La memoria di Rocco Chinnici a 38 anni dalla strage

La memoria di Rocco Chinnici a 38 anni dalla strage

Aaron Pettinari e Marta Capaccioni 29 Luglio 2021

Oggi in via Pipitone Federico onorato il magistrato, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere Stefano Li Sacchi

Quello là saluta e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia e poi è sceso, disgraziato, il Procuratore Generale di Palermo”. Così il capo dei capi Totò Riina, intercettato in carcere nel 2013 mentre parlava con il capomafia Alberto Lorusso, raccontava la strage in cui fu ucciso il capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo Rocco Chinnici, saltato in aria per l’esplosione di un’autobomba il 29 luglio del 1983. Con lui morirono anche due carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile di via Pipitone Federico, a Palermo, in cui il giudice abitava.
Il capomafia corleonese descriveva l’esplosione, alla quale assistette da lontano un commando di killer di Cosa nostra, che sbalzò in aria il magistrato facendolo poi ricadere a terra.
Parole che vale la pena ricordare per comprendere il perverso pensiero mafioso.
Per un paio d’anni mi sono divertito – aggiungeva Riina per poi rivolgersi, apparentemente, ai magistrati di oggi – Minchia che gli ho combinato dobbiamo prendere un provvedimento per voialtri, uno che vi fa ballare la samba così che vi fa salire nei palazzi e vi fa scendere come vuole, come se fossero formiche”.

Oggi a Palermo si ricordava un magistrato che prima di altri aveva intuito cosa fosse Cosa nostra e le sue connessioni con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria. E fu tra i primi a capire che bisognava cercare tutte le interconnessioni tra i grandi delitti compiuti dalla mafia per studiare unitariamente l’intero fenomeno mafioso.
Una grandezza, quella di Chinnici, resa manifesta anche da quella sua volontà di potenziare e rendere efficaci gli strumenti per la lotta alla mafia, gettando le basi per la nascita del futuro pool antimafia.
C’è un dato che balza all’occhio dei presenti: l’assenza della cittadinanza.
E’ sempre così il 29 luglio. Forse anche per quella folta presenza istituzionale che appare sempre più scollata al bisogno di una memoria semplice e concreta.
Le stragi ed i delitti hanno segnato la vita di tanta gente e ancora oggi a Palermo, come dimostrano le continue inchieste e gli arresti, la criminalità organizzata è presente. Il segno che serve qualcosa in più.
Alla commemorazione erano presenti la figlia del magistrato Caterina Chinnici, europarlamentare, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, Francesco Messina direttore del Dac (Direzione Centrale Anticrimine), la neo procuratrice europea, la rumena Laura Codruţa Koevesi, il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, il prefetto di Palermo Giuseppe Forlani, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il questore di Palermo Leopoldo Laricchia, il comandante della Legione Carabinieri Sicilia, il generale Rosario Castello, il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo Arturo Guarino, il comandante regionale della Guardia di Finanza Riccardo Rapanotti e il comandante provinciale della Guardia di Finanza Antonio Nicola Quintavalle Cecere.
Accanto a loro anche il nuovo presidente del tribunale Antonio Balsamo, il presidente della Sezione Gip del tribunale di Palermo, Alfredo Montalto, il Presidente della Corte d’Appello, Matteo Frasca, l’ex membro del pool antimafia Giuseppe Di Lello ed i magistrati Geri Ferrara e Amelia Luise, ma anche Vincenzo Agostino (papà del poliziotto Nino, ucciso con la moglie Ida il 5 agosto del 1989), Antonio Vullo e Giovanni Paparcuri, quest’ultimo sopravvissuto alla strage e testimone diretto degli ultimi momenti di Chinnici. Nel suo volto si scorge sempre emozione.
Particolarmente importante, quest’anno, proprio la presenza della neo Procuratrice europea Laura Codruța Kövesi, magistrata rumena, la quale ha assicurato che la priorità oggi è quella di “assicurare un efficiente avvio dell’operato” e “di costruire un’istituzione che possa davvero funzionare a tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea e, quindi, dei principi di democrazia e libertà”. “E’ molto importante per me essere qui oggi perché Rocco Chinnici rappresenta un modello, una fonte di ispirazione, insieme agli altri magistrati che hanno dato la loro vita per la lotta alla mafia” ha aggiunto ancora rispondendo alle domande dei giornalisti. E poi ancora: “E’ la mia prima volta a Palermo, Chinnici rappresenta un modello perché il suo metodo di scambio di informazioni, il tracciamento del denaro, cioè il ‘Follow the money’, e tutto ciò che ha rappresentato l’avvio del pool antimafia, rappresenta oggi quello che la Procura europea sta mettendo in pratica nella lotta anche alle organizzazioni criminali in tutta Europa”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85130-la-memoria-di-rocco-chinnici-a-38-anni-dalla-strage.html

 

Inchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui MannoloInchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui Mannolo

Inchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui Mannolo

AMDuemila 29 Luglio 2021

La Dda di Catanzaro ha concluso le indagini su 56 indagati nell’inchiesta denominata “Golgota”, che lo scorso febbraio ha portato all’esecuzione di 36 misure cautelari in carcere nei confronti di altrettante persone, accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, porto e detenzione illegale di armi e munizioni e associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. L’inchiesta “Golgota” – coordinata dai sostituti procuratori Paolo Sirleo e Domenico Guarascio – è la costola di altre due indagini sulla criminalità organizzata a Isola Capo Rizzuto: “Jonny” e “Tisifone”. Al centro dell’attività investigativa, condotta dalla Polizia di Stato, alcuni esponenti della cosca di ‘Ndrangheta Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e della famiglia Mannolo, appartenenti al ceppo dei “pecorari”, attivi in particolare, nel territorio di San Leonardo di Cutro. L’indagine ha unito le risultanze investigative di due distinti filoni che poi, nel corso del tempo, si sono intrecciati consentendo di far luce su un ampio spaccato criminale del territorio della provincia crotonese. Sono accusati di associazione mafiosa Salvatore Arena, Martino Tarasi, Antonio Sestito, Giovanni Greco e Giuseppe Timpa, tutti facenti parte, secondo quanto è emerso dall’inchiesta della Dda, del “locale” di Isola Capo Rizzuto, ognuno con un proprio ruolo ben definito. Promotore e organizzatore dell’organizzazione criminale è considerato Salvatore Arena, appartenente all’articolazione degli Arena ceppo dei Cicala, figlio di Carmine Arena e nipote del capo storico della cosca, Nicola Arena, di 74 anni. Salvatore Arena, secondo l’accusa, impartiva ai sodali le direttive strategiche e operative per il funzionamento del “locale”. Martino Tarasi è tra gli organizzatori del “locale”, alle dirette dipendenze di Arena, con il compito di sostenere la famiglia di Salvatore Cappa, detenuto per l’operazione “Aemilia”, sia attraverso il pagamento delle spese legali che acquisendo immobili a Cutro appartenenti allo stesso Cappa e sottoposti ad esecuzione immobiliare, al fine di assicurargli il rientro in possesso dei suoi beni. Tarasi e’ accusato anche di essere dedito alla detenzione di armi e al traffico di stupefacenti tra Isola e la provincia di Bergamo. Antonio Sestito è considerato un organizzatore, facente capo alle famiglie Arena e Gentile, uomo di fiducia di Tommaso Gentile con il quale imponeva slot machine ai locali pubblici di Isola Capo Rizzuto. Sestito, secondo l’accusa, aveva un ruolo chiave nelle estorsioni da mettere in atto nel territorio di Isola, compresa l’imposizione ai commercianti dei grossisti ai quali fare riferimento. Giovanni Greco è considerato un uomo di fiducia di Antonio Sestito, partecipe dell’associazione facente capo alle famiglie Arena e Gentile. Si era sottoposto ai riti di affiliazione per l’ottenimento della “terza dote” prevista dal cursus honorum della ‘Ndrangheta. Giuseppe Timpa, considerato anche lui uomo di fiducia di Sestito, è accusato di essere dedito alle estorsioni, al controllo delle slot machine ed alla commissione di danneggiamenti. La complessiva attività investigativa ha consentito inoltre di accertare l’operatività di diverse associazioni sul territorio crotonese nel traffico di sostanze stupefacenti, con la movimentazione di decine di chili di droga in tutta Italia, e di delineare un vero e proprio spaccato di “storia criminale” degli ultimi anni della provincia di Crotone, caratterizzata da alleanze, rivalità e cambi di strategie.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/85132-inchiesta-golgota-concluse-le-indagini-per-56-luce-su-ruolo-arena-nicoscia-e-sui-mannolo.html

 

Omicidio Vassallo, in commissione il carabiniere che era a pochi metri mentre il sindaco veniva ucciso

Il Fatto Quotidiano

Omicidio Vassallo, in commissione il carabiniere che era a pochi metri mentre il sindaco veniva ucciso

L’uomo era in vacanza in una villetta accanto e raccontò di non aver sentito i 9 colpi di pistola sparati alle nove di sera, nel silenzio estivo di campagna. Ma il militare era anche alle dipendenze del comandante del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, indagato, e poi archiviato, per concorso in omicidio, dopo aver acquisito di sua iniziativa i video delle telecamere di videosorveglianza della piazzetta

di Vincenzo Iurillo | 29 LUGLIO 2021

Il Fatto quotidiano ne scrisse l’11 febbraio 2018, il giorno dopo la marcia organizzata a Pollica per chiedere di far ripartire le indagini sull’omicidio del sindaco Angelo Vassallo: “Come è possibile che un carabiniere in vacanza in una villetta a venti metri di distanza non abbia sentito 9 colpi di pistola sparati alle nove di sera, nel silenzio estivo di campagna”? Se lo chiedeva sbigottito uno dei fratelli, Massimo Vassallo. Se lo chiedeva un paese intero, radunato in piazzetta a conclusione della manifestazione. “Vorrei sapere il nome di quel carabiniere – disse il sindaco Stefano Pisani, che di Vassallo era il vice e raccolse il testimone quel maledetto 5 settembre 2010 – vorrei guardarlo negli occhi e chiedergli come ha fatto a non ascoltare”.

Almeno questo mistero – piccolo, rispetto a quello enorme di chi premette il grilletto – sepolto sotto la polvere di 11 anni di secretazione degli atti giudiziari, sta per essere risolto. Il gruppo di lavoro della commissione parlamentare antimafia sul caso Vassallo ha convocato il 29 luglio Antonio M. L’audizione sarà secretata. È lui il carabiniere al quale rivolgere un sacco di domande. Perché di dubbi da chiarire ce ne sono. A cominciare dalla circostanza documentata dalle Iene durante un loro reportage: M. sarebbe stato sentito informalmente dal colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo prima di essere interrogato dai pm di Salerno. Cagnazzo era accompagnato da un imprenditore del posto, ma ci avrebbe parlato da solo.

È andata davvero così? Cosa si dissero? I due si conoscevano già per ragioni di lavoro? Ed ancora: se M. non ascoltò gli spari, quale fu il motivo? Voci di vicinato e di paese fecero trapelare due diverse ricostruzioni. La prima: era in corso una cena rumorosa, una festicciola. La seconda: la televisione era accesa a volume alto. In entrambe le ricostruzioni, le finestre della villetta erano chiuse. Nonostante il calore di un week end in cui le temperature erano rimaste alte, come ricordano gli inviati spediti a Pollica il giorno dopo l’omicidio: c’era un caldo che spaccava le pietre. Il carabiniere concluse le sue vacanze e a Pollica non si è fatto più vedere.

Non sono dettagli di poco conto. Dario Vassallo, fratello di Angelo e autore di La Verità Negata – chi ha ucciso Angelo Vassallo, libro scritto a quattro mani insieme all’autore di questo articolo, sostiene che l’omicidio sia rimasto impunito anche a causa di qualche grave errore nella fase iniziale delle indagini. Talmente grave da far emergere, secondo il presidente della Fondazione Vassallo e secondo il suo legale, l’avvocato Antonio Ingroia, il sospetto di un depistaggio (qui la nostra intervista all’ex pm, difensore di parte civile dei Vassallo).

E ci sono fatti che, messi in fila, lasciano un sapore amaro. Cagnazzo, all’epoca comandante del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, era ad Acciaroli in vacanza, e non era la prima volta. Fu indagato, e archiviato, per concorso in omicidio, dopo aver acquisito di sua iniziativa – e in assenza di un incarico formale, che il pm di Vallo della Lucania Alfredo Greco nega di avergli dato – i file video delle telecamere di videosorveglianza della piazzetta del borgo marino la sera del delitto.

I video gli furono utili per redigere un’informativa che orientava i sospetti verso uno spacciatore di droga di origine brasiliana, Bruno Humberto Damiani, con numerosi precedenti, che fu anche lui indagato e poi archiviato. Pareva il colpevole perfetto, anche perché un pentito di un clan di Salerno gli attribuì un movente poi rivelatosi infondato e collegato alla famiglia del sindaco ucciso.

Oggi ci sono solo due indagati noti. Uno è il brigadiere Lazzaro Cioffi, in carcere e sotto processo per accuse di collusioni con il clan camorristico Fucito di Caivano e coi loro traffici di droga. Ha lavorato per 30 anni nel nucleo investigativo di Castello di Cisterna, è stato alle dipendenze di Cagnazzo. La procura di Salerno guidata da Giuseppe Borrelli attende un’informativa finale dei Ros di Roma prima di decidere la sua sorte. Anche Borrelli il 29 luglio sarà ascoltato in Antimafia.

Il 23 luglio i parlamentari della commissione che indaga sull’omicidio Vassallo sono stati a Pollica per alcuni sopralluoghi e per ascoltare qualche persona del posto. “C’è chi sa e non parla”, ha commentato il deputato M5s Luca Migliorino, il promotore dell’iniziativa.

Lo scrisse anche il pm di Salerno Rosa Volpe nella richiesta di archiviazione del “brasiliano”, aggiungendo che altri hanno riferito agli inquirenti notizie “false e inverosimili”. Era il 2013. Otto anni dopo siamo ancora qui.

Processo Sma: ​tangenti e rifiuti in Campania, dieci imputati patteggiano la pena

Il Mattino

Processo Sma: ​tangenti e rifiuti in Campania, dieci imputati patteggiano la pena

Giovedì 29 Luglio 2021

Sono dieci gli imputati che hanno patteggiato la pena nell’ambito del processo scaturito dall’inchiesta della Procura di Napoli sulla «Sma Campania», società in house della Regione Campania che si occupa di risanamento ambientale). Si tratta di un’indagine per la quale, lo scorso 24 febbraio, gli inquirenti hanno chiesto e ottenuto dal gip 3 arresti in carcere, 15 arresti domiciliari e 2 sospensioni per sei mesi dall’esercizio delle funzioni pubbliche. Nel corso dell’udienza di oggi il Gup di Napoli Marcello De Chiara ha accolto le istanze di patteggiamento presentate dagli avvocati difensori per pena che vanno da un minimo di un anno a un massimo di 4 anni e 10 mesi

Tra coloro che hanno patteggiato la pena figurano un poliziotto che all’epoca dei fatti prestava in servizio presso il commissariato Ponticelli di Napoli, Vittorio Porcini (un anno e dieci mesi, pena sospesa); l’ imprenditore Salvatore Abbate (4 anni e 10 mesi); il direttore dell’impianto di depurazione di Marcianise e coordinatore degli impianti di depurazione di «Sma Campania» Luigi Riccardi (3 anni e 10 mesi); l’amministratore legale della società S.Abba Immobiliare, Rolando Abbate (1 anno e 10 mesi, pena sospesa). Nella prossima udienza, fissata per l’ 8 ottobre, potrebbero giungere ulteriori responsi circa ulteriori richieste depositate nel corso dell’udienza odierna insieme con i verbali di nuovi interrogatori.

A febbraio il giudice per le indagini preliminari autorizzò la Guardia di Finanza di notificate, per l’accusa di tentata corruzione, gli arresti domiciliari all’imprenditore Abramo Maione, al dirigente della Regione Lucio Varriale e al dipendente della «Sma» Agostino Chiatto all’epoca dei fatti, contestati fra il gennaio e il febbraio 2018, in servizio alla segreteria dell’ allora consigliere regionale Luciano Passariello (per il quale non vennero ravvisati i gravi indizi di colpevolezza e per il quale non vennero emesse misure cautelari). Lo scorso 30 giugno i sostituti procuratori Ivana Fulco e Henry John Woodcock chiesero il rinvio a giudizio per 25 indagati.

 

Gambizzato con tre colpi di pistola: agguato a Fondi, proseguono le indagini

Gambizzato con tre colpi di pistola: agguato a Fondi, proseguono le indagini

scritto da Mirko Macaro il 29/07/2021

Sei colpi di pistola. Due alla gamba sinistra, un terzo alla destra. Altri tre andati a vuoto. Un inquietante messaggio di sangue indirizzato a un 53enne di Fondi, ferito in un agguato ancora tutto da decifrare ed avvenuto in pieno giorno lungo il litorale della città della Piana, mentre era al lavoro.

Di professione giardiniere e manutentore, al momento della gambizzazione era impegnato in un consorzio abitativo situato all’ingresso di via della Poiana, nella frazione di Selva Vetere. Si trovava in prossimità del cancello d’ingresso, quando secondo le ricostruzioni è stato avvicinato da un uomo con il volto travisato da un casco da motociclista. Una scarica di proiettili esplosi dalla strada, poi la fuga. Il tutto, sembra, senza proferire parola.

Un episodio avvenuto lo scorso 26 giugno, intorno all’ora di pranzo, ma rimasto a lungo nell’ombra. E che a margine ha visto la vittima – M.D.F. le sue iniziali – raggiungere in autonomia il pronto soccorso del San Giovanni di Dio, senza allertare il 118. Per sua fortuna i colpi che lo hanno attinto agli arti inferiori erano usciti, risparmiandogli un delicato intervento chirurgico e conseguenze più pesanti. Se l’è cavata con una prognosi di qualche settimana.

Sull’accaduto si stanno muovendo sottotraccia gli agenti del Commissariato locale, che nella mattinata di mercoledì sono tornati sul luogo dell’agguato per una serie di rilievi, accompagnati dagli specialisti della polizia scientifica provenienti da Latina.

Per ora, l’inchiesta appare decisamente in salita. All’appello continuano a mancare svariati elementi, a partire dal calibro della bocca da fuoco che ha sparato. Venire a capo dell’identità dell’autore dell’agguato e delle effettive motivazioni di un gesto tanto clamoroso non sarà facile. Anche perché il 53enne, noto agli archivi delle forze dell’ordine per un vecchio precedente legato alla detenzione di armi, non ha saputo fornire né un identikit di chi ha premuto il grilletto, né possibili moventi.

Motivo per cui al momento si procede considerando ogni possibile fronte investigativo, senza tralasciare alcuna pista. Comprese quelle che portano l’attenzione dei poliziotti coordinati dal vicequestore Marco De Bartolis ai fatti criminali verificatisi negli ultimi mesi. Come la scia di incendi e bombe andata a registrarsi tra marzo e maggio, otto episodi in totale. Ma gli inquirenti non escludono nemmeno correlazioni con un maxi-sequestro avvenuto ad aprile, portando proprio gli uomini di De Bartolis all’arresto di un pregiudicato del posto di 46 anni: nella sua disponibilità c’erano due fucili, 20mila euro in contanti e circa 15 chili di sostanze stupefacenti tra cocaina, hashish e marijuana. Materiale per la maggior parte rinvenuto sotto terra, all’interno di un locale a servizio delle fognature di un villino. Un’abitazione situata nello stesso consorzio in cui è avvenuta la misteriosa gambizzazione.

Fonte:https://www.h24notizie.com/2021/07/29/gambizzato-con-tre-colpi-di-pistola-agguato-a-fondi-proseguono-le-indagini/

”E meno male che la mafia non c’è più”

”E meno male che la mafia non c’è più”

Luca Grossi 28 Luglio 2021

La restaurazione di Cosa Nostra. I boss che guidano le famiglie

La mafia segue da sempre uno schema: sostituire i capi arrestati per mantenere il controllo del territorio, ed anche questa volta non ha fatto eccezione. Lo confermano i recenti blitz delle Forze dell’Ordine, Bivio2, Stirpe e Tentacoli che hanno fatto venire a galla una mafia ristrutturata ed in grado di dominare il territorio attraverso la riscossione del pizzo, estorsioni, traffico di droga, mantenimento dei sodali in carcere e risoluzioni delle controversie. Uno di questi capi è sicuramente Giuseppe Guttadauro, detto il “dottore”, storico capomafia appartenente alla Famiglia del sobborgo Roccella di Palermo; a fine del 2019 è stato visto incontrarsi nei pressi di via Funnuta, a Brancaccio, con Giovanni Di Lisciandro, gestore dei proventi delle estorsioni, anche lui finito in carcere nell’ultimo blitz. Motivo? Il “dottore” dopo aver saldato il suo debito con la giustizia è andato a vivere a Roma, ma stando a Giuseppe Greco, 63 anni, (detto “il senatore” ed ultimo reggente del mandamento di Ciaculli) è stato detto a Guttadauro quando è sceso a Palermo “di preoccuparsi della sua zona…”. Ma nel gennaio del 2020 Giuseppe Giuliano, soprannominato “Folonari”, stava provando a rivendicare maggiore potere. Infatti lo stesso Giuseppe Greco era dovuto intervenire per appianare lo scontro fra Giuliano ed i fratelli Antonino e Cosimo Fabio Lo Nigro, altro cognome storico in Corso dei Mille. E lo stesso pentito, di Belmonte Mezzagno, Filippo Bisconti, ha raccontato di aver saputo da Leandro Greco – altro nipote di Michele Greco e cugino di Giuseppe Greco, già fermato nel gennaio del 2019 in una seconda tranche di arresti di Cupola 2.0 – che si era aperta una “corsa alla reggenza” della famiglia mafiosa fra i fratelli Giuliano e “uno dei Lo Nigro”, ossia Antonino Lo Nigro, protagonista di uno strano episodio. Uno degli arrestati ha raccontato di avere saputo da lui (Antonio n.d.r) che era meglio stare alla larga da un’area recintata in via Chiaravelli, dove Maurizio Di Fede, considerato capo mafia nel quartiere Roccella, convocava spesso i suoi uomini: “E’ pieno di telecamere e microspie, lo hanno tempestato tutto”. Infatti gli investigatori hanno raccolto nell’ultima indagine una grande quantità di intercettazioni ed in una di queste, ad esempio, Di Fede ha raccontato di aver cercato di contattare il nuovo referente mafioso di Villabate, mandamento contiguo a Brancaccio, nonostante non sapeva chi era: “Io non è che l’ho potuto capire…c’è chi è che dice che c’è il figlio di Michele Rubino, il figlio di Nicola Mandalà. Si domandano se sia uscito dal carcere Terranova Francesco…addirittura mi avevano detto pure che c’era Nicolò Rizzo”.
I capi mafia, sempre secondo gli inquirenti, sarebbero stati riuniti grazie al lavoro di soggetti come Andrea Seidita, Emanuele Prestifilippo, Leonardo e Garabiele Rizzo e in uno di questi incontri ha partecipato pure Emilio Greco, fratello di Leandro e cugino di Giuseppe, protagonista di un matrimonio nel 2018, in cui ha sposato la figlia di Gregorio Di Giovanni, potente capomafia di Porta Nuova, seduto al tavolo della cupola di Cosa Nostra azzerata nello stesso anno. Un’altro nome su cui si sono concentrate le indagini è quello di Salvo Genova che è stato reggente del mandamento di Resuttana, contiguo a quello di Tommaso Natale.
Altro soggetto storico è Michele Micalizzi (ultimo reggente a San Lorenzo secondo Giulio Caporrimo) che ha saldato il conto con lo Stato e con cui nel 2017 discuteva Tommaso Inzerillo, uno degli scappati della seconda guerra di mafia. Quest’ultimo stava spiegando a Micalizzi che stava cercando di far perdonare suo cugino Francesco Inzerillo, reo di appartenere alla mafia perdente, schiacciata dai Corleonesi negli anni Ottanta.
Invece a Passo di Rigano gli inquirenti sospettano che Giovanni Inzerillo, uno degli figli di Totuccio, abbia potuto prendere parte ad alcune riunioni. Nella zona ha fatto tappa anche Salvatore Sal Catalano, 78 anni, originario di Ciminna, considerato un pezzo grosso della famiglia Bonanno di New York e coinvolto nell’operazione Pizza Connection, frutto del lavoro di Giovanni Falcone nella quale ha delineato il traffico di sostanze stupefacenti dalla Sicilia agli Stati Uniti. Sal Catalano ha scontato venticinque anni di carcere in un penitenziario statunitense, per poi essere espulso dagli Usa nel 2009.
Invece a Porta Nuova non si può non tenere conto di personaggi come Salvatore Totuccio Milano e Calogero Lo Presti, anziani boss dotati di notevole carisma. Infine sono stati registrati incontri e cene a cui hanno partecipato Buscemi e Girolamo, fratello di Giovanni, l’anziano boss tornato a comandare dopo un quarto di secolo in carcere.

Mandamento di Santa Maria di Gesù
Da qualche giorno è finito in carcere Ignazio Traina, secondo gli investigatori esponente apicale della cosca di Santa Maria di Gesù, il quale era stato accompagnato da Massimo Mancino durante i suoi spostamenti per andare ad incontrare Settimo Mineo, l’anziano boss di Pagliarelli che ha presieduto l’ultima cupola.
Nell’area di Brancaccio, inoltre, sono stati gli spostamenti di Mineo a portare gli investigatori fino al nome di Salvatore Nangano, fratello del boss Francesco assassinato qualche anno fa.
Mentre sono liberi da tempo, nel territorio compreso tra Santa Maria di Gesù e Villagrazia, due soggetti di rilievo: Sandro Capizzi, figlio del capomafia Benedetto, uno degli artefici della rifondazione di Cosa Nostra spazzata via dal blitz Perseo del 2008, e Salvatore Adelfio. Hanno espiato la pena anche Salvatore Castiglione e Antonino Cumbo, un tempo uomini fidati di Giovanni Bonanno, il reggente del mandamento di Resuttana morto di lupara bianca nel gennaio 2006. Infine gli investigatori si sono concentrati sulla figura di Salvatore Freschi – già conosciuto dalle Forze dell’Ordine – organizzatore del traffico di cocaina con i calabresi assieme a Giuseppe Greco e Girolamo Celesia. Sempre a proposito di droga, Greco e Ignazio Ingrassia, si sono incontrati con un’altra figura: Aldo Monopoli, originario di Terrasini, arrestato nel 2009 a Lima, in Perù, mentre trasportava 26 chili di cocaina. Nell’ambito del traffico di sostanze stupefacenti, in cui sono emerse le figure di Giuseppe Billitteri e Gioacchino Bonaccorso, gli investigatori hanno sospettato che l’acquisto del narcotico veniva effettuato da tutte le famiglie come un unico cartello mentre nello spaccio ci sia stata un’organizzazione più autonoma.

Mandamento della Noce
Sono presenti altre due figure storiche nel mandamento mafioso della Noce: Giancarlo Seidita e Franco Picone. Quest’ultimo, nonostante si trovi agli arresti domiciliari, continuerebbe ad avere un peso nelle dinamiche del mandamento.

Mandamento di Pagliarelli
Nel mandamento mafioso di Pagliarelli sono tornati liberi Giuseppe e Antonio La Innusa, spesso in contatto con Giuseppe Calvaruso, il reggente del mandamento di recente finito in carcere. Nel contesto associativo figurava spesso Giuseppe Trinca, un pezzo grosso della famiglia di Corso Calatafimi che fa parte sempre del mandamento di Pagliarelli. Il cugino di Trinca, Nunzio, con precedenti penali per contrabbando, riciclaggio e truffa, era proprietario di un fabbricato in contrada Cavallaro a Casteldaccia, dove aveva alloggiato il latitante Giovanni Motisi.
Altro nome importante è quello di Stefano Fidanzati, figlio del boss dell’Arenella-Acquasanta Gaetano Fidanzati, 73 anni, libero dal 2018 ed ancora in possesso di tutte le risorse per esercitare molta influenza.
In conclusione, nonostante il gran numero di persone identificate ne esistono ancora nascoste, come ad esempio un personaggio chiamato da Caporimmo,
“zio Pietro”, il quale sarebbe talmente influente da avere avuto un ruolo nella commissione provinciale di Cosa Nostra, quella che si è riunita nel maggio 2018 dopo decenni di inattività dovuta all’arresto dell’ultimo capo dei capi, Totò Riina.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/

Luglio 1993, la lunga notte della Repubblica con le bombe di Roma e Milano

Luglio 1993, la lunga notte della Repubblica con le bombe di Roma e Milano

Aaron Pettinari 28 Luglio 2021

E’ una notte afosa a Milano quella del 27 luglio 1993. Improvvisamente alle 23.14, mentre sui Navigli c’è ancora chi passeggia, si sente un forte boato provenire da via Palestro.
Ad esplodere, davanti al Pac (il Padiglione d’Arte Contemporanea), è un’autobomba. Lo stabile viene completamente distrutto e a causa dello scoppio muoiono
Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, vigili del fuoco e il vigile urbano Alessandro Ferrari, intervenuti sul posto perché dal cofano di quell’auto, una Fiat Uno, usciva del fumo. Muore anche Driss Moussafir, migrante raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva poco più in là, su una panchina dei giardini pubblici. Altre dodici persone rimangono ferite.
Pochi minuti dopo la stessa scena si verifica a Roma dove esplodono due ordigni: uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha sede la Curia, l’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Nelle stesse ore viene registrato un black out a palazzo Chigi, la sede del Governo e le linee telefoniche rimangono isolate per alcune ore.
Sono gli attentati di quella lunga notte della nostra Repubblica di cui ieri ricorreva il triste anniversario.
Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, interrogato dai magistrati di Palermo che indagavano su quella stagione di bombe e misteri ed in particolare sulla trattativa Stato-mafia, riferì di essersi particolarmente preoccupato per lo strano black-out di Palazzo Chigi. Addirittura temette l’esecuzione di un Colpo di Stato.
Certo è che il clima politico di quella estate era particolarmente teso. Un anno prima in Sicilia erano stati uccisi i giudici
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e a pochi mesi di distanza c’erano stati gli attentati in via Fauro a Roma (14 maggio 1993) e in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993, 5 morti).
Ciampi, dopo la notte delle bombe, annunciò di voler riformare i servizi segreti e il 2 agosto 1993, partecipando a sorpresa alla commemorazione della strage di Bologna del 1980, intervenne dal palco:
È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”. A cosa si riferiva Ciampi quando parlava di torbida alleanza di forze”?
Il sospetto che dietro a quelle stragi vi fosse la mano di Cosa nostra emerse sin da subito e le indagini passarono in fretta dalla procura di Milano a quella di Firenze in quanto l’esplosivo utilizzato nell’attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili.
Tuttavia è possibile credere che dietro a quelle iniziative vi fosse solo la mano mafiosa e l’interesse della sola Cosa nostra?

Quelle bombe per il 41 bis
Abbiamo già ricordato quale fosse il clima che si respirava all’epoca. Oltre a Ciampi anche l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sentito davanti alla Corte d’Assise di Palermo nel processo Stato-mafia, che a seguito di quelle bombe ai livelli più alti delle istituzioni di allora si ebbe immediatamente la consapevolezza di un attacco diretto da parte della mafia. Addirittura l’ex presidente parlò esplicitamente di un aut-aut nei confronti dello Stato da parte della mafia corleonese per alleggerire la pressione detentiva o, in caso contrario, proseguire nella strategia destabilizzante dello Stato”.
In una nota della Dia, datata 10 agosto 1993, si parlava di una strategiaper insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche modo più accettabili per Cosa Nostra”. Un documento eccezionale dove per la prima volta compare il termine “trattativa”, utilizzato per descrivere quello che stava accadendo nell’immediato post stragi.
La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati – scrivevano gli analisti – Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”.
Verosimilmente – continua la nota la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”.
Gli investigatori della Direzione antimafia avvertivano anche dei rischi che si sarebbero corsi qualora vi fosse una revoca “anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis”. Questa infatti “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.

Le indagini ed i processi
Parte della verità sulla strage di via Palestro venne ricostruita grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco. Così, nel 1998, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993. Tuttavia nella sentenza veniva anche messo nero su bianco che: “Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica ‘esterna’”.
 Un nuovo capitolo si è poi aperto nel 2002 quando, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l’arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso (“uomini d’onore” di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell’esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente l’attentato. I fratelli Formoso vennero condannati nel 2003 all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano ed il giudizio venne confermato anche nei successivi gradi di giudizio.
Una nuova spinta è giunta nel 2008 quando ha iniziato la propria collaborazione con la giustizia Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio che ha contribuito a riscrivere la verità sulla strage di via d’Amelio. Spatuzza riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Filippo Marcello e Vittorio Tutino (quest’ultimo, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, assolto in via definitiva per quella di Milano, così che non potrà più essere chiamato alla sbarra, ndr) parteciparono ad una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati; secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell’esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell’attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese. Con le sue dichiarazioni di fatto Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all’attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l’esplosivo. Ciò non bastò a portare alla revisione del processo tanto che nell’aprile 2012 la Corte d’Assise di Brescia rigettò la richiesta adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano.
Con le stesse motivazioni, di fatto, è stato assolto in via definitiva anche Filippo Marcello Tutino, accusato di essere stato il basista della strage.Le domande dietro le stragi del 1993
Nonostante le inchieste ed i processi, a quasi trent’anni di distanza sono ancora troppi i tasselli da dover mettere al loro giusto posto.
La Procura di Firenze, è noto, da tempo ha riaperto il fascicolo sui mandanti esterni delle stragi in Continente e ad essere indagati sono l’ex Premier Silvio Berlusconi e l’ex senatore Marcello Dell’Utri.
Quest’ultimo, addirittura, è stato indicato da un collaboratore di giustizia, Pietro Riggio, come colui che “indicò i luoghi da colpire”. Ovviamente un fatto tutto da dimostrare, ma è chiaro che su quella stagione i punti oscuri da chiarire sono molteplici e proprio la scelta dei luoghi rappresenta un’anomalia nella logica di Cosa nostra.
“Capaci ci appartiene, via D’Amelio anche. Ma Firenze, Milano e Roma sono una storia diversa, sono morti che non ci appartengono” disse Spatuzza nei processi. Tutte le bombe del 1993 sono rivolte a musei, monumenti, luoghi d’arte ed è chiaro che attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, non manifesta solo la volontà di metterlo all’angolo, ma quasi annientarlo.
Ti immagini se l’Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?”, avevano suggerito a Nino Gioè, nel tentare di convincere la mafia a procedere con gli attentati per tutta la Nazione. A dargli l’idea, forse, la Primula Nera, l’ex terrorista nero e legato ai servizi segreti, Paolo Bellini, oggi sotto processo per la strage di Bologna.
Anche da questi elementi si rafforza il sospetto che dietro a quegli attentati non vi fosse solo Cosa nostra.
Chi ha indicato alla mafia i luoghi da colpire?
Cosa si nasconde dietro la sigla “Falange Armata” con cui furono rivendicati anche quegli attentati?
Quale messaggio si voleva dare colpendo quei monumenti? Si può essere certi che erano quelli gli obiettivi?
Ancora una volta sono le parole di Spatuzza a far sorgere il dubbio dichiarando chea Milano sorsero problemi e l’obiettivo venne mancato di 150 metri”.
Vale la pena ricordare che in quelle zone vi era una sede del Centro europeo di comunicazione, una sede massonica che faceva riferimento al Gran Maestro Giuliano Di Bernardo; alcuni uffici coperti riferibili ai servizi di sicurezza ed anche gli uffici di Marcello Dell’Utri. Quella bomba che secondo i pentiti non avrebbe dovuto fare vittime, doveva essere un messaggio per queste organizzazioni o per lo stesso ex senatore?
Gli organi inquirenti si stanno muovendo a 360° anche se gli anni trascorsi rendono sempre più difficile giungere a risposte certe.
Sulla bomba di via Palestro ci sono troppi elementi che non tornano perché con l’assoluzione dei fratelli Tutino resta avvolto nel mistero chi ha acceso la miccia o chi ha guidato l’auto fino al PAC.
Vi sono dei testimoni che parlano di una donna, bella, bionda e magra, probabilmente sotto i trent’anni.
La procura di Firenze, diretta da Giuseppe Creazzo, che ha creato un pool che vede l’impegno dei procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco. E sono loro ad aver ripreso in mano gli identikit da cui emerge che le figure femminili dietro le stragi sarebbero non una, ma addirittura quattro. Donne che non farebbero in alcun modo parte di Cosa nostra. Adesso i verbali con le testimonianze raccolte dopo le stragi sono stati ripresi dalla Procura fiorentina. Si riparte da questi elementi. Nella speranza che prima o poi si possa veramente far luce anche su quella stagione di bombe e delitti che hanno segnato in maniera irrimediabile la nostra Repubblica.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85100-luglio-1993-la-lunga-notte-della-repubblica-con-le-bombe-di-roma-e-milano.html

 

Riforma Cartabia: ingiustizia di forma e di merito. L’appello delle Agende Rosse

Riforma Cartabia: ingiustizia di forma e di merito. L’appello delle Agende Rosse


Movimento Agende Rosse 28 Luglio 2021

Si sente parlare ormai da tempo immemore, nel nostro Paese, di riforma della Giustizia poiché immemori e cronici sono i problemi che affliggono il sistema nel suo complesso e nelle sue singole ramificazioni. Anche questo Governo ha elaborato misure con l’obiettivo dichiarato di voler risolvere le criticità del sistema Giustizia. In questo contesto si inseriscono gli emendamenti al disegno di legge Bonafede sul processo penale, formulati dal Ministro Marta Cartabia e già approvati all’unanimità dal Consiglio dei Ministri nella prima settimana di luglio.

L’assoluta anomalia nel metodo e nei tempi di approvazione degli emendamenti, che evidenzia, a nostro avviso, un pericoloso disprezzo nei confronti del ruolo del Parlamento, e la possibile incostituzionalità di parti dei provvedimenti annunciati impongono una seria e forte presa di posizione.

Per quanto riguarda il metodo di approvazione, è davanti agli occhi di tutti l’improvvisa accelerazione che ha subito l’iter procedurale del disegno di legge Cartabia. Gli emendamenti sono stati depositati in Commissione Giustizia il 14 luglio e l’aula del Parlamento sarà chiamata ad esprimersi sul complesso della riforma il 30 luglio. A due giorni dall’inizio dei lavori in aula, però, incredibilmente non è neanche iniziata la votazione sul primo emendamento in Commissione giustizia.

Ancora, ad uno degli organi maggiormente coinvolto dalla riforma, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), è stato impedito di formalizzare in seduta plenaria il parere nettamente negativo su alcuni punti della riforma già deliberato dalla Sesta sezione del CSM stesso. Il pretesto dichiarato è stato quello di una rinnovata richiesta al CSM di pronunciarsi sulla riforma nel suo complesso. L’automatica conseguenza pratica potrebbe essere l’oggettiva impossibilità che il CSM riesca a pronunciarsi e dare il suo essenziale contributo prima dell’approdo in aula parlamentare del disegno di legge.

Nel merito dei contenuti degli emendamenti, sono principalmente due i punti che destano le maggiori preoccupazioni: la questione dell’improcedibilità e quella dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.

 

La questione dell’improcedibilità

Ancora una volta, ad un problema così concreto e materiale quale quello della estrema lunghezza dei processi, si propone una soluzione virtuale, del tutto sconnessa rispetto alla realtà, quale quella della fissazione di termini astratti entro i quali il procedimento deve chiudersi. Pena, la dichiarazione di improcedibilità e dunque la vanificazione e lo spreco di lavoro, energie e risorse, economiche e umane, fino a quel momento profuse nello svolgimento del procedimento penale.

In questa maniera, non si crea alcuna condizione per snellire e sveltire i tempi di celebrazione dei processi, bensì, semplicemente, si falcidiano indiscriminatamente e arbitrariamente quelli che – per carenze strutturali e organizzative o per quantità di imputati – non riescono ad essere conclusi entro la scadenza imposta.

Tale soluzione non sembra minimamente degna di uno Stato di diritto, che prima di mettere pezze formali “a valle” dovrebbe impegnarsi per risolvere le criticità sostanziali che si verificano “a monte”. L’alternativa è dimostrare una vera e propria resa, e ammettere – come di fatto queste misure esprimono – che solo i cittadini più fortunati potranno aspirare ad avere una pronuncia da parte del loro giudice. Inoltre, ancora una volta, saranno privilegiati gli imputati più facoltosi, che potranno permettersi gli avvocati più bravi a trovare ogni stratagemma per allungare i tempi dei processi. Che il governo sia il primo consapevole di tale realtà è dimostrato dal fatto che già si stilano classifiche e si avanzano pronostici sui Tribunali e sulle Corti d’Appello che riusciranno – o meno – a rientrare nei tempi.

Tale meccanismo appare davvero inaccettabile sia per procedimenti aperti per delitti di criminalità comune, sia – a maggior ragione – per quei reati che destano maggiore allarme sociale: si fa riferimento non solo a delitti formalmente qualificabili come di criminalità mafiosa, ma pure a tutta quella cerchia di crimini ordinari (come quelli economici, di corruzione, di concorso o di favoreggiamento) che costituiscono linfa vitale delle organizzazioni mafiose.

La questione dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale

Uno degli emendamenti proposti si pone in aperto contrasto con uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico: quello dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.

L’art. 112 della Costituzione prevede, infatti, che i pubblici ministeri siano tenuti a perseguire i crimini di cui giunge notizia in Procura senza compiere valutazioni e scelte discrezionali di preferenza relative al tipo di reato, ovvero al soggetto che vi si trovi coinvolto. Tale principio, posto a garanzia dei principi di eguaglianza ma già messo duramente alla prova dalla scarsa disponibilità di risorse degli uffici giudiziari, è letteralmente ignorato da quella parte di riforma che intende introdurre un meccanismo di priorità nell’apertura dei procedimenti penali, priorità che il Governo vuole demandare al Parlamento, che dovrà tracciare le linee guida che le Procure dovranno seguire per decidere quali siano i reati più importanti e quelli meno importanti.

Un’inaccettabile e irricevibile misura che si pone in contrasto, ancora, con il principio di separazione dei poteri, e con cui si legittima l’indebita e incostituzionale ingerenza dell’organo legislativo nell’esercizio della funzione giudiziaria che, sempre per previsione costituzionale, deve svolgersi nella piena autonomia e indipendenza dagli altri poteri dello Stato.

Davanti a tale scenario, abbiamo ritenuto imprescindibile denunciare pubblicamente le criticità di questa riforma e dell’iter scelto per approvarla e chiamare ad una mobilitazione unitaria chiunque voglia dare il suo contributo nell’ambito del confronto civile e democratico.

Vogliamo ringraziare i tanti che hanno già deciso di aderire al nostro appello e tutti quelli che decideranno di farlo. Invitiamo ad aderire al nostro manifesto gli esponenti della classe politica che siano veramente interessati al buon funzionamento del sistema Giustizia, in ossequio alla nostra carta costituzionale. In particolare, chiediamo ai rappresentanti parlamentari di opporsi in modo esplicito all’approvazione di una riforma della Giustizia che riteniamo neghi alla radice il principio di Uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge.

Tratto da: 19luglio1992.com

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/306-giustizia/85117-riforma-cartabia-ingiustizia-di-forma-e-di-merito-l-appello-delle-agende-rosse.html

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale dice no alla riforma della giustizia di Cartabia

Il Manifesto

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale dice no alla riforma della giustizia di Cartabia

Eleonora Martini

EDIZIONE DEL

27.07.2021

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale (nato nel 2014 per opporsi alla riforma costituzionale del governo Renzi) lancia un appello contro la riforma della giustizia sulla quale il premier Draghi vorrebbe porre la questione di fiducia. Pur ammettendo che il «progetto introduce delle note positive che consentono un alleggerimento della macchina giudiziaria, puntano a rendere più equo il processo penale e a valorizzare la funzione rieducativa della pena», la presidenza del Cdc reputa «pericolose e insostenibili» alcune scelte della ministra Cartabia.

Uno dei bocconi più amari è il nuovo istituto introdotto con il ddl: l’improcedibilità del processo per superamento dei termini di durata massima dei giudizi di impugnazione. Il presidente Massimo Villone su questo punto si trova d’accordo con i pm antimafia Gratteri e Cafiero De Raho: «Questa soluzione – scrive – non solo non risolve il problema ma provoca effetti paradossali. Crimini anche gravi, compresi quelli di natura mafiosa, diventeranno non punibili, anche se non sono maturati i termini di prescrizione». In un lungo documento il Cdc arriva a sostenere: «È evidente che se prevarrà il partito dell’impunità, nascosto nelle pieghe della riforma, crescerà nella società il livello di sopraffazione e violenza».

Il secondo motivo di allarme riguarda «la perenne aspirazione dei poteri politici a mettere le mani sul Pm» che «ha trovato eco nella riforma con la norma che assegna al Parlamento di predeterminare con legge i criteri di priorità per l’esercizio dell’azione penale». Il Cdc considera questo un «cuneo nel modello costituzionale che sancisce l’indipendenza del Pm e l’obbligatorietà dell’azione penale a garanzia dei diritti e dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge». L’appello è a mobilitarsi «per evitare soluzioni inadeguate e incostituzionali che possono provocare danni irreversibili».

 

Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”

Il Fatto Quotidiano

Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”

L’ex premier ha incontrato i parlamentari dei 5 stelle per fare il punto sulla riforma della giustizia: “Ci sono margini di manovra ristrettissimi. Confronto costruttivo con Draghi, ma ho chiarito che la proposta come originariamente formulata pone problemi serissimi al Movimento. In pochi giorni capiremo se le nostre richieste hanno trovato accoglimento o meno”, ha detto. Poi incontrando i giornalisti ha chiarito: “Non voglio neppure considerare l’ipotesi in cui non venga modificato il testo”

di F. Q. | 27 LUGLIO 2021

Per il Movimento 5 stelle sarà difficile votare la fiducia sulla riforma della giustizia se il governo non farà alcuna modifica. E i 5 stelle intendono tenere alcuni punti fermi sui reati di mafia, terrorismo e corruzione. È un messaggio indirizzato a Palazzo Chigi quello pronunciato da Giuseppe Conte durante l’incontro con i deputati dei 5 stelle. “Oggi sarò a confronto con i rappresentanti del Movimento nelle commissioni parlamentari”, ha annunciato l’ex premier uscendo dalla sua abitazione nel centro di Roma. L’oggetto del confronto è stato proprio lo stato d’avanzamento della trattativa con Mario Draghi sulla riforma di Marta Cartabia. Nelle stesse ore la guardasigilli era a colloquio col premier a Palazzo Chigi proprio per discutere le modifiche da apportare alla riforma.

Non considero neanche che il testo non sia modificato” – Ieri Conte ha ottenuto dal premier e dalla guardasiglli un’apertura alle sue richieste: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. E dunque il meccanismo della “tagliola” che fa morire i processi se non si concludono in due anni in Appello e uno in Cassazione non varrebbe per quel tipo di crimini. “C’è un confronto costruttivo con Draghi, ma ho chiarito che la proposta come originariamente formulata pone problemi serissimi al Movimento. In pochi giorni capiremo se le nostre richieste hanno trovato accoglimento o meno. È chiaro che una prospettiva di fiducia alla riforma senza alcune modifiche sarebbe per noi difficile“, ha detto il capo in pectore del M5s durante l’incontro coi parlamentari, secondo l’agenzia di stampa Adnkronos. Poi con i giornalisti ha spiegato il senso delle sue parole sulla fiducia: “Le minacce non mi sono mai piaciute, il mio è un atteggiamento costruttivo”. Ma, ha sottolineato, “non voglio neppure considerare l’ipotesi in cui non venga modificato il testo. E sbagliato dire che noi dobbiamo essere accontentati e altre formazioni no. L’obiettivo è avere un sistema di giustizia efficiente”.

Voto degli iscritti? Valuteremo” – La trattativa, insomma, è tutt’altra che definita. E infatti Conte ha spiegato ai parlamentari che “sulla riforma della giustizia ci sono margini di manovra ristrettissi. Ma io li sto sfruttando tutti e ce la sto mettendo tutta. Sto chiedendo una serie di interventi, consapevole che la maggioranza è molto ampia ed esprime ben differenti sensibilità. Ma abbiamo tracciato delle linee e dei punti fermi, insieme, con una squadra di lavoro tecnica, a partire dai reati di mafia, terrorismo e corruzione“. Concetto sul quale l’ex premier è tornato fuori da Montecitorio, rispondendo alle domande dei giornalisti: “Abbiamo fatto delle osservazioni, condivise da buona parte degli addetti ai lavori e non sono per interessi di bottega del Movimento 5 stelle, noi lavoriamo per rendere più efficiente e equo il sistema giustizia. Abbiamo ottenuto una interlocuzione, lasciamo che il governo lavori. Certamente dobbiamo evitare che in un paese come il nostro processi per mafia e terrorismo possano svanire nel nulla”. Gli chiedono: farete votare gli iscritti? “Valuteremo al momento”, ha risposto Conte.

Ecco perché serviva una leadership forte” – Coi deputati il capo politico in pectore è tornato sulla lite con Beppe Grillo per spiegare che quando parlava “di una leadership forte non era per un interesse personale ma per il bene del movimento. C’è necessità di una leadership chiara e forte per interloquire con il governo e ottenere dei risultati”. L’ex premier, infatti, non ha parlato solo di riforma della giustizia ma anche del futuro del Movimento: “L’attività per la rifondazione del M5S è a tempo pieno, anche per questo non ho corso per un seggio”. Il riferimento è per le suppletive a Siena e a Roma, candidature alle quali nei mesi scorsi era stato accostato l’ex inquilino di Palazzo Chigi. E a proposito di rifondazione del M5s, Conte ha ricordato anche come la “scuola di formazione sia determinante nel nuovo corso”, assicurando che “ci saranno incontri periodici con voi delle varie commissioni parlamentari”.

 

Colpo al commercialista del clan Mallardo, sequestro da 20 mln di euro ad Alfredo Aprovitola

Colpo al commercialista del clan Mallardo, sequestro da 20 mln di euro ad Alfredo Aprovitola

Di internapoli -26 Luglio 2021

Blitz contro il commercialista del clan Mallardo, colpo da 20 milioni di euro. Dalle prime ore dell’alba, i finanzieri del Comando Provinciale di Napoli, all’esito di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, infatti, stanno eseguendo, tra le regioni Campania e Lazio, sequestri per oltre 20 milioni di euro nei confronti del commercialista del clan Mallardo. Sottoposti a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, oltre 100 tra fabbricati, terreni, quote societarie, autovetture, nonché numerosi rapporti finanziari.

Il commercialista è Alfredo Aprovitola, 52 anni. Il 17 settembre dello scorso anno è stato condannato in primo grado a sette anni di carcere dal tribunale di Napoli, e attualmente è in libertà.

I precedenti di Alfredo Aprovitola

Il Gico della Guardia di Finanza di Napoli già aveva arrestato Alfredo Aprovitola, noto commercialista finito in carcere il 12 marzo del 2012, insieme al padre Domenico, perché ritenuti “colletti bianchi” del clan Mallardo, e successivamente scarcerati. Aprovitola, accusato di estorsione con metodo mafioso, fu raggiunto e ammanettato dai finanzieri nella sua abitazione di Giugliano nell’ambito dell’operazione king kong”, che portò in carcere gli Aprovitola, furono anche sequestrati beni per 71 milioni di euro. Il Tribunale del Riesame annullò l’ordinanza di arresto nei confronti di Alfredo e Domenico Aprovitola, rimmettendoli in libertà.

L’operazione di oggi

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari.

Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia APROVITOLA con il clan MALLARDO.

Al riguardo, APROVITOLA Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il “tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del Clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa.

Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di APROVITOLA Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania; a queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso.

L’APROVITOLA avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

Arrestato dagli stessi finanzieri del G.I.C.O. nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica, APROVITOLA, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, epilogate con l’esecuzione degli odierni sequestri, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Fonte:https://internapoli.it/alfredo-aprovitola/

 

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

Di Antonio Mangione -26 Luglio 2021

Sarà la Corte di Cassazione, dopo l’estate, a pronunciarsi sul sequestro eseguito oggi nei confronti del commercialista Alfredo Aprovitola. Oggi la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la Guardia di Finanza di Napoli, ha eseguito, tra la Campania e il Lazio, un provvedimento di sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre 20 milioni di euro, riconducibile al noto commercialista Alfredo Aprovitola (classe ‘69) e al suo nucleo familiare.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari. Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia Aprovitola con il clan Mallardo.

La figura di Alfredo Aprovitola

Al riguardo, Aprovitola Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa. Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto “l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio”.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di Aprovitola Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania. A queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso. Aprovitola avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

I precedenti ed i rapporti col Clan Mallardo

Arrestato dagli stessi finanzieri del Gico nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica,Aprovitola, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Gli attuali legali, gli avvocati Mario Griffo e Sabato Graziano, hanno proposto ricorso in Cassazione dopo che il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta del Pm, inizialmente respinta dal tribunale di Napoli, sul sequestro dei beni a seguito della sentenza di condanna in primo grado di Aprovitola.

Fonte:https://internapoli.it/la-mente-lavatrice-del-clan-mallardo-aprovitola-il-commercialista-ora-attende-la-cassazione/

 

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

Di Antonio Mangione -26 Luglio 2021

Sarà la Corte di Cassazione, dopo l’estate, a pronunciarsi sul sequestro eseguito oggi nei confronti del commercialista Alfredo Aprovitola. Oggi la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la Guardia di Finanza di Napoli, ha eseguito, tra la Campania e il Lazio, un provvedimento di sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre 20 milioni di euro, riconducibile al noto commercialista Alfredo Aprovitola (classe ‘69) e al suo nucleo familiare.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari. Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia Aprovitola con il clan Mallardo.

La figura di Alfredo Aprovitola

Al riguardo, Aprovitola Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa. Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto “l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio”.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di Aprovitola Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania. A queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso. Aprovitola avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

I precedenti ed i rapporti col Clan Mallardo

Arrestato dagli stessi finanzieri del Gico nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica,Aprovitola, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Gli attuali legali, gli avvocati Mario Griffo e Sabato Graziano, hanno proposto ricorso in Cassazione dopo che il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta del Pm, inizialmente respinta dal tribunale di Napoli, sul sequestro dei beni a seguito della sentenza di condanna in primo grado di Aprovitola.

Fonte:https://internapoli.it/la-mente-lavatrice-del-clan-mallardo-aprovitola-il-commercialista-ora-attende-la-cassazione/

 

IL RUOLO CHE DOVREBBE SVOLGERE L’ASSOCIAZIONISMO E CHE PURTROPPO NON SEMPRE SVOLGE

IL RUOLO CHE DOVREBBE SVOLGERE L’ASSOCIAZIONISMO E CHE PURTROPPO NON SEMPRE SVOLGE.LA DENUNCIA DEL MINISTRO CHE FACCIAMO  DA SEMPRE NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO .TROPPE CHIACCHIERE E POCHI I FATTI.ABBIAMO  OGNUNO DI NOI TROPPE COLPE DI CUI SCOLPARCI.””

 

L’allarme del Ministro: “Casalesi e Belforte infiltrano economia post Covid”. Poche denunce per usura

 

L’allarme del Ministro: “Casalesi e Belforte infiltrano economia post Covid”. Poche denunce per usura

Lamorgese a Caserta per il Comitato su ordine pubblico. Aumentano furti in abitazione nel 2021, manifestazioni ‘no green pass’ non autorizzate

Attilio Nettuno

26 luglio 2021 14:34

“Il clan dei Casalesi ed il clan Belforte hanno una forte capacità di infiltrazione dell’economia soprattutto in un periodo come quello attuale, con la pandemia che ha reso più fragile la nostra società e quindi più facilmente permeabile”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Caserta dove ha presieduto una riunione del Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica svolto in Prefettura ed al quale hanno preso parte anche il Prefetto Raffaele Ruberto, il Capo della Polizia Lamberto Giannini ed il Questore Antonio Borrelli.

Sui reati in generale dal comitato è emersa una diminuzione rispetto al periodo pre-pandemico: il 13% in meno a livello provinciale ed il 18,5 per quanto riguarda il Capoluogo nel raffronto tra il 2019 ed il 2020. Nei primi 6 mesi del 2021, però, “c’è un aumento rispetto all’anno scorso – precisa Lamorgese – Sono aumentati i furti in abitazione ed i furti di identità digitali”. Per la titolare del Viminale lo smart working “ha determinato che aumentassero i reati di questo tipo”. Sull’occupazione abusiva di immobili “molti passi avanti sono stati fatti con una maggiore attività di assistenza pubblica per l’esecuzione degli abbattimenti di immobili abusivi emessi dalla Procura”.

Il Ministro Lamorgese ha poi evidenziato le “poche denunce in materia di usura rispetto ai casi di cui si ha notizia – ha dichiarato – Al riguardo l’associazionismo non è presente su questi aspetti. Bisogna intervenire con associazionismo perché può fare tanto. Non c’è libertà se non c’è legalità”.

Il Ministro Lamorgese ha infine, rispondendo alle domande dei cronisti, riferito sulle recenti manifestazioni ‘no green pass’. “Le manifestazioni svolte nell’ultimo fine settimana non erano autorizzate”, ha ribadito. “La vaccinazione significa essere sicuri per se stessi e dare sicurezza agli altri. La vera libertà è questo, non la libertà di non vaccinarsi. La libertà di ognuno – ha aggiunto il ministro – è collegata ai principi di legalità che devono essere tenuti presenti. La vera libertà è quella di tutelare e aiutare anche gli altri nella tutela della salute pubblica. Non bisogna pensare solo per se, ma si deve pensare per tutti”.

Fonte:https://www.casertanews.it/cronaca/camorra-casalesi-belforte-economia-denunce-usura-lamorgese-caserta.html

Rita Atria, la mafia sarà sconfitta solo grazie a chi deciderà di affidarsi allo Stato

Rita Atria, la mafia sarà sconfitta solo grazie a chi deciderà di affidarsi allo Stato

Davide Mattiello 26 Luglio 2021

Rita Atria aveva avuto la forza di trasformare la sete di vendetta in bisogno di giustizia. Aveva avuto la forza di rinascere culturalmente, abbandonando dietro di sé la mentalità mafiosa nella quale era cresciuta. Aveva avuto la forza di resistere ad una madre che l’aveva maledetta per la sua decisione di parlare con gli “sbirri” delle cose di famiglia. Aveva avuto la forza di affidarsi allo Stato insieme a sua cognata, Piera Aiello, dopo che la mafia aveva massacrato padre e fratello. Quello Stato che aveva la faccia di Paolo Borsellino, che le “adottò” entrambe, proteggendole e riconoscendone il valore.
Ma tutta questa inimmaginabile forza non le bastò più dopo il 19 Luglio 1992, dopo la strage di Via d’Amelio, quando Cosa nostra le portò via per la seconda volta un padre. Resistette una settimana a quel dolore lancinante e senza consolazione, poi si uccise, il 26 Luglio del 1992, a Roma.
La memoria è “ortopedica” nel senso che ci aiuta a scegliere dove mettere i piedi, ci aiuta ad orientare il cammino, le scelte, l’impegno. La memoria di Rita è un punto fermo dell’agire di molti, ancora oggi. Rita e Piera (parlamentare e componente della Commissione parlamentare Antimafia) sono state tra le prime testimoni di giustizia in Italia, anzi, il concetto stesso di “testimone di giustizia” ha preso forma in quegli anni per distinguere il profilo di chi decideva di collaborare con lo Stato dopo una vita di delinquenza, da quello di chi decideva di informare lo Stato di crimini visti, subiti o appresi, senza averne però mai compiuti.
L’Italia all’inizio degli anni ’90, grazie al lavoro di Giovanni Falcone, si era dotata di una prima normativa rivolta ai collaboratori di giustizia, una normativa importante ancora oggi e proprio per questo ancora oggi oggetto di polemiche strumentali che mirano a minarne l’efficacia, ma non aveva una normativa dedicata ai testimoni di giustizia. Ci vorranno dieci anni e tante storie di coraggio e sofferenza per arrivare alla legge 45 del 2001 con la quale il Legislatore, integrando la normativa precedente, creava la figura del Testimone e decideva come proteggerla, sia dalla vendetta sia dalla solitudine.
Nella passata Legislatura il Parlamento ha approvato all’unanimità una riforma del sistema di protezione per i Testimoni di Giustizia, che ha introdotto importanti novità legate soprattutto al rapporto tra Testimoni e Servizio Centrale di Protezione, ed anche legate agli strumenti di sostegno socio-economico. Ma le leggi vivono di decreti attuativi, di regolamenti e (soprattutto) di prassi applicative cioè di quella routine che si genera a poco a poco tra coloro che sono deputati ad esercitare una certa legge. Le prassi applicative sono a loro volta figlie della cultura che si respira tra addetti ai lavori, dei pre-giudizi con i quali ci si approccia alle situazioni concrete che devono essere gestite.
Il sistema di protezione tanto dei collaboratori, quanto dei testimoni di giustizia, fa capo alla Commissione Centrale presso il Ministero dell’Interno, la quale a sua volta dispone del Servizio Centrale di Protezione che si occupa della quotidianità di questa popolazione che si compone di qualche migliaio di persone, molte delle quali sono minorenni.
La Commissione Centrale è normalmente presieduta da un Sottosegretario cui il Ministro conferisce la delega, attualmente si tratta del Sottosegretario Nicola Molteni, pilastro della Lega salviniana in Parlamento.
Dopo quasi trent’anni dalle stragi e dalla morte di Rita dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia delle responsabilità nel contrasto a mafie e corruzione che questa battaglia si può vincere, ma che si vincerà non tanto per il numero degli arresti e delle condanne: si vincerà per il numero di persone che decideranno di affidarsi allo Stato, anzichenò. Scegliere lo Stato, anzichenò, significa tante cose, dal pagare le tasse al denunciare i crimini, ma ha a che fare con un presupposto soltanto: la credibilità delle Istituzioni.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

Riforma Cartabia, si tenga conto delle parole di Mattarella in tema di mafia

Il Fatto Quotidiano

Riforma Cartabia, si tenga conto delle parole di Mattarella in tema di mafia

Gian Carlo Caselli

Ex magistrato

26 LUGLIO 2021

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha compiuto ottant’anni. Unanimi sono stati, nei messaggi augurali, i convinti apprezzamenti per la sua figura e la sua opera. Parole ricorrenti: equilibrio, saggezza, autorevolezza, tutela incessante dei principi costituzionali, senso dello Stato e profilo morale alti. In sostanza, una guida forte riconosciuta come tale ben al di là delle formule di circostanza.

Questo Mattarella è lo stesso che il 23 maggio scorso nell’aula bunker del tribunale di Palermo ha pronunziato un intervento non rituale articolato su due principali passaggi. Primo: “La mafia esiste tutt’ora, non è stata definitivamente eliminata”, nonostante “i grandi successi ottenuti” sul piano repressivo e su quello della diffusione di una coscienza non più succube dei disvalori mafiosi. Secondo: “O si sta contro la mafia o si è complici dei mafiosi”.

Parole lucide e ferme, che devono valere come riferimento sicuro e imprescindibile. Sempre. Proiettandole anche sul dibattito in corso in tema di riforma della giustizia. In particolare sull’allarme circa i rischi che la nuova disciplina della prescrizione (alias improcedibilità) potrebbe comportare per la cancellazione di migliaia di processi relativi a delitti di mafia. Allarmi che ben si possono definire certezze se si considera che provengono anche da magistrati come Cafiero de Raho e Gratteri, la cui competenza e affidabilità sono di tutta evidenza.

E allora: per semplice dovere di coerenza con la valutazione di guida forte del paese da tutti espressa nei confronti del presidente Matarella, che per favore si tenga concretamente conto delle sue indicazioni in tema di mafia nel discutere se introdurre aggiustamenti “tecnici” alla riforma Cartabia. Tanto più che le entusiastiche e sacrosante parole augurali sopra ricordate sono tratte dal messaggio del premier Draghi.

 

 

Riforma Cartabia, Draghi apre a Conte: stop a improcedibilità per mafia e terrorismo. Blitz Fi su abuso d’ufficio: slitta la commissione

Il Fatto Quotidiano

Riforma Cartabia, Draghi apre a Conte: stop a improcedibilità per mafia e terrorismo. Blitz Fi su abuso d’ufficio: slitta la commissione

Il punto d’incontro tra governo e M5s può arrivare su un concetto semplice: nessuna improcedibilità nei giudizi su mafia e terrorismo. Intanto restano bloccati i lavori in commissione Giustizia – dove scende a 400 il limite dei subemendamenti segnalati dalle forze politiche – dopo il nuovo tentativo di Forza Italia di allargare il perimetro della riforma anche all’abuso di ufficio. Nel pomeriggio incontro tra la guardasigilli e il premier a Palazzo Chigi

di F. Q. | 26 LUGLIO 2021

Si lavora a un accordo per arrivare all’approvazione della riforma della giustizia. Ma Forza Italia prova a far saltare la trattativa in corso tra Giuseppe Conte e Mario Draghi, rilanciando la richiesta di allargare la discussione in commissione pure all’abuso d’ufficio. E dunque la strada della norma di Marta Cartabia – che nel pomeriggio ha incontrato il premier a Palazzo Chigi – è tutt’altro che in discesa. Nelle scorse ore è emerso che il punto d’incontro tra il governo e il Movimento 5 stelle può arrivare su un concetto semplice: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. Cioè una delle principali modifiche chieste dai pentastellati al testo della riforma del processo penale licenziato dal governo.

Il possibile accordo: no improcedibilità per reati di mafia – All’inizio della settimana decisiva per l’approvazione – l’arrivo in Aula alla Camera è fissato per venerdì – un retroscena di Repubblica dà l’accordo per fatto e, a quanto apprende l’agenzia Adnkronos, i vertici del Movimento sarebbero in queste ore in attesa del testo dell’intesa, “perché la richiesta è stata accolta ma prima di dire che l’accordo è stato raggiunto è necessario vedere la modifica”. Insomma, salvo colpi di scena, le mediazioni delle ultime ore hanno portato a un primo risultato: nell’elenco dei reati per cui la “ghigliottina” non vale, oltre a quelli puniti con l’ergastolo, entrerebbero le fattispecie di criminalità organizzata di stampo mafioso e terroristico (i cui processi, peraltro, già adesso godono di una corsia preferenziale, essendo gli imputati quasi sempre detenuti). In questi casi la prescrizione resterebbe quindi bloccata dopo la sentenza di primo grado (in base alla riforma Bonafede) senza il rischio di estinzione del processo per “sforamento” del termine di due anni in Appello o uno in Cassazione. A quanto riporta il Corriere, Conte e Draghi si sono sentiti al telefono più di una volta tra venerdì e sabato, con l’ex premier a insistere sul punto (“Non possiamo permettere che anche un solo processo di mafia salti a causa della riforma”) lanciando però messaggi distensivi rispetto all’ipotesi di una resa dei conti in Aula.

In commissione Forza Italia insiste: “Allargare ad abuso d’ufficio” – Il primo spiraglio però non è sufficiente per dare per chiusa la trattativa. E a dimostrarlo è il fatto che restano bloccati i lavori in commissione Giustizia alla Camera, dove in parallelo Forza Italia sta tentando il blitz per allargare il perimetro del ddl all’abuso d’ufficio. Venerdì il presidente Mario Perantoni ha dichiarati inammissibili gli emendamenzi di Fi per estraneità di materia. Il ddl infatti riguarda la procedura penale, mentre gli emendamenti di Fi riguardano il codice sostanziale. Fi e tutto il centrodestra avevano quindi chiesto che stamani l’ufficio di presidenza votasse un allargamento del perimetro del ddl così da ricomprendere l’abuso di ufficio. Ma stamattina il centrodestra ha annunciato di aver presentato ricorso al presidente Fico contro le inammissibilità ai propri emendamenti, quindi l’ufficio di presidenza ha rinviato a domani mattina le proprie deliberazioni in attesa del pronunciamento del presidente Fico. Se questi respingerà il ricorso del centrodestra si voterà la richiesta di allargamento del perimetro del ddl, contro il quale si sono espressi Pd e M5s. “L’allargamento del perimentro del ddl – ha spiegato ai cronisti Perantoni – comporterebbe un allungamento dell’esame del provvedimento: dovrei predisporre l’abbinamento degli altri ddl riguardanti l’abuso di ufficio e la riapertura dell’istruttoria, con le audizioni. Lavoriamo per portare il testo in aula venerdì 30, ma la varietà di opinioni è tale da non farmi fare previsioni”. “La richiesta avanzata da Forza Italia, sostenuta ambiguamente dalla Lega rischia di far naufragare tutto”, dice Franco Vazio, vice presidente commissione e relatore della riforma.

I lavori in commissione: emendamenti scendono a 400 – Intanto però il tempo corre e si lavora per riuscire ad arrivare a un accordo in breve. L’ufficio di presidenza della commissione Giustizia della Camera ha fissato a 400 (da 1600 che erano) il numero complessivo dei subemendamenti segnalati, con una quota per ciascun gruppo. I gruppi parlamentari dovranno segnalare quali sono i propri sub-emendamenti agli emendamenti del governo sulla riforma del processo penale che vogliono siano votati. M5s potrà segnalare 83 sub-emendamenti, la Lega 71, il Pd 54, Fi 48. Fdi 45, Coraggio Italia 25, Iv 27, Leu 20, L’Alternativa c’è 16, mentre le altre componenti del Misto potranno segnalarne 5 ciascuna. Pd e Lega hanno preannunciato che segnaleranno solo una decina di sub-emendamenti. I gruppi dovranno indicare gli emendamenti segnalati entro le 20 di oggi.

Il Pd: Improcedibilità parta dal 2024 – La mediazione, quindi, auspicata dal M5s, permetterebbe di scongiurare i rischi sulla tenuta del sistema di contrasto alle mafie paventati da voci autorevoli, quali il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, ascoltati nei giorni scorsi in audizione alla Camera. E su cui – riporta sempre Repubblica – c’è anche l’accordo di Enrico Letta, allineato a Conte nell’esigenza di mettere al sicuro procedimenti delicati. “In questa settimana si faranno gli ultimi aggiustamenti, poi un testo andrà votato”, dice il segretario Pd al Corriere, “il nodo giustizia doveva arrivare e si stanno cercando soluzioni. Io sono fiducioso, perché Draghi e Cartabia hanno mostrato grande flessibilità”. I dem da parte loro insistono sul cosiddetto lodo Serracchiani, dal nome della capogruppo a Montecitorio: per permettere agli investimenti sul sistema-giustizia di produrre effetti, il termine per concludere l’appello è allungato a tre anni, invece di due, per tutti i reati fino al 2024. Un’altra possibile modifica riguarda il momento da cui far partire il conto alla rovescia: nel testo del governo è fissato alla scadenza del termine per impugnare, il M5s chiede di farlo decorrere dalla prima udienza del grado di Appello (come prevedeva, peraltro, la stessa commissione Lattanzi incaricata da Cartabia di elaborare la proposta di riforma). Tra gli emendamenti segnalati – che sono 13 – i dem hanno incluso anche quello che prevede una proroga dei termini di durata del processo con ordinanza del giudice per i reati di mafia e terrorismo o per un giudizio di impugnazione particolarmente complesso

Delitto Vassallo, i parlamentari antimafia:«C’è chi sa e non parla, basta zone d’ombra»

Il Mattino

Delitto Vassallo, i parlamentari antimafia:«C’è chi sa e non parla, basta zone d’ombra»

Sabato 24 Luglio 2021

di Antonio Vuolo

Non è ammissibile pensare a quasi undici anni senza nemmeno un processo. Questa, inevitabilmente, è una di quelle situazioni in cui c’è qualcuno che sa e che però non ha parlato. E il nostro Paese non merita zone d’ombra». Va via, con questo appello, dal porto di Acciaroli, il deputato del Movimento 5 Stelle, Luca Migliorino, promotore del lavoro della Commissione parlamentare antimafia sul caso Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato il 5 settembre 2010 da mani ancora ignote alla giustizia. Ieri pomeriggio è arrivato nella perla del Cilento insieme ai colleghi pentastellati Stefania Ascari e Giovanni Endrizzi. Con loro anche il senatore salernitano di Fratelli d’Italia, Antonio Iannone. «Essere qui è fondamentale per leggere meglio le carte e ci aiuterà a capire anche se tutti hanno detto o meno la verità» aggiunge Migliorino, colloquiando con i giornalisti dinanzi alla “Grande Onda”, al porto turistico di Acciaroli. «Faremo una relazione finale e sarà pubblica – conclude Migliorino – Speriamo di ultimare la prima parte del lavoro, quella che farà chiarezza sulla dinamica dell’omicidio, entro la fine dell’estate». Gli fa eco Dario Vassallo, fratello di Angelo e presidente della Fondazione dedicata al sindaco pescatore: «È importante che si faccia presto, ma soprattutto è importante essere qui oggi insieme alla Commissione. Ritengo che questo passaggio sia fondamentale, penso che sia il penultimo se non l’ultimo passaggio per arrivare alla verità. Una volta che verremo a conoscenza della relazione della Commissione Antimafia, noi muoveremo azione legale in sede civile nei confronti di uomini delle Istituzioni, che si sono macchiati del grave crimine di depistaggio su chi ha ucciso mio fratello. Questi uomini dello Stato dovranno pagare non solo il depistaggio, ma anche undici anni della mia vita, dedicati alla ricerca della verità».

C’è anche Massimo, un altro dei fratelli del sindaco pescatore. Segue passo dopo passo il gruppo di lavoro. Dopo un primo sopralluogo al porto, intitolato tra l’altro proprio a Vassallo, i parlamentari, accompagnati da funzionari dell’antimafia, si spostano anche nel luogo, a poche centinaia di metri dalla casa di Vassallo, dove in quella maledetta sera di inizio settembre si consumò l’efferato delitto. «L’omicidio di Angelo è una ferita purtroppo ancora aperta» ricorda il senatore Iannone, che all’epoca dei fatti era assessore alla Provincia di Salerno. «Vogliamo dare il nostro contributo per fare luce su quanto accaduto ad Angelo Vassallo. Questa è la nostra missione e ci stiamo prodigando con il massimo dell’impegno per riuscirci. Ora andremo avanti già nei prossimi giorni incontrando (29 luglio) il procuratore Giuseppe Borrelli» ribadisce l’esponente di Fratelli d’Italia, che in mattinata è stato insieme ai suoi colleghi in Prefettura a Salerno per un incontro con il prefetto Francesco Russo. Ad accogliere la Commissione parlamentare antimafia, guidata dall’onorevole Nicola Morra, assente però ad Acciaroli, ci sono anche Gerardo Spira, storico segretario comunale di Vassallo, il sindaco di Roscigno, Pino Palmieri, e Gisella Botticchio, consigliere comunale di minoranza ad Agropoli. Ed è anche l’assist a Dario Vassallo per non risparmiare accuse alla politica locale. «Ho denunciato due anni fa all’Antimafia il sistema Cilento. Lo Stato deve rafforzare la sua presenza per scardinarlo. È incredibile come Angelo venga ricordato e rispettato ovunque, mentre qui ci sono comuni, come Agropoli e San Giovanni a Piro, che hanno perfino rifiutato l’intitolazione di una pianta».


Giustizia, Gratteri: “Con la riforma Cartabia delinquere conviene di più”

Giustizia, Gratteri: “Con la riforma Cartabia delinquere conviene di più”

Il Procuratore di Catanzaro denuncia i limiti di una riforma che rischia di fermare il 50% dei processi in corso: “Si sta preparando la grande amnistia”.

Angelo Cannatà 21 Luglio 2021

È lunedì sera e da qualche giorno piove in Calabria, il clima è umido, abbastanza freddo e si teme il flop a Polistena nella serata dedicata all’intervento in piazza di Nicola Gratteri; invece, come sempre quando c’è il Procuratore di Catanzaro, la piazza alle 21 si riempie di gente, tanta, soprattutto giovani, ogni angolo è occupato e si fatica anche in piedi a trovare posto nella centralissima agorà polistenese. C’è voglia d’ascoltarla questa voce controcorrente. Il brusio si placa, s’affievolisce. Silenzio. E Gratteri non delude. È qui per presentare Non chiamateli eroi (Mondadori), ma si capisce subito che del libro parlerà poco. Certo, risponde alle domande di Michele Albanese, anche alle più scontate (“Dov’era lei quando arrivò la notizia della strage di Capaci”), ma gli preme parlare d’altro: “Consentitemi di dire della riforma Cartabia. Non è vero che un Procuratore della Repubblica deve stare zitto, non siamo più nel 1890, oggi è giusto che la gente sappia, che l’informazione circoli. È per questo che parlo. Cosa penso della riforma? Sono arrabbiato. Molto arrabbiato.” Cattura subito l’attenzione, Gratteri, da grande affabulatore. Analizza. Confronta i dati. Smonta le tesi degli ipergarantisti. Mostra la nuda realtà della giustizia in Italia: “Eravamo la patria del diritto, ora che cosa siamo? Dicono che le carceri sono sovraffollate. La soluzione è liberare i ladri? Questa classe politica sta preparando amnistie mascherate”. È l’incipit di un discorso sulla certezza della pena che solo un giusto processo può garantire. Ma, “la riforma Cartabia consente un giusto processo?”

È la domanda chiave della serata. Siamo qui per parlare di Falcone e Borsellino e di altre storie di lotta alle mafie – argomenta – ma il modo migliore per onorarli è mettere a nudo i limiti di una riforma che rischia di fermare il 50% dei processi in corso. Insomma, la Cartabia pretende che si svolgano in due anni – con le stesse carenze d’organico di sempre – processi che finora non si chiudevano in tre.” I termini non saranno rispettati e finiranno tutti in prescrizione. “È questo che si vuole?” Pone domande Gratteri, e si sente che conosce le risposte. Garantismo? Qui si sta preparando la grande amnistia. Che diranno le persone offese, le vittime del reato? È lucido (“i magistrati devono fare giustizia, non smaltire le carte”) e ha coraggio quando invita tutti a seguirlo su Internet: “Dirò le stesse cose in Commissione giustizia alla Camera. Non ho paura. Seguite la diretta”. Infatti, in Commissione il 20 luglio: “Temo che i 7 maxi processi contro la ‘ndrangheta” che si stanno celebrando a Catanzaro “saranno dichiarati tutti improcedibili in appello”. Un grido d’allarme. Anticipato la sera prima a Polistena, dove tra gli applausi insiste sul punto: “Feroce il mio giudizio contro la Cartabia, con questa riforma delinquere conviene di più. Le persone vengono umiliate dalla mafia, e abbandonate dallo Stato.”

Indica una via percorribile Gratteri? Certo, completamente opposta a quella della ministra: occorre rendere più snelle le procedure, “limitare le ipotesi di appello, rendere inammissibili le impugnazioni vistosamente pretestuose; ridurre i ricorsi in Cassazione, eccetera. È un fiume in piena Gratteri. Calmo. Preciso. Coraggioso. Il suo libro, Non chiamateli eroi, parla di Falcone e Borsellino, ma anche “dei saldi principi di Giorgio Ambrosoli”, della “determinazione di Libero Grassi”… “I loro sogni, il loro coraggio sono un modo per non dimenticare e ricordare che: ‘Si può fare qualcosa, e se ognuno lo fa, allora si può fare molto’.” Non si arrende Gratteri, il pubblico di Polistena lo percepisce e in piedi ringrazia. Un lungo applauso che è un sostegno; una scelta di campo a viso aperto (non è così scontata in Calabria); un abbraccio all’uomo che rischia la vita lottando contro “loro”, gli ’ndranghetisti. A fine serata molti chiedono una dedica al Procuratore, ne leggo una scritta a un giovane che lo guarda ammirato: “Fortunato, ci sono loro ma ci siamo anche noi. Nicola Gratteri”. La piazza calabrese che gli si stringe attorno conferma che non è solo, e che non sarà solo Giuseppe Conte nella lotta contro la Salvaladri. La società civile c’è, pronta per una nuova battaglia di civiltà.

 

Fonte:micromega.net

Efficienza, non perdiamo il «piano anticorruzione»

Il Corriere della Sera

Efficienza, non perdiamo il «piano anticorruzione»

Pubblica amministrazione: si possono snellire le procedure e semplificare gli adempimenti, ma non va persa l’esperienza acquisita in tutti questi anni

di Anna Corrado | 23 luglio 2021

La strada per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni sembra inevitabilmente passare per la stesura di un «Piano». E così negli ultimi anni ne sono stati previsti più di venti per le amministrazioni pubbliche, quasi che il legislatore non sappia che la loro mission principale non è quella di fare piani ma di curare l’interesse pubblico e di erogare servizi al cittadino.

Ogni governo prevede piani che fiduciosamente ritiene daranno la svolta e i governanti successivi, incuranti del lascito amministrativo, ne aggiungono altri. Così si sono sommati nel tempo piani per le opere pubbliche, per le forniture e i servizi, per le pari opportunità, per la transizione tecnologica, per la formazione, per i fabbisogni del personale, della performance; e ancora piani esecutivi di gestione, piani finanziari, economico-patrimoniali, un piano degli indicatori e dei risultati attesi di bilancio, un piano delle alienazioni immobiliari, un piano delle tariffe Tari, un piano generale degli impianti pubblicitari, un piano per la razionalizzazione fusione o soppressione delle società pubbliche, un piano di razionalizzazione e di riqualificazione della spesa, un piano di prevenzione della corruzione e della trasparenza, un piano di organizzazione del lavoro agile. Senza contare che c’era pure un piano per la pandemia.

L’elenco non è ovviamente completo, ma testimonia che in Italia c’è un piano per tutto, salvo poi rendersi conto che più che di strategie di efficienza amministrativa si tratta spesso di adempimenti burocratici. Nel solco di questa pulsione pianificatoria si inserisce il Piano integrato di attività e organizzazione, previsto dall’art. 6 del d.l. 80/2021, in fase di conversione. Questo piano, rispetto agli altri, sembra avere il vantaggio di porsi in un’ottica di alleggerimento e di semplificazione del «sistema» esistente, per cui alcuni piani potrebbero venire meno (o essere ridimensionati) una volta varato quello integrato (a prima lettura la novella dovrebbe interessare performance, personale, formazione, pari opportunità, lavoro agile, alfabetizzazione digitale, anticorruzione e trasparenza). La scelta, in questi termini, va salutata con favore se non fosse per il timore che con «l’acqua sporca si butti via anche il bambino». In questo caso, in particolare, il bambino è rappresentato dal piano triennale di prevenzione della corruzione e della trasparenza e dalla politica di contrasto alla corruzione più in generale.

Il piano triennale di prevenzione della corruzione (dal 2016 anche della trasparenza), nasce a fine 2012 con l’obiettivo di far emergere e monitorare le attività a rischio di corruzione nelle pubbliche amministrazioni. È esso stesso una misura di prevenzione della corruzione: attraverso la metodica della valutazione dei rischi di corruzione si cerca di individuare in particolare quelli a priorità alta, collegati alle attività amministrative, da presidiare e scongiurare; un’attività di gestione dei rischi, sia strategici che operativi che ha segnato un nuovo modo di operare dell’amministrazione, per risultati e non solo per adempimenti. Come è evidente, la disciplina di prevenzione della corruzione così come gli stessi piani triennali non hanno portato, a circa otto anni dalla loro nascita, all’eliminazione della corruzione nelle pubbliche amministrazione, ma certamente ci si è incamminati su di una strada dalla quale non si può tornare indietro.

Come spesso accade nei percorsi di cambiamento, è importante, prima ancora che raggiungere l’obiettivo, il percorso individuato per raggiungerlo. E le amministrazioni, dopo le difficoltà iniziali, stanno effettivamente imparando ad affrontare temi centrali quali l’organizzazione pubblica per processi, il conflitto di interessi, l’etica pubblica, le incompatibilità degli incarichi, le segnalazioni nell’interesse pubblico, la trasparenza diffusa dell’attività amministrativa. Tutte questioni con le quali ci si confronta quotidianamente, che con il tempo finiscono per incidere sul modus operandi e che non possono essere ridimensionate in un’ottica di semplificazione. Possono certamente essere alleggeriti gli adempimenti in tema di prevenzione della corruzione, anche in base alle dimensioni dei soggetti coinvolti, si possono riformulare alcune norme «incomprensibili», lasciate all’interpretazione degli operatori, si può puntare alla digitalizzazione delle banche dati e alla loro interoperabilità.

L’esperienza di questi anni non va sprecata, buttandola con «l’acqua sporca dei piani inutili», ma va piuttosto valorizzata, riconoscendo il percorso dei dipendenti pubblici, quotidianamente alle prese con i temi della prevenzione della corruzione, che impone loro di riguardare l’attività anche in chiave di strategia anticorruzione e che nel tempo, grazie anche al ricambio generazionale, potrà produrre i suoi frutti. In ragione della sua rilevanza organizzativa e «culturale» sarebbe, quindi, importante che questo piano non perdesse lo spazio conquistato.


‘NDRANGHETA, LATINA: COLPITI I BENI DEI CRUPI (COSCA COMMISSO). CONFISCATI BENI PER 30 MILIONI

NDRANGHETA, LATINA: COLPITI I BENI DEI CRUPI (COSCA COMMISSO). CONFISCATI BENI PER 30 MILIONI

Eseguita dai Carabinieri una misura di prevenzione patrimoniale della confisca di 1° grado nei confronti di beni riconducibili alla cosca “Commisso” di Siderno: colpiti i beni dei Crupi di stanza a Latina

di Redazione

22 Luglio 2021

Nella mattinata di oggi 22 luglio 2021, a Latina, Aprilia, Roma, Reggio Calabria, Siderno (Reggio Calabria), Città di Castello (Perugia), Torino, Sansepolcro (Arezzo), Anghiari (Arezzo), Capua (Caserta), Vitulazio (Caserta) e Nocera Inferiore (Salerno) i militari del Comando Provinciale Carabinieri di Latina in collaborazione con i Comandi territorialmente competenti, su delega del Tribunale di Latina – Sezione Misure di Prevenzione -, hanno proceduto alla notifica della misura di prevenzione patrimoniale della confisca di primo grado dei beni riconducibili a:

  • Vincenzo Crupi, classe 1963 residente in Olanda, attualmente detenuto presso la Casa circondariale de L’Aquila in regime di 41 bis, esponente apicale della cosca  “Commisso”, operante a Siderno, con proiezione extraregionale nelle province di Roma, Caserta ed Arezzo avente interessi economico-criminali in Olanda e Canada;
  • Rocco Crupi, classe 1966, residente in Olanda, di fatto domiciliato a Latina.

La misura di prevenzione – eseguita ai sensi dell’art. 24 del d.l. n.ro 159 del 6.9.2011 (Codice Antimafia) – a firma del Presidente Francesco Valentini, coordinata nelle varie fasi della sua lunga istruzione dal Sostituto Procuratore Distrettuale Antimafia Giuseppe Cascini e dai Pubblici Ministeri Giuseppe Bontempo e  Giuseppe Miliano, della Procura della Repubblica di Latina, si basa fondamentalmente sul riconoscimento della pericolosità sociale dei due proposti che era stata avanzata dal Pubblico Ministero della Procura Distrettuale Antimafia.

Vincenzo e Rocco Crupi all’atto della presentazione della richiesta non erano gravati da precedenti penali. Successivamente, nell’ambito delle indagini condotte dalle Procure Distrettuali Antimafia di  Roma e Reggio Calabria in collaborazione con le Autorità Giudiziarie Olandesi, è stata  ricostruita l’operatività dì un gruppo di soggetti nella zona di Latina e facente capo proprio alla famiglia Crupi, originaria di Siderno, che si trovava a Latina per il tramite della società KRUPY s.r.l.”.

Quelle indagini si concentrarono sulle persone dei fratelli Crupi e consentirono di dimostrarne il pieno inserimento nella cosca di ’ndrangheta Commisso di Siderno. Le indagini hanno consentito di acquisire gravi indizi di colpevolezza in ordine all’esistenza di un’organizzazione, capeggiata dai medesimi.

L’esecuzione della misura ha riguardato svariati beni, per un valore complessivo di 30 milioni di euro.

Eccoli di seguito:

  • 13 società operanti nel settore florovivaistico, notificando i provvedimenti ai predetti, agli amministratori ed ai soci;
  • 36 terreni agricoli, prevalentemente adibiti a  vigneti per la produzione di un pregiato vino che doveva essere commercializzato in Canada; 
  • 22 abitazioni;
  • 7 locali adibiti ad esercizi commerciali;
  • 21 fabbricati/magazzini;
  • 2 alberghi fra cui la ANGHIARI RESIDENCE S.r.l. (già ANGHIARI RESIDENCE S.p.a.) in relazione alla quale Vincenzo Crupi e Rocco Crupi sono stati  rinviati a giudizio  da parte della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, in data 16 settembre 2020, per il delitto di cui agli art 512bis, 416bis.l c.p. relativo alla fittizia intestazione  di beni;
  • un centro sportivo (a Borgo Carso, “La Siepe”);
  • 33 veicoli;
  • 26 conti correnti bancari.

Fonte:https://latinatu.it/

 

Archivi