Caporalato, uno sfruttamento disumano continuo

Caporalato, uno sfruttamento disumano continuo

A Mondragone e Latina le ultime inchieste contro lo sfruttamento nei campi, dimostrazione della barbarie criminale che impera in troppi luoghi d’Italia. Mondragone dove l’anno scorso i riflettori si accesero, con la propaganda politica che dispiegò tutti i mezzi possibili, per poi spegnersi rapidamente.

Alessio Di Florio

Jun 18, 2021

Palazzi «Ex Cirio», Mondragone. Nomi che oggi non dicono nulla alla quasi totalità degli italiani. Eppure per alcuni giorni l’anno scorso, nel pieno dell’estate, social e politica impazzirono accendendo i riflettori su questo angolo di Campania. Comodamente seduti in poltrona, tra un rutto e l’altro,  tutti sapevano tutto, tutti avevano la soluzione, tutti conoscevano i colpevoli e si sentivano in diritto di commentare e giudicare tra dirette televisive, fiumi d’inchiostro e comizi politici. Eccitati e fomentati da una propaganda politica vergognosa ed indecente che ancora una volta dimostrò tutta la sua violenza e la sua dannosità. L’occasione di questo show isterico e vergognoso fu l’esplosione di un focolaio del nuovo coronavirus.

Superato il focolaio tutti i riflettori si sono spenti come raccontammo  il 24 settembre 2020. Tutti o quasi perché Antonio Mira di Avvenire – il primo giornalista ad essersene occupato, già anni fa –  non ha mai dimenticato questo lembo d’Italia e continua a raccontare, documentare e denunciare. Come riportammo nel nostro precedente articolo nel 2018 Mira documentò per le prime volte quanto accade a Mondragone, il caporalato nei campi e lo sfruttamento dei bambini. Uno sfruttamento anche pedofilo in un luogo dove camorra e caporali imperversavano. Tre anni fa un’inchiesta della magistratura documentò una realtà terribile, drammatica e disumana. L’ultima inchiesta, che dimostra quanto purtroppo nulla è cambiato in questi anni, è delle scorse settimane. E, ancora una volta, senza gli articoli di Mira su Avvenire probabilmente non ne avremmo avuto notizia. Inchiesta di Carabinieri e Guardia di Finanza coordinati dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, due gli imprenditori arrestati (uno posto ai domiciliari) e due caporali raggiunti dall’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. A Capo di tutto un’azienda «ben strutturata» – come l’ha definita il capitano della Guardia di Finanza Simone Vecchi – a cui erano legate tutte le altre aziende coinvolte. «Lo sfruttamento ha riguardato centinaia di braccianti bulgari e nordafricani, prevalentemente donne, impiegati sia in serra che in campo aperto – riporta l’articolo di Mira su Avvenire – “In condizioni di lavoro estreme – spiega ancora il capitano – Dodici ore di lavoro sollevando casse di pomodoro da 20 chili è una condizione disumana. E con qualunque tempo”. Questo per 6-7 giorni alla settimana, con una retribuzione oraria media che non superava i 4 euro e in parte finiva nelle tasche dei caporali, peraltro loro stessi imprenditori».

Nei giorni precedenti un’altra inchiesta è stata resa nota in un altro dei luoghi dove il caporalato, le agromafie e lo sfruttamento è più attivo: Latina. Il sociologo Marco Ormizzolo denuncia e documenta quel che accade da anni, innumerevoli gli articoli, le interviste e vari i libri che ha vi ha dedicato. Ormizzolo sostenne i braccianti sikh e favorì il primo sciopero dei braccianti. La lotta contro caporalato e agromafie, anche se non soprattutto grazie a persone come lui, in questi anni ha avuto importanti passi in avanti. Ma tantissimo è il cammino ancora da compiere.

L’inchiesta delle scorse settimane ha documentato come i caporali dopavano i lavoratori sfruttati per aumentare la produzione e, di conseguenza, il profitto. Il medico di Sabaudia arrestato, secondo i Nas, avrebbe prescritto a 222 persone 1500 confezioni di ossicodone, applicando anche l’esenzione dal ticket. L’ossicodone è un antidolorifico oppioide e la sua assunzione aveva l’obiettivo di ridurre fatica e dolore dei lavoratori sfruttati. «Il mio apprezzamento alla Procura di Latina e ai Carabinieri per l’operazione No Pain di oggi che ha scoperto in via ufficiale un sistema organizzato di diffusione di medicinali dopanti ai braccianti indiani al solo scopo di far loro sopportare i massacranti turni di lavoro nelle campagne. Poi ripensi al quel 2014 quando con In Migrazione pubblicammo il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi”, a quelli che ci sostennero (pochi) e a quelli che dicevano (tanti) che era tutto inventato o comunque marginale o eccessivo – ha scritto su facebook Ormizzolo – Ora c’è chi può parlare e approfondire e chi è meglio che taccia e infatti tace. Continuo a pensare che nel Pontino le istituzioni più avanzate su questo fronte siano la Procura e le Forze dell’ordine, che non ringrazierò mai abbastanza per tante e tante ragioni».

Fonte:www.avvenire.it

Il Mozambico diventa il principale scalo per la cocaina dell’Africa meridionale

Il Mozambico diventa il principale scalo per la cocaina dell’Africa meridionale

AMDuemila 21 Giugno 2021

Narcotrafficanti hanno legami diretti con gli ex presidenti Guebuza e Chissano

Negli ultimi anni, i sequestri di cocaina lungo la rotta Brasile-Mozambico sono diventati all’ordine del giorno.
Il Mozambico rimane quindi un punto chiave della “rotta meridionale” che fa arrivare la cocaina dal Brasile e la reindirizza verso i mercati del Sudafrica e dell’Europa.
Il 7 giugno, due persone dirette verso Maputo, in Mozambico, sono state arrestate all’aeroporto brasiliano di Galeão di Rio de Janeiro dopo che le autorità hanno trovato 18 chilogrammi di cocaina nel loro bagaglio.
A marzo, un brasiliano diretto sempre a Maputo è stato trattenuto all’aeroporto di Guarulhos di San Paolo dalla polizia aeroportuale con cinque chilogrammi di cocaina, mentre a gennaio sono stati trovati circa 32 chilogrammi in sette carichi diretti da Fortaleza al Mozambico.
Prima della pandemia il porto della capitale del Paese Africano era un punto di collegamento che serviva prevalentemente al contrabbando di piccoli chilogrammi di stupefacente i quali  viaggiavano per vie aeree verso l’aeroporto internazionale della capitale del Mozambico partendo dall’aeroporto Guarulhos di San Paolo.
Gli spostamenti della droga sono stati rallentati durante la pandemia a causa delle normative stringenti ma nel 2020 è stata registrata una ripresa significativa del traffico di droga.
Inoltre nello stesso anno è stato anche arrestato nel Paese Africano il latitante internazionale e trafficante di droga brasiliano, Gilberto Aparecido Dos Santos, alias “Fuminho”, dove si dice che stesse organizzando affari di droga per conto del Primo Comando della Capitale.
“Era il più importante fornitore di cocaina di una fazione operante in tutto il Brasile, e responsabile dell’invio di tonnellate di cocaina in diversi paesi del mondo”, ha dichiarato la polizia federale che ha posto fine alla sua fuga.
Ci sono tre ragioni principali per cui il Mozambico è così attraente per la criminalità organizzata brasiliana.
In primo luogo, la storicità  del traffico nel paese. Dagli anni ’90 sono enormi i volumi di eroina afgana che hanno viaggiato dal Pakistan verso l’Africa orientale a bordo di pescherecci, creando rotte regionali di contrabbando transfrontaliero  per il commercio dalla cocaina sudamericana, la quale  transita dal Mozambico da almeno due decenni.
In secondo luogo: la presenza di corruzione ai livelli più alti della politica locale. Secondo un cablogramma diplomatico statunitense (trapelato nel 2010), “il più grande narcotrafficante in Mozambico ha legami diretti con il presidente Guebuza (termine mandato 2015 n.d.r) e l’ex presidente Chissano. Mentre altri trafficanti meno potenti corrompono sia alti che bassi funzionari governativi”.
In terzo luogo: la debolezza delle dogane. A differenza della maggior parte dei porti latinoamericani ed europei, in Mozambico i programmi doganali e della polizia non hanno un adeguato livello organizzativo e le loro interazioni con le forze dell’ordine internazionali sono appena agli inizi.
Ad aprile 2021, i membri del programma AIRCOP dell’UNODC, inteso a ridurre il traffico di droga negli aeroporti, stavano ancora discutendo sull’implementazione di una task force presso l’aeroporto internazionale di Maputo. Il programma secondo Bob Van den Berghe, coordinatore regionale del Programma di controllo per i container delle Nazioni Unite (CCP), sarà operativo nel porto di Maputo a partire da luglio 2021.

insightcrime.org

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/310-narcotraffico/84449-il-mozambico-diventa-il-principale-scalo-per-la-cocaina-dell-africa-meridionale.html


Guardia Civil smantellata organizzazione dedita al riciclaggio di denaro della droga

Guardia Civil smantellata organizzazione dedita al riciclaggio di denaro della droga

AMDuemila 21 Giugno 2021

La Guardia Civil spagnola ha arrestato 7 persone e ne ha posto sotto indagine altre 20 nelle città sivigliane di Lebrija e El Cuervo nell’ambito dell’operazione Panecito riuscendo a smantellare un’organizzazione criminale che riciclava capitali provenienti dal traffico di droga. Si stima che negli ultimi 10 anni hanno potuto riciclare circa 3 milioni di euro.

L’operazione è iniziata dopo il sequestro di oltre 4.000 piante di marijuana da un’organizzazione nel giugno dello scorso anno e successivamente gli agenti hanno rilevato come dietro questa rete vi fosse un’importante rete di società gestite da un clan che da più di 10 anni riciclava la provenienza di illeciti del traffico di droga.

Il tribunale ha decretato il sequestro di tutti i beni dell’organizzazione e dei suoi membri, il blocco di oltre 150 conti correnti bancari e la cessazione dell’attività commerciale delle 8 società che gestivano il gruppo.

All’operazione hanno partecipato agenti appartenenti al gruppo Crimini Economici dell’Unità Organica della Polizia Giudiziaria del Comando di Siviglia.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/250-world-news/84450-guardia-civil-smantellata-organizzazione-dedita-al-riciclaggio-di-denaro-della-droga.html


Non solo Brusca: anche per la vicenda di Rosario Pio Cattafi andrebbe mostrato sconcerto

L Fatto Quotidiano

Non solo Brusca: anche per la vicenda di Rosario Pio Cattafi andrebbe mostrato sconcerto

Salvatore Borsellino

Attivista, fondatore del comitato 19 luglio ’92

21 GIUGNO 2021

di Salvatore Borsellino, Paola Caccia, Angela Gentile Manca, Stefano Mormile

Due settimane fa ogni quotidiano e telegiornale ha inserito tra le prime notizie la scarcerazione del boss mafioso, poi collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca. Il suo viso e il suo nome erano ovunque sui media e sui social network e tutti hanno potuto conoscere gli orrori del suo passato, l’arresto e la scelta di collaborare con i magistrati. Abbiamo ascoltato personaggi più o meno famosi dare il loro giudizio su quella scarcerazione (avvenuta non per errori della giustizia ma in base ad una legge voluta da Giovanni Falcone, che fu il primo a comprendere come fosse necessario che la legge sui “pentiti”, dopo essere stata creata per i terroristi neri e rossi, si allargasse ai mafiosi) e abbiamo visto alcuni di loro stracciarsi le vesti per il ritorno in libertà (vigilata) di un ex mafioso che, con la sua collaborazione, ha fatto condannare centinaia di altri mafiosi.

Non abbiamo visto, al contrario, un dito alzato, un leggero sussurro contrario, una flebile obiezione, proprio nulla, quando ad essere stato scarcerato, nel dicembre 2015, fu Rosario Pio Cattafi, già condannato in primo e secondo grado per associazione mafiosa e però passato dal regime carcerario del 41-bis alla libertà senza alcuna forma di restrizione. E lo stesso completo silenzio ha coperto, per più di quattro anni, una vicenda che abbiamo già avuto modo di definire “indecente per uno Stato di diritto”.

Oggi siamo noi familiari delle vittime di mafia a doverci caricare sulle spalle, come quasi sempre accade in questo Paese nel caso di uomini di potere, l’onere della denuncia di mafia. Questa volta sul caso di Rosario Pio Cattafi, un personaggio che è entrato nelle indagini sull’omicidio del Procuratore di Torino Bruno Caccia, sull’omicidio del medico Attilio Manca, sul famoso autoparco di Via Salomone a Milano (una delle basi operative di un “consorzio” mafioso di cui faceva parte anche la “famiglia” che ordinò l’uccisione dell’integerrimo educatore carcerario Umberto Mormile) e nell’indagine della Procura di Palermo sui cosiddetti “Sistemi Criminali”, che avevano ritenuto necessaria – e non prorogabile – la strage di Via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta.

Il caso in questione, appunto, è il processo per associazione mafiosa a carico di Rosario Cattafi. Sono quarant’anni che quest’ultimo entra ed esce da indagini per mafia. Nel 2013, finalmente, grazie al lavoro dei Pubblici ministeri di Messina Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, è arrivata la sentenza di condanna in primo grado per Cattafi, che viene riconosciuto colpevole per associazione mafiosa. Dopo la conferma nel processo di appello, la Corte di Cassazione, il 1° marzo del 2017, ha ritenuto Rosario Cattafi partecipe all’associazione mafiosa della cosca di Barcellona Pozzo di Gotto (provincia di Messina) fino al 1993, rinviando alla Corte d’Appello di Reggio Calabria il giudizio per gli anni compresi tra il 1993 e il 2000 e assolvendolo per gli anni tra il 2000 e il 2012.

Ebbene, dopo più di quattro anni, il reato di associazione mafiosa a carico di Rosario Cattafi, già pluripregiudicato (per i reati di lesioni, porto e detenzione abusivi di arma da fuoco e calunnia) e plurindagato per altri innumerevoli reati (come sequestro di persona, omicidio, traffico di stupefacenti, traffico internazionale di armamenti, strage, associazione con finalità di terrorismo o di eversione – indagini da cui Cattafi è sempre uscito indenne, o per archiviazione o perché prosciolto o assolto), potrebbe essere prescritto.

La Corte di Appello di Reggio Calabria, infatti, ha impiegato più di due anni per fissare la prima udienza del processo a carico di Cattafi, nonostante il reato (di associazione mafiosa!) fosse a rischio di prescrizione. Ma, come se non bastasse, la prima udienza, che si sarebbe dovuta tenere il 17 aprile 2019, è stata rinviata per ben tre volte per difetti di notifica vari. L’udienza successiva, finalmente fissata per il 4 novembre 2020, dopo la sospensione dei processi a causa della pandemia di Covid-19, ancora una volta non si è tenuta, a causa dell’assenza di un giudice. Quindi l’ulteriore rinvio al 20 gennaio 2021, quando la Corte d’Appello ha rinviato nuovamente la sentenza al 31 marzo 2021, per poi, incredibilmente, rinviarla ancora una volta, al 23 giugno prossimo. Sono passati quattro anni, tre mesi e tre settimane da quando la Cassazione ha rinviato il giudizio per Rosario Cattafi.

Nel frattempo, il Procuratore generale di Reggio Calabria, Giuseppe Adornato (ex assessore all’urbanistica proprio del Comune di Reggio Calabria, dal 2002 al 2007, quando la giunta reggina era guidata dal sindaco Giuseppe Scopelliti, che sarà poi condannato definitivamente nel 2018 a quattro anni e sette mesi di carcere per falso in atto pubblico), ha chiesto alla Corte di appello di far decadere il reato di associazione mafiosa a carico di Cattafi per intervenuta prescrizione.

Se la prescrizione fosse confermata dalla Corte, cadrebbe anche il cosiddetto “giudicato interno” della Cassazione, che aveva riconosciuto Cattafi intraneo all’associazione mafiosa fino al 1993. Esattamente come fu per Giulio Andreotti, il reato sarebbe ravvisato ma prescritto.

Non possiamo fare altro che auspicare che la Corte di Appello di Reggio Calabria rigetti la richiesta della Procura generale e decida di riaprire il dibattimento per accertare la continuata intraneità all’associazione mafiosa di Rosario Pio Cattafi fino al 2000, anche alla luce delle nuove prove (emerse dopo la sentenza di secondo grado) portate all’attenzione dei giudici. E che qualcuno mostri almeno un decimo dello sconcerto e dello sdegno dimostrati dopo la scarcerazione di un “pentito” come Giovanni Brusca anche per la vicenda di Rosario Pio Cattafi, il quale, certamente, non ha mai avuto la benché minima intenzione di collaborare con la giustizia.

Un appello infine alla ministra Marta Cartabia, assai sensibile alla “ragionevole durata del processo”. Ebbene, nel caso che segnaliamo non serve aspettare l’avvio di prodigiose riforme per abbattere finalmente i tempi della Giustizia; due anni per fissare una semplice udienza e quattro anni per celebrarla non sembra un problema di procedure o di organizzazione, piuttosto di “priorità capovolte”.

Ps. Per chi avesse voglia di approfondire l’argomento e saperne di più su alcune delle vicende richiamate che riguardano Rosario Cattafi, è disponibile un dossier a questo link.

 

La lotta alla mafia è in pericolo! Nel silenzio generale Graviano scrive alla Cartabia

La lotta alla mafia è in pericolo! Nel silenzio generale Graviano scrive alla Cartabia

Alessandro Di Battista 21 Giugno 2021

Nel silenzio più o meno generale della pax draghiana accadono alcune cose. L’ergastolo ostativo (così ormai viene chiamato l’ergastolo) è sotto attacco. Oggi, sebbene in pochi hanno il coraggio di dirlo, i mafiosi sperano! Sperano di uscire dopo 26 anni senza essersi pentiti, senza aver aiutato i giudici nella lotta alla mafia. Mentre gli ipocriti alla Salvini si indignano per la scarcerazione di Brusca (del quale conosciamo i reati proprio grazie alla legge sui pentiti) altri boss pericolosissimi, vedi i fratelli Graviano, sperano di poter uscire di prigione sebbene siano rimasti in silenzio. E i Graviano soprattutto Giuseppe, sanno cose indicibili. Graviano fu il mafioso che giocò uno dei ruoli più significativi nell’organizzazione degli attentati. E lui sì che potrebbe parlare dei mandanti occulti. Ma oggi nessuno più si pente anche perché il pentitismo è sotto attacco. Salvini stesso lo ha attaccato. Giuseppe Graviano ha scritto una lettera al Ministro di grazia e giustizia Cartabia. Sarà un caso ma Forza Italia torna al governo e Graviano scrive ad un ministro. Lo fece già nel 2013 quando scrisse alla Lorenzin (all’epoca in quota PDL) per chiederle l’abrogazione dell’ergastolo. Pochi giorni dopo Berlusconi firmava i referendum radicali uno di questi dedicato proprio all’abolizione del “fine pena mai”. Il terrore dei boss. A breve ci sarà la sentenza di appello sulla Trattativa. Ed i sepolcri imbiancati tornano a parlare di “presunta” trattativa. Pezzi della magistratura (contaminati dalla politica) si è sono auto-delegittimati. Ma questo viene usato per colpire i giudici anti-mafia che combattono per dare alla pubblica opinione verità processuali indispensabili. Succede tutto questo ma la politica fa orecchie da mercante. La lotta alla mafia è sotto attacco e molti cittadini sembra si siano dimenticati che la guerra non è ancora vinta… anzi.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/234-attualita/84448-la-lotta-alla-mafia-e-in-pericolo-nel-silenzio-generale-graviano-scrive-alla-cartabia.html


La corruzione è uno dei più grandi mali delle società europee: lo dice un sondaggio di Transparency International EU

La corruzione è uno dei più grandi mali delle società europee: lo dice un sondaggio di Transparency International EU

Di Arianna Barile -20/06/2021

Un sondaggio dell’Ufficio europeo di Transparency International – l’organizzazione internazionale per la lotta alla corruzione e alle ingiustizie – rivela che più della metà dei cittadini europei ritiene il governo del proprio Paese spinto da interessi privati e di pochi. L’indagine verte sulla visione che i soggetti intervistati hanno della corruzione e sulle loro esperienze dirette in merito. I risultati evidenziano una forte preoccupazione in tutta la regione europea.

Il “Barometro globale sulla corruzione” – lo strumento investigativo di Transparency International – indica che il 62% dei 40.000 europei intervistati considera la corruzione uno dei più grandi mali del proprio Paese. E la pandemia non ha fatto altro che aggravare la situazione. il sondaggio svela infatti che l’assistenza sanitaria, durante l’emergenza COVID-19, è stata terreno fertile per la corruzione. Con il 29% dei residenti dell’UE che ha fatto affidamento su conoscenze personali per ottenere assistenza medica e il 6% che ha pagato una tangente per ricevere assistenza e, non da ultimo, la maggior parte degli intervistati che ritiene che il proprio governo abbia gestito la pandemia in modo non trasparente, ecco svelato come il fenomeno della corruzione possa intaccare – sulla pelle delle persone – anche uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il diritto alla salute. “Durante una crisi sanitaria, usare connessioni personali per accedere ai servizi pubblici può essere dannoso tanto quanto pagare tangenti – afferma Delia Ferreira Rubio, presidente di Transparency International. Si possono perdere delle vite, quando le conoscenze personali vengono vaccinate o hanno accesso a un trattamento medico, prima di coloro che ne hanno più bisogno e urgentemente. È cruciale che i governi di tutta l’Unione facciano di più, per assicurare una ripresa giusta ed equa dalla pandemia in corso”.

L’UE è spesso vista come un bastione di integrità, ma questi risultati mostrano che i Paesi della regione restano vulnerabili agli effetti insidiosi della corruzione”, continua Delia Ferreira Rubio. E sondaggio della ONG lo dimostra: quasi tre cittadini dell’Unione su dieci – pari a più di 106 milioni di persone – hanno riferito di aver sperimentato direttamente la corruzione, in quanto hanno pagato una tangente o sfruttato conoscenze personali per accedere ai servizi pubblici.

Il sondaggio ha anche analizzato un’altra sfera della corruzione, i legami tra affari e politica. Il 53% delle persone in tutta l’Unione europea ritiene che il proprio governo sia controllato da interessi privati. “Questi risultati dovrebbero essere un campanello d’allarme sia per i governi nazionali, che per le istituzioni europee. La corruzione sta minando la fiducia pubblica e i politici devono ascoltare le preoccupazioni del pubblico”, dichiara Michiel van Hulten, direttore di Transparency International EU. Nella classifica dei più corrotti troviamo al primo posto i membri del parlamento, seguiti da dirigenti d’azienda e funzionari dei governi nazionali. In generale, quasi un terzo delle persone pensa che la corruzione nel proprio paese stia peggiorando, mentre la metà di loro ritiene che il proprio governo stia gestendo male questo fenomeno che intacca a volte irrimediabilmente le società. Infine, solo il 21% degli intervistati ritiene che i funzionari corrotti vengano adeguatamente puniti. “Ci sono molte azioni immediate che possono essere prese, per rimediare a questi problemi – incalza il direttore della ONG – come aumentare la trasparenza delle lobby a livello europeo e nazionale e affrontare l’evasione fiscale. E le politiche dell’Ue per proteggere gli informatori e combattere il riciclaggio di denaro devono essere efficacemente e rapidamente trasposte nelle leggi nazionali”.

 

fonte:https://www.farodiroma.it/

Il record (negativo) di Marano: quattro scioglimenti per mafia. Da destra a sinistra tutti sono stati coinvolti. Gli errori che commettono tutte le giunte

Il record (negativo) di Marano: quattro scioglimenti per mafia. Da destra a sinistra tutti sono stati coinvolti. Gli errori che commettono tutte le giunte

Da redazione -Giugno 20, 2021

Tiene ancora banco (naturalmente) la notizia del quarto scioglimento per mafia del Comune di Marano. Un record (nazionale) negativo che ben fotografa la realtà di una città e di un municipio che dal 1991, anno del primo scioglimento, ha fatto ben pochi passi in avanti.

Un fenomeno trasversale, che ha investito più forze e coalizioni politiche, segno evidente che da destra a sinistra la politica maranese è sempre stata contigua a determinati ambienti. E quando a non essere contigua è la politica, sono stati (spesso) funzionari, tecnici e dirigenti molto, ma molti vicini a certe situazioni di malaffare.

Lo scrivemmo poche settimane fa: molti si è fatto in questi anni sul fronte della repressioni dei fenomeni criminosi come il traffico di stupefacenti e le estorsioni; poco sul versante politico-amministrativo. E’ opportuno fare una prima distinzione, già fatta molte volte in passato: lo scioglimento di un Comune è un provvedimento amministrativo e non penale. Si scioglie un ente non perché necessariamente gli amministratori abbiano contatti diretti con la camorra, ma anche se sono stati prodotti atti o non si è proceduto a redigere atti e questi, seppur indirettamente, hanno favorito qualche famiglia di malaffare. Esempio: se una palazzina abusiva di un mafioso o di un suo parente non è stata abbattuta o acquisita al patrimonio comunale, tale condotta viene inserita nella relazione degli ispettori giunti in municipio e può determinare, insieme ad altri eventi e fatti, lo scioglimento del municipio. Gli ispettori della prefettura valutano anche le condotte amministrative dei pubblici dipendenti, non solo quelle degli amministratori, consiglieri, sindaco e assessori.

A Marano, nel 1991, lo scioglimento coinvolti amministratori di vari partiti, Dc e Pci in primis. Il sindaco era Carlo Di Lanno. Molti di quei protagonisti finirono anche nelle maglie del penale e furono destinatari di avvisi di garanzia e arresti. In tanti, poi, se la cavarono in sede penale. Nel 2004 ad essere sciolta fu la giunta a trazione sinistra guidata da Mauro Bertini, poi reintegrata dal Tar successivamente. Il sindaco dell’epoca, tuttavia, è oggi ai domiciliari per collusioni con la criminalità organizzata. Nel 2016 ad essere defenestrata fu una giunta di centrodestra, guidata da Angelo Liccardo, che però si era dimessa prima dell’arrivo del provvedimento del Consiglio dei Ministri.

Perché il Comune di Marano è stato sciolto tante volte? Perché i problemi endemici e atavici del municipio non sono mai stati risolti, nemmeno sotto le gestioni commissariali, a parte qualche rara eccezione. La macchina comunale, al netto dei pensionamenti degli ultimi anni, non è stata mai toccata e negli uffici, gira e rigira, comandano sempre le stesse persone, alcune delle quali (soprattutto in passato) contigue o vicine per legami familiari ad ambienti di malavita organizzata. Molti sindaci, come Visconti del resto, commettono sempre lo stesso, imperdonabile errore: si concentrano molto sull’ordinario (giustamente) e talvolta dimenticano o non hanno le necessarie conoscenze e attributi per portare avanti (se non sollecitati dagli organi di stampa e dalle Procure) azioni di reale ripristino della legalità in tema di sgomberi, abusi edilizi e commerciali, assegnazione dei beni confiscati e gestione delle dinamiche afferenti alla raccolta rifiuti, ivi compresa la gestione del personale, assunzioni e quant’altro. Bisogna fare molta attenzione, poi, ai mandati di pagamento alle aziende che ottengono anche piccoli appalti, perché è lì che si nascondono le maggiori insidie. Le somme urgenze sono utili in molti casi, ma pericolose per questa ragione.

Il prossimo sindaco, ma prima ancora i nuovi commissari, se vogliono lavorare bene devono dare vita ad un turn over negli uffici (necessario e mai posto in essere per molteplici ragioni); bisogna sanare le anomalie del Pip e del mercato ortofrutticolo; dare vita a un piano regolatore realmente a vani zero e sfruttare adeguatamente le risorse dei fondi Pics, quasi 11 milioni di euro. Il resto lo devono fare i cittadini, ma se si continuerà a votare premiando l’amico di turno o per ottenere il favore di turno nulla potrà mai cambiare.

Fonte:https://www.terranostranews.it/2021/06/20/il-record-negativo-di-marano-quattro-scioglimenti-per-mafia-da-destra-a-sinistra-tutti-sono-stati-coinvolti-gli-errori-che-commettono-tutte-le-giunte/


La bella stagione ‘chiama’ i clan: le attività nel mirino del racket

La bella stagione ‘chiama’ i clan: le attività nel mirino del racket

Il turismo favorisce gli affari delle cosche, gli esattori in azione lungo le strade che portano al mare

Di Domenico Cicalese -20 Giugno 2021

La bella stagione ‘chiama’ i clan, che con la lenta ripresa della normalità vogliono adeguarsi ai tempi. Con l’arrivo dell’estate, le strade della fascia costiera tornano a essere battute dai bagnanti. Gli arenili di Varcaturo e Licola, sul litorale domizio, sono già sold out da settimane, ma le presenze – statistiche alla mano – sono destinate ad aumentare col passare dei giorni. I picchi, com’è ovvio che sia, si registrano nei fine settimana. Ecco perché anche gli esponenti di malavita e dintorni sono tornati a bussare alle porte delle attività commerciali delle strade che portano al mare. Parliamo di negozi di piccolo cabotaggio: salumerie, outlet di abbigliamento, macellerie, tavole calde. Attività che a tutti gli effetti rappresentano il core business di una località di mare. Da una decina di giorni, gli esattori del clan avrebbero già fatto visita a diversi negozianti: vogliono la ‘rata’ dell’estate, il pizzo sul mare potremmo definirlo. Ma il racket non si manifesta soltanto sotto queste fattezze. I clan studiano mille modi per fare cassa. In tanti la interpretano come una tassa. Di fatto assomiglia più a un pizzo soft. Parliamo di furti in casa e della retta da conferire alla vigilanza privata che servirebbe a scongiurarli. Accade nelle ville in stile hoolywoodiano di Lago Patria dove alcuni residenti, particolarmente facoltosi, dopo un iniziale periodo di tranquillità all’interno delle loro ‘dimore’ o abitazioni in parchi residenziali, sono stati ‘visitati’ da qualche ladruncolo. I furti non avrebbero generato danni di consistente entità economica, giusto qualche problema dovuto all’effrazione. Il giorno dopo un furto, quando ci si sente violati, vulnerabili, una qualunque voce che getta un salvagente diventa oro. Ed è su questo meccanismo psicologico che molti residenti (anche della vicina Villaricca e di Qualiano), hanno scelto di tassarsi mensilmente assoldando la vigilanza privata. “Per stare tranquilli” raccontano. Ma quando gli animi si sono calmati, quando l’impeto emotivo dettato dalla paura è rientrato. Quando si è più lucidi nell’interpretare la realtà, ecco che sorgono i dubbi. “Abbiamo scelto di pagare – afferma un professionista di Villaricca – per stare tranquilli. Ma la eccessiva tempestività tra il colpo e l’offerta di ‘protezione’ mi lascia qualche dubbio”. Un altro residente va oltre: “Mi hanno prima chiesto se volevo protezione, io risposi di non aver avuto mai alcun problema… nel giro di due giorni vennero i ladri. Quindi mi offrirono di nuovo la vigilanza e, mio malgrado, accettai”. Da qui l’ipotesi inquietante su tanti furti in casa che potrebbero essere simulati solo per dimostrare la ‘permeabilità’ delle case. Quindi sedicenti agenzie di vigilanza affermano di essere state informate della vicenda e propongono una ‘protezione’. Un servizio utile, certo. Ma il pizzo soft si impone anche così.

 

Fonte:https://cronachedi.it/la-bella-stagione-chiama-i-clan-le-attivita-nel-mirino-del-racket/

Le misure di prevenzione patrimoniali confiscano i capitali illeciti: se le applicassimo a livello globale?

Il Fatto Quotidiano

Le misure di prevenzione patrimoniali confiscano i capitali illeciti: se le applicassimo a livello globale?

Davide Mattiello

Attivista antimafia ed ex deputato

19 GIUGNO 2021

Cosa accadrebbe se si potessero applicare le misure di prevenzione patrimoniali a chi commette crimini contro l’umanità e contro la Terra?

Facciamo un passo indietro: cosa sono le misure di prevenzione patrimoniali? Bisogna tornare ancora una volta a Pio La Torre e alla sua lotta contro la mafia. Siamo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, la mafia per il nostro Codice Penale non esiste, i mafiosi quando vengono portati a processo se la cavano quasi sempre con assoluzioni o pene irrisorie. Ma Pio La Torre comprende la forza dell’organizzazione mafiosa, quella forza fondata sulla capacità di fare paura e quindi di ammutolire e piegare persone e istituzioni, sa che quella forza si alimenta di ricchezze accumulate attraverso l’attività criminale, ricchezze che successivamente, adeguatamente ripulite, costituiscono la chiave per entrare nell’economia legale, costruire posizioni sociali di successo, avvicinare imprenditori e politici, persino entrare in Borsa e nella finanza che conta davvero.

Così riflettendo, nacque l’intuizione: colpire i patrimoni frutto della attività illecita a prescindere dalla condanna penale dei mafiosi. Inventarsi un modo per individuare il capitale criminale e confiscarlo (mettendolo a disposizione della collettività, ma questa è un’altra storia), senza che questo provvedimento fosse la conseguenza di una condanna penale definitiva contro Tizio o Caio. E come costruire un’arma del genere?

Seconda intuizione: sulla base della sproporzione manifesta tra attività economica dichiarata dal soggetto e valore del patrimonio a disposizione. La sproporzione manifesta, unita ad un quadro indiziario che faccia ritenere il soggetto legato ad un sodalizio mafioso, giustifica il sequestro e l’inversione dell’onere della prova, che significa che a quel punto è il soggetto che ha subito il sequestro che deve dimostrare la legittima provenienza del patrimonio, per evitare che il sequestro si trasformi in confisca definitiva. Una rivoluzione che ha contribuito a contenere le organizzazioni mafiose e non soltanto quelle. La morale sottostante è chiara: la ricchezza accumulata in maniera criminale è in se stessa male ed un rischio permanente per la democrazia e per la libertà di ciascuno, bisogna toglierla di mezzo.

Ma se, fantasticando, questo ragionamento lo spingessimo a livello globale e lo applicassimo in una prospettiva storica, se ci fosse insomma una specie di Tribunale Mondiale della Misure di Prevenzione patrimoniali, cosa accadrebbe?

Se questo fantomatico Tribunale indagasse sulle fortune accumulate dalle più “sviluppate” economie del mondo e risalisse alle origini di quei capitali che poi hanno costituito il massetto fondamentale per moltiplicare il loro vantaggio competitivo. Cosa scoprirebbe? Quanti genocidi, quante deportazioni, quante guerre, quante rapine, quanta devastazione ambientaleSe esistesse un Tribunale del genere e questo potesse ordinare il sequestro anche soltanto di una parte delle ricchezze frutto di quei crimini collettivi per poi utilizzarli a beneficio dei “sommersi”, scriveremmo un’altra storia.

Invece questo fantomatico tribunale non esiste. L’eredità-massetto ce la teniamo ben stretta, indisponibili anche soltanto ad una tassa di successione un poco più equa. A volte restiamo abbagliati da certa filantropia a sei zeri che però non ha nulla a che fare con la giustizia. L’ultimo frutto di questa eredità-non-confiscabile è il vaccino anti-Covid: altro che diritti umani universali, ci si affida ancora una volta all’antico “si salvi chi può!” ed è facile indovinare chi può e chi no.

Nessuna vera battaglia per la sospensione dei brevetti, soltanto il sedativo balletto delle dichiarazioni dei leader politici che non va oltre lo schema della filantropia, che però nulla a che fare con la giustizia. Nessuna forma di obiezione di coscienza: diventerà difficile d’ora innanzi sentir parlare delle tragedie provocate dall’antico colonialismo senza avvertire con certezza di essere parte attiva della sua più recente evoluzione.

E così nella canicola estiva, senza troppi sobbalzi, l’umanità sarà sempre più divisa tra chi vive di “green pass” e chi muore sotto un Tir manifestando per il lavoro.

Processo d’Appello Montante, proseguito l’interrogatorio dell’imputato

Processo d’Appello Montante, proseguito l’interrogatorio dell’imputato

AMDuemila 19 Giugno 2021

L’ex presidente degli industriali siciliani attacca Cicero che annuncia querela

Difesa e attacco. E’ così che Antonello Montante, ex presidente degli industriali siciliani sotto processo per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, si è difeso ieri durante l’esame nel processo d’appello. Difesa, fuori dall’aula bunker del carcere Malaspina di Caltanissetta, contro le accuse dell’avvocato Piero Amara che lo ha tirato in ballo come intraneo alla fantomatica loggia massonica Ungheria (“Non conosco Amara, non l’ho mai conosciuto…”). Attacco, rispondendo alle domande dei propri legali (gli avvocati Carlo Taormina e Giuseppe Panepinto), in particolare contro il suo principale accusatore, Alfonso Cicero, ex presidente dell’Irsap Sicilia ed ex commissario Asi, parte civile nel processo e ieri in aula.
Alfonso Cicero sa di mentire, una cosa è dire ‘non ricordo’ e un’altra è mentire. Giusto o sbagliato mi assumo la responsabilità di avere nominato Cicero all’Irsap. Lui mi faceva tenerezza. Era come se l’Irsap appartenesse a lui, come un asset familiare a lui lasciato. Non capiva che era un incarico fiduciario, politico”. E poi ancora ha detto: “Abbiamo sbagliato valutazione nel segnalarlo come commissario Asi. Nel 2007 Cicero mi chiese di dire al Presidente Lombardo che voleva diventare Presidente della Crias. Il 10 dicembre 2007 lo accompagnai da Lombardo, che rispose che lo aveva già messo nel Cda e che ne doveva parlare”. Mentre all’Irsap, di cui divenne presidente, “venne indicato da Confindustria”. “Nel 2013 ho insistito con il Prefetto di Agrigento Ferrandino per fargli assegnare una scorta – ha affermato ancora Montante – per le lotte che portava avanti nell’interesse di Confindustria. A noi di Confindustria interessava che Cicero eliminasse dalle Asi le persone del malaffare e facesse attività antimafia e doveva farlo perché aveva un protocollo di legalità imposta rigidamente dal codice di Confindustria. Quando mi presentai da Centaro (alla Commissione antimafia ndr) dissi che non eravamo sceriffi ma volevamo un mercato libero e non controllato, quindi perfetta legalità. Ogni denuncia Cicero la portava a Confindustria, prima di depositarle e scritte a mano ed era il suo compito come appartenente a Confindustria”.
Intanto l’avvocato Annalisa Petitto, legale di Cicero, ha annunciato querela nei confronti dell’ex leader di Confindustria. “Ho ricevuto incarico dal mio assistito, parte offesa e parte civile costituita nei processi a carico del Sistema Montante – ha dichiarato Petitto – di querelare Montante per le innumerevoli e gravi calunnie infamanti e palesemente infondate poste in essere in suo danno tanto nelle scorse udienze che in quella odierna nonché di quelle che l’imputato Montante vorrà continuare a proferire ai danni del mio assistito”. E Cicero ha aggiunto: “Sono soltanto calunnie quelle proferite, senza alcun ritegno, dall’imputato Antonio Calogero Montante (condannato in primo grado a 14 anni di reclusione, ndr), contro la mia persona, tanto nelle precedenti udienze che in quella di oggi, tenutesi davanti la Corte di Appello di Caltanissetta. L’imputato Montante ne risponderà davanti ai Tribunali”.
Nelle prime due udienze dedicate all’interrogatorio, chiesto dalla difesa di Montante, rappresentata dagli avvocati Giuseppe Panepinto e Carlo Taormina, Montante ha ripercorso la sua attività in Confindustria, e parlato anche di politici e magistrati.
Ieri Montante, ex icona dell’antimafia, in sei ore di esame ha detto di “non avere mai parlato di antimafia” ma di “attività legalitaria” perché “mica eravamo sceriffi…”.
Secondo l’accusa, rappresentata dalla Procura generale di Catania, perché i magistrati nisseni hanno chiesto di essere esonerati, avrebbe “assoldato” esponenti delle forze dell’ordine e imprenditori per ottenere informazioni sull’inchiesta che era scattata nei suoi confronti nel 2015, dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia. Una rete di spionaggio, intessuta offrendo in cambio “favori” sotto forma di assunzioni di parenti e amici, ma anche organizzando un capillare sistema di dossieraggio e di raccolta abusiva di informazioni sul conto di quelle figure che potevano essere considerate “nemiche”. Montante, ovviamente, ha negato di aver fatto dossier.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/306-giustizia/84429-processo-d-appello-montante-proseguito-l-interrogatorio-dell-imputato.html


Operazione ”Via della seta”: frode internazionale, riciclaggio e traffico illecito di rifiuti

Operazione ”Via della seta”: frode internazionale, riciclaggio e traffico illecito di rifiuti

Liberainformazione 19 Giugno 2021

La Guardia di Finanza di Pordenone, su delega della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, ha svolto una complessa attività investigativa nei confronti di un sodalizio criminoso a carattere transazionale operante nella commercializzazione, con modalità fiscalmente fraudolente, di materiali ferrosi e non (rame, ottone, alluminio) normativamente inquadrabili, ai sensi dei decreti legislativi n. 152/2006 e 21/2018, nella categoria dei “rifiuti metallici non pericolosi”.
Le investigazioni avviate nel 2018 hanno preso spunto da evidenze informative pervenute, tramite gli Organi Centrali del Corpo, attinenti ad anomale movimentazioni finanziarie intercorse tra una impresa avente sede della Repubblica Ceca ed una neocostituita azienda della Provincia di Pordenone.
Le successive indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, anche mediante intercettazioni (telefoniche, telematiche, ambientali), pedinamenti occulti, monitoraggi video (aree di stoccaggio, uffici e caselli autostradali) nonché captazioni informatiche, hanno consentito di ricostruire un diffuso e importante traffico di rottami metallici (di disparata origine), avvenuto nel periodo 2013 – 2021, per circa 150.000 tonnellate (pari a circa 7.000 autoarticolati) aggirando gli obblighi ambientali e di tracciatura vigenti, utilizzando fatture per operazioni inesistenti, allo scopo di:

  • consentire a soggetti aziendali di vendere rottami ferrosi “a nero”, evadendo le imposte nonché per sottrarsi ai previsti obblighi documentali di monitoraggio disciplinati dalla normativa ambientale;
  • permettere agli utilizzatori finali delle fatture di documentare costi mediante l’annotazione di documenti fittizi, con la relativa riduzione della base imponibile.

La struttura criminosa operava con il seguente modus operandi:

  • la preventiva creazione, in Italia, di società ad hoc con funzioni di soggetti “intermediari” nel commercio di rottami metallici ovvero con la finalità di interporsi nella filiera commerciale che vede ai suoi poli le aziende originatrici/produttrici del materiale in rassegna e le acciaierie;
  • l’esecuzione di fittizie operazioni di acquisto, da parte delle citate società interposte, di materiale ferroso all’estero giustificato da fatture per operazioni inesistenti, emesse da società compiacenti (della tipologia missing trading esistenti più da un punto di vista formale che sostanziale) aventi sede nella Repubblica Ceca e Slovenia. Tali acquisti intracomunitari, esistenti solo “cartolarmente”, erano finalizzati a ottenere una “copertura” documentale e contabile volta a farle apparire come rottami lecitamente acquistati da imprese aventi sede all’estero che ne attestavano falsamente la regolarità secondo i requisiti richiesti dalla normativa unionale Europea;
  • il successivo utilizzo della documentazione (fiscale e ambientale) generata dalle operazioni fittizie inesistenti di cui alla precedente alinea per consentire, a terze aziende manifatturiere, di operare la vendita di scarti di lavorazione metalliche “a nero” altrimenti non perfezionabili tenuto conto che le acciaierie (end user) si individuano in soggetti economici, di rilevanti dimensioni e fatturato, del tutto refrattari a gestire acquisti di tonnellate di materiale “a nero” privo peraltro della necessaria documentazione ambientale.

In armonia con la legislazione Europea, infatti, affinché i rottami metallici non siano qualificabili come “rifiuto”, il produttore deve redigere e trasmettere ad ogni cessione una “dichiarazione di conformità”, al fine di consentire, in ogni momento, l’individuazione dell’origine del rottame e, dunque, la tracciabilità dello stesso.
Laddove ci si trovi, come nel caso di specie, di fronte ad una cessione “in nero”, la provenienza dei rottami resta ignota, gli stessi non sono tracciabili e, dunque, devono – sempre e comunque – essere considerati “rifiuti” a causa del mancato rispetto delle richiamate disposizioni e, quindi, non sono commercializzabili come rottami metallici. Per ovviare a ciò, gli indagati provvedevano a predisporre fittizie “dichiarazioni di conformità” aggirando, così, le disposizioni di legge e celando la reale origine del materiale.
Specifici approfondimenti investigativi sono stati, inoltre, rivolti ai profili finanziari delle attività in rassegna ove i pagamenti delle fatture (di acquisto e vendita) venivano sempre condotti tramite bonifici bancari, al fine di strumentalmente appalesare la loro genuinità a fronte di eventuali attività ispettive da parte dell’amministrazione finanziaria. In una prima fase investigativa, si scopriva come, il movimento di circa 150.000.000 di euro all’estero da parte dell’organizzazione a favore di società missing trader Ceche e Slovene, vedeva il contestuale ritrasferimento di siffatte disponibilità (sempre mediante sistema bancario) in Istituti di Credito ubicati nella Repubblica Popolare Cinese, nei cui bonifici venivano indicati quali causali “importazioni”, parimenti inesistenti, di acciaio e ferro in Europa dal predetto paese asiatico.
Le indagini (specie di natura tecnica) consentivano successivamente di scoprire la natura artefatta di tali operazioni nonché l’esistenza di un accordo tra i referenti:

  • del sodalizio criminale italiano operante nella sopradescritta commercializzazione illecita di materiale ferroso che, avendo inviato presso istituti di credito sloveni e cechi ingenti disponibilità finanziarie per i fittizi acquisti, avevano poi la necessità di farle rimpatriare nel territorio nazionale al fine di “retrocedere” le somme agli imprenditori che avevano “pagato” fatture per le inesistenti forniture;
  • delle comunità cinesi residenti in Italia che, per contro, disponevano, nel territorio nazionale, di ingenti risorse finanziarie in denaro contante, buona parte frutto di economia sommersa (attività lavorativa in nero ovvero proventi non dichiarati al fisco) nonché altre attività di tipo criminoso, da dover spostare nella Cina Popolare con evidenti difficoltà logistiche e legali correlate alla detenzione di così ingenti disponibilità detenute con liquidità contante.

Siffatta alleanza consentiva alle predette controparti (pur indipendentemente dedite alle proprie attività illegali) di raggiungere un punto di convergenza che consentiva mutualmente loro di raggiungere i propri obiettivi: il denaro inizialmente trasferito nei paesi dell’est Europa dagli italiani veniva bonificato in istituti bancari nella Repubblica Popolare Cinese e le somme ivi accreditate venivano contestualmente “compensate” con la rimissione di denaro contante (non tracciabile) consegnato in Italia dai referenti cinesi ai membri del sodalizio criminale italiano, operazioni che venivano condotte presso noti centri commerciali all’ingrosso cinesi di Padova e Milano dove il denaro veniva “passato di mano” all’interno di buste di plastica.
Detto ingegnoso sistema, permetteva pertanto di far giungere, mediante il sistema bancario internazionale, disponibilità finanziarie in Cina con modalità occulte aggirando i presidi previsti dalla normativa antiriciclaggio, in relazione sia al tracciamento delle operazioni in capo ai soggetti realmente interessati che alle difficoltà di operare presso istituti di credito con ingenti disponibilità di denaro contante.
Dall’altra parte i membri del sodalizio criminale, grazie al descritto sistema di compensazione, ottenevano proprio in Italia quella liquidità cash loro necessaria per retrocedere i pagamenti per le fatture fittizie in precedenza condotti.

L’operazione di servizio consentiva di individuare:

  • l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per complessivi euro 308.894.000;
  • l’occulto trasferimento di risorse finanziarie nella Repubblica Popolare Cinese per euro 150.000.000 (originariamente create con provvista in denaro contanti nel territorio nazionale), schermate da inesistenti operazioni commerciali.

La Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, all’esito delle risultanze investigative:

  • indagava per le responsabilità di rispettiva competenza, complessivamente: n. 58 soggetti per i reati di cui agli artt. 416, 452 quaterdecies del C.P., 8, 2 e 3 del D.Lgs. n. 74/2000 e 648 bis del C.P.; n. 6 persone giuridiche per art. 25 quinquiesdecies del D.Lgs. n. 231/2001;
  • richiedeva e otteneva, dal Giudice per le Indagini Preliminari di Trieste, l’emissione di n. 5 misure cautelari personali (di cui n. 2 provvedimenti di custodia cautelare in carcere e n. 3 provvedimenti di arresti domiciliari); di un provvedimento di sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. per complessivi euro 66.000.000.

Secondo le prospettazioni accusatorie, accolte dal G.I.P., l’organizzazione criminale si è rivelata particolarmente complessa e articolata in quanto caratterizzata da una molteplicità di uffici, persone coinvolte, ruoli, mezzi utilizzati, imprese di trasporto, società italiane e straniere e sarebbe stata così appositamente modulata per consentire, attraverso la formazione, la redazione e l’utilizzo di documentazione totalmente falsa, l’illecito traffico di ingentissimi quantitativi di prodotto.
I principali promotori del consorzio criminale sono 5 uomini originari del triveneto (3 dei quali con residenza nella Confederazione elvetica) coinvolti nella gestione di 3 società filtro nel tempo utilizzate allocate nelle provincie di Venezia Pordenone e Treviso.
Tra gli ulteriori soggetti indagati risultano anche i coniugi di 2 dei principali artefici dell’associazione cui sono state contestate condotte di riciclaggio connessa all’acquisto di alcuni immobili con risorse di origine delittuosa, nonché imprenditori residenti in 12 provincie utilizzatori di fatture per operazioni inesistenti.
Sono state complessivamente condotte su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, 50 perquisizioni nelle provincie di Udine, Gorizia, Treviso, Padova, Belluno, Verona, Venezia, Brescia e Como.
I provvedimenti cautelari personali sono stati interamente eseguiti nei confronti degli indagati mentre sono ancora in corso le misure ablative per le quali sono state già sequestrate disponibilità liquide e beni immobili nonché n. 3 società, compresi gli spazi aziendali, ubicate nella Provincia di Treviso e Belluno a tutt’oggi dedite alla prosecuzione delle attività criminose.
L’operazione “Via della seta” conferma, tangibilmente, l’azione che la Guardia di Finanza svolge quotidianamente attraverso il monitoraggio dei flussi finanziari, che costituisce il metodo più efficace per individuare i capitali di origine illecita, prevenendo e contrastando le organizzazioni criminali che commettono gravissimi reati, anche nel settore ambientale, che “inquinano” il tessuto economico-produttivo, alterano la concorrenza del mercato e, non da ultimo, danneggiano gli imprenditori onesti e rispettosi delle regole.
(16 Giugno 2021)

Tratto da: liberainformazione.org

 

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/223-cronache-italia/84432-operazione-via-della-seta-frode-internazionale-riciclaggio-e-traffico-illecito-di-rifiuti.html

Castellammare. L’allarme Antimafia: «Il clan D’Alessandro alleva i nuovi boss»

Castellammare. L’allarme Antimafia: «Il clan D’Alessandro alleva i nuovi boss»

Tiziano Valle

Il clan D’Alessandro sta allevando i boss del futuro. Giovani, tutti incensurati, che però già sarebbero attivi negli affari della cosca che da decenni impone la sua violenta legge, con estorsioni, traffici di droga e armi, e omicidi, a Castellammare di Stabia. Dagli atti dell’inchiesta sull’omicidio di Pietro Scelzo, che a inizio settimana ha portato all’arresto di Vincenzo Ingenito e Antonino Esposito Sansone, spuntano gli approfondimenti condotti dall’Antimafia sulla terza generazione della cosca di Scanzano.Un dato che era già venuto alla luce quando è stato arrestato Luigi D’Alessandro, il ventitreenne figlio del boss Pasquale, nell’ambito dell’inchiesta Domino, che ha fatto luce sul racket imposto dal clan a decine di imprenditori di Castellammare e della penisola sorrentina.Ma stavolta, dagli atti, spunta una vera e propria ricostruzione di cosa sarebbe accaduto negli ultimi anni dopo le scarcerazioni di personaggi del calibro di Sergio Mosca e Augusto Bellarosa. Sono proprio loro due a essere citati dalla Procura Antimafia perché si sarebbero mossi «all’ombra dei giovani astri nascenti, con funzioni di abili consiglieri e coordinatori delle attività criminali, ristabilendo la supremazia della componente familiare delle “palazzine” nella gestione delle attività illecite», si legge in un passaggio dell’ordinanza firmata dal gip di Napoli.Insomma, secondo la ricostruzione degli 007, i vecchi pregiudicati si sarebbero messi al servizio dei rampolli del clan D’Alessandro per prepararli a quando dovranno assumere ruoli più importanti all’interno della cosca e guidare gli affari della famiglia.E proprio riguardo ai business di Scanzano, l’Antimafia sembra non avere dubbi: «Gli interessi criminali perseguiti dagli esponenti delle “palazzine” fondano principalmente la propria capacità di accumulare capitali dalle attività dalla parvenza lecita, che assicurano all’organizzazione entrate consistenti e consolidate nel tempo». In pratica, il clan negli anni avrebbe investito in diversi settori con l’aiuto di prestanome, continuando a controllare a distanza questi affari.Ma non mancano chiaramente «le estorsioni, il racket degli apparecchi videopoker e slot machine e il controllo delle piazze di spaccio ampiamente diffuse sul territorio stabiese», che garantiscono quotidianamente ingente liquidità alla cosca. Soldi che poi, come detto, vengono in parte reinvestiti in attività che sembrerebbero regolari.Un giro di denaro che finisce per inquinare l’economia reale, mettendo in crisi commercianti e imprenditori perbene, che spesso decidono di andare a investire altrove togliendo anche opportunità occupazionali al territorio.Il punto è che, stando a quanto emerge dagli atti dell’Antimafia, il clan ha di fatto già programmato i prossimi venti anni, innescando quel ricambio generazionale che rappresenta il vero punto di forza dei D’Alessandro, una delle cosche più longeve nel panorama criminale campano.

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2021/06/19/castellammare-lallarme-antimafia-clan-dalessandro-alleva-nuovi-boss/

L’Anm: “Senza l’assunzione di magistrati a rischio obiettivi del Recovery. Referendum di Salvini? È giudizio sulle toghe, reagiremo”

Il Fatto Quotidiano

L’Anm: “Senza l’assunzione di magistrati a rischio obiettivi del Recovery. Referendum di Salvini? È giudizio sulle toghe, reagiremo”

Salvatore Casciaro, segretario del sindacato delle toghe, lancia l’allarme: “Se non si faranno concorsi in tempi rapidi, si arriverà (secondo le prime stime diffuse) a vuoti d’organico di ben 2.000 magistrati”. Scontro a distranza tra il presidente Santalucia e il leader della Lega: “Vuole chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura”. “Non si può aver paura dei referendum”

di F. Q. | 19 GIUGNO 2021

Servono nuove assunzioni in magistratura altrimenti l’abbattimento dell’arretrato non sarà realizzabile. Vuol dire essenzialmente perdere i fondi del Recovery. È l’allarme lanciato dall’Associazione nazionale magistrati. “Se non si faranno concorsi in tempi rapidi, si arriverà (secondo le prime stime diffuse) a vuoti d’organico di ben 2.000 magistrati ordinari negli uffici di merito nei prossimi due anni. Con queste scoperture, che si aggiungono a quelle della pianta organica del personale amministrativo del 26,19%, potrebbero rivelarsi francamente non realistici gli obiettivi fissati nel Recovery fund, soprattutto con riferimento alla velocizzazione dei processi civili”, ha detto Salvatore Casciaro, segretario del sindacato delle toghe, intervenendo al Comitato direttivo centrale.

Gli interventi previsti per la riforma del processo civile, ha continuato Casciaro, “vanno nella giusta direzione”, ma sono “misure non adeguate a raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento dell’arretrato nella misura del 40%” in 5 anni. Dunque “se si vuole ridurre i tempi dei processi in modo così drastico, misura che l’Europa impone e i cittadini attendono, occorre non solo avere il coraggio di operare un intervento di revisione della geografia giudiziaria e delle piante organiche, ma soprattutto coprire le pesanti vacanze dell’organico della magistratura professionale, la cui attuale scopertura è del 12,61% ma crescerà ulteriormente anche per i numerosi collocamenti in quiescenza e per la mancata indizione dal 2019 di nuovi bandi di concorso per il reclutamento dei magistrati ordinari”.

Il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, invece ha commentato i referendum sulla giustizia promossi da Matteo Salvini e i Radicali. “Il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell’impianto riformatore messo su dal Governo; e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l’apprezzamento della magistratura”. “Credo che spetti all’Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo”, ha detto il magistrato, provocando la reazione del leader della Lega. “Non si può aver paura dei referendum, massima espressione di democrazia e libertà, e di confrontarsi con il giudizio e la volontà popolare”. dice Salvini, definendo come “gravissime” le parole del presidente dell’Anm.

Strage di Bologna, covo di via Gradoli 96 e contatti con la P2

Strage di Bologna, covo di via Gradoli 96 e contatti con la P2

AMDuemila 18 Giugno 2021

Oggi al processo sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 – in corso davanti alla Corte di Assise del capoluogo emiliano che vede imputati Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia (amministratore degli immobili di via Gradoli) – è stato sentito come testimone assistito Paolo Moscucci, amico del terrorista dei Nar Giorgio Vale. Nello specifico si è parlato del covo in via Gradoli 96 a Roma che per il pg sarebbe riconducibile a società immobiliari collegate a determinati soggetti che a loro volta sarebbero legati ai servizi segreti deviati, in particolare al SISDE.
L’appartamento in questione era già stato utilizzato nel 1978 dalle Brigate Rosse per il sequestro di Aldo Moro e successivamente nel 1981 dagli uomini di estrema destra, in particolare da
Francesca Mambro e da Giorgio Vale.
Quest’ultimo infatti nell’autunno del 1981 lo aveva affittato da Domenico Catracchia, attualmente imputato per false informazioni ai pubblici ministeri.
La deposizione del teste è stata caratterizzata da una lunga serie di “non ricordo” e “posso solo confermare le mie dichiarazioni”, ossia quelle rilasciate nel 1982.
Inoltre nel corso dell’udienza è emerso che Moscucci è stato indagato nel 2019 per false informazioni ai pubblici ministeri nel corso dell’inchiesta sui mandanti esterni della strage di Bologna – da cui poi è scaturito l’attuale processo in corso – affermando addirittura di non ricordarsi di aver reso le dichiarazioni riportate nei vecchi verbali, relative alla locazione dell’appartamento di via Gradoli. In un secondo momento, però, Moscucci ha ritrattato quei “non ricordo”, confermando le vecchie dichiarazioni e offrendo piena confessione dicendo di aver affittato a suo nome “tramite tale Catracchia un appartamento in via Gradoli per tre mesi nel 1981, pagandolo 140mila lire al mese”. La sua posizione è stata quindi archiviata e nell’udienza di oggi, pur sostenendo di aver “cancellato ogni ricordo di quel periodo”, ha confermato quanto detto in passato.
Oltretutto nell’odierna udienza ha parlato anche il collaboratore di giustizia, ed ex appartenente ai Nar, Walter Sordi, in particolare sui rapporti tra alcuni gruppi dell’estrema destra (gli sessi Nar e Terza Posizione) con la banda della Magliana.
In sostanza Sordi ha rimarcato quello era stato detto già in altri procedimenti, ossia che per un certo periodo i Nar affidarono ai boss della banda della Magliana –
Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati – i proventi di alcune rapine al fine di farglieli riciclare in attività illecite. “Giuseppucci e Abbruciati li ho conosciuti principalmente grazie a Massimo Carminati, siamo andati anche a cena fuori, e tramite i fratelli Claudio e Stefano Bracci. Frequentavamo tutti il Bar Barone. I soldi che facevamo con le rapine venivano dati a Claudio Bracci (ex Nar) che poi li dava alla Banda della Magliana per riciclarli in attività illecite come l’usura”. Gli utili che venivano poi restituiti dalla Banda “a parte la percentuale che tenevano, venivano usati per la latitanza e per comprare le armi”, ha sottolineato ancora Sordi, che a proposito di Fioravanti ha confermato quanto già disse nel 1982: “Erano noti i rapporti tra Fioravanti e Gelli, me ne parlarono anche Nistri e Cavallini”, mentre non gli avrebbe mai parlato di Paolo Bellini.
Nell’udienza di mercoledì prossimo si continuerà a parlare del covo di via Gradoli e sull’argomento è prevista la testimonianza dell’ex Br Adriana Faranda.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/

Narcotraffico, dossier Dcsa: la Mafia sempre più ”alleata” della polvere bianca

Narcotraffico, dossier Dcsa: la Mafia sempre più ”alleata” della polvere bianca

AMDuemila 18 Giugno 2021

La Direzione Centrale per i Servizi Antidroga del Dipartimento della Pubblica Sicurezza rilascia la ‘Relazione Annuale’ 2020

Il dato che certamente colpisce di più è il record assoluto dei sequestri di cocaina, arrivati a 13,4 tonnellate con un aumento del 62,2% rispetto al 2019 (con 8,2 tonnellate sequestrate) in concerto con l’aumento dell’egemonia della ‘Ndrangheta calabrese nei rispettivi circuiti globali del traffico internazionale del traffico di cocaina in collegamento con le altre organizzazioni mafiose nazionali, Cosa Nostra, Camorra, mafie Pugliesi e con sodalizi criminali stranieri.
In particolare nella relazione annuale si parla di come nell’anno segnato dalla pandemia, la camorra abbia sfruttato le proprie basi operative poste in altri Paesi europei, come Spagna e Olanda per “mediare e collaborare con altre strutture di matrice straniera, espandendo il proprio raggio d’azione in campo internazionale, soprattutto nei Paesi dell’est Europa”. Mentre le organizzazioni criminali pugliesi sono state favorite grazie alla loro locazione geografica, a ridosso della sponda balcanica, nel loro inserimento nella gestione del narcotraffico sulle rotte provenienti dall’Albania.
E poi anche le mafie di matrice etnica hanno “continuato a sviluppare una sempre maggiore capacità e autonomia operativa nella gestione del traffico, fino alla distribuzione al dettaglio in molte regioni del territorio nazionale”. In particolare nella relazione si è descritto il coinvolgimento delle consorterie riconducibili ai cartelli balcanici, kosovaro-albanesi, nordafricani e sudamericani (soprattutto di matrice colombiana),  messicani e dominicani, nonché nigeriani.
Le indagini hanno indicato come “la capacità criminale di tali organizzazioni si manifesti con modalità diverse nelle regioni meridionali – dove operano in una posizione subordinata rispetto ai sodalizi criminali autoctoni – rispetto alle regioni centrosettentrionali, dove invece hanno progressivamente acquisito un tale grado di indipendenza, da conquistare, in alcune aree urbane, una posizione dominante, soprattutto nelle attività di spaccio”.
Gli analisti della Dcsa hanno scritto che le ‘ndrine hanno conservato “una posizione privilegiata nei circuiti globali del narcotraffico, grazie alla presenza di propri segmenti e broker operativi, stabilitisi nei luoghi di produzione e nelle aree di stoccaggio temporaneo delle droghe, non solo sul territorio nazionale, ma anche a livello europeo, con particolare riguardo all’Olanda ed alla Spagna”.
Anche Cosa Nostra ha palesato un“un rinnovato interesse” per il narcotraffico, “evidenziando una persistente vitalità, grazie ad una capacità di adattamento ai mutamenti di contesto e ad un approccio pragmatico al redditizio business criminale”. Infatti, secondo quanto emerge dal documento, Cosa Nostra si sarebbe avvicinata al narcotraffico in maniera più decisa anche in base alla necessità di sopperire alle esigenze dei propri affilati in carcere ormai diventati molto numerosi.
A fronte di questi dati, nell’anno di rifermento il narcotraffico si conferma come “il principale motore di tutte le attività illecite svolte dai grandi sodalizi criminali”, con ingentissimi profitti da riciclare e da utilizzare per l’autofinanziamento di ulteriori attività illecite.
Ad illustrare tali argomentazioni è stato il direttore Centrale per i Servizi Antidroga e Generale della Guardia di Finanza Antonino Maggiore. A trarre le conclusioni il Vice Capo della Polizia e Direttore Centrale della Polizia Criminale Vittorio Rizzi. “La Relazione (della Direzione centrale per i servizi antidroga) fotografa la resilienza delle organizzazioni criminali alla pandemia. Nel 2020, dopo la primissima fase di lockdown, i traffici illeciti sono rapidamente ripresi cercando nuove rotte e modalità di occultamento della droga. Metà del quantitativo record di cocaina è stato sequestrato nel porto di Gioia Tauro, una sorta di hub italiano creato dai trafficanti anche per i carichi diretti nella regione balcanica. Diventa, dunque, sempre più strategica la rete della cooperazione internazionale di polizia come arma necessaria per combattere il narcotraffico”.
Il Capo della Polizia, Prefetto Lamberto Giannini ha dato poi una descrizione del quadro generale su cui si è basata la relazione annuale: “La Direzione centrale dei servizi antidroga rappresenta un’articolazione strategica del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, fin dalla sua nascita trenta anni fa. La sua struttura interforze, la specializzazione per materia e la presenza all’estero di esperti per la sicurezza fanno sì che un problema così importante venga costantemente monitorato e che l’azione di contrasto possa essere la più efficace, come testimoniato dai dati della Relazione annuale 2021”. All’evento ha voluto partecipare attraverso un messaggio anche il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese: “Ringrazio tutte le Forze di polizia per il costante impegno profuso nel contrasto al traffico di sostanze stupefacenti. Il bilancio di un anno di attività testimonia il grande sforzo operativo e la intensa azione di prevenzione ed investigativa svolta su tutto il territorio nazionale che ha portato ad un aumento di oltre il 7% dei sequestri di droga. La lotta al narcotraffico rappresenta una priorità a tutela delle giovani generazioni, della legalità e della sicurezza, per contrastare le organizzazioni criminali che alimentano le piazze di spaccio ed accumulano ingenti patrimoni illeciti”.

Il traffico di droga al tempo del COVID – 19
Rispetto ai periodi passati il tratto distintivo del 2020 è stato naturalmente l’emergenza sanitaria connessa alla pandemia da Covid-19. Le mafie tuttavia sono state in grado di riprendersi molto velocemente nonostante le prime battute di arresto causate dalle misure anti covid. La ripresa dei traffici commerciali nella seconda parte del 2020 e la notevole capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi al mutato contesto socio-economico, hanno rilanciato velocemente i traffici illeciti. La reazione delle Forze di Polizia hanno permesso di effettuare importanti operazioni antidroga, coordinate e supportate dalla DCSA in linea con la media dell’ultimo decennio (circa 33.000), mentre i sequestri complessivi di droga, in tutto 58 tonnellate, sono superiori al 2019 del  7,41%. Nello specifico la cannabis resta lo stupefacente più sequestrato in assoluto, 29,6 tonnellate, segno di un livello sempre alto della domanda.
Rimane stabile invece il numero sui sequestri di eroina attestato sulla mezza tonnellata, seppure in calo rispetto al 2019. Mentre si registra un aumento eccezionale dei sequestri delle droghe sintetiche, legato però ad un’unica operazione avvenuta nel porto di Salerno, che ha permesso di individuare oltre 14 tonnellate di amfetamina, da ritenere verosimilmente destinata ad alimentare vari mercati esteri.  Nel 2020, inoltre, le forze di polizia, hanno intercettato ben 33 nuove sostanze non ancora “tabellate”, che verranno inserite negli elenchi delle sostanze vietate. Un dato di rilievo e’ la diminuzione delle morti per overdose – dopo tre anni consecutivi di continua crescita – che nel 2020 sono state 308 (66 in meno rispetto al 2019, in percentuale -17,65%).
Estremamente utile anche l’attività di collaborazione internazionale nel settore del narcotraffico a cui hanno preso parte diversi organismi di controllo europei ed extraeuropei. Questi ultimi hanno sviluppato attraverso la promozione di Memorandum Operativi Antidroga (MOA), protocolli tecnici volti ad incentivare le operazioni speciali antidroga. Un contributo di rilievo lo hanno dato gli Esperti per la Sicurezza, collocati nelle aree strategiche del narcotraffico, sia in termini di flussi informativi che di promozione di iniziative di cooperazione con i Paesi di produzione e transito delle droghe. Inoltre nel 2020, è continuato lo sviluppo dei Progetti “Icarus” ed “Hermes”, frutto della collaborazione interistituzionale tra la DCSA ed il Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nei settori della prevenzione e della riduzione della domanda e dell’offerta. Nel progetto “Icarus” si è svolto l’attività denominata “Rotta del sud”, volta a rafforzare, con la Direzione Centrale della Polizia Criminale e Interpol, la cooperazione di polizia con i Paesi dell’Africa sud-orientale, considerata nuova area di transito dell’eroina afghana. Invece nel progetto “Hermes” sono state invece fissate le linee guida per nuove metodiche operative finalizzate al contrasto della commercializzazione delle droghe sintetiche attraverso le spedizioni postali, gestite da corrieri pubblici e privati, i cui esiti contribuiranno al potenziamento del Sistema Nazionale di Allerta Precoce del DPA.

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Mafia, ”Cupola 2.0”: Cosa Nostra stava cercando di ricostituire la commissione provinciale

Mafia, ”Cupola 2.0”: Cosa Nostra stava cercando di ricostituire la commissione provinciale

AMDuemila 18 Giugno 2021

Tra gli organizzatori Settimo Mineo e Calogero Lo Piccolo

“Una figura di riferimento per gli abitanti della zona, una persona a cui rivolgersi per ottenere il permesso per avviare una nuova attività commerciale, o per recuperare la merce che era stata rubata, a cui veniva chiesto un intervento risolutivo nell’ambito di rapporti privati aventi oggetto la locazione di immobili o il pagamento di un credito di denaro”. Sono queste le parole con cui il giudice Rosario Di Gioia ha descritto la figura di Settimo Mineo nelle motivazioni della sentenza del processo “Cupola 2.0” concluso lo scorso 3 dicembre con rito abbreviato.
L’iter giudiziario è scaturito a seguito dell’inchiesta condotta dai carabinieri e dalla direzione distrettuale antimafia (pm
Amelia Luise, Francesca Mazzocco, Dario Scaletta, Gaspare Spedale, Bruno Brucoli, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi e dell’aggiunto Salvatore De Luca) sulla riunione della commissione provinciale di Cosa Nostra che ha avuto luogo il 29 maggio 2018 esattamente dopo 25 anni dalla cattura di Salvatore Riina.
Secondo gli inquirenti la riunione c’è veramente stata ed è stato un tentativo di Cosa Nostra di rinascere attraverso la ricomposizione della struttura dirigenziale.
“Summa del rapporto intrattenuto da Mineo con i capi degli altri mandamenti – si legge nelle motivazioni della sentenza – è sicuramente rappresentata dalla partecipazione soprattutto alla riunione del 29 maggio 2018, tenuta tra i più importanti capi mandamento della provincia. Tale riunione era stata organizzata allo scopo di ricostituire la commissione provinciale e fornire nuove e indispensabili regole di organizzazione e di comportamento all’interno di Cosa Nostra”.
L’impianto accusatorio nei confronti degli imputati ha portato al primo grado di giudizio per un totale di oltre quattro secoli di condanne per 46 imputati. Invece sono state 9 le assoluzioni, mentre un imputato risulta deceduto.
Al capo mafia Mineo (difeso dagli avvocati Stefano Santoro e Giovanni Restivo, i quali hanno già fatto sapere che chiederanno l’Appello) è stata inflitta una condanna di sedici anni ed il gap ha scritto di lui che “ha rivestito incontestabilmente la carica di capo del mandamento di Pagliarelli, distinguendosi quale soggetto mafioso dotato della maggiore autorevolezza sul territorio”.
Il giudice ha ritenuto provati anche gli incontri con Calogero Lo Piccolo (figlio di Salvatore Lo Piccolo, capo del mandamento di San Lorenzo e già condannato a 27 anni di reclusione) “I suddetti rendez-vous con Mineo assumono rilevantissima significatività – ha scritto il Gup – anche perché effettuati nei giorni immediatamente successivi alla riunione del 29 maggio 2018 e tali pertanto da far pensare che gli appuntamenti tra i due capi-mafia avessero lo scopo di definire, riservatamente, le modalità attuative di quanto statuito nella riunione”.
Inoltre il giudice ha attribuito il ruolo di capo indiscusso anche a
Gregorio Di Giovanni – detto reuccio o sorriso poiché non rideva mai – “Gli elementi acquisiti – si legge nel documento – hanno consentito di comprovare con assoluta certezza la permanenza e l’attuale occupazione del principale ruolo direttivo del mandamento di Porta Nuova” e poi ancora “com’è consuetudine per i soggetti ricoprenti ruoli apicali all’interno di Cosa Nostra – ha scritto il giudice – l’attività captativa ha evidenziato che Di Giovanni fosse frequentemente considerato un punto di riferimento al quale occorreva rivolgersi per i problemi solving di varia natura tra gli associati, tra cui il mantenimento ai detenuti e questioni economiche”.

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Dopo sentenza Cavallo in Cassazione, è pioggia di assoluzioni

Dopo sentenza Cavallo in Cassazione, è pioggia di assoluzioni

AMDuemila 18 Giugno 2021

A Messina 16 assoluzioni, 69 proscioglimenti a Termini Imerese

Palermo. Sedici assoluzioni a Messina, 69 proscioglimenti a Termini Imerese: sono gli effetti della sentenza Cavallo, la pronuncia con cui la Corte di Cassazione a sezioni unite, nel 2020, ha vietato l’utilizzazione dei risultati di intercettazioni di conversazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali le intercettazioni siano state autorizzate. Un colpo a procedimenti nati da inchieste importanti che a Messina ha portato, tra l’altro, all’assoluzione, in appello, dall’accusa di associazione a delinquere per gli ex parlamentari Francantonio Genovese e Franco Rinaldi e per gli ex consiglieri comunali Paolo David, e Giuseppe Capurro. In primo grado agli imputati erano state inflitte pesanti condanne. Il processo nasceva dall’inchiesta “Matassa” sulle commistioni tra mafia, politica e criminalita’ organizzata con al centro tre campagne elettorali tra il 2012 e il 2013. A Termini Imerese, davanti al gup, si e’ conclusa con 18 rinvii a giudizio e 69 proscioglimenti l’udienza preliminare determinata da una maxi-inchiesta sul voto di scambio che aveva coinvolto anche l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro e l’assessore regionale Toto Cordaro. Anche in questo caso determinante e’ stata la pronuncia della Cassazione sulle intercettazioni.

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Cina e aziende del Nord Est: il doppio traffico di rifiuti e denaro

L’Espresso

Cina e aziende del Nord Est: il doppio traffico di rifiuti e denaro

La Guardia di finanza nell’operazione Via della seta ha scoperto come centinaia di imprese hanno smaltito illegalmente tonnellate di metalli e un clan cinese ha riciclato centocinquanta milioni di euro

di Antonio Fraschilla

17 GIUGNO 2021

Oltre mille aziende del Nord-Est hanno venduto in nero 150 mila tonnellate di rifiuti metallici da scarto di produzione a scatole vuote e le grandi acciaierie in Lombardia e Veneto hanno bruciato questo materiale non controllato. Centinaia di camion hanno fatto la spola in mezza Italia facendo finta di trasportare acciaio acquistato all’estero, con un inquinamento da smog enorme. Il tutto mentre due organizzazioni criminali internazionali, con base in Friuli, in Veneto e in Cina trasferivano illecitamente 150 milioni di euro a società fittizie con il sospetto della Guardia di finanza che dietro vi sia una delle più grandi operazioni di riciclaggio di denaro sporco avvenuto in anni recenti nel nostro Paese. Con cinesi che così avrebbero ripulito e inviato in Cina il nero fatto in Italia, probabilmente anche attraverso attività illecite come prostituzione e traffico di stupefacenti oltre al non fatturato nel commercio.

 La Guardia di finanza di Pordenone guidata dal comandante Stefano Commentucci dopo tre anni di indagini ha scoperto un grande traffico di rifiuti alimentato da centinaia di aziende che hanno frodato il Fisco per quasi 300 milioni di euro e un sistema molto sofisticato che ha consentito di riciclare decine di milioni di euro ad una organizzazione criminale cinese con sede in Italia e punti di appoggio in Cina: cinque imprenditori veneti e friulani sono finiti agli arresti, altre 53 persone sono indagate mentre le Fiamme gialle adesso cercano il gran capo cinese che si è presentato agli italiani proponendo il riciclaggio e mettendo sul piatto 150 milioni di euro di denaro contante: un pezzo grosso, un capo dei capi probabilmente dei clan cinesi con base in Italia. Ma su questo vige il più assoluto riserbo tra gli inquirenti, al momento.

La storia è complessa ma lo schema utilizzato dalle due organizzazioni criminali, italiana e cinese, è alla fine sintetizzabile in questo modo: centinaia di aziende della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna per smaltire gli scarti metallici da produzione, senza pagare le imposte e senza garantire il controllo dell’origine dei materiali, hanno venduto in nero 150 mila tonnellate di rame, ottone, alluminio e altri metalli a delle società (Metal Nordest, Femet ed Ecomet) create da tre imprenditori, Stefano Cossarini, Roger Donati e Fabrizio Palombi: quest’ultimi facevano finta poi di acquistare lo stesso quantitativo di materiale da tre società in Repubblica Ceca e in Slovenia, a loro volta intestate o controllate da loro: la Kovi Trade, la Steel distribution e la Biotekna. In questo modo con delle carte fasulle si certificava l’origine di questo materiale dall’estero. Ma in realtà i metalli erano stati comprati in nero in Italia e venivano poi venduti con “regolari” certificazioni alle grandi acciaierie del Nord: a quanto pare a loro insaputa, visto che tutte le certificazioni erano a posto e dichiaravano la provenienza dall’estero.

Ma l’operazione non finisce qui: formalmente le tre società della Slovenia e della Repubblica Ceca ricevevano i bonifici della Metal Nordest, della Femet e della Ecomet e quindi incassavano soldi veri, circa 150 milioni di euro. A questo punto, sempre fittiziamente, le tre società estere facevano finta di acquistare a loro volta il materiale ferroso in Cina, facendo quindi ulteriori pagamenti veri accreditati in un conto cinese. E qui entra in gioco il clan criminale della Cina: la Guardia di finanza con delle intercettazioni e il posizionamento di telecamere ha scoperto che gli imprenditori italiani si davano appuntamento in centri commerciali cinesi all’ingrosso a Padova e Milano e qui ricevevano da cinesi buste con i soldi in contanti: «In sintesi, i cinesi italiani riuscivano così a far arrivare in Cina del denaro eludendo tutte le norme sull’antiriciclaggio, e gli italiani si vedevano tornare indietro i soldi spesi per acquisti fittizi di materiale metallico che servivano a “pulire” quello acquistato in nero da moltissime fabbriche e fabbrichette del Nord-Est», dice il comandante Commentucci.

 

Questo grande traffico illecito di metalli ha comunque coinvolto ben 7 mila camion che hanno trasportato questo materiale, ma altre centinaia di camion hanno girato per il Nord Italia del tutto vuoti, facendo finta di trasportare il materiale acquistato in Slovenia e Repubblica Ceca. Ieri su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, sono state fatte cinquanta perquisizioni nelle provincie di Udine, Gorizia, Treviso, Padova, Belluno, Verona, Venezia, Brescia e Como. E, assicurano gli inquirenti, questa storia non finisce qui perché resta una domanda di fondi: chi è il clan cinese con base in Italia che ha una liquidità di 150 milioni di euro, soldi tutti fatti in nero, che si è messo a disposizione degli italiani?

“Una mafia affarista infiltrata nell’economia”: in più di 2500 pagine le motivazioni delle maxi condanne d’Appello di Aemilia

Il Fatto Quotidiano

Una mafia affarista infiltrata nell’economia”: in più di 2500 pagine le motivazioni delle maxi condanne d’Appello di Aemilia

Il 17 dicembre scorso la sentenza, con oltre 700 anni di carcere complessivi per i 120 imputati che avevano presentato ricorso. Ora arrivano le motivazioni che sostanzialmente confermano le ragioni delle pesanti condanne già inflitte nel primo grado di Reggio Emilia. I giudici scrivono anche che i boss esprimevano il proprio astio per l’allora allenatore della Juventus, Antonio Conte, ogni qualvolta che non schierava in campo Vincenzo Iaquinta

di Paolo Bonacini | 17 GIUGNO 2021

Una cosca autonoma, collegata alla casa madre di Cutro ma profondamente diversa nella struttura e nell’agire. Una “mafia affarista, dove non è essenziale esser stati battezzati per diventare soggetti partecipi”; che si divide per competenza geografica il territorio, che costruisce affari con il permeabile tessuto economico locale e si appoggia a uomini infedeli delle Forze dell’Ordine. Che risponde platealmente alle indagini quando sente mancare la terra sotto i piedi, contrattaccando pubblicamente con i propri capi pronti a vestire i panni delle vittime.

È la ‘ndrangheta dell’Emilia Romagna, duramente colpita dal processo Aemilia; la mafia dei Sarcone/Lamanna/Diletto/Bolognino che emerge dalle motivazioni della sentenza d’Appello depositate in questi giorni dai giudici Pederiali, Passarini e Silvestrini. Un documento lungo 2583 pagine, a conclusione di un anno di udienze condotte nel 2020 mentre fuori dall’aula colpiva duro il Covid 19. Il 17 dicembre scorso la sentenza, con oltre 700 anni di carcere complessivi per i 120 imputati che avevano presentato ricorso.

Le motivazioni di oggi sostanzialmente confermano le ragioni delle pesanti condanne già inflitte nel primo grado di Reggio Emilia, senza fare sconti a volti noti che da quel processo erano usciti gridando all’ingiustizia e alla persecuzione. Augusto Bianchini, noto imprenditore edile modenese condannato a 9 anni per concorso esterno, è l’uomo che dal 2012 “con piena consapevolezza e volontà, introduce la ‘ndrangheta nei lavori pubblici del post terremoto. Lo fa per un interesse proprio… ma altrettanto consapevole che così agendo favorirà quel mondo imprenditoriale mafioso stanziatosi nella confinante provincia di Reggio Emilia. Conosceva perfettamente la caratura criminale dei suoi interlocutori… interessati agli orizzonti imprenditoriali che si potevano dischiudere”. Dopo la stagione delle estorsioni, dell’usura e degli incendi, dell’omertà e dell’assoggettamento degli imprenditori di origine cutrese, la cosca tenta “l’avvicinamento ed il coinvolgimento di personaggi gravitanti nel mondo della politica locale e degli organi di informazione, al fine di una maggior presentabilità dei soggetti di spicco del sodalizio con lo scopo ultimo di introdursi in ambienti economici e sociali che, in precedenza, apparivano immuni. Vanno in tal senso i tentativi… di trovare un accordo con il politico Giuseppe Pagliani”. Allora esponente di spicco di Forza Italia in consiglio comunale a Reggio Emilia.

La sentenza cita la cosiddetta “cena delle beffe”, organizzata presso il ristorante di uno degli imprenditori della cosca, Pasquale Brescia (13 anni di reclusione in Appello), “che vedeva come ospite d’onore il politico Pagliani e i sodali maggiormente rappresentativi dell’imprenditoria cutrese sul territorio emiliano”. Ma ricorda subito dopo “l’esistenza di non meno importanti, inossidabili e privilegiati rapporti, tra esponenti della cosca emiliana ed esponenti delle Forze dell’Ordine, in servizio sia in uffici emiliani, sia in uffici calabresi, che hanno dimostrato una vera e propria partecipazione agli scopi dell’associazione mafiosa mettendosi di fatto a sua disposizione”. Chi aveva rapporti privilegiati con poliziotti e carabinieri disponibili era, scrivono i giudici, Giuseppe Iaquinta, “risultato essere un soggetto con un ruolo fondamentale per il sodalizio, rappresentando la figura dell’imprenditore di successo, oltre che padre di un calciatore famoso”. Un suo tratto caratteristico è “la assidua partecipazione a veri e propri summit di mafia con i sodali”, che non mancavano di esprimergli “il proprio astio nei confronti dell’allenatore della Juventus, Antonio Conte, ogni qualvolta il figlio Vincenzo non veniva schierato in campo”.

Il tratto caratteristico della cosca era la capacità di generare soldi attraverso false fatturazioni, società cartiere, truffe fiscali. Conseguenza di queste attività era la raccolta di un mare di soldi che poi venivano monetizzati con un vorticoso giro di prelievi e depositi negli uffici postali lungo l’intera via Emilia da Piacenza a Rimini. Le motivazioni ricordano la imbarazzante deposizione di aula della dirigente di Posta Impresa di Reggio Emilia, Loretta Medici, che “aveva instaurato un rapporto privilegiato con Gianni Floro Vito” (13 anni e 1 mese di condanna) il quale le metteva a disposizione gratuitamente i servizi del proprio centro estetico. La monetizzazione dei ricavi frutto di attività illecite passava per gli sportelli postali e bancari generando “movimentazioni quotidiane di volumi di denaro impressionanti”. Frutto in particolare “della falsa fatturazione: un vero e proprio business criminale in grado di garantire alla cosca ingente accumulazione di ricchezza illecita derivante dagli artificiosi crediti Iva”. La falsa fatturazione “è divenuto il fondamentale strumento per il reimpiego del denaro messo a disposizioni degli affiliati e ha consentito al sodalizio di infiltrarsi nell’economia del territorio, soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’autotrasporto, sbaragliando così l’imprenditoria locale”.

Dalle indagini di Aemilia è scaturito anche il processo che vede imputate 12 persone per “minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, e rivelazione di segreti d’ufficio”. Tra gli altri c’è l’ex senatore Carlo Giovanardi che negli anni dal 2013 al 2015, secondo l’accusa, cercò di aiutare la famiglia dell’imprenditore Bianchini ad ottenere la riammissione alla White List per le loro aziende escluse a causa dei rapporti con la ‘ndrangheta emiliana. Ai giudici del Tribunale di Modena (è caduta l’aggravante mafiosa) i difensori di Giovanardi hanno presentato martedì 15 giugno una eccezione per genericità dei capi di imputazione e la Corte si pronuncerà nella prossima udienza fissata per il 7 settembre. Ad oltre tre anni dalle richieste di rinvio a giudizio presentate dalla Direzione Antimafia di Bologna questo processo deve ancora entrare nel vivo, mentre in Aemilia le sentenze sono già in giudicato o in attesa della Cassazione. Ma in Aemilia non c’era nessun parlamentare imputato.

Il “polverino” dell’Ilva finì nella discarica siciliana: gli affari di Amara da Taranto a Siracusa

Il Fatto Quotidiano

Il “polverino” dell’Ilva finì nella discarica siciliana: gli affari di Amara da Taranto a Siracusa

Incrociando le carte delle varie inchieste, viene fuori uno spaccato del business del legale e i rapporti con uomini delle cosche, magistrati e personaggi del Giglio magico di Renzi. Al centro una società, la Cisma, che ‘è stata anche interdetta per mafia

di Saul Caia | 17 GIUGNO 2021

L’Ilva, il polverino d’altoforno (non pericoloso) e una discarica in provincia di Siracusa. In questa storia, il minimo comune denominatore è l’avvocato Piero Amara. Non è scritta da nessuna parte, e non la troverete negli atti delle inchieste, perché viene fuori solo se, carte alla mano, si mettono insieme documenti e atti, collegando ad uno ad uno i vari punti in comune.

Partiamo dall’ultimo elemento in ordine cronologico: l’inchiesta di Potenza. In arresto è finito ancora una volta l’avvocato Amara, accusato di corruzione in atti giudiziari insieme a Nicola Nicoletti, già legale degli Stabilimenti ex Ilva di Taranto fra il 2015 ed il 2018. Secondo gli inquirenti, i due avvocati avrebbero fatto il bello e cattivo tempo per indirizzare le inchieste sull’acciaieria tarantina, finita nella lente della Procura di Taranto. È proprio questo l’asso di tempo che ci interessa, perché il 14 aprile 2015 parte dal porto di Taranto la nave Rita Br, che trasporta 9 tonnellate di polverino d’altoforno, scarto industriale dell’acciaieria etichettato “non pericoloso”. Bisogna fare una premessa, al momento possiamo escludere che Nicoletti abbia avuto un ruolo chiave e sia stato coinvolto nella vicenda del polverino, anche perché conferirà gli incarichi ad Amara solo nel 2016. Ciò non toglie che l’avvocato Amara ha uno stretto legame con le società siracusane dove il polverino sarà trasferito. La destinazione è la discarica Cisma Ambiente di Melilli, in provincia di Siracusa, dove sorge un impianto da 550 mila metri cubi, che per l’epoca era considerato “tra i più tecnologici impianti d’Italia per il ricondizionamento e recupero di rifiuti industriali, pericolosi e non”.

Il mese precedente, ovvero il 9 marzo, la Cisma aveva formulato un’offerta all’Ilva per smaltire quel rifiuto, firmando il contratto il 26 marzo. Quando il polverino arriverà in Sicilia, la società è stata appena interdetta per mafia dalle prefetture di Catania e Siracusa, atto che però verrà subito sospeso in autotutela. Ma l’attenzione in quel momento, della cittadinanza locale e delle associazioni ambientaliste, è concentrata sul perché quel rifiuto debba finire proprio a Melilli, in una zona che già presenta un polo petrolchimico importante e numerose discariche di rifiuti.

Amara e l’amico Balistreri. La Cisma aveva un capitale sociale di 3 milioni di euro, il 65% del pacchetto aziendale appartiene alla famiglia Paratore, di cui il dominus è Antonino Paratore, detto Nino, mentre il 12,5% è riconducibile agli imprenditori Balistreri (tramite la Ginestra Srl). A questo punto bisogna fare una considerazione. Pietro Balistreri è un vecchio amico dell’avvocato Amara, i due si conoscono da moltissimi anni essendo entrambi di Augusta. Sono anche stati soci nella BCB Srl, azienda che si occupava di “raccolta dei rifiuti solidi non pericolosi”, il cui legale rappresentante e socio al 25% era proprio Balistreri, le altre quote erano di Diego Calafiore (al 15%), fratello di Giuseppe (amico-socio-collega di Amara), e Sebastiana Bona (al 50%), ormai ex moglie dell’avvocato. La società era registrata ad Augusta in via Megara 41, considerata una delle sedi storiche di Amara, dove risiedevano una moltitudine di aziende a lui collegate. “L’avvocato Amara è sempre stato legale del gruppo Balistreri – si legge nella memoria difensiva presentata da Amara e agli atti dell’inchiesta di Roma -, tutti gli affari legali e tutte le scelte imprenditoriali del gruppo sono preventivamente sottoposte al vaglio dell’avvocato Amara che ha un rapporto di consulenza giornaliero con il citato gruppo e in particolare con l’amministratore delegato Pietro Balistreri. Il rapporto continuo e costante, personale, affettivo e professionale fra l’avvocato Amara e il gruppo Balistreri è tale che il dottor Balistreri gli ha più volte proposto di assumere la carica di componente del consiglio di amministrazione delle sue società”. Nell’informativa delle fiamme gialle romane, ci sono numerosi fatture incrociate tra Amara e il gruppo Balistreri. Ma anche 10 bonifici per un totale di 447 mila euro dalla Cisma alla Dagi (società di Amara), e altri 17 bonifici dalla Cisma allo studio legale “Amara & Mangione” per un totale di 79 mila euro.

Paratore, Mafia e Calafiore. La seconda premessa invece riguarda la famiglia Paratore. Il gruppo è finito sotto inchiesta nel 2017, con il sequestro della discarica, ad opera della DDA di Catania. L’accusa è smaltimento illecito di rifiuti, mentre Antonio e il figlio Carmelo sono accusati di associazione mafiosa. La Cisma è stata anche interdetta per mafia, a fine marzo 2015, proprio in concomitanza con l’arrivo del polverino, ma poi le prefetture di Catania e Siracusa avevano sospeso in autotutela l’atto interdittivo su ricorso dei legali della Cisma.

Secondo i magistrati catanesi, i Paratore sarebbero legati alla famiglia Ercolano-Santapaola e al boss ergastolano Maurizio Zuccaro, nipote di Benedetto Nitto Santapaola, esponente della cupola di Cosa nostra. È il collaboratore di giustizia Santo La Causa, testimone al processo “Iblis” di Catania, ad accostare Nino Paratore a Zuccaro, spiegando che l’imprenditore “del settore delle pulizie”, aveva ceduto l’azienda perché “si stava dedicando insieme a Zuccaro, al settore delle discariche di rifiuti speciali”. Alle accuse di La Causa, i magistrati della DDA aggiungono anche le dichiarazioni di altri 3 pentiti che riconoscono Paratore come “socio” e “prestanome” di Zuccaro. Nell’inchiesta catanese si farà anche riferimento ai collegamenti tra i Paratore, politici e figure di Invitalia, che avrebbero permesso di strappare contratti per lo smaltimento di “40 mila tonnellate del polverino Ilva” nella discarica.

In parallelo, dagli accertamenti fatti dal Gico di Roma, sul flusso socio-finanziario del duo Amara-Calafiore, risulta che era Calafiore a tessere i rapporti con Paratore, essendone uno dei legali. Che ci fosse un’amicizia tra l’avvocato e Carmelo Paratore, figlio di Nino, è evidente da una moltitudine di foto pubblicate dai due sui social. Li troviamo seduti allo stesso tavolo anche al “cenacolo” dell’Associazione per la Promozione del Mezzogiorno (Aprom) organizzato a Roma il 16 aprile 2015. All’epoca sia Calafiore che Amara erano soci di Aprom.

Cisma e gli appunti di Amara. Il nome della società titolare della discarica sbuca fuori anche in alcuni documenti sequestrati all’avvocato Amara nella perquisizione d’arresto del 2017. “Occorre dare una risposta alle società Cisma e Paradivi. A mio avviso unica possibilità è farci presentare fratello di Starace. Vedi tu!!!”. Sia Cisma che Paradivi sono della famiglia Paratore, mentre l’appunto porta la dicitura in grassetto “Enel” ed è indirizzato Andrea Bacci, imprenditore del giglio magico di Matteo Renzi. Bacci l’avrebbe dovuta far avere all’ex ministro e sottosegretario Luca Lotti, braccio destro di Renzi. Sia Bacci che Lotti hanno smentito, davanti ai magistrati di Perugia, di aver avuto intermediazioni per Amara nei confronti della Cisma e della Paradivi. Inoltre gli avvocati Amara-Calafiore si erano interessati per aprire la strada all’ampliamento sull’impianto Cisma di Melilli, oggi chiuso, che sulla carta doveva passare dai 500 metri cubi fino ad arrivare a circa 3 milioni e mezzo di metri cubi. L’interessamento dei due avvocati avvenne, per la Procura di Siracusa, sia sfruttando la compiacenza dell’ex magistrato Giancarlo Longo (che ha già patteggiato una pena di 5 anni) sia al Consiglio di giustizia amministrativa per la Sicilia, che doveva pronunciarsi sulle concessioni regionali date alla società.

Proprio in quest’ultimo tribunale, la Paradivi nel giugno 2015 presenta ricorso (poi accolta) per la sospensione dell’interdittiva antimafia emessa dalle prefetture di Catania. A firmare il provvedimento è il presidente Raffaele Maria De Lipsis e tra i consiglieri figura anche Giuseppe Mineo. I due giudici sono finiti sotto accusa dopo le dichiarazioni rese da Amara. De Lipsis ha già patteggiato a Roma una condanna a 2 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari per un’altra vicenda consumata al Cga. Mentre il giudice Mineo è imputato per corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto istruttorio a Messina nel filone “Sistema Siracusa”.

 

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