Mozzarelle vendute in nome del clan, Walter Schiavone accusa gli ‘amici’

Mozzarelle vendute in nome del clan, Walter Schiavone accusa gli ‘amici’

Di Giuseppe Tallino -25 Novembre 2021

CASAL DI PRINCIPE – C’è un muro, adesso, tra la sua vecchia vita, trascorsa nell’Agro aversano, e la nuova, iniziata nel 2018, con il sì al programma di protezione offertogli dopo il pentimento del fratello Nicola. Un muro spesso tre pagine sulle quali, di suo pugno, Walter Schiavone ha scritto il ruolo che aveva avuto nel clan dei Casalesi e indicato gli ‘amici’ che lo avrebbero aiutato a portare avanti le attività illecite in nome della cosca fondata dal papà, l’ergastolano Francesco Sandokan.

Walter, 40enne, è stato arrestato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta lo scorso 10 giugno: la Dda gi contesta l’associazione mafiosa, il trasferimento fraudolento di valori, la concorrenza illecita e il reato di estorsione. E con queste accuse nelle prossime ore affronterà l’udienza preliminare dinanzi al Tribunale di Napoli.

Le tre pagine sono arrivate sul tavolo del giudice che deciderà se dare o meno il via al suo processo: “Ho fatto parte del clan dei Casalesi, fazione Schiavone – si legge nel manoscritto – dal 2013 al 2018 e ho percepito i proventi delle attività illecite derivanti dalla vendita di mozzarelle e prodotti alimentari, con la spendita del nome del clan, dalla vendita di stupefacenti e dalle estorsioni”.

Confessata la propria intraneità al clan, Walter ha puntato, poi, il dito contro quelli che, lo scorso giugno, con lui sono stati tirati in ballo nell’inchiesta dei carabinieri: “Dichiaro di essermi avvalso della collaborazione di Antonio Bianco, Armando Diana, Nicola Baldascino e Oreste Diana per la vendita di mozzarella e prodotti alimentari con la spendita del nome della famiglia Schiavone”.

Walter Schiavone, assistito dall’avvocato Domenico Esposito, ha sostenuto pure di aver potuto contare su Bianco, Diana, Francesco Dell’Imperio ed Emilio Martinelli “per la ricezione dei proventi derivanti da estorsioni”.

Con il figlio di Sandokan rischiano il rinvio giudizio Bianco, 41enne di Villa di Briano, e Diana, 40enne di Casale, nipote del boss Elio, accusati di associazione mafiosa ed estorsione. I due rispondono anche di trasferimento fraudolento di beni in concorso con Baldascino, 44enne di Casal di Principe, in relazione all’intestazione fittizia della società I Freschissimi, e di concorrenza illecita (l’imposizione delle mozzarelle e altri prodotti in nome del clan). Ipotesi di reato, questa, contestata anche a Davide Natale, 26enne di Casale. L’attività investigativa ha coinvolto pure Gaetana Vittorio, 31enne, moglie di Walter, accusata di favoreggiamento: avrebbe aiutato il marito ad incamerare i profitti illeciti. Nel collegio difensivo gli avvocati Mirella Baldascino, Giuseppe Stellato, Gianluca Corvino e Romolo Vignola.

Fonte:https://cronachedi.it/mozzarelle-vendute-in-nome-del-clan-walter-schiavone-accusa-gli-amici/

 

 

CAMORRA. L’arresto per il delitto Laiso. Il ras dei Casalesi stanato nella sua abitazione

CAMORRA. L’arresto per il delitto Laiso. Il ras dei Casalesi stanato nella sua abitazione

25 Novembre 2021 – 20:35

SAN MARCELLINO/ CASAL DI PRINCIPE/VILLA DI BRIANO (tp) Emergono ulteriori particolari sull’arresto di Maurizio Zammariello messo a segno dai carabinieri del comando provinciale di Caserta diretti da Giorgio Guerrini. L’ex pasticciere, uno complice del delitto di Crescenzo Laiso, è stato arrestato all’interno della sua abitazione a San Marcellino.

Secondo le accuse di diversi collaboratori di giustizia, tutti già condannati per questi fatti, avrebbe avuto un ruolo di specchiettista nell’agguato mortale avvenuto 11 anni fa a Villa di Briano.  I pentiti hanno raccontato che Zammariello avrebbe fornito supporto logistico al commando di fuoco (coinvolte otto persone, CLIKKA E LEGGI I NOMI)  e avrebbe segnalato gli spostamenti ai killer. Dopo il rigetto del ricorso in Cassazione del suo avvocato, Zammariello è stato arrestato e tradotto in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia.

Fonte:https://casertace.net/camorra-larresto-per-il-delitto-laiso-il-ras-dei-casalesi-stanato-nella-sua-abitazione/

 

 

Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo:“Il tritolo piazzato al comune di Reggio Calabria nel 2004 serviva a favorire il consenso politico di Scopelliti”

Il tritolo piazzato al comune di Reggio Calabria nel 2004 serviva a favorire il consenso politico di Scopelliti”

E’ quanto emerge dagli atti depositati dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nel processo di appello “‘Ndrangheta stragista” con tre informative dei servizi segreti firmate da Marco Mancini

di F. Q. | 25 NOVEMBRE 2021

Tre panetti di tritolo confezionati con un nastro adesivo ma privi di innesco. Era quello che era stato trovato nell’ottobre del 2004 in un bagno del comune di Reggio Calabria quando era sindaco Giuseppe Scopelliti. A fare quel ritrovamento era stata la polizia dopo una segnalazione dei servizi segreti. Ma quell’esplosivo era stato piazzato al fine di “favorire il consenso politico del sindaco Scopelliti”. E’ quanto emerge dagli atti depositati dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nel processo di appello “‘Ndrangheta stragista” con tre informative dei servizi segreti firmate da Marco Mancini.

Nell’informativa si parla di “una notizia confidenziale, di natura ‘fiduciaria’, che avrebbe attribuito a tale Schirinzi Giuseppe, estremista di destra, la paternità dell’intimidazione, al fine di favorire il consenso politico del sindaco Scopelliti, indicando anche l’esistenza di una regata velica denominata ‘la regata di Ulisse, organizzata dallo stesso Schirinzi e patrocinata dall’amministrazione comunale”.

Sempre nella nota depositata nel processo a Giuseppe Graviano Rocco Santo Filippone, emerge come l’operazione del tritolo a Palazzo San Giorgio sarebbe stata portata a termine da un “gruppo di soggetti di Archi (quartiere di Reggio Calabria, ndr) collegati alla ‘ndrangheta, che ottenevano informazioni da soggetti corrotti dei servizi”. Stando a una relazione dell’artificiere Giovanni Sergi, citata nell’informativa, quel giorno a Palazzo San Giorgio “tutte le operazioni (di rimozione, ndr) erano seguite in prima persona dal questore Vincenzo Speranza”. Sul posto era presente anche personale dei Servizi segreti. “L’artificiere – è scritto nella nota – ha evidenziato che l’esplosivo, per conformazione, peso e misure, risultava identico a quello proveniente dalla nave ‘Laura C(la nave con un ingente quantitativo di esplosivo nella stiva affondata nel 1941 al largo della costa reggina e diventata, prima di essere tombata, un deposito a disposizione della ‘ndrangheta, ndr). Secondo Sergi, inoltre, l’attentato di Palazzo San Giorgio del 6 ottobre 2004 non rientrerebbe nel consueto modus operandi della criminalità organizzata locale”.

Fontr:https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/25/il-tritolo-piazzato-al-comune-di-reggio-calabria-nel-2004-serviva-a-favorire-il-consenso-politico-di-scopelliti/6405809/

 

 

Sgomberati i parenti di Setola dalle case confiscate al killer del CLAN DEI CASALESI

Sgomberati i parenti di Setola dalle case confiscate al killer del CLAN DEI CASALESI

25 Novembre 2021 – 19:21

I predetti beni, nello specifico tre unità abitative ubicate nel comune di Casal di Principe  in via Fellini 11 e in via Cardarelli,   ed assegnate all’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata, risultavano occupati sine titulo da alcuni familiari del SETOLA nonché da cittadini stranieri, principalmente di nazionalità ghanese e nigeriana nei cui confronti sono stati avviati accertamenti onde appurare la rispettiva legittimazione a soggiornare nel territorio nazionale.

L’operazione diretta dal dirigente del Commissariato di Aversa ed eseguita dalla Polizia di Stato  con il concorso di personale dell’Arma dei Carabinieri, dell’ufficio tecnico del Comune di Casal di Principe, dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata si concludeva con la formale consegna, a cura della  cennata Agenzia, degli immobili al comune di Casal di Principe.

 Si evidenzia il significativo valore simbolico dell’attività che ha consentito, ancora una volta, di restituire alla collettività beni sottratti in via definitiva alla criminalità organizzata.

Fonte:https://casertace.net/sgomberati-i-parenti-di-setola-dalle-case-confiscate-al-killer-del-clan-dei-casalesi/

 

 

CAMORRA & MAZZETTE. Arrestato ancora una volta l’imprenditore di Casal di Principe Raffaele Pezzella. Tangenti a un Presidente di una Provincia

CAMORRA & MAZZETTE. Arrestato ancora una volta l’imprenditore di Casal di Principe Raffaele Pezzella. Tangenti a un Presidente di una Provincia

24 Novembre 2021 – 21:59

CASAL DI PRINCIPE – Raffaele Pezzella proverà di nuovo a tentare la carta del Tribunale del Riesame per scampare ad una lunga detenzione, visto che oggi è stato arrestato per ordine di un gip del tribunale di Benevento, su richiesta della direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

Nell’estate del 2020 girò bene la ruota della fortuna per questo imprenditore di Casal di Principe con fortissimo radicamento nel Comune di Teverola e  in tutti quelli in cui è stato il ben conosciuto ingegnere Gennaro Pitocchi, vero creatore di tante fortune, soprattutto delle sue e che, girando in tantissimi Comuni dell’agro aversano e del nord napoletano ha presieduto e determinato centinaia e centinaia di gare d’appalto creando anche un rapporto strettissimo con l’ex sindaco di Teverola, Biagio Lusini, oggi consigliere di minoranza solo sulla carta visto che detta letteralmente legge visto che il sindaco in carica è solo una figura secondaria e del tutto complementare.

Nell’estate 2020, anche grazie ad un’ indagine piena di falle, di carenze e di incongruenze, che questo giornale analizzò e rappresentò una per una, Raffaele Pezzella, unitamente all’ex dirigente dell’amministrazione provinciale di Caserta, Alessandro Diana, ugualmente di Casal di Principe e ad altri indagati riuscì ad ottenere una rapida scarcerazione, ci pare dai domiciliari, in quanto il Tribunale del Riesame sancì la non sussistenza di gravi indizi di colpevolezza.

Stavolta, verrebbe da dire, da un’ amministrazione provinciale all’altra. Raffaele Pezzella è stato riarrestato stamattina sempre con la stessa accusa: corruzione. Stavolta però gli viene contestato insieme a un altro imprenditore il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso ai sensi dell’articolo 416 bis del codice penale. Schema speculare. Stavolta il terminale della corruzione sarebbe stato il presidente dell’ amministrazione provinciale di Benevento, Antonio Di Maria, personaggio molto noto e dotato di un peso specifico che va ben al di là della provenienza, visto che la famiglia Di Maria è di Santa Croce del Sannio, micro comune della Valle del Tammaro. Come è noto Raffaele Pezzella viene da tempo definito dai magistrati inquirenti della DDA come un imprenditore contiguo al clan dei casalesi in particolare alle famiglie Schiavone e Russo.  Una contestazione, quella mossa nei confronti di Raffaele Pezzella basata anche sulle dichiarazioni da noi più volte pubblicate del collaboratore di giustizia Antonio Iovine detto o’ ninno il quale  ha raccontato di un incontro, organizzato con il Pezzella d’intesa con l’altro boss Michele Zagaria. 

Fonte:https://casertace.net/camorra-mazzette-arrestato-ancora-una-volta-limprenditore-di-casal-di-principe-raffaele-pezzella-tangenti-a-un-presidente-di-una-provincia/

 

 

Di Matteo all’attacco: «Nella magistratura metodi che denotano una “mafiosizzazione” del Paese»

Di Matteo all’attacco: «Nella magistratura metodi che denotano una “mafiosizzazione” del Paese»

L’ex pm contro le “correnti” invoca una «operazione verità» dopo gli scandali

Pubblicato il: 24/11/2021 – 16:29

ROMA «È un momento in cui serve necessariamente un’operazione verità. Sarebbe estremamente grave far prevalere la tendenza a minimizzare gli ultimi scandali. Sarebbe da irresponsabili pensare che tutto è stato causato soltanto da poche mele marce ma è l’epilogo di una degenerazione di un sistema che ha consentito a delle metastasi di impadronirsi di un corpo sano, attraverso il dilagare della prassi del “correntismo” esasperato, del carrierismo e la folle corsa agli incarichi direttivi, della gerarchizzazione delle Procure e della tendenza di adottare dei criteri di opportunità rispetto». Non usa mezzi termini Nino Di Matteo, magistrato antimafia e ora membro del Csm, ospite di “Tg2 Post”, per presentare il suo ultimo libro I nemici della giustizia”. Partendo dai recenti scandali che hanno colpito duramente la credibilità della magistratura italiana, Di Matteo ha definito – quello attuale – un momento «particolare, un momento pericoloso perché ci sono due pericoli contrapposti: da una parte la volontà di una certa magistratura di dimenticare e archiviare gli scandali che l’hanno colpita non considerandoli come frutto di un sistema che si è deteriorato; dall’altra c’è il pericolo che la politica, o comunque una larga parte del potere reale di questo Paese, approfitti del momento di oggettiva debolezza della magistratura per scopi di vendetta, per quello che la magistratura ha saputo fare nel controllo di legalità anche nell’esercizio del potere e per scopi di prevenzione e per far sì che la magistratura in futuro possa essere in qualche modo più docile e svolgente una funzione collaterale e servente rispetto al potere politico e a quello esecutivo». 

«Serve un’operazione verità»

Secondo l’ex pm del processo “Trattativa” e ora consigliere del Csm «in questo momento dobbiamo reagire con una operazione di verità, senza nascondere la polvere sotto al tappeto ma anche ricordando a tutti i cittadini, in gran parte comprensibilmente sfiduciati nei confronti del sistema giustizia, che la magistratura è quella che nel nostro Paese più di ogni altra istituzione ha garantito l’attuazione dei principi costituzionali e ha saputo rappresentare il baluardo contro l’offensiva del terrorismo, delle mafie e dei poteri occulti». Poteri occulti dietro i quali si celano i veri nemici della giustizia, che secondo il consigliere togato al Csm «non sono soltanto i mafiosi, i corrotti e i criminali ma quelli che si annidano all’interno delle istituzioni politiche, finanziarie, economiche e, purtroppo, anche all’interno della magistratura. Sono quelli che nella magistratura hanno ostacolato il lavoro dei magistrati liberi e coraggiosi, quelli che hanno consentito che nella magistratura entrasse il tarlo del collateralismo politico». 

«Chi è fuori dalle correnti rischia di essere delegittimato»

Nel corso della puntata, poi, Nino Di Matteo ha anche affrontato una delle tematiche cruciali che affliggono la magistratura ovvero le “correnti” che, secondo Di Matteo «si fondono sul privilegio del criterio dell’appartenenza. Chi appartiene ad una corrente o ad una cordata viene garantito, tutelato, promosso, difeso nei momenti di difficoltà che inevitabilmente si possono presentare nella carriera. Chi è fuori da questo sistema rischia di essere pretermesso, delegittimato e isolato. Questo è un sistema che, proprio perché contrario ai principi della Costituzione, finisce per essere eversivo». 

«Degenerazione comoda per la politica»

«Noi lo dobbiamo combattere, noi per primi magistrati. Non è accettabile che l’appartenenza ad una corrente detti i criteri per le nomine, per le promozioni, per gli incarichi. Questa degenerazione del sistema è stata comoda anche per la politica perché, attraverso questo inquinamento della magistratura attraverso dei criteri che sono propri della politica, questa ha preteso e qualche volta è riuscita a controllare meglio la magistratura». «Quella di controllare la magistratura, ne sono convinto, è un’idea presente in buona parte del ceto politico». «Tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non significa privilegiare un interesse della casta dei magistrati, bensì privilegiare e tutelare i diritti dei cittadini, delle minoranze, delle dissidenze».

«C’è una “mafiosizzazione” del Paese»

Di Matteo poi rincara la dose: «Esasperando il concetto, mi permetto di dire che questi sono metodi che denotano una “mafiosizzazione” del Paese. Il metodo del privilegiare l’appartenenza a qualcuno o a qualcosa significa mortificare il sistema costituzionale. Non dobbiamo avere paura della verità perché credo che ci sia una buona parte della magistratura italiana che non ne può più di questo sistema e che vuole recuperare effettiva indipendenza e autonomia e ci sia un’altrettanto consistente parte del popolo italiano che ha una grande sete di giustizia e vuole recuperare fede nella giustizia e non possiamo tradire questa fiducia». «Purtroppo in certi momenti ho pensato di essere un ingranaggio di una giustizia a due velocità: efficace alcune spietata con i poveracci e purtroppo molte volte con le armi spuntate nei confronti della criminalità del potere. E questo è stato accentuato dal fatto che ogni volta che le inchieste alzano il tiro per controllare la legittimità dell’esercizio del potere, non soltanto politico ma istituzionale, inevitabilmente ne derivano polemiche, accusa di politicizzazione dei magistrati e delegittimazione». Lo stesso che accadde a Falcone. «E ora tutti, proprio tutti, fingono di onorare la memoria di Falcone e di Borsellino, anche coloro i quali, mentre erano ancora in vita, li accusavano di essere politicizzati, carrieristi, sceriffi, fascisti o comunisti, Falcone era stato accusato di essersi messo da solo la bomba in occasione dell’attentato fallito. Ora utilizzano la loro memoria per attaccare i magistrati vivi, dimenticato che quei magistrati che ora fingono di onorare da morti, erano stati il loro bersaglio da vivi». 

La riforma della giustizia

E, infine, la riforma Cartabia. Secondo Di Matteo però la giustizia e «la riforma della giustizia implicano delle scelte non soltanto tecniche, ma anche scelte di opzioni politiche e di visione ideale della società. Far dipendere queste scelte dalla necessità di percepire i fondi europei e con i tempi dettati da quelle esigenze, è già una cosa che mi preoccupa. Non mi piacciono poi alcuni aspetti particolare della riforma e su tutti uno: la previsione che sia il Parlamento a dettare i criteri generali di priorità nell’esercizio dell’azione penale per i procuratori della Repubblica. È un attacco al principio di obbligatorietà all’azione penale e al principio fondamentale di separazione dei poteri». 

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/11/24/di-matteo-allattacco-nella-magistratura-metodi-che-denotano-una-mafiosizzazione-del-paese/

 

 

 

Storia di Lea Garofalo riassume la disattenzione per i testimoni e i collaboratori di giustizia

Storia di Lea Garofalo riassume la disattenzione per i testimoni e i collaboratori di giustizia

Sebastiano Ardita 24 Novembre 2021

Lea Garofalo, donna-coraggio e testimone di giustizia, venne uccisa il 24 Novembre 2009 ed il suo corpo dato alle fiamme. Morì senza alcuna protezione dopo che aveva accusato molti mafiosi e tra questi Carlo Cosco, il boss di Petilia Policastro che era stato il suo compagno col quale aveva avuto una figlia.

Nel maggio 2009 in una prima occasione Cosco aveva tentato di farla rapire per ucciderla e poi il 24 novembre, dopo averla attirata in una trappola, la fece uccidere e il suo corpo fu bruciato per tre giorni fino alla completa distruzione.

A Lea era stata data la protezione nel 2002, ma poi tolta nel 2006 perché ritenuta non attendibile. Quando morì era da sola. La sua è stata una storia emblematica che riassume la DISATTENZIONE verso i testimoni ed i collaboratori di giustizia.

Il 28 aprile 2009, poco prima del primo tentativo di ucciderla, Lea Garofalo rinunciò alla protezione che gli era stata ridata dal giudice amministrativo. Poi si rivolse al Presidente della Repubblica Napolitano con una lettera nella quale “lamentava di aver ricevuto un’assistenza legale carente sotto vari punti di vista, di essere stata obbligata a trasferirsi in diverse città con la figlia piccola nell’ambito del programma di protezione, di aver perso un lavoro precario, tutti i contatti sociali e la propria dimora anche per sostenere le spese degli avvocati”.

Oggi lo Stato la riabilita, con ritardo e con grandi responsabilità rispetto al suo sangue innocente.

Tratto da: facebook.com

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/86948-storia-di-lea-garofalo-riassume-la-disattenzione-per-i-testimoni-e-i-collaboratori-di-giustizia.html

 

 

«La festa del boss Patania per l’elezione di Nazzareno Salerno». L’imputato: «È tutto falso»

«La festa del boss Patania per l’elezione di Nazzareno Salerno». L’imputato: «È tutto falso»

La nipote del capobastone: «Nessuno ha pagato: era un ringraziamento per i voti». Il politico: «Io vittima, non carnefice. Calvetta tirò uno schiaffo»

Pubblicato il: 23/11/2021 – 20:45

di Alessia Truzzolillo

CATANZARO «Ho visto Nazzareno Salerno in due occasioni al distributore di benzina di mio zio Fortunato Patania nella valle del Mesima. Una volta è stato durante la campagna elettorale per le provinciali. Mio zio ha raccolto i voti per lui. In una seconda occasione l’ho visto durante i festeggiamenti per l’elezione che si sono tenuti nei locali del ristorante che si trova all’interno della zona del distributore. C’erano 300 persone, tutti quelli che lo hanno votato. C’era anche Salerno. Ricordo che hanno portato una torta e nessuno ha pagato perché quel pranzo era stato organizzato da mio zio Fortunato Patania per ringraziare per i voti dati a Salerno». A parlare, nel corso dell’udienza del processo “Robin-Hood/Calabria Etica” è stata la teste dell’accusa Loredana Patania, collaboratrice di giustizia, imparentata con l’omonima famiglia di mafia di Stefanaconi e nipote di Fortunato Patania, capobastone ucciso in un agguato di mafia il 18 settembre 2011 – nella faida tra Patania e Piscopisani – proprio nell’area della stazione di carburanti “Valle dei Sapori”.
E proprio in quella stazione di servizio, dove si trovava un ristorante, si sarebbe svolto il pranzo per festeggiare la vittoria elettorale di Salerno, imputato nel processo, in qualità di ex assessore regionale al Lavoro nella giunta Scopelliti, con l’accusa di abuso d’ufficio, corruzione, estorsione aggravata.
La Patania ha affermato – rispondendo alle domande del pm Graziella Viscomi – che l’appoggio a Salerno sarebbe stato dato «per un tornaconto» che ne avrebbe ricavato lo stesso Fortunato Patania. Alle domande dell’avvocato Vincenzo Gennaro su quale fosse questo tornaconto la teste ha specificato che che lo zio di queste cose non parlava con lei e non ne metteva al corrente le donne della famiglia. La difesa ha inoltre chiesto il perché la collaboratrice non avesse riferito i particolari di quanto dichiarato durante l’udienza nel verbale del 2012, quando affrontò proprio l’argomento su Nazzareno Salerno. Loredana Patania ha affermato che in quel periodo le domande della Dda si erano incentrate sulla sanguinosa faida di Stefanaconi. 

L’incontro al vivaio Santacroce

Prima di ascoltare Loredana Patania vi è stato il lungo interrogatorio del colonnello del Ros Giovanni MIgliavacca che ha ripercorso le indagini effettuate sul conto degli imputati. Tra le altre cose si è parlato del presunto caso di estorsione aggravata dal metodo mafioso avvenuta a maggio 2014 che vede coinvolti Nazzareno Salerno, Gianfranco Ferrante, e Vincenzo Spasari. Secondo l’accusa, Nazzareno Salerno, insieme Spasari e Ferrante, due soggetti del tutto estranei ai contesti della pubblica amministrazione, avrebbe incontrato il dirigente Bruno Calvetta all’interno del vivaio Santacroce di Pizzo, e mediante minaccia evocata attraverso la presenza di due persone ritenute contigue alla ‘ndrangheta vibonese – Spasari (ritenuto vicino ai Mancuso) e Ferrante (imputato in Rinascita-Scott con l’accusa di associazione mafiosa) –,  avrebbero costretto Calvetta ad affidare la responsabilità del progetto Credito Sociale a un dirigente vicino a Salerno: Vincenzo Caserta.
Secondo quanto riportato dal colonnello, sarebbe stato Spasari a prelevare Calvetta per portarlo al vivaio. In quel periodo, ha affermato l’ufficiale, i rapporti tra Salerno e Calvetta erano tesi, tanto che quest’ultimo avrebbe minacciato di presentare delle denunce, anche se, come ha specificato Migliavacca, non vi è in realtà traccia di alcuna denuncia. L’incontro al vivaio è stato monitorato dal Ros per cercare di comprendere cosa avesse a che fare, nel rapporto tra Salerno e Calvetta, la presenza di Gianfranco Ferrante, un imprenditore, gestore di un bar a Vibo Valentia. Il colonnello parla di «incontro chiarificatore» al vivaio, in seguito al quale, come si evince dalle successive telefonate, l’atteggiamento di Calvetta si mostra più incline ad accontentare i desiderata di Nazzareno Salerno. 

Salerno: «Sono stato vittima, non carnefice. Calvetta ha cercato di darmi uno schiaffo»

«L’incontro al vivaio mi è stato chiesto dal dirigente Calvetta – ha raccontato questa sera Nazzareno Salerno, rendendo spontanee dichiarazioni –. È stato lui a contattarmi da un numero che non era il suo, visto che io da un mese non gli rispondevo al cellulare visto che lui era inadempiente su diverse pratiche. Nel corso dell’incontro al vivaio si vede chiaramente dalle immagini che io sono la vittima e non il carnefice: Calvetta ha cercato di darmi uno schiaffo. Ho accettato di incontrarlo al vivaio perché era un luogo aperto a tutti, altrimenti non sarei mai andato. Non sapevo che vi sarebbero stati Spasari e Ferrante. Spasari l’ho conosciuto in quella circostanza. Ferrante è stato tutto il tempo in disparte, non ha preso parte alla discussione».
L’ex assessore ha poi voluto dare la propria versione dei fatti anche riguardo a quanto dichiarato da Loredana Patania: «Quello che ha dichiarato Loredana Patania è tutto falso – ha esordito –. Non ho partecipato a nessun pranzo o cena pre elettorale o post elettorale. Non ho mai chiesto voti o preso voti a Fortunato Patania. Andava in quel distributore per il caffè e le sigarette. Non ho mai chiesto voti in cambio di favori. Inoltre in quella stazione di servizio non ci entrano 300 persone perché c’è un piccolo bar con tre tavolini. La Patania parla di una mia candidatura alle provinciali ma io mi sono candidato nel 1995 alle provinciali non nel 2012».

«Vallelunga aveva detto di non toccare Ferrante»

Ultimo teste dell’udienza è stato il collaboratore Raffaele Moscato, ex killer della cosca dei Piscopisani. Moscato – che collabora con la giustizia da marzo 2015 – ha affermato di conoscere Gianfranco Ferrante, «proprietario del Cin Cin bar di Vibo» che aveva rapporti con «Francesco Scrugli, Andrea Mantella e il gruppo nostro (i Piscopisani, ndr) per esempio con Rosario Battaglia». Inoltre aveva rapporti anche con Gregorio Gasparro, esponente apicale della cosca San Gregorio D’Ippona e nipote del boss Saverio Razionale. In sintesi, dice Moscato, Gianfranco Ferrante «era un amico che favoriva un pochino tutti», per esempio cambiando assegni agli appartenenti delle consorterie. Il collaboratore ha, inoltre dichiarato di avere appreso in carcere dal nipote del boss di Serra San Bruno Damiano Vallelunga (assassinato a settembre 2009) «che, per ordine di Vallelunga a Vibo non bisognava toccare Ferrante». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/11/23/la-festa-del-boss-patania-per-lelezione-di-nazzareno-salerno-limputato-e-tutto-falso/

 

Vestiti intrisi di cocaina, a Marano la raffineria dei narcos: così Napoli è invasa dalla ‘polvere bianca’

Vestiti intrisi di cocaina, a Marano la raffineria dei narcos: così Napoli è invasa dalla ‘polvere bianca’

Di Alessandro Caracciolo

23 Novembre 2021

Vestiti intrisi di cocaina, a Marano la raffineria dei narcos: così Napoli è invasa dalla ‘polvere bianca’.  Su autorizzazione del Procuratore della Repubblica di Napoli, la Squadra Mobile della Questura eseguiva una misura cautelare, emessa dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 15 persone. A carico degli indagati trovati sussistenti gravi indizi dei reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l’aggravante della transnazionalità e dell’essere la stessa armata, di possesso illegale di armi da fuoco e di spaccio di stupefacenti.

COCAINA NASCOSTA NEL CAFFE’

Il provvedimento restrittivo adottato dopo una complessa attività di indagine avviata nel giugno del 2017 a seguito del sequestro di 25 kg di cocaina. Merce illegale nascosta in un carico di caffè importato dal Brasile e giunto nel Porto di Napoli all’interno di un container.  Le investigazioni avviate accertavano l’esistenza di un sodalizio criminale, capace di organizzare e di gestire canali di approvvigionamento di cocaina dal Brasile, dal Perù e dalla Spagna. Curata anche la successiva distribuzione dello stupefacente, all’ingrosso e al dettaglio, sul territorio partenopeo.

Le indagini hanno consentito di individuare le diverse modalità, particolarmente articolate, di importazione della sostanza stupefacente utilizzate dall’organizzazione criminale per introdurre illecitamente la cocaina nel territorio dello Stato. Arrestati alcuni corrieri che trasportavano la cocaina sotto forma di ovuli, ingeriti nei Paesi di provenienza, prima di giungere in Italia a bordo di aerei di linea. Altri soggetti catturati mentre trasportavano lo stupefacente, sotto forma di panetti, all’interno di bagagli e valigie muniti di appositi nascondigli per l’occultamento del carico.

SCOPERTO IL LABORATORIO A MARANO

Infine la Squadra Mobile sequestravano un laboratorio a Marano di Napoli. All’interno del quale si procedeva alla estrazione della cocaina da capi di abbigliamento. Allo scopo di eludere i controlli doganali gli indumenti venivano intrisi di cocaina allo stato liquido in laboratori allestiti in Perù. Una volta in Italia trattavano gli indumenti con particolari procedimenti che consentivano di ottenere nuovamente la cocaina in polvere. Solo allora la droga era pronta per essere immessa sul mercato.

La cocaina veniva successivamente distribuito all’ingrosso a trafficanti che operavano in quartieri del capoluogo come il Rione Traiano, Secondigliano e i Quartieri Spagnoli. L’organizzazione in questione si occupava, oltre che delle importazioni, anche della vendita al dettaglio di una parte della cocaina importata. Attività realizzata attraverso la vendita agli acquirenti al minuto in una piazza di spaccio di Salita Capodimonte, lì scattavano arresti e sequestri. Documentato come il sodalizio in questione avesse nella sua disponibilità armi da fuoco. Nel corso delle attività di indagine sequestrati oltre 44 Kg di cocaina e 215 Kg di hashish.

Fonte:https://internapoli.it/cocaina-napoli-narcos-secondigliano-quartieri-spagnoli-marano-rione-traiano/

 

 

Maxi blitz ‘Cavalli di Razza’: convalidati 48 fermi. In corso estradizioni dalla Svizzera

Maxi blitz ‘Cavalli di Razza’: convalidati 48 fermi. In corso estradizioni dalla Svizzera

AMDuemila 23 Novembre 2021

Sono stati convalidati nelle ultime ore da sette diversi gip di altrettanti tribunali italiani l’impianto accusatorio della procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta “Cavalli di razza” contro la ‘Ndrangheta in Lombardia, in particolare il clan Molè – Piromalli. Sono stati convalidati 48 dei 54 fermi di indiziato di delitto emessi dai pm Pasquale Addesso Sara Ombra con il visto dell’aggiunto della Dda Alessandra Dolci ed eseguiti lo scorso 16 novembre dalla Squadra mobile della Polizia di Milano e il nucleo di polizia economico-finanziaria della GdF di Como.

Quattro destinatari del provvedimento di fermo (è di circa 1500 pagine in totale quello firmato dai pm Ombra e Addesso della Dda milanese) risultano latitanti, mentre altri due, bloccati in Svizzera, non hanno dato il consenso all’estradizione ed è in corso il procedimento. Per tutti gli altri sono stati convalidati i fermi e sono state emesse misure cautelari. Provvedimenti che dovranno essere rinnovati dal gip di Milano Anna Magelli con la trasmissione degli atti dagli altri uffici giudiziari. Tra i presunti capi del clan, attivo tra le province di Como e Varese, figura Domenico Ficarra, 37 anni. Dalle carte è emerso, poi, che Attilio Salerni e il fratello Antonio sarebbero stati gli esecutori materiali “di violenze e minacce nei confronti dei dirigenti” della Spumador Spa, nota azienda di bevande gassate finita nella morsa dei clan. Attraverso le intimidazioni i due avrebbero acquisito “il controllo e la gestione delle commesse di trasporto ‘conto terzi'” della Spumador “per il tramite di Sea Trasporti”, società a loro riconducibile. E avrebbero partecipato “al ‘cartello’ di imprese, insieme alle famiglie Palmieri e Stillitano, con i quali monopolizzavano le commesse di Spumador” utilizzando altre due aziende e “continuando a ripartire i profitti” per un totale di oltre 1,1 milioni di euro tra il 2015 e il 2019.

Estradati in Italia tre soggetti dalla Svizzera

La maxi-operazione coordinata dalla direzioni distrettuali antimafia di Milano, Livorno e Reggio Calabria aveva portato all’arresto di 104 persone delle quali 6 residenti in Svizzera. I soggetti interessati sono indagati a vario titolo per associazione mafiosa, spaccio e traffico di armi. Ora, ha confermato l’Ufficio federale di giustizia alla RSI, tre cittadini italiani hanno accettato la procedura di estradizione. Uno di loro è un gerente di un pub, 59enne e residente con permesso B nel Luganese. Nello stesso pub lavorava come cameriere l’altro indagato in Ticino, un 41enne arrivato nell’aprile 2017 e titolare di un permesso G. Quest’ultimo, secondo gli inquirenti, gestiva effettivamente il traffico di stupefacenti e di armi. Il gerente, invece, si occupava del movimento del denaro – frutto dei traffici illeciti – operando per conto del 41enne e fungendo da autista personale e uomo di fiducia.

Infine gli altri due soggetti che hanno accettato la richiesta di estradizione: uno è rispettivamente residente nei Grigioni e l’altro nel canton San Gallo.

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‘Ndrangheta: sequestrati beni a imprenditore legato ai Serraino

‘Ndrangheta: sequestrati beni a imprenditore legato ai Serraino

AMDuemila 23 Novembre 2021

La Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Reggio Calabria ha eseguito un decreto di sequestro di beni emesso dal Tribunale Sezione Misure di Prevenzione lo scorso 11 novembre nei confronti di Antonino Fallanca. In particolare il decreto di sequestro ha riguardato quattro unità immobiliari riconducibili al proposto, quattro autoveicoli, il patrimonio di tre imprese individuali ed una società ed il sequestro dei conti correnti, libretti di deposito, contratti di acquisto di titoli di stato, azioni, obbligazioni, assicurazioni rientranti nel patrimonio delle imprese e società comunque a lui riconducibili, al suo nucleo familiare, ai figli e ai rispettivi conviventi. Il provvedimento, adottato su richiesta del Procuratore Aggiunto della Repubblica Calogero Gaetano Paci e del pm Sara Amerio, nasce dal procedimento denominato ‘Pedigree 2’, nell’ambito del quale Fallanca è stato oggetto di ordinanza di custodia cautelare in carcere.
L’uomo è ritenuto dagli investigatori dirigente apicale ed organizzatore della cosca Serraino, operante nei territori di Cardeto, Arangea, San Sperato e nelle aree aspromontane della provincia reggina. Inoltre, secondo gli inquirenti, Fallanca avrebbe agevolato la latitanza di alcuni affiliati, assicurato il loro mantenimento in carcere, elargito delle somme di denaro, talvolta custodito e fornito armi, ma soprattutto sarebbe stato espressione imprenditoriale della cosca. In tale veste, fanno sapere gli investigatoti, Fallanca avrebbe investito nelle sue attività imprenditoriali i proventi delle attività illecite della cosca di appartenenza e di quella alleata dei Rosmini, grazie all’influenza del sodalizio mafioso. Sebbene non diretto intestatario delle imprese e delle società oggetto del sequestro, l’uomo, secondo l’accusa, di fatto gestiva le società formalmente intestate a persone di famiglia, delle quali risultava dipendente. La tesi accusatoria, che avrebbe trovato conferma negli esiti processuali registrati nell’operazione ‘Pedigree 2’ con l’ordinanza di custodia cautelare confermata dal Tribunale della Libertà, è che le cosche lo avevano supportato agli esordi della sua storia imprenditoriale con provviste di natura illecita, consentendogli di espandersi, fruendo dell’influenza del sodalizio mafioso per imporre l’affidamento di commesse o l’acquisto di merci presso le sue attività commerciali.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/86920-ndrangheta-sequestrati-beni-a-imprenditore-legato-ai-serraino.html

 

Mafia: Patronaggio, ”Atteggiamento Chiesa non sempre lineare”

Mafia: Patronaggio, ”Atteggiamento Chiesa non sempre lineare”

AMDuemila 25 Novembre 2021

Il Procuratore di Agrigento intervenuto al convegno sul tema “L’influenza della religione nella lotta alla mafia”

“L’atteggiamento della Chiesa di fronte al fenomeno mafioso è stato molto complesso e non sempre lineare”. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, in occasione del convegno, al museo Griffo, organizzato per il trentennale della fondazione della Dia. Patronaggio ha ricordato la figura di Andreotti che, da uomo delle istituzioni, “ostentava la sua vicinanza alla chiesa, andando ogni giorno a messa, ma andò al funerale di Salvo Lima e non a quello del generale dalla Chiesa”. Patronaggio ha aggiunto: “Anche qui, in provincia di Agrigento, due famiglie di narcotrafficanti finanziavano la festa del Crocifisso. Bene ha fatto il questore che qui, ad Agrigento, ha più volte vietato i funerali dei mafiosi”.
Anche il vice direttore amministrativo della Dia, generale di brigata dei carabinieri Antonio Basilicata è intervenuto sull’argomento: “La Mafia utilizza la religione per creare una maggiore affiliazione, soprattutto in terre dove hanno capacità strutturale”.
“La Mafia – ha aggiunto – deve essere colpita nel patrimonio identitario e nei falsi valori che trasmette e, soprattutto, è necessario che la religione si dissoci dalla Mafia. Chi di noi – ha aggiunto Basilicata – non conosce gli inchini del santo al mafioso, non del mafioso al santo. Va ricordato don Pino Puglisi che aveva cercato di strappare i giovani di Brancaccio alla criminalità”.
Quindi è intervenuto anche il direttore della Dia, dirigente generale di pubblica sicurezza Maurizio Vallone. “Sono 30 anni di impegno degli uomini e delle donne della Dia al fianco dei magistrati e dei tribunali per contrastare tutte le associazioni mafiose. Oggi bisogna rappresentare alle persone, soprattutto ai più giovani, e alle istituzioni che il pericolo delle mafie non è un pericolo passato. Sono cambiati i tempi rispetto al periodo di Falcone e Borsellino, la mafia non usa più il kalashnikov e l’esplosivo ma lo tengono nel cassetto, pronti a usarlo qualora dovesse essere necessario”. “La mafia – ha detto ancora il direttore della Dia – prova ad inserirsi nella nostra società con gli strumenti dell’economia legale. Il nostro impegno deve essere quello di contrastare le associazioni mafiose attraverso il controllo degli appalti affinché neanche un euro dei soldi dell’Unione Europea che stanno arrivando in Italia possa finire nelle mani della mafia”.
Al convegno hanno partecipato anche il segretario generale della Confederazione Islamica in Italia, Massimo Cozzolino, il rabbino della Comunità ebraica di Napoli, Maskil Ariel Finzi, il presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale, padre Stefano Cecchin, il capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, prefetto Michele Di Bari e l’arcivescovo di Agrigento, don Alessandro Damiano.
La mostra della Dia potrà essere visitata oggi dalle ore 15 alle 18 e da domani a giovedì dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18. Essa sarà dedicata anche agli incontri con gli studenti della comunità scolastica agrigentina e della provincia. Nelle settimane successive, l'”Antimafia Itinerante” toccherà Caltanissetta, Catania e Messina, per poi risalire lo stivale.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/306-giustizia/86971-mafia-patronaggio-atteggiamento-chiesa-non-sempre-lineare.html

Camorra scatenata a Torre Annunziata, il pizzo di Natale raddoppia: 400 euro per ogni negozio

Camorra scatenata a Torre Annunziata, il pizzo di Natale raddoppia: 400 euro per ogni negozio

Giovanna Salvati

I clan di Torre Annunziata hanno bisogno di soldi per pagare il prezzo della guerra. Quattrini che devono entrare dalla raccolta delle estorsioni che assieme alla droga rappresenta il principale business delle cosche. E così, da qualche tempo, gli esattori del pizzo hanno stretto ancora di più il cappio al collo di imprenditori e commercianti, arrivando a chiedere la doppia tangente. Un’estorsione supplementare rispetto alle “classiche” richieste di racket di Natale, Pasqua e Ferragosto. E’ quanto emerge della recenti indagini condotte dall’Antimafia e dalle forze dell’ordine sulle nuove dinamiche criminali in atto in città. Informative e segnalazioni ricostruiscono le trame del sistema pizzo proprio alle porte delle festività. Feste che – sulla carta – dovrebbero rappresentare una boccata d’ossigeno dopo l’anno nero della pandemia. Gli esattori della camorra e in particolare quelli legati al clan Gionta avrebbero raddoppiato le loro pretese. Puntando soprattutto ai piccoli negozi. Commercianti di quartiere ai quali la cosca chiede la tassa fissa del pizzo – parliamo di cifre che possono raggiungere anche le migliaia di euro – e «un regalo». Il regalo è un’estorsione extra che serve a finanziare lo scontro con i rivali e anche a pagare gli stipendi ai detenuti. La cifra del “regalo” si aggira da un minimo di 200 a un massimo di 400 euro. Soldi che moltiplicati per centinaia di piccole e medie imprese diventano cifre enormi. E proprio in questi giorni, forse anche per effetto del ritorno alla carica dei clan nella raccolta delle tangenti, diversi negozi hanno chiuso la saracinesca. Chi resta aperto, nella maggioranza dei casi, paga e tace. La debolezza dei commercianti è diventata la linfa vitale per i clan, cosche sempre più spietate e pronte allo scontro. Una ferocia che ha origine nella lotta per il monopolio degli affari illeciti. Una guerra che dall’inizio dell’anno ad oggi ha prodotto un omicidio, dieci stese, 30 auto incendiate e diversi agguati mancati per un soffio. Retroscena, indizi, ipotesi messi insieme in un dossier finito nelle mani dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Dentro ci sono nomi e cognomi, profili, dati, segnalazioni. Tasselli di un mosaico che i pm stanno provando a ricostruire per assestare l’ennesimo colpo alla camorra che tiene in scacco Torre Annunziata. Perché la guerra per il racket è uno scontro che lentamente sta impoverendo una città già sull’orlo del baratro. Un incubo dal quale Torre Annunziata può uscire però solo con le denunce, con una riscossa sociale che parta dal basso, dal cuore dei vicoli. Un messaggio rilanciato a più riprese, in questi mesi, dalle associazioni e dalla Prefettura. Lo Stato ha blindato, da settembre, i quartieri a rischio, ponendo fine all’escalation di violenza. Ma ora serve la risposta di una città chiamata a spezzare le catene della paura e a liberarsi dalla morsa del pizzo.

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2021/11/25/camorra-scatenata-torre-annunziata-pizzo-natale-raddoppia-400-euro-negozio/

Luca Tescaroli: ”In Italia posizioni sempre più frequenti contro le norme antimafia”

Luca Tescaroli: ”In Italia posizioni sempre più frequenti contro le norme antimafia”

Luca Grossi 25 Novembre 2021

L’Italia è un Paese dalla memora corta, o meglio dalla memoria a comando. Il 23 maggio e il 19 luglio i giornaloni si riempiono delle foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino i cui nomi vengono ripetuti “quanto basta per sentirsi patrioti”, parafrasando Caparezza, dagli stessi rappresentanti dello Stato. Dopodiché tutto torna come prima.

Anzi, nel periodo recente determinati personaggi sia del mondo dell’informazione che della politica hanno preso, come ha scritto il procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli sul Fatto Quotidiano, “posizioni sempre più frequenti contro i cardini della regolamentazione antimafia”, giustificandosi con la falsa quanto pericolosa convinzione che “essendo stata la ‘Cosa Nostra corleonese’ sconfitta, si possa fronteggiare il fenomeno della criminalità organizzata con una legislazione più blanda, che non necessiti più nemmeno del regime del ‘carcere duro’ di cui all’art. 41-bis”.

Costoro si dimenticano spesso che, come ha scritto Tescaroli, “uno dei più autorevoli stragisti, il corleonese Matteo Messina Denaro, continua la propria latitanza, mostrando di disporre di una rete di protezione impenetrabile”. Inoltre un altro dato spesso tralasciato (volente o nolente) da certi personaggi è che nel nostro Paese “albergano plurime strutture mafiose estremamente pericolose, fra le quali, la ’Ndrangheta che ha saputo colonizzare il Centro-Nord d’Italia”. La realtà criminale presente in Italia non è frutto di una mania persecutrice e sono proprio le inchieste – tra le più recenti come ‘Cavalli di Razza’ e ‘Nuova Narcos Europea’ – a dimostrare la crescente presenza mafiosa nel tessuto sociale – economico del Paese.

In Italia non c’è giorno che passi in cui non vengano effettuate delle misure di prevenzione patrimoniali in forza della legge La Torre-Rognoni approvata solo dopo le stragi in cui sono morti il segretario regionale Pci, Pio La Torre (3.04.’82), il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo” (3.09.’82). Ad oggi questa stessa legge, che prevede “la possibilità di sequestrare e confiscare i beni, anche solo sulla base di un giudizio di pericolosità sociale, senza che prima sia intervenuta una sentenza penale di condanna”, sta rischiando di essere vanificata con la proposta di legge n. 3059, presentata il 26 aprile alla Camera dei deputati.

Purtroppo, (re)esistono solo poche voci isolate a ricordare che l’Italia è un Paese che ha pagato e paga un dazio di sangue altissimo per il contrasto alla criminalità organizzata, in ogni sua forma. Tuttavia grazie al sangue dei martiri che hanno combattuto contro il sistema mafioso si è riusciti a creare una complessissima legislazione con lo scopo specifico di combattere il fenomeno.

Tescaroli ha ricordato la “lunga scia di sangue” dagli anni settanta fino al 1992 in cui hanno perso la vita tanti cittadini innocenti ed esponenti delle istituzioni al fine di dare alla luce quella regolamentazione antimafia che oggi si vuole abolire. “Il 20.08.’77 il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo; il 9.03.’79 il segretario regionale della Dc Michele Reina; il 21.07.’79 il dirigente della Squadra mobile Boris Giuliano; il 25.09.’79 il giudice Cesare Terranova e il maresciallo di polizia Lenin Mancuso; il 6.01.’80 il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella; il 3.05.’80 il capitano dei carabinieri Emanuele Basile; il 6.08.’80 il procuratore di Palermo Gaetano Costa; il 30.04.’82 il segretario regionale Pci, Pio La Torre; il 3.09.’82 il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo“. E poi “i giudici Alberto Giacomelli, Antonino Saetta (e il figlio disabile Stefano), Rosario Livatino e Giovanni Falcone“.

E’ vero che la mafia dei Corleonesi è stata ridimensionata “con le catture dei latitanti e le condanne degli esponenti più rappresentativi” ma ciò è stato possibile solo ed unicamente grazie alla normativa dell’ergastolo ostativo, del 41bis e alle testimonianze dei collaboratori di giustizia i quali “hanno minato la credibilità (dell’organizzazione ndr) e intaccato il suo patrimonio più importante, vale a dire l’affidabilità verso l’esterno”. “Perciò è fondamentale tenere presente i prezzi che sono stati pagati per non essere costretti a rivivere quel tragico passato – ha scritto Tescaroli – Nel quadro di disorientamento che il Paese oggi sta vivendo si esige un impegno quotidiano e serio da parte della magistratura per non dare il fianco a posizioni di attacco sempre più frequenti”.

Un noto direttore di un giornale dal palco della Leopolda nei giorni scorsi ha detto che “un diritto penale liberale non confisca proprietà, aziende a cittadini ancora innocenti o addirittura assolti” e “non può contenere nel suo ordinamento una norma che si chiama ergastolo ostativo” additando la giustizia come “la più potente macchina di dolore umano non giustificabile in questo Paese” con buona pace per il traffico di droga, la tratta di esseri umani (donne e bambini), la corruzione (che costa all’Europa oltre 600 miliardi di euro l’anno), la povertà provocata dalle mafie, gli omicidi, le continue vessazioni a danno degli imprenditori e dei cittadini con la riscossione del pizzo, i femminicidi, i danni ambientali come quelli provocati dalla Camorra, le stesse stragi dal 1992 al 1994, e chi più ne ha più ne metta. E la lista delle vittime – della mafia e non della giustizia – intanto si allunga.

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Le chat criptate per trafficare armi. «Per qualsiasi cosa, sempre buono avere dell’esplosivo»

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Il sistema di sicurezza canadese usato sui telefoni dei narcos. Il ruolo di Pasquale La Rosa. Le conversazioni: «Se uno rompe i coglioni, due di queste e si zittisce»

Pubblicato il: 24/11/2021 – 6:22

di Francesco Donnici

REGGIO CALABRIA Decine di chat criptate nelle quali venivano programmati summit, scambi e compravendite di droga ed armi. Questo sono riusciti a ricostruire gli investigatori della Squadra mobile di Milano e della Guardia di finanza di Como in collaborazione con la polizia federale Svizzera ed Europol nell’ambito del filone milanese dell’inchiesta “Cavalli di razza” (collegata ai filoni calabrese e toscano denominati “Nuova narcos europea”) che ha portato, lo scorso 22 novembre, alla convalida di 48 dei 54 fermi sottoscritti dalla Dda guidata da Alessandra Dolci. 

I criptofonini con tecnologia “Sky ECC”

Gli indagati utilizzavano dei “nickname” «che potevano essere sostituiti in qualsiasi momento» come unica accortezza. Ma il linguaggio delle chat era del tutto esplicito come testimoniano i casi in cui venivano addirittura allegate le foto dello stupefacente e delle armi da trattare. L’apparente sicurezza proveniva dall’impiego di criptofonini utilizzanti la tecnologia “Sky ECC”, prodotta in Canada dalla “Sky Global”, tra le società più importanti del settore. Il colosso canadese era finito nell’occhio del ciclone lo scorso marzo, dopo l’incriminazione del “Ceo” Jean-Francois Eap, accusato dalle autorità di Usa e Canada – in concorso con un ex distributore di smartphone crittografati – di vendere, ai narcos internazionali, dispositivi che avessero il deliberato scopo di impedire controlli e ingerenze delle forze dell’ordine. «Nell’ambito dei suoi servizi – aveva dichiarato l’accusa – la società garantisce che i messaggi archiviati sui suoi dispositivi possano e saranno cancellati da remoto dall’azienda se il dispositivo viene sequestrato o altrimenti compromesso dalle forze dell’ordine». Di questa circostanza, con tutta probabilità, poteva essere a conoscenza uno degli indagati, il classe 87 Rocco Mandaglio (nelle chat “Sonny Boy” o “Bro”) che, secondo quanto ricostruiscono gli inquirenti, «si era recato all’abitazione di alcuni coindagati per consegnare questo apparato radiomobile di fabbricazione spagnola, dotato di programma di criptazione (canadese, ndr) che si ritiene potesse essere impiegato per compravendite di droga». Tra questi anche Pasquale La Rosa – che nelle chat diventa “Bugatti” – classe 93, che utilizza le apparecchiature per coordinare gli scambi anche durante il periodo di detenzione domiciliare. In una chat del 22 novembre 2020 tra altri due indagati, Antonino Chindamo e Domenico Garieri, entrambi residenti in Svizzera, veniva fatto riferimento ad alcuni arresti: «Compà hanno aperti non so quali cell oggi… e hanno fatto… non so quanti arresti mò vedo se dice qualcosa di sky… per questo non vanno bene in questi giorni…». Chindamo risponde garantendo per la tenuta del sistema di sicurezza da loro utilizzato: «Non è detto che hanno aperto anche sky… No compà sky mò hanno fatto saltare encro (encrochat, tecnologia utilizzata in precedenza dalle organizzazioni come disvelato da altre indagini, ndr) in luglio e collegata a questa operazione un sistema rumeno… sky ancora resiste… da come ho capito». Un sistema così poco permeabile da diventare «sputtanato» tra gli “addetti ai lavori” dell’organizzazione. Almeno fino all’intervento di Europol.

La forza d’intimidazione del gruppo “La Rosa”

Dopo aver violato il sistema, le autorità sono riuscite a ricostruire traffici e membri – almeno in parte – dell’organizzazione. Per la maggior parte traffici di droga, ma non solo. Nelle chat vengono trovate anche diverse conversazioni che rimandano a traffici d’armi (anche d’assalto) o esplosivi spesso importati dalla Svizzera alla Calabria.

Tra i nomi che ritornano c’è quello di Pasquale La Rosa alias “Bugatti”, figlio del “Mammasantissima” Giuseppe La Rosa detto “Peppe La Vacca”. Per la Dda è il capo dell’articolazione svizzera della “locale” di Fino Mornasco «con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni e delle strategie».
Dal contenuto di una chat, in particolare, secondo gli investigatori «è stato possibile apprendere come il vero elemento di riferimento per il reperimento di armi in territorio svizzero fosse lui». Nella conversazione, un soggetto rimasto ignoto alle autorità chiede a La Rosa «una strada per armi…un po’ di tutto…importante che riusciamo ad avere prezzo […] almeno una 20 per volta». A tale richiesta, La Rosa risponde: «Va bene allora gli dico pezzi misti…pistole…mitra…e di dirmi il prezzo…gli scrivo…domani rientra mio cugino» facendo riferimento, secondo gli investigatori, a
Tommaso Alessi, definito «suo uomo di fiducia», che lo coadiuva in questa attività. Secondo la procura, «la possibilità di fare ricorso all’uso delle armi consente all’organizzazione di presentarsi e operare come “credibile” e “senza scrupoli”». Vengono documentate plurime attività volte a dimostrare non soltanto la detenzione ai fini della vendita della armi, ma anche il loro utilizzo da parte dell’articolazione svizzera del gruppo “Belcastro-La Rosa” anche in chiave di «una potente (ri)affermazione del controllo del territorio». Così in un caso risalente a luglio 2020 che vede protagonista un soggetto, titolare di un bar di Zurigo, che racconta (ad altri, tra cui Michelangelo La Rosa, che nel frattempo ha preso le redini del gruppo dopo l’arresto del fratello Pasquale) di aver esploso cinque colpi di arma da fuoco verso la vettura di un soggetto che era solito frequentare un bar concorrente. La “colpa” della vittima designata era stata quella di transitare nel piazzale antistante il suo bar facendo rumore. «Se passi un’altra volta ti sparo» era stata la minaccia in seguito concretizzata: «Quando spari sembra un cannone…non fa pi pi…certe castagne tante», racconta il soggetto ad alcuni degli indagati esaltando il tipo di arma utilizzato. «Il motore gliel’ho bucato da una parte all’altra». Un atto che aveva sortito l’effetto sperato di spaventare il malcapitato, che dopo aver realizzato chi era stato a sparare, era corso a scusarsi: «Perché io non lo sapevo…mi hanno costretto…ho dovuto fare».      

«Se qualcuno rompe i coglioni, due di queste e si zittisce»

Tra gli indagati rileva anche la figura di Giuseppe Scarfò, classe 90 originario di Polistena, che nelle chat criptate diventa “Popeye”. A lui vengono contestati il traffico di stupefacenti e la detenzione illecita di armi ed esplodenti «con intenzione di provvedere alla loro commercializzazione» . Che sarebbe vicino ad altri soggetti indagati – benché tra le contestazioni a suo carico non ci sia l’associazione mafiosa – gli inquirenti lo evincono anche dalla conta delle presenze al suo matrimonio celebrato in Calabria ad agosto 2020. Tra i vari, figura anche Michelangelo La Rosa. Scarfò gestisce le sue attività insieme al cugino, Antonio Valenzisi, almeno fino all’arresto di quest’ultimo avvenuto il primo giugno 2020. I due condividono un box a Cadorago, nel Comasco, dove vengono occultati materiali per la lavorazione della cocaina di cui discute nelle chat criptate come ricostruito da Europol dopo la violazione delle utenze in uso a Pasquale La Rosa e Antonino Chindamo. Il 26 febbraio 2020 Scarfò parla di possibili vendite d’armi con un altro soggetto cercando inizialmente di piazzare una pistola calibro 45. Nella prosieguo della conversazione propone materiale «…esplosivo ed al plastico…», che all’occorrenza poteva essere usato «pure se qualcuno rompe i coglioni…due di queste e si zittisce…sempre buono averlo per qualsiasi cosa…», allegando le foto per dimostrarne l’effettiva disponibilità. (redazione@corrierecal.it)

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/11/24/le-chat-criptate-per-trafficare-armi-per-qualsiasi-cosa-sempre-buono-avere-dellesplosivo/

Mafia, il 13 dicembre l’udienza preliminare per i 30 indagati dell’inchiesta Xydi

Mafia, il 13 dicembre l’udienza preliminare per i 30 indagati dell’inchiesta Xydi

24/11/2021 22:00:00

E’ stata fissata il prossimo 13 dicembre l’udienza davanti al Gip del Tribunale di Palermo, Paolo Magro, che porterà al rinvio a giudizio o meno dei trenta indagati dell’operazione antimafia Xydi. finiti nel mirino dei carabinieri del Ros e dei giudici della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

I pubblici ministeri della Dda, Geri Ferrara, Gianluca De Leo e Francesca Dessì, avevano chiesto dieci giorni fa il rinvio a giudizio di Matteo Messina Denaro, il boss numero uno di Cosa nostra, Giuseppe Falsone, detenuto, boss di Campobello di Licata; Giancarlo Buggea, canicattinese, imprenditore e ritenuto  boss di prestigio; Luigi Boncori, 69 anni, di Ravanusa; Luigi Carmina, 55 anni, di Caltanissetta; Simone Castello, 71 di Villafrati; Antonino Chiazza, 51 anni, di Canicattì; Emanuele Cigna, 21 anni, di Canicattì; Giuseppe D’Andrea, 50 anni, assistente capo di polizia, di Agrigento; Calogero Di Caro, 74 anni, boss di Canicattì; Vincenzo Di Caro, 40 anni di Canicattì; Pietro Fazio, 48 anni, di Canicattì; Gianfranco Gaetani, 53 anni, di Naro; Antonio Gallea, 64 anni di Canicattì; Giuseppe Giuliana, nato in Francia ma residente a Delia, 56 anni; Giuseppe Grassadonio, 50 anni di Agrigento; Annalisa Lentini 41 anni di Agrigento; Calogero Lo Giudice, 47 anni di Canicattì; Gaetano Lombardo, 64 anni e Gregorio Lombardo, 66 anni, entrambi di Favara; Antonino Oliveri, 36 anni, di Canicattì; Calogero Paceco, 56 anni, di Naro; Giuseppe Pirrera, 62 anni, di Favara; Filippo Pitruzzella, 60 anni, ispettore di polizia fino a poche settimane fa in servizio al Commissariato di Canicattì; l’avv. Angela Porcello, 51 anni di Naro; Santo Gioacchino Rinallo, 61 anni di Canicattì; Stefano Saccomando, 44 anni di Palma di Montechiaro; Giuseppe Sicilia, 42 anni, di Favara; Calogero Valenti, 57 anni, nato in (Germania) residente a Canicattì.

L’inchiesta antimafia “Xydi”, eseguita dai Carabinieri del Ros  lo scorso 2 febbraio, ha disarticolato il mandamento mafioso di Canicattì e non solo.

L’indagine avrebbe pure svelato i componenti della nuova Stidda che si sarebbe contrapposta alla famiglia di Cosa Nostra. Ipotizzate anche una serie di estorsioni, in particolare nel settore delle mediazioni agricole.

Un appuntato della polizia penitenziaria, Giuseppe Grassadonio, è, inoltre, accusato di rivelazione di segreto di ufficio aggravata perchè avrebbe rivelato all’avvocato Porcello il trasferimento in un altro carcere del detenuto Giuseppe Puleri, presunto mafioso vicino, nonchè parente, del boss ergastolano Giuseppe Falsone.

Fonte:https://www.tp24.it/2021/11/24/antimafia/mafia-il-13-dicembre-l-udienza-preliminare-per-i-30-indagati-dell-inchiesta-xydi/171114

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In audizione in Commissione giustizia alla Camera a proposito del disegno di legge in discussione, il pm antimafia e consigliere Csm dà l’allarme: la nuova disciplina “avrà un effetto deflattivo sulle collaborazioni di livello con la giustizia degli uomini d’onore” perchè di fatto “è venuta meno la differenza di trattamento tra irriducibili, stragisti e chi collabora”. E chiede che le decisioni sui benefici ai boss siano prese da un Tribunale unico

di F. Q. | 24 NOVEMBRE 2021

Corriamo il rischio che i responsabili delle stragi del ’92-’93 tornino in libertà con la condizionale, proprio in virtù dell’applicazione della sentenza della Consulta e della legge che state predisponendo”. A dirlo è Nino Di Matteo, pm antimafia e consigliere del Csm, durante l’audizione in Commissione giustizia alla Camera a proposito del disegno di legge sul superamento dell’ergastolo ostativo, il cui testo base è stato adottato il 17 novembre scorso. Secondo il magistrato, la modifica proposta è una “sostanziale abolizionedella norma che vieta di concedere benefici carcerari e liberazione anticipata ai boss che non collaborano con la giustizia, dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale che ha concesso al Parlamento un anno di tempo per riformarla. Il ddl, avverte Di Matteo, “avrà un effetto deflattivo sulle collaborazioni di livello con la giustizia degli uomini d’onore” perchè di fatto “è venuta meno la differenza di trattamento tra irriducibili, stragisti e chi collabora. L’obiettivo primario dei vertici di Cosa nostra è da sempre l’abolizione dell’ergastolo”, ha concluso, “il rischio che si corre è che chi ha fatto le stragi per ricattare lo Stato ottenga ora l’obiettivo che ha perseguito”.

Nel merito del testo in discussione – frutto della riunione di tre proposte a firma M5s, Pd e Fratelli d’Italia – il consigliere Csm ha espresso “perplessità” sulla norma che richiede ai condannati, per ottenere i benefici, di dimostrare “l’integrale adempimento delle obbligazioni civili e delle riparazioni pecuniarie derivanti dal reato o l’assoluta impossibilità di tale adempimento”. Secondo Di Matteo “sarà facile per il mafioso condannato dimostrare di non essere nelle condizioni economiche di risarcire danni” e quindi la previsione si rivelerà “priva di effetti pratici“. Nel ddl, ha poi sottolineato, “manca la previsione, che sarebbe opportuna, della specifica attribuzione di competenze (per decidere sulla concessione dei benefici, ndr) a un unico Tribunale di sorveglianza, che potrebbe essere quello di Roma. Preoccupa invece la frammentazione delle competenze che potrebbe produrre effetti pericolosi sotto il profilo della sicurezza dei giudici di sorveglianza chiamati a decidere. Più si frammenta più aumentano i rischi di condizionamenti impropri o poi di ritorsioni nei confronti dei giudici”.

L’accentramento della competenza era previsto nel disegno di legge a prima firma dell’ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi (M5s), poi assorbito dal nuovo testo. Si tratta di “un intervento fondamentale in chiave di efficientamento del sistema e di garanzia per i magistrati chiamati a decidere. Siamo convinti della necessità di adottare questo meccanismo e le parole di Di Matteo confermano quanto abbiamo sempre sostenuto”, scrivono in una nota i deputati M5s in Commissione. “Di Matteo valuta l’accentramento in modo positivo, sostenendo l’opportunità di un simile intervento. Designando un unico ufficio per le decisioni in merito alle istanze dei detenuti condannati per reati ostativi si riduce sensibilmente la possibilità di condizionamenti, di rischi per il giudice e diversità delle pronunce su tutto il territorio nazionale”. Applaude alle parole del pm anche Andrea Delmastro delle Vedove, primo firmatario della proposta di Fratelli d’Italia, l’unico partito che non ha votato a favore dell’adozione del testo base. “FdI ha presentato un testo di legge per salvaguardare la normativa speciale contro i mafiosi”, rivendica, “il Parlamento non si nasconda dietro incomprensibili e mal metabolizzati principi sulla funzione rieducativa della pena che comporterebbero la sconfitta dello Stato contro la mafia”.

Il testo in discussione riprende in molti passaggi la proposta Ferraresi. Oltre all’integrale risarcimento dei danni derivanti del reato, ai boss è richiesto di fornire congrui e specifici elementi concreti, diversi e ulteriori rispetto alla mera dichiarazione di dissociazione dall’organizzazione criminale di eventuale appartenenza, che consentano di escludere con certezza l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva e con il contesto nel quale il reato è stato commesso, nonché il pericolo di ripristino di tali collegamenti, anche indiretti o tramite terzi, tenuto conto delle circostanze personali e ambientali”. Non solo. Il giudice dovrà acquisire il parere del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica del luogo in cui è stata emessa la sentenza di primo grado o, se diverso, del luogo di dimora abituale del condannato nonché di quello in cui intende stabilire la residenza una volta uscito dal carcere. Nel testo attuale il parere obbligatorio è solo quello del comitato del luogo in cui il condannato è detenuto (spesso, però, distante centinaia di chilometri da quello in cui ha commesso i reati).

Sarà necessario anche sentire i pubblici ministeri che hanno richiesto le condanne e la procura nazionale antimafia e antiterrorismo, nonché le direzioni dei penitenziari dove il detenuto è internato. Se uno o più di questi pareri fossero contrari, il giudice potrà concedere il beneficio soltanto indicando “gli specifici motivi per i non ha ritenuto rilevanti le istanze istruttorie e gli elementi acquisiti, nonché gli ulteriori elementi che consentono di superare i motivi ostativi indicati nei pareri del pubblico ministero e nelle informazioni fornite dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica competente”.

Fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/24/ergastolo-ostativo-di-matteo-con-la-nuova-legge-rischiamo-boss-stragisti-in-liberta-cosi-chi-ha-ricattato-lo-stato-raggiunge-lobiettivo/6403929/

CLAN DEI CASALESI, il riciclaggio di 175 milioni di euro. Davanti a un noto negozio nel Centro Campania la farmacista, moglie del camorrista, prese in consegna 108mila euro in contanti

CLAN DEI CASALESI, il riciclaggio di 175 milioni di euro. Davanti a un noto negozio nel Centro Campania la farmacista, moglie del camorrista, prese in consegna 108mila euro in contanti

24 Novembre 2021 – 12:38

Emerge da un messaggio, non sappiamo se sms o WhatsApp, intercettato dagli inquirenti e che conteneva le indicazioni date da Giuseppe Guarino alla sorella. Nello stesso stralcio dell’ordinanza, sempre Luisa Guarino porta prima 20mila euro nell’ospedale di Nola e successivamente una maxi cifra di 120mila euro consegnate entrambe a Gennaro Puolo

TRENTOLA DUCENTA/SAN MARCELLINO – I soldi, quattrini a fiumi, milioni e milioni di euro in contanti affluivano nella casa di Giacomo Capoluongo e della moglie Luisa Guarino attraverso l’organizzazione messa in opera da Giuseppe Guarino, fratello di quest’ultimo e poi partiva una articolatissima fase di smistamento. L’ordinanza sul maxi riciclaggio, targato clan dei casalesi, di enormi cifre di danaro, complessivamente circa 170 milioni di euro, in pratica 340 miliardi delle vecchie lire, contiene intercettazioni attraverso cui gli inquirenti sono riusciti a capire a chi venissero inviati questi soldi.


Naturalmente gli episodi non sono tantissimi perchè le intercettazioni ti possono restituire una parte di un tutto mai enorme come in questa circostanza. E allora vediamo che Luisa Guarino, che svolge un ruolo fondamentale in questa azione di smistamento di denaro contante, si reca di persona nell’ospedale di Nola dove consegna 20mila euro in contanti a Gennaro Puolo, un altro indagato di questa ordinanza, cioè il 58enne napoletano accusato di riciclaggio e di agevolazione al clan dei casalesi per aver ricevuto le somme di denaro da Luisa Guarino.

Ma questa cifra è nulla rispetto ai 120mila euro che la Guarino consegna in un’altra occasione sempre a Gennaro Puolo e sempre all’ospedale di Nola, sotto indicazione del fratello Giuseppe.

Approfittando della tanta gente che non desta sospetti e che sta attorno al negozio Zara del centro commerciale Campania, avviene un terzo passaggio di 108mila euro, stavolta, prelevati da Luisa Guarino accompagnata per l’occasione, come è scritto testualmente nell’ordinanza, da Elisa Capoluongo, da parte di una persona la cui identità non emerge, visto e considerato che il gip fa riferimento ad un messaggio, non sappiamo se WhatsApp o sms, che Giuseppe Guarino invia alla sorella, già in attesa da Zara nel centro Campania e che la informa che di lì a pochi minuti sarebbe arrivata “una persona” con 108mila euro. Quella cifra, Luisa Guarino, l’avrebbe poi dovuta suddividere in due parti: da 50mila euro e una seconda parte di 58mila euro.

 

Vedremo se nel seguito dell’ordinanza verranno indicati i destinatari ulteriori di queste ingenti cifre.

I dettagli li leggete negli stralci che pubblichiamo in calce.

Fonte:https://casertace.net/clan-dei-casalesi-il-riciclaggio-di-175-milioni-di-euro-davanti-a-un-noto-negozio-nel-centro-campania-la-farmacista-moglie-del-camorrista-prese-in-consegna-108mila-euro-in-contanti/

Rinascita Scott, il cemento della ’ndrangheta anche per costruire il santuario di Natuzza

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In aula il teste dell’accusa, il capitano dei Ros Gianluca Lagumina, ha spiegato come la cosca Mancuso interveniva per organizzare i lavori e appianare le divergenze anche per quanto riguarda Limbadi e il villaggio turistico di Nicotera

di Giuseppe Baglivo 24 novembre 2021 17:40

È stata oggi la volta del capitano Gianluca Lagumina nel maxiprocesso Rinascita Scott dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. All’epoca dei fatti in servizio al Ros di Catanzaro, rispondendo alle domande del pm della Dda, Annamaria Frustaci, il teste dell’accusa ha illustrato l’attività di indagine alla quale ha preso parte su diversi personaggi ed imputati: Pasquale Gallone di Nicotera (già condannato a 20 anni in abbreviato), gli imprenditori Francesco Naso, 76 anni, di Limbadi, Pantaleone Contartese, 75 anni, di Limbadi, ed il figlio Salvatore Contartese, 44 anni.

Francesco Naso e Domenico Naso, 44 anni, entrambi di Limbadi sono accusati del reato di associazione mafiosa. Quali titolari e gestori delle società “Fides sas” con sede a Caroni di Limbadi e della “C&C Srl” con sede in Limbadi, nonché della “Naso Costruzioni srl”, con sede a Nicotera, avrebbero rifornito gli associati di cemento e materiali edili a prezzi scontati ovvero gratuitamente.

I Contartese, invece,  quali reali ed effettivi gestori della società “Drillcon s.a.s”, con sede in Limbadi ed attiva nel settore delle trivellazioni, secondo l’accusa avrebbero messo a disposizione del clan di Limbadi e degli associati il capannone, ove erano detenuti e custoditi i beni aziendali, affinché potessero essere ivi svolte riunioni ed incontri anche con esponenti di consorterie del Reggino come i Ruga di Monasterace ed i Gullace-Albanese di Cittanova. Gli viene contestato il reato di associazione mafiosa.

L’attività di indagine

Tutto nasce da una serie di intercettazioni ambientali nei confronti di Pasquale Gallone, ritenuto il braccio-destro del boss Luigi Mancuso. I carabinieri del Ros individuano un’auto intestata alla società Fides accedere nella proprietà e nell’abitazione di Pasquale Gallone. «Francesco Naso – ha riferito in aula il teste – è un imprenditore di Limbadi che con moglie e figli ha interessi in tre società: la Fides, la C&C e la Naso Costruzioni, tutte attive nella produzione di calcestruzzo. La Fides era stata colpita da interdittiva antimafia ad opera della Prefettura di Vibo. In concreto è emerso che tutte le società erano gestite da Francesco Naso il quale era stato convocato da Pasquale Gallone per risolvere una controversia con Pantaleone Contartese e con il figlio Salvatore Contartese. Gallone – ha raccontato ancora il capitano – lo convoca separatamente dai due Contartese nell’agosto 2016. Successivamente si verifica un incontro fra Salvatore Contartese e Francesco Naso».

Il cemento per il Santuario di Paravati e il villaggio di Nicotera

«Il nome di Francesco Naso era già emerso nelle indagini delle Dda di Trieste e Catanzaro grazie all’informativa del Gico di Trieste denominata Insider Dealing 2. Nella stessa, ripresa poi dai carabinieri del Ros, è stato evidenziato che Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, e lo zio Cosmo Michele Mancuso si erano intromessi per la fornitura del cemento al villaggio Beach Penta club, in costruzione all’epoca a Nicotera Marina, e al Santuario di Paravati. Attraverso intercettazioni sulla persona di Paolo Ripepi, che era un personaggio ritenuto contiguo a Ciccio Mancuso, detto Tabacco, si è capito che l’imprenditore Francesco Valenti si lamentava per essere stato estromesso nella fornitura del cemento al villaggio ed al Santuario per volontà – ha spiegato il capitano – di Pantaleone Mancuso, Scarpuni, e Cosmo Michele Mancuso».

Per indurre Francesco Valenti ad abbandonare le forniture di cemento, il capitano ha spiegato che al cospetto dell’imprenditore di San Calogero il boss Pantaleone Mancuso gli avrebbe inviato Antonio Prenesti di Nicotera (detto “Mussu Stortu”) e Giuseppe Raguseo di Rosarno, quest’ultimo genero di Cosmo Michele Mancuso.

L’intervento di Luigi Mancuso

I principali dissapori fra gli imprenditori di Limbadi Francesco Naso ed i Contartese erano dovuti al fatto che per l’esecuzione di alcuni lavori in una farmacia i Contartese si erano fatti portare il cemento da un imprenditore non di Limbadi, vale a dire Domenico Prestanicola di Soriano. Francesco Naso, a sua volta, per altri lavori a Limbadi si era servito di un’impresa di trivellazioni di Lamezia anziché quella di Contartese. Da qui il mandato di Luigi Mancuso a Pasquale Gallone per «appianare tutte le divergenze ed i contrasti» con un incontro preparato per far dialogare Francesco Naso e Salvatore Contartese. In tale incontro Francesco Naso, nel difendere la propria posizione, avrebbe ricordato a Salvatore Contartese di quando l’aveva aiutato facendolo subentrare insieme al padre Pantaleone Contartese nei lavori di trivellazione al Santuario di Paravati voluto da Natuzza Evolo «al posto dell’impresa Palmieri di Portosalvo». I lavori a Paravati erano stati commissionati dalla Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle anime”.

Nel periodo dell’incontro mediato da Gallone, Pantaleone Contartese si trovava in carcere. «Era già emerso in altre attività di indagine per rapporti di parentela acquisiti con Cosmo Michele Mancuso – ha spiegato il teste – ed anche per aver fatto da tramite fra l’imprenditore Angelo Restuccia e Pantaleone Gallizzi, quest’ultimo interessato a un capannone di 1.200 metri quadri fra Nicotera e Limbadi per realizzare un supermercato».

 

Fonte:https://www.lacnews24.it/cronaca/rinascita-scott-il-cemento-della–ndrangheta-anche-per-costruire-il-santuario-di-natuzza_146409/

Commissione d’accesso a Torre Annunziata, indagini sulle parcelle d’oro. Fari sulla ditta Nu

Commissione d’accesso a Torre Annunziata, indagini sulle parcelle d’oro. Fari sulla ditta Nu

Giovanna Salvati

Sessanta giorni per completare le verifiche su oltre duecento atti. Sessanta giorni per decidere il destino del sindaco Vincenzo Ascione e della sua amministrazione comunale. Sono stati consegnati ieri mattina, intorno alle 12, i documenti “fantasma” richiesti dalla commissione d’accesso che indaga sul rischio infiltrazioni mafiose a Torre Annunziata. Dopo un lungo tira e molla gli 007 sono riusciti a entrare in possesso di determine e documenti che gli uffici hanno “prodotto” con due settimane di ritardo rispetto alla scadenza prevista. Documenti nelle mani della triade inviata dal Prefetto di Napoli. Gli investigatori stanno studiando nei particolari i documenti che raccontano la storia amministrativa degli ultimi 4 anni, quelli in cui la città è stata guidata da Vincenzo Ascione. Una pila di scartoffie alla quale è legata il destino del Comune. Già dai primi controlli sono emerse inquietanti anomalie in merito alla gestione delle consulenze. Soldi a pioggia incassati da professionisti esterni per progetti che spesso non sono mai stati realizzati.  Uno spreco di denaro pubblico da decine di migliaia di euro che può rappresentare il primo atto dello scandalo. La punta di un iceberg che rischia di travolgere il sindaco. La commissione d’accesso ha allestito una sorta di cabina di regia all’interno del commissariato di corso Umberto per analizzare i documenti acquisiti. Atti che potrebbero far luce sulle ombre che già da tempo si addensano sul municipio. Come dimostrano l’enorme serie di denunce ed esposti ma anche i risvolti dell’inchiesta giudiziaria che ha portato all’arresto e alla condanna, in primo grado, per l’ex capo dell’ufficio tecnico comunale, Nunzio Ariano. Mazzette in cambio di appalti ma anche di firme per i mandati di pagamento. Lo spaccato terrificante di un municipio colpito dal cancro della corruzione. Gli atti richiesti dalla commissione partono dall’inizio della gestione Ascione e la maggior parte sono stati prodotti proprio dall’Utc che fino allo scorso anno, prima dello scandalo mazzette, era guidato proprio dall’ex fedelissimo del sindaco, Ariano e coordinato politicamente da un altro “delfino” del primo cittadino, l’ex vicesindaco Luigi Ammendola. I fari della commissione saranno puntati però anche su alcune procedure in particolare. In primis quella degli affidamenti  di consulenze come già preannunciato, ma anche la questione nettezza urbana. Nel mirino infatti compaiono la richiesta di tutti gli elenchi dei netturbini assunti negli ultimi anni, compresi quelli sorteggiati, le parcelle d’oro per il presidente della Prima Vera Borrelli. E poi ci sono poi i profili dei consiglieri comunali e le possibili parentele con esponenti della criminalità organizzata, ma anche i super appalti da milioni di euro e quei progetti pagati ma mai realizzati o addirittura ancora cantieri aperti. Il tutto mentre nei prossimi giorni dovrebbe essere fissato il consiglio comunale per discutere la mozione di sfiducia contro il sindaco.

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2021/11/24/commissione-daccesso-torre-annunziata-indagini-sulle-parcelle-doro-fari-sulla-ditta-nu/

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