ROMA

Chi lucra sulla monnezza di Roma

Chi lucra sulla monnezza di Roma

La commissione sul ciclo dei rifiuti svela nella sua relazione tutti problemi del Lazio e della Capitale. Caos e disfunzioni che portano all’emergenza perenne e a una situazione che favorisce illegalità e monopolisti

DI GIOVANNI TIZIAN

20 dicembre 2017

Un’inchiesta parlamentare durata due anni. Decine di audizioni, una mole impressionante di documenti acquisiti e l’analisi di materile investigativo e amministrativo. La commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Chiara Braga, ha approvato all’unanimità la relazione su Roma Capitale e regione Lazio.

«Con questa ampia relazione la Commissione intende fornire al Parlamento un quadro obiettivo di una situazione complessa. L’attualità delle esigenze e dei rischi per la legalità e per l’ambiente impone ai soggetti pubblici una programmazione del ciclo dei rifiuti legittima, ambientalmente sostenibile e concretamente praticabile nell’immediato» è il commento della presidente della Commissione. La relazione evidenzia le criticità del ciclio dei rifiuti nel Lazio e nella Capitale. Un servizio di primaria importanza per i cittadini, trasformato in business per pochi privati, spesso monopolisti.

«Vicende politico-amministrative e giudiziarie hanno portato alla luce criticità derivanti da scelte compiute – o omesse – per diversi lustri. Il tema centrale affrontato dalla relazione è la criticità del ciclo dei rifiuti di Roma, dove rimane tuttora dirimente la questione impiantistica, aggravata dall’assenza, in concreto, di alternative alla discarica di Malagrotta, che da quattro anni ha cessato di operare»

La commissione, poi, ha analizzato il ruolo di Ama: «La storia recente di AMA e l’attuale destinazione itinerante dei rifiuti di Roma Capitale segnalano la mancata chiusura del ciclo dei rifiuti, che genera un saldo ambientale negativo e costituisce il presupposto per un rischio di condotte illecite.

La situazione attuale è ancora di forte dipendenza dall’impiantistica extraregionale: a fronte di questi limiti strutturali l’intero territorio regionale e in particolare la città di Roma, risulta condizionato da eventi assolutamente prevedibili, che tuttavia diventerebbero subito ingovernabili. Sino ad oggi il sistema ha retto tra molte difficoltà, con l’aiuto indispensabile di impianti localizzati fuori Roma, con viaggi di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti verso il resto della regione Lazio, verso altre regioni e verso l’estero. Il ridimensionamento, per ragioni materiali o giuridiche, di uno di questi ausili produrrebbe, di riflesso, l’impossibilità della stessa regolare raccolta dei rifiuti a Roma.

Né si può dimenticare che gli stessi TMB romani – impianti che a loro volta generano rifiuti – presentano cronici problemi di funzionalità, tali da determinare interventi di controllo da parte di più soggetti istituzionali e reazioni dei cittadini che vivono nelle zone di insediamento degli impianti». Insomma, ecco spiegato perché ciclamente i romani si trovano a dover fare i conti con situazioni emergenziali. Emergenza perenne che ha prodotto notevoli esborsi per Ama, la muncipalizzata della raccolto rifiuti.

«L’eredità del contenzioso di Ama- frutto di una storica mancata definizione giuridica dei rapporti con i privati, collocata in fasi “emergenziali” e solo di recente superata da un contratto-ponte- rischia tuttora di comportare un elevato esborso di risorse economiche da parte di Roma Capitale ossia da parte di tutti i cittadini romani; il contratto-ponte, tuttavia, rappresenta un fattore di superamento di una storica situazione monopolistica con riflessi anche tariffari.

L’incremento di efficienza e di presenza avanzata di AMA nel ciclo dei rifiuti può essere una garanzia di legalità, a condizione di una gestione trasparente ed efficiente della società pubblica», precisano dalla commissione. Nel caos e nella fragilità di siffatto sistema si inseriscono tutta una gamma di illeciti ben descritti nella relazione della commissione.

«Dal rovistaggio, ai roghi di rifiuti, alle filiere improprie dell’autodemolizione, all’abbandono di rifiuti di origine edilizia, al degrado ambientale che interessa i campi nomadi, sede di raccolta illecita, abbandono e incendi di rifiuti; fenomeni sui quali sono in corso iniziative investigative».

In pratica, la carenza progettuale e la mancata realizzazione di impianti sono «la precondizione per vicende illecite in campo ambientale ma anche per condizionamenti impropri delle politiche pubbliche da parte di soggetti privati».

Monnezza che a Roma fa gola a molti. «La vicenda di “Mondo di mezzo” (Mafia capitale ndr), al di là degli esiti processuali, segnala l’interesse di organizzazioni criminali per la gestione di alcuni segmenti del ciclo dei rifiuti a Roma e nel Lazio. Vi sono poi illeciti ambientali che trovano il loro centro nella gestione della discarica di Malagrotta e nella “galassia” di strutture e interessi che da quella realtà si diramano.

Su questo punto la commissione ha analizzato in profondità le strutture societarie riconducibili alla famiglia di Manlio Cerroni, evidenziandone l’ampiezza e la pervasività». Dunque, la situazione ambientale prodotta dalla passata gestione nella discarica romana costituisce un problema tuttora aperto, «come attestato dalle risultanze giudiziarie che rivelano un inquinamento persistente».

Nuovo attacco a Lirio Abbate dall’avvocato di Carminati.

Nuovo attacco a Lirio Abbate dall’avvocato di Carminati. La solidarietà dell’Fnsi.ANCHE L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO  E’ VICINA E SOLIDALE CON LIRIO ABBATE

L’Espresso, 07 dicembre 2017

Nuovo attacco a Lirio Abbate dall’avvocato di Carminati. La solidarietà dell’Fnsi

Nel ricorso in Appello, dopo la condanna a 20 anni di reclusione inflitta in primo grado al ‘Cecato’, l’avvocato Naso punta il dito contro il giornalista dell’Espresso che con il suo lavoro svelò per primo la vicenda di Mafia Capitale. Un attacco definito dalla Federazione della stampa «sconcertante e preoccupante»

DI GIUSEPPE SCARPA

Non lo nomina mai. Ma il riferimento al vicedirettore dell’Espresso Lirio Abbate è chiaro. Si tratta dell’appello alla sentenza di primo grado per Mafia capitale presentato dal legale di Massimo Carminati, Giosuè Naso. Allusioni, velate minacce, offese punteggiano il ricorso contro la condanna del “Nero” a vent’anni per associazione a delinquere. Un repertorio del tutto simile, va detto, lo storico avvocato della destra romana lo aveva già esibito (sempre nei confronti del giornalista dell’Espresso) durante la discussione del maxi-processo. Stavolta, nelle duecento pagine depositate lo scorso primo dicembre, si sofferma su Abbate in questi termini: « Abbiamo assistito alle premonitrici rivelazioni di giornalisti di mezza tacca spacciati per eroici paladini della verità in possesso di ghiotte anticipazioni ( il riferimento, velato ma non troppo, è all’inchiesta  “  I quattro re di Roma, ndr) su indagini in gestazione presso i vari organi di polizia giudiziaria, pubblicate con cronometrica puntualità » eppure « senza suscitare reazione alcuna in chi quelle indagini stava compiendo ».

La teoria di Naso è che l’indagine sul “ Mondo di mezzo”, ovvero sulla presenza di una cupola a Roma con al vertice Carminati ( come ritenuto dalla procura), sia sostanzialmente un bluff, costruito anche con l’aiuto dei media: « Chi ha preso parte a questo processo — attacca il legale — potrà affermare di aver assistito alla colossale manipolazione di una realtà storica per trasformarla in realtà processuale » , per finalità « non tutte ostentate, e quindi rimaste sconosciute ».

Un’opera di manipolazione che, sostiene Naso, «nasce da lontano, attraverso un lavorio che coinvolge anche soggetti extraprocessuali, nella consapevolezza della necessità di un supporto mediatico e di opinione che renda legittimo e meritorio l’intervento dell’autorità giudiziaria ». Insomma: per l’avvocato, l’intera inchiesta giudiziaria ha avuto un «taglio stalinista » . Lo scopo? Non « la ricerca di una realtà obiettiva » , ma «la conferma di una realtà ideologicamente orientata», per confermare un teorema tagliato « su misura dei presunti responsabili». Gli articoli e i servizi televisivi di varie testate, conclude il legale, hanno prodotto un « debito di conoscenza verso la pubblica opinione ». Che è stata «abilmente e strumentalmente orientata grazie all’opera di disinformazione che ha accompagnato le cronache di questo processo».

Immediata la solidarietà dell’Fnsi: «E’ sconcertante e preoccupante il nuovo attacco che l’avvocato Giosuè Naso, legale di Massimo Carminati, ha sferrato contro il giornalista Lirio Abbate, vicedirettore de L’Espresso, che già nel 2012 svelò per primo Mafia Capitale  illustrando il ruolo dello stesso Carminati. L’attacco, questa volta, viene condotto addirittura in un atto giudiziario. Singolare non è il fatto che l’avvocato abbia deciso di difendere il proprio assistito, condannato in primo grado a vent’anni di reclusione, ma che lo faccia non nel processo ma dal processo, scagliandosi contro Abbate che vive sotto protezione da anni per le minacce e le intimidazioni mafiose ricevute per via della sua attività. Siamo di fronte alla continuazione di un’aggressione iniziata con il processo di primo grado a Massimo Carminati, con quanto affermato dall’avvocato Naso nelle udienze dibattimentali e nella discussione finale in aula. Ferma restando la dialettica processuale, siamo convinti che nel caso di Abbate siano stati oltrepassati i limiti fissati dal codice di procedura penale. Il giornalista Lirio Abbate, infatti, non è un soggetto processuale, quindi nessuna espressione nei suoi confronti può trovare giustificazione. Piuttosto si tratta di un’attività di lesione sistematica dell’immagine di un giornalista stimato e coraggioso, in un contesto nel quale non si puo’ non cogliere l’ulteriore aspetto della minaccia implicita. E’ chiara, infatti – conclude la nota – la volontà di mandare messaggi intimidatori ad Abbate, al quale va la solidarietà della Federazione nazionale della Stampa”.

Ostia: falso e corruzione, a processo ex commissario.IN ITALIA SIAMO ORMAI ALLA FRUTTA !!!!

Il Corriere della Sera, 30 Novembre 2017

Ostia: falso e corruzione, a processo ex commissario

Antonio Franco è accusato anche di aver occultato la presenza di un membro del clan Spada con interessi sulle sale gioco. In cambio avrebbe ricevuto il pagamento dell’affitto di un appartamento. Un altro arresto per l’aggressione a Piervincenzi

di Redazione Roma

Rinvio a giudizio per l’ex responsabile del commissariato di polizia di Ostia Antonio Franco, accusato di corruzione, rivelazione del segreto d’ufficio, soppressione di atti, falsità e false dichiarazioni al pm e di aver violato il codice in materia di protezione dei dati personali. Lo ha disposto il gup di Roma Anna Maria Govoni. A Franco è stato contestato anche di aver occultato la presenza di Ottavio Spada (detto Marco) nelle sale gioco di Mauro Carfagna, anche lui a giudizio per corruzione. Oltre a coprire la presenza di Ottavio Spada nelle sale slot di Carfagna, secondo l’accusa l’ex commissario di Ostia Franco avrebbe sbrigato pratiche amministrative in suo favore e lo avrebbe avvisato di controlli imminenti nelle sale gioco. In cambio, sempre per l’accusa, Franco avrebbe ricevuto il pagamento del canone mensile dell’appartamento locato dal dirigente di polizia ed utilizzato da questi anche per incontrare una donna con la quale aveva una relazione.

Un altro arresto per l’aggressione a Piervincenzi

E sempre giovedì, una svolta anche sull’aggressione al giornalista Rai Daniele Piervincenzi – avvenuta il 7 novembre scorso sempre a Ostia -. Oltre a Roberto Spada, che è stato arrestato per aver dato una testata al reporter di Nemo, un 38enne uruguaiano è finito in manette perché secondo quanto accertato dai carabinieri e dal pm Giovanni Musarò, avrebbe partecipato all’aggressione ai danni del reporter. Alvez Del Puorto Nelson ha precedenti per droga ma secondo gli inquirenti è da anni vicino al clan Spada e la Procura gli contesta l’aggravante mafiosa. In particolare l’uruguaiano è accusato di lesioni e violenza privata aggravata dall’articolo 7, ovvero le modalità mafiose. Nei prossimi giorni verrà fissato l’interrogatorio di garanzia.

 

Ostia, spari contro la porta di casa di uno Spada. L’ombra della faida coi clan rivali. Minniti: “Libereremo la città dalla mafia”

Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2017

Ostia, spari contro la porta di casa di uno Spada. L’ombra della faida coi clan rivali. Minniti: “Libereremo la città dalla mafia”

Secondo le prime informazioni sarebbero stati esplosi cinque colpi di pistola contro la porta dell’abitazione di Silvano Spada, cugino di “Robertino” e del capo del clan, Carmine Spada detto

“Romoletto”

di Vincenzo Bisbiglia

Un’altra sparatoria nel giro di 48 ore. E ora gli inquirenti temono davvero che a Ostia si sia aperta una faida fra i clan Fasciani e Spada, un tempo alleati con alcuni membri della famiglia addirittura imparentati fra loro. Ad essere presa d’assalto questa volta e’ stata l’abitazione di Silvano Spada, cugino di Roberto Spada – l’aggressore della troupe di Nemo oggi in carcere per violenza privata con metodo mafioso – e del capo del clan, Carmine Spada detto “Romoletto”. Secondo quanto raccolto dagli inquirenti, sabato sera intorno alle 21 qualcuno ha esploso 5 colpi di pistola contro la porta dell’abitazione del 33enne. Poco dopo, chi ha sparato ha raggiunto la vicina abitazione del fratello di Silvano, il 44enne fratello Giuliano, in via Baffico, dove è stata presa a calci e sprangate la porta d’ingresso. A indagare sono il Commissariato della Polizia di Stato di Ostia e la Squadra Mobile di Roma, coadiuvati dalla Polizia Scientifica, intervenuti sul posto con una decine di volanti.

Silvano Spada, oltre ad essere stato arrestato nel 2016 per racket e estorsione insieme ad altri membri della famiglia, era finito al centro delle polemiche politiche prima del ballottaggio del 19 novembre per essersi “intrufolato” in una foto accanto alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e alla sua candidata presidente (poi sconfitta dal M5S), Monica Picca. L’agguato, come detto, è avvenuto nel quartiere popolare noto per essere la roccaforte del clan Spada, il sodalizio criminale al cui vertice c’è Carmine “Romoletto” condannato a 10 anni di carcere eppure attualmente in stato di libertà nel “suo” litorale romano, proprio mentre suo fratello minore, Robertino, è dietro le sbarre a Tolmezzo (Udine) per la testata e il pestaggio ai danni di Davide Piervincenzi e Edoardo Anselmi “per riaffermare il dominio sul suo territorio”, come ha scritto il gip nell’ordinanza di convalida della misura cautelare. L’abitazione di Silvano, tra l’altro, sorge proprio di fronte alla palestra Femus Art School, gestita da Roberto Spada e dalla sua compagna.

Secondo una prima valutazione degli inquirenti, dunque, non si esclude che l’episodio possa essere direttamente collegato a quanto avvenuto giovedì’ 23 novembre di fronte alla pizzeria Disco Giro Ring di via delle Canarie, ovvero la gambizzazione del titolare Alessandro Bruno, 50 anni, e soprattutto di Alessio Ferreri, 41enne fratello di Fabrizio, in un locale considerato nel giro di quelli legati al clan Fasciani. Chi e’ Fabrizio Ferreri? Dalle carte dell’ordinanza “Critical”, emerge chiaramente che Fabrizio detto “Dentone”, 38 anni, è considerato il “rampollo” del clan Fasciani, capace di spacciare “a pacchi” la droga proveniente dalla Spagna, “dalla Casilina a Ostia”.

Dentone e Robertino erano amici, i Fasciani e gli Spada clan alleati e in alcuni casi imparentati (la compagna di Fabrizio Ferreri è la cognata di Ottavio Spada), mentre sia Romoletto che Terenzio Fasciani (fratello di Don Carmine, zio di Dentone) sono in stato di libertà. E non e’ un caso nemmeno che gli inquirenti abbiano interrogato i due uomini vittime dell’agguato di giovedì’, ricoverati presso l’ospedale Grassi di Ostia, ma che entrambi non siano stati in grado di fornire “elementi rilevanti per le indagini”. Molto lavoro, dunque, per la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, i cui pm Giovanni Musarò e Ilaria Calò stanno attendendo l’ennesima informativa della Squadra Mobile per provare a ricomporre il caso.

Credo che servano tutte le forze dell’ordine e se necessario anche l’esercito, per presidiare un territorio dove sembra essere ripresa una guerra tra clan”, aveva dichiarato sabato la sindaca di Roma, Virginia Raggi, rivolgendosi al ministro dell’Interno, Marco Minniti, e a quella della Difesa, Roberta Pinotti. E proprio Minniti, da Bari, ha dichiarato che “il tema della liberazione di Ostia dalla mafia sarà irrinunciabile, lì ci giochiamo un pezzo della sovranità del nostro Paese. E’ nelle sfide più difficili si vede la forza dello Stato. Noi saremo duri e intransigenti. Perché quello che sta avvenendo a Ostia non è tollerabile in una democrazia“. Parole, queste ultime che hanno ottenuto l’apprezzamento via Twitter proprio della sindaca Raggi.

 

 

 

Mondo di mezzo, Pignatone: “Faremo appello alla sentenza di primo grado. Al mio arrivo a Roma la mafia non c’era”

Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2017

Mondo di mezzo, Pignatone: “Faremo appello alla sentenza di primo grado. Al mio arrivo a Roma la mafia non c’era”

L’annuncio del capo della Procura: il sodalizio che faceva capo a Massimo Carminati “non dominava un territorio ma un settore di affari, e soprattutto una serie di rapporti con un pezzo dell’amministrazione comunale con il metodo mafioso, in quanto aveva la disponibilità della violenza”. Quindi la critica a “ministri e prefetti”: “Dal 2012 Io ho iniziato a fare indagini e sono uscite le piccole mafie, che sono tali se usano il metodo mafioso”

di F. Q.

Il processo a Mafia capitale non finisce qui. La Procura di Roma farà appello contro la sentenza del 20 luglio che aveva condannato Massimo Carminati e Salvatore Buzzi per associazione a delinquere, ma aveva escluso l’aggravante mafiosa. Lo ha annunciato il capo dei pm di piazzale Clodio Giuseppe Pignatone durante il suo intervento alla Festa per i venti anni di Repubblica Palermo. “Abbiamo letto la sentenza e riteniamo di non concordare – spiega Pignatone – stiamo scrivendo l’appello perché riteniamo che la costruzione accusatoria mantiene la sua validità. Noi siamo fiduciosi su ulteriori sviluppi”.

Il Mondo di mezzo “non dominava un territorio ma un settore di affari, economico, e soprattutto una serie di rapporti con un pezzo dell’amministrazione comunale di Roma” – ha proseguito  Pignatone – secondo noi otteneva il controllo con il metodo mafioso in quanto aveva la disponibilità della violenza. Tutti lo sapevano, Carminati aveva alle spalle un pedigree noto a Roma. C’erano secondo noi le condizioni per il riconoscimento del carattere mafioso”.

Dal 2012, dopo il mio arrivo a Roma, era pacifico per ministri e prefetti che a Roma non ci fosse la mafia. Io ho iniziato a fare indagini per scoprire se fosse vero e sono uscite le piccole mafie”, ha proseguito il procuratore capo. “L’articolo 416 bis del codice penale non punisce solo le mafie tradizionali – spiega Pignatone – le piccole mafie, piaccia o non piaccia, hanno piena cittadinanza per essere punite, anche le piccole mafie sono tali se usano il metodo mafioso”.

Il 20 luglio il Tribunale di Roma aveva condannato Buzzi, capo delle coop rosse, a 19 anni, 20 anni per Carminati, 11 per Luca Gramazio, ex capogruppo del Pdl in Comune e alla Regione Lazio. L’accusa di associazione mafiosa era caduta per 19 imputati, tra cui i presunti capi Carminati e Buzzi. Per il resto le toghe capitoline avevano hanno emesso condanne pesanti riconoscendo quella che è comunque un’organizzazione capace di infiltrarsi e fare business nella gestione dei centri accoglienza per immigrati, di finanziare cene e campagne elettorali, di raggiungere politici di destra e sinistra. Un’organizzazione che però, per i giudici, non è una cupola, non è una piovra. Rispetto alle richieste della Procura che aveva proposto per tutti gli imputati 5 secoli di carcere, i giudici della X Corte presieduta da Rosanna Ianniello a luglio avevano inflitto oltre 250 anni, dimezzando di fatto le pene richieste.

In giornata aveva parlato della situazione della Capitale anche Franco Roberti: “A Roma c’è una mafia autoctona e di importazione”, ha detto il Procuratore nazionale antimafia a margine della firma di un protocollo d’intesa con l’Anac, ai giornalisti che gli domandavano della presenza mafiosa, anche a seguito di quanto accaduto a Ostia. “Se il riferimento è alla sentenza sul processo di Mafia capitale – ha risposto Roberti – quella è una sentenza, per quanto importante, e ce ne sono altre che hanno riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso per delitti commessi sul territorio di Roma. La mafia a Roma esiste di importazione e anche autoctona, quest’ultima forse meno aggressiva, ma comunque definibile come associazione mafiosa”.

L’annuncio arriva dopo due sentenze della Cassazione che danno forza alle parole del capo dei pubblici ministeri capitolini. Il 26 ottobre la Sesta sezione aveva riaperto il processo per mafia al clan Fasciani di Ostia e il 10 novembre con una sentenza che rimanda a Massimo Carminati la Seconda sezione ha dato ragione al Pg di Venezia che vuole condanne per mafia per un clan moldavo dedito al racket.

Ostia, quei cinque clan che spaventano gli onesti del litorale romano

Ostia, quei cinque clan che spaventano gli onesti del litorale romano

Il Mattino, Domenica 12 Novembre 2017

Ostia, quei cinque clan che spaventano gli onesti del litorale romano

di Mirko Polisano

Ostia, dove i clan spaventano i cittadini onesti. Nomi eccellenti che hanno sempre controllato il territorio e tornati alla ribalta dopo l’aggressione di Roberto Spada, fratello del boss Romoletto e esponente della famiglia di origine sinti che sul mare di Roma controlla il racket delle case comunali e il traffico di droga. Ma la mala sul litorale è sempre stata ad appannaggio di quelli che fanno paura. Fasciani, don Carmine a processo con le figlie Sabrina e Azzurra. Spiagge e chioschi insieme al traffico di droga sono materia dei Triassi dove i fratelli Vincenzo e Vito sono i colonnelli della storica famiglia mafiosa Caruana-Cuntrera di Siculiana. Ostia Nuova è il regno dei Di Silvio imparentati con i Casamonica, mentre l’entroterra è nelle mani dei Guarnera, legato al clan dei Casalesi.

FASCIANI

Quella dei Fasciani è una famiglia che a Ostia conta ancora molto. Il leader indiscusso è «don» Carmine, abruzzese di Capistrello, 67 anni, pluricitato in tutte le relazioni antimafia (da quelle della Dia a quelle redatte in Parlamento) a Ostia da quando era bimbetto. Negli anni Settanta «don» Carmine ha ufficialmente una panetteria ma è già vicino alla banda della Magliana dove si occupa del settore «soldi a strozzo». Poi, dagli Ottanta in poi, l’escalation incontrastata sul litorale. Dopo droga e estorsioni ha tentato il salto imprenditoriale acquistando uno stabilimento balneare a Ostia Ponente: il Village. Aveva amicizie nei reduci dei Nar altre importanti come Gennaro Mokbel il faccendiere che gestiva i fondi neri per colossi come Telecom e Fastweb.

SPADA

Condannato per mafia Don Carmine Fasciani, gli Spada hanno cercato di guadagnare sempre più porzioni di territorio. Un’inchiesta del pm Mario Palazzi sul malaffare diffuso negli uffici del municipio X ha dimostrato come il capo dell’ufficio tecnico, Aldo Papalini, si servisse della loro intimidazione per “espropriare” e riassegnare ad imprenditori e amici, tra cui gli stessi Spada, gli stabilimenti e le concessioni balneari più contese. Lastrada percorsa dagli Spada per affermare il potere emergente è quella delle minacce e dei pestaggi: aggressioni, colpi di pistolae agguati alla famiglia rivale dei Baficchio, ai quali fu addirittura levato di forza un alloggio popolare perché un membro del clan aveva bisogno di una stanza in più. A Ostia gestiscono ancora il racket delle case comunali.

TRIASSI

«Pigliamuni Ostia». Dopo la Banda della Magliana sul mare di Roma arrivarono i Triassi di Siculiana. Dalla provincia di Agrigento, a gestire il controllo dei chioschi e delle attività sul litorale di Ostia, oltre che il traffico di droga e armi, ci sarebbe stata la storica famiglia mafiosa Caruana-Cuntrera di Siculiana, tramite i fratelli siculianesi Vincenzo e Vito Triassi, ritenuti i colonnelli della stessa famiglia. I fratelli Triassi sul litorale gestiscono il traffico di droga e armi che arrivano dalle zone «franche» degli stati balcanici. Nel 2007 e nel 2011, infatti, rispettivamente Vito e Vincenzo Triassi sono stati vittime di agguati e intimidazioni. Ferimenti avvenuti per motivi legati alla gestione dei chioschi sul lungomare di Ostia. Il contrasto, in particolare, riguardava la gestione di una spiaggia libera sul lungomare Toscanelli.

DI SILVIO-CASAMONICA

Insieme agli Spada, a gestire il traffico di usura, estorsioni e droga sul litorale romano ci sono anche i Casamonica, imparentati con i Di Silvio e affiliati degli Spada. Nando Di Silvio a Ostia ha in mano il racket delle case comunali. Condannato a 5 anni e 4 mesi, insieme ad altri 9 esponenti della sua famiglia aveva estorto l’appartamento a una giovane coppia che regolarmente aveva ottenuto un alloggio nelle case Ater di Ostia. Nel corso della loro scalata sul mare di Roma, i Casamonica sono stati più volte incriminati per spaccio e traffico di stupefacenti, usura tramite società finanziarie, scommesse clandestine, strozzinaggio e recupero crediti per conto terzi. Si tratta di uno dei gruppi malavitosi più potenti e radicati non solo di Ostia, ma del Lazio. I Casamonica a Ostia sono dediti anche al controllo della droga nella zona popolare di Ostia Nuova. La loro forza è la territorialità e il loro feudo è Ostia Ponente, dove hanno ville fortificate e protette da sistemi di sorveglianza.

GUARNERA

Il gruppo dei fratelli Guarnera opera ad Acilia, periferia tra Ostia e Roma. Una terra di mezzo, tra il mare e la grande città dove il clan, braccio dei Casalesi nella Capitale, ha il controllo dei videopoker e delle slot machines. Le indagini hanno portato alla scoperta di una vvera e propria joint-venture tra esponenti di vertice della criminalità organizzata campana e noti appartenenti alla criminalità organizzata romana. Più in particolare, è stato accertato come il boss Mario Iovine detto Rififì stesse progressivamente estendendo le sue illecite attività nel settore delle slot machine dalla Campania al Lazio, coinvolgendo persone locali che “avevano il gioco in mano”, ossia Sergio Guarnera detto Ciccio e Sandro Guarnera, considerati dagli inquirenti elementi di «pericolosità sociale».

 

La lotta alle mafie nel Lazio si é cominciata a fare solamente da quando sono  arrivati alla Procura di Roma Pignatone e Prestipino

La lotta alle mafie nel Lazio si é cominciata a fare solamente da quando sono  arrivati alla Procura di Roma Pignatone e Prestipino.Prima la mafia….non esistenza.Si negava l’evidenza

 

 

 

 

LA LOTTA ALLA MAFIA NEL LAZIO SI E’ COMINCIATA A FARE DA QUANDO SONO ARRIVATI ALLA PROCURA DI ROMA PIGNATONE , PRESTIPINO E GLI ALTRI NUOVI MAGISTRATI.PRIMA E’ STATO COME SE LA MAFIA NON FOSSE MAI ESISTITA,ANCHE LA BANDA DELLA MAGLIANA E’ STATA CONDANNATA PER LA SEMPLICE ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E NON MAFIOSA.QUESTA E’ LA TRAGICA REALTA’,NON POTREMO MAI DIMENTICARE LE LITI FURIBONDE CHE CI VEDEVAMO COSTRETTI A FARE CON ALCUNI PREFETTI CHE CI RIMPROVERAVANO DI FARE DEL….”TERRORISMO” E DI FAR SCAPPARE TURISTI ED INVESTITORI.NON PARLIAMO,POI,DELLA CLASSE POLITICA,A COMINCIARE DA QUELLA DEL PD E PER COME SIAMO STATI SEMPRE TRATTATI NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO CHE DENUNCIAMO QUESTE COSE DA SEMPRE.PREFERIAMO TACERE PERCHE’ MERITEREBBERO SOLAMENTE RANDELLATE SUI DENTI.

Dalla vecchia camorra ai nuovi zingari. Ecco i 75 clan che comandano a Roma

La Stampa, 12 Novembre 2017

Dalla vecchia camorra ai nuovi zingari. Ecco i 75 clan che comandano a RomaPersino la movida viene sottoposta al pizzo: rovinerebbe lo spaccio. E sul litorale la pax mafiosa viene garantita dagli equilibri dei boss

di FRANCESCO GRIGNETTI

C’è un episodio fulminante, a scartabellare tra le tantissime inchieste sulla criminalità organizzata che portano la firma del procuratore Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Michele Prestipino, che racconta tutto della nuova mafiosità declinata alla romana. Accade nel 2015, ai tempi del funerale sfarzoso e pacchiano per il capostipite dei Casamonica, Vittorio. Salvatore Casamonica pretende il pizzo dagli esercizi commerciali del Tuscolano e al titolare di un pub fa il seguente discorso: «Voi con ’sta movida avete rotto. La gente fa rumore, così in piazza passano di continuo i carabinieri e i miei non possono più lavorare». Sottinteso, con la droga. «Ora, siccome io non ci voglio rimettere… Me dovete dare ’sti sordi. So’ 500 euro a settimana».

Così la criminalità va all’assalto di Roma. La città è ai loro occhi una ricca, grande, indifesa riserva d’oro. E c’è spazio per tutti. Secondo l’ultimo monitoraggio della Direzione nazionale antimafia sarebbero 75 i clan grandi o piccoli che si sono insediati all’ombra del Cupolone. O che sono nati qui. Per dirla con le parole del procuratore Pignatone: «Non si può certo affermare che Roma sia una città mafiosa nel senso in cui lo sono molte città del Sud, dove un’unica organizzazione esercita il controllo quasi militare del territorio. Ma è sicuramente un errore anche più grave negare l’esistenza di significative presenze mafiose, anche autoctone, e la necessità di contrastarle».

Ci sono davvero tutti, al gran banchetto. I siciliani. I calabresi. I napoletani. I camorristi ostentano nomi dal lugubre pedigree criminale: Femia, Moccia, Mallardo, Iovine, Alfieri, Sarno. Molti continuano a presidiare anche gli antichi radicamenti in Campania; alcuni si trasferiscono in blocco. Quando i Moccia da Afragola decidono di piazzare a Roma i loro prodotti caseari, si spalancano loro le porte di tanti ristoranti già nelle mani della camorra, ma anche della Conad. Il metodo di imporsi sul mercato si scopre da un’intercettazione: «Lui quando dice il cognome suo, si sa che è, chi sono, chi non sono… si mettono sugli attenti e lui… basta che fa il cognome, giusto no?».

Michele Senese – condannato due giorni fa dalla Cassazione a 30 anni per l’omicidio di uno degli ultimi boss della Banda della Magliana – è uno dei capi. Era stato protagonista della mattanza di camorra, alleato di Carmine Alfieri e nemico di Cutolo. È poi finito a Roma dove si ritiene che controlli tutta l’area del Tuscolano assieme al suo alleato, il temibile Pagnozzi Domenico, «noto negli ambienti malavitosi come “Mimì o’ professore” o “occhi di ghiaccio”, già elemento di spicco dell’omonima famiglia camorristica di stanza a San Martino Valle Caudina (Avellino)». In un’intercettazione, uno del gruppo si vanta: «A noi ci chiamano “I napoletani della Tuscolana”. Questa è tutta roba nostra».

Scrive il gip nel 2015: «La consorteria ha basi operative nel rione Monti, al Pigneto mentre organizza, su vasta scala, lo spaccio e il traffico di stupefacenti sulle piazze del Quarticciolo, Centocelle, Tuscolana, Quadraro. L’organizzazione opera anche nei settori dell’usura e dell’estorsione arrivando, spesso, ad estromettere le vittime dei delitti dalle proprie attività».

Quanto fossero cattivi questi napoletani, se ne sono accorti per primi proprio i Casamonica, il clan di zingari che si è insediato tra Cinecittà, Tor Bella Monaca e la Romanina. Per una partita di droga non pagata, stava per finire malissimo. Poi però Pagnozzi e i suoi finiscono in carcere e il gruppo di zingari prende ad espandersi. E con loro altri due clan rom, i Di Silvio, «padroni» di Ciampino, e gli Spada, all’onore delle cronache di Ostia.

Ma la storia noir di Roma è una continua altalena di equilibri. A Ostia, per dire, i siciliani Triassi, imparentati con i Cuntrera-Caruana (due latitanti li arrestarono nel 1998 proprio a Ostia: quell’operazione porta la firma dell’indimenticato Nicola Calipari e del colonnello dei carabinieri Mario Parente, capo dei servizi segreti esteri) entrarono in conflitto con i Fasciani. Vito Triassi viene gambizzato una prima volta nel 2006. Una seconda, l’anno dopo. Infine è incendiata l’autovettura del genero. Uno sgarbo terribile. Prima che si scateni la guerra, interviene Senese e grazie al suo carisma criminale viene stipulata una pax mafiosa che sul litorale regge da 10 anni. Vi ha fatto riferimento di recente anche Pignatone: «Tra i capi dei gruppi più importanti operanti nell’area romana sono stati accertati contatti diretti a risolvere i contrasti senza ricorrere alle armi».

Non sono mafie queste? La procura ordina decine di arresti e moltiplica la pressione anche sui patrimoni. Sono stati sequestrati (in parte confiscati) alcuni miliardi di euro. Ma la guerra sarà lunga.

Ostia, non solo gli Spada. Qui comandano politici e palazzinari romani

Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2017

Ostia, non solo gli Spada. Qui comandano politici e palazzinari romani

di Carlo Stasolla

Se Ostia fosse una città sarebbe la 14° più grande d’Italia. Il Municipio, con i suoi 150 kmq, comprende importanti quartieri residenziali e note aree turistiche. Uno dei quartieri più problematici del Municipio è quello di Nuova Ostia, dove una settimana fa il giornalista Daniele Piervincenzi è stato picchiato da Roberto Spada. A seguire parole di sdegno, cortei di solidarietà, scambi di accuse. Ostia Nuova è salita così sulla ribalta nazionale.

Oggi ad Ostia il 10% vota Casapound. Negli anni Settanta tutti votavano il Partito Comunista e molti ottennero le case popolari a Nuova Ostia dopo una manifestazione organizzata in Campidoglio nel 1972. Erano originari del Sud Italia, figli di un sottoproletariato urbano e stigmatizzati come “baraccati”. Tra loro anche numerose famiglie di rom abruzzesi. Le loro abitazioni erano le fatiscenti baracche dell’Acquedotto Felice e dell’Alessandrino e tanti attivisti, dal sociologo Franco Ferrarotti al prete di periferia Roberto Sardelli, li avevano conosciuti sostenendo le loro battaglie e dando forza alle loro rivendicazioni.

La nuova sistemazione negli appartamenti di Nuova Ostia rappresentò per tutti un successo della civiltà e della democrazia. Ma nessuno li andò più a trovare, nessuno si mosse per vedere come vivevano queste famiglie dopo il trasferimento, che situazione si era generata nel nuovo quartiere. Qualcuno riconobbe che quella ricollocazione rappresentò in realtà la disgregazione di una comunità umana condannata ad una nuova più grave emarginazione. Le baracche erano state abbattute e questo bastava, si ritenne, per chiudere una parentesi fatta di battaglie politiche. Nascevano in quegli stessi anni, nella periferia romana, i palazzoni dell’edilizia residenziale pubblica di Corviale, di Laurentino 38, di Tor Bella Monaca. Quartieri dormitorio, popolati dai “baraccati” confluiti da diverse parti della città, nei quali da subito alla povertà economica si aggiunse la segregazione fisica e relazionale, la paura, la rabbia, il trauma del distacco.

Per Nuova Ostia la storia andò diversamente visto che già era presente un complesso residenziale rimasto invenduto e costruito abusivamente alla fine degli anni Settanta. Furono circa 4.000 i “baraccati” che, sostenuti dal Partito Comunista e dai comitati del quartiere, occuparono i 1.300 appartamenti. Le case furono assegnate dai militanti della sezione locale del PCI che organizzarono anche i lavori per gli allacci delle utenze. Il Comune di Roma concordò con il proprietario, il costruttore Renato Armellini, affitti molto cari per abitazioni prive di autorizzazioni, al di fuori del Piano Regolatore e, come rivelato dai crolli del 2009, fatte con sabbia e cemento. Milletrecento appartamenti divisi in 6 lotti che dal 1972 il Comune di Roma li affitta da società riconducibili alla famiglia Armellini.

Piuttosto che Roberto Spada, è lei, Angiolina Armellini, la figlia del palazzinaro romano, la vera protagonista di Nuova Ostia. Secondo un’indagine condotta 3 anni fa dalla Guardia di Finanza tra il 2003 e il 2012 avrebbe nascosto un tesoro di 2 miliardi di euro e non avrebbe pagato il fisco per 190 milioni evadendo le tassemediante un intreccio di società estere. Risulterebbe proprietaria di 1.243 immobili tra cui 3 alberghi di lusso. Di quegli immobili 1.042 sono le case polari di Ostia Nuova per le quali il Comune di Roma paga alla sua società affitti superiori ai 4 milioni di euro annui.

La microcriminalità, il narcotraffico, il racket delle case popolari, gli Spada, rappresentano la fisiologica conseguenza di mezzo secolo di coesistenza tra forze politiche e palazzinari romani che ad Ostia si sono sempre mossi in un abbraccio mortale fatto di scelte sociali ed urbanistiche scellerate e che ha creato l’humus tossiconel quale si muove una comunità deprivata.

Non sappiamo davvero a cosa porteranno i cortei degli scorsi giorni e popolati da personaggi che una settimana prima delle elezioni municipali ci sono, e domani risulteranno latitanti. Quello che serve nelle periferie romane è combattere la mafia rompendo il meccanismo che vede il sostegno delle istituzioni nei confronti di quelle forze predatorie e antisociali che sino ad oggi, sulla pelle delle fasce più deboli, hanno soffocato ogni sogno di cambiamento. Sino a quando le periferie non torneranno ad essere il centro della città e dell’interesse dei suoi amministratori le attività criminali degli Spada di turno continueranno a prosperaree con esse l’enfasi che verrà data alle loro “gesta”, necessarie ad un’opera di distrazione di massa. Che in prossimità di ogni tornata elettorale è utile a tutti.

 

La Sindaca Raggi  costituisca al più presto l’Osservatorio Comunale  per la legalità.

La Sindaca Raggi  costituisca al più presto l’Osservatorio Comunale  per la legalita’,Eccole il Regolamento che noi le proponiamo e che abbiamo bello e pronto

 

 

 

 

 

QUALCUNO SUGGERISCA ALLA SINDACA RAGGI DI COSTITUIRE SUBITO L’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’.NOI ABBIAMO BELLO E PRONTO IL REGOLAMENTO PER IL SUO FUNZI.ONAMENTO E LE PERSONE PIU’ ESPERTE E PRESTIGIOSE PER FARNE PARTE.LA PARTECIPAZIONE AD ESSO DOVRA’ ESSERE RIGOROSAMMENTE GRATUITA E RISERVATA A SOGGETTI COMPETENTI IN MATERIA DI LOTTA ALLE MAFIE ED ALLA CORRUZIONE.
ECCO IL REGOLAMENTO CHE NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO ABBIAMO PREPARATO:

 

 

 

 

 

 

 

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA LOTTA ALLE ILLEGALITA’ E LE MAFIE “ANTONINO CAPONNETTO”

 

www.comitato-antimafia-lt.org  – info@comitato-antimafia-lt.org

tell. 3470515527-063207234

                                                   Via  Germanico 197-00192 ROMA

 

 

REGOLAMENTO PER L’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’

 

Art.1 – E’ istituito l’Osservatorio Comunale sulla Legalità inteso come centro di studi, ricerca, documentazione e di iniziativa sociale a sostegno della legalità e della lotta alla corruzione ed alla criminalità comune e mafiosa.

 

Art.2 – L’Osservatorio svolge i compiti:

  1. a) studiare e “fotografare” le forme criminali tradizionali ed emergenti presenti sul territorio;
  2. b) individuare i settori a maggior rischio di infiltrazione mafiosa; c)analizzare l’efficienza delle strutture preposte al contrasto della criminalità e proporre tutte quelle mutazioni, aggiustamenti, integrazioni che dovessero rendersi necessari per aumentarne l’efficacia;
  3. d) vagliare il senso di sicurezza soggettiva dei cittadini comparandola a quella oggettiva;
  4. e) effettuare una “mappatura” delle istituzioni del privato sociale connesse con problemi della sicurezza e del contrasto alla criminalità;
  5. f) verificare la compatibilità con le leggi ed i regolamenti di tutti gli atti assunti dalla pubblica amministrazione locale.

 

Art.3 L’Osservatorio è presieduto dal Sindaco – o suo delegato in caso di assenza – ed è composto da:

  1. a) 2 rappresentanti designati dalle associazioni di volontariato antimafia di provata serietà ed affidabilità ai livelli nazionali, oltre che presenti sul territorio comunale e che svolgano concretamente ,con attività di indagine e denuncia,attività in favore dell’azione di sostegno alla legalità ed alla lotta alla criminalità comune e mafiosa;
  2. b) il Prefetto o suo rappresentante;
  3. c) il Questore o suo rappresentante;
  4. d) il Comandante provinciale dei Carabinieri o suo rappresentante;
  5. e) il Comandante provinciale della Guardia di Finanza o suo rappresentante;
  6. f) il Comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato o suo rappresentante;
  7. g) il Comandante della Polizia Municipale;
  8. h) 2 magistrati, il primo in rappresentanza della Procura della Repubblica territoriale ordinaria ed il secondo della Direzione Distrettuale Antimafia competente per il territorio;
  9. i) il responsabile della SUA (Stazione Unica Appaltante);
  10. l) il Dirigente del Servizio comunale competente (da cambiare a seconda dell’oggetto in discussione);
  11. m) 3 rappresentanti dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi a livello nazionale.

 

Art.4 – La nomina dei componenti l’Osservatorio avviene con atto di Giunta Municipale su designazione dei rispettivi sodalizi o enti di appartenenza. Essi restano in carica fino alla scadenza della consiliatura.

 

Art.5 – Accesso agli atti – I membri dell’Osservatorio potranno accedere direttamente a tutti gli atti comunali (dall’anagrafe, alle delibere, ai fascicoli delle gare e ad ogni altro documento ritenuto utile per lo svolgimento delle attività proprie), limitatamente alle sue funzioni.

 

 

Art 6 – Il Sindaco provvede alla prima convocazione ed all’insediamento dell’Osservatorio;

  1. a) In caso di dimissioni, decesso o impedimento di un membro dell’Osservatorio si provvede alla sua sostituzione secondo le modalità di cui all’art.4;
  2. b) l’assenza a tre sedute consecutive comporta la decadenza dalla nomina e la conseguente sostituzione del soggetto decaduto con altro indicato dallo stesso ente o sodalizio di appartenenza; c) l’Osservatorio é validamente costituito con la nomina di almeno la metà dei suoi membri.

 

Art 7 – Il Presidente provvede alla convocazione della riunione dell’Osservatorio almeno 3 volte l’anno; il Presidente è tenuto a convocare, inoltre, la riunione dell’Osservatorio ogni volta che a farne richiesta sia almeno un terzo dei componenti dello stesso;

le riunioni dell’Osservatorio sono valide con la partecipazione della maggioranza dei suoi membri;

l’Osservatorio delibera a maggioranza dei presenti.

 

Art 8 – L’Osservatorio provvede a nominare durante la sua prima riunione il Segretario scegliendolo fra i suoi componenti.

 

Art 9 – L’Amministrazione comunale provvederà a dotare l’Osservatorio di tutti i supporti strumentali, tecnici, documentali e regolamentari per consentirgli lo svolgimento dei suoi compiti;

l’Amministrazione comunale si attiverà per recuperare in sede provinciale, regionale, nazionale e comunitaria finanziamenti a sostegno delle attività e delle iniziative promosse dall’Osservatorio.

 

Art.10 – La partecipazione alle riunioni ed alle attività dell’Osservatorio è gratuita e non dà diritto ad alcun compenso, retribuzione o rimborso.

Ostia, partita la marcia per la legalità.

Ostia, partita la marcia per la legalità. Raggi: “Manifestazione dei cittadini, non siamo qui per la campagna elettorale”.Presenti M5S,MDP  e SINISTRA ITALIANA.ASSENTI  PD E DESTRE.” FUORI LA MAFIA DA ROMA E DALLO STATO “
Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2017

Ostia, partita la marcia per la legalità. Raggi: “Manifestazione dei cittadini, non siamo qui per la campagna elettorale”

La marcia era stata promossa dal laboratorio civico di don Di Donno dopo l’aggressione al giornalista di Nemo. Hanno aderito diverse forze politiche e associative: presente anche una delegazione di Mdp e Sinistra Italiana. La sindaca sui social: “Fuori la mafia da Roma”

di F. Q.

Cittadini in strada a Ostia, dove è in corso la marcia per la legalità. In centinaia sfilano in corteo dopo l’aggressione di Roberto Spada ai danni di una troupe televisiva della Rai. Diversi i cori scanditi da adulti, famiglie e ragazze presenti nelle vie del X Municipio: “Siamo tutti contro la mafia”, “Ostia libera” a “Casa, cultura, solidarietà e la mafia sparirà”.

Del corteo fa parte anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi, che ha lanciato sui social l’hashtag #fuorilamafiadaroma: “È una manifestazione dei cittadini – ha detto a RaiNews24 – Ho cercato di rilanciare e dare voce all’appello della gente che vuole contrastare criminalitàe mafie”. La marcia era stata promossa dal laboratorio civico di don Di Donno e a cui hanno aderito diverse forze politiche e associative. Adulti e ragazzi espongono diversi striscioni di condanna per la mafia, ma richiedono fermamente anche una maggiore presenza delle istituzioni.

Tra le forze politiche presenti, tutte senza bandiere, oltre al M5s ci sono Mdp e Sinistra Italiana: “Solo la mobilitazione dei cittadini può riportare la legalità a Ostia, diventata negli ultimi anni una terra di nessuno. Spetta allo Stato decidersi a intervenire – dice la capogruppo di Si al Senato, Loredana De Petris – Questo chiedono i cittadini che oggi manifestano dopo la vergognosa aggressione contro un giornalista, compiuta evidentemente nella certezza dell’impunità“.

Assente invece il centrodestra che ha giudicato “di parte” la manifestazione. Anche il Pd ha detto no, annunciando la propria presenza al corteo organizzato dalla Fnsi, il sindacato dei giornalisti, giovedì prossimo. “L’assenza del Pd? Oggi non voglio fare polemiche – ha risposto la sindaca a chi le chiedeva un commento sull’assenza dei dem – Tra l’altro noi saremo anche alla manifestazione indetta da Libera ed Fnsi perché la mafia è qualcosa che si deve combattere quotidianamente”.

Questa è una manifestazione aperta a tutti”, ha ribadito la Raggi che non ha voluto parlare del ballottaggio previsto per il 19 novembre nel X Municipio e che vedrà coinvolta la candidata del M5s. Lungo il corteo anche qualche cartello contro la sindaca (“Raggi, ma quale passeggiata: Ostia è abbandonata) e diversi inviti all’arrivo della Raggi a non posizionarsi in testa al corteo. “Non potevo non esserci. Siamo qui tra i cittadini e questa è una bella risposta – ha aggiunto – Quello che è avvenuto è stato vergognosoe le istituzioni hanno il dovere di reagire per testimoniare che Roma e Ostia ancora di più sono contro la mafia”.

Centinaia i ragazzi e gli adulti che sfilano per le vie del municipio romano. “Io abito a Ostia antica e cerco di fare del posto in cui vivo un posto migliore – racconta una mamma – L’aggressione al giornalista è una cosa che non può essere tollerata ma, insomma, è la punta dell’iceberg“. In corteo anche molti studenti: “Siamo qui per dire no alla violenza e alla mafia che forse in questo municipio si è un po’ allargata per colpa di uno Stato che forse è stato un po’ assente – spiega Gianluca – Non è questa la Ostia che vogliamo, le istituzioni siano più presenti. Non vogliamo un lungomuro ma un lungomare”.

 

Orrore

Nonostante la nomina del Dott.Manzione a presidente della commissione centrale ex art 10.

Dopo circa un mese la stessa ancora Non si riunisce.
Ci chiediamo il perché?
E dove vuole arrivare questo Governo ?
Con tale comportamento ,in aggiunta a quello perpetrato dal Servizio Centrale Di Protezione che letteralmente distrugge la vita di chi é  testimone di giustizi,.il Governo vuol far capire che se ne frega di Testimoni,Collaboratori e della Giustizia.
Senza la Commissione centrale ex art.10 operativa ogni decisione resta inevasa e parliamo di vite umane.
Questo Governo dovrà dar conto di tale comportamento. Questa è la prova che della lotta alle mafie a questo Governo non può fregar di meno

Giornalista aggredito a Ostia, i pm: “Spada, soggetto che comanda e può dare ordini”

Giornalista aggredito a Ostia, i pm: “Spada, soggetto che comanda e può dare ordini”

La Repubblica, 10 Novembre 2017

Giornalista aggredito a Ostia, i pm: “Spada, soggetto che comanda e può dare ordini”

Il racconto dei collaboratori di giustizia. Chiesta la convalida del fermo. Convocato per il 14 il comitato di sicurezza per il ballottaggio

“Un soggetto che comanda e che può dare ordini all’interno del sodalizio”. Così definiscono Roberto Spada alcuni collaboratori di giustizia in verbali citati nel decreto di fermo in seguito all’aggressione avvenuta il 7 novembre scorso ad Ostia ai danni del giornalista Daniele Piervincenzi e del cameraman. Nel provvedimento di 20 pagine i pm Giovanni Musarò e Ilaria Calò ricostruiscono il contesto criminale e mafioso in cui si è consumata la vicenda, inviando questa mattina all’ufficio dei gip, la richiesta di convalida del fermo, nei confronti del boss fermato ieri dai carabinieri, è indagato per i reati di lesioni personali e violenza privata con l’aggravante del metodo mafioso e dei futili motivi. L’interrogatorio di convalida dovrebbe tenersi domani mattina a Regina Coeli alla presenza del gip Anna Maria Fattori. E’ intanto ancora in corso l’attivita’ di identificazione da parte degli investigatori del complice di Spada che ha preso parte al pestaggio della troupe televisiva di ‘Nemo’.

In particolare per definire la figura del fermato, che ha precedenti che risalgono agli anni ’90 per reati di furto e ricettazione, i magistrati citano le “dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Micheal Cardoni e Tamara Ianni” che su Spada hanno reso in passato “dichiarazioni convergenti” affermando che “appartiene all’omonimo clan con un ruolo di vertice”.
Entrambi sostengono che il fermato “coordina il ramo del sodalizio dedito al traffico e alla cessione di sostanze stupefacenti”. Secondo i pentiti il fratello di “Romoletto”, si “è reso responsabile – è detto nel decreto – di una estorsione aggravata dal metodo mafioso, appropriandosi di una abitazione” di una persona “che non gli aveva pagato una partita di sostanza stupefacente”.

 Il Prefetto di Roma ha convocato a Ostia il 14 novembre il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, alla presenza della sindaca Raggi, dei vertici delle forze dell’ordine e del rappresentante della Procura distrettuale antimafia, per modulare, “anche alla luce dei gravi episodi verificatisi nei giorni scorsi, il sistema di controllo del territorio in vista del turno di ballottaggio previsto per domenica 19 novembre  per l’elezione del Presidente del Municipio X di Roma Capitale

IL RACCONTO: “TI STA BENE, ANDATE VIA”
 “Quello di Nuova Ostia, nello specifico di piazza Gasparri, è un mondo molto particolare. Ho raccontato già la Sicilia, la Calabria, la Campania, ma lì, in qualche modo, te lo aspetti. Invece a Ostia, a venti minuti da Roma, superata la pineta e Casal Palocco, che sembrano i Parioli, c’è Nuova Ostia, un mondo a parte”.Daniele Piervincenzi, giornalista di Nemo aggredito da Roberto Spada a Ostia martedì scorso, è intervenuto stamattina a Radio 24, intervistato da Luca Telese e Oscar Giannino, conduttori di 24 Mattino. “Tutte le saracinesche degli esercizi commerciali sono chiuse – ha poi continuato a raccontare Piervincenzi – Quella parte di Ostia (Nuova Ostia) è completamente abbandonata ma gli abitanti ci sono, sembrano degli spettri che si nascondono nelle loro case. Dopo che ci hanno aggredito, li vedevo sui balconi, sembravano scene tratte da un libro di Sciascia. Alla nostra richiesta di aiuto loro ci dicevano ‘Ti sta bene, non tornare più a piazza Gasparri’.

È un mondo parallelo, sommerso e spaventoso”. Il cronista Rai ha poi ripercorso, ai microfoni di Radio 24, il contenuto dell’intervista a Spada che ha scatenato la violenta reazione.
“Noi ci siamo posti come ci si pone di fronte a un incensurato. Le mie domande a Roberto Spada non sono mai state sul clan, di cui fa parte il fratello e di cui si dice che il fratello sia il boss. Le mie domande erano politiche, anche un po’ banali. Volevo una sua spiegazione sul fatto che CasaPound, in quella particolare zona, Nuova Ostia, la zona più difficile di Ostia, un quartiere anche multietnico, ha preso il 18%, mentre su tutto il territorio del X Municipio ha preso il 9%. E forse è stata questa la domanda che inaspettatamente ha fatto arrabbiare Spada”, ha concluso il cronista ai microfoni di Radio 24.

IL SIT IN DI SOLIDARIETA’
 Un centinaio di giornalisti e videoreporter hanno partecipato questa mattina al flash mob in via Forni a ostia davanti alla Palestra Femus gestita da Roberto Spada. Davanti all’ingresso della palestra volantini di #nobavaglio in solidarietà di Daniele Piervicenzi, il giornalista picchiato da Roberto Spada e lo striscione dell’Fnsi e Unione nazionale cronisti italiani sul quale si leggeva “No alla censura sulla stampa. no ai bavagli. No a leggi liberticide”. I videoreporter hanno puntato simbolicamente le telecamere verso l’ingresso della palestra.

Il pestaggio di Ostia che ora può costare caro ai padroni del quartiere senza Stato

La Repubblica, 9 Novembre 2017

Il pestaggio di Ostia che ora può costare caro ai padroni del quartiere senza Stato

Dallo strapotere dei gruppi criminali allo scioglimento del municipio. Ma il gesto di mercoledì è un salto di qualità. Che potrà scatenare la reazione

di CARLO BONINI

ROMA. Ci sono municipi, a Roma, che si annunciano con un murales, una targa rionale, uno sberleffo o semplicemente con il raggelante nulla dei falansteri in cemento armato. E poi ce ne è uno — Ostia — su cui da tempo immemore la città e la sua pubblica amministrazione hanno perso ogni sovranità. Che parla un’altra lingua. Quella di chi di Ostia è uno dei padroni. La lingua dell’adesivo — «Kittesencula» — che addobba le chiappe delle Vespe o i posteriori di qualche Suv.

Dei roghi della Mafia dei chioschi sul lungomare. Della coca e dell’hashish a quintali che arriva dalla Spagna e che viene “spinta” in ogni angolo della città. La lingua di Roberto Spada e del suo clan di antica e ormai sbiaditissima origine Sinti. «Nummene fotte ‘n cazzo», dice al giornalista di Nemo Daniele Piervincenzi, prima di “partirgli di capoccia” e spaccargli il setto nasale perché «so’ du’ ore che stai a rompe co’ le domande».

Già, «Fatte li cazzi tua», a Ostia, è innanzitutto un consiglio, prima ancora che una minaccia. Un buffetto che anticipa di un istante la capocciata o il colpo di spranga. È saggezza mafiosa dispensata a chi fa domande sulle famiglie della zona a un cameriere in un bar (accadde nella centralissima gelateria “Sisto” nel lontano 2012, durante il lavoro di ricerca per il libro “Suburra”) e, a maggior ragione, al cronista che non abbassa lo sguardo (la nostra Federica Angeli, sotto scorta da anni, e i cui figli sono stati minacciati di morte proprio da Roberto Spada).

Perché, a Ostia, i giornalisti sono appena un gradino sotto «le guardie» e uno sopra gli «infami». Sempre e comunque «mmmerde», come amabilmente chiosa la claque social che, puntualmente, a ogni aggressione, a ogni intimidazione, si stringe solidale sui profili Facebook intorno all’aggressore. A maggior ragione se porta quel cognome. Spada. A maggior ragione se abita in quel ghetto nel ghetto alle spalle del Porto turistico di Roma, che porta il nome di “Nuova Ostia”, sul lungomare di Ponente. Nei casermoni anni ’70, dove le assegnazioni e gli sfratti non li decide il Comune ma gli Spada, appunto.

A Ostia — trenta chilometri in linea d’aria dal Quirinale, Montecitorio, Palazzo Madama — lo Stato, la Politica, la pubblica amministrazione, sono un simulacro. Il che ne spiega il suo scioglimento per mafia e il suo successivo commissariamento. A Ostia, il Mondo di Sotto si è mangiato da un pezzo quello di Mezzo e quello di Sopra. Rompendo, se necessario con le armi, fragili paci e instabili equilibri raggiunti con le organizzazioni criminali tradizionali, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. E questo mentre la giustizia penale ha discettato per lustri — e tutt’ora discetta — se si tratti o meno di Mafia.

Già, dici Spada e pensi ai Casamonica della Romanina, con cui sono imparentati. Dici Ostia e pensi ai Fasciani e al narcotraffico. Dici Spada e capisci perché nel giorno del voto per il rinnovo del consiglio e della Presidenza del Municipio sono rimasti a casa due abitanti di Ostia su tre. Perché qui tutti hanno un prezzo e tutto ha un prezzo. E la politica, storicamente dal voto “nero”, non solo non ha mai conosciuto la lettera maiuscola, ma ha sempre parlato il linguaggio del baratto.

Cominciò Gianni Alemanno promettendo casinò e una pista da sci artificiale sul mare. Ostia come Atlantic City. Poi arrivò Ignazio Marino, «er marziano», che di Ostia conosceva «le splendide dune» e immaginava oasi naturalistiche in casa dei diavoli. E poi Virginia Raggi, che non pensava assolutamente nulla, buona per qualche comparsata, e a cui, non più tardi dell’aprile scorso, una cittadina, Carmela De Marco, proprio dalle colonne di Repubblica, scriveva: «Cara sindaca, lei è venuta ad Ostia e ha detto che va tutto bene. Ma lei è per caso il sindaco di New York? È venuta a 400 passi dal mio bar finito otto mesi fa nelle mani degli Spada e della rete dei loro complici e si permette di dire che va tutto bene?».

Appena il 4 ottobre scorso, per il racket delle case popolari di Nuova Ostia sette maschi del clan Spada si sono presi condanne in primo grado dai 5 ai 13 anni con l’aggravante del metodo mafioso. In gennaio, Armando Spada, cugino del capo del clan (Carmine, condannato a 10 anni nel 2016 per estorsione con l’aggravante mafiosa), ne aveva avuti 6 di anni per essersi appropriato «con metodo mafioso» di uno stabilimento. «Embé», devono aver pensato i maschi rimasti in libertà. Perché in fondo, a Ostia, è sempre girata così. Un po’ di casino e poi buonanotte al secchio. Almeno fino alla capocciata di Roberto. Perché forse — come confidava ieri sera uno sbirro che a Ostia ne ha viste tante, forse troppe — «stavolta l’hanno proprio fatta fuori dal vaso». Un po’ come il funerale dei Casamonica sotto una pioggia dal cielo di petali di rose elitrasportate. Che, detta così, è una cosa che dovrebbero capire anche a Nuova Ostia.

Armi, droga, mafie: Ostia «laboratorio» della criminalità Il Sole 24 ore, 09 novembre 2017 Armi, droga, mafie: Ostia «laboratorio» della criminalità di Roberto Galullo Per capire l’equazione Ostia=mafie (d’obbligo il plurale, così come obbligatorio è non criminalizzare, con il paradosso usato, un intero quartiere romano) il penultimo riferimento utile ha una data recentissima: 1° febbraio 2017. Quel giorno, davanti alla Commissione parlamentare antimafia sedeva il presidente della commissione straordinaria incaricata della gestione del X municipio di Roma Capitale, il prefetto Domenico Vulpiani. La sua audizione è “tempestata” di passaggi un seduta segreta, a testimonianza della riservatezza di certi temi che, all’opinione pubblica e con indagini in corso, non potevano essere resi noti e verbalizzati. Con quei 150 chilometri di estensione , con una popolazione di circa 230 mila abitanti, Ostia è ormai, di fatto, uno sperimentato laboratorio di criminalità organizzata extraregionale (siciliana, calabrese e campana in primis) e locale, con la crescita e lo sviluppo di clan autoctoni che si sono fusi, nel nome degli affari, con gli interessi delle altre mafie. Il degrado di Ostia L’ultimo riferimento, però, in ordine di tempo è l’analisi, messa nero su bianco dalla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città. Il 21 febbraio 2017 infatti, pochi giorni dopo quella raffica di “omissis” imposti a Vulpiani, il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Michele Prestipino Giarritta continueranno a tratteggiare (come avevano fatto più volte nel passato in Commissione antimafia) il clima mafioso che si vive a Ostia, dove le famiglie Spada (ancora c’è chi si meraviglia della loro violenza, da ultimo perpetrata ieri ai danni di un giornalista della Rai) e Fasciani in particolare, dettano la propria legge. Prestipino Giarritta fotograferà in modo impeccabile la catena mafiosa di Ostia e il sistema di scomposizione e ricomposizione di alleanze tra diversi gruppi. E dirà qualcosa che, alle orecchie dei romani – non va infatti mai dimenticato che Ostia è Roma – non fa piacere sentire, vale a dire che, come a Palermo, a Reggio Calabria, a Napoli e nel casertano coni i Casalesi, i clan e le cosche controllano il territorio e con esso esercitano un altro controllo: quello sociale. All’interno di questo controllo sociale i vari gruppi che esercitano questo potere su alcune porzioni del territorio di Ostia lo fanno anche con riferimento alla gestione degli immobili, le ex case popolari. Cosa c’è dietro il traffico di immobili Il “traffico” di immobili avviene vendendo gli immobili a «nuovi inquilini» ed estromettendo, anche con la violenza, i legittimi assegnatari o precedenti occupanti dall’immobile. Molti di questi immobili sono stati sottratti, «espropriati», al legittimo detentore o al detentore precedente, a volte anche non legittimo, semplicemente per soddisfare esigenze logistiche del gruppo criminale. «Per esempio – dirà Prestipino Giarritta – abbiamo un procedimento penale avviato, già con esecuzione di misure e provvedimenti restrittivi, nel quale tra le fonti di prova abbiamo utilizzato le dichiarazioni di una giovane coppia, che ha dei trascorsi e dei pregressi criminali, oggetto di comportamenti dapprima vessatori e poi sempre più intimidatori e, alla fine, estremamente violenti da parte di uno di questi gruppi criminali, quello degli Spada. Gli Spada le hanno estromesse dalle abitazioni che queste persone occupavano». I luoghi di spaccio Visto che a Ostia – come nel sud martorizzato dalla mafie, tutto si tiene – ecco che quegli appartamenti servivano perché erano in una posizione strategica rispetto alla piazza che gli Spada utilizzano come luogo di spaccio. Pertanto, un appartamento serviva al gruppo per osservare la piazza e gestirla dal punto di vista della sicurezza del gruppo. Potevano osservare la piazza indisturbati e controllare l’accesso o l’avvicinamento delle forze di polizia, in modo da avvisare i vari soggetti che spacciavano nella piazza affinché si potessero allontanare. «In questo contesto – proseguirà Prestipino Giarritta – abbiamo fatto un tipo di intervento, con accertamento di reati: in particolare, abbiamo contestato le estorsioni a diversi componenti del gruppo della famiglia Spada. Sono stati tratti in arresto con provvedimento restrittivo della libertà personale su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il nostro è un intervento anche di coordinamento delle attività che svolgono le forze di polizia su quel territorio». Questa porzione del territorio di Ostia è quella prossima al cuore criminale del gruppo Spada, piazza Gasparri. Intorno a questa piazza ci sono una serie di vie in cui si trovano anche gli immobili “trafficati”. Il traffico di droga Il fenomeno degli stupefacenti su una piazza come quella di Roma, che ha notoriamente un livello della domanda estremamente elevato – sulla domanda estremamente elevata si tara anche l’offerta, che è estremamente elevata – in tutto il comprensorio capitolino e nelle immediate periferie, ha una struttura anche in questo caso non omogenea. Roma è il centro, lo snodo attraverso cui passa tutta una serie di grandi importazioni a livello internazionale. A Roma c’è la ‘ndrangheta, gestisce il grande traffico degli stupefacenti a livello internazionale. A Roma hanno stabilmente sede anche alcuni broker, che da un lato sono legati ai Paesi e ai cartelli produttori e, dall’altro, hanno rapporti con chi organizza l’importazione dal punto di vista del finanziamento e delle attività materiali. A Roma opera un livello intermedio, una serie di figure importanti, che sono attestate più sulla periferia, sui quartieri periferici. Sono quelle che trattano grosse partite di sostanza stupefacente destinate al consumo nella piazza di Roma. Sono quelle partite attraverso le quali vengono periodicamente e costantemente rifornite le piazze di spaccio, ossia quei luoghi, anche fisici, in cui lavorano gruppi fortemente strutturati e fortemente organizzati che controllano una porzione di un territorio e la adibiscono a luoghi per quest’attività criminale, che è un’attività estremamente redditizia. Ostia non fa eccezione. Le vie delle armi Il contrasto dello Stato ai clan di Ostia, ricorderà Prestipino Giarritta, avviene anche «sul piano fisico», con una serie di interventi di perquisizione soprattutto in locali non controllati e non detenuti da legittimi titolari. Ci sono, per esempio, garage e rimesse in cui le forze dell’ordine, hanno trovato notevoli quantitativo di droga e armi. Questo territorio non è facile da indagare ed ancora una volta scattano le similitudini con Palermo, Reggio Calabria e Napoli, con la presenza di patologie che spiazzano, a partire da indagini per corruzione che hanno coinvolto pesantemente esponenti di Carabinieri e Polizia. Con riferimento alla vicenda che ha interessato un ‘ex dirigente del Commissariato di pubblica sicurezza di Ostia per un gravissimo fatto di corruzione, Prestipino Giarritta ha dichiarato che «si tratta di un fatto altamente dimostrativo del livello di compromissione di quel tessuto istituzionale, perché si trattava di un episodio di corruzione commesso all’interno di un rapporto di ausilio-dipendenza con il gruppo criminale degli Spada». La stessa cosa, però, è successa anche sull’altro versante delle forze dell’ordine, cioè quello della compagnia dei Carabinieri, con una serie di comportamenti molto più che anomali – vorrei dire patologici ha detto Prestipino Giarritta – tuttora in corso di accertamento in una materia di estrema delicatezza, ossia l’intervento sul fronte del traffico degli stupefacenti. Il controllo del litorale Le attività dei gruppi criminali hanno come obiettivo primario non quello della gestione degli immobili della proprietà pubblica, ma l’acquisizione – avvenuta, a volte, anche con forme violente, di vera e propria intimidazione, attività precedute, per esempio, da tutta una serie di incendi e di danneggiamenti commessi sul litorale – di tutte le attività economiche principali che caratterizzano il litorale, in particolare la gestione delle attività balneari e quindi tutto il fronte degli stabilimenti balneari. In questo ambito la Procura ha autorizzato una serie di interventi con provvedimenti sia di natura personale che sequestri, che hanno evidenziato fenomeni di abusivismo anche dal punto di vista edilizio, con la realizzazione di manufatti stabili asserviti agli stabilimenti, di strutture in cemento e di altre immobili riguardano tutto il litorale. «Si tratta di fenomeni che hanno un forte elemento di connessione, un cemento evidente e riconoscibile – ha spiegato bene Prestipino Giarritta – nel fatto soggettivo della gestione di tutte queste attività criminali da parte di questi gruppi, i quali sono fortemente territorializzati e organizzati con strutture complesse, che hanno proprio le caratteristiche delle associazioni di tipo mafioso ai sensi del codice penale, articolo 416-bis». r.galullo@ilsole24ore.com 

Armi, droga, mafie: Ostia «laboratorio» della criminalità

Il Sole 24 ore, 09 novembre 2017

Armi, droga, mafie: Ostia «laboratorio» della criminalità

di Roberto Galullo

Per capire l’equazione Ostia=mafie (d’obbligo il plurale, così come obbligatorio è non criminalizzare, con il paradosso usato, un intero quartiere romano) il penultimo riferimento utile ha una data recentissima: 1° febbraio 2017.

Quel giorno, davanti alla Commissione parlamentare antimafia sedeva il presidente della commissione straordinaria incaricata della gestione del X municipio di Roma Capitale, il prefetto Domenico Vulpiani. La sua audizione è “tempestata” di passaggi un seduta segreta, a testimonianza della riservatezza di certi temi che, all’opinione pubblica e con indagini in corso, non potevano essere resi noti e verbalizzati.

Con quei 150 chilometri di estensione , con una popolazione di circa 230 mila abitanti, Ostia è ormai, di fatto, uno sperimentato laboratorio di criminalità organizzata extraregionale (siciliana, calabrese e campana in primis) e locale, con la crescita e lo sviluppo di clan autoctoni che si sono fusi, nel nome degli affari, con gli interessi delle altre mafie.

Il degrado di Ostia

L’ultimo riferimento, però, in ordine di tempo è l’analisi, messa nero su bianco dalla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città. Il 21 febbraio 2017 infatti, pochi giorni dopo quella raffica di “omissis” imposti a Vulpiani, il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Michele Prestipino Giarritta continueranno a tratteggiare (come avevano fatto più volte nel passato in Commissione antimafia) il clima mafioso che si vive a Ostia, dove le famiglie Spada (ancora c’è chi si meraviglia della loro violenza, da ultimo perpetrata ieri ai danni di un giornalista della Rai) e Fasciani in particolare, dettano la propria legge.

Prestipino Giarritta fotograferà in modo impeccabile la catena mafiosa di Ostia e il sistema di scomposizione e ricomposizione di alleanze tra diversi gruppi. E dirà qualcosa che, alle orecchie dei romani – non va infatti mai dimenticato che Ostia è Roma – non fa piacere sentire, vale a dire che, come a Palermo, a Reggio Calabria, a Napoli e nel casertano coni i Casalesi, i clan e le cosche controllano il territorio e con esso esercitano un altro controllo: quello sociale.

All’interno di questo controllo sociale i vari gruppi che esercitano questo potere su alcune porzioni del territorio di Ostia lo fanno anche con riferimento alla gestione degli immobili, le ex case popolari.

Cosa c’è dietro il traffico di immobili

Il “traffico” di immobili avviene vendendo gli immobili a «nuovi inquilini» ed estromettendo, anche con la violenza, i legittimi assegnatari o precedenti occupanti dall’immobile. Molti di questi immobili sono stati sottratti, «espropriati», al legittimo detentore o al detentore precedente, a volte anche non legittimo, semplicemente per soddisfare esigenze logistiche del gruppo criminale.

«Per esempio – dirà Prestipino Giarritta – abbiamo un procedimento penale avviato, già con esecuzione di misure e provvedimenti restrittivi, nel quale tra le fonti di prova abbiamo utilizzato le dichiarazioni di una giovane coppia, che ha dei trascorsi e dei pregressi criminali, oggetto di comportamenti dapprima vessatori e poi sempre più intimidatori e, alla fine, estremamente violenti da parte di uno di questi gruppi criminali, quello degli Spada. Gli Spada le hanno estromesse dalle abitazioni che queste persone occupavano».

I luoghi di spaccio

Visto che a Ostia – come nel sud martorizzato dalla mafie, tutto si tiene – ecco che quegli appartamenti servivano perché erano in una posizione strategica rispetto alla piazza che gli Spada utilizzano come luogo di spaccio. Pertanto, un appartamento serviva al gruppo per osservare la piazza e gestirla dal punto di vista della sicurezza del gruppo. Potevano osservare la piazza indisturbati e controllare l’accesso o l’avvicinamento delle forze di polizia, in modo da avvisare i vari soggetti che spacciavano nella piazza affinché si potessero allontanare. «In questo contesto – proseguirà Prestipino Giarritta – abbiamo fatto un tipo di intervento, con accertamento di reati: in particolare, abbiamo contestato le estorsioni a diversi componenti del gruppo della famiglia Spada. Sono stati tratti in arresto con provvedimento restrittivo della libertà personale su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il nostro è un intervento anche di coordinamento delle attività che svolgono le forze di polizia su quel territorio».

Questa porzione del territorio di Ostia è quella prossima al cuore criminale del gruppo Spada, piazza Gasparri. Intorno a questa piazza ci sono una serie di vie in cui si trovano anche gli immobili “trafficati”.

Il traffico di droga

Il fenomeno degli stupefacenti su una piazza come quella di Roma, che ha notoriamente un livello della domanda estremamente elevato – sulla domanda estremamente elevata si tara anche l’offerta, che è estremamente elevata – in tutto il comprensorio capitolino e nelle immediate periferie, ha una struttura anche in questo caso non omogenea.

Roma è il centro, lo snodo attraverso cui passa tutta una serie di grandi importazioni a livello internazionale. A Roma c’è la ‘ndrangheta, gestisce il grande traffico degli stupefacenti a livello internazionale. A Roma hanno stabilmente sede anche alcuni broker, che da un lato sono legati ai Paesi e ai cartelli produttori e, dall’altro, hanno rapporti con chi organizza l’importazione dal punto di vista del finanziamento e delle attività materiali.

A Roma opera un livello intermedio, una serie di figure importanti, che sono attestate più sulla periferia, sui quartieri periferici. Sono quelle che trattano grosse partite di sostanza stupefacente destinate al consumo nella piazza di Roma. Sono quelle partite attraverso le quali vengono periodicamente e costantemente rifornite le piazze di spaccio, ossia quei luoghi, anche fisici, in cui lavorano gruppi fortemente strutturati e fortemente organizzati che controllano una porzione di un territorio e la adibiscono a luoghi per quest’attività criminale, che è un’attività estremamente redditizia. Ostia non fa eccezione.

Le vie delle armi

Il contrasto dello Stato ai clan di Ostia, ricorderà Prestipino Giarritta, avviene anche «sul piano fisico», con una serie di interventi di perquisizione soprattutto in locali non controllati e non detenuti da legittimi titolari. Ci sono, per esempio, garage e rimesse in cui le forze dell’ordine, hanno trovato notevoli quantitativo di droga e armi.

Questo territorio non è facile da indagare ed ancora una volta scattano le similitudini con Palermo, Reggio Calabria e Napoli, con la presenza di patologie che spiazzano, a partire da indagini per corruzione che hanno coinvolto pesantemente esponenti di Carabinieri e Polizia.

Con riferimento alla vicenda che ha interessato un ‘ex dirigente del Commissariato di pubblica sicurezza di Ostia per un gravissimo fatto di corruzione, Prestipino Giarritta ha dichiarato che «si tratta di un fatto altamente dimostrativo del livello di compromissione di quel tessuto istituzionale, perché si trattava di un episodio di corruzione commesso all’interno di un rapporto di ausilio-dipendenza con il gruppo criminale degli Spada».

La stessa cosa, però, è successa anche sull’altro versante delle forze dell’ordine, cioè quello della compagnia dei Carabinieri, con una serie di comportamenti molto più che anomali – vorrei dire patologici ha detto Prestipino Giarritta – tuttora in corso di accertamento in una materia di estrema delicatezza, ossia l’intervento sul fronte del traffico degli stupefacenti.

Il controllo del litorale

Le attività dei gruppi criminali hanno come obiettivo primario non quello della gestione degli immobili della proprietà pubblica, ma l’acquisizione – avvenuta, a volte, anche con forme violente, di vera e propria intimidazione, attività precedute, per esempio, da tutta una serie di incendi e di danneggiamenti commessi sul litorale – di tutte le attività economiche principali che caratterizzano il litorale, in particolare la gestione delle attività balneari e quindi tutto il fronte degli stabilimenti balneari.

In questo ambito la Procura ha autorizzato una serie di interventi con provvedimenti sia di natura personale che sequestri, che hanno evidenziato fenomeni di abusivismo anche dal punto di vista edilizio, con la realizzazione di manufatti stabili asserviti agli stabilimenti, di strutture in cemento e di altre immobili riguardano tutto il litorale. «Si tratta di fenomeni che hanno un forte elemento di connessione, un cemento evidente e riconoscibile – ha spiegato bene Prestipino Giarritta – nel fatto soggettivo della gestione di tutte queste attività criminali da parte di questi gruppi, i quali sono fortemente territorializzati e organizzati con strutture complesse, che hanno proprio le caratteristiche delle associazioni di tipo mafioso ai sensi del codice penale, articolo 416-bis».

 

r.galullo@ilsole24ore.com

Il Sole 24 ore, 09 novembre 2017

Armi, droga, mafie: Ostia «laboratorio» della criminalità

di Roberto Galullo

Per capire l’equazione Ostia=mafie (d’obbligo il plurale, così come obbligatorio è non criminalizzare, con il paradosso usato, un intero quartiere romano) il penultimo riferimento utile ha una data recentissima: 1° febbraio 2017.

Quel giorno, davanti alla Commissione parlamentare antimafia sedeva il presidente della commissione straordinaria incaricata della gestione del X municipio di Roma Capitale, il prefetto Domenico Vulpiani. La sua audizione è “tempestata” di passaggi un seduta segreta, a testimonianza della riservatezza di certi temi che, all’opinione pubblica e con indagini in corso, non potevano essere resi noti e verbalizzati.

Con quei 150 chilometri di estensione , con una popolazione di circa 230 mila abitanti, Ostia è ormai, di fatto, uno sperimentato laboratorio di criminalità organizzata extraregionale (siciliana, calabrese e campana in primis) e locale, con la crescita e lo sviluppo di clan autoctoni che si sono fusi, nel nome degli affari, con gli interessi delle altre mafie.

Il degrado di Ostia

L’ultimo riferimento, però, in ordine di tempo è l’analisi, messa nero su bianco dalla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città. Il 21 febbraio 2017 infatti, pochi giorni dopo quella raffica di “omissis” imposti a Vulpiani, il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Michele Prestipino Giarritta continueranno a tratteggiare (come avevano fatto più volte nel passato in Commissione antimafia) il clima mafioso che si vive a Ostia, dove le famiglie Spada (ancora c’è chi si meraviglia della loro violenza, da ultimo perpetrata ieri ai danni di un giornalista della Rai) e Fasciani in particolare, dettano la propria legge.

Prestipino Giarritta fotograferà in modo impeccabile la catena mafiosa di Ostia e il sistema di scomposizione e ricomposizione di alleanze tra diversi gruppi. E dirà qualcosa che, alle orecchie dei romani – non va infatti mai dimenticato che Ostia è Roma – non fa piacere sentire, vale a dire che, come a Palermo, a Reggio Calabria, a Napoli e nel casertano coni i Casalesi, i clan e le cosche controllano il territorio e con esso esercitano un altro controllo: quello sociale.

All’interno di questo controllo sociale i vari gruppi che esercitano questo potere su alcune porzioni del territorio di Ostia lo fanno anche con riferimento alla gestione degli immobili, le ex case popolari.

Cosa c’è dietro il traffico di immobili

Il “traffico” di immobili avviene vendendo gli immobili a «nuovi inquilini» ed estromettendo, anche con la violenza, i legittimi assegnatari o precedenti occupanti dall’immobile. Molti di questi immobili sono stati sottratti, «espropriati», al legittimo detentore o al detentore precedente, a volte anche non legittimo, semplicemente per soddisfare esigenze logistiche del gruppo criminale.

«Per esempio – dirà Prestipino Giarritta – abbiamo un procedimento penale avviato, già con esecuzione di misure e provvedimenti restrittivi, nel quale tra le fonti di prova abbiamo utilizzato le dichiarazioni di una giovane coppia, che ha dei trascorsi e dei pregressi criminali, oggetto di comportamenti dapprima vessatori e poi sempre più intimidatori e, alla fine, estremamente violenti da parte di uno di questi gruppi criminali, quello degli Spada. Gli Spada le hanno estromesse dalle abitazioni che queste persone occupavano».

I luoghi di spaccio

Visto che a Ostia – come nel sud martorizzato dalla mafie, tutto si tiene – ecco che quegli appartamenti servivano perché erano in una posizione strategica rispetto alla piazza che gli Spada utilizzano come luogo di spaccio. Pertanto, un appartamento serviva al gruppo per osservare la piazza e gestirla dal punto di vista della sicurezza del gruppo. Potevano osservare la piazza indisturbati e controllare l’accesso o l’avvicinamento delle forze di polizia, in modo da avvisare i vari soggetti che spacciavano nella piazza affinché si potessero allontanare. «In questo contesto – proseguirà Prestipino Giarritta – abbiamo fatto un tipo di intervento, con accertamento di reati: in particolare, abbiamo contestato le estorsioni a diversi componenti del gruppo della famiglia Spada. Sono stati tratti in arresto con provvedimento restrittivo della libertà personale su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il nostro è un intervento anche di coordinamento delle attività che svolgono le forze di polizia su quel territorio».

Questa porzione del territorio di Ostia è quella prossima al cuore criminale del gruppo Spada, piazza Gasparri. Intorno a questa piazza ci sono una serie di vie in cui si trovano anche gli immobili “trafficati”.

Il traffico di droga

Il fenomeno degli stupefacenti su una piazza come quella di Roma, che ha notoriamente un livello della domanda estremamente elevato – sulla domanda estremamente elevata si tara anche l’offerta, che è estremamente elevata – in tutto il comprensorio capitolino e nelle immediate periferie, ha una struttura anche in questo caso non omogenea.

Roma è il centro, lo snodo attraverso cui passa tutta una serie di grandi importazioni a livello internazionale. A Roma c’è la ‘ndrangheta, gestisce il grande traffico degli stupefacenti a livello internazionale. A Roma hanno stabilmente sede anche alcuni broker, che da un lato sono legati ai Paesi e ai cartelli produttori e, dall’altro, hanno rapporti con chi organizza l’importazione dal punto di vista del finanziamento e delle attività materiali.

A Roma opera un livello intermedio, una serie di figure importanti, che sono attestate più sulla periferia, sui quartieri periferici. Sono quelle che trattano grosse partite di sostanza stupefacente destinate al consumo nella piazza di Roma. Sono quelle partite attraverso le quali vengono periodicamente e costantemente rifornite le piazze di spaccio, ossia quei luoghi, anche fisici, in cui lavorano gruppi fortemente strutturati e fortemente organizzati che controllano una porzione di un territorio e la adibiscono a luoghi per quest’attività criminale, che è un’attività estremamente redditizia. Ostia non fa eccezione.

Le vie delle armi

Il contrasto dello Stato ai clan di Ostia, ricorderà Prestipino Giarritta, avviene anche «sul piano fisico», con una serie di interventi di perquisizione soprattutto in locali non controllati e non detenuti da legittimi titolari. Ci sono, per esempio, garage e rimesse in cui le forze dell’ordine, hanno trovato notevoli quantitativo di droga e armi.

Questo territorio non è facile da indagare ed ancora una volta scattano le similitudini con Palermo, Reggio Calabria e Napoli, con la presenza di patologie che spiazzano, a partire da indagini per corruzione che hanno coinvolto pesantemente esponenti di Carabinieri e Polizia.

Con riferimento alla vicenda che ha interessato un ‘ex dirigente del Commissariato di pubblica sicurezza di Ostia per un gravissimo fatto di corruzione, Prestipino Giarritta ha dichiarato che «si tratta di un fatto altamente dimostrativo del livello di compromissione di quel tessuto istituzionale, perché si trattava di un episodio di corruzione commesso all’interno di un rapporto di ausilio-dipendenza con il gruppo criminale degli Spada».

La stessa cosa, però, è successa anche sull’altro versante delle forze dell’ordine, cioè quello della compagnia dei Carabinieri, con una serie di comportamenti molto più che anomali – vorrei dire patologici ha detto Prestipino Giarritta – tuttora in corso di accertamento in una materia di estrema delicatezza, ossia l’intervento sul fronte del traffico degli stupefacenti.

Il controllo del litorale

Le attività dei gruppi criminali hanno come obiettivo primario non quello della gestione degli immobili della proprietà pubblica, ma l’acquisizione – avvenuta, a volte, anche con forme violente, di vera e propria intimidazione, attività precedute, per esempio, da tutta una serie di incendi e di danneggiamenti commessi sul litorale – di tutte le attività economiche principali che caratterizzano il litorale, in particolare la gestione delle attività balneari e quindi tutto il fronte degli stabilimenti balneari.

In questo ambito la Procura ha autorizzato una serie di interventi con provvedimenti sia di natura personale che sequestri, che hanno evidenziato fenomeni di abusivismo anche dal punto di vista edilizio, con la realizzazione di manufatti stabili asserviti agli stabilimenti, di strutture in cemento e di altre immobili riguardano tutto il litorale. «Si tratta di fenomeni che hanno un forte elemento di connessione, un cemento evidente e riconoscibile – ha spiegato bene Prestipino Giarritta – nel fatto soggettivo della gestione di tutte queste attività criminali da parte di questi gruppi, i quali sono fortemente territorializzati e organizzati con strutture complesse, che hanno proprio le caratteristiche delle associazioni di tipo mafioso ai sensi del codice penale, articolo 416-bis».

 

r.galullo@ilsole24ore.com

Tutte le mafie portano a Roma

Tutte le mafie portano a Roma

17 OTTOBRE 2017

di Andrea Palladino

Ha la forma di una raggiera, con divisioni in assi di potere. Non solo zone, ma corridoi che, alla fine, convergono tutti verso Roma. Partono dal litorale, dove gli stabilimenti balneari sono turbine che fanno girare milioni di euro. Dal sud pontino, con i locali à la mode, dove tra cene con vista sul Circeo si stringono alleanze imprenditoriali e criminali.
Tavolini a tre o quattro gambe, accordi di spartizione. Dai Castelli romani, chiamati qualche anno fa la “porta del Venezuela”, il varco spalancato alle droghe. E, come dice il proverbio, alla fine tutte le strade portano a Roma.
Sarebbe un errore pensare alle mafie del Lazio come ad uno scenario a macchie, con isole infelici e zone stagne. Lo cosche sono, da sempre, fluide, mobili, opportunistiche. Quando nel 2009 scoppiò il caso Fondi – la città in provincia di Latina che il prefetto Bruno Frattasi voleva sciogliere per mafia – l’allora pm antimafia della Dda di Roma Diana De Martino stava sviluppando l’indagine Damasco. Pochi anni dopo seguirono i sequestri dei beni, da leggere come una sorta di mappa economica. Se segui i soldi, trovi che gli investimenti arrivavano fino nel cuore borghese della capitale, con villette ai Parioli. Fondi era – e in parte ancora è – la tappa obbligata dei tour elettorali per le elezioni regionali. Qui i candidati del centrodestra passavano per i bagni di folla, controllati a vista da improbabili agenzie di security. E, tra Latina e Frosinone, nel sud del Lazio, dove comandano le cosche di ‘ndrangheta e camorra si contano i voti decisivi per decidere chi governerà la regione.
Se il cuore della ‘ndrangheta che parla romano è sul litorale tra Anzio e Nettuno, il mercato della coca gestito dalle cosche calabresi segue la via delle grandi borgate della zona est della capitale. San Basilio, Alessandrino sono lo scenario dove si sono saldate alleanze storiche tra i Gallace – a capo della Locale nel sud della provincia di Roma – e la famiglia Romagnoli, romani doc. Scambi di favore, alleanze, cartelli per la gestione delle piazze di spaccio. Questa è “Cosca capitale”.
Un omicidio apparentemente di periferia, che occupa poche righe sulle pagine di cronaca, può essere la spia di movimenti importanti. Era accaduto nel 2009, a Velletri, sessantamila abitanti, sede del secondo Tribunale per importanza del Lazio. Alle otto di sera un motorino avvicina Luca De Angelis, detto Tyson, noto spacciatore della zona. Uno tosto, scafato, che cambiava cellulare in continuazione, raccontano gli investigatori. Pochi colpi sul volto e cade a terra. Si scoprirà solo anni dopo che quell’omicidio era nato in un contesto mafioso ben chiaro.
Era l’inizio di una lunghissima scia di sangue, con altri agguati, in una escalation che finirà solo molti mesi dopo. Ancora Velletri, 2013. Sempre una moto, sempre un agguato, questa volta contro un giovane commerciante di verdure. Uno dei killer era un romano, Carlo Gentili, catturato questa estate in Kenia dopo una lunga fuga, con sulle spalle una prima condanna della corte di Assise per quell’omicidio. Il mandante era un trafficante albanese, pronto a far uccidere chi poteva contrastare la sua ascesa da pusher di alto livello. Episodi che mostrano come i confini territoriali sono labili, appena linee sulla carta.
Se questo è il mondo di sotto, lo strato alto è la vera mafia romana e laziale. Le cosche sono sbarcate con il cemento, seguendo l’espansione edilizia partita negli anni ’70. Parte della manovalanza era insediata da tempo, arrivata con le migrazioni del dopoguerra, in viaggio verso la capitale, occupando le aree periferiche con baracche di fortuna. A Roma arrivano i boss di peso, da Pippo Calò fino ai capi della ‘ndrina dei Gallace-Novella. Sbarcano a Fondi i Tripodo, figli dal capobastone Mico, uscito perdente dalla prima guerra di mafia a Reggio Calabria. E, negli anni ’80, i Bardellino aprono la via verso la futura Svizzera dei Casalesi, la zona tra Formia e Gaeta dove anche Cipriano Chianese inizierà ad investire. A Cassino la camorra punta alla creazione di una banca, bloccata dalle indagini della Criminalpol.
Nella capitale la banda della Magliana – e soprattutto quella dei Testaccini, guidata da De Pedis – partono all’assalto della diligenza. Sono loro ad inaugurare la lunga stagione delle alleanze tra le famiglie mafiose sbarcate nella capitale con le batterie criminali autoctone. Il vero patto, però, è con il sistema Roma. Commercialisti, circoli esclusivi, logge massoniche molto coperte e difficili da stanare, pezzi importanti delle forze di polizia, funzionari di banche e ministeri. Un melting pot del potere. Una macchina burocratica e amministrativa volutamente lenta, impermeabile, dove tutti conoscono tutti, dove accedi solo se invitato.
E poi la politica. Tutta indistintamente. Perché Roma assorbe, ingloba, smussa differenze, stimola le alleanze più improbabili. Cresce quell’area grigia, la borghesia mafiosa che oggi è in grado di muovere centinaia di milioni di euro, pezzi di Pil. Dalla capitale a Fondi, dalle vie di San Basilio ai bar di Anzio e Nettuno. Un’unica “Cosca capitale”.

Fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it

Narcos e ‘ndrangheta scelgono Roma

Narcos e ‘ndrangheta scelgono Roma: «Sempre più snodo centrale del traffico di droga».LA CAPITALE SEMPRE PIU’ CENTRO DEL MALAFFARE E DI TUTTE LE MAFIE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI.SE IL POPOLO ROMANO E DEL LAZIO NON SI SVEGLIA…………………….

L’Espresso, 11 ottobre 2017

Narcos e ‘ndrangheta scelgono Roma: «Sempre più snodo centrale del traffico di droga»

Guardia di Finanza e Polizia hanno arrestato 19 persone in tutta Italia al termine dell’operazione “La Romana”- “Fireman”. Tra questi un broker del narcotraffico che gestiva nella Capitale i contatti tra l’America Latina e la potente cosca Alvaro

DI FEDERICO MARCON

Nascondevano cocaina ovunque, dai container sulle navi alle stive degli aerei. La droga viaggiava da Santo Domingo all’aereoporto di Malpensa, o fino ai porti di Cagliari e Palermo. Passava i controlli grazie a operatori compiacenti e veniva nascosta in macchine sistemate per l’occasione. Buona parte degli stupefacenti era destinata alle cosche della ‘Ndrangheta in particolare agli Alvaro di Sinopoli. I traffici però si decidevano a Roma, che ancora una volta si conferma snodo centrale del narcotraffico.

Questa “collaudata” organizzazione criminale è stata fermata nella notte tra 9 e 10 ottobre. Guardia di Finanza e Polizia, coordinate dalla Procura Nazionale Antimafia, hanno portato a termine l’operazione “La Romana” – “Fireman”, arrestando 19 persone in tutta Italia. Tra queste il broker romano del narcotraffico Mauro De Bernardis e Mario Turchetta, ex capo ultras della Lazio. Nel corso delle indagini, Polizia e Fiamme Gialle hanno sequestrato quasi 500 chili di cocaina provenienti dal Sud America, per un valore di mercato tra i 20 e i 50 milioni di euro.

È ancora latitante uno dei fulcri dell’organizzazione: Santos Medina Familia, detto Nacho, un alto ufficiale della Policia Nacional dominicana. Nacho era il principale promotore, organizzatore  e finanziatore delle importazioni di ingenti quantitativi di cocaina dall’America Latina a Santo Domingo, dove poi partiva per l’Italia. Il poliziotto dominicano sfruttava i suoi contatti con diversi fornitori di stupefacenti locali, ma soprattutto un’ampia rete di complici nelle forze dell’ordine del suo paese.

Medina era in contatto quotidiano con Mauro De Bernardis. Il broker del narcotraffico si occupava di gestire i rapporti con gli acquirenti italiani, tra cui spicca la cosca Alvaro di Sinopoli. «L’arresto del broker De Bernardis è fondamentale. Era il collegamento tra ‘ndrangheta e narcos sudamericani» ha affermato il procuratore Michele Prestipino, che ha coordinato l’operazione «sono personaggi difficilmente sostituibili: il loro lavoro si fonda su rapporti fiduciari e personali che è difficile riallacciare».

Non come i soldi della Ndrangheta, che finanziavano il traffico. «Le cosche hanno una disponibilità economica molto importante» continua Prestipino «ed è dimostrato dal loro comportamento dopo ogni carico che abbiamo sequestrato: organizzavano subito una nuova spedizione». De Bernardis curava direttamente i rapporti con una cosca, quella degli Alvaro, colpita da quattro fermi. Sono stati tratti in arresto Vincenzo Alvaro, Francesco Forgione, Angelo Romeo e Davide Maria Boncompagni, tutti appartenenti o vicini alla potente cosca di ‘ndrangheta. «Senza il lavoro a Roma di un broker come De Bernardis, i contatti tra cosche e narcos sarebbero stati più difficili» afferma Luigi Silipo, dirigente della Squadra Mobile di Roma «con questa operazione si conferma il connubio sempre più stretto tra la criminalità romana e la ‘ndrangheta».

Clan Carminati, la Procura insiste: “Metodo mafioso”. E per la prima volta spunta Mokbel

L’Espresso, 19 settembre 2017

Clan Carminati, la Procura insiste: “Metodo mafioso”. E per la prima volta spunta Mokbel

Notificata la chiusura delle indagini sul Cecato e altre 27 persone. Tra i tanti nomi noti anche qualche nuovo entrato. Tra questi, sorprende quello dell’uomo vicino al terrorismo nero e alla Banda della Magliana

DI FEDERICO MARCON

Se non è mafia è metodo mafioso. Così scrive la Procura di Roma nell’atto che notifica la conclusione delle indagini sul clan di Massimo Carminati. Tra le persone indagate Alessia Marini, compagna del Cecato, il suo braccio destro Riccardo Brugia e il ras delle cooperative Salvatore Buzzi. Per la prima volta compare il nome di Gennaro Mokbel, noto per i suoi contatti con l’eversione nera e la Banda della Magliana, finora mai accostato a Carminati. E c’è anche il giornalista Gian Marco Chiocci, direttore de “Il Tempo”, accusato di favoreggiamento. I pm contestano ad alcuni indagati l’utilizzo del metodo mafioso.

Le indagini fanno parte di un filone stralciato dall’inchiesta “Mafia Capitale” della Procura di Roma, che ha già avuto una prima sentenza. Lo scorso 20 luglio la Corte d’Assise di Roma ha inflitto 41 condanne per quasi 300 anni di carcere : le più pesanti a Carminati (20 anni), Buzzi (19), Alessandra Garrone (13 anni e 6 mesi), Fabrizio Testa (12), Riccardo Brugia (11), Franco Panzironi (10), Luca Odevaine (8) e Mirko Coratti (6). Nessuna delle condanne fu però per associazione mafiosa, tanto che in molti esultarono: «A Roma la mafia non esiste!». 

Le nuove indagini hanno portato la Procura di Roma ad accusare Massimo Carminati di usura. Reato commesso in concorso con Brugia, Roberto Lacopo (titolare della pompa di benzina di Corso Francia, ndr) e Fabio Gaudenzi, leader degli ultrà romanisti di “Opposta Fazione”. I quattro, «con l’aggravante di aver agito al fine di agevolare l’associazione di tipo mafioso denominata “Mafia Capitale», «si facevano promettere» da Filippo Maria Macchi un corrispettivo di 40 mila euro il mese successivo l’erogazione di un “finanziamento” di 30 mila euro. Interessi di 10 mila euro, «pari al tasso del 405,56% annuo»: 23 volte superiore a quello consentito dalla legge.

Alessia Marini, invece, avrebbe eluso «le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale», in concorso con Carminati e l’imprenditore Agostino Gaglianone. Anche per lei risulta l’aggravante dell’agevolazione di “Mafia Capitale”.

Gian Marco Chiocci è accusato di favoreggiamento. Il giornalista e direttore del quotidiano romano “Il Tempo” viene accusato «di aver aiutato Massimo Carminati a eludere le investigazioni». Chiocci avrebbe fatto sapere al Cecato, tramite Salvatore Buzzi, delle investigazioni e delle intercettazioni audio e video in corso.

A Luca Odevaine è contestato il traffico di influenze. Il componente del Tavolo tecnico sull’immigrazione del Ministero dell’Interno, in concorso con Silvio Praino, avrebbe condotto «una mediazione illecita verso il Prefetto, finalizzata a ottenere l’attribuzione della qualifica di CARA (centro di accoglienza richiedenti protezione internazionale)» a beneficio dell’albergo di Piazza Armerina, di proprietà dello stesso Praino.

Accusato di tentata estorsione invece Gennaro Mokbel. Il nome dell’uomo, già vicino al terrorismo nero e alla Banda della Magliana, compare per la prima volta in un’indagine che coinvolge anche Carminati. Mokbel provò a «costringere» Marco Iannilli a restituire un’ingente somma di denaro, «circa sette/otto milioni di euro». Questi soldi dovevano essere investiti nell’operazione di riciclaggio internazionale “Digint”. Il commercialista cercò protezione da Carminati: così Mokbel abbandonò «le condotte minatorie e vessatorie» nei suoi confronti. A Iannilli, invece, la Procura contesta l’elusione delle misure di prevenzione patrimoniale: il Cecato gli avrebbe «attribuito fittiziamente» la titolarità della sua villa di Sacrofano.

Mercoledì 27 settembre ore 16   riunione a Roma iscritti Associazione Caponnetto  Roma e provincia

 

 

 

 

 

MERCOLEDI’  27  SETTEMBRE

ORE  16

 

RIUNIONE  AMICI  ASSOCIAZIONE

CAPONNETTO ROMA E PROVINCIA NELLA SEDE NAZIONALE DI VIA GERMANICO 197 NELLA CAPITALE.

SARANNO PRESENTI SIA  IL PRESIDENTE ONORARIO PROF.GALASSO CHE IL SEGRETARIO NAZIONALE DR.DI CESARE.

La Segreteria

 

 

 

Qualcuno sta giocando sporco sulla pelle  di quei poveri disgraziati buttati con la forza in mezzo alla strada a Roma.VERGOGNA

 

 

 

A PROPOSITO DEGLI SGOMBERI A ROMA E’ LETTERALMENTE VERGOGNOSO QUELLO CHE STA ACCADENDO. QUA GLI UNICI  RESPONSABILI DI TUTTO SONO  IL PREFETTO , IL COMITATO PROVINCIALE DELLA SICUREZZA E DELL’ORDINE PUBBLICO CHE,PRIMA DI ORDINARE GLI SGOMBERI,AVREBBE DOVUTO FARE LA PROGRAMMAZIONE AL FINE DI TROVARE UNA SISTEMAZIONE ALLE PERSONE  SGOMBRATE.E,DULCIS IN FUNDO,LA QUESTURA PER QUANTO RIGUARDA QUELLE CARICHE COSI’ VIOLENTE.

 

E’,PERTANTO, VERGOGNOSO CHE SI STIA  TENTANDO DI SCARICARE LE RESPONSABILITA ‘ DI TUTTO QUANTO E’ AVVENUTO SUL SINDACO E SUL COMUNE IN QUANTO LA COMPETENZA E’ TUTTA DEL PREFETTO E DEL COMITATO PROVINCIALE DELLA SICUREZZA E DELL’ORDINE PUBBLICO.

CIOE’ DEL MINISTERO DELL’INTERNO E NON DEL COMUNE CHE NON C’ENTRA PER NIENTE.

LA DOMANDA E’ ALLORA:

IL PREFETTO HA CONVOCATO O NO IL COMITATO E SE LO HA CONVOCATO,COME PRESUMIAMO CHE SIA AVVENUTO,HA CHIAMATO A PARTECIPARVI IL SINDACO DI ROMA ?

E CHE  FINE HA FATTO TUTTA LA PROGRAMMAZIONE FATTA DA GABRIELLI AI TEMPI DI TRONCA E PERCHE’,PRIMA DI ORDINARE GLI SGOMBERI,IL COMITATO PRESIEDUTO DAL PREFETTO- E RITORNIAMO SEMPRE AL PREFETTO ED ALLE SUE COMPETENZE-NON HA PROVVEDUTO  ALLA SISTEMAZIONE DI QUELLE POVERE FAMIGLIE  CHE OGGI SI TROVANO SULLA STRADA ?

COME AL SOLITO QUALCUNO STA GIOCANDO SPORCO SULLA PELLE DI QUEI POVERI DISGRAZIATI TENTANDO DI ADDOSSARE LE RESPONSABILTA’ SULLE SPALLE DEL SINDACO QUAN DO QUESTO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE.

 

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