mafia

A PARLARE DI PREFETTI E DI SERVITORI O NON SERVITORI DELLO STATO.

LETTERA APERTA.

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, AL MINISTRO DELL’INTERNO, AL MINISTRO DELLA FUNZIONE PUBBLICA,  AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA E AL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA.

l comandante dei carabinieri arrestato per mafia, il parroco che aiutava i killer. 27 ‘ndrine e 10 logge massoniche. Benvenuti nella città più mafiosa d’Italia

Vibo, 180.000 abitanti, cinquanta comuni, 27 ‘ndrine della ’Ndrangheta censite, 10 logge massoniche distribuite in provincia, due comuni sciolti per mafia e oggi commissariati, tre commissioni d’accesso in altrettanti comuni. Un presidente della Provincia nei guai, imputato di corruzione elettorale con l’aggravante di mafia. Provincia e comune di Vibo in dissesto finanziario. E ancora: un comandante di una stazione dei carabinieri (del comune di Sant’Onofrio) arrestato per mafia. Un parroco che passava ai killer informazioni sugli obiettivi da eliminare. E la questura di Vibo decapitata per sospetti e collusioni con la mafia. E poi avvocati e magistrati finiti nei guai

di Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta

Per favore accendete i riflettori su Vibo Valentia, una città a una decina di chilometri da Lamezia Terme, nel centro della Calabria. Una perla la sua Capo Vaticano, con il mare mozzafiato. E poi Pizzo e Tropea, le spiagge, i fondali, le cipolle e i “fruttini”. E l’amaro del Capo e il tonno dei Callipo.

Dimenticate tutto questo. Non capireste nulla di Vibo, della Ndrangheta e della terra dei senza speranza. Quello che da fuori appare sotto una certa luce in realtà è un’altra cosa. È contaminata, collusa. A qualcuno, questa terra ricorda la Palermo degli anni Ottanta. Può essere. A me il vibonese sembra terra di nessuno, anzi una Repubblica indipendente della Ndrangheta.

Sapete che nella storia della Calabria e della Ndrangheta vi è stata nel dopoguerra una Repubblica indipendente della Ndrangheta a Caulonia, nella Locride, durata pochi giorni, con il sindaco comunista e ndranghetista?. E dunque siate forti e non stupitevi (semmai indignatevi) per quello che succede in questa terra. Non meravigliatevi se all’inizio del nuovo millennio, con la scoperta della Ndrangheta che si è infiltrata persino nella corona dei comuni che circondano la grande Milano, torniamo nella terra dove è nata e vive la Ndrangheta.

Per la verità fino agli anni Ottanta era consolidata l’idea che la Ndrangheta fosse radicata solo nella provincia di Reggio, nella Locride, nella Piana di Gioia Tauro e a Reggio città. Fu solo dopo che si è scoperto che la Ndrangheta c’era sempre stata anche nella Calabria del Nord, Crotone, Vibo, Lamezia, persino Cosenza.

Ebbene qui a Vibo è accaduto qualcosa che se fosse successo a Palermo anche nel 1990 sarebbe caduto il governo. Ci sarebbe stata la sollevazione popolare. Del resto non fu il procuratore di Milano Borrelli a gridare “resistere, resistere, resistere”, all’apertura dell’anno giudiziario si tempi di Mani Pulite? Questo per dire che il protagonismo di una società civile forte si sarebbe mobilitata, non avrebbe permesso che il pool di Mani pulite fosse neutralizzato.

Oggi, quella magistratura che ha fatto la storia nel bene e nel male è solo un ricordo del passato. Ed è un bene che chi teorizzava un ruolo salvifico dei magistrati impegnati a farsi carico del rispetto della legalità e della eticità della nazione, oggi sia stato sconfitto. Però dal fare politica dei magistrati al nulla ce ne passa.

Solo alcuni numeri per avere elementi su cui ragionare. Vibo, 180.000 abitanti, cinquanta comuni, 27 ‘ndrine della ’Ndrangheta censite, 10 logge massoniche distribuite in provincia, due comuni sciolti per mafia e oggi commissariati, tre commissioni d’accesso in altrettanti comuni. Un presidente della Provincia nei guai, imputato di corruzione elettorale con l’aggravante di mafia. Provincia e comune di Vibo in dissesto finanziario.

E ancora: un comandante di una stazione dei carabinieri (del comune di Sant’Onofrio) arrestato per mafia. Un parroco che passava ai killer informazioni sugli obiettivi da eliminare. E la questura di Vibo decapitata per sospetti e collusioni con la mafia. E poi avvocati e magistrati finiti nei guai.

Come se non bastasse, la Ndrangheta dal 2015 gestiva centri di accoglienza per 650 richiedenti asilo fino a quando non è arrivato un prefetto, un eccellente ex “sbirro”, Guido Longo, che ha deciso che non è possibile che nella provincia di Vibo Valentia lo Stato italiano sia un ospite. Insomma, ha deciso di ripristinare il funzionamento delle istituzioni italiane.
Mettiamo dunque il caso che a Palermo un tribunale decida di assolvere Totò Riina imputato di associazione mafiosa. Secondo voi quali saranno le conseguenze? Un terremoto politico e un moto di indignazione?

Addirittura il governo potrebbe essere costretto alle dimissioni? L’ondata di stupore si potrebbe propagare anche all’estero? Domande legittime, e se questo pericolo paventato in realtà è accaduto a Vibo Valentia? Qualcuno se ne è accorto? I giornali e i canali televisivi ne hanno parlato? Nessuno. Nessuno si è indignato perché Giovanni, Antonio, Pantalone e Giuseppe Mancuso sono stati assolti dall’accusa di associazione mafiosa. Ora che i Mancuso siano mafiosi, che la ’ndrina di Limbadi sia tra le più potenti della Ndrangheta è cosa notissima. Davvero è come parlare di Lo Piccolo o Riina per Cosa Nostra.

Eppure questa assoluzione è passata vergognosamente sotto silenzio. Il collegio giudicante era composto da tre giovanissime magistrate arrivate a Vibo nel 2014, prima sede assegnata. E il processo «Black money» era atteso, importante. Ma il presidente del Tribunale, Filardo, ha deciso di affidare il giudizio alle tre giovani magistrate e tenersi invece per sé una costola dello stesso processo che vedeva imputati per concorso esterno alla Ndrangheta due funzionari della questura di Vibo, tra cui l’ex capo della Mobile, e un avvocato.

Perché fosse vissuto dai vibonesi come un “non processo”, il presidente del Tribunale ha deciso di far svolgere le udienze nell’aula bunker (e l’esame di uno degli imputati si è tenuto inspiegabilmente a porte chiuse) provocando non pochi problemi nella gestione dei calendari delle udienze dei processi.

Ora il Csm è stato costretto ad accendere i riflettori sul funzionamento del Tribunale di Vibo Valentia. Era ora.

31 dicembre 2017

Ai vertici dell’antimafia un condannato per la “macelleria messicana” alla scuola Diaz

Il Fatto Quotidiano, 24 Dicembre 2017

Ai vertici dell’antimafia un condannato per la “macelleria messicana” alla scuola Diaz

Gilberto Caldarozzi, 3 anni e 8 mesi per i falsi del G8, è il numero 2 della Dia. Per i giudici ha “gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”

di MARCO PREVE

Più che la rabbia della vittima c’è il senso di sconfitta del cittadino di fronte al Potere, negli occhi di uno degli ex ragazzi che nel luglio del 2001 attraversarono le notti della macelleria messicana della Diaz e del carcere cileno di Bolzaneto.

Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso, ovvero per aver partecipato alla creazione di false prove finalizzate ad accusare ingiustamente chi venne pestato senza pietà da agenti rimasti impuniti, è oggi il numero 2 – Vice direttore tecnico operativo- della Direzione Investigativa Antimafia, ovvero il fiore all’occhiello delle forze investigative italiane, la struttura alla quale è affidata la lotta al cancro criminale.

La nomina, decisa dal ministro dell’Interno Marco Minniti, passata quasi in sordina ed ignorata dalla politica, risale a poche settimane fa.

Se ne sono accorti, quasi casualmente nei giorni scorsi i reduci del Comitato Verità e Giustizia per Genova, un gruppo formato da ex arrestati della Diaz e di Bolzaneto e dai loro famigliari.

Molti dei ragazzi tedeschi, vittime della polizia nel luglio 2001 – racconta un membro del Comitato – spiegano di avere provato paura quando, ritornati in Italia per i processi o per le vacanze hanno incontrato agenti in divisa. Mi chiedo come si possa dire a queste persone che l’Italia è cambiata se uno dei massimi dirigenti del nostro apparato di sicurezza è oggi proprio colui che ieri fece di tutto per accusarli ingiustamente e coprì gli autori materiali dei pestaggi e delle torture”.

Caldarozzi, ex capo dello Sco, la Sezione criminalità organizzata, considerato un “cacciatore di mafiosi”, per la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è invece uno dei responsabili dei comportamenti di quella notte del 2001 e dei successivi comportamenti degli apparati di Stato, che sono valsi al nostro paese due condanne per violazione alle norme sulla tortura. Scrissero i giudici della Cassazione per Caldarozzi e gli altri condannati: “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Non esattamente una medaglia da inserire nel proprio curriculum.

D’altra parte, a luglio di quest’anno sono scaduti i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e i dirigenti condannati per la Diaz che non erano andati in pensione sono rientrati in polizia.
In un intervento sulle sentenze della Cedu, pubblicato sul sito Questione Giustizia di Magistratura Democratica, il pm del processo Diaz Enrico Zucca affronta il caso Caldarozzi: “L’ultimo dei rientri, che si fa fatica a conciliare con quanto espresso nei confronti del condannato in sede di giudizio di Cassazione, è quello che riguarda l’attuale vice-capo della Dia, che vanta così nel suo curriculum il  “trascurabile”  episodio  della  scuola  Diaz”.

Il capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli, in un’intervista a Repubblica dell’estate ha voluto finalmente affrontare il tema G8 senza tabù, dichiarando che lui al posto di “Gianni De Gennaro (allora capo della polizia oggi presidente di Finmeccanica, ndr) si sarebbe dimesso”. A quanto si sa, i funzionari rientrati in polizia sarebbero stati destinati a ruoli non di primo piano. Ma Caldarozzi è sfuggito a questa logica. Essendo la Dia una struttura che dipende direttamente dal Ministero, per lui, che vanta con Minniti e con il gruppo De Gennaro un’antica amicizia, si sono spalancate le porte dei piani alti.


Il suo esilio, per altro non è stato quello di un appestato. Gli anni di interdizione li ha trascorsi lavorando come consulente della sicurezza per le banche e poi come consulente per la Finmeccanica dell’ex capo De Gennaro. Si parlò anche di  “collaborazioni” con il Sisde, i servizi segreti, proprio come, sempre a stare alle voci, si racconta intrattenga oggi il anche pensionato Franco Gratteri, ex capo della Direzione centrale anticrimine, il più alto in grado fra i condannati della Diaz.


Nonostante l’Italia, tra molte contestazioni e distinguo, si sia dotata da qualche mese di una legge sulla tortura, sembra essere completamente inevaso uno degli aspetti più volte ricordati dai giudici europei. Quello che riguarda non gli autori materiali delle torture bensì tutta la scala gerarchica e i regolamenti interni che non provvedono a isolare i torturatori e chi li ha coperti nelle fase preliminare delle indagini, e che poi non provvede, se non a radiarli, perlomeno a bloccare le progressioni di carriera, o in estremo subordine ad assegnarli ad incarichi non operativi. Diciassette anni dopo aver disonorato – lo dicono, per sempre, i giudici della Cassazione, anche se molti poliziotti e altrettanti politici non hanno mai accettato questa sentenza – la polizia italiana, Gilberto Caldarozzi viene premiato con una delle poltrone più importanti della lotta al crimine. La “macelleria messicana” è stata archiviata dallo Stato.

ALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO IL PRESTIGIOSO   PREMIO “ PER SEMPRE SCUGNIZZI 2018 “

MI E’ STATO ANNUNCIATO CHE OGGI VENERDI 22 DICEMBRE RISULTO FRA COLORO AI QUALI VERRA’ CONFERITO IL PRESTIGIOSO PREMIO “PER SEMPRE SCUGNIZZI 2018 “.
E’ LA SECONDA VOLTA CHE NELLA DA ME TANTO AMATA NAPOLI MI VIENE CONFERITO UN PREMIO PER IL MIO IMPEGNO SOCIALE.
LA PRIMA VOLTA HO RITENUTO DI GIRARLO AD UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA – E TRAMITE LUI A TUTTI I TESTIMONI DI GIUSTIZIA D’ITALIA -.SALVATORE BARBAGALLO, PRESENTE ALLA CERIMONIA,OGGI FARO’ ALTRETTANTO GIRANDOLO A TUTTI QUEGLI AMICI ED AMICHE CHE,CON MILLE SACRIFICI PERSONALI E DELLE LORO FAMIGLIE ,CAMPANI E DI TUTTA ITALIA,SI SONO ESPOSTI CON L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO AL PUNTO ,COME IL NOSTRO INDIMENTICABILE E CARISSIMO BENITO DI FAZIO DI SPERLONGA IN PROVINCIA DI LATINA,DA RIMETTERCI ANCHE LA VITA,PER DIFENDERE I VALORI DEMOCRATICI,LA LEGALITA’ E LA GIUSTIZIA.
RINGRAZIO,COMMOSSO, TUTTI GLI ORGANIZZATORI PER L’ALTISSIMO ONORE CONCESSOCI E ,TRAMITE ESSI,L’AMATISSIMA CITTA’ DI NAPOLI E TUTTA LA POPOLAZIONE PERBENE DELLA CAMPANIA.

ELVIO DI CESARE

SEGR.ASS.A.CAPONNETTO

L’INIZIATIVA
Premio Per Sempre Scugnizzi 2018: tra i premiati Cannavaro ed il maresciallo di Giugliano Giuseppe Febbraio
di REDAZIONE

NAPOLI. Terza edizione del Premio Per Sempre Scugnizzi. Venerdì 22 dicembre nella prestigiosa location dell’Antisala dei Baroni, il tradizione appuntamento organizzato dal sito persemprenapoli.it che va a premiare quelle personalità, napoletane o meno che siano di nascita, che hanno dato lustro alla città.
Negli anni scorsi sono stati premiati, nel 2015: per la Divulgazione a Francesco Pinto; per l’Impegno Sociale a Raffaele Felaco, Massimo Costa e Gianni Barone; per il teatro a Gino Rivieccio; per il Turismo ad Alberto Ramaglia; per l’informazione a Pietro Mosca e Fabio Postiglione; per lo sport a Jarbas Faustinho Cané; per il Cabaret a Salvatore Gisonna e Michele Caputo; per l’Imprenditoria a Salvio Zungri.
L’anno scorso i premiati sono stati: Premio Speciale a Giuseppe Di Marzo ; per la Cultura a Italo Cernia Raimondo Pasquino; per la Medicina a Gino Svanera e Antonio d’Amore; per l’impegno Sociale a Giandomenico Lepore, Padre Luigi Merola e Alfonso D’Avino; per l’Imprenditoria a Giuliano Russo; per la musica a Guido Lembo; per lo spettacolo a Peppe Iodice; per il giornalismo a Elisabetta Donadono, Salvatore Biazzo e Gianfranco Coppola; per lo Sport a Cosimo Sibilia. Ciro Borriello e Giuseppe Bruscolotti; alla memoria di Pasquale D’Angelo. Quest’annno il riconoscimento per l impegno civile al sindaco di Napoli, Luigi De Magistris; a sua Eccellenza il Prefetto di Napoli Carmela Pagano; al questore di Napoli Antonio De Iesu, al Comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Ubaldo Del Monaco; per l’Impegno Sociale al segretario dell’Associazione

Caponnetto Elvio Di Cesare; al fondatore dell’Associazione Carabinieri di Giugliano, il maresciallo Giuseppe Febbraio; per la medicina al dr Ciro Mauro e al dr Vincenzo Rosciano; per la cultura a Nicola Manna; per il giornalismo al presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna; per la Comunicazione a Walter De Maggio; per l’imprenditoria a Fabio Telese e Vincenzo Cafarelli; per la Gastronomia a Giuseppe Vesi; per la televisione a Pasquale Turco; per lo spettacolo a Giacomo Rizzo e Monica Sarnelli; per il Management a Giovanni Albano; per lo sport a Imma Cerasuolo e Fabio Cannavaro.

 

ALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO IL PRESTIGIOSO   PREMIO “ PER SEMPRE SCUGNIZZI 2018 “

 

 

 

OGGI A NAPOLI

MI E’ STATO ANNUNCIATO CHE OGGI VENERDI 22 DICEMBRE RISULTO FRA COLORO AI QUALI VERRA’ CONFERITO IL PRESTIGIOSO PREMIO “PER SEMPRE SCUGNIZZI 2018 “.
E’ LA SECONDA VOLTA CHE NELLA DA ME TANTO AMATA NAPOLI MI VIENE CONFERITO UN PREMIO PER IL MIO IMPEGNO SOCIALE.
LA PRIMA VOLTA HO RITENUTO DI GIRARLO AD UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA – E TRAMITE LUI A TUTTI I TESTIMONI DI GIUSTIZIA D’ITALIA -.SALVATORE BARBAGALLO, PRESENTE ALLA CERIMONIA,OGGI FARO’ ALTRETTANTO GIRANDOLO A TUTTI QUEGLI AMICI ED AMICHE CHE,CON MILLE SACRIFICI PERSONALI E DELLE LORO FAMIGLIE ,CAMPANI E DI TUTTA ITALIA,SI SONO ESPOSTI CON L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO AL PUNTO ,COME IL NOSTRO INDIMENTICABILE E CARISSIMO BENITO DI FAZIO DI SPERLONGA IN PROVINCIA DI LATINA,DA RIMETTERCI ANCHE LA VITA,PER DIFENDERE I VALORI DEMOCRATICI,LA LEGALITA’ E LA GIUSTIZIA.
RINGRAZIO,COMMOSSO, TUTTI GLI ORGANIZZATORI PER L’ALTISSIMO ONORE CONCESSOCI E ,TRAMITE ESSI,L’AMATISSIMA CITTA’ DI NAPOLI E TUTTA LA POPOLAZIONE PERBENE DELLA CAMPANIA.

ELVIO DI CESARE

SEGR.ASS.A.CAPONNETTO

L’INIZIATIVA
Premio Per Sempre Scugnizzi 2018: tra i premiati Cannavaro ed il maresciallo di Giugliano Giuseppe Febbraio
di REDAZIONE

NAPOLI. Terza edizione del Premio Per Sempre Scugnizzi. Venerdì 22 dicembre nella prestigiosa location dell’Antisala dei Baroni, il tradizione appuntamento organizzato dal sito persemprenapoli.it che va a premiare quelle personalità, napoletane o meno che siano di nascita, che hanno dato lustro alla città.
Negli anni scorsi sono stati premiati, nel 2015: per la Divulgazione a Francesco Pinto; per l’Impegno Sociale a Raffaele Felaco, Massimo Costa e Gianni Barone; per il teatro a Gino Rivieccio; per il Turismo ad Alberto Ramaglia; per l’informazione a Pietro Mosca e Fabio Postiglione; per lo sport a Jarbas Faustinho Cané; per il Cabaret a Salvatore Gisonna e Michele Caputo; per l’Imprenditoria a Salvio Zungri.
L’anno scorso i premiati sono stati: Premio Speciale a Giuseppe Di Marzo ; per la Cultura a Italo Cernia Raimondo Pasquino; per la Medicina a Gino Svanera e Antonio d’Amore; per l’impegno Sociale a Giandomenico Lepore, Padre Luigi Merola e Alfonso D’Avino; per l’Imprenditoria a Giuliano Russo; per la musica a Guido Lembo; per lo spettacolo a Peppe Iodice; per il giornalismo a Elisabetta Donadono, Salvatore Biazzo e Gianfranco Coppola; per lo Sport a Cosimo Sibilia. Ciro Borriello e Giuseppe Bruscolotti; alla memoria di Pasquale D’Angelo. Quest’annno il riconoscimento per l impegno civile al sindaco di Napoli, Luigi De Magistris; a sua Eccellenza il Prefetto di Napoli Carmela Pagano; al questore di Napoli Antonio De Iesu, al Comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Ubaldo Del Monaco; per l’Impegno Sociale al segretario dell’Associazione

Caponnetto Elvio Di Cesare; al fondatore dell’Associazione Carabinieri di Giugliano, il maresciallo Giuseppe Febbraio; per la medicina al dr Ciro Mauro e al dr Vincenzo Rosciano; per la cultura a Nicola Manna; per il giornalismo al presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna; per la Comunicazione a Walter De Maggio; per l’imprenditoria a Fabio Telese e Vincenzo Cafarelli; per la Gastronomia a Giuseppe Vesi; per la televisione a Pasquale Turco; per lo spettacolo a Giacomo Rizzo e Monica Sarnelli; per il Management a Giovanni Albano; per lo sport a Imma Cerasuolo e Fabio Cannavaro.

 

Falcone, Mannoia e l’appunto su Berlusconi, parla l’autore dei verbali

Falcone, Mannoia e l’appunto su Berlusconi, parla l’autore dei verbali

Falcone, Mannoia e l’appunto su Berlusconi, parla l’autore dei verbali

L’ex ispettore Ortolan: “Il pentito disse: Andate a vedere Berlusconi come ha fatto i soldi”

19 Dicembre 2017

di Aaron Pettinari

“Il pentito Francesco Marino Mannoia mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”. A raccontarlo è Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta del pentito Mannoia e poi, nel 2006, componente della squadra che arrestò il boss Bernardo Provenzano. E’ un testimone oculare degli interrogatori che Giovanni Falcone tenne con il collaboratore di giustizia. Il giornalista di La Repubblica, Salvo Palazzolo, lo ha raggiunto dopo il ritrovamento da parte di uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, dell’appunto di un foglio di block notes all’interno dell’ufficio-museo al Tribunale di Palermo. Un documento in cui è scritto “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Nomi che compariranno anche nell’inchiesta che ha portato alla condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

Oggi Ortolan, che si era anche occupato della protezione di Mannoia e che scrisse diversi verbali degli interrogatori, racconta: “Fu il pentito Francesco Marino Mannoia a parlare di Berlusconi al dottore Falcone, che chiedeva di grosse estorsioni, di imprenditori che pagavano. Eravamo alla fine del 1989. Mi sembra di ricordare che quel giorno Mannoia faceva riferimento a soldi pagati da Berlusconi per proteggere i ripetitori tv in Sicilia. Il pentito parlò e il giudice prese un appunto su un foglio”.

Secondo il racconto del testimone quando Mannoia parlò del Cavaliere di Arcore Falcone chiese: “Di quello che lei mi sta raccontando c’è la possibilità di trovare il riscontro?” Mannoia si mise a ridere e commentò: “Dottore, Cosa nostra non è come un’assemblea di condominio, che per ogni cosa si fa un verbale. Falcone prese nota su un foglio, ma non verbalizzò”. Il poliziotto spiega anche il motivo di quell’azione: “Il giudice prendeva sempre appunti prima di dettare ciò che dovevo scrivere. Voleva essere sicuro che ogni dichiarazione del pentito si potesse provare attraverso i necessari riscontri che poi il nostro nucleo doveva cercare. Falcone era ossessionato dai riscontri, diceva: Altrimenti, fanno passare per matto me e pure il collaboratore”. Negli anni successivi il pentito non parlò più di Berlusconi, neanche quando testimoniò al processo Dell’Utri. E quelle parole stavano per essere dimenticate finché non è riemerso l’appunto tra i verbali degli interrogatori conservati al “bunkerino”.

Quando ho saputo del foglio ritrovato mi sono stupito – commenta Ortolan – non pensavo che fosse ancora in giro. Anche perché, spesso, Falcone strappava i promemoria. Invece, le parole su Berlusconi mai verbalizzate sono rimaste nel suo ufficio di Palermo. Lo dimenticò, quell’appunto? O, forse, volle lasciarlo a futura memoria?”. Domande che sembrano essere destinate a restare senza risposta. L’ex investigatore rimase comunque incuriosito da quanto detto da Mannoia, tanto che chiese ulteriori informazioni: “Mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”.

fonte:http://www.antimafiaduemila.com

Il pm Cesare Sirignano domani a Teleprima.

Il pm Cesare Sirignano domani a Teleprima. L’esperienza di tante battaglie vinte contro la camorra insieme ai due ‘maestri’ Roberti e Cafiero de Raho. L’ANTIMAFIA SUL CAMPO DI BATTAGLIA E NON DELLE CHIACCHIERE

Il pm Cesare Sirignano domani a Teleprima. L’esperienza di tante battaglie vinte contro la camorra insieme ai due ‘maestri’ Roberti e Cafiero de Raho

CASERTA – [g.g.] Un’intervista interessante e ricca di spunti quella che la giornalista Annamaria Iodice ha fatto al pubblico ministero Cesare Sirignano, per anni magistrato inquirente alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, da qualche tempo in servizio presso la Direzione Nazionale Antimafia dove ha ritrovato dopo un pò di anni, Federico Cafiero de Raho che alla guida della procura nazionale ha sostituito Franco Roberti, andato in pensione dopo una carriera che ha vissuto uno dei momenti significativi ed esaltanti proprio al timone della dda partenopea.

Una staffetta, quella tra Roberti e Cafiero de Raho, che si è ripetuta nell’organismo di coordinamento di tutte le attività di indagine sulla criminalità organizzata condotte nei vari distretti giudiziari italiani. Su quella poltrona, che fu occupata la prima volta da Antonino Caponnetto, maestro e guida materiale e morale di Falcone e Borsellino, sono andati, non a caso, i due magistrati che hanno guidato la lotta durissima contro il clan dei Casalesi, riuscendo a disarticolare sia la sua componente militare, sia l’enorme struttura patrimoniale ed economica, costruita dai boss in decenni di attività criminali, unite ad una abile capacità di investimento finanziario e di mimesi di quello che è stato un vero e proprio fiume di danaro, affluito nelle casse di Casal di Principe, San Cipriano e Casapesenna.

Cesare Sirignano dunque è un sicuro custode di queste esperienze investigative divenute oggi punto di riferimento di una lotta alla criminalità organizzata che la procura nazionale antimafia allarga in funzione dei tempi nuovi, delle sfide mortali del terrorismo internazionale e di tante altre manifestazioni legate all’immigrazione clandestina rispetto alle quali occorre tenere altissima la guardia per evitare lutti e tragedie in un Occidente sempre più vulnerabile e che ha la necessità di coordinare il lavoro delle sue polizie e dei suoi organismi di direzione inquirente.

Di questo e di altro Cesare Sirignano ha parlato a Teleprima, che è riuscita dunque a fare un colpo giornalistico non da poco, a conferma dell’impegno sostanzioso e visibile che l’emittente di Nicola Turco intende profondere per la testimonianza dei valori di una legalità che non può essere fatta solo di parole ma deve articolarsi in una relazione stabile di conoscenza e di solidarietà con chi la lotta alle mafie l’ha fatta e continua a condurla quotidianamente sul campo di battaglia.

 

19 Dicembre 2017

fonte:https://www.casertace.net

 

«Così funzionava la bisca clandestina di Zagaria, 300mila euro di guadagni ogni anno»

«Così funzionava la bisca clandestina di Zagaria, 300mila euro di guadagni ogni anno»

di REDAZIONE

CASERTA. Il pentito Generoso Restina documenta una serie di regali fatti dallo zio alle nipoti di Zagaria, in particolare riguardo la bisca clandestina «Ogni annio Luigi Diana veniva incaricato da Michele Zagaria di organizzare una bisca clandestina insieme al cognato, Raffaele Capaldo. Con questa operazione la famiglia Zagaria guadagnava, a dire di Michele circa 300 milioni prima del 2001 e trecento mila euro all’anno dopo l’entrata in vigore dell’euro». Così l’ex boss ora pentito Antonio Iovine in un verbale redatto dai magistrati Maurizio Giordano e Alessandro D’Alessio. «Michele Zagaria, alla mia richiesta di convogliare il denaro dei guadagni della bisca nella cassa del clan si oppose, dicendo che si trattava di una promessa che aveva fatto a sua sorella Beatrice a mo’ di ristoro di tutti i problemi che stava attraversando a causa delle inchieste giudiziarie»

14/12/2017

fonte:http://www.internapoli.it

 

Sgominate piazze di spaccio tra Napoli e Salerno: otto arresti

 

I carabinieri di Poggiomarino hanno dato esecuzione a cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip di Torre Annunziata su richiesta della locale Procura e a tre misure del collocamento in comunità emesse dal Gip per i minorenni di Napoli nei confronti di otto soggetti di Poggiomarino, Boscoreale, Scafati e Sarno ritenuti responsabili di spaccio.

Le indagini dei militari dell’Arma prendono le mosse a novembre 2016 quando, grazie al sistema di videosorveglianza comunale, notano una serie di cessioni di stupefacente da parte degli indagati. L’attività, supportata anche dai diversi riscontri, ha quindi permesso di accertare molteplici episodi di spaccio e l’esistenza diverse “cellule” di spacciatori attive nel territorio di Poggiomarino: i soggetti, ognuno con il proprio ruolo, trattavano con i grossisti per approvvigionarsi, dividevano la sostanza in dosi e la immettevano nelle loro piazze di spaccio.

Oltre al reato di spaccio, a due grossisti di Poggiomarino è stata contestata anche l’estorsione ai danni di alcuni pusher, minacciati per costringerli alla corresponsione del prezzo della droga fornita. Sequestrati, durante l’attività di indagine, circa 1,2 chili di stupefacente.

La ‘ndrangheta nella curva dello Juventus Stadium

La ‘ndrangheta nella curva dello Juventus Stadium

L’allarme confermato da una relazione della Commissione parlamentare antimafia. «Società né consapevole né vittima. Ma ha sottovalutato il rischio»

 

15 dicembre 2017

 

ROMA A Torino la ‘ndrangheta «si è inserita come intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultrà della Juventus», e, al di là degli esiti dei processi, «emerge un quadro molto preoccupante di infiltrazione ‘ndranghetista nei gruppi di tifosi organizzati della Juve, che deve suonare come qualcosa di più di un campanello di allarme non solo per la società torinese ma anche per tutte le altre squadre e per i rappresentanti delle istituzioni del calcio». In 99 pagine il “Comitato Mafia e manifestazioni sportive” della Commissione parlamentare antimafia, presieduto da Marco Di Lello Pd, ha illustrato, con la presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, i risultati del lavoro che ha visto l’audizione di 37 soggetti. L’incapacità di riconoscere le modalità dell’agire mafioso, sempre meno violente e sempre più mimetizzate nelle migliori realtà civili ed economiche – aggiunge l’Antimafia – non è un’eccezione ma rappresenta oggi il più diffuso fattore di debolezza di moltissimi soggetti politici, amministrativi e imprenditoriali, soprattutto al di fuori delle regioni di tradizionale insediamento delle mafie». Da parte dei dirigenti della Juve, ha detto Bindi, «non c’è stata una complicità consapevole ma la società non è stata neppure vittima. C’è stata una sottovalutazione del rischio, ma questo è un fattore comune a molte società calcistiche» anche perché il calcio «non è un settore immune dalla mafia, proprio per la sua capacità di creare consenso». «Servirebbero più responsabilità e più consapevolezza. Quando la consapevolezza è maturata – ha aggiunto Bindi, riferendosi alla Juventus – la società si è data delle regole che la potranno rendere più forte, non dico immune».

Oggi intanto un collaboratore di giustizia ha rivelato che la sua famiglia voleva aprire un bar nel nuovo stadio della Juve. L’Antimafia cita tra l’altro lo stadio San Paolo di Napoli, relativamente «alla distribuzione delle tifoserie nelle curve dello stadio e, parallelamente, alla dislocazione dei clan mafiosi “competenti per territorio” all’interno delle stesse». La Relazione evidenzia anche come «in alcuni casi i capi ultras sono persone organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o a esse collegate, come ad esempio a Catania o a Napoli; in altri casi ancora, come quello del Genoa, sebbene non appaia ancora saldata la componente criminalità organizzata con quella della criminalità comune, le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle della associazioni di tipo mafioso». «Non sempre l’attività illecita o violenta dei gruppi ult

ras – bacchetta l’Antimafia – riceve la necessaria attenzione mediante attività di polizia giudiziaria, e della magistratura, ad esse specificamente dedicate». Il documento registra anche «forme, sempre più profonde, di osmosi tra la criminalità organizzata, la criminalità comune e le frange violente del tifo organizzato, nelle quali si annida anche il germe dell’estremismo politico…e crea inquietudine – viene spiegato – la presenza di tifosi ultras in tutti i recentissimi casi di manifestazioni politiche estremistiche di destra, a dimostrazione che le curve possono essere “palestre” di delinquenza comune, politica o mafiosa e luoghi di incontro e di scambio criminale». Secondo stime delle forze di polizia i pregiudicati negli stadi si aggirerebbero intorno al 30% del totale. Ogni settimana, inoltre, 165 mila agenti vigilano per la sicurezza negli stadi, «possiamo permetterci questo lusso?», si è chiesta Bindi, secondo la quale il costo dovrebbe essere a carico delle società calcistiche. Gli stessi giocatori poi, rileva la Relazione, «possono essere sfruttati a fini illeciti, attraverso il cosiddetto match fixing, l’alterazione del risultato sportivo per conseguire illeciti guadagni attraverso il sistema delle scommesse». Tra le soluzioni avanzate dal coordinatore Di Lello, l’intervento sul Daspo, sia prevedendo termini di efficacia più severi che introducendo l’obbligo e non più la facoltà di imporre di presentarsi agli uffici di pubblica sicurezza nel corso delle manifestazioni sportive; valutare l’introduzione di misure, sul modello inglese, che consentano di trattenere temporaneamente soggetti in stato di fermo all’interno dello stadio (ma per Bindi le strutture esistenti non consentirebbero questa possibilità); la tracciabilità dei flussi finanziari con riguardo alla costituzione delle società di calcio, alla cessione delle quote, alle transazioni per l’acquisto dei calciatori; il rafforzamento del sistema di monitoraggio sulle scommesse illegali; l’introduzione del reato di bagarinaggio.

 

Fonte:https://www.laltrocorriere.it

Alle elezioni di Lamezia «un’illecita acquisizione di voti»

Alle elezioni di Lamezia «un’illecita acquisizione di voti»

La relazione di Minniti sullo scioglimento inguaia minoranza e opposizione. E anche il sindaco Mascaro: «Lui e il suo vice, fino ai primi mesi del 2016, hanno difeso boss mentre amministravano». Nel mirino l’affidamento di un bene confiscato per 15 anni a una coop e il sistema che condizionava gli appalti

 

Venerdì, 15 Dicembre 2017

 

LAMEZIA TERME «Fonti tecniche di prova hanno attestato come la campagna elettorale per il rinnovo degli organi elettivi sia stata caratterizzata da un’illecita acquisizione dei voti che ha riguardato, direttamente o indirettamente, esponenti della maggioranza e della minoranza consiliare». È uno dei passaggi della relazione al presidente della Repubblica fatta dal ministro dell’Interno Marco Minniti che ha portato allo scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme, la terza città della Calabria per numero di abitanti, circa 70mila, decretato il 22 novembre scorso. Minniti afferma anche che la relazione del prefetto alla luce dell’accesso antimafia effettua un «raffronto tra le risultanze dell’accesso attuale e quelle che diedero luogo agli scioglimenti per infiltrazioni nel 1991 e nel 2002 rinvenendo, in assoluta continuità, la persistenza delle medesime dinamiche collusive e dell’operatività degli stessi personaggi di spicco delle organizzazioni criminali dominanti in quel territorio».

«CONTESTO COMPROMESSO» L’accesso era stato disposto dal Prefetto di Catanzaro Luisa Latella nel giugno 2017, dopo un’inchiesta della Dda contro le cosche cittadine, nell’ambito della quale sono stati indagati un consigliere comunale ed il vicepresidente dello stesso Consiglio. Nella relazione si afferma che «ulteriore rilevante elemento che evidenzia un contesto ambientale compromesso è rappresentato dalla sussistenza di cointeressenze, frequentazioni, rapporti a vario titolo tra numerosi componenti sia dell’organo esecutivo che di quello consiliare con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata».

LA POSIZIONE DI MASCARO Al riguardo, la relazione del prefetto citata da Minniti fa riferimento alla posizione del sindaco Paolo Mascaro, eletto a capo di una coalizione di centrodestra, e del suo vice, entrambi avvocati, che, eletti nel maggio 2015, sino ai primi mesi del 2016 «hanno assunto, contemporaneamente, la veste di difensori di fiducia di esponenti di massima rilevanza delle cosche e di loro sodali e quella di organi di vertice dell’amministrazione comunale». La rinuncia all’incarico di difensori, si fa presente nella relazione, è giunta «solo a marzo e maggio 2016, a seguito della costituzione di parte civile del Comune nei processi» e «il mandato conferito al sindaco è stato assunto da altro professionista in stretti rapporti di affinità con il primo cittadino».

APPALTI SEMPRE ALLE STESSE DITTE Dall’attività della commissione è emerso «un diffuso quadro di illegalità, in diversi settori dell’ente che, unitamente ad un generale disordine amministrativo, si sono rilevati funzionali al mantenimento di assetti predeterminati con soggetti organici o contigui alle organizzazioni criminali egemoni ed al consequenziale sviamento dell’attività di gestione dai principi di legalità e buon andamento». Al riguardo si parla dell’affidamento per 15 anni di un bene confiscato ad una cooperativa «pressoché inattiva perché sottoposta ad indagini per indebite percezioni di erogazioni pubbliche» e con due dei soci «gravati da pregiudizi penali ed uno di loro riconducibile ad esponenti della criminalità»; dell’esistenza di «un vero e proprio “sistema”» nel settore dei lavori pubblici «che consente di aggiudicare appalti sempre alle medesime ditte»; di irregolarità nell’affidamento del servizio mensa scolastica ed in quello sul verde pubblico.

Fonte:http://www.corrieredellacalabria.it/

Rifiuti, l’inchiesta di Livorno: aziende come Fort Knox e know-how da Terra dei Fuochi. “Portami rifiuti non troppo chanel”

Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2017

Rifiuti, l’inchiesta di Livorno: aziende come Fort Knox e know-how da Terra dei Fuochi. “Portami rifiuti non troppo chanel”

Le carte delle indagini – Vernici, farmaci, guaine catramate, filtri dell’olio motore finivano in discarica come immondizia trattata. Invece dalla Lonzi Metalli, secondo i pm quartier generale dell’associazione a delinquere, i camion entravano ed uscivano con tempi record, anche solo un minuto. Da una parte la non curanza delle leggi, dall’altra le aziende “fornitrici” (per continuare ad avere quei prezzi così bassi) dovevano sottostare alle regole per non farsi scoprire

di Veronica Ulivieri

Il trucco era lo stesso dei camorristi, il girobolla che trasforma rifiuti pericolosi in scarti inoffensivi. Le stesse aziende, più che capannoni per trattare la spazzatura, sembravano le ville inespugnabili dei capiclan. Gli arrestati di Livorno non c’entrano niente con le attività mafiose della Terra dei Fuochi, ma ne avevano replicato il know-how. Anche la Toscana, e da tempo, ha scoperto che la monnezza è oro. Basta falsificare le carte e saltare le prescrizioni, con mosse collaudate che nel caso della Lonzi Metalli, che da decine di anni è uno dei centri maggiori di raccolta di Livorno, erano la regola. Proprio la Lonzi, secondo l’inchiesta della dda di Firenze e della Procura di Livorno (che ha portato a 6 arresti, 5 interdizioni e a due imprese sequestrate), era il fulcro di un sistema criminale specializzato nella gestione illecita dei rifiuti. Segnato dalla stessa noncuranza delle regolee del bene comune a cui ci hanno abituato le cronache giudiziarie sui Casalesi, unita a una certa indolenza del carattere livornese: nelle intercettazioni non si contano i M’importa una sega, uno di questi è dedicato perfino ai bambini di una scuola. “I bambini si ammalano? Che muoiano, m’importa una sega a me se si sentono male”. M’importa una sega: non me ne frega niente.

L’importante è che sulla carta sia tutto a posto”, ripetono gli indagati nelle intercettazioni. Un sistema che ha fatto arrivare in due discariche tra le colline e il mare dell’alta Maremma qualcosa come200mila tonnellate di rifiuti pericolosi mai trattati. I danni ambientali sono incalcolabili e le responsabilità, dice a ilfattoquotidiano.it chi ha effettuato le indagini, vanno cercate anche nei sistemi di controllo: “E’ netta la sensazione che siano inadeguati”. Tanto che le irregolarità riguardano anche una discarica di proprietà interamente pubblica, quella di Scapigliato, che si trova a Rosignano, a sud di Livorno, e l’Aamps, l’azienda di raccolta rifiuti del Comune di Livorno (al momento non indagata).

Come Fort Knox

Strutture blindate come Fort Knox. C’è da chiedersi che bisogno ha la monnezza di tanta protezione”, si domanda retoricamente il procuratore di Livorno Ettore Squillace Greco, che ha fatto partire le indagini nel 2015 da sostituto, quando lavorava alla Dda fiorentina. Le mura altissime e le telecamere a circuito chiuso servivano a proteggere da sguardi indiscreti quello che si faceva e a dissimulare meglioquello che invece si dichiarava solo sulla carta ma in pratica non avveniva. Alla Lonzi Metalli e alla vicina RaRi – la prima di fatto controllata da Emiliano Lonzi, ai domiciliari con la moglie e altri collaboratori, e la seconda di sua proprietà – si provvedeva a mascherare i rifiuti pericolosi da scarti inoffensivi. A volte si trituravano e miscelavano insieme i rifiuti arrivati da aziende di mezza Italia, altre volte alla spazzatura si cambiava solo il codice identificativo. Anche “senza neppure toccare terra”, come dicono gli atti dell’inchiesta: il camion entrava e usciva dallo stabilimento in pochi minuti, giusto il tempo di falsificare i documenti di trasporto. “La stessa disposizione logistica dell’impianto sembra essere stata concepita per gestire illecitamente i rifiuti”, annota il gip Angelo Antonio Pezzuti nell’ordinanza. Il record, registrano i Carabinieri Forestali che hanno condotto le indagini, si raggiunge il 26 maggio 2016, quando un automezzo della Ferdeghini Agostino di La Speziasosta dentro l’impianto appena un minuto.

Rifiuti “non troppo chanel”

L’importante era salvare il più possibile le forme, a partire dai documenti: basta che “la carta sia tutto a posto. Non penserai mica che tutto il materiale che entra in RaRi io lo inertizzi”, spiega il gestore dell’azienda Mauro Pelandri (ai domiciliari) a un dipendente preoccupato per le irregolarità. Anche i rifiuti non dovevano dare nell’occhio all’apparenza: “Però mi raccomando che non abbiano odori”, dice il responsabile del piazzale della Lonzi Stefano Fulceri (anche lui arrestato) alla proprietaria di un’azienda fornitrice. Un’altra volta per rimarcare il concetto le scrive: “Ciao domani uno non troppo chanel”. Le aziende ottenevano probabilmente prezzi per lo smaltimento molto concorrenziali, ma dovevano sottostare alle regole di Lonzi e RaRi. “Se lui pensa di fa’ il finocchio col mi culo, con me ha sbagliato!”, dice Palandri a Fulceri lamentandosi di un fornitore “poco diligente”. Tra le alte mura poteva capitare di tutto, anche che un rifiuto altamente pericoloso per la salute venisse declassato, eliminando il codice legato alla tossicità per la riproduzione umana. “Nelle caratteristiche avete messo l’H5 e l’H10, noi l’H10 non ce lo abbiamo nel..per noi l’H10 non va bene”, spiega l’impiegata di Lonzi alla dipendente di un’azienda piemontese, che quindi falsifica la documentazione. Sulla carta erano rifiuti non pericolosi, ma nella realtà poi si trattava di vernici, imballaggi contaminati da sostanze pericolose, filtri dell’olio motore, rifiuti sanitari, farmaci, guaine catramate.

Il girobolla, “come Ciccio Bello”

A quel punto i camion carichi di monnezza pericolosa, a volte tossica, si avviavano verso due discariche in provincia di Livorno gestite da società a partecipazione pubblica: il sito di Scapigliato di Rea Impianti, nel comune di Rosignano Marittimo, o quello di Piombino di Rimateria, nonostante quei rifiuti, chiarisce il gip, fossero “inidonei al conferimento in discarica”, perché non trattati e non recuperati. “Tale comportamento non sarebbe attuabile se non con la piena complicità delle discariche alle quali vengono conferiti i rifiuti che accettano indistintamente gli stessi senza mai controllarli o effettuando dei controlli a campione concordati” nonostante gli obblighi di legge, aggiunge il gip. Così, i mezzi della Ferdeghini di La Spezia facevano la stessa cosa concessa a un’altra società, la Fbn di Prato, attraverso il suo collaboratore chiamato dagli interlocutori “Ciccio Bello”: “Poi con lo stesso camion riparte e va in Rea”, dicono in una conversazione intercettata due della RaRi. Proprio come nella Terra dei fuochi, spiega ancora a ilfatto.it chi ha svolto le indagini, “l’aggiramento delle regole di corretta gestione dei rifiuti è ormai perfettamente operativo anche in Toscana”. Stando alle carte dell’inchiesta, da Ra.Ri alcuni carichi andavano anche alla discarica di Bulera, in provincia di Pisa, sul cui progetto di ampliamento – controverso –ilfattoquotidiano.it ha scritto più volte nei mesi scorsi.

Se uno comincia a selezionare, rifiuti non se ne trova eh?”

Il gip ha inflitto anche un’interdittiva di un anno allo sviluppo di attività imprenditoriale o direttiva nei confronti di due responsabili della discarica di Scapigliato, gestita dalla società interamente pubblica Rea Impianti: il procuratore e gestore della discarica Massimiliano Monti e la responsabile accettazione rifiuti Dunia Del Seppia. In una telefonata lui dice a lei: “Se uno comincia a selezionare no quello no, no quello no, no quello no, no quello no, no quello no, i rifiuti non se ne trova poi eh”. Non bisogna essere troppo schizzinosi, è il concetto. “Non servivano competenze particolari per accorgersi che quei rifiuti erano pericolosi – racconta a ilfatto.it un investigatore che ha svolto le indagini – L’odore era nauseabondo, facevano lacrimare gli occhi. Ma il meccanismo era ben oliato: subito dopo il conferimento, arrivava un altro mezzo che ricopriva tutto di terra”. Il danno ambientale è gravissimo e non sarà facile da rimediare: “Nelle due discariche ci sono una marea di rifiuti pericolosi. Servirà una bonifica ma anche solo trovarli sarà molto complicato, perché sono mischiati ai rifiuti urbani provenienti dalle raccolte ordinarie dei comuni”.

Irregolarità anche da Aamps

Un’inchiesta che, ci tiene a precisare Squillace Greco, “conferma il patrimonio di professionalità ed esperienza rappresentato dalla Forestale. Una ricchezza accumulata negli anni che sarebbe un peccato se andasse dispersa”. E presto nel registro degli indagati, dove sono iscritti oltre 50 soggetti, potrebbero finire altre aziende che portavano i rifiuti a Lonzi Metalli e RaRi. Possibile che non sapessero niente di quello che avveniva una volta oltrepassate le mura di “Fort Knox”? Credibile che non si siano mai chieste il perché di quei prezzi così vantaggiosi? La gestione illecita dei rifiuti, scrive il Gip, ha interessato “anche una serie di altre compagini per le quali è necessario tuttavia acquisire ulteriori dati documentali”. Le irregolarità hanno interessato per esempio l’Aamps, al cento per cento del Comune di Livorno.

Trattativa Stato-mafia, la requisitoria: “Dell’Utri opzione politica individuata da Riina”

La Repubblica, 15 Dicembre 2017

Trattativa Stato-mafia, la requisitoria: “Dell’Utri opzione politica individuata da Riina”

Il pm Tartaglia: “Contatto stabilito dopo gli incendi alla Standa di Catania”. Un pentito parla di un incontro con il boss Santapaola. Di Matteo: “L’intransigenza dell’ex ministro Scotti un ostacolo per la trattativa, per questo fu sostituito”. La “bugia” del generale Subranni a proposito dei suoi rapporti con Ciancimino. I pm: “Sono stati Mori e De Donno a parlare di trattativa nel 1998”

di SALVO PALAZZOLO

Fu Marcello Dell’Utri il mediatore delle minacce lanciate da Cosa nostra”, esordisce il pubblico ministero Roberto Tartaglia, nel secondo giorno della requisitoria al processo “Trattativa Stato-mafia”. Nella ricostruzione della procura di Palermo, dopo il delitto dell’eurodeputato dc Salvo Lima, il vertice dell’organizzazione mafiosa sarebbe andato alla ricerca di un nuovo referente politico. “Dell’Utri fu l’opzione politica individuata da Riina in persona”.

L’inizio della requisitoria. “Ecco i rapporti fra i boss e le istituzioni”

“I boss puntarono all’intimidazione, per poi raggiungere il patto”, dice Tartaglia, che cita gli attentati alla Standa di Catania del 1990-91: “Il pentito Malvagna ci ha raccontato che scese un alto dirigente Fininvest per risolvere la questione”. Era Dell’Utri, ha detto un altro pentito, Maurizio Avola, e avrebbe incontrato il capomafia Nitto Santapaola. Sembra confermare questa ricostruzione il boss Totò Riina, intercettato qualche anno fa in carcere: “Lo cercavano… dategli fuoco alla Standa accussì lo metto sotto. Mandò a chiddu, ‘u palermitano, ‘u senatore, quello che poi finì in galera”. Per la procura, è un attendibile racconto in presa diretta di quello che accadde.

Tartaglia, che conduce la requisitoria con i colleghi Di Matteo, Teresi e Del Bene, cita il racconto del pentito Salvatore Cancemi: “A fine 1991 mi mandò a chiamare, per dire a Vittorio Mangano di farsi da parte”. Spiega il pm: “Non serviva più un rapporto economico, ma altro”. E Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, che da metà degli anni Settanta era stato il garante del “patto di protezione” (come lo chiama la Cassazione che ha condannato Dell’Utri) fra Berlusconi e la mafia, doveva farsi da parte. Per lasciare spazio ad altri.

La procura cita anche il racconto di Pino Lipari, stretto collaboratore del boss Bernardo Provenzano, che al processo Trattativa ha fatto delle dichiarazioni, pur non essendo un collaboratore di giustizia. “Nel primo semestre 1992, Provenzano mi disse che c’era aria di un movimento politico nuovo. Disse pure che l’ideologo di questo movimento sarebbe stato Dell’Utri”.

Nella ricostruzione dell’accusa, la nascita di Forza Italia (che risale ufficialmente al 1994) era già in embrione nei primi mesi del 1992. Tartaglia cita Enzo Cartotto: “Subito dopo il delitto Lima, Dell’Utri mi incaricò di creare dei comitati di partecipazione”. Spiega il pm: “Dell’Utri sosteneva che Lima dovesse essere sostituito con qualcos’altro, anche questo disse a Cartotto. Poi, spiegò che Lima era stato ucciso perché non mantenne la parola”.

Nella requisitoria arrivano le parole del boss Giuseppe Graviano, intercettate in carcere nei mesi scorsi: “Nel 1992 voleva scendere, ma era disturbato dai vecchi… Ci vulissi una bella cosa”. Per la procura, un chiaro riferimento a Berlusconi. In un quadro che nel 1993 era in continua evoluzione: “Cosa nostra puntò inizialmente sul movimento autonomista Sicilia Libera, poi – dice il pm Tartaglia – quelle stesse persone passarono in Forza Italia”.

“L’INTRANSIGENZA DEL MINISTRO SCOTTI” 

“Ci fu una trattativa politica – dice il pm Nino Di Matteo – tra i vertici del Ros dei carabinieri e i vertici di Cosa nostra. La requisitoria affronta adesso il capitolo riguardante l’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, che dopo la strage di Capaci avviarono un dialogo segreto con l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino.

Di Matteo parla della “diffusa omertà istituzionale che ancora oggi ha caratterizzato la ricostruzione di quelle vicende”, e loda “l’intransigenza, il coraggio” di una persona, l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Nel marzo del ’92, subito dopo l’omicidio di Salvo Lima, denunciò più volte un allarme attentati ad esponenti delle istituzioni parlando di un rischio di ”destabilizzazioni delle istituzioni”, ma l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti lo giudicò un ”venditore di patacche”. Di Matteo cita in aula le parole pronunciate da Scotti in sua difesa, in parlamento. Disse: “Le gente deve sapere, siamo un paese di misteri”. Parole importanti, dice Di Matteo. “La linea della fermezza di Scotti era diventato un pericolo per la trattativa. E per questo fu sostituito, con Nicola Mancino”

“LA BUGIA DEL GENERALE SUBRANNI”

“Ma perché – si chiede il pm Di Matteo – i carabinieri del Ros si rivolsero proprio a Vito Ciancimino per intrattenere quel dialogo segreto nel 1992?”. Per la procura, l’allora comandante del Ros Antonio Subranni aveva “rapporti cordiali con Ciancimino sin dalla fine degli anni Settanta”. Di Matteo cita alcuni biglietti ritrovati di recente, nell’archivio del palazzo di giustizia, fra le carte sequestrate a Ciancimino al momento del suo arresto. “Biglietti di saluti e auguri inviati da Subranni all’ex sindaco, nel 1978. Eppure, in aula, l’allora comandante del Reparto Operativo di Palermo Subranni ha negato di avere mai avuto rapporti con Ciancimino. Ancora i biglietti non erano emersi, ha mentito”

FU MORI A PARLARE DI TRATTATIVA, NEL 1998″

“Prima ancora dei pentiti e di Massimo Ciancimino, altri hanno parlato di trattativa”. Di Matteo a sorpesa: “Sono stati proprio gli imputati Mori e Donno a lasciarsi sfuggire la parola trattativa durante la loro deposizione al processo per la strage di Firenze. Era il 1998, ancora nessuno aveva parlato di trattativa”. Il pm cita il verbale della deposizione di Mori, il 27 gennaio 1998: “Dissi a Ciancimino, ormai c’è un muro contro muro. Ma non si può parlare con questa gente?”. Per Di Matteo, parole chiarissime: “Ma quale attività investigativa, come si sono sempre difesi i carabinieri. Il comandante di un reparto di eccellenza va da un soggetto che sa in contatto con esponenti di vertice di Cosa nostra e dice quelle cose, per porre fine alle stragi e al muro contro muro. Altro che presunta trattativa – chiosa il pm – altro che pseudo trattativa, altro che patacca trattativa, altro che processo nato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Furono Mori e De Donno ad utilizzare l’espressione trattativa dopo che era emersa la notizia delle dichiarazioni del pentito Brusca, che nel 1996 aveva parlato del papello di Riina”.

Secondo i pubblici ministeri, all’epoca i due ufficiali parlarono di trattativa “perché erano sicuri della loro impunità”. I giudici del processo di Firenze scrissero: “Una trattativa ci fu e venne inizialmente impostata con un do ut des. L’iniziativa fu degli uomini delle istituzioni, per far cessare le stragi. Ciancimino fu ritenuto la persona più adatta per far arrivare un messaggio alla Cuppola”. Dice Di Matteo: “Si rassegnino certi commentatori. Una sentenza ormai definitiva dice che una trattativa si verificò”.

Trattativa, al via requisitoria: “Le Istituzioni hanno cercato il dialogo con Cosa nostra. Risultato? Devastante”

Il Fatto Quotidiano, 14 Dicembre 2017

Trattativa, al via requisitoria: “Le Istituzioni hanno cercato il dialogo con Cosa nostra. Risultato? Devastante”

La corte ha anche acquisito il certificato di morte del boss Totò Riina, scomparso il 17 novembre, tra gli imputati del processo. Chiuse le questioni preliminari, la corte ha dato la parola al pm Roberto Tartaglia

di F. Q.

Questo processo ha avuto peculiarità rilevanti che l’hanno segnato fin dall’inizio e che hanno segnato questa lunga istruttoria dibattimentale che oggi si è conclusa. Questo è un processo che, con tutti i limiti dell’azione giudiziaria, ha incrociato una parte importante della storia che dagli anni ’90 e ha riguardato i rapporti indebiti che ci sono stati tra alcuni boss di Cosa nostra e alcuni esponenti delle istituzioni dello Stato“.  Comincia così, dopo 202 udienze e oltre quattro anni di processo, la requisitoria della procura al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Davanti alla corte d’assise di Palermo ci sono dieci imputati tra capimafia, ufficiali dell’Arma, ex politici. “Una storia che, al di là della retorica e della linea della fermezza evocata dai protagonisti della vicenda che hanno ribadito la fermezza della linea dello Stato, per noi invece tante volte tradita, la verità che è emersa è quella di una parte importante e trasversale delle istituzioni che, spinta da esigenze personali, egoistiche, ambizioni di potere contrabbandate per ragioni di Stato, ha cercato e ottenuto il dialogo e parziale compromesso con Cosa nostra”, ha detto il pm Roberto Tartaglia che ha rappresentato la pubblica accusa nella prima parte della requisitoria. “E ha fatto questo violando le regole dello Stato di diritto e ottenendo risultati devastanti – ha aggiunto – Gli esiti sono stati la realizzazione dei desideri più antichi dei vertici di Cosa nostra. Una Cosa nostra che cerca da sempre, seppure con la violenza, la mediazione”.

Quindi il sostituto procuratore ha snocciolato i punti che saranno illustrati nel resto dell’atto d’accusa. “Dovremo provare sistematicamente tutti i singoli elementi di prova che non vanno atomizzati ma letti nell’insieme perché se divisi in tassellisarebbero sottovalutati, mentre analizzarti nel loro complesso si mostrano come tasselli di un unico disegno”, ha spiegato Tartaglia, uno dei quattro pm del processo insieme aVittorio Teresi, Francesco Del Bene e Nino Di Matteo.  “Si è cercato di banalizzare la contestazione che abbiamo fatto agli imputati dicendo che la trattativa non è reato”, ha sottolineato il magistrato che è poi passato ad analizzare le condotte contestate ai mafiosi, Leoluca Bagarella e Nino Cinà. “Hanno commesso la condotta tipica dell’articolo 338, la violenza e la minaccia al Corpo politico dello Stato, condotta che ha preso il via con il delitto diSalvo Lima. Fin dal marzo del 1992 le finalità dei boss sono duplici, la vendetta e il messaggiò alle istituzioni, il ricatto al governo”, ha spiegato il pm.  Che a conferma della tesi dell’accusa ha citato le parole del boss Riina intercettato. “Io al governo gli devo dare i morti“, diceva il padrino di Corleone. “È esattamente in termini crudi l’essenza dell’imputazione ai mafiosi”, ha proseguito il magistrato che ha parlato di “morti venduti per avere in cambio un corrispettivo”. Per la Procura, poi, i politici coinvolti, come Marcello Dell’Utri, avrebbero agito in concorso coi mafiosi avendo svolto un’attività di mediazione tra i boss e lo Stato, mentre i carabinieri imputati, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, avrebbero assicurato in modo clandestino e illegittimo, il collegamento tra i mafiosi e parte delle istituzioni.

Il comportamento degli ufficiali – ha spiegato il pm – ha realizzato due obiettivi storici di Cosa nostra: aumentare la forza dell’organizzazione mafiosa e addirittura confermare e orientare la volontà di Cosa nostradi attaccare lo Stato frontalmente. Hanno orientato perfino la scelta degli obiettivi da colpire che nel tempo sono cambiati rispetto a quelli iniziali. Non più politici ritenuti traditori come Lima e Mannino, ma obiettivi come quelli di Roma, Firenze e Milano che rispondevano meglio alla logica di quella mediazione: aumentare l’allarme sociale”. Il pm ha citato le parole del pentito Gaspare Spatuzza che ha raccontato quando, sfogandosi con il boss Giuseppe Graviano, disse “ci stiamo portando morti che non sono nostri“, riferendosi alle vittime delle stragi nel Continente. “E Graviano rispose – ha detto Tartaglia – è buono, così quelli che si devono muovere si danno una smossa”.

Prima di lasciare la parola all’accusa la corte d’Assise di Palermo ha rigettato la richiesta di acquisizione della nuova consulenza audio eseguita con spettrogramma depositata dal legale di Dell’Utri che avrebbe dovuto confutare le trascrizioni della procura della conversazioni tra il boss Giuseppe Graviano e Michele Adinolfi: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Stragi ’93? Non era la mafia”.

La consulenza smentisce che il boss abbia pronunciato la parola Berlusconi, la parola potrebbe essere bravissimo. La corte ha però ammesso i file audio delle intercettazioni in carcere di Graviano “ripulite” dai rumori di sottofondo. (Ascolta qui l’audio). La corte ha anche acquisito il certificato di morte del boss Totò Riina, scomparso il 17 novembre, tra gli imputati del processo.

Il legale di Marcello Dell’Utri, l’avvocato Giuseppe Di Peri, aveva sostenuto che “Lo studio dimostra in modo inconfutabile che le trascrizioni delle conversazioni fatte dalla Procura non sono fedeli”, si legge nella relazione del tecnico, Alberto Giorgio, nominato dalla difesa dell’ex senatore. Di Peri ha anche depositato una pendrive con l’audio “ripulito” dai rumori che confermerebbe l’esito della consulenza effettuata tramite lo spettrogramma.

Stato-mafia, l’atto d’accusa della procura. “Ecco i rapporti fra i boss e le istituzioni”.

LA MAFIA E’  CONNATURALE AL POTERE.LA BORGHESIA MAFIOSA SI SERVE DELLA MAFIA COME SUO BRACCIO ARMATO PER SALVAGUARDARE E RAFFORZARE  IL  DOMINIO CHE ESERCITA SULLA SOCIETA’.PRIMA  MAFIA E STATO ERANO DUE ENTITA’ CHE SI METTEVANO D’ACCORDO O SI COMBATTEVANO.OGGI ESSI,GRAZIE APPUNTO ALLA BORGHESIA MAFIOSA CHE E’ RIUSCITA A CONQUISTARE QUASI PER INTERO  I GANGLI DEL POTERE,
ESSI SONO DIVENTATI UN UNICUM.DA QUI,LO STATO –MAFIA ED IL COLLASSO DELLO STATO-STATO.GIOVANNI FALCONE DICEVA CHE LADDOVE  COMANDA LA MAFIA  LE ISTITUZIONI TENDENZIALMENTE  VENGONO AFFIDATE A DEI  “ CRETINI”.FATECI CASO: NEI TERRITORI DOVE LA MAFIA COMANDA I “CRETINI “ ABBONDANO E COMANDANO. IL COMPITO NOSTRO,DI COLORO CIOE’ CHE COMBATTONO LA MAFIA,E’  QUELLO DI COMBATTERE I “CRETINI”,LO STATO-MAFIA,”CRETINI “ E CRIMINALI . ASS.CAPONNETTO

La Repubblica, 14 Dicembre 2017

Stato-mafia, l’atto d’accusa della procura. “Ecco i rapporti fra i boss e le istituzioni”

Inizia la requisitoria dei pubblici ministeri nel processo “Trattativa Stato-mafia”, proseguirà sino a fine gennaio. Sentenza, probabilmente, in primavera

di SALVO PALAZZOLO

Questo processo riguarda un momento importante della storia del nostro paese”, esordisce il pubblico ministero Roberto Tartaglia. “Questo processo riguarda i rapporti indebiti fra Cosa nostra e alcuni esponenti delle istituzioni”. Nel 1992, con il delitto dell’eurodeputato Salvo Lima e poi le stragi, i mafiosi “volevano vendicarsi, ma anche inviare un messaggio di ricatto al governo e alle istituzioni, Cosa nostra cercava la mediazione”. Tartaglia cita le parole del capo di Cosa nostra Totò Riina intercettate in carcere qualche anno fa: “Io al governo gli devo vendere i morti”. E poi spiega perché in questo processo sono sotto processo non solo i mafiosi (Riina, Brusca, Bagarella), ma anche alcuni esponenti delle istituzioni: l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e gli ufficiali del Ros, i generali Antonio Subranni, Mario Mori, e il colonnello Giuseppe De Donno.

Dell’Utri ha fatto da motore, da cinghia di trasmissione del messaggio mafioso”, dice il pubblico ministero. “Gli uomini del Ros hanno fatto invece da anello di collegamento fra Cosa nostra e le istituzioni”.

Inizia così l’atto d’accusa dei pubblici ministeri Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Francesco Tartaglia nel processo “Trattativa”.

Al di là della retorica affermazione della linea della fermezza, in quella stagione è emersa un’altra verità: una parte importante delle istituzioni è stata spinta da esigenze personali, politiche, egoistiche, da ambizioni di potere contrabbandante da ragion di Stato”. Il pubblico ministero Tartaglia non usa mezzi termini per definire l’operato degli ufficiali del Ros che nella stagione delle stragi intrattennero un dialogo segreto con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino: “Hanno violato ogni regola e ogni principio, operando una mediazione con modalità occulte”. E ancora: “Mori e De Donno hanno mediato tra Cosa nostra e pezzi dello Stato con modalità occulte e hanno garantito a Vito Ciancimino e altri esponenti delle istituzioni che la trattativa proseguisse, tenendo fuori l’autorità giudiziaria e creando una zona franca dai principi dello Stato di diritto. Le regole sono state sospese con risultati disastrosi”.

“Il comportamento degli ufficiali ha realizzato due obiettivi storici di Cosa nostra – prosegue Tartaglia -: aumentare la forza dell’organizzazione mafiosa e addirittura confermare e orientare la volontà di Cosa nostra di attaccare lo Stato frontalmente. Hanno orientato perfino la scelta degli obiettivi da colpire che nel tempo sono cambiati rispetto a quelli iniziali. Non più politici ritenuti traditori come Lima e Mannino, ma obiettivi come quelli di Roma, Firenze e Milano che rispondevano meglio alla logica di quella mediazione: aumentare l’allarme sociale”. Il pm citato le parole del pentito Gaspare Spatuzza che ha raccontato di quando, sfogandosi con il boss Giuseppe Graviano, disse: “Ci stiamo portando morti che non sono nostri”, riferendosi alle vittime delle stragi nel Continente. “Graviano mi rispose: è buono, così quelli che si devono muovere si danno una smossa”.

TERRAMARA | «L’alter ego» dell’ex sindaco e i suoi «burattini»

 

Dall’inchiesta su Taurianova emerge il ruolo del fratello dell’ex primo cittadino Romeo. Dalle forzature per un resort ai funerali con l’agenzia abusiva, dal Comune utilizzato come copertura alla banca “clandestina”. E il gip sottolinea «il ricorso alla violenza o alle minacce»

14 dicembre 2017

REGGIO CALABRIA «Da non sottovalutare la condotta del Sindaco che, allorché ha potuto, ha cercato di avvantaggiare ditte nelle quali il fratello Romeo Antonio aveva forti interessi economici. E da non sottovalutare è la stessa condotta di Romeo Antonio, fratello del Sindaco, pronto a beneficiare delle azioni amministrative illegittime dal primo cittadino caldeggiate e sostenute fino allo stremo». Per l’ex sindaco Domenico Romeo, il Comune di Taurianova era “cosa sua”. Da offrire in pasto ai clan, ma anche da usare per beneficiare la sua stessa famiglia e il fratello Antonio, anche lui finito in manette per concorso esterno. E per un motivo chiaro e netto.

L’ALTER EGO Antonio Romeo per il gip non è uno «spettatore della vita politica di Taurianova o mero consigliere, o al più confidente di un prossimo congiunto, con un importante ruolo politico» ma «l’alter ego del fratello e delle sue stesse mosse politiche. Le stesse scelte degli uomini di fiducia da cui il Sindaco doveva farsi circondare “passano” per Romeo Antonio. E le stesse scelte ovviamente non potevano non ricadere su persone dai trascorsi professionali oscuri, perché contigui alla criminalità, o comunque “burattine” del Sindaco». E Domenico Romeo – è emerso chiaramente dalle carte d’indagine – primo cittadino lo era diventato grazie agli accordi con i clan di Taurianova, pronti persino a festeggiare con paste e champagne la sua elezione e in grado di protestare con veemenza per essere stati snobbati.

UN’OMBRA IN COMUNE Una situazione di cui suo fratello Antonio non solo era perfettamente a conoscenza, ma che di fatto co-gestiva. È stato lui, ad esempio, a progettare insieme allo zio Marcello la manovra per esautorare il rigido e incorruttibile dirigente dell’ufficio tecnico, che ha negato le autorizzazioni richieste alle imprese dei clan e per questo tanto ha dato fastidio al primo cittadino. Ed è stato sempre Antonio Romeo ad orchestrarla e a metterla in pratica, istruendo a dovere l’uomo scelto per arginare il funzionario troppo ligio ai suoi doveri, che insieme al fratello ha più volte intimidito e minacciato. «Per gli indagati de quibus – annota il gip – il ricorso alla violenza o alle minacce è stata sempre una costante», così come costante e inalterata è stata «la capacità dei fratelli Domenico e Antonio Romeo di relazionarsi con esponenti delle cosche locali». E di usare l’amministrazione come banca dei favori. O per gestire questioni molto personali.

QUEL RESORT NON S’HA DA FARE È successo, ad esempio quando i soci del Centro sportivo mediterraneo hanno iniziato a progettare di trasformare un fondo agricolo in struttura alberghiera, quindi in un resort con tanto di piscina e pista di go-kart. Un affare che ad Antonio Romeo interessava personalmente e in cui progettava di entrare grazie ad uno dei soci. Per questo, in un primo momento, ha fatto di tutto per forzare la mano al responsabile dell’Ufficio tecnico, che ancora una volta si è trovato obbligato a puntare i piedi per bloccare procedure illegali. Poi, quando i soci della Scm hanno risposto picche alla sua proposta di entrare in società con 500mila euro che «Antonio Romeo – mette a verbale un testimone – si era procurato, distraendolo dai contributi erogati dallo Stato ed accreditati ad un agricoltore», l’atteggiamento del Comune è cambiato. Quando l’affare per il fratello è sfumato, il sindaco non solo si è allineato diligentemente alla posizione dell’ufficio tecnico comunale, ma ha portato la questione in Consiglio sottomettendola al voto dell’assemblea.

FUNERALI CLANDESTINI Ma pur di favorire gli affari di Antonio Romeo, il sindaco ha fatto anche di più. Come “non accorgersi” che il fratello gestiva un’agenzia di pompe funebri in tutto e per tutto abusiva perché priva della benché minima autorizzazione. E sebbene intestata a prestanome, sottolineano gli inquirenti, non c’è dubbio alcuno che a gestirla Romeo. «Sua – si legge nell’ordinanza – era l’utenza fissa utilizzata nello svolgimento dell’attività per i rapporti con i clienti e dipendenti; sua era la partita iva utilizzata per le fatturazioni (per altro corrispondente a quello di una ditta individuale con oggetto sociale “colture miste viticole, olivicole e frutticole ” ndr); presso il suo terreno venivano custodite le casse da morto; Romeo era “riconosciuto” come il proprietario di fatto dell’impresa tra i cittadini taurianovesi». Insomma, l’agenzia di pompe funebri “La Beata” era in tutto e per tutto abusiva. E persino priva di mezzi, tanto da aver più volte trasportato le bare in un normale veicolo o con un mezzo di trasporto delle merci.

L’ULTIMO (ACCIDENTATO) VIAGGIO Il sindaco però a quanto pare non se n’è mai accorto. E neanche il resto della Giunta o della maggioranza. Ma forse questo non è un caso se è vero che tra i portantini c’era il consigliere di maggioranza Giuseppe Laface e a coordinare le attività ci pensava Fabio Condrò, fratello di Antonio, membro dello staff del sindaco e suo uomo di fiducia. Rapporti in virtù dei quali la ditta ha preteso di poter prelevare una salma a Cosenza per tumularla a Taurianova, senza uno straccio di certificato di morte e contando sulle complicità in paese per “aggiustare” tutto. Ma le cose non sono andate come immaginavano e dopo il funerale la salma ha dovuto fare un altro viaggio a Cosenza, prima di poter essere finalmente seppellita a Taurianova. Un “intoppo” di cui avrebbero fatto le spese diversi dirigenti comunali, puniti con spostamenti ad altri incarichi e mansioni perché sospettati di aver segnalato le anomalie della “Beata” alle forze dell’ordine. Tutte circostanze che per il gip significano che Antonio Romeo ha utilizzato «il Comune di Taurianova quale “copertura” all’attività imprenditoriale nel settore delle onoranze funebri, consapevole sia delle irregolarità a livello formale che sostanziale con cui la ditta “La Beata” opera, nonché del fatto che il fratello Sindaco, su cui gravava l’onere dei controlli in materia di polizia mortuaria, li avrebbe puntualmente omessi».

ATTIVITÀ DI COPERTURA Ma l’agenzia di pompe funebri non era l’unica attività “clandestina” del fratello del sindaco. Anche la pizzeria “La Corteccia” – diceva tutto il paese e confermano gli investigatori – era di fatto in mano ad Antonio Romeo, il cui chiaro intento – sottolinea il gip – era «evitare ripercussioni a livello patrimoniale conseguenti ad eventuali inchieste giudiziarie». Per il giudice, il fratello del sindaco «è un imprenditore nei fatti , che peraltro non opera rispettando le regole del mercato, che si occupa di molteplici attività, dai servizi funebri alla ristorazione, in modo occulto. Si fa forte dei legami e della vicinanza con personaggi appartenenti ad ambienti criminali e dell’ausilio “politico” derivante da una Giunta guidata dal fratello Domenico, contigua alle cosche di ‘ ndrangheta». Antonio Romeo, «soggetto – si legge nell’ordinanza – a disposizione delle cosche di ‘ ndrangheta taurianovesi – in primis la cosca Zagari-Viola-Fazzalari, laddove “richiesto”», per i magistrati aveva bisogno di schermare le proprie imprese per metterle al riparo da confische e sequestri «con l’ulteriore vantaggio di poter operare con l’ausilio del Comune di Taurianova, permeato da istanze mafìose, senza che balzasse agli occhi l’illegalità dei benefici ricevuti , in ragione de l legame parentale con l’ex Sindaco».

BANCA ABUSIVA Ma le diverse imprese intestate a prestanome evidentemente non bastavano a soddisfare gli appetiti del fratello del sindaco, attivo anche come banca “clandestina” e spietata. «Era solito – si legge nell’occ – presentarsi, dapprima, come ” benefattore” di cittadini in difficoltà economiche, ma successivamente non esitava a spossessarli dei loro beni immobili per estinguere obbligazioni conseguenti ad illegali operazioni di mutuo». E se non potevano pagare, li costringeva a vendere a prezzi stracciati case e terreni in loro possesso. A convincerli, almeno in un’occasione, è stato mandato Domenico Mezzatesta, condannato ad una lunga detenzione per mafia, sposato con la sorella del boss ergastolano Santo Asciutto, ma anche cugino di secondo grado del sindaco e del fratello. E ai parenti non si può dire di no.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

 

fonte:https://www.laltrocorriere.it/

 

Traffico illecito di rifiuti.CAMPOBASSO-VENAFRO.

CAMPOBASSO-VENAFRO. (Fonte PRIMO PIANO). Traffico illecito di rifiuti. Aggravato dal favoreggiamento di associazione mafiosa. Sarebbero questi i capi di imputazione principali per i quali sta procedendo la Dda di Campobasso. L’inchiesta è scattata a seguito della segnalazione da parte dell’associazione «Caponnetto» sui fatti – tra gli altri – del fermo di un camion carico di ceneri avvenuto a fine 2016 nel territorio di Venafro. A quanto pare si tratterebbe di un procedimento stralcio attivato dalla Direzione distrettuale antimafia rispetto a quello che invece è in capo alla Procura di Isernia e che tratta delle analisi sulle ceneri trasportate. Ovviamente nessuno parla, le bocche sono cucite ma pare si stia indagando contro ignoti al momento. Ciò è quanto è stato possibile apprendere a seguito dell’esposto prodotto alla Dda dall’Associazione nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie «Antonino Caponnetto». Il “comitato antimafia” presieduto dal segretario generale Elvio Di Cesare aveva inviato un esposto-denuncia per «accertare la sussistenza di un presunto traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi legati a residui di incenerimento tramite combustione – Ipotesi di reato rientranti nella tipologia prevista dalla Legge 13 agosto 2010 numero 136 di competenza delle Dda». L’associazione «Caponnetto» nell’esposto aveva allegato pure le dichiarazioni dell’oncologo Antonio Marfella rilasciate a Il Fatto Quotidiano «a proposto delle ceneri prodotto dalla combustione dell’inceneritore di Acerra (Na): si ritiene che bisogna fare la medesima proporzione per le ceneri dell’inceneritore di Pozzilli, cioè calcolare la quantità tra rifiuti bruciati e ceneri prodotte (rifiuti speciali e rifiuti pericolosi da smaltire in discarica)». Infatti, si legge ancora nell’esposto, «è proprio su queste tipologie di ceneri – pericolose e non pericolose – quale risultato finale dell’incenerimento questa associazione ritiene che debbono essere svolte approfondite indagini tecnico scientifiche, per verificare se la quantità finale delle ceneri dichiarate da Herambiente sia in linea con le quantità evidenziate in altri inceneritori da specifici studi tecnici di settore, oltre a verificare se risultano smaltiti correttamente». Il segretario generale Di Cesare aveva indicato altresì quale «utile per le indagini che si andranno e/o che si stanno svolgendo allegare anche l’interrogazione dell’onorevole Cristian Iannuzzi ed altri che tratta (tra le altre, ndr) la vicenda dell’inceneritore di Pozzilli» e che, alla fine, chiede al governo «quali iniziative si intendano adottare per il contrasto ai conflitti di interesse ed alle ecomafie, con particolare riguardo al ciclo illegale dei rifiuti e alla consolidata presenza di infiltrazioni mafiose nelle imprese implicate nel traffico illegale dei rifiuti». Alla richiesta di svolgere «le opportune indagini su quanto evidenziato richiedendo di essere avvisati in caso di archiviazione», la Direzione distrettuale antimafia di Campobasso avrebbe quindi replicato con una richiesta di proroga delle indagini, al momento contro ignoti, appunto (tra le altre ipotesi) per traffico illecito di rifiuti con l’aggravante del favoreggiamento di associazione mafiosa. Ovviamente si tratta ancora di indagini, peraltro contro ignoti, ma questo sottolinea l’impegno delle forze dell’ordine – in questo caso la Dda – nel controllo del territorio a difesa di fenomeni criminosi e allarmanti dal punto di vista ambientale e sociale.

Quel patto tra le cosche e l’ex sindaco di Taurianova: i volti degli arrestati

Quel patto tra le cosche e l’ex sindaco di Taurianova: i volti degli arrestati

Le cosche della ‘ndrangheta si erano infiltrate nel Comune di Taurianova negli appalti per le opere pubbliche. E’ quanto emerso nell’inchiesta “Terramara – Closed” che stamani ha portato a 48 arresti (Leggi qui i nomi). I fatti non si riferiscono all’amministrazione in carica, eletta nel 2015 dopo un periodo di commissariamento seguito al terzo scioglimento dell’Ente. L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, sviluppata nell’arco temporale 2012-2016 con distinte indagini della polizia e dei carabinieri, ha delineato gli assetti e l’operatività delle cosche Avignone – Zagari – Fazzalari – Viola cui sono collegati, con autonomia funzionale, i gruppi Sposato-Tallarida e Maio-Cianci attivi nell’area di Taurianova. Sono state documentate intimidazioni ed estorsioni, il condizionamento nel campo edile e in quello alimentare, il controllo delle intermediazioni immobiliari, delle produzioni serricole e delle energie rinnovabili. Individuati anche i soggetti che hanno favorito la ventennale latitanza di Ernesto Fazzalari catturato dai carabinieri il 26 giugno 2016.

Beni per un valore di circa 25 milioni di euro sono in corso di sequestro ad opera della Guardia di finanza, dei carabinieri e della polizia di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione coordinata dalla Dda che stamani ha portato all’esecuzione di 48 arresti. Nel corso dell’operazione gli investigatori stanno eseguendo anche numerose perquisizioni.

le complesse investigazioni condotte dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, congiuntamente al Commissariato P.S. di Cittanova (RC), hanno consentito di individuare sia gli aspetti strutturali sia quelli dinamici del gruppo mafioso “Sposato” operante in Taurianova e comuni limitrofi (appartenente alla cosca di ‘ndrangheta Zagari-Viola-Fazzalari, così come già emerso nell’ambito della nota operazione “Taurus”) che si interessa e si impone nel mondo imprenditoriale per lo più nell’edilizia ed in quello alimentare, condizionando l’assegnazione degli appalti, insinuandosi e permeando ogni aspetto della vita democratica, essendo state acclarate infiltrazioni nel Comune di Taurianova.

L’attenzione deiCarabinieri del Nucleo Investigativo di Reggio Calabria è stata rivolta alla cosca Zagari–Fazzalari–Viola di Taurianova ed alla cosca alleata Maio-Cianci operante nella vicina San Martino.

Complessivamente, le indaginihanno consentito di:

 

– delineare gli assetti e la piena operatività delle cosche Zagari–Fazzalari–Viola cui è collegata, con autonomia funzionale, la cosca Sposato-Tallarida e Maio-Cianci, entrambe attive nell’area di Taurianova e nelle zone limitrofe;

– documentare numerose condotte intimidatorie (danneggiamenti) ed estorsioni posti in essere dagli affiliati alle due organizzazioni;

– accertare come l’ex Sindaco della cittadina tirrenica in carica dal giugno 2007 al 5 gennaio del 2009 e dal maggio del 2011 al luglio del 2013, mese dello scioglimento per infiltrazione mafiose del Comune , Domenico Romeo (accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e destinatario di una delle misure in esecuzione), sia stato il “referente politico” dei due sodalizi, essendo stato eletto grazie al supporto della ‘ndrangheta ed essendosi attivato, una volta in carica, per favorire la concessione di autorizzazioni edilizie a favore di imprese del settore fotovoltaico riconducibili alle cosche;

– svelare gli interessi e le imposizioni della famiglia Sposato- in particolare dei fratelli Sposato Giuseppe e Sposato Carmelo sopra indicati – nell’appalto pubblico per gestione pluridecennale del cimitero di Iatrinoli (Taurianova) mediante il sistema del project financingche avrebbe fruttato diversi milioni di euro;

– individuare tutti i soggetti che, attraverso un sofisticato circuito criminale, avevano favorito la ventennale latitanza di Fazzalari Ernesto, esponente di spicco dell’omonima consorteria criminale catturato dall’Arma reggina in data 26 giugno 2016.

Uno dei filoni investigativi, curato specularmente dall’Arma dei Carabinieri e dalla Polizia di Stato, è quello che ha consentito di evidenziare, ancora una volta, l’ingombrante presenza della cosca Zagari–Fazzalari-Viola a Taurianova e come la consorteria criminale operi in un clima diffuso di intimidazione ambientale che le consente di assumere il controllo e la direzione di settori nevralgici dell’economia: quello delle intermediazioni immobiliari, quello delle produzioni serricole e delle energie rinnovabili.

Lo spaccato restituitodalle indagini è, infatti, quello di un mercato immobiliare controllato in maniera asfissiante dalla ‘ndrangheta,in continua ricerca di terreni da acquisire attraverso prestanome, imponendo agli proprietari cedenti la scelta degli acquirenti.

I Fazzalari poi, in sinergia con i Maio-Cianci di San Martino di Taurianova, reinvestono in attività imprenditoriali cercando di piegare al loro volere l’operato della pubblica amministrazione.

Proprio quest’ultimo aspetto costituisce il dato più allarmante emerso dalle investigazioni: la posizione di un’amministrazione comunale, quello di Taurianova (già primo ente pubblico sciolto per mafia, nel 1991, poi nel 2009 e nel 2013),il cui primo cittadino, Domenico Romeo “scende a patti” con le cosche dominanti e, durante le elezioni comunali del 2011, culminate con la sua rielezione, si rivolge alle famiglie mafiose per ottenere voti in cambio del suo personale impegno a rilasciare concessioni edilizie sui fondi agricoli per l’avvio di attività imprenditoriali finalizzate allo sfruttamento delle energie rinnovabili da parte di aziende riconducibili alla ‘ndrangheta.

Martedì, 12 Dicembre 2017

fonte:ildispaccio.it/

Riciclaggio, l’Italia cancella l’archivio per le indagini sui movimenti in banca..VERGOGNA. QUESTO E’ UN ENNESIMO REGALO ALLA MAFIA !!!!!

Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2017

Riciclaggio, l’Italia cancella l’archivio per le indagini sui movimenti in banca

Da 26 anni gli istituti erano obbligati a mettere a disposizione di chi indaga conti, mutui e movimenti. In caso di operazioni sospette scattava l’allarme

di Virginia Della Sala e Antonio Massari

Un archivio con i dati dei clienti delle banche. Un contenitore a cui le forze dell’ordine attingevano in caso di segnalazione di operazioni sospette nella lotta al riciclaggio: fino a luglio c’era, oggi non più. Al suo posto, una mole di singoli archivi (anche cartacei) con proprie regole e propri parametri che non comunicano tra loro e rendono più difficili i controlli e il cosiddetto follow the money.

La cancellazione dell’obbligo dell’Aui, l’Archivio Unico Informatico, su cui banche e intermediari erano obbligati a registrare i rapporti aperti dalla clientela e i relativi dettagli è passato in un generale silenzio: tracciava conti, mutui, movimentazioni per importi pari o superiori a 15mila euro, anche frazionati. L’utilità stava nel filtro che, al di là della ordinaria contabilità della banca, registrava solo le movimentazioni più grosse e permetteva sia agli intermediari finanziari di monitorare a colpo d’occhio le posizioni a rischio interne, sia alle forze dell’ordine e all’Uif, l’Unità di Informazione Finanziaria di Banca d’Italia, di attingervi per indagini e vigilanza. Il cambiamento discende dalle direttive europee, l’Italia lo ha recepito nonostante i pareri negativi. La motivazione: adeguarsi agli altri paesi. Non fosse che in Italia l’archivio è nato soprattutto per la lotta alla mafia e al riciclaggio.

Con ordine. A luglio, con le norme introdotte con il decreto legislativo 90/2017 – che recepisce la quarta direttiva europea sull’antiriciclaggio – l’obbligo di registrazione che l’Italia aveva previsto sin dalla prima direttiva (nel 1991) con l’archiviazione in formato digitale, è venuto meno. Va ripetuto: l’archivio prevedeva, nel dettaglio, movimentazioni, deleghe a operare, modifiche al tipo di conto, co-intestazioni e così via. Serviva agli organi di vigilanza per vigilare su come banche&C. effettuavano i propri controlli interni (i bollettini di Bankitalia riportano, per dire, tutte le sanzioni emesse per la mancata registrazione) e alla Guardia di Finanza o alla magistratura per le indagini. Ogni mese, ad esempio, l’intermediario deve effettuare un’estrazione di dati sui movimenti superiori a 15mila euro e inviarla alla Uif. La Uif produce a sua volta le statistiche investigative: vede cioè come si sono mossi i flussi di capitale in Italia e se percepisce una situazione sospetta (quale può esser un’eccessiva movimentazione territoriale di contante) vi accende un faro. Paradosso vuole che la legge preveda che queste segnalazioni all’Uif continuino. Peccato non si capisca bene come, visto che l’Archivio da cui venivano estratte non è più obbligatorio.

La norma non parla più di obblighi di registrazione – spiega Ranieri Razzante, presidente dell’Aira, Associazione italiana antiriciclaggio e docente universitario a Bologna – ma solo di obblighi di conservazione. Non nominando più l’archivio, si dice sia stato abolito o quanto meno non è più obbligatorio”. La filosofia della direttiva, ovvero il motivo per cui quest’obbligo è stato eliminato, è il voler raggiungere un’omogeneità normativa sul territorio comunitario, visto che per gli intermediari degli altri Paesi non è previsto. “Tuttavia i grandi intermediari italiani – spiega Razzante, che ne rappresenta con l’Aira oltre 280 – hanno già investito e ammortizzato sull’Aui centinaia di milioni”. E assicurano che non cambieranno metodo. “Ora si auspica che il ministero dell’Economia spieghi in un suo regolamento quali saranno queste nuove modalità di archiviazione e si spera venga consigliato di tenere l’archivio”. Uno strumento su cui semplificare, insomma, non ha molto senso: “Potrebbe esserci un riverbero negativo sui controlli e anche sulla possibilità da parte della vigilanza di fare moral suasion, pressione, sul modo con cui gli intermediari li fanno internamente”.

Il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, conferma ancora oggi quanto sottolineato a marzo in un’audizione di fronte alle commissioni congiunte di Giustizia e Finanza: lo definì un arretramento del presidio dell’antiriciclaggio. “Non riesco a capire perché sia stata presa questa decisione – disse – tutti gli intermediari lo hanno, una banca che viene in Italia può costruirlo in poco tempo ed è uno strumento di trasparenza per la banca stessa”. Fece poi riferimento a chi se ne lamentava. “Ma sono gli stessi soggetti – spiegò – di cui stiamo ancora aspettando le segnalazioni di operazioni sospette”. Anche il direttore dell’Uif, Claudio Clemente, sostenne la conferma dell’archivio “per la conservazione, la tracciabilità, la verifica delle operazioni e la relativa analisi finanziaria per l’individuazione delle operazioni anomale”. Unico a gioire dell’eliminazione, nel corso della stessa seduta di audizioni, fu Assogestioni, associazione del risparmio gestito, che rappresenta anche società di intermediazione mobiliare, società di investimento a capitale variabile e assicurazioni. Il registro della clientela era poi obbligatorio anche per avvocati, notai, commercialisti.

Ora Banca d’Italia e Uif stanno lavorando per cercare di definire una normativa secondaria, che andrà emanata entro marzo 2018 e che indichi i parametri con cui banche e intermediari dovranno comunque conservare i dati. In pratica, si cercherà di far mantenere su base volontaria questi archivi. È probabile che chi vi ha già investito non abbandoni questo metodo di conservazione, le nuove banche, invece, non saranno tenute ad alimentarlo. In mezzo, le forze dell’ordine che per le indagini potrebbero trovarsi a essere costrette a richiedere dati e informazioni a decine di singoli operatori, quando sarebbero bastati pochi automatici clic.

 

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