Il ‘banchiere della’ camorra che dava gli assegni agli storici super-boss

Il ‘banchiere della’ camorra che dava gli assegni agli storici super-boss

Di Alessandro Caracciolo -30 Luglio 2021


Ciro Giordano
è stato considerato per anni il ‘banchiere della camorra‘, ruolo che emerse già nell’aprile del 2000 dopo l’indagine del Gico della Guardia di Finanza. Il soprannome Ciruzzo ‘a Varchetella evocò la barca di denari, più di 35 miliardi di lire, che gli venne confiscata dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Oggi il nome di Giordano torna nelle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli. Eseguito un nuovo provvedimento di confisca di beni del valore di 1,3 milioni di euro emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti delle figlie del defunto Giordano.

IL RUOLO DI GIORDANO DAGLI ANNI ’80

L’uomo avrebbe avuto un ruolo di primordine nello scenario criminale campano. Già dagli anni ’80 avrebbe gestito le ingenti somme di denaro dei maggiori clan di camorra  utilizzando per la movimentazione i propri conti personali. In un breve arco temporale sui conti di Giordano arrivarono oltre 6 miliardi di vecchie lire. Particolare emerso dalle indagini di natura economico-finanziaria svolte dagli specialisti del Gico. Questa ricostruzione parte dagli anni ’80.

GLI ASSEGNI AI SUPERBOSS DELLA CAMORRA

Nello stesso tempo sarebbe stata anche rilevata l’emissione di assegni per importi elevati a favore di esponenti i super-boss dei clan di camorra come Angelo Nuvoletta, Lorenzo Nuvoletta, Pupetta Maresca, Pasquale Zaza, Vincenzo Agizza e Antonio Agizza. Emerge anche il legame trasversale con i maggiori sodalizi criminali campani come i clan dei Casalesi, Contini e quelli compresi nella Alleanza di Secondigliano.

Da un lato gli avrebbe consentito di gestire enormi somme di denaro destinate all’usura e al riciclaggio. Invece dall’altro ciò sarebbe risultato deleterio per la famiglia Giordano, colpita da diversi sequestri tra il 1987 e il 2001. Uno dei quali consentì la confisca di oltre 30 miliardi di lire custoditi in alcune banche italiane e svizzere.

LE RICCHEZZE INTESTATE ALLE FIGLIE

Le confische in esecuzione oggi sono giunte al termine di attività investigative che determinano diversi provvedimenti cautelari a carico di soggetti molto vicini a Ciruzzo, spingendolo a spogliarsi formalmente delle ricchezze residue poi intestate alle figlie sotto forma di investimenti e polizze. In particolare dalle indagini svolte emerge la totale incapienza patrimoniale del famiglia di Giordano. Riscontrata l’assenza di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Fonte:https://internapoli.it/ciro-giordano-ciruzzo-a-varchetella-camorra/

I boss e il desiderio di fuga dal 41 bis, anche Pippo Calò e Pietro Aglieri si appellano alla Cassazione

I boss e il desiderio di fuga dal 41 bis, anche Pippo Calò e Pietro Aglieri si appellano alla Cassazione

In pochi mesi la Suprema Corte ha vagliato i ricorsi dei due mafiosi, ma anche quelli di Giuseppe Madonia e di Filippo Matassa, ai quali è stato prorogato il carcere duro dal ministero della Giustizia. I giudici hanno confermato la necessità di non allentare le maglie per il pericolo concreto che i detenuti possano riallacciare i rapporti con i loro clan

Sandra Figliuolo

Giornalista Palermo

30 luglio 2021 14:40

Quattro ricorsi in Cassazione nel giro di pochi mesi, presentati da esponenti di spicco di Cosa nostra, che contestano l’applicazione del carcere duro e delle severe limitazioni imposte dal regime del 41 bis. Una condizione che evidentemente sta stretta a boss irriducibili, i cui nomi richiamano alla mente guerre di mafia e stragi, ovvero Pippo Calò, che compirà 90 anni a settembre, Pietro Aglieri, di 63, Giuseppe Madonia, di 67, e Filippo Matassa, di 71. Tutti si sono opposti alla decisione del ministero della Giustizia di prorogare il 41 bis prima al tribunale di Sorveglianza e poi alla Suprema Corte, ottenendo tuttavia esiti negativi e la condanna a versare 3 mila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.

Per i giudici i quattro detenuti restano pericolosi e se accedessero al regime carcerario ordinario potrebbero immediatamente riallacciare i contatti con i loro clan di appartenenza, tutti pienamente operativi, e riprendere i loro ruoli anche in virtù dei loro curriculum criminali. Le pronunce sono della prima sezione (collegio presieduto da Monica Boni) e della settima (presidente Luigi Fabrizio Augusto Mancuso).

Pippo Calò, i complotti e l’assenza di rottura col passato

Per quanto riguarda Calò, la proroga del 41 bis era arrivata il 5 settembre 2018 e già il tribunale di Sorveglianza di Roma, il 6 novembre dell’anno scorso, aveva rigettato il ricorso. Dello stesso parere è stata la Cassazione che, nel suo provvedimento, sottolinea “il ruolo ricoperto per lungo periodo da Calò in Cosa nostra, da esponente di vertice e capomandamento di Porta Nuova, da componente della Commissione provinciale, nonché da delegato ai rapporti con ambienti della finanza deviata” e ne rimarca “l’elevatissima caratura criminale, essendosi reso responsabile di efferati delitti di sangue, tra cui le stragi del 1992”, oltre alla vitalità del suo clan, come ha confermato anche l’operazione “Cupola 2.0”.

La difesa di Calò, a parte l’età avanzata del deteunto e l’assenza di contatti con l’esterno, ha obiettato che non si sarebbe tenuto conto, per esempio, della volontà manifestata dal boss in un’udienza del 2017 di allontanarsi dal contesto criminale. Secondo i giudici, che hanno rigettato il ricorso il 4 maggio scorso, Calò ha fatto parte della Cupola sin dal 1975 e, in base ad alcune conversazioni del 2014 tra due esponenti del suo clan, Giovanni e Giuseppe Di Giacomo, era in grado di controllare tutto ciò che accadeva a Palermo nonostante dimorasse a Roma. Inoltre, sottolinea la Cassazione, Calò in passato è stato capace di comunicare anche da detenuto. Quanto al suo comportamento, il boss “non si limita a tenere un atteggiamento negante, ma, lungi dall’intraprendere scelte di rottura con il passato, mantiene inalterata l’adesione ai valori mafiosi, condivisi convintamente per un lungo periodo, ancora oggi, lungi dal fornire segnali anche modesti di allontanamento dalla mentalità deviante o comunque di resipiscenza continua ad interpretare le sue vicende processuali come il frutto di macchinazioni e complotti”.

Pietro Aglieri, la subcultura mafiosa e l’iscrizione all’università

Aglieri aveva fatto ricorso in Cassazione contro la decisione del tribunale di Sorveglianza di Roma emessa lo stesso giorno di quella di Calò, che aveva ritenuto corretta la proroga del 41 bis disposta dal ministero l’11 settembre del 2019. Anche in questo caso si mette in evidenza “il ruolo ricoperto per lungo periodo in Cosa nostra da Aglieri, che ne era stato un esponente di vertice, affiliato al mandamento di Santa Maria di Gesù, oltre che componente della Commissione provinciale, in grado di ricompattare il gruppo palermitano in contrapposizione ai corleonesi. I giudici rimarcano “l’elevatissima caratura criminale di Aglieri, essendosi reso responsabile di efferati delitti di sangue, tra cui le stragi del 1992” e “l’attuale vitalità dell’articolazione mafiosa di cui Aglieri è stato esponente di punta con una posizione di assoluta predominanza”.

Per gli avvocati del mafioso, sarebbero stati ribaditi sempre gli stessi argomenti e, “in contrasto con la giurisprudenza costituzionale e convenzionale più recente”, si sarebbe finito per “attribuire valenza decisiva all’assenza di collaborazione con la giustizia” di Aglieri. Inoltre, non ci sarebbe il “rischio attuale e concreto di ripresa dei contatti con la realtà criminosa di riferimento”, visto anche che la carcerazione si protrae ininterrottamente da 23 anni, e i fatti per i quali è stato condannato sono risalenti. In più il boss avrebbe intrapreso un percorso individuale “valutato in termini positivi”, che lo ha portato anche ad iscriversi all’università.

Argomenti che la Suprema Corte ha bocciato, puntando anche in questo caso sugli esiti investigativi di “Cupola 2.0”. Si legge nel provvedimento del 4 maggio scorso: “Il tribunale ha correttamente formulato il giudizio prognostico sul pericolo che il ricorrente, ove ammesso al regime penitenziario ordinario possa riallacciare, approfittando dell’allentamento dei controlli, i rapporti con l’organizzazione criminale di cui è stato a lungo un esponente di vertice, considerando recessivi gli elementi di segno contrario dedotti dalla difesa perché nient’affatto dimostrativi, se non di un serio distacco dal contesto mafioso, quanto meno della perdita del prestigio e della caratura criminale legata al ruolo di comando che, secondo l’esperienza derivante dalle vicende processuali, non è messa in crisi dalla detenzione carceraria”.

Inoltre “lungi dal pretendere la collaborazione del detenuto, quale unico strumento per sottrarsi alla proroga del regime differenziato – per i giudici – del tutto plausibilmente il tribunale non ha considerato indicativi di resipiscenza o comunque segnali chiari di allontanamento dai valori e dalla subcultura mafiosa, condivisa per un lungo periodo di tempo quale modello comportamentale totalizzante cui ispirare ogni scelta di vita, anche se implicante il sistematico ricorso al delitto ed al disprezzo della vita umana, né l’iscrizione all’università (se mai significativa dell’apprezzabile sforzo di miglioramento culturale) né l’esame personologico condotto dagli operatori penitenziari, che peraltro si sono limitati a rilevare ‘un carattere chiuso e poco fiducioso verso gli esiti futuri'”.

Giuseppe Madonia, gli omicidi e i messaggi dal carcere

Giuseppe Madonia, condannato all’ergasolo per sei omicidi, compreso quello del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, si era visto prorogare il 41 bis il 10 aprile del 2019. Il tribunale di Sorveglianza di Roma aveva confermato la decisione il 25 settembre dell’anno scorso. La Cassazione ripercorre il profilo criminale del detenuto, esponente di vertice di Cosa nostra a Resuttana, “dove aveva preso con i fratelli il posto del padre Francesco, deceduto nel 2007”. Mette in risalto che Madonia ha commesso reati anche in carcere (oltraggio e minaccia a pubblico ufficiale) e che è stato in grado di comunicare con l’esterno tramite i colloqui con la cognata, Angela Di Trapani.

In più il suo clan di appartenenza è pienamente operativo, come confermato dal processo “Apocalisse”, ma pure dalle dichiarazioni del pentito Vito Galatolo, secondo cui Madonia manteneva il controllo dal carcere. Inoltre, per la Suprema Corte Madonia avrà pure avuto una corretta condotta carceraria, “ma non ha mostrato alcuna resipiscenza per il proprio passato deviante, né alcuna considerazione per le sue tante vittime”. Da qui il rigetto del suo ricorso, lo scorso 25 marzo.

Matassa, figura non apicale ma pericolosa

Infine c’è il caso di Matassa del clan dell’Acquasanta, per cui la proroga del 41 bis risale al 29 agosto del 2018 e la conferma da parte del tribunale di Sorveglianza di Roma è arrivata il 16 gennaio dell’anno scorso. La difesa, in Cassazione, ha puntato su una sentenza, diventata irrevocabile nel 2019, che ha escluso che Matassa rivesta un ruolo qualificato in Cosa nostra, oltre a rilevare che “il suo carisma criminale era tanto ridotto da confinarlo al rango di mero esecutore delle direttive del genero, Vito Galatolo”.

I giudici hanno rigettato il ricorso, rimarcando anche stavolta la piena operatività del clan di appartenenza del detenuto e sottolineando che, anche se non con una posizione apicale, il curriculum criminale non lascia dubbi sulla pericolosità di Matassa. Inoltre, la sentenza richiamata dalla difesa “ha reso conto del suo totale inserimento nel clan, impegnato nella gestione, in monopolio forzato, delle slot machines con i membri della famiglia Graziano e dei Palazzotto”.

E le conferme arrivano ancora una volta da Galatolo che, da collaboratore di giustizia, ha descritto il ruolo di tramite e di custode di denaro e armi di Matassa che, peraltro, “non ha in alcun modo preso le distanze dalla cosca o manifestato segni di dissociazione”. Infine “la sua condotta carceraria – scrivono i giudici nel provvedimento dello scorso 7 gennaio – è stata caratterizzata da un’ammonizione”.

Fonte.https://www.palermotoday.it/cronaca/mafia/boss-41-bis-ricorsi-cassazione-pippo-calo-pietro-aglieri.html

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Gotha, condannati i vertici occulti della ndrangheta: 25 anni a Paolo Romeo e 13 ad Alberto Sarra

Gotha, condannati i vertici occulti della ndrangheta: 25 anni a Paolo Romeo e 13 ad Alberto Sarra

Regge l’impianto accusatorio della Dda di Reggio Calabria. Dopo la lunga requisitoria del pm Lombardo è arrivata la decisione dei giudici. Diverse le assoluzioni, tra cui quella dell’ex senatore Antonio Caridi

di Consolato Minniti 30 luglio 2021

Venticinque anni di reclusione per Paolo Romeo; 13 anni per Alberto Sarra; assoluzione per l’ex senatore Antonio Caridi. Così hanno deciso i giudici del Tribunale di Reggio Calabria per il maxi processo “Gotha”, giunto questa sera a sentenza dopo un primo grado, con rito ordinario, durato diversi anni. Un’istruttoria lunghissima culminata con la requisitoria del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il quale non ha mancato di richiedere anche diverse assoluzioni all’esito del dibattimento.

Dopo una lunga camera di consiglio, dunque, il collegio presieduto dalla dottoressa Capone, ha deciso per la condanna anche dell’avvocato Antonio Marra a 17 anni di reclusione. Diverse le assoluzioni disposte.

La requisitoria del pm

«Che non si tratti di contesto associativo diverso da quello di cui stiamo parlando lo ricaviamo da una molteplicità di fonti di prova. È una ‘ndrangheta che non si vede, che supera le affiliazioni rituali, che supera le forme di segretezza, per accedere ad una forma nuova di operatività in ambiti elevati e segue le tracce fissate molti anni fa, quando venne creata la prima componente riservata», ha spiegato il procuratore aggiunto Lombardo nel corso della sua requisitoria. «L’analisi congiunta di plurime qualificatissime fonti di prova, consente di ritenere esistente e operante una componente plurisoggettiva occulta e riservata avente funzioni strategiche nell’ambito della ‘Ndrangheta. Detta componente riservata, inizialmente denominata santa o mammasantissima, continua ad operare con funzioni di governo degli assetti apicali della struttura criminale con meccanismi particolarmente evoluti». Secondo Lombardo, dunque, «per quello che è l’esito delle fonti probatorie di questo processo, al quale devono affiancarsi un impressionante numero di conversazioni intercettate tutte di tipo auto ed etero accusatorio, tutte riferibili allo specifico tema probatorio, siamo in grado di affermare che la componente riservata della ‘Ndrangheta è esattamente la prosecuzione di quella fondata nei primi anni ’70 dai fratelli Giorgio, Paolo De Stefano, unitamente ai componenti di vertice del mandamento jonico e tirrenico della ‘ndrangheta riferibile alle famiglie Piromalli e Nirta, successivamente affiancate da altre famiglia come Alvaro, Mancuso e Pelle. Tutte famiglie a cui è riservato il compito di vertice mandamentale».

Ndrangheta contropotere interno

Nel corso della requisitoria, Lombardo non ha mancato di ricordare come «la componente apicale riservata trasforma la ‘ndrangheta in un contropotere che allarga i suoi orizzonti operativi fino ad inglobare funzioni pubbliche che, solo in apparenza, continuano ad essere gestiti da organi amministrativi e politici, ma diventano paravento di logiche deviate ed evolute pensate e rese operative da sistema mafioso, la cui componente apicale opera stabilmente all’interno delle istituzioni».

 

Ricostruzioni tutte contestate ferocemente dagli avvocati difensori che hanno messo in fila tutta una serie di elementi utili, nella prospettiva difensiva, ad elidere grandemente il costrutto accusatorio.

Gotha, la sentenza di primo grado

  • Amodeo Vincenzo assolto (richiesta Pm: assoluzione)
  • Aricò Domenico assolto (assoluzione)
  • Barbieri Vincenzo Carmine 3 anni e 4 mesi e 2000 euro (6 anni)
  • Cammera Marcello F. A. 2 anni (13 anni)
  • Canale Amedeo Antonio assolto (assoluzione)
  • Cara Demetrio assolto (assoluzione)
  • Caridi Antonio Stefano assolto (20 anni)
  • Cartisano Carmelo Giuseppe 20 anni (16 anni)
  • Chirico Francesco (classe 44) 16 anni (22 anni)
  • Chirico Giuseppe 20 anni (23 anni)
  • Delfino Alessandro Bruno 5 anni (9 anni)
  • Genoese Zerbi Saverio ndp per morte del reo
  • Gioè Salvatore Primo 16 anni e 6 mesi (17 anni)
  • Giustra Paolo assolto (2 anni)
  • Iero Giuseppe assolto (10 anni)
  • Marra Antonio 17 anni (16 anni)
  • Marra Cutrupi Maria Angela assolta (assoluzione)
  • Minniti Angela 2 anni e 8 mesi (3 anni e 8 mesi)
  • Munari Teresa assolta (assoluzione)
  • Nucera Domenico assolto (assoluzione)
  • Pietropaolo Domenico assolto (assoluzione)
  • Pontari Giovanni assolto (assoluzione)
  • Raffa Giuseppe assolto (7 anni)
  • Remo Giovanni Carlo assolto (8 anni)
  • Romeo Paolo 25 anni (28 anni)
  • Sarra Alberto Vincenzo 13 anni (20 anni)
  • Scordo Andrea assolto (assoluzione)
  • Strangio Giuseppe 9 anni e 4 mesi (13 anni)
  • Zoccali Rocco Antonio assolto (assoluzione)
  • Zumbo Giovanni 3 anni e 6 mesi (7 anni e 6 mesi)
  • Rechichi Giuseppe R. G. 3 anni e 6 mesi (7 anni e 6 mesi)

fonte:https://www.lacnews24.it/cronaca/gotha-condannati-i-vertici-occulti-della-ndrangheta-25-anni-a-paolo-romeo-e-13-ad-alberto-sarra_140495/

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Ministra Cartabia, è l’Europa che ci ha chiesto di transigere sulle mafie?

Ministra Cartabia, è l’Europa che ci ha chiesto di transigere sulle mafie?

Saverio Lodato 30 Luglio 2021

Ci eravamo permessi di consigliare qui, alla ministra della giustizia, Marta Cartabia, di ascoltare, in materia di reati di mafia, chi ne sa più di lei. Convinti come siamo che l’Italia disponga dei magistrati più preparati che ci sono in Europa, se non altro perché non esiste un altro paese costretto a fare i conti non con una, ma con più mafie, inclusa l’infinità di addentellati criminali che si portano dietro. Diciamo un’ovvietà.
E davamo quest ‘ovvio consiglio, visto il fuoco di sbarramento rispetto alla sua proposta di legge che non lasciava presagire nulla di buono.
La ministra ha scelto una strada diversa, mostrando buona dose di arroganza, se è vera la frase che le hanno attribuito alcuni giornali: “I magistrati sono contro la riforma? È la prova che si tratta di una buona riforma”. Roba da fare impallidire Maria Antonietta e le sue brioche.
Concetto discutibile e di cattivo gusto.
Vedremo cosa verrà fuori domenica in Parlamento. Le premesse per il mostriciattolo ci sono tutte.
Il CSM ha detto la sua, a stragrande maggioranza. E ha parlato di una cattiva riforma, bocciandola quasi impietosamente.
Va detto, intanto, che lo spettacolo di una classe politica che si dilania proprio sulla parola Mafia la dice assai lunga sull’inadeguatezza rispetto a un argomento che dovrebbe essere invece pacifico, assodato, acquisito una volta per sempre, alla luce della storia d’Italia in questi decenni.
Non è così. E bene ha fatto Nino Di Matteo a smontare la favoletta del “ce lo chiede l’Europa”, come dovessimo barattare principi costituzionali e rifiuto delle mafie, in cambio di soldi a palate. L’Europa, a quel che se ne sa, non ci ha affatto chiesto di cercare il compromesso con le mafie. Questa, semmai, è tutta farina dei faccendieri che affollano il Parlamento italiano, e che hanno dato vita a questo estenuante e indecoroso gioco alla fune, che continua ancora oggi.
Francamente non capiamo la contentezza della ministra Cartabia. Toccava a lei, in prima persona, non transigere sulla mafia. Non lo ha fatto. Si è inevitabilmente ritrovata a dirigere il traffico fra troppi faccendieri. Perdendo così una grande occasione.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/rubriche/saverio-lodato/85145-ministra-cartabia-e-l-europa-che-ci-ha-chiesto-di-transigere-sulle-mafie.html

Si fermi la riforma Cartabia, non distruggiamo il sogno di mio fratello e di Falcone

Si fermi la riforma Cartabia, non distruggiamo il sogno di mio fratello e di Falcone

Salvatore Borsellino 31 Luglio 2021

Ringrazio Piera Aiello e la Presidenza della Camera che ci da l’opportunità di parlare in questa sede Istituzionale.
Sono Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, ma sono qui come cittadino italiano e come forndatore e leader del Movimento delle Agende Rosse, un movimento fatto soprattutto di giovani, che ha come suo principale e quasi esclusivo obiettivo la Verità e la Giustizia sulle stragi del ’92 e del ’93 che hanno insanguinato il nostro paese.
Soltanto come fratello di Paolo non avrei nessun diritto di parlare, e di parlare in questa sede, perchè con mio fratello non ho molto in comune.
Paolo era un magistrato, con un senso altissimo dello Stato, e ha scelto di rimanere al suo posto anche quando si è reso conto che pezzi deviati di quello stesso Stato a cui aveva prestato giuramento, stavano per dare alla criminalità mafiosa l’ordine di ucciderlo, ha scelto di sacrificare la sua vita per poter cambiare quello che di questo paese, che tanto amava, non gli piaceva e non poteva piacergli.
Io ho ho scelto una professione che sapevo che mi avrebbe portato via dalla mia terra, ho scelto, sbagliando, di cercare per me e per i miei figli un “altro paese”, lasciandomi alle spalle tutto quello che non mi piaceva, e ho avuto da sempre nel cuore una vena libertaria se non addirittura anarchica ma proprio per questo ho sempre avuto fede nell’amore e nella Giustizia, amore e Giustizia che erano lo stesso sogno di Paolo, quel sogno che nostra madre, dopo la strage, fece giurare a me e mia sorella Rita di sostenere finché avremmo avuto vita.
E questa riforma che noi oggi contestiamo va in senso esattamente contrario a quel sogno di Giustizia.
La sua genesi viene da lontano, da quando nel 1992 lo Stato Italiano ha rinunciato ad essere uno Stato di diritto arrivando a trattare con la criminalità organizzata, elevandola con questa trattativa alla dignità di una controparte dello Stato stesso e rinunciando così alla propria dignità.
Sacrificando sull’altare di questa scellerata trattativa la stessa vita di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, facendo sparire la sua Agenda Rossa e, ed è una ipotesi agghiacciante ma plausibile, dandola addirittura in pegno alla controparte criminale come pegno del mantenimento dei patti sottoscritti per addivenire a quello ripristino della.pax mafiosa che non servì peraltro ad evitare, prima della sua conclusione, altre stragi.
I passi per arrivare a tutto questo vengono da lontano, da quando è stato fatto cadere un governo soltanto per potere annullare quella riforma della Giustizia , varata dal governo Conte, che seppure perfettibile, bloccava però la prescrizione sul primo grado di giudizio, assicurando che tutti i reati potessero essere perseguiti e tutti i processi potessero essere portati a compimento.
Ora, con il pretesto di ottemperare ad una richiesta dell’Europa che altrimenti ci negherebbe i fondi del Recovery Found, invece di agire in maniera da sveltire i processi, di potenziare gli organici della magistratura, lo Stato rinuncia di fatto ad esercitare la Giustizia inserendo un concetto giuridicamente abnorme come l’improcedibilità.
Lo Stato nega la Giustizia ai cittadini vittime di un reato, e allo Stato stesso, se il processo di appello non si conclude in un tempo determinato, lasciando così l’imputato in uno stato di limbo, condannato ma non definitivamente, e rinunciando così ad esercitare i proprio ruolo e a rendere giustizia ai cittadini colpiti da reato stesso.
Cittadini che Giustizia non potranno mai più pretendere e dichiarando, come Stato, la propria impotenza.
Si viene a creare così, anzi si aggrava perché già esistente, una profonda diseguaglianza tra i cittadini sottoposti a processo, da un lato i semplici cittadini i cui processi arriveranno a concludersi nei tempi stabiliti, e dall’altro i potenti, quelli che si potranno permettere avvocati in grado di allungare fino a due anni i tempi dei processi fino ad ottenere la improcedibilità.
Non si tiene conto poi della differenza tra le diversi sedi dei processi di appello, alcuni dei quali soffrono di una cronica carenza di organico che già di per se rende spesso la durata dei processi ben superiore ai due anni, termine dichiarato per lo scattare della improcedibilità.
Si prepara così l’impunità per chi approfitterà della enorme quantità di fondi in arrivo dall’Europa per dirottarli verso gli interessi della società criminale piuttosto che per la ripresa dell’economia nazionale e per il bene comune dato che nel frattempo, in nome della emergenza, si sveltiscono le procedure e si diminuiscono i controlli.
E intanto si introduce un altro concetto devastante che cozza contro il principio Costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale e affida al Parlamento, violando il principio costituzionale della separazione dei poteri, la scelta della priorità dei reati da perseguire.
E per riuscire ad ottenere tutto questo si svilisce i ruolo del Parlamento e si elimina, per un progetto di tale importanza, la discussione in aula ponendo il voto di fiducia, e tutto questo all’inizio dell’estate, in un momento di scarsa attenzione dell’opinione pubblica, la stessa scelta un tempo adottata dalla criminalità mafiosa per compiere l sue stragi.
Siamo purtroppo alle Termopili, è una battaglia disperata ma le battaglie, se giuste, se sacrosante, vanno in ogni caso combattute ed è quello che faremo, chiamando a raccolta la Società Civile, fino alla fine.
Ed è per questo che chiedo a tutti quelli che con il loro voto decideranno l’esito di questa riforma, anche a quelli che l’hanno improvvidamente votata in Consiglio dei Ministri, di volerla fermare, di non distruggere il sogno di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, altrimenti non osino più, in futuro, di pronunciarne neanche il nome.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85168-si-fermi-la-riforma-cartabia-non-distruggiamo-il-sogno-di-mio-fratello-e-di-falcone.html


Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»

Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»

Il procuratore di Catanzaro a “In Onda” ribadisce la bocciatura della Cartabia: «Forse il ministro non è mai stata in un’aula di tribunale»

Pubblicato il: 29/07/2021 – 23:53


«Io posso dire che è la peggiore riforma che io abbia mai letto. Io sono in magistratura dal 1986. Una riforma peggiore di questa non l’ho mai letta».

Un sigillo pesantissimo quello che il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, pone sulla riforma della Giustizia voluta dal ministro Cartabia. Ospite nella trasmissione “In onda”, su La7, con Concita De Gregorio e David Parenzo, il magistrato indica tutti quei reati che verranno penalizzati dalla “tagliola” proposta dalla riforma secondo la quale – al netto delle recenti modifiche – se un processo dura più di due anni in Appello (tre per i reati più gravi) e uno in Cassazione (o 18 mesi) non si può più perseguire.
«Ci siamo dimenticati di tutti i reati che riguardano la Pubblica amministrazione: peculato, corruzione, concussione. Cosa facciamo per questi reati? – ha detto Gratteri –. Andranno in coda, non si celebreranno. Tutti i reati che riguardano le bancarotte, dove vengono giudicati imprenditori spregiudicati che organizzano bancarotte per frodare, pensando di riciclare. Avete pensato alle parti offese?»

Tutti i reati che rischiano l’improcedibilità. E alle parti offese chi ci pensa?

Gratteri elenca una lunga serie di gravi fatti di cronaca: la recente tragedia della funivia, il crollo del ponte di Genova. «Io dico che questi processi non si farà in tempo a celebrarli, in due anni in appello. Si accettano scommesse su questo punto. Anche perché attualmente tutti i procuratori generali d’Italia stanno dicendo “in due anni non siamo in grado, in due anni il 50% dei processi diventerà improcedibile”». Il procuratore, da uomo pratico porta un esempio per rendere l’idea di quello che sarà l’istituto dell’improcedibilità: «perché mi capiscano anche i non addetti ai lavori»: «Lei è in autostrada e le danno un tempo di un’ora e mezza per fare Napoli-Roma. Se c’è un incidente, si blocca la strada, lei non può arrivare in un’ora e mezza a Roma e non ci arriverà più».
I problemi sono a monte: «I magistrati sono di meno, da un anno e mezzo non si fanno concorsi in magistratura». Noi nel 2021 avremo meno magistrati rispetto all’anno scorso perché non si riuscirà a coprire quelli che vanno in pensione».
Non è una riforma che va a intaccare o a pesare sul lavoro dei magistrati quanto sul buon andamento della Giustizia.
«Con questa riforma i magistrati in Appello e in Cassazioen lavoreranno di meno – spiega Gratteri –. Perché io prendo un prestampato e basta che io lo compili: metto la data dell’iscrizione del reato, il numero del procedimento, specifico che sono passati due anni e che il procedimento è improcedibile. I magistrati, sul piano teorico, ci guadagnano. Noi parliamo da cittadini, da fruitori di Giustizia».

Geografia giudiziaria

E rispetto a tutti coloro che gioiscono perché con la Cartabia si affossa la riforma Bonafede, Gratteri preferisce ritornare ancora più indietro, alla prescrizione: «È il male minore», afferma. Il problema è che nessuno voglia «affrontare i rimedi a far durare meno i processi. Anziché parlare di ghigliottina a due anni e poi un anno in Cassazione, perché non ci fermiamo a dire cosa potremmo fare per far durare meno i processi?»
Le possibili soluzioni il procuratore di Catanzaro li aveva già elencati nel corso della sua audizione in commissione Giustizia lo scorso 20 luglio.
A partire dalla geografia giudiziaria: in Sicilia ci sono 4 corti d’Appello, per 5 milioni di abitanti. In Lombardia ci sono 2 Corti d’Appello. In Abbruzzo ci sono Tribunali ogni 20 chilometri. «C’è qualcosa che non quadra, no? Bisogna andare a regime. Si è visto che funzionano bene i Tribunali di medie dimensioni, quelli troppo piccoli non funzionano perché non si riesce neanche a formare il collegio».

Basta magistrati nei Ministeri

Altro problema sono anche, in situazione di gravi carenze di organico, quei magistrati che  fuori ruolo, magistrati che hanno vinto il concorso per fare i pm o per scrivere sentenze e sono, invece, nei Ministeri a fare i tecnici. «Che c’entra un magistrato al ministero del Lavoro? Chiamate un professore associato che vi costa di meno».

Depenalizzazione dei reati

Altra soluzione portata avanti da Gratteri è quella della depenalizzazione. «Una guida in stato di ebbrezza deve essere risolta in via amministrativa. Il fascicolo non deve arrivare in Procura, deve andare in Prefettura che invia amministrativa fa multa, sequestro, ritiro patente. Tutte le sanzioni che richiedono un’ammenda devono uscire dal penale.

«La Cartabia forse non è mai stata in un’aula di tribunale»

«Io sono in magistratura dall’86, una cosa così devastante, così dannosa per la giustizia non la ricordo». Parenzo prova a fare un paragone con le riforme dei governi Berlusconi. E Gratteri risponde: «Berlusconi avrà ritoccato qualcosa a suo favore, ma qui stiamo parlando di toccare tutto il sistema». «Il processo breve è un regalo per tutti, alla mafia e non solo». A Gratteri viene ricordata una sua dichiarazione di dieci anni fa.  «Non ci sono differenze tra questa riforma e quella prospettata dieci anni fa (il ministro della Giustizia era Angelino Alfano, ndr). Perché sia utile la trasmissione dovremmo parlare delle alternative a questo sfascio», dice Gratteri ai conduttori. Parenzo obietta che si tratta di una critica al governo di un premier che tutta Europa ci invidia. E il procuratore di Catanzaro tiene il punto: «Draghi è un esperto di Finanza, non di Sicurezza né di Giustizia, infatti alla Sicurezza ha messo Gabrielli e alla Giustizia ha messo, o gli è stata suggerita, la Cartabia». Cartabia, per il magistrato, «forse non è mai stata in un’aula di tribunale, forse non ha mai parlato con magistrati in prima linea. Da lei mi aspettavo un alleggerimento del sistema carcerario. All’inizio si parlava solo di riforma del civile». Per Gratteri l’unanimismo nei confronti della riforma è dovuto «a una serie di concause: intanto in questo momento la magistratura è molto debole». E non c’entra solo lo scandalo Palamara: «Ci sono stati anche altri problemi: Palamara faceva parte di un collegio, non era da solo. Se è stato fatto qualcosa di illecito non lo ha fatto da solo, vorrei sapere perché ha pagato solo Palamara».

Il potere non ama essere controllato

E poi c’è anche un’altra questione: «Da trent’anni la politica si vede portata in udienza, il potere non ama essere controllato». Ma non c’è «una giustizia a orologeria – risponde a un’osservazione di De Gregorio –. Proponete di aggiungere alla riforma che due mesi prima delle elezioni non si possano fare né avvisi di garanzia né ordinanze di custodia cautelare nei confronti di candidati, così siamo tutti tranquilli e non si parla più di giustizia a orologeria», aggiunge ridendo. «Il potere non ama essere controllato», ribadisce Gratteri il quale continua, sulle intersezioni tra politica e magistratura: «Non facciamo tutta un’insalata, se ci sono magistrati corrotti è giusto che paghino. I poteri si intrecciano se qualcuno fa scambi. Sul mio telefonino chiamano parlamentari dall’estrema destra all’estrema sinistra, sono il consulente gratuito di tutti. E poi fanno il contrario di quello che suggerisco, è accaduto anche in queste ore. Questo non vuol dire che io chieda cose; l’importante è che non si chieda mai per sé, ma per l’ufficio, per il lavoro».

«Con questa riforma neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato»

Un passaggio off topic, sulla campagna vaccinale: “Sarei per l’obbligo di vaccinazione per chi fa lavori nei quali incontra il pubblico. Pensate agli insegnanti. Pensate ai magistrati: io incontro centinaia di persone al giorno, pensate se non fossi vaccinato”. Poi si riparla del cuore del problema, una riforma che “non serve a risolvere il problema della giustizia, butta al macero il 50% dei processi in Appello: la faranno franca migliaia di imputati già condannati in primo grado”.
Concita De Gregorio torna sull’elenco dei reati molto gravi per i quali non scatterà la prescrizione e si chiede se questa equazione non generi una sovrapposizione tra il processo e la pena stessa. Gratteri prende spunto dalla domanda per tornare su quelle che, a suo dire, sono storture della riforma. “Non sono d’accordo sull’elenco (dei reati per i quali non scatterà la prescrizione, ndr) fatto, nemmeno sulla variante alla riforma. Immagini l’evoluzione di un processo per un operaio che cade e muore: immagini i figli, la parte civile, cosa fanno in Appello se si arriverà alla prescrizione? Se il datore di lavoro non viene condannato chi li risarcisce?”. Questa nuova impalcatura legislativa, per il magistrato è un “invito a nozze per fare tutti ricorso in Appello e Cassazione. In Italia ci sono ricorsi per Cassazione 14 volte in più che in Francia, che è grande una volta e mezza l’Italia. Neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato – aggiunge Gratteri nel successivo segmento della trasmissione, nel quale era presente Ilaria Cucchi –. E’ durato 12 anni, sette dei quali a vuoto. Pensate quando ci saranno i processi sul crollo del ponte di Genova o sul crollo della funivia”.

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/07/29/gratteri-questa-riforma-e-la-peggiore-di-sempre-la-politica-e-daccordo-perche-non-ama-essere-controllata/

La Cassazione:«Non ci sono elementi per provare che Tallini operasse per il clan in cambio di voti»

La Cassazione:«Non ci sono elementi per provare che Tallini operasse per il clan in cambio di voti»

Ecco perché la Cassazione ha bocciato il ricorso della Dda contro il provvedimenti del Tdl a favore del politico

Pubblicato il: 30/07/2021 – 18:40

ROMA La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Dda di Catanzaro contro la decisione del Tribunale della Libertà di Catanzaro, del 15 dicembre 2020, di rimettere in libertà Domenico Tallini, ex presidente del consiglio regionale (e consigliere di Forza Italia) indagato nell’ambito del procedimento “Farmabusiness” con l’accusa di di concorso esterno in associazione mafiosa e di voto di scambio politico mafioso. Per i giudici «la circostanza che esponenti del clan confidassero nel contributo di Tallini non implica di per sé che costui avesse piena contezza di rapportarsi al clan per il tramite dello Scozzafava e di altri soggetti come Paolo Del Sole». È uno dei passaggi nodali delle motivazioni con le quali il ricorso della Procura è stato respinto. Il ricorso – sintetizzano i giudici – esprime «una diversa trama ricostruttiva», ma non è «idoneo a vulnerare le articolazioni sulle quali si fonda quella proposta nel provvedimento impugnato (la decisione del Tribunale della Libertà, ndr), individuando vizi deducibili in questa sede».

«Mancano elementi per suffragare l’assunto che Tallini avesse volontà e consapevolezza di favorire il clan»

La Cassazione rileva il differente approccio tra l’accusa sostenuta dai magistrati antimafia e il Tribunale del riesame. In un passaggio si concentra sull’«attivismo di Tallini», rispetto al quale «il Tribunale ha coerentemente e non illogicamente posto in luce che: 1) il compiacimento circa il fatto che «tutti stiamo lavorando bene» implicava un impegno per il progetto, ma non valeva ad attestare lo sfondo criminale dello stesso; 2) il propiziato incontro con la dirigente Rizzo non comprovava un’effettiva interferenza dell’assessore; 3) non risultava un’ingerenza del predetto (cioè Tallini, ndr) nella nomina del Brancati, avvenuta sulla base di una procedura regolare; 4) non erano emersi interventi di Tallini in sede di rilascio dell’autorizzazione, essendo per contro inconferente la circostanza, valorizzata nell’atto di impugnazione, che nel corso della procedura potessero essere state usate minacce, oggetto di separato addebito a carico di altri indagati, nei confronti di due dottoresse incaricate di effettuare propedeutici controlli». Non solo, perché «risultano ancora una volta generiche e comunque volte a sollecitare diverse valutazioni di merito le deduzioni incentrate su dichiarazioni rese da Tallini in sede di interrogatorio o sul fatto che comunque egli avesse speso un proprio ruolo parlando con i suoi interlocutori». Tutte «elementi che non valgono a disarticolare la premessa da cui muove il ragionamento, cioè la mancanza di elementi idonei a suffragare l’assunto che l’assessore avesse la consapevolezza e la volontà di favorire gli interessi del clan». E «la circostanza che esponenti del clan confidassero nel contributo del Tallini non implica di per sé che costui avesse piena contezza di rapportarsi al clan, per il tramite dello Scozzafava e di altri soggetti come Paolo De Sole».

«Servono elementi specifici per provare che Tallini operasse a vantaggio del clan»

«Va infatti rilevato – sottolineano i giudizi – che il ricorso non si sofferma né sull’origine del rapporto del Tallini con lo Scozzafava né sulle ragioni per cui quest’ultimo avesse preso a interessarsi della vicenda relativa alla realizzazione del Consorzio, dopo la conoscenza dell’ex senatrice Mancuso, che aveva accreditato una siffatta progettualità». Per questa ragione non risulta «a priori illogica la motivazione» della sentenza del Tdl, «incentrata da un lato sulla vicinanza del Tallini allo Scozzafava e dall’altro sul fatto che lo Scozzafava, interessato al progetto, fatto proprio dal clan, fosse in grado di fornire assicurazioni sull’ausilio che il Tallini avrebbe potuto all’occorrenza fornire, senza che necessariamente il predetto dovesse essere a conoscenza del contatto con il clan».
D’altro canto, «il Tribunale non ha omesso di considerare che lo Scozzafava, che svolgeva la professione di antennista ed era inserito in vari ambienti della realtà cittadina, non solo era in grado di stringere rapporti con esponenti politici di rilievo ma era a sua volta attivo nella politica, tanto da essersi candidato in una consultazione locale».
In questo quadro, dunque, non si espone a censure la valutazione del Tribunale in ordine al
carattere «neutro della vicinanza del Tallini allo Scozzafava, occorrendo elementi specifici, idonei a dar conto della consapevolezza e della volontà del Tallini di operare a vantaggio del clan in cambio di un ausilio di tipo elettorale».

Sul sostegno elettorale l’accusa non ha «la capacità di disarticolare la motivazione» del Riesame

Al centro dell’inchiesta – e del compendio dell’accusa – vi è il rapporto tra Tallini e Scozzafava, antennista di Catanzaro che sarebbe vicino alla cosca Grande Aracri. Da questi legami discenderebbe un presunto interesse elettorale del politico di Forza Italia nel mantenere rapporti con i clan del Crotonese. Per il Riesame, riassumono gli ermellini. «non vi sono elementi da cui possa desumersi che il Tallini avesse contezza del contesto criminale nel quale Scozzafava avrebbe potuto agire, per sollecitare voti a suo favore, e soprattutto del fatto che l’incontro del 3 ottobre 2014 tra il Tallini e altri soggetti, avente probabile finalità elettorale, fosse stato seguito dalla conversazione tra De Sole e Scozzafava del 5 ottobre 2014, nel corso della quale il De Sole aveva palesato il timore che al cospetto del Tallini fosse comparso tale Villirillo, circostanza smentita dallo Scozzafava che aveva rassicurato l’interlocutore, elemento valorizzato a dimostrazione della volontà del clan di non comparire attraverso suoi riconoscibili esponenti».
«Proprio in tale prospettiva – è l’analisi della Cassazione – inerisce al merito,
peraltro senza avere la capacità di disarticolare la motivazione, l’osservazione del Pubblico ministero ricorrente incentrata sul contrasto tra il fatto che il Tallini, per quanto emerso dal commento dei conversanti, fosse stato contento dell’incontro, e la dichiarazione resa dall’indagato in sede di interrogatorio circa il monito che di seguito avrebbe formulato, una volta appreso che si trattava di soggetti provenienti dalla zona di Cutro, a non fargli incontrare personaggi di quell’area».
«In particolare – si legge ancora nelle motivazioni – deve rilevarsi come l’argomento si inserisca in una complessiva valutazione del merito, fondata su una pluralità di elementi, senza che quello preso specificamente in considerazione nel ricorso possa dirsi idoneo a comprovare la radicale illogicità di una valutazione incentrata invece sul significato attribuibile al fugato timore, espresso da De Sole, che potesse essere comparso il Villirillo».

L’inchiesta Farmabusiness

L’inchiesta è incentrata sull’illecito investimento della cosca di Cutro, Grande Aracri, nel settore della grande distribuzione dei farmaci, con l’investimento denaro proveniente dai traffici criminali della consorteria e con l’avallo di professionisti, politici e faccendieri pronti a fare la propria parte nell’affare e a schermare la presenza della famiglia di ‘ndragheta. Tra questi vi è Domenico Scozzafava, un antennista di Catanzaro vicino ai Grande Aracri – tanto da partecipare a una riunione nella tavernetta del boss – quanto vicino a Domenico Tallini, anche quale suo sostenitore politico. Sarebbe stato proprio Scozzafava a mettere in contatto la cosca con l’allora (l’indagine parte nel 2014) assessore al Personale della Regione Calabria, oggi difeso dagli avvocati Enzo Ioppoli e Valerio Zimatore.

Il ricorso della Dda

Secondo l’accusa sono diversi gli spunti di indagine dei quali il Riesame non avrebbe tenuto conto nel rimettere il libertà il politico finito agli arresto domiciliari. La Dda sottolinea la complessiva illogicità dell’analisi del Tribunale del Riesame, «che pur aveva dato conto del fatto che gli esponenti della cosca avevano espresso l’intendimento di avvalersi di un referente istituzionale e rinvenuto nell’assessore un soggetto affidabile, in grado di rimuovere ostacoli alla realizzazione del progetto». L’accusa, inoltre, «rileva come lo Scozzafava si rapportasse al Tallini facendo riferimento a plurime imprese non inerenti al lavoro di antennista da lui svolto», a sottolineare che il rapporto tra il politico di Forza Italia e l’antennista non fosse puramente legato al lavoro di quest’ultimo. Così come «apodittico era l’assunto che Scozzafava fosse capace di presentarsi all’esterno nella sua modesta veste di antennista, in grado di relazionarsi con ambienti della borghesia e di navigare nei canali delinquenziali locali». «Quanto al sostegno elettorale il Tribunale aveva riconosciuto l’avanzamento di accordi sul territorio, volti ad accrescere il consenso elettorale del Tallini. Era illogico, a fronte di ciò, il disconoscimento del vincolo sinallagmatico in relazione alla consapevolezza della capacità di Scozzafava di reperire voti negli ambienti criminali».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/07/30/non-ci-sono-elementi-per-provare-che-tallini-operasse-per-il-clan-in-cambio-di-voti/

 

La memoria di Rocco Chinnici a 38 anni dalla strage

La memoria di Rocco Chinnici a 38 anni dalla strage

Aaron Pettinari e Marta Capaccioni 29 Luglio 2021

Oggi in via Pipitone Federico onorato il magistrato, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere Stefano Li Sacchi

Quello là saluta e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia e poi è sceso, disgraziato, il Procuratore Generale di Palermo”. Così il capo dei capi Totò Riina, intercettato in carcere nel 2013 mentre parlava con il capomafia Alberto Lorusso, raccontava la strage in cui fu ucciso il capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo Rocco Chinnici, saltato in aria per l’esplosione di un’autobomba il 29 luglio del 1983. Con lui morirono anche due carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile di via Pipitone Federico, a Palermo, in cui il giudice abitava.
Il capomafia corleonese descriveva l’esplosione, alla quale assistette da lontano un commando di killer di Cosa nostra, che sbalzò in aria il magistrato facendolo poi ricadere a terra.
Parole che vale la pena ricordare per comprendere il perverso pensiero mafioso.
Per un paio d’anni mi sono divertito – aggiungeva Riina per poi rivolgersi, apparentemente, ai magistrati di oggi – Minchia che gli ho combinato dobbiamo prendere un provvedimento per voialtri, uno che vi fa ballare la samba così che vi fa salire nei palazzi e vi fa scendere come vuole, come se fossero formiche”.

Oggi a Palermo si ricordava un magistrato che prima di altri aveva intuito cosa fosse Cosa nostra e le sue connessioni con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria. E fu tra i primi a capire che bisognava cercare tutte le interconnessioni tra i grandi delitti compiuti dalla mafia per studiare unitariamente l’intero fenomeno mafioso.
Una grandezza, quella di Chinnici, resa manifesta anche da quella sua volontà di potenziare e rendere efficaci gli strumenti per la lotta alla mafia, gettando le basi per la nascita del futuro pool antimafia.
C’è un dato che balza all’occhio dei presenti: l’assenza della cittadinanza.
E’ sempre così il 29 luglio. Forse anche per quella folta presenza istituzionale che appare sempre più scollata al bisogno di una memoria semplice e concreta.
Le stragi ed i delitti hanno segnato la vita di tanta gente e ancora oggi a Palermo, come dimostrano le continue inchieste e gli arresti, la criminalità organizzata è presente. Il segno che serve qualcosa in più.
Alla commemorazione erano presenti la figlia del magistrato Caterina Chinnici, europarlamentare, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, Francesco Messina direttore del Dac (Direzione Centrale Anticrimine), la neo procuratrice europea, la rumena Laura Codruţa Koevesi, il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, il prefetto di Palermo Giuseppe Forlani, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il questore di Palermo Leopoldo Laricchia, il comandante della Legione Carabinieri Sicilia, il generale Rosario Castello, il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo Arturo Guarino, il comandante regionale della Guardia di Finanza Riccardo Rapanotti e il comandante provinciale della Guardia di Finanza Antonio Nicola Quintavalle Cecere.
Accanto a loro anche il nuovo presidente del tribunale Antonio Balsamo, il presidente della Sezione Gip del tribunale di Palermo, Alfredo Montalto, il Presidente della Corte d’Appello, Matteo Frasca, l’ex membro del pool antimafia Giuseppe Di Lello ed i magistrati Geri Ferrara e Amelia Luise, ma anche Vincenzo Agostino (papà del poliziotto Nino, ucciso con la moglie Ida il 5 agosto del 1989), Antonio Vullo e Giovanni Paparcuri, quest’ultimo sopravvissuto alla strage e testimone diretto degli ultimi momenti di Chinnici. Nel suo volto si scorge sempre emozione.
Particolarmente importante, quest’anno, proprio la presenza della neo Procuratrice europea Laura Codruța Kövesi, magistrata rumena, la quale ha assicurato che la priorità oggi è quella di “assicurare un efficiente avvio dell’operato” e “di costruire un’istituzione che possa davvero funzionare a tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea e, quindi, dei principi di democrazia e libertà”. “E’ molto importante per me essere qui oggi perché Rocco Chinnici rappresenta un modello, una fonte di ispirazione, insieme agli altri magistrati che hanno dato la loro vita per la lotta alla mafia” ha aggiunto ancora rispondendo alle domande dei giornalisti. E poi ancora: “E’ la mia prima volta a Palermo, Chinnici rappresenta un modello perché il suo metodo di scambio di informazioni, il tracciamento del denaro, cioè il ‘Follow the money’, e tutto ciò che ha rappresentato l’avvio del pool antimafia, rappresenta oggi quello che la Procura europea sta mettendo in pratica nella lotta anche alle organizzazioni criminali in tutta Europa”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85130-la-memoria-di-rocco-chinnici-a-38-anni-dalla-strage.html

 

Inchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui MannoloInchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui Mannolo

Inchiesta ”Golgota”: concluse le indagini per 56, luce su ruolo Arena-Nicoscia e sui Mannolo

AMDuemila 29 Luglio 2021

La Dda di Catanzaro ha concluso le indagini su 56 indagati nell’inchiesta denominata “Golgota”, che lo scorso febbraio ha portato all’esecuzione di 36 misure cautelari in carcere nei confronti di altrettante persone, accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, porto e detenzione illegale di armi e munizioni e associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. L’inchiesta “Golgota” – coordinata dai sostituti procuratori Paolo Sirleo e Domenico Guarascio – è la costola di altre due indagini sulla criminalità organizzata a Isola Capo Rizzuto: “Jonny” e “Tisifone”. Al centro dell’attività investigativa, condotta dalla Polizia di Stato, alcuni esponenti della cosca di ‘Ndrangheta Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e della famiglia Mannolo, appartenenti al ceppo dei “pecorari”, attivi in particolare, nel territorio di San Leonardo di Cutro. L’indagine ha unito le risultanze investigative di due distinti filoni che poi, nel corso del tempo, si sono intrecciati consentendo di far luce su un ampio spaccato criminale del territorio della provincia crotonese. Sono accusati di associazione mafiosa Salvatore Arena, Martino Tarasi, Antonio Sestito, Giovanni Greco e Giuseppe Timpa, tutti facenti parte, secondo quanto è emerso dall’inchiesta della Dda, del “locale” di Isola Capo Rizzuto, ognuno con un proprio ruolo ben definito. Promotore e organizzatore dell’organizzazione criminale è considerato Salvatore Arena, appartenente all’articolazione degli Arena ceppo dei Cicala, figlio di Carmine Arena e nipote del capo storico della cosca, Nicola Arena, di 74 anni. Salvatore Arena, secondo l’accusa, impartiva ai sodali le direttive strategiche e operative per il funzionamento del “locale”. Martino Tarasi è tra gli organizzatori del “locale”, alle dirette dipendenze di Arena, con il compito di sostenere la famiglia di Salvatore Cappa, detenuto per l’operazione “Aemilia”, sia attraverso il pagamento delle spese legali che acquisendo immobili a Cutro appartenenti allo stesso Cappa e sottoposti ad esecuzione immobiliare, al fine di assicurargli il rientro in possesso dei suoi beni. Tarasi e’ accusato anche di essere dedito alla detenzione di armi e al traffico di stupefacenti tra Isola e la provincia di Bergamo. Antonio Sestito è considerato un organizzatore, facente capo alle famiglie Arena e Gentile, uomo di fiducia di Tommaso Gentile con il quale imponeva slot machine ai locali pubblici di Isola Capo Rizzuto. Sestito, secondo l’accusa, aveva un ruolo chiave nelle estorsioni da mettere in atto nel territorio di Isola, compresa l’imposizione ai commercianti dei grossisti ai quali fare riferimento. Giovanni Greco è considerato un uomo di fiducia di Antonio Sestito, partecipe dell’associazione facente capo alle famiglie Arena e Gentile. Si era sottoposto ai riti di affiliazione per l’ottenimento della “terza dote” prevista dal cursus honorum della ‘Ndrangheta. Giuseppe Timpa, considerato anche lui uomo di fiducia di Sestito, è accusato di essere dedito alle estorsioni, al controllo delle slot machine ed alla commissione di danneggiamenti. La complessiva attività investigativa ha consentito inoltre di accertare l’operatività di diverse associazioni sul territorio crotonese nel traffico di sostanze stupefacenti, con la movimentazione di decine di chili di droga in tutta Italia, e di delineare un vero e proprio spaccato di “storia criminale” degli ultimi anni della provincia di Crotone, caratterizzata da alleanze, rivalità e cambi di strategie.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/85132-inchiesta-golgota-concluse-le-indagini-per-56-luce-su-ruolo-arena-nicoscia-e-sui-mannolo.html

 

Omicidio Vassallo, in commissione il carabiniere che era a pochi metri mentre il sindaco veniva ucciso

Il Fatto Quotidiano

Omicidio Vassallo, in commissione il carabiniere che era a pochi metri mentre il sindaco veniva ucciso

L’uomo era in vacanza in una villetta accanto e raccontò di non aver sentito i 9 colpi di pistola sparati alle nove di sera, nel silenzio estivo di campagna. Ma il militare era anche alle dipendenze del comandante del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, indagato, e poi archiviato, per concorso in omicidio, dopo aver acquisito di sua iniziativa i video delle telecamere di videosorveglianza della piazzetta

di Vincenzo Iurillo | 29 LUGLIO 2021

Il Fatto quotidiano ne scrisse l’11 febbraio 2018, il giorno dopo la marcia organizzata a Pollica per chiedere di far ripartire le indagini sull’omicidio del sindaco Angelo Vassallo: “Come è possibile che un carabiniere in vacanza in una villetta a venti metri di distanza non abbia sentito 9 colpi di pistola sparati alle nove di sera, nel silenzio estivo di campagna”? Se lo chiedeva sbigottito uno dei fratelli, Massimo Vassallo. Se lo chiedeva un paese intero, radunato in piazzetta a conclusione della manifestazione. “Vorrei sapere il nome di quel carabiniere – disse il sindaco Stefano Pisani, che di Vassallo era il vice e raccolse il testimone quel maledetto 5 settembre 2010 – vorrei guardarlo negli occhi e chiedergli come ha fatto a non ascoltare”.

Almeno questo mistero – piccolo, rispetto a quello enorme di chi premette il grilletto – sepolto sotto la polvere di 11 anni di secretazione degli atti giudiziari, sta per essere risolto. Il gruppo di lavoro della commissione parlamentare antimafia sul caso Vassallo ha convocato il 29 luglio Antonio M. L’audizione sarà secretata. È lui il carabiniere al quale rivolgere un sacco di domande. Perché di dubbi da chiarire ce ne sono. A cominciare dalla circostanza documentata dalle Iene durante un loro reportage: M. sarebbe stato sentito informalmente dal colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo prima di essere interrogato dai pm di Salerno. Cagnazzo era accompagnato da un imprenditore del posto, ma ci avrebbe parlato da solo.

È andata davvero così? Cosa si dissero? I due si conoscevano già per ragioni di lavoro? Ed ancora: se M. non ascoltò gli spari, quale fu il motivo? Voci di vicinato e di paese fecero trapelare due diverse ricostruzioni. La prima: era in corso una cena rumorosa, una festicciola. La seconda: la televisione era accesa a volume alto. In entrambe le ricostruzioni, le finestre della villetta erano chiuse. Nonostante il calore di un week end in cui le temperature erano rimaste alte, come ricordano gli inviati spediti a Pollica il giorno dopo l’omicidio: c’era un caldo che spaccava le pietre. Il carabiniere concluse le sue vacanze e a Pollica non si è fatto più vedere.

Non sono dettagli di poco conto. Dario Vassallo, fratello di Angelo e autore di La Verità Negata – chi ha ucciso Angelo Vassallo, libro scritto a quattro mani insieme all’autore di questo articolo, sostiene che l’omicidio sia rimasto impunito anche a causa di qualche grave errore nella fase iniziale delle indagini. Talmente grave da far emergere, secondo il presidente della Fondazione Vassallo e secondo il suo legale, l’avvocato Antonio Ingroia, il sospetto di un depistaggio (qui la nostra intervista all’ex pm, difensore di parte civile dei Vassallo).

E ci sono fatti che, messi in fila, lasciano un sapore amaro. Cagnazzo, all’epoca comandante del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, era ad Acciaroli in vacanza, e non era la prima volta. Fu indagato, e archiviato, per concorso in omicidio, dopo aver acquisito di sua iniziativa – e in assenza di un incarico formale, che il pm di Vallo della Lucania Alfredo Greco nega di avergli dato – i file video delle telecamere di videosorveglianza della piazzetta del borgo marino la sera del delitto.

I video gli furono utili per redigere un’informativa che orientava i sospetti verso uno spacciatore di droga di origine brasiliana, Bruno Humberto Damiani, con numerosi precedenti, che fu anche lui indagato e poi archiviato. Pareva il colpevole perfetto, anche perché un pentito di un clan di Salerno gli attribuì un movente poi rivelatosi infondato e collegato alla famiglia del sindaco ucciso.

Oggi ci sono solo due indagati noti. Uno è il brigadiere Lazzaro Cioffi, in carcere e sotto processo per accuse di collusioni con il clan camorristico Fucito di Caivano e coi loro traffici di droga. Ha lavorato per 30 anni nel nucleo investigativo di Castello di Cisterna, è stato alle dipendenze di Cagnazzo. La procura di Salerno guidata da Giuseppe Borrelli attende un’informativa finale dei Ros di Roma prima di decidere la sua sorte. Anche Borrelli il 29 luglio sarà ascoltato in Antimafia.

Il 23 luglio i parlamentari della commissione che indaga sull’omicidio Vassallo sono stati a Pollica per alcuni sopralluoghi e per ascoltare qualche persona del posto. “C’è chi sa e non parla”, ha commentato il deputato M5s Luca Migliorino, il promotore dell’iniziativa.

Lo scrisse anche il pm di Salerno Rosa Volpe nella richiesta di archiviazione del “brasiliano”, aggiungendo che altri hanno riferito agli inquirenti notizie “false e inverosimili”. Era il 2013. Otto anni dopo siamo ancora qui.

Processo Sma: ​tangenti e rifiuti in Campania, dieci imputati patteggiano la pena

Il Mattino

Processo Sma: ​tangenti e rifiuti in Campania, dieci imputati patteggiano la pena

Giovedì 29 Luglio 2021

Sono dieci gli imputati che hanno patteggiato la pena nell’ambito del processo scaturito dall’inchiesta della Procura di Napoli sulla «Sma Campania», società in house della Regione Campania che si occupa di risanamento ambientale). Si tratta di un’indagine per la quale, lo scorso 24 febbraio, gli inquirenti hanno chiesto e ottenuto dal gip 3 arresti in carcere, 15 arresti domiciliari e 2 sospensioni per sei mesi dall’esercizio delle funzioni pubbliche. Nel corso dell’udienza di oggi il Gup di Napoli Marcello De Chiara ha accolto le istanze di patteggiamento presentate dagli avvocati difensori per pena che vanno da un minimo di un anno a un massimo di 4 anni e 10 mesi

Tra coloro che hanno patteggiato la pena figurano un poliziotto che all’epoca dei fatti prestava in servizio presso il commissariato Ponticelli di Napoli, Vittorio Porcini (un anno e dieci mesi, pena sospesa); l’ imprenditore Salvatore Abbate (4 anni e 10 mesi); il direttore dell’impianto di depurazione di Marcianise e coordinatore degli impianti di depurazione di «Sma Campania» Luigi Riccardi (3 anni e 10 mesi); l’amministratore legale della società S.Abba Immobiliare, Rolando Abbate (1 anno e 10 mesi, pena sospesa). Nella prossima udienza, fissata per l’ 8 ottobre, potrebbero giungere ulteriori responsi circa ulteriori richieste depositate nel corso dell’udienza odierna insieme con i verbali di nuovi interrogatori.

A febbraio il giudice per le indagini preliminari autorizzò la Guardia di Finanza di notificate, per l’accusa di tentata corruzione, gli arresti domiciliari all’imprenditore Abramo Maione, al dirigente della Regione Lucio Varriale e al dipendente della «Sma» Agostino Chiatto all’epoca dei fatti, contestati fra il gennaio e il febbraio 2018, in servizio alla segreteria dell’ allora consigliere regionale Luciano Passariello (per il quale non vennero ravvisati i gravi indizi di colpevolezza e per il quale non vennero emesse misure cautelari). Lo scorso 30 giugno i sostituti procuratori Ivana Fulco e Henry John Woodcock chiesero il rinvio a giudizio per 25 indagati.

 

Gambizzato con tre colpi di pistola: agguato a Fondi, proseguono le indagini

Gambizzato con tre colpi di pistola: agguato a Fondi, proseguono le indagini

scritto da Mirko Macaro il 29/07/2021

Sei colpi di pistola. Due alla gamba sinistra, un terzo alla destra. Altri tre andati a vuoto. Un inquietante messaggio di sangue indirizzato a un 53enne di Fondi, ferito in un agguato ancora tutto da decifrare ed avvenuto in pieno giorno lungo il litorale della città della Piana, mentre era al lavoro.

Di professione giardiniere e manutentore, al momento della gambizzazione era impegnato in un consorzio abitativo situato all’ingresso di via della Poiana, nella frazione di Selva Vetere. Si trovava in prossimità del cancello d’ingresso, quando secondo le ricostruzioni è stato avvicinato da un uomo con il volto travisato da un casco da motociclista. Una scarica di proiettili esplosi dalla strada, poi la fuga. Il tutto, sembra, senza proferire parola.

Un episodio avvenuto lo scorso 26 giugno, intorno all’ora di pranzo, ma rimasto a lungo nell’ombra. E che a margine ha visto la vittima – M.D.F. le sue iniziali – raggiungere in autonomia il pronto soccorso del San Giovanni di Dio, senza allertare il 118. Per sua fortuna i colpi che lo hanno attinto agli arti inferiori erano usciti, risparmiandogli un delicato intervento chirurgico e conseguenze più pesanti. Se l’è cavata con una prognosi di qualche settimana.

Sull’accaduto si stanno muovendo sottotraccia gli agenti del Commissariato locale, che nella mattinata di mercoledì sono tornati sul luogo dell’agguato per una serie di rilievi, accompagnati dagli specialisti della polizia scientifica provenienti da Latina.

Per ora, l’inchiesta appare decisamente in salita. All’appello continuano a mancare svariati elementi, a partire dal calibro della bocca da fuoco che ha sparato. Venire a capo dell’identità dell’autore dell’agguato e delle effettive motivazioni di un gesto tanto clamoroso non sarà facile. Anche perché il 53enne, noto agli archivi delle forze dell’ordine per un vecchio precedente legato alla detenzione di armi, non ha saputo fornire né un identikit di chi ha premuto il grilletto, né possibili moventi.

Motivo per cui al momento si procede considerando ogni possibile fronte investigativo, senza tralasciare alcuna pista. Comprese quelle che portano l’attenzione dei poliziotti coordinati dal vicequestore Marco De Bartolis ai fatti criminali verificatisi negli ultimi mesi. Come la scia di incendi e bombe andata a registrarsi tra marzo e maggio, otto episodi in totale. Ma gli inquirenti non escludono nemmeno correlazioni con un maxi-sequestro avvenuto ad aprile, portando proprio gli uomini di De Bartolis all’arresto di un pregiudicato del posto di 46 anni: nella sua disponibilità c’erano due fucili, 20mila euro in contanti e circa 15 chili di sostanze stupefacenti tra cocaina, hashish e marijuana. Materiale per la maggior parte rinvenuto sotto terra, all’interno di un locale a servizio delle fognature di un villino. Un’abitazione situata nello stesso consorzio in cui è avvenuta la misteriosa gambizzazione.

Fonte:https://www.h24notizie.com/2021/07/29/gambizzato-con-tre-colpi-di-pistola-agguato-a-fondi-proseguono-le-indagini/

”E meno male che la mafia non c’è più”

”E meno male che la mafia non c’è più”

Luca Grossi 28 Luglio 2021

La restaurazione di Cosa Nostra. I boss che guidano le famiglie

La mafia segue da sempre uno schema: sostituire i capi arrestati per mantenere il controllo del territorio, ed anche questa volta non ha fatto eccezione. Lo confermano i recenti blitz delle Forze dell’Ordine, Bivio2, Stirpe e Tentacoli che hanno fatto venire a galla una mafia ristrutturata ed in grado di dominare il territorio attraverso la riscossione del pizzo, estorsioni, traffico di droga, mantenimento dei sodali in carcere e risoluzioni delle controversie. Uno di questi capi è sicuramente Giuseppe Guttadauro, detto il “dottore”, storico capomafia appartenente alla Famiglia del sobborgo Roccella di Palermo; a fine del 2019 è stato visto incontrarsi nei pressi di via Funnuta, a Brancaccio, con Giovanni Di Lisciandro, gestore dei proventi delle estorsioni, anche lui finito in carcere nell’ultimo blitz. Motivo? Il “dottore” dopo aver saldato il suo debito con la giustizia è andato a vivere a Roma, ma stando a Giuseppe Greco, 63 anni, (detto “il senatore” ed ultimo reggente del mandamento di Ciaculli) è stato detto a Guttadauro quando è sceso a Palermo “di preoccuparsi della sua zona…”. Ma nel gennaio del 2020 Giuseppe Giuliano, soprannominato “Folonari”, stava provando a rivendicare maggiore potere. Infatti lo stesso Giuseppe Greco era dovuto intervenire per appianare lo scontro fra Giuliano ed i fratelli Antonino e Cosimo Fabio Lo Nigro, altro cognome storico in Corso dei Mille. E lo stesso pentito, di Belmonte Mezzagno, Filippo Bisconti, ha raccontato di aver saputo da Leandro Greco – altro nipote di Michele Greco e cugino di Giuseppe Greco, già fermato nel gennaio del 2019 in una seconda tranche di arresti di Cupola 2.0 – che si era aperta una “corsa alla reggenza” della famiglia mafiosa fra i fratelli Giuliano e “uno dei Lo Nigro”, ossia Antonino Lo Nigro, protagonista di uno strano episodio. Uno degli arrestati ha raccontato di avere saputo da lui (Antonio n.d.r) che era meglio stare alla larga da un’area recintata in via Chiaravelli, dove Maurizio Di Fede, considerato capo mafia nel quartiere Roccella, convocava spesso i suoi uomini: “E’ pieno di telecamere e microspie, lo hanno tempestato tutto”. Infatti gli investigatori hanno raccolto nell’ultima indagine una grande quantità di intercettazioni ed in una di queste, ad esempio, Di Fede ha raccontato di aver cercato di contattare il nuovo referente mafioso di Villabate, mandamento contiguo a Brancaccio, nonostante non sapeva chi era: “Io non è che l’ho potuto capire…c’è chi è che dice che c’è il figlio di Michele Rubino, il figlio di Nicola Mandalà. Si domandano se sia uscito dal carcere Terranova Francesco…addirittura mi avevano detto pure che c’era Nicolò Rizzo”.
I capi mafia, sempre secondo gli inquirenti, sarebbero stati riuniti grazie al lavoro di soggetti come Andrea Seidita, Emanuele Prestifilippo, Leonardo e Garabiele Rizzo e in uno di questi incontri ha partecipato pure Emilio Greco, fratello di Leandro e cugino di Giuseppe, protagonista di un matrimonio nel 2018, in cui ha sposato la figlia di Gregorio Di Giovanni, potente capomafia di Porta Nuova, seduto al tavolo della cupola di Cosa Nostra azzerata nello stesso anno. Un’altro nome su cui si sono concentrate le indagini è quello di Salvo Genova che è stato reggente del mandamento di Resuttana, contiguo a quello di Tommaso Natale.
Altro soggetto storico è Michele Micalizzi (ultimo reggente a San Lorenzo secondo Giulio Caporrimo) che ha saldato il conto con lo Stato e con cui nel 2017 discuteva Tommaso Inzerillo, uno degli scappati della seconda guerra di mafia. Quest’ultimo stava spiegando a Micalizzi che stava cercando di far perdonare suo cugino Francesco Inzerillo, reo di appartenere alla mafia perdente, schiacciata dai Corleonesi negli anni Ottanta.
Invece a Passo di Rigano gli inquirenti sospettano che Giovanni Inzerillo, uno degli figli di Totuccio, abbia potuto prendere parte ad alcune riunioni. Nella zona ha fatto tappa anche Salvatore Sal Catalano, 78 anni, originario di Ciminna, considerato un pezzo grosso della famiglia Bonanno di New York e coinvolto nell’operazione Pizza Connection, frutto del lavoro di Giovanni Falcone nella quale ha delineato il traffico di sostanze stupefacenti dalla Sicilia agli Stati Uniti. Sal Catalano ha scontato venticinque anni di carcere in un penitenziario statunitense, per poi essere espulso dagli Usa nel 2009.
Invece a Porta Nuova non si può non tenere conto di personaggi come Salvatore Totuccio Milano e Calogero Lo Presti, anziani boss dotati di notevole carisma. Infine sono stati registrati incontri e cene a cui hanno partecipato Buscemi e Girolamo, fratello di Giovanni, l’anziano boss tornato a comandare dopo un quarto di secolo in carcere.

Mandamento di Santa Maria di Gesù
Da qualche giorno è finito in carcere Ignazio Traina, secondo gli investigatori esponente apicale della cosca di Santa Maria di Gesù, il quale era stato accompagnato da Massimo Mancino durante i suoi spostamenti per andare ad incontrare Settimo Mineo, l’anziano boss di Pagliarelli che ha presieduto l’ultima cupola.
Nell’area di Brancaccio, inoltre, sono stati gli spostamenti di Mineo a portare gli investigatori fino al nome di Salvatore Nangano, fratello del boss Francesco assassinato qualche anno fa.
Mentre sono liberi da tempo, nel territorio compreso tra Santa Maria di Gesù e Villagrazia, due soggetti di rilievo: Sandro Capizzi, figlio del capomafia Benedetto, uno degli artefici della rifondazione di Cosa Nostra spazzata via dal blitz Perseo del 2008, e Salvatore Adelfio. Hanno espiato la pena anche Salvatore Castiglione e Antonino Cumbo, un tempo uomini fidati di Giovanni Bonanno, il reggente del mandamento di Resuttana morto di lupara bianca nel gennaio 2006. Infine gli investigatori si sono concentrati sulla figura di Salvatore Freschi – già conosciuto dalle Forze dell’Ordine – organizzatore del traffico di cocaina con i calabresi assieme a Giuseppe Greco e Girolamo Celesia. Sempre a proposito di droga, Greco e Ignazio Ingrassia, si sono incontrati con un’altra figura: Aldo Monopoli, originario di Terrasini, arrestato nel 2009 a Lima, in Perù, mentre trasportava 26 chili di cocaina. Nell’ambito del traffico di sostanze stupefacenti, in cui sono emerse le figure di Giuseppe Billitteri e Gioacchino Bonaccorso, gli investigatori hanno sospettato che l’acquisto del narcotico veniva effettuato da tutte le famiglie come un unico cartello mentre nello spaccio ci sia stata un’organizzazione più autonoma.

Mandamento della Noce
Sono presenti altre due figure storiche nel mandamento mafioso della Noce: Giancarlo Seidita e Franco Picone. Quest’ultimo, nonostante si trovi agli arresti domiciliari, continuerebbe ad avere un peso nelle dinamiche del mandamento.

Mandamento di Pagliarelli
Nel mandamento mafioso di Pagliarelli sono tornati liberi Giuseppe e Antonio La Innusa, spesso in contatto con Giuseppe Calvaruso, il reggente del mandamento di recente finito in carcere. Nel contesto associativo figurava spesso Giuseppe Trinca, un pezzo grosso della famiglia di Corso Calatafimi che fa parte sempre del mandamento di Pagliarelli. Il cugino di Trinca, Nunzio, con precedenti penali per contrabbando, riciclaggio e truffa, era proprietario di un fabbricato in contrada Cavallaro a Casteldaccia, dove aveva alloggiato il latitante Giovanni Motisi.
Altro nome importante è quello di Stefano Fidanzati, figlio del boss dell’Arenella-Acquasanta Gaetano Fidanzati, 73 anni, libero dal 2018 ed ancora in possesso di tutte le risorse per esercitare molta influenza.
In conclusione, nonostante il gran numero di persone identificate ne esistono ancora nascoste, come ad esempio un personaggio chiamato da Caporimmo,
“zio Pietro”, il quale sarebbe talmente influente da avere avuto un ruolo nella commissione provinciale di Cosa Nostra, quella che si è riunita nel maggio 2018 dopo decenni di inattività dovuta all’arresto dell’ultimo capo dei capi, Totò Riina.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/

Luglio 1993, la lunga notte della Repubblica con le bombe di Roma e Milano

Luglio 1993, la lunga notte della Repubblica con le bombe di Roma e Milano

Aaron Pettinari 28 Luglio 2021

E’ una notte afosa a Milano quella del 27 luglio 1993. Improvvisamente alle 23.14, mentre sui Navigli c’è ancora chi passeggia, si sente un forte boato provenire da via Palestro.
Ad esplodere, davanti al Pac (il Padiglione d’Arte Contemporanea), è un’autobomba. Lo stabile viene completamente distrutto e a causa dello scoppio muoiono
Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, vigili del fuoco e il vigile urbano Alessandro Ferrari, intervenuti sul posto perché dal cofano di quell’auto, una Fiat Uno, usciva del fumo. Muore anche Driss Moussafir, migrante raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva poco più in là, su una panchina dei giardini pubblici. Altre dodici persone rimangono ferite.
Pochi minuti dopo la stessa scena si verifica a Roma dove esplodono due ordigni: uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha sede la Curia, l’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Nelle stesse ore viene registrato un black out a palazzo Chigi, la sede del Governo e le linee telefoniche rimangono isolate per alcune ore.
Sono gli attentati di quella lunga notte della nostra Repubblica di cui ieri ricorreva il triste anniversario.
Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, interrogato dai magistrati di Palermo che indagavano su quella stagione di bombe e misteri ed in particolare sulla trattativa Stato-mafia, riferì di essersi particolarmente preoccupato per lo strano black-out di Palazzo Chigi. Addirittura temette l’esecuzione di un Colpo di Stato.
Certo è che il clima politico di quella estate era particolarmente teso. Un anno prima in Sicilia erano stati uccisi i giudici
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e a pochi mesi di distanza c’erano stati gli attentati in via Fauro a Roma (14 maggio 1993) e in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993, 5 morti).
Ciampi, dopo la notte delle bombe, annunciò di voler riformare i servizi segreti e il 2 agosto 1993, partecipando a sorpresa alla commemorazione della strage di Bologna del 1980, intervenne dal palco:
È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”. A cosa si riferiva Ciampi quando parlava di torbida alleanza di forze”?
Il sospetto che dietro a quelle stragi vi fosse la mano di Cosa nostra emerse sin da subito e le indagini passarono in fretta dalla procura di Milano a quella di Firenze in quanto l’esplosivo utilizzato nell’attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili.
Tuttavia è possibile credere che dietro a quelle iniziative vi fosse solo la mano mafiosa e l’interesse della sola Cosa nostra?

Quelle bombe per il 41 bis
Abbiamo già ricordato quale fosse il clima che si respirava all’epoca. Oltre a Ciampi anche l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sentito davanti alla Corte d’Assise di Palermo nel processo Stato-mafia, che a seguito di quelle bombe ai livelli più alti delle istituzioni di allora si ebbe immediatamente la consapevolezza di un attacco diretto da parte della mafia. Addirittura l’ex presidente parlò esplicitamente di un aut-aut nei confronti dello Stato da parte della mafia corleonese per alleggerire la pressione detentiva o, in caso contrario, proseguire nella strategia destabilizzante dello Stato”.
In una nota della Dia, datata 10 agosto 1993, si parlava di una strategiaper insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche modo più accettabili per Cosa Nostra”. Un documento eccezionale dove per la prima volta compare il termine “trattativa”, utilizzato per descrivere quello che stava accadendo nell’immediato post stragi.
La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati – scrivevano gli analisti – Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”.
Verosimilmente – continua la nota la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”.
Gli investigatori della Direzione antimafia avvertivano anche dei rischi che si sarebbero corsi qualora vi fosse una revoca “anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis”. Questa infatti “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.

Le indagini ed i processi
Parte della verità sulla strage di via Palestro venne ricostruita grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco. Così, nel 1998, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993. Tuttavia nella sentenza veniva anche messo nero su bianco che: “Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica ‘esterna’”.
 Un nuovo capitolo si è poi aperto nel 2002 quando, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l’arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso (“uomini d’onore” di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell’esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente l’attentato. I fratelli Formoso vennero condannati nel 2003 all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano ed il giudizio venne confermato anche nei successivi gradi di giudizio.
Una nuova spinta è giunta nel 2008 quando ha iniziato la propria collaborazione con la giustizia Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio che ha contribuito a riscrivere la verità sulla strage di via d’Amelio. Spatuzza riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Filippo Marcello e Vittorio Tutino (quest’ultimo, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, assolto in via definitiva per quella di Milano, così che non potrà più essere chiamato alla sbarra, ndr) parteciparono ad una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati; secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell’esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell’attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese. Con le sue dichiarazioni di fatto Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all’attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l’esplosivo. Ciò non bastò a portare alla revisione del processo tanto che nell’aprile 2012 la Corte d’Assise di Brescia rigettò la richiesta adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano.
Con le stesse motivazioni, di fatto, è stato assolto in via definitiva anche Filippo Marcello Tutino, accusato di essere stato il basista della strage.Le domande dietro le stragi del 1993
Nonostante le inchieste ed i processi, a quasi trent’anni di distanza sono ancora troppi i tasselli da dover mettere al loro giusto posto.
La Procura di Firenze, è noto, da tempo ha riaperto il fascicolo sui mandanti esterni delle stragi in Continente e ad essere indagati sono l’ex Premier Silvio Berlusconi e l’ex senatore Marcello Dell’Utri.
Quest’ultimo, addirittura, è stato indicato da un collaboratore di giustizia, Pietro Riggio, come colui che “indicò i luoghi da colpire”. Ovviamente un fatto tutto da dimostrare, ma è chiaro che su quella stagione i punti oscuri da chiarire sono molteplici e proprio la scelta dei luoghi rappresenta un’anomalia nella logica di Cosa nostra.
“Capaci ci appartiene, via D’Amelio anche. Ma Firenze, Milano e Roma sono una storia diversa, sono morti che non ci appartengono” disse Spatuzza nei processi. Tutte le bombe del 1993 sono rivolte a musei, monumenti, luoghi d’arte ed è chiaro che attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, non manifesta solo la volontà di metterlo all’angolo, ma quasi annientarlo.
Ti immagini se l’Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?”, avevano suggerito a Nino Gioè, nel tentare di convincere la mafia a procedere con gli attentati per tutta la Nazione. A dargli l’idea, forse, la Primula Nera, l’ex terrorista nero e legato ai servizi segreti, Paolo Bellini, oggi sotto processo per la strage di Bologna.
Anche da questi elementi si rafforza il sospetto che dietro a quegli attentati non vi fosse solo Cosa nostra.
Chi ha indicato alla mafia i luoghi da colpire?
Cosa si nasconde dietro la sigla “Falange Armata” con cui furono rivendicati anche quegli attentati?
Quale messaggio si voleva dare colpendo quei monumenti? Si può essere certi che erano quelli gli obiettivi?
Ancora una volta sono le parole di Spatuzza a far sorgere il dubbio dichiarando chea Milano sorsero problemi e l’obiettivo venne mancato di 150 metri”.
Vale la pena ricordare che in quelle zone vi era una sede del Centro europeo di comunicazione, una sede massonica che faceva riferimento al Gran Maestro Giuliano Di Bernardo; alcuni uffici coperti riferibili ai servizi di sicurezza ed anche gli uffici di Marcello Dell’Utri. Quella bomba che secondo i pentiti non avrebbe dovuto fare vittime, doveva essere un messaggio per queste organizzazioni o per lo stesso ex senatore?
Gli organi inquirenti si stanno muovendo a 360° anche se gli anni trascorsi rendono sempre più difficile giungere a risposte certe.
Sulla bomba di via Palestro ci sono troppi elementi che non tornano perché con l’assoluzione dei fratelli Tutino resta avvolto nel mistero chi ha acceso la miccia o chi ha guidato l’auto fino al PAC.
Vi sono dei testimoni che parlano di una donna, bella, bionda e magra, probabilmente sotto i trent’anni.
La procura di Firenze, diretta da Giuseppe Creazzo, che ha creato un pool che vede l’impegno dei procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco. E sono loro ad aver ripreso in mano gli identikit da cui emerge che le figure femminili dietro le stragi sarebbero non una, ma addirittura quattro. Donne che non farebbero in alcun modo parte di Cosa nostra. Adesso i verbali con le testimonianze raccolte dopo le stragi sono stati ripresi dalla Procura fiorentina. Si riparte da questi elementi. Nella speranza che prima o poi si possa veramente far luce anche su quella stagione di bombe e delitti che hanno segnato in maniera irrimediabile la nostra Repubblica.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85100-luglio-1993-la-lunga-notte-della-repubblica-con-le-bombe-di-roma-e-milano.html

 

Riforma Cartabia: ingiustizia di forma e di merito. L’appello delle Agende Rosse

Riforma Cartabia: ingiustizia di forma e di merito. L’appello delle Agende Rosse


Movimento Agende Rosse 28 Luglio 2021

Si sente parlare ormai da tempo immemore, nel nostro Paese, di riforma della Giustizia poiché immemori e cronici sono i problemi che affliggono il sistema nel suo complesso e nelle sue singole ramificazioni. Anche questo Governo ha elaborato misure con l’obiettivo dichiarato di voler risolvere le criticità del sistema Giustizia. In questo contesto si inseriscono gli emendamenti al disegno di legge Bonafede sul processo penale, formulati dal Ministro Marta Cartabia e già approvati all’unanimità dal Consiglio dei Ministri nella prima settimana di luglio.

L’assoluta anomalia nel metodo e nei tempi di approvazione degli emendamenti, che evidenzia, a nostro avviso, un pericoloso disprezzo nei confronti del ruolo del Parlamento, e la possibile incostituzionalità di parti dei provvedimenti annunciati impongono una seria e forte presa di posizione.

Per quanto riguarda il metodo di approvazione, è davanti agli occhi di tutti l’improvvisa accelerazione che ha subito l’iter procedurale del disegno di legge Cartabia. Gli emendamenti sono stati depositati in Commissione Giustizia il 14 luglio e l’aula del Parlamento sarà chiamata ad esprimersi sul complesso della riforma il 30 luglio. A due giorni dall’inizio dei lavori in aula, però, incredibilmente non è neanche iniziata la votazione sul primo emendamento in Commissione giustizia.

Ancora, ad uno degli organi maggiormente coinvolto dalla riforma, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), è stato impedito di formalizzare in seduta plenaria il parere nettamente negativo su alcuni punti della riforma già deliberato dalla Sesta sezione del CSM stesso. Il pretesto dichiarato è stato quello di una rinnovata richiesta al CSM di pronunciarsi sulla riforma nel suo complesso. L’automatica conseguenza pratica potrebbe essere l’oggettiva impossibilità che il CSM riesca a pronunciarsi e dare il suo essenziale contributo prima dell’approdo in aula parlamentare del disegno di legge.

Nel merito dei contenuti degli emendamenti, sono principalmente due i punti che destano le maggiori preoccupazioni: la questione dell’improcedibilità e quella dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.

 

La questione dell’improcedibilità

Ancora una volta, ad un problema così concreto e materiale quale quello della estrema lunghezza dei processi, si propone una soluzione virtuale, del tutto sconnessa rispetto alla realtà, quale quella della fissazione di termini astratti entro i quali il procedimento deve chiudersi. Pena, la dichiarazione di improcedibilità e dunque la vanificazione e lo spreco di lavoro, energie e risorse, economiche e umane, fino a quel momento profuse nello svolgimento del procedimento penale.

In questa maniera, non si crea alcuna condizione per snellire e sveltire i tempi di celebrazione dei processi, bensì, semplicemente, si falcidiano indiscriminatamente e arbitrariamente quelli che – per carenze strutturali e organizzative o per quantità di imputati – non riescono ad essere conclusi entro la scadenza imposta.

Tale soluzione non sembra minimamente degna di uno Stato di diritto, che prima di mettere pezze formali “a valle” dovrebbe impegnarsi per risolvere le criticità sostanziali che si verificano “a monte”. L’alternativa è dimostrare una vera e propria resa, e ammettere – come di fatto queste misure esprimono – che solo i cittadini più fortunati potranno aspirare ad avere una pronuncia da parte del loro giudice. Inoltre, ancora una volta, saranno privilegiati gli imputati più facoltosi, che potranno permettersi gli avvocati più bravi a trovare ogni stratagemma per allungare i tempi dei processi. Che il governo sia il primo consapevole di tale realtà è dimostrato dal fatto che già si stilano classifiche e si avanzano pronostici sui Tribunali e sulle Corti d’Appello che riusciranno – o meno – a rientrare nei tempi.

Tale meccanismo appare davvero inaccettabile sia per procedimenti aperti per delitti di criminalità comune, sia – a maggior ragione – per quei reati che destano maggiore allarme sociale: si fa riferimento non solo a delitti formalmente qualificabili come di criminalità mafiosa, ma pure a tutta quella cerchia di crimini ordinari (come quelli economici, di corruzione, di concorso o di favoreggiamento) che costituiscono linfa vitale delle organizzazioni mafiose.

La questione dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale

Uno degli emendamenti proposti si pone in aperto contrasto con uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico: quello dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.

L’art. 112 della Costituzione prevede, infatti, che i pubblici ministeri siano tenuti a perseguire i crimini di cui giunge notizia in Procura senza compiere valutazioni e scelte discrezionali di preferenza relative al tipo di reato, ovvero al soggetto che vi si trovi coinvolto. Tale principio, posto a garanzia dei principi di eguaglianza ma già messo duramente alla prova dalla scarsa disponibilità di risorse degli uffici giudiziari, è letteralmente ignorato da quella parte di riforma che intende introdurre un meccanismo di priorità nell’apertura dei procedimenti penali, priorità che il Governo vuole demandare al Parlamento, che dovrà tracciare le linee guida che le Procure dovranno seguire per decidere quali siano i reati più importanti e quelli meno importanti.

Un’inaccettabile e irricevibile misura che si pone in contrasto, ancora, con il principio di separazione dei poteri, e con cui si legittima l’indebita e incostituzionale ingerenza dell’organo legislativo nell’esercizio della funzione giudiziaria che, sempre per previsione costituzionale, deve svolgersi nella piena autonomia e indipendenza dagli altri poteri dello Stato.

Davanti a tale scenario, abbiamo ritenuto imprescindibile denunciare pubblicamente le criticità di questa riforma e dell’iter scelto per approvarla e chiamare ad una mobilitazione unitaria chiunque voglia dare il suo contributo nell’ambito del confronto civile e democratico.

Vogliamo ringraziare i tanti che hanno già deciso di aderire al nostro appello e tutti quelli che decideranno di farlo. Invitiamo ad aderire al nostro manifesto gli esponenti della classe politica che siano veramente interessati al buon funzionamento del sistema Giustizia, in ossequio alla nostra carta costituzionale. In particolare, chiediamo ai rappresentanti parlamentari di opporsi in modo esplicito all’approvazione di una riforma della Giustizia che riteniamo neghi alla radice il principio di Uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge.

Tratto da: 19luglio1992.com

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/306-giustizia/85117-riforma-cartabia-ingiustizia-di-forma-e-di-merito-l-appello-delle-agende-rosse.html

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale dice no alla riforma della giustizia di Cartabia

Il Manifesto

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale dice no alla riforma della giustizia di Cartabia

Eleonora Martini

EDIZIONE DEL

27.07.2021

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale (nato nel 2014 per opporsi alla riforma costituzionale del governo Renzi) lancia un appello contro la riforma della giustizia sulla quale il premier Draghi vorrebbe porre la questione di fiducia. Pur ammettendo che il «progetto introduce delle note positive che consentono un alleggerimento della macchina giudiziaria, puntano a rendere più equo il processo penale e a valorizzare la funzione rieducativa della pena», la presidenza del Cdc reputa «pericolose e insostenibili» alcune scelte della ministra Cartabia.

Uno dei bocconi più amari è il nuovo istituto introdotto con il ddl: l’improcedibilità del processo per superamento dei termini di durata massima dei giudizi di impugnazione. Il presidente Massimo Villone su questo punto si trova d’accordo con i pm antimafia Gratteri e Cafiero De Raho: «Questa soluzione – scrive – non solo non risolve il problema ma provoca effetti paradossali. Crimini anche gravi, compresi quelli di natura mafiosa, diventeranno non punibili, anche se non sono maturati i termini di prescrizione». In un lungo documento il Cdc arriva a sostenere: «È evidente che se prevarrà il partito dell’impunità, nascosto nelle pieghe della riforma, crescerà nella società il livello di sopraffazione e violenza».

Il secondo motivo di allarme riguarda «la perenne aspirazione dei poteri politici a mettere le mani sul Pm» che «ha trovato eco nella riforma con la norma che assegna al Parlamento di predeterminare con legge i criteri di priorità per l’esercizio dell’azione penale». Il Cdc considera questo un «cuneo nel modello costituzionale che sancisce l’indipendenza del Pm e l’obbligatorietà dell’azione penale a garanzia dei diritti e dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge». L’appello è a mobilitarsi «per evitare soluzioni inadeguate e incostituzionali che possono provocare danni irreversibili».

 

Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”

Il Fatto Quotidiano

Riforma Cartabia, Conte ai deputati M5s: “Difficile votare la fiducia senza modifiche. Punti fermi su mafia, terrorismo e corruzione”

L’ex premier ha incontrato i parlamentari dei 5 stelle per fare il punto sulla riforma della giustizia: “Ci sono margini di manovra ristrettissimi. Confronto costruttivo con Draghi, ma ho chiarito che la proposta come originariamente formulata pone problemi serissimi al Movimento. In pochi giorni capiremo se le nostre richieste hanno trovato accoglimento o meno”, ha detto. Poi incontrando i giornalisti ha chiarito: “Non voglio neppure considerare l’ipotesi in cui non venga modificato il testo”

di F. Q. | 27 LUGLIO 2021

Per il Movimento 5 stelle sarà difficile votare la fiducia sulla riforma della giustizia se il governo non farà alcuna modifica. E i 5 stelle intendono tenere alcuni punti fermi sui reati di mafia, terrorismo e corruzione. È un messaggio indirizzato a Palazzo Chigi quello pronunciato da Giuseppe Conte durante l’incontro con i deputati dei 5 stelle. “Oggi sarò a confronto con i rappresentanti del Movimento nelle commissioni parlamentari”, ha annunciato l’ex premier uscendo dalla sua abitazione nel centro di Roma. L’oggetto del confronto è stato proprio lo stato d’avanzamento della trattativa con Mario Draghi sulla riforma di Marta Cartabia. Nelle stesse ore la guardasigilli era a colloquio col premier a Palazzo Chigi proprio per discutere le modifiche da apportare alla riforma.

Non considero neanche che il testo non sia modificato” – Ieri Conte ha ottenuto dal premier e dalla guardasiglli un’apertura alle sue richieste: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. E dunque il meccanismo della “tagliola” che fa morire i processi se non si concludono in due anni in Appello e uno in Cassazione non varrebbe per quel tipo di crimini. “C’è un confronto costruttivo con Draghi, ma ho chiarito che la proposta come originariamente formulata pone problemi serissimi al Movimento. In pochi giorni capiremo se le nostre richieste hanno trovato accoglimento o meno. È chiaro che una prospettiva di fiducia alla riforma senza alcune modifiche sarebbe per noi difficile“, ha detto il capo in pectore del M5s durante l’incontro coi parlamentari, secondo l’agenzia di stampa Adnkronos. Poi con i giornalisti ha spiegato il senso delle sue parole sulla fiducia: “Le minacce non mi sono mai piaciute, il mio è un atteggiamento costruttivo”. Ma, ha sottolineato, “non voglio neppure considerare l’ipotesi in cui non venga modificato il testo. E sbagliato dire che noi dobbiamo essere accontentati e altre formazioni no. L’obiettivo è avere un sistema di giustizia efficiente”.

Voto degli iscritti? Valuteremo” – La trattativa, insomma, è tutt’altra che definita. E infatti Conte ha spiegato ai parlamentari che “sulla riforma della giustizia ci sono margini di manovra ristrettissi. Ma io li sto sfruttando tutti e ce la sto mettendo tutta. Sto chiedendo una serie di interventi, consapevole che la maggioranza è molto ampia ed esprime ben differenti sensibilità. Ma abbiamo tracciato delle linee e dei punti fermi, insieme, con una squadra di lavoro tecnica, a partire dai reati di mafia, terrorismo e corruzione“. Concetto sul quale l’ex premier è tornato fuori da Montecitorio, rispondendo alle domande dei giornalisti: “Abbiamo fatto delle osservazioni, condivise da buona parte degli addetti ai lavori e non sono per interessi di bottega del Movimento 5 stelle, noi lavoriamo per rendere più efficiente e equo il sistema giustizia. Abbiamo ottenuto una interlocuzione, lasciamo che il governo lavori. Certamente dobbiamo evitare che in un paese come il nostro processi per mafia e terrorismo possano svanire nel nulla”. Gli chiedono: farete votare gli iscritti? “Valuteremo al momento”, ha risposto Conte.

Ecco perché serviva una leadership forte” – Coi deputati il capo politico in pectore è tornato sulla lite con Beppe Grillo per spiegare che quando parlava “di una leadership forte non era per un interesse personale ma per il bene del movimento. C’è necessità di una leadership chiara e forte per interloquire con il governo e ottenere dei risultati”. L’ex premier, infatti, non ha parlato solo di riforma della giustizia ma anche del futuro del Movimento: “L’attività per la rifondazione del M5S è a tempo pieno, anche per questo non ho corso per un seggio”. Il riferimento è per le suppletive a Siena e a Roma, candidature alle quali nei mesi scorsi era stato accostato l’ex inquilino di Palazzo Chigi. E a proposito di rifondazione del M5s, Conte ha ricordato anche come la “scuola di formazione sia determinante nel nuovo corso”, assicurando che “ci saranno incontri periodici con voi delle varie commissioni parlamentari”.

 

Colpo al commercialista del clan Mallardo, sequestro da 20 mln di euro ad Alfredo Aprovitola

Colpo al commercialista del clan Mallardo, sequestro da 20 mln di euro ad Alfredo Aprovitola

Di internapoli -26 Luglio 2021

Blitz contro il commercialista del clan Mallardo, colpo da 20 milioni di euro. Dalle prime ore dell’alba, i finanzieri del Comando Provinciale di Napoli, all’esito di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, infatti, stanno eseguendo, tra le regioni Campania e Lazio, sequestri per oltre 20 milioni di euro nei confronti del commercialista del clan Mallardo. Sottoposti a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, oltre 100 tra fabbricati, terreni, quote societarie, autovetture, nonché numerosi rapporti finanziari.

Il commercialista è Alfredo Aprovitola, 52 anni. Il 17 settembre dello scorso anno è stato condannato in primo grado a sette anni di carcere dal tribunale di Napoli, e attualmente è in libertà.

I precedenti di Alfredo Aprovitola

Il Gico della Guardia di Finanza di Napoli già aveva arrestato Alfredo Aprovitola, noto commercialista finito in carcere il 12 marzo del 2012, insieme al padre Domenico, perché ritenuti “colletti bianchi” del clan Mallardo, e successivamente scarcerati. Aprovitola, accusato di estorsione con metodo mafioso, fu raggiunto e ammanettato dai finanzieri nella sua abitazione di Giugliano nell’ambito dell’operazione king kong”, che portò in carcere gli Aprovitola, furono anche sequestrati beni per 71 milioni di euro. Il Tribunale del Riesame annullò l’ordinanza di arresto nei confronti di Alfredo e Domenico Aprovitola, rimmettendoli in libertà.

L’operazione di oggi

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari.

Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia APROVITOLA con il clan MALLARDO.

Al riguardo, APROVITOLA Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il “tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del Clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa.

Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di APROVITOLA Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania; a queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso.

L’APROVITOLA avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

Arrestato dagli stessi finanzieri del G.I.C.O. nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica, APROVITOLA, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, epilogate con l’esecuzione degli odierni sequestri, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Fonte:https://internapoli.it/alfredo-aprovitola/

 

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

Di Antonio Mangione -26 Luglio 2021

Sarà la Corte di Cassazione, dopo l’estate, a pronunciarsi sul sequestro eseguito oggi nei confronti del commercialista Alfredo Aprovitola. Oggi la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la Guardia di Finanza di Napoli, ha eseguito, tra la Campania e il Lazio, un provvedimento di sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre 20 milioni di euro, riconducibile al noto commercialista Alfredo Aprovitola (classe ‘69) e al suo nucleo familiare.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari. Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia Aprovitola con il clan Mallardo.

La figura di Alfredo Aprovitola

Al riguardo, Aprovitola Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa. Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto “l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio”.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di Aprovitola Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania. A queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso. Aprovitola avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

I precedenti ed i rapporti col Clan Mallardo

Arrestato dagli stessi finanzieri del Gico nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica,Aprovitola, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Gli attuali legali, gli avvocati Mario Griffo e Sabato Graziano, hanno proposto ricorso in Cassazione dopo che il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta del Pm, inizialmente respinta dal tribunale di Napoli, sul sequestro dei beni a seguito della sentenza di condanna in primo grado di Aprovitola.

Fonte:https://internapoli.it/la-mente-lavatrice-del-clan-mallardo-aprovitola-il-commercialista-ora-attende-la-cassazione/

 

La ‘mente-lavatrice’ del clan Mallardo, Aprovitola il commercialista ora attende la Cassazione

Di Antonio Mangione -26 Luglio 2021

Sarà la Corte di Cassazione, dopo l’estate, a pronunciarsi sul sequestro eseguito oggi nei confronti del commercialista Alfredo Aprovitola. Oggi la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la Guardia di Finanza di Napoli, ha eseguito, tra la Campania e il Lazio, un provvedimento di sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre 20 milioni di euro, riconducibile al noto commercialista Alfredo Aprovitola (classe ‘69) e al suo nucleo familiare.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria partenopeo hanno sottoposto a sequestro, tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Latina, 89 fabbricati, 10 terreni, 8 quote societarie, 2 autovetture e numerosi rapporti finanziari. Originariamente, le indagini della Procura di Napoli avevano evidenziato come le risorse accumulate nel tempo sarebbero state favorite dal rapporto della famiglia Aprovitola con il clan Mallardo.

La figura di Alfredo Aprovitola

Al riguardo, Aprovitola Domenico, padre di Alfredo, indicato da numerosi collaboratori come il tesoriere”, veniva considerato un esponente storico del clan Mallardo, riconducendo la sua affiliazione all’epoca della fondazione dell’organizzazione stessa. Il figlio Alfredo, laureato in Economia e Commercio, occupandosi della gestione delle varie attività imprenditoriali riconducibili al clan, avrebbe assunto “l’incarico di commercialista delle varie attività imprenditoriali soprattutto nei settori immobiliare ed edilizio”.

Le evidenze investigative emerse nel corso degli anni, avrebbero fornito elementi determinanti circa la partecipazione di Aprovitola Alfredo al sodalizio criminale egemone nella zona di Giugliano in Campania. A queste si sono aggiunte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, con indicazioni chiare e circostanziate della possibile gestione dei capitali illeciti del clan da parte dello stesso. Aprovitola avrebbe anche svolto un ruolo attivo nelle attività estorsive poste in essere da soggetti affiliati all’organizzazione criminale.

I precedenti ed i rapporti col Clan Mallardo

Arrestato dagli stessi finanzieri del Gico nel 2012 per estorsione aggravata dal metodo mafioso e nel 2013 per concorso esterno in associazione camorristica,Aprovitola, a conclusione delle numerose attività investigative eseguite nei confronti del clan Mallardo, è stato condannato a 7 anni di reclusione per estorsione dalla 4^ Sezione Penale del Tribunale di Napoli con sentenza emessa nel settembre 2020.

Le ulteriori indagini di natura economico-patrimoniale, hanno fatto emergere un’incapienza patrimoniale del nucleo familiare di APROVITOLA Alfredo, risultato privo di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo.

Gli attuali legali, gli avvocati Mario Griffo e Sabato Graziano, hanno proposto ricorso in Cassazione dopo che il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta del Pm, inizialmente respinta dal tribunale di Napoli, sul sequestro dei beni a seguito della sentenza di condanna in primo grado di Aprovitola.

Fonte:https://internapoli.it/la-mente-lavatrice-del-clan-mallardo-aprovitola-il-commercialista-ora-attende-la-cassazione/

 

IL RUOLO CHE DOVREBBE SVOLGERE L’ASSOCIAZIONISMO E CHE PURTROPPO NON SEMPRE SVOLGE

IL RUOLO CHE DOVREBBE SVOLGERE L’ASSOCIAZIONISMO E CHE PURTROPPO NON SEMPRE SVOLGE.LA DENUNCIA DEL MINISTRO CHE FACCIAMO  DA SEMPRE NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO .TROPPE CHIACCHIERE E POCHI I FATTI.ABBIAMO  OGNUNO DI NOI TROPPE COLPE DI CUI SCOLPARCI.””

 

L’allarme del Ministro: “Casalesi e Belforte infiltrano economia post Covid”. Poche denunce per usura

 

L’allarme del Ministro: “Casalesi e Belforte infiltrano economia post Covid”. Poche denunce per usura

Lamorgese a Caserta per il Comitato su ordine pubblico. Aumentano furti in abitazione nel 2021, manifestazioni ‘no green pass’ non autorizzate

Attilio Nettuno

26 luglio 2021 14:34

“Il clan dei Casalesi ed il clan Belforte hanno una forte capacità di infiltrazione dell’economia soprattutto in un periodo come quello attuale, con la pandemia che ha reso più fragile la nostra società e quindi più facilmente permeabile”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Caserta dove ha presieduto una riunione del Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica svolto in Prefettura ed al quale hanno preso parte anche il Prefetto Raffaele Ruberto, il Capo della Polizia Lamberto Giannini ed il Questore Antonio Borrelli.

Sui reati in generale dal comitato è emersa una diminuzione rispetto al periodo pre-pandemico: il 13% in meno a livello provinciale ed il 18,5 per quanto riguarda il Capoluogo nel raffronto tra il 2019 ed il 2020. Nei primi 6 mesi del 2021, però, “c’è un aumento rispetto all’anno scorso – precisa Lamorgese – Sono aumentati i furti in abitazione ed i furti di identità digitali”. Per la titolare del Viminale lo smart working “ha determinato che aumentassero i reati di questo tipo”. Sull’occupazione abusiva di immobili “molti passi avanti sono stati fatti con una maggiore attività di assistenza pubblica per l’esecuzione degli abbattimenti di immobili abusivi emessi dalla Procura”.

Il Ministro Lamorgese ha poi evidenziato le “poche denunce in materia di usura rispetto ai casi di cui si ha notizia – ha dichiarato – Al riguardo l’associazionismo non è presente su questi aspetti. Bisogna intervenire con associazionismo perché può fare tanto. Non c’è libertà se non c’è legalità”.

Il Ministro Lamorgese ha infine, rispondendo alle domande dei cronisti, riferito sulle recenti manifestazioni ‘no green pass’. “Le manifestazioni svolte nell’ultimo fine settimana non erano autorizzate”, ha ribadito. “La vaccinazione significa essere sicuri per se stessi e dare sicurezza agli altri. La vera libertà è questo, non la libertà di non vaccinarsi. La libertà di ognuno – ha aggiunto il ministro – è collegata ai principi di legalità che devono essere tenuti presenti. La vera libertà è quella di tutelare e aiutare anche gli altri nella tutela della salute pubblica. Non bisogna pensare solo per se, ma si deve pensare per tutti”.

Fonte:https://www.casertanews.it/cronaca/camorra-casalesi-belforte-economia-denunce-usura-lamorgese-caserta.html

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