SEQUESTRO ALL’IMPRENDITORE VICINO AL CLAN DEI CASALESI: IL SUO NOME NEL PIANO INTEGRATO DI SPERLONGA

SEQUESTRO ALL’IMPRENDITORE VICINO AL CLAN DEI CASALESI: IL SUO NOME NEL PIANO INTEGRATO DI SPERLONGA

di Bernardo Bassoli

30 Giugno 2022 Cronaca/Notizie

Il personale della Dia di Napoli, su ordine del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ha sequestrato beni e immobili per un valore complessivo di quattro milioni di euro a un noto imprenditore del settore dei rifiuti e dell’edilizia che opera tra le provincie di Napoli e Caserta

I beni sequestrati sono due società, 21 immobili tra Caserta, Napoli e Latina (6 terreni e 15 fabbricati), tra cui una villa a Sperlonga, 15 rapporti finanziari e due autovetture.

Si tratta di Giuseppe Carandente Tartaglia, a capo di un gruppo imprenditoriale più ampio. L’imprenditore, originariamente legato ad esponenti apicali dei clan Nuvoletta di Marano, Mallardo di Giugliano e, successivamente anche al clan Polverino, aveva assunto una posizione dominante nel settore, grazie al rapporto privilegiato intessuto con i fratelli Michele e Pasquale Zagaria, boss del clan dei Casalesi, come documentato dalle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che hanno condotto alla sua condanna, nel 2021, in primo grado, ad opera del Tribunale di S. Maria Capua Vetere alla pena di 7 anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa.

Le indagini hanno consentito di ricostruire una parte significativa delle vicende attinenti all’emergenza rifiuti in Campania e all’intervento di imprese mafiose nel settore del trasporto, della costruzione di discariche, della predisposizione delle piazzole per la stiva delle ecoballe, e per la gestione dei rifiuti nei Cdr.

Nel tempo, – spiega una nota della DIA – il gruppo imprenditoriale facente riferimento al destinatario del decreto di sequestro ha garantito ai clan camorristici un’immagine di apparente legalità dell’imprenditoria del settore dei rifiuti e dell’edilizia, ottenendo una crescita esponenziale dei fatturati e dei mezzi tale da giustificare l’ingresso nei grandi appalti pubblici, ponendosi come stabile intermediario tra l’organizzazione camorristica e soggetti pubblici”.

SPERLONGA CONNECTION – Il nome di Carandente Tartaglia emergeva nella celebre informativa dei Carabinieri di Sperlonga e del Comando Provinciale di Latina che ha avuto enorme risalto nell’ambito del processo sul piano integrato di Sperlonga che vede sul banco degli imputati il sindaco Armando Cusani, l’ex dirigente dell’ufficio tecnico comunale Antonio Faiola e il progettista Luca Conte.

Alcune abitazioni contenute nel piano integrato furono acquistate dalla società Elma Srl di proprietà delle figlie e della moglie di Giuseppe Carandente Tartaglia, esponente del “Clan dei Casalesi” della fazione di Michele “Capastorta” Zagaria e il cui padre Mario Carandente Tartaglia è stato un pregiudicato ritenuto affiliato al clan camorristico di Lorenzo Nuvoletta, legato ai corleonesi di Totò Riina, e il cui fratello Angelo Nuvoletta decretò l’assassinio del celebre cronista Giancarlo Siani.

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Oggi sappiamo, dalla celebre indagine del Noe di Napoli, che Carandente Tartaglia è stato al centro del complesso intreccio tra massoneria, affari e pezzi deviati dello Stato dietro la discarica di Chiaiano (Napoli). Un pezzo da novanta, legato a personaggi di vertice dei clan Nuvoletta, Mallardo e successivamente anche dei Polverino, e poi, come detto, in rapporti anche con la cosca casalese degli Zagaria. Una delle abitazioni dalla Elma srl fu poi data in locazione a Michele Balivo, i cui congiunti risultano contigui sempre al clan camorristico dei “Casalesi” lato Zagaria – lo zio di Balivo, Giulio, risultò aver contribuito ad agevolare la lunga latitanza di Capastorta.

Era segnalata nell’informativa dei Carabinieri la “Orazio immobiliare srl” che, oltre ad avere un’abitazione in comproprietà con Carandente Tartaglia, ne ha acquistato un’altra. Tra i suoi amministratori c’è un tale che si chiama Aldo Campagnola, già coinvolto in un’indagine della Procura della Repubblica di Campobasso sull’azienda Fonderghisa S.p.A. di Pozzilli, in provincia di Isernia, rilevata a costo zero da una società collegata al “clan camorristico” dei “Fabbrocino”. Il capo dei Fabbrocino non passa inosservato, è Mario cugino di uno che non si perde di vista facilmente nella mappa del crimine: Carmine Alfieri, promotore negli anni Settanta della Nuova Famiglia, l’associazione camorristica protagonista della lunga faida contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffale Cutolo ‘o Professore.

Sostengono i Carabinieri che l’incrocio e l’analisi delle società interessate nella speculazione edilizia di Sperlonga ha fatto emergere una serie di relazioni ricollegabili, in maniera diretta od indiretta ad esponenti della criminalità organizzata campanala cui convergenza e ridondanza porta ad escludere in questo caso fattori di casualità, e ad ipotizzare una rete di relazioni ed interessi. Una logica, per l’appunto.

Tramite varie metodologie investigative e analitiche, i Carabinieri hanno focalizzato la centralità di alcuni personaggi citati come Augusto Pagano e Giuseppe Martino nonché la penetrazione del clan dei casalesi (o di ciò che sono ad oggi), e rilevato l’importanza di Antonio Pignataro, l’amministratore delle società collegate a Armando Cusani.

Incrociando le relazioni, i rapporti, le convergenze che coinvolgono i soggetti legati alla criminalità organizzata si arriva alla conclusione che sarebbero due i binomi da tenere d’occhio, perno di trame e logiche non casuali: il duo Augusto Pagano/Giuseppe Martino, riferibile alle varie fazioni del Clan dei Casalesi, e quello di Gaetano Salzillo/Pierluigi Faiola, riferibile principalmente al clan Belforte e strettamente connesso con il gruppo di affari locale.

I due imprenditori Pagano e Martino sono figure che ricorrono maggiormente nell’informativa, sia perché particolarmente attivi nell’ambito dell’attività edilizia riferibile al piano integrato, sia perché risultano interessati nella maggior parte delle compravendite o delle vicende esaminate dai Carabinieri.

Sono entrambi soci della “Mizar Immobiliare Srl”, la società che vende un’abitazione alla “ELMA Srl”, la società della famiglia Carandente Tartaglia.

Entrambi sono collegati alla “Tema 98 Soc. Coop. Edilizia (della quale Martino è stato Presidente del Consiglio di amministrazione mentre la famiglia Pagano ha ricoperto varie cariche), una società che realizza varie abitazioni alcune delle quali cedute a soggetti collegati alla criminalità organizzata o comunque di interesse investigativo per chi abbia intenzione di scavare.

Giuseppe Martino e l’altro figlio di Augusto Pagano, Nicola, rivestono la carica di consigliere nel “Consorzio Cardarelle” per mezzo del quale vengono concluse parecchie compravendite che, anche in questo caso, coinvolgono vari soggetti di interesse investigativo.
Augusto Pagano è inoltre, sino al maggio 2016, amministratore unico della “
GE.I.PA. Srl“, società segnalata per operazioni sospette da parte della Banca d’Italia e di proprietà dei fratelli Dell’Aversana.
Tutti gli investimenti su Sperlonga effettuati dalla famiglia 
Carandente Tartaglia scaturiscono da compravendite effettuate da società nel quale Augusto Pagano ha un ruolo di rilevo.

Fonte:https://latinatu.it/sequestro-allimprenditore-vicino-al-clan-dei-casalesi-il-suo-nome-nel-piano-integrato-di-sperlonga/

‘Ndrangheta a Bologna, blitz Finanza: sequestro per 4 milioni di euro

‘Ndrangheta a Bologna, blitz Finanza: sequestro per 4 milioni di euro

L’indagine bis una rete di conti all’estero, con la quale gli affiliati riciclavano i proventi di una nota cosca, servendosi di complicati schermi societari all’estero

ST

28 giugno 2022 08:16

Sequestro per 4 milioni di euro, misure cautelari e finanzieri in paesi esteri per sigillare conti e persino centrali elettriche. E’ lo strascico investigativo della Guardia di finanza di Bologna nell’operazione denominata ‘Black Fog’, volta a bloccare parte delle rendite e del riciclaggio delle attività illecite della nota cosca Iamonte di Melito Porto Salvo, paese della costa ionica reggina.

L’accusa principale è trasferimento fraudolento di valori e le misure cautelari accordate dal Gip Alberto Gamberini, su richiesta dei procuratori Francesco Caleca e Flavio Lazzarini in forze alla Dda bolognese, prendono origine dall’inchiesta Black Fog condotta tra il 2018 e il 2021, dove venne scoperta una rete di affiliati anche nel bolognese, congelando assets per 8 milioni.

‘Ndrangheta, sequestro da 8,5 milioni: Bologna, Zola e Sala Bolognese nel mirino|VIDEO

Ora, seguendo le trame dei complicati schermi societari tra Romania, Bulgaria e Svizzera le Fiamme gialle bolognesi sono arrivate a mettere i sigilli ad altri 4 milioni di euro, in una attività che ha coinvolto anche altre province del nord Italia, come a Trento e Milano, oltre che le autorità di Reggio Calabria.

Sono state emesse -si legge nella nota distribuita alla stampa- misure cautelari personali e reali nei confronti di soggetti che “attraverso condotte preordinate al trasferimento fraudolento di valori, hanno contribuito a reinvestire ingenti somme di denaro riconducibili alla potente e nota cosca di ‘ndrangheta degli Iamonte, egemone nel territorio di Melito di Porto Salvo (RC) e con ramificazioni nel Nord Italia, tra le quali una vera e propria “Locale” di stanza a Desio (MI)”.

Riciclaggio ‘Ndrangheta: tra i beni ‘gestiti’ anche due centrali idroelettriche

L’attività è stata sviluppata all’esito di una precedente indagine -denominata “Nebbia Calabra”-  nel corso della quale era stata rinvenuta molta documentazione, anche informatica, relativa a cospicui investimenti all’estero effettuati dal principale indagato grazie alla connivenza e al supporto di numerosi “colletti bianchi” legati al mondo della finanza e dell’imprenditoria operanti nel nord est del Paese.

In particolare, sono emersi gravi indizi in ordine alla gestione occulta, realizzata attraverso uno strumentale schermo societario di diritto rumeno, di due centrali idroelettriche in Romania in grado di generare redditi per 2 milioni di euro all’anno (la cui titolarità è riconducibile a una società con sede in provincia di Trento), alla disponibilità di numerosi rapporti finanziari presso banche svizzere (fra cui 1,6 milioni di dollari USA in seguito movimentati verso un conto sammarinese) e al possesso di immobili di pregio in Bulgaria, oltre a investimenti in titoli USA successivamente movimentati tramite bonifici “mascherati” da finanziamenti fra società estere per 15 milioni di euro.

Grazie alle determinanti informazioni fornite dalle Financial Intelligence Unit estere, e cioè autorità nazionali indipendenti con funzioni di contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, sono state intercettate condotte di trasferimento fraudolento di valori aggravate dal cosiddetto “metodo mafioso”, in ragione della vicinanza dell’indagato alla citata ‘Ndrina, i cui cospicui interessi economici venivano dallo stesso curati. 

Condividendo il quadro probatorio meticolosamente ricostruito dalle Fiamme Gialle d’intesa con i Magistrati della Procura della Repubblica di Bologna, il Tribunale alla sede ha emesso un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali e reali consistenti negli arresti domiciliari del principale indagato, italiano, per il reato di cui all’art. 512-bis c.p. e nel sequestro preventivo del capitale sociale di una società italiana, del saldo di due conti esteri (rumeno e svizzero) fino alla concorrenza di 15 milioni di euro, delle quote societarie di due imprese rumene, di tre conti correnti e di due beni immobili siti a Sofia (Bulgaria).

Fonte:https://www.bolognatoday.it/cronaca/ndrangheta-bologna-finanza-black-fog-iamonte.html?iyu

Confisca da 20 milioni, allo Stato case e società del re dei surgelati Vetrano

Confisca da 20 milioni, allo Stato case e società del re dei surgelati Vetrano

Dalle indagini sarebbe emersa “la contiguità ad elementi di spicco di Cosa nostra”, con una scalata imprenditoriale “inserita all’interno di una commistione di interessi tra mafia e impresa”

Redazione

17 giugno 2022 07:38

Beni per un valore complessivo stimato di oltre 20 milioni di euro sono stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia a Salvatore Vetrano, imprenditore palermitano 51enne (nella foto sotto), attivo nel settore del commercio di prodotti ittici surgelati. Il provvedimento, emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, è divenuto definitivo dopo il rigetto, da parte della Corte di appello di Palermo, del ricorso avanzato dal 51enne.

Il patrimonio dell’imprenditore era già stato sottoposto a sequestro tra il 2013 e il 2014, su proposta del direttore della Dia, e oggetto di successiva confisca nel 2019. Dalle indagini, infatti, sarebbe emersa “la contiguità ad elementi di spicco di Cosa nostra”, con una scalata imprenditoriale “inserita all’interno di una commistione di interessi tra mafia e impresa”. Diversi collaboratori di giustizia, inoltre, hanno confermato che “le attività imprenditoriali erano state realizzate grazie all’appoggio e al sostegno di Cosa nostra, in cambio di una quota da versare periodicamente o dell’eventuale disponibilità ad assumere personale”. L’imprenditore sarebbe così riuscito negli anni ad accumulare un ingente patrimonio immobiliare e aziendale, incrementato da finanziamenti erogati dal Fondo europeo per la pesca in Sicilia, a cui è riuscito ad accedere, e da “una persistente condotta elusiva degli adempimenti fiscali connessi alla propria attività commerciale”, spiegano gli investigatori.

I beni sequestrati

Passano così al patrimonio dello Stato l’intero capitale sociale e il compendio aziendale di 5 società di capitali, attive nel settore della commercializzazione di prodotti ittici e in quello immobiliare; 13 tra appartamenti, magazzini e terreni a Palermo, Carini (Palermo), Trabia (Palermo), Marsala (Trapani) e Sciacca (Agrigento); il corrispettivo delle vendite di un immobile, due imbarcazioni e un’auto; libretti nominativi, conti correnti bancari, depositi a risparmio, investimenti assicurativi e rapporti finanziari per un valore complessivo stimato in oltre 20 milioni di euro.

FONTE:https://www.palermotoday.it/cronaca/mafia/confisca-definitiva-beni-salvatore-vetrano.html

Appalti rifiuti, Aversa e Caserta si costituiscono parte civile

Appalti rifiuti, Aversa e Caserta si costituiscono parte civile

DI A. CARLINO

17 GIUGNO 2022 @ 19:21

E’ iniziata ed e’ stata subito rinviata al prossimo 16 settembre per difetti di notifica, l’udienza preliminare relativa all’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli su un giro di appalti comunali nel settore dei rifiuti ritenuti “truccati”, che vede imputati il sindaco di Caserta Carlo Marino e altre 18 persone (oltre a quattro societa’), tra cui l’imprenditore ritenuto vicino al clan dei Casalesi Carlo Savoia, il sindaco di Curti Antonio Raiano, ex assessori, funzionari e dirigenti comunali; per tutti la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio.

Nell’udienza odierna, il Gup di Napoli Anna Tirone ha preso atto che alcune notifiche non erano andate a buon fine e ha rinviato. Gia’ oggi pero’ hanno preannunciato di volersi costituire parte civile il comune di Caserta e quello di Aversa, mentre gli altri quattro Comuni e l’assessorato regionale individuati come parte offesa non hanno ancora manifestato tale volonta’, anche se per costituirsi nel processo c’e’ tempo fino all’inizio del dibattimento.

L’indagine, partita nel 2018, porto’ a sei arresti il 21 dicembre scorso: furono i carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (Noe) ad eseguire le misure restrittive emesse dal Gip di Napoli Ambra Cerabona, una in carcere a carico di Carlo Savoia, e le altre cinque ai domiciliari nei confronti del dirigente del Comune di Caserta Giuseppe D’Auria, dell’ex dirigente sempre del Comune capoluogo Marcello Iovino, del sindaco di Curti Antonio Raiano, del comandante della Municipale di Curti Iginio Faiella e del collaboratore di Savoia, Gennaro Cardone; nel frattempo le misure sono state annullate e tutti sono tornati in liberta’.

Per la Dda di Napoli (sostituti Fabrizio Vanorio e Maurizio Giordano e Graziella Arlomede), sarebbero almeno 44 le gare d’appalto bandite da altrettanti Comuni delle province di Caserta, Napoli, Salerno, Benevento, Latina e Potenza nel settore dei rifiuti solidi urbani, che sarebbero state “aggiustate” dall’imprenditore Carlo Savoia, e dai suoi collaboratori, con la complicita’ di alcuni sindaci e dei funzionari pubblici, anche se poi nella richiesta di rinvio a giudizio sono state individuate sette persone offese (Comuni di Caserta, Aversa, Cardito, Lusciano, Curti, Villa Literno e l’assessorato all’ambiente della Regione Campania).

A Caserta la gara d’appalto “truccata” si e’ svolta nel 2018 davanti alla stazione appaltante dell’Asmel, vi prese parte anche l’azienda di Savoia, la Xeco srl (destinataria della richiesta di rinvio a giudizio), ma alla fine l’appalto non fu aggiudicato e la gara fu sospesa proprio per l’esistenza dell’indagine; proprio qualche giorno fa il dirigente del settore ambiente del Comune di Caserta ha annullato definitivamente il bando del 2018, nonostante vi pendesse il ricorso di una ditta che aveva preso parte alla gara. Il collegio difensivo e’ composto, tra gli altri, dagli avvocati Mario Griffo, Giuseppe Stellato e Raffaele Costanzo.

Fonte:https://www.cronachedellacampania.it/2022/06/appalti-rifiuti/

Don Patriciello: “Cosimo Di Lauro morto come un miserabile, il suo fantasma tolga la pace e il sonno ai camorristi”

Don Patriciello: “Cosimo Di Lauro morto come un miserabile, il suo fantasma tolga la pace e il sonno ai camorristi”

Di redazione

17 Giugno 2022

“È morto. Solo. Dopo 17 anni di carcere duro. Era ancora giovane. È morto. Senza un conforto. Senza una carezza. Senza una preghiera. È morto come un miserabile”. Eppure fu ricchissimo. Si chiamava Cosimo Di Lauro”. Queste le dure parole di Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, sulla scomparsa del boss di Secondigliano.

“Fu un camorrista spietato, vigliacco, sanguinario. Un vero terrorista. Nessuno mai lo amò. Nemmeno i genitori. Nemmeno i suoi fratelli. Suo padre firmò la sua condanna a morte. Giovani camorristi, fermatevi. Riflettete. Tornate indietro. Pentitevi. Godetevi la vita. Il fantasma di Cosimo Di Lauro vi tolga la pace e il sonno. Fratello Cosimo, so che tanti ti augurano l’inferno. Io, povero prete, ti affido alle mani del buon Dio. Che abbia pietà di te e della tua vita scellerata. E abbia pietà di noi, costretti a convivere con chi, come te, ha insanguinato e insanguina la nostra terra generosa e bella”, scrive don Padre Maurizio Patriciello.

Cosimo Di Lauro, arrivano i risultati dell’autopsia: il fratello sconvolto da quello che ha visto

Ha confermato l’assenza di segni di violenza autoinflitta l’autopsia sul corpo di Cosimo Di Lauro, l’ex reggente dell’omonimo clan di camorra di Secondigliano morto la notte tra domenica e lunedì scorsi, all’età di 48 anni, nel carcere milanese di Opera, dov’era detenuto in regime di 41bis. Alle operazioni di riconoscimento ha preso parte il fratello Antonio che, secondo quanto si è appreso, è rimasto particolarmente colpito dalle condizioni in cui ha trovato il corpo. Lo stesso Antonio, assistito dall’avvocato Vittorio Giaquinto, ha chiesto che all’autopsia prendesse parte anche un consulente di parte. C’è ora attesa, da parte dei familiari, per gli esiti degli esami istologici e tossicologici. La Questura di Napoli ha disposto che i funerali di Cosimo Di Lauro si tengano solo in forma strettamente privata.

Fonte:https://internapoli.it/don-patriciello-cosimo-di-lauro-morto-come-un-miserabile-il-suo-fantasma-tolga-la-pace-e-il-sonno-ai-camorristi/

Ardita: ”Questione morale? Condannati per reati di mafia fuori dalla politica”

Ardita: ”Questione morale? Condannati per reati di mafia fuori dalla politica”

Jamil El Sadi 17 Giugno 2022

Dibatti alla CGIL di Catania tra il consigliere togato al Csm e Claudio Fava su questione morale, politica e magistratura

“La questione morale esiste da tempo – soleva ripetere Enrico Berlinguer -, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”. Ed è stata proprio la questione morale l’argomento centrale attorno al quale ieri sera al Chiostro della CGIL di Catania hanno dibattuto il consigliere togato al Csm Sebastiano Ardita e Claudio Fava, candidato alle primarie del centrosinistra e già presidente della commissione parlamentare Antimafia all’Ars.
Una questione morale il cui significato “dagli altari agli archivi” – come suggeriva il titolo dell’incontro – andrebbe aggiornato, soprattutto a seguito delle elezioni che hanno reso Roberto Lagalla nuovo sindaco di Palermo.
“Si è confusa la questione morale con la questione penale, con l’idea di programmare un modello di impegno pubblico e di istituzione e poi essere adeguati a quel modello – ha detto Ardita -. La questione morale riguarda la classe dirigente di una società. La morale pubblica è tutt’altra cosa rispetto a quella privata. Non può essere confusa con una sorta di decalogo di comportamenti che si rivolgono ai cittadini”. Il consigliere togato al Csm ha poi evidenziato come dovrebbe essere premura di tutti quella di “essere capace di misurare la distanza che c’è tra il proprio dover essere nella dimensione pubblica nella quale opera e l’attività che svolge, quindi il suo essere, nella società”. Ma, come dimostrano i recenti fatti di cronaca, si tratta di un’operazione per qualcuno impossibile da compiere perché “purtroppo una parte importante del mondo pubblico, non solo la politica, non si pone questo problema di adeguatezza di se stesso al ruolo che si occupa”. E ancora: “Chi è stato riconosciuto responsabile di un reato di mafia, ad esempio, o ha favorito un’associazione mafiosa non potrebbe occuparsi in Sicilia di queste questioni. Anche perché questa regione ha vissuto una stagione di delitti eccellenti e di stragi che ancora permane e tiene in scacco molta gente – ha continuato Ardita commentando la vicenda delle recenti elezioni amministrative di Palermo in cui nella scena politica sono emersi soggetti condannati e/o arrestati, a vario titolo, per reati di mafia (Dell’UtriCuffaroPolizzi e Lombardo) -. Quindi chi ha favorito coloro i quali hanno commesso le stragi non potrebbero più occuparsi di politica, ma non perché c’è una legge che lo stabilisce ma perché dovrebbe essere un richiamo alla funzione pubblica che si sta svolgendo o orientando, se si tratta di soggetti che stanno dietro le quinte e mandano avanti altri. Questo dovrebbe essere il minimo etico che riguarda soggetti che hanno una funzione pubblica, però questo non accade”.
“Poi c’è la questione dei soggetti che sono stati condannati per qualcosa o hanno fatto qualcosa su cui si sta indagando – ha spiegato -. In questi casi fare un passo indietro è un’istanza di base dell’impegno pubblico che deve essere basato sull’idea che la comunità, che si rifà a chi lo rappresenta, non deve essere gravata del peso quest’ultimo si porta dietro. Ovviamente poi le cose si possono anche risolvere (con il susseguirsi dell’iter giudiziario, ndr). Se però una persona viene condannata non può svolgere una funzione pubblica perché non danneggia se stesso ma la comunità”.
Per Ardita uno dei più grandi errori che si possono commettere è quello di “rivolgere la questione morale agli amministrati che naturalmente hanno una dimensione etica a cui dover rispondere ma nella dimensione privata”. La questione morale, ha detto, “riguarda il mondo pubblico e chi svolge funzioni pubbliche”.

Claudio Fava: legittimato l’intervento politico a condannati per reati di mafia
A seguire è stata la volta di Claudio Fava che, sempre sulla questione morale, ha commentato dicendo: “Ha a che fare con il concetto civile di un Paese e con la sua identità. Per questo cambia nel tempo. E in questo cambiamento probabilmente se ne è affievolita l’urgenza e la necessità perché l’abbiamo spesso sottoposta all’influenza e alle sollecitazioni dell’emotività”. “La questione morale – ha detto Fava – nel ’92 era cosa ben diversa rispetto a come viene letta oggi. All’epoca sarebbe stato impossibile uno scambio di cortesie e di piacevolezze tra un condannato per mafia ed un aspirante sindaco, senatore o presidente. Uscivamo da un periodo che aveva aperto la nostra sensibilità, avevamo una capacità di elezione e giudizio molto più rapida e diretta. La questione morale, però, va ricondotta ad una concretezza democratica, sostanziale e civile”.
“È del tutto illegittimo dal punto di vista del buon senso politico che si costruiscano queste intese con dei condannati in via definitiva per mafia – ha continuato entrando anche lui nel merito delle amministrative palermitane che hanno reso Lagalla il nuovo sindaco del capoluogo -. Il punto dolente non è tanto un condannato per mafia la cui incapacità e impossibilità di fare politica è stabilita dalla legge, né nel fatto che l’ex presidente della regione Sicilia o il reggitore degli affari di Berlusconi propongono e offrono consigli. Il problema è in quelli che questi consigli se li vanno a prendere”. “Quello è un gesto che legittima e restituisce una funzione politica a Totò Cuffaro e a Marcello Dell’Utri che altrimenti non avrebbero avuto – ha continuato -. Quando uno viene da te e ti dice che sei il suo referente perché gli permetterai di creare collegamenti, intese e vie preferenziali per la sua ricandidatura (in riferimento a Musumeci e Dell’Utri, ndr), in quel gesto c’è la mortificazione della questione morale. Un comportamento che legittima definitivamente, in una scelta politica fondamentale per il destino della Sicilia, un signore che ha scontato la pena ma che è stato condannato con sentenza passata in giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa”.

La questione morale e la magistratura
Nella seconda parte del dibattito il focus si è poi spostato sulla questione morale nel rapporto tra politica e magistratura alla luce degli ultimi scandali intestini che hanno travolto quest’ultima.
Ha le idee chiare Sebastiano Ardita su ciò che oggi sta avvenendo all’interno della magistratura. “È diventata verticale e grararchizzata in virtù di un movimento centrifugo e centripeto allo stesso tempo”, ha detto. E ancora: “Dentro questo mondo c’è una verticalizzazione nelle strutture di potere interno che coincidono con i gruppi che controllano il voto di 9mila persone – che non sono tante –  e poi è nato l’autogoverno. L’autogoverno è nato su idea del costituente che occorresse gestirsi da sé per evitare che la politica sottomettesse i magistrati. Ma quando poche persone hanno il controllo di pochi gruppi che decidono chi deve andare al Csm mi chiedo: quant’è grande la differenza tra questo modello di subordinazione gerarchica a gruppi di potere interno e con ciò che avviene all’esterno?”.
Ha parlato di un “gioco dei mimi tra giustizia e politica” Ardita, che da qualche anno lavora dentro il Csm osservandone e criticandone i meccanismi più controversi. “Le due forme di potere si parlano” e “grazie al fatto che pochi gestiscono il potere della magistratura si può determinare un rapporto con chi gestisce il potere politico. Ecco perché la politica non ha alcun interesse di far fuori le correnti dei magistrati”.
“Le correnti sono una forma di controllo che alla fine fa a capo di poche persone. La gerarchia degli uffici giudiziari si va verticalizzando e il vero vertice sono le correnti dominanti nel Csm”. Ecco perché la politica non vuole debellare le correnti, altrimenti si instaurerebbe “il modello costituzionale e dunque di una magistratura orizzontale e dunque realmente forte, indipendente e incontrollabile”. La politica, ha concluso Ardita, “non ha nessun interesse a contrastare le correnti perché vogliono interloquire con i capi delle stesse. Vogliono mantenere la gerarchia per questa è sempre sinonimo di mancanza di libertà e autonomia”.

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/90190-ardita-questione-morale-condannati-per-reati-di-mafia-fuori-dalla-politica.html

Latina – La rivelazione di Zuppardo: «Un pub pagava il pizzo ai Ciarelli»

Latina – La rivelazione di Zuppardo: «Un pub pagava il pizzo ai Ciarelli»

La strategia dietro alle dimostrazioni di forza del giovane Roberto nel quartiere della movida. «Non mi hanno pagato per un lavoro, preferivano pagare per la protezione»

La Redazione

17/06/2022 10:26

Quale fosse l’obiettivo inseguito da Roberto Ciarelli, imponendosi con ferocia tra i locali della zona pub, emerge chiaramente da un episodio descritto dal collaboratore di giustizia Maurizio Zuppardo che riguarda un locale notturno situato poco distante dal quartiere della movida in centro. Il pentito, che aveva rapporti con i Ciarelli, in occasione di un interrogatorio ha dichiarato di avere subito un’estorsione proprio da Roberto, spalleggiato da Matteo Ciaravino, suo complice anche in altre occasioni, come il pestaggio del vigilante nel market dove cinque anni fa faceva la spesa senza pagare. «…hanno messo sotto strozzo il titolare di un pub che sta a Latina – ha dichiarato il collaboratore durante un interrogatorio del 16 aprile 2021 parlando appunto dei due giovani – Loro danno protezione a questo soggetto e in cambio mangiano gratis e prendono soldi per la protezione… Ricordo che io vendetti una tenda al titolare di questo locale, poi la tenda subì un danno e fui chiamato. Intervennero Roberto Ciarelli e Matteo Ciaravino che mi dissero che non dovevo fare pagare i lavori della riparazione perché loro fornivano la protezione e io in effetti non mi sono fatto pagare…».

Insomma, l’atteggiamento da duro registrato nei locali della zona pub, uno in via Battisti e l’altro in via Neghelli stando alle denunce presentate, doveva servire a Roberto Ciarelli per portare gli esercenti allo stremo, costringerli a chiedergli la protezione che per lui voleva dire incassare soldi e trattamenti di favore. Emerge chiaramente da ciò che racconta ancora Zuppardo in merito a quell’episodio: «Il proprietario del pub con riguardo alle tende mi disse che io avevo fatto i lavori di riparazione alle tende grazie all’intervento di Ciarelli Roberto. Io risposi che se ml avesse pagato normalmente il lavoro lo avrei fatto lo stesso, ma lui replicò che preferiva pagare Roberto Ciarelli che me». Insomma, presa per buona la dichiarazione di Zuppardo, l’esercente viveva quel contesto nella piena consapevolezza dei benefici assicurati dalla protezione. E un riscontro, alle dichiarazioni del pentito, nel corso dell’indagine è arrivato attraverso i contatti telefonici tra il giovane imprenditore e lo stesso Roberto Ciarelli: non solo, secondo gli inquirenti, è desumibile la protezione dal tenore delle telefonate, ma in in un caso i due si erano sentiti in occasione di una rissa. Appare chiaro come l’esercente fosse infastidito dall’episodio e Ciarelli lo aveva rassicurato: «Comunque ti risolvo subito sta pratica».

Oltretutto il rapporto di protezione poteva assicurare anche altri tipi di favori, come precisa Zuppardo: «Sia il proprietario del pub che Roberto Ciarelli mi dissero che Ciarelli e Ciaravino gli davano la protezione. Poi il titolare del pub assunse presso il pub Matteo Ciaravino per consentirgli di dimostrare all’autorità giudiziaria di svolgere un’attività lavorativa».

Fonte:https://www.latinaoggi.eu/news/cronaca/206248/la-rivelazione-di-zuppardo-aun-pub-pagava-il-pizzo-ai-ciarellia

«Paolo Di Lauro voleva uccidere Raffaele Abbinante e Rosario Pariante»

«Paolo Di Lauro voleva uccidere Raffaele Abbinante e Rosario Pariante»

Di Redazione

15 Giugno 2022

ALLE ORIGINI DELLA PRIMA FAIDA – Il litigio tra Lello Amato e «Ciruzzo o’ milionario» che decretò l’inizio della «scissione»

A fine 2003 la latitanza di Paolo Di Lauro, detto «Ciruzzo o’ milionario», portò a capo del clan Cosimo Di Lauro. Le sue decisioni però portarono a diversi malumori all’interno dell’organizzazione criminale con base a Secondigliano. Al punto che numerosi esponenti storici decisero la cosiddetta «scissione» che poi portò alla prima faida. Di quanto è accaduto ha raccontato negli anni scorsi anche il pentito Giovanni Piana.

Le sue parole sono riportate nell’ordinanza «C3» contro il clan degli «Scissionisti». «Ricordo – si legge nel provvedimento – che verso la fine del 2003, quando i capi del clan Abbinante erano detenuti e Francesco Abbinante era latitante, venne nel Monterosa Genny Mekkei (Gennaro Marino, n.d.r. ) a dire a me, a Giovanni Moccia e a Pasquale Riccio che Raffaele Amato con almeno quaranta, cinquanta persona oltre agli stretti familiari, aveva abbandonato la zona di «mezz’ all’arco», ossia il clan Di Lauro e si era rifugiato in Spagna».

I tentativi di eliminare Raffaele Abbinante e Rosario Pariante

Secondo quanto riferito da Piana «in quell’occasione Mekkei ci riferì da parte del Lello che Paolo Di Lauro aveva avuto intenzione, prima di essere arrestato e che con lui fossero arrestati anche gli altri capi del clan Di Lauro, di eliminare Raffaele Abbinante e Rosario Pariante» e che questa cosa non era fu fatta «perché tutti erano stati arrestati e lui era divenuto latitante».

«Non fu chiaro al momento – spiega ancora il pentito – né ci è mai stato chiarito se Raffaele Amato prima degli arresti era d’accordo ad eliminare questi soggetti o se in caso di disaccordo con Di Lauro, perché non aveva avvertito Raffaele Abbinante e Rosario Pariante; in quell’occasione Mekkei disse che Amato mandava a dire che lui non lo aveva detto perché Abbinante non gli avrebbe mai creduto».

La richiesta agli Abbinante

«Successivamente andarono a Marano, presso una delle case dove Francesco Abbinante stava trascorrendo la sua latitanza, in particolare quella di una cugina, Vincenzo Pariante ed Arcangelo Abete i quali gli dissero le stesse cose che a noi aveva detto Marino Gennaro, precisarono che i motivi dell’allontanamento dell’Amato li avevano saputi dalla sua stessa voce, infatti questi prima di andarsene era passato dal negozio Strike di Vincenzo Pariante dove fanno le scommesse e gli aveva riferito il motivo per cui andava via».

Quindi «chiesero a Francesco di dire se anche gli Abbinante erano d’accordo a passare con Raffaele Amato, dicendo che Rosario Pariante aveva già aderito. Francesco fece arrivare l’imbasciata nel carcere e poi al processo che si svolgeva nei loro confronti i capi Abbinante, Raffaele, Antonio e Guido, decisero di aderire anche loro alla scelta di Amato e ce lo fecero sapere, lo dissero in particolare ad Giovanni Esposto che fece il colloquio con Antonio Abbinante dopo l’udienza».

Il litigio tra Raffaele Amato e Paolo Di Lauro

Comunque «il Marino e il Pariante dissero che c’era stato tra Ciruzzo, ossia Paolo Di Lauro, e Raffaele Amato un litigio sia per il disaccordo sull’eliminazione di Raffaele Abbinante e di Rosario Pariante e sia per il fatto che voleva far comandare il figlio Cosimo».

Ma non solo, anche perché «Ciruzzo pretendeva che tutte le piazze gestite dai vari sottogruppi capeggiati da Arcangelo Abete, Gennaro Marino, Rosario Pariante, Raffaele Abbinante, Massimiliano Cafasso, Prestieri, e tutte le altre della 167 dovevano da quel momento pagare le quote a Paolo Di Lauro. Il Lello si ribellò dicendo che non era possibile fare questo e che lui a queste persone non avrebbe mai chiesto le quote perché eravamo tutti un clan e loro dovevano, com’era stato sino ad allora, pagare la droga che acquistavano dall’Amato e quindi da Di Lauro, ma non dare anche dare una quota sulla vendita». Da lì in poi partì la sanguinosa guerra di camorra

fonte:https://www.stylo24.it/paolo-di-lauro-voleva-uccidere-raffaele-abbinante-e-rosario-pariante/

‘Ndrangheta in Emilia, processo ‘Grimilde’: riconosciuto reato di associazione mafiosa

‘Ndrangheta in Emilia, processo ‘Grimilde’: riconosciuto reato di associazione mafiosa

AMDuemila 16 Giugno 2022

All’esito del processo in Appello denominato ‘Grimilde’, per quaranta imputati che hanno scelto il rito abbreviato, è stata confermata l’associazione mafiosa, alcune pene sono state ridotte mentre altri imputati sono stati assolti. La Corte di Appello, dice la procuratrice generale reggente Lucia Musti, che ha sostenuto l’accusa insieme alla pm della Dda Beatrice Ronchi “ha ribadito l’esistenza e l’operatività della ‘Ndrangheta nel territorio emiliano, con conferma per tutti gli imputati (cui era contestato) del delitto di associazione mafiosa”. “Si registrano altresì – ha continuato – talune assoluzioni per posizioni minori, anche in relazione alla esclusione dell’aggravante mafiosa, che ha comportato la dichiarazione di prescrizione dei reati. È stato inoltre riconosciuto un complesso reato di truffa con ingente danno nei confronti dello Stato, il cosiddetto Affare Oppido, corale espressione della consorteria mafiosa”. Sull’affare “riso Roncaia”, ci sono state assoluzioni che, per Musti “appaiono il frutto di una diversa lettura della Corte con riguardo alle persone offese per le quali, dalla lettura del dispositivo, parrebbe ipotizzarsi una partecipazione alla associazione mafiosa”. La Procura generale “attende rispettosamente la motivazione della Corte e prenderà atto delle future determinazioni della Direzione Distrettuale Antimafia”.
Al centro del processo, tra l’altro, c’erano le infiltrazioni a Brescello (Reggio Emilia), unico comune emiliano-romagnolo sciolto per mafia. In particolare, per i giudici della quinta sezione penale, la condanna per Giuseppe Caruso, ex presidente del consiglio comunale di Piacenza è passata da 20 anni a otto anni e due mesi per alcuni reati e quattro anni per un’altra imputazione; per Salvatore Grande Aracri, uno dei figli del boss Francesco, la condanna passa da 20 anni a 14 anni e quattro mesi. I giudici hanno poi disposto la trasmissione degli atti alla Procura per alcuni imputati, in particolare per tre in relazione al reato di associazione mafiosa, tra cui Rosita Grande Aracri, la cui pena è stata rideterminata in due anni.
Assolti dai reati di cui erano accusati Francesco BerlingeriSimone BolognaIvan CatellaniFranca VallaFilippo Mattiolo, Nicolino Grande Aracri (che in questo processo aveva una posizione minore), Rosetta PagliusoRossella Lombardo, Domenico ParrinelliDonato Clausi Monica Pasini (questi ultimi due difesi dall’avvocato Fausto Bruzzese).

ANSA

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/90173-ndrangheta-in-emilia-processo-grimilde-riconosciuto-reato-di-associazione-mafiosa.html

Eddy Parente, da Anni 2000 ai selfie coi candidati sindaco

Eddy Parente, da Anni 2000 ai selfie coi candidati sindaco

Santi Cosma e Damiano – Sorridente con i sindaci, c

Graziella Di Mambro

16/06/2022 08:00

Chi se lo dimentica Eduardo-Eddy Parente, detto il cileno. Sta dentro uno dei processi più scomodi che riguardano il sud pontino, Anni Duemila. Il capo di imputazione è stato aggiustato più volte dopo le pronunce della Cassazione ma prosegue il dibattimento davanti al Tribunale di Cassino, nel quale si stanno snocciolando alcune delle intimidazioni attribuite ad una cellula risorta del clan dei casalesi operativa tra Castelforte, Minturno e Santi Cosma e Damiano almeno fino a gennaio 2021, quando sono scattati gli arresti per 19 persone. Tra queste c’era, appunto, Eduardo Parente, Eddy per gli amici, e il fratello gemello Francisco, entrambi soprannominati “i cileni” in quanto originari del Paese sudamericano.

Martedì sera c’era anche Eddy Parente alla festa per la rielezione del sindaco di Santi Cosma e Damiano, Franco Taddeo. Tutti felici, compreso Eddy, che ha postato le immagini sul suo profilo social incassando un sacco di like ma producendo un effetto perlomeno imbarazzante sul piano politico. Nelle foto è infatti insieme al neo sindaco di Santi Cosma, nonché con il primo cittadino di Castelforte Angelo Felice Pompeo e in un’altra appare ritratto con il sindaco di Formia, Gianluca Taddeo, quest’ultimo invitato all’evento in quanto parente stretto del sindaco di Santi Cosma. Un’allegra comitiva, con torta e fuochi d’artificio, se non fosse che foto come queste nel sud profondo dell’Italia creano un po’ di sconcerto ogni volta che vengono scattate e pubblicate. E questa, forse, è una di quelle volte. E’ evidente che non è vietato fare selfie con chicchessia, ma è altresì scontato che nessuno a quella festa può dire di non conoscere Eddy il cileno. Nelle due minuscole comunità di Castelforte e Santi Cosma e Damiano tutti conoscono tutti si conoscono e se nella comitiva compare un imputato al processo Anni 2000 è davvero impossibile non saperlo.

Fonte:https://www.latinaoggi.eu/news/cronaca/206234/eddy-parente-da-anni-2000-ai-selfie-coi-candidati-sindaco

Berlusconi rispolvera l’odio contro i magistrati antimafia

Berlusconi rispolvera l’odio contro i magistrati antimafia

NELLO TROCCHIA

15 giugno 2022 • 06:00

  • In mezzo al caos elettorale siciliano con i presidenti di seggio introvabili, gli elettori rispediti a casa e lo scontato trionfo dell’ex rettore Roberto Lagalla, spunta una dichiarazione di Silvio Berlusconi.
  • L’ex primo ministro si ferma all’uscita del seggio e viola, come da prassi consolidata, il silenzio elettorale. Il leader di Forza Italia si mette in sintonia con i fatti siciliani rispolverando il vocabolario da caimano.
  • «Questi arresti di candidati un giorno o due prima delle elezioni, potevano anche aspettare due giorni. Questa è sempre la storia della giustizia politicizzata che non è morta», dice Berlusconi.

In mezzo al caos elettorale siciliano, con i presidenti di seggio introvabili, gli elettori rispediti a casa e lo scontato trionfo dell’ex rettore Roberto Lagalla, mancava solo l’eco delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi. L’ex primo ministro si è fermato all’uscita del suo seggio milanese e ha violato, come da prassi consolidata, il silenzio elettorale.

Il leader di Forza Italia si è messo in sintonia con i fatti siciliani rispolverando il vocabolario da caimano, tipico della tradizione berlusconiana.

LA GIUSTIZIA POLITICIZZATA NON È MORTA

«Questi arresti di candidati un giorno o due prima delle elezioni, potevano anche aspettare due giorni. Questa è sempre la storia della giustizia politicizzata che non è morta», ha detto Berlusconi.

Dal centro di Milano ha riannodato il filo antico con l’isola. La Sicilia, per il leader di Forza Italia, è stata prima terra di investimenti e rapporti opachi e, successivamente, la regione del trionfo elettorale con lo storico 61 a 0 sulle sinistre ridotte a comparsa.

Da imprenditore e da politico ha raccolto successi, ma anche problemi quando ha foraggiato Cosa Nostra tramite Dell’Utri per evitare guai, quando le bombe estorsive hanno fatto saltare i negozi della Standa, fino alle inchieste pesanti con l’unica che ha retto fino in Cassazione, quella che ha condannato il fido Marcello Dell’Utri per aver concorso con la mafia.

Ogni parola, quando si riferisce alla Sicilia, è un macigno e Berlusconi ha parlato proprio di una giustizia politicizzata e ha aggiunto «che non è mai morta». Ed è una fortuna, in realtà, che la giustizia sia ancora viva e abbia ottenuto gli arresti di due candidati (uno di Forza Italia e l’altro di Fratelli d’Italia) che trafficavano con due mafiosi per raccattare qualche voto.

I PM DOPPIAMENTE MATTI

Nel trentennale delle stragi, le parole dell’ex primo ministro suonano sinistre, ma in linea con la sua storia e il suo lessico politico che peggiora quando si parla di Cosa Nostra.

Nel 2003 ha commentato così l’indagine per i rapporti con la mafia a carico del sette volte primo ministro Giulio Andreotti, indagine che si è chiusa con l’assoluzione e la prescrizione per i fatti commessi fino al 1980 (per il reato di associazione a delinquere semplice, quello per mafia non esisteva ancora): «Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana», ha detto.

Dieci anni dopo, da Bari ha sferrato un altro attacco duro alle toghe. «Oggi dentro la nostra democrazia c’è un cancro, una patologia che si chiama magistratura. Non tutti i magistrati, ma una corrente legata da un filo rosso che usa il potere dei giudici contro gli avversari per farli sparire», ha detto. Ovviamente il marcio albergava, secondo lui, tra i pubblici ministeri colpevoli di occuparsi di potere politico e non in quelli che inseguivano solo i senza potere.

Sempre nel 2013, l’ex primo ministro tornava a parlare di magistrati per difendere il suo stalliere, il mafioso Vittorio Mangano, definendolo eroe. «Ogni settimana un procuratore andava da lui in carcere e gli diceva: ti mandiamo a casa oggi pomeriggio se ci racconti dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e la mafia, tra Silvio Berlusconi e la mafia. Ma lui si rifiutò. Lo fecero uscire il giorno in cui poi morì. Credo che Marcello abbia detto bene quando ha definito Mangano un eroe», dice Berlusconi.

Nel ventennio berlusconiano, quello del 2013 è stato l’anno orribile con le dichiarazioni più roboanti e verbalmente violente. Il giorno prima del voto per le politiche, Berlusconi ha rotto di nuovo il silenzio elettorale e ha sferrato un durissimo attacco contro i pubblici ministeri che avevano osato indagare sull’affare Ruby e sul bunga bunga.

PEGGIO DELLA MAFIA

«In Europa han messo in giro la storia che io ero irriso perché qui in Italia mi hanno fatto un attacco con il bunga bunga che è un’operazione di mistificazione e diffamazione che non si regge su nulla. Non è venuto fuori un reato e continuano con i processi che sono stati ripresi da tutti i giornali stranieri, dove la magistratura è una cosa seria. Mentre da noi la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa ma è così», ha detto Berlusconi.

L’odio contro i magistrati ha raggiunto l’apice nell’anno della condanna definitiva a quattro anni per frode fiscale e della mai dimenticata espulsione dal senato. Nove anni dopo, l’ex cavaliere è tornato ad attaccare la magistratura raccogliendo il silenzio diffuso degli alleati per non scalfire la figura del Berlusconi “statista”.

L’ex primo ministro ha ancora conti aperti con la giustizia. L’indagine più delicata è quella di Firenze dove è indagato per concorso in strage con l’aggravante di aver favorito la mafia. I magistrati decideranno entro l’anno se chiedere il rinvio a giudizio o archiviare, come le tre precedenti indagini, anche la quarta inchiesta. L’accusa è pesante, quella di aver concorso alle stragi sul continente insieme al gotha di Cosa Nostra. Berlusconi e Dell’Utri si dicono inorriditi e totalmente estranei. I magistrati, alcuni, continuano a indagare. Un vecchio vizio che l’ex primo ministro non perdona loro.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/fatti/berlusconi-odio-contro-magistrati-antimafia-mangano-lagalla-forza-italia-yoezzb4h

Emanuele Sibillo, i genitori a processo per l’altarino del baby boss a Forcella: commercianti costretti a inginocchiarsi

Emanuele Sibillo, i genitori a processo per l’altarino del baby boss a Forcella: commercianti costretti a inginocchiarsi

Mercoledì 15 Giugno 2022

Il gup di Napoli ha rinviato a giudizio i genitori di Emanuele Sibillo, capo della cosiddetta «paranza dei bambini», gruppo criminale attivo nel centro storico di Napoli nei primi anni 2010, ucciso il 2 luglio 2015. Ai coniugi Vincenzo Sibillo e Anna Ingenito vengono contestati i reati di estorsione e violenza privata aggravati dal metodo mafioso in relazione alla realizzazione di un busto in gesso con le sembianze di Emanuele Sibillo, esposto per anni in un’edicola votiva nella corte condominiale del palazzo in vico Santissimi Filippo e Giacomo, nel cuore del centro antico di Napoli, in cui dimorava Emanuele Sibillo e dove tuttora vivono alcuni dei suoi familiari.

La prima udienza del processo è stata fissata per il 27 settembre. Secondo i pm della Procura di Napoli i genitori di Emanuele Sibillo, difesi dall’avvocato Rolando Iorio, insieme ad altre persone in corso di identificazione, avrebbero realizzato illecitamente il manufatto costringendo i condomini a subire la spoliazione del diritto di uso della cappella votiva esistente in precedenza.

Il busto è stato sequestrato il 29 aprile 2021 dai carabinieri del comando provinciale di Napoli, coordinati dalla Dda partenopea, nell’ambito di un’operazione che ha portato all’esecuzione di 21 misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti vicini al clan camorristico.

Dalle indagini emerse il «ruolo» dell’altarino dedicato a «ES17», così era soprannominato il giovanissimo capo della «paranza dei bambini», che negli anni era diventato funzionale alle attività del clan. In un caso, hanno ricostruito gli investigatori, un commerciante vittima di estorsione è stato trascinato davanti all’altare e costretto a inginocchiarsi e a riconoscere il potere e la supremazia del gruppo criminale. L’altarino era diventato meta di «pellegrinaggio» per gli affiliati al clan e anche per giovanissimi estranei alle logiche criminali, affascinati dall’immagine di Sibillo che ha assunto con il tempo carisma e popolarità crescenti. Il busto sequestrato oggi è esposto al Museo criminologico di Roma.

Fonte:https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/emanuele_sibillo_genitori_processo_altarino_forcella_ultime_notizie_oggi-6755236.html

Maria Falcone dopo sentenza Capaci Bis: ”Verdetto Cassazione apre uno scenario di convergenza interessi”

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AMDuemila 15 Giugno 2022

“La sentenza della Cassazione, che conferma l’imponente lavoro investigativo fatto dalla Procura coordinata da Sergio Lari e le condanne inflitte dai giudici di Caltanissetta ai boss Salvatore Madonia, Lorenzo Tinnirello, Giorgio Pizzo e Cosimo Lo Nigro, accerta pienamente le responsabilità di Cosa nostra nella fase esecutiva della strage di Capaci, sancendo in via definitiva il ruolo del mandamento mafioso di Brancaccio”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, dopo la sentenza della Cassazione del processo Capaci bis. “Il verdetto inoltre – ha proseguito – apre allo scenario della convergenza di interessi nell’attentato, prospettato nella sentenza della corte d’assise, sulla base di due elementi accertati dai magistrati: il sondaggio che, ha raccontato il pentito Giuffrè, venne fatto da Cosa nostra presso ambienti politici e imprenditoriali prima dell’attentato; e il diktat di Riina che, a marzo del 1992, disse ai suoi di fermare la missione romana che avrebbe dovuto eliminare Giovanni Falcone perché a Palermo ‘c’erano cose più importanti da fare’. Elementi che fanno pensare appunto a una convergenza di ambienti esterni alla Mafia nell’interesse ad uccidere Giovanni”. “Ci auguriamo – ha concluso – che su questa strada si possa fare piena chiarezza sia sulla strage di Capaci che su quella di Via D’Amelio che tanti punti oscuri ancora presenta”.

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AMDuemila 15 Giugno 2022

E’ in corso dall’alba di oggi un’operazione della Polizia di Stato di Latina, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, per dare esecuzione a 15 ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti a vario titolo gravemente indiziati dei delitti di estorsione, truffa, violenza privata, danneggiamento e lesioni, reati aggravati dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolazione mafiosa. “Il provvedimento cautelare – fa sapere la Questura del capoluogo pontino – si basa sulle risultanze acquisite nel corso delle indagini condotte dalla squadra mobile di Latina, che hanno consentito di raccogliere elementi gravemente indiziari in ordine ad attività illecite svolte da membri della famiglia Ciarelli che nel 2010, durante gli anni della cosiddetta Guerra Criminale Pontina, si sarebbe resa protagonista, insieme alla famiglia Di Silvio, di omicidi e tentati omicidi, che hanno determinato l’affermarsi sul territorio pontino di clan familiari di origini Rom caratterizzati dalla capacita’ di porre in atto un potere di intimidazione tipico delle organizzazione mafiose”. Le indagini della Polizia hanno evidenziato “in termini di gravita’ indiziaria come lo stato detentivo non abbia indebolito la capacità intimidatoria della famiglia Ciarelli, la quale, anche in carcere, ha continuato a formulare richieste estorsive nei confronti di imprenditori, commercianti, semplici cittadini, utilizzando vari social Network”.

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Il Cdm ha nominato la commissione straordinaria dopo aver accertato «pressanti condizionamenti» delle cosche

Pubblicato il: 15/06/2022 – 20:48

«Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, in considerazione dei pressanti condizionamenti della criminalità organizzata, che compromettono il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale, a norma dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, numero 267, ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Soriano Calabro (Vibo Valentia) e l’affidamento, per un periodo di 18 mesi, della gestione del Comune a una commissione straordinaria». Lo riporta la nota ufficiale di Palazzo Chigi diffusa al termine dell’odierno Consiglio dei ministri.

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/06/15/infiltrazioni-della-ndrangheta-il-governo-scioglie-il-consiglio-comunale-di-soriano

Dai pizzini di Provenzano alle chat criptate di Rocco Morabito. «Così sono cambiate le mafie»

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Il Prefetto Rizzi a Cosenza presenta “Investigare 4.0. Criminologia E Criminalistica”. Sul Pnrr «i pericoli arrivano dall’estero»

Pubblicato il: 15/06/2022 – 12:4

COSENZA Dai pizzini usati da “Zu Binnu” Bernardo Provenzano alle chat criptate del numero uno della ‘ndrangheta, il fuggitivo ed ex superlatitante Rocco Morabito detto “U Tamunga”. In pochi anni, le mafie sono state capaci di cambiare, evolvendosi e trasformandosi in vere e proprie società per azione dedite alla commissione di reati. Anche informatici. Ad analizzare con dovizia di particolari il mondo del cyber crimine, i pericoli della rete, i nuovi reati e le novità che riguardano le indagini è il Prefetto Vittorio Rizzi, investigatore di grande esperienza, con un percorso professionale nel mondo della sicurezza. Quello contenuto nel suo ultimo libro “Investigazioni 4.0” è un viaggio che parte dal sopralluogo e all’esame dei crimini più gravi fino ad arrivare alla vittimologia, alla nascita della violenza, alla comunicazione e al giornalismo investigativo. Oggi, a Palazzo Arnone a Cosenza, la presentazione.

Il rapporto con la comunicazione

«Il rapporto con la comunicazione era sotterraneo e sottovalutato, oggi la componente del giornalismo investigativo, in altri Paesi motore di cambiamenti culturali, impone una riflessione sul dialogo da intraprendere e sulla ricerca di un codice che metta in relazione le investigazioni con il mondo della stampa», sottolinea Rizzi. Che aggiunge: «Il tema della metamorfosi dei fenomeni mafiosi è un dato di fatto, in Calabria la ‘ndrangheta rappresenta un problema criminale importante, oggi la vostra Regione è più sicura rispetto ad altre parti del Mondo», chiosa Rizzi. Secondo il vice direttore generale della Pubblica Sicurezza e direttore centrale della Polizia Criminale «In Italia, grazie alle interdittive, alle misure di prevenzione vi è la possibilità di intercettare una impresa mafiosa e senza permetterle di partecipare alle gare d’appalto». Sul Pnrr, «è un fenomeno europeo, non partecipa solo l’Italia. Noi siamo attrezzati e anche la Calabria lo è, infatti, i rischi li intravedo di più all’estero e per questo il nostro osservatorio è diventato internazionale». E se il mondo è cambiato, a cambiare sono state proprio le mafie. Per Rizzi, «l’elemento di forza dell’Italia e anche della Calabria sono i 30 anni di lotta al crimine. Oggi si insabbia molto meno rispetto al passato». La polizia, dunque, si è adeguata alle nuove tecnologie per «confrontarci con un tema di carattere giudico, come ad esempio capire come sia possibile hackerare una piattaforma criptata. Per questo ci confrontiamo con i colleghi di Francia, Spagna, Belgio e Austria. La vera ricetta è rispondere ad un fenomeno criminale mondiale con una alleanza globale».
Sulle nuove tecnologie in mano alle forze di polizia è intervenuta anche il Questore di Cosenza, Petrocca. «Abbiamo delle possibilità che prima non avevamo, usavamo solo le intercettazioni. I mezzi più incisivi ci sono ma dobbiamo essere sempre un passo in avanti rispetto a chi li usa in maniera illegale. Oggi ci sono uffici che portano avanti indagini telematiche importanti».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/06/15/dai-pizzini-di-provenzano-alle-chat-criptate-di-rocco-morabito-cosi-sono-cambiate-le-mafie/

Lettera aperta della madre di Julian Assange al mondo

Christine Assange  23 Giugno 2022

Non sopporto che non si muova nulla di fronte a tanta ingiustizia.
Cinquant’anni fa, quando ho partorito per la prima volta come giovane madre, pensavo che non ci potesse essere dolore più grande, ma l’ho dimenticato presto quando ho tenuto tra le mie braccia il mio bellissimo bambino. L’ho chiamato 
Julian.
Ora mi rendo conto che mi sbagliavo. C’è un dolore più grande.
Il dolore incessante di essere la madre di un giornalista premiato, che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità sui crimini governativi di alto livello e sulla corruzione.
Il dolore di vedere mio figlio, che ha cercato di pubblicare verità importanti, macchiato a livello mondiale.
Il dolore di vedere mio figlio, che ha rischiato la vita per denunciare l’ingiustizia, incastrato e privato del diritto a un processo equo, ancora e ancora.
Il dolore di vedere un figlio sano deteriorarsi lentamente, perché gli è stata negata l’assistenza medica e sanitaria adeguata in anni e anni di carcere.
L’angoscia di vedere mio figlio sottoposto a crudeli torture psicologiche, nel tentativo di spezzare il suo immenso spirito.
L’incubo costante che venga estradato negli Stati Uniti e poi trascorrere il resto dei suoi giorni sepolto vivo in totale isolamento.
La paura costante che la CIA possa realizzare i suoi piani per ucciderlo.
L’ondata di tristezza quando ho visto il suo fragile corpo cadere esausto per un mini ictus nell’ultima udienza a causa dello stress cronico.
Molte persone sono rimaste traumatizzate nel vedere una superpotenza vendicativa che usa le sue risorse illimitate per intimidire e distruggere un individuo indifeso.
Voglio ringraziare tutti i cittadini onesti e solidali che protestano globalmente contro la brutale persecuzione politica subita da 
Julian.
Per favore continuate ad alzare la voce ai vostri politici fino a quando non sentirete solo questo.
La sua vita è nelle sue mani.

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La mafia foggiana sfida Lazzaro D’Auria: “Ho pensato di mollare tutto. Ma 400 famiglie mi fanno sempre cambiare idea”

Di Saverio Serlenga 14 Giugno 2022 APERTURA

L’imprenditore sotto scorta commenta i recenti attentati ai suoi terreni. “Gli ultimi delinquenti che raschiano il fondo non sapendo dove mettere le mani. Questa l’idea che mi sono fatto”La mafia foggiana non spaventa Lazzaro D’Auria, l’imprenditore sotto scorta di Scafati che da diversi anni ha deciso di fare l’agricoltore nel Tavoliere, tra San Severo e Borgo Incoronata. Proprio alle spalle del santuario due giorni fa un incendio ha distrutto quasi cento ettari di grano duro di sua proprietà. Oggi ci siamo recati sul posto per ascoltare l’imprenditore campano che già in passato aveva subito attacchi del genere, ma che ha sempre denunciato e fatto arrestare diversi criminali. “Gli ultimi delinquenti che raschiano il fondo non sapendo dove mettere le mani. Questa l’idea che mi sono fatto. Lo Stato attraverso diverse operazioni ha arrestato centinaia di persone, poi ci sono gli ultimi malavitosi che prima di venire arrestati continuano a dare fastidio all’agricoltura foggiana. La mafia di Foggia – aggiunge D’Auria – è una mafia che ragiona, e pertanto ha capito che l’agricoltura nella Capitanata è l’azienda con il fatturato maggiore, e cerca di racimolare denaro pressando gli agricoltori. La matrice è mafiosa senza se e senza me. Guardi, io giro l’Italia intera e incendi di campi di grano li ho visti solo nel Foggiano. Non può essere un caso accidentale l’incendio di un campo di grano, piuttosto che un taglio di ulivi o di vigneti. Chi opera in questo modo è legato alla delinquenza locale che oggi si chiama mafia foggiana”.

Con quale stato d’animo continua a fare l’imprenditore in questa provincia? “Sono nato nella terra, la stessa che appartiene alla mia famiglia, quella terra che io continuerò a difendere sempre. Non mi arrendo, quello che mi hanno bruciato oggi, lo riseminerò l’anno prossimo”. Mai pensato di vendere tutto e andarsene da Foggia? “Si, diverse volte. Però poi prevalgono sempre le ragioni del cuore, e alludo alla mia famiglia e a tutte quelle persone che mi hanno sempre aiutato dopo questi tristi episodi. La mia azienda arriva a dare lavoro in certi periodi dell’anno fino a 400 famiglie. Sono loro che mi fanno cambiare idea ogni volta”.

Lazzaro D’Auria prova anche a rispondere a chi continua a chiedere più presenza delle forze dell’ordine in campagna. “Posso pure capire, ma come si fa a controllare un’azienda come questa che ha un perimetro di sette chilometri? Come posso pretendere che le forze dell’ordine mi controllino sette chilometri di perimetro? Impossibile. Piuttosto, l’agricoltore o l’imprenditore devono iniziare a denunciare quelle persone che vanno in azienda e dicono: io ti guardo i terreni e tu mi dai… Questa gente va denunciata perché non esiste una forma di garanzia sul malfatto, e le organizzazioni di categoria devono invogliare i propri tesserati a denunciare. Solo così si sconfigge questo cancro. E poi questi malfattori devono essere puniti con pene esemplari. Chi brucia un campo di grano, uccide una creatura e va condannato con la pena di tentato omicidio”. Poi conclude: “Agli agricoltori chiedo di non mollare e di denunciare. Ai criminali dico semplicemente: convertitevi. Se volete vivere in provincia di Foggia dovete lavorare, qui c’è tanto da fare. Alle istituzioni: sostituite il reddito di cittadinanza con un lavoro stabile perché gli stipendi sono medio alti. Un carabiniere che mi protegge, oggi guadagna molto meno di un trattorista della mia azienda”.

Fonte:https://www.immediato.net/2022/06/14/la-mafia-foggiana-sfida-lazzaro-dauria-ho-pensato-di-mollare-tutto-ma-400-famiglie-mi-fanno-sempre-cambiare-idea/

Ecco il destino delle case/bunker confiscate a Michele Zagaria e ai suoi fedelissimi

Ecco il destino delle case/bunker confiscate a Michele Zagaria e ai suoi fedelissimi

14 Giugno 2022 – 11:50

CASAPESENNA –  Dal mini-caseificio per donne vittime di violenza all’incubatore di start-up, dal centro per i minori disagiati a quello per l’assistenza ai poveri. Non c’e’ solo la casa-bunker dove il capoclan dei Casalesi Michele Zagaria fu stanato dopo 16 anni di latitanza, tra i beni riconducibili al boss che saranno riutilizzati per fini sociali, ma se ne contano almeno altri cinque confiscati alla famiglia Zagaria e gia’ oggetto di lavori, situati tra Casapesenna, San Cipriano d’Aversa e San Marcellino.

La casa-bunker di via Mascagni a Casapesenna, come deciso la scorsa settimana dalla riunione tenutasi in prefettura a CASERTA, sara’ abbattuta e al suo posto sorgera’ una parco pubblico, mentre per le altre cinque strutture sono in corso lavori per quasi 6,5 milioni di euro, e a gestirli sara’ Agrorinasce, il Consorzio di comuni che amministra centocinquanta beni confiscati alla criminalita’ organizzata in provincia di CASERTA. “Si tratta di un risultato importantissimo – spiega Gianni Allucci, amministratore delegato del Consorzio – per i Comuni soci di Agrorinasce e per tutti i cittadini. Analogamente l’intesa istituzionale individuata presso la Prefettura di CASERTA finalizzata all’abbattimento della villa-bunker prima confiscata alla famiglia Inquieto, e poi acquisita al patrimonio comunale di Casapesenna, e’ una notizia senz’altro positiva. Con l’Amministrazione Comunale di Casapesenna abbiamo un ottimo rapporto di collaborazione e non faremo mancare il nostro apporto per la valorizzazione dell’area comunale negli obiettivi gia’ indicati dal Sindaco Marcello De Rosa”.

Il progetto piu’ ampio riguarda il complesso edilizio formato da tre ville e confiscato alla famiglia Zagaria a San Cipriano d’Aversa, destinato a Incubatore di imprese giovanili e sociali, che sarebbe il primo di questo genere in un’area confiscata alla camorra; e’ anche l’unico progetto finanziato dal Ministero dell’Interno con circa 4,5 milioni di euro (4.470.000). Nell’immobile confiscato a Michele Zagaria in Corso Europa a Casapesenna, dove sono in corso lavori che termineranno quest’anno per quasi 90mila euro finanziati dalla Regione (ma il finanziamento totale e’ di 150mila euro), sorgera’ invece un centro polifunzionale, e il bando e’ stato aggiudicato alla cooperativa sociale Partenope: in particolare il piano terra e’ stato in parte assegnato in gestione alla Parrocchia di S. Croce per l’attivita’ di assistenza ai poveri attraverso la Caritas locale, mentre altri locali sono rimasti in dotazione alla protezione civile di Casapesenna.

Nell’altro immobile confiscato a Casapesenna, in via Genova, a Salvatore Nobis, fedelissimo di Zagaria, sono in corso opere per 77mila di fondi regionali (finanziamento totale 150mila euro), e sara’ realizzato un gruppo di convivenza con sei posti in accoglienza h 24, specializzato nella ludopatia e sindrome da gioco d’azzardo. All’interno del Centro verranno effettuati colloqui di sostegno psicologico, sviluppo delle capacita’ relazionali e sociali, sviluppo dell’autonomia reddituale attraverso un’attivita’ lavorativa all’interno del tessuto socio -economico locale, percorsi di formazione – lavoro.

Ambizioso il progetto che riguarda il bene confiscato a Casapesenna, in corso Europa, a Filippo Capaldo, nipote prediletto di Michele Zagaria e suo erede designato ai vertici del clan: il progetto ha un importo di quasi 1,5 milioni di euro finanziati dalla Regione, e vi nascera’ un mini caseificio destinato all’inserimento lavorativo di donne vittime di violenza, il cui soggetto gestore, individuato con bando pubblico, sara’ la cooperativa sociale Raggio di sole. Un piano dell’edificio da 500 metri quadrati e’ stato invece dato in gestione alla comunita’ evangelica di Casapesenna.

A San Marcellino, nel bene confiscato a Giovanni Garofalo e riconducibile alla famiglia Zagaria, sara’ realizzato un centro diurno e residenziale per minori con disagi familiari. Il progetto proposto da Agrorinasce e dal Comune prevede al primo piano tre camere da letto per un massimo di sei minori e servizi igienici per maschi e femmine. Al piano terra e’ stata prevista la stanza da letto per gli educatori, la cucina e la sala pranzo, oltre a tutti i servizi igienici necessari; l’importo e’ di 86mila euro (fondi della Regione) per un finanziamento totale di 150mila euro, e il soggetto gestore individuato e’ la cooperativa sociale Hermes.

Fonte:https://casertace.net/ecco-il-destino-delle-case-bunker-confiscate-a-michele-zagaria-e-ai-suoi-fedelissimi/

Improcedibilità, la riforma che “salva” i colletti bianchi

Improcedibilità, la riforma che “salva” i colletti bianchi

“Report” racconta i numeri e i pericoli legati alla legge Cartabia. Gratteri: «Corruzione, concussione, peculato non arriveranno in appello»

Pubblicato il: 14/06/2022 – 12:18

CATANZARO E’ stato fin dall’inizio uno dei magistrati più critici della riforma sulla Giustizia. La riforma Cartabia è stata definita dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, «la peggiore riforma della storia». «Il prodotto finale – ha detto Gratteri in una intervista alla trasmissione di Rai3 “Report” – per alcuni versi è terribile. La cosa che mi rattrista che proprio da un po’ di anni stavamo riprendendo fiducia. C’è la fila per venire qui a denunciare. Io incontro ogni settimana 40/50 persone vessate dalla ‘ndrangheta, usurati, estorti. Penso che questa riforma non serva per risolvere i problemi e i drammi della gente».
La riforma Cartabia introduce il principio dell’improcedibilità che entrerà n vigore dal primo gennaio 2025: il processo d’appello potrà durare al massimo due anni e quello di Cassazione 12 mesi. Se si supera questo limite il procedimento decade, vale a dire che il processo finisce senza che venga emessa alcuna sentenza.

I problemi dell’improcedibilità in numeri

All’orizzonte si profila una lunga serie di processi che cadranno nel vuoto a causa dell’improcedibilità perché le Corti d’Appello sono oberate di lavoro e scarseggiano i magistrati. Tanto che il presidente della Corte d’Appello di Napoli, Giuseppe De Carolis, lo dice chiaramente: «Con le attuali risorse non siamo in condizione di fare processi in così poco tempo perché la massa dei procedimenti è enorme». In sostanza, spiega, con una battuta, che se prima si cercava di svuotare il mare con un cucchiaino, adesso, invece di fornire un cucchiaio più grande, il cucchiaino l’hanno pure bucato. Sono i numeri a dare il senso della difficoltà. Per De Carolis un giudice non può, comprensibilmente, andare oltre le 300 sentenze all’anno: «C’è bisogno di studiare gli atti, non è come sfornare una pizza». I carichi di lavoro rischiano di obbligare i giudici a scegliere quali procedimenti mandare in prescrizione. E i numeri segnano profonde differenze territoriali. Se a Milano, per fare un esempio, sono attualmente in corso 8mila processi penali, a Napoli sono attualmente aperti 57mila procedimenti penali. Ogni giudice campano ha in media 1500 procedimenti pendenti.
Il problema sta anche nella distribuzione delle risorse: se alla Corte di Appello di Milano ci sono 150 giudici per 8000 procedimenti e quindi ogni giudice ha una media di 53 processi penali, a Napoli i giudici sono 39 per 57mila procedimenti. E con queste cifre è abbastanza chiaro che l’improcedibilità rischia di essere una mannaia.

La legge che salva i processi ai colletti bianchi

E non basta che il ministro Marta Cartabia abbia salvato dalla “tagliola” dell’improcedibilità reati come quelli di mafia, l’omicidio e la violenza sessuale aggravata. Esistono reati altrettanto importanti che rischiano di finire nel nulla come gli omicidi colposi che comprendono tutti gli omicidi sul lavoro. «Il 50% di questi processi in appello non si celebrerà – dice il procuratore Nicola Gratteri – lo hanno detto i procuratori generali delle Corti d’Appello». Senza contare «tutti i processi in materia di inquinamento. Eppure questo governo – rimarca Gratteri – ha dedicato un ministero alla Transizione ecologica. E i reati contro la pubblica amministrazione non vi scandalizzano? Corruzione, concussione, peculato. Perché non sono reati gravi? E sono anche processi senza detenuti. Metà di questi – rimarca Gratteri – non arriveranno in appello». A rischiare questa “tagliola” non sono solo i processi ai colletti bianchi ma anche la giustizia che su deve ai morti sul lavoro, i morti per incidenti stradali e i morti in tragedie come il Ponte Morandi e il Mottarone.
Si rischia l’impunità su reati come la truffa. Un vero e proprio danno sociale.

In Italia sette anni per una sentenza definitiva

Il Pnrr ha vincolato 190 miliardi di euro alla riduzione della durata dei processi. In Italia ci sono un milione e 600mila processi pendenti. Per avere una sentenza definitiva in Italia bisogna aspettare in media 7 anni, contro i tre di Spagna e Francia e i 377 giorni della Svizzera. (redazione@corrierecal.it)

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/06/14/improcedibilita-la-riforma-che-salva-i-colletti-bianchi/

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