Campania

Terra dei Fuochi: rifiuti interrati. L’ultimo dossier

Solventi nei pozzi e falde inquinate: controlli troppo carenti. Ipotizzata l’indagine sui tumori, atto ispettivo al governo

Un’indagine epidemiologica sui quartieri interessati dalla cosiddetta ‘Terra dei Fuochi’. In un dossier inviato al governo si chiede di intervenire sul quadrante est della Capitale. Da tempo, gli abitanti di Roma est, terra di cave mai bonificate e discariche abusive vecchie e nuove, denunciano l’aumento di patologie tumorali. In particolare nel 2012 il dipartimento epidemiologia della regione Lazio assegnò a questa zona il primato di mortalità per tumori maligni nella popolazione maschile.

La relazione del direttore del servizio di igiene e sanità pubblica, Fabrizio Magrelli, sulla ex Asl Roma B, traccia un quadro agghiacciante dei rischi ambientali sul territorio: roghi tossici, presenza di rifiuti pericolosi interrati, sversamenti fuori controllo da parte degli insediamenti industriali, possibile presenza di solventi nei pozzi, controlli ambientali carenti, monitoraggi parziali e autorizzazioni integrate non complete. Controlli sono stati disposti dalla Regione su via di Salone durante l’estate. «Tenuto conto della natura illecita delle combustioni all’aperto, dello sviluppo di microinquinanti durante la combustione -si legge nella relazione dell’Arpa Lazio- si ritiene che l’analisi ambientale delle aree interessate da questi fenomeni, debba  esser necessariamente  guidata e integrata da stud di  carattere sanitari  finalizzti  a stimare l’esposizione dei cittadini e l’eventuale correlazione con la salute. Al fine di avere ulteriori elementi innovativi e di confronto si è provveduto a esporre nell’area di via di Salone licheni prelevati in aree ad alta naturalità».

Il Ministro Minniti, il 19 settembre 2017, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie paventava l’intervento dell’esercito in supporto alle operazioni del Comune di Roma e della Regione Lazio.

La stessa commissione nel report presentato il 19 dicembre 2017 ha sollecitato l’adozione di misure normative che potrebbero trovare riferimento nella legislazione introdotta sul tema Terra dei fuochi in Campania.

Il 1° novembre 2013 la Camera ha deciso di desecretare l’audizione resa dal pentito Carmine Schiavone che ha fatto luce sul traffico illegale delle scorie pericolose, i fusti tossici interrati nelle cave, le coperture politiche e massoniche presagendo la vasta mortalità per tumori nella provincia di Napoli e Caserta la cui impennata effettivamente è stata registrata dal Cnr e dal Ministero della salute.

Da decenni ormai c’è un’emergenza legata alla criminalità dedita al traffico illegale di rifiuti e conseguente inquinamento ambientale, che sembra sfuggire al controllo delle autorità preposte e che sta creando una preoccupante inquietudine nella popolazione sia per la salute pubblica, dovuta all’impennata di malattie tumorali.

Roghi tossici

A questo sempre più preoccupante quadro vanno aggiunti i sospetti roghi (tossici) che colpiscono i centri di raccolta, smistamento e trattamento di rifiuti differenziati in tutta Italia (oltre 200) e che aggravano ulteriormente la situazione ambientale e sanitaria: un metodo criminale che consente di distruggere materiali non riciclabili, antieconomici da smaltire.
Nell’ultima relazione della direzione nazionale antimafia si legge: «se prima le strutture dedite alla criminalità ambientale per aver luoghi dove smaltire illegalmente si rivolgevano alla camorra, adesso quelle stesse strutture dispongono di discariche legali dove operare illegalmente» e «di quanto occorra per farlo» alludendo alla falsificazione dei codici che classificano i rifiuti e al ricorso al sistema del «girobolla».

L’interrogazione

L’on.Cristian Iannuzzi ha chiesto al governo se «intenda promuovere, per quanto di competenza e anche per il tramite dell’Istituto superiore di sanità un’indagine epidemiologica per valutare lo stato dei danni provocati alla salute dei cittadini coinvolti; di quali informazioni il Governo disponga in ordine alla infiltrazione della criminalità organizzata nel settore della gestione dei rifiuti».

Nello specifico al responsabile del Viminale, Marco Minniti, è stato domandato se «intenda assumere iniziative affinché le prefetture coinvolte per competenza territoriale attivino i Comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica e se si intendano assumere le iniziative di competenza per rafforzare l’attività di contrasto al traffico di sostanze tossico nocive». Un appello analogo viene rivolto dagli stessi residenti alle autorità.

Marco Battistini

Natale in carcere per Giovanni Lubello, ex marito di Katia Bidognetti. ‘Catturato’ stamattina a Formia. FORMIA,GAETA,ITRI,FONDI,SPERLONGA ,L’AREA DI TUTTO I BOSS E LORO SEGUACI  E SODALI,COMPRESI QUELLI IN GIACCA E CRAVATTA.

Natale in carcere per Giovanni Lubello, ex marito di Katia Bidognetti. ‘Catturato’ stamattina a Formia

CASAL DI PRINCIPE – L’ordinanza del 2 febbraio scorso che portò all’arresto, tra gli altri anche di Katia e Teresa Bidognetti, cioè delle due figlie del boss Francesco Bidognetti, produce ancora conseguenze visto che oggi è divenuto esecutivo il titolare cautelare dell’arresto eseguito dagli uomii della guardia di fiannza a Formia luogo in cui Giovanni Lubello, ex marito di Katia Bidognetti, risiede. Il gip a suo tempo rigettò nel febbraio scorso la richiesta di arresto in carcere formulata dal pubblico ministero della dda Alessandro D’Alessio che ricorse naturalmente al tribunale del Riesame, disponendo solo la detenzione domiciliare.

Ora l’iter si è chiuso con il definitivo e decisivo pronunciamento della Corte di Cassazione che ha ritenute fondate le ragioni, espresse dalla direzione distrettuale antimafia, a supporto della richiesta di detenzione in cella di Lubello.

L’ordinanza del febbraio riguardava anche episodi di presunta estorsione. Secondo l’accusa Lubello e Katia Bidognetti avrebbero costretto i titolati di Mama Casa di Campagna di Cellole, a comprare, come scrivemmo in più articoli di approfondimento pubblicati tra il febbraio e l’intera scorsa primavera, una partita di vini con un prezzo imposto di 15mila euro.

22 Dicembre 2017

fonte:https://www.casertace.net/

E siamo alle solite.Servizio Centrale Protezione o Servizio Centrale Sprotezione? On.Minniti ,sopprima questo servizio che non serve a niente se non ad umiliare i Testimoni di Giustizia

Al P.M Dott. Cimmarotta

Lo scrivente Ciliberto  Gennaro testimone di giustizia come da vs nulla osta per il rientro in località di origine Comunica quanto segue
Ad oggi non risulta alcun dispositivo di tutela per lo scrivente e conviventi con un bimba di 4 mesi ed uno di 4 anni.
Avendo subito u.s minacce in presenza dei casabinieri di scorta chiedo alla S.V un intervento urgente  in merito .
Se devo essere ammazzato dai criminali basta saperlo ma i miei figli perché devono pagare con la vita .
Dopo 7 anni di esilio questo merito?
La prego di tutelare la mia vita e quella della mia famiglia sono disposto a tutto pur di ricevere il rispetto e l applicazione della legge.
Non posso essere usa e getta.

Se Accadrà qualunque cosa allo scrivente e famiglia sarete responsabili .

io non sono usa e getta e ho da fare altri processi…. perché devo morire.
Passare da un terzo livello di scorta a nulla e mettere la firma .
Prefetto Pagano da tre giorni sono fuori al Senato si sta approvando la legge 3500 tdg e forse una punizione ?
i tdg devono essere rispettati vuoi cosi facendo ci umiliate .
ora posterò tutte le tv fuori alla prefettura perché il popolo deve sapere .
Sette anni di esilio mai un natale a casa ed ora mi lasciate da solo .

Qualcuno salvi i ragazzi di Napoli.

Qualcuno salvi i ragazzi di Napoli.
LAVORO,LAVORO,SINDACO DE MAGISTRIS E GOVERNATORE DE LUCA .LAVORO,SCUOLE E SICUREZZA. QUESTA E’ LA RICETTA PER NAPOLI E LA CAMPANIA.MA AD ORAS  E NON DOMANI,

Il Mattino, Giovedì 21 Dicembre 2017

Qualcuno salvi i ragazzi di Napoli

di Pietro Treccagnoli

Ogni coltellata inferta da un giovane a un giovane è un passo verso l’abisso, verso la morte della speranza. Lo è di più in giorni che dovrebbero spingere a una pacificazione, a una redenzione. Eppure, in questo Natale che sta arrivando, Napoli appare come Sagunto assediata dal suo interno. Costretta a fare i conti con i fatti e non a far roteare sciabole pigliandosela con la narrazione, con i cattivi modelli raccattati da fiction. Si scambia il dito per la luna e si perde tempo. E di tempo non ce n’è più da perdere, da consumare in sociologia della comunicazione o in pedagogia orecchiata. Il ferimento di Arturo, il 17enne preso di mira nella affollatissima via Foria, tra la Sanità e la rovente zona di Carbonara da ragazzini probabilmente al di sotto dell’età imputabile, è un atto estremo di bullismo.

E’ crudeltà gratuita e ancora più criminale perché inconsapevole alimentata da una presunzione di impunità di chi vive nella sua tana come una murena velenosa pronta ad azzannare. L’aggressione animalesca contro un ragazzo che tornava a casa per i fatti suoi, spinge a interrogarsi e a mobilitarsi, come hanno fatto i compagni di scuola della giovane vittima. Domani scenderanno in strada, si riprenderanno la strada, dimostreranno di esistere e non solo di resistere in silenzio. È il primo di cento passi che, si spera, si moltiplicheranno per quanti vorranno metterci il cuore e la faccia, vincendo la paura che sta attanagliando le famiglie.

Bisogna scegliere tra salvare l’immagine e salvare la vita. Solo se si salva la seconda si può salvare anche la prima. E in questa città, costretta a confrontarsi continuamente con la devastazione delle coscienze, con lo slabbrato fallimento di progetti educativi, con l’arrancante riscatto, con la povertà senza vie d’uscita se non quelle della devianza, la vita che più conta è quella dei giovani, dei figli che dovranno abitare il futuro. Se si interroga chi lavora per il recupero di ragazzi che hanno sbagliato, se si ragiona con chi fatica a costruire rette vie, alla Sanità (come Pina Conte dell’Associazione Progetto Oasi) o a Bagnoli (gli operatori del «Quadrifoglio») o in altri quartieri del centro dolente e della periferia ferita, emerge un quadro dove prevalgono le tinte fosche, ma l’emersione dal gorgo brechtiano è possibile ancora. È ancora possibile costruirsi un lavoro come pizzaiolo, come barista (magari a Londra), accettare la sfida di liberarsi dalla morsa asfissiante degli amici del Sistema che spingono allo scippo, al furto, allo spaccio, alla rapina in un crescendo di prove che dall’iniziazione passano all’affiliazione, alla galera o alla morte.

Attorno a ragazzi che ormai conoscono il mondo solo attraverso lo schermo del telefonino ci sono troppo spesso famiglie prive degli strumenti minimi di protezione o che addirittura proteggono la devianza o sollecitano i reati. Mamme distratte, padri lontani, in carcere o già sottoterra. Famiglie dove non si parla neanche a tavola, anzi nelle quali a tavola non ci siede nemmeno. Il contesto è persino peggiore. Si è condizionati da amici appena più grandi che ostentano il successo ottenuto facilmente, ma che durerà poco, sono frequentazioni dove le abilità e le intelligenze vengono mortificate rispetto all’arroganza, alla prepotenza, al marcamento del territorio. Conta la forza, si cresce nella forza e di fronte all’ostentazione della forza e non c’è dibattito su Gomorra che tenga, che smonti il giocattolo perverso della narrazione. Chi segue questi ragazzi, battendosi per il loro recupero s’interroga sui modelli distorti e teme che qualche pericolosa sovrapposizione la creino con effetti ancora da valutare con rigore e non rincorrendo lo schiamazzo dei social. La verità è che sono specchi riflessi: la fiction riproduce la realtà che riproduce la fiction, in una fuga infinita nella quale si smarrisce il punto di partenza e quello d’arrivo. E sono questi due punti che chi ha il compito di combattere questo male annidato nell’oscuramento della ragione non deve mai perdere di vista. Servono le armi della concretezza, della meticolosa costruzione di un tessuto connettivo che tenga insieme le parti del copro sociale. È un lavoro duro e lungo, certo, ma il resto sono solo chiacchiere e tabacchiere di legno.

DOMANI VENERDI’ 22 DICEMBRE

  E DOMANI VENERDI’ 22 DICEMBRE SAREMO ALLA PREMIAZIONE DEL PREFETTO DI NAPOLI,DOTTORESSA CARMELA PAGANO,PERCHE’ VERAMENTE LO MERITA.
IN SOLI 6 MESI LA PREFETTURA DI NAPOLI HA EMESSO BEN 36 INTERDITTIVE ANTIMAFIA.
QUESTO SIGNIFICA FARE PREVENZIONE ANTIMAFIA !!!!!!!
DOTTORESSA PAGANO I NOSTRI COMPLIMENTI !!!!!
ASS.A.CAPONNETTO
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INCONTRO CON IL PREFETTO DI LATINA

FINORA IN PROVINCIA DI LATINA – E,PIU’ IN GENERALE IN TUTTO IL BASSO LAZIO DOMINATO QUASI INTERAMENTE DALLE MAFIE DI OGNI COLORE E PROVENIENZA- LO STATO,CON IL BLOCCO DELL’ISPETTORE DELLA MOBILE DI LATINA ,LA NEGAZIONE DELLE EVIDENZE,IL RITROVAMENTO DI BOBINE SU INDAGINI RISERVATE ADDOSSO AD UNA PERSONA PRIVATA,L’INADEGUATEZZA DEI SUOI IMPIANTI INVESTIGATIVI E GIUDIZIARI, E’ APPARSO PIU’ NELLA SUA RAFFIGURAZIONE DI STATO -.MAFIA CHE NON IN QUELLA DI STATO-STATO.

CI E ‘ S.EMBRATO DI COGLIERE I PRIMI ELEMENTI DI UNA VOLONTA’ DI INVERSIONE DI ROTTA NELL’INTERVENTO FATTO DAL QUESTORE DE MATTEIS NEL CONVEGNO FATTO A SPERLONGA L’ANNO SCORSO DALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.

GLIENE DIAMO ATTO PER ONESTA’ INTELLETTUALE.

ORA,PERO’,CON l’ARRIVO DEL NUOVO PREFETTO DOTTORESSA TRIO,VOGLIAMO PROVE CONCRETE,FATTI, A SUPPORTO DI QUESTA NOSTRA SENSAZIONE DI VOLONTA’ DI CAMBIAMENTO RISPETTO AD UN PASSATO PIENO DI OMBRE E DI INTERROGATIVI RIMASTI SENZA RISPOSTA.

NELL’INCONTRO CHE AVREMO CON LEI,PREANNUNCIATOCI PER DOPO LE FESTE,LE CHIEDEREMO ALCUNE COSE FONDAMENTALI PER RIPRISTINARE UN CLIMA DI FIDUCIA E DI COLLABORAZIONE FRA NOI E LE ISTITUZIONI PONTINE:

1)LA RITRUTTURAZIONE E LA QUALIFICAZIONE DI TUTTO L’IMPIANTO INVESTIGATIVO CON L’ISTITUZIONE DI UN SUPERCOMMISSARIATO DELLA POLIZIA DI STATO A FORMIA CON LA DOTAZIONE DI UNA SEZIONE DELLA SQUADRA MOBILE COMPOSTA ALMENO DA UNA QUINDICINA DI PERSONE ED UN PRIMO DIRIGENTE;

2) IL POTENZIAMENTO DEL NUCLEO INVESTIGATIVO CRIMINALITA’ ORGANIZZATA PRESSO IL COMANDO GRUPPO GUARDIA DI FINANZA DI FORMIA CHE DEVE PASSARE DAI 3 SOTTUFFICIALI ATTUALI AD ALMENO 10;

3) L’ISTITUZIONE DI UNA SEZIONE DELLA DIA COMPOSTA DA UNA VENTINA DI PERSONE A FONDI O SPERLONGA E CON COMPETENZA SULLE PROVINCE DI LATINA E FROSIINONE;

4) IL COORDINAMENTO FRA TUTTE LE FORZE DI POLIZIA AL FINE DI PORRE TERMINE A QUELLA PARCELLIZZAZIONE DELLE INCHIESTE CHE LAMENTIAMO ANCHE NELL’AMBITO GIUDIZIARIO ( VEDI IL ” CASO SPERLONGA ” DOVE,PUR ESSENDO LIMITATO IL NUMERO PIU’ O MENO DEGLI STESSI INDAGATI,LA PROCURA DI LATINA HA APERTO 5-6 FASCICOLI ).

5) L’ISTITUZIONE DI UN COMMISSARIATO DELLA POLIZIA DI STATO AD APRILIA,IL CUI TERRITORIO E’ STORICAMENTE OPPRESSO DA UNA PRESENZA MAFIOSA ASFISSIANTE.

NOI ANDREMO CON UNA NOSTRA DELEGAZIONE ALL’INCONTRO CON IL NUOVO PREFETTO ANIMATI DALLE MASSIME BUONE INTENZIONI DERIVANTECI DAL NOSTRO PROFONDO SENSO DELLO STATO E CI ASPETTIAMO DA LEI QUELLA DIMOSTRAZIONE REALE DI CAMBIAMENTO PROPRIA DI UN VERO SERVITORE DELLO STATO COSI’ COME CI E’ STATA RAFFIGURATA.

BUONE FESTE A TUTTI.

ASSOCIAZIONE A.CAPONNETTO

E DOMANI VENERDI’ 22 DICEMBRE SAREMO ALLA PREMIAZIONE DEL PREFETTO DI NAPOLI,DOTTORESSA CARMELA PAGANO,PERCHE’ VERAMENTE LO MERITA.

E DOMANI VENERDI’ 22 DICEMBRE SAREMO ALLA PREMIAZIONE DEL PREFETTO DI NAPOLI,DOTTORESSA CARMELA PAGANO,PERCHE’ VERAMENTE LO MERITA. IN SOLI 6 MESI LA PREFETTURA DI NAPOLI HA EMESSO BEN 36 INTERDITTIVE ANTIMAFIA. QUESTO SIGNIFICA FARE PREVENZIONE ANTIMAFIA !!!!!!! DOTTORESSA PAGANO I NOSTRI COMPLIMENTI !!!!! ASS.A.CAPONNETTO ———————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————— INCONTRO CON IL PREFETTO DI LATINA FINORA IN PROVINCIA DI LATINA – E,PIU’ IN GENERALE IN TUTTO IL BASSO LAZIO DOMINATO QUASI INTERAMENTE DALLE MAFIE DI OGNI COLORE E PROVENIENZA- LO STATO,CON IL BLOCCO DELL’ISPETTORE DELLA MOBILE DI LATINA ,LA NEGAZIONE DELLE EVIDENZE,IL RITROVAMENTO DI BOBINE SU INDAGINI RISERVATE ADDOSSO AD UNA PERSONA PRIVATA,L’INADEGUATEZZA DEI SUOI IMPIANTI INVESTIGATIVI E GIUDIZIARI, E’ APPARSO PIU’ NELLA SUA RAFFIGURAZIONE DI STATO -.MAFIA CHE NON IN QUELLA DI STATO-STATO. CI E ‘ S.EMBRATO DI COGLIERE I PRIMI ELEMENTI DI UNA VOLONTA’ DI INVERSIONE DI ROTTA NELL’INTERVENTO FATTO DAL QUESTORE DE MATTEIS NEL CONVEGNO FATTO A SPERLONGA L’ANNO SCORSO DALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO. GLIENE DIAMO ATTO PER ONESTA’ INTELLETTUALE. ORA,PERO’,CON l’ARRIVO DEL NUOVO PREFETTO DOTTORESSA TRIO,VOGLIAMO PROVE CONCRETE,FATTI, A SUPPORTO DI QUESTA NOSTRA SENSAZIONE DI VOLONTA’ DI CAMBIAMENTO RISPETTO AD UN PASSATO PIENO DI OMBRE E DI INTERROGATIVI RIMASTI SENZA RISPOSTA. NELL’INCONTRO CHE AVREMO CON LEI,PREANNUNCIATOCI PER DOPO LE FESTE,LE CHIEDEREMO ALCUNE COSE FONDAMENTALI PER RIPRISTINARE UN CLIMA DI FIDUCIA E DI COLLABORAZIONE FRA NOI E LE ISTITUZIONI PONTINE: 1)LA RITRUTTURAZIONE E LA QUALIFICAZIONE DI TUTTO L’IMPIANTO INVESTIGATIVO CON L’ISTITUZIONE DI UN SUPERCOMMISSARIATO DELLA POLIZIA DI STATO A FORMIA CON LA DOTAZIONE DI UNA SEZIONE DELLA SQUADRA MOBILE COMPOSTA ALMENO DA UNA QUINDICINA DI PERSONE ED UN PRIMO DIRIGENTE; 2) IL POTENZIAMENTO DEL NUCLEO INVESTIGATIVO CRIMINALITA’ ORGANIZZATA PRESSO IL COMANDO GRUPPO GUARDIA DI FINANZA DI FORMIA CHE DEVE PASSARE DAI 3 SOTTUFFICIALI ATTUALI AD ALMENO 10; 3) L’ISTITUZIONE DI UNA SEZIONE DELLA DIA COMPOSTA DA UNA VENTINA DI PERSONE A FONDI O SPERLONGA E CON COMPETENZA SULLE PROVINCE DI LATINA E FROSIINONE; 4) IL COORDINAMENTO FRA TUTTE LE FORZE DI POLIZIA AL FINE DI PORRE TERMINE A QUELLA PARCELLIZZAZIONE DELLE INCHIESTE CHE LAMENTIAMO ANCHE NELL’AMBITO GIUDIZIARIO ( VEDI IL ” CASO SPERLONGA ” DOVE,PUR ESSENDO LIMITATO IL NUMERO PIU’ O MENO DEGLI STESSI INDAGATI,LA PROCURA DI LATINA HA APERTO 5-6 FASCICOLI ). 5) L’ISTITUZIONE DI UN COMMISSARIATO DELLA POLIZIA DI STATO AD APRILIA,IL CUI TERRITORIO E’ STORICAMENTE OPPRESSO DA UNA PRESENZA MAFIOSA ASFISSIANTE. NOI ANDREMO CON UNA NOSTRA DELEGAZIONE ALL’INCONTRO CON IL NUOVO PREFETTO ANIMATI DALLE MASSIME BUONE INTENZIONI DERIVANTECI DAL NOSTRO PROFONDO SENSO DELLO STATO E CI ASPETTIAMO DA LEI QUELLA DIMOSTRAZIONE REALE DI CAMBIAMENTO PROPRIA DI UN VERO SERVITORE DELLO STATO COSI’ COME CI E’ STATA RAFFIGURATA. BUONE FESTE A TUTTI. ASSOCIAZIONE A.CAPONNETTO

Roma, cavalli di razza, ristoranti e autosaloni: sequestrato l’impero dei Casamonica

Il Mattino, Mercoledì 20 Dicembre 2017

Roma, cavalli di razza, ristoranti e autosaloni: sequestrato l’impero dei Casamonica

Beni per due milioni di euro sequestrati al clan Casamonica: cavalli di razza, ristoranti, autosaloni, nonché ditte e rapporti finanziari. Da questa mattina i finanzieri del comando provinciale di Roma stanno eseguendo un decreto di sequestro del Tribunale, Sezione Misure di Prevenzione, emsso su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia capitolina, nei confronti di sei membri della famiglia di rom sinti.

Si tratta di Abramo Di Guglielmi, alias “Marcello Casamonica”; Angelo Di Guglielmi, alias “Roberto/Robertino Casamonica”; Giulia Di Guglielmi, alias “Pamela” e di Romolo Cerello. Il provvedimento nasce dalle indagini del Gico del Nucleo di polizia tributaria che ha ricostruito i curricula criminali del sodalizio, mettendo in luce la sproporzione tra redditi dichiarati e reali. Gli approfondimenti investigativi – estesi a Sabatino e Consiglio Di Guglielmo, figli di Abramo – hanno evidenziato come a fronte della riconducibilità, diretta o tramite “prestanome”, di un ingente patrimonio mobiliare e immobiliare, gli stessi non abbiano svolto alcuna attività lavorativa produttiva di redditi che ne giustificassero l’acquisizione. In particolare, è emerso come gli indagati vantassero significativi precedenti per delitti come l’associazione per delinquere, l’usura, l’estorsione, la truffa e il traffico di stupefacenti e armi.

Nonostante i modesti redditi dichiarati al fisco, è emersa, tra l’altro, una costosa passione per i cavalli da corsa: non è un caso che tra i beni da sequestrare vi sia un purosangue di razza inglese. La rilevata sproporzione tra la capacità reddituale e il tenore di vita, unita alla “pericolosità sociale” dei membri del clan ha, quindi, permesso di richiedere, ai sensi del Codice Antimafia, il sequestro finalizzato alla confisca dell’intero patrimonio direttamente o indirettamente a loro riconducibile. In queste ore, più di cinquanta militari della Guardia di Finanza stanno procedendo al sequestro: del patrimonio aziendale e relativi beni di 4 società di capitali e 1 ditta individuale, tutte operanti nel commercio di autovetture; del patrimonio aziendale e relativi beni di 1 società di persone che gestisce un ristorante; di 1 cavallo da corsa; di 9 unità immobiliari e di rapporti finanziari, per un valore complessivo di stima di oltre 2 milioni di euro.

 

VITTORIA !!!!!  

 

DOPO QUELLA DI IERI PER NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO UN’ALTRA SODDISFAZIONE.FESTEGGIAMO CON LUIGI QUESTA VITTORIA.

NEL PROCESSO CONTRO COSENTINO CI SIAMO COSTITUITI COME PARTE OFFESA.

VIVA LA LEGALITA’ E LA GIUSTIZIA.

https://m.ilmattino.it/caserta/articolo-3432163.html

augurissimi w la legalità e luigi gallo

 

 

 

 

Accusò Cosentino, dopo 16 anni può aprire la sua pompa di benzina

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Processo Carburanti, 7 anni per estorsione a Cosentino. Confiscato l’impero…

 

Ci sono voluti 16 anni di sofferenze, solitudine, attese e lotta contro i poteri forti e la camorra: solo oggi si avvia finalmente a conclusione la vicenda dell’imprenditore Luigi Gallo, grande accusatore dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino e di un sistema di potere in odore di camorra: con la sue denunce Gallo, che non ha voluto piegarsi a malversazioni e vessazioni mafiose, ha fatto arrestare, tre anni fa, 13 persone. Nelle prossime settimane Gallo riuscirà ad inaugurare la sua pompa di benzina in Campania, nel Comune casertano di Villa di Briano, apertura che, come ha dimostrato la Dda di Napoli, tra il 2001 e il 2002 fu impedita per eliminare un pericoloso concorrente. Alla sbarra sono finiti anche funzionari pubblici e alti dirigenti di società petrolifere.

Anche se le aule dei tribunali hanno dato ragione a Gallo, a causa di un contenzioso con l’Anas, l’imprenditore non ha mai potuto aprire la sua pompa di benzina, che attende il taglio del nastro dal 2002. Il gestore delle rete autostradale infatti finora non aveva rilasciato il nullaosta, considerando decaduta la vecchia concessione e non più a norma l’impianto, dopo le nuove regole sulla sicurezza degli accessi stradali ai distributori.

Ma le cose sono cambiate con l’arrivo al vertice di Anas del presidente Gianni Vittorio Armani che si è attivato affinché Gallo riuscisse ad aprire in tempi rapidi la sua pompa di benzina e la giustizia avesse finalmente corso. «Sono contento che la vicenda di Luigi Gallo si sia risolta anche grazie al nostro contributo, perché in particolare chi ha combattuto il crimine, si merita che la burocrazia gli risolva i problemi e non si trasformi, come troppo spesso accade, in un muro impenetrabile», ha detto Armani all’Ansa.

Ora si attende solo che il Comune di Villa di Briano termini il collaudo dello svincolo dal quale le auto che si riforniranno alla pompa di Gallo potranno ritornare sull’arteria principale. L’impegnativa di spesa, per circa 20 mila euro, sarà approvata dal comune già lunedì prossimo, assicura il vicesindaco Giordano Bruno. Dopodichè Gallo inizierà i lavori per aprire l’impianto in tempi rapidi, già nei primi mesi del 2018.

«Ringrazio di cuore il presidente Armani ma anche il deputato Pd Davide Mattiello, componente della Commissione antimafia, che mi ha fornito aiuto concreto e sostegno in questi difficili anni – dice Gallo – Lo stesso non posso dire di alcuni parlamentari campani, ai quali mi ero rivolto per avere giustizia. Ho ottenuto attenzione da un parlamentare piemontese, non da quelli conterranei». Gallo ringrazia anche i legali che lo hanno assistito in questi anni nelle battaglie che ha condotto: l’avvocatessa Luisa Acampora, lo studio legale Abbamonte, gli avvocati Delio Iorio e Francesco Parente, il legale Massimo Tommasone. «In Italia chi denuncia ladri e mafiosi spesso fa una brutta fine: isolato, minacciato, disoccupato. Gallo, testimone d’accusa importante contro i traffici dei Cosentino, rischiava di fare proprio questa fine. Siamo riusciti ad evitarlo e di questo sono grato al Presidente Armani che non ha trattato la vicenda come una pratica tra le altre. I mafiosi sono attenti ai segnali, dobbiamo esserlo di più anche noi», commenta Mattiello. Sabato 16 Dicembre 2017, 15:40 – Ultimo aggiornamento: 16-12-2017 18:14
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Non ebbe status vittima innocente per parentela con clan: Viminale condannato.  QUESTA E’ UNA SENTENZA IMPORTANTE CHE APRE E RIAPRE MOLTI CAPITOLI .

Il Mattino, Venerdì 15 Dicembre 2017

Non ebbe status vittima innocente per parentela con clan: Viminale condannato

Il Consiglio di Stato ha condannato il Ministero dell’Interno per non aver riconosciuto lo status di vittima innocente della criminalità ad un ex servitore dello Stato ferito durante un attentato di matrice camorristica. È accaduto per la vicenda dell’agguato del settembre del 1982, a Monteforte Irpino (Avellino), all’allora Procuratore della Repubblica di Avellino Antonio Gagliardi e al suo autista Stefano Montuori, rimasti gravemente feriti dopo che la loro auto blindata fu raggiunta da un centinaio di colpi di arma da fuoco.

L’ex autista, pur avendo pagato un alto prezzo umano, non si è visto riconoscere, al contrario del magistrato, né lo status di vittima innocente né un indennizzo dal Viminale, che ha opposto il diniego rifacendosi alla consolidata interpretazione della norma (articolo 2-quinquies D.L. 151/2008) che pone un limite nella concessione dello status se il beneficiario risulti «coniuge, convivente, parente o affine entro il quarto grado» di soggetti che hanno problemi di camorra. I cugini di Montuori furono infatti condannati per l’agguato. Peraltro la norma si applica solo ai familiari superstiti delle vittime innocenti, per cui il Viminale ha operato, nella vicenda di Montuori, «un’interpretazione analogica» che i giudici amministrativi hanno bocciato; il ministero è stato censurato anche per la violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione, che riconoscono i diritti di uguaglianza e di difesa, ed è stato condannato a pagare le spese del processo.

La sentenza, sebbene riguardi il caso di una «vittima diretta» del clan, ha comunque aperto una prima crepa nel blocco normativo che negli anni ha impedito a decine di «vittime riflesse», per lo più parenti di persone uccise dai clan senza colpa, di ricevere gli indennizzi previsti per legge.

Terra dei Fuochi non è una fake news. Il report di Regione Campania è incompleto

Terra dei Fuochi non è una fake news. Il report di Regione Campania è incompleto

14 dicembre 2017

di Antonio Marfella

L’intera Regione Campania è di 13.595 kmq. Posto che il rapporto di conversione kmq/ettaro è 0,01 ha/kmq vuol dire quindi circa 1.359.500 ettari di territorio regionale complessivi. Di questi il territorio produttivo agroalimentare è pari a circa 136.872 ettari, cioè non più del dieci per cento dell’intero territorio regionale. Di questo dieci per cento sono stati esaminati circa 55mila ettari di terreno agricolo, cioè quindi circa il 37% del 10% dell’intero territorio regionale.

I dati presentati in questi giorni da Campania Trasparenteattestano quindi che, nel territorio (agricolo) più controllato di Italia – e di questo ne siamo certi ed è la migliore garanzia per il prodotto agroalimentare campano rispetto a tutto il resto di Italia – risulta certamente inquinato soltanto il 3% del 37% di territorio agricolo esaminato pari comunque a non più del 10%complessivo dell’intero territorio regionale. Di certo moltissimo di meno di tantissime altre regioni specie al nord che hanno invece speculato sulla Campania

Ma il restante 90% di territorio regionale, non agricolo, che comprende anche gli oltre 2500 siti di discariche abusive censite, come sta?

1) “Terra dei fuochi” non è un luogo, quindi è un errore scientifico e metodologico uniformarlo a luogo in linea con una legge (che ha invece il senso e lo scopo di dare indirizzi di tipo gestionale/amministrativo), ma è un fenomeno: quello dello scorretto smaltimento di non meno di seimila tonnellate al giorno solo in Campania di rifiuti speciali industriali e tossici prodotti in regime di evasione fiscale e quindi ogni giorno da smaltire illegalmente cui si sommano oltre 22milatonnellate al giorno di rifiuti speciali, industriali e tossici legali ma che sono del tutto privi, da oltre trenta anni in regione Campania, di un qualsivoglia tipo di impianto a norma per il corretto smaltimento intra-regionale di questa categoria di rifiuti come dichiarato da Ispra (18 luglio 2017);

2) la regione Campania mostra ancora un gravissimo ritardo, ultradecennale, nel corretto smaltimento e monitoraggio (del tutto privo di tracciabilità) dei rifiuti speciali, industriali e tossici, noti nei nostri territori smaltiti (sia regionali che extraregionali) per quote superiore ad oltre undici milioni di tonnellate i cui flussi oggi, sempre senza tracciabilità alcuna, sono incrementati di oltre 5 volte rispetto agli anni degli accertati sversamenti (1993);

3) nei report di Campania Trasparente, non appaiono ancora dati completi ed esaustivi della situazione delle acque, non solo dei terreni agricoli esaminati dal momento che la caratteristica peculiare degli sversamenti illeciti in Campania in quegli anni, non è stato lo sversamento superficiale ma quello profondo, con ovvio inquinamento, più o meno grave in funzione del prodotto chimico sversato, delle falde di acqua più che dei terreni superficiali su cui per questo vengono coltivati da decenni prodotti agricoli in grado di crescere perfettamente “puliti” come i pomodori, coltivati di fatto su terreni di copertura di discariche non a norma di rifiuti speciali, industriali e tossici come per esempio ad Ercolano.

Riportare solo metalli pesanti e non inquinanti noti e pericolosi come tricloro e tetracloroetilene, diossine e pcb, PBDE e ritardanti di fiamma, pesticidi e persino il ddt che risulta ancora inquinare oggi, come da precedenti report anche di Arpac, significa negare la logica ed ovvia considerazione che tutto quello che si sversa, ed è ancora tantissimo ogni giorno, sia nell’aria che nei terreni finisce sempre e comunque, nel tempo, nelle acque. Sin dal 2012, ad esempio, ci sono e sono stati pagati molti milioni di euro i dati Arpat Ispra sulle acque della Campania che per i solo pcb (policlorobifenili), oggi dichiarati cancerogeni (IARC 2013) hanno certificato una situazione di gravissimo inquinamento delle acque in particolare dei Regi lagni che di fatto attraversano tutta la zona oggi indicata impropriamente come “Terra dei Fuochi”.

Queste sono soltanto alcune delle considerazioni scientifiche che ci impongono eticamente di contrastare la vera bufala e fake news apparsa in questi giorni ovvero che poiché i pomodori sono sani, Terra dei Fuochi non esiste! Che lo dicano i politici (ir)responsabili fa parte del loro gioco di scaricabarile. Che lo ripetano eminenti e stimati scienziati rinforza solo la ovvia considerazione che “la scienza è neutra, ma gli scienziati non lo sono mai”.

Ci fa molto piacere che gli scienziati di IZS e le aziende agroalimentari campane abbiamo con orgoglio rivendicato davanti al mondo la loro qualità ed estraneità al danno alla salute dei cittadini campani da tale disastro ambientale che continua, purtroppo ancora, non efficacemente contrastato, ogni giorno. Siamo profondamente grati ai colleghi di IZS per il loro lavoro di scienziati ma li invitiamo a non promulgare messaggi non scientifici ma “politici”.

A noi Medici dell’Ambiente e a tutti i cittadini campani che soffrono per tale disastro ambientale ancora in atto non interessa sapere chi è più scienziato, ma solo da che parte sta, come ci ha insegnato Don Peppe Diana.

 

Fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it

Aversa. L’ultimo saluto al vescovo Riboldi: «Prima di camorra si parlava sotto voce».

UN UOMO VERAMENTE DI DIO ,UN PASTORE AL SERVIZIO DEGLI ULTIMI,UN COMBATTENTE ECCEZIONALE CONTRO LA CRIMINALITA’ E LE INGIUSTIZIE  , CHE MERITA DI ESSERE RICORDATO.GRAZIE  DON ANTONIO.TI PORTEREMO SEMPRE NEI NOSTRI CUORI.   ASS.CAPONNETTO

Aversa. L’ultimo saluto al vescovo Riboldi: «Prima di camorra si parlava sotto voce»

di REDAZIONE

AVERSA. “Il nostro don Antonio è stato un profeta, ha dato speranza al suo popolo, ha insegnato ai ‘senzatutto’ ad alzare la testa grazie al Vangelo e alla denuncia profetica”. Così il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, durante l’omelia funebre per il suo predecessore Antonio Riboldi, vescovo emerito della città morto a Stresa nei giorni scorsi, che sarà tumulato nella cattedrale cittadina come da suo desiderio. Di Donna ha ricordato l’impegno di Don Riboldi per i terremotati della valle del Belice, e quello anticamorra ad Acerra. “Fino all’arrivo di Don Riboldi di camorra si parlava sottovoce – ha aggiunto il presule – lui si è esposto, l’ha fatto con la camorra, con le Br insieme al cardinale Martini, l’ha fatto per l’ambiente quando la camorra iniziava ad interrare ad Acerra i rifiuti tossici e forse questo è stato il suo più grande rammarico, perché non ha capito in tempo cosa stava succedendo”.

13/12/2017

fonte:http://www.internapoli.it

 

Pizzo di Natale nel Napoletano, 2.500 euro per la terza rata dell’anno: arrestati i due estorsori del clan

Il Mattino, Giovedì 14 Dicembre 2017

Pizzo di Natale nel Napoletano, 2.500 euro per la terza rata dell’anno: arrestati i due estorsori del clan

I carabinieri della Compagnia di Giugliano in Campania hanno dato esecuzione a un decreto di fermo d’indiziato di delitto emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli a carico di due personaggi di Villaricca già noti alle forze dell’ordine e ritenuti legati al clan camorristico dei Ferrara-Cacciapuoti, operante nel controllo degli affari illeciti a Villaricca e nei comuni limitrofi.

Si tratta di un 58enne imparentato con il capo dell’organizzazione criminale e di un suo complice 51enne; sono ritenuti responsabili in concorso di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Nel corso di indagini coordinate dalla Dda è emerso che i due si sarebbero resi responsabili di un tentativo di estorsione a settembre ai danni di un imprenditore, dal quale pretendevano il versamento di 2.500 euro come «regalo di Natale».

 

Clan Mallardo, la battaglia legale di Amicone: scarcerato e condotto di nuovo in cella

di Antonio Mangione

GIUGLIANO . I carabinieri hanno arrestato Giuliano Amicone, reggente “malato” del clan Mallardo. Durante una visita di controllo disposta dalla DDA è emerso che può scontare la pena in cella. Amicone è stato condannato in primo grado a 8 anni di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso accertata e commessa a giugliano nel 2012 e, successivamente, a causa di motivi di salute, sottoposto ai domiciliari. Ma una recente visita di controllo operata da un medico incaricato dalla direzione distrettuale antimafia ha fatto emergere una novità: le sue condizioni di salute sono compatibili con la carcerazione in istituto di pena.

I carabinieri della stazione di Giugliano in Campania hanno quindi dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di napoli su richiesta della direzione distrettuale antimafia partenopea a carico di Giuliano Amicone, un 55enne del luogo già noto alle ffoo e ritenuto essere uno dei reggenti del clan camorristico dei “Mallardo”, operante per il controllo degli affari illeciti a giugliano e nei comuni limitrofi.

La battaglia degli avvocati di Amicone è iniziata oltre un anno fa, quando presentarono l’istanza di attenuazione della misura cautelare a causa delle condizioni di salute precarie dell’esponente del clan detenuto nel carcere di Opera, nel Milanese. Secondo i legali il carcere non avrebbe potuto garantire una corretta alimentazione al detenuto, affetto da una malattia ai reni. Il perito nominato dal tribunale aveva confermato tale ipotesi ed i giudici decisero così di scarcerare Amicone concedendogli i domiciliari presso la sua abitazione. Il Riesame, su richiesta del pm, aveva ribaltato la decisione ma gli avvocati fecero ricorso in Cassazione annullò la decisione e rinviato gli atti di nuovo al tribunale. Ora Amicone è di nuovo in carcere.

Il boss fu arrestato nel febbraio del 2013. Era ricercato da oltre un anno, fu rintracciato in casa di una donna di 38 anni. I carabinieri fecero irruzione in un appartamento al terzo piano in via Oasi del Sacro Cuore, dove trovarono Amicone e la proprietaria della casa, una 38enne del luogo. Al momento dell’irruzione l’uomo non oppose resistenza, lasciandosi pacificamente ammanettare. Amicone fu coinvolto già nell’operazione Lilium messa a segno dai carabinieri del Ros, dove finirono in manette 18 persone, accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata e detenzione di armi da guerra

11/12/2017

fonte:http://www.internapoli.it

OPERAZIONE NEREIDI

DIA Napoli – OPERAZIONE NEREIDI – Esecuzione o.c.c. confronti componenti femminili clan dei casalesi – fazione Zagaria – LANCIO NOTIZIA

DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA

Centro Operativo di Napoli

A conclusione di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli, basate su accertamenti patrimoniali, intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori, personale del Centro Operativo D.I.A. di Napoli e del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria sta eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal  GIP del Tribunale di Napoli nei confronti di:

– ZAGARIA Beatrice, sorella di ZAGARIA Michele, capo dell’omonima fazione del clan dei casalesi, detenuto;

– LINETTI Francesca, moglie di ZAGARIA Pasquale, fratello di Michele ed anch’egli detenuto;

– PICCOLO Tiziana, moglie di ZAGARIA Carmine, anch’egli fratello di Michele, già detenuto e attualmente sottoposto alla sorveglianza speciale;

– MARTINO Patrizia, moglie di ZAGARIA Antonio, fratello di Michele, anch’egli detenuto.

Le predette sono gravemente indiziate del delitto di ricettazione aggravata ex art. 7 L. 203/91 perchè destinatarie di risorse dell’organizzazione riservate al pagamento dello “stipendio” mensile agli affiliati.

Per ulteriori dettagli dell’operazione, nella mattinata di oggi, si prega di contattare la Segreteria del  Sig. Procuratore di Napoli.

Sono disponibili immagini presso questo Ufficio.

Segreteria del dr. Giuseppe LINARES – Capo Centro D.I.A. Napoli

Tel. 081 6020350

È morto don Riboldi, il padre della lotta alla camorra.

È morto don Riboldi, il padre della lotta alla camorra.
E’ MORTO IL PRETE ANTICAMORRA E DELLA CHIESA FUORI DALLA TENDA,IL PRETE DELLA CHIESA DI CRISTO ,IL CRISTO DEGLI ULTIMI,DEI SOFFERENTI,IL CRISTO UCCISO DAL POTERE E NON SERVO DEL POTERE. IL VESCOVO DELLA GENTE E FRA LA GENTE.IL VESCOVO RIMASTO PRETE ANCHE SE VESCOVO.CIAO,DON ANTONIO.E GRAZIE PER QUELLO CHE HAI FATTO PER TUTTI NOI E PER QUELLO CHE CI HAI DATO.RESTERAI SEMPRE NEL NOSTRO CUORE.

Il Mattino, Domenica 10 Dicembre 2017

È morto don Riboldi, il padre della lotta alla camorra

Si è spento a Stresa, dove si trovava dalla scorsa estate, monsignor Antonio Riboldi, per 21 anni vescovo di Acerra. Protagonista negli anni Novanta di numerose battaglie, in particolare della lotta alla camorra, don Riboldi, come ha sempre chiesto di essere chiamato anche dopo essere stato ordinato vescovo, aveva 94 anni. Ha segnato un pezzo di storia del Meridione, prima parroco in Sicilia, a Santa Ninfa nel Belice, fu il primo prete a scendere in piazza alla testa dei terremotati che da anni vivevano nei prefabbricati. Giunto ad Acerra, si impegnò fin da subito nella lotta contro la criminalità negli anni in cui Raffaele Cutolo era il capo incontrastato della camorra. Si deve a lui se agli inizi degli anni Ottanta nacque in provincia di Napoli, e si propagò al resto del Meridione, il movimento degli studenti contro la camorra. Dopo l’assassinio di un giovane avvocato acerrano, il vescovo prese parte a un’assemblea del liceo scientifico di Acerra nel corso della quale lanciò un appello alla mobilitazione.

Trascorsero pochi giorni e centinaia di studenti, don Riboldi alla testa, diedero vita a un’assemblea nel liceo di Ottaviano, roccaforte di Cutolo da cui partì un segnale che via via “contagiò” le scuole campane e quelle del resto d’Italia tanto da organizzare dopo qualche settimana una marcia, sempre ad Ottaviano, insieme con sindacati e altri vescovi. Ma don Riboldi non è stato solo uno dei protagonisti della lotta alla camorra: ha girato le carceri di tutta Italia per incontrare ex terroristi, per poi essere in prima linea sul fronte della battaglia per l’ambiente nella Terra dei fuochi.

Dell’ordine dei Rosminiani, il vescovo emerito non ha mai più abbandonato Acerra e dopo le dimissioni in base al diritto canonico ha continuato a vivere in quella che considerava la sua città. Grande comunicatore, don Riboldi ha continuato a far sentire la propria voce con video su Youtube. Punto di riferimento per decenni, ha girato l’Italia in lungo e in largo per prendere parte a dibattiti e iniziative, punto di riferimento per numerosi parroci.  Nel 2013 è stato pubblicato da Mondadori “Ascolta si fa sera” dove approfondisce i temi che affrontava quotidianamente nel programma Radiorai 1 “Ascolta si fa sera”.

La diocesi di Acerra, con monsignor Antonio Di Donna, ricorda ancora che don Riboldi disse “meglio ammazzato che scappato dalla camorra”, rispondendo alla mamma e al suo timore quando viveva sotto scorta. E ancora “in quel momento – dichiarò il presule in occasione dei suoi 90 anni celebrati nel 2013 nel Duomo di Acerra – “mi sono sentito veramente essere un vescovo, e ho capito cosa significava essere un prelato che deve amare la gente anche se non ricambiato, amare la Chiesa anche se non tutti ti capiscono”.

I funerali saranno celebrati nel Duomo di Acerra: «I nostri contatti erano costanti – ha ricordato il vescovo monsignore Antonio Di Donna  e fino a quando le forze hanno preferito ha celebrato spesso la Messa domenicale in Cattedrale sempre con vivo, la vita della diocesi e chiamandomi personalmente nei momenti importanti di questa Chiesa locale ».

Un vescovo di strada don Riboldi, nato a Tregrasio nel profondo Nord, ma meridionale per “amore del suo popolo” così come il titolo di quella lettera dei vescovi campani che segnò una svolta storica nel rapporto tra la chiesa e il Mezzogiorno.

I fantasmi di una guerra feudale

I fantasmi di una guerra feudale

I fantasmi di una guerra feudale

9 DICEMBRE 2017

di Davide Grittani

Nel 1964 il regista ligure Elio Piccon realizzò un film sul Paese che viveva all’ombra del boom economico, in assoluta miseria, sul pericoloso confine tra disperazione e illegalità. Quel film si chiama “L’antimiracolo” e l’anno dopo si aggiudicò la Targa Leone di San Marco alla XXVI edizione della Mostra internazionale del cinema di Venezia. In pochi sanno che fu interamente girato a Lesina e San Nicandro Garganico, e che il regista – durante le riprese – raccontò d’essere stato attratto da una «terra in cui gli esseri umani non hanno volto».
Dieci anni dopo quel film, a San Nicandro Garganico nasceva Gennaro Giovanditto.
Non è un regista. Nemmeno un attore. Non ha niente a che fare col cinema, se non il fatto d’essere figlio della generazione «senza volto» raccontata da Piccon.
A Gennaro Giovanditto la giustizia italiana attribuirebbe – a vario titolo – l’esecuzione di tredici omicidi. Tutti commessi nell’ambito di una guerra di mafia, quella “garganica” ammesso che abbia davvero un senso distinguerla dalle altre, che dura da decenni.
Non sono un cronista, non nel senso rigoroso del termine che viene riconosciuto a chi racconta la vita di una terra attraverso la morte di chi la abita. Ragione per cui non proverò ad analizzare gli aspetti cronologici e processuali delle presunte imprese malavitose contestate a Giovanditto. Mi viene chiesto di raccontare, coi miei occhi, ciò che mi arriva di questa storia, di questa guerra. E la prima cosa che non posso fare a meno di notare è che di Gennaro Giovanditto non esistono fotografie. Poca, pochissima roba, custodita gelosamente negli archivi di chi la cronaca della guerra di mafia l’ha raccontata con precisione inimitabile (penso a Giovanni Rinaldi de “La Gazzetta del Mezzogiorno”), ma poi più nulla.
Per quanto ne sanno quelli che, come me, lo cercano negli oceani del web, Gennaro Giovanditto è un uomo senza volto. Per la giustizia italiana, un killer senza volto. In confronto a lui, altri due protagonisti di questa guerra, Mario Luciano Romito (ucciso nella strage del 9 agosto 2017) e Francesco Libergolis (ucciso il 27 ottobre 2009), paiono fin troppo esposti: immagini, storie, tracce, abitudini. Fino a quando sono rimasti in vita, s’intende.
Sembrerebbe un dettaglio di natura morbosamente giornalistica, invece risponde a una precisa volontà degli interpreti di questa dottrina. Fin tanto che non se ne conoscono i volti, nessuno può dire di averli incontrati e riconosciuti (ammesso che ci sia qualcuno disposto a farlo). Fin tanto che restano al buio, nessuno può parlargli del sole. La dimensione esistenziale che si accetta è ignota ai più, quasi letteraria, pirandelliana: nessun essere umano condurrebbe la propria vita all’interno di un doppio fondo, invece per loro è condizione indispensabile per continuare a vivere senza lasciar tracce, per dettare gli eventi senza farsi travolgere, per imporre la forza senza dare l’impressione di poterlo fare. Fantasmi, categorie sfuggenti, leggendarie, tutt’altro che clandestini, semplicemente trasparenti.
Come diceva Piccon, Giovanditto non ha un volto (pubblico) per scelta. Ne ha (eccome) uno privato, che conoscono in pochi. Anche perché – così raccontano i magistrati dell’operazione Remake – chi riesce a vederlo è quasi certo che non rimanga in vita. Ed ecco un altro tema di questa guerra feudale, carica di simboli primitivi che solo l’antropologia riesce a decifrare. Alla maggior parte dei morti ammazzati è stato sparato in pieno volto, sottraendo loro i connotati, quindi la dignità della sepoltura. Una scena toccante de L’antimiracolo mostra proprio l’esibizione del dolore durante una veglia funebre, l’ostentazione dei parenti, la loro collera contro il destino, l’adorazione della faccia che stanno salutando per sempre.
Alle vittime della “mafia garganica” alle quali è stato asportato – a fucilate – il volto, viene sottratta questa dignità, viene inibito l’onore del saluto. Chi è senza volto non può essere compianto, tantomeno ricordato. «E’ difficile da spiegare, la durezza di questi posti – raccontava Piccon – si può raccontare solo attraverso la poesia barbarica che ho trovato in alcune campagne e contrade del Gargano..».
Bisognerebbe conoscerlo, il Gargano, per provare a spiegare di cosa stiamo parlando. Di quale substrato culturale sono figli questi morti, in quale torba ha vegetato l’odio alla base di questa contesa apparentemente senza etica.
A cinquant’anni dalla sua uscita, “L’antimiracolo” è stato restaurato e riconsegnato alla cinematografia italiana. In pochi continuano a sapere che è stato girato tra Lesina e San Nicandro Garganico, alcune scene nelle campagne di Monte Sant’Angelo. A mezzo secolo da quell’allarme inascoltato, le ragioni della faida che sta facendo discutere il Paese sono sempre le stesse. La terra, la roba, i frutti che assicura e quelli che promette. A poco più di quarant’anni dalla nascita di Gennaro Giovanditto, nessuno si chiede più che volto abbia. Non ha più senso, nei luoghi che a furia di ignorare le facce stanno rinunciando anche al sorriso.

 

Fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it/

Una decisione scriteriata  e dalle conseguenze gravissime.Intervenga il Ministro Orlando.

Il Mattino, Sabato 9 Dicembre 2017

«Scippo» al tribunale di Spartacus, Csm: «Si attivi il ministro Orlando»

di Marilù Musto

Caserta. In molti hanno parlato di un ulteriore «scippo» al tribunale che ha pronunciato il primo verdetto contro il clan dei Casalesi: la sentenza Spartacus I. E forse lo è. Perché nel territorio di competenza della sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere – la sezione con un pool di magistrati che si occupa di misure che limitano la libertà personale dei capiclan e possono procedere alla confisca dei beni – sono spariti i comuni di Aversa, Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa.

Questo perché il nuovo codice antimafia – che ha riorganizzato la competenza dei tribunali – ha previsto una deroga per i soli tribunali di Santa Maria e Trapani, ma lo ha fatto erroneamente, stando agli addetti ai lavori, perché l’ha calcolata tenendo contro del circondario e non della provincia. Peccato, dunque, che la maggior parte delle proposte di confisca dei beni alla criminalità organizzata provenga proprio dai quei quattro comuni dell’agro aversano, dei quali si è sempre occupato il distretto di Santa Maria. Stessa cosa per Trapani. Entrambi sono due palazzi di giustizia nevralgici nella lotta alla mafia e alla camorra perché insistono su aree che sono considerati i «feudi» di Matteo Messina Denaro e dei boss Michele Zagaria e Francesco Schiavone «Sandokan» del clan dei Casalesi. Ma ora in materia delle misure di prevenzione, strumenti chiave nel contrasto alla criminalità organizzata, i due tribunali rischiano di perdere una fetta consistente della loro competenza, l’80% dell’attuale carico di lavoro. Lo «scippo» avrebbe come conseguenza quella di intasare gli uffici giudicanti di Palermo e Napoli, «già pesantemente gravati» di lavoro.

A segnalare il problema «urgente» è il Csm che il 6 dicembre con una risoluzione ha chiesto al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, di ripristinare la competenza originaria dei due tribunali minori, non riducendola al circondario, come prevedono le nuove norme, ma mantenendola all’intera provincia.

Una scelta «necessaria per garantire un’adeguata risposta giudiziaria di contrasto alla criminalità organizzata», come sottolinea la delibera approvata in plenum all’unanimità con il voto positivo dei consiglieri campani, come quello di Francesco Cananzi (relatori i consiglieri Paola Balducci e Antonello Ardituro). Occasione dell’intervento suggerito potrebbero essere le modifiche al Codice antimafia che sono state inserite nella legge di Stabilità in risposta ai rilievi formulati dal capo dello Stato quando promulgò le nuove norme

.L’antimafia  delle chiacchiere

.L’antimafia  delle chiacchiere .Il grande Tocco che oggi dirige il Commissariato di Cassino. Ecco come con una sola frase l’allora capo della Mobile Alessandro Tocco smascherò i 4 filibustieri Bartolomeo Piccolo, Lorenzo Piccolo, Pino Fontana e Francesco Martino

Ecco come con una sola frase l’allora capo della Mobile Alessandro Tocco smascherò i 4 filibustieri Bartolomeo Piccolo, Lorenzo Piccolo, Pino Fontana e Francesco Martino

CASAPESENNA – (Gianluigi Guarino) Tanto è stato detto e tanto è stato scritto sulla grande finzione, sull’operazione di travisamento, tentata dagli imprenditori di Casapesenna che per anni si erano arricchiti diventando stramilionari grazie solo e solamente alla protezione e ai tanti imprimatur espressi dal boss Michele Zagaria.

Il giorno di Pasqua del 2012, nell’accogliente hall dell’Hotel Vanvitelli di San Marco Evangelista, fu varato il piano operativo per rifarsi la verginità perduta. Un’operazione che sembrò filare all’inizio per il verso giusto, perchè Tano Grasso abboccò. Il presidente della Federazione delle associazioni antiracket scontò l’inesperienza e l’insufficiente cognizione, sulle forme caratteriali tipiche di una certa imprenditoria casertana e, in particolare, dell’agro aversano, non conoscendo il realismo cinico, anaffettivo di chi vive solo e solamente per il soldo, che estremizza il “tipo” dell’imprenditore nostrano discriminandolo finanche da quelli siciliani, proliferati grazie alla mangiatoia di Cosa Nostra di cui Grasso aveva invece grande esperienza.

C’erano Bartolomeo Piccolo, Lorenzo Piccolo, Francesco Martino e Pino Fontana. La loro iniziativa decollò in un primo tempo perchè sembrava troppo bella agli occhi di Tano Grasso la prospettiva di poter presentare la rivolta del sistema economico produttivo al clan dei Casalesi. Non sapeva evidentemente Grasso che quelli lì non erano stati solo polli da spennare, vittime del sistema estorsivo, ma erano stati soprattutto altro, anzi, a un certo punto, erano riusciti a crescere di rango, a diventare tanto amici di Zagaria da riuscire a liberarsi dello status di strumento di finalità estorsiva, divenendo soci di fatto del boss.

Il buon Alessandro Tocco, poliziotto di grande qualità che ha vissuto in primissima linea gli anni della lotta militare al clan dei Casalesi, comandando, prima la sezione distaccata di Casal di Principe della Mobile e poi l’ufficio principale della stessa nella Questura
di Caserta, quando si presentò all’appuntamento fissato a Corso Umberto a Napoli con gli imprenditori che volevano, (dicevano loro),
denunciare tutto, gli pose, al cospetto di Tano Grasso, una domanda molto semplice. Di questo ha parlato Alessandro Tocco nel corso
della sua deposizione, erogata ai giudici del tribunale di Aversa Napoli nord nel corso del processo Medea.

Una domanda semplice in modo da sfuggire all’abbraccio soporifero ubriacante della retorica dell’anticamorrismo che d’altronde in 4
ben conoscevano visto e considerato che alcuni di loro avevano frequentato qualche convegno organizzato, a suo tempo, dalla guida storica
di questo finto movimento della legalità, e cioè Lorenzo Diana. Sapevano come si fa, insomma. Ma Tocco sapeva a sua volta che le
chiacchiere stanno a zero e che dietro alle chiacchiere di presunti campioni della legalità, si erano nascoste le peggiori collusioni
tra questi e i capi clan, come ha dichiarato a più riprese il collaboratore di giustizia Antonio Iovine detto o’ninno.

Ecco la domanda che fa sciogliere la seduta: “allora, ragazzi, siete pronti a denunciare i boss?“.

Risposta: “siamo pronti a una denuncia collettiva“.

Ma naturalmente, ragazzi della filibusta, una roba tipica dell’anticamorrismo camorrista: un bel trattato sociologico, 5 o 6 convegni per svilupparne il contenuto e per ricostruirne l’ontologia e gli imprenditori diventano puri come la neve alpina. Candidi e ripuliti dal passato. Pronti ad entrare in ogni white list di ogni prefettura d’Italia che poi era l’unico obiettivo reale che si ponevano.

E qui Tocco da il meglio di se e dice: “niente denunce collettive. Solo denunce individuali su fatti specifici.
Davanti a queste parole, la seduta naturalmente si scioglie e forse Grasso capisce che i due Piccolo, Fontana e Martino lo hanno messo in mezzo. L’elenco dei 20 imprenditori che, gemmati dai 4 della riunione del Vanvitelli, era finito sulla scrivania del pm
Catello Maresca il quale ovviamente avendo a disposizione materiale investigativo frutto di anni di lavoro, non crede a una parola
di quel proposito, con il resto divenuta storia conosciuta, impressa nelle ordinanze firmate dal 2014 in poi e con tutte le specifiche del grande imbroglio tentato scritto dettagliatamente proprio in quella denominata Medea.

 

 

QUI SOTTO IL TESTO INTEGRALE DELLO STRALCIO DELL’INTERROGATORIO DI ALESSANDRO TOCCO

09/12/2017

fonte:https://www.casertace.net

 

L’associazione Caponnetto e il problema dell’avvelenamento dei suolo

L’Associazione Caponnetto sollecita le Procure campane circa le indagini sulla Terra dei Fuochi.

di Salvatore Caccaviello

9 dicembre 2017

 

Caivano (Na) – 30 July 2012- A burning of hazardous waste and industrial. The burning of waste give off huge

🔊 Ascolta questo articolo

Mentre la popolazione campana continua a morire a causa delle più svariate forme di neoplasie, i vertici di una delle più importanti Associazioni nazionali antimafia vogliono vederci chiaro, circa le indagini relative ad anni di sversamento di rifiuti tossici lungo il territorio, tristemente ricordato come “la terra dei fuochi”, consigliando tra l’altro di seguire i traffici con il Basso Lazio.

Secondo una recente indagine parlamentare, su inquinamento ambientale, tumori, malformazioni feto-neonatali ed epigenetica in Terra dei Fuochi, finalizzata a comprendere il fenomeno ed a garantire la necessità di tutelare il diritto fondamentale alla salute di vaste popolazioni esposte a inquinanti ambientali, smaltiti illecitamente e per lunghi anni in maniera criminale, ha rilevato dati allarmanti nelle zone interessate. Lungo il territorio campano, ed in particolar modo le zone coperte dall’ Asl Na 3 Sud e quindi anche la penisola sorrentina, il tasso complessivo di mortalità oncologica,(insieme di tutti i tumori maligni) in particolare dei tumori del polmone e del fegato, è il più alto per tutti i tumori rilevati nell’area , sia in relazione al dato nazionale sia rispetto a quello del Sud Italia.Nei maschi superiore del 46 per cento mentre nelle donne superiore del 21 per cento. In particolare e stato registrato un eccesso di casi per i carcinomi della tiroide nella fascia d’età 15-19 anni. Mentre ancora più allarmanti i dati provenienti dalle zone meglio conosciute come la Terra dei fuochi. Dove secondo la relazione parlamentare stilata dal Senatore Lucio Romano (docente di ginecologia della Federico II), si continua a morire di patologie tumorali e pertanto è necessario anche riformulare il programma di screening. Di fronte a tale scenario, che ancora una volta si presenta di anno in anno sempre più critico, mentre le Autorità preposte sembrano negli ultimi tempi segnare il passo, ancora una volta si registra l’intervento dell’ Associazione nazionale contro le illegalità e le mafie, “Antonino Caponnetto”. Per la quale il traffico di rifiuti i tossici in Campania e nel Basso Lazio è stata da sempre una battaglia di primaria importanza.
Di fronte a quella che è stata definita una vera e propria strage, il Segretario nazionale, Elvio di Cesare, in questi giorni si è rivolto alle Procure di Napoli, Napoli Nord, Santa Maria Capua Vetere, Nola, Torre Annunziata ed alla Procura nazionale antimafia di Roma, affinché vengano accertati , anche secondo le indicazioni fornite dallo scomparso pentito Carmine Schiavone, i business e i legami criminali della camorra con altri territori limitrofi dai quali potrebbero provenire i rifiuti sversati nella tristemente nota Terra dei Fuochi. Con un Esposto/Denuncia , a firma dello stesso Segretario nazionale,in cui si chiede di: verificare la sussistenza dell’ipotesi di reato di cui all’art. 422 C.P. e/o575 C.P., conseguenza del reato di Disastro Ambientale Riportiamo per tanto il testo dell’esposto-denuncia.

OGGETTO: ESPOSTO – DENUNZIA. – per verifica circa la sussistenza dell’ipotesi di reato di cui
all’art.422 c.p e/o 575 c.p, conseguenza del reato di Disastro Ambientale e quant’altro ipotizzabile dai fatti sotto esposti.

  1. a) – richiesta verifica ubicazione interramenti rifiuti tossici e/o sostanze nocive ed eventualmente anche radioattivi- nel territorio della Regione Campania (Province Napoli e Caserta denominata Terra dei Fuochi, o l’Inferno di Gomorra). Una terra distrutta, inquinata, avvelenata, costretta a risucchiare rifiuti per anni e anni dalla criminalità organizzata, con la complicità di politici, imprenditori e parte delle istituzioni che avrebbero dovuto controllare, monitorare, proteggere e garantire la salute pubblica;
    2. b) richiesta di accertamento dell’identità e della posizione degli autotrasportatori indicati nei documenti desegretati che contengono le dichiarazioni di Carmine Schiavone riferiti alle Province di Caserta e Napoli nonché Latina, Frosinone (confinanti con la Campania) , e se utili alle indagini, delle altre province (Foggia e Roma);
    3. c) richiesta di acquisizione di tutte le interviste rilasciate dal citato Carmine Schiavone a giornali e televisioni nazionali e locali;
    4. d) richiesta di acquisizione di tutti i documenti desegretati forniti all’epoca alle Autorità dallo Schiavone compresi gli elenchi dei mezzi di trasporto con indicato il numero di targa e relativo intestatario;
    5. e) eventuali responsabilità dei componenti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo illegale dei rifiuti che nel 1997 sentì Carmine Schiavone e che ne segretò incomprensibilmente le dichiarazioni e la relativa documentazione, cosa che ha determinato nel tempo trascorso certamente un aggravio della problematica con ripercussioni molto gravi per la salute pubblica della popolazione coinvolta, lasciata inconsapevolmente ed incredibilmente all’esposizione degli agenti nocivi e tossici ( con aumento esponenziale di casi di tumori nell’area interessata);
    6. f) richiesta di accertamenti/approfondimenti medico legali al fine di stabilire se vi sia un nesso di causalità tra i picchi anomali di patologie tumorali che sta falcidiando moltissimi bambini e altre persone con la presenza in queste aree interessate con l’interramento di rifiuti tossici e cause di degrado ambientale connesse denunziato, dalle mamme aderenti al “Comitato vittime della Terra dei fuochi”, con estrema dignità e compostezza, manifestano la loro disperazione di fronte a quella che va assumendo le proporzioni di una vera e propria strage di bambini, colpiti da patologie tumorali che hanno una stretta correlazione con le sostanze tossiche interrate in quel territorio.

Il sottoscritto Elvio Di Cesare, nella sua qualità di Segretario Nazionale dell’Associazione per la lotta contro le illegalità e le mafie “A. Caponnetto”, espone quanto appresso: La Terra dei Fuochi è stata giustamente definita «Il più grande avvelenamento di massa di un Paese occidentale, la più grande catastrofe ambientale a ‘partecipazione pubblica’»
E certamente le dichiarazioni di Schiavone hanno confermato i tanti sospetti e l’ampiezza del fenomeno che già gravavano sullo smaltimento di rifiuti nocivi sulla direttrice nord-sud del Paese ad opera di camionisti prezzolati con ipotesi di interramenti non solo lungo il tratto autostradale ma anche interessando ampie zone coltivate, fosse, cave, fornaci, discariche e quant’altro della Campania ma interessando anche alcune zone del Basso Lazio, Molise, Puglia.
Analizzando i numeri delle targhe dei camion che, a detta di Schiavone, avrebbero trasportato i rifiuti tossici e nocivi, (forniti in copia alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e rimasti segretati per circa 20 anni – sic…..) si rileva che i proprietari erano residenti in 6 province: Roma, Latina, Frosinone, Caserta, Napoli e Foggia .
Per quanto di competenza delle Procure in indirizzo, giova sottolineare che, a quel che risulta, i proprietari dei camion non sono mai stati chiamati a chiarire la loro posizione per accertare:
– CHI, o tramite CHI, li ha arruolati;
– chi li retribuiva e se veniva rilasciata fattura;
– se c’erano degli intermediari che operavano come collegamento;
– dove essi caricavano il materiale;
– se essi erano a conoscenza del tipo di materiale che trasportavano;
– cosa trasportavano e dove scaricavano nei viaggi di andata al nord e per conto di quali aziende;
– dove dovevano scaricare in base ai documenti di viaggio al ritorno e se, invece, essi deviavano dal percorso e quindi dalla destinazione prefissata. – Elvio Di Cesare – segretario nazionale associazione nazionale contro le illegalità e le mafie ” antonino Caponnetto”. – Tale è l’ulteriore forte impegno da parte dell’Associazione Caponnetto affinché una delle più gravi ed imminenti emergenze del nostro territorio si possa finalmente avviare verso una soluzione che al momento appare molto lontana dal risolversi. – 09 novembre 2017 – salvatorecaccaviello.

.Ci hanno ucciso e moriremo in tanti.

.Ci hanno ucciso e moriremo in tanti.Una strage.Il più grande eccidio di massa della storia dell’ umanità ed i veri responsabili,quelli che sapevano,autorizzavano,facevano finta di non sapere tollerando tutto e non sono intervenuti per impedirlo,stanno oggi  comodamente seduti  in stanze dorate o a godersi   laute pensioni nelle loro ville ed abitazioni sontuose

 

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Camorra, rifiuti e Terra dei Fuochi: altro sequestro. Associazione Caponnetto: “Procure seguano traffici con Basso Lazio” : 07/12/2017 22:01

Camorra, rifiuti e Terra dei Fuochi: altro sequestro. Associazione Caponnetto: “Procure seguano traffici con Basso Lazio”

AUTORE ADMIN · 07/12/2017 22:01

Il segretario nazionale dell’associazione antimafia Caponnetto Elvio di Cesare si è rivolto alle Procure di Napoli, Napoli Nord, Santa Maria Capua Vetere, Nola, Torre Annunziata e alla Procura nazionale antimafia di Roma per chiedere di accertare i business e i legami criminali della Camorra con altri territori limitrofi dai quali potrebbero provenire i rifiuti sversati nella tristemente nota Terra dei Fuochi. Anche secondo le indicazioni fornite dallo scomparso pentito Carmine Schiavone. Riportiamo il testo dell’esposto-denuncia

OGGETTO: ESPOSTO – DENUNZIA. – per verifica circa la sussistenza dell’ipotesi di reato di cui
all’art.422 c.p e/o 575 c.p, conseguenza del reato di Disastro Ambientale e quant’altro ipotizzabile dai fatti sotto esposti.

  1. a) – richiesta verifica ubicazione interramenti rifiuti tossici e/o sostanze nocive ed eventualmente anche radioattivi- nel territorio della Regione Campania (Province Napoli e Caserta denominata Terra dei Fuochi, o l’Inferno di Gomorra). Una terra distrutta, inquinata, avvelenata, costretta a risucchiare rifiuti per anni e anni dalla criminalità organizzata, con la complicità di politici, imprenditori e parte delle istituzioni che avrebbero dovuto controllare, monitorare, proteggere e garantire la salute pubblica;
    2. b) richiesta di accertamento dell’identità e della posizione degli autotrasportatori indicati nei documenti desegretati che contengono le dichiarazioni di Carmine Schiavone riferiti  alle Province di Caserta e Napoli nonché Latina, Frosinone (confinanti con la Campania) , e se utili alle indagini, delle altre province (Foggia e Roma);
    3. c) richiesta di acquisizione di tutte le interviste rilasciate dal citato Carmine Schiavone a giornali e televisioni nazionali e locali;
    4. d) richiesta di acquisizione di tutti i documenti desegretati forniti all’epoca alle Autorità dallo Schiavone compresi gli elenchi dei mezzi di trasporto con indicato il numero di targa e relativo intestatario;
    5. e) eventuali responsabilità dei componenti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo illegale dei rifiuti che nel 1997 sentì Carmine Schiavone e che ne segretò incomprensibilmente le dichiarazioni e la relativa documentazione, cosa che ha determinato nel tempo trascorso certamente un aggravio della problematica con ripercussioni molto gravi per la salute pubblica della popolazione coinvolta, lasciata inconsapevolmente ed incredibilmente all’esposizione degli agenti nocivi e tossici ( con aumento esponenziale di casi di tumori nell’area interessata);
    6. f) richiesta di accertamenti/approfondimenti medico legali al fine di stabilire se vi sia un nesso di causalità tra i picchi anomali di patologie tumorali che sta falcidiando moltissimi bambini e altre persone con la presenza in queste aree interessate con l’interramento di rifiuti tossici e cause di degrado ambientale connesse denunziato, dalle mamme aderenti al “Comitato vittime della Terra dei fuochi”, con estrema dignità e compostezza, manifestano la loro disperazione di fronte a quella che va assumendo le proporzioni di una vera e propria strage di bambini, colpiti da patologie tumorali che hanno una stretta correlazione con le sostanze tossiche interrate in quel territorio.

Elvio di Cesare

Il sottoscritto Elvio Di Cesare, nella sua qualità di Segretario Nazionale dell’Associazione per la lotta contro le illegalità e le mafie “A. Caponnetto”, espone quanto appresso: La Terra dei Fuochi è stata giustamente definita «Il più grande avvelenamento di massa di un Paese occidentale, la più grande catastrofe ambientale a ‘partecipazione pubblica’»

E certamente le dichiarazioni di Schiavone hanno confermato i tanti sospetti e l’ampiezza del fenomeno che già gravavano sullo smaltimento di rifiuti nocivi sulla direttrice nord-sud del Paese ad opera di camionisti prezzolati con ipotesi di interramenti non solo lungo il tratto autostradale ma anche interessando ampie zone coltivate, fosse, cave, fornaci, discariche e quant’altro della Campania ma interessando anche alcune zone del Basso Lazio, Molise, Puglia.

Analizzando i numeri delle targhe dei camion che, a detta di Schiavone, avrebbero trasportato i rifiuti tossici e nocivi, (forniti in copia alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e rimasti segretati per circa 20 anni – sic…..) si rileva che i proprietari erano residenti in 6 province: Roma, Latina, Frosinone, Caserta, Napoli e Foggia .

Per quanto di competenza delle Procure in indirizzo, giova sottolineare che, a quel che risulta, i proprietari dei camion non sono mai stati chiamati a chiarire la loro posizione per accertare:
– CHI, o tramite CHI, li ha arruolati;
– chi li retribuiva e se veniva rilasciata fattura;
– se c’erano degli intermediari che operavano come collegamento;
– dove essi caricavano il materiale;
– se essi erano a conoscenza del tipo di materiale che trasportavano;
cosa trasportavano e dove scaricavano nei viaggi di andata al nord e per conto di quali aziende;
dove dovevano scaricare in base ai documenti di viaggio al ritorno e se, invece, essi deviavano dal percorso e quindi dalla destinazione prefissata.

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