Omicidio, 30 anni a Grande Aracri. Ergastolo al boss di Petilia e al figlio

Omicidio, 30 anni a Grande Aracri. Ergastolo al boss di Petilia e al figlio

La sentenza della Cassazione sul delitto Ruggiero e sulle uccisioni di Mario e Romano Scalise

di Luigi Abbramo — 03 Dicembre 2021

Due ergastoli e una condanna a trent’anni di reclusione diventata definitiva. È finita come in Appello per il 61enne boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, condannato definitivamente a trent’anni di reclusione quale mandante dell’omicidio di Rosario Ruggiero assassinato il 24 giugno 1992 a Cutro.
E sono diventate definitive anche le condanne all’ergastolo per
Vincenzo Comberiati (64 anni), presunto capo bastone della ‘ndrina di Petilia Policastro e suo figlio Pietro (39 anni), ambedue imputati per l’omicidio dei fratelli Mario e Romano Scalise, due delitti avvenuti rispettivamente nel 1989 e nel 2007 a Petilia Policastro.

Dovrà invece essere nuovamente processato in un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro il 54enne di Mesoraca Gianfranco Grano. Gli ermellini hanno infatti annullato con rinvio l’assoluzione di Grano, accusato di concorso nell’omicidio di Rosario Ruggiero. Questa in sintesi la sentenza emessa l’altra sera dalla Suprema Corte di Cassazione nel terzo grado di giudizio del procedimento sul filone omicidi, scaturito dall’operazione “Filotette” che risale al 2013. Nelle carte dell’inchiesta condotta dalla Dda e dai carabinieri, si parlava infatti oltre che del delitto di Francesco Bruno per i quali i Comberiati sono stati assolti, anche dell’omicidio Ruggiero e degli agguati mortali a Mario Scalise assassinato il 13 settembre del 1989 a Petilia Policastro, e al fratello Romano ucciso qualche anno più tardi, il 18 luglio 2007 a Steccato di Cutro.

Secondo la ricostruzione della Procura antimafia di Catanzato gli Scalise erano legati al clan Maesano di Isola Capo Rizzuto, rivali degli Arena ai quali erano invece legati i Comberiati

Fonte:https://catanzaro.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2021/12/03/omicidio-30-anni-a-grande-aracri-ergastolo-al-boss-di-petilia-e-al-figlio-7f4943df-9f38-4353-b789-85ed7b66e6fe/

Sequestrati beni per 2,5 milioni a commercialista, “contabile” della ‘ndrangheta in Piemonte

Sequestrati beni per 2,5 milioni a commercialista, “contabile” della ‘ndrangheta in Piemonte

Beni per un valore complessivo di due milioni e mezzo di euro sono stati sequestrati a un ‘contabile’ di una nota famiglia della ‘Ndrangheta radicata in Piemonte coinvolta in sequestri di persona a scopo di estorsione, possesso di armi e traffico di droga. Il relativo decreto del tribunale e’ stato eseguito dalla Dia. I destinatario del provvedimento – un commercialista di Torino – era noto alle cronache giudiziarie in quanto aveva stilato un vero e proprio ‘vademecum’ per realizzare frodi fiscali sia in campo nazionale che nel sistma dell’Unione Europea.

Condannato negli anni scorsi per vari reati di natura fiscale e di bancarotta fraudolenta, ultimamente era stato riconosciuto responsabile di diversi reati per i quali e’ stato condannato in primo grado a 6 anni. Gli sono stati sequestrati due societa’ operanti nel settore immobiliare ed agricolo, lo studio professionale di commercialista, uan cassetta di sicurezza, 17 tra rapporti di conto corrente e polizze assicurative, nonche’ 64 immobili in Piemonte e Basilicata.

Creato Mercoledì, 01 Dicembre 2021 08:24

fonte:https://ildispaccio.it/calabria/287761-sequestrati-beni-per-2-5-milioni-a-commercialista-contabile-della-ndrangheta-in-piemonte

 

 

 

 

Stritolati dal pizzo, a Torre Annunziata ci sono negozi che pagano i clan da 26 anni

Stritolati dal pizzo, a Torre Annunziata ci sono negozi che pagano i clan da 26 anni

Ciro Formisano

A Torre Annunziata il pizzo, per molti commercianti, è una tassa fissa da pagare ogni mese senza fiatare. Un modo per comprarsi la “tranquillità” in un territorio in mano alla camorra. Un incubo senza uscita che in alcuni casi può durare anche oltre vent’anni, una vita intera. E’ il caso del titolare di un negozio che avrebbe pagato ai Gionta la tangente addirittura per ventisei anni (dal 1995 ad oggi). Ma non è l’unico. Nelle carte dell’ultima indagine sugli affari dei Valentini emerge chiaramente come la cosca possa contare sulla “fedeltà” e sul silenzio omertoso di decine di negozianti e imprenditori del territorio che ricade sotto il dominio dei Gionta. Commercianti impauriti dall’idea di finire vittime di raid e ritorsioni e pronti ad aprire la cassa consegnando alla camorra un pezzo della loro fatica quotidiana. Sotto scacco ci sono tutti: pasticcerie, pescivendoli, negozi di alimentari e persino scuole guida. Gli episodi contestati agli indagati sono quattro, ma il sospetto che si annida tra le pagine di quell’inchiesta è che nel libro mastro del pizzo in mano agli esattori dei Valentini ci siano tante altre imprese. Diverse centinaia di attività commerciali sono costrette a pagare la tangente alla camorra. E chi non riesce a mettere insieme i soldi del racket decide di scappare. Nell’ultimo anno sono 18 le attività commerciali che hanno deciso di abbandonare la città, trasferendosi altrove. Scelte legate, spesso, proprio alla ferocia della camorra e alle sempre più asfissianti richieste estorsive dei clan. A Torre Annunziata, d’altronde, il pizzo è da sempre una delle principali fonti di guadagno delle cosche attive sul territorio. Anche per questo chiudere i rubinetti del pizzo potrebbe rappresentare un colpo fatale per la camorra.

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2021/12/01/stritolati-dal-pizzo-torre-annunziata-ci-negozi-pagano-clan-26-anni/

 

 

Nuova Mala del Brenta, l’ascesa al potere delle donne. Il boss: «Mia figlia gestirà tutto»

Nuova Mala del Brenta, l’ascesa al potere delle donne. Il boss: «Mia figlia gestirà tutto»

Dall’avvocata alla madre del capo: nell’Operazione Papillon coinvolte diverse figure femminili: «Riciclaggio nelle loro mani». Le liti tra figlia e compagna del boss Trabujo

di Stefano Bensa

Nell’operazione Papillon che ha stoppata l’ascesa della nuova Mala del Brenta con 39 arresti e un regolamento di conti non riuscito con i vecchi capi — Felice Maniero in testa — ad assumere un inedito ruolo di rilievo sono soprattutto le donne rispetto alla storia passata della Mala. Tra di loro c’è lo storico difensore di Gilberto Boatto (ex luogotenente di Maniero), la padovana Evita Della Riccia (indagata), che da donna di legge decide di cambiare radicalmente registro mettendosi «sostanzialmente a disposizione dell’associazione, piegando la sua funzione di legale e la connaturata insospettabilità, dovuta al suo ruolo, al servizio delle esigenze di tipo criminale dei suoi clienti». Poi c’è Pamela Trabujo (ai domiciliari), figlia di Loris, uno dei nuovi presunti capi e cinghia di trasmissione secondo l’accusa tra vecchia e nuova Mala, chiamata a gestire Santa Chiara Motoscafi e nominata dal papà «legittima erede». E c’è Sara Battagliarin (ai domiciliari), giovane compagna di Trabujo, che pur mantenendo un ruolo defilato aveva due compiti precisi: gestire il denaro proveniente dagli estorti nella contabilità di Santa Chiara Motoscafi e i molti telefoni usati dal fidanzato. Non poteva mancare neppure l’anziana madre del boss, Lucia Marazzi (ai domiciliari), il cui ruolo era quello di «cassaforte» e «santabarbara» al tempo stesso: era di fatto il custode del denaro e delle armi dell’associazione.

«È oro mia figlia»

Sono solo alcune delle donne finite nell’Operazione Papillon con compiti più o meno di rilievo, una novità rispetto alla vecchia organizzazione mestrina della Mala del Brenta sostanzialmente al maschile (a parte la mamma di Felice Maniero, sospettata di custodire il denaro ma sostanzialmente sfiorata dalle indagini). E dalle intercettazioni è emerso come tra alcune di loro non corresse esattamente un buon sangue. Se, per esempio, Trabujo stravede per la figlia («sì… è oro mia figlia… è bravissima si sta dando da fare per tenere in mano tutto sai… io gli ho detto amore… tu devi essere pronta per tenere in mano tutto tu…», dice Loris in una intercettazione) la compagna non è altrettanto entusiasta, soprattutto per il patrimonio capitato in sorte a Pamela. Per questo motivo Sara, formalmente dipendente di Santa Chiara Motoscafi ma nella sostanza impegnata a vivere senza lavorare («con una che si sveglia a che ora vuole? … ma sei suonata! … te adesso che sei sotto padrone, sei regolare… con me… con il cazzo che venivi a lavorare!», è una delle frasi pronunciate da Loris in un’altra conversazione), è ritenuta «uno strumento consapevole nelle mani del Trabujo».

Il pm antimafia: «Le donne in ascesa»

 

«Una volta — dice il pm antimafia Bruno Cherchi — l’attività di aggressione, rapine e omicidi era in genere operata dagli uomini del gruppo. Abbiamo notato invece elementi puntuali in relazione all’impiego di donne, soprattutto per quanto riguarda il riciclaggio e l’intestazione fittizia di beni».

Fonte:https://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/cronaca/21_dicembre_01/nuova-mala-brenta-l-ascesa-potere-donne-boss-mia-figlia-gestira-tutto-b8b453e0-5287-11ec-bcb2-74a89f52d76f.shtml

 

 

No Mafia! No Berlusconi Presidente!

No Mafia! No Berlusconi Presidente!

Giorgio Bongiovanni 01 Dicembre 2021

di Giorgio Bongiovanni

Non c’è niente da fare. Ogni tal volta che qualcuno osa ricordare i fatti indelebili della storia dell’ex Cavaliere Silvio Berlusconi ecco che i tanti lacché, i politicanti, i fascisti dell’era moderna, gli ex compagni comunisti folgorati sulla via di Arcore, compari mafiosi e non, devono necessariamente ergersi a strenui difensori.
A finire nel mirino delle loro assurde accuse, ancora una volta, è uno di quegli “ostinati” che non dimenticano: il magistrato Nino Di Matteo.
Domenica il consigliere togato del Csm è stato ospite di Lucia Annunziata nel programma Mezz’ora in più”, per presentare il libro che ha scritto assieme a Saverio Lodato, I Nemici della Giustizia” (ed. Rizzoli) ed affrontare i temi in esso contenuti.
Ad un certo punto, rispondendo a una domanda sulla corsa al Quirinale, ha ricordato in tv che lo storico braccio destro dell’ex premier è stato condannato per essere stato intermediario di un patto tra i clan e Arcore: “In cambio della protezione personale e imprenditoriale di Berlusconi prevedeva il versamento di somme ingenti di denaro da parte di Berlusconi a Cosa Nostra”.
L’immediata reazione dei berlusconiani di ferro non si è fatta attendere. “Il consigliere del Csm Nino di Matteo – hanno scritto in una nota i capigruppo delle commissioni Giustizia di Forza Italia alla Camera e al Senato Pierantonio Zanettin e Giacomo Caliendo, insieme con i componenti delle commissioni, la senatrice Fiammetta Modena e i deputati Matilde Siracusano e Roberto Cassinelli – si è scagliato contro la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale, lanciando accuse tanto infamanti, quanto infondate. Occorre ricordare che nessuna sentenza ha mai accertato collusioni del presidente Berlusconi con la mafia. Forza Italia continua a ritenerlo il più degno candidato alla presidenza della Repubblica”.
Il giorno dopo la cassa di risonanza a cotante assurdità è stata data dai giornalini di famiglia e dal solito Il Riformista”, insieme a quei giornalisti un tempo “comunisti”, come Tiziana Maiolo (ex lotta continua, poi anche portavoce di Futuro e Libertà, partito di Fini) o Piero Sansonetti, con le loro penne mediocri tornano a gettare fango ed insinuazioni contro il consigliere togato, accusato di fare politica e di aver detto il falso.
Del resto loro, dopo aver proposto Mario Mori come senatore a vita, sono pronti a tutto pur di spingere Berlusconi verso il Colle.
Un’idea che in un Paese normale sarebbe rigettata al primo pensiero. Invece, nel Paese dalla memoria breve, degli opportunisti, dei carrieristi e dei figuranti, se ne discute come se fosse normale essere un candidato pregiudicato ed avere bracci destri (Marcello Dell’Utri) condannati per mafia, o bracci sinistri (Cesare Previti) condannati per corruzione in atti giudiziari.
Ai libellisti del potere non piace che si ricordino certe cose e pur di compiacere il Re sono pronti a tutto. Anche, se serve, dire loro delle menzogne.
E’ vero che Silvio Berlusconi non è mai stato processato o condannato per fatti di mafia (anche se è ancora oggi indagato a Firenze per un reato ancora più grave come il concorso nelle stragi del 1993 assieme al solito Dell’Utri), ma nelle motivazioni della sentenza che ha definitivamente  condannato l’amico Marcello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa (pena estinta) viene scritto nero su bianco che  l’ex senatore fu il garante di un accordo tra i clan ed Arcore durato quasi vent’anni: dal 1974 al 1992.
Quell’accordo di protezione fu “stipulato nel 1974 tra gli esponenti mafiosi (Bontade e Teresi) e Silvio Berlusconi per il tramite di Dell’Utri, espressivo dell’importanza e della solidità dello stesso, dell’affidamento reciproco tra le due parti che lo avevano stipulato grazie alla mediazione dell’imputato, il quale rappresentava la persona in cui entrambe riponevano fiducia”. Sempre nelle sentenze è scritto che “in cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa nostra palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Gaetano Cinà”.
Infine non bisogna dimenticare che, come hanno sancito i giudici, quel rapporto è andato avanti negli anni, anche dopo l’omicidio di Bontade e l’arrivo al potere dei corleonesi di Totò Riina.
Per la Suprema Corte “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra nella consapevolezza del rilievo che esso rivestiva per entrambe le parti: l’associazione mafiosa che da esso traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”.
E’ ovvio dunque che il Riformista”, Il Giornale”, il Foglio” di turno, o i berlusconiani di ferro, difendono l’indifendibile.
Per loro le sentenze vanno rispettate solo quando assolvono i “presunti innocenti” come Mario Mori (vedi processo sulla trattativa Stato-mafia)? E quando le sentenze sono conclamate con il bollo della Cassazione, in cui si attesta che Dell’Utri è un uomo della mafia e Berlusconi un imprenditore che la pagava? Tutte sentenze ingiuste?
La verità è che i fatti sono fatti e non si cancellano. Basterebbero questi per distruggere ed eliminare (politicamente parlando) definitivamente Silvio Berlusconi. Nella speranza che la memoria non sia definitivamente persa tra quei politici veramente onesti (pochi) che si trovano in Parlamento e quei cittadini che vengono continuamente chiamati ad esprimere il proprio voto.
E’ un dato di fatto che la politica, quella vera, è decaduta.
Al suo posto oggi abbiamo una politica nell’ipotesi migliore bieca e meschina, nella peggiore corrotta e prona verso altre logiche di potere.
L’incubo in questo Paese non è rappresentato solo dalla pandemia.
L’incubo si manifesta anche nel vedere girare il nome di Silvio Berlusconi, un pregiudicato, un perverso, uno che ha pagato la mafia, che si è incontrato con i mafiosi, che è anche arrivato a definire “eroe” uno di loro, come unico candidato ufficiale alla Presidenza della Repubblica.
Qualora fosse veramente eletto sarà davvero l’ora di migrare in altri Paesi.
Già altre volte abbiamo detto che questo è un mondo alla rovescia e dalla memoria corta.
Tanto corta che in piazza tornano le tensioni, animate da quel fronte fascista a lungo sopito ed ora tornato in auge.
Ci manca solo un ritorno alle stragi.
Per fortuna non tutto è marcio. Ci sono anche uomini che cercano la verità sugli anni bui delle stragi e che vogliono fare davvero giustizia contro questo folle sistema criminale. Magistrati che rischiano ancora una volta la vita e che con coraggio alzano il livello delle loro indagini senza guardare in faccia a nessuno.
Ovviamente ci auguriamo che non siano necessari altri sacrifici per destare l’animo del nostro popolo e gridare all’unisono “No mafia!” e “No Berlusconi come Presidente della Repubblica!”.
E la raccolta firme promossa da Il Fatto Quotidiano (“Berlusconi al Quirinale? No Grazie!) è un primo passo.
Ci vuole coraggio. Quel coraggio, segno di speranza, che risiede soprattutto nei giovani.
Perché, ne sono certo, loro sapranno trovare la giusta forza, non solo per fare memoria, ma per abbracciare la lotta alla mafia, alla corruzione e tutte le altre lotte per i diritti. Affinché il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e della complicità di cui parlava spesso Paolo Borsellino, possa essere definitivamente estinto.

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/87058-no-mafia-no-berlusconi-presidente.html

“L’Alleanza di Secondigliano controlla la città di Napoli”, la Procura certifica la potenza del cartello criminale

L’Alleanza di Secondigliano controlla la città di Napoli”, la Procura certifica la potenza del cartello criminale

Di redazione

2 Dicembre 2021

L’Alleanza di Secondigliano controlla la città di Napoli. E’ quanto evidenziato dal procuratore Giovanni Melillo che ha mostrato una mappa in cui i colori arancione e rosso evidenziano le zone controllate dal ‘cartello’ formato dai clan Licciardi di Secondigliano, Mallardo di Giugliano e ContiniBosti del Vasto sia direttamente sia attraverso legami con gruppi ‘autoctoni’ come ad esempio nel caso dei Cimmino-Caiazzo del Vomero. Ebbene Napoli, a differenza di quello che forse si pensava, non è spaccata a metà tra Alleanza e clan Mazzarella. Quest’ultimo sodalizio, infatti, si contrappone solo nei quartieri di Poggioreale, Chiaia, San Lorenzo, San Giovanni a Teduccio, Stella, Avvocata, San Ferdinando, San Giuseppe, Pendino, Montecalvario, Zona Industriale

. Invece in mano ai Mazzarella vengono indicati esclusivamente i quartieri Porto, Mercato, Sant’Erasmo e Case Nuove. A questi si aggiungono anche Portici e San Giorgio a Cremano mentre a Ercolanocomanda’ l’Alleanza di Secondigliano, così come è sotto il controllo del ‘cartello’ tutta l’area a nord di Napoli. L’unica eccezione, in provincia, è rappresentata dalla porzione di territorio in cui ricadono Crispano, Cardito, Frattamaggiore e Frattaminore dove gli ‘interessi’ dell’Alleanza di Secondigliano si contrappongono a quelli di gruppi autonomi.

Alleanza di Secondigliano clan pontentissimo e sottovalutato”, l’allarme del Procuratore di Napoli

Questa vicenda, infatti, è emblematica in una città dove la camorra è bandita dal dibattito pubblico e il problema principale siano il traffico e gli assembramenti. E non i cartelli mafiosi dell’Alleanza di Secondigliano e il cartello dei Mazzarella” – ha dichiarato Melillo. “Il primo gruppo controlla ogni genere di attività illegali droga, truffe anziani e assicurativo, mercato immobiliare, sistema commerciale controllato direttamente e indirettamente. Si parte dai Contini-Licciardi-Mallardo e si arriva a gruppi satelliti. La pericolosità dell’Alleanza di Secondigliano è stata sottovalutata”.

I boss dell’Alleanza di Secondigliano, dunque, avrebbero ordinato di rimuovere le statue dalla chiesa. Per volere della suocera di tre importanti boss della camorra sono sottratte da una chiesa chiusa di Napoli. Una chiesa diventata un deposito della droga, le tre statue del ‘600 trovate, sabato scorso, dai carabinieri, nei locali di un’associazione della Madonna dell’Arco, che si trova nel quartiere Arenaccia della città, roccaforte dell’Alleanza di Secondigliano.

Sulle sculture lo speciale reparto del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale ha già eseguito controlli che hanno dato esito positivo riguardo l’autenticità.

Sulle tre statue raffiguranti la Madonna del Rosario con il bambino Gesù, San Domenico e Santa Rosa, erano state già apposte le targhe con i nomi dei tre camorristi dell’Alleanza di Secondigliano. Boss tutti detenuti in regime di 41 bis: Patrizio Bosti, Francesco Mallardo ed Eduardo Contini, ai militari dell’Arma.

Sulla vicenda la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha aperto una indagine per fare luce sulla vicenda. Sabato pomeriggio i carabinieri hanno dovuto anche fronteggiare non poche rimostranze per portare via le tre statue. Inizialmente si trovano in una chiesetta del centro di Napoli chiusa per problemi statici affidata alla confraternita della Madonna dell’Arco

fonte:https://internapoli.it/lalleanza-di-secondigliano-controlla-la-citta-di-napoli-la-procura-certifica-la-potenza-del-cartello-criminale/

La replica di Luigi Moccia all’inchiesta dell’Espresso

La replica di Luigi Moccia all’inchiesta dell’Espresso

02 dicembre 2021

Mi chiamo Luigi Moccia, fratello di Angelo ed Antonio, ed intendo prospettarLe la mia verità, per la parte stragrande del tutto alternativa ed anzi di autentica smentita di quanto riferito su di me, sui miei fratelli e sull’intero mio nucleo famigliare nell’articolo a firma Francesca Fagnani pubblicato sul numero de L’Espresso attualmente in edicola.

– E’ esatto che negli anni ’80 mio fratello Angelo sia stato – insieme ad Alfieri e Galasso – ai vertici della Nuova Famiglia, il sodalizio criminale che nacque per contrastare e finì col prevalere sull’organizzazione avversa, quella della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

– E’ invece errato che un tale passato criminale sia costituito da un numero imprecisato di omicidi, estorsioni etc. in quanto Angelo, da latitante, scelse di costituirsi ed arrendersi allo Stato confessando spontaneamente tutti gli illeciti anche gravissimi che aveva commesso, per molti dei quali non era mai stato neppure accusato.

– Quanto alla pretesa enorme disponibilità di capitali liquidi che consentirebbe alla mia famiglia di fare affari in molteplici ambiti dell’economia è vero invece che tutti noi siamo stati ripetutamente sottoposti a misure di prevenzione anche patrimoniali, procedure con cui le nostre effettive disponibilità economiche sono state ogni volta risvoltate come un calzino.

– Per quel che mi riguarda personalmente è vero anzi che il cospicuo patrimonio effettivamente nella disponibilità mia e della mia famiglia è stato ed è tuttora sottoposto a sequestro finalizzato alla confisca a dispetto del fatto che persino il perito nominato dal Tribunale ne ha ribadito la legittima provenienza dalle rendite degli immobili lecitamente ereditati dalla mia famiglia e la piena congruità rispetto ai redditi da me regolarmente dichiarati in sede fiscale.

– E’ vero che, secondo alcuni PP.MM., la proposta dissociativa di Angelo sarebbe stata insincera ed anzi strumentale a godere di un qualche beneficio di pena.

– Ancor più vero è tuttavia che Angelo non ha mai goduto di alcun altro beneficio se non quello infine riconosciutogli per aver confessato l’interezza dei reati commessi; circostanza confermata da decine di sentenze passate in giudicato e soprattutto dal fatto che mio fratello ha scontato per intero gli oltre trenta anni di carcere cui è stato infine condannato.

– E’ invece una panzana che i miei fratelli ed io si abbia a che fare con quegli appalti che tuttavia – secondo la giornalista – egualmente condizioneremmo da anni a livello nazionale e sempre più in alto; è infatti vero al contrario che il c.d.G. Scafuto (l’inventore di una tale panzana), controinterrogato sul punto, non ha saputo indicarne neppure uno; non meno eloquente la circostanza che nessun addebito di appalti truccati od altre irregolarità similari ci è mai stato rivolto neppure in astratta ipotesi di accusa.

– Anche la pretesa ultrattività a tutt’oggi di un clan Moccia riconducibile ai componenti del nostro ristretto nucleo famigliare è tale soltanto nel convincimento di alcuni PP.MM.; dunque costituisce nient’altro che una mera ipotesi accusatoria, quella per cui ormai già da anni pendono due distinti processi tutt’ora in corso, non ancora definiti neppure in primo grado; peraltro uno nei confronti miei, un altro nei confronti di mio fratello Antonio,
nessuno anche nei confronti di Angelo.

– Per non dire che Antonio è già stato assolto per l’appunto quanto all’ipotesi di perdurante condotta associativa sino al 2003.

– E’ vero che sono stato scarcerato per decorrenza termini insieme a mia sorella Teresa dopo tre anni a mezzo dal mio arresto: un tempo lunghissimo e tuttavia impegnato pressoché per intero dal malgoverno dell’acquisizione della sola prova di addebito da parte del P.M.; a dispetto di udienze fissate con la frequenza parossistica di una ed addirittura due ogni settimana; nonostante il decisivo scorciamento dell’istruttoria dibattimentale consentito per l’appunto dalla mia difesa che ha prestato l’assenso all’acquisizione al dibattimento dei verbali resi al PM da innumerevoli cc.d.G. altrimenti tutti da escutere nella pienezza del contraddittorio.

– Altrettanto vero che il processo a carico di mio fratello Antonio pende effettivamente ancora in primo grado da poco meno di dieci anni ma anche tale paradosso dipende esclusivamente dall’accusa che continua imperterrita – da ultimo sino a poche settimane addietro – a mobilitare nei suoi confronti pentiti sempre nuovi quanto egualmente inconsistenti.

– Dunque niente e nessuno autorizza la tracotante sicumera con cui la Fagnani ha falsamente già accreditato non solo la permanenza di un nostro clan Moccia – infatti tuttora sottoposta al vaglio dei giudici di primo grado – ma addirittura la sua pretesa natura di confederazione camorristica di vastissime dimensioni.

– Niente e nessuno autorizza neppure le postulazioni della giornalista sulla pretesa attività di interposizione fittizia e riciclaggio addebitata a me ed ai miei famigliari in Roma; è infatti passata di recente in giudicato la sentenza con cui la III Sez. Pen. della Corte di Appello di Roma, ha integralmente ribaltato la condanna inflittami al riguardo in primo grado; ciò assolvendomi, insieme a tutti i miei più stretti congiunti, con la formula più ampia.

– Per un un addebito similare – per il quale risulta eloquente che sia stato anch’io arrestato, salvo archiviare la mia posizione subito poi – è effettivamente tutt’oggi in corso il processo nel quale Angelo sta ancora scalpitando in attesa che tocchi finalmente alla sua difesa poter articolare innanzi al Tribunale le prove della più totale inconsistenza dell’accusa anche nei suoi confronti.

– L’articolo continua spacciando per accertato ciò che – come si è visto – costituisce invece oggetto di processi tutti ancora da definire; accredita così in capo a mio fratello Antonio immaginifici protagonismi imprenditoriali illeciti nel settore delle petrolmafie, illeciti per cui l’O.C.C. correlativa, a suo tempo emessa nei confronti di oltre cento indagati, risulta non meno eloquentemente appena annullata dalla Suprema Corte solo quanto alla posizione di mio fratello.

– Indica appena dopo, con una agilità disinvolta francamente incresciosa, il predetto affare del petrolio come uno dei possibili moventi per l’omicidio di nostro cugino, Salvatore Caputo, un omicidio che per la verità mai è stato contestato né ad Antonio né ad alcun altro componente della mia famiglia nonostante le accuse rivolte in tal senso dal c.d.G. Scafuto; lo stesso che frattanto aveva altrimenti confessato al PM che odiava Caputo e che proprio lui voleva ammazzarlo; sicché pare davvero ovvio che si sia poi adoperato per sviare da sé la responsabilità dell’omicidio in parola; un c.d.G. che d’altra parte, certo non a caso, è già stato dichiarato del tutto inattendibile, se non contra se, dalla V Sez. Pen. del Tribunale di Napoli.

– Il che ben spiega perché permangono nei confronti del fratello di Salvatore gli stessi rapporti di genuino affetto a suo tempo esistenti tra la mia famiglia ed il defunto sicché Domenico (non Antonio) è stato anch’egli a buon titolo invitato al matrimonio della figlia di Angelo esattamente allo stesso modo che ad ogni altra similare ricorrenza famigliare.

– Né tocca a me difendere l’onorabilità personale e professionale dei molti imprenditori di livello citati subito poi dalla giornalista quali asseriti rappresentanti di ditte vicine ai Moccia: si tratta effettivamente di familiari e comunque di imprenditori di prim’ordine che – al netto della colpa di non aver anch’essi rinnegato gli annosi rapporti di parentela ed affetto con la mia famiglia – hanno già ampiamente dimostrato in tutte le competenti sedi la pulizia, solidità e serietà delle proprie aziende, peraltro – al di la delle chiacchere – presenti sul mercato da decenni e con un avviamento ed una storia imprenditoriale invidiabile.

– Ignobile prima ancora che arbitrario il successivo accostamento alla mia famiglia degli omicidi di Giorgio Salierno e della moglie Immacolata Capone, mai oggetto neppure di ipotesi di addebito a nostro carico.

– Non meno gratuita la successiva, fuorviante ricostruzione dell’omicidio del m.llo D’Arminio, che infatti letteralmente calpesta la sentenza correlativa passata in giudicato; una sentenza che spiega in modo ampio ed inequivoco che il sottufficiale venne ucciso da un colpo di arma da fuoco rivolto a tutt’altro soggetto, dunque non certo intenzionalmente né tantomeno per aver in precedenza arrestato mio padre, un uomo che a propria volta non ha mai avuto alcun atteggiamento o comportamento da uomo di rispetto nel senso mafioso del termine e che infatti è restato da ultimo vittima piuttosto che protagonista attivo della camorra.

– All’insegna di una qualche coerenza nell’indegnità, il pezzo propone poi al lettore un opinabile sunto di pretesa archeologia giudiziaria che culmina nel suggestivo richiamo a mia madre quale pretesa temutissima vedova nera nelle cui mani sarebbe passato il sodalizio recante il nostro cognome subito dopo la morte del marito: una donna che non ha fatto altro che la moglie, la madre e la nonna e che comunque non ha mai riportato alcuna condanna ex art 416 bis c.p.

– Un sunto di pretesa archeologia giudiziaria dominato dalla suggestione assai più che da riferimenti corretti agli effettivi atti processuali e comunque impotente a scalfire l’ormai definitivo riconoscimento giudiziario della genuinità delle confessioni e della proposta dissociativa di Angelo; quella che infatti viene tutt’oggi ancora negata solo da un paio di Procure, tra cui non a caso proprio quella di Napoli, la stessa a suo tempo costretta ad incassare la sconfitta bruciante di un tale riconoscimento.

– La successiva, generica insinuazione di nostre pretese, inusitate capacità corruttive non solo a livello politico-istituzionali ma sinanche giudiziari risulta infine piegata allo scopo di mascariare personaggi quali Libero e Paolo Mancuso nonchè Nicola Quatrano, uomini la cui storia personale prima ancora che professionale l’autrice del pezzo francamente non è certo all’altezza di mettere in discussione.

Resto ovviamente a Sua disposizione per documentare l’interezza delle circostanze che precedono. Resta tuttavia inspiegabile che esse siano state complessivamente ignorate a dispetto delle informazioni assai specifiche altrimenti utilizzate in senso contrario per la stesura dell’articolo in parola.

Il che autorizza a rilevare ed a fare presente che – in ragione di una tale disinformazione mirata – l’articolo in parola spende la inquietante valenza oggettiva di un intollerabile tentativo di condizionare e suggestionare proprio i giudici che devono pronunziarsi fors’anche a breve nei delicatissimi processi a nostro carico tutt’oggi in corso.

Persino un Moccia quale il sottoscritto ha pertanto il diritto di chiederLe di rispettare l’etica elementare della direttiva europea che ha ripristinato anche nel nostro ordinamento l’obbligo civile di rispettare la presunzione di innocenza che nessuno, tanto meno la testata da Lei diretta, ha il diritto di negarmi.

Riscoprendo le meritorie tradizioni di cultura dei diritti e del processo che almeno un tempo hanno certamente contraddistinto la testata che Lei dirige oggi, quelle stesse volgarmente tradite dalla suggestiva faziosità velinara del pezzo in parola. Ciò pubblicando con adeguato risalto tipografico questa mia sul prossimo numero della Sua rivista. In fede

Sig. Luigi Moccia

Prendo atto di quanto scrive il signor Moccia, ma tutte le informazioni che ho riportato sono documentate in atti investigativi e giudiziari.

f.f.

Prendo atto di quanto scrive il signor Moccia, ma tutte le informazioni che ho riportato sono documentate in atti investigativi e giudiziari. (F.F.)

fonte:http://precisoche.blogautore.espresso.repubblica.it/2021/12/02/la-replica-di-luigi-moccia-allinchiesta-dellespresso/

Manfredi lancia l’allarme in commissione antimafia: infiltrazioni della camorra nei b&b. «Ma c’è rinascita nei rioni a rischio»

Manfredi lancia l’allarme in commissione antimafia: infiltrazioni della camorra nei b&b. «Ma c’è rinascita nei rioni a rischio»

Giovedì 2 Dicembre 2021 di Paola Perez

La preoccupazione per la fragilità di un sistema economico e sociale messo in ginocchio dal Covid, e quindi più esposto alle infiltrazioni della criminalità organizzata, cominciando da attività di più semplice gestione (e perciò meno controllabili) come i bed&breakfast. Ma anche una visione proiettata in avanti sulla possibilità di riscatto e rilancio della città, un bicchiere da vedere sempre mezzo pieno di progetti culturali, sociali, urbanistici e di innovazione tecnologica. Così il sindaco Gaetano Manfredi ha disegnato oggi il suo punto d’osservazione su Napoli in commissione parlamentare antimafia. Senza perdere di vista la realtà, in cui bisogna sempre fare in conti con la camorra, il primo cittadino ha lasciato spazio alle buone pratiche: il rione Sanità riprende vita con il modello di gestione delle catacombe di San Gennaro, Napoli Est può contare sul polo digitale di San Giovanni. E lo stesso quartiere Scampia, dipinto in nero da “Gomorra”, forse proprio grazie ai fari accesi dalla fiction non è più anticamera d’inferno ma periferia in cerca di identità.

«C’è una stretta connessione fra le potenzialità dell’infiltrazione mafiosa e di tutte le azioni criminali con la fragilità economica legata al post Covid. È un tema su cui c’è un grande timore da parte di tutti», ha detto il sindaco di Napoli. «In queste ore stiamo analizzando i dati legati all’infiltrazione nei bed & breakfast, un’attività molto “light” e dove quindi è più facile che la camorra si possa intrufolare. I controlli delle attività, dei cambi di proprietà e dei cambi di licenze sono estremamente importanti». Manfredi ha ricordato che «il Covid ha determinato una fragilità del tessuto commerciale, del tessuto delle piccole aziende locali e delle piccole aziende territoriali. Queste in parte sono state sostenute dal pubblico, ma in larga parte non sono riuscite ad accedere o ad avere un accesso sufficiente. La disponibilità da parte della camorra di grandi capitali ha fatto sì che ci sia stato un intervento per sostenere attività commerciali, attività della ristorazione, piccole attività alberghiere che hanno avuto difficoltà legate al Covid, impossessandosene dal punto di vista della disponibilità economica».

«Se Gomorra sia stato un fattore positivo o negativo è un tema complesso su cui ci sono opinioni molto divergenti. Non so dare un giudizio assoluto, è un tema su cui occorre fare una riflessione, non è facile fare una valutazione», ha detto ancora Manfredi rispondendo a una domanda sul possibile effetto emulativo della serie tv ispirata al libro di Roberto Saviano. «Il tema più ampio della rappresentazione della camorra o della mafia attraverso i mass media – ha ricordato Manfredi – era già stato affrontato ai tempi della “Piovra”, 20 o 30 anni fa. Su “Gomorra” c’è questo dibattito, soprattutto nella nostra città, su quanto questa rappresentazione sia da un lato un fattore di emulazione e dall’altro sia un fatto utile, perché alla fine consente la conoscenza di certi fenomeni che prima erano non conosciuti. È un tema complesso su cui ci sono opinioni molto divergenti».

Manfredi ha sottolineato come Scampia, quartiere nel quale è in larga parte ambientata la serie televisiva, «proprio per effetto di “Gomorra” non sia la Scampia di 10 anni fa. C’è stato un impegno dello Stato, un impegno delle associazioni, c’è stato un riscatto. Rappresentare il male ha portato alla parte sana di quel quartiere il volersi riscattare, ha avuto un effetto al contrario. Poi è indubbio che, per dei giovani criminali, vedere quei simboli possa rappresentare per loro un fattore da emulare. Penso che il non rappresentare sia sbagliato, ma va studiato bene l’effetto che queste cose fanno. Non è un tema facile su cui fare una valutazione: mentre posso dire che la rimozione di murales e altarini che ricordano giovani morti in occasioni di conflitto camorristico sia stata una cosa giusta, non so dare un giudizio assoluto sul fatto che “Gomorra” sia stata un fattore positivo o negativo».

«Un tema molto importante è quello della qualità dell’abitare. In molti quartieri periferici vediamo che gli insediamenti di edilizia economica e popolare rappresentano spesso il luogo ideale per l’insediamento di attività criminali e di disagio – ha detto ancora Manfredi – noi abbiamo a disposizione molte risorse legate all’impiego dei fondi del Pnrr e sarebbe utile che, nell’indirizzare queste risorse, anche nei progetti che vengono messi in campo, ci fosse anche un focus sull’efficacia degli interventi rispetto alla riduzione delle condizioni di disagio e di degrado che favoriscono la propagazione delle attività criminali. Ci sono i grandi progetti di trasformazione delle periferie, e avere un focus specifico su questo tema sarebbe molto importante. La qualità e l’organizzazione dell’abitare rappresentano un fattore importante per contrastare la criminalità, sia micro che macro. Questo è un tema che in Inghilterra e negli Stati Uniti è stato molto studiato dagli urbanisti ed è un tema su cui fare una riflessione».

«È difficile valutare cosa la presenza delle mafie non ha portato all’economia di un territorio, è più facile valutare quello che si porta quando invece le mafie si vincono», ha rimarcato Manfredi,portando ad esempio il caso del Rione Sanità. «Era un quartiere fortemente condizionato dalle dinamiche mafiose, lì è nato un sistema associativo intorno alla parrocchia e all’azione che ha fatto un parroco molto attivo, è nata la Cooperativa La Paranza che ha cominciato gestendo le Catacombe di San Gennaro, che era un luogo abbandonato e oggi è uno dei siti turistici più importanti, poi tutta una serie di attività di ricezione, di accoglienza, di innovazione. Oggi questa struttura ha creato 300 posti di lavoro a tempo indeterminato, un giro d’affari di varie decine di milioni, un impatto importantissimo sull’economia di quel quartiere che è diventato meta turisti che arrivano da tutto il mondo, e chiaramente poi la presenza turisti ha portato anche legalità. Quello è un esempio di come un luogo tra i piu malfamati città possa diventare uno dei grandi attrattori culturali e che creano grande economia».  Manfredi ha portato tra gli esempi positivi anche San Giovanni a Teduccio, «altro quartiere difficile dove durante il mio Rettorato abbiamo fatto questo Polo del digitale, portando Apple e grandi gruppi internazionali, un pezzo della facoltà di Ingegneria. Abbiamo fatto una valutazione di impatto e questo ha portato grande economia, abbiamo portato migliaia di studenti e di ricercatori da tutto il mondo e quel pezzo di città progressivamente si è trasformato. Tra poco apriremo un pezzo dell’Università di Medicina a scampia. Quando si investe e si porta qualità nei territori, alla fine c’è un beneficio per tutti, perché le persone hanno poi posti di lavoro qualificato e anche libero». 

 

Fonte:https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_sindaco_gaetano_manfredi_camorra_b_b_antimafia-6359538

«CERTI ‘RIFORMATORI’ SANNO CHE LA MAFIA NON È VINTA?»

«CERTI ‘RIFORMATORI’ SANNO CHE LA MAFIA NON È VINTA?»

di Luca Tescaroli

Un diritto penale liberale non confisca proprietà, aziende a cittadini ancora innocenti o addirittura assolti” e “non può contenere nel suo ordinamento una norma che si chiama ergastolo ostativo”.

Espressioni che le cronache di questi giorni hanno attribuito a un autorevole commentatore nel corso di un convegno organizzato a Firenze da un partito politico.

Si tratta di prese di posizioni sempre più frequenti contro i cardini della regolamentazione antimafia, che si inseriscono nel solco di un progressivo processo di erosione degli strumenti introdotti nella nostra legislazione antimafia. Le misure di prevenzione patrimoniali – che la proposta di legge n. 3059, presentata il 26 aprile 2021 alla Camera dei Deputati, di fatto vanificherebbe ove dovesse divenire legge – e la disciplina che impedisce ai mafiosi ergastolani che non collaborano con la giustizia di tornare in libertà, fruendo dei benefici della liberazione condizionale, delle misure alternative, dell’accesso al lavoro esterno e ai permessi premio hanno consentito di ottenere gran parte dei successi ottenuti nell’azione di contrasto al crimine mafioso. 

A fronte dei dubbi di incostituzionalità del vigente regime dell’ergastolo manifestati dalla Corte Costituzionale, il Parlamento fatica a trovare una convergenza da parte di tutte le forze politiche per introdurre una nuova rigorosa regolamentazione. E tutto avviene nel silenzio più assordante correlativamente alla convinzione di molti per cui, essendo stata la “Cosa nostra corleonese” sconfitta, si possa fronteggiare il fenomeno della criminalità organizzata con una legislazione ordinaria più blanda, che si ritiene non necessiti più nemmeno del regime del c. d. carcere duro di cui all’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Perciò, credo sia utile ricordare la realtà criminale esistente nel nostro Paese, ove albergano, mostrando estrema vitalità, plurime strutture mafiose estremamente pericolose, fra le quali, la ndrangheta che ha saputo colonizzare, con presenze strutturate delle cosche, realtà del Centro-Nord d’Italia. 

La mafia dei corleonesi – che si è dimostrata capace di concepire e attuare strategie di attacco al cuore dello stato e di collusioni con esponenti del mondo finanziario e politico – è stata certamente ridimensionata, con le catture dei latitanti e le condanne degli esponenti più rappresentativi. I numerosi collaboratori di giustizia ne hanno minato la credibilità e intaccato il suo patrimonio più importante, vale a dire l’affidabilità verso l’esterno e, conseguentemente, la sicurezza di non avere traditori in casa.

Tuttavia, uno dei più autorevoli stragisti il corleonese Matteo Messina Denaro continua la propria latitanza, mostrando di disporre di una rete di protezione impenetrabile, capace di resistere agli sforzi più tenaci degli investigatori. Le collaborazioni all’interno della compagine corleonese si sono inaridite e i condannati, che credevano di essere destinati a rimanere sepolti vivi accarezzano da qualche anno la possibilità di riottenere permessi e la libertà per riprendere il loro potere, che la detenzione al regime del 41 bis O. P. aveva compresso.

È la ferocia delle gesta dei corleonesi che ha rappresentato il fondamentale elemento di traino per giungere al varo della normativa che oggi si vorrebbe cancellare che credo sia necessario riportare alla memoria. Il germe della loro scellerata violenza prese le mosse nel 1977, con il progetto di uccisione di Giuseppe Di Cristina, il rappresentante della provincia di mafiosa di Caltanissetta ed esplose nel corso dei primi anni Ottanta che vide l’eliminazione fisica o, comunque, l’emarginazione dei propri rivali.

Una lunga scia di sangue con migliaia di vittime e l’abbattimento di numerosissimi esponenti delle istituzioni: il 20 agosto 1977 il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo; il 9 marzo 1979 il segretario regionale della DC Michele Reina; il 21 luglio 1979 il dirigente della Squadra Mobile Boris Giuliano; il 25 settembre 1979 il giudice Cesare Terranova e il maresciallo di polizia Lenin Mancuso; il 6 gennaio 1980 il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella; il 3 maggio 1980 il capitano dei carabinieri Emanuele Basile; il 6 agosto 1980 il Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa; il 30 aprile 1982 il segretario regionale del partito comunista Pio La Torre; il 3 settembre 1982, il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

Solo dopo quest’ultima strage veniva approvata la legge La Torre-Rognoni che introduceva le misure di prevenzione patrimoniali, (che oggi si criticano vibratamente), che hanno previsto la possibilità di sequestrare e confiscare i beni, anche solo sulla base di un giudizio di pericolosità sociale, senza che prima sia intervenuta una sentenza penale di condanna.

E per giungere alla normativa sull’ergastolo ostativo la mattanza corleonese dovette continuare per tutti gli anni Ottanta sino agli inizi degli anni Novanta, con le uccisioni, fra gli altri, dei giudici Alberto Giacomelli, Antonino Saetta (e del figlio disabile Stefano), Rosario Livatino sino a Giovanni Falcone, che concepì quella regolamentazione, introdotta con il D. L. 13 maggio 1991, n. 152, poi affinata dopo la strage di Capaci, con il D.L. 8 giugno 1992, n. 306.

Quando si affrontano questi temi è fondamentale tenere presente i prezzi che sono stati pagati per non essere costretti a rivivere quel tragico passato. Nel quadro di disorientamento che il paese oggi sta vivendo si esige un impegno quotidiano e serio da parte della magistratura, che deve muoversi sempre più nel solco della cultura della giurisdizione e del rigore interpretativo e motivazionale per non dare il fianco a queste posizioni di attacco sempre più frequenti.

Dal delitto Mattei agli attentati contro Falcone e Borsellino: il libro nero delle stragi di Stato

Dal delitto Mattei agli attentati contro Falcone e Borsellino: il libro nero delle stragi di Stato

Pubblichiamo l’introduzione del Libro nero delle stragi di Stato di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, edito da Chiarelettere. Il volume ripropone in edizione unica quattro libri degli stessi autori: L’agenda rossa di Paolo Borsellino, Profondo nero, L’agenda nera della Seconda repubblica, DepiStato. Il risultato è un’inchiesta completa sullo stragismo italiano con radici mafiose e il suo carico di complicità istituzionali

di F. Q. | 1 DICEMBRE 2021

La parresia è un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione personale con la verità e rischia la propria vita, perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o se stesso) a vivere meglio. Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà e sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale.
Michel Foucault, seminario a Berkeley, autunno 1963

Non c’è bisogno di scomodare la «parresia» di Michel Foucault o le sue analisi del discorso pubblico con la zona di «indistinzione tra visibile e dicibile» per confessare di avere iniziato a scrivere insieme libri nel 2006 sulla spinta di una considerazione tanto banale quanto evidente a tutti: la diffusione di informazioni parziali e fuorvianti sull’arresto, dopo quarantatré anni di latitanza, del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano, spacciato come l’ultimo padrino al vertice di una mafia agreste, che in un casolare del corleonese tra ricotta e cicoria governava i «picciotti» con l’uso di pizzini sgrammaticati. Una visione tranquillizzante di una mafia ormai sconfitta dalla forza dello Stato di diritto, severo ed efficace nel reprimere ogni pulsione mafiosa originata dalla stagione delle stragi, trasmessa a reti unificate, pubbliche e private, e particolarmente sottolineata dal Tg2 che il giorno dopo l’arresto portò a Montagna dei Cavalli, nel covo corleonese del boss, le telecamere di Anna La Rosa, accompagnata dal senatore Beppe Lumia, per mostrare ai telespettatori italiani il materasso senza lenzuola, le caciotte appese al muro e il televisore affidato a un’antenna fatiscente, esposta ai capricci del vento, unico collegamento del superlatitante con la realtà del mondo esterno.

Una visione che non ci convinse per nulla e che in quei giorni ci spinse a scrivere un libro, Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano, che non compare in questa raccolta perché pubblicato da un altro editore: «Quella che i media ci hanno raccontato» scrivevamo nell’introduzione «è la favola della mafia a una dimensione; la storia minimalista di Provenzano, il padrino di una mafia arcaica e pretecnologica che tra lupara e cicoria ha concluso la sua parabola lontano dagli scenari occulti e ufficiali del potere…». E poi: «Lo Stato esulta perché ha catturato Provenzano, i media celebrano la sconfitta della mafia, la borghesia mafiosa gioisce alla scoperta che la verità della mafia è quel profilo basso di “pizzo” e “pizzini” sbandierando finalmente la prova che tutto il resto (trame occulte, mandanti occulti) esiste solo nelle cervellotiche ricostruzioni fantagiudiziarie». Una riflessione che in molti si affrettarono a bollare come fantasia di complottisti, termine abusato in questi ultimi decenni per descrivere l’approccio all’analisi di dinamiche sociali attraverso la chiave di lettura di un fenomeno, il complotto, che (come ben sanno gli storici in polemica con noi) ha costantemente fatto parte della storia italiana dai tempi di Machiavelli e dei Borgia. Vista l’evoluzione degli avvenimenti negli ultimi settant’anni forse è il caso di aggiornare anche il lessico corrente, sottraendo a questo termine l’accezione di riprovazione e scandalo e restituendogli il significato originario di intrigo, macchinazione, cospirazione criminale di natura sistemica.

Il numero, le dimensioni e il livello delle protezioni politiche e delle coperture giudiziarie e investigative che hanno segnato la lotta alla mafia e la ricerca della verità sulle stragi sono, infatti, una componente strutturale della vicenda italiana, venuta a galla con il verdetto di primo grado del processo sulla trattativa Stato-mafia la cui riforma subita recentemente in appello non sembra mettere in discussione la ricostruzione storica operata dalla Procura di Palermo: per i giudici, infatti, il fatto (la trattativa o la minaccia veicolata fino al cuore di tre governi, lo si capirà dalle motivazioni) si è verificato, ma non è qualificabile come reato. La sentenza del 23 settembre 2021, promulgata dalla Corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino, precisamente, ha assolto gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno «perché il fatto non costituisce reato», e l’ex senatore Marcello Dell’Utri «per non aver commesso il fatto»: ha dunque tirato fuori quelle responsabilità penali individuali individuate in primo grado dal groviglio criminale della stagione delle stragi. Ma confermando contestualmente la condanna per i boss Leoluca Bagarella (ventisette anni, uno in meno rispetto al giudizio di primo grado) e Antonino Cinà (dodici anni), accusati di aver veicolato la minaccia mafiosa all’interno dello Stato, la Corte di Palermo ha convalidato, indipendentemente da ogni giudizio «a caldo» sul verdetto, il rapporto di continuità con quella prassi tradizionale di minacce e intimidazioni (sfociate nel 1992-1993 in una brutale aggressione terroristica) che aveva già indotto un magistrato consulente della commissione Antimafia, Antonio Tricoli, a sostenere in una relazione depositata il 12 luglio 2012 a palazzo San Macuto, come «per la difficile e travagliata cogestione del potere si è sempre addivenuti alla stipula di compromessi o patti informali anche ai limiti della legalità», fino a giungere al punto in cui «la trattativa con la criminalità è diventata quasi consuetudine».

Ma se questa componente strutturale è un dato consacrato in migliaia di atti parlamentari, fin dal 5 luglio 1950, giorno dell’omicidio del bandito Giuliano (la cui versione ufficiale venne smentita pochi giorni dopo da un articolo de «L’Europeo» firmato da Tommaso Besozzi), quello che in Italia non si era mai visto in diretta era il cammino verso la morte di un dead man walking. Per cinquantasei lunghissimi giorni, tra il botto di Capaci e l’orrore di via D’Amelio, Paolo Borsellino andò consapevolmente incontro al suo martirio davanti alle telecamere di giornalisti italiani e stranieri che facevano a gara per intervistarlo, alle voci squillanti di membri del governo che si affannavano a indicarlo come l’unico erede di Falcone, salvifico per tutti, ai voti compatti dei parlamentari di un partito, Alleanza nazionale, che in quarantasette lo votarono contro la sua volontà, candidandolo al Quirinale. Per l’Italia ufficiale era l’eroe antimafia che avrebbe garantito la risposta dello Stato dopo Capaci vendicando il suo amico Falcone; per l’Italia sotterranea, ovvero nella consapevolezza di boss, picciotti e uomini degli apparati, era soltanto il prossimo agnello sacrificale. Quella frase «Satò macari Paluzzu» pronunciata dal boss Mariano Agate al botto del 19 luglio, udito da una cella dell’Ucciardone, a poche centinaia di metri da via D’Amelio, fu il sigillo della fine di un’attesa, l’ovvia conclusione di un dramma greco andato in scena in quella estate del 1992 davanti a milioni di telespettatori. L’eroe muore, e improvvisamente l’informazione italiana, come schiacciata dal peso di un segreto troppo fitto e intrecciato con le turbolenze istituzionali del passaggio tra Prima e Seconda repubblica individua la via d’uscita più semplice, ma meno onorevole: trasforma la cronaca in tragedia. E come i greci inventarono la tragedia per rappresentare la volontà degli dei nella punizione dell’eroe buono, facendone affiorare la consapevolezza senza spiegarne le ragioni, così l’informazione italiana ha ritenuto per decenni di indagare sui misteri di quella strage rappresentando l’orrore della sua violenza e i tributi alla memoria delle vittime, senza occuparsi delle ragioni che l’hanno determinata, dribblando i dubbi e ignorando i punti oscuri, concentrandosi solo sui «successi» investigativi di Arnaldo La Barbera, conseguenza del primo (e più grave) dei depistaggi che hanno segnato la Seconda repubblica.

Per qualche giorno, nel 2007, discutemmo se dare al libro L’agenda rossa un titolo diverso: Zona rimozione, con il doppio riferimento al provvedimento mai adottato dallo Stato per proteggere nel modo più ovvio il giudice Paolo Borsellino in via D’Amelio, ma soprattutto per sottolineare come già a pochi anni dalle stragi era in corso quella che il procuratore Roberto Scarpinato ha definito la «sagra della rimozione» collettiva, che a oggi impedisce di raccontare lo stragismo italiano con tutte le sue implicazioni politico-istituzionali, anche sotto i profili eversivi. Il volume L’agenda rossa non fu uno scoop, ma ebbe tra i lettori un effetto ancor più dirompente, perché per la prima volta i fatti (umani, professionali, istituzionali) contenuti, già noti a tutti, erano messi in fila raccontando il «contesto» drammatico e sconcertante di un uomo delle istituzioni, Paolo Borsellino, ultimo baluardo nella lotta contro un nemico invincibile (e solo in parte visibile), che non fu soltanto lasciato solo ma che negli ultimi cinquantasei giorni della sua vita fu stretto in un abbraccio mortale, e indicato come parafulmine da una classe politica ormai in via di dissoluzione, mentre in Parlamento gli allarmi sul pericolo di una stagione eversiva lanciati dal ministro dell’Interno Vincenzo Scotti venivano ridicolizzati dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Era il 2007, la Procura di Caltanissetta aveva aperto due anni prima l’inchiesta sulla sparizione dell’agenda rossa dall’auto blindata tra le fiamme di via D’Amelio, sui giornali le parole di Vincenzo Scarantino venivano spacciate per verità granitiche fino a quando, l’anno successivo, un imbianchino di Brancaccio divenuto killer di fiducia dei boss Graviano, Gaspare Spatuzza, ribaltò la narrazione giudiziaria autoaccusandosi del furto della 126 usata come autobomba. Aspettammo due anni per scrivere L’agenda nera della Seconda repubblica, e raccontare la piccola storia ignobile di Vincenzo Scarantino, prototipo del capro espiatorio da laboratorio, individuato da Arnaldo La Barbera fin dai giorni dell’omicidio dell’agente Agostino (ucciso con la moglie a Palermo il 6 agosto 1989), riproposto in un identikit anonimo già nei giorni immediatamente successivi alla strage, allevato nelle «veline» dei servizi segreti, costruito dagli investigatori nei colloqui al carcere di Pianosa, e via via preservato e difeso con azioni ai confini della legalità nella sua incredibile e sconclusionata verità, pur tuttavia creduta fino ai massimi livelli della Cassazione.

In mezzo, nel 2009, scoprimmo su uno scaffale di una libreria romana, in largo Chigi, a Roma, un libretto giallo dal titolo accattivante Il Petrolio delle stragi scritto da un poeta pesarese, Gianni D’Elia. Dentro c’era raccontato per la prima volta il legame tra i delitti Mattei e De Mauro con l’omicidio Pasolini. Era un’intuizione in forma poetica, raccolta dall’archiviazione giudiziaria del pm di Pavia, Vincenzo Calia, ma sufficiente per mettere a fuoco i collegamenti, fino a quel momento ignorati, tra l’attentato più grave alla sovranità italiana, spacciato per decenni per un incidente aereo, l’omicidio di un giornalista che aveva indagato su quel mistero a Palermo e il pestaggio mortale dell’intellettuale apocalittico, l’unico in Italia a denunciare in presa diretta la strategia della tensione, indicandone i nomi dei responsabili e chiedendo un processo per i dirigenti di allora della Democrazia cristiana. Il libro Profondo nero, che apre questo volume, è stato un viaggio dentro il segreto del potere con radici siciliane, con il suo carico di omicidi e stragi, di ricatti incrociati e depistaggi, che ancora oggi rende quella italiana una cronaca inceppata, ancora arenata nelle secche della Storia, con molte appendici nei traffici di influenze e nelle corruzioni dei colletti bianchi, versione 2.0 di cappucci, grembiuli e compassi che oggi, come sessant’anni fa, continuano a segnare la vita di un paese, ormai entrato dentro i meccanismi di una tecnocrazia diffusa in tutto il pianeta, senza riuscire a scrollarsi di dosso il suo passato più ingombrante con una definitiva operazione verità.

Scritto nel 2019, infine, a ventisette anni da via D’Amelio, il volume DepiStato cerca di comprendere perché il livello della risposta giudiziaria per la strage Borsellino è ancora giudiziariamente tarato sulle responsabilità di tre poliziotti, ultimi anelli di una catena di comando coinvolta a livello decisionale nelle scelte, investigative e giudiziarie, che hanno trasformato un artigiano analfabeta in un provetto stragista, allontanando la verità per due decenni. Un ritardo che se ovviamente non fornisce la «prova regina» di quanto hanno sostenuto il presidente dell’antimafia siciliana Claudio Fava e il fratello del giudice assassinato in via D’Amelio, Salvatore Borsellino, e cioè che «a piazzare il tritolo furono gli stessi che hanno fatto sparire l’agenda rossa», consente di affermare senza timore di querele che quella di via D’Amelio fu una «strage di stato», come ha fatto l’avvocato Fabio Repici, assolto dal gip di Catania Stefano Montoneri dall’accusa di diffamazione nei confronti dell’ex procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone: quell’indagine, sottolineò il gip citando la sentenza del Borsellino Quater, nacque con un vizio d’origine, e cioè con un’iniziativa «decisamente irrituale» (ma in realtà da qualificarsi, più correttamente in lingua italiana, come «illecita», in quanto contraria a norme di legge) del procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra che già nella serata del 20 luglio 1992 chiese al numero tre del Sisde (Bruno Contrada) di collaborare alle indagini sulle stragi, sebbene egli non rivestisse la qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, e nonostante la normativa vigente precludesse al personale dei servizi di informazione e sicurezza di intrattenere rapporti diretti con la magistratura.

Oggi, a oltre settant’anni da Portella della Ginestra, la prima strage del dopoguerra, nel mainstream mediatico (tv e testate giornalistiche), l’informazione sulla mafia e sulle sue complicità è stata sostituita, tranne qualche eccezione, dalla fiction. E di quella stagione di bombe che hanno cancellato la Prima repubblica resta una memoria funzionale agli schieramenti in campo, spesso circoscritta solo agli addetti ai lavori. E la disattenzione progressiva dei media non può che suscitare un dubbio legittimo e inquietante: il sospetto che chi ha creato in questi anni una lunga teoria di depistaggi (non soltanto a partire da via D’Amelio) abbia brigato nell’ombra anche per condizionare un’informazione di per sé poco incline a deragliare dai binari tranquillizzanti dell’agenda politica del paese, orientando, calmierando e promuovendo di volta in volta le notizie funzionali ai propri disegni di conquista di spazi politico-istituzionali o di mantenimento di equilibri faticosamente raggiunti sul sangue dei servitori dello Stato.

È certamente singolare che l’informazione oggi così attenta alla scarcerazione di Giovanni Brusca e agli scivoloni, indotti o meno, delle parole pronunciate, peraltro autosmentendosi, dal pentito Maurizio Avola, che nega ogni partecipazione dei «servizi» in via D’Amelio, ignori quelle dei procuratori Giuseppe Lombardo e Gabriele Paci che nelle rispettive requisitorie, a Reggio Calabria e a Caltanissetta, hanno sottolineato i gravissimi ritardi e gli errori investigativi che hanno consentito alla ’ndrangheta di restare fuori per due decenni dal contesto stragista, pur essendo coinvolta sin dall’inizio, e al boss Matteo Messina Denaro di evitare un mandato di cattura per la strage di Capaci arrivato solo ventidue anni dopo nonostante quattro collaboratori (Giovanni Brusca, Balduccio Di Maggio, Vincenzo Sinacori e Vincenzo Ferro) avessero indicato fin dall’inizio il superlatitante trapanese come uno dei registi dell’attacco allo Stato. Negligenze gravi, come quelle sottolineate dal pg di Palermo Giuseppe Fici nel processo d’appello per la trattativa Stato-mafia, sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, e sulla restituzione di tre cellulari mai ufficialmente sequestrati al suo guardaspalle, Giovanni Napoli, favoreggiatore del capo corleonese, custode della fortuna miliardaria del boss nel paese.

Mentre oggi sui social in molti si spingono a ipotizzare scenari stragisti in cui i mafiosi vestono i panni dei figuranti, esecutori di volontà esterne alle finalità stesse dell’organizzazione decimata dalla reazione dello Stato, alimentando di fatto le accuse di complottismo, questo libro che raccoglie settant’anni di cronache di massacri in un paese come l’Italia, dove un presidente del Consiglio che ha retto alternativamente le sorti di governo per oltre due decenni è indagato per strage a Firenze ed è chiamato in causa come socio da uno dei principali boss stragisti, serve anche a ricordare che la verità terribile di questi anni è ancora lungi dall’essere raccontata.

Come ha sottolineato il pg Giuseppe Fici nella sua requisitoria del processo d’appello sulla trattativa, riferendosi ai segreti delle coperture del boss Bernardo Provenzano: «Chi ha agito violando le regole lo ha fatto per la salvezza di un determinato assetto di potere. Anche a costo di calunniare degli innocenti, distruggendo famiglie e seminando dolore e lo ha fatto al di fuori delle dinamiche democratiche. Noi invece vogliamo capire. Lo dobbiamo a tutti i familiari delle vittime».

Fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/01/dal-delitto-mattei-agli-attentati-contro-falcone-e-borsellino-il-libro-nero-delle-stragi-di-stato/6410056/

Il j’accuse di Nino Di Matteo contro la politica: «Lotta alla mafia non più in cima»

Il j’accuse di Nino Di Matteo contro la politica: «Lotta alla mafia non più in cima»

Il consigliere del Csm è intervenuto alla presentazione del suo libro «I nemici della Giustizia»

Di Redazione 01 dic 2021

«Negli ultimi anni la politica ha fatto molti passi indietro delegando completamente alla magistratura il controllo di legalità sull’esercizio del potere. L’esempio politico a cui guardare, invece, è Pio La Torre che nella sua relazione di minoranza alla Commissione Antimafia, insieme alla sua parte politica che ora attende le sentenze definitive prima di prendere posizione, scriveva i nomi dei politici collusi o in affari con la mafia prima ancora che quei nomi finissero nei rapporti di polizia». A lanciare un duro j’accuse contro la politica è Nino Di Matteo, consigliere del Csm intervenuto alla presentazione del suo libro «I nemici della Giustizia». “La politica deve saper prevenire», ha aggiunto. «Al di là delle parole – ha concluso l’ex pm – nessuno dei governi che si sono succeduti ha messo la lotta alla mafia in cima alla sua agenda politica».

«Troppi in magistratura vogliono minimizzare e far finta che sanzionati Palamara e pochi altri il problema sia risolto. E invece non si può far finta di nulla o ritenere la vicenda nata dal caso Palamara come il frutto di poche mele marce. Quel che è accaduto all’hotel Champagne è l’epilogo determinato dal carrierismo esasperato, dal correntismo e dal collateralismo con la politica che affligge certa magistratura», ha aggiunto Di Matteo. «Sui media inoltre – ha aggiunto – è passata un un teorema secondo il quale i vizi che hanno afflitto la magistratura si riverberano in tutti i processi agli aspetti criminali del potere». «Cioè – ha spiegato – certi episodi hanno determinato la convinzione che tutto quel che la magistratura ha fatto quando ha processato le azioni criminali i certa classe dirigente sia viziato». “Molti di quei processi fatti dalla parte libera della magistratura – ha concluso Di Matteo – sono stati ostacolati dal sistema malato di cui fanno parte anche quote della magistratura e del Csm».

«Nella prima stesura della riforma Cartabia non c’era alcuna eccezione, nella parte relativa alle improcedibilità, per i processi di mafia. Se fosse passata quella versione della legge molti processi alle cosche sarebbero finiti nel nulla con buona pace dei parenti delle vittime e della giustizia. C’è stato bisogno che si alzassero e protestassero alcuni magistrati antimafia dire quali conseguenze ci sarebbero state per far cambiare il testo». «Ma un ministro della Giustizia – ha aggiunto – ha ancora bisogno che si espongano certi magistrati per capire che la lotta alla mafia è una cosa seria che non consente distrazioni, ammesso che di distrazioni si tratti?” Di Matteo ha bocciato la riforma Cartabia sostenendo che contiene aspetti «inquietanti e preoccupanti».

Fonte:https://www.lasicilia.it/cronaca/news/il-j-accuse-di-nino-di-matteo-contro-la-politica-lotta-alla-mafia-non-piu-in-cima–1410013/

Ergastolo ostativo: Piero Grasso, serve una normativa rigorosa

Ergastolo ostativo: Piero Grasso, serve una normativa rigorosa

AMDuemila 30 Novembre 2021

Il Senatore al suo convegno: “La Cedu ha sottovalutato la peculiarità delle mafie”

La mafia stragista e sanguinaria ha lasciato un segno indelebile nella vita di molte persone e nella storia del nostro Paese. Quella di oggi, invisibile e trasnazionale, è ancora più pericolosa: basta pensare alle enormi risorse del PNRR e alla fragilità del tessuto economico e sociale conseguente alla pandemia. La lotta alle mafie non può conoscere cedimenti e ora deve essere piu’ intensa che mai“. A dirlo è il senatore Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali, nel corso del suo intervento all’Agorà Democratica da lui organizzata e dedicata al tema dell’ergastolo ostativo e al necessario intervento parlamentare dopo le sentenze della Corte Costituzionale. “La disciplina della concessione dei benefici è un tassello cruciale di questa battaglia, per questo la sua revisione è così delicata. Lo dico chiaramente: per me la Cedu ha sottovalutato la peculiarità delle organizzazioni mafiose, e la Corte Costituzionale, dovendosi muovere in quel solco, ha lasciato al Parlamento il tempo per intervenire. Dobbiamo però prendere atto delle loro valutazioni e costruire insieme una normativa che sia rigorosa e costituzionalmente orientata“. L’ex presidente del Senato ha aggiunto: “Inizio ricordando che Falcone ispirò l’idea di “un doppio binario” per distinguere i reati di matrice mafiosa e terroristica da tutti gli altri e che dovevano essere negati i benefici a chi manteneva i collegamenti con la criminalità. Le stragi hanno indotto il legislatore a introdurre la collaborazione come presupposto per essere ammessi ai benefici. La ratio era chiara: avere strumenti adeguati per combattere Cosa nostra e per incentivare la collaborazione anche da parte dei condannati a pene definitive, conoscendo la pericolosità sempre latente di chi ha fatto parte di organizzazioni mafiose“.

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Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/87050-ergastolo-ostativo-piero-grasso-serve-una-normativa-rigorosa.html

Stragi di Stato: «I boss dei Mancuso al tavolo con Cosa nostra per concordare l’adesione della ’ndrangheta»

Stragi di Stato: «I boss dei Mancuso al tavolo con Cosa nostra per concordare l’adesione della ’ndrangheta»

La notizia emerge da alcune intercettazioni acquisite nell’inchiesta Petrol mafie nelle quali gli imprenditori Giuseppe e Antonio D’Amico parlerebbero degli incontri tra i siciliani e i calabresi

di Giuseppe Baglivo

30 novembre 2021 19:08

Si sarebbe seduto al tavolo con i siciliani di Cosa Nostra per discutere l’orientamento della ‘ndrangheta calabrese circa l’opportunità o meno di aderire alla strategia stragista dei corleonesi, il boss di Limbadi Giuseppe Mancuso, 72 anni, alias “Peppe ‘Mbrogghja”, da poco ritornato in libertà dopo aver scontato 24 anni di ininterrotta detenzione, venti dei quali in regime di carcere duro (41 bis). È quanto si ricava dall’inchiesta “Petrol Mafie” ed in particolare dai dialoghi intercettati dei fratelli Giuseppe ed Antonio D’Amico di Piscopio, titolari della Dmt Petroli ed arrestati nell’aprile scorso per associazione mafiosa (clan Mancuso, clan dei Piscopisani e contatti anche con altre consorterie) ed altri reati.

Gli imprenditori Giuseppe D’Amico e Antonio D’Amico, «espressione della cosca Mancuso di Limbadi, risultano essere inseriti in un vasto e complesso sistema organizzato per il commercio illegale di carburante e oli minerali, di appannaggio anche di altri imprenditori e broker del settore, a loro volta referenti di diverse consorterie mafiose (non solo della ‘ndrangheta, ma anche della camorra e di Cosa Nostra siciliana) operanti quindi in altri distretti giudiziari. Invero, nel corso delle riunioni di coordinamento promosse dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo – si legge negli atti dell’operazione Petrol Mafie – si prendeva cognizione che gli imprenditori e i broker referenti di diversi sodalizi criminali extraregionali, risultavano indagati in parallele indagini anche nell’ambito di procedimenti penali instaurati presso i distretti giudiziari di Reggio Calabria, Roma e Napoli».

L’attività di indagine ha fatto così emergere la cooperazione, in tali illeciti traffici, tra la componente criminale calabrese, «rappresentata nella sua operatività dai fratelli D’Amico Giuseppe e D’Amico Antonio, e compagini criminali campane e catanesi, «rispettivamente riconducibili agli interessi mafiosi delle cosche Moccia di Afragola e Santapaola di Catania».

L’incontro con i siciliani

È in questo contesto «che in occasione di un incontro del 27 novembre 2018 tra Giuseppe D’Amico e Orazio Romeo (importante imprenditore catanese del settore del commercio dei prodotti petroliferi, a sua volta coinvolto negli illeciti traffici emersi) è stata censita – sottolineano gli inquirenti – una captazione ambientale di evidente portata investigativa», nella quale D’Amico Giuseppe riferiva a Romeo che Luigi Mancuso, Giuseppe Mancuso (cl. ‘49 inteso “Peppe ‘Mbrogghia”) e Francesco D’Angelo (inteso “Ciccio Ammaculata”, suocero di Giuseppe D’Amico) avevano preso parte alle trattative con esponenti di Cosa Nostra, finalizzate a determinare l’orientamento della ‘ndrangheta calabrese circa l’opportunità o meno di aderire alla strategia stragista dei corleonesi.

“A gennaio ti faccio conoscere un personaggio che con i tuoi compaesani stavano a tavolino…questo si è seduto…si è seduto per lo stretto, si è seduto per tante cose…”. Giuseppe D’Amico così si sarebbe rivolto ad Orazio Romeo parlando di Giuseppe Mancuso (Peppe ‘Mbrogghja”), ritenendo già nel 2018 imminente una scarcerazione del boss di Limbadi e Nicotera. «Chiaramente, con l’espressione i tuoi compaesani”, rivolta al catanese Romeo, Giuseppe D’Amico non poteva che riferirsi – sottolinea la Dda di Catanzaro – ai rapporti tra la cosca Mancuso e Cosa Nostra catanese».

Peppe Mancuso e le riunioni dopo le stragi in Sicilia

Giuseppe D’Amico – ad avviso degli inquirenti – coglieva quindi l’occasione per sottolineare che il soggetto in argomento (Giuseppe Mancuso) «aveva preso parte alla discussione nata nell’estate del 1992 in seno alla ‘ndrangheta calabrese e a Cosa Nostra siciliana, immediatamente all’indomani delle stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di Via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Discussione vertente sull’invito, avanzato da Cosa Nostra siciliana alla ‘ndrangheta, a fare propria la folle strategia stragista voluta dai corleonesi». D’Amico Giuseppe, a riguardo, precisava che l’orientamento dei Mancuso (Luigi e Giuseppe) era stato quello di non aderire al progetto stragista (“eh… quando c’è stato il problema in Sicilia che hanno fatto tutte quelle casinate là… alla zona di Carini… lui ha detto di no qua eh… cioè per farti capire…”).

Approfondendo, Giuseppe D’Amico chiariva quindi che a dette riunioni svoltesi con rappresentanti di Cosa Nostra siciliana si erano recate, per la famiglia Mancuso, tre persone: Luigi Mancuso (“lo zio”), Francesco D’Angelo (“mio suocero”) e “quello che conosci tu” (Giuseppe Mancuso, alias ‘Mbrogghja). “Tre sono andati al tavolo, al tavolo sono andati in tre, lo zio, quello che conosci tu e mio suocero, capito?… eh il discorso è che – affermava D’Amico – cioè è di ragionamento sano, sano nel senso rispettoso… cioè vanno rispettate le persone, se gli dici A è A…”).

«La delicatezza e l’importanza dell’episodio riferito da D’Amico sono altamente indicative del grado di conoscenza del medesimo indagato delle dinamiche – anche di eccezionale portata come quelle appena riferite – interessanti, da tempo risalente, la cosca Mancuso e la ‘ndrangheta in generale. Grado di conoscenza che è da considerarsi – sottolineano gli uomini del procuratore Gratteri – uno degli elementi indicatori dell’intraneità di D’Amico alla consorteria investigata».

Le confidenze dei D’Amico ai campani

Una ulteriore acquisizione del 2 marzo 2019 è invece relativa ad un incontro dei «fratelli D’Amico con Alberto Coppola, un criminale campano legato al clan Moccia. Da quanto carpito nel corso di tale incontro, si poteva desumere che i D’Amico ritenevano Giuseppe Mancuso, cl. ’49, inteso “Peppe ‘Mbrogghja”, in procinto di essere scarcerato».

Ad esaltare il rapporto di Coppola con la cosca Mancuso di Limbadi – rimarcano ancora gli inquirenti – una valutazione sul personaggio Peppe Mbroglia esternata anche da Antonio D’Amico su una sua prossima scarcerazione “ma ora dovrebbe uscire…”, veniva restituita dallo stesso soggetto campano che, in virtù del rapporto intercorrente con il menzionato esponente di primo piano della famiglia Mancuso, ipotizzava di organizzare un’occasione conviviale nel momento in cui ‘Mbroglia fosse tornato in libertà.

Il padre di Giuseppe Mancuso e la testa mozzata portata in piazza

Parlando con il campano Alberto Coppola, Giuseppe D’Amico ricordava infine un «cruento episodio omicidiario che avrebbe visto protagonista il padre di Giuseppe Mancuso, ovvero Domenico Mancuso (cl. ’27, deceduto)», primogenito della cosiddetta “dinastia degli undici” e fratello maggiore di Luigi Mancuso (cl. ’54). Giuseppe D’Amico spiegava così al suo interlocutore (intercettato) che: Il papà di Giuseppe ha ucciso una persona, gli ha tagliato la testa e l’ha portata nel centro della piazza di Limbadi”, episodio che lo stesso Coppola asseriva di conoscere, rispondendo infatti: “Lo so …”.

fonte:https://www.lacnews24.it/cronaca/stragi-di-stato-i-boss-dei-mancuso-al-tavolo-con-cosa-nostra-per-concordare-l-adesione-della–ndrangheta_146744/

La vita distrutta del finanziere che cercava Matteo Messina Denaro

La vita distrutta del finanziere che cercava Matteo Messina Denaro

30/11/2021 06:00:00

Una vita distrutta. “Sono stato stritolato dalla stessa Procura per la quale per circa 25 anni ho lavorato godendo della massima fiducia, occupandomi di indagini e situazioni delicatissime; successivamente sono stato accusato dai colleghi (e non solo) con i quali ho condiviso responsabilità e momenti di leggerezza, di aver commesso una miriade di reati”.

Lo scrive su Facebook (il post è riportato in coda a quest’articolo) l’ex finanziere Calogero Pulici, braccio destro della pm Teresa Principato, con la quale collaborava anche per la ricerca di Messina Denaro.

E’ un piccolo sfogo quello di Pulici, la cui storia è trattata dal giornalista Marco Bova nel suo libro Matteo Messina Denaro, latitante di Stato.

Uno sfogo in cui sottolinea come chi indagava sapesse perfettamente del suo rapporto di collaborazione con la Principato e con l’ex procuratore di Trapani Marcello Viola. Sia lui che i magistrati, finiti indagati e poi assolti. 

Una storia da cui, aggiunge, “ho sicuramente ricevuto oltre al danno – morale e personale – anche la beffa. Infatti, dopo esser stato congedato per ragioni di salute, la Guardia di Finanza, continua a rigettare ogni mia richiesta di rimborso che presento delle spese legali da me sostenute, nonostante sia ormai chiarissimo che non ho alcuna colpa di ciò che ho subito. È solo l’ultima parte oscena di questo spettacolo”.

Questo “spettacolo” però viene descritto con dovizia di particolari nel libro di Bova, al quale Pulici ha affidato la sua storia. Una storia in cui “sono stati travolti anche due magistrati che in quegli anni – scrive il giornalista –  stavano collaborando alla caccia al latitante: il capo del pool della dda di Palermo Principato e l’allora procuratore capo di Trapani, Marcello Viola, che stavano indagando sulle logge massoniche deviate e su eventuali sostegni alla latitanza di Messina Denaro.

Ma di che cosa si stava occupando Pulici, prima che arrivasse “la valanga”?

Il finanziere trascriveva i verbali, si legge nel libro, “acquisendoli e gestendo il database delle indagini sul latitante. La sua scrivania si trovava all’interno dell’ufficio del magistrato e ‘parlare con Pulici era come parlare con la Principato’ affermano dei magistrati tuttora in servizio”.

Ma da appuntato di polizia giudiziaria si è occupato anche della gestione degli spostamenti dei collaboratori di giustizia, avendone interrogati più di cinquecento.

E tra questi cinquecento c’è l’architetto Giuseppe Tuzzolino, che in quel periodo stava fornendo informazioni su Matteo Messina Denaro e le logge massoniche.

Alle fine Tuzzolino sarà arrestato per calunnia, nel 2017, “condannato, espulso dal programma di protezione e bollato come ‘bugiardo patologico’”.

Aveva cominciato a collaborare nel 2013, iniziando a rispondere alle domande dei pm della Procura di Agrigento. Ed essendo stato fidanzato con la figlia di un architetto ed ex assessore del comune di Agrigento, era entrato nelle grazie dell’intera famiglia e nello staff di professionisti del padre.

Tuzzolino parlerà di “società di comodo per aggirare e rigirare tutto in nero”, della sua escalation nella massoneria e dei suoi referenti massonici nella loggia di Trapani.

Parlerà anche di Messina Denaro e di alcune foto che lo ritrarrebbero insieme a lui, indicando perfino dove trovarle. Foto che però non sarebbero mai state nemmeno cercate.

E alla fine, come si diceva, Tuzzolino verrà arrestato per calunnia, i magistrati e lo stesso Pulici verranno indagati e… Matteo Messina Denaro rimarrà ancora libero.


Fonte:https://www.tp24.it/2021/11/30/caccia-a-messina-denaro/la-vita-distrutta-del-finanziere-che-cercava-matteo-messina-denaro/171307

Ergastolo ai boss delle stragi, il presidente del tribunale di Palermo: ‘Incomprensibile demolire legge voluta da Falcone mentre ricordiamo Capaci’

Ergastolo ai boss delle stragi, il presidente del tribunale di Palermo: ‘Incomprensibile demolire legge voluta da Falcone mentre ricordiamo Capaci’

30 NOVEMBRE 2021

Un impegno “corale di tutti i membri del Parlamento, per “adempiere in modo efficace e tempestivo il mandato affidato al legislatore dalla Corte costituzionale”, e cioè la modifica dell’ergastolo ostativo. È quanto si augura, intervenendo all’incontro delle Agorà democratiche sull’ergastolo ostativo, organizzato da Pietro Grasso, dal titolo “Combattere le mafie difendendo la Costituzione”, Antonio Balsamo, presidente del tribunale di Palermo.

Secondo il presidente del tribunale, nell’affrontare la necessaria “riforma organica”, senza la quale si andrebbe incontro a un “intervento demolitorio che presenterebbe pesanti implicazioni sulla sicurezza collettiva”, il Parlamento può dare vita a “una legislazione che può divenire un importante fattore di credibilità del nostro Stato nel contesto europeo”.

Il rischio, dice Balsamo all’Agorà, è quello di demolire un impianto normativo fortemente voluto da Giovanni Falcone: “Sarebbe incomprensibile per i cittadini la situazione che si verificherebbe se proprio nei giorni in cui tutto il Paese e la comunità internazionale sono uniti nel commosso ricordo delle vittime della strage di Capaci, venisse compiuta la demolizione di un impianto normativo fortemente voluto da Giovanni Falcone – ha detto durante il suo intervento – e venisse aperta la strada alla scarcerazione di coloro che hanno voluto e attuato questa vera e propria scena di guerra e che non hanno poi mostrato neppure il minimo rispetto per le vittime”. Parlando del “diritto di speranza”, Balsamo ha quindi specificato che “una legislazione che permetterebbe il ritorno in libertà dei boss mafiosi più sanguinari”, sarebbe, “una negazione totale del diritto alla speranza”.

Così come Nino Di Matteo, anche Balsamo teme in particolare una parte del testo unificato oggi in discussione: la norma che richiede ai condannati, per ottenere i benefici, di dimostrare “l’integrale adempimento delle obbligazioni civili e delle riparazioni pecuniarie derivanti dal reato o l’assoluta impossibilità di tale adempimento”. “Alla luce della mia esperienza giudiziaria sento il dovere di segnalare che questo parametro sarebbe privo di ogni significato concreto perché tutti i boss mafiosi risultano nullatenenti – ha detto – Il testo andrebbe quindi sostituito con un altro molto più ricco di significato morale” e cioè quello di dimostrare “iniziative a favore delle vittime e un contributo efficace alla realizzazione del diritto alla verità che spetta alle vittime e ai loro familiari”.

Fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/30/ergastolo-ai-boss-delle-stragi-il-presidente-del-tribunale-di-palermo-incomprensibile-demolire-legge-voluta-da-falcone-mentre-ricordiamo-capaci/6410804/

Forza Italia contro Di Matteo per spingere Berlusconi al Colle: “Mai accertate collusioni con la mafia”. Da Bontade ai soldi ai boss: cosa dice la sentenza Dell’Utri

Forza Italia contro Di Matteo per spingere Berlusconi al Colle: “Mai accertate collusioni con la mafia”. Da Bontade ai soldi ai boss: cosa dice la sentenza Dell’Utri

Rispondendo a una domanda sulla corsa al Quirinale, il magistrato ha ricordato in tv che lo storico braccio destro dell’ex premier è stato condannato per essere stato intermediario di un patto tra i clan e Arcore: “In cambio della protezione personale e imprenditoriale di Berlusconi prevedeva il versamento di somme ingenti di denaro da parte di Berlusconi a Cosa Nostra”. L’attacco dei berlusconiani: “Accuse infamanti e infondate, l’ex premier è il più degno candidato alla presidenza della Repubblica”. Ecco cosa c’è scritto nella sentenza definitiva sull’ex senatore

di Giuseppe Pipitone | 29 NOVEMBRE 2021

Più si avvicina la fatidica data dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica e più ad Arcore aumenta la tensione. Nonostante pubblicamente dribbli l’argomento, infatti, Silvio Berlusconi continua sul serio a coltivare il sogno del Quirinale. Sarà per questo motivo che Forza Italia ha reagito in modo rabbioso, attaccando il magistrato Nino Di Matteo, reo di aver ricordato i rapporti tra Arcore e Cosa nostra. È già successo più volte in passato, ma questa volta c’è il Colle ad aumentare la reazione nervosa dei berlusconiani. Intervistato da Lucia Annunziata, infatti, Di Matteo ha ricordato cosa c’è scritto nella sentenza su Marcello Dell’Utri. Nel 2014 lo storico braccio destro di Berlusconi fu condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Dopo un breve periodo da latitante in Libano, Dell’Utri ha scontato la sua pena tra carcere e domiciliari: ora è tornato alla corte di Arcore, dove – secondo vari retroscena – è uno dei consiglieri più ascoltati in relazione a una possibile candidatura del leader di Forza Italia al Colle.

Le parole del magistrato Di Matteo – Insomma: può un uomo che ha il braccio destro condannato per mafia (e quello sinistro, cioè Cesare Previti, per corruzione in atti giudiziari) correre per il Quirinale? E infatti è proprio rispondendo a una domanda sul Colle che Di Matteo ha ricordato l’esistenza della sentenza Dell’Utri . “Io non ho titolo per esprimere giudizi politici mi limito a ricordare due dati di fatto. Il primo è che il presidente della Repubblica è anche presidente del Csm e nei confronti della magistratura non dovrebbe avere interessi e rancori di tipo personali. Poi ricordo che Dell’Utri fu intermediario di un accordo tra il 1974 e il 1992 con le famiglie mafiose palermitane, che in cambio della protezione personale e imprenditoriale di Berlusconi prevedeva il versamento di somme ingenti di denaro da parte di Berlusconi a Cosa Nostra, e questo è emerso da una sentenza definitiva”, ha detto il consigliere del Csm a Mezz’ora in Più su Rai3. Di Matteo si è astenuto da ogni ulteriore dichiarazione sulla corsa al Quirinale: “Non voglio commentare – ha aggiunto – ma questo sta diventando un paese in cui qualche fatto va ricordato. Il vizio della memoria dovrebbe essere coltivato in maniera più incisiva e generalizzata”.

I berlusconiani: “Nessuna sentenza ha mai accertato collusioni con la mafia” – Dichiarazioni che hanno fatto scendere sul piede di guerra i berlusconiani di stretta osservanza. I capigruppo delle commissioni Giustizia di Forza Italia alla Camera e al Senato Pierantonio Zanettin Giacomo Caliendo, insieme con i componenti delle commissioni, la senatrice Fiammetta Modena e i deputati Matilde Siracusano e Roberto Cassinelli, hanno diffuso una nota per attaccare il magistrato. “Il consigliere del Csm Nino di Matteo – scrivono – si è scagliato contro la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale, lanciando accuse tanto infamanti, quanto infondate. Occorre ricordare che nessuna sentenza ha mai accertato collusioni del presidente Berlusconi con la mafia. Forza Italia continua a ritenerlo il più degno candidato alla presidenza della Repubblica”. A sentire i berlusconiani “il magistrato Di Matteo non ha alcun titolo per intervenire nel dibattito politico sulle candidature al Quirinale. Al contrario, essendo comunque un magistrato, oltre che un rappresentante dell’organo di autogoverno della magistratura, dovrebbe avere rispetto per il ruolo che ricopre e mostrare quel poco di imparzialità che gli rimane”.

L’incontro con Bontade e l’assunzione di Mangano ad Arcore – Nessuno tra gli altri partiti politici è intervenuto per fare notare come le dichiarazioni di Di Matteo non contenessero alcuna accusa infamante e soprattutto infondata. E’ vero che Silvio Berlusconi non è mai stato processato o condannato per fatti di mafia, anche se è ancora oggi indagato a Firenze per un reato ancora più grave come il concorso nelle stragi del 1993. I rapporti tra il leader di Forza Italia e Cosa nostra, però, sono cristallizzati in una sentenza definitiva: quella emessa nel 2014 a carico di Dell’Utri. Le motivazion di quella sentenza sono lunghe 75 pagine e il nome di Berlusconi viene citato 137 volte. Spiegando perché ha deciso di confermare la seconda sentenza di Appello (la prima era stata annullata dalla Cassazione due anni prima) la Suprema corte ripercorre il rapporto tra Dell’Utri e Cosa nostra: l’ex senatore fu il garante di un accordo tra i clan ed Arcore. La mafia, in pratica, garantiva protezione all’inquilino di villa San Martino dove venne spedito Vittorio Mangano. In cambio ai boss arrivavano centinaia di milioni di lire dal gruppo imprenditoriale berlusconiano. Era il prezzo di un “accordo di protezione stipulato nel 1974 tra gli esponenti mafiosi (Bontade e Teresi) e Silvio Berlusconi per il tramite di Dell’Utri, espressivo dell’importanza e della solidità dello stesso, dell’affidamento reciproco tra le due parti che lo avevano stipulato grazie alla mediazione dell’imputato, il quale rappresentava la persona in cui entrambe riponevano fiducia”. Quell’accordo, ricostruiva la prima sezione penale presieduta da Maria Cristina Siotto, venne siglato durante un incontro, che si è svolto a Milano tra “il 16 e il 29 maggio 1974” e al quale avevano partecipato Berlusconi, Dell’Utri, il suo amico Gaetano Cinà, uomo della “famiglia” mafiosa di Malaspina, Stefano Bontade, il principe di Villagrazia che era al vertice di Cosa nostra, Girolamo Teresi di Santa Maria del Gesù e Francesco Di Carlo, boss di Altofonte che poi diventerà un collaboratore di giustizia. “In quell’occasione veniva concluso l’accordo di reciproco interesse, in precedenza ricordato, tra Cosa nostra, rappresentata dai boss mafiosi Bontade e Teresi, e l’imprenditore Berlusconi, accordo realizzato grazie alla mediazione di Dell’Utri che aveva coinvolto l’amico Gaetano Cinà, il quale, in virtù dei saldi collegamenti con i vertici della consorteria mafiosa, aveva garantito la realizzazione di tale incontro”, si legge nella sentenza della corte di Cassazione. “L’assunzione di Vittorio Mangano (all’epoca dei fatti affiliato alla “famiglia” mafiosa di Porta Nuova, formalmente aggregata al mandamento di S. Maria del Gesù, comandato da Stefano Bontade) ad Arcore, nel maggio-giugno del 1974, costituiva l’espressione dell’accordo concluso, grazie alla mediazione di Dell’Utri, tra gli esponenti palermitani di Cosa nsotra e Silvio Berlusconi ed era funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa di quest’ultimo. In cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa nostra palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Gaetano Cinà”, proseguiva la giudice relatrice Margherita Cassano.

Da Arcore soldi alla mafia tra il 1974 e il 1992 – 
Quell’accordo, secondo i giudici, è andato avanti negli anni, anche dopo l’omicidio di Bontade e l’arrivo al potere dei corleonesi di Totò Riina. “La sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra nella consapevolezza del rilievo che esso rivestiva per entrambe le parti: l’associazione mafiosa che da esso traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”, si legge nelle 75 pagine con cui la prima sezione penale della Suprema corte ha motivato la conferma della sentenza di secondo grado. I giudici scrivevano che “la Corte d’appello di Palermo ha, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, dimostrato che anche nel periodo compreso tra il 1983 e il 1992, l’imputato (cioè Dell’Utri ndr), assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto di protezione stipulato nel 1974, protrattosi da allora senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore, ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante, che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione”.

Quei 20 miliardi di Cosa nostra per i film di Canale 5” – Per dimostrare che Dell’Utri si sia posto nei confronti di Cosa nostra come rappresentante di Berlusconi pure quando non era un dipendente del gruppo di Arcore, i giudici citano un precedente del 1980. “Il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5. Questa sentenza, come detto, è passata in giudicato: è accertato, dunque, che “l’imprenditore Berlusconiha pagato Cosa nostra tra il 1974 e il 1992 grazie all’intermediazione del suo storico braccio destro. Addirittura, secondo i giudici della corte d’Assise di Palermo che hanno celebrato il processo di primo grado sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, quei pagamenti da Arcore sarebbero proseguiti fino al dicembre del 1994, cioè quando Berlusconi era già a Palazzo Chigi. Quella sentenza, però, è stata ribaltata in Appello: dopo la condanna in primo grado, Dell’Utri è stato assolto in secondo. Avendo già finito di scontare la sua pena per concorso esterno, è tornato a essere tra gli ospiti più ascoltati ad Arcore. Raccontano i bene informati che ci sarebbe proprio Dell’Utri dietro l’incontro a cena tra Gianfranco Micciché Matteo Renzi. Nel menù, a sentire Micciché, ci sarebbe stata anche l’elezione di Berlusconi al Quirinale.

Fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/29/forza-italia-contro-di-matteo-per-spingere-berlusconi-al-colle-mai-accertate-collusioni-con-la-mafia-da-bontade-ai-soldi-ai-boss-cosa-dice-la-sentenza-dellutri/6408892/

 

Il Covid aiuta i clan, le mani della camorra su negozi e ristoranti a Castellammare

Il Covid aiuta i clan, le mani della camorra su negozi e ristoranti a Castellammare

Tiziano Valle

La camorra stabiese sfrutta la crisi determinata dal Covid e rileva le attività che hanno dovuto chiudere, investendo nei locali sfitti per riciclare i soldi guadagnati con traffico di droga ed estorsioni. È altissima l’attenzione delle forze dell’ordine su quanto sta accadendo a Castellammare di Stabia, dove familiari di affiliati di spicco dei clan D’Alessandro, Imparato e Cesarano avrebbero aperto nuove attività commerciali proprio in un momento in cui invece parecchi imprenditori sono stati costretti a tirar giù la serranda.L’ipotesi è che queste nuove aperture vengano finanziate con i soldi sporchi della camorra e servano in realtà solo per tentare di rendere più complessa l’attività degli investigatori impegnati a risalire al flusso di denaro generato dagli affari illeciti.Secondo le ultime informative, i clan starebbero investendo soprattutto in autosaloni, nella zona a nord della città, in bar, sale giochi e attività ristorativo in centro. Uno scenario che lascia intendere il forte rischio d’inquinamento dell’economia reale in una città dove l’iniziativa privata sembra fortemente condizionata proprio dai poteri criminali e la conseguenza è la fuga di giovani che non riescono a trovare sbocchi occupazionali.

Gli investigatori hanno avviato accertamenti sulle fonti di guadagno, anche a livello familiare, degli affiliati che sono stati recentemente arrestati e condannati per fatti di camorra. L’obiettivo è quello di procedere al sequestro e possibilmente alla confisca delle attività riconducibili a boss e gregari dei clan D’Alessandro, Imparato e Cesarano.L’inchiesta Domino, in tal senso, ha già consentito il sequestro di beni per circa 5 milioni di euro, mentre quella sulla cosca del Savorito ha permesso di svelare anche l’interesse della camorra nel settore della sicurezza sul lavoro, con l’apertura di aziende direttamente riconducibili ai ras.Un’attenzione quella delle forze dell’ordine che si concentra anche e soprattutto sulle attività sotto traccia che le organizzazioni criminali stanno portando avanti col favore della crisi economica dettata dal Covid. Solo recentemente le associazioni anti racket hanno lanciato l’allarme per un aumento spropositato delle richieste di prestiti a tassi usurai. Molto spesso quei soldi arrivano proprio dall’enorme liquidità che è in disponibilità dei clan, quello di Scanzano in primis che riesce a far girare contanti senza problemi. Ed è qui che si concentra il lavoro dell’antimafia e delle forze dell’ordine. Un enorme lavoro quello condotto in questi anni dall’Antimafia, che adesso potrebbe concretizzarsi con un attacco al patrimonio delle cosche.ù

fonte:https://www.metropolisweb.it/2021/11/29/covid-aiuta-clan-le-mani-della-camorra-negozi-ristoranti-castellammare/

Le mani della Camorra sugli appalti ferroviari, così il clan Moccia è tornato a fare affari con una rete di prestanome

Le mani della Camorra sugli appalti ferroviari, così il clan Moccia è tornato a fare affari con una rete di prestanome

28 NOVEMBRE 2021 – 11:48

Il clan dei fratelli Moccia ha un giro di affari criminali di vastissime dimensioni. Ora, con i capi di nuovo in libertà, gli orizzonti dell’organizzazione si allargano

Da anni i fratelli Moccia sarebbero riusciti a condizionare gli appalti pubblici. E ora con i capi tornati liberi, il clan camorrista si è rituffato sugli affari ferroviari grazie a una rete di aziende intestate a prestanome, personaggi considerati molto vicini alla famiglia mafiosa. In un’inchiesta pubblicata su L’Espresso, la giornalista Francesca Fagnani ha raccontato le nuove mosse del clan originario di Afragola radicato nella camorra. Nel gruppo, i fratelli si alternano alla guida delle operazioni criminali a seconda di chi è in libertà. Luigi, detto Gigino, è stato al 41 bis per mafia fino allo scorso luglio e anche Teresa è ora in libertà con l’obbligo di firma. Suo marito Filippo Iazzetta e l’altro fratello Antonio (da dieci anni a processo, da unico imputato, per camorra) sono stati arrestati ad aprile. L’organizzazione mafiosa opera, oltre ad Afragola, a Casoria, Arzano, Caivano, Cardito, Crispano, Frattamaggiore, Frattaminore, tutti i comuni della cinta nord di Napoli e a Roma. Nella Capitale, dove Luigi e Antonio hanno spesso vissuto, hanno un giro di locali e ristoranti destinati al riciclaggio, scrive l’Espresso, e portati avanti anche in questo caso grazie a una rete di prestanome. Tra le inchieste in cui sono coinvolti c’è la Petrol-mafie Spa, una serie di frodi fiscali nel commercio del gasolio che, scoperte, hanno portato a un maxi-blitz con 71 misure cautelari e al sequestro di quasi 1 miliardo di euro.

Le inchieste sul mondo ferroviario

L’inchiesta giornalistica mette in fila una serie di collegamenti tra il clan camorristico e la Rete ferroviaria italiana (Rfi). Esiste una lista di amici imprenditori dei Moccia «che si sono aggiudicati un appalto pubblico da Rfi» e che sono considerati dei prestanome. Manlio Esposito, ad esempio, proprietario della Kam Costruzioni, che ha ricevuto un appalto da Rfi da 13 milioni. Ma anche la ditta Railway Enterprice srl, intestata a Concetta Credentino, moglie di Giuseppe De Luca (condannato in passato per mafia e cognato di Angelo Moccia), e ai figli Antonio e Leonardo De Luca. E poi la Edil-Fer srl, di proprietà dei figli di Enrico Petrillo, anche lui da tempo nella rete dei Moccia.

Fonte:https://www.open.online/2021/11/28/camorra-clan-moccia-appalti-ferrovie-inchiesta-espresso/

La trasformazione rapida della mafia con la pandemia. Allarme della Dia: meno violenze e più affari

La trasformazione rapida della mafia con la pandemia. Allarme della Dia: meno violenze e più affari

22 SETTEMBRE 2021 – 10:43

L’allarme investe i fondi stanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e i capitali in arrivo

La criminalità organizzata cambia faccia e si adegua ai tempi – e alle crisi epocali: Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta seguono il passo, sono sempre meno violente ma sempre più collegate a doppio filo ai colletti bianchi. A dirlo è la nuova Relazione della Direzione investigativa antimafia sul secondo semestre del 2020 appena consegnata al Parlamento. Le mafie, si legge, sostituiscono «l’uso della violenza, sempre più residuale, con linee d’azione di silente infiltrazione». E strumentalizzano i gravi disagi provocati dalla pandemia di Coronavirus, come già spiegato l’anno scorso a crisi pienamente in corso. Lo fa la camorra per esempio, scrive la Dia, che «resta per dinamiche e metodi un fenomeno macro-criminale dalla configurazione pulviscolare-conflittuale».

Come cambiano le mafie

Per gli esperti della Dia, le organizzazioni mafiose hanno velocizzato il «processo di trasformazione e ‘sommersione’ già in atto da tempo, senza però rinunciare del tutto all’indispensabile radicamento sul territorio e a quella pressione intimidatoria che garantisce loro la riconoscibilità in termine di ‘potere’ criminale». Diminuiscono gli ‘omicidi di tipo mafioso’ e delle ‘associazioni mafiose’ (da 125 a 121 e da 80 a 41 rispetto alla seconda metà del 2019), mentre aumentano i delitti connessi con la gestione illecita dell’imprenditoria, le infiltrazioni nei settori produttivi e l’accaparramento di fondi pubblici. Le organizzazioni criminali sono attive nei settori “classici”, quindi traffico di droga, usura, estorsioni – ma appaiono ora molto attive anche in altre aree come scommesse e gioco d’azzardo, con un utilizzo “sapiente” di quanto offre la modernità: secondo quanto scrivono gli esperti della Dia imprenditori riconducibili ai clan creano infatti società nei paradisi fiscali dando vita a un circuito parallelo a quello legale che permette di ottenere soldi e di riciclare enormi quantità di denaro in modo anonimo. Non solo: sembra che le organizzazioni criminali non disdegnino di utilizzare pagamenti in criptovalute, bitcoin e Monero, che hanno il “vantaggio” di non essere tracciabili e monitorabili dalle banche.

Le infiltrazioni

Gli analisti avvertono anche che «si sarebbe ulteriormente evidenziata la tendenza ad infiltrare in modo capillare il tessuto economico e sociale sano» da parte delle organizzazioni criminali. Una strategia che, «in un periodo di grave crisi, offrirebbe alle organizzazioni l’occasione sia di poter rilevare a buon mercato imprese in difficoltà, sia di accaparrarsi le risorse pubbliche stanziate per fronteggiare l’emergenza sanitaria». Se «al nord, mediante il riciclaggio, risulterebbe intaccata l’imprenditoria privata con consistenti investimenti di capitali illeciti», si legge nella Relazione, al sud l’attenzione delle mafie si sarebbe rivolta «verso tutti i vantaggi offerti dai finanziamenti pubblici stanziati per offrire impulso alla crescita». L’allarme investe i fondi stanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. La capacità imprenditoriale delle mafie, con gli ingenti capitali illeciti accumulati e con la collaborazione di colletti bianchi collusi e di una certa imprenditoria, potrebbero portarle ad avere come target proprio quei fondi, «che giungeranno a breve grazie alle iniziative del Governo per assicurare un tempestivo sostegno economico in favore delle categorie più colpite dalle restrizioni rese necessarie dall’emergenza sanitaria».

Sequestri e confische

Nel corso del secondo semestre 2020 le mafie italiane, dice ancora la Relazione, si sono viste sequestrare beni per un valore di 287 milioni 441mila euro: ovvero tre volte in più di quanti ne sono stati sequestrati nei primi sei mesi dell’anno (allora la cifra si era fermata a 88 milioni). Triplicate anche le confische: 181 milioni a fronte dei 42 del primo semestre 2020.

fonte:https://www.open.online/2021/09/22/covid-19-relazione-dia-secondo-semestre-2021-mafia-pandemia/

E’ MORTO IL PENTITO ANGELO SIINO. IN UN LIBRO RIVELO’ DI QUANDO “L’AVVOCATO CAPOMAFIA DI BARCELLONA ORDINO’ L’UCCISIONE DI GIOVANNI MINOLI A FILICUDI…”

E’ MORTO IL PENTITO ANGELO SIINO. IN UN LIBRO RIVELO’ DI QUANDO “L’AVVOCATO CAPOMAFIA DI BARCELLONA ORDINO’ L’UCCISIONE DI GIOVANNI MINOLI A FILICUDI…”

28 Novembre 2021

Negli anni Ottanta lo chiamavano il “ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra” perché era l’ambasciatore dei Corleonesi nel palazzo della Regione e in tutti gli altri dove si spartivano gli appalti. L’uomo del 3 per cento. Angelo Siino, collaboratore di giustizia dal 1997, è morto il 31 luglio nella località segreta dove viveva, la famiglia ha voluto tenere riservata la notizia, che è trapelata solo oggi. “Bronson”, lo chiamavano anche così per la somoglianza con l’atttore, aveva fatto la sua ultima apparizione in aula al processo “Trattativa Stato-mafia”: quel giorno aveva parlato di un progetto di attentato nei confronti dell’ex presidente della Regione Siciliana Rino Nicolosi: “Voleva rompere sugli appalti – disse – me lo rivelò Giovanni Brusca”.

Il suo ruolo ed i suoi rapporti con l’alta finanza ed i politici era stato delineato da tre pentiti di primo piano di Cosa nostra: Balduccio Di Maggio, Leonardo Messina e Giovanni Drago. Ma a raccontare fatti inediti e di grossa portata su Siino era stato il boss ormai pentito Giovanni Brusca che faceva da tramite tra Totò Riina ed il “ministro” di Cosa nostra. Qualche anno fa Siino decise di raccontare tutti i segreti di Cosa nostra in un libro, scritto con il suo legale storico Alfredo Galasso. Nel libro (“Vita di un uomo di mondo”) ha raccontato personaggi come Salvo Lima e Michele Sindona, senatori della Repubblica come Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri. Ci sono i ricordi dei viaggi fra i lussi di Parigi e quelli nei gironi del carcere dell’Asinara, delle battute di caccia con le “mangiate” e le “parlate” nelle masserie dei boss, ma anche i retroscena di alcune vicende che hanno fatto tremare un’isola e anche l’Italia intera.

Sono e mi chiamo Angelo Siino, nato a San Giuseppe Jato il 22 marzo del 1944. Ho ripetuto queste generalità cento volte dinanzi ai Tribunali e alle Corti di tutt’Italia, fino a perderne il senso reale, il senso della mia vita”. E’ questo l’incipit del suo libro.

Che sembra un romanzo ma quello che c’è scritto è tutto vero: nomi, luoghi, fatti, incontri e intrighi. Identificarlo come “il ministro dei Lavori Pubblici” di Cosa Nostra sarebbe anche troppo semplicistico e grossolano, perché Angelo Siino è un personaggio così complesso e così profondamente radicato in una Sicilia del passato recente, che confinarlo “soltanto” come il collegamento fra i vertici di un’associazione criminale che spara e i vertici di un’associazione criminale politica non fa scoprire sino in fondo chi è questo siciliano cresciuto nelle assolate campagne di San Giuseppe Jato. Il libro che ha scritto non a caso ha come titolo Vita di un uomo di mondo (Ponte delle Grazie, pagg 173, euro 14,00), ventotto capitoli densi di episodi raccolti con l’aiuto e la passione del suo avvocato Alfredo Galasso, che l’autore chiama sempre rispettosamente “il professore”.

All’interno dell’autobiografia viene riportato un episodio inedito che Siino racconta (e che pubblichiamo di seguito) e riguarda un omicidio che per fortuna non c’è mai stato, quello di Gianni Minoli. Il giornalista è in vacanza a Filicudi, dove arrivano anche Siino e sua moglie. Dopo poche ore, viene avvicinato da un uomo che gli porta un messaggio dal capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto detto “l’Avvocato”. Un annuncio di morte per Minoli: “Parla assai”. Siino se  ne va via subito da Filicudi, il giorno dopo telefona ai boss più potenti della zona che gli dicono che “l’Avvocato”, da solo, non può prendere una decisione così importante: “Questo ricordo torna spesso nella mia mente”.

Fra le gite di lavoro e di piacere nel messinese, dov’ero pure riconosciuto come ministro dei Lavori Pubblici del governo di Cosa Nostra, ne ricordo una, che mi sembra tuttora curiosa, per l’ambiente e per i personaggi incrociati, anzi il personaggio, che era Giovanni Minoli. La storia, quasi un aneddoto se si considera l’esito, ebbe inizio in una caldissima e ventosa mattina di agosto, non so dire adesso di quale anno, ma credo che fosse l’ultimo degli anni Ottanta, dei quali, scontento, attendevo la fine. Mi ero concesso una settimana di riposo, soprattutto di lontananza dai tormentati affari e personaggi dei cento appalti di pertinenza del mio Ministero. L’ultimo si era concluso a Barcellona Pozzo di Gotto con un’aggiudicazione a un’impresa vicina sia ai Santapaola che ai Farinella, i miei amici di Gangi. Ne vantai gran merito con entrambe le famiglie, ma in realtà fu una delle pochissime occasioni in cui la gara fu vinta da chi lo meritava per la qualità dell’offerta e per il ribasso proposto. Me ne vantai, spiegando che mi ero dato da fare come al solito per conoscere i ribassi dei concorrenti; non era vero, però bisognava farlo credere altrimenti rischiava di indebolirsi la struttura ferrea che si era organizzata sul presupposto che un appalto poteva essere conquistato da un’impresa mafiosa o gradita dai mafiosi solo se sponsorizzata da Cosa nostra. A Barcellona, mi era venuta voglia di una vacanza nelle Eolie, di cui conoscevo solo Lipari e Vulcano, visitate in motoscafo con il mio amico Totò Fauci. Anche mia moglie fu subito d’accordo e ci muovemmo in auto, la mia nuova BMW, lungo la strada per Messina, non ancora completata come autostrada e quindi più gradevole da percorrere tra il mare da una parte e le colline di eucalipti e pini dall’altra. Lungo il viaggio Elina mi disse che avrebbe voluto visitare e trascorrere qualche giorno a Filicudi, di cui le avevano parlato bene alcune sue amiche del bel mondo palermitano. Giò mi fece pensare che era probabilmente un posto da vip e anche per questo non mi dispiaceva affatto andarci. A Milazzo non fu difficile imbarcarsi, dopo avere consegnato la BMW ala garagista di una piccola autorimessa vicina al molo. A Filicudi, mi avevano avvertito, era preferibile e piacevole muoversi a piedi lungo i numerosi e intrecciati sentieri dell’isola. Il mare era splendido, una distesa blu appena increspata. Il vento della cosiddetta Conca d’Oro si era fermato sui Nebrodi, osservai a un vicino che sembrava avermi riconosciuto, sul ponte del traghetto. Un po’ più in la’, appoggiato al parapetto di ferro arrugginito, un passeggero mi guardava intensamente e non ne capivo il motivo, anche se mi pareva un viso conosciuto. Un’anziana signora, che si presento’ semplicemente come Maria, ci aspettava sulla soglia della vecchia casa di pietra che Elina aveva preso in affitto su indicazione di un’amica. Dunque, le feci notare, era certa che saremmo andati a Filicudi prima che decidessimo insieme. “Non è la prima volta” commentò. La casa era poveramente arredata, ma pulita e fresca. Prima di allontanarsi, la signora Maria ci porse le chiavi esterne e interne e ci raccomandò di stare attenti perché sua madre sosteneva che Filicudi era l’isola del diavolo. Rimanemmo incuriositi, con un sorriso divertito. Il diavolo, almeno per me, si presentò il giorno dopo, quando era previsto il solito periplo costiero. Eravamo radunati sul molo in attesa del barcone, ma era sopraggiunto il vento. aspettammo un po’ e poi il giro venne rinviato al giorno successivo. Fra la gente chiassosa affollatasi, con una leggera gomitata mia moglie mi indicò Giovanni Minoli, che chiacchierava allegramente con una giovane donna in prendisole. Lui aveva calzoncini corti, una maglietta e scarpe leggere di tela. Non so spiegarmi perché, eppure questa immagine mi è rimasta impressa intatta nel ricordo. Seguivo con interesse le puntate di Mixer, soprattutto mi intrigavano i faccia a faccia, il modo semplice e diretto con cui Minoli affrontava questioni complicate, come la mafia. Così, mentre ragionavamo della trasmissione che si diceva non piacesse granché ai vertici politici e in particolare a Craxi, allora il capo del partito di riferimento del giornalista, si accostò nella stradella di ritorno l’uomo che mi aveva fissato a lungo sul traghetto. Mi invitò, chiamandomi per nome in modo brusco a fermarmi un momento. Più sorpreso che preoccupato, dissi a Elina di mettersi da canto e di aspettarmi per qualche minuto. Disse di chiamarsi Tano, di avermi intravisto in una riunione di lavoro a Barcellona e di essere stato incaricato di recarmi un messaggio, anzi un avviso da parte dell’Avvocato. L’avvocato era il capomafia di Barcellona o, si supponeva, addirittura della provincia di Messina; ed era avvocato davvero. Se ne parlava raramente negli incontri di vertice di Cosa Nostra, quasi fosse uno sconosciuto, ma io sapevo che era accreditato dalla famiglia Santapaola e da Benedetto personalmente, da cui avevo ricevuto le credenziali dell’Avvocato, dal cognome insolito e in ogni caso non necessario per la sua identificazione. Infatti, Tano si limitò a citare l’autore del messaggio, appunto, come l’Avvocato, sicuro che avrei capito di chi si trattasse. Lo capii subito, e lo capii pure dalle poche parole e dai gesti di accompagnamento che era un annuncio di morte per Giovanni Minoli. Sbalordito e incredulo, chiesi perché. La risposta del sedicente Tano fu che non lo sapeva con precisione. “Ccà sta di casa e parra assai”, così cercò di illustrare la faccenda senza illustrare particolare interesse per la questione e senza chiarirmi quale grave conseguenza potesse derivare per la locale consorteria mafiosa il rapporto tra l’abitare del giornalista nell’isola e il suo parlare, probabilmente, in televisione. Al messaggero premeva soltanto di avere adempiuto all’incarico. Dovevo essere messo a conoscenza di un simile proposito omicida per andar via al più presto da Filicudi e non tornarci mai più. Questo lo avevo compreso da me, senza bisogno di una spiegazione esplicita che pure mi venne accennata. Lo sbalordimento si trasformò in una sorta di paura rabbiosa. Ho sempre cercato di dissuadere qualsiasi proposito omicida, per di più Minoli mi era simpatico e non riuscivo proprio a intendere il senso della sua eliminazione. Gridai a Tano che mi sembrava una pazzia, un’iniziativa senza alcuna giustificazione e con il rischio di effetti sconvolgenti per gli stessi interessi di Cosa nostra, che stava appena uscendo da una sanguinosa guerra di mafia, da una serie di omicidi cosiddetti eccellenti e aveva bisogno di silenzio. A dire il vero, ciò che avevo in mente era l’immagine di un giovane uomo spensierato che si godeva una giornata di mare e di sole, in una pausa dal suo lavoro e dalla sua notorietà. “Riferirò”. Una sola parola e un cenno di saluto con il capo segnarono il congedo di quest’uomo rimasto misterioso come tutto il resto della storia. Raccontai subito cosa mi era stato rivelato a Elina, che del resto aveva ascoltato il colloquio ed era sconvolta quanto me. Mi consigliò di ripartire subito, mentre io ero perplesso e più ci riflettevo e più la vicenda mi appariva assurda. Alla fine della discussione, tornando verso la vecchia casa di maria, ci fermammo a prendere un panino al bar, sul lungomare, l’unico bar allora esistente. Conclusi il mio ragionamento convinto che finché fossi rimasto a Filicudi non sarebbe successo nulla di quanto minacciato. L’indomani, però, cambiai idea e decisi che era preferibile andar via e provare a capire rapidamente da dove e come era nata questa maledetta idea. Il mare si era calmato e il traghetto del pomeriggio avrebbe fatto regolare servizio. Salutammo la signora Maria che non fece trapelare alcuna contrarietà per la partenza prematura, soddisfatta del pagamento integrale del fitto pattuito. Mi dispiacque lasciare anzitempo Filicudi, ma il diavolo (dell’isola) ci aveva messo la coda e né io né mia moglie eravamo tranquilli. Sbarcato a Milazzo e ripresa l’auto, anche qui pagando l’intera settimana seguito dal brontolio di Elina, notoriamente ‘rifarda’, come usa dirsi nella mia patria di persona restia a sborsare soldi e risorse. Mi ritrovai a casa in meno di due ore guidando ad alta velocità e riscoprendo un’abilità di pilota che temevo scomparsa. Il motivo della fretta era che dal mio studio palermitano desideravo telefonare a Cataldo Farinella e a uno dei Santapaola, non rammento chi, che si occupavano entrambi di tenere i rapporti con le famiglie mafiose del messinese e avevano consistenti interessi economici nella zona. Riuscii a comunicare solo con Cataldo, il quale mi rassicurò che si sarebbe occupato lui di accertare di cosa si fosse trattato, anch’egli incredulo. Mi richiamò la mattina seguente e mi informò con tono scherzoso che non c’era nulla di serio che l’Avvocato ben sapeva di non essere in grado di decidere e fare alcunché di simile. Cercai di avere qualche dettaglio ma ne ricavai qualche risatina come se si discorresse di una burla. Anche ora, dopo tanti anni, ripensandoci, non credo affatto che fosse una burla, come non credo comunque di essere stato io l’artefice della messa in salvo del giornalista, che ha continuato a frequentare Filicudi con la stessa allegria di quella lontana mattina. Non so perché questo episodio ritorna spesso nella mia memoria e non ricordo in che occasione lo narrai ai magistrati. Forse è soltanto il rimpianto di una vacanza rovinata.

Fonte:http://www.stampalibera.it/2021/11/28/e-morto-il-pentito-angelo-siino-in-un-libro-rivelo-di-quando-lavvocato-capomafia-di-barcellona-ordino-luccisione-di-giovanni-minoli-a-filicudi/

 

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