Pg Sava: ”Nei finanziamenti Ue attenti alla borghesia mafiosa”

Pg Sava: ”Nei finanziamenti Ue attenti alla borghesia mafiosa”

AMDuemila 29 Luglio 2022

“Attenti alla borghesia mafiosa di cui parlava il giudice Rocco Chinnici.  Il suo coraggio, il vero senso dello Stato è stato anche averci additato le insidie dell’ipocrisia”. A dirlo è la Procuratrice generale di Palermo, Lia Sava, nel corso del suo intervento al convegno ‘I programmi di finanziamento europei, tra semplificazione amministrativa e rischi di infiltrazione della criminalità in corso al Tribunale di Palermo in occasione del 39esimo anniversario dell’uccisione del giudice Rocco Chinnici.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/114-mafia-flash/90950-pg-sava-nei-finanziamenti-ue-attenti-alla-borghesia-mafiosa.html

«D’accordo col clan dei Casalesi per tutta la carriera», le motivazioni della condanna a Cosentino

«D’accordo col clan dei Casalesi per tutta la carriera», le motivazioni della condanna a Cosentino

Di redazione

29 Luglio 2022

L’accordo illecito tra Nicola Cosentino e il clan dei Casalesi «è perdurato sostanzialmente nell’arco dell’intera ascesa politica di Cosentino, che è stato deputato della repubblica Italiana dal 9 maggio 1996 al 14 marzo 2013, per quattro consecutive legislature, ricoprendo durante l’ultimo incarico di deputato, dal 12 maggio 2008, la carica di sottosegretario all’economia nel quarto governo Berlusconi». Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Napoli che oltre un anno fa condannarono l’ex uomo forte di forza Italia in Campania a dieci anni di carcere per concorso esterno in camorra, nel processo cosiddetto Eco4 sull’infiltrazioni politico-mafiose nel settore dei rifiuti.

Le motivazioni sono state depositate il 21 luglio scorso, ad un anno esatto dall’udienza in cui fu letta la condanna contro cui i legali di Cosentino – Stefano Montone, Agostino De Caro ed Elena Lepre – faranno ricorso in Cassazione. La corte d’appello ha aumentato di un anno la pena inflitta in primo grado dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e rispetto a quest’ultimo ha esteso la responsabilità di Cosentino per il concorso esterno fino al 2009, ritenendo dunque provata la sua contiguità al clan, nella veste di referente nazionale dei Casalesi oltre il 2004, anno in cui si fermava la sentenza di primo grado.

La Dda di Napoli aveva infatti presentato appello ritenendo che l’appoggio di Cosentino al clan fosse andato avanti almeno fino al 2009, saldandosi con le condotte contestate in altre due indagini antimafia successive che hanno coinvolto il politico, anche se in entrambi i processi l’ex coordinatore campano di Forza Italia è stato assolto in appello. Assoluzioni, queste ultime, ritenute non rilevanti nel processo Eco4, il più importante tra i procedimenti a carico di Cosentino. «Per mantenere il suo impegno nei confronti del sodalizio – si legge nella motivazione della sentenza d’appello – Cosentino ha strumentalizzato il delicato ruolo istituzionale, non facendosi scrupolo di piegarlo agli interessi del clan camorristico, oltre che ai suoi personali interessi».

Fonte:https://internapoli.it/daccordo-col-clan-dei-casalesi-per-tutta-la-carriera-le-motivazioni-della-condanna-a-cosentino/

Angelo Vassallo, chi sono i due carabinieri indagati per la morte del sindaco pescatore

Il Mattino

Angelo Vassallo, chi sono i due carabinieri indagati per la morte del sindaco pescatore

Giovedì 28 Luglio 2022

É finalmente arrivata dopo 12 anni una svolta nelle indagini per l’omicidio del sindaco pescatore Angelo Vassallo, commesso il 5 settembre 2010. Vassallo fu ucciso perchè non voleva piegarsi alla camorra e aveva intenzione di denunciare il traffico di droga che gravitava attorno al porto turistico di Acciaroli di cui era venuto a conoscenza.

La Procura di Salerno ha infatti disposto perquisizioni nei confronti di nove indagati ma sono due i nomi che in queste ore hanno più risonanza degli altri: si tratta del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo e dell’ormai ex carabiniere Lazzaro Cioffi.

Chi sono i due carabinieri infedeli

L’ex carabiniere Cioffi ha prestato per oltre vent’anni servizio presso il nucleo operativo di Castello di Cisterna ma venne poi arrestato nel 2018 con l’accusa di essere molto vicino al clan Sautto-Ciccarelli di Caivano. La prima sezione Penale del Tribunale di Napoli Nord aveva, infatti, condannato Cioffi a ben 15 anni di reclusione riconoscendolo come colpevole di concorso esterno in traffico internazionale di droga, corruzione, riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Il sostituto procuratore di Napoli Marinella Di Mauro aveva chiesto una condanna di vent’anni di carcere per l’ex militare dell’arma sottolineando la sua parentela con un elemento di spicco della criminalità organizzata e, quindi, direttamente collegato ai traffici illeciti. La pena venne poi ridotta a 15 anni in quanto fu esclusa l’aggravante mafiosa.

I sospetti sulle attività criminose di Cioffi nacquero dalla scoperta di alcune informazioni private che l’ex carabiniere aveva riferito sulle perquisizioni fatte al boss di Parco Verde di Caivano Pasquale Fucito. Ma la svolta arrivò con il collaboratore di giustizia Vincenzo Iuorio, che riferì di aver saputo da un compagno di cella che Cioffi, chiamato con il nome «Marcolino», aveva provveduto a rimuovere alcuni video delle telecamere di sicurezza a Crispano le quali mostravano il pestaggio del fratello di un politico al quale aveva preso parte anche lo stesso Iuori.

A oggi le indagini per l’omicidio del sindaco Vassallo gettano un’ulteriore luce sulla vita di Cioffi e sul suo possibile coinvolgimento nella tragedia.

Pochi mesi fa si fece avanti un pentito di camorra Rolando Ridosso che si disse disponibile ad aiutare la Procura di Salerno nelle indagini per l’omicidio Vassallo. Originiario di Castellammare di Stabia, ex esponente di spicco del clan nocerino-sarnese dei Loreto-Ridosso, anche lui indagato per un omicidio connesso a quello di Vassallo, Ridosso venne ascoltato dai pm salernitani e, in cinque verbali, tirò in ballo Giuseppe Cipriano, titolare di un cinema a Scafati che nello stesso anno dell’omicidio Vassallo prese in gestione anche un cinema a Pollica, molto vicino al ristorante gestito dalla famiglia Vassallo.

Lo stesso Cipriano venne interrogato dai pm proprio insieme all’ex carabiniere Cioffi che però in quella stessa situazione decise di rimanere in silenzio durante tutto l’interrogatorio.

Altro protagonista dell’inchiesta è il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo che all’epoca dei fatti comandava il gruppo di Castello di Cisterna. L’ufficiale si era occupato nel 2010 di acquisire le registrazioni delle telecamere di un negozio di telefonia, consegnate poi ai magistrati, oltre che a raccogliere le dichiarazione della gente del posto con il fine di fare luce e chiarezza sull’omicidio del sindaco pescatore. Gli stessi familiari della vittima avevano, però, da subito sollevato dubbi circa le modalità con le quali erano state svolte le indagini considerandole non aduguate e fuorvianti.

Lo stesso Cagnazzo, in un’intervista a Giulio Golia de Le Iene, si era giustificato in merito a tali «accuse» definendo il suo operato in quel 2010 assolutamente nella norma.

Ma il passato di Cagnazzo non ha lasciato indifferenti i familiari e l’opinione pubblica. Risale, infatti, al 2009 il coinvolgimento del colonello dei carabinieri con la collaborazione scoperta tra Sandro Acunzo, ex militare esperto nella cattura di latitanti, Pasquale Sario, ex comandante del nucleo oplotino, e l’ex boss del Piano Napoli di Boscoreale Franco Casillo detto «’a vurzella», con il quale i due militari, in cambio di favori, barattavano informazioni utili al boss. A spiegare i fatti, dinanzi al giudice del Tribunale di Torre Annunziata, fu Andrea Paris, generale dei carabinieri. Lo stesso Paris riferì che Cagnazzo era a conoscenza delle auto che Casillo, il boss e Acunzo si scambiavano avendo riferito proprio il colonnello tali fatti.

Il passato di Cagnazzo e Cioffi, dunque, getta ulteriori dubbi sulla vicenda che ha portato alla morte, con nove colpi di pistola, del sindaco pescatore e per il quale ancora non è stata fatta giustizia, quella giustizia che i familiari della vittima chiedono a gran voce dopo 12 anni dall’accaduto.

Fonte:https://www.ilmattino.it/salerno/omicidio_angelo_vassallo_carabinieri_indagati_lazzaro_cioffi_fabio_cagnazzo-6840554.html

Svolta nel giallo Vassallo: pm indagano 9 persone, tra cui un ex brigadiere dei carabinieri

Svolta nel giallo Vassallo: pm indagano 9 persone, tra cui un ex brigadiere dei carabinieri

AMDuemila 28 Luglio 2022

Secondo la Dda di Salerno il sindaco di Pollica sarebbe stato ucciso per evitare che denunciasse il traffico di droga attivo al porto di Acciaroli

Svolta nelle indagini sull’omicidio di Angelo Vassallo, il famoso sindaco di Pollica (Salerno) ucciso il 5 settembre 2010. Ci sono 9 indagati dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno nei confronti dei quali militari del Ros di Roma e della sezione anticrimine di Salerno hanno eseguito un decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Dda salernitana. I 9 destinatari del provvedimento sono indagati a vario titolo per i reati di omicidio e di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Tra loro figura anche l’ex brigadiere dei Carabinieri Lazzaro Cioffi. L’ex brigadiere Cioffi, difeso dall’avvocato Saverio Campana, con una ventennale esperienza al servizio del nucleo operativo dei Carabinieri di Castello di Cisterna, è iscritto dal 2018 nel registro degli indagati in relazione alla morte di Vassallo ma, interrogato dai pm della Procura di Salerno, si era avvalso della facoltà di non rispondere. In seguito Cioffi è stato coinvolto in vicende relative a un suo presunto legame con il clan camorristico Sautto-Ciccarelli, riportando di recente una condanna a 15 anni di reclusione per concorso esterno in traffico internazionale di droga.
Secondo i magistrati il sindaco “pescatore”, come veniva chiamato a Pollica, sarebbe stato ucciso per impedire che denunciasse un traffico di sostanze stupefacenti di cui era giunto a conoscenza e che avveniva nel porto di Acciaroli, frazione del comune di Pollica e rinomata località turistica del Cilento. Nella fase immediatamente successiva all’omicidio, sarebbero state poste in essere una serie di attività investigative che ebbero quale effetto quello di “indirizzare le investigazioni nei confronti di soggetti risultati poi del tutto estranei all’episodio criminoso”, si legge in una nota della Procura di Salerno con la quale si dà notizia dell’esecuzione del decreto di perquisizione degli indagati. Le indagini della Dda di Salerno si sono concentrate anche sullo svolgimento e sulle reali finalità di queste attività investigative, poste in essere “nella fase immediatamente successiva alla commissione del delitto, in assenza di delega da parte di questa Procura della Repubblica competente all’accertamento dei fatti”. “Chiediamo che il fascicolo sull’omicidio di mio fratello venga immediatamente desecretato”, aveva detto qualche mese fa Dario Vassallo, presidente della “Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore”, rivolgendosi alla Procura Distrettuale Antimafia di Salerno. “Dopo 11 anni e sette mesi dalla sua morte – aveva spiegato – chiediamo alla Procura di tirare le somme. Dopo oltre un decennio di indagini, vogliamo che alcuni uomini delle istituzioni vengano indagati per davvero. Chiediamo che le prove sulle pistole, i depistaggi e tutto quello inerente all’omicidio di Angelo venga immediatamente desecretato. Questa indagine è stata inquinata da depistaggi istituzionali messi in atto sin dal primo giorno. Oltre un decennio senza giustizia, tra silenzi e omissioni“.

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/90940-svolta-nel-giallo-vassallo-pm-indagano-9-persone-tra-cui-un-ex-brigadiere-dei-carabinieri.html

ESCLUSIVA. ORE 14.20. CHE BOTTO. La Corte dei conti sequestra beni e denaro per 4 MILIONI DI EURO ad una dirigente casertana della sanità pubblica

ESCLUSIVA. ORE 14.20. CHE BOTTO. La Corte dei conti sequestra beni e denaro per 4 MILIONI DI EURO ad una dirigente casertana della sanità pubblica

28 Luglio 2022 – 14:25

Si tratta di un’indagine parallela a quella che ha portato, negli anni scorsi, la procura della Repubblica del diritto penale ad occuparsi molto dettagliatamente di lei e del suo compagno imprenditore

SANTA MARIA CAPUA VETERE – In principio fu la famosa indagine, famosa solo per i nostri lettori ovviamente, sugli appalti, naturalmente truccati, riguardanti gli acquisti per gli apparecchi di laparoscopia da parte dell’Azienda ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta. Un ramo di quell’indagine fu focalizzato dalla procura di Napoli. Ora, non ricordiamo bene se tutta l’inchiesta, anche nella parte riguardante le vendite delle apparecchiature al civile di Caserta, era svolta dalla citata procura napoletana o se questa fu compulsata da una trasmissione degli atti.

Comunque, al di là di ciò, da quel lavoro della magistratura sortirono le figure di un’alta dirigente dell’ASL Napoli Uno Centro e del suo compagno e convivente.

Continuammo a seguire l’inchiesta in quanto la dirigente era una professionista di Santa Maria Capua Vetere e in grado di raggiungere il rango di direttore dell’Unità operativa complessa Acquisizione Beni e Servizi, in pratica il provveditorato, dell’azienda sanitaria più grande d’Europa.

Il 16 febbraio 2019 pubblicammo al riguardo (CLICCA PER LEGGERE) un articolo in cui descrivevamo i contenuti dell’indagine focalizzata su Loredana Di Vico, questi il nome e il cognome della dirigente della Asl Napoli 1, nata e riteniamo anche residente a Santa Maria Capua Vetere.

La Di Vico era rimasta raggiunta da un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari nel novembre 2018 insieme ad altre 5 persone, tra le quali c’era anche il suo compagno, l’imprenditore Vincenzo Dell’Accio.

Da allora sono trascorsi più di tre anni e mezzo e noi, in tutta franchezza, non abbiamo più seguito il caso, non sappiamo se a quei sei arresti cautelari abbia poi seguito un verdetto, una sentenza di condanna oppure di assoluzione. Le tracce le abbiamo perse proprio a partire da quell’articolo del 2019 appena citato, in cui davamo notizia della richiesta di rinvio a giudizio, dunque della trasformazione dello status di indagati a quello di imputati, dei già citati Di Vico e Dell’Accio, a cui erano aggiunti altri 4 soggetti, cioè coloro arrestati, anzi, co-arrestati nel 2018.

Stamattina, il nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza ha effettuato, su ordine della Procura regionale della Corte dei conti, un provvedimento di sequestro conservativo su beni immobili e disponibilità finanziarie per circa quattro milioni di euro nei a carico della dirigente dell’Asl Napoli 1 Centro. Ciò non vuol dire che questa sia stata condannata da un tribunale. Magari lo è anche stata, ma la cosa non ha connessione con un procedimento, quello della magistratura contabile che viaggia in maniera autonoma rispetto a quello delle procure penali.

In sostanza, la procura della Corte dei conti ritiene che nella sua indagine esistano i requisiti per un sequestro di beni di una somma speculare a quella che la Di Vico avrebbe fatto perdere all’amministrazione dello Stato, in questo caso al Servizio Sanitario Nazionale, attraverso la Regione Campania e l’ASL NA1.

La Di Vico è accusata di aver irregolarmente favorito l’aggiudicazione di gare d’appalto per l’approvvigionamento e l’acquisto di materiale sanitario, a favore delle aziende del compagno dell’epoca, pagate anche oltre il 200% del valore di mercato.

Fonte:https://casertace.net/esclusiva-ore-14-20-che-botto-la-corte-dei-conti-sequestra-beni-e-denaro-per-4-milioni-di-euro-ad-una-dirigente-casertana-della-sanita-pubblica/

Così la ‘ndrangheta infiltra il Nord. Orlando Demasi, soldi in contanti e società cartiere

Così la ‘ndrangheta infiltra il Nord. Orlando Demasi, soldi in contanti e società cartiere

Da Iacchite -28 Luglio 2022

di Gaetano Mazzuca

Fonte: Gazzetta del Sud

«Un tipo tozzo, robusto e arrabbiato» che viaggiava in auto con confezioni per le strisce di ceretta riempite di banconote e girava con almeno tre telefoni cellulari di cui cambiava numero quasi ogni settimana. Così un imprenditore varesino descrive Orlando Demasi finito in carcere nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Milano per un giro di usura ed estorsioni, aggravata dal metodo mafioso, spaccio di sostanze stupefacenti ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Nato a Santa Caterina sullo Jonio nel 1975, Demasi è riu­scito a scalare le gerarchie della locale di ‘ndrangheta di Giussano direttamente collegata alla locale di Guardavalle.

A tracciare il profilo criminale dell’imprenditore era stato già anni fa il collaboratore di giustizia Michael Panaja. Agli investigatori milanesi ha raccontato che Demasi aveva chiesto di essere affiliato alla ‘ndrangheta dopo la morte in un incidente automobilistico del fratello maggiore. Il pentito ha sostenuto che Orlando Demasi venne “rimpiazzato” nell’agosto 2010 su sua richiesta in occasione di una cerimonia tenutasi in un terreno di proprietà dei genitori a Santa Caterina allo Ionio, alla presenza dei vertici del clan Gallace. Successivamente, in un summit organizzato nel suo capannone di Zelo Surrigone, gli è stata conferita la dote della “camorra”.

Nonostante una condanna definitiva a 8 anni di carcere era riuscito a ottenere la libertà vigilata. Demasi, secondo la Dda milanese, sarebbe diventato un punto di riferimento per gli imprenditori della zona che si trovavano in difficoltà economiche, pur consapevoli del suo legame con la ‘ndrangheta. A loro Demasi “vendeva” il suo servizio. Il sistema è stato ricostruito passaggio dopo passaggio dagli inquirenti lombardi. L’imprenditore che aveva necessità di denaro per pagare i debiti aziendali poteva rivolgersi a Demasi pronto non solo a consegnare contanti, da restituire a tassi usurai, ma a fornire una serie di società cartiere per emettere fatture per operazioni inesistenti. In questo modo l’imprenditore poteva giustificare i costi sostenuti in nero acquisendo anche un credito Iva. Così nel cuore della Brianza la ‘ndrangheta sarebbe riuscita a infiltrarsi nel tessuto economico.
La contropartita però era pesantissima, non solo tassi di interesse oltre il 10% ma anche minacce e pestaggi per chi non rispettava i tempi. Un imprenditore ha consegnato agli inquirenti un memoriale in cui racconta il suo rapporto con Demasi fin dal suo primo incontro: «Con naturalezza ma quasi sottovoce, mi dice “io vendo soldi” e tu ne hai bisogno, se tu mi sarai fedele, ti darò modo di non avere più bisogno di soldi, l’importante è non “sgarrare”».

Nella rete di Demasi sarebbero finiti diversi imprenditori. Lo dimostrerebbe un altro dato. Una delle vittime ha infatti raccontato: «So anche che hanno in uso un magazzino dove depositano autovetture e oggetti di valore forniti in pegno dai debitori che non onorano puntualmente i debiti. In caso di mancato pagamento gli oggetti vengono venduti». 

Fonte:https://www.iacchite.blog/cosi-la-ndrangheta-infiltra-il-nord-orlando-demasi-soldi-in-contanti-e-societa-cartiere/

Africo come Gomorra: un cittadino organizza evento per sparare in aria con fucili e pistole

Africo come Gomorra: un cittadino organizza evento per sparare in aria con fucili e pistole

Un finto flash mob, sponsorizzato attraverso un video pubblicato su tik tok da un uomo che è stato poi deferito per diffamazione, ha fatto infuriare il sindaco Modaffari

di Redazione 27 luglio 2022 21:31

Il mondo dei social da libertà di espressione a tutti gli iscritti, secondo un principio di democrazia digitale autoimposta dal Web stesso. Ma come troppo spesso accade, un uso sconsiderato e non corretto, può portare a segnalazioni o denunce reali attraverso le autorità giudiziarie preposte.

Così, quest’oggi il sindaco di Africo Domenico Modaffari ha provveduto a denunciare un cittadino africese che attraverso un profilo su Tik Tok ha impropriamente promosso un evento «non previsto e non organizzato» dall’Amministrazione Comunale, né tantomeno dalla Pro Loco, per il 31 luglio sul lungomare cittadino e che secondo l’improvvisato tiktoker, al cui termine, si sarebbe potuto sparare liberamente in aria con «fucili e pistole come se fosse stato Capodanno».

«L’Amministrazione Comunale di Africo si dissocia fermamente dal comportamento adottato da questo cittadino – si legge in una nota – il quale si è prontamente provveduto a denunciare per diffamazione a mezzo social, e conferma che per il 31 luglio 2022 non è previsto alcun evento sul lungomare cittadino. A tal proposito, comunica anche che a breve sarà diramato il calendario ufficiale degli appuntamenti estivi».

«Invitiamo tutti i cittadini a fare attenzione a chi utilizza in maniera impropria i social network, anche se (probabilmente) con fini goliardici, seguendo le fonti ufficiali. Questa Amministrazione, eletta liberamente dai cittadini di Africo, continuerà a combattere con tutte le proprie forze e con tutti gli strumenti disponibili le varie forme di illegalità e mancato rispetto delle regole, che potrebbero accadere nel periodo del mandato elettorale» ha concluso Modaffari.

Fonte:https://www.lacnews24.it/cronaca/africo-come-gomorra-un-cittadino-organizza-evento-per-sparare-in-aria-con-fucili-e-pistole_157794/

“Brusca è socialmente pericoloso”: sorveglianza speciale per l’ex boss pentito

“Brusca è socialmente pericoloso”: sorveglianza speciale per l’ex boss pentito

27 Luglio 2022

L’ex boss Giovanni Brusca, da anni collaboratore di giustizia, scarcerato un anno fa, sarà sottoposto alla sorveglianza speciale perché ritenuto socialmente pericoloso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma. A darne notizia è La Repubblica. La notizia è stata confermata da fonti investigative. La scarcerazione di Brusca, l’uomo che azionò il telecomando a Capaci e che uccise il piccolo Giuseppe Di Matteo, autore di decine di omicidi, venne accolta da violente polemiche. L’ex boss fu liberato per espiazione della pena dopo 25 anni dal suo arresto. Il tribunale Misure di prevenzione di Palermo ha accolto le valutazioni del questore Laricchia.

Fonte:https://sicilia.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2022/07/27/brusca-e-socialmente-pericoloso-sorveglianza-speciale-per-lex-boss-pentito-555bfd05-e3d5-45be-a587-6dee6d9eb047/

Indagato l’ex Senatore Nino Papania per un inchiesta sul voto di scambio a Marsala. La replica: sono estraneo ai fatti, fiducia nella giustizia

Indagato l’ex Senatore Nino Papania per un inchiesta sul voto di scambio a Marsala. La replica: sono estraneo ai fatti, fiducia nella giustizia

Da Redazione -27 Luglio 2022

L’ex senatore del Pd Nino Papania, oggi coordinatore regionale del movimento Via, è tra i soggetti indagati dalla Procura di Marsala in una inchiesta su voto di scambio. Reato che sarebbe stato commesso in occasione delle recenti elezioni amministrative di Petrosino. La notizia stamane è stata lanciata dal quotidiano on line Itaca Notizie. L’indagine per la quale la scorsa settimana sono scattate alcune perquisizioni disposte dalla magistratura marsalese, viene condotta dalla Guardia di Finanza.

Tra gli indagati anche consiglieri comunali di Marsala e candidati alle recenti elezioni amministrative di Petrosino. Nonché dirigenti di centri per la formazione professionale. Con Papania, indagato anche per traffico di influenze illecite, sono indagate altre nove persone: Michele Accardi, consigliere comunale a Marsala e sua figlia Sara, candidata non eletta al Consiglio comunale di Petrosino, Ignazio Chianetta, coordinatore comunale di VIA a Marsala, sua madre Rosa Maria Casano, Angelo Rocca, coordinatore provinciale VIA , Manfredi Vitello, di Cinisi, vice presidente e direttore generale del CeSiFoP, Pietro Gatto di Palermo, Salvatore Montemario di Valderice, e Calogerino Forniciale (Montevago). Secondo l’indagine il voto di scambio si sarebbe concretizzato con la promessa di assunzioni nel mondo della formazione professionale.

LA REPLICA

“Una informazione di garanzia – commenta Nino Papania – non è un avvertimento ma un atto a tutela dell’indagato, che dovrebbe per legge essere segreto, proprio per evitare che la sola notizia del suo invio diffonda un’ombra di colpevolezza a priori. Ritengo per doveroso rispetto verso le istituzioni, che mai è venuto meno, così come meno mai è venuta la fiducia nei confronti della Magistratura, che i fatti verranno chiariti a breve a tutela non solo mia ma anche degli altri indagati del Movimento Via. Sono estremamente tranquillo perché forte della certezza della mia totale estraneità ai fatti e attendo, quindi, con grande serenità che la giustizia faccia tutte le opportune verifiche per accertare la verità”.

Fonte:https://www.alqamah.it/2022/07/27/indagato-lex-senatore-nino-papania-per-un-inchiesta-sul-voto-di-scambio-a-marsala/

APPALTI & MAZZETTE. Blitz della Finanza al Consorzio Sannio Alifano: sequestrati atti di una gara da 13 milioni di euro. Il subappalto “made in Carmine Sorbo” alle ditte di Ubaldo Caprio

APPALTI & MAZZETTE. Blitz della Finanza al Consorzio Sannio Alifano: sequestrati atti di una gara da 13 milioni di euro. Il subappalto “made in Carmine Sorbo” alle ditte di Ubaldo Caprio

27 Luglio 2022 – 13:41

Secondo la tesi della procura di Santa Maria Capua Vetere, i lavori di completamento funzionale dell’impianto irriguo piana Alifana – zona bassa – piana di Gioia Sannitica e piana di Telese, dal valore di base d’asta pari a 13 milioni e 242 mila euro sarebbero stati gestiti in maniera impropria da ditte collegate all’imprenditore di Casal di Principe, ma ormai casertano di adozione

PIEDIMONTE MATESE – Nelle scorse ore sono intervenuti gli uomini della guardia di finanza nella sede del Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano, con sede a Piedimonte Matese.

I finanzieri hanno chiesto e ottenuto, su mandato della procura di Santa Maria Capua Vetere, delibere, verbali di gara e documenti relativi al mega appalto per i  lavori di completamento funzionale dell’impianto irriguo piana Alifana – zona bassa – piana di Gioia Sannitica e piana di Telese, una gara bandita dal consorzio nel febbraio 2020 e sulla quale ci sarebbe stato il lavoro dietro lo quinte di Carmine Sorbo, controverso ex-dirigente del comune di Caserta, divenuto negli anni il braccio destro della famiglia imprenditoriale guidata dai cugini casalesi Ubaldo e Luigi Caprio, con il primo dei due divenuto grande elettore, movimentatore di preferenze per il sindaco di Caerta Carlo Marino, rieletto poco meno di un anno fa.

Secondo la tesi del trio di pubblico ministero che sta indagando su questi presunti casi di corruzione e turbativa d’asta, Gerardina Cozzolino, Anna Ida Capone e Chiara Esposito, i Caprio avrebbe operato, senza averne l’autorizzazione, attraverso quattro imprese a loro riconducibile nell’appalto sulla carta aggiudicato al Consorzio Research, società che ha subito un’interdittiva antimafia, emessa lo scorso 12 aprile dalla Prefettura di Salerno e sospesa lo scorso giugno per un anno. Il gruppo di imprese è finito al centro dell’inchiesta della Procura di Napoli che ha portato all’arresto degli ex vertici, Francesco Vorro e Fabrizio Lisi. Bisogna dire che, al momento, non è chiaro se ad essere sotto inchiesta sia l’intera procedura di gara oppure la sola operazione per subappaltare i lavori.

La Italia Impresit è la ditta nominata dal consorzio Research. Della società è amministratore legale rappresentante Francesco Paolo Alario, da Caserta. Anche lui indagato nell’inchiesta emersa pochi giorni e fa persona legata alla famiglia di Casal di Principe trapiantata a Caserta.

L’ipotesi è che cammina per gli uffici della procura è che a mettere in piedi la documentazione sia stato Carmine Sorbo, al lavoro per il subappalto nel cantiere, ritenuto illegittimo dalle pm, operato da Italia Impresit in favore della Casertana Costruzioni, la storica ragione sociale di Ubaldo Caprio, e della Green Impresit, altra azienda di famiglia guidata da Pasquale Caprio, anch’egli indagato. Di questi rapporti tra imprese e albero genealogico ne ha scritto CasertaCE in un articolo dell’aprile 2019 (LEGGI QUI).

L’operazione, però, pare non ebbe un esito positivo per la Casertana Costruzioni, poiché su Ubaldo Caprio pesava sul casellario giudiziario la presenza di alcuni carichi dipendenti.

Va detto però, che, alla fine, non è che la situazione fosse totalmente negativa per l’imprenditore di Casal di Principe, visto che ad operare sul cantiere milionario oltre ad Italia Impresit, legittimamente nominata da Research, erano presenti anche altre società sotto il controllo sempre della famiglia Caprio.

Fonte:https://casertace.net/appalti-mazzette-blitz-della-finanza-al-consorzio-sannio-alifano-sequestrati-atti-di-una-gara-da-13-milioni-di-euro-il-subappalto-made-in-carmine-sorbo-alle-ditte-di-ubaldo-caprio/

Minacce al ristorante «Cala la Pasta», l’ultimo latitante arrestato in Spagna: voleva trasferire la famiglia a Valencia

Il Mattino

Minacce al ristorante «Cala la Pasta», l’ultimo latitante arrestato in Spagna: voleva trasferire la famiglia a Valencia

Mercoledì 27 Luglio 2022 di Leandro Del Gaudio

Lo hanno stanato in Spagna, a Valencia, mimetizzato tra turisti e uomini di affari. Luigi Capuano è stato catturato grazie a un blitz figlio del lavoro investigativo della squadra mobile, agli ordini del primo dirigente Alfredo Fabbrocini. Risponde di violenza, danneggiamento, minacce (in uno sfondo camorristico), per aver aggredito e malmenato il titolare di Cala la pasta, ristorante in zona Decumani, teatro di un’aggressione malavitosa ordita da un gruppo di malviventi contro turisti e commercianti.

Luigi Capuano progettava di far trasferire la famiglia in Spagna, sapendo di essere ricercato in Italia. Aveva un documento intestato a un altro cittadino napoletano (ma la foto era sua), probabilmente godeva dell’assistenza di un paio di elementi su cui sono in corso le indagini. Ora torna in Italia dove dovrà rispondere per il drammatico episodio di Cala la Pasta.

Ricordate cosa accadde? Un balordo in sella a uno scooter investì la titolare del negozio e alcuni turisti argentini. Altri elementi, in odore di camorra, provarono a recuperare lo scooter e minacciarono il negoziante e alcuni turisti, nel frattempo intervenuti ad aiutare la donna costretta alle cure mediche. Intanto, ieri, sempre grazie a un blitz della Mobile, è finita in cella per droga la mamma di Luigi Capuano

Il coraggio di Rita Atria trent’anni dopo fa ancora riflettere

Il coraggio di Rita Atria trent’anni dopo fa ancora riflettere

Aaron Pettinari 26 Luglio 2022

Così ricordiamo la giovane “picciridda” che era entrata nel cuore di Borsellino

“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”.
Sono le ultime parole di Rita Atria, la “picciridda” di Paolo Borsellino, scritte poco prima di lanciarsi dal settimo piano di un palazzo di viale Amelia a Roma, dove viveva in segreto in quanto testimone di giustizia.
Un gesto eclatante appena una settimana dopo la strage che uccise il magistrato, da lei considerato come un padre, e gli uomini della scorta.
Lei che all’età di 17 anni aveva trovato il coraggio di ribellarsi a Cosa nostra, a quella famiglia che era inserita in certe dinamiche in un territorio, quello di Partanna che apparteneva al mandamento controllato dai Messina Denaro.
Già nel 1985, all’età di undici anni, Rita Atria aveva perso il padre Vito Atria, mafioso della locale cosca ucciso in un agguato mentre si trovava in auto ad aspettare il garzone che lo aiutava nelle sue terre.
Alla morte del padre Rita si legò in particolare al fratello, Nicola, ed alla cognata, Piera Aiello. E proprio dal primo, anch’egli mafioso, aveva raccolto le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna.
E Nicola le ripeteva continuamente che, un giorno o l’altro, avrebbe vendicato il padre. Ma arrivarono prima i suoi nemici con un sicario che, il 24 giugno del 1991, lo uccise.
Piera Aiello, che era presente all’omicidio del marito, denunciò i due assassini iniziando a collaborare con la polizia.
Anche la giovane Rita Atria, a soli 17 anni, nel novembre 1991, decise di seguire le orme della cognata, cercando, nella magistratura, giustizia per quegli omicidi.
Il primo magistrato a raccogliere le sue rivelazioni fu proprio Paolo Borsellino (all’epoca procuratore di Marsala). Le loro deposizioni consentirono di fare arrestare diversi mafiosi e di avviare un’indagine sull’assai discusso Vincenzino Culicchia, per trent’anni sindaco, o meglio padre/padrone di Partanna.
Con Borsellino si creò un legame fortissimo con il giudice che “adotta” Rita tanto che la ragazza trascorse molto tempo con lui e la moglie, come una di famiglia.  Lei non aveva colpe, non aveva mai commesso alcun reato.
Rita Atria è stata una ragazza coraggio, un’eroina capace di rinunciare veramente ad ogni cosa, arrivando persino a denunciare la propria famiglia.
La madre, che già l’aveva ripudiata, non partecipò al funerale e dopo la sua morte distrusse, con una violenza inaudita, la lapide a martellate perché, con le sue scelte, la figlia ribelle aveva “disonorato” la famiglia.
Ma Rita Atria non era uno “sbirro” ma una giovane ragazza che aveva deciso di sorridere alla vita inseguendo un ideale vero di giustizia.
Le parole scritte poco prima di morire ancora una volta sono di denuncia e lotta contro il “sistema”.
Una sorta di “testamento morale” che ci viene tramandato e che vale la pena ricordare a ventiquattro anni di distanza. Parole importanti come quelle scritte nel tema di maturità del 5 giugno 1992.
Il tema d’italiano chiedeva di riflettere sulla strage di Capaci, da poco accaduta. La “picciridda” non poteva neanche immaginare cosa sarebbe accaduto da lì a poco, quando un nuovo boato avrebbe scosso la città di Palermo.
L’unica speranza è non arrendersi mai – scriveva – Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivranno contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/90895-il-coraggio-di-rita-atria-trent-anni-dopo-fa-ancora-riflettere.html

Bancarotta all’ombra della mafia catanese: arrestato un imprenditore

Bancarotta all’ombra della mafia catanese: arrestato un imprenditore

AMDuemila 26 Luglio 2022

I finanzieri del Comando provinciale di Catania, coordinati dalla procura etnea, hanno arrestato e posto ai domiciliari Giuseppe Consolo, indagato per bancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale, con l’aggravante di avere favorito il clan mafioso Pillera-Puntina. Le indagini del Nucleo di Polizia economico-finanziaria hanno riguardato la società fallita T.c. Impianti attiva a Catania nel settore della installazione degli impianti di telecomunicazioni. Giuseppe Consolo, individuato come amministratore di fatto della ditta fallita, insieme agli altri indagati, avrebbe distratto il patrimonio aziendale mediante la cessione a prezzo non congruo del ramo d’azienda della Tc Impianti a favore di una nuova società appositamente costituita, Easytel, che di fatto ne ha continuato l’attività imprenditoriale. Avrebbe inoltre omesso il pagamento dei debiti tributari e la contabilità sarebbe stata tenuta in modo da ostacolare la ricostruzione dell’attività economica della società fallita. Le indagini, che hanno fatto leva anche sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, avrebbero inoltre permesso di verificare che si è voluto in questo agevolare le attività criminali del clan mafioso.

Agi 

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/35-mafia-eventi-sicilia/90900-bancarotta-all-ombra-della-mafia-catanese-arrestato-un-imprenditore.html

L’EDITORIALE. Ci sono ancora ditte in odore di camorra vispe e attive negli appalti e nelle proroghe infinite dell’ASL CASERTA. La lotta alla corruzione è l’unico modo per colpire il monopolio economico creato dal clan dei Casalesi

L’EDITORIALE. Ci sono ancora ditte in odore di camorra vispe e attive negli appalti e nelle proroghe infinite dell’ASL CASERTA. La lotta alla corruzione è l’unico modo per colpire il monopolio economico creato dal clan dei Casalesi

26 Luglio 2022 – 14:40

L’ennesimo articolo che pubblichiamo in homepage sotto a questa nostra riflessione, ci dà la possibilità di tornare su una realtà sotto gli occhi di tutti e che vede lo Stato pigro e inerme di fronte all’evoluzione, alla modernizzazione dei metodi di controllo dell’economia da parte della criminalità organizzata. Uno Stato che ancora si culla sugli allori della caccia grossa ai super latitanti e dalla quale sono trascorsi quasi undici anni. E così capita che alle gare d’appalto, grandi e piccole, e nell’elenco ministeriale Mepa ci siano solo e solamente imprese dall’agro Aversano e specificatamente dai comuni contigui a quello di Casal di Principe

di Gianluigi Guarino

Non c’è niente da fare: l’ASL di Caserta si è riempita di guai negli ultimi dieci anni.

Si dirà: ma se Casal di Principe ha dettato e in parte detta ancora legge, grazie ai soldi frutto di matrici tutt’altro che commendevoli, grazie al concorso criminale del clan dei Casalesi; se questo microclima ha fatto sì che l’economia di quei territori esplodesse letteralmente attraverso i tanti danari che venivano immessi nelle imprese che negli anni Novanta e nei primi anni Duemila nascevano e proliferavano come funghi, che colpa abbiamo noi dell’Asl di Caserta, dell’amministrazione provinciale, del comune capoluogo o di tanti altri enti ancora, se le gare di appalto si svolgono come se il territorio casertano fosse composto da 19 – quelli dell’agro Aversano – e non da 104 comuni?

Oggi, in questo schifo di provincia, chi ha i soldi, la forza, e anche l’attitudine a discutere in un certo modo con chi rappresenta, spesso indegnamente, lo Stato italiano negli uffici della pubblica amministrazione, sono solo e solamente le imprese dell’agro Aversano.

L’economia criminale ha in pratica creato una nuova struttura produttiva dei beni e dei servizi, stravolgendo la conformazione del Pil territoriale. E se il clan dei Casalesi è stato arginato da un punto di vista militare, il clan dei Casalesi ha vinto, anzi, stravinto rispetto al principale obiettivo della sua strategia, cioè quello di creare ricchezza, tanta ricchezza di cui non godranno i superboss incarcerati, ma quella serie di persone e personaggi, ricadenti nella cosiddetta zona grigia che oggi sono diventati ricchissimi, al di là, molto al di là delle loro effettive capacità

Perché se oggi andate a controllare le liste dei partecipanti alle gare sopra soglia, degli invitati alle gare sotto soglia e ancora più in generale andate a controllare i dati sulle sedi, le persone e le derivazioni delle imprese iscritte in quell’autentico verminaio che il governo dovrebbe abolire e di cui la tanto decantata Commissione Antimafia del parlamento italiano non si è mai occupata, parliamo del Mepa, vi renderete conto che da quei 19 comuni, soprattutto da 5 o 6 di questi, proviene il 90%, se non il 95%, dei partecipanti alle gare e dei beneficiati dalle pesche miracolose che, azzimatissimi dirigenti alla Franco Biondi, per intenderci, compiono un giorno sì e l’altro pure, godendosi i grandi benefici del covid che, come tutte le calamità, distrugge la vita di tanti e rende ricchi o ancora più ricchi certe categorie in grado di cogliere al volo e di piegare anche ai propri interessi la legislazione di emergenza, che ha permesso di accrescere smisuratamente il già cospicuo potere discrezionale che i dirigenti avevano prima e che oggi gli consente di attingere dal Mepa chi gli pare e piace.

Ad esempio, può essere gratificata tramite il Mepa anche un’impresa di Villa di Briano, una srl semplificata unipersonale, con capitale di 900 euro sottoscritto dal ventisettenne di Casapesenna, Paolo Barone, un ragazzo che ha costituito la società a marzo 2022, è stato accolto nel Mepa il mese successivo e nei primi giorni di luglio ha ricevuto incredibilmente, per decisione monocratica del dirigente Biondi, un appalto dal comune di Caserta di 40 mila euro per la cura degli alberi della città. Una roba delicata, visto che ogni tanto, bell’e buono, ne crolla uno anche in presenza di ventilazione che il grande Sandro Ciotti avrebbe definito “inapprezzabile” e qualcuno rischia di rimanerci secco e accoppato.

Ma che colpa abbiamo noi, potrebbero dire i maestri delle cerimonie, quelli che apparecchiano le gare, se a presentare le offerte, se a stare negli elenchi delle ditte di fiducia sono quasi sempre solo e solamente le imprese dell’agro Aversano? Mica siamo stati noi, mica sono stato io Ferdinando Russo, io Franco Biondi, io dirigente del comune di Aversa Raffaele Serpico, io Amedeo Blasotti (e chi più ne ha, più ne metta) a far crescere la camorra, il clan dei Casalesi, consentendogli di creare un’economia parallela totalmente illegale, ma in grado oggi di uscire addirittura allo scoperto, di ridurre anche l’ausilio dei prestanome e di insediarsi come unico nerbo costitutivo dell’economia reale e apparentemente legale di questa provincia?

No, non si può ascrivere ad un Biondi, al dg dell’Asl Ce, Ferdinando Russo, o al direttore amministrativo Amedeo Blasotti (che dal prossimo 8 agosto diventerà esecutivamente il direttore generale) se la camorra di Casal di Principe ha potuto controllare per anni e anni il territorio, riempiendo all’inverosimile le proprie casse e sviluppando quello che è stato ed è un talento particolarissimo per gli affari che gli imprenditori di quelle parti hanno, come emerge per l’ennesima volta, ma in questo caso in maniera davvero evidente, straripante, dall’ordinanza di cui ci stiamo occupando da tempo e che è una delle pochissime in cui veramente sono emersi i percorsi e i mille rivoli laterali dove sono stati incanalati i quattrini criminali, dove è stato messo a valore quello che Rosaria Capacchione nel suo conosciuto ed importante libro sulla famiglia Zagaria definì l’oro della camorra.

Ragionando neutramente e non considerando che questo sarebbe impossibile culturalmente parlando, non si può chiedere a Biondi, a Russo e a tutti quelli come loro, di farsi carico della responsabilità etica di svolgere un supplemento di sorveglianza su queste gare, non accontentandosi e accogliendo comunque con diffidenza che nelle singole gare queste ditte di Casale e dintorni presentino una documentazione regolare e formalmente legittima.

Altro è il discorso sull’azione che invece la magistratura dovrebbe svolgere (I care, ma proprio alla grande) e poco svolge intorno al macello corruttivo che connota tutti gli uffici pubblici casertani. Reprimere fatti di corruzione non costituirebbe solamente il raggiungimento di un obiettivo peculiare, focalizzato cioè sul fatto specifico perseguito, ma rappresenterebbe una modalità finanche più importante della prima attraverso cui, indirettamente, si andrebbe ad incidere, ad interferire con un sistema dalle fondamenta economiche solidissime e, badate bene, perché è un fatto importante, rafforzato da un vincolo di solidarietà tra chi ne è parte, un riconoscimento identitario proveniente dalla stessa matrice, dalla stessa mentalità, più prosaicamente dalle stesse fatture false, farlocche che un tempo servirono a riciclare un pacco di milioni di euro, proventi delle attività dei Casalesi, dentro ad un modello di azione che abbiamo letto in decine di ordinanze e centinaia di atti di inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli.

Nella vicenda che trattiamo oggi (LEGGI QUI L’ARTICOLO), che somiglia a tante altre vicende verificatesi negli uffici dell’Asl di Caserta negli ultimi anni, ci sono insieme la potenza e quella che appare purtroppo l’inattaccabilità di un sistema in grado di rigenerarsi, attraverso le scorte enormi che rendono l’afflizione di un’interdittiva antimafia facilmente superabile, tramite l’immissione in vena di altre ragioni sociali, di altre imprese, dove magari un Luigi Lagravanese, o magari anche i primi prestanome ormai bruciati, non saranno fisicamente presenti, ma potranno tranquillamente utilizzare almeno per qualche anno una o più facce apparentemente pulite, una seconda, una terza e forse una quarta generazione di teste di legno, pronte ad essere usate e poi gettate.

Insomma, è tutto il meccanismo delle inchieste e delle norme antimafia che andrebbe riformato, attualizzato, messo al passo con i tempi. Perché come funziona oggi (si fa per dire) non va proprio, non va assolutamente e consente ad un Ferdinado Russo, ma soprattutto a questo punto sarebbe meglio dire ad un Amedeo Blasotti che per due lustri ha tenuto in mano l’area amministrativa dell’Asl, di dire “ragazzi, questa è la normativa, noi che possiamo farci?“.

Tutto ciò rafforza, puntella e soprattutto rende sempre meno leggibili le tracce del danaro matido di sangue materiale e di sangue morale che, seppur ripulito da diversi passaggi, sempre quello è nel momento in cui rende un’impresa di Casal si Pricnipe, Casapesenna, San Ciprianno ecc., tanto forte e competitiva da poter effettuare ribassi che nessun altro si può consentire di presentare, aggiungendo a questa possibilità un rapporto di straordinaria empatia con i vari Rup o Direttore lavori che poi, tra magari sei mesi, un anno, daranno il via alle cosiddette riserve, conosciute come varianti in corso d’opera, che spesso vanno a recuperare la cifra non pareggiabile da imprese che non hanno le cifre di cui sopra.

Colpire, dunque, la corruzione, oggi, in provincia di Caserta, significa colpire la camorra. Anzi, la lotta alla corruzione rappresenta di gran lunga il sistema, il metodo più moderno di lotta al clan dei Casalesi e ad una criminalità capace di riorganizzarsi molto di più  quanto non ne siano capaci lo Stato e la Repubblica Italiana, i quali dormono, cullandosi ancora sugli allori dei blitz e delle catture dei grandi latitanti, nonostante siano trascorsi quasi 11 anni, tempo calcolato prendendo come riferimento l’ultimo grande arresto della serie, cioè quello di Michele Zagaria, avvenuto il 7 dicembre 2011.

Tornando all’articolo che ha ispirato questo commento, questo mette al centro del suo racconto cronistico la cooperativa Filipendo, cioè una conoscenza ormai notissima di CasertaCE e dei suoi lettori, citata almeno cinquanta volte quando, dall’11 dicembre scorso in poi, abbiamo illustrato le due informative, frutto del duro lavoro compiuto dai magistrati della Dda (questo nostro riconoscimento non è in contraddizione con l’allarme e i rilievi relativi alla sostanziale inerzia dell’azione penale nei confronti dei fenomeni di corruzione imperanti negli uffici della PA casertana) e dagli uomini e le donne della prima sezione della Squadra Mobile della questura di Caserta.

Questa cooperativa e il suo dominus Gennaro Bortone, da San Cipriano d’Aversa e negli ultimi anni trapiantato a Lusciano, dove è residente, erano, secondo gli inquirenti, completamenti integrati nel sistema degli appalti di matrice camorristica nell’ambito dei servizi sociali, che aveva in Lagravanese, cioè in colui che 5 pentiti riferiscono come il referente del clan dei Casalesi in questo settore, la sua guida, e il suo amico di sempre, anzi, il suo socio di sempre sin dal 2003, sin dalla costituzione primordiale del consorzio Agape, Pasquale Capriglione.

Noi non possiamo fare altro, se non vogliamo arrenderci come un desolato Salvatore Quasimodo si arrese alla guerra, appendendo la cetra del poeta ai salici piangenti, che continuare impavidi, esercitando su di noi un autocontrollo, il training autogeno che ci consenta di essere comunque soddisfatti della vita e del modo con cui svolgiamo la nostra professione, nonostante la constatazione della devastante impunità di cui godono tutti i settori più importanti degli uffici della Pubblica amministrazione della Terra di Lavoro e nonostante che se solo poche, anzi, pochissime, delle nostre battaglie trovino riscontro in un’effettiva quanto parzialissima, sicuramente insufficiente ricostituzione di piccoli lembi del tessuto flagellato dello stato di diritto e di una legalità percepita, avvertita in senso materiale e non solamente raccontata nei discorsi conformisti delle anime belle.

Fonte:https://casertace.net/leditoriale-ci-sono-ancora-ditte-in-odore-di-camorra-vispe-e-attive-negli-appalti-e-nelle-proroghe-infinite-dellasl-caserta-la-lotta-alla-corruzione-e-lunico-modo-per-colpire-il-monopolio-econ/

Rapporti tra ’ndrangheta e imprenditoria, arrestato ex assessore di Reggio Calabria

Rapporti tra ’ndrangheta e imprenditoria, arrestato ex assessore di Reggio Calabria

Il nome di Dominique Suraci, in passato anche presidente del consiglio comunale della città dello Stretto, figura fra le 12 persone arrestate stamane nell’ambito del blitz antimafia coordinato dalla Procura distrettuale reggina

di Redazione 26 luglio 2022

C’è l’ex assessore e presidente del consiglio comunale di Reggio Calabria Dominique Suraci fra le 12 presone arrestate stamane dagli uomini del Centro operativo della Dia della città calabrese dello Stretto nell’ambito dell’operazione antimafia coordinata dalla Procura distrettuale reggina. Surace è coinvolto nella sua qualità di imprenditotore legato, secondo l’accusa, alla ‘ndrangheta.

Nell’indagine della Dia reggina compaiono i nomi di imprenditori molto noti, operanti nel settore della grande distribuzione alimentare e dell’edilizia legati, in particolare, ai clan De Stefano e Araniti, ma anche ad altri clan.

Le 12 persone arrestate (8 in carcere e 4 ai domiciliari) sono accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno, associazione per delinquere, impiego di denaro di provenienza illecita, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, tutti reati aggravati dalle modalità mafiose.

I nomi

Fra gli indagati risultano i fratelli Giampiero e Sergio GangemiAntonio Mordà, e Domenico Gallo. Alcuni degli arrestati sono stati coinvolti in altre operazioni. Contestualmente, in Lombardia, Abruzzo, Lazio e Calabria, Dia e finanzieri hanno proceduto al sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, disposto dalla procura reggina, di 27 imprese, di cui una con sede legale in Slovenia e una in Romania, 31 unità immobiliari, quote societarie e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di oltre 32 milioni di euro.

Gli imprenditori avrebbero stretto accordi con famiglie di ‘ndrangheta, agevolando, secondo gli inquirenti, l’infiltrazione della consorteria nei settori di riferimento attraverso la compartecipazione occulta di loro esponenti alle iniziative economiche, gestite ed organizzate tramite imprese fittiziamente intestate a terzi, o mediante l’affidamento di numerosi servizi e forniture a imprenditori espressione dell’associazione criminale.

FONTE:https://www.lacnews24.it/cronaca/rapporti-tra–ndrangheta-e-imprenditoria-arrestato-ex-assessore-di-reggio-calabria_157727/

Catania, il fallimento della Tc Impianti “pilotato” per favorire il clan Pillera Puntina: Giuseppe Conbsolo ai domiciliari

Catania, il fallimento della Tc Impianti “pilotato” per favorire il clan Pillera Puntina: Giuseppe Conbsolo ai domiciliari

Gli sviluppi di un’inchiesta della Guardia di finanza etnea che già nel maggio scorso aveva portato alla notifica di altri tre provvedimenti cautelari

Di Redazione 26 lug 2022

Bancarotta fraudolenta aggravata dall’avere agevolato il clan mafioso dei Pillera Puntina. Con questa accusa i finanzieri del Comando Provinciale di Catania hanno arrestato su ordine del Gip del Tribunale di Catania Giuseppe Consolo, amministratore di fatto e socio della TC Impianti di Catania operante nel settore della installazione degli impianti di telecomunicazioni. Si tratta di uno sviluppo di una indagine che già nel maggio scorso aveva portato alla notifica di misure cautelari nei confronti del rappresentante legale della Tc Impianti, Francesco Marino e nei confronti di altri due soci e amministratori di fatto, Giovanni Consolo e Massimo Scaglione.

Le indagini hanno evidenziato, secondo la GdF etnea come Giuseppe Consolo, sia stato anch’egli un amministratore di fatto della ditta fallita ed è accusato di avere distratto patrimonio aziendale mediante la cessione a prezzo non congruo del ramo d’azienda della “TC Impianti” a favore di una nuova società appositamente costituita, “Easytel”, che di fatto ne ha continuato l’attività imprenditoriale; di avere cagionato il dissesto della “T.C Impianti” anche con il sistematico omesso pagamento dei debiti tributari; di avere creato pregiudizio ai creditori in quanto sarebbero stati sottratti le scritture contabili e i libri sociali previsti e, inoltre, la contabilità, per la parte in cui è stata istituita, sarebbe stata tenuta in modo da ostacolare la ricostruzione dell’attività economica della società fallita.

Le indagini, anche grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, hanno permesso di evidenziare che si sia tratto di operazioni eseguite per agevolare le attività criminali del clan Pillera Puntina. Giuseppe Consolo è stato posto agli arresti domiciliari.

Fonte:https://www.lasicilia.it/cronaca/video/catania-il-fallimento-della-tc-impianti-pilotato-per-favorire-il-clan-pillera-puntina-giuseppe-conbsolo-ai-domiciliari-1746243/

Racket del calcestruzzo nel Saronnese: 11 misure cautelari su imprenditori e professionisti ritenuti legati alla ‘ndrangheta

Racket del calcestruzzo nel Saronnese: 11 misure cautelari su imprenditori e professionisti ritenuti legati alla ‘ndrangheta

25/07/2022, 11:30

Undici persone sono state sottoposte a misure cautelari eseguite stamani dai carabinieri a Saronno (Varese), con le accuse, a vario titolo, di estorsione e turbativa d’asta, aggravate dal metodo mafioso, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.

Si tratta di un gruppo di imprenditori e professionisti operanti nel settore edilizia e movimento terra, residenti nel Varesotto, alcuni originari di Reggio Calabria e ritenuti legati alla ‘ndrangheta.

Secondo le indagini dei militari, facendo leva sull’intimidazione, gli indagati hanno estromesso la concorrenza, riuscendo ad aggiudicarsi appalti sul territorio. Il Gip di Milano ha ordinato per cinque di loro la custodia cautelare in carcere, per uno i domiciliari, due divieti di permanenza nella provincia di Varese e tre obblighi di firma.

Le indagini sono partite dopo che la notte del 13 settembre 2017 si era verificato un incendio doloso che aveva danneggiato, rendendole inutilizzabili, sei auto di servizio di proprietà dell’Amministrazione comunale di Saronno.

Per raggiungere i propri scopi gli indagati non avrebbero avuto remore a ricorrere a vere e proprie aggressioni come nel mese di gennaio 2019 quando gli inquirenti hanno documentato un pestaggio ai danni del titolare di un impresa concorrente oltre che minacciare il committente di gravi danni ai mezzi dell’impresa qualora non fosse stata quella da loro individuata ad accaparrarsi i lavori.

“Attento che non ti salta per aria quella betopompa prende fuoco che non ci vuole niente….prende fuoco sotto l’impianto”. E ancora “brucia la pompa e l’impianto”. Sono alcune delle minacce.

Un sistema di intimidazioni simili sarebbe stato accertato anche nel corso delle aste giudiziarie per la vendita di immobili disposte dal Tribunale di Busto Arsizio.

Fonte:https://ildispaccio.it/primo-piano/2022/07/25/racket-del-calcestruzzo-nel-saronnese-11-misure-cautelari-su-imprenditori-e-professionisti-ritenuti-legati-alla-ndrangheta/

Così i clan si dividono il business dei tagli boschivi per evitare guerre di ‘ndrangheta

Così i clan si dividono il business dei tagli boschivi per evitare guerre di ‘ndrangheta

La pace imposta da Luigi Mancuso dopo guerre (e i morti) per il controllo delle aree interne. I patti per favorire le imprese “amiche” e la spartizione del territorio tra le famiglie Iozzo, Bruno …

Pubblicato il: 25/07/2022 – 7:10

di Pablo Petrasso

CATANZARO C’è una geopolitica mafiosa anche nei boschi. La sentenza del troncone del processo Imponimento che si è celebrato con il rito abbreviato illumina le attività e i contatti di capi e membri della cosca Anello. Senza trascurare un aspetto non secondario dei business sui quali il clan di Filadelfia ha messo, nel corso degli anni, le mani.
Il mercato dei lotti boschivi è, secondo il gup, «uno dei settori controllati (…) nell’ottica della spartizione delle aggiudicazione degli appalti alle imprese riconducibili a soggetti vicini alla cosca». Lo scopo è quello di «garantire la turnazione» delle ditte “amiche”. E anche quello di evitare sovrapposizioni con le ‘ndrine dell’area a cavallo tra le Pre Serre vibonesi e catanzaresi. In passato, i “conflitti di competenza” mafiosi hanno provocato faide sanguinose; la garanzia degli equilibri, dunque, ha sia un senso economico che “politico”: garantisce introiti importanti ed evita conflitti che potrebbero attirare l’attenzione delle Procure.

La spartizione dei Comuni montani tra le “famiglie”

Le motivazioni della sentenza si affidano (anche) a un’intercettazione del 14 marzo 2017 per raccontare l’importanza del taglio boschivo nelle attività del clan. Dopo aver incontrato il boss Rocco Anello, infatti, l’imprenditore di Maierato Daniele Prestanicola (condannato in questo giudizio a 16 anni) «e tale “Ciccio”» accompagnano Antonio Talarico, altro imprenditore condannato a 15 anni e 8 mesi, «in un luogo non meglio specificato». Durante il tragitto, Ciccio, parlando con Prestanicola, chiede «se Talarico fosse il responsabile dell’impresa di trivelle (di cui evidentemente aveva sentito parlare poco prima)». Prestanicola risponde di sì e aggiunge che «in generale le attività spaziavano dal movimento terra al settore boschivo e alle forniture di calcestruzzo».
Per il gup tre famiglie si spartiscono «il territorio boschivo». Gli Iozzo avrebbero «competenza» sui Comuni montani di Chiaravalle Centrale, San Vito sullo Jonio, Cenadi, Gagliato e Petrizzi. La famiglia Bruno “governerebbe” su Vallefiorita, Amaroni, Girifalco, Palermiti, Squillace, Olivadi, Centrache e Cenadi. E gli Anello, invece, estenderebbero il proprio dominio su Filadelfia, Polia, Monterosso Calabro, Capistrano e Cenadi.
È un pentito, Salvatore Daniele detto Turi, arrestato nell’operazione Jonny come membro della cosca Bruno, a raccontare ai magistrati della Dda di Catanzaro che, vista l’abbondanza di aree boschive e di gare espletate (ben quattordici negli ultimi cinque anni), «il territorio confinante con i comuni di competenza di tutte e tre le famiglie, veniva ritenuto di competenza “collettiva”». Cenadi, in particolare, si trova al centro delle aree di pertinenza di tre clan.

Prima e dopo l’omicidio di Damiano Vallelunga

Il bilanciamento di poteri in nome degli affari, però, è sempre precario. Secondo il racconto di Danieli, «la divisione degli appalti per territorio di competenza è stata rispettata fino alla morte del capo cosca di Vallefiorita Giovanni Bruno, detto u Boss e, successivamente, fino alla morte di Giuseppe Bruno, fratello di Giovanni, al quale era subentrato». Poi, tra Rocco Anello e Giovanni Bruno, «in precedenza molto legati, si era creata una distanza in quanto Bruno era molto vicino al boss dei Viperari Damiano Vallelunga, con il quale Anello aveva interrotto i rapporti».
Una delle letture fornite dagli esponenti dei clan è che Anello sia riuscito a scampare alla morte proprio grazie al proprio allontanamento da Vallelunga, ucciso nel 2009 in una faida che ha visto coinvolte famiglie del Catanzarese e del Reggino. Vallelunga sarebbe stato freddato per la sua intransigenza: non avrebbe voluto cedere spazio ai clan “stranieri” nel proprio territorio, a Serra San Bruno, tenendo per sé il business dell’eolico. Uscito indenne da quella guerra, Rocco Anello avrebbe poi beneficiato dell’intervento di Luigi Mancuso, capo supremo della ‘ndrangheta vibonese. Una volta uscito dal carcere, Mancuso avrebbe lavorato a una «strategia di “pace” tra le varie cosche della zona, fondata sulla spartizione dei territori tra le stesse».

La pace imposta da Luigi Mancuso. «Ognuno sta nel suo. E chi sbaglia paga»

Questa scelta viene riassunta nell’intercettazione citata in sentenza: «Ha chiamato a tutti: Rocco, a tutti quanti. Dice: qua le cose si devono mettere a posto: ognuno ha il suo territorio… e non deve andare a rompere i coglioni all’altro. Ognuno sta nel suo, belli garbati, precisi. (…) Dobbiamo fare le cose, da oggi in poi, col silenzio: chi sbaglia, paga». Un manualetto di mafiosità, sintetizzato da Nicola Antonio Monteleone, uomo ritenuto vicino al clan di Filadelfia e condannato a 20 anni in primo grado.
La nuova amicizia tra le famiglie Bruno e Anello sarebbe stata sancita proprio da una gara per un lotto boschivo. Ancora il pentito Danieli racconta che Giuseppe Bruno – che sarebbe stato ucciso il 18 febbraio 2013 assieme alla moglie – «aveva riallacciato i rapporti con Rocco Anello». E aveva raggiungo il boss di Filadelfia a casa per chiedere e ottenere l’aggiudicazione di una gara boschiva nel territorio del boss di Vallefiorita, «a favore dell’imprenditore boschivo Domenico Ciconte», il quale, «aggiudicatosi la gara», avrebbe «corrisposto a Bruno e a Danieli, in tre tranches, la somma di 15mila euro».

La gara per il bosco di Borgia aggiudicata con un aumento del 90% sulla base d’asta

Delle quattro ditte partecipanti, quella di Ciconte aveva presentato di gran lunga l’offerta meno conveniente per il Comune di Borgia. La base d’asta per il bosco in località “Montagna Ducale” era di 37.100 euro. La ditta di Ciconte Pasquale, fratello di Domenico, se l’aggiudicò per 69.587 euro, con un aumento del prezzo posto a base d’asta dell‘87,57%. Stranamente, però, «le ditte concorrenti (…) erano cadute in errori grossolani e ingenui errori formali nella procedura» ed erano state escluse. Un caso “fortunato” per la ditta che aveva sancito la “pace” tra i due clan confinanti. (p.petrasso@corrierecal.it)

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/07/25/cosi-i-clan-si-dividono-il-business-dei-tagli-boschivi-per-evitare-guerre-di-ndrangheta/

‘Ndrangheta, racket nell’edilizia e nelle aste immobiliari, undici misure cautelari nel Varesotto

Ndrangheta, racket nell’edilizia e nelle aste immobiliari, undici misure cautelari nel Varesotto

Sono cinque le persone finite in carcere su richiesta della Dda di Milano. Le minacce ai concorrenti: «Attento che l’impianto prende fuoco»

Pubblicato il: 25/07/2022 – 11:41

MILANO Undici misure cautelari, di cui cinque in carcere, per un presunto giro di racket nel calcestruzzo e nelle aste immobiliari a Saronno, in provincia di Varese, sono state eseguite dai Carabinieri, su delega della Dda di Milano.
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di estorsione e turbativa d’asta, con legami con esponenti di famiglie di ‘ndrangheta facendo esplicitamente leva sulla forza intimidatrice e stato di soggezione verso le vittime sarebbero riusciti ad estromettere dal mercato imprese concorrenti a favore di altre a loro riconducibili, accaparrandosi illegalmente appalti e incarichi di importanti lavori nel settore dell’edilizia e del movimento terra. Le indagini sono partite dopo che la notte del 13 settembre 2017 si era verificato un incendio doloso che aveva danneggiato, rendendole inutilizzabili, sei auto di servizio di proprietà dell’Amministrazione comunale di Saronno (foto sopra, da Il Giorno).

Il pestaggio ai danni del titolare di un’impresa concorrente

Per raggiungere i propri scopi gli indagati non avrebbero avuto remore a ricorrere a vere e proprie aggressioni come nel mese di gennaio 2019 quando gli inquirenti hanno documentato un pestaggio ai danni del titolare di un impresa concorrente oltre che minacciare il committente di gravi danni ai mezzi dell’impresa qualora non fosse stata quella da loro individuata ad accaparrarsi i lavori. Secondo quanto si apprende, tra le minacce: «Attento che non ti salta per aria quella betopompa prende fuoco che non ci vuole niente… prende fuoco sotto l’impianto». E ancora «brucia la pompa e l’impianto».

Le intimidazioni dei calabresi nel settore delle aste immobiliari

Un sistema di intimidazioni simili sarebbe stato accertato anche nel corso delle aste giudiziarie per la vendita di immobili disposte dal Tribunale di Busto Arsizio. Le procedure, che riguardavano anche immobili pignorati ad appartenenti al medesimo gruppo di cointeressenze criminali, puntualmente subivano interferenze da parte di alcuni degli indagati che non esitavano, attraverso espliciti avvertimenti minatori, messi in atto anche spavaldamente, a far desistere dai loro propositi i vari offerenti. In sede di sopralluogo sugli immobili oggetto di vendita da parte dei potenziali acquirenti, questi si ritrovavano spesso circondati da soggetti ostili che, con atteggiamento e spesso suggestionandoli rivolgendosi a loro con spiccato accento calabrese, riportavano i gravi fatti giudiziari in cui i vecchi proprietari dell’immobile in vendita erano coinvolti fino a farli desistere dall’acquisto.

L’estorsione da 60mila euro a una ditta che commercia in autovetture

Non sono stati esenti da atti intimidatori ed estorsivi altri imprenditori del territorio. Al riguardo sarebbe emersa l’illecita pretesa avanzata ai danni dei titolari di una ditta del settore del commercio di autovetture di Cislago, dai quali gli indagati si sono fatti consegnare una somma di oltre 60mila curo a fronte di un credito inesistente e creato ad arte, ricorrendo, anche in tali circostanze a violenza e minacce, non solo con incursioni all’interno della sede della società minacciando i presenti e danneggiando gli arredi, ma anche con l’utilizzo di armi da fuoco, puntando, in un’occasione, una pistola alla nuca della vittima che cercava di resistere alle ormai più insostenibili richieste di danaro.

Uno degli arrestati era in vacanza in Calabria

Dei cinque destinatari della custodia in carcere, quattro sono stati tradotti presso la casa circondariale di Busto Arsizio e uno, localizzato in Calabria, dove nel frattempo si era temporaneamente trasferito per soggiornare nel corso dell’estate, invece presso quella di Palmi, tutti a disposizione dell’autorità giudiziaria che dovrà ora eseguire gli interrogatori di garanzia. (redazione@corrierecal.it)

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2022/07/25/ndrangheta-racket-nelledilizia-e-nelle-aste-immobiliari-undici-misure-cautelari-nel-varesotto-video/

Napoli, gli ormeggi abusivi dei clan a Mergellina: prenotazioni in chat, 3.500 euro a posto barca

Il Mattino

Napoli, gli ormeggi abusivi dei clan a Mergellina: prenotazioni in chat, 3.500 euro a posto barca

Lunedì 25 Luglio 2022 di Leandro Del Gaudio

Mergellina, la zona più bella della costa napoletana, spettacolo agli occhi, risorsa da sempre poco sfruttata. Non da tutti, sembra di capire: quell’angolo di mare che bagna Posillipo, a ridosso di largo Sermoneta, si è trasformato in una miniera d’oro. Solo per qualcuno, che ha imparato a organizzare traffici illeciti, tutti da esplorare: boe posticce, ormeggi abusivi, con la benedizione di soggetti in odore di camorra. Otto personaggi, tutti con precedenti penali, di recente deferiti all’autorità giudiziaria, grazie al lavoro della pg della Capitaneria di porto.

Da soli gestiscono (o hanno gestito fino a qualche giorno fa) qualcosa come 130 boe, parliamo di allacci abusivi grazie a un sistema di ancoramento subacqueo, fondato su attracchi di cemento armato collocati sul fondale. Per settimane sono stati controllati, monitorati a distanza, con tanto di blitz rimasti rigorosamente sotto traccia. Anzi: sotto la superficie marina. Hanno gestito le barche dei napoletani, che da queste parti rappresentano da sole una sorta di Eldorado. E se ne sono accorti gli uomini al servizio della capitaneria, grazie al coordinamento dell’ammiraglio Pietro Giuseppe Avella (attività condotta in piena sinergia con i poliziotti del commissariato San Ferdinando), che hanno scrutato (e fotografato) i movimenti dei cosiddetti signori della sosta a mare.

Conviene partire dai prezzi, da una sorta di tariffario che sta emergendo dalle prime indagini condotte nella prima parte dell’estate del 2022: ogni posto barca costa intorno ai 3500 euro, soldi cash da consegnare nelle mani di chi riesce a gestire il via vai di clienti. Tutto avviene senza lasciare traccia, i contatti hanno inizio attraverso un’utenza telefonica. Anzi. Attraverso un numero dedicato al quale scrivere, usando una messaggistica istantanea. C’è un numero di whatsapp, a prova di intercettazioni, per la definizione del prezzo, delle attività ordinarie e per ogni genere di segnalazione nel corso dell’intera stagione balneare. Soldi subito, il resto sono solo mance. Facile fare due conti: in pochi mesi, la banda delle boe abusive, nel solo specchio di acqua di Mergellina, ha portato a casa qualcosa come 420mila euro. Troppo per essere considerato un semplice affare tra privati. Troppo per immaginare che, alla base di un simile business, non ci siano solo iniziative pirata da parte di qualche soggetto in vena di arrangiare pochi spiccioli. Una parte di costa (e di mare) che va restituita all’economia cittadina, possibilmente in chiaro, grazie alle regole del libero mercato, attraverso un sistema di attracchi legali disciplinato da regole chiare in materia di concessioni. Ed è questo l’altro aspetto di una simile storia, sempre alla luce di quanto è emerso finora dai fondali napoletani.


In sintesi, i presunti signori delle boe clandestine hanno imparato a sfruttare i canali legali, piazzando le proprie boe accanto a quelle date in concessione. Un sistema di attracchi “a corpo morto” che si è ingrandito, quasi come se stessimo parlando di una sorta di doppia o tripla fila lungo una strada cittadina. Tutto è avvenuto in modo lento e progressivo, sulla falsariga di quanto è stato possibile riscontrare pochi giorni fa, in un altro specchio d’acqua napoletano. Ricordate cosa è accaduto a Coroglio? La scorsa settinana, il blitz della capitaneria di Porto (questa volta accanto agli uomini della Finanza), che ha consentito di far scattare il sequestro di un’area anche più ampia: circa 40mila metri quadrati, dove erano ormeggiate – sempre in modo abusivo – 187 imbarcazioni di altrettanti napoletani (o turisti), che hanno appoggiato i loro natanti, in cambio di soldi versati in contanti. Uno scenario che ora spinge le autorità giudiziarie a procedere con verifiche a stretto giro. Si punta a capire se c’è un reale interesse della camorra, se ci sono stati silenzi omertosi da parte delle autorità di controllo, ma soprattutto a verificare chi gestiva la chat per definire appuntamenti, accordi commerciali e segnalazioni varie. Un mondo a parte su cui, in modo ciclico in questi anni, si è accesa l’attenzione degli inquirenti, nella speranza di una svolta definitiva: che punti a riconsegnare il mare ai napoletani e le boe all’economia pulita della città.

Fonte:https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_mergellina_ormeggi_abusivi_chat_tariffario-6832552.html

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