Comunicati

Tratto dal discorso di chiusura contro mafie 2014 Don Luigi Ciotti

UANTE FATICHE, SOFFERENZE IN QUESTO MOMENTO, QUESTA NOSTRA ASSEMBLEA NON PUO’ DIMENTICARSI DI TUTTI QUESTE STORIE E QUESTI VOLTI, SIAMO IN VIA DELLA CONCILIAZIONE POCO FA IL PAPA HA RECITATO L’ANGELUS, HA PARLATO IN PIAZZA SAN PIETRO, E A POCHI METRI DA QUI NOI ERAVAMO IMPEGNATI QUI, CI SIAMO POSTI IL PROBLEMA PER CORRETTEZZA E ABBIAMO PENSATO CHE IL MIGLIORE MODO DI ESSERE IN SINTONIA ERA DI GRIDARE ANCHE NOI CONTRO LA CORRUZIONE LA ILLEGALITA’, ESSERE A FIANCO DELLE VITTIME, DEI TESTIMONI, NELLA RECIPROCITA’ A TUTTI NOI, DEGLI AMICI MAGISTRATI QUANDO FANNO BENE.

I Testimoni di Giustizia

(ANSA) – ROMA, 29 OTT – Questa mattina il Senato ha discusso tre relazioni prodotte dalla Commissione Antimafia: quella sul semestre europeo di presidenza italiana, quella sul codice di autoregolamentazione dei partiti, quella sui Testimoni di Giustizia. La discussione si e’ conclusa con la votazione di una risoluzione, con voto unanime, che impegna il Governo ad assumere le conclusioni delle relazioni sul semestre europeo e sui testimoni di giustizia. Le risoluzioni impegnano il Governo a intraprendere ogni iniziativa utile per risolvere le questioni evidenziate nella relazione riguardante la lotta alla criminalita’ mafiosa su base europea e nella relazione riguardante il sistema di protezione dei testimoni di giustizia. “Il fatto che la risoluzione riguardi anche i testimoni di giustizia e’ per me, che ho coordinato i lavori del V Comitato della Commissione Antimafia proprio su questo argomento, molto importante: sia perche’ la vita di molti testimoni di giustizia e’ quotidianamente segnata dalla inadeguatezza del sistema tutorio, sia perche’ ad oggi e’ mancata una qualunque reazione da parte del Ministro dell’Interno Alfano alla relazione approvata in Commissione”, commenta Davide Mattiello, Pd, componente della Commissione Antimafia e coordinatore del V Comitato dell’Antimafia. “Auspico che anche la Camera possa presto approvare analoga risoluzione e che il Governo faccia proprie le proposte contenute nella relazione, garantendo da parte mia tutta la collaborazione del caso. I testimoni di giustizia sono “perle repubblicane” e come tali vanno trattate”.

Il Governo chieda pubblicamente ed espressamente scusa agli operai ed ai sindacalisti caricati e feriti in maniera selvaggia e violenta e, soprattutto, per garantire che questi fatti da “Grecia dei Colonnelli” non si verifichino più, individui e cacci subito dal Corpo della Polizia chi ha dato l’ordine di usare i manganelli contro cittadini inermi e pacifici. Gente così violenta e con idee naziste non può rappresentare uno Stato di diritto quale dovrebbe essere quello nostro

UNA SCENA DA “GRECIA DEI COLONNELLI” E NON DA UNO STATO DI DIRITTO QUALE DOVREBBE ESSERE L’ITALIA, UNA VERGOGNA CHE NON PUO’ ESSERE DIMENTICATA CON LE QUATTRO PAROLE PRONUNCIATE ALLA CAMERA DA ALFANO.
CI VOGLIONO LE SCUSE UFFICIALI DEL GOVERNO AGLI OPERAI ED AI SINDACATI CHE HANNO SUBITO OFFESE DI OGNI GENERE DAGLI UOMINI DI RENZI E, SOPRATTUTTO, E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO, PER RISTABILIRE UN CLIMA DI UN MINIMO DI SERENITA’ E DI PACE SOCIALE, CHE VENGANO INDIVIDUATI E SEVERAMENTE PUNITI CON L’ESPULSIONE DAL CORPO DELLA POLIZIA DI STATO COLORO CHE HANNO DATO L’ORDINE DI CARICARE IN MANIERA COSI’ SELVAGGIA E VIOLENTA GLI OPERAI CHE NON STAVANO FACENDO NULLA DI MALE.
LO STATO ITALIANO NON PUO’ CONTINUARE AD ESSERE RAPPRESENTATO DA PERSONE CON IDEE
CHE DEFINIRE NAZISTE E’ DIRE POCO!!!

 

Ecco come questo Stato ha ridotto i Testimoni di Giustizia

Camorra: testimone giustizia convocato da Bubbico, ‘non vado, non ho soldi’

E’ stato convocato al Viminale dal viceministro Bubbico Luigi Coppola, il testimone di giustizia di Pompei, che nei mesi scorsi aveva chiesto proprio a Bubbico di interessarsi alla situazione drammatica in cui si trova costretto a vivere con moglie e figlie da quando ha deciso di denunciare i suoi estorsori. Il paradosso è che Coppola, che aveva chiesto più volte al viceministro di andare a Pompei per vedere con i propri occhi le condizioni in cui lui e la sua famiglia sono costretti a vivere, “abbandonati come spazzatura purtroppo da questo governo”, al Viminale non potrà andare perché non ha denaro.

“Non avendo nemmeno i soldi per il pane ed il latte per la mia famiglia, dovrei elemosinare per i biglietti del treno”, scrive Coppola in una lettera-appello inviata al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, spiegando di aver deciso di non andare all’incontro fissato per il 6 novembre. “Ho dovuto ritirare le mie figlie da scuola, una al quinto anno di liceo e una solo al terzo anno e Bubbico mi chiede di incontrarlo a spese mie”, è l’amaro sfogo del testimone di giustizia, che conclude: “Provo un dolore enorme nel vedere le mie figlie rinchiuse in se stesse ed io non posso riuscire a far niente. Posso solo maledirmi per la scelta che ho fatto”.

Petizione · Giornata Nazionale Testimoni di Giustizia

https://www.change.org/p/al-presidente-della-repubblica-on-giorgio-napolitano-giornata-nazionale-testimoni-di-giustizia

Via subito Angelino Alfano da Ministro degli Interni

Il Pd non può permettersi un Alfano al Viminale

Mi trovo lontano, in Israele, e apprendo delle manganellate con cui la polizia ha risposto a un tentativo di occupazione dei binari della Stazione Termini da parte di 200 operai dell’acciaieria di Terni licenziati dalla Thyssenkrupp. Pochi giorni fa Landini mi aveva spiegato cosa vuole davvero la multinazionale tedesca per mantenere l’impianto in Italia: vuole che gli operai facciano il turno di notte e i festivi all’altoforno senza le compensazioni salariali che oggi percepiscono. Altrimenti, via.
Si tratta dunque di una vertenza-pilota oltre che di una vicenda drammatica per i lavoratori che rischiano la disoccupazione. Trovo che la gestione dell’ordine pubblico in tale frangente sia troppo delicata per lasciarla, da parte del Pd, nelle mani di Angelino Alfano. Fomentatore di tensioni, anzichè mediatore. Politico con interessi elettorali prevalenti sulla gestione quotidiana del Viminale. Lasciarlo a capo del ministero degli Interni significa contemplare un acuirsi delle tensioni sociali da cui Renzi dovrebbe guardarsi.

P.S. Nel frattempo spero Renzi abbia fatto una telefonatina alla Picierno spiegandole che insultando la Cgil non farà molta carriera.

Gad Lerner

 

A Formia si insedia l’OSSERVATORIO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’. Una vittoria dell’Associazione Caponnetto ed uno stimolo agli altri Comuni a fare altrettanto. Il Comune di Formia è l’unico comune del Lazio che si è dotato di tale strumento fondamentale per la lotta contro le mafie

IL 7 NOVEMBRE SI INSEDIA A FORMIA L’OSSERVATORIO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’.
UNA VITTORIA DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO CHE L’HA RICHIESTO E SI E’ BATTUTA PER OTTENERLO ED UNO STIMOLO AGLI ALTRI COMUNI DEL BASSO LAZIO, ASSEDIATI DALLE MAFIE ANCHE ESSI, A FARE ALTRETTANTO.
IL COMUNE DI FORMIA E’ L’ UNICO COMUNE DEL LAZIO AD ESSERSI DOTATO DI TALE STRUMENTO FONDAMENTALE PER LA LOTTA ALLE MAFIE ADOTTANDO, PERALTRO, IL REGOMENTO SUGGERITO DALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.
ORA AL LAVORO!!!

Comunicato di disdetta della manifestazione programmata dall’Ass.Caponnetto e dall’UNADIR davanti alla Procura di Palermo per il 4 novembre a sostegno dei Magistrati minacciati di morte con rinvio a data da destinarsi

CON PROFONDA AMAREZZA CI VEDIAMO COSTRETTI AD ANNULLARE LA MANIFESTAZIONE PROGRAMMATA, INSIEME ALL’UNADIR, PER IL 4 NOVEMBRE, RINVIANDOL, A A DATA DA DESTINARSI, DAVANTI ALLA PROCURA DI PALERMO PER SOLIDARIZZARE CON I MAGISTRATI SICILIANI MINACCIATI DI MORTE
E’ con profondo dolore che ci vediamo costretti a disdire, per rinviarla a data da destinarsi, la manifestazione che con tanto entusiasmo ed amore avevamo pensato di organizzare, insieme alla V. Prefetto Dr. Maria Rosaria INGENITO, Segretaria Nazionale dell’UNADIR, Sindacato dei Funzionari e Dirigenti Prefettizi, per il giorno 4 novembre alle ore 12 davanti alla Procura della Repubblica di Palermo per manifestare il nostro sostegno e la nostra più calda solidarietà al Procuratore Generale
Scarpinato e a tutti gli altri suoi colleghi -i Drr. Teresi, Di Matteo ecc. – minacciati di morte.
Questo in quanto, ad oggi 29 ottobre, pur avendo inviato alla Questura di Palermo la richiesta di utilizzare la piazza con Raccomandata RR dell’11 ottobre dall’Ufficio Postale principale di Gaeta, non siamo riusciti ad ottenerla e, quindi, non siamo più in grado di preparare la delegazione degli amici che ci avrebbero dovuto rappresentare.
Per completezza di informazione, riteniamo doveroso far presente che una funzionaria della DIGOS di Palermo ci ha telefonato il 27 u. s. per chiederci di recarci, per perfezionare la richiesta dell’autorizzazione, presso il più vicino Commissariato di Polizia.
Cosa che noi puntualmente abbiamo fatto il 28 successivo recandoci presso il Commissariato di Gaeta, dove, però, non abbiamo trovato né la Dirigente né un funzionario della DIGOS, persone che avrebbero dovuto, secondo i suggerimenti della predetta funzionaria di Palermo, trasmettere a Palermo le notizie da noi raccolte.
Con un Ispettore di altro Ufficio dello stesso Commissariato con il quale abbiamo parlato abbiamo convenuto che saremmo stati chiamati al rientro della Dirigente o dell’addetto all’Ufficio della DIGOS, cosa che però, oggi 29 ottobre alle ore 9, 30, non è avvenuta.
Mancando appena 7 giorni, giorni festivi compresi, alla data del 4 novembre da noi programmata, non abbiamo più i tempi tecnici per raccogliere le adesioni e preparare la delegazione.
Ce ne dispiace infinitamente, soprattutto per i Magistrati ai quali volevamo esprimere da vicino e personalmente i nostri più caldi sentimenti di gratitudine e di
solidarietà, sentimenti che, purtroppo, ci vediamo costretti per ora ad esprimere ad essi per via mediatica.
Ci capita anche questo.

Alfano il 29 ottobre a Palermo per l’assegnazione di 530 beni confiscati alla mafia

Lotta alle mafie
Cerimonia al San Paolo Palace, confiscato a un clan, con il procuratore nazionale antimafia Roberti e il direttore dell’Agenzia beni confiscati Postiglione. Gli immobili destinati alle Forze di polizia e ai comuni

Domani mattina a Palermo saranno assegnati 530 beni immobili confiscati alla mafia.

Alla cerimonia di assegnazione, in programma alle 10.30 all’hotel San Paolo Palace, anche questo a suo tempo confiscato a un clan mafioso, interverranno il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e il direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata Umberto Postiglione.

http://www1.interno.gov.it/mininterno/site/it/sezioni/sala_stampa/notizie/antimafia/2014_10_28_lancio_Alfano_Palermo_assegnazione_beni_confiscati.html

I beni, appartamenti e interi stabili, saranno mantenuti nel patrimonio pubblico dello Stato, destinati alla questura, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza, al tribunale di Palermo, all’archivio notarile dello Stato, alla regione Sicilia, al comune di Palermo e ad altri comuni della provincia, molti dei quali trasferiranno in questi immobili alcuni dei propri uffici, con risparmi importanti sugli affitti.

Con l’assegnazione di beni sono previsti notevoli risparmi anche per lo Stato, visto che molti saranno destinati ad alloggi di servizio e strutture da adibire a comandi.

L’inutilità dell’attuale Servizio Centrale Protezione del Ministero degli Interni che fa acqua da tutte le parti e che, pertanto, va soppresso e ricostituito ex novo con personale e dirigenti diversi e più preparati

LA PROVA DELL’INUTILITA’ DELL’ ATTUALE SERVIZIO CENTRALE PROTEZIONE DEL MINISTERO DEGLI INTERNI CHE VA PERCIO’ RADICALMENTE SOSTITUITO
Nella giornata odierna personale del Nop referente, mi ha notificato il presente atto che allego alla presente, preciso che la mia partecipazione all ‘evento contro mafie era stata comunicata al SCP nei termini e modi prestabiliti dal protocollo a cui io ho apposto firma, che la città di Roma non è da definirsi città di origine e che alla manifestazione ho preso parte come addetto stampa accreditandomi come tale presso Gruppo Abele di Libera per l’evento contro Mafie. Voglio altresì specificare che nella seconda giornata dell’evento erano presenti molte cariche istituzionali, tra cui il Vice Ministro nonché Presidente della Commissione Centrale ex art.10 Sen. FILIPPO BUBBICO al quale ho personalmente comunicato i fatti accaduti e ho fatto visionare la comunicazione del SCP nella quale mi era stato vietato di partecipare all’evento di Libera. Anche il Capo della DNA era presente e anche con lo stesso ho avuto modo di colloquiare, lo stesso mi ha comunicato che era a conoscenza di tale situazione. Don Luigi Ciotti dal palco ha fatto presente che ad alcuni tdg non era stato permesso di essere lì e con enorme rammarico lo stesso ne era dispiaciuto. Preciso che non ero il solo tdg presente e che durante i due giorni nessuna vigilanza o protezione è stata messa in atto alla mia persona, tanto che spontaneamente ho dato comunicazioni al Nop dell’arrivo e partenza. Di tale situazione renderò partecipe il mio legale e la direzione di Libera e il Presidente del V comitato Tdg On. MATTIELLO e la Federazione Nazionale Giornalisti. Ritengo che in relazione alla comunicazione odierna lo scrivente non ha fatto nessuna azione contrastante il sistema di protezione e chiede che la commissione centrale ex. art.10 possa audirmi in relazione a tale accaduto dandomi la possibilità di spiegare i fatti, ritengo che il diritto alla libertà e il diritto di cronaca non possano essere impediti ad un cittadino incensurato e libero e che essere un tdg non vuol significare non poter partecipare al vivere quotidiano.

Gennaro Ciliberto, Testimone di Giustizia

Dalle parole ai fatti. La necessità di un salto di qualità con un’antimafia dell’INDAGINE e della DENUNCIA!

I DUE MOTTI CHE ISPIRANO LA NOSTRA CONDOTTA SIN DALLA NASCITA, 15 ANNI FA…
Il primo: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.
Il secondo: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”.
Noi siamo e vogliamo essere rispettosi ed amici di tutti coloro che si ispirano ai valori della giustizia e della democrazia, ma non ci piacc le retorica.
Soprattutto quando si parla dci problemi seri che richiedono interventi urgenti e radicali.
Non parole.
Non chiacchiere.
Noi siamo per lo più uomini e donne che… vengono “da lontano”, hanno sulle spalle decine di anni di esperienze, conoscono bene, per aver ricoperto anche incarichi di responsabilità, meccanismi e sistemi e, quindi, non possono illudersi di poter combattere con un
esercito armato di soli pugnali contro armate dotate di missili e carri armati.
Oggi il livello di penetrazione mafiosa nella politica e nelle istituzioni ha raggiunto picchi inimmaginabili tali da non consentirci di pensare che, con le sole parole, con il racconto di fatti passati, si possano sconfiggere le mafie.
Rispettiamo tutti, non vogliamo sottovalutare l’importanza dell’opera di altri, ma riteniamo che, considerata la gravità della situazione nella quale si trova il Paese, non basti più limitarsi a parlare di legalità, di giustizia, quando queste quotidianamente vengono messe sotto i piedi proprio da chi dovrebbe difenderle e preservarle.
Bisogna essere coerenti con le parole ed i motti che si pronunciano nelle piazze e nelle sale.
Quando si grida “Fuori la mafia dallo Stato”, poi, è necessario adottare gli strumenti per dare concretezza alle parole, agli slogan.
E gli strumenti sono l’INDAGINE e la DENUNCIA.
FATTI, NOMI e COGNOMI.
Paolo Borsellino, che tutti nominano ma pochi ricordano quello che sosteneva, disse che… ” è un errore imperdonabile pensare che la lotta alle mafie possa essere accollata sulle sole
spalle della magistratura e delle forze dell’ordine”.
Non ce la fanno da sole.
Per vari motivi sui quali qua non vogliamo soffermarci perché ne trattiamo un giorno sì e l’altro pure.
Occorre un salto di qualità.
Bisogna smetterla con l’antimafia parolaia, dei “condivido” senza fare altro, l’antimafia delle commemorazioni e del racconto di cose passate.
Quella, chi vuole, può leggersela a casa propria.
L’antimafia vera è quella sul campo di battaglia, dell’INDAGINE e della DENUNCIA appunto.
Senza aver paura perché chi ha paura e non agisce finisce per diventare COMPLICE e non ha diritto di parola.
E’ un vile e basta che deve solo vergognarsi perché, oltre tutto, sta mettendo a repentaglio l’avvenire dei suoi stessi figli.

A Gaeta vige la regola del… ”non vedo, non sento, non parlo”… E la camorra avanza!

QUELLO DI GAETA E’ UN TESSUTO OMERTOSO DOVE VIGE LA REGOLA DEL… NON VEDO, NON SENTO, NON
PARLO. E LA CAMORRA AVANZA…
La cattura di “Nanà ‘o cecato” è l’ennesima prova
della presenza asfissiante delle mafie a Gaeta e
nel sud pontino.
Egli è stato “preso” a Napoli, ma – è doveroso
dirlo-, grazie alla bravura ed alla perspicacia del
Comandante della Compagnia dei Carabinieri
Capitano De Nuzzo di Formia e di quello della
Stazione di Gaeta, città dove aveva il domicilio il
soggetto. , Maresciallo Latorre, che lo avevano
attenzionato da tempo.
Non è la prima volta che Gaeta viene scelta come
base operativa da soggetti legati alla criminalit
organizzata per le loro losche attività.
Un camorrista fissa sempre la sua dimora nei
luoghi che egli considera tranquilli e tali da
consentirgliele con estrema facilità.
E laddove si sente… protetto, oltre che poco
osservato.
E questo è l’aspetto che ci preoccupa al di là del fatto di cronaca.
Quello di Gaeta è considerato dai camorristi territorio sul quale essi possono operare tranquillamente.
E questa volta rileviamo che non solo i Casalesi la pensano così perché nel caso in esame si tratta di elemento legato ad altro clan.
Nello specifico non più del Casertano, ma del Napoletano.
I Lo Russo, uno dei clan più pericolosi.
Purtroppo ci troviamo di fronte ad un tessuto sociale estremamente omertoso e a degli impianti statali particolarmente fragili ed inadeguati.
Almeno finora.
Più volte abbiamo richiamato l’attenzione della classe politica e dell’opinione pubblica gaetane sulla necessità di essere più attente, più vigili, più collaborative con gli organismi pubblici ed associativi preposti a contrastare le mafie, ma non c’è stata mai una risposta positiva.
Mai!
Gli abitanti di quella città son soliti recitare la parte di chi… non vede, non sente, non parla…
Domina la cultura del silenzio, dell’omertà.
Piu’ assoluti.
E i risultati negativi si vedono…

Queste persone debbono finirla a Latina di fare i violenti ed i prepotenti!

Latina, arrestati dalla Polizia dopo una violenta aggressione.
Nella prima metà del mese di settembre in via NEGHELLI, si è consumata una spedizione punitiva in piena regola ai danni di un ragazzo ventenne da parte di 5 giovani appartenenti alle famiglie CIARELLI-DI SILVIO.
“Tu non sai chi siamo noi!!! Devi portà rispetto!!!” queste sono state le ultime parole rivolte in tono arrogante e minaccioso da uno dei cinque aggressori alla giovane vittima prima di essere aggredito alle spalle mentre tentava di allontanarsi con un suo amico.
L’episodio origine dell’aggressione risale a qualche giorno prima quando D. E. all’atto di scendere dalla propria autovettura è stato avvicinato dal gruppetto, che, con in mano una torcia laser lo infastidiva puntandogliela negli occhi. Un breve scambio di battute e poi il giovane si allontanava. Il giorno dopo D. E. incontrato uno dei cinque e approfittando del fatto che fosse solo gli chiedeva spiegazioni. Ma la vicenda non finisce qui.
La sera dopo il ragazzo viene di nuovo avvicinato dalla banda e aggredito prima con colpi di mazza da basball alle spalle e poi con calci e pugni. Solo la prontezza di spirito dell’amico presente che inizia a chiedere aiuto dicendo di aver chiamato la Polizia induce i cinque a scappare.
La giovane vittima nonostante lo spavento ed il trauma cranico con 7 punti di sutura in testa, trova il coraggio il giorno seguente di venire negli uffici di polizia per denunciare i suoi aggressori.
Le serrate indagini condotte dalla squadra mobile hanno consentito di individuare in brevissimo tempo i giovanissimo autori dell’aggressione per i quali l’Autorità giudiziaria ha emesso tre misure cautelari coercitive eseguite all’alba di oggi dalla Squadra Mobile della Questura di Latina. Gli autori minorenni saranno giudicati dal Tribunale dei Minori di Roma.

I problemi dei Testimoni di Giustizia verso la loro soluzione? Attenti, questo è il momento della massima UNITA’ e del massimo IMPEGNO

ORA, DOPO LA GIORNATA DI CONFRONTO A “CONTROMAFIE” DI LIBERA, I PROBLEMI DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA SONO STATI POSTI TUTTI SUL TAPPETO E NESSUNO PIU’ DEL PARLAMENTO E DEL GOVERNO PUO’ DIRE DI NON CONOSCERLI
Il primo problema è quello che riguarda il pessimo funzionamento del cosiddetto “Servizio Centrale Protezione”.
Troppa incompetenza, troppa impreparazione, un’assoluta e non più tollerabile insensibilità ai problemi, anche di natura immateriale, di chi, vivendo in una situazione di agiatezza e di vita normale, si viene a trovare, dopo aver denunciato un crimine cui è stato testimone o di cui è rimasto vittima innocente, all’improvviso in uno stato di precarietà e di miseria.
Quel Servizio va azzerato e completamente ristrutturato con gente competente.
La Caponnetto ha posto, durante il dibattito, con forza tale argomento e ci fa immensamente piacere che gli amici di Libera abbiano convenuto sulla necessità di inserire tale argomento fra i primissimi punti del documento che sarà presentato alla Commissione Parlamentare Antimafia ed agli organismi competenti del Governo per la soluzione dei problemi dei Testimoni di Giustizia e per l’eliminazione di una situazione oltremodo vergognosa.
Persone incompetenti non possono stare un minuto in più in posti così delicati dove si decidono la vita e la morte di persone oneste e coraggiose quali sono state e sono i Testimoni di Giustizia, una categoria ormai in estinzione, purtroppo, proprio a causa di quelle persone che, con il loro comportamento, hanno probabilmente scoraggiato altri a denunciare crimini cui hanno assistito ed assistono e soprusi subiti e che subiscono.
Non si giustifica, infatti, diversamente il fatto che i Testimoni di Giustizia si siano fermati a quota 80 e da anni non ce ne siano altri che ne abbiano seguito e che ne seguano l’esempio.
Un danno incalcolabile che questo Stato bifronte produce all’azione di contrasto che esso dice di
voler condurre alle mafie utilizzando, poi, personale incompetente che, con il suo operare, produce un effetto contrario.
Altro tema importante e delicato è quello che riguarda il tenore di vita che lo Stato DEVE assicurare ai Testimoni di Giustizia ed alle loro famiglie che DEVE essere quanto meno UGUALE a quello che essi avevano al momento in cui hanno denunciato il crimine cui hanno assistito o che hanno subito.
Soldi ce ne sono ed anche tanti nella casse dello Stato in quanto ci sono miliardi confiscati alle mafie che non si sa come vengono utilizzati.
Quei soldi DEBBONO essere usati per assicurare un tenore di vita dignitoso a tutti coloro che collaborano con la Giustizia e l’aiutano a combattere le mafie.
Punto.
L’Associazione Caponnetto è un’organizzazione seria e positiva che ha come unico obiettivo la lotta alle mafie e che, pertanto, senza lasciarsi andare ad atteggiamenti rancorosi e di natura disfattista, pragmaticamente ed in maniera costruttiva è sempre disposta ad allearsi con chiunque voglia seriamente affrontare e risolvere
i problemi che impediscono un’effettiva lotta alla criminalità mafiosa.
Abbiamo, perciò, partecipato alla manifestazione indetta da Libera in maniera convinta e la ringraziamo per averci consentito di esprimere il nostro pensiero, condividendolo.
Insieme – ce lo auguriamo- continueremo a combattere questa battaglia fino alla sua soluzione.
Ai testimoni di Giustizia, poi, raccomandiamo affettuosamente l’UNITA’.
State tutti nella stessa barca, vivete quasi tutti gli stessi drammi e non cedete ai richiami interessati di chi eventualmente vuole dividervi specialmente ora che il fronte di coloro che si stanno battendo per risolvere i problemi vostri si va allargando.
Questo è il momento in cui dovete essere UNITI.
Tutti.

La delegazione dell’Associazione Caponnetto al raduno degli Stati Generali Antimafia dal 23 al 26 ottobre 2014 a Roma

LA DELEGAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO AGLI STATI GENERALI ANTIMAFIA CONVOCATI DA LIBERA

1) Bruno FIORE
2) Arturo GNESI
3) Patrizia BELLI
4) Gennaro CILIBERTO

Vergognatevi!!!

Roma, 23.102014

On. Matteo Renzi – ROMA
On. Angelino Alfano – ROMA
On. Filippo Bubbico – ROMA
On. Rosy Bindi – ROMA
On. Claudio Fava – ROMA
Dr. Franco Roberti – Proc. Nazionale Antimafia – ROMA

e pc.
organi di informazione LL. SS.

OGGETTO: divieto partecipazione Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto all’incontro degli Stati Generali Antimafia

 

Questo è un vero e proprio atto persecutorio ai danni non solo della persona ma anche di questa Associazione che egli avrebbe dovuto rappresentare nell’incontro degli Stati Generali Antimafia promossi da Libera a Roma.
Un atto persecutorio per il quale la scrivente Segreteria formula la sua più vibrata protesta.
Impedire ad un Testimone di Giustizia, qual’è Gennaro Ciliberto, sempre ligio alle regole previste nel protocollo di intesa da lui sottoscritto con lo Stato, di partecipare ad un importante incontro nel quale intervengono anche le massime autorità istituzionali per discutere i problemi di mafia e si indicano le tattiche e le strategie per combatterle, significa ledere non solo la sua libertà personale – il che è già un atto gravissimo e che viola i principi della Costituzione -, ma, anche, non consentire ad un’Associazione antimafia seria e dal nome prestigioso, qual’è la scrivente, di portare a quell’assise il suo contributo di idee e di proposte.
Gennaro Ciliberto, infatti avrebbe dovuto parteciparvi nella sua veste di rappresentante dell’Associazione Caponnetto e non a titolo personale.
La giustificazione addotta dal Servizio Centrale Protezione del Ministero degli Interni per non consentirgli tale
partecipazione appare alquanto risibile in quanto i… “pericoli” che egli correrebbe in quella sede sarebbero comunque molto meno gravi di quelli che sicuramente corrono altri Testimoni di Giustizia che sembrano essere stati regolarmente autorizzati e tutte le massime autorità istituzionali, dal Procuratore Nazionale Antimafia Dr. Franco Roberti, a Procuratori della Repubblica particolarmente esposti ed in prima linea del livello dei Drr. Pignatone e Cafiero De Raho, oltre a vari Ministri ed altre alte autorità.
Giova sottolineare che il Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto, nel formulare la richiesta di partecipare all’incontro in questione, ha tenuto a precisare di volerlo fare a proprie spese e non gravando affatto sulle casse dello Stato.
Questa Associazione, nel protestare vivacemente per tale assurdo comportamento, chiede alle SS. LL. di voler intervenire immediatamente per far revocare l’iniquo provvedimento del Servizio Centrale Protezione, provvedimento che lede i diritti non solo della persona ma anche quelli di questa Associazione medesima.
In attesa di un’urgente e cortese comunicazione, si porgono distinti saluti
IL SEGRETARIO
Dr. Elvio Di Cesare

Si comincia, grazie a Dio, a muovere qualcosa

Roma, 22 ott. (Adnkronos) – “Bisogna ridefinire la figura dei testimoni di giustizia e il funzionamento del sistema di protezione, facendo tesoro dell’esperienza di questi anni e dei limiti mostrati dalla attuale legge”. Lo ha detto Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, nel corso della conferenza stampa di presentazione della relazione sul sistema di protezione del testimoni. “La nostra intenzione – ha proseguito Bindi – è quella di trasformare questa relazione in un proposta di legge organica, parlando a tutte quelle persone, che per rapporti familiari o attività economiche hanno a che fare con le dinamiche mafiose: a loro dobbiamo dire che possono intraprendere il cammino verso la legalità e lo Stato è pronto ad accoglierli. In particolare le donne, devono poter rompere il legame con gli ambienti mafiosi ed essere accolte come testimoni di giustizia”. (segue)

Importante sentenza del Consiglio di Stato per i Testimoni di Giustizia

Testimoni di giustizia: l’assegno di mantenimento si calcola sul precedente tenore di vita

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I testimoni di giustizia hanno diritto allo stesso tenore di vita che avevano prima di entrare nel programma di protezione.

Buone notizie per i testimoni di giustizia: il Consiglio di Stato, con una recente sentenza, ha ribadito che i testimoni di giustizia hanno diritto a mantenere il tenore di vita che avevano prima di entrare nel programma di protezione [1]. Ciò vuol dire che lo Stato deve erogare loro un contributo mensile non inferiore a quanto i testimoni guadagnavano con la loro attività lavorativa.

Il testimone di giustizia, a causa della scelta di collaborare con lo Stato, è costretto a cambiare identità, spostarsi in una località protetta, lasciare il lavoro e i suoi beni per ricominciare da un’altra parte. Per tali motivi, la legge gli riconosce una serie di misure assistenziali come l’alloggio, l’assistenza sanitaria, l’assistenza legale, le spese relative ai trasferimenti e soprattutto il mantenimento [2]. Quest’ultimo viene corrisposto tramite un assegno mensile [3] che deve consentire al testimone un tenore di vita non inferiore a quello condotto prima dell’ingresso nel programma di protezione [4], da erogare fino a quando non sarà riacquistata la possibilità di avere un reddito proprio.

L’assegno di mantenimento dei testimoni di giustizia deve essere parametrato sulla base delle entrate pregresse e non ha un limite preciso. Al contrario, tale limite sussiste per i collaboratori di giustizia, più comunemente detti “pentiti”, il cui mantenimento mensile non può superare più di 5 volte il valore dell’assegno sociale [5].

“Lo Stato è vicino ai testimoni di giustizia” o almeno così dice per bocca dell’Onorevole Filippo Bubbico, vice Ministro dell’Interno. Per quanto le affermazioni di tal fatta siano all’ordine del giorno, ad esse di rado seguono i fatti e i testimoni si trovano a lottare anche contro lo Stato, che stenta a riconoscere loro quei diritti che gli spetterebbero per legge. Ecco perché, in questo contesto, la sentenza del Consiglio di Stato in commento assume grande importanza.

Eppure il testimone di giustizia, per aver scelto la strada del coraggio, paga un prezzo altissimo, con la criminalità organizzata alla ricerca di vendetta e uno Stato che non gli si pone al fianco ma, al contrario, sembra esserne la controparte.

Questo accade, probabilmente, perché il testimone di giustizia è considerato un collaboratore “di serie B”, rispetto al cosiddetto “pentito”. Il testimone di giustizia – lo si ricorda – è un soggetto che è stato vittima o ha assistito ad un crimine e ha deciso di testimoniare; pertanto può riferire alle autorità su un’unica vicenda. Il pentito, invece, è un criminale che ha deciso di collaborare con la giustizia (per convenienza o per un ravvedimento personale), un soggetto che ha fatto parte di una associazione a delinquere e che, proprio per questo, è una miniera di informazioni: può riferire del mondo criminale su più fronti, avendolo vissuto dal di dentro. Il pentito, in estrema sintesi, ha un maggiore potere contrattuale.

L’assegno di mantenimento
Nei confronti del testimone di giustizia è previsto un trattamento differenziato e più favorevole rispetto al collaboratore di giustizia, stante il concorso delle misure di assistenza concesse al mantenimento del precedente tenore di vita. Ciò si riflette, in via residuale, sulla quantificazione dell’assegno di mantenimento. Per detto assegno è fissato in via forfetaria con riguardo ai soli collaboratori di giustizia il limite massimo in cinque volte l’ammontare dell’assegno sociale. Detto limite, invece, non trova applicazione nei confronti dei testimoni di giustizia che godono della guarentigia del mantenimento del pregresso tenore di vita.

Le modalità di calcolo
Il flusso reddituale che si riflette sul tenore di vita va determinato non sulla base del reddito imponibile, ma al netto del debito di imposta. In tal modo si individuano le somme effettivamente disponibili per soddisfare le esigenze di vita del testimone di giustizia e relativi familiari inclusi nel programma. L’importo preciso va calcolato con il monitoraggio spalmato in un lungo periodo. In modo tale che lo stesso si configuri idoneo a fotografare, con maggior grado di aderenza alla realtà, la condizione economica del testimone di giustizia e del di lui nucleo familiare agli effetti del complesso delle misure assistenziali volte a garantire il precedente tenore di vita. Concorrono nel mantenimento del tenore di vita (e vanno quindi detratte dal flusso reddituale disponibile) gli esborsi sostenuti dall’Amministrazione per spese scolastiche in favore dei figli del testimone di giustizia; sanitarie (diagnostiche e terapeutiche) per prestazioni non erogabili a carico del servizio sanitario nazionali; per vacanze annuali; per riscaldamento dell’ alloggio assegnato. Vanno invece escluse tutte le specie necessitate dalla qualità di testimone di giustizia quali, a titolo di esemplificazione, quelle inerenti a esigenze di viaggio per il ritorno al luogo di provenienza (ivi comprese le spese di vitto ed alloggio); di assistenza legale nelle ipotesi previste nella delibera di adozione del programma speciale di protezione; di conduzione aziendale cui prima dell’ammissione al programma di protezione poteva direttamente attendere il ricorrente.

Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 17 luglio – 15 ottobre 2014, n. 5151
Presidente Romeo – Estensore Polito
Fatto e diritto
1. Con delibera in data 1° ottobre 2007 della Commissione centrale ex art. 10 della legge n. 82 del 1991, il sig. S. F., unitamente alla proprio nucleo familiare, costituito dalla moglie e da tre figli, era ammesso ad un piano provvisorio di protezione ai sensi dell’art. 13, comma 1, della citata legge e dell’art. 6 del d.m.. 23.4.2004, n. 161, in qualità di testimone di giustizia.
Nella seduta del 17 dicembre 2007 la Commissione centrale respingeva la richiesta del ricorrente datata 12.10.2007, tesa all’adeguamento dell’assegno mensile previsto per i testimoni di giustizia, sulla base della considerazione che lo stesso era stato ammesso al programma provvisorio, riservandosi quindi il riesame della questione in sede di ammissione al programma definitivo.
Con successiva delibera della predetta Commissione del 5 marzo 2009 il programma provvisorio era trasformato in definitivo, con conferma dello status di testimone di giustizia in capo al ricorrente.
Una volta ammesso al programma definitivo, con istanza del 5.5.2009 il ricorrente chiedeva che la Commissione de qua si pronunciasse in merito all’assegno mensile.
Detta istanza restava priva di riscontro.
In relazione a nuova richiesta di adeguamento dell’assegno mensile da euro 2.640,00 a euro 7.719,22 mensili l’apposita Commissione, con delibera in data 28 marzo 2012, si pronunziava in senso negativo, facendo richiamo alla nota del Servizio Centrale di Protezione del 3.2.2012, nella quale era posto in rilievo che “viene complessivamente assicurato in favore del F. un tenore di vita superiore a quello dichiarato”.
Avverso l’atto negativo il sig. S.F. ha proposto ricorso avanti al T.A.R. per il Lazio assumendo l’illegittimità di detto provvedimento per violazione di legge ed eccesso di potere in diversi profili.
Con sentenza n. 860 del 2014 il T.A.R. adito accoglieva il ricorso.
Il T.A.R. – dopo aver tratteggiato il quadro normativo relativo alla fattispecie di cui è controversia con specifico richiamo all’art. 16-ter, comma 1, lett. b), del decreto-legge n. 8 del 1991, convertito dalla legge n. 82 del 1991, recante disposizioni sullespeciali misure di protezione, ove è stabilito che “i testimoni di giustizia cui è applicato lo speciale programma di protezione hanno diritto a misure di assistenza, anche oltre la cessazione della protezione, volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’avvio del programma, fino a quando non riacquistano la possibilità di godere di un reddito proprio” – si pronunziava in base alle risultanze degli atti non avendo l’amministrazione adempiuto ordinanza istruttoria disposta dal collegio.
Il primo giudice statuiva in particolare:
- che l’assegno deve in ogni caso garantire al testimone di giustizia ed alla sua famiglia il medesimo tenore di vita in godimento prima della sottoposizione al programma di protezione:
- che agli effetti predetti deve essere assunto in primo luogo a riferimento il reddito percepito e, per altro verso, che fuoriescono dal computo le ulteriori spese che, sebbene assunte a carico dell’Amministrazione, il testimone di giustizia non avrebbe comunque affrontato se non avesse assunto tale status;
- che in tale ultima categoria vanno ricondotte le spese alloggiative, stante la proprietà della casa di abitazione da parte del ricorrente nel luogo di origine, quelle relative agli spostamenti verso la località di provenienza – correlate unicamente alla necessità di vivere altrove per effetto della sottoposizione al programma di protezione – nonché quelle per le lavorazioni dei terreni, essendo incombenti precedentemente assolti direttamente dal ricorrente con le proprie attrezzature. Non vanno inoltre considerate le spese per avvocato e quelle di giustizia, derivanti, dalla sottoposizione al programma di protezione e che diversamente non avrebbero coinvolto il ricorrente;
- che si rinvengono ulteriori spese, contestate dall’interessato nell’ an (per baby sitter, per viaggi, per custodia cani) ovvero nel quantum (spese sanitarie, indicate nel loro complesso e non per singole voci), non contraddette da contrarie allegazioni dell’ Amministrazione malgrado il disposto incombente istruttorio
Il T.A.R. annullava, quindi la delibera gravata e statuiva l’ obbligo, per l’Amministrazione, di provvedere all’adeguamento dell’assegno in favore del ricorrente e del suo nucleo familiare, conformemente a quanto indicato in motivazione.
Avverso la pronunzia del T.A.R. il Ministero dell’ Interno ha proposto atto di appello ed ha contestato le conclusioni del T.A.R., insistendo sull’adeguatezza e sul concorso delle misure economiche ed assistenziali, accordate nei confronti del testimone di giustizia, al mantenimento del pregresso tenore di vita.
In sede di note conclusive S.F. ha insistito nelle proprie tesi difensive e chiesto la conferma delle sentenza impugnata.
All’udienza del 17 luglio 2014 il ricorso è stato trattenuto per la decisione.
2. La questione all’esame del Collegio investe l’adeguatezza e la congruità delle misure economiche ed assistenziali adottate dalla Commissione Centrale prevista dall’art. 10 della legge n. 82 del 1991 nei confronti del testimone di giustizia S.F. e di suoi familiari, nel quadro dello speciale programma di protezione deliberato ai sensi della legge predetta.
Nell’ambito delle misure di assistenza vengono, tra l’altro, in rilievo, secondo quanto previsto dall’art. 13, comma 6, della legge n. 82 del 1991 e dall’art. 8, comma 5, del regolamento approvato con d.m. n. 161 del 2004, quelle inerenti alla sistemazione alloggiativa, all’assistenza sanitaria, a quella legale (nei casi in cui l’interessato nei processi in cui rende testimonianza assuma la qualità di persona offesa dal reato) alla spese di trasferta in ipotesi indicate in dettaglio.
E’ prevista, inoltre, l’erogazione di un assegno di mantenimento – nel caso di insufficienza di mezzi di sostentamento e di impossibilità, per motivi di sicurezza, di svolgere un’ attività lavorativa – secondo criteri quantitativi definiti dalla Commissione in relazione al numero delle persone protette.
La doglianze sviluppate in ricorso da S.F. hanno investito al quantificazione dell’assegno di mantenimento erogato nella misura di euro 2.640,00 mensili, il cui importo è dal ricorrente qualificato sottodimensionato rispetto ai redditi percepiti nei tre anni antecedenti all’ammissione al programma di protezione, che si quantifica nella somma di euro 7.719,22 mensili.
In sede di note a difesa e produzione documentale il Ministero resistente precisa che l’assegno di mantenimento è stato corrisposto nella misura di euro 2.640,00 fino al 20 dicembre 2013. Dopo il distacco del nucleo familiare di A. F. – figlio del testimone di giustizia – l’assegno di mantenimento è stato scisso in euro 2.310,00 per il sig. S. F. ed in euro 1.995,00 per A.F.
Si tratta tuttavia di vicenda che esula dall’economia del presente contenzioso, in quanto successiva alla definizione del ricorso proposto avanti al T.A.R. per il Lazio che ha investito il quantum dell’assegno di mantenimento nell’originaria determinazione in euro 2.640,00.
2.1. Come accennato nell’esposizione in fatto l’art. 16-ter, comma 1, lett. b), del decreto-legge n. 8 del 1991, convertito dalla legge n. 82 del 1991, riconosce il diritto del testimone di giustizia al riconoscimento di misure si assistenza, anche oltre la cessazione della protezione, volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’avvio del programma, fino a quando non riacquistano la possibilità di godere di un reddito proprio”
Nei confronti del testimone di giustizia è previsto un trattamento differenziato e più favorevole rispetto al collaboratore di giustizia, stante il concorso delle misure di assistenza concesse al mantenimento del precedente tenore di vita. Ciò si riflette, in via residuale, sulla quantificazione dell’assegno di mantenimento.
Per detto assegno è fissato in via forfetaria con riguardo ai soli collaboratori di giustizia il limite massimo in cinque volte l’ammontare dell’assegno sociale previsto dall’art. 3 della legge n. 335 del 1995 (art. 13, comma 6, della legge n. 82 del 1991, come sostituito dall’art. 6 della legge n. 45 del 2001). Il limite non trova applicazione nei confronti dei testimoni di giustizia che godono della guarentigia del mantenimento del pregresso tenore di vita.
La Commissione Centrale, nel disporre con atto del 24 marzo 2009 le misure di assistenza in favore di S.F., ha dato tra l’altro rilievo, ai fini del parametrazione del tenore di vita personale e familiare, alla documentazione di carattere fiscale.
Il ricorrente, con richiamo alla delibera della Commissione centrale del 30 luglio 2009, raccorda la quantificazione della propria posizione reddituale alle risultanze presso l’ Agenzie delle Entrate nel triennio antecedente all’ingresso nel programma di protezione (anni 2004, 2005 e 2006), e ragguaglia in euro 7.719,22 l’ importo da assumere a riferimento.
Al riguardo l’ Amministrazione ha correttamente opposto che il flusso reddituale che si riflette sul tenore di vita – diversamente da quanto prospettato dal ricorrente – va determinato non sulla base del reddito imponibile, ma al netto del debito di imposta. In tal modo si individuano le somme effettivamente disponibili per soddisfare le esigenze di vita del testimone di giustizia e relativi familiari inclusi nel programma.
Applicando il su riferito criterio il reddito effettivo nel triennio di osservazione corrisponde alla minor somma di euro 4.982,5 mensili.
2.1. In contrario a quanto prospetto dal ricorrente la resistente amministrazione in sede di note difensive procede ad un più ampio screening dei redditi percepiti da S.F. dal 1998 al 2007 e calcola (secondo diversi accorpamenti degli anni presi in considerazione) una media mensile che va dal minimo di euro 3.602,28 al massimo di euro 3.768,45
Il collegio reputa che – a fronte della posizione reddituale di S.F. caratterizzata nel tempo da notevoli differenziazioni nel quantum, stante la provenienza dei proventi da attività di impresa, nonché da sostanziale azzeramento di ogni vantaggio economico negli anni 2006 e 2007, antecedenti all’ammissione al programma di protezione – si debba privilegiare il criterio osservato dall’ Amministrazione che, con il monitoraggio spalmato in un più lungo periodo, si configura idoneo a fotografare, con maggior grado di aderenza alla realtà, la condizione economica del testimone di giustizia e del di lui nucleo familiare agli effetti del complesso delle misure assistenziali volte a garantire il precedente tenore di vita.
2.2. Ciò posto viene in rilievo in che misura le accordate misure assistenziali concorrano nella monetizzazione dell’assegno di mantenimento attribuito a S.F. per l’ impedimento ad attendere alla normale attività lavorativa.
La sentenza appellata ha correttamente escluso che possano essere inclusi negli oneri di mantenimento le spese di alloggio – essendo il testimone di giustizia proprietario di immobile adibito ad abitazione nel luogo di origine – nonché quelle per spostamenti verso la predetta località, necessitate dalla acquisita condizione di testimone di giustizia. Esulano, inoltre, dal calcolo gli incombenti per lavorazione terreni (di cui il ricorrente si sarebbe dato direttamente carico se avesse mantenuto la precedente condizione di vita) e gli esborsi per difese legali connesse alla qualità di testimone di giustizia. Si tratta invero di spese che il ricorrente non avrebbe affatto sostenuto se non fosse stato inserito nel programma di protezione e che, quindi, assumono carattere del tutto neutro agli effetti della determinazione della somma utile al mantenimento del precedente tenore di vita.
L’ Amministrazione presta sostanziale acquiescenza al punto di decisione e sostiene, in ogni caso, l’adeguatezza dell’assegno di mantenimento, dovendo aggiungersi alla somma di euro 2,640,00 mensili, erogata a regime, la somma di euro 887,93, pari alla media mensile degli esborsi sostenuti dall’ Amministrazione medesima per spese scolastiche, sanitarie, viaggi e di riscaldamento, pervenendosi ad un complessivo beneficio medio mensile di euro 3.527,93.
Tale somma tuttavia si attesta in ogni caso al di sotto della media dei redditi percepiti mensilmente dall’appellante secondo i criteri indicati dalla stessa Amministrazione. Va quindi confermata la statuizione di annullamento del T.A.R. che ha rilevato l’erroneità dei parametri presi in considerazione dall’ Amministrazione onde monetizzare l’assegno di mantenimento da erogarsi in concorso con le altre misure di assistenza.
Il collegio reputa, in conclusione, il che in sede di rinnovazione del provvedimento annullato – in base a criteri di adeguatezza, logicità e proporzionalità dell’azione amministrativa – dovrà assumersi quale reddito medio mensile di riferimento, cui raccordare il tenore di vita da assicurare al testimone di giustizia e del di lui nucleo familiare, quello determinato sulla media del più ampio periodo di osservazione di cui alla nota del 6 marzo 2014, pari ad euro 3.768,45.
Concorrono nel mantenimento del tenore di vita (e vanno quindi detratte dal flusso reddituale disponibile) gli esborsi sostenuti dall’ Amministrazione per spese scolastiche in favore dei figli del testimone di giustizia; sanitarie (diagnostiche e terapeutiche) per prestazioni non erogabili a carico del servizio sanitario nazionali; per vacanze annuali; per riscaldamento dell’ alloggio assegnato.
Vanno invece escluse tutte le specie necessitate dalla qualità di testimone di giustizia quali, a titolo di esemplificazione, quelle inerenti a esigenze di viaggio per il ritorno al luogo di provenienza (ivi comprese le spese di vitto ed alloggio); di assistenza legale nelle ipotesi previste al punto 5 della delibera 14 settembre 2009 di adozione del programma speciale di protezione; di conduzione aziendale cui prima dell’ammissione al programma di protezione poteva direttamente attendere il ricorrente.
Per le considerazioni che precedono l’ appello va respinto e va confermata con diversa motivazione al sentenza appellata.
In relazione ai profili della controversia spese ed onorari del giudizio vanno compensati fra le parti.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e per l’effetto conferma con diversa motivazione al sentenza impugnata.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Sussistono i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 e 2 del d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della condizione della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi di -OMISSIS- e -OMISSIS-.
Manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della anzidetta disposizione nei termini indicati.

Una delegazione dell’Associazione Caponnetto agli Stati Generali Generali Antimafia di Libera. Ok all’iniziativa che serve anche come incontro-confronto fra tutte le associazioni antimafia sulle strategie e le tattiche da seguire nella lotta alle mafie, quelle militari, ma soprattutto quelle politiche ed economiche

L’Associazione Nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie”Antonino Caponnetto”, nell’apprezzare in maniera sentita l’iniziativa di Libera di organizzare, come negli anni precedenti, gli “Stati Generali Antimafia”, ha deciso di parteciparvi in maniera convinta.
Tale lodevole iniziativa rappresenta una preziosa occasione di incontro fra tanti soggetti che in Italia sono impegnati sul piano dell’azione di lotta alle mafie, incontro che dovrà servire soprattutto ad un franco confronto delle esperienze maturate finora da ogni singolo e, in particolare, ad elaborare nuove e più adeguate strategie e tattiche di contrasto ad una mafia che punta sempre più a diventare soggetto, oltre che economico, anche politico ed in grado, peraltro, di condizionare le stesse istituzioni.
L’Associazione Caponnetto partecipa all’incontro degli Stati Generali Antimafia con una propria delegazione della
quale fa parte, oltre ad altri suoi rappresentanti, il Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto.
La presenza di un Testimone di Giustizia così qualificato nella delegazione dell’Associazione Caponnetto va letta come un atto di omaggio e di gratitudine da parte della stessa nei confronti di questa nobile categoria di cittadini coraggiosi e, al contempo, come uno stimolo e di incoraggiamento nei confronti del Governo e delle Istituzioni tutte ad essere più attente e sensibili alle loro esigenze.

Accorpamento polizie, da sette a cinque: Forestale nella Polizia di Stato, Provinciale nella Polizia Locale – Polizia Penitenziaria

Da sette diventano cinque. La Forestale esce dal ministero dell’Agricoltura e diventa dipartimento di polizia ambientale della Polizia di Stato. La polizia provinciale – istituita nel 1986 – trasloca nella polizia municipale restando nell’ambito delle polizie locali (con i vigili urbani). La riorganizzazione potrebbe riguardare anche la Polizia Penitenziaria (che dipende dal ministero della Giustizia) destinata a diventare un altro dipartimento della Ps. Ma in questo caso manca ancora l’accordo. Il dado è tratto. E nessuno ha più strumenti né argomenti per opporsi a uno stato delle cose sinceramente ridondante: nessun paese evoluto, infatti, mantiene sette diverse forze di polizia che insistono su quattro diversi ministeri ma quasi sempre doppiano funzioni e competenze.

 

Uno spreco enorme di risorse, soprattutto alla voce logistica, cioè sedi, direttivi degli organici e relativi stipendi, strumenti, auto e divise a cui il governo dice basta. E se la sicurezza è un bene primario garantito della Costituzione per cui quello che ci va, ci vuole, l’ex Commissario Carlo Cottarelli ha intravisto in questa voce di spesa tagli per 800 milioni nel 2015 e per 1,7 miliardi nel 2016. E il suo predecessore Carlo Giarda aveva intravisto sprechi per 1,7 miliardi che però non fece in tempo ad attuare.

 

Viminale e Funzione Pubblica non azzardano cifre su quanti soldi saranno risparmiati passando da sette a cinque forze di polizia. Si parla, in concreto, di poche decine di milioni. Certamente viene da qua una parte, seppur minima, dei 13 miliardi di tagli alla spesa pubblica che saranno illustrati domani dal premier quando presenterà la legge di Stabilità. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano, due settimane fa, ha concluso al Viminale la riunione sui tagli alla vecchia maniera: via il 3 per cento secco e lineare da un bilancio, quello sulla sicurezza, di circa 20 miliardi. Sono circa 600 milioni.

 

Il veicolo dell’accorpamento delle forze di sicurezza è la delega del disegno di legge di riforma della Pubblica amministrazione. L’articolo 7, comma 1, parla chiaro: “Assorbimento delle funzioni di polizia del Corpo Forestale dello Stato in quelle delle altre forze di polizia e delle amministrazioni locali, ferma restando la garanzia degli attuali livelli di presidio dell’ambiente e del territorio e la salvaguardia delle professionalità esistenti”. Il provvedimento riguarda circa novemila agenti “le cui maestranze saranno salvate e riallocate in uno specifico Dipartimento Ambiente della polizia di Stato” spiega una fonte della Funzione Pubblica. “Il risparmio si avrà sulla logistica, sedi, mezzi, stipendi degli incarichi apicali”. Via subito, ad esempio, i 320 mila euro di stipendio annuale del comandante generale che si accompagna con un nutrito staff. Cura dimagrante anche per i venti comandi regionali.

 

Sembrano escluse al momento le regioni a statuto speciale, Sicilia, Friuli, le province di Trento e Bolzano e Valle d’Aosta. Che per l’appunto sono anche quelle con il maggior numeri di dipendenti. Al centro di numerosi scandali sono stati e sono i 28 mila forestali della Regione Sicilia (di cui solo 830 a tempo indeterminato, gli altri con contratto a termine e poi sulle spalle dell’Inps). I 10 mila della Calabria per 6.500 kmq di boschi, due volte e mezzo i ranger canadesi che in fatto di boschi hanno qualche incombenza in più rispetto ai colleghi calabresi. “In questo caso – spiega la stessa fonte – contiamo di agire con un emendamento che consenta alla regioni a statuto speciale di muoversi nella stessa direzione”. Non solo riaccorpare ma anche diminuire i contratti degli operai della forestale. I costi della Forestale oggi si aggirano intorno ai 480 milioni di euro.

 

Sempre un emendamento alla delega sulla Pubblica amministrazione porterà la polizia provinciale nell’ambito delle polizie locali: vigili urbani e polizia provinciale fratelli nella stessa famiglia. Ancora una volta non si tratta di un gran risparmio ma soprattutto di una riorganizzazione che consentirà di disporre meglio delle risorse sia di mezzi che di uomini sul territorio.

 

Fin qui le cose da fare subito, tra legge di Stabilità e delega sulla Pubblica amministrazione. Tra il 2015 e il 2016 toccherà mettere mano ad ulteriori tagli per un miliardo e 700 milioni. E’ un’ipotesi già operativa quella che immagina l’accorpamento, sempre nella Polizia di Stato, della Polizia Penitenziaria, 38 mila agenti attualmente sotto il ministro della Giustizia e alla cui guida (Dap) è sempre stato designato un magistrato. I sindacati si trincerano dietro una direttiva europea per cui chi fa indagini non può essere confuso con chi gestisce il sistema carcerario. “La direttiva può essere rispettata prevedendo la separazione netta di queste funzioni” spiega la fonte della Pubblica amministrazione. E’ invece solo un’ipotesi quella che prevede l’assorbimento da parte del Comando generale dell’Arma di circa 60 mila uomini della Guardia di finanza. Operazione delicata. Quasi impossibile. E che pure porterebbe ad un risparmio di circa due miliardi.

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