Comunicati

Trattati come stracci. Così questo Stato tratta i Testimoni di Giustizia. La triste storia di Pino Grasso e Francesca Franzè. Presentata una denuncia alla Procura della Repubblica. Ora basta!!!

Sono entrambi Testimoni di Giustizia, riconosciuti con tanto di verbale, ma in effetti corrispondono loro, quando gliela corrispondono, una sola retribuzione in quanto sono stati definiti l’uno Testimone e la seconda… “convivente del Testimone”.
Anzicché due retribuzioni, una sola, mezza per uno.
Eppure a denunciare sono stati in due, anche in vicende diverse ed operazioni diverse.
Sono marito e moglie e sono di una cittadina in provincia di Vibo Valentia.
Si chiamano Francesca Franzè e Pino Grasso.
La loro vita è un inferno a causa dell’insensibilità di alcuni del Servizio Centrale di ” Protezione “del Ministero degli Interni.
Un Servizio che alcuni, Testimoni e Collaboratori, definiscono di… “sprotezione” e a dimostrazione della sua inefficienza citano i casi di Lea Garofalo ed altri Testimoni che, proprio per quella inefficienza, sono stati assassinati..
C’è dell’assurdo nella storia di queste due persone coraggiose che attualmente sono in località… “protetta” (si fa per dire perché li hanno portati in un luogo frequentato da decine di loro
compaesani e li hanno sistemati in un’abitazione vecchia e malandata).
La moglie soffre di una grave patologia che richiederebbe un intervento urgente e delicato e di medicinali che non si decidono ad autorizzare.
“Ricoverati da sola e per conto tuo”, le hanno detto.
Sì, ma con quale nome, con quale identità se non può rivelare il suo nome per ragioni di sicurezza???.
Le medicine che le occorrono con urgenza per lenire le sofferenze gliele hanno promesse ma passano i giorni e non gliele portano.
La carta sulla quale il Ministero deve accreditare i soldi per vivere non gliela ” caricano” e sono ridotti a pane ed acqua.
Una serie di vessazioni, di umiliazioni e di privazioni che fanno vergogna a questo Stato.
Tutte cose incredibili che potrebbero determinare la sensazione che qualcuno in quel Servizio non abbia avuto tanto piacere della loro collaborazione con la Giustizia.
Oggi i due coniugi, stanchi di vedersi trattare in maniera così disumana, hanno deciso di mettere nero su bianco, visto anche il disinteresse del Vice
Ministro degli Interni Bubbico ed hanno chiesto l’intervento della Procura della Repubblica.
Una vergogna!!!
A cosa serve quel Servizio… Sprotezione”, onn Renzi, Alfano e Bubbico??? Che aspettate a smantellarlo dal momento che ci costa fior di quattrini???

VERGOGNA!!! Smantellate il Servizio Centrale Protezione!!!

ORA BASTA VERAMENTE!!!
E’ vergognoso il trattamento riservato dal Servizio Centrale di Protezione ad alcuni Testimoni e Collaboratori di Giustizia che si sono rivolti alla nostra Associazione per farsi tutelare nella difesa dei propri diritti. Da ora in avanti suggeriremo ad essi di andare direttamente dai Procuratori Capo della Repubblica per denunciare quelli che vengono meno ai propri doveri.
Il primo caso si è verificato stamane e la prima denuncia è stata presentata già.
Se questo Servizio – e la Commissione Centrale il cui Presidente è il Vice Ministro Bubbico – non sono in grado -o non hanno volontà e sensibilità – di soddisfare le esigenze di queste persone coraggiose che, per fare gli interessi dello Stato di diritto, hanno denunciato i mafiosi, oltre che ai giornali ed ai siti web, si va direttamente dal Procuratore della Repubblica.
Non si può più accettare un comportamento che offende perfino la dignità delle persone e, soprattutto, di queste persone.
Ad una signora, Testimone di Giustizia, che sta in località protetta, proprio in questi giorni sono state
negate perfino le medicine necessarie per curare una sua grave patologia che le provoca, peraltro, dolori notevoli.
Questo non è più tollerabile.
Stamane, pertanto, è stata depositata la prima denuncia all’Autorità Giudiziaria ed ogni altra volta che capiteranno fatti del genere consiglieremo anche altri che si rivolgeranno a noi di fare altrettanto.
Vergogna!!!

SABATO 4 OTTOBRE ALLE ORE 9.30, A NAPOLI, RIUNIONE DEGLI ISCRITTI ALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO DELLA CAMPANIA

SABATO 4 OTTOBRE ALLE ORE 9, 30
A NAPOLI
RIUNIONE ISCRITTI
ALL’ASS. CAPONNETTO
DELLA CAMPANIA

Un convegno ieri a Fondi che ha riscosso commenti enstusiastici in tutta Italia. L’antimafia dei fatti contro quella delle parole. Si è entrati nel vivo dei problemi reali della lotta alle mafie

Dentro l’antica sala del Castello Baronale di Fondi, gremita di volontari, uomini delle scorte e gente comune, quattro ore di serrato confronto, ieri, fra alcuni grandi nomi dell’Antimafia nazionale, per l’incontro promosso dall’Associazione Antimafia Antonino Caponnetto e il mensile La Voce delle Voci. Un luogo-simbolo, Fondi – ha detto in apertura il segretario della Caponnetto Elvio Di Cesare – perché è proprio dalle connection malavitose intorno al grande mercato ortofrutticolo che quindici anni fa è partita l’attività di denuncia dell’Associazione, andata avanti nonostante il persistente negazionismo delle istituzioni e le tante intimidazioni, subite anche da parte di chi per primo avrebbe avuto il dovere di accertare le responsabilità e bonificare, prima che fosse troppo tardi, il territorio del Sud Pontino, ormai infestato dalla criminalità organizzata.
Sulla stessa lunghezza d’onda il saluto accorato di Bruno Fiore, militante storico della Caponnetto e dell’antimafia locale, che ricorda lo scontro tuttora in atto fra chi si espone quotidianamente a ritorsioni, per collaborare con gli inquirenti nella indispensabile opera di ripristino della legalità, e i tanti che additano tali iniziative come “discredito” della propria terra, così contribuendo ad innalzare quel muro di omertà diffuse dietro il quale sono andati avanti per vent’anni gli affari delle mafie sul territorio di Fondi e ben oltre.
La storia de La Voce delle Voci, il mensile anticamorra chiuso “per mano di legge” da una assurda sentenza della magistratura civile di Sulmona, è stato al centro dell’appassionato intervento del direttore, Andrea Cinquegrani, vicesegretario della Caponnetto ed autore di inchieste che, nero su bianco, fin dagli anni ’90 avevano indicato con nomi e cognomi i personaggi di elevato spessore criminale responsabili dell’avvelenamento dei suoli e della vita democratica, dalla Campania al Lazio, fino a tutto il resto della penisola. Uomini e intrecci istituzionali che, dopo oltre vent’anni di impunità, solo adesso compaiono alla ribalta delle cronache, mentre su territori come la Terra dei Fuochi si contano ogni giorno i morti, anche tra i bambini.
Subito sotto i riflettori di un parterre attento, ma disincantato, il ruolo della Commissione Parlamentare Antimafia, tema affrontato di petto dal suo vicepresidente Claudio Fava. Saremo presto a Latina, ha annunciato Fava, senza nascondersi le difficoltà di contrastare sistemi mafiosi che arrivano a dare lavoro anche attraverso le istituzioni, come è emerso di recente al Comune di Reggio Calabria, prima amministrazione di città capoluogo sciolta per mafia, dove nei ranghi del personale restano non solo parenti, ma anche affiliati alle cosche locali, “regolarmente” assunti prima dell’arrivo dei commissari. Su oltre 1.200 aziende confiscate alle mafie solo 28 sono tuttora in attività: per questo – ha aggiunto Fava anticipando quello che sta diventando un tema centrale nell’attività della Commissione – lo Stato dovrà d’ora in poi assumere su di sé la gestione dei beni confiscati. Ed ha mostrato come esempio il recentissimo protocollo sottoscritto in tal senso al Tribunale di Roma.
La verità – ha tuonato il pm della DDA partenopea Cesare Sirignano – è che il nostro Paese, a differenza di qualsiasi altro territorio d’Europa, è caratterizzato da un tasso di criminalità politico-mafiosa che non ha precedenti e non ha uguali in nessuna parte del mondo. Però l’apparato legislativo è lento o indifferente rispetto ai fattori chiave di questa pervasività criminale, che sono la corruzione e l’autoriciclaggio, su cui si annunciano di continuo leggi che puntualmente restano al palo, o monche, prive di reale incisività. Come pretendiamo – ha incalzato Sirignano – di conquistare autorevolezza rispetto ai partner europei, se lasciamo
totalmente sotto il controllo delle mafie quattro regioni del Paese, se impieghiamo anche otto anni per confiscare un bene, se permettiamo che finiscano in prescrizione i processi per reati come la corruzione?
Del resto, ha sottolineato il procuratore aggiunto di Latina Nunzia D’Elia, ci sono voluti vent’anni per concludere in primo grado il processo alla criminalità operante sul territorio fin dagli anni ’90. E che si trattasse di fenomeni tutt’altro che sconosciuti – ha sottolineato – lo dimostrava già la relazione Chiaromonte della Commissione Parlamentare Antimafia nel 1991, che indicava i diversi clan presenti nel Sud Pontino, fino al polo industriale di Aprilia. Eppure – è stata l’amara conclusione del procuratore D’Elia – nemmeno dopo i primi arresti abbiamo registrato la forte reazione della società civile che ci aspettavamo, e l’intero procedimento è andato avanti senza neppure la denuncia di un privato.
Per la Direzione Distrettuale Antimafia competente sul territorio, quella di Roma, è intervenuto il sostituto procuratore Paolo Ielo, secondo il quale la marcata ibridazione delle forme di attività mafiosa, la loro mutevole trasformazione anche di tipo tecnologico, comportano come conseguenza il fatto che talvolta sfuggano all’osservazione degli inquirenti, specialmente nelle Procure locali, dove non esistono sezioni specializzate per questo tipo di insidiosi crimini.
Su tutto, dall’alto della lunga esperienza prima come pretore d’assalto in Calabria, poi da oltre 25 anni in Cassazione, il giudice Bruno Spagna Musso ha posto l’accento sulle complicità diffuse nel rapporto tra mafia e Stato, come dimostra da ultimo la mancata nomina da parte del Csm del Procuratore capo a Palermo, quasi che non si trattasse di un incarico della massima rilevanza ed urgenza per l’intero Paese. Ancora, il giudice Spagna Musso non ha mancato di ricordare i ritardi nel processo sulla trattativa Stato-mafia ed i procedimenti disciplinari cui si è trovato sottoposto qualcuno fra coloro che avevano cercato di portare avanti il procedimento.
Condotti dalla giornalista de La Voce delle Voci Rita Pennarola, volontaria della Caponnetto, e punteggiati dagli interventi del direttore del Quotidiano Latina, Alessandro Panigutti, i lavori sono andati avanti con la relazione di Renato Chicoli, capocentro della Dia di Roma, il quale, dopo aver ricordato la sua precedente esperienza antimafia in un territorio come Padova, fino ad allora non sospetto di criminalità organizzata, poi clamorosamente venuta alla luce, si è soffermato sulle difficoltà nell’azione di indagine e contrasto derivanti, ad esempio, dal vastissimo ambito di competenza della Dia della capitale, che si estende fino a Marche e Sardegna, senza contare fenomeni come le attività dei Tribunali Amministrativi Regionali, che talvolta annullano l’efficacia ostativa delle interdittive antimafia a carico di imprese riconducibili alla criminalità organizzata.
A conclusione dei lavori, l’emozione della testimonianza diretta di un giovane imprenditore del litorale romano che, dopo aver denunciato le estorsioni subite da parte dei clan, sconta oggi i pesanti ritardi del sistema penale, ed attende da tempo che sia fatta giustizia. La sua esperienza è stata raccolta e commentata da Gaetano Pascale, lunghi anni di servizio in Polizia per contrastare l’avanzata del crimine organizzato sulle coste laziali, ed oggi autore del libro dal provocatorio titolo “la camorra non esiste”.

Udienza stamane a L’Aquila. Comunicato Voce delle Voci

Questa mattina a L’Aquila udienza decisiva per la Voce – La Corte si è riservata

Si è tenuta questa mattina dinanzi alla Corte d’Appello dell’Aquila – relatore giudice Elvira Buzzelli, presidente il giudice Augusto Pace – l’udienza richiesta dal direttore della Voce delle Voci Andrea Cinquegrani e dalla Cooperativa Comunica, editrice del mensile, per sottoporre alla Corte la nuova istanza di sospensiva cautelare delle plurime esecuzioni forzate messe in atto ai danni del giornale e del suo direttore da Annita Zinni, esponente sulmonese di Italia dei Valori.

L’istanza è fondata sull’indagine penale avviata dalla Procura della Repubblica di Campobasso a carico del giudice di Sulmona Massimo Marasca, autore del provvedimento di condanna della Voce. L’indagine della Procura molisana, che tende a far luce proprio su quella sentenza di primo grado, vede quali parti offese lo stesso direttore responsabile Cinquegrani e la giornalista Rita Pennarola, in qualità di legale rappresentante della cooperativa editrice.

Nell’atto di costituzione la difesa della Zinni, rappresentata stamane in aula dall’avvocato Alessandra Vella di Sulmona, ha reiterato le richieste di esecuzioni forzate, fra cui il pignoramento della testata giornalistica, di cui è stata già chiesta la vendita al miglior offerente.

L’avvocato Herbert Simone, difensore della Voce, ha illustrato alla Corte l’irrevocabile situazione in cui verrebbe a trovarsi il giornale nel caso in cui fosse venduta la testata, come richiesto dalla Zinni, prim’ancora che si conosca l’esito del giudizio di Appello, previsto per il 2015.

Dopo la breve udienza, la Corte si è riservata la decisione sul destino della Voce delle Voci.

Notizie per i… naviganti!!! Come si fa a individuare e combattere i mafiosi nelle amministrazioni pubbliche

Molte persone non vogliono capire che, limitandosi a raccontare fatti già avvenuti, non significa fare la lotta alle mafie.
Si può, facendo così, contribuire, tutt’al più, a formare una coscienza antimafia e questo già è positivo.
Ma non basta perché questo andrebbe bene in un periodo storico in cui le mafie non abbiano ancora raggiunto un livello di penetrazione nell’economia, nelle istituzioni, nei partiti, qual’è quello da esse ormai raggiunto in Italia.
Un livello da consentire ad esse la creazione di uno stato nello stato, uno stato-mafia, ormai probabilmente maggioritario, che si contrappone ad un Stato-Stato, minoritario.
Quando si ha il sospetto che un Comune è infiltrato dalle organizzazioni mafiose e si ritiene di combattere la mafia limitandosi a denunciare il sindaco, l’assessore, il consigliere, il dirigente per reati cosiddetti minori – quelli di competenza delle Procure ordinarie: abuso d’ufficio, abusivismo edilizio, interesse privato in atti di
ufficio, omissione di atti di ufficio ecc. -, si commette un grosso errore.
A lor signori non si riesce a torcere nemmeno un pelo del baffo perché fra le pene irrisorie, le lungaggini delle indagini, quelle della giustizia, le prescrizioni, i tre livelli dei procedimenti, le furbizie degli avvocati ecc. ecc. , tutto si riduce a tarallucci e vino.
La belva bisogna saperla uccidere con un colpo solo, altrimenti ti sbrana.
Sempre che ci sia il sospetto di collusioni con la mafia, è necessario lavorare su questo fronte e cercare di raccogliere il maggior numero possibile di prove di tale collusione.
Si comincia con l’acquisire presso la Camera di Commercio una “visura camerale” (la possono chiedere tutti i cittadini previo pagamento di una modica somma) per vedere qual’è l’identità vera dei soggetti che sono stati “favoriti” dal politico o dal dirigente e, poi, con l’aiuto di un’Associazione antimafia seria e che sia già in possesso di altre notizie su quei soggetti, si cerca di ricostruire tutti i rapporti, gli intrecci fra di essi.
Una volta acquisiti gli elementi-base che provano la fondatezza del sospetto della collusione fra
mafia e soggetti della politica e delle istituzioni, ci si rivolge alla Direzione Distrettuale Antimafia, che è l’unica per legge competente in materia di reati associativi di natura mafiosa.
Ci si può, volendolo, anche rivolgere ai Corpi speciali delle forze dell’ordine: DIA, GICO della Guardia di Finanza, SCO della Polizia di Stato, ROS dei Carabinieri.
Non alle Procure ordinarie o ai presidi territoriali.
Per ovvi motivi, è sempre preferibile non agire a livello personale ma solo tramite un’Associazione antimafia SERIA e che sappia come si fa ed a quali uffici e persone rivolgersi.

Comunicato importante

L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO NON E’, PER SUA SCELTA, FINANZIATA DA ISTITUZIONI E PARTITI E, QUINDI, NON DISPONE DI RISORSE ECONOMICHE CHE LE CONSENTANO DI CORRISPONDERE ALLE RICHIESTE DI AIUTO CHE LE PERVENGONO.
Ci pervengono talvolta da varie parti d’Italia strazianti richieste di aiuto di denaro.
Con il cuore in mano facciamo presente che l’Associazione Caponnetto, per sua scelta ed al contrario di altri, non fruisce di alcun sostegno pubblico, se si eccettua qualche migliaio di euro del 5 x mille che non ci basta nemmeno a far fronte alle spese derivanti dalle centinaia di “visure camerali” che facciamo per individuare le imprese mafiose e per l’organizzazione di 2-3 convegni all’anno.
Il resto esce dalle tasche personali di qualcuno di noi.
La nostra scelta è stata determinata dal nostro modo “diverso” di concepire la lotta alle mafie, un modo tutto basato non sulle commemorazioni, sul racconto di fatti pregressi, sulle feste, sui progetti relativi alla “cultura della legalità” e quant’altro del genere finanziato dalle istituzioni, ma, al contrario, tutto operativo, di azione ed incentrato su tre attività:
l’INDAGINE, la DENUNCIA e la PROPOSTA.
Non disponendo, quindi, di risorse finanziarie che ci consentano di corrispondere alle eventuali richieste di aiuto di natura economica di chi si rivolge a noi, ci vediamo costretti a rispondere negativamente.
Ce ne dispiace immensamente ma lo facciamo per non venir meno agli impegni assunti con la nostra coscienza e per mantenerci LIBERI da tutto e da tutti e, soprattutto, da istituzioni che potrebbero rivelarsi un giorno rette da soggetti corrotti e mafiosi che avrebbero tutto l’interesse a corromperci per macchiare la nostra immagine ed indebolire, così, la nostra azione.

Il grido disperato di Luigi Coppola, TESTIMONE DI GIUSTIZIA: non ce la faccio più. Ridotto con la mia famiglia a mendicare un pezzo di pane

“Mi ritrovo a mendicare per un pezzo di pane per moglie e figlie oltre a dover vivere in una baracca di abitazione offertaci, tra l’altro pericolante, da lunedì 15 settembre senza luce poiché la fattura non e stata pagata”, ma “lo Stato se ne frega”. Questa l’ultima, tragica, denuncia di Luigi CoppolaCCCoppolaCoppola, commerciante che nel 2001 fece scoprire un giro di usura nel napoletano e che da allora, come testimone di giustizia, si trova a vivere in condizioni di grave precarietà economica, “sotto la soglia di povertà“, come spiega lui stesso Coppola.

CLuiCoppoppola ha inviato una nuova lettera a presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Sottosegretario Graziano Delrio, appellandosi al governo: “E’ vergognoso – scrive – che non sia in grado di dare il minimo e dovuto sostegno a una persona che, a seguito di una scelta coraggiosa, ha distrutto il passato, il presente e di sicuro non avrà un futuro”.

LuiCoppola conclude: “Pensate che io debba avere ancora pazienza? Volete restare ancora in silenzio? Oppure intendete fare qualcosa affinchè si interrompa questa vergogna?”.

TUTTI A FONDI VENERDI’ 19 SETTEMBRE DALLE ORE 16,30

QUALE ANTIMAFIA? FATTI, NON PAROLE
Al Castello Baronale di Fondi il 19 settembre protagonisti a confronto

L’antimafia dei fatti, della denuncia, della partecipazione attiva al fianco degli inquirenti. Questo da sempre il principio ispiratore dell’Associazione Antimafia Antonino Caponnetto, che celebra i suoi primi 15 anni di attività con un importante appuntamento pubblico a Fondi il prossimo 19 settembre.
A partire dalle ore 16.30 nelle sale del Castello Baronale in piazza Matteotti, si terrà infatti l’incontro pubblico sul tema “Quale Antimafia? Fatti, non parole”, che vedrà in campo importanti personalità del mondo istituzionale, giudiziario e delle forze dell’ordine, impegnate in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata. Fondi rappresenta infatti un luogo simbolo dell’intreccio mafioso degli ultimi anni portato alla luce dalla magistratura con una imponente operazione giudiziaria ed investigativa.
Il pomeriggio sarà aperto da un confronto tra Sonia Alfano, presidente uscente della Commissione Antimafia Europea, e Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia al Parlamento italiano.
Subito dopo, le relazioni di Nunzia D’Elia (procuratore aggiunto di Latina), Paolo Ielo (sostituto Procuratore a Roma), Cesare Sirignano (sostituto procuratore DDA Napoli), Bruno Spagna Musso (magistrato Corte di Cassazione), Renato Chicoli (capocentro DIA Roma).
Seguiranno gli interventi di Alessandro Panigutti, direttore de Il Quotidiano Latina, e dello scrittore Gaetano Pascale.
In apertura i saluti di Elvio Di Cesare, Andrea Cinquegrani e Bruno Fiore, rispettivamente segretario nazionale, vicesegretario e segretario organizzativo della Caponnetto.
I lavori saranno condotti da Rita Pennarola, condirettore del mensile d’inchiesta La Voce delle Voci.
Il convegno è organizzato dall’Associazione Caponnetto in collaborazione con l’Associazione Amato Lamberti e con La Voce delle Voci onlus.
Invitiamo tutti i colleghi della stampa a partecipare e a diffondere la notizia.

Il messaggio di Ferdinando Imposimato per la Voce delle Voci

Carissimi Andrea e Rita, aderisco all’appello per la Voce delle Voci,
organo di informazione di cui sono state interrotte le
pubblicazioni per decisioni che non erano mai avvenute in danno
di una pubblicazione in vita da oltre trenta anni, con apprezzamenti
da parte di Giorgio Bocca, Michele Santoro, e da parte del
Presidente della Reepubblica. Essa è stata una delle poche voci
libere e indipendenti di questo paese infelice: confido che la
magistratura possa ripristinare il diritto alla informazione
attraverso la sospensione delle esecuzioni forzate messe in atto ai
danni del direttore Andrea Cinquegrani e della cooperativa editrice.
Sono orgoglioso di essere stato uno dei collaboratori della Voce,
giornale storico orgoglio della Campania e della libera stampa.
Ferdinando Imposimato

Martedì all’Aquila udienza decisiva per il destino della VOCE DELLE VOCI. L’appello della Caponnetto

Martedì all’Aquila udienza decisiva per il destino della Voce delle Voci dopo le esecuzioni forzate e la richiesta di pignoramento della testata.

Martedì prossimo 16 settembre la Corte d’Appello del Tribunale dell’Aquila deciderà il destino del mensile d’inchiesta La Voce delle Voci. Dinanzi al collegio della Sezione civile si terrà infatti l’udienza, chiesta dai difensori della Voce, per valutare l’istanza di sospensione cautelare delle esecuzioni forzate messe in atto ai danni del direttore Andrea Cinquegrani e della cooperativa editrice, a seguito della sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Sulmona aveva condannato lo scorso anno il giornale a risarcire con circa centomila euro una esponente sulmonese di Italia dei Valori, Annita Zinni, che aveva denunciato il giornale per un articolo pubblicato nel 2008 sul mensile da un giornalista Rai.

I rilevanti motivi richiesti per avanzare la nuova istanza di sospensione cautelare dei pignoramenti – che hanno colpito anche la testata giornalistica, di cui è stata chiesta al giudice la vendita – risiedono negli atti della Procura della Repubblica di Campobasso, competente per territorio su Sulmona, che proprio in merito a quello stesso provvedimento ha iscritto nel registro degli indagati il giudice autore della sentenza, Massimo Marasca, con le ipotesi di abuso d’ufficio ed omissione di atti d’ufficio. Nell’ambito di tale indagine risultano parti offese il direttore Andrea Cinquegrani e la giornalista Rita Pennarola, attuale rappresentante legale della cooperativa.
Entrambi collaborano come volontari da molti anni con l’Associazione Antimafia Antonino Caponnetto, che ha diffuso in queste ore una nota di solidarietà alla Voce ed un appello per salvare il giornale.
Nel definire «sconcertante» la vicenda giudiziaria che ha fatto interrompere le pubblicazioni della Voce fin da marzo scorso, «al punto da essere stata trasmessa al Consiglio Superiore della Magistratura dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano», la Caponnetto, in nome del «comune impegno teso a ripristinare condizioni di civiltà in un Paese devastato dalle mafie», rivolge un appello «affinché non vada dispersa una esperienza coraggiosa di giornalismo indipendente durata trent’anni, così privando gli italiani di uno strumento indispensabile d’informazione e di incontro per le forze sane del Paese».
All’appello, diffuso nelle scorse ore, stanno arrivando adesioni da parte delle numerose personalità che collaborano al giornale e da tante altre associazioni o semplici lettori che in trent’anni hanno contribuito con le loro segnalazioni o con la loro partecipazione a rendere la Voce uno strumento di informazione sempre in prima linea per denunciare lo strapotere mafioso a tutti i livelli.

Lettera aperta ad Ignazio Cutrò

No, Ignazio, sei ingiusto ed ingrato.
Non puoi dichiarare alla stampa che “Nessuna associazione mi ha aiutato all’inizio, l’unica persona che mi è stata vicina sin dall’inizio è stato Don Luigi Ciotti. Le altre associazioni che invece agiscono contro la mafia solo di facciata ma poi non aiutano le persone che veramente ne hanno bisogno fanno il gioco della mafia”.
Senza togliere nulla a Don Ciotti, non puoi dimenticare che:
1) l’Associazione Caponnetto ti ha consentito di fare il suo Presidente Onorario per 4 anni e tale carica ti ha aiutato nel farti conoscere in tutta Italia;
2) i dirigenti dell’Associazione Caponnetto sono venuti a Bivona, tuo paese natale in provincia di Agrigento, a darti sostegno e titolo di rappresentanza in un convegno organizzato con la partecipazione del Procuratore Aggiunto di Palermo Vittorio Teresi;
3) che, insieme ad altra associazione, sempre l’Associazione Caponnetto, della quale tu eri il Presidente Onorario prima che subentrasse al tuo posto il Giudice Antonio Esposito, ti ha dato l’avallo e la copertura in una riunione a Latina Scalo durante la quale si decise, insieme, di costituire l’Associazione Testimoni di Giustizia, riunione durante la quale fu Pietro Di Costa, tuo vice Presidente, poi dimissionario, a proporti come Presidente;
4) che siamo stati noi dell’Associazione Caponnetto a venirti a supportare e sostenere a Roma, davanti al Viminale, in occasione della manifestazione di protesta che hai fatto insieme a Pietro Di Costa e Gennaro Ciliberto.
Questo tanto per ricordarti quanto sembra che tu abbia dimenticato.
Un caro saluto

Un errore per il quale chiediamo scusa

A PROPOSITO DEL CONVEGNO A FONDI CHE SI SVOLGERA’ VENERDI’ 19 SETTEMPRE P. V. , PER UN ERRORE DI BATTITURA ABBIAMO SCRITTO 19 MARZO.
CONFERMIAMO CHE IL CONVEGNO CI SARA’ VENERDI’ 19 SETTEMBRE PROSSIMO A COMINCIARE DALLE ORE 16, 30.
LA SEGRETERIA

L’Associazione Caponnetto si “blinda” contro i ripetuti tentativi di infiltrazione. Introdotti ad hoc due nuovi articoli nel suo Statuto

INDRODOTTE NELLO STATUTO DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO NUOVE NORME CHE NE DISCIPLINANO LE ATTIVITA’.
L’Assemblea degli iscritti all’Associazione Caponnetto, svoltasi a Formia (Latina) il 6 settembre del 2014, onde disciplinare ancor meglio l’immagine ed il ruolo dell’Associazione salvaguardandola da possibili tentativi di strumentalizzazione di natura politica o di altra specie da parte di chicchessia, ha introdotto fra le norme dello Statuto due nuovi articoli.
Tale decisione è stata assunta dall’Assemblea per preservare – ed al contempo rafforzare – l’immagine e l’azione dell’Associazione Caponnetto nei vari territori del Paese da qualunque, eventuale tentativo di contaminazione o condizionamento, politico o di altra natura, in quanto presupposto fondante dell’Associazione medesima è la sua più rigorosa autonomia dai partiti politici e dalle istituzioni.
I due nuovi articoli introdotti nello Statuto sono i seguenti:
1. Compito prioritario dei soci è di impegnarsi attraverso un’azione costante, quotidiana, di INDAGINE, DENUNCIA e PROPOSTA.
Tutte le notizie raccolte sui territori vanno trasmesse alla Segreteria nazionale la quale, una volta vagliatele ed eventualmente implementatele con ulteriori elementi ricavabili dai dati in possesso dell’associazione, curerà di veicolarle, nelle forme ritenute più idonee, verso gli organi giudiziari ed investigativi competenti.
2. Tutte le iniziative di qualsiasi natura -compresi convegni, documenti, comunicati, denunce, esposti, ecc. – che comportino la spendita del nome dell’Associazione Caponnetto e che si intendano assumere da parte dei singoli iscritti debbono preventivamente essere autorizzate dalla Segreteria nazionale, sentito il Direttivo.
Tali iniziative non debbono essere ispirate da motivazioni partitiche, essendo uno dei presupposti fondanti dell’Associazione Caponnetto, rappresentato dalla sua più assoluta autonomia ed indipendenza rispetto a qualsiasi partito e movimento politico.
Le eventuali partnership con altri sodalizi che perseguano finalità compatibili con quelle dell’Associazione Caponnetto che si intendano stipulare localmente, debbono, comunque, essere
definite rigorosamente quanto ai tempi e alle modalità ed ottenere, anch’esse, preventivamente, l’avallo della Segreteria nazionale.

Comunicato congiunto UNADIR (Sindacato Nazionale Dirigenti e Funzionari Prefettizi) e Ass. Caponnetto contro il blocco degli stipendi pubblici

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Che le mafie non abbiano colori politici e che non risparmino alcun partito, da destra a sinistra, per infiltrarlo, condizionarlo e corromperne parti, è cosa nota e stranota. Con il loro potere economico esse possono permettersi di corrompere, come spesso avviene, importanti fette del tessuto politico ed istituzionale nazionale e locale del nostro Paese e del mondo intero.

Che le mafie non abbiano colori politici e che non risparmino alcun partito, da destra a sinistra, per infiltrarlo, condizionarlo e corromperne parti, è cosa nota e stranota. Con il loro potere economico esse possono permettersi di corrompere, come spesso avviene, importanti fette del tessuto politico ed istituzionale nazionale e locale del nostro Paese e del mondo intero. Talché diventa sempre più necessaria, da parte di chi vuole realmente svolgere un’azione di contrasto ad esse, un’autonomia, la più rigorosa, da ogni formazione di natura politica e da qualsiasi istituzione che potrebbero risultare in parte infiltrate e condizionate da soggetti appartenenti alle organizzazioni criminali, evitando azioni di affiliazione, affiancamento, condizionamento di qualsiasi specie. Oggi la realtà sembra essere diversa e non sono rari i casi in cui si possono vedere soggetti, singoli o collettivi, che si propongono e dicono di voler combattere le mafie, rivolgersi ad istituzioni o politici, che potrebbero risultare in parte corrotti e mafiosi, per pietire agevolazioni, finanziamenti, privilegi e sostegni di natura economica o di altra specie. Una contraddizione madornale che danneggia l’immagine ed il ruolo di una vera antimafia, ne rende insignificante e limitata l’azione in quanto questa viene piegata agli interessi degli elargitori e contribuisce fortemente a rendere ancor di più purulento il corpo del Paese. L’Associazione Caponnetto ha voluto, con la sua Assemblea del 6 settembre p. s, affrontare uno dei temi più delicati e spinosi del mondo della cosiddetta “antimafia sociale”, quello della sua autonomia economica e dalla politica e dalle istituzioni. Essa concorda pienamente con le valutazioni espresse tempo fa dal Procuratore Nicola Gratteri quando ha sostenuto che il volontariato si fa gratuitamente. Fare antimafia sociale è fare volontariato e le associazioni antimafia, se sono e vogliono restare “volontarie”, NON debbono chiedere soldi alla politica ed alle istituzioni. Ci sono strumenti legali che consentono il loro autofinanziamento e, se non ci si arriva a finanziare le proprie attività – che, peraltro, per rendersi significative ed incisive, DEBBONO abbandonare la retorica e cominciare a basarsi tutte su 3 presupposti fondanti: l’INDAGINE, la DENUNCIA e la PROPOSTA – chi può deve avvertire l’obbligo morale, se non anche civile, di mettere le mani nelle tasche proprie. Un problema, questo, la cui soluzione eviterebbe quel giudizio nefasto ed offensivo nei confronti di molti di noi che immeritatamente veniamo definiti, insieme agli atti, “mestieranti dell’antimafia”, ”professionisti dell’antimafia”, gente, cioè, che ha trasformato la lotta alle mafie in uno strumento per camparci o per fare carriere politiche, accademiche, professionali ecc.. La cosiddetta “antimafia “ è una cosa seria e va fatta seriamente, senza interessi personali e solamente per senso civico e dello Stato di diritto, oltre che per salvaguardare gli spazi di civiltà e di democrazia per i nostri figli e per le giovani generazioni. Con la decisione assunta dall’Assemblea degli iscritti, inserendo nello Statuto questi due nuovi articoli, l’Associazione Caponnetto ha voluto “blindare “ se stessa rendendola, sempre più immune di quanto non lo sia stato fino ad oggi, da qualsiasi tentativo di condizionamento da parte di qualsiasi soggetto, pubblico o privato, eventualmente intenzionato a piegarla ad interessi oscuri e devianti e per renderla –cosa non meno importante –più legittimata a definirsi e farsi definire sul campo una VERA ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA.

INDRODOTTE NELLO STATUTO DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO NUOVE NORME CHE NE DISCIPLINANO LE ATTIVITA’.
L’Assemblea degli iscritti all’Associazione Caponnetto, svoltasi a Formia (Latina) il 6 settembre del 2014, onde disciplinare ancor meglio l’immagine ed il ruolo dell’Associazione salvaguardandola da possibili tentativi di strumentalizzazione di natura politica o di altra specie da parte di chicchessia, ha introdotto fra le norme dello Statuto due nuovi articoli.
Tale decisione è stata assunta dall’Assemblea per preservare – ed al contempo rafforzare – l’immagine e l’azione dell’Associazione Caponnetto nei vari territori del Paese da qualunque, eventuale tentativo di contaminazione o condizionamento, politico o di altra natura, in quanto presupposto fondante dell’Associazione medesima è la sua più rigorosa autonomia dai partiti politici e dalle istituzioni.
I due nuovi articoli introdotti nello Statuto sono i seguenti:
1. Compito prioritario dei soci è di impegnarsi attraverso un’azione costante, quotidiana, di INDAGINE, DENUNCIA e PROPOSTA.
Tutte le notizie raccolte sui territori vanno trasmesse alla Segreteria nazionale la quale, una volta vagliatele ed eventualmente implementatele con ulteriori elementi ricavabili dai dati in possesso dell’associazione, curerà di veicolarle, nelle forme ritenute più idonee, verso gli organi giudiziari ed investigativi competenti.
2. Tutte le iniziative di qualsiasi natura -compresi convegni, documenti, comunicati, denunce, esposti, ecc. – che comportino la spendita del nome dell’Associazione Caponnetto e che si intendano assumere da parte dei singoli iscritti debbono preventivamente essere autorizzate dalla Segreteria nazionale, sentito il Direttivo.
Tali iniziative non debbono essere ispirate da motivazioni partitiche, essendo uno dei presupposti fondanti dell’Associazione Caponnetto, rappresentato dalla sua più assoluta autonomia ed indipendenza rispetto a qualsiasi partito e movimento politico.
Le eventuali partnership con altri sodalizi che perseguano finalità compatibili con quelle dell’Associazione Caponnetto che si intendano stipulare localmente, debbono, comunque, essere
definite rigorosamente quanto ai tempi e alle modalità ed ottenere, anch’esse, preventivamente, l’avallo della Segreteria nazionale.

Nuovo Consiglio Direttivo dell’Associazione Caponnetto

L’ Assemblea degli iscritti all’Associazione Caponnetto, al fine di rendere sempre più incisiva l’azione dell’Associazione medesima, ha provveduto ad effettuare alcune sostituzioni nell’ambito del suo Consiglio Direttivo.
A seguito di ciò essa ha eletto, come suoi nuovi componenti, Bruno Fiore e Salvatore Caccaviello.
A Bruno Fiore, che già faceva parte del predetto Consiglio Direttivo nella veste di Segretario Amministrativo, è stata conferita anche la carica di Segretario Organizzativo.
Il nuovo Consiglio Direttivo dell’Associazione Caponnetto risulta, pertanto, così composto:

Elvio Di Cesare, Segretario Nazionale;
Andrea Cinquegrani, V. Segretario Nazionale;
Bruno Fiore, Segretario Organizzativo;
Ignazia Mechitarian, responsabile “Comunicazioni interne”;
Salvatore Carli;
Arturo Gnesi;
Benito di Fazio;
Maurizio Carocci;
Paolo Costa;
Simona Ricotti;
Romano De Luca;
Patrizia Belli;
Patrizia Acampora;
Fiorentino Somma
Salvatore Caccaviello.
La giornalista Rita Pennarola è stata confermata nella sua carica di Capo Ufficio Stampa, il Giudice Antonio Esposito in quella di Presidente Onorario dell’Associazione e l’avv. Alfredo Galasso in quella di Consulente Legale a titolo volontario.

COMUNICATO CONGIUNTO POLIZIA DI STATO, GUARDIA DI FINANZA, CARABINIERI, POLIZIA PENITENZIARIA, ESERCITO, MARINA, AEREONAUTICA, VIGILI DEL FUOCO: SCIOPERO! SOLIDARIETA’ DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

“Caso Fondi”. Si riaprano le indagini e, fra le altre cose, le Procure della Repubblica di Latina e della DDA di Roma valutino l’esistenza o meno di profili di eventuale rilevanza penale in quanto scritto nella Relazione della Commissione di accesso agli atti del Comune di Fondi a carico del Dr. Cosmo Mitrano, attuale Sindaco di Gaeta e Dirigente al Comune di Fondi

MA, SCUSATECI, IL DR. COSMO MITRANO, ATTUALE SINDACO DEL PDL DI GAETA, E’ O NON E’ LA STESSA PERSONA CITATA – NEL SUO RUOLO DI DIRIGENTE DEL COMUNE DI FONDI PER IL QUALE PREFETTURA DI LATINA E MINISTRO DEGLI INTERNI CHIESERO LO SCIOGLIMENTO PER CONDIZIONAMENTO MAFIOSO – PIU’ VOLTE NELLA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE DI ACCESSO AL COMUNE DI FONDI E NEI CONFRONTI DELLA QUALE SONO STATI EVIDENZIATI RILIEVI SERI???
SE SI TRATTA DELLA STESSA PERSONA, PERCHE’ NESSUNA AUTORITA’ GIUDIZIARIA L’HA CHIAMATA PER CHIEDERLE QUANTO MENO QUALCHE CHIARIMENTO???
SONO INFORMATI DI TUTTO CIO’ IL PROCURATORE CAPO DELLA REPUBBLICA DI LATINA DR. DE GASPERIS E QUELLO DELLA DIREZIONE DISTRETTUALE ANTIMAFIA DEL LAZIO DR. PIGNATONE?

Fondi. Ora, dopo la sentenza della Cassazione che ha ammesso la presenza della mafia a Fondi, bisogna cominciare a lavorare per far emergere quello che non è emerso fino ad oggi. Si comincino a muovere Rosy Bindi e Claudio Fava!!!

SONO ANNI CHE STIAMO GRIDANDO CHE A FONDI SI E’ VOLATO BASSO E CHE C’E’ ANCORA MOLTO DA SCOPRIRE
C’è ancora molto da indagare per mettere a nudo la realtà solidificatasi a Fondi e nel sud pontino.
Connivenze, rapporti, intrecci di interessi ad ogni livello, silenzi, una rete fitta, fittissima che raffigura un “sistema”.
Altro che “provincia di Casale” come ha definito Schiavone il sud pontino e, quindi, anche Fondi!
Qualcuno fortunatamente, anche se in forte ritardo, comincia ad ammetterlo.
Solo che, considerati i termini delle prescrizioni, oggi sarà difficile recuperare il tempo perso e riparare i danni.
Fondi, anche rispetto ad altri centri vicini, ha una tipicità: la probabile saldatura fra varie realtà criminali, camorra, cosa nostra e ndrangheta.
Una saldatura, forse, avallata, benedetta e sostenuta anche da soggetti infedeli delle istituzioni e della politica.
La realtà giudiziaria ha acceso i riflettori sul livello militare di quelle realtà.
Ora bisogna cominciare a lavorare su quello più alto.
E che questo sia non alto, ma altissimo, è provato dal fatto che per la prima volta nella storia criminale del Paese si sia riusciti ad ignorare completamente quanto hanno scritto i membri della Commissione di accesso al Comune di Fondi a seguito del quale un Prefetto della Repubblica ed un Ministro dell’interno avevano insistentemente richiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale.
Quella Relazione, benché acquisita agli atti anche della Procura di Latina, è rimasta lettera morta.
Qualcuno ce ne dovrà spiegare il perché.
Come qualche altro dovrà spiegarci il motivo degli incomprensibili silenzi che sono calati su una vicenda della quale si sono interessati i media di tutto il mondo!

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