SCARFACE, CLAN DI SILVIO: CHIESTI OLTRE 150 ANNI PER GLI AFFILIATI DI “ROMOLO”

SCARFACE, CLAN DI SILVIO: CHIESTI OLTRE 150 ANNI PER GLI AFFILIATI DI “ROMOLO”

di Bernardo Bassoli

23 Settembre 2022 Giudiziaria

Processo Scarface, al via il rito abbreviato per i componenti del clan capeggiato da Giuseppe Di Silvio detto Romolo e gli altri imputati

Si è svolta oggi il primo round dell’udienza preliminare, dinanzi al Giudice del Tribunale di Roma Angelo Giannetti, che vede alla sbarra tutti i principali imputati del procedimento “Scarface”. A luglio scorso, il Gup Giannetti aveva respinto le richieste degli imputati che chiedevano il rito abbreviato condizionato. Tutti sono giudicati con il rito abbreviato secco, tranne Massimiliano Del Vecchio accusato di un reato senza l’aggravante mafiosa.

Oggi, era la volta della requisitoria del pubblico ministero della Procura/Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Luigia Spinelli, che ha ripercorso tutte le fasi dell’indagine, spiegando la storia criminale del clan capeggiato da Giuseppe “Romolo” Di Silvio: l’altro ramo del sodalizio rom di Campo Boario, rispetto all’altro capeggiato da Armando Di Silvio detto “Lallà”. In realtà, quello che è considerato il capo del clan, per l’appunto “Romolo”, non era tra gli imputati odierni pur avendo chiesto il rito abbreviato. Per tale ragione, verrà giudicato a parte.

Il Pm Spinelli, al termine della requisitoria, ha chiesto formulato le richieste di condanna per gli imputati: 20 anni per i figli di “Romolo”, Antonio Di Silvio detto PatatinoFerdinando Di Silvio deitto Prosciutto e il genero Fabio Di Stefano detto il Siciliano; 16 anni e 8 mesi per il fratello di “Romolo” e numero due della famiglia, Carmine Di Silvio detto Porcellino12 anni per un altro fratello di “Romolo”, Costantino Di Silvio detto Costanzo8 anni e 8 mesi per Riccardo Mingozzi;  8 anni e 4 mesi per Costantino Di Silvio detto Cazzariello  e Daniel Alessandrini8 anni per Michele Petillo Mirko Altobelli7 anni e 4 mesi per Marco Ciarelli Manuel Agresti6 anni e 8 mesi per Alessandro Di Stefano6 anni per Simone Di Marcantonio5 anni per Alessandro Zof5 anni per Simone Ortenzi e Anna Di Silvio; infine 3 anni per Salvatore Di Stefano e il figlio Franco Di Stefano.

A ottobre, si esprimerà nutrito collegio difensivo e, successivamente, dovrebbe arrivare la sentenza: probabilmente il 21 ottobre.

Nel processo sono parte civile l’Associazione antimafia “Antonino Caponnetto”, assistita dall’avvocato Licia D’Amico, il Comune di Latina e di un’altra associazione contro il crimine organizzato. Parte civile anche il collaboratore di giustizia Emilio Pietrobono, ritenuto vittima di estorsione e sequestro di persona aggravati dal metodo mafioso (leggi al link di seguito la vicenda). Per questo capo d’imputazione sono a processo gli imputati Simone Di MarcantonioMarco Ciarelli e Manuel Agresti.

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Rimangono, al momento, nel processo con rito ordinario, presso il Tribunale di Latina, Ferdinando Di Silvio detto Pescio (ristretto in carcere), figlio di Costantino “Patatone” Di Silvio; Casemiro CioppiDaniel De NinnoGiulia De Rosa detta “Peppina” (moglie di “Patatone” Di Silvio); Domenico RenziRomualdo MontagnolaYasine Slimani detto “Stefano”; Roberto Di Silvio e Marco Maddaloni.

La maxi operazione anticrimine risalente all’ottobre 2021, coordinata dal Procuratore aggiunto della DDA romana Ilaria Calò, portò all’esecuzione di 33 misure cautelari, nei confronti di soggetti, a vario titolo gravemente indiziati di aver commesso reati di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, sequestro di persona, spaccio di droga, furto, detenzione e porto abusivo di armi, reati aggravati dal metodo mafioso e da finalità di agevolazione mafiosa.

L’indagine, imponente, confermava l’esistenza di un sodalizio di matrice mafiosa ed origine autoctona riconducibile al gruppo di etnia Rom di Giuseppe Di Silvio detto Romolo, organizzazione strutturata su base familiare e territoriale, già protagonista di gravissimi episodi criminali a Latina, che si è nel tempo sempre più radicato sul territorio di Latina, sia con riguardo al settore criminale dello spaccio di stupefacenti, sia con riguardo alle attività estorsive. In sostanza, l’altra famiglia dei Di Silvio, quella del quartiere latinense del Gionchetto, imparentata ma diversa dai Di Silvio di Campo Boario capeggiati da Armando detto “Lallà”, cui molti tra gli esponenti sono stati già condannati con sentenza passata in giudicato per reati aggravati dal metodo mafioso. Al boss Armando sono stati invece inflitti 24 anni in primo grado per associazione mafiosa.

Ecco perché la sentenza di primo grado, che arriverà col rito abbreviato, potrebbe essere di portata storica se confermasse l’impianto accusatorio: vale a dire, anche l’altra famiglia dei Di Silvio di Latina, il ramo più militarizzato e potente, coinvolta pesantemente nei fatti della guerra criminale pontina del 2010 (il boss Romolo e Costantino “Patatone” Di Silvio scontano la condanna per l’omicidio Buonamano avvenuto nell’ambito di qualla mattanza), sarebbe considerata da una sentenza della magistratura come mafia

fonte:https://latinatu.it/scarface-clan-di-silvio-chiesti-oltre-150-anni-per-gli-affiliati-di-romolo/

Pressioni di FdI per fermare le indagini a Terracina, il Riesame: “Progettata anche una spedizione punitiva”

La Repubblica

Pressioni di FdI per fermare le indagini a Terracina, il Riesame: “Progettata anche una spedizione punitiva”

di Clemente Pistilli

I giudici tracciano un quadro inquietante sull’ex giunta pontina crollata dopo gli arresti a luglio e ritengono parte di quel sistema l’europarlamentare Nicola Procaccini. Quell’amministrazione era stata definita un modello da Giorgia Meloni

21 SETTEMBRE 2022 ALLE 11:54
A Terracina gli esponenti di Fratelli d’Italia, coinvolti nella maxi inchiesta della Procura di Latina sulla gestione del demanio marittimo, culminata a luglio con l’arresto della sindaca Roberta Tintari, avrebbero cercato di inquinare le indagini, facendo pressioni sui superiori delle guardie costiere impegnate negli accertamenti, e avrebbero discusso anche di organizzare una spedizione punitiva nei confronti di uno degli investigatori.

Un sistema a cui non sarebbe stato estraneo neppure Nicola Procaccini, europarlamentare di Fratelli d’Italia che è tra i 59 indagati. A sottolinearlo è il Tribunale del Riesame di Roma nelle ordinanze con cui ha tolto i domiciliari alla Tintari e al dirigente comunale Corrado Costantino, concedendo alla prima il solo obbligo di firma in caserma e al tecnico la sola sospensione per un anno dal pubblico ufficio.

I giudici hanno esaminato gli atti d’indagine, con cui nell’ex feudo di FdI, definito in passato da Giorgia Meloni un modello da esportare per la guida del Paese, gli inquirenti hanno ipotizzato l’assegnazione illecita di concessioni, appalti facili e sanatorie impossibili, in cambio di sostegno elettorale, qualche pranzo, una giornata al mare o un pieno di benzina.

Per il Riesame, gli indagati “hanno interferito con la Capitaneria di porto, delegittimando le indagini svolte” da uno degli investigatori e “screditando” la comandante, “addirittura riunendosi Procaccini, Tintari e Costantino una volta richiesti di produzione documentale nell’ambito delle indagini, e tutti e tre recandosi a lamentarsi delle indagini dal comandante Giorgi”.

I giudici poi aggiungono che l’ex assessore ed ex presidente del consiglio comunale Gianni Percoco “progettava addirittura di punire” un ufficiale e l’assessore Luca Caringi “concordava con Procaccini, che progettava l’incontro con il comandante Giorgi”. Ancora: “Si richiamano inoltre, sempre in relazione all’inquinamento probatorio, le condotte di Procaccini e Tintari di rastrellamento di documentazione oggetto di indagine da sottoporre al comandante regionale della Capitaneria Tomas, poi effettivamente incontrato da Procaccini, che vi si recava con una borsa e ne usciva senza”.

Elezioni, la corruzione è un tema scottante per gli italiani. Ma non per i partiti

Il Fatto Quotidiano

Elezioni, la corruzione è un tema scottante per gli italiani. Ma non per i partiti

Alberto Vannucci

Professore di Scienza Politica

12 SETTEMBRE 2022

Tra le tante bizzarrie di questa anomala campagna elettorale semi-estiva colpisce la scomparsa della corruzione. Nel dibattito politico, nei commenti, nei tweet di candidati e leader non si colgono riferimenti significativi, spesso neppure un accenno, al problema delle persistenti sacche di malaffare nella politica e negli uffici pubblici, ai circuiti di criminalità dei “colletti bianchi” alimentati dai rubinetti dei generosi finanziamenti del Pnrr, al rischio di mazzette presenti e future (soprattutto di una “mazzetta nera”, visto il tenore dei sondaggi). L’inconsistenza del tema della lotta alla corruzione affiora anche dai programmi elettorali – per quel che valgono, ossia pochissimo – che dovrebbero rappresentare agli occhi dei cittadini le direttrici auspicate delle promesse politiche di governo.

Ammirevole la coerenza dei trionfatori annunciati, e dunque protagonisti della probabile futura coalizione maggioritaria, che nel loro smilzo “Accordo quadro di programma” tralasciano del tutto la questione. Il vocabolario della probabile futura destra sovranista di governo non include parole come integrità, trasparenza, anticorruzione. La stessa questione del contrasto alle mafie viene ricompresa soltanto come uno tra i 16 sotto-punti alla macro-voce “Sicurezza e contrasto all’immigrazione clandestina”; e liquidata – attraverso un discutibile accostamento – col lapidario: “Lotta alle mafie e al terrorismo”. Punto e a capo.

Anche l’ultra-destra antieuropeista di Italexit – col motto “per l’Italia che non molla mai” – conferma questa amnesia selettiva: nelle ben 122 pagine del suo programma non c’è traccia di termini come “corruzione” o “legalità”. Spostandoci un poco verso il centro, anche l’accoppiata ultra-liberista Calenda-Renzi riesce in 68 fittissime pagine programmatiche nell’ardua impresa di non citare mai, neppure incidentalmente, i termini corruzione, legalità, mafia. Nella loro visione del mondo, si presume, sarà sufficiente lasciare libero sfogo agli “spiriti animali” dell’italico imprenditore capitalista per eliminare alla radice ogni sua tentazione di intrallazzo coi poteri pubblici.

Appena più consistente risulta la trattazione del tema tra le forze dell’ex-campo largo – oggi tristemente frazionato in diversi modesti appezzamenti. Nelle 35 pagine del programma del Partito democratico la corruzione è ricompresa soltanto nel contesto di una molto generica affermazione: “Mafie e corruzione tendono sempre a consolidare sistemi di potere occulti…”, premessa non per una proposta di potenziamento delle politiche anticorruzione, bensì per un richiamo alla difesa della libertà di stampa. La piattaforma programmatica del Pd riesce addirittura a tirare in ballo a sproposito il giudice Giovanni Falcone – come tanti altri nel trentennale della sua scomparsa, del resto: “Quando chiesero a Falcone cosa ne pensasse dell’esercito in Sicilia contro la mafia, lui rispose ‘certo che voglio l’esercito, voglio un esercito di insegnanti perché la mafia teme la cultura’”. Attribuzione erronea, oltre che imprecisa nei contenuti, visto che ne è autore lo scrittore Gesualdo Bufalino.

Soltanto a sinistra la “questione morale” rimane un tema qualificante, sia pure espressa in termini stringati e fumosi. Del resto il Movimento 5 Stelle, che giustamente si intesta l’approvazione di una legge sedicente “spazzacorrotti”, calcando troppo la mano sul persistere del problema finirebbe per sconfessarne implicitamente il valore e gli effetti. La lotta alla corruzione è uno dei sei punti previsti nella sezione “Dalla parte della legalità” dello snello programma – 13 pagine – del Movimento, così declinato: “maggiore trasparenza e controllo dei fondi del Pnrr e implementazione delle tutele per il lavoratore che denuncia (whistleblowing) e per i testimoni di giustizia”. Unione Popolare prende invece di petto della questione “di nicchia” della corruzione nel settore privato con una sola proposta, peraltro formulata in un italiano zoppicante: “Parificare le misure di controllo sull’anticorruzione tra pubblico e privato.”

E’ evidente che più ci si muove a sinistra, più il tema-corruzione riaffiora all’interno della proposta programmatica elettorale. Ma le politiche anticorruzione non dovrebbero avere connotazione partitica, farsi bandiera esclusiva (per quanto molto poco sventolata) di alcuni attori politici. Così non è in Italia, dove trova invece conferma una insidiosa “politicizzazione” in chiave personalistica del tema – chiara eredità dell’estenuante, pluridecennale “corpo a corpo” tra Silvio Berlusconi e i magistrati che l’hanno indagato e processato per reati di quella natura.

Pressoché scomparsa dalla campagna elettorale, tra i silenzi o i balbettii dei partiti e dei loro leader, la corruzione rimane un tema scottante per i cittadini. Secondo un sondaggio Eurobarometro, pubblicato nel luglio 2022, l’89% degli italiani considera diffusa la corruzione – più del 20% in più della media europea. Il 43% degli intervistati ritiene che sia cresciuta negli ultimi tre anni, contro appena un 9% di ottimisti. Oltre il 60% degli italiani crede che tra i politici e nei partiti tangenti e abusi di potere siano prassi abituale. Il 6% ha vissuto sulla propria pelle oppure ha assistito a uno scambio di tangenti nel corso dell’ultimo anno. L’87% degli italiani – in crescita rispetto a tre anni prima – valuta corrotte le istituzioni politiche nazionali e locali – il 15% in più rispetto alla media europea. Un terzo teme che quelle pratiche incidano negativamente sulla propria vita quotidiana. Tre quarti dei cittadini credono che i potenti godano di impunità. Il 58% giudica inefficace l’impegno anticorruzione del governo.

I campanelli d’allarme sul rischio corruzione squillano assordanti nella società civile, ma non trovano ascolto nei partiti, non interferiscono coi processi di selezione elettorale della “nuova” classe politica. Si tratta di un pericoloso corto circuito, che pone le condizioni per un incremento di disincanto e delegittimazione dell’intera élite politica – e dunque anche dei rappresentanti che occuperanno trionfanti gli scranni parlamentari o ministeriali.

In questa cornice preoccupante risulta quanto mai tempestiva la campagna lanciata da “Avviso Pubblico” – l’associazione di Comuni e Regioni per la formazione civile contro le mafie – #Nosilenziosullemafie, che idealmente ricomprende anche un #Nosilenziosullacorruzione. Si tratta di un appello utile a stanare candidati taciturni o riluttanti affinché si facciano carico di un impegno effettivo e rendicontabile sui cinque punti qualificanti proposti, tra cui l’introduzione di vincoli all’attività di lobbying. E’ dunque una campagna necessaria a restituire a un confronto aperto un tema complesso come l’alto rischio-corruzione che in Italia ancora contraddistingue troppi processi decisionali nel settore pubblico. Una questione che rischia di essere rimossa dall’agenda politica con l’occulto sostegno bipartisan di tutti quei soggetti che, proprio in virtù delle risorse monetarie acquisite per vie opache o illegali, stanno oggi investendo in dispendiosissime campagne elettorali.

Fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/09/12/elezioni-la-corruzione-e-un-tema-scottante-per-gli-italiani-ma-non-per-i-partiti/6800274/

‘Ndrangheta a Bagnara, armi e intimidazioni: il controllo criminale del trio De Giovanni-Praticò-Buscetti

‘Ndrangheta a Bagnara, armi e intimidazioni: il controllo criminale del trio De Giovanni-Praticò-Buscetti
Nelle carte dell’ordinanza firmata dal gip di Reggio Calabria la ricostruzione delle gerarchie per il controllo del territorio

Pubblicato il: 11/09/2022 – 13:30

di Giorgio Curcio

REGGIO CALABRIA L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria Nuova linea” che, nei giorni scorsi, ha portato all’arresto di 22 persone, sebbene si sia concentrata particolarmente sulle attività delle cosche della ‘ndrangheta sul territorio di Scilla, ha permesso anche di ricostruire l’esistenza sul territorio di Bagnara Calabra di un’articolazione di ‘ndrangheta particolarmente agguerrita. Nomi e figure di spicco che ritornano, come accade spesso nei contesti territoriali.

I nomi che ritornano

Già negli anni scorsi, infatti, gli inquirenti erano riusciti a ricostruire un quadro ben definito costituito da Rosario De Giovanni, tra gli arrestati del nuovo blitz. Il classe ’55, nato a Bagnara Calabra e noto come “Melu u Bastuni” era già finito al centro dell’inchiesta “Crimine”. Secondo gli inquirenti, però, De Giovanni si sarebbe avvalso del contributo – fondamentale – di Fortunato Praticò, reggino classe ’79, già condannato nel processo “Family Gang” e finito in carcere anche lui. Altro elemento di vertice e preposto essenzialmente a mantenere i contatti con gli esponenti della ‘ndrangheta attiva a Scilla era, secondo gli inquirenti, Rocco Buscetti. Il classe ’73, nato a Bagnara, per gli inquirenti si sarebbe prodigato essenzialmente alle attività estorsive oltre che ad essere il vero collante tra famiglie.

L’escalation criminale e il controllo di Praticò

L’attività investigativa, così come riportato nell’ordinanza firmata dal gip Sabato Abagnale, ha presto spunto essenzialmente dall’allarmante escalation criminale che, tra l’8 agosto e l’8 dicembre 2017, si è registrata a Bagnara Calabra. Il protagonista è proprio Fortunato Praticò. Sarebbe stato lui, in particolare, l’8 agosto 2017 a sparare ripetutamente contro l’abitazione del comandante della Polizia Municipale di Bagnara, Rosario Bambara con una pistola Browning calibro 6,35. Una ritorsione, riporta il gip nell’ordinanza, per i controlli «sempre più stringenti che lo stesso Bambara avrebbe svolto nei confronti dei venditori ambulanti presenti nel territorio di Bagnara Calabra». Il 7 novembre dello stesso anno Praticò, insieme ad altri due soggetti di cui uno minorenne, sarebbe stato trovato a vagare per le strada di Bagnara Calabra armato di fucile mentre pianificava un attentato contro un uomo che, secondo Praticò, «aveva mancato di rispetto Rosario Leonardis», ovvero suo suocero. Secondo gli inquirenti, inoltre, quella stessa sera il gruppetto capeggiato da Praticò avrebbe effettuato una consegna di poco più di 1 kg di droga, provando poi il funzionamento del fucile in una zona isolata di Bagnara, per verificare la presenza della vittima designata e poi nascondere l’arma. Un gruppo agguerrito, disposto a tutto: anche ad ingaggiare, senza paura, un eventuale scontro a fuoco con i Carabinieri senza temere di ucciderli.

Il tentato omicidio per vendicare il cugino

Poche ore dopo, come se non bastasse, il gruppo guidato da Praticò – riporta ancora il gip nell’ordinanza – avrebbe anche sparato alcuni colpi di fucile davanti al Municipio, di giorno e quindi in pieno centro. Lo stesso fucile che, l’8 dicembre 2017, è stato trovato fra le mani di Praticò, appostato nei pressi di un’abitazione nonostante si trovasse, in quel periodo, agli arresti domiciliari. Grazie alle intercettazioni dei colloqui con i familiari, gli inquirenti sono riusciti a ricostruire il piano omicida di Praticò: il suo intento, infatti, era quello di vendicare l’omicidio del cugino, Francesco Catalano, ucciso il 21 febbraio 2010 a Bagnara Calabra, rimasto vittima di un agguato ‘ndranghetistico con 19 colpi d’arma da fuoco cal. 9 e tre colpi di fucile cal. 12 per imporre la sua egemonia criminale nel territorio di Bagnara Calabra, spalleggiato dal “capobastone” Rosario De Giovanni. Per gli inquirenti sarebbe stato proprio lui a consegnare a Praticò il fucile. (redazione@corrierecal.it)

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/09/11/ndrangheta-a-bagnara-armi-e-intimidazioni-il-controllo-criminale-del-trio-de-giovanni-pratico-buscetti/

A Villa San Giovanni le cosche «non lasciano scampo a nessuno». Il modus operandi «primitivo e tribale»

A Villa San Giovanni le cosche «non lasciano scampo a nessuno». Il modus operandi «primitivo e tribale»

Estorsioni a tappeto da parte di «branchi armati assetati di denaro». I rapporti con altre cosche per piegare gli imprenditori

Pubblicato il: 11/09/2022 – 18:01

di Fabio Benincasa

REGGIO CALABRIA L’operatività della ‘ndrangheta sul territorio di Villa San Giovanni è stata storicamente accertata da una serie di operazione condotte e che hanno permesso di constatare l’esistenza di un’articolazione criminale riconducibile alla ‘ndrina “Zito-Bertuca”, guidata da Pasquale Bertuca, detenuto e condannato alla pena di anni 20 anni di reclusione perché ritenuto il capo dell’omonima cosca e Domenico Zito alias “D’Alema”, divenuto reggente dopo l’arresto di suo cugino Rocco Zito coinvolto nell’operazione “Meta”.

Il gruppo «primitivo e tribale»

All’interno dell’organizzazione, gli investigatori che hanno portato a termine l’operazione “Nuova Linea” individuano più gruppi legati tra loro. A partire dalla cosca Condello guidata dal “Supremo” Pasquale Condello e poi retta da Domenico Condello detto “U pacciu” e Bruno Antonio Tegano. Insieme alla ‘ndrina Buta-Imerti «pianificavano le modalità di riscossione ed al riparto dei proventi delle estorsioni imposte ad imprenditori a Villa San Giovanni e territori limitrofi». Del sodalizio fa parte anche la cosca Buda-Imerti, diretta da Santo Buda e dedita alle estorsioni e al controllo del territorio. Con i fedeli alleati avrebbe concordato la pianificazione delle estorsioni ai danni di imprenditori edili dell’area di Villa San Giovanni. L’operatività del sodalizio criminale era stata accertata nell’ambito del processo “Sansone” che avrebbe fatto luce «sulla capacità dei branchi mafiosi di “impadronirsi” di una comunità sociale per piegare le attività e le fatiche altrui al proprio servizio e al soddisfacimento dei propri appetiti materiali». Il giudice definisce il modus operandi «primitivo e tribale, la cui profonda arretratezza culturale è direttamente proporzionale alla violenza praticata da coloro che compongono tali branchi armati assetati di denaro in cerca di prede da dissanguare economicamente e al loro disprezzo per i valori universali della libertà e della dignità umana». Il territorio di Villa San Giovanni, in buona sostanza, è stato bersagliato «da un vero e proprio attacco famelico» da parte dei gruppi Bertuca e Condello che come sostenuto dallo stesso Pasquale Bertuca non hanno lasciato «scampo a nessuno». A rendere ancor più forte il potere esercitato sulle vittime, il possesso di un ingente quantitativo di armi utilizzato per intimorire le persone.

Il ruolo dei gemelli Scarfone

Tra i soggetti giudicati nell’ambito del processo “Sansone”, figurano anche i fratelli Alberto e Rocco Scarfone, condannati dal gup del Tribunale di Reggio Calabria, il primo alla pena di 16 anni di reclusione ed il secondo alla pena di 14 anni di reclusione, perché ritenuti affiliati alla cosca Bertuca. I gemelli Scarfone – ricostruisce la Dda di Reggio Calabria nell’operazione Nuova Linea – «costituiscono il braccio armato ed operativo della cosca Bertuca. Si muovono sul territorio per eseguire danneggiamenti e per porre in essere le estorsioni programmate dai vertici dell’associazione». Chi indaga ritiene particolarmente significativa la lettera scritta da Pasquale Bertuca ad Alberto Scarfone il 15 febbraio 2016, trovata a casa di Scarfone nel corso delle perquisizioni effettuate subito dopo il fermo. Pasquale Bertuca scrive che «era dispiaciuto per il fatto di non averlo potuto incontrare durante un’udienza e che per lui è sempre gradevole “vedervi” (riferendosi evidentemente ai due gemelli Scarfone)». Inoltre chiede notizie del fratello Rocco e chiede di inviargli del denaro per il mantenimento in carcere. La missiva si chiude con una frase: «Il tuo amico Pasquale…salutami tuo fratello e chi vuoi tu». Quest’ultima espressione servirebbe a «rammentare che egli è sempre presente ed operativo».

I rapporti con la mafia di Scilla

È il collaboratore di giustizia Vincenzo Cristiano (profondo conoscitore della ‘ndrangheta villese), a dare conto agli investigatori dei rapporti privilegiati intessuti dai fratelli Scarfone con esponenti della mafia di Scilla. Sul traffico di stupefacenti «posso dire che i
gemelli Scarfone erano originari di Scilla ed avevano rapporti con i Gaietti, tanto che mi presentarono Matteo Gaietti che io spaevo essere esponente di spicco della locale di Scilla». Quanto sostenuto dal collaboratore di giustizia, troverebbe riscontro in una intercettazione con protagonisti Alberto Scarfone e Giuseppe Fulco esponente della cosca Nasone-Gaietti”(ne abbiamo parlato qui). I due si incontrano, nel giugno del 2021, per discutere del diverso “trattamento” riservato ad un imprenditore. Nell’occasione, Scarfone confida di non aver attuato il solito “copione” estorsivo (in ragione delle
sue origini scillesi), consentendo all’imprenditore di terminare i lavori e poi di regolarizzare la sua posizione nei confronti della ‘ndrangheta. Nonostante tutto però, l’imprenditore aveva concluso i lavori senza versare nessuna somma di denaro. «Ma l’ho fatto finire e tu finisci da 15 giorni e ti dimentichi? Che ragionamento è?». Scarfone non ci sta e comunica con Fulco: «Ora sai che faccio? (. .. ) ora gli dico il lavoro lo hai fatto là, vedi quello che gli devi dare». Sarà Fulco però ad incontrare l’imprenditore tentando di trovare un accordo: «Dico mille, mandagli mille euro! O me li dai e glieli do io, vedi tu! Però daglieli dico (.. .) un poco di marciapiede, mille euro». Alla fine l’imprenditore consegnerà “un fiore” alla cosca e lo si intuisce dalle parole di Fulco: «Ha gettato un po’ di cemento, un pensiero l’ha fatto». L’estorsione, come avrà modi di precisare lo stesso esponente della cosca scillese “Nasone-Gaietti”, verrà portata a compimento grazie all’intervento di Domenico Nasone (fratello di Franco). «E’ venuto da me il fratello di Franco e mi ha detto ”Peppe gli ho detto, fai una cosa, vai parla tu, visto che tu li conosci, se la è vista lui!( … ) duemila euro ha dato». (redazione@corrierecal.it)

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/09/11/a-villa-san-giovanni-le-cosche-non-lasciano-scampo-a-nessuno-il-modus-operandi-primitivo-e-tribale/

Rifiuti, appalto da 65 milioni a Castellammare. I paletti dei commissari per evitare il rischio camorra

Rifiuti, appalto da 65 milioni a Castellammare. I paletti dei commissari per evitare il rischio camorra

Tiziano Valle

Via libera dei commissari anti-camorra al nuovo bando per individuare la ditta che dovrà gestire il servizio d’igiene urbana a Castellammare di Stabia. Un appalto da 64 milioni di euro, per cinque anni, che sarà gestito dai funzionari inviati dallo Stato dopo lo scioglimento del consiglio comunale. Quasi superfluo sottolineare che si tratterà di una procedura blindata dopo quanto emerso dalle inchieste condotte dalla Procura Antimafia e dagli accertamenti svolti dalla commissione d’accesso. Gli atti delle indagini parlano di un clan D’Alessandro interessato a quell’appalto fin dal 2014, quando il ras Augusto Bellarosa era a caccia di sponde politiche per imporre una ditta legata alla cosca dei Casalesi, come svelato dall’inchiesta Cerbero. Gli accertamenti della commissione d’accesso, invece, hanno raccontato di assunzioni di parenti di personaggi legati alla criminalità organizzata e di ritardi nella revoca dell’appalto, a causa delle inadempienze della ditta, per non parlare delle verifiche mal svolte dagli uffici comunali. Stavolta però tutto passerà al vaglio della commissione anti-camorra e l’impronta sembra chiara già dalle modifiche che la triade ha imposto al professionista che ha redatto il progetto tecnico. Il servizio di raccolta dei rifiuti proseguirà con il sistema porta a porta, che finora non ha prodotto brillanti risultati, ma alla ditta che si aggiudicherà l’appalto toccherà raggiungere il 65 per cento di raccolta differenziata entro i primi due anni, pena la revoca dell’affidamento. Certo, su questo punto basterebbe guardare i precedenti per non essere troppo ottimisti. Sta di fatto che le migliorie proposte dai commissari sembrano andare effettivamente incontro a quelle che sono le esigenze dei cittadini. Aumentate le strade nelle quali garantire la pulizia con il sistema meccanizzato e il lavaggio delle stesse. Tra l’altro per la prima volta nell’appalto viene inserito anche il lavaggio della pavimentazione della villa comunale che la ditta incaricata dovrà svolgere una volta a settimana dal 15 maggio al 15 settembre e una volta al mese per il resto dell’anno. Soprattutto è stato inserito lo svuotamento dei cestini getta rifiuti anche di pomeriggio e di sera sul lungomare, così come nelle strade di maggiore affluenza dell’anno, dal 15 maggio al 15 settembre e per tutti i fine settimana dell’anno. Prevista anche la pulizia dell’arenile quotidiana durante l’estate, ma anche per questo i precedenti sono tutt’altro che incoraggianti considerato che era già previsto nel precedente capitolato d’appalto. Eliminato invece il servizio di scerbatura, di cui se ne occuperà il settore Lavori Pubblici. Interessante, infine, la scelta di far partire la sperimentazione della raccolta intelligente dei rifiuti con le isole ecologiche meccanizzate all’interno delle scuole. Toccherà ai più giovani, guidati dai prof, cimentarsi nella raccolta differenziata che non consente errori.

Fonte:iuti-appalto-65-milioni-castellammare-paletti-dei-commissari-evitare-rischio-camorra/

Non solo Scilla, la rete di ‘ndrangheta che soffocava anche Villa nelle parole del pentito

Non solo Scilla, la rete di ‘ndrangheta che soffocava anche Villa nelle parole del pentito

Dal racconto del collaboratore di giustizia Vincenzo Cristiano che gli inquirenti ritengono profondo conoscitore della criminalità locale, emerge il modus operandi delle cosche per spartirsi il potere tra droga, armi ed estorsioni

di Elisa Barresi 11 settembre 2022 09:51

È un territorio soffocato dalla ‘ndrangheta quello che emerge dalle carte dell’indagine “Nuova linea” che ha inferto un duro colpo alla cosca Nasone-Gaietti di Scilla. Ma a venire fuori è un quadro molto più articolato che coinvolge diversi territori dell’area dello Stretto.

Un’articolazione complessa che ha esteso e mantenuto i rapporti anche con la locale di Villa San Giovanni. Ed è stato il collaboratore di giustizia Vincenzo Cristiano, che gli inquirenti indicano come «profondo conoscitore della ndrangheta villese in quanto già affiliato a quella stessa organizzazione mafiosa», ad aver fatto riferimento ai rapporti privilegiati intessuti dai fratelli Scarfone, con gli esponenti della mafia di Scilla. «I gemelli Scarfone – ricordano gli inquirenti – costituiscono il braccio armato ed operativo della cosca Bertuca. Essi infatti si muovono sul territorio per eseguire danneggiamenti e per porre in essere le estorsioni programmate dai vertici dell’associazione».

Il traffico di droga

Il pentito, in merito ai collegamenti tra le due cosche, ha riferito: «Per ciò che concerne il traffico di stupefacenti ed eventuali collegamenti con il Comune di Scilla, posso dire che i gemelli Scarfone (che trafficavano droga) erano originali di Scilla ed avevano rapporti con i Gaietti tanto che mi presentarono Matteo Gaietti che io sapevo essere esponente di spicco della locale di Scilla».

L’operatività dell’associazione è stata fotografata in diverse vicende estorsive che evidenziano come il presunto boss Giuseppe Fulco, tornato a Scilla per assumere le redini e il controllo della locale di ‘ndrangheta, avrebbe mantenuto contatti affinché “gli affari” procedessero in modo lineare anche varcando i confini territoriali. Emblematica è «la tentata estorsione nei confronti di un imprenditore scillese impegnato nell’esecuzione dei lavori per la riqualificazione dei marciapiedi di Via Nazionale Acciarello. In particolare, è emerso dalle intercettazioni che l’imprenditore non avesse adempiuto ai suoi “doveri” nei confronti della ‘ndrangheta di Villa San Giovanni, territorialmente competente a riscuotere il pizzo nei confronti degli imprenditori operanti in quel contesto geografico».

L’imprenditore taglieggiato

Dalle carte emerge come «l’indagato Rocco De Lorenzo (cugino della persona offesa) riferisse a Giuseppe Fulco di essere stato avvicinato, quella stessa mattina, da Alberto Scarfone, con il quale aveva accennato ad una questione: “De Lorenzo 82: siccome si sono avvicinati lì da Villa e mi banno chiamato… Fulco: Chi? (…) De Lorenzo: Persone! E Albertino! (…) Oggi a mezzogiorno! (..) … di non andare a parlare con mio cugino”. Si comprendeva che la questione aveva ad oggetto la consegna di denaro che l’imprenditore doveva ai soggetti di Villa San Giovanni. De Lorenzo precisava che i villesi erano già a conoscenza dei particolari dell’appalto e auspicavano che, senza ulteriori trattative, gli esponenti della ‘ndrangheta di Scilla si facessero solo latori delle somme loro consegnate dall’imprenditore vessato».

I metodi estorsivi e di spartizione delle competenze sui territori, vengono fuori in diverse occasioni riportate nell’indagine “Nuova Linea” e lasciano trasparire la volontà di Fulco di non incrinare i rapporti. Infatti, Fulco «si impegnava a intervenire presso l’imprenditore, inducendolo al pagamento di quanto loro chiesto dallo Scarfone». E nelle conversazioni captare, scrivono i giudici, Fulco palesa «il suo ruolo di vertice, qualificandosi come l’unico legittimato a risolvere la faccenda! Fulco: fai parlare a me con lui o con Nino, ma poi se qualcosa, poi sempre con me deve parlare».

«Scarfone insisteva nel chiedere il versamento anche in ragione del dovere di solidarietà nei confronti del fratello detenuto, a riprova della connotazione illecita della pretesa nei confronti del De Lorenzo. “Scarfone: Peppe, ti sto dicendo che li ho rimessi personalmente! (…) Fammeli recuperare in qualche modo! (…) Glieli stai cacciando dalla bocca a mio fratello. Fulco: No, non dire così!(. ..) Te li recupero io non ti preoccupare».

E questo è solo un piccolo spaccato, che emerge dal racconto dei fatti delineato dalla magistratura, di un modus operandi che le cosche della costa tirrenica reggina, avrebbero portato avanti nella gestione del territorio, spartendosi il potere e il predominio tra droga, armi ed estorsioni.

https://www.lacnews24.it/cronaca/nuova-linea-i-metodi-estorsivi-della–ndrangheta-e-la-spartizione-delle-competenze-sui-territori_159509/

Lettere a Iacchite’: “Blitz di Gratteri, l’inatteso silenzio della società civile cosentina”

Lettere a Iacchite’: “Blitz di Gratteri, l’inatteso silenzio della società civile cosentina”

Da Iacchite -11 Settembre 2022

L’Italia è un paese che grazie alla Costituzione nata dall’antifascismo, garantisce a tutti i cittadini uguale trattamento di fronte alla legge e stabilisce i sacri e inviolabili diritti di un imputato. Per quanto questa Giustizia si sia troppe volte dimostrata non all’altezza del compito che la Costituzione gli ha affidato, mostrandosi debole con i forti e forte con deboli, nascondendo, insabbiando e assolvendo i responsabili di tante pagine buie della nostra Repubblica, nella grande famiglia allargata dei magistrati, di cui è obbligatorio fare parte, tanti sono i servitori dello Stato che esercitano la loro delicata professione con coscienza e onestà. Magistrati che non eseguono ordini calati dall’alto e che nella loro azione di repressione del crimine non guardano in faccia nessuno. Che non vuol dire annullare le garanzie costituzionali, pescare a strascico, incolpare innocenti, come sto sentendo in questi giorni, solo perché nella retata di Gratteri è finito Marcello Manna e altri colletti bianchi: più che una espressione di sincero garantismo, conoscendo i personaggi di questa città, sembra essere una difesa strumentale da parte di chi, direttamente o indirettamente, è colluso con gli arrestati, ed è disposto a difendere anche dichiarati mafiosi, pur di negare l’esistenza della ‘ndrangheta in città e i suoi legami con la politica.

Dopo gli arresti dell’altro giorno a Cosenza e Rende che hanno messo a nudo la grave ingerenza mafiosa in ogni spaccato della vita sociale dei cosentini e dei rendesi, non dico che mi aspettavo i “fuochi di artificio”, ma una ferma condanna morale verso strozzini, mafiosi, narcotrafficanti, estorsori, e delinquenti incalliti, me l’aspettavo. Non dalla politica che come scrivete voi da tempo c’è dentro fino al collo, ma dalla società civile di queste città che spesso si vantano di avere una superiorità morale, etica e culturale, rispetto a tutte le altre città calabresi e non solo. E invece tutti a nascondersi dietro al garantismo, ma verso chi? Verso personaggi che tutti conoscono e che tutti sanno di cosa vivono: soprusi, violenza, e prevaricazione. Gente che gira con macchinoni da 70mila euro, che pippa 5 grammi di coca al giorno, che strozza alla luce del sole padri e madri di famiglia, che impone il pizzo a tutti, che vende bustine a grandi e piccini, e che nessuno ha mai visto svolgere, nella loro vita, un solo giorno di onesto lavoro. Condannare questi personaggi che vivono parassitando sulle fatiche e sul sudore degli altri, indipendentemente dalla valutazione giudiziaria che faranno i giudici, è un dovere civico che qualunque sana comunità avrebbe fatto, e che Cosenza, l’Atene della Calabria, non ha fatto. Sembra quasi che la colpa è di Gratteri che ha messo in galera personaggi autorevoli e al di sopra di ogni sospetto come i Di Puppo, gli Abruzzese, Patitucci, Porcaro, D’Ambrosio e tanti altri, calpestando le loro garanzie costituzionali.

Ma non è così. Non dico che non esistono gli errori giudiziari, ma non è questo il caso. E lo sappiamo tutti. I soggetti arrestati non sono innocenti di fronte al giudizio della società cosentina che ben conosce le loro malefatte. Questo è poco ma sicuro.

Cosenza città dell’apparenza. Altro che Atene della Calabria. In città esistono diverse realtà che svolgono attività di divulgazione contro la cultura mafiosa: c’è Libera, c’è “Musica Contro le mafie”, ci sono le associazioni antiracket, ci sono gli incontro culturali, le associazioni no profit e di promozione sociale, c’è chi scrive libri e chi disegna fumetti contro la mafia, ci sono i giornalisti in prima linea, gli intellettuali, la chiesa, i movimenti, gli alternativi, i radical chic, i Centri Sociali, i sindacalisti, e soprattutto c’è la meglio società civile di tutti i tempi. Tutti zitti, in un corale silenzio che sa davvero di arretratezza culturale e complicità sociale. Nessuno che abbia pronunciato una sola parola contro le cosche cosentine, e questo non solo squalifica la città, ma ci restituisce la vacuità di certa “antimafia” che si espone solo quando c’è da fare passerella a qualche ricorrenza.

Visto l’andazzo preferisco tacere anch’io e restare anonimo, e questo perché non sono diverso da quelli che ho appena finito di criticare. È solo il senso di profonda vergogna che provo verso me stesso che mi ha spinto a “liberarmi vigliaccamente” di questo peso chiedendovi di pubblicare questa mia lettera. Chista è Cusenza! Di cui io sono un degno rappresentante.

Lettera firmata

fonte:https://www.iacchite.blog/lettere-a-iacchite-blitz-di-gratteri-linatteso-silenzio-della-societa-civile-cosentina/

La candidata delle destre: i rapporti dei parenti con i clan e i cioccolatini con i soldi pubblici

La candidata delle destre: i rapporti dei parenti con i clan e i cioccolatini con i soldi pubblici

NELLO TROCCHIA

10 settembre 2022 • 19:47

Aggiornato, 10 settembre 2022 • 21:57

  • «Un tubo di baci perugina, biglietti della lotteria, snack, yogurt, sacchetti per aspirapolvere, un orologio Tissot da tasca, un biglietto per tour panoramico a Vienna, spese varie in un centro commerciale a Montecarlo».
  • Sono solo una parte delle spese sostenute da Annarita Patriarca, candidata alla camera dei Deputati per il centrodestra, con i soldi pubblici quando era presidente del consiglio comunale di Gragnano, paesone in provincia di Napoli.
  • L’elenco è contenuto nella sentenza del tribunale di Torre Annunziata, dello scorso ottobre, che chiude il processo per peculato a carico dell’attuale consigliera regionale di Forza Italia per intervenuta prescrizione del reato, alla quale Patriarca non ha rinunciato.

«Un tubo di baci perugina, biglietti della lotteria, snack, yogurt, sacchetti per aspirapolvere, un orologio Tissot da tasca, un biglietto per tour panoramico a Vienna, spese varie in un centro commerciale a Montecarlo». Sono solo una parte delle spese sostenute da Annarita Patriarca, candidata alla camera dei Deputati per il centrodestra, con i soldi pubblici quando era presidente del consiglio comunale di Gragnano, paesone in provincia di Napoli. L’elenco è contenuto nella sentenza del tribunale di Torre Annunziata, dello scorso ottobre, che chiude il processo per peculato a carico dell’attuale consigliera regionale di Forza Italia per intervenuta prescrizione del reato, alla quale Patriarca non ha rinunciato.

LA SENTENZA

I giudici del collegio, presieduto da Gabriella Ambrosino, assolvono un altro imputato del processo, Eugenio Piscino, perché il fatto non costituisce reato. Non è il caso di Patriarca e neanche dell’ex sindaco Michele Serrapica, entrambi salvati dalla prescrizione.

Le tesi difensive non vengono accolte, Patriarca, per la stragrande maggioranza delle spese, non ha «operato alcun disconoscimento e anzi ha tentato di dimostrare, tramite numerose testimonianze, che i giustificativi fosse legati a effettive finalità istituzionali», si legge nella sentenza. Alcune spese sono state giudicate incompatibili «con la finalità di rappresentanza o che sono state supportate da documentazione palesemente contraffatta», scrivono i giudici.

Il triennio di riferimento è quello 2006-2008 (in tutto 35 mila euro), ma cosa è emerso dalla documentazione acquisita? Come è stato speso una parte del denaro destinato alla presidente Patriarca come spese di rappresentanza? «Tale denaro risultava, in base al rendiconto presentato dalle rispettive cariche, speso in virtù di giustificativi (riconducibili all’Ufficio del Sindaco e del presidente del Consiglio) che, talora, erano palesemente insufficienti (es. scontrini illeggibili), talora erano contraffatti (poiché presenti sia in originale che in copia), talora erano logicamente incompatibili con le funzioni “di rappresentanza”», si legge nella sentenza.

SCOTTEX E BENZINA

E proprio dalle spese incompatibili con le funzioni di rappresentanza emergono i tubi di baci Perugina, ma anche scottex, piccoli prodotti gastronomici, ma anche un pensiero per il padre, in particolare la riverniciatura e la benzina nell’auto di proprietà del familiare. Patriarca, nei giorni scorsi, ha attaccato il giornalista Sandro Ruotolo, senatore uscente e suo avversario nel collegio dove è candidata. Ruotolo si è limitato a ricordare quanto Domani ha già raccontato anche in merito ai familiari della consigliera regionale.

L’attuale capogruppo di Forza Italia in regione, e sindaca del comune di Gragnano quando l’ente locale fu sciolto per camorra, vanta un record considerevole: il compianto padre, l’ex senatore Francesco, il marito Enrico Martinelli (ha presentato ricorso) e il testimone di nozze, Nicola Cosentino, sono stati tutti condannati per collusione con i clan. Per Cosentino si è in attesa del verdetto della corte di Cassazione.

Patriarca ha difeso la storia del padre, Francesco Patriarca, senatore della Democrazia Cristiana in rapporti con la Nuova Famiglia, organizzazione criminale guidata da Carmine Aflieri che, nella guerra di camorra degli anni ottanta, lasciò a terra più di mille morti ammazzati. «Mi rendo conto che la violenza verbale, la voglia gratuita di offendere e il senso di superiorità sono ancora gli stessi di quando lo incrociai, ormai 30 anni fa, mentre aggrediva sotto casa mia un ragazzino di 13 anni, mio fratello, colpevole ai suoi occhi di essere il figlio del senatore Patriarca», dice Patriarca alle agenzie attaccando Ruolo che faceva solo il suo mestiere di cronista.

L’AMICA PATRIARCA

Le colpe di padre, marito e testimone non possono ricadere su Patriarca che ha messo le spalle lo scioglimento del comune che guidava per infiltrazioni dei clan e anche i tubi Perugina. Ora è in campagna elettorale, candidata nel collegio uninominale Campania 1, che comprende Castellammare di Stabia e Torre del Greco, tra i suoi grandi elettori c’è Stefano Abilitato che a Domani ha confermato l’incontro elettorale con «l’amica Patriarca». Abilitato ha patteggiato una pena in un’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata a una diffusa corruzione elettorale e a numerose compravendite di voti nel periodo nel quale era consigliere comunale. «Mi mandi le domande via messaggio e le rispondo», dice Patriarca al telefono. Le abbiamo scritto, la candidata ha visualizzato, ma non ha mai risposto.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/fatti/la-candidata-delle-destre-i-rapporti-dei-parenti-con-i-clan-e-i-cioccolatini-con-i-soldi-pubblici-ofzfa2nl

Cosenza, il blitz di Gratteri. La mafia dei “giochi”: i gruppi Drago, Reda e Carelli

Cosenza, il blitz di Gratteri. La mafia dei “giochi”: i gruppi Drago, Reda e Carelli

Da Iacchite -10 Settembre 2022

La sussistenza e l’operatività del gruppo Drago, dedito alla gestione abusiva del Gaming e ad altri reati ad esso collegati, emerge dalle dichiarazioni dei pentiti e dalle intercettazioni. Si configurano così i reati di associazione per delinquere, gestone abusiva di giochi e scommesse, riciclaggio, autoriciclaggio e intestazione fittizia.

IL GRUPPO DRAGO

Le persone autorizzate a “piazzare” videopoker e videogiochi erano Carlo Drago e Andrea Reda. Il pentito Pierluigi Terracciano, in particolare, riferiva: “Questi videogiochi sono illegali in quanto non sono collegati al provider nazionale e hanno un sistema per abbattere le probabilità di vittoria. Gli stessi videogiochi sono imposti agli esercizi commerciali che possono scegliere tra pagare il pizzo o sopportare l’imposizione dei videogiochi. La cosca Lanzino piazza sia videogiochi leciti che illeciti”. Il pentito Angelo Colosso riferiva: “Carlo Drago era socio occulto del cognato Andrea Reda, ricordo che avevano l’azienda in una traversa di corso Mazzini… Al Bar Parise vennero piazzati 4 videopoker secondo la volontà di Carlo Drago, che tanti ne aveva disponibili. Secondo quello che mi disse Walter Gianluca Marsico, il gestore del bar non aveva alcun utile quale parte dei guadagni conseguenti al gioco. Carlo Drago era dedito all’usura, che praticava proprio in virtù delle somme che versava in bacinella quali partecipazioni agli utili del noleggio dei videogiochi. Drago aveva stretto un rapporto con la criminalità organizzata cosentina in forza del quale attraverso il pagamento di una somma che si aggirava sui 20mila euro all’anno, gli ‘ndranghetisti cosentini imponevano i suoi giochi e solo i suoi giochi presso una serie di esercizi commerciali. Anche Rinaldo Gentile aveva interessi nel settore dei videogiochi…”.

Il monitoraggio del Drago ha messo altresì in luce il coinvolgimento di Marcello Rizzuti, il quale informava il primo su aspetti tecnici e organizzativi, manifestando anche il coordinamento dell’attività di Gaming condotta dal gruppo Drago con quella del gruppo Chiaradia-Orlando, Ci sono collegamenti anche col gruppo Carelli. E’ emerso anche che Giovanni Drago, figlio di Carlo, era il prestanome del padre. Giovanni Drago infatti risulta titolare di una ditta, socio di una Srl e rappresentante legale di un circolo ricreativo.

Carlo Drago, che tra l’altro è anche cognato di Franco Pino, è l’indiscusso capo del gruppo nel quale sono inseriti il figlio Giovanni, braccio esecutivo delle disposizioni paterne, Fabrizio Gioia, che assicura l’intestazione fittizia della sala giochi “Gioia”, Marcello Rizzuti, che ha il ruolo di contabile e Fabrizio Abate, collaboratore. Nel corso di una conversazione con Rizzuti, Carlo Drago specifica che gli introiti mensili che arrivano dai videogiochi si aggirano sui 180mila euro.

IL GRUPPO REDA

Il gruppo Reda va analizzato partendo dal legame che lo lega al gruppo Drago e alla criminalità organizzata. Il pentito Pierluigi Terrazzano riferiva: “… A Cosenza il clan Lanzino controlla il settore dei videogiochi: slot machine e videopoker. Il settore è controllato dal clan che ha diviso il territorio: a Rende lo controlla direttamente, a Cosenza invece i videogiochi sono controllati da Carlo Drago e dalla famiglia Reda…”.

Il pentito Giuseppe Zaffonte afferma: “Per quanto riguarda le slot machine la gestione è affidata ad Andrea e Francesco Reda… I Reda sono i cognati di Carletto Drago ma se la tengono buona con tutti, nel senso che si mettono a disposizione… i Reda non pagano una quita fissa, non pagano estorsioni ma si sanno comportare e fanno dei regali agli appartenenti alla criminalità organizzata…”.

Un importante riscontro alle dichiarazioni dei pentiti, viene offerto anche dalle intercettazioni, dalle quali emerge la presenza di costanti contatti del Reda con la famiglia Femia (Franco e Guendalina Femia) con oggetto il Gaming; la presenza di diversi contatti sempre relativi al Gaming con Salvatore Piccolo, soggetto identificato dal pentito Nicola Femia quale intraneo alla criminalità organizzata. Il Piccolo inoltre aveva presentato al Reda anche la famiglia Grasso, pure essa occupata nel settore Gaming, e con contatti con la criminalità organizzata campana. E ancora: l’utilizzo di macchinari alterati e il coinvolgimento di Francesco Papara, Paolo, Francesco e Ines Reda e Patrizia Drago, che coadiuvavano e assistevano Andrea Reda.

Questa la composizione del gruppo:

Andrea Reda, capo del gruppo; Francesco Papara, con compiti esecutivi; Patrizia Drago, partecipe e legata al boss essendo la compagna di Andrea Reda, ex moglie di Paolo Reda e sorella di Carlo Drago nonché madre di Francesco e Ines Reda; Paolo Reda, fratello del boss Andrea; Ines Reda nel ruolo di contabile e Francesco Reda, collaboratore e figlio del boss.

IL GRUPPO CARELLI

Il gruppo Carelli fa capo a Damiano Carelli, figlio del defunto boss della ‘ndrangheta Santo Carelli, titolare dell’omonima ditta individuale, esercente attività di noleggio senza operatore di altre macchine e attrezzature, gravato da diversi precedenti penali. I principali elementi indiziari sono costituiti da intercettazioni, dalle quali risultano diverse interlocuzioni tra il Carelli, Salvatore Sesso e Antonio Policastri. Emerge anche la figura di Francesco Morabito, socio in affari del Sesso. Emergono anche rapporti col gruppo Drago e col gruppo Chiaradia, emblematici di una colleganza intrisa della vicinanza alla criminalità organizzata e della condivisione di metodologie e scopi, considerato che nel settore Gaming non si poteva operare senza la concessione della ‘ndrangheta. Carelli e Morabito agivano parallelamente ma collaboravano anche insieme, come risulta dall’apertura di una sala slot a Vibo Valentia e progettavano di aprirne altre anche al di fuori del territorio regionale.

Fonte:https://www.iacchite.blog/cosenza-il-blitz-di-gratteri-la-mafia-dei-giochi-i-gruppi-drago-reda-e-carelli/

Camorra ad Arzano: gli affari dei Cristiano, il cantante Pino Franzese e il pizzino per Monfregolo dentro il Kinder Bueno

Camorra ad Arzano: gli affari dei Cristiano, il cantante Pino Franzese e il pizzino per Monfregolo dentro il Kinder Bueno

Le altre rivelazioni del neo pentito della camorra ad Arzano, Pasquale Cristiano: l’episodio delle armi rubate a casa di un vigile urbano

DI REDAZIONE CRONACHE

10 SETTEMBRE 2022 @ 09:35

Arzano – Gli affari dei Cristiano, il Cantante Pino Franzese e il pizzino per Monfregolo dentro il Kinder Bueno. Le armi rubate a casa di un vigile urbano di Arzano.

Nuove e esplosive dichiarazioni quelle del neo pentito Pasquale Cristiano che stanno mettendo in luce di quanto il clan della 167 fosse organizzato e presente sul territorio anche nei rapporti con la politica tanto che un politico locale diventò inviso ai Monfregolo dopo la mancata assunzione del fratello in una nota azienda.

Posso riferire sui seguenti investimenti del clan Il noleggio che ho aperta io in accordo con Shekkè che aveva un debito con me per Pino Franzese. Perché quando  l’ho fatto diventare cantante poi sono stato arrestato nel 2018 e quando sono uscito nel 2020 ho notato che mancavano 20mila euro che evidentemente si era preso lui. Voglio precisare di aver investito dei soldi su Pino Franzese.

È nata come una cosa “affettiva” perché pensavo che avesse una bella voce poi ho messo soldi per produrre i dischi e quando lui incassava i soldi per le feste, tolte le spese e quello che spettava a lui, il resto finiva a me. Nel periodo della mia detenzione, D’Errico doveva custodirli. Me ne portarono solo 30mila e quindi, per i miei calcoli, ne mancavano circa 20mila.

Quanto alla gestione della SHEKKE ’CARS, ai rapporti con D ’Errico Carmine Antonio ed alle vicende dell’autonoleggio successive al mio arresto, voglio specificare che io avevo comprato le macchine per darle ad un altro noleggio che si trovava a Frattaminore, gestito da tale …omissis… e altri soci, loro mi dissero sì e mi fecero comprare le macchine e poi rifiutarono di prenderle.

Mi sfogai con D’ERRICO Gennaro e lui mi propose di metterci il fratello che aveva molti followers. L’idea era buona e aveva anche il debito con ma D’Errico seguiva le mie indicazioni ma era anche incapace di gestire il noleggio e inizialmente gli avevo affiancato Domenico Marino. I soldi delle macchine erano i 30mila di profitto dì Pino Franzese e le ho prese grazie a Guido e Francesco di Caivano.

Il prezzo era buono in quanto le macchine erano importate e gli avevo dato 30mila euro e poi ogni mese gli davo 4-5mila euro. Non avevo dalla disposizioni a D’ERRICO sulle macchine in caso di mio arresto. Di fatto a gestirle era LA UDANT E Antonio.

Confermo che faceva il manager di PINO FRANZESE ed è andato bene fino a quando era vivo mio cugino, dopo la sua morte abbiamo avuto problemi a Frattamaggiore, ho avuto anche problemi con Shekkè. Perché è stato chiamato da MENNILLO Salvatore, totore o cecato, ed è stato picchiato.

Lui e il fratello mi hanno raccontato che sono stati convocati in una casa dove c’erano circa 30 persone e lo hanno picchiato e minacciato con armi, pistole, fucili a pompa e kalashinikov, per sapere dove erano i miei soldi, anche raccolti per il cantante.

Hanno partecipato PESCATORE Davide, MONFREGOLO Giuseppe, il cognato di MONFREGOLA Raffaele, del quale non ricordo il nome, ROMANO Salvatore, MONFREGOLO Mariano per ARZANO, Michele 0’ nir, che è Orefice Michele, MENNILLO Salvatore, 0’ cecat, ed altri ragazzi con i passamontagna per Frattamaggiore.

Con i D’Errico c’era anche MERENDA Giuseppe che è un bravo ragazzo. Dei rapporti con Frattamaggiore in quel periodo sono in grado di riferire nel dettaglio. D’Errico Carmine Antonio, durante la mia assenza, si rapportava a mio cognato MORMÎLE Vincenzo.

I due si conoscono sin da piccoli. Quanto all’ambientale in cui mia sorella dice che non avevano buoni rapporti, presumo che possa essere perché mio cognato riteneva che non portasse bene i conti. In ogni caso MORMILE aveva un rapporto più stretto con il fratello D’ERRICO Gennaro. Voglio precisare che mio cognato è un tipo particolare che subito si offende ma non è rancoroso e dimentica anche. Non credo che fosse nulla di serio, altrimenti mio cognato gli avrebbe fatto veramente male”.

Alla domanda di riconoscimento di una donna, Cristiano precisa: “è la moglie di MONFREGOLO Giuseppe, Tonia. Fino a quando ci sono stato io non aveva ruoli nel clan, si può essere occupata della latitanza del marito e dei contatti con l’esterno, ma per quanto ne so io non ha fatto altro, Mi hanno detto che aveva cercato di far passare un bigliettino per il marito nascosto in un Kinder Bueno ad un colloquio, ma non so se è vero.

MONFREGOLA Raffaele era un ladro ed era un vero e proprio professionista dei funi sia in abitazioni che in fabbriche. Ha praticamente fatto tutti i furti a quello delle borse, e tutte le fabbriche impegnate nella lavorazione. Commise, quando ero detenuto, anche il furto a casa di un vigile urbano, sottraendo armi e oro. Nel periodo in cui ero libero ha commesso un furto da 900mila euro a Frattaminore del quale riferirò. I soldi ovviamente finivano anche, in parte, nella cassa del clan”.

Carmine Longhi

fonte:https://www.cronachedellacampania.it/2022/09/camorra-ad-arzano-2/

Tangenti, regali e assunzioni fittizie: ecco il “sistema Boda” al Miur

Tangenti, regali e assunzioni fittizie: ecco il “sistema Boda” al Miur

Si arricchisce di nuovi particolari l’inchiesta che riguarda l’ex capo Dipartimento delle risorse umane del ministero dell’Istruzione

Pubblicato il: 10/09/2022 – 13:03

Tangenti, regali, abiti, viaggi, assunzioni pilotate. L’inchiesta che ha coinvolto l’ex capo Dipartimento delle risorse umane del mir, il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Giovanna Boda, si arricchisce di nuovi particolari. A svelarli è il corriere della sera, he in un servizio tratteggia, in base alle carte dell’indagine, il sistema di relazioni con imprenditori e politici. Quei regali all’ex ministro Bussetti (che è estraneo alle indagini). Un «complesso sistema di regalie e favori incrociati!, scrive il corriere della sera citando l’esito degli accertamenti del Nucleo di polizia valutaria della Finanza, depositati dalla Procura a conclusione delle indagini sul giro di presunte tangenti che coinvolge 15 soggetti nella fase di richiesta di processo. Dai documenti sequestrati dai finanzieri risulta come il compagno di Valentina Franco, segretaria di Boda, metta a disposizione le sue società per fatturare fittiziamente i soldi elargiti dall’imprenditore. Quegli stessi soldi Boda, che per sua ammissione ne conosce la provenienza, li usa poi per fare regali al ministro: «Sono appena passata a ritirare il tuo vestito, è pronto! Sarai bellissimo. Appena ci incrociamo te lo porto», scrive Boda a Bussetti via Whatsapp. E ancora: «Sto scegliendo una nuova stoffa per te, ci aggiorniamo». Presso un’agenzia di viaggi ci sono invece i riscontri per un soggiorno prenotato a nome del ministro nel weekend di Pasqua 2019 (quattro giorni in un 4 stelle in provincia di Viterbo) anche se non è chiaro se poi Bussetti ne abbia usufruito. Nel suo ultimo interrogatorio — che non è stato sufficiente ad attenuare le accuse — Boda ha sostenuto di essere in balìa di una compulsività a spendere a causa di una cura ormonale che le causava stati di depressione: «Avevo perso il senso della realtà». Estetica, divertimento, vacanze, servizi alla persona, non c’è settore nel quale non abbia riversato i soldi di Bianchi di Castelbianco, al quale sostanzialmente, oltre agli affidamenti diretti, lasciava campo libero nella stesura di bandi: «No, io guarda non ci sto capendo più niente per me fate quello che volete — dice l’ex capo dipartimento parlando in una intercettazione con l’editore della agenzia Dire e un altro indagato che come lui aveva accesso alle riunioni in ministero —. Basta che vi mettete d’accordo voi con i soldi». Come ammesso dalla funzionaria, l’imprenditore prese a farle regali nel 2016 quando lei gli confidò di non voler più dipendere dai soldi della famiglia. Parte dei soldi li avrebbe rimandati indietro. In un’altra intercettazione dell’aprile 2021 Boda confida a Bianchi di Castelbianco di volersi prendere un anno di pausa: «Se io domani non andassi a lavoro, dimmi con cosa vivrei?» E lui pronto: «Guardami dimmi solo l’importo. lo ti faccio arrivare i soldi all’estero, ti faccio arriva’ tutto. Non ti preoccupare». Figlia della ex sindaco di Casale Monferrato, moglie del procuratore di Chieti Francesco Testa, nominata commendatore da Giorgio Napolitano, confermata al Miur grazie alla sua brillantezza e intraprendenza con piena fiducia da tutti i ministri che si sono succeduti da Luigi Berlinguer in poi, dopo essere entrata senza sponsor Boda – scrive ancora il Corriere della Sera – era secondo alcuni ormai pronta a scalare a 48 anni l’ultimo gradino del dicastero, pur restando invisa a molti colleghi. Da quella posizione, e ancora tramite la sua segretaria, distribuiva nelle società di Bianchi di Castelbianco assunzioni in quota a politici, ministri e associazioni con cui collaborava. Venti quelle verificate dalla Finanza (i beneficiari non sono indagati).

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/09/10/tangenti-regali-e-assunzioni-fittizie-ecco-il-sistema-boda-al-miur/

Sud Pontino / Consorzio Nestore, La Prefettura Di Caserta Ordina La Rescissione Degli Appalti

Sud Pontino / Consorzio Nestore, La Prefettura Di Caserta Ordina La Rescissione Degli Appalti

9 Settembre 2022

Saverio Forte

SUD PONTINO – Dovrebbero essere contenuti i disagi sul territorio del sud-pontino dopo la decisione presa giovedì dalla Prefettura di Caserta al termine di una specifica conferenza di servizio: i comuni, i distretti socio sanitari e le Asl che hanno affidato sinora alcuni servizi alla persona al Consorzio Nestore sono obbligati, in base alla normativa anti mafia, a provvedere alla rescissione degli appalti espletati e alla nomina dei rispettivi commissari straordinari. Alla riunione c’era anche il sindaco di Gaeta Cristian Leccese che, in rappresentanza del comune capofila del distretto socio sanitario Latina 5, ha preso atto della decisione della Prefettura di Caserta attesa da giorni.

E’ stato accolto praticamente il contenuto della sentenza del Consiglio di Stato che aveva confermato, dopo il pronunciamento del Tar Campania, l’efficacia dell’interdittiva antimafia emessa dalla stessa Prefettura di Terra di Lavoro nei confronti del Consorzio Nestore. L’appalto economicamente più oneroso – quello riguardante i servizi domiciliari che occupa oltre 50 addetti sul territorio del sud pontino – andrà regolarmente in scadenza il 17 novembre mentre quello sulla gestione dei centri diurni nelle prossime ore sarà – secondo quanto prevede l’articolo 94 del decreto legislativo 159/2011, il codice antimafia – di fatto revocato al Consorzio di Falciano del Massico. Il distretto socio sanitario affiderà il servizio al secondo classificato dell’appalto che, espletato lo scorso anno, scadrà nel 2024. Alla conferenza di servizio indetta dalla Prefettura di Caserta avrebbe dovuto partecipare anche il comune di Formia ma ha dato forfait, ma c’era da aspettarselo dopo la scadenza nei mesi scorsi dell’appalto concesso a Nestore per la gestione del servizio del trasporto scolastico.

Alla luce delle decisioni della Prefettura di Caserta il distretto socio sanitario dovrà sciogliere non pochi nodi sulla futura gestione di importanti servizi socio- assistenziali erogati sul territorio. In quest’ottica il sindaco Leccese ha fissato un briefing per la giornata di venerdì con la dirigente e diversi funzionari del settore Politiche sociali Annamaria De Filippis per accelerare il passaggio delle consegne dell’appalto sul funzionamento dei centri diurni e per espletare il nuovo e maxi appalto sull’assistenza domiciliare. Sono numerosi i nodi da sciogliere anche alla vigilia, lunedì prossimo, dell’inizio del nuovo scolastico.

Il più gravoso riguarda il futuro occupazionale delle maestranze alle dipendenze del Consorzio Nestore, operatori residenti per lo più nei centri del sud pontino per i quali si sono pronunciati due ex sindaci di Gaeta e Formia, Silvio D’Amante e Paola Villa. Ora si deve voltare e l’aveva sentenziato nei giorni scorsi il Consorzio di Stato. Aveva accolto le istanze presentate in giudizio dal Ministro degli interni, della Prefettura e dell’Asl di Caserta definendo il ricorso del Consorzio Nestore “non suscettibile di favorevole considerazione in quanto il quadro indiziario a carico dello stesso Consorzio “presenta plurimi elementi di contiguità con ambienti e soggetti controindicati ed alimenta fondati sospetti di esposizione di esposizione al rischio infiltrativo”.

Il pronunciamento nel merito del Consiglio di Stato era arrivato anche dopo l’ordinanza emessa alla vigilia di Ferragosto da parte della sezione Misure di Prevenzione e sorveglianza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Aveva precluso la possibilità allo stesso Consorzio di conservare gli appalti promossi nel corso di questi anni dal distretto socio sanitario del sud pontino. La realtà societaria di Falciano del Massico aveva chiesto di usufruire, ai sensi del decreto legislativo 159 del 2011, del “controllo giudiziario”, di operare, cioè, sotto tutela con la facoltà di riferire periodicamente sulla sua attività societaria con il distretto socio sanitario del Golfo alla Polizia Tributaria e alla Questura di Caserta. Ma questa possibilità è stata respinta dal Consiglio di Stato in questi termini: “Questa proposta è postuma all’interdittiva antimafia, è stata prediposta con modalità tali da non determinare una chiara e netta discontinuità rispetto al precedente assetto gestionale”.

Fonte:https://www.temporeale.info/124983/argomenti/cronaca/sud-pontino-consorzio-nestore-la-prefettura-di-caserta-ordina-la-rescissione-degli-appalti.html

Esplosione mortale a Crotone, cosa c’era nei due container? La domanda che impegna i Servizi segreti

Esplosione mortale a Crotone, cosa c’era nei due container? La domanda che impegna i Servizi segreti

A lanciare la notizia il quotidiano “Il Crotonese”: «Secondo quanto si evincerebbe dalla documentazione di bordo, aveva caricato al porto di Bar, nel Montenegro. La tratta è attenzionata per il traffico di armi, per quello della droga e anche per il contrabbando di sigarette»

di Redazione 9 settembre 2022 14:33

I due container vuoti che si trovavano a bordo della motonave Asso ormeggiata al porto di Crotone, sulla quale il 31 agosto scorso è avvenuta una esplosione che ha causato la morte di tre marinai, sarebbero all’attenzione di ambienti investigativi dei servizi italiani. È quanto scrive il bisettimanale il Crotonese in un articolo nel quale si racconta dei sospetti sorti dalla presenza di quei container vuoti che la nave trasportava.

L’imbarcazione esplosa al porto di Crotone, scrive il giornale «secondo quanto si evincerebbe dalla documentazione di bordo, aveva caricato i container al porto di Bar, nel Montenegro, per trasportare materiale farmaceutico. Una tratta attenzionata da tempo dalle polizie di tutto il mondo sia per il traffico di armi che per quello della droga che per il contrabbando di sigarette». Proprio per questo la presenza di due container vuoti ha destato attenzione.

«Pare che l’intento dei servizi – riporta il giornale – sia quello di capire se fossero pieni al momento della partenza e dove, eventualmente, sia finito il carico. Le stesse caratteristiche della nave – registrata al compartimento marittimo delle sperdute Isole Palau, il cui armatore è uno sconosciuto tunisino – desterebbero più di un sospetto». Il Crotonese cita anche un report del 2019 della “Global Initiative Against Transnational Organized Crime” sul crimine organizzato nei sei paesi dei Balcani e che individua nel porto di Bar uno degli hotspot da cui partono i carichi di cocaina.

Fonte:https://www.youtube.com/watch?v=XiTIOeZnmCQ&ab_channel=LIBERATO

Minacce via social a Gratteri: «Campa poco come tutti gli uccellini». La solidarietà di Occhiuto

Minacce via social a Gratteri: «Campa poco come tutti gli uccellini». La solidarietà di Occhiuto

L’attacco su Tik Tok dove alcuni utenti hanno commentato la maxi operazione anti ‘ndrangheta a Cosenza. Il governatore: «Allusioni intimidatorie che non scalfiranno la determinazione del magistrato»

di Redazione 9 settembre 2022

Non è la prima volta e probabilmente non sarà l’ultima. Ma è sempre inquietante prendere atto delle minacce che Nicola Gratteri riceve sulle piattaforme social. Questa volta su Tik Tok, dove alcuni utenti hanno commentato con toni decisamente sopra le righe la recente maxi operazione anti ‘ndrangheta a Cosenza, fino al messaggio più inquietante, quello di una donna che ha scritto: «Campa poco Gratteri come tutti gli uccellini».

Parole che hanno spinto il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, ad esprimere vicinanza al magistrato. E l’ha fatto sempre via social, su Twitter: «Solidarietà a Nicola Gratteri per il messaggio minaccioso comparso su TikTok nel corso di una diretta social – ha scritto il governatore -. Quei toni carichi di allusioni intimidatorie non scalfiranno la determinazione del magistrato, piuttosto squalificano e connotano nel senso più deteriore chi le ha scritte».
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fonte:https://www.lacnews24.it/cronaca/minacce-via-social-a-gratteri-campa-poco-come-tutti-gli-uccellini-la-solidarieta-di-occhiuto-_159458/

Paolo Borrometi citato in giudizio. Repici: ”Sottoporrò i fatti al Csm”

Paolo Borrometi citato in giudizio. Repici: ”Sottoporrò i fatti al Csm”

AMDuemila
09 Settembre 2022

Il legale: “Il giornalista vittima di un eclatante caso di character assassination”

La Procura di Ragusa ha disposto la citazione diretta a giudizio per il giornalista Paolo Borrometi. L’ipotesi di reato è di diffamazione nei confronti di componenti della commissione Antimafia della Regione Siciliana e dell’allora suo presidente Claudio Fava. La prima udienza del processo è stata fissata per l’8 giugno del 2023. In comunicato stampa sul decreto di citazione a giudizio, il legale del giornalista Fabio Repici ha spiegato, in un comunicato stampa che riportiamo integrale, che “il decreto di citazione a giudizio del giornalista Paolo Borrometi sottoscritto dal Procuratore della Repubblica di Ragusa Fabio D’Anna e dalla Sostituta Procuratrice Monica Monego è stato notificato stamattina alle 10:34 e già alle 11:17 è stato seguìto da un comunicato dell’on. Fava che suona note di giubilo. Per questo appare necessario fissare con nettezza alcuni elementi obiettivi.
Secondo l’ipotesi di reato contestata a Borrometi egli avrebbe diffamato componenti della Commissione antimafia dell’Ars con la nota in cui il 20 aprile 2020 contestò le affermazioni di una relazione della stessa Commissione e segnalò che egli il 15 marzo 2015 aveva effettivamente pubblicato sulla testata online da lui diretta un comunicato che secondo la Commissione, viceversa, non era mai apparso.
Dopo le querele proposte – si legge – congiuntamente dall’on. Fava e da altri componenti della Commissione antimafia regionale, nel corso delle indagini preliminari avevamo dimostrato documentalmente alla Procura di Ragusa che:
1. In periodo di poco precedente all’audizione di Paolo Borrometi davanti alla Commissione al tempo presieduta dall’on. Fava la testata online diretta da Paolo Borrometi era stata fatta bersaglio di una gravissima operazione di hackeraggio. Questa non è la tesi dei difensori di Paolo Borrometi ma la conclusione raggiunta dalla Procura della Repubblica di Roma;
2. La pubblicazione contestata a Borrometi dalla Commissione antimafia regionale come mai pubblicata era, invece, stata effettivamente pubblicata il 15 marzo 2015 e quell’articolo dopo l’intrusione degli hacker era stato rimosso dagli articoli visibili e relegato nel cestino del sito (“trash”), dove è stato recuperato dall’unico consulente tecnico che da aprile 2020 ha ufficialmente potuto accedere e ispezionare dall’interno il sistema informatico utilizzato da Borrometi;
3. È stata raccolta la deposizione di un testimone che aveva effettivamente letto nel 2015 sul sito di Borrometi l’articolo che nel 2020 secondo la Commissione antimafia regionale non era mai stato pubblicato;
4. Dal 15 marzo 2015 al mese di febbraio 2020, allorché Paolo Borrometi fu audito dalla Commissione antimafia regionale, mai nessuno si era accorto né si era mai lamentato di quella presunta mancata pubblicazione di cui sarebbe stato “responsabile” Borrometi e la cui scomparsa è invece da ascrivere all’azione di hackeraggio di cui Borrometi è stato vittima. Ciò perché, appunto, quella pubblicazione era comparsa il 15 marzo 2015.

Davanti a questi elementi oggettivi chiunque comprende che non esistevano i presupposti per la celebrazione di un dibattimento a carico di Paolo Borrometi per quella scombiccherata ipotesi di reato. Tuttavia, il dr. D’Anna e la dr.ssa Monego hanno emesso il decreto di citazione diretta a giudizio a carico del giornalista Borrometi per l’udienza dell’8 giugno 2023. Al Consiglio superiore della magistratura sottoporrò i fatti sopra descritti perché si valuti se l’emissione del decreto di citazione a giudizio, davanti alle risultanze del fascicolo, possa rientrare nel campo delle valutazioni discrezionali che un pubblico ministero compie al termine delle indagini preliminari o se invece ci siano elementi per ritenere inadeguata l’azione del dr. D’Anna come capo di un ufficio requirente e della dr.ssa Monego come pubblico ministero.
L’avvocato Alessandro Vitale e io, quali difensori di Paolo Borrometi, affronteremo serenamente il processo, laddove il Tribunale di Ragusa prenderà atto non dell’assenza di prove a carico di Borrometi ma della sussistenza di prove che dimostrano l’assoluta falsità dei fatti contestati al giornalista. Magari sarà l’occasione per identificare i responsabili della criminosa attività di hackeraggio compiuta ai danni di Paolo Borrometi. Insomma, magari dopo questo processo inutile e ingiusto, seppure attraverso vie contorte, si celebrerà un processo nei confronti di qualcuno che si è reso responsabile di una ignominiosa campagna di discredito di un giornalista integerrimo, vittima di un eclatante caso di character assassination che dura da qualche anno con una virulenza davvero senza pari. Perché è vero, come afferma in piena campagna elettorale l’on. Fava, che la Commissione antimafia regionale da lui presieduta, tramutata in una Commissione anti-anti-mafia, ha avuto un deficit di onorabilità, ma quella perdita di credibilità deriva dalle scelte fatte dalla maggioranza dei suoi componenti sotto la guida dell’on. Fava e con la condivisione esplicita dell’on. Micciché quale presidente dell’Ars. Del resto – ha concluso Repici – leggere negli atti del fascicolo che l’on. Fava ha proposto querela contro Paolo Borrometi anche su delega dell’on. Micciché e dell’Ufficio di Presidenza dell’Ars dà a tutta la vicenda pure un curioso tono di surrealismo”.
Claudio Fava, già presidente della Commissione, da parte sua ha invece detto che “il rinvio a giudizio di Paolo Borrometi per diffamazione nei confronti della Commissione antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana è un primo, dovuto passo per restituire onorabilità alla nostra Commissione, al lavoro svolto e allo scrupolo con cui abbiamo sempre operato“.

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/91444-paolo-borrometi-citato-in-giudizio-repici-sottoporro-i-fatti-al-csm.html

“Su mafia e corruzione incomprensibile silenzio in campagna elettorale”: l’appello di Avviso pubblico. Bindi: “Chi vince non tocchi la legge sulla confisca dei beni”

Il Fatto Quotidiano

“Su mafia e corruzione incomprensibile silenzio in campagna elettorale”: l’appello di Avviso pubblico. Bindi: “Chi vince non tocchi la legge sulla confisca dei beni”

La rete degli enti locali contro le mafie presenta l’iniziativa #Nosilenziosullemafie. L’ex presidente della Commissione parlamentare: “Attenti alla riforma dell’ergastolo ostativo, va imposto un monitoraggio annuale”. Enzo Ciconte: “C’è chi cerca la convivenza con i clan che non sparano più”

di Mario Portanova | 8 SETTEMBRE 2022

“Un grande, incomprensibile silenzio”. È quello che è calato, secondo Rosy Bindi, sulla campagna elettorale in fatto di lotta alla mafia e alla corruzione. L’ex presidente del Partito democratico, ed ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, da parecchi mesi in ritiro volontario dal dibattito politico, è intervenuta alla presentazione dell’appello #Nosilenziosullemafie lanciato da Avviso Pubblico, la rete contro le mafie e la corruzione che raccoglie oltre 500 enti locali e 11 Regioni. L’obiettivo è “sollecitare i candidati e le candidate alle prossime elezioni a parlare di mafie e corruzione nel corso della campagna elettorale”, ma non solo. I firmatari, se eletti, dovranno impegnarsi a portare avanti cinque politiche e cinque proposte di impegno che l’associazione ha elaborato.

Certo che le priorità di questa campagna elettorale sono giustamente altre, a cominciare dalla crisi del gas. Ma, ragiona Avviso pubblico, è sufficiente questo per fare scomparire completamente dall’agenda i temi della legalità? E poi, siamo sicuri che il contrasto ai clan e alle cricche delle mazzette – spesso in combutta fra loro con la benedizione della politica – non abbiano nulla a che fare con la gestione della crisi economica? Non a caso l’associazione propone, fra gli impegni dei candidati che sottoscriveranno l’appello, di “garantire la massima vigilanza sulla gestione e l’impiego dei fondi del Pnrr, affinché queste risorse siano adeguatamente impiegate per garantire lavoro, istruzione, sanità, sviluppo sociale ed economico, equo e sostenibile, a tutte le cittadine e cittadini italiani”.

Tant’è che – ha osservato Bindi – quasi tutti i programmi elettorali citano questi punti (più la mafia che la corruzione, a dire il vero), ma lì restano, avvolti dal silenzio. “Lo Stato ha vinto contro la mafia delle stragi, ma combattere la mafia di oggi è più difficile, perché è più insidiosa e ha più complici che vittime”. L’ex presidente della Commissione parlamentare ha voluto lanciare anche lei un messaggio al “legislatore del futuro”: “Che non si sogni neanche lontanamente di toccare la legge Rognoni-La Torre sulle misure patrimoniali contro i mafiosi, che dopo quarant’anni funziona ancora benissimo”. E quando metterà mano alla riforma dell’ergastolo ostativo in base alla decisione della Corte costituzionale – un altro punto d’impegno previsto dall’appello – si impegni almeno a imporre una relazione annuale sull’applicazione della nuova norma, “perché sono molto perplessa sul fatto che si possano individuare elementi oggettivi che sanciscano la fine dell’appartenenza di un mafioso alla mafia, se non c’è la collaborazione con lo Stato”.

“La mafia non è scomparsa dalla vita di tutti i giorni, è scomparsa dai mass media”, ha puntualizzato Enzo Ciconte, fra i massimi studiosi in materia. Ciconte vede il rischio “di una nuova convivenza” tra mafia e politica, che richiama la famosa dichiarazione del ministro berlusconiano Pietro Lunardi, nel 2001, nonché il “quieto vivere” fra Stato e Cosa nostra di andreottiana memoria. “Questo pericolo c’è perché la mafia non spara più. E allora qualcuno può pensare: ‘Chi se ne importa se qualche fondo, qualche appalto, va a finire alle cosche…?’. Non parlare di mafia è un errore tragico e un errore strategico”.

Il silenzio, peraltro, contrasta con i periodici allarmi istituzionali e con i numeri. “Commissione parlamentare antimafiaministero dell’InternoDirezione nazionale antimafiaBanca d’Italia raccontano come la pressione mafiosa nell’economia e sui territori si sia particolarmente acuita ormai in tutto il Paese, negando diritti e libertà fondamentali a migliaia di cittadini e operatori economici”, nota Avviso pubblico. L’Unità di Informazione Finanziaria conta 74.233 segnalazioni di operazioni sospette a rischio riciclaggio nel primo semestre 2022, il 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2021, già anno record. Dall’agosto 2020 a fine luglio 2022 le Prefetture hanno emesso quasi 4.000 interdittive ad aziende sospettate di collusioni mafiose, una media di cinque al giorno, informa il ministero dell’Interno. Intanto, dal 1991 a oggi sono stati sciolti per condizionamento mafioso 278 Comuni italiani. Sono questi i numeri della mafia che non spara, non fa notizia, non fa presa nei talk show elettorali.

L’appello #Nosilenziosullemafie è stato illustrato da Pierpaolo Romani e Roberto Montà, rispettivamente coordinatore e presidente di Avviso Pubblico. Per inciso Montà, sindaco uscente di Grugliasco e molto stimato nel torinese, ha visto sfumare all’ultimo momento la sua candidatura “dal basso” per il Pd, che alla fine gli ha preferito il parlamentare uscente Davide Gariglio. Le cinque proposte politiche, spiegate in modo approfondito sul sito dell’associazione, chiedono di “favorire l’uso sociale dei beni confiscati e garantire il funzionamento delle aziende sottratte definitivamente alla criminalità organizzata; semplificare la normativa in materia di appalti senza perseguire logiche di deregolamentazione; sostenere giornalisti/e, amministratrici e amministratori locali minacciati e intimiditi; stanziare adeguate risorse in favore delle forze di polizia e della magistratura per rafforzare il numero delle persone che vi operano; garantire la massima vigilanza sulla gestione e l’impiego dei fondi del Pnrr”.

Le cinque proposte di impegno contemplano invece la riforma della legge sullo scioglimento degli enti locali per infiltrazioni mafiose, l’introduzione di una legge-quadro sul gioco d’azzardo, la riforma della legge sui testimoni di giustizia, l’approvazione di una legge organica sulle lobby e, appunto, “la riforma dell’ergastolo ostativo, da approvare entro l’8 novembre 2022, secondo l’ordinanza emessa nel 2021 dalla Corte Costituzionale”.

Atti intimidatori a giornalisti, in Calabria gli episodi più inquietanti

Atti intimidatori a giornalisti, in Calabria gli episodi più inquietanti

La regione tra i territori più interessati dalle azioni intimidatorie. I dati nel rapporto della Direzione centrale della polizia criminale

Pubblicato il: 08/09/2022 – 11:56

CATANZARO Nei primi sei mesi di quest’anno gli atti intimidatori nei confronti di giornalisti sono diminuiti del 43% rispetto allo stesso periodo del 2021. Gli episodi – secondo il report pubblicato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale – sono stati in tutto 64, dei quali 8 riconducibili a contesti di criminalità organizzata (12%) e 37 (il 58%) a contesti politico/sociali (58%).
Nel primo semestre dell’anno passato le forze dell’ordine avevano censito 113 atti intimidatori, il 14% in più rispetto al corrispondente periodo del 2020, quando i casi registrati erano stati 99.
Parte delle intimidazioni continua a viaggiare su web e social network: 18 gli episodi (pari al 28% del totale degli eventi), di cui 8 su Facebook e 5 su Instagram. Il 20% dei 64 casi censiti nel primo semestre 2022 sono stati commessi ai danni di sedi di redazioni, mentre l’80% degli atti intimidatori totali ha visto coinvolti 57 professionisti dell’informazione, di cui 16 donne (28%) e 41 uomini (72%).
Lazio, Lombardia, Campania, Calabria e Puglia sono le regioni più interessate dal fenomeno con 42 episodi complessivi, pari al 65,6% del totale. Tra le aree metropolitane, il maggior numero di episodi è stato censito a Roma (11 eventi intimidatori), a Napoli (7 eventi), Milano (6 episodi) e Bari (4 episodi).

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/09/08/atti-intimidatori-a-giornalisti-in-calabria-gli-episodi-piu-inquietanti/

‘Ndrangheta, Op. ”Nuova linea”: 22 misure cautelari tra cui il sindaco di Scilla

‘Ndrangheta, Op. ”Nuova linea”: 22 misure cautelari tra cui il sindaco di Scilla

AMDuemila 08 Settembre 2022

I clan gestivano armi, estorsioni e concessioni per i lidi

Sono in tutto 22 i destinatari di misure cautelari eseguite stamani dai Carabinieri nell’ambito dell’operazione antimafia “Nuova linea”. Le ordinanze sono state emesse dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dei sostituti della Dda Walter IgnazittoNicola De Caria e Diego Capece Minutolo, il giudice per le indagini preliminari Sabato Abagnale: 18 indagati sono finiti in carcere. Per altri quattro, invece, sono stati disposti gli arresti domiciliari.
Fra gli indagati ci sono alcuni personaggi legati alla pubblica amministrazione: il consigliere comunale Girolamo “Gigi” Paladino, accusato di concorso esterno; il sindaco di Scilla, Pasqualino Ciccone, di 65 anni, indagato per scambio elettorale politico-mafioso (i Carabinieri hanno inoltre perquisito il suo ufficio al Comune e la sua abitazione); il consigliere comunale indagato è Giovanni Paladino, di 55 anni, mentre il tecnico si chiama Bruno Doldo. Quest’ultimo è attualmente in forza all’ufficio tecnico della Città metropolitana di Reggio Calabria.
Il provvedimento, secondo quanto reso noto, costituisce l’esito di una complessa ed articolata attività investigativa, avviata dal 2021 dai carabinieri del Reparto Operativo del comando provinciale di Reggio Calabria, ed avrebbe permesso di ricostruire la persistente operatività della ‘Ndrangheta sui territori di Scilla, Villa San Giovanni e Bagnara Calabra.

La cosca “Nasone-Gaietti”
Per quanto concerne il territorio di Scilla, l’indagine ha fotografato l’attuale operatività della cosca “Nasone-Gaietti”, la cui esistenza – sostengono gli inquirenti – costituisce “un dato ormai assodato”, in seguito ai processi “Cyrano”, “Alba di Scilla” e da “Lampetra”. Dall’indagine odierna sarebbe emersa la figura centrale di un indagato, il quale, rimesso in libertà nel novembre 2018 e sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, avrebbe assunto il ruolo direttivo in seno al sodalizio di ‘Ndrangheta “Nasone-Gaietti”, attivo sul territorio di Scilla, ricevendo la “consacrazione” della potente cosca Alvaro di Sinopoli, costituendo una “nuova linea” di ‘Ndrangheta e un nuovo assetto criminale nel territorio scillese. In tale contesto, a partire dagli inizi del 2021 si sono registrate, in seno al sodalizio scillese, una serie di contrasti tra gli affiliati legati alla “nuova linea” di ‘Ndrangheta ed altri sodali, indicati come “quelli della piazza”, facenti capo a esponenti storici della cosca Nasone: i contrasti avrebbero riguardato per lo più la gestione operativa delle attività estorsive ai danni di imprenditori ed operatori economici. L’organizzazione criminale scillese ha, infatti, posto in essere una pluralità di condotte estorsive nei confronti di imprenditori coinvolti nell’esecuzione di lavori pubblici, nonché nei confronti di esercizi commerciali, mediante l’imposizione della fornitura di prodotti commercializzati da imprese occultamente governate da alcuni appartenenti al medesimo sodalizio. Due degli indagati, avvalendosi della forza intimidatoria della storica ‘ndrina Nasone-Gaietti, con minacce esplicite, avrebbero costretto un ristoratore di Scilla ad acquistare le forniture di pesce da una delle imprese sequestrate.

Armi, estorsioni, ingerenze politiche e concessione dei lidi
I reati contestati dalla Dda vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso alle estorsioni, passando per il concorso esterno con la ‘Ndrangheta, la turbativa d’asta, il tentato omicidio, la rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, il trasferimento fraudolento di valori e il traffico di armi.
Sarebbe stato, inoltre, documentato come il sodalizio scillese avesse una notevole disponibilità di armi ed operasse in costante contatto con le altre articolazioni di ‘Ndrangheta di Villa San Giovanni e di Bagnara Calabra con particolare riferimento alle attività estorsive. Dalle indagini sarebbero emersi numerosi fatti estorsivi perpetrati in danno di imprenditori impegnati nell’esecuzione di alcuni lavori edili pubblici e privati. Ai ristoratori scillesi, in particolare, era imposta la fornitura di prodotto ittici ed altri prodotti alimentari da parte di esponenti della ‘Ndrangheta. Sarebbe inoltre emersa l’ingerenza della ‘Ndrangheta nella vita politica del Comune di Scilla, grazie alla complicità di un consigliere comunale e di un tecnico dello stesso Comune. Esponenti del “locale” di ‘Ndrangheta di Scilla avrebbero anche messo in atto una manovra di trasferimento fraudolento di valori, finalizzata a schermare i capitali aziendali da ulteriori provvedimenti di prevenzione patrimoniale, agevolata dai contatti con l’Amministrazione comunale, che ha facilitato le concessioni demaniali relative alla gestione dei lidi balneari nei confronti di prestanome. L’attività investigativa, sebbene incentrata sull’operatività della ‘Ndrangheta sul territorio di Scilla, avrebbe consentito di ricostruire l’esistenza dell’articolazione criminale anche sul territorio di Bagnara Calabra che, oltre ad essersi resa protagonista di condotte estorsive, ha reso palese ai consociati il controllo totale del territorio, organizzando azioni delittuose e accordando “protezioni” ai commercianti di Bagnara Calabra. I decreti di sequestro preventivo riguardano sei società attive nel settore turistico – balneare, nel commercio di prodotti ittici, bevande ed altri prodotti alimentari.

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Morte di Attilio Manca. Comm. Antimafia approva relazione: è stato un omicidio

Morte di Attilio Manca. Comm. Antimafia approva relazione: è stato un omicidio

Luca Grossi 08 Settembre 2022

Le menzogne sul ‘suicidio’ si sgretolano

La morte di Attilio Manca, il giovane medico siciliano trovato morto nella sua casa a Viterbo nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004, è stato un omicidio, legato alla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto (Barcellona Pozzo di Sangue) e alla latitanza di Bernardo Provenzano. Finalmente, dopo molti (troppi anni), l’impresentabile teoria del ‘suicidio’ di Attilio, comincia a lasciare il posto alla verità. Verità raccontata nella relazione da poco approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare antimafia.
Dalle parole della madre del giovane medico traspare speranza: “Amici oggi voglio condividere con voi una grande, splendida notizia. La Commissione parlamentare antimafia ha approvato all’unanimità la relazione sull’omicidio di Attilio. Volevo aspettare la pubblicazione della relazione prima di dare la notizia, ma siccome già molti ne sono a conoscenza, ho ritenuto opportuno scrivere qualcosa.
Nei prossimi giorni ne sapremo di più. Intanto un grazie di cuore a tutti i componenti della Commissione ed in particolare a Piera Aiello, Stefania Ascari, Federica Fabb e Giulia Sarti“. Il post su Facebook di Angela Manca è uno dei tre comunicati che hanno accompagnato la notizia.
“Dopo tanti anni, il lungo lavoro portato avanti assieme ai miei colleghi ha dato i suoi frutti: ieri in Commissione Antimafia è finalmente passata la relazione a mia prima firma sulla morte di Attilio Manca, il giovane medico trovato senza vita nella sua casa di Viterbo nel 2004 in circostanze mai del tutto chiarite. Una storia di cui vi ho parlato più volte, oscurata dall’ombra della mafia e del boss Bernardo Provenzano, che proprio da Attilio – giovane e brillante urologo – si sarebbe fatto operare in Francia e che per assicurarsi il suo silenzio lo avrebbe fatto uccidere”. Queste le parole di Piera Aiello deputata del gruppo Misto, testimone di giustizia e candidata alla Camera per Unione Popolare. “Il caso fu seguito per la prima volta dalla Commissione Antimafia guidata da Rosy Bindi, che approvò una relazione vergognosa, calpestando la dignità della famiglia della vittima. Ancora oggi mi chiedo come sia potuto accadere. Spero che questo sia un ulteriore passo verso la verità e serva a riaprire una vicenda archiviata troppo in fretta da autorità irresponsabili”, ha concluso.
E ancora, la deputata Stefania Ascari: “Questo è il risultato di un grande lavoro di squadra, assieme alla collega Piera Aiello. Un risultato imponente poiché la relazione è stata votata all’unanimità.
Spero che questo straordinario lavoro sia un aiuto concreto per la famiglia di Attilio Manca e un imput per la magistratura che, a breve, si troverà ad affrontare nuovamente il caso. Era nostro dovere prestare un servizio allo Stato nella ricerca della verità e giustizia per Attilio Manca“.
Come aveva riportato dal legale della famiglia Manca, Fabio Repici ora che la commissione ha espresso il suo parere verrà proposta una nuova denuncia alla Procura di Roma per riaprire le indagini sulla morte del giovane urologo siciliano.
Il legale aveva voluto ricordare che in questo momento ci sono degli elementi sufficienti per proporre una nuova denuncia che induca, ma secondo me gli elementi più che indurre costringono, la procura di Roma a riaprire o meglio a chiedere l’autorizzazione alla riapertura delle indagini” sulla morte di Attilio Manca.
Non ci sono alibi per nessuno – aveva detto Repici – Ci sono coloro che hanno deciso di spendersi per la ricerca della verità e ci sono i traditori di questo sentimento. Noi siamo in grado di dire chi adempirà con apprezzabile impegno a quella volontà e chi quella volontà la tradirà”.
Mi auguro – ha continuato il legale della famiglia Manca – che il vertice della procura possa dare un qualche auspicabile aumento di attenzione sulla vicenda sull’omicidio di Attilio Manca per una ragione precisa: a occuparsi dell’omicidio di Attilio Manca a Roma sono stati gli stessi magistrati che si occuparono, all’epoca della morte di Attilio Manca, cioè a febbraio 2004, delle indagini sulla latitanza di Bernardo Provenzano e sul gruppo mafioso che si occupava di accudire quella latitanza. Ecco c’è un buco nero che mi auguro che a breve la procura di Roma voglia colmare: cioè che non si sono mai voluti incrociare i dati relativi alle indagini della DDA di Palermo sulla latitanza di Provenzano proprio all’epoca dell’omicidio di Attilio Manca e le risultanze che ci sono nel fascicolo sull’omicidio”.
In conclusione, per usare le parole del fratello di Attilio, Gianluca Manca: “La verità qualunque essa sia prima o poi viene fuori”.

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/91430-morte-di-attilio-manca-comm-antimafia-approva-relazione-e-stato-un-omicidio.html

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