic dell’ospedale di Castellaneta dove uno scambio di tubi del gas, nel 2007, causò la morte di otto pazienti

14 MAGGIO 2022

L’ospedale covid della Fiera del Levante di Bari (costato oltre 25 milioni di euro) non è collaudabile a causa di gravi irregolarità nelle procedure di appalto. L’accusa choc è riportata in una relazione tecnica firmata nel marzo scorso dal nuovo responsabile unico del procedimento della Regione Puglia, Roberto Polieri, subentrato a Roberto Mercurio che – insieme all’ex dirigente della Protezione civile pugliese, Mario Lerario – è coinvolto in un’inchiesta della Procura di Bari per turbativa d’asta e abuso d’ufficio.

La notizia è stata pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Secondo la relazione, l’ospedale covid non è collaudabile sia perché non è stata accertata la rispondenza tra i lavori previsti dal progetto e quelli eseguiti, sia perché alcuni impianti (soprattutto quelli per i gas medicali) non sono stati sottoposti alle prove previste dalla legge.  Ma c’è di più. Oltre alle irregolarità riscontrate nelle procedure di appalto, all’ospedale mancherebbe anche il registro di contabilità, e – annota Polieri – “si è constatato che l’importo degli Stati di avanzamento lavori non è corrispondente a quello indicato sul relativo certificato di pagamento”. L’ospedale, aperto in piena pandemia covid nel marzo 2021 e che chiuderà entro fine mese, è al centro dell’inchiesta sugli appalti della Protezione civile pugliese che il 23 dicembre scorso ha portato all’arresto in flagranza per tangenti di Lerario.

L’appalto per la realizzazione del nosocomio, aggiudicato all’Ati Barozzi-Item Oxygen di Altamura (Bari) per 8,3 milioni, ha indotto la Protezione civile a spendere ulteriori 8,8 milioni. Con le forniture supplementari e altri lavori la spesa complessiva ha superato i 25 milioni di euro. Altra irregolarità riscontrata è relativa agli impianti di gas medicali le cui prove di collaudo – emerge dal report – “dovevano essere eseguite dal fabbricante con la supervisione della persona autorizzata (…), e per la relativa validità si rendeva necessaria la firma della stessa sul detto certificato”.

Ma c’è un altro particolare. L’impianto gas medicali della Fiera del Levante è stato realizzato dalla Item Oxygen, una delle ditte coinvolte nei lavori nell’Utic dell’ospedale di Castellaneta (Taranto) dove uno scambio di tubi del gas, nel 2007, causò la morte di otto pazienti ricoverati. In sostanza, i degenti cardiopatici inalarono in dosi letali protossido di azoto (un potente anestetico) al posto dell’ossigeno a causa di una inversione nell’innesto delle tubazioni. I reati, dopo una condanna in primo grado dell’allora legale rappresentante della Item, sono stati cancellati dalla prescrizione. Ma quanto accaduto nel 2007 non ha indotto gli uffici della Regione a disporre verifiche più serrate, invece, scrive il Rappresentante unico del procedimento, “sembrerebbe che siano state sostituite da mere dichiarazioni”. Sia sulla base della relazione sia in virtù di nuove esigenze investigative, i militari della Guardia di Finanza sono tornata in Regione per acquisire ulteriori documenti.

fonte:https://bari.repubblica.it/cronaca/2022/05/14/news/bari_lospedale_covid_in_fiera_non_e_collaudabile_gravi_irregolarita_nella_gara_di_appalto-349506947/?ref=RHTP-VS-I270681067-P24-S6-T1

‘Ndrangheta in Lombardia, gli inquirenti: “Traffico e basi anche in Svizzera”

‘Ndrangheta in Lombardia, gli inquirenti: “Traffico e basi anche in Svizzera”

14/05/2022, 16:35

Nell’indagine congiunta della Polizia di Stato di Milano e della Gdf di Como che ha portato all’esecuzione di due custodie cautelari (di cui una in carcere a una persona già detenuta per reati di stampo mafioso) è emerso un quadro di malaffare economico che guardava costantemente oltreconfine, in Svizzera. Soprattutto nel Cantone San Gallo, divenuto secondo la Dda di Milano “una vera e propria base logistica per alcuni dei soggetti indagati che vi si erano stabilmente insediati”.

Tanto da convincere gli inquirenti a costituire un pool investigativo comune tra l’autorità giudiziaria Italiana e il ministero pubblico della Confederazione per la Svizzera. Gli indagati, infatti, oltre ad essere attivi “nel tessuto economico e imprenditoriale lombardo” si occupavano di attività più tradizionalmente ‘ndranghetistiche come il traffico di stupefacenti rispetto al quale emergevano “le mire espansionistiche verso la Svizzera”. L’attenzione verso il territorio elvetico era emerso già nel novembre 2021, periodo della prima consistente parte dell’inchiesta, che aveva portato all’arresto di 54 persone indagate per gli stessi reati “nonché per estorsione, ricettazione, riciclaggio e corruzione, e che aveva fatto luce sull’operatività di famiglie di ‘Ndrangheta operanti nelle province di Milano, Como e Varese, nonché sulle loro proiezioni in Svizzera”.

Fonte:https://ildispaccio.it/calabria/2022/05/14/ndrangheta-in-lombardia-gli-inquirenti-traffico-e-basi-anche-in-svizzera/

Capaci, dove hanno ucciso il giudice Falcone e dove la mafia non esiste

Capaci, dove hanno ucciso il giudice Falcone e dove la mafia non esiste

La strage di Capaci nel 1992, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta (Foto AGF)

ATTILIO BOLZONI

14 maggio 2022 • 21:11

  • Il consigliere comunale Salvatore Luna, ex maresciallo dei carabinieri, nella seduta dell’altro ieri ha detto in municipio: «Capaci è un paese di gente perbene. La mafia qualcuno dice che c’è? Che la trovasse..». Parole pronunciate a una settimana dal trentesimo anniversario dell’attentato.
  • Il comune di Capaci è stato sciolto per infiltrazioni mafiose venti giorni dopo il massacro del 23 maggio 1992. La reazione del sindaco Pietro Puccio alle parole del consigliere Luna è stata dura «Qui c’è sempre stata e continua ad esserci».
  • Di Capaci sono due boss, Antonino Troia e Giovanni Battaglia, condannati per la strage di trent’anni fa. In Sicilia tira un’aria che trasporta zaffate maleodoranti. Un ritorno al passato anche a Palermo. Dove condannati per mafia decidono il destino del comune e della regione Siciliana.

L’aria che tira in Sicilia trent’anni dopo le stragi trasporta zaffate maleodoranti. Sembrava archiviata per sempre la leggenda della “mafia che non esiste”, testuali parole pronunciate dal maestro elementare e sindaco di Trapani Erasmo Garuccio l’indomani della strage di Pizzolungo, 2 aprile 1985, un’autobomba imbottita di tritolo, il giudice Carlo Palermo salvo per miracolo, Barbara Asta e i suoi gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore, rimasti lì sulla strada.

Delitto politico? Delitto mafioso? I mandanti sono sempre invisibili

E invece il tempo si ferma, il passato ritorna sempre in un’isola che finge di cambiare ma sotto sotto non si libera mai, che scivola sempre sullo stesso linguaggio e nella stessa trappola, che a Palermo vede felicemente due condannati per mafia decidere le sorti del comune e della regione e che a Capaci affonda nel paradosso. Sì, proprio a Capaci, luogo simbolo, lo svincolo dell’autostrada dove il pomeriggio di un sabato italiano di trent’anni fa Cosa nostra uccideva Giovanni Falcone e dove fra una settimana lo stato ne celebrerà solennemente il ricordo.

UN’OSCENITÀ NEL LUOGO SIMBOLO

La strage di Capaci nel 1992, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta (Foto AGF)

A Capaci, proprio a Capaci, l’ultima oscenità è stata riproposta ieri l’altro. Alla luce del sole, pubblica, in mezzo a una seduta del consiglio comunale. Il sindaco Pietro Puccio passa la parola al consigliere Salvatore Luna e il consigliere Salvatore Luna dà fiato alle trombe: «Capaci non è un paese di mafiosi, Capaci è un paese di gente perbene. La mafia qualcuno dice che c’è? Che la trovasse..».

La mafia a Capaci? Un’invenzione, una favola. Con una naturalezza straordinaria il consigliere comunale ha cancellato almeno due secoli di mafia radicata nel suo paese, ha fatto sparire dalla faccia della terra antichi boss e nuovi capi alleati dei Corleonesi, con quel «qualcuno dice che c’è» insinua il serio dubbio che non ci sia mai stata.

Fa di più: sfida: «Che la trovasse». Un capolavoro. Anche perché Salvatore Luna, 63 anni, fino a qualche mese fa, di mestiere faceva il carabiniere. Maresciallo al comando della legione di Palermo. Al Comune è stato eletto nella lista di centrodestra “Siamo Capaci”, nella passata consiliatura al suo fianco c’era anche il cognato Andrea Misuraca, carabiniere pure lui, brigadiere.

Per molti anni Luna è stato “sindacalista” negli organi di rappresen

tanza militare, è stato consulente per la sicurezza dell’ex sindaco forzista di Palermo Diego Cammarata, candidato sindaco di Capaci nel 2013 e candidato qualche mese dopo alla regione nella lista “Sarà Bellissima” del governatore Nello Musumeci.

UNA SCENEGGIATA REGISTRATA

Il consigliere comunale Salvatore Luna, ex maresciallo dei carabinieri, nella seduta dell’altro ieri ha detto in municipio: «Capaci è un paese di gente perbene. La mafia qualcuno dice che c’è? Che la trovasse..». Parole pronunciate a una settimana dal trentesimo anniversario dell’attentato

La sceneggiata del consigliere Luna è durata circa un quarto d’ora. C’è la video registrazione della seduta del consiglio comunale di Capaci che, dal minuto sette sino al minuto 22, lo vede mattatore con quel finale scabroso.

Il sindaco Puccio lo riprende subito e duramente: «A Capaci la mafia non solo c’è stata ma continua ad esserci». Un altro consigliere gli risponde: «Anche Totò Riina diceva che la mafia non esiste». Ormai, però, la “bomba” era scoppiata.

Ma cosa aveva in mente il consigliere Luna quando ha scandito quelle parole, quali cattivi pensieri lo hanno portato alla vergognosa esibizione? Mistero.

Mistero perché il comune di Capaci è stato sciolto per mafia venti giorni dopo l’attentato del 23 maggio 1992, perché di Capaci sono due boss – Giovanni Battaglia e Antonino Troia – condannati per l’uccisione di Falcone, perché Capaci è sempre stata una piccola grande capitale di Cosa nostra, perché è di pochi mesi fa un’operazione di polizia che ha disarticolato una cosca di estorsori che aveva tenuto prigionieri gli imprenditori del paese.

E poi c’è un precedente che risale al 2017, quando il vecchio comandante della stazione dei carabinieri di Capaci, un investigatore di razza, aveva raccolto informazioni sensibili che avrebbero potuto portare a un altro scioglimento del comune. Attaccato in consiglio, trascinato dalla procura militare in una kafkiana vicenda, delegittimato, cacciato da Capaci.

Un affaire che è finito alla commissione Antimafia e che, ancora oggi, presenta molte ombre. Ma il caso della “mafia non esiste” del consigliere Luna, pur unico nella sua pericolosa banalità, è anche il segno di un clima che si respira in Sicilia.

Nei giorni scorsi abbiamo raccontato dell’ex magnifico rettore Roberto Lagalla, candidato sindaco di Palermo con la regia dell’ex governatore Totò Cuffaro e del senatore Marcello Dell’Utri, entrambi condannati per reati di mafia. Tutto normale, non ha fatto una piega nemmeno il candidato. Quello che oramai davamo per scontato, scontato non lo è affatto. Tornano, tornano sempre.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/fatti/capaci-dove-hanno-ucciso-il-giudice-falcone-e-dove-la-mafia-non-esiste-ede0vw1q

Dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per non dimenticare

Dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per non dimenticare

Le esplosioni delle bombe sono sempre troppo assordanti per far finta di niente. Sono anni sfiancanti. Per l’Italia, per il mondo. L’Espresso è stato uno dei pochi giornali che ha sostenuto i due magistrati in quel periodo buio e avvelenato. E a trent’anni dalle stragi siamo tornati a fare memoria

di Lirio Abbate

13 MAGGIO 2022

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino segnano in modo irrevocabile prima la lotta alla mafia, e poi le idee di un Paese intero. Cristallizzati e idealizzati nel momento del sacrificio, assurgono allo stato di eroi senza macchia, abbattuti vigliaccamente dai cattivi. E si sa che i cattivi sono sempre quelli che attirano di più l’interesse del pubblico. Comincia così una sorta di fascinazione per gli esponenti più in vista dell’organizzazione mafiosa: Giovanni Brusca, Filippo e Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro.

I capimafia diventano dei “personaggi”, ammantati di un loro oscuro paradossale fascino.

Il 1992 è quello che più di ogni altro rappresenta il punto di passaggio tra il prima e il dopo. Già da decenni in realtà, per non dire da secoli, la mafia spadroneggiava, uccideva e imponeva la sua legge: non è certo questa la novità. Ciò che cambia dopo i fatidici 57 giorni che separano il cratere di Capaci dalla devastazione di via d’Amelio è la disposizione d’animo della nazione. Se prima si dimenticava, si cercava di non vedere, adesso d’un tratto il vaso di Pandora è stato scoperchiato. Quello tra Cosa nostra e il Paese è un rapporto incancrenito e denso di sofferenze. Sono un po’ come due amanti alla fine di una storia malata: l’Italia sempre pronta a cedere alla secolare tentazione di dimenticare e di girare pagina, la mafia che torna, vuole fare male, riapre di continuo la vecchia ferita.

Tra il 1992 e il 1993, se c’è qualcuno che spera di chiudere gli occhi e scordarsi del passato, viene bruscamente riportato alla realtà, mese dopo mese. Le esplosioni delle bombe sono sempre troppo assordanti per far finta di niente.

L’apogeo della potenza e della capacità distruttiva della mafia è racchiuso in un periodo tutto sommato breve: dopo le stragi del 1992, già nel gennaio del 1993 viene arrestato Riina, mentre nel gennaio del 1994 fanno la stessa fine anche Giuseppe e Filippo Graviano. Con le sue macchinose procedure, con le sue mille incertezze bizantine, l’elefantiaco corpo dello Stato ha iniziato a reagire. A pungolarlo è un’opinione pubblica sempre più accesa, e non solo dallo sdegno provocato dal sacrificio dei due eroi civili. L’arresto dei Graviano simbolicamente può essere visto come la chiusura di un’era breve e sanguinaria. Da quel momento la mafia cambia strategia, dalle bombe si passa al silenzio. I criminali cercano di inabissarsi, di togliersi dai riflettori. Troppo clamore non fa bene agli affari.

Gli anni del sangue sono quindi in realtà poco più di ventidue mesi, tra il maggio del 1992 in cui perde la vita Falcone e il gennaio del 1994 in cui i due Graviano finiscono in manette. Sarebbe impossibile comprendere il senso profondo dell’offensiva mafiosa e della risposta dello Stato senza tracciare anche solo a grandi linee il contesto nazionale e internazionale. Nei ventidue mesi fatali sono compressi infatti molti punti di svolta per un gran numero di questioni diverse. Impossibile condensarne le complessità in un solo termine. Anche se forse c’è una parola che potrebbe fare da etichetta a questo lungo e spesso atroce intervallo: sfiancante.

Sì, sono anni sfiancanti. Per l’Italia, per il mondo. L’Espresso quegli anni li ha raccontati. Ed è stato uno dei pochi giornali che ha sostenuto Falcone e Borsellino in quel periodo buio e avvelenato per i due magistrati. In linea con l’identità di questo giornale. Ieri, oggi e lo sarà anche domani.

A trent’anni da quelle stragi noi siamo tornati a ricordare, a fare memoria, a testimoniare, e perciò ringrazio tutti quelli che hanno accettato di scrivere per questo speciale che trovate in edicola da domenica 15 e online. Dedicato a Falcone e Borsellino e alle vittime innocenti della mafia.

Fonte:https://espresso.repubblica.it/editoriale/2022/05/13/news/dedicato_a_giovanni_falcone_e_paolo_borsellino_per_non_dimenticare-349331803/

Di Silvio, blitz nelle case abusive nella periferia del capoluogo

Di Silvio, blitz nelle case abusive nella periferia del capoluogo

Latina – Due immobili realizzati alcuni anni fa in zona agricola senza licenze edilizie, ma nessuno ha mai segnalato

Andrea Ranaldi

13/05/2022 23:57

Nonostante le inchieste che hanno smantellato a più riprese le fazioni più agguerrite dei Di Silvio, il loro cognome continua a suscitare quel timore reverenziale che troppo spesso frena la coscienza civica dei latinensi: così se buona parte degli abusi edilizi emerge grazie alle segnalazioni dei cittadini, ciò non avviene per le dimore irregolari degli zingari e dei loro affiliati.

L’ultima testimonianza è arrivata nei giorni scorsi, quando i Carabinieri del comando provinciale di Latina hanno sottoposto uno dei nuclei familiari del clan di Campo Boario a una serie di controlli e perquisizioni: gli investigatori del colonnello Lorenzo D’Aloia hanno verificato infatti che già da qualche anno alcuni componenti di quella famiglia si erano trasferiti nella periferia di Latina, dopo avere realizzato abitazioni completamente abusive, oltretutto senza redditi.

Fonte:https://www.latinaoggi.eu/news/cronaca/205709/di-silvio-blitz-nelle-case-abusive-nella-periferia-del-capoluogo

La rete di investitori del boss Schiavone

La rete di investitori del boss Schiavone

14 Maggio 2022

Di Redazione

Il figlio di Sandokan investiva i propri «risparmi» tramite imprenditori fidati

I boss dei Casalesi avevano una grossa disponibilità di denaro da poter investire. Ma proprio per la loro rilevanza criminale non potevano farlo in prima persona ma avevano bisogno di persone di fiducia che gestissero queste somme senza destare sospetti. Dall’ordinanza di fine aprile contro il clan di Casal Di Principe emergono le dichiarazioni del boss Nicola Schiavone, figlio di Francesco «Sandokan», oggi collaboratore di giustizia. «Come potete immaginare io avevo una rete di imprenditori di fiducia, che facevano affari con me o nel mio interesse, con ciò contribuendo alla vita del clan Schiavone ed anche alle mie risorse personali» afferma il figlio di Sandokan. Questi imprenditori o faccendieri «erano in primo luogo G. C., M. G, P. C. (tutti non indagati in questa occasione, ndr.) e Dante Apicella».

A quell’epoca, racconta Schiavone, il G. C. e M.G. gestivano su mandato del boss la somma di 500mila euro che gli aveva affidato in contanti in unica tranche. «Complessivamente io disponevo in quel momento una complessiva liquidità personale, distinta dalla cassa del clan di circa 1.200.000 euro, somma nel quale comprendo anche il mezzo milione di cui ho già detto».

«L’importo restante era stato da me suddiviso in questo modo: 250mila euro circa nella disponibilità di P.C., 100mila euro nella disponibilità di mio cugino e omonimo Nicola Schiavone soprannominato ‘o russ (non indagato in questa occasione, ndr.), 400mila euro nella disponibilità di Dante Apicella, detto damigiana, imprenditore stabilmente legato al clan, per quello che posso dire io personalmente, il quale, pur non essendo affiliato ritualmente e stipendiato ha procacciato in più occasioni affari nel comune interesse suo e mio in qualità di capo pro-tempore della fazione Schiavone dei Casalesi» conclude il collaboratore.

Sostegno Cuffaro-Dell’Utri a Lagalla, affondo di Maria Falcone:«Bisogna prendere le distanze da personaggi impresentabili»

Sostegno Cuffaro-Dell’Utri a Lagalla, affondo di Maria Falcone:«Bisogna prendere le distanze da personaggi impresentabili»

Le parole della sorella del magistrato arrivano dopo quella pronunciate da Alfredo Morvillo che, durante la presentazione di un libro, aveva detto come «a trent’anni dalle stragi la Sicilia è in mano a condannati per mafia»

REDAZIONE 14 MAGGIO 2022

«È inaccettabile che in una città che per anni è stata teatro della guerra che la mafia ha dichiarato allo Stato e che ha contato centinaia di morti sia ancora necessario ribadire che chi si candida a ricoprire una carica importante come quella di sindaco e qualsiasi altra carica elettiva debba esplicitamente prendere le distanze da personaggi condannati per collusioni mafiose». Sono le dure parole pronunciare da Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992. Tra pochi giorni verranno ricordati i trent’anni dalla strage di Capaci. Nei giorni scorsi Alfredo Morvillo, fratello di Francesca e cognato di Falcone, intervenendo alla presentazione del libro dedicato alla sorella e scritto da Felice Cavallaro, aveva detto che «a trent’anni dalle stragi la Sicilia è in mano a condannati per mafia».

Riferimento, seppur non esplicito, a Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Il primo, fondatore di Forza Italia ed ex numero uno di Publitalia ’80, è stato condannato in via definitiva per false fatturazioni, nel 1999, e concorso esterno in associazione mafiosa, mentre l’ex governatore ha scontato la sua pena per favoreggiamento alla mafia e rivelazione di segreto istruttorio. Entrambi negli ultimi mesi sono particolarmente attivi in politica per cercare alleanze, dispensare consigli e tracciare la strada che dovrebbe portare il centrodestra a correre unito alle amministrative di Palermo e alle elezioni regionali in autunno. Cuffaro, con la nuova Democrazia cristiana, sosterrà l’ex rettore di Unipa ed ex assessore di Nello Musumeci Roberto Lagalla. Dell’Utri, invece, starebbe cercando di trovare l’intesa tra Gianfranco Miccichè e il presidente della Regione, forse su mandato dello stesso Silvio Berlusconi. Con il primo ha cenato al ristorante Mec mentre con il governatore ha avuto un faccia a faccia, secondo l’ex senatore casuale, all’interno dell’hotel delle Palme.

«Dovrebbe essere assolutamente scontato, ma evidentemente non lo è, che chi aspira a rappresentare la capitale dell’antimafia, la città di Falcone e Borsellino, senza alcuna titubanza prenda posizione rifiutando endorsement di personaggi impresentabili. Eppure a pochi giorni dal trentesimo anniversario della strage di Capaci ci troviamo costretti a chiedere a chi intende amministrare Palermo di dire parole chiare contro i mafiosi e chi li ha aiutati e di ripudiarne appoggi e sostegno», continua Maria Falcone. «Condivido in pieno ogni parola pronunciata da Alfredo Morvillo. In tema di mafia i grigi non sono ammessi».

Fonte:https://meridionews.it/articolo/100361/sostegno-cuffaro-dellutri-a-lagalla-affondo-di-maria-falcone-bisogna-prendere-le-distanze-da-personaggi-impresentabili/

Elezioni: centro La Torre, candidati si schierino contro mafia

Elezioni: centro La Torre, candidati si schierino contro mafia

“Assumendo una “chiara posizione sul tema della legalità”

Da Redazione -13 Maggio 2022185

PALERMO. L’assemblea del Centro studi Pio La Torre, nell’anno in cui si commemora il quarantesimo anniversario dell’assassinio di Pio La Torre, politico impegnato nella “ricerca della tutela dei più deboli e contro ogni uso della politica a vantaggio di poteri forti e criminali”, chiede a tutti i candidati alle prossime elezioni di assumere una “chiara posizione sul tema della legalità e dell’antimafia rifiutando pubblicamente, prima di tutto, ogni sponsorizzazione da uomini pregiudicati per collusione col sistema politico-mafioso e facendo conoscere i propri programmi di contrasto e di prevenzione antimafia sul piano culturale, politico e amministrativo”.

“Le mafie, vecchie e nuove, con la violenza fisica (o la minaccia del suo uso) e con la corruzione, storicamente hanno dimostrato che il loro arricchimento produce l’impoverimento delle comunità di origine e dei nuovi insediamenti territoriali che li accolgono, rendendo debole l’azione del governo comunale.

Fonte:https://www.alqamah.it/2022/05/13/elezioni-centro-la-torre-candidati-si-schierino-contro-mafia/

Anm Palermo contro riforma della giustizia: ”A rischio sistema costituzionale”

Anm Palermo contro riforma della giustizia: ”A rischio sistema costituzionale”

AMDuemila 13 Maggio 2022

“Si vuole fare credere che i magistrati siano contrari alla riforma perché vogliono conservare i loro privilegi e rifuggono da ogni ipotesi di valutazione. Si vuole fare credere che i magistrati si apprestano ad uno sciopero illegittimo, ai limiti della Costituzione. Nulla di tutto ciò è vero. I magistrati scioperano solo quando, come in questo caso, viene messo a rischio il sistema costituzionale”. E’ quanto si legge in una nota della Giunta esecutiva sezionale del distretto di Palermo dell’Associazione nazionale magistrati. Lunedì 16 maggio, alle 12 in piazza della Memoria, in occasione della giornata di sciopero proclamato dall’Anm, alcuni magistrati del distretto si incontreranno per “un momento di riflessione e comunicazioni delle ragioni dell’astensione”. “Scioperiamo perché riteniamo che sia nostro dovere far sapere che i cittadini hanno il diritto di pretendere una giurisdizione di qualità, non schiacciata dalla logica aziendalistica dei numeri né intimidita da una ragnatela di direttive e illeciti disciplinari – prosegue la nota –. Questa riforma non accorcerà neppure di un giorno i tempi dei processi e non porterà al superamento le criticità strutturali e di funzionamento degli uffici giudiziari, del processo e del Csm. Questa riforma pone concreti problemi di compatibilità con il quadro normativo di riferimento sovranazionale e con i principi fondamentali sanciti dalla Costituzione. Per tale ragione – conclude – ci vediamo costretti ad adottare le necessarie iniziative di tutela. Non scioperiamo per protestare, ma per essere ascoltati, non scioperiamo contro le riforme, ma per far comprendere di quali riforme della magistratura il Paese ha veramente bisogno”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/306-giustizia/89570-anm-palermo-contro-riforma-della-giustizia-a-rischio-sistema-costituzionale.html

A Catanzaro scende in piazza la ”Scorta Civica” per Gratteri

A Catanzaro scende in piazza la ”Scorta Civica” per Gratteri

AMDuemila 13 Maggio 2022

Centinaia di persone hanno partecipato questa mattina a Catanzaro al sit-in e al corteo di solidarietà per il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri. La manifestazione è stata promossa da associazioni e movimenti all’indomani della scoperta di un nuovo progetto di attentato ai danni di Gratteri e si è tenuta in piazza Matteotti, davanti gli uffici della Procura di Catanzaro. L’obiettivo degli organizzatori è stato quello di fornire una “scorta civica” a Gratteri e agli altri magistrati del distretto di Catanzaro impegnati in prima linea nel contrasto alla ‘Ndrangheta. Molti gli striscioni e gli slogan di sostegno a Gratteri e ai colleghi della Dda: “Gratteri non è solo”, “Mai più solo chi si espone contro la mafia”, sono state alcune delle scritte esposte dai presenti.
In piazza anche il presidente della Commissione parlamentare antimafia, il senatore Nicola Morra, che, parlando con i giornalisti, ha preannunciato un’audizione di Gratteri alla luce della scoperta del nuovo progetto di attentato. Tra le testimonianze più significative che hanno caratterizzato la manifestazione, quelle del testimone di giustizia di Lamezia Terme, Rocco Mangiardi, e di Marisa Garofalo, sorella di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘Ndrangheta. “Non dobbiamo girare la testa dall’altra parte, chi non è qui – ha detto la Garofalo – o ha paura o non sa da che parte stare”.

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Pubblicato il: 13/05/2022 – 12:51

CATANZARO «Il procuratore Nicola Gratteri e gli altri magistrati della Procura di Catanzaro – è scritto in una nota – ringraziano per il sostegno manifestato oggi davanti il Palazzo di Giustizia. Lo consideriamo un invito a fare di più per contrastare un fenomeno come quello della ‘ndrangheta che oggi rappresenta – più che mai – una minaccia globale. Per combattere la ‘ndrangheta e le altre forme di criminalità mafiosa c’è bisogno del contributo di tutti, di chi non ha più voglia di abbassare la testa e di chi sogna una Calabria libera dal bisogno e dalla paura».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/05/13/gratteri-e-i-magistrati-della-procura-per-combattere-la-ndrangheta-abbiamo-bisogno-di-tutti-voi/

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CATANZARO «Il procuratore Nicola Gratteri e gli altri magistrati della Procura di Catanzaro – è scritto in una nota – ringraziano per il sostegno manifestato oggi davanti il Palazzo di Giustizia. Lo consideriamo un invito a fare di più per contrastare un fenomeno come quello della ‘ndrangheta che oggi rappresenta – più che mai – una minaccia globale. Per combattere la ‘ndrangheta e le altre forme di criminalità mafiosa c’è bisogno del contributo di tutti, di chi non ha più voglia di abbassare la testa e di chi sogna una Calabria libera dal bisogno e dalla paura».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/05/13/gratteri-e-i-magistrati-della-procura-per-combattere-la-ndrangheta-abbiamo-bisogno-di-tutti-voi/

Cgil, Cisl e Uil Calabria incontrano Gratteri: “Un piacere trovarlo sorridente, sereno e fortemente motivato nella sua azione di contrasto alla criminalità organizzata”

Cgil, Cisl e Uil Calabria incontrano Gratteri: “Un piacere trovarlo sorridente, sereno e fortemente motivato nella sua azione di contrasto alla criminalità organizzata”

13/05/2022, 14:44

I Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Calabria: Angelo Sposato, Tonino Russo e Santo Biondo, questa mattina presso gli uffici della Procura della Repubblica, hanno incontrato il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri sulla cui persona, nei giorni scorsi, si è concentrata nuovamente l’attenzione mediatica per il folle progetto criminale della ‘ndrangheta di attentare alla sua vita ed a quella dei suoi uomini di scorta.

Angelo Sposato, Tonino Russo e Santo Biondo hanno portato il saluto e la solidarietà dei Segretari generali nazionali di Cgil, Cisl e Uil e hanno espresso grande sostegno all’attività di contrasto alla ‘ndrangheta finalizzata ad estirpare definitivamente questa malapianta da tutto il territorio regionale.

Durante l’incontro, durato un’ora, sono state affrontate diverse problematiche dalla lotta alla criminalità organizzata alla promozione della cultura della legalità, passando per la necessità di mettere in sicurezza il lavoro e per il controllo della spesa dei fondi previsti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza.  I Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Calabria hanno convenuto con il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, di addivenire in tempi rapidi alla formulazione di un Protocollo di tracciabilità della spesa comunitaria che coinvolga direttamente gli imprenditori e le associazioni di categoria.

Durante il colloquio con il Procuratore Nicola Gratteri, poi, è stato aperto il capitolo delle ricadute nefaste della pandemia da Covid-19 che, fra le altre cose, ha evidenziato la crescita esponenziale di gravissimi fenomeni criminali di natura usuraria, per denunciare i quali, nei prossimi giorni, verrà organizzata un’iniziativa in collaborazione con le Associazioni dei consumatori di Cgil, Cisl e Uil. I Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Calabria, poi, hanno ribadito al Procuratore capo di Catanzaro il massimo sostegno delle Organizzazioni sindacali rappresentate in quella che è, senza ombra di dubbio, la battaglia decisiva per le calabresi ed i calabresi.

Per Angelo Sposato, Tonino Russo e Santo Biondo, infine, è stato un piacere trovare Nicola Gratteri sereno, sorridente e fortemente motivato nella sua azione di contrasto alla criminalità organizzata, cosa che ha rincuorato i Segretari generali e ha rafforzato in loro la fiducia nel poter cambiare, con il sostegno deciso e diretto all’opera di risanamento sociale della Calabria, il destino di questa terra.

Fonte:https://ildispaccio.it/primo-piano-2/2022/05/13/cgil-cisl-e-uil-calabria-incontrano-gratteri-un-piacere-trovarlo-sorridente-sereno-e-fortemente-motivato-nella-sua-azione-di-contrasto-alla-criminalita-organizzata/

Torre Annunziata, l’urlo del giudice Criscuolo: «La politica si liberi dai clan»

Torre Annunziata, l’urlo del giudice Criscuolo: «La politica si liberi dai clan»

Giovanna Salvati,

Ciro Formisano

Ogni giorno, sulla sua scrivania, passano atti, documenti, storie. Carte che sono lo specchio di un territorio dove dilagano collusioni e zone d’ombra, dove la camorra ha in mano interi pezzi di città. Spazi che «lo Stato deve riprendersi», come ripete a gran voce, Maria Concetta Criscuolo, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torre Annunziata. Perché «non abbiamo bisogno di eroi, ma della forza di tutti», dice nell’intervista rilasciata a “Metropolis Radio”. Una lunga riflessione che spazia dalle condizioni della giustizia ai tanti problemi che affogano i sogni di riscatto dell’area metropolitana di Napoli.

Lunedì l’Associazione Nazionale Magistrati ha indetto uno sciopero contro la nuova riforma della giustizia. Secondo lei quel testo rischia davvero di condizionare la libertà dei giudici?

«Per me è uno sciopero giusto. Questa riforma inciderà pesantemente sulla qualità della giurisdizione. Quando parliamo di giurisdizione parliamo di sentenze, ordinanze, di tutti i provvedimenti che i giudici sono chiamati ad adottare e che incidono sulla vita dei cittadini».

Vi preoccupa soprattutto la questione del fascicolo di valutazione dei magistrati?

«Non ci preoccupa la valutazione perché già esiste. Ogni 4 anni un magistrato viene valutato per la sua professionalità. Ma oggi si parla di valutazione delle performance. Verranno valorizzati dati statistici come il numero di provvedimenti emessi e soprattutto la conferma di ordinanze o sentenze nei vari gradi del giudizio. Secondo me e secondo l’Anm di cui faccio parte questo limita fortemente la libertà dei giudici».

In che modo essere sottoposti a questa valutazione può incidere sul vostro lavoro?

«Le spiego subito. L’attività di un giudice è quella di valutare le peculiarità del caso, di interpretare, di sussumere dei fatti concreti della vita reale nella legge. Il diritto deve camminare di pari passi con il progresso della società. Ed è importante, a volte, anche adottare pronunce innovative che aprano una strada ad una maggiore tutela dei diritti dei cittadini».

Con questa riforma, secondo lei, sareste condizionati alle pronunce di altri giudici?

«Esattamente. Il rischio è che alla fine la logica della valutazione possa spingere i giudici ad essere meno coraggiosi».

Altro tema dibattuto, in questi anni, è quello della separazione delle funzioni tra giudici e pm. Un tema che sarà affrontato nel referendum del 12 giungo. La giustizia ha bisogno davvero di questa rivoluzione?

«Io non credo. L’assetto della magistratura si regge su un progetto lungimirante immaginato dai padri costituenti. Ben venga il pm che diventa giudice . Io non credo nel magistrato inquirente come in una figura che si batte per far condannare l’imputato. Ma in un soggetto che se ha eseguito le funzioni del giudice vede la situazione a 360 gradi. Un pm che considera l’assoluzione non come una sconfitta ma come un’affermazione della giustizia».

Una giustizia che però ha tanti problemi. A cominciare dalla lentezza dei processi. Il tribunale di Torre Annunziata è un’eccezione che conferma la regola, ma nel resto della regione e in tutta Italia i dati sono drammatici.

«E’ vero a Torre Annunziata i dati sono virtuosi e ne siamo orgogliosi. Il problema generale è però un problema di risorse. Per vent’anni nella giustizia non sono stati fatti investimenti di personale e i concorsi in magistratura sono stati fermi per tanto tempo».

Quindi è colpa della politica?

«Dico solo che noi scontiamo queste difficoltà e queste inerzie. Ma ora pare ci sia stata un’inversione di tendenza con nuove assunzioni».

Nel territorio che lei vive ogni giorno la fiducia nello Stato è ai minimi termini. Spesso ci si volta dall’altra parte per connivenza o per paura (penso all’omicidio di Maurizio Cerrato a Torre Annunziata). Da dove deve ripartire la giustizia per ricucire uno strappo che ogni giorno diventa sempre più evidente?

«Le rispondo con una considerazione. Il giorno dopo l’omicidio Cerrato venne fatta una grande operazione per rimuovere le sedie, le fioriere e gli altarini che occupavano abusivamente per fini privati spazi pubblici. Mi chiedo: davvero la polizia municipale non sapeva? Perché devono succedere tragedie di questo tipo prima di porre rimedio? Io penso che sia giunto il momento che lo Stato si riprenda questo territorio. A volte è più comodo girarsi dall’altra parte, ma questo le istituzioni non se lo possono permettere. I cittadini devono vedere le istituzioni in prima fila solo così potranno avere coraggio. Non abbiamo bisogno di eroi, ma della forza di tanti».

Castellammare di Stabia e Torre Annunziata. Due Comuni sciolti per mafia. In tutta l’area del distretto del tribunale, negli ultimi 30 anni, sono stati 16 i casi di consigli comunali condizionati dalle pressioni mafiose. Sono così potenti i camorristi oppure è troppo debole la politica?

«Voi come giornale avete raccontato molto di queste storie, come delle vicende del voto di scambio a Torre del Greco. Basta leggere gli articoli, le ordinanze e in alcuni casi le sentenze per rendersi conto di un quadro chiarissimo dei contatti tra la politica, l’imprenditoria e la camorra. Emergono collusioni, cointeressenze. La magistratura ha il dovere di perseguire i reati ma la politica dovrebbe avere il compito di selezionare le persone da candidare sulla base di parametri etici, di competenze. Se emergono zone d’ombra è perché la politica non fa una selezione, ma aspetta le sentenze prima di prendere provvedimenti».

Allora è la politica che è più debole?

«Di sicuro si è impoverita in termini di partecipazione a dispetto delle tante emergenze di questo territorio. Il problema vero è che la politica, in questi 30 anni, ha allontanato la gente per bene».

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2022/05/13/torre-annunziata-giudice-criscuolo-la-politica-si-liberi-dai-clan-partiti-allontanato-la-gente-bene/

Atti intimidatori ad amministratori locali, Campania e Napoli le più colpite

Atti intimidatori ad amministratori locali, Campania e Napoli le più colpite

Giovedì 12 Maggio 2022

Si sono registrati 157 atti intimidatori nei confronti di amministratori locali nel primo trimestre del 2022, con un calo del 12,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando ce ne furono 180. Lo indica un report del ministero dell’interno. La regione che ha segnalato il maggior numero di atti intimidatori è stata la Campania con 22 eventi, seguita da Lombardia (20) e Sicilia (17). La provincia maggiormente interessata dal fenomeno è Napoli (12 episodi), seguita da Torino (8) e Crotone (5).

Il focus sulle vittime conferma la maggior incidenza di casi ai danni delle figure più ‘vicinè al cittadino, ovvero sindaci (89 casi), consiglieri e assessori comunali (51). Rispetto al primo trimestre 2021, per il modus operandi attraverso social network/web si è registrata una diminuzione del 40,4% (da 47 a 28 casi) e per l’invio di missive presso abitazioni/uffici si segnala un decremento del 21,6% (da 37 a 29 casi). Le classiche modalità, quali i danneggiamenti dei beni pubblici/privati, risultano le più frequenti con un aumento del 10% (da 30 a 33 casi). Le tensioni politiche e sociali hanno costituito complessivamente il 22,3% del totale delle matrici.

Fonte:https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/atti_intimidatori_ad_amministratori_locali_classifica_napoli_campania-6685329.html

Omicidio Pecci, Ingroia; ”Conosco l’efferatezza dei narcos, come mai non era protetto?”

Omicidio Pecci, Ingroia; ”Conosco l’efferatezza dei narcos, come mai non era protetto?”

AMDuemila 12 Maggio 2022

L’ex pm: E’ dimostrazione che le mafie globali costituiscono ancora l’emergenza numero uno in Italia e America Latina”

Io non ho conosciuto personalmente Marcelo Pecci, ma lo conoscevo di fama anche perché qualche anno fa partecipammo, seppur in giornate diverse, allo stesso convegno-seminario in America Latina sulla lotta al narcotraffico. Avendo lavorato per anni in America Latina conosco l’efferatezza dei narcos colombiani e messicani, in collegamento anche con le mafie italiane. Il tutto a dimostrazione che le mafie globali costituiscono ancora oggi l’emergenza numero uno e che non bisogna mai abbassare la guardia né in America Latina né in Italia. Mentre da noi si alimenta l’illusione che la mafia è stata sconfitta o confinata nei suoi territori di origine“. A dirlo all’Adnkronos è l’ex Procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, oggi avvocato, che per qualche tempo ha lavorato in Sudamerica, commentando il tragico assassinio del procuratore antidroga paraguayano Marcelo Pecci, ucciso qualche giorno fa in Colombia dove trascorreva la sua luna di miele con la moglie. Ingroia ha evidenziato le illogicità che hanno riguardato il caso Pecci in merito al fatto che non fosse per nulla scortato, riportando, sul punto, la sua vicenda in cui, proprio in questi giorni, gli è stata assegnata, su decisione del Tar, la protezione solo in Sicilia e non su tutto il territorio nazionale “come se la mafia fosse confinata in Sicilia”. “La domanda quindi sorge spontanea per Pecci: come mai non era protetto anche se lontano dalla sua sede di lavoro?”, ha concluso l’ex magistrato.

Progressi delle indagini sull’omicidio

Nel frattempo il direttore della polizia nazionale colombiana, generale Jorge Vargas, ha assicurato che, grazie anche all’annuncio di una taglia di due miliardi di pesos (oltre 460.000 euro) annunciata ieri, si stanno “ottenendo rapidi progressi nelle indagini riguardanti gli autori dell’assassinio del pm antidroga Marcelo Pecci, avvenuto martedì su un’isola al largo di Cartagena de Indias”. L’alto ufficiale ha indicato che su richiesta del presidente Ivan Duque ha assunto personalmente il coordinamento delle indagini realizzate da un team misto di magistrati e agenti colombiani e paraguaiani. Dall’autopsia del cadavere del magistrato è emerso che la morte, pressoché immediata, è stata provocata da tre proiettili calibro nove, uno alla testa e due al corpo. Per il momento gli inquirenti hanno ricostruito i movimenti dei due sicari (di uno di loro esiste l’identikit) che si sono avvicinati alla spiaggia a bordo di una moto d’acqua, e stanno ora esaminando elementi forniti da persone anonime interessate alla ricompensa offerta dal governo colombiano. Alle indagini, si è appreso, stanno contribuendo anche gli Stati Uniti che hanno fatto pervenire informazioni raccolte dalla Cia e dalla Dea nelle carceri statunitensi dove sono detenuti numerosi narcotrafficanti. Inoltre, ha reso noto il ministro degli interni paraguaiano Federico Gonzalez, che ieri è giunta ad Asuncion una delegazione Usa di agenti che collaborerà nell’identificazione ed il consolidamento della pista investigativa che può portare agli autori del crimine. Per il momento l’ipotesi principale riguarda persone o organizzazioni che possano essere state colpite dalla partecipazione di Pecci all’operazione ‘A ultranza PY‘, svoltasi in febbraio in Paraguay durante la quale sono stati compiuti arresti e sequestri di beni legati alla mafia internazionale, legata al Comando Vermelho brasiliano e alla ‘Ndrangheta calabrese.

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Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/89535-omicidio-pecci-ingroia-conosco-l-efferatezza-dei-narcos-come-mai-non-era-protetto.html

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