Comunicati

Non siamo mai riusciti a comprendere quale ruolo abbia svolto finora e svolga attualmente la Prefettura di Latina sul piano della prevenzione antimafia

Come abbiamo ripetutamente reso noto,i Prefetti hanno in materia di prevenzione antimafia dei poteri eccezionali.
Senz’altro superiori a quelli dei magistrati in quanto questi ultimi possono intervenire solamente DOPO che sono stati compiuti dei reati,mentre i Prefetti debbono intervenire PRIMA sulla base di semplici informative delle forze dell’ordine.
In ogni Prefettura,poi,dovrebbe esserci un Gruppo Ispettivo costituito da persone altamente qualificate e competenti che si occupano  di queste cose.
Nel caso in cui Gruppo Ispettivo e forze dell’ordine,appositamente delegati dal Prefetto,individuano situazioni e soggetti sospetti,la Prefettura emette le famose INTERDITTIVE ANTIMAFIA che non consentono ai soggetti interessati di partecipare a gare pubbliche di lavori o forniture.
Se i Prefetti e le Prefetture funzionano come prescrive la legge si mette in moto un meccanismo che obbliga tutti,a cominciare dai vertici provinciali delle forze dell’ordine,a muoversi e ad indagare.
Se,al contrario,il Prefetto tira,come suol dirsi a campare,tutto si blocca.
Orbene,per verificare se un Prefetto faccia o meno il proprio dovere  sul piano dell’azione preventiva antimafia,bisogna informarsi circa il NUMERO delle interdittive antimafia che egli emette in un anno.
Sono anni che stiamo invitando tutti gli amici d’Italia a verificare ciò,ma vediamo,purtroppo,che pochi mostrano attenzione e rispondono positivamente all’invito.
Quando diciamo che la maggioranza delle persone,anche quelle a noi vicine,preferiscono un’antimafia della retorica a quella operativa e dei fatti!!!!!!!!!!!!!!
Per quanto riguarda la Prefettura di Latina ,sembra che  parlare di interdittive e di Gruppo Ispettivo sia come parlare arabo.
Ci sbagliamo ???????

Le dichiarazioni del sindaco di Formia…………………………………………….

“Le cose dette dalla De Martino non avrebbe potuto dirle davanti a tutti”…………….è,questa, una parte delle dichiarazioni,secondo la stampa, che avrebbe rilasciato il Sindaco di Formia per giustificare la blindatura dell’incontro organizzato dal governatore del Lazio e dal PD dei sindaci pontini.
La risibilità di tali parole – “quel davanti a tutti” – ,se effettivamente pronunciate,appare subito come una sorta di assoluzione di quanti,sindaci,assessori o quanti altri …
amministratori pubblici,sono i più responsabili,soggettivamente o oggettivamente,dell’invasione mafiosa della provincia di Latina e del Lazio e,di conseguenza,le persone di fronte alle quali si è obbligati alla massima riservatezza.
E’,infatti,fra gli amministratori pubblici e non di certo fra i rappresentanti di movimenti e,ancor di più,di associazioni antimafia,che si annidano corrotti,collusi e sodali delle mafie,tutti coloro,insomma,che hanno o debbono avere conti aperti con la Giustizia.
Noi non sappiamo cosa ha detto la De Martino,ma sappiamo della sua serietà e della sua conoscenza della situazione esistente in provincia di Latina e siamo certi,pertanto,che ella ha detto,al contrario di quanto avrebbe dichiarato il sindaco di Formia,cose che si potevano dire “davanti a tutti”,anche di fronte ad eventuali sospetti di reati di natura associativa od ordinari.
Allora ci dispiace dirlo :il sindaco di Formia,sempre se effettivamente ha pronunciato quella frase,si è comportato in maniera puerile,come,cioè,quel bambino che colto e rimproverato dalla madre con le mani nel barattolo della marmellata,tenta di giustificarsi piangendo e con le prime parole che gli vengono alla mente.
I nostri maestri e l’esperienza acquisita sul campo in materia di lotta alle mafie ci hanno insegnato a mostrarci estremamente riservati proprio davanti agli amministratori pubblici,fra i quali -ripetiamo- si annidano,come provano le cronache di tutti i giorni,corrotti e mafiosi,essendo ormai politica,corruzione e mafia in perfetta simbiosi,e non di certo con la stessa misura di fronte ad altri,a ,cioè,coloro,come noi,che sono stati esclusi dall’incontro.

COMUNICATO STAMPA

STAMANE A FORMIA SI E’ CONSUMATA UNA FRATTURA INSANABILE FRA IL PALAZZO E L’ANTIMAFIA SOCIALE.
TUTTO IL CONTRARIO DI QUANTO AUSPICAVA PAOLO BORSELLINO QUANDO SOSTENEVA LA NECESSITA’ CHE I CITTADINI DESSERO IL LORO CONTRIBUTO PREZIOSO ALLA MAGISTRATURA ED ALLE FORZE DELL’ORDINE NELLA LOTTA ALLE MAFIE.
ABBIAMO VOLUTO PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE IN PIAZZA INDETTA DAL M5S PER MANIFESTARE IL NOSTRO FORTE DISAPPUNTO NEI CONFRONTI DEL GOVERNATORE DEL LAZIO E DEL PD CHE NON HANNO ESITATO AD ADOTTARE METODI DA SOVIET PER IMPEDIRE L’ACCESSO AGLI ATTIVISTI DEL M5S E DELLE ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI PRESENTI ALLA CONTROMANIFESTAZIONE PERFINO A PIAZZA SANTA TERESA,ALL’INGRESSO DEL MUNICIPIO,
SIAMO RIMASTI OLTREMODO SCANDALIZZATI PER IL COMPORTAMENTO ADOTTATO NEI LORO CONFRONTI ED ANCHE NEI NOSTRI.
QUANTO E’ AVVENUTO STAMANE A FORMIA E’ DI UNA GRAVITA’ ECCEZIONALE PERCHE’ NON E’ ACCETTABILE CHE IL POTERE,O PARTI DI QUESTO,RIFIUTI IN MANIERA COSI’ SPUDORATA IL DIALOGO ED IL CONFRONTO COSTRUTTIVO E PACIFICO CON PARTI IMPORTANTI DELLA SOCIETA’ E ADDIRITTURA CON LE ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA.
NE PRENDIAMO ATTO E CI COMPORTEREMO IN MANIERA ADEGUATA COMINCIANDO A CHIEDERCI,ALLA RIPRESA AUTUNNALE,SE SIA ,A QUESTO PUNTO ,OPPORTUNA LA PERPETUAZIONE DI UNA NOSTRA PRESENZA NELL’OSSERVATORIO COMUNALE DI FORMIA CONTRO LA CRIMINALITA’ COSTITUITO SU NOSTRA PROPOSTA E SULLA BASE DI ALCUNE NOSTRE INDICAZIONI.CONTINUEREMO CON IL CHIEDERE AL PREFETTO DI LATINA IL MOTIVO PER IL QUALE DALLA PREFETTURA PONTINA NON PARTONO LE INTERDITTIVE ANTIMAFIA NEI CONFRONTI DI DITTE SOSPETTATE DI COLLEGAMENTI CON LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA.
L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI FORMIA,NEI CONFRONTI DELLA QUALE NOI CI SIAMO COMPORTATI IN MANIERA CORRETTA E COLLABORATIVA SUL VERSANTE DELL’ELABORAZIONE DI UNA STRATEGIA CONTRO LE MAFIE,NON AVREBBE MAI DOVUTO RENDERSI COMPARTECIPE DI UN COSI’ ORRENDO COMPORTAMENTO AI DANNI DI CHI LE MAFIE LE COMBATTE NON CON LE CHIACCHIERE MA CON I FATTI.
                                                                                              ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

COMUNICATO STAMPA

Prendendo in  parte  a prestito la frase di un intervista rilasciata nei giorni scorsi dal Sindaco di Palermo,possiamo dire  ,senza timore di essere smentiti,che oggi,giovedì 23 luglio 2015 l’ “ANTIMAFIA DI FACCIATA HA GETTATO LA MASCHERA”.L’iniziativa assunta dal Governatore del Lazio di riunire a Formia,al chiuso e senza la partecipazione delle associazioni antimafia e delle altre espressioni della società civile,i sindaci pontini e le altre autorità istituzionali per dar vita ad “un Patto contro le mafie”,si può  iscrivere come un tassello di quel quadro di apparente legalità  di un’antimafia da talk show che noi denunciamo da sempre .Una specie di “antimafia” parolaia e da palcoscenico che oggettivamente é la responsabile principale della situazione che si dice di voler combattere.Oggi,se le mafie hanno occupato la provincia di Latina ed il Lazio,la colpa principale é da attribuire alla classe politica ed istituzionale che li hanno governati.Una classe politica ed istituzionale che ha  in gran parte,fatta qualche rarissIma eccezione, sempre manifestato il più pieno disinteresse al fenomeno mafioso  e che ha visto anche qualche sua espressione colludere con le mafie,come hanno dimostrato e stanno dimostrando varie inchieste giudiziarie,dalla “Formia Connection”,alle “Damasco” di Fondi”dalla “Mafia Capitale” a “Ostia mafia” e così via.
Il Governatore del Lazio e la sua parte politica,il PD ed i suoi satelliti,avevano  la possibilità,volendolo,di svolgere un ruolo di   paladini di una vera stagione di  riscossa morale e civile rispetto al passato dando un suo contributo alla realizzazione di quella saldatura  fra istituzioni e società civile organizzata tanto necessaria,come auspicava anche  Paolo Borsellino,per combattere efficacemente le mafie,ma l’hanno  lasciata cadere in maniera plateale.
Ne prendiamo definitivamente atto e ci comporteremo di conseguenza.
Plaudiamo,pertanto,  all’iniziativa di una contromanifestazione  contro le mafie pubblica assunta ,in contemporanea nella Piazza Vittoria di Formia ,dal M5S,iniziativa alla quale parteciperemo con l’intervento diretto del nostro Segretario nazionale.
                                                                                                                                           LA SEGRETERIA DELL’ASSOCIAZIONE  A. CAPONNETTO

DOMATTINA,GIOVEDI’ 23 LUGLIO,ALLE ORE 10,IN PIAZZA VITTORIA A FORMIA , CONTROMANIFESTAZIONE ORGANIZZATA DAL M5S CONTRO LE MAFIE IN RISPOSTA ALLA CONTEMPORANEA INIZIATIVA ASSUNTA DAL GOVERNATORE DEL LAZIO ZINGARETTI CHE SI SVOLGERA’ AL CHIUSO E TUTTA ISTITUZIONALE ,NEL SALA RIBAUD DEL COMUNE

Due “modelli” a confronto,ognuno con le proprie specificità ed i propri  diversi modi di vedere.E di operare . Uno,al chiuso,che vede partecipi  sindaci,amministratori pubblici,consiglieri regionali,esponenti politici ,rappresentanti locali delle forze dell’ordine,prefetto,tutti convocati dal Governatore del Lazio,il PD Zingaretti.L’altro,in piazza ,fra i cittadini,con movimenti e qualche associazione antimafia,a cominciare dalla Caponnetto.
Avremmo preferito che si svolgesse un’unica manifestazione per realizzare quella saldatura così necessaria per una lotta efficace contro le mafie ma la logica ad escludendum portata avanti dalla burocrazia del PD nel Lazio ha portato ad una frattura che non può che avere effetti negativi sul versante dell’azione di contrasto alla criminalità mafiosa.
Zingaretti ed il PD parlano di “Patto della legalità” con i sindaci e gli amministratori pubblici.
Noi preferiamo parlare di “Patto della legalità” con i cittadini e le loro  espressioni organizzate ed interpreti delle loro istanze sociali.
Due diverse concezioni che si riverberano sul modo con il quale si  intendono e si elaborano tattiche e strategie di lotta alla criminalità.
Ci dispiace che l’Amministrazione comunale di Formia,alla quale noi dell’Associazione Caponnetto avevamo offerto il nostro determinante contributo per la costituzione  dell’Osservatorio Comunale contro la criminalità convinti com’eravamo che si potesse realizzare quella saldatura di cui parlavamo,si sia schierata dalla parte di coloro che vogliono dividere il fronte dell’antimafia,frantumandola fra quella operativa e sociale e l’altra della retorica e delle parate,tutta istituzionale.
E’ la seconda volta che essa lo fa,dopo il comportamento assunto in occasione del cosiddetto “mese della Legalità”,per la cui organizzazione essa non ha avuto nemmeno la sensibilità di coinvolgere le associazioni antimafia effettivamente operanti sul territorio.
Bene così,ne prendiamo atto e ci comporteremo di conseguenza.
Siamo adulti e vaccinati,veniamo da lontano,conosciamo soggetti e mentalità e sapremo scegliere al meglio come comportarci.
Intanto  chi scrive domattina sarà in piazza,fra i cittadini,alla contromanifestazione promossa  dal M5S perché ritiene che in tale luogo si affronteranno i problemi reali della lotta alle mafie,senza infingimenti e censure.
E’ la seconda volta che ci vediamo costretti a sottrarci  e  a non partecipare  a manifestazioni nella quali sono presenti,come nel caso dell’assassinio del povero  Mario Piccolino,rappresentanti di quella classe politica che noi riteniamo oggettivamente responsabile dell’attuale stato delle cose e lo facciamo con piacere ed orgoglio.
I fatti e la storia ci danno ragione.
Oggi,se le mafie,quelle militari,hanno OCCUPATO la provincia di Latina ( ed il Lazio intero),si deve solamente all’insipienza – e non raramente,come dimostrano le varie inchieste,dalla “Formia Connectioni”,alle “Damasco” di Fondi,a “Mafia Capitale” ed a chi più ne ha più ne metta-  alle complicità di vari soggetti politici ed istituzionali.
Ed é con questi –o quanto meno con alcuni di essi – che oggi dovremmo parlare di ….”patto della legalità”????????……………………
Ah,ah,ah,ah,ah,ah……………………………………………….

ZINGARETTI ED IL PD ICONE DI UN’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE

 

Ci vuole una forte dose di sfacciataggine  per tentare di vestire l’abito di antimafioso quando,invece,si é oggettivamente fra i maggiori responsabili del ferreo  dominio delle mafie in provincia di Latina e,più in generale,nel  Lazio.

E’ gara fra i PD pontini e laziali,dopo l’ennesima operazione della DIA a Fondi ed in altre regioni d’Italia,a chi la spara più grossa contro la mafia ,dimentichi del fatto che  ,stando alla realtà dei fatti,  se  camorra,ndrangheta,cosa nostra e mafie straniere hanno occupato la provincia di Latina ed il Lazio la colpa maggiore é proprio loro.

Da “Formia Connection” alle “Damasco”,da Sud pontino a Mafia Capitale,Ostia mafia e così via , i notabili dem non hanno  mosso un dito per far invertire la rotta al loro partito,un partito che,come nel caso di Mafia Capitale,vede alcuni suoi uomini addirittura direttamente coinvolti nelle varie inchieste che si stanno succedendo una dopo l’altra.

E non solo essi  si rifiutano di cospargersi il capo con la cenere chiedendo scusa per il male che hanno arrecato alla regione per aver chiuso gli occhi di fronte a quanto  avveniva,ma addirittura tentano di arrogarsi il merito di combattere le mafie vestendo i panni di icone dell’antimafia e discriminando ,nel seno di questa ,fra antimafia “buona” ed antimafia “cattiva”,fra antimafia servizievole e silente ed antimafia ribelle e fuori dello steccato.

Con folto codazzo  di  soggetti che rappresentano  il potere di turno,pronti a seguire ieri Storace e la Polverini,come oggi Zingaretti.

Chiunque,insomma,rosso,giallo,verde,turchino,occupa al momento la poltrona del comando e regge  lo scettro del potere.

Non fa niente che sia proprio il potere il massimo responsabile di quanto é avvenuto ed avviene ,a causa  delle sue defaillance ,della sua cecità,della sua faziosità,della sua arrendevolezza al sistema,della sua doppiezza.

Il potere ha bisogno di autolegittimarsi e di apparire così rigenerato e non imputabile.

Per autoassolversi dalle colpe gravissime che porta sulle proprie spalle.

Da Mafia Capitale alle vicende che riguardano la gestione del MOF di Fondi il cui presidente – non dimentichiamolo mai – é di nomina della Regione,gli attuali gestori del potere nel Lazio sono PD.

A giorni avremo a Formia l’ennesima sceneggiata con proclami,promesse,giuramenti.

A fare una “mignottata” di colore verrebbe voglia di  suggerire a coloro che stanno fuori dal “sistema” di organizzare una contromanifestazione nella quale si denuncino le cose vere,l’inadeguatezza dell’impianto investigativo locale,le disattenzioni,il disinteresse della “politica” ufficiale,delle istituzioni,al fenomeno mafia.

Chissà se non venga in testa a qualcuno un’idea del genere………………

Ed allora ,sì,si vedrebbero  delle belle!!!!!!!!…………….

E’ giunta l’ora di farla finita e di cominciare a dire pane al pane e vino al vino.

DOPO L’ENNESIMA OPERAZIONE DELLA DIA CONTRO LE MAFIE CHE SOFFOCANO L’ECONOMIA DI FONDI E DELLA PROVINCIA DI LATINA,ZINGARETTI ED IL PD FANNO FINTA DI CORRERE AI RIPARI E PREANNUNCIANO PER SETTEMBRE A FORMIA UNA DELLE SOLITE RIUNIONI DA TEATRO DI SINDACI,ESPONENTI DELLE FORZE DELL’ORDINE LOCALI,PREFETTI ECC…………………POLVERE NEGLI OCCHI,COME AL SOLITO,CON L’ABITUALE ESCLUSIONE DELLE VOCI CRITICHE E NON ALLINEATE QUALI POTREBBERO ESSERE QUELLE DELLE ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA NON DI REGIME.BLA BLA BLA BLA PER RESTARE TUTTO IMMUTATO.

Invece di convocare la società civile   organizzata, movimenti,le associazioni antimafia autonome  ed effettivamente operanti sul territorio,la parte viva,insomma,della società  che soffre e lotta contro il “sistema” mafioso che opprime la provincia di Latina e,più in generale,il Basso Lazio,ed ascoltare i loro malumori,le loro critiche ed anche le loro proposte,Zingaretti ed il PD chiamano a raccolta i rappresentanti delle istituzioni :sindaci,amministratori pubblici,parlamentari,esponenti delle forze dell’ordine locali,della prefettura.dell’antimafia di regime ecc.
La solita parata con il solito bla bla bla per non concludere niente e per lasciare le cose come stanno.
Polvere  negli occhi degli allocchi per tentare di far credere che si  vuole fare qualcosa contro il dominio delle mafie che opprimono da decenni i territori proprio grazie all’indifferenza e,non raramente,alle complicità di parti di  quelle espressioni che risultano essere le attrici dell’iniziativa.
L’indifferenza di gran parte della classe politica,la sua insensibilità al problema delle mafie,le complicità e le collusioni ,l’inadeguatezza degli apparati investigativi ed istituzionali locali ,tutti problemi dei quali evidentemente non si vuole parlare.
Una delle solite parate inconcludenti  dell’antimafia di cartapesta e parolaia.

Alcuni dei soggetti coinvolti nell’operazione GEA sono nativi del sud pontino

CAMORRA E COSA NOSTRA-LA GRANDE ALLEANZA SUGLI ORTOMERCATI


10 MAGGIO 2010

Ebbene si, ancora una volta si conferma la capacità di collaborazione tra le mafie italiane per potenziare i propri “affari” e garantirsi – soffocando il libero mercato e l’economia sana – il controllo monopolistico del mercato. Ancora una volta al centro delle attività criminali vi era l’Ortofrutta. Proprio come con i Morabito che avevano il loro concreto controllo sull’Ortomercato di Milano, dove il boss arrivava in Ferrari, nonostante avesse il pass da facchino, e dove avevano aperto un bel night, il “For a King”… anche Cosa Nostra e Camorra non potevano essere da meno. E’ così che avevano – tra alleanze e conflitti, con armi e intimidazioni, complicità varie  ed “imprenditori” senza macchia – conquistato il controllo dei trasporti da e per i mercati di mezza Italia, a partire dal Mercato all’ingrosso di Fondi. Così, con un regime di monopolio, condizionavano al rialzo i prezzi della merce ed al ribasso la qualità dei prodotti.
Su questi traffici qualche informazione l’abbiamo raccolta nei mesi ed anni passati, e come nostra abitudine le abbiamo passate a chi di competenza,come risulta sull’ordinanza di custodia cautelare della DDA di Napoli per l’inchiesta sulla “Paganese”, quindi – non sapendo a che punto siano le indagini collegate all’operazione odierna – ovviamente, non le riveliamo. Pubblichiamo invece il testo integrale del comunicato stampa della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che illustra l’indagine, gli arresti ed i sequestri (per un valore di circa 90 milioni di euro) effettuati oggi dalla DIA e dalla Squadra Mobile di Caserta a cui va il nostro più forte ringraziamento!
Ecco il testo integrale del Comunicato Stampa ufficiale della DDA di Napoli sull’operazione… 

All’alba di oggi la DIA di Roma e la Squadra Mobile della Questura di Caserta a seguito di una articolata e complessa attività di indagine hanno eseguito 68 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dall’ufficio GIP del Tribunale di Napoli all’esito di una investigazione che se è stata particolarmente rilevante sul tema dei rapporti fra crimine organizzato e dinamiche economiche, sicuramente è ancora più significativa per il fatto che è riuscita a dimostrare i collegamenti fra le principali organizzazioni mafiose nazionali (in primo luogo “Cosa Nostra” e “Casalesi”) nella concreta gestione di imponenti interessi economici.
Le misure cautelari sono state eseguite nei confronti dei soggetti di cui all’allegato elenco, in numerose regioni di Italia, nei confronti di appartenenti a diverse organizzazioni di tipo mafioso operanti in Campania, Lazio e Sicilia, raggiungendo anche persone di elevato spessore criminale con ruolo di vertice nel clan dei Casalesi nel casertano, dei Mallardo e dei Licciardi in Provincia di Napoli e di Cosa Nostra in Sicilia.

Le indagini – che, dunque, hanno delineato concretamente una comune cupola criminale in grado di coordinare e gestire i diversi interessi economici del crimine organizzato sul territorio italiano – traevano, in particolare, spunto da una investigazione preliminare svolta dalla Procura Nazionale Antimafia sugli interessi delle mafie nel settore orto-frutticolo.

Veniva così avviata, per prima, un’attività d’indagine finalizzata all’accertamento delle infiltrazioni mafiose nel MOF di Fondi (LT) considerato uno dei principali mercati europei del settore. La PG delegata era il Centro Operativo Dia di Roma.

Emergeva, già dopo pochi mesi di indagine, la presenza assai significativa nel territorio Fondano di due forti presenze criminali.

Quella della famiglia calabrese dei Tripodo – legata a Cosa Nostra siciliana e in rapporti ora di alleanza e ora conflittuali con i casalesi – e quella, per l’appunto, dei casalesi la cui presenza nel basso Lazio era già stata ampiamente evidenziata da pregresse indagini.

All’esito di riunioni di coordinamento fra diversi Uffici Inquirenti presso la DNA la DDA di Roma concentrava le indagini sulla famiglia Tripodo, oramai radicata a Fondi – e le relative investigazioni sfociavano nell’adozione di numerose ordinanze cautelari emesse dal GIP della Capitale nel luglio 2009 e nella recente richiesta di rinvio a giudizio mentre la DDA di Napoli coordinava le investigazioni sulla presenza dei casalesi nei diversi mercati ortofrutticoli nazionali e sui conseguenti rapporti di alleanza e/o conflittuali con le principali organizzazioni criminali del paese aventi ad oggetto la gestione dei mercati stessi, partendo proprio dal mercato ortufrutticolo fondano.

Premessa alla descrizione dell’indagine in esame è quella relativa ai rapporti fra Clan dei Casalesi e attività economiche apparentemente lecite.

Sul punto va evidenziato che il “clan dei Casalesi”, nel corso del suo lungo dominio in Campania, ormai trentennale, ha radicato, nel territorio di sua competenza, una speciale e peculiare forza economica. Questa forza era ed è costruita su una fondamentale capacità: quella di monopolizzare, con proprie imprese, i principali settori economici che nel corso degli anni hanno costituito una delle voci principali del pil casertano (e così, all’epoca delle grandi opere pubbliche, nella commercializzazione del calcestruzzo, nella costruzione della terza corsia autostradale e della linea veloce ferroviaria, poi nella gestione delle grandi cooperative agricole che ricevevano i contributi dell’Aima, ancora dopo nella distribuzione dei principali generi di consumo – quali latte, caffè, carne, ecc – e nella gestione delle principali risorse nel settore strategico, nella provincia, quale ad esempio l’allevamento di bufale). Estromettendo con la propria forza militare la concorrenza costituita da imprese sane ovvero da imprese riconducibili ad altre organizzazioni.

Da questo solido punto di partenza, iniziava una straordinaria espansione, a livello nazionale, nel settore dell’edilizia ed in altri ancora come quello messo in luce nella presente investigazione che, coordinata da questa DDA e svolta in piena sintonia della DIA di Roma e della Squadra Mobile della Questura di Caserta, faceva rilevare come l’organizzazione camorrista casalese, secondo lo schema monopolistico prima ricordato, avesse fatto ingresso con proprie imprese anche nel vitale settore del trasporto dei generi ortofrutticoli da e per i principali mercati nazionali.

Settore vitale per l’intera comunità nazionale, perché il prezzo del prodotto, il suo effettivo arrivo sui mercati nazionali, la sua distribuzione capillare, dipendono in larga parte dal modo attraverso cui viene trasportato su gomma il prodotto stesso.

Ed invero le indagini, condotte a lungo con un rilevante uso di intercettazioni telefoniche e video/ambientali, servizi di osservazione, controllo e pedinamento, oltre a far emergere la presenza – talora monopolistica, talora oligopolistica – delle imprese casalesi nel settore del trasporto su gomma dell’ortofrutta ed una vasta congerie di delitti connessi, ha consentito, di documentare, come i casalesi, nonostante la recente conclusione del processo Spartacus, la reclusione di numerosi affiliati (anche rivestenti ruoli di vertice e detenuti al regime speciale di cui all’art. 41 bis Ord. Pen) ed il massiccio fenomeno del “pentitismo” siano ancora in grado non solo di controllare il proprio territorio ma espandere la sfera dei propri interessi anche alleandosi con organizzazioni criminali insediate in parti lontane e diverse del territorio nazionale.
Oltre alla consumazione di numerose estorsioni ai danni di operatori commerciali, l’uso di ambasciatori utilizzati per la reciproca trasmissione di ordini e rendicontazioni, il ricorso alla violenza per la risoluzione di conflitti con altri gruppi criminosi, la detenzione di arsenali di armi pronte all’uso, di sofisticati nascondigli – il tutto reso ancora più allarmante dall’esistenza di relazioni inquinate e continuative con appartenenti alle FF.OO – le indagini hanno posto il luce come posizione centrale nel sodalizio casalese abbia ancora la famiglia Schiavone (e quella alleata dei Del Vecchio) nonostante i suoi più importanti esponenti siano reclusi.

Nello specifico le indagini hanno svelato un sistema di controllo di un settore importante dell’economia nazionale attuato con metodologia collaudata tipicamente mafiosa, attraverso soggetti esperti del settore ed incensurati e, dunque, non conosciuti non solo dalle forze dell’ordine ma anche e soprattutto dagli altri affiliati dell’organizzazione.
In tale contesto ha assunto centralità il ruolo e lo spessore criminale di colui che nel tempo ha costruito, con l’appoggio del capo clan SCHIAVONE Francesco di Luigi e del suo fedele delfino DEL VECCHIO Carlo, un impero patrimoniale e sbaragliato la concorrenza anche con azioni militari ripetute nel tempo e di elevato impatto. Ci si riferisce all’imprenditore del trasporto su gomma PAGANO Costantino che assicurava ad un tempo, continuità, professionalità e mafiosità alla gestione delle società di trasporto da lui direttamente controllate ed a quelle, numerose, consociate a lui, assicurando ai casalesi il monopolio nelle tratte da e per i principali mercati campani (e con particolare riguardo alle tratte che li collegano con il Mof di Fondi e quelli siciliani), oltre a numerose tratte verso l’Abruzzo e località del Nord Italia.
Tuttavia, come si è detto, le indagini evidenziavano non solo il ruolo dei casalesi in tale ambito economico ma anche quello di altre organizzazioni criminali calabresi, laziali, siciliane e campane e delle loro imprese di autotrasporto.
Non a caso, all’esito della complessa attività di indagine, poteva formarsi una mappatura sia dei clan e delle relative ditte di trasporto che dei mercati controllati in tutta Italia, fondando il lavoro su solide basi e su numerosi riscontri documentali e dichiarativi.
Dato incontrovertibile e particolarmente significativo è apparso immediatamente la riferibilità a diverse organizzazione criminose campane, nel corso dell’indagine più volte entrate in conflitto tra loro, di alcune ditte di autotrasporto con un numero più o meno ampio di autoarticolati, la impossibilità di altre concorrenti ditte di svolgere il lavoro di carico e scarico all’interno di tutti i mercati campani, laziali, abruzzesi, calabresi, siciliani e del nord Italia, senza l’autorizzazione dei referenti camorristi locali e, per i fornitori e gli acquirenti di prodotti di ortofrutta, di scegliere la ditta ritenuta più efficiente o qualitativamente migliore.
Emergeva la riconducibilità delle ditte di trasporto su gomma alle organizzazioni camorristiche che si sono contese i mercati ed affrontate a viso aperto. Ed invero nel territorio campano, come emerso dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali, il clan LICCIARDI, con il suo referente SACCO Almerico, opera nel settore dei mercati ortofrutticoli e della droga attraverso la ditta dei Cataldo, e precisamente la “JUNIOR TRASPORTI”, il clan Mallardo, con il suo referente TESONE Antonio (cl. ’68) opera nel settore dei mercati ortofrutticoli anche attraverso la ditta di trasporti dei Panico, conosciuta come la “PANICO TRASPORTI” ed infine il clan dei Casalesi con il referente SCHIAVONE Francesco di Luigi, alias Cicciariello, opera, tra l’altro, nel settore dei mercati ortofrutticoli e delle armi, attraverso la ditta “la PAGANESE TRASPORTI” (del citato Pagano Costantino). Soprattutto ciascuna di queste imprese era in grado di mobilitare al suo seguito, nelle tratte di competenza, una ampia flotta di autoarticolati di proprietà di diversi padroncini ognuno dei quali – a fronte del pagamento di una quota alla ditta mafiosa – operava sotto l’ala protettrice dei diversi imprenditori/camorristi.

Nel tempo, dopo i conflitti anche armati, fra i diversi clan campani si è assistito ad una progressiva spartizione dei mercati tra le varie organizzazioni criminose ed ad incontri al vertice fra i capi di tali sodalizi camorristi campani.
Veniva, cioè, suggellata la pace tra i gestori delle diverse ditte di trasporto ed i relativi clan si predeterminavano le aree, meglio i mercati, di rispettiva competenza. Ciò non determinava, ovviamente, la fine del meccanismo illecito, ma piuttosto l’aggravava perché rendeva del tutto impossibile la libera concorrenza in tali mercati.
Si è accertato, inoltre, che attraverso il trasporto dei prodotti di ortofrutta le famiglie camorristiche-mafiose campane gestiscono traffici illeciti di altra natura ed altrettanto remunerativi come quello della droga, nel caso del clan Licciardi – e delle armi, nel caso del clan casalese.
Soprattutto l’accaparramento di una fetta più o meno ampia dei mercati era legata anche al rapporto con le organizzazioni mafiose siciliane e calabrese che controllano le dinamiche criminali all’interno dei singoli mercati di quelle zone fra i maggiori produttori di ortofrutta a livello nazionale.

L’indagine ha, infatti, svelato come i casalesi ed i loro imprenditori (o meglio i secondi grazie ad i buoni uffici dei primi) avevano consolidati rapporti con esponenti di Cosa Nostra che garantivano all’operatore casalese di avere, in Sicilia, una posizione dominante sulle tratte di suo interesse, con conseguente espulsione delle imprese che non avevano (più) tali rapporti.

In tale contesto asfissiante, vera negazione dei più elementari principi economici liberal-democratici, emergeva come ad alcun operatore commerciale era dato sfuggire alle maglie di siffatta spartizione. A prescindere dalla qualità o meno del servizio reso e/o della concorrenzialità del prezzo richiesto e pagato. Numerose le conversazioni intercettate nelle quali i clienti, pur lamentandosi con le relative ditte – prevalentemente la Paganese, oggetto di massiccia attività di intercettazione – di ritardi nelle consegne e/o di cattivo servizio di trasporto, hanno mostrato la consapevolezza di non potersi sottrarre dal circuito così deciso e comunicato loro dai titolari delle relative ditte.

Un rilevante contributo per comprendere i fatti è stato offerto da due recenti collaboratori di giustizia, GRAZIANO Felice, capo del noto clan di famiglia, clan Graziano, con influenza nella zona di Quindici e paesi limitrofi e BARBIERI Carmine, siciliano di elevatissimo spessore, già uomo d’onore della famiglia Madonia di Gela. Il GRAZIANO nel confermare i suoi buoni rapporti con il clan dei Casalesi ha evidenziato le dinamiche attraverso le quali il business dei trasporti su gomma e dei mercati ortofrutticoli veniva gestito dalle organizzazioni criminose. Anche la ricostruzione dei rapporti economico/criminali nel settore del commercio e del trasporto dell’ortofrutta in cui emerge il controllo pieno ed assoluto di tali attività delle organizzazioni mafiose eseguita dal BARBIERI è apparsa pienamente confermata. Ed invero le pregresse acquisizioni investigative hanno svelato ciò che aliunde – e cioè da un punto di osservazione esterno alle organizzazioni criminali – hanno evidenziato le dichiarazioni del Barbieri, rese in poche battute, da suo punto di osservazione tutto interno a Cosa Nostra Nissena.
Ed anzi, al riguardo, non può non essere evidenziato, e non può non far riflettere, la circostanza che due capi di distinte organizzazioni di tipo mafioso, Barbieri e Graziano, che non si sono mai incontrati fra loro, che hanno operato, verosimilmente l’uno all’insaputa dell’altro, uno a Quindici e Bracigliano e l’altro a Gela, fra Caltanissetta e Catania, dunque, in contesti territoriali distanti centinaia e centinaia di chilometri, riferendo del meccanismo di controllo dei mercati ortofrutticoli, lo abbiano fatto con una voce sola. Facendo entrambi comune riferimento a codici di comportamento delle organizzazioni criminali, ad un loro atteggiarsi nei confronti dell’imprenditoria operante nel settore de quo (ora caratterizzato da modalità collusive ora da modalità violente), ad una capacità di dominio esercitata attraverso la negazione tout court della libera concorrenza, è come se, anche nella gestione di un affare così peculiare, sia possibile, comunque, individuare un comune DNA che in una circostanza data (il mercato ortofrutticolo) determinava comportamenti analoghi e sovrapponibili.
Dunque, la mafiosità dei soggetti di Fondi, Gela, Caltanissetta, Catania ora collegati ora in contrasto con la Paganese e con i Casalesi, che l’attività investigativa ha disvelato – così come, del resto, i meccanismi monopolistici e/o oligopolistici governati dalla criminalità organizzata sia nel commercio che nel trasporto dell’ortofrutta nei mercati campani, sicliani e laziali – era addirittura conclamata sulla base della diretta esperienza del Barbieri, che non ha fatto altro che suffragare quanto già, in modo, invero, esaustivo, le indagini tecniche e tradizionali hanno evidenziato.
Le indagini, correlate alle risultanze di precedenti investigazioni svolte dalla DIA e dalla Squadra Mobile della questura di Caserta, hanno evidenziato come le organizzazioni casalesi, i clan camorristici, le cosche siciliane e la ‘ndrangheta avessero monopolizzato, nell’ultimo decennio, il trasporto da e per i maggiori mercati ortofrutticoli del Centro-Sud Italia: Fondi, Aversa, Parete, Trentola Ducenta, Giugliano in Campania, Pagani, Palermo, Catania, Gela e Marsala, imponendo le ditte di autotrasporto ed i prezzi di acquisto della merce dai produttori.
Analizzando le investigazioni sotto il profilo cronologico le investigazioni inizialmente volte ad accertare le infiltrazioni camorristiche nel basso Lazio ed, in particolare, nelle attivitò connesse al trasporto su gomma da e per il MOF di Fondi, si estendevano progressivamente, consentendo l’individuazione di una vasta organizzazione camorrista, facente capo ai “Casalesi” delle famiglie SCHIAVONE e DEL VECCHIO.
Le indagini si concentravano dapprima sul fondano D’ALTERIO Giuseppe e sul casalese PAGANO Costantino.
Si è accertato che attraverso la società di autotrasporto “LA PAGANESE TRASPORTI” del PAGANO (vera e propria holding del crimine, ubicata a S.Marcellino e con unità locale a Fondi), e mediante soggetti a loro affiliati, gli SCHIAVONE avevano progressivamente acquisito il totale controllo dei trasporti su gomma di prodotti ortofrutticoli, soppiantando la famiglia dei PANICO, contigua ai MALLARDO di Giugliano in Campania, quella dei CATALDO, contigua ai SACCO (Licciardi) di Secondigliano. Alterni i rapporti con la famiglia calabrese dei TRIPODO, già egemone su Fondi. Di seguito la famiglia SCHIAVONE di Casal di Principe, attraverso una rete di rapporti sempre più intensi, aveva allargato l’area di rapporti sempre più intensi, aveva allargato l’area di influenza anche in Sicilia mediante accordi diretti con COSA NOSTRA, segnatamente con uomini vicini ai RIINA, tra cui SFREGA (che le indagini mostravano essere vicini ad un gruppo di imprenditori che ruotano intono alla famiglia MESSINA DENARO) per la Sicilia Occidentale, nonché con personaggi contigui alla famiglia mafiosa dei RINZIVILLO di Gela (CL), da decenni presenti nel Lazio, ed, in particolare, nella capitale, sul litorale laziale e nel su Pontino.
Il rapporto mafioso instauratosi tra COSA NOSTRA ed i CASALESI prevedeva, tra l’altro, che esponenti delle famiglie mafiose siciliane, proprio in virtà delle alleanze con i CASALESI, gestissero l’affare della grande distribuzione alimentare anche nei territori laziali progettando di aprire nel territorio della capitale magazzini per lo stoccaggio di merci da commercializzare nei supermercati CONAD e DESPAR.

L’attività investigativa particolarmente complessa ed articolata consentiva di accertare gli interessi criminali nelle attività economiche derivanti dalla commercializzazione e dal trasporto su gomma di prodotti ortofrutticoli su tutta l’area centro meridionale del Paese.
In particolare le indagini hanno svelato:

- sull’asse Lazio-Campania-Calabria-Sicilia, l’esistenza di alleanze ed accordi tra le organizzazioni criminali dei CASALESI e di COSA NOSTRA;

- nell’area trapanese, l’esistenza di un gruppo criminale mafioso operante nella provincia di Trapani, nel territorio compreso fra Marsala e Mazzara del Vallo, dedito al “controllo” della produzione, commercializzazione e distribuzione di prodotti ortofrutticoli, sia a livello locale che nazionale, facente capo agli imprenditori “SFRAGA”, legati ai RIINA;

- nell’area catanese, i legami fra i “Casalesi” e la cosca “Santapaola-Ercolano”, laddove emergeva un forte interesse del gruppo riferibile al casalese PAGANO Costantino per il mercato ortofrutticolo di Catania, in cui operavano numerosi imprenditori legati alla famiglia SANTAPAOLA / ERCOLANO e gli stessi Ercolano in prima persona.

- nella provincia di Caltanissetta, il rapporto tra PAGANO e COCCHIARO Biagio, imprenditore del settore, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa gelese dei RINZIVILLO.

Nel corso delle indagini non sono mancati momenti di criticità anche perché l’organizzazione criminosa al fine di detenere la supremazia su altri “Gruppi” criminali interessati al medesimo settore commerciale e per la gestione delle proprie illecite attività, ha utilizzato armi da fuoco, comuni e da guerra, parte delle quali provenienti dai paesi balcanici custodite da persone insospettabili ed a disposizione degli affiliati. Ed invero le indagini svolte dalla DIA di Roma e dalla Squadra Mobile della Questura di Caserta sin dalle prime battute hanno evidenziato, tra l’altro, non solo l’esistenza di varie organizzazioni criminose che nel tempo si sono contese fette di territorio in cui insistevano i mercati ortofrutticolo ma anche un progressivo e sempre crescente ricorso da parte di ditte di autotrasporti e, dunque, di attività imprenditoriali riferibili. Quando non di proprietà, alle organizzazioni criminose campane, all’uso della violenza, delle intimidazioni e delle armi per accaparrarsi gli utili derivanti dall’esercizio delle attività in regime di monopolio o quasi.
Esemplificativo appare il rinvenimento e sequestro di un vasto e variegato arsenale (fucili mitragliatori kalashnikov, lanciarazzi, bombe a mano, tritolo, pistole) avvenute nel luglio 2006 a San Marcellino nell’abitazione e nel garage di PALERMO Vincenzo, carabiniere in pensione legato ai casalesi e residente a pochi metri di distanza dalla ditta “LA PAGANESE TRASPORTI”. Si trattava di armi provenienti dalla BOSNIA trasportate con un furgone militare da un carabiniere del X battaglione di Napoli in missione nei paesi dei balcani, condannato a nove anni di reclusione da Tribunale di Napoli per trasporto di armi da guerra, e destinate ai casalesi.
Le intercettazioni video ambientali hanno consentito di accertare il protrarsi del traffico di armi anche dopo il sequestro dell’arsenale nel luglio 2006.
Un ingente carico di Kalashnikov custodito in casse di legno è stato, infatti, osservato attraverso le video riprese in una notte del dicembre dello stesso anno mentre gli affiliati al clan dei casalesi lo occultavano in una intercapedine ricavata tra la motrice ed il rimorchio di uno dei numerosi articolati nella disponibilità della ditta LA PAGANESE sopraggiunto nel piazzale.

Le indagini hanno accertato l’esistenza di rapporti tra TRIPODI Venanzio e RIINA Gaetano, fratello del noto RIINA Salvatore inteso “Totò U Curto”, capo indiscusso di “Cosa Nostra”, sino al suo arresto avvenuto nel gennaio ’93, essendo emerso un incontro tra i due soggetti ed una loro stabile frequentazione.
A sua volta RIINA Gaetano conduceva ai citati fratelli SFRAGA Antonio e Massimo, titolari di società attive nel settore dell’ortofrutta, adusi a movimentare ingenti somme di denaro e di seguito veniva accertato il collegamento tra gli SFREGA, referenti commerciali di Cosa Nostra nel settore dell’ortofrutta, ed il “clan dei Casalese”, rappresentati dal PAGANO e dalla sua società LA PAGANESE.
Ne è derivato un indiscusso monopolio nel settore del trasporto dei prodotti ortofrutticoli da e per la Sicilia verso i mercati campani ed il pieno controllo di tutti i trasporti da e per il Mercato Ortofrutticolo di Fondi (M.O.F.) e la Sicilia da parte dei “LA PAGANESE TRASPORTI”.

Contestualmente alle 68 ordinanze di custodia cautelare è stato eseguito nei confronti degli indagati arrestati e dei loro familiari un decreto di sequestro preventivo d’urgenza di un ingente patrimonio, valutato in circa 90 milioni di euro, consistenti in decine di aziende del settore, appartamenti, appezzamenti di terreni, conti bancari, ed una flotta di automezzi commerciali di oltre 100 unità. I sequestri sono stati effettuati in Campania, Lazio e Sicilia in danno degli indagati e delle loro imprese.


fonte:http://www.casadellalegalita.info/

Impedito ai coniugi Grasso-Franzè di andare a testimoniare al processo del 17 luglio u.s.a Vibo Valentia.

 

COMUNICATO STAMPA
Ed ora qualcuno dovrà spiegarci il motivo per il quale non é stato consentito ai coniugi Grasso-Franzè,Testimoni di Giustizia,di andare a testimoniare al processo a Vibo Valentia  venerdì 17 luglio che vedeva coinvolti uomini delle istituzioni.
Così non si agevola il cammino della Giustizia e si rende difficile il lavoro dei Magistrati.
L’Associazione Caponnetto ha chiesto  l’intervento dei Ministri dell’Interno e della Giustizia per far luce su questo episodio oscuro che dà adito a molti sospetti.
                                                                                                                                            Associazione A.Caponnetto

Scandaloso:non é stato consentito ai coniugi Grasso-Franzé,Testimoni di Giustizia,di andare a testimoniare al processo venerdì 17 luglio a Vibo Valentia .I Ministri della Giustizia e dell’Interno dispongano immediatamente un’inchiesta !

Sono in una località  “protetta”,lontani centinaia di chilometri da Vibo Valentia, e non possono muoversi se non con il consenso del Servizio Centrale Protezione del Ministero dell’Interno.
Venerdì 17 luglio u.s.si sarebbero dovuti presentare nel Tribunale di Vibo Valentia ,insieme ad un altro Testimone di Giustizia,Salvatore Barbagallo,per testimoniare in un importante processo che vede coinvolti alcuni uomini delle istituzioni,ma non é stato loro consentito in quanto non é stato concesso ad essi il servizio di accompagnamento.
Era stato proposto loro di essere auditi a mezzo di videoconferenza ma essi non hanno accettato la proposta perché volevano essere ascoltati di persona.E così é venuta a mancare la testimonianza di due testi importanti che hanno contribuito a far assestare ad una delle più potenti ‘ndrine del Paese,i Mancuso,dei colpi letali.
Lo stesso tentativo era  stato effettuato nei riguardi  di Salvatore Barbagallo – anch’egli Testimone di Giustizia e teste nello stesso processo – tentativo,però,poi,rientrato in quanto,abitando questo nelle vicinanze di Vibo,aveva fatto presente che avrebbe raggiunto il tribunale  comunque  ed anche a piedi e da solo.
Infatti alla fine gli é stato concesso il servizio di accompagnamento con scorta.
I coniugi Grasso-Franzé avevano pensato in un primo momento di raggiungere Vibo a proprie spese e con mezzi propri ma questo li avrebbe esposti al rischio di vedersi estromettere dal programma di protezione ed hanno,pertanto,desistito privando il dibattimento di un importante contributo per la scoperta di  eventuali verità  scomode.
L’assenza dei due coniugi ha suscitato  clamore e molti se ne sono chiesti le  ragioni.
Atti del genere  sono di una gravità eccezionale in quanto rappresentano un vero attentato al lavoro dei Giudici ed all’affermazione della Giustizia.
L’Associazione Caponnetto,nell’esprimere le sue più vive preoccupazioni al riguardo,chiede un intervento URGENTE dei Ministri della Giustizia e dell’Interno per l’individuazione e la punizione degli autori di tale gravissimo atto.
                                                                                                                                                                               ASSOCIAZIONE A.CAPONNETTO

Apprezzamento e gratitudine dell’Associazione Caponnetto per il Procuratore Borrelli ed i suo colleghi della DDA di Napoli

comunicato stampa

 

 

I complimenti della Caponnetto per l’operazione di questa mattina alla DDA di Napoli e all’aggiunto Borrelli. L’Associazione già a dicembre 2014 aveva segnalato situazioni e personaggi oggi portati alla luce.

 

L’Associazione Antimafia Caponnetto esprime vivo apprezzamento per l’operazione effettuata questa mattina dalla DDA di Napoli guidata dal Procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, che porta a compimento pregresse inchieste giudiziarie a carico di alcuni fra gli stessi personaggi oggi arrestati. Il riferimento è in particolare all’ex consigliere della Regione Campania Angelo Polverino e all’ex senatore dell’Udeur Tommaso Barbato, quest’ultimo ricandidatosi alle Regionali di maggio 2015 con una lista in appoggio di Vincenzo De Luca.

Per quanto riguarda Polverino, le prime, inquietanti vicende giudiziarie a suo carico erano state segnalate nel dicembre 2014 dalla Caponnetto all’Autorità giudiziaria, cui l’associazione aveva inoltrato il link (http://www.julienews.it/filmato/da-mafia-capitale-a-campania-capitale-della-mafia–video/8_346135.html) di un filmato realizzato dal circuito televisivo Julie Italia dal titolo “Campania capitale della mafia”, con richiesta di approfondimenti  investigativi.

La Caponnetto sottolinea infine il rilevante apporto nella lotta al crimine organizzato che si sta registrando con il ritorno a Napoli, nel ruolo di Procuratore aggiunto, del pm Giuseppe Borrelli, che per primo aveva individuato  le rotte della nuova geografia dei clan maranesi già una decina d’anni fa.

 

Roma, 14 luglio 2015

 

LA GRATITUDINE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO AI MAGISTRATI DELLA DDA DI NAPOLI ED IN PARTICOLARE AL PROCURATORE BORRELLI.VENGONO ALLA LUCE DALLA LORO INCHIESTA I SALDI COLLEGAMENTI FRA PEZZI IMPORTANTI DELLA POLITICA,DELLE ISTITUZIONI ED ALTRI AMBIENTI CON LA CAMORRA

I complimenti della Caponnetto per l’operazione di questa mattina alla DDA di Napoli e all’aggiunto Borrelli. L’Associazione già a dicembre 2014 aveva segnalato situazioni e personaggi oggi portati alla luce.

 

L’Associazione Antimafia Caponnetto esprime vivo apprezzamento per l’operazione effettuata questa mattina dalla DDA di Napoli guidata dal Procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, che porta a compimento pregresse inchieste giudiziarie a carico di alcuni fra gli stessi personaggi oggi arrestati. Il riferimento è in particolare all’ex consigliere della Regione Campania Angelo Polverino e all’ex senatore dell’Udeur Tommaso Barbato, quest’ultimo ricandidatosi alle Regionali di maggio 2015 con una lista in appoggio di Vincenzo De Luca.

Per quanto riguarda Polverino, le prime, inquietanti vicende giudiziarie a suo carico erano state segnalate nel dicembre 2014 dalla Caponnetto all’Autorità giudiziaria, cui l’associazione aveva inoltrato il link di un filmato realizzato dal circuito televisivo Julie Italia dal titolo “Campania capitale della mafia”, con richiesta di approfondimenti  investigativi.

La Caponnetto sottolinea infine il rilevante apporto nella lotta al crimine organizzato che si sta registrando con il ritorno a Napoli, nel ruolo di Procuratore aggiunto, del pm Giuseppe Borrelli, che per primo aveva individuato  le rotte della nuova geografia dei clan maranesi già una decina d’anni fa.

 

Roma, 14 luglio 2015

 

Ufficio stampa Associazione Antimafia Caponnetto

contatti: 347 0515527 – 347.3615263

http://www.comitato-antimafia-lt.org/

Tutti i convegni finora svolti hanno avuto come unico obiettivo quello di accendere i riflettori su fatti e realtà non scollegati con il territorio

Lo stile dell’Associazione Caponnetto  é quello che punta a dare concretezza ai convegni che essa organizza.I convegni  debbono assumere,secondo la sua ottica,la veste ed il ruolo di una sorta di rendiconto di quello che essa ha fatto sul territorio o di quello che intende fare,confrontandosi con gli attori e le parti in causa,magistrati,forze dell’ordine,giornalisti,cittadini motivati.
Essa,pertanto,non va laddove non ci siano delle attività svolte o da svolgere –o quanto meno ,dei sensori  particolari – relative a situazioni specifiche che debbono essere affrontate e risolte.
Tutti i convegni finora svolti hanno avuto come unico obiettivo quello di accendere i riflettori su fatti e realtà non scollegati con il territorio.
Il prossimo convegno,probabilmente ad ottobre ,si svolgerà a GIUGLIANO  di Napoli per affrontare il tema dell’inquinamento del territorio,della sua bonifica e del comportamento della politica e delle istituzioni rispetto ad esso.
I relatori,come al solito,saranno Magistrati,rappresentanti delle forze dell’ordine,specialisti della materia ,giornalisti e,se c’é,qualche parlamentare disposto a fare insieme all’Associazione Caponnetto la battaglia per risanare  in tutti i sensi  quel territorio
LA SEGRETERIA

Associazione antimafia “Antonino Caponnetto” Pubblicato da Ansa.it · 12 min ·

DR.SABELLA,L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO E’ L’UNICA IN ITALIA CHE STA DENUNCIANDO DA ANNI LE RESPONSABILITA’ DEI PREFETTI NELL’OCCUPAZIONE DA PARTE DELLE MAFIE DELLE ISTITUZIONI E DELLA POLITICA E NESSUNO,AD OGGI,SI E’ SCHIERATO DALLA SUA PARTE.
HANNO CACCIATO IL PREFETTO FRATTASI A LATINA ,IL PREFETTO MOSCA A ROMA E QUALCHE ALTRO ANCORA PERCHE’ NON LI RITENEVANO ALLINEATI CON IL “SISTEMA” E NESSUNO HA ALZATO LA VOCE,NESSUNO HA PRONUNCIATO UNA SOLA PAROLA DI CONDANNA.
NOI ABBI…AMO FORMULATO UNA PROPOSTA DI LEGGE CHE TENDE A SOTTRARRE AI PREFETTI I POTERI IN MATERIA DI PREVENZIONE ANTIMAFIA E L’ABBIAMO GIA’ ILLUSTRATA AI MEMBRI DEL M5S DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA CHE SONO STATI GLI UNICI CHE HANNO VOLUTO INCONTRARCI.SONO I PREFETTI I MAGGIORI RESPONSABILI DI QUANTO SI VERIFICA IN ITALIA PERCHE’ SONO LORO CHE PER LEGGE DOVREBBERO OPERARE PER PREVENIRE LE INFILTRAZIONI MAFIOSE E PER LO PIU’ NON LO FANNO.COMINCIAMO A MANDARLI SOTTO PROCESSO PER OMISSIONE DI  ATTI DI UFFICIO O ADDIRITTURA PER CONCORSO ESTERNO E NON LIMITIAMOCI A PARLARNE E BASTA

Il ruolo dei Prefetti. Urge cambiare la legge.

INVITIAMO ISCRITTI E SIMPATIZZANTI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO E NON SOLO A DEDICARE DA ORA IN AVANTI UN’ATTENZIONE PARTICOLARE ALL’AZIONE CHE I PREFETTI HANNO IL DOVERE DI SVOLGERE IN MATERIA DI LOTTA ALLA CRIMINALITA’ MAFIOSA
RIPRODUCIAMO, PERTANTO, UN ARTICOLO PUBBLICATO TEMPO FA SUL SITO WEB E SULLE PAGINE FACEBOOK DELL’ ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PER RIPROPORRE ALCUNE NOSTRE CONSIDERAZIONI, SUGGERIMENTI ED ANCHE CRITICHE SUL RUOLO DEI PREFETTI NEL PAESE E SULL’URGENTE NECESSITA’ DI CAMBIARE LA LEGGE APPORTANDOVI QUELLE MODIFICHE E QUELLE INEGRAZIONI NECESSARIE PER RENDERE PIU’ EFFICACE ED INCISIVA L’AZIONE CONTRO LA CORRUZIONE E LE MAFIE.
L’ENORME POTERE CONFERITO FINORA AI PREFETTI NON E’ BASTATO A COLMARE TUTTE QUELLE DEFICIENZE E QUELLE
STORTURE CHE SPESSO NON HANNO DATO PER NIENTE LUSTRO ALL’ISTITUZIONE.
FATTA QUALCHE ECCEZIONE, INFATTI, LA MAGGIOR PARTE DEI PREFETTI HA MOSTRATO DI NON ESSERE – O, PEGGIO, DI NON VOLER ESSERE – IN GRADO DI ADEMPIERE APPIENO AI DOVERI CHE LA LEGGE IMPONE AD ESSI.
CI RIFERIAMO, IN PARTICOLARE, AL MANCATO SVOLGIMENTO DELLE FUNZIONI DI VIGILANZA PREVENTIVA IN MATERIA DI CONTRASTO DELLA CRIMINALITA’.
IL PREFETTO, COM’E’ NOTO, HA LA POSSIBILITA’ DI EMETTERE PROVVEDIMENTI INTERDITTIVI SULLA BASE DI SEMPLICI INFORMATIVE DELLE FORZE DELL’ORDINE E SENZA ATTENDERE LE SENTENZE DELLA MAGISTRATURA E DI IMPEDIRE, COSI’, PRIMA CHE ESSO AVVENGA, L’INSERIMENTO DELLA CRIMINALITA’ MAFIOSA NELL’ECONOMIA, NELLE ISTITUZIONI E NELLA POLITICA.
DITECI VOI QUANTE “INTERDITTIVE ANTIMAFIA” HANNO EMESSO ED EMETTONO I PREFETTI DELLE VOSTRE PROVINCE A CARICO DI IMPRESE SOSPETTE E QUALE AZIONE DI PREVENZIONE LA MAGGIOR PARTE DI ESSI ABBIANO SVOLTO SUL VERSANTE DELLA LOTTA ALLE MAFIE, COORDINANDO LE FORZE DELL’ORDINE, DANDO AD ESSE DEGLI INPUT IN MATERIA DI METODOLOGIE DI AZIONE, STIMOLANDOLE AD AGIRE PIU’ CHE
CON UN’OTTICA DA ” ORDINE PUBBLICO”, COME NORMALMENTE AVVIENE, CON UNA, INVECE, PIU’ MODERNA ED ADEGUATA ALLA REALTA’ ATTUALE CHE VEDE LA MAFIA COME UN SOGGETTO IMPRENDITORE.
LA RIPUBBLICAZIONE DI QUESTO NOSTRO DOCUMENTO DEVE SERVIRE AD INDURRE TUTTI I NOSTRI ISCRITTI ED I SIMPATIZZANTI – ED ANCHE ALTRI DI ALTRE ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA- AD INCENTRARE LA LORO ATTENZIONE SUI TEMI REALI DELLA LOTTA ALLE MAFIE, REALIZZANDO UN SALTO DI QUALITA’ CON L’ABBANDONO DI QUELLA PRASSI CHE VEDE MOLTI PIU’ PROPENSI A PARLARE DI TEMI GENERICI, NARRATIVI, COMMEMORATIVI, CHE NON, COME E’ NECESSARIO, PRATICI, ATTUALI ED OPERATIVI.

Il fenomeno del condizionamento delle istituzioni e degli Enti locali. Si deve cambiare subito la legge sul ruolo dei Prefetti Pubblicato 5 Agosto 2014 | Da admin2.

L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PUBBLICA QUESTA NOTA AL FINE DI AVVIARE NEL PAESE UN’ APPROFONDITA RIFLESSIONE SUL RUOLO DEI PREFETTI SUL VERSANTE DELLA LOTTA ALLE MAFIE E SULL’URGENTE NECESSITA’ DI UNA MODIFICA DELLA LEGISLAZIONE IN MATERIA. NON E’ POSSIBILE PARLARE SERIAMENTE DI LOTTA ALLE MAFIE PERPETUANDO L’ATTUALE STATO DELLE COSE.

Il fenomeno del condizionamento delle istituzioni e degli Enti locali –Il degrado delle Istituzioni I recenti eventi giudiziari che hanno coinvolto due ex ministri dell’Interno (Scajola e Cancellieri) per fatti di rilevante gravità nonché i recenti arresti di prefetti (Blasco, La Motta, Ferrigno) e l’incriminazione di ex Prefetti (Maria Elena Stasi e Maddaloni entrambi condannati in primo grado) sempre per fatti riferibili ad ambienti della criminalità organizzata o meglio ad ambienti politici contigui alla criminalità organizzata, devono necessariamente indurci a fare una riflessione sul ruolo e sui poteri che la legge assegna all’Amministrazione dell’interno nella lotta alla criminalità organizzata. Ovviamente occorre doverosamente sottolineare che l’amministrazione dell’Interno registra la presenza di una stragrande maggioranza di persone che dedicano la loro vita lavorativa e in molti casi anche personale, al servizio esclusivo dello Stato. Proprio per tutelare anche questa categoria di servitori dello Stato e per consentire a questi di poter svolgere con serenità e senza interferenze della politica, le azioni istituzionali di contrasto al crimine organizzato, occorre capire quali siano state le cause che hanno determinato la devianza dell’azione di settori dell’amministrazione dell’interno ad appannaggio degli interessi di contesti socio politico criminale.
Analizzando bene i fatti di cronaca giudiziaria che vedono coinvolti ministri dell’interno e prefetti si capisce subito che nelle vicende stesse hanno un ruolo centrale interessi personali riferibili a politici spesso di rilevo nazionale. Basta citare a solo titolo esemplificativo il caso dell’ex parlamentare Nicola Cosentino ed il recente coinvolgimento dell’ex prefetto Stasi. Infatti i fatti giudiziari in questione rilevano come spesso le contestazioni formulate dalla Magistratura riguardino condotte volte a favorire uomini politici. Basta vedere la vicenda del prefetto Stasi nell’ambito dell’indagine sui distributori di carburanti di proprietà della famiglia Cosentino ovvero la vicende di appalti al comune di Caserta per la quale sono state condannati i prefetto Stati e Maddaloni per interessi riferibili a ditte di Nicola Ferrara, esponente politico regionale dell’UDEUR, oppure la vicenda esaminata nel corso del processo cosentino del mancato scioglimento del consiglio comunale di Mondragone la cui compagine politica era riconducibile all’ex ministro Landolfi ovvero al mancato rilascio del certificato antimafia interdittivo alle ditte ECO Quattro e Aversana Petroli, entrambe riferibili ad interessi della famiglia Cosentino. Appare quindi evidente la correlazione tra condizionamento dell’azione dei Prefetti ed in genere dell’amministrazione dell’Interno con la politica nella quale ampi settori spesso sono contigui ad ambienti della criminalità organizzata (soprattutto nelle regioni meridionali). Ma perché i prefetti si piegano alla Politica ovvero perché sono condizionati dalla stessa? Prima di rispondere a questa domanda vediamo chi sono e cosa fanno i prefetti. Il prefetto è il massimo organo amministrativo periferico, terminale politico-operativo dell’apparato della sicurezza, agente elettorale del governo, motore della vita economica e sociale della provincia, tutore dell’ente locale. Il prefetto ha una posizione di eminenza del Prefetto rispetto alle altre cariche amministrative periferiche in virtù del riconoscimento della rappresentanza dell’esecutivo nella provincia e, conseguentemente, il carattere tendenzialmente “generale” del campo delle attribuzioni. L’art.2 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (t. u. l. p. s. ), concede un’amplissima facoltà al Prefetto di adottare atti contingibili e urgenti per esigenze di sicurezza pubblica. Il Prefetto presiede i Comitati Provinciali della Pubblica Amministrazione e dei comitati metropolitani; ha funzioni in materia di droga, scioperi nei servizi pubblici essenziali, antimafia, statistica; della ricostruzione del ruolo del Prefetto rispetto alle autonomie territoriali. Insomma la legge ha conferito ai prefetti poteri enormi. Tra questi è appena il caso di ricordare quelli che esercita attraverso il Comitato provinciale Ordine e sicurezza pubblica, che vede la partecipazione, in posizione di subordinazione funzionale, del Questore e dei Comandanti Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. E’ proprio nel comitato che si decidono le proposte al consiglio dei ministri degli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, le misure di tutela da assegnare ai magistrati, ai cittadini minacciati, ecc. ecc. Gli stessi vertici delle Forze dell’ordine a livello provinciale sono soggetti, ai fine dell’avanzano di carriera, delle valutazioni da parte dei prefetti. Quindi i prefetti sono potenzialmente in grado di incidere sulle figure apicale delle tre forze di polizia e indirettamente sui magistrati esposti a pericoli di attentati o di sicurezza personale, dovendo il prefetto decidere se e a chi assegnare le misure di tutela (vigilanza, scorta, nei sui diversi livelli di gravità, ecc) Ci si renderà conto che il Prefetto, stante la delicatezza dei compiti assentatigli dalla legge e il ruolo centrale nelle vicende più delicate di ordine e sicurezza pubblica, deve svolgere le proprie finzioni nel pieno ed inderogabile rispetto del principio di imparzialità dettato dall’art.97 della nostra carta costituzionale. Il prefetto è posto nelle condizioni di poter esercitare liberamente e fuori da ogni forma di condizionamento le proprie delicatissime funzioni? Per poter rispondere è necessario capire come si articola la carriera prefettizia e come vengono nominati i prefetti e assegnati alle sedi provinciali. La nostra carta costituzionale non prevede, come per l’ordine giudiziario, un organo di autogoverno che possa assicurare l’indipendenza e l’autonomia dei Prefetti. Invero non prevede neppure la figura del prefetto la cui presenza deriva dalla normativa del ventennio fascista.
Invero i prefetti vengono nominati dal Consiglio dei ministri. Sono cioè nominati dalla politica che in un dato momento storico è posta alla presidenza del consiglio dei ministri e ne ha maggioranza politica in seno allo stesso Organo. Quindi, come è agevole, comprendere, i perfetti vengono nominati a secondo della loro contiguità o meglio del gradimento di quella o quell’altra forza politica. Quindi, per esempio, ci troveremo che nel periodo del Governo Berlusconi sono stati nominati prefetti, coloro ritenuti di gradimento di quella forza politica. In genere queste scelte risentono anche delle indicazioni provenienti dai coordinatori regionali. In Campania nel periodo dei governo Berlusconi, per un lungo lasso tempo il ruolo di coordinatore regionale è stato assunto dall’ex parlamentare Nicola Cosentino, oggi sottoposto a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Insomma l’imparzialità che deve inderogabilmente risiedere alla base delle scelte dei prefetti può inconfutabilmente essere minata da questi meccanismi di nomina che ineludibilmente possono creare momenti di devianza nelle scelte prefettizie. Non è la prima volta che prefetti non allineati alla politica ovvero ad una certa parte di politica deviata, siano stati gravati da provvedimenti dal carattere sanzionatorio. Tutti ricorderanno il prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli che sciolse il consiglio comunale di Reggio e con l’insediameno del Ministro calabrese Alfano è stato repentinamente trasferito altrove. Ovvero il prefetto di Agrigento Fulvio Sodano trasferito dal sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, quest’ultimo poi incriminato per concorso in associazione mafiosa. Insomma appare improcrastinabile l’esigenza di blindare talune delicate funzioni di ordine e sicurezza pubblica assegnate ai prefetti. Due sono le strade: o si modificano le leggi prevedendo un meccanismo di nomina dei Prefetti attraverso un sistema simile a quello previsto per i magistrati oppure si trasferiscono queste funzioni strategiche per la sicurezza dei cittadini e dei servitori dello stato alla magistratura. Appare inaccettabile che debba essere un funzionario dello stato nominato, prefetto, dalla politica a decidere se un magistrato (che spesso si trova ad indagare politici di rilievo nazionale presenti direttamente o indirettamente nel consiglio dei Ministri) debba o meno avere misure di tutela a fronte di minacce anche potenziali o di esposizioni elevante a rischio attentato. Appare paradossale che debba essere il prefetto, espressione della politica a formulare giudizi e valutazione sul questore e sui Comandati provinciali dell’arma e della g di f. Innegabilmente gli stessi possono per questi giudizi subire una sorta di condizionamento o di timore reverenziale nei confronti del prefetto ogni qual volta si trovano a dover indagare su fatti e vicende che riguardano gli stessi prefetti o politici che hanno espresso gradimento per quello stesso prefetto. O peggio ancora, appare assurdo che debba essere il prefetto a decidere se e quando sottoporre ad indagini antimafia, un consiglio comunale per infiltrazione della criminalità organizzata, quando lo stesso consiglio comunale è dello stesso partito politico che risiede nel Consiglio dei ministri e che quindi potenzialmente può incidere sul prefetto stesso. Non è la prima volta che pur in presenza di evidenti episodi di infiltrazioni della criminalità organizzata non si sia proceduto allo scioglimento delle amministrazione risultate permeabili alla c. o.. (basti citare i casi del Comune di Fondi, del comune di Mondragone, Castellammare di stabia, di torre annunziata, di torre del greco, e di tanti altri comuni). Analoga considerazione vale per il rilascio dei certificati antimafia. Appare assurdo che un imprenditore per poter stipulare contratti con la pubblica amministrazione debba essere sottoposto alla valutazione del prefetto ai fini del rilascio della c. d. liberatoria antimafia. E’ evidente che in siffatto contesto e meccanismo di nomina e rimozione dei prefetti, l’imprenditore che sarà di gradimento della politica di maggioranza e quindi dei prefetti, risulterà immune da problemi di antimafia (vedi il caso della società Aversana petroli dei Fratelli Cosentino, la Eco Quattro di Castel Volturno riferibili agli stessi politici della corrente di Cosentino, alla società dei fratelli Buglione, e tante altre società notoriamente infiltrate dalla criminalità ma che operano indisturbate e di contro ditte che non si sono piegate ai voleri della politica che invece vengono colpite da interdittive antimafia per vicende banali ed insignificanti La democrazia in siffatti condizione è messa a dura prova. La politica sana e la società civile devono farsi carico di indicare le soluzioni. Occorre che in
attesa di una legislazione che garantisca l’imparzialità e l’indipendenza dei funzionari dello stato preposti all’esercizio di delicati compiti in materia di ordine e sicurezza pubblica e soprattutto nella lotta alla criminalità organizzata, dette funzioni vengano trasferita alla Magistratura che, per effetto dell’autonomia ed indipendenza garantitagli dalla Costituzione possa adottare le decisioni più giuste ed imparziali e scevre da condizionamenti della politica che, come si diceva risente della presenza di ampi settori contigui alla criminalità organizzata. Le implicazioni con la vita politica napoletana costituiscano il punto di partenza storico di un intreccio perverso che ha determinato il consolidarsi del fenomeno dell’infiltrazione e del condizionamento degli Enti locali Nel corso degli anni ottanta, infatti, In Campania tanto per citare un esempio, si è assistito all’espandersi ed al consolidarsi di un fenomeno sociale molto grave che ha messo in luce i diffusi rapporti nell’ambito della gestione della “ cosa pubblica” tra politica, affari e malavita organizzata di tipo mafioso. Il degrado delle Istituzioni a Napoli era tale da indurre il Procuratore Cordova a una denuncia amara ma non disperata: «Lo Stato a Napoli, dice Cordova, è un’entità eventuale, aleatoria, virtuale. Parlo dello Stato ufficiale non di quello reale, l’unico che a Napoli la gente conosce e teme per davvero: la camorra. Le leggi dello Stato sono lente, i processi non finiscono mai e la pena è un evento remoto, prescrivibile, amnistiabile, depenalizzabile. Le leggi della camorra sono ferree e immutabili, semplici e inderogabili, i giudizi si celebrano fulmineamente, e le sentenze sono rapidissime, inappellabili e immediatamente esecutive. È ovvio che i cittadini temono lo stato effettivo, quello camorristico, e non quello ufficiale». La camorra si è trasformata in stato, che ci si trova di fronte ad un vero e proprio fenomeno di banditismo sociale, di neo brigantaggio populista. La fiducia dei cittadini nelle Istituzioni cala di giorno in giorno. Non vi e’ indagine su organizzazioni camorristiche che non riveli preoccupanti fenomeni di penetrazione collusiva nelle istituzioni. Per molti versi, lo Stato sembra corrispondere a modelli ideali di sviluppo degli interessi criminali, anziché« di salvaguardia degli interessi della collettività e delle istituzioni statuali. In estrema sintesi si può quindi affermare che si è di fronte ad un nuovo soggetto che oramai può essere definito Alta Camorra che ha dato prova di non essere più ai margini della società, ma sta conquistando progressivamente – o forse ha già conquistato – i centri dei poteri politico, economico e sociale. Insomma la camorra sta tentando di non porsi in posizione esterna o antitetica, ma di stare ben dentro lo Stato, la politica, la società, l’economia. Insomma la repressione dei delitti e delle illegalità, che è un sacrosanto dovere dovrebbe essere accompagnato da un controllo capillare, da un meticoloso accertamento sulla debolezza istituzionale di fronte alla pressione corruttiva e alle collusioni di gran parte di essa con l’Alta Camorra. In definitiva è condivisibile quanto sostenuto da un noto giornalista che “ I grandi camorristi stanno nell’ombra “. L’intreccio tra criminalità, politica e affari negli enti locali è sicuramente quello maggiormente avvertito dal cittadino comune in quanto gli stessi Enti più di ogni altra istituzione risultano, in considerazione delle funzioni istituzionali cui sono deputati per legge, a stretto contatto con la collettività amministrata. Le indagini condotte dalla magistratura Il primo ed incisivo intervento, che il legislatore ha posto in essere per tutelare gli enti locali dalle ingerenze della criminalità organizzata si è avuto con l’approvazione della Legge 22.7.1991, n.221 che ha introdotto l’art.15 bis della L.55/1990 concernente lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali coinvolti in fenomeni di infiltrazione e di condizionamento mafioso. La stessa norma oggi è confluita nell’art.143 del D. lgt.267/2000 E’ una norma sicuramente di carattere eccezionale, in quanto a prescindere dal giudizio penale, l’amministrazione locale risulta evidentemente inquinata, al punto che nessun’altra misura, al di fuori dello scioglimento, potrebbe risultare idonea al recupero della legalità. Era presente nell’ordinamento un vuoto normativo, che consentiva di fronteggiare queste situazioni, e per riempirlo si era fatto ricorso ad un uso indiretto della potestà di scioglimento dei consigli comunali per motivi di ordine pubblico (si ricorda il caso del comune di Quindici, retto da un esponente apicale di una nota famiglia camorristica, sciolto nel 1983 per motivi di
ordine pubblico dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La legislazione speciale antimafia in questione intende, prioritariamente, salvaguardare gli interessi pubblici dalle mire della criminalità organizzata, ancora prima che si vengano a determinare le condizioni oggettive e concrete dell’aggressione a beni giuridicamente protetti. In particolare il procedimento di accertamento scaturente dai poteri previsti e demandati dalla suddetta legislazione ai Prefetti, ovvero alle Commissioni delegate, all’uopo istituite, risponde alla funzione di prevenzione cautelare globale che prescinde, nella sua applicazione, da istituti e concetti dell’ordinamento penale, da cui se ne discosta dichiaratamente. Particolarmente innovativa risulta la disposizione contenuta nell’art.143 del D. lgt.267/2000 che prevede la possibilità che il prefetto, nella fase istruttoria del procedimento di scioglimento, acquisisca dal procuratore della repubblica notizie utili a motivare la decisione, in deroga all’art.329 del codice di procedura penale, superando cioè l’obbligo di segretezza disposto da tale norma con riguardo alle esigenze del procedimento penale. Ma la facoltà più significativa conferita dal legislatore al prefetto per la ricerca di ogni elemento di valutazione utile allo svolgimento dell’azione amministrativa assegnatagli dalla stessa norma scaturisce dal disposto normativo di cui al Decreto legge 354/1991, convertito nella Legge 30.12.1991, n.410 che consente, attraverso poteri investigativi, di verificare se ricorrono pericoli di infiltrazione tipo mafioso nell’ambito dello svolgimento dei “ servizi” cui sono deputati per legge gli enti locali. Nel 2009 con la legge 94, l’art.143 del d. lgs.267/2000 ha subito una modifica che appare aver ridimensionato e affievolito l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Infatti è stato stabilito che le indagini antimafia debbano essere svolta da una commissione composta “ da tre funzionari della pubblica amministrazione. Invero prima dell’entrata in vigore della legge 94/2009 le indagini venivano svolte da organi di polizia che stante le loro specifiche conoscenze e professionalità info-investigative, potevano fornire un contributo determinate al buon esito delle indagini. Invece il legislatore del 2009 ha affidato a tre funzionari della P. A. dette attività di indagini. Ogni commento appare del tuto superfluo. Infatti precedentemente per le operazioni di accesso antimafia nei comuni, i prefetti si avvalevano di apposite commissione composte da rappresentanti di tutte le forze, dell’ordine nonché da un rappresentante della D. I. A. , nonché da funzionari statali appartenenti ad amministrazioni che, nell’ambito delle proprie attività istituzionali, avevano competenza e conoscenza delle attività amministrative cui i comuni sono deputati per legge.

Muovetevi.Il Prefetto della località dove si trova Nello Trocchia,considerata l’urgenza,disponga immediatamente la protezione provvisoria,in attesa che si completi l’iter con il Ministero dell’Interno.A Nerllo i sentimenti fraterni di vicinanza e solidarietà dell’Associazione Caponnetto

L’Espresso, Mercoledì 8 Luglio 2015

«A quel giornalista gli spacchiamo la testa»
Un camorrista e il fratello in libertà parlano della vendetta contro il cronista che con le sue inchieste ha fatto scattare le indagini. Il giornalista è Nello Trocchia, e i carabinieri che hanno redatto l’informativa urgente scrivono di ‘minacce esplicite’. Segnali inquietanti, ma dopo un mese ancora nessuna risposta dalle istituzioni

DI GIOVANNI TIZIA

«A quel giornalista gli devo spaccare il cranio e dopo mi faccio arrestare». Un messaggio preciso e inquietante. A colloquio ci sono un boss, condannato per camorra e oggi in carcere, e suo fratello, in libertà. A parlare è proprio quest’ultimo che espone, senza mezzi termini, la sua idea di vendetta. Durante il colloquio tra i due matura così il progetto di punire in maniera esemplare il cronista che con una sua inchiesta, sottolineano i carabinieri, ha fatto scattare le indagini sul gruppo criminale.

Il giornalista, scrivono i militari nella loro informativa riservata e inviata con urgenza alla procura antimafia di Napoli, si chiama Nello Trocchia. Collaboratore de “Il Fatto Quotidiano”, “l’Espresso” e della trasmissione di La7 “In Onda”. Un dialogo, quello intercettato dalle cimici, che avrebbe dovuto attivare rapidamente la procedura che di solito si innesca in questi casi: la procura invia la nota degli investigatori alla procura generale, che a sua volta invia la documentazione in Prefettura. A questo punto il prefetto dovrebbe convocare il comitato per l’ordine e la sicurezza, l’organo, cioè, che decide eventuali misure da adottare per la tutela della persona «esposta a rischio».

Sono passati però quasi trenta giorni e nulla è successo. «Continuo a fare il mio lavoro», conferma Trocchia senza aggiungere altro. Il rapporto dei carabinieri porta la data del 10 giugno. Successivamente, da quanto risulta a “l’Espresso, la procura, a distanza di qualche giorno, ha inviato in procura generale il fascicolo. Da qui in poi se ne sono perse le tracce. Dalla Prefettura rispondono che ciò di cui si discute nei comitati dell’ordine e la sicurezza è materia riservata. Quindi non confermano né smentiscono l’arrivo dei documenti. Ma in ogni caso nessuna misura a protezione del giornalista è stata ancora presa. E neppure è stato informato ufficialmente che i due intercettati tramavano alle sue spalle, arrivando persino a pianificare una spedizione punitiva.

Nello Trocchia è un cronista campano da sempre impegnato in inchieste delicate sulla criminalità organizzata. È autore anche di numerosi libri. Tra questi, uno in particolare racconta il sistema di complicità tra camorra e Stato nel business dei rifiuti. Titolo, non a caso: “La Peste”.

Probabilmente però i rifiuti con queste minacce non c’entrano. Sui particolari c’è il massimo riserbo. Leggendo l’informativa il dato inquietante è che il boss e il suo sodale sostengono di avere «individuato» il luogo di lavoro e che quindi potrebbero agire senza problemi. Per questo motivo i militari dell’Arma definiscono le frasi captate dai microfoni come «esplicite minacce rivolte al giornalista del Fatto Quotidiano».

I dialoghi sono fin troppo chiari: «Gli spacchiamo la testa… sappiamo dove sta…». C’è più di un elemento, insomma, perché il comitato della Prefettura monitori con attenzione la situazione. E dia una risposta a chi cerca soltanto di fare bene il proprio mestiere. Soprattutto non è chiaro quale ingranaggio della macchina burocratica non ha funzionato come avrebbe dovuto. Nessun intervento è stato attivato e nessuno ha mai convocato Trocchia per spiegarli come stanno le cose. Come se nulla fosse mai accaduto. Intanto il collega continua a fare il suo lavoro con coraggio e professionalità.

IL PM CESARE SIRIGNANO DALLA DDA DI NAPOLI ALLA DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA.

Senz’altro una gratificazione per la sua bravura e gli alti meriti da lui acquisiti nel combattere la camorra fino  ad attirare su di sé le minacce dei boss.
Ma per la DDA di Napoli una perdita gravissima .
Cesare Sirignano,uno dei più bravi  PM,dal 16 luglio p.v.non presterà più servizio a Napoli perché sarà a Roma presso la Direzione Nazionale Antimafia.
Insieme ai suoi colleghi Cafiero De Raho,Antonello Ardituro,Giovanni Conzo,Catello Maresca ed altri,egli rappresentava una delle punte avanzate nell’azione di contrasto della camorra.
Cafiero De Raho è andato via a fare il  Capo della Procura di Reggio Calabria,Antonello Ardituro è andato al CSM,cariche entrambe prestigiose ,ed ora va via anche Sirignano alla DNA,carica anche questa prestigiosa.
Dr.Sirignano,gli auguri più affettuosi da parte dell’Associazione Caponnetto tutta intera.

Solidarietà della associazione antimafia Caponnetto alla Voce delle Voci-cs

SOLIDARIETA’ DELLA CAPONNETTO ALLA VOCE DELLE VOCI

PER L’UDIENZA DEL 7 LUGLIO A CAMPOBASSO

 

Il prossimo martedì 7 luglio al Tribunale di Campobasso si terrà la camera di consiglio decisa dal gip in merito alla posizione di Massimo Marasca, il giudice del Tribunale di Sulmona (oggi a Civitavecchia) che a marzo 2013 aveva condannato il mensile d’inchiesta anticamorra La Voce delle Voci a risarcire con oltre novantamila euro l’insegnante Annita Zinni, amica della famiglia di Antonio Di Pietro. A seguito di quella condanna il mensile nel marzo 2014 ha dovuto cessare le pubblicazioni in edicola dopo trenta anni di attività ed è stato colpito da pignoramenti sull’intero sistema bancario italiano, estesi alla storica testata giornalistica, di cui la Zinni ha chiesto la vendita all’asta.

Su quella sentenza lo scorso anno ha aperto un’indagine la Procura della Repubblica di Campobasso, che ha iscritto il giudice Marasca nel registro degli indagati con le ipotesi di abuso d’ufficio ed omissione di atti d’ufficio ai danni dei giornalisti della Voce  Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola. Pochi mesi fa, dopo il trasferimento del pm originariamente titolare dell’indagine, era arrivata la richiesta di archiviazione, nei cui confronti è stata presentata opposizione dal difensore della Voce, l’avvocato Serena Improta.

Il gip di Campobasso Maria Rosaria Rinaldi, in accoglimento dell’opposizione della Voce, ha fissato per il 7 luglio la camera di consiglio.

Alla Voce delle Voci è già pervenuta la solidarietà di Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’informazione (http://notiziario.ossigeno.info/2015/06/voce-delle-voci-udienza-chiave-per-il-giornale-pignorato-per-diffamazione-59235/) e di Franco Abruzzo, decano dei giornalisti italiani (http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=18222), che hanno ripreso e rilanciato la notizia.

 

L’Associazione Antimafia Caponnetto, che vede i giornalisti della Voce Cinquegrani e Pennarola da anni impegnati come suoi volontari e militanti, esprime profonda vicinanza, partecipazione e solidarietà in vista dell’importante udienza del 7 luglio, augurandosi che si faccia piena luce su quanto sta accadendo e soprattutto auspicando che non cessi il prezioso lavoro di giornalismo antimafia portato avanti in questi anni dalla Voce.

 

 

Ufficio stampa Associazione Antimafia Caponnetto

contatti: 347 0515527 – 347.3615263  http://www.comitato-antimafia-lt.org/

.Compiacimento della Caponnetto per la nomina del procuratore capo di Santa Maria CV, Maria Antonietta Troncone – cs

Vivo compiacimento della Caponnetto per la nomina di Maria Antonietta Troncone a capo della Procura di

Santa Maria Capua Vetere

 

L’Associazione Antimafia Caponnetto esprime vivo compiacimento per la nomina, decisa ieri dal plenum del Csm, del nuovo procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere. Per il prestigioso e delicato incarico è stata infatti nominata Maria Antonietta Troncone, fino ad ora procuratore aggiunto a Nola, dove ha messo a segno brillanti operazioni di contrasto alla criminalità. Non meno rilevante il ruolo svolto dal magistrato come pubblico ministero a Napoli ed in veste di giudicante, sempre in prima linea anche in numerosi processi contro la camorra.

 

“Maria Antonietta Troncone – dichiara il segretario nazionale della Caponnetto Elvio Di Cesare – per la sua statura morale, le sue qualità professionali e con la sua storia tutta, rappresenta un modello per la magistratura e per il Paese. La sua nomina alla guida di un avamposto della legalità in una terra come il Casertano rappresenta un grande segnale dello Stato ed un fattore di speranza per i cittadini”.

 

“La Caponnetto – ha concluso Di Cesare – porterà avanti la sua attività antimafia potendo contare, da oggi, su un riferimento importante in Terra di Lavoro come il procuratore Troncone, che ha già avuto l’onore di ospitare come relatore in alcuni convegni”.

 

 

 

 

Ufficio stampa Associazione Antimafia Caponnetto

contatti: 347 0515527 – 347.3615263  http://www.comitato-antimafia-lt.org/

COMUNICATO STAMPA

SOLIDARIETA’ DELL’ASSOCIAZIONE  CAPONNETTO ALLA  “  VOCE DELLE VOCI”

PER L’UDIENZA DEL 7 LUGLIO A CAMPOBASSO

Il prossimo martedì 7 luglio al Tribunale di Campobasso si terrà la camera di consiglio decisa dal gip in merito alla posizione di Massimo Marasca, il giudice del Tribunale di Sulmona (oggi a Civitavecchia) che a marzo 2013 aveva condannato il mensile dinchiesta anticamorra La Voce delle Voci a risarcire con oltre novantamila euro linsegnante Annita Zinni, amica della famiglia di Antonio Di Pietro. A seguito di quella condanna il mensile nel marzo 2014 ha dovuto cessare le pubblicazioni in edicola dopo trenta anni di attività ed è stato colpito da pignoramenti sullintero sistema bancario italiano, estesi alla storica testata giornalistica, di cui la Zinni ha chiesto la vendita allasta.

Su quella sentenza lo scorso anno ha aperto unindagine la Procura della Repubblica di Campobasso, che ha iscritto il giudice Marasca nel registro degli indagati con le ipotesi di abuso dufficio ed omissione di atti dufficio ai danni dei giornalisti della Voce  Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola. Pochi mesi fa, dopo il trasferimento del pm originariamente titolare dellindagine, era arrivata la richiesta di archiviazione, nei cui confronti è stata presentata opposizione dal difensore della Voce, lavvocato Serena Improta.

Il gip di Campobasso Maria Rosaria Rinaldi, in accoglimento dell’opposizione della Voce, ha fissato per il 7 luglio la camera di consiglio.

Alla Voce delle Voci è già pervenuta la solidarietà di Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’informazione (http://notiziario.ossigeno.info/2015/06/voce-delle-voci-udienza-chiave-per-il-giornale-pignorato-per-diffamazione-59235/) e di Franco Abruzzo, decano dei giornalisti italiani (http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=18222), che hanno ripreso e rilanciato la notizia.

 

LAssociazione Antimafia Caponnetto, che vede i giornalisti della Voce Cinquegrani e Pennarola da anni impegnati come suoi volontari e militanti, esprime profonda vicinanza, partecipazione e solidarietà in vista dellimportante udienza del 7 luglio, augurandosi che si faccia piena luce su quanto sta accadendo  e soprattutto auspicando che non cessi il prezioso lavoro di giornalismo antimafia portato avanti in questi anni dalla Voce.

QUANDO UNO VUOLE SERVIRSI DI UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA PER SCOPI ELETTORALISTICI O AFFARISTICI E’ DA EMARGINARE IMMEDIATAMENTE.

La lotta alle mafie viene vista talvolta come un pretesto per il perseguimento di altri scopi.
Capita.
Ed é capitato anche a noi che,però,appena ce ne siamo accorti,abbiamo subito costretto qualche soggetto ad andarsene.
Questa é la linea dell’ Associazione Caponnetto.
Chi ci sta sta.
Noi cerchiamo “combattenti”,persone che ci credono e sono pronte a dare tutto per combattere contro il malaffare e le mafie e per la Giustizia,quella con la G maiuscola,
Lestofanti ,affaristi e pavidi non ne vogliamo.
Non servono. Anzi,danneggiano l’immagine e l’onorabilità della vera antimafia,l’antimafia non degli affari e del potere.
La lotta alle mafie deve essere un impegno totale,assoluto,prioritario rispetto a tutti gli altri,non marginale.
Stiamo parlando della più grande impresa del Paese,quella che controlla l’economia,il 90% della politica e delle istituzioni e non di bruscolini.
Tentare di strumentalizzare un’associazione antimafia,la quale ha e deve avere  come unico scopo quello di combattere  le mafie,piegandola ad interessi politici,qualunque essi siano,di destra come di sinistra o addirittura personali,é quanto di più odioso e criminale stanti i tempi che corrono e l’ormai consolidata lontananza della politica in generale,fatta qualche rarissima eccezione,da ogni principio di eticità e di giustizia.
Nè é ammissibile che,considerata la gravità della situazione e soprattutto il livello di pervasività delle mafie le quali occupano  e condizionano ormai quasi tutti gli spazi della vita sociale,economica,oltre che politica ed istituzionale, che ci si limiti a  piantare la bandierina su un territorio tanto per dire “noi ci siamo” senza,però,svolgere alcuna attività di indagine e di denuncia,cioè di contrasto alle mafie.
L’Associazione Caponnetto é un sodalizio serio,fra i più seri d’Italia se non il più serio,che si ispira ad un grande nome di un grande Magistrato e che ha come suo presidente onorario un altro grande Magistrato tuttora vivente ed in servizio e non intende assolutamente macchiarne i nomi e la storia ,tradendo le finalità per la quale é nata.
Fra gli altri sodalizi con la quale essa ha trovato sintonia e che perseguono finalità compatibili con la sua identità ed il suo modo di operare,sono le  Associazioni “ La Voce delle Voci” ,la “Casa delle Legalità  e della Cultura” di Genova e l’Associazione “Amato Lamberti”.
Iniziative eventualmente concordate ai livelli locali con  soggetti  diversi dai tre indicati non trovano al momento il consenso della Segreteria nazionale dell’Associazione Caponnetto-
                                                                                                                                                                                                                                     LA SEGRETERIA

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