Comunicati

Vergognatevi!!!

Roma, 23.102014

On. Matteo Renzi – ROMA
On. Angelino Alfano – ROMA
On. Filippo Bubbico – ROMA
On. Rosy Bindi – ROMA
On. Claudio Fava – ROMA
Dr. Franco Roberti – Proc. Nazionale Antimafia – ROMA

e pc.
organi di informazione LL. SS.

OGGETTO: divieto partecipazione Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto all’incontro degli Stati Generali Antimafia

 

Questo è un vero e proprio atto persecutorio ai danni non solo della persona ma anche di questa Associazione che egli avrebbe dovuto rappresentare nell’incontro degli Stati Generali Antimafia promossi da Libera a Roma.
Un atto persecutorio per il quale la scrivente Segreteria formula la sua più vibrata protesta.
Impedire ad un Testimone di Giustizia, qual’è Gennaro Ciliberto, sempre ligio alle regole previste nel protocollo di intesa da lui sottoscritto con lo Stato, di partecipare ad un importante incontro nel quale intervengono anche le massime autorità istituzionali per discutere i problemi di mafia e si indicano le tattiche e le strategie per combatterle, significa ledere non solo la sua libertà personale – il che è già un atto gravissimo e che viola i principi della Costituzione -, ma, anche, non consentire ad un’Associazione antimafia seria e dal nome prestigioso, qual’è la scrivente, di portare a quell’assise il suo contributo di idee e di proposte.
Gennaro Ciliberto, infatti avrebbe dovuto parteciparvi nella sua veste di rappresentante dell’Associazione Caponnetto e non a titolo personale.
La giustificazione addotta dal Servizio Centrale Protezione del Ministero degli Interni per non consentirgli tale
partecipazione appare alquanto risibile in quanto i… “pericoli” che egli correrebbe in quella sede sarebbero comunque molto meno gravi di quelli che sicuramente corrono altri Testimoni di Giustizia che sembrano essere stati regolarmente autorizzati e tutte le massime autorità istituzionali, dal Procuratore Nazionale Antimafia Dr. Franco Roberti, a Procuratori della Repubblica particolarmente esposti ed in prima linea del livello dei Drr. Pignatone e Cafiero De Raho, oltre a vari Ministri ed altre alte autorità.
Giova sottolineare che il Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto, nel formulare la richiesta di partecipare all’incontro in questione, ha tenuto a precisare di volerlo fare a proprie spese e non gravando affatto sulle casse dello Stato.
Questa Associazione, nel protestare vivacemente per tale assurdo comportamento, chiede alle SS. LL. di voler intervenire immediatamente per far revocare l’iniquo provvedimento del Servizio Centrale Protezione, provvedimento che lede i diritti non solo della persona ma anche quelli di questa Associazione medesima.
In attesa di un’urgente e cortese comunicazione, si porgono distinti saluti
IL SEGRETARIO
Dr. Elvio Di Cesare

Si comincia, grazie a Dio, a muovere qualcosa

Roma, 22 ott. (Adnkronos) – “Bisogna ridefinire la figura dei testimoni di giustizia e il funzionamento del sistema di protezione, facendo tesoro dell’esperienza di questi anni e dei limiti mostrati dalla attuale legge”. Lo ha detto Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, nel corso della conferenza stampa di presentazione della relazione sul sistema di protezione del testimoni. “La nostra intenzione – ha proseguito Bindi – è quella di trasformare questa relazione in un proposta di legge organica, parlando a tutte quelle persone, che per rapporti familiari o attività economiche hanno a che fare con le dinamiche mafiose: a loro dobbiamo dire che possono intraprendere il cammino verso la legalità e lo Stato è pronto ad accoglierli. In particolare le donne, devono poter rompere il legame con gli ambienti mafiosi ed essere accolte come testimoni di giustizia”. (segue)

Importante sentenza del Consiglio di Stato per i Testimoni di Giustizia

Testimoni di giustizia: l’assegno di mantenimento si calcola sul precedente tenore di vita

RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO
I testimoni di giustizia hanno diritto allo stesso tenore di vita che avevano prima di entrare nel programma di protezione.

Buone notizie per i testimoni di giustizia: il Consiglio di Stato, con una recente sentenza, ha ribadito che i testimoni di giustizia hanno diritto a mantenere il tenore di vita che avevano prima di entrare nel programma di protezione [1]. Ciò vuol dire che lo Stato deve erogare loro un contributo mensile non inferiore a quanto i testimoni guadagnavano con la loro attività lavorativa.

Il testimone di giustizia, a causa della scelta di collaborare con lo Stato, è costretto a cambiare identità, spostarsi in una località protetta, lasciare il lavoro e i suoi beni per ricominciare da un’altra parte. Per tali motivi, la legge gli riconosce una serie di misure assistenziali come l’alloggio, l’assistenza sanitaria, l’assistenza legale, le spese relative ai trasferimenti e soprattutto il mantenimento [2]. Quest’ultimo viene corrisposto tramite un assegno mensile [3] che deve consentire al testimone un tenore di vita non inferiore a quello condotto prima dell’ingresso nel programma di protezione [4], da erogare fino a quando non sarà riacquistata la possibilità di avere un reddito proprio.

L’assegno di mantenimento dei testimoni di giustizia deve essere parametrato sulla base delle entrate pregresse e non ha un limite preciso. Al contrario, tale limite sussiste per i collaboratori di giustizia, più comunemente detti “pentiti”, il cui mantenimento mensile non può superare più di 5 volte il valore dell’assegno sociale [5].

“Lo Stato è vicino ai testimoni di giustizia” o almeno così dice per bocca dell’Onorevole Filippo Bubbico, vice Ministro dell’Interno. Per quanto le affermazioni di tal fatta siano all’ordine del giorno, ad esse di rado seguono i fatti e i testimoni si trovano a lottare anche contro lo Stato, che stenta a riconoscere loro quei diritti che gli spetterebbero per legge. Ecco perché, in questo contesto, la sentenza del Consiglio di Stato in commento assume grande importanza.

Eppure il testimone di giustizia, per aver scelto la strada del coraggio, paga un prezzo altissimo, con la criminalità organizzata alla ricerca di vendetta e uno Stato che non gli si pone al fianco ma, al contrario, sembra esserne la controparte.

Questo accade, probabilmente, perché il testimone di giustizia è considerato un collaboratore “di serie B”, rispetto al cosiddetto “pentito”. Il testimone di giustizia – lo si ricorda – è un soggetto che è stato vittima o ha assistito ad un crimine e ha deciso di testimoniare; pertanto può riferire alle autorità su un’unica vicenda. Il pentito, invece, è un criminale che ha deciso di collaborare con la giustizia (per convenienza o per un ravvedimento personale), un soggetto che ha fatto parte di una associazione a delinquere e che, proprio per questo, è una miniera di informazioni: può riferire del mondo criminale su più fronti, avendolo vissuto dal di dentro. Il pentito, in estrema sintesi, ha un maggiore potere contrattuale.

L’assegno di mantenimento
Nei confronti del testimone di giustizia è previsto un trattamento differenziato e più favorevole rispetto al collaboratore di giustizia, stante il concorso delle misure di assistenza concesse al mantenimento del precedente tenore di vita. Ciò si riflette, in via residuale, sulla quantificazione dell’assegno di mantenimento. Per detto assegno è fissato in via forfetaria con riguardo ai soli collaboratori di giustizia il limite massimo in cinque volte l’ammontare dell’assegno sociale. Detto limite, invece, non trova applicazione nei confronti dei testimoni di giustizia che godono della guarentigia del mantenimento del pregresso tenore di vita.

Le modalità di calcolo
Il flusso reddituale che si riflette sul tenore di vita va determinato non sulla base del reddito imponibile, ma al netto del debito di imposta. In tal modo si individuano le somme effettivamente disponibili per soddisfare le esigenze di vita del testimone di giustizia e relativi familiari inclusi nel programma. L’importo preciso va calcolato con il monitoraggio spalmato in un lungo periodo. In modo tale che lo stesso si configuri idoneo a fotografare, con maggior grado di aderenza alla realtà, la condizione economica del testimone di giustizia e del di lui nucleo familiare agli effetti del complesso delle misure assistenziali volte a garantire il precedente tenore di vita. Concorrono nel mantenimento del tenore di vita (e vanno quindi detratte dal flusso reddituale disponibile) gli esborsi sostenuti dall’Amministrazione per spese scolastiche in favore dei figli del testimone di giustizia; sanitarie (diagnostiche e terapeutiche) per prestazioni non erogabili a carico del servizio sanitario nazionali; per vacanze annuali; per riscaldamento dell’ alloggio assegnato. Vanno invece escluse tutte le specie necessitate dalla qualità di testimone di giustizia quali, a titolo di esemplificazione, quelle inerenti a esigenze di viaggio per il ritorno al luogo di provenienza (ivi comprese le spese di vitto ed alloggio); di assistenza legale nelle ipotesi previste nella delibera di adozione del programma speciale di protezione; di conduzione aziendale cui prima dell’ammissione al programma di protezione poteva direttamente attendere il ricorrente.

Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 17 luglio – 15 ottobre 2014, n. 5151
Presidente Romeo – Estensore Polito
Fatto e diritto
1. Con delibera in data 1° ottobre 2007 della Commissione centrale ex art. 10 della legge n. 82 del 1991, il sig. S. F., unitamente alla proprio nucleo familiare, costituito dalla moglie e da tre figli, era ammesso ad un piano provvisorio di protezione ai sensi dell’art. 13, comma 1, della citata legge e dell’art. 6 del d.m.. 23.4.2004, n. 161, in qualità di testimone di giustizia.
Nella seduta del 17 dicembre 2007 la Commissione centrale respingeva la richiesta del ricorrente datata 12.10.2007, tesa all’adeguamento dell’assegno mensile previsto per i testimoni di giustizia, sulla base della considerazione che lo stesso era stato ammesso al programma provvisorio, riservandosi quindi il riesame della questione in sede di ammissione al programma definitivo.
Con successiva delibera della predetta Commissione del 5 marzo 2009 il programma provvisorio era trasformato in definitivo, con conferma dello status di testimone di giustizia in capo al ricorrente.
Una volta ammesso al programma definitivo, con istanza del 5.5.2009 il ricorrente chiedeva che la Commissione de qua si pronunciasse in merito all’assegno mensile.
Detta istanza restava priva di riscontro.
In relazione a nuova richiesta di adeguamento dell’assegno mensile da euro 2.640,00 a euro 7.719,22 mensili l’apposita Commissione, con delibera in data 28 marzo 2012, si pronunziava in senso negativo, facendo richiamo alla nota del Servizio Centrale di Protezione del 3.2.2012, nella quale era posto in rilievo che “viene complessivamente assicurato in favore del F. un tenore di vita superiore a quello dichiarato”.
Avverso l’atto negativo il sig. S.F. ha proposto ricorso avanti al T.A.R. per il Lazio assumendo l’illegittimità di detto provvedimento per violazione di legge ed eccesso di potere in diversi profili.
Con sentenza n. 860 del 2014 il T.A.R. adito accoglieva il ricorso.
Il T.A.R. – dopo aver tratteggiato il quadro normativo relativo alla fattispecie di cui è controversia con specifico richiamo all’art. 16-ter, comma 1, lett. b), del decreto-legge n. 8 del 1991, convertito dalla legge n. 82 del 1991, recante disposizioni sullespeciali misure di protezione, ove è stabilito che “i testimoni di giustizia cui è applicato lo speciale programma di protezione hanno diritto a misure di assistenza, anche oltre la cessazione della protezione, volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’avvio del programma, fino a quando non riacquistano la possibilità di godere di un reddito proprio” – si pronunziava in base alle risultanze degli atti non avendo l’amministrazione adempiuto ordinanza istruttoria disposta dal collegio.
Il primo giudice statuiva in particolare:
- che l’assegno deve in ogni caso garantire al testimone di giustizia ed alla sua famiglia il medesimo tenore di vita in godimento prima della sottoposizione al programma di protezione:
- che agli effetti predetti deve essere assunto in primo luogo a riferimento il reddito percepito e, per altro verso, che fuoriescono dal computo le ulteriori spese che, sebbene assunte a carico dell’Amministrazione, il testimone di giustizia non avrebbe comunque affrontato se non avesse assunto tale status;
- che in tale ultima categoria vanno ricondotte le spese alloggiative, stante la proprietà della casa di abitazione da parte del ricorrente nel luogo di origine, quelle relative agli spostamenti verso la località di provenienza – correlate unicamente alla necessità di vivere altrove per effetto della sottoposizione al programma di protezione – nonché quelle per le lavorazioni dei terreni, essendo incombenti precedentemente assolti direttamente dal ricorrente con le proprie attrezzature. Non vanno inoltre considerate le spese per avvocato e quelle di giustizia, derivanti, dalla sottoposizione al programma di protezione e che diversamente non avrebbero coinvolto il ricorrente;
- che si rinvengono ulteriori spese, contestate dall’interessato nell’ an (per baby sitter, per viaggi, per custodia cani) ovvero nel quantum (spese sanitarie, indicate nel loro complesso e non per singole voci), non contraddette da contrarie allegazioni dell’ Amministrazione malgrado il disposto incombente istruttorio
Il T.A.R. annullava, quindi la delibera gravata e statuiva l’ obbligo, per l’Amministrazione, di provvedere all’adeguamento dell’assegno in favore del ricorrente e del suo nucleo familiare, conformemente a quanto indicato in motivazione.
Avverso la pronunzia del T.A.R. il Ministero dell’ Interno ha proposto atto di appello ed ha contestato le conclusioni del T.A.R., insistendo sull’adeguatezza e sul concorso delle misure economiche ed assistenziali, accordate nei confronti del testimone di giustizia, al mantenimento del pregresso tenore di vita.
In sede di note conclusive S.F. ha insistito nelle proprie tesi difensive e chiesto la conferma delle sentenza impugnata.
All’udienza del 17 luglio 2014 il ricorso è stato trattenuto per la decisione.
2. La questione all’esame del Collegio investe l’adeguatezza e la congruità delle misure economiche ed assistenziali adottate dalla Commissione Centrale prevista dall’art. 10 della legge n. 82 del 1991 nei confronti del testimone di giustizia S.F. e di suoi familiari, nel quadro dello speciale programma di protezione deliberato ai sensi della legge predetta.
Nell’ambito delle misure di assistenza vengono, tra l’altro, in rilievo, secondo quanto previsto dall’art. 13, comma 6, della legge n. 82 del 1991 e dall’art. 8, comma 5, del regolamento approvato con d.m. n. 161 del 2004, quelle inerenti alla sistemazione alloggiativa, all’assistenza sanitaria, a quella legale (nei casi in cui l’interessato nei processi in cui rende testimonianza assuma la qualità di persona offesa dal reato) alla spese di trasferta in ipotesi indicate in dettaglio.
E’ prevista, inoltre, l’erogazione di un assegno di mantenimento – nel caso di insufficienza di mezzi di sostentamento e di impossibilità, per motivi di sicurezza, di svolgere un’ attività lavorativa – secondo criteri quantitativi definiti dalla Commissione in relazione al numero delle persone protette.
La doglianze sviluppate in ricorso da S.F. hanno investito al quantificazione dell’assegno di mantenimento erogato nella misura di euro 2.640,00 mensili, il cui importo è dal ricorrente qualificato sottodimensionato rispetto ai redditi percepiti nei tre anni antecedenti all’ammissione al programma di protezione, che si quantifica nella somma di euro 7.719,22 mensili.
In sede di note a difesa e produzione documentale il Ministero resistente precisa che l’assegno di mantenimento è stato corrisposto nella misura di euro 2.640,00 fino al 20 dicembre 2013. Dopo il distacco del nucleo familiare di A. F. – figlio del testimone di giustizia – l’assegno di mantenimento è stato scisso in euro 2.310,00 per il sig. S. F. ed in euro 1.995,00 per A.F.
Si tratta tuttavia di vicenda che esula dall’economia del presente contenzioso, in quanto successiva alla definizione del ricorso proposto avanti al T.A.R. per il Lazio che ha investito il quantum dell’assegno di mantenimento nell’originaria determinazione in euro 2.640,00.
2.1. Come accennato nell’esposizione in fatto l’art. 16-ter, comma 1, lett. b), del decreto-legge n. 8 del 1991, convertito dalla legge n. 82 del 1991, riconosce il diritto del testimone di giustizia al riconoscimento di misure si assistenza, anche oltre la cessazione della protezione, volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’avvio del programma, fino a quando non riacquistano la possibilità di godere di un reddito proprio”
Nei confronti del testimone di giustizia è previsto un trattamento differenziato e più favorevole rispetto al collaboratore di giustizia, stante il concorso delle misure di assistenza concesse al mantenimento del precedente tenore di vita. Ciò si riflette, in via residuale, sulla quantificazione dell’assegno di mantenimento.
Per detto assegno è fissato in via forfetaria con riguardo ai soli collaboratori di giustizia il limite massimo in cinque volte l’ammontare dell’assegno sociale previsto dall’art. 3 della legge n. 335 del 1995 (art. 13, comma 6, della legge n. 82 del 1991, come sostituito dall’art. 6 della legge n. 45 del 2001). Il limite non trova applicazione nei confronti dei testimoni di giustizia che godono della guarentigia del mantenimento del pregresso tenore di vita.
La Commissione Centrale, nel disporre con atto del 24 marzo 2009 le misure di assistenza in favore di S.F., ha dato tra l’altro rilievo, ai fini del parametrazione del tenore di vita personale e familiare, alla documentazione di carattere fiscale.
Il ricorrente, con richiamo alla delibera della Commissione centrale del 30 luglio 2009, raccorda la quantificazione della propria posizione reddituale alle risultanze presso l’ Agenzie delle Entrate nel triennio antecedente all’ingresso nel programma di protezione (anni 2004, 2005 e 2006), e ragguaglia in euro 7.719,22 l’ importo da assumere a riferimento.
Al riguardo l’ Amministrazione ha correttamente opposto che il flusso reddituale che si riflette sul tenore di vita – diversamente da quanto prospettato dal ricorrente – va determinato non sulla base del reddito imponibile, ma al netto del debito di imposta. In tal modo si individuano le somme effettivamente disponibili per soddisfare le esigenze di vita del testimone di giustizia e relativi familiari inclusi nel programma.
Applicando il su riferito criterio il reddito effettivo nel triennio di osservazione corrisponde alla minor somma di euro 4.982,5 mensili.
2.1. In contrario a quanto prospetto dal ricorrente la resistente amministrazione in sede di note difensive procede ad un più ampio screening dei redditi percepiti da S.F. dal 1998 al 2007 e calcola (secondo diversi accorpamenti degli anni presi in considerazione) una media mensile che va dal minimo di euro 3.602,28 al massimo di euro 3.768,45
Il collegio reputa che – a fronte della posizione reddituale di S.F. caratterizzata nel tempo da notevoli differenziazioni nel quantum, stante la provenienza dei proventi da attività di impresa, nonché da sostanziale azzeramento di ogni vantaggio economico negli anni 2006 e 2007, antecedenti all’ammissione al programma di protezione – si debba privilegiare il criterio osservato dall’ Amministrazione che, con il monitoraggio spalmato in un più lungo periodo, si configura idoneo a fotografare, con maggior grado di aderenza alla realtà, la condizione economica del testimone di giustizia e del di lui nucleo familiare agli effetti del complesso delle misure assistenziali volte a garantire il precedente tenore di vita.
2.2. Ciò posto viene in rilievo in che misura le accordate misure assistenziali concorrano nella monetizzazione dell’assegno di mantenimento attribuito a S.F. per l’ impedimento ad attendere alla normale attività lavorativa.
La sentenza appellata ha correttamente escluso che possano essere inclusi negli oneri di mantenimento le spese di alloggio – essendo il testimone di giustizia proprietario di immobile adibito ad abitazione nel luogo di origine – nonché quelle per spostamenti verso la predetta località, necessitate dalla acquisita condizione di testimone di giustizia. Esulano, inoltre, dal calcolo gli incombenti per lavorazione terreni (di cui il ricorrente si sarebbe dato direttamente carico se avesse mantenuto la precedente condizione di vita) e gli esborsi per difese legali connesse alla qualità di testimone di giustizia. Si tratta invero di spese che il ricorrente non avrebbe affatto sostenuto se non fosse stato inserito nel programma di protezione e che, quindi, assumono carattere del tutto neutro agli effetti della determinazione della somma utile al mantenimento del precedente tenore di vita.
L’ Amministrazione presta sostanziale acquiescenza al punto di decisione e sostiene, in ogni caso, l’adeguatezza dell’assegno di mantenimento, dovendo aggiungersi alla somma di euro 2,640,00 mensili, erogata a regime, la somma di euro 887,93, pari alla media mensile degli esborsi sostenuti dall’ Amministrazione medesima per spese scolastiche, sanitarie, viaggi e di riscaldamento, pervenendosi ad un complessivo beneficio medio mensile di euro 3.527,93.
Tale somma tuttavia si attesta in ogni caso al di sotto della media dei redditi percepiti mensilmente dall’appellante secondo i criteri indicati dalla stessa Amministrazione. Va quindi confermata la statuizione di annullamento del T.A.R. che ha rilevato l’erroneità dei parametri presi in considerazione dall’ Amministrazione onde monetizzare l’assegno di mantenimento da erogarsi in concorso con le altre misure di assistenza.
Il collegio reputa, in conclusione, il che in sede di rinnovazione del provvedimento annullato – in base a criteri di adeguatezza, logicità e proporzionalità dell’azione amministrativa – dovrà assumersi quale reddito medio mensile di riferimento, cui raccordare il tenore di vita da assicurare al testimone di giustizia e del di lui nucleo familiare, quello determinato sulla media del più ampio periodo di osservazione di cui alla nota del 6 marzo 2014, pari ad euro 3.768,45.
Concorrono nel mantenimento del tenore di vita (e vanno quindi detratte dal flusso reddituale disponibile) gli esborsi sostenuti dall’ Amministrazione per spese scolastiche in favore dei figli del testimone di giustizia; sanitarie (diagnostiche e terapeutiche) per prestazioni non erogabili a carico del servizio sanitario nazionali; per vacanze annuali; per riscaldamento dell’ alloggio assegnato.
Vanno invece escluse tutte le specie necessitate dalla qualità di testimone di giustizia quali, a titolo di esemplificazione, quelle inerenti a esigenze di viaggio per il ritorno al luogo di provenienza (ivi comprese le spese di vitto ed alloggio); di assistenza legale nelle ipotesi previste al punto 5 della delibera 14 settembre 2009 di adozione del programma speciale di protezione; di conduzione aziendale cui prima dell’ammissione al programma di protezione poteva direttamente attendere il ricorrente.
Per le considerazioni che precedono l’ appello va respinto e va confermata con diversa motivazione al sentenza appellata.
In relazione ai profili della controversia spese ed onorari del giudizio vanno compensati fra le parti.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e per l’effetto conferma con diversa motivazione al sentenza impugnata.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Sussistono i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 e 2 del d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della condizione della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi di -OMISSIS- e -OMISSIS-.
Manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della anzidetta disposizione nei termini indicati.

Una delegazione dell’Associazione Caponnetto agli Stati Generali Generali Antimafia di Libera. Ok all’iniziativa che serve anche come incontro-confronto fra tutte le associazioni antimafia sulle strategie e le tattiche da seguire nella lotta alle mafie, quelle militari, ma soprattutto quelle politiche ed economiche

L’Associazione Nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie”Antonino Caponnetto”, nell’apprezzare in maniera sentita l’iniziativa di Libera di organizzare, come negli anni precedenti, gli “Stati Generali Antimafia”, ha deciso di parteciparvi in maniera convinta.
Tale lodevole iniziativa rappresenta una preziosa occasione di incontro fra tanti soggetti che in Italia sono impegnati sul piano dell’azione di lotta alle mafie, incontro che dovrà servire soprattutto ad un franco confronto delle esperienze maturate finora da ogni singolo e, in particolare, ad elaborare nuove e più adeguate strategie e tattiche di contrasto ad una mafia che punta sempre più a diventare soggetto, oltre che economico, anche politico ed in grado, peraltro, di condizionare le stesse istituzioni.
L’Associazione Caponnetto partecipa all’incontro degli Stati Generali Antimafia con una propria delegazione della
quale fa parte, oltre ad altri suoi rappresentanti, il Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto.
La presenza di un Testimone di Giustizia così qualificato nella delegazione dell’Associazione Caponnetto va letta come un atto di omaggio e di gratitudine da parte della stessa nei confronti di questa nobile categoria di cittadini coraggiosi e, al contempo, come uno stimolo e di incoraggiamento nei confronti del Governo e delle Istituzioni tutte ad essere più attente e sensibili alle loro esigenze.

Accorpamento polizie, da sette a cinque: Forestale nella Polizia di Stato, Provinciale nella Polizia Locale – Polizia Penitenziaria

Da sette diventano cinque. La Forestale esce dal ministero dell’Agricoltura e diventa dipartimento di polizia ambientale della Polizia di Stato. La polizia provinciale – istituita nel 1986 – trasloca nella polizia municipale restando nell’ambito delle polizie locali (con i vigili urbani). La riorganizzazione potrebbe riguardare anche la Polizia Penitenziaria (che dipende dal ministero della Giustizia) destinata a diventare un altro dipartimento della Ps. Ma in questo caso manca ancora l’accordo. Il dado è tratto. E nessuno ha più strumenti né argomenti per opporsi a uno stato delle cose sinceramente ridondante: nessun paese evoluto, infatti, mantiene sette diverse forze di polizia che insistono su quattro diversi ministeri ma quasi sempre doppiano funzioni e competenze.

 

Uno spreco enorme di risorse, soprattutto alla voce logistica, cioè sedi, direttivi degli organici e relativi stipendi, strumenti, auto e divise a cui il governo dice basta. E se la sicurezza è un bene primario garantito della Costituzione per cui quello che ci va, ci vuole, l’ex Commissario Carlo Cottarelli ha intravisto in questa voce di spesa tagli per 800 milioni nel 2015 e per 1,7 miliardi nel 2016. E il suo predecessore Carlo Giarda aveva intravisto sprechi per 1,7 miliardi che però non fece in tempo ad attuare.

 

Viminale e Funzione Pubblica non azzardano cifre su quanti soldi saranno risparmiati passando da sette a cinque forze di polizia. Si parla, in concreto, di poche decine di milioni. Certamente viene da qua una parte, seppur minima, dei 13 miliardi di tagli alla spesa pubblica che saranno illustrati domani dal premier quando presenterà la legge di Stabilità. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano, due settimane fa, ha concluso al Viminale la riunione sui tagli alla vecchia maniera: via il 3 per cento secco e lineare da un bilancio, quello sulla sicurezza, di circa 20 miliardi. Sono circa 600 milioni.

 

Il veicolo dell’accorpamento delle forze di sicurezza è la delega del disegno di legge di riforma della Pubblica amministrazione. L’articolo 7, comma 1, parla chiaro: “Assorbimento delle funzioni di polizia del Corpo Forestale dello Stato in quelle delle altre forze di polizia e delle amministrazioni locali, ferma restando la garanzia degli attuali livelli di presidio dell’ambiente e del territorio e la salvaguardia delle professionalità esistenti”. Il provvedimento riguarda circa novemila agenti “le cui maestranze saranno salvate e riallocate in uno specifico Dipartimento Ambiente della polizia di Stato” spiega una fonte della Funzione Pubblica. “Il risparmio si avrà sulla logistica, sedi, mezzi, stipendi degli incarichi apicali”. Via subito, ad esempio, i 320 mila euro di stipendio annuale del comandante generale che si accompagna con un nutrito staff. Cura dimagrante anche per i venti comandi regionali.

 

Sembrano escluse al momento le regioni a statuto speciale, Sicilia, Friuli, le province di Trento e Bolzano e Valle d’Aosta. Che per l’appunto sono anche quelle con il maggior numeri di dipendenti. Al centro di numerosi scandali sono stati e sono i 28 mila forestali della Regione Sicilia (di cui solo 830 a tempo indeterminato, gli altri con contratto a termine e poi sulle spalle dell’Inps). I 10 mila della Calabria per 6.500 kmq di boschi, due volte e mezzo i ranger canadesi che in fatto di boschi hanno qualche incombenza in più rispetto ai colleghi calabresi. “In questo caso – spiega la stessa fonte – contiamo di agire con un emendamento che consenta alla regioni a statuto speciale di muoversi nella stessa direzione”. Non solo riaccorpare ma anche diminuire i contratti degli operai della forestale. I costi della Forestale oggi si aggirano intorno ai 480 milioni di euro.

 

Sempre un emendamento alla delega sulla Pubblica amministrazione porterà la polizia provinciale nell’ambito delle polizie locali: vigili urbani e polizia provinciale fratelli nella stessa famiglia. Ancora una volta non si tratta di un gran risparmio ma soprattutto di una riorganizzazione che consentirà di disporre meglio delle risorse sia di mezzi che di uomini sul territorio.

 

Fin qui le cose da fare subito, tra legge di Stabilità e delega sulla Pubblica amministrazione. Tra il 2015 e il 2016 toccherà mettere mano ad ulteriori tagli per un miliardo e 700 milioni. E’ un’ipotesi già operativa quella che immagina l’accorpamento, sempre nella Polizia di Stato, della Polizia Penitenziaria, 38 mila agenti attualmente sotto il ministro della Giustizia e alla cui guida (Dap) è sempre stato designato un magistrato. I sindacati si trincerano dietro una direttiva europea per cui chi fa indagini non può essere confuso con chi gestisce il sistema carcerario. “La direttiva può essere rispettata prevedendo la separazione netta di queste funzioni” spiega la fonte della Pubblica amministrazione. E’ invece solo un’ipotesi quella che prevede l’assorbimento da parte del Comando generale dell’Arma di circa 60 mila uomini della Guardia di finanza. Operazione delicata. Quasi impossibile. E che pure porterebbe ad un risparmio di circa due miliardi.

Libera convoca gli Stati Generali Antimafia. Partecipa anche una delegazione dell’Associazione Caponnetto

(ANSA) – ROMA, 14 OTT – Quattro giorni di impegno, di confronto e studio per fare il punto sulla lotta alle
mafie e alla corruzione nei loro risvolti sociali, politici, economici e culturali: sei aree tematiche, 30 gruppi di
lavoro con il contributo di oltre 200 relatori tra educatori, operatori sociali, magistrati, docenti universitari,
forze di polizia, giornalisti, donne e uomini di cultura, imprenditori, rappresentanti di associazioni e sindacati.
Libera chiama a raccolta le realtà dell’antimafia e convoca la terza edizione di Contromafie, gli Stati Generali
dell’Antimafia che si svolgeranno a Roma dal 23 al 26 ottobre. Apertura in plenaria venerdì 24 ottobre presso
Auditorium della Conciliazione a Roma con la relazione introduttiva di Luigi Ciotti, un intervento di Roberto
Saviano e le testimonianze di Rosi Bindi, Franco Roberti, Andrea Orlando, Pietro Grasso, Ignazio Marino e
Nicola Zingaretti, la commissaria per la Giustizia dell’Ue, Martine Reicherts, Stefano Rodotà, Giusi Nicolini,
Giovanni Tizian, Daniela Marcone e John Christensen. Inoltre sempre nella giornata di apertura hanno gi
confermato la loro presenza, tra gli altri, il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana mons.
Nunzio Galantino, i ministri Giuliano Poletti e Stefania Giannini, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico e il
procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Sabato 25 ottobre sono previsti i lavori delle sei aree
tematiche suddivise in trenta gruppi di lavoro dove parteciperanno circa 200 relatori. Domenica 26 ottobre
presso Auditorium della Conciliazione plenaria di chiusura con interventi di ospiti internazionali, del
Presidente della Camera Laura Boldrini e Giancarlo Caselli a seguire le relazioni finali delle sei aree
tematiche, le cui elaborazioni conclusive saranno raccolte nel “Manifesto degli Stati generali dell’antimafia”,
con le conclusioni di Luigi Ciotti.

Il boss del clan Lo Russo non stava di certo a Gaeta a prendere il sole o a giocare a bocce. Una lunga storia di presenze ed attività camorristiche a Gaeta mentre la politica e le istituzioni locali hanno girato lo sguardo sempre dall’altra parte. Ora cominciamo ad indagare sulle aree infette e grigie. Ce ne sono sicuramente perché altrimenti da quasi tutto il commercio, l’edilizia, le movimentazioni portuali ecc. non sarebbe stata espropriata l’imprenditoria locale, soppiantata da quella di oltre Garigliano

SUD PONTINO SMANTELLATO DAI CARABINIERI.
COMPLIMENTI ALLA COMPAGNIA DI FORMIA ED ALLA STAZIONE DI GAETA!!!
Non è tanto la cronaca a se stante che ci interessa quanto il “quadro” nel quale questa si va ad inserire.
Un altro caposaldo della camorra è stato smantellato dai Carabinieri nel sud pontino e di questo dobbiamo essere grati agli investigatori ed al Comandante della Compagnia di Formia, i quali hanno saputo dimostrare di saper fare un lavoro davvero eccellente.
Complimenti.
Un pericoloso pregiudicato appartenente al clan Lo Russo è stato catturato e neutralizzato.
Era domiciliato a Gaeta.
Non si trattava di uno qualsiasi, ma di un capo, imparentato, sembra, con il boss, il capo del clan e, quindi, un boss anch’egli..
La notizia per noi finisce qua.
Quello che ci interessa, invece, è il “quadro” che da essa emerge.
Di Gaeta e della presenza mafiosa in essa si parla da decenni, anche se la gente e gli amministratori sembrano di non volersene rendere conto.
Di mafia a Gaeta si cominciò a parlare quando furono confiscate tantissime proprietà ai Magliulo, quasi una decina fra abitazioni e terreni.
Oggi sono tutte di proprietà del Demanio e, peraltro, inutilizzate e non messe a profitto.
Abbandonate.
Si parlò, poi, di una presenza, che sarebbe stata individuata dalla Guardia di Finanza, di soggetti sospettati di far capo alla ex Banda della Magliana.
Poi, ancora, di quella di una impresa, impegnata nella realizzazione dei primi lavori di ampliamento del Porto di Gaeta che sarebbe stata riconducibile a familiari di Toto’ Riina ma con sede legale nel nord.
Infine, il colpo grosso delle voci sui traffici nel Porto, delle vicende collegate con l’assassinio di Ilaria Alpi e delle dichiarazioni di Carmine Schiavone il quale ha parlato delle provincia di Latina e, in particolare, di Gaeta e Formia come della “provincia di Casale”.
In videoconferenza ad un processo che si è svolto qualche settimana fa a Latina, sempre Schiavone è tornato a parlare del… “Porto di Gaeta”…
Un nome che ricorre da anni e spesso ogni volta che si parla di camorra, come di una sorta di crocevia degli affari dei Casalesi e non solo.
Un nome che ritorna sempre allorquando si parla di una catena di iniziative economiche che interesserebbero vari quartieri e varie vie di Gaeta, da quello di Porta di Terra-via Begani a quello di Via Bologna-via Garibaldi-Via Sermoneta ed altri ancora e che vedrebbero, come attori, quasi tutti soggetti provenienti da oltre Garigliano.
Iniziative, queste, di natura edilizia.
Per non parlare, poi, di quelle di natura commerciale.
Qualcuno, in passato, ha parlato di Gaeta come di “una lavatrice di denaro della camorra”, ma, poi, ha subito taciuto, come se qualcuno fosse intervenuto per farlo tacere.
Ma l’aspetto che oggi sorprende è quello che riguarda, oltre che la presenza presunta di presenze “casalesi”, anche quella di altri clan.
Clan non solo casertani ma anche napoletani.
Come, oggi, nel caso del clan Lo Russo.
Tutto ciò mentre la cittadinanza e la politica tacciono e fanno finta di non vedere e di non sentire.
Grazie Capitano De Nuzzo e Luogotenente Latorre.
Veramente bravi.
Ve ne siamo grati.
Ora, però, è necessario scoprire la rete dei rapporti e delle connivenze che questo signore aveva sicuramente intessuto sul territorio perché di certo egli non stava nella città del Golfo a prendere il sole o a giocare a bocce.
Associazione A. Caponnetto
Nel caso di ieri, del clan Lo Russo
Tutto ciò, mentre cittadini ed amministratori gaetani dormono sonni tranquilli!
Grazie Capitano De Nuzzo, Comandante della Compagnia di Formia e grazie Luogotenente Latorre, Comandante della Stazione di Gaeta.

I testimoni di giustizia incontrano Del Rio e Bubbico. L’incontro di Gennaro Ciliberto e Luigi Coppola con Del Rio e Bubbico a Palazzo Chigi è avvenuto a giugno e, dopo l’istituzione della Commissione Centrale e la ripresa dei lavori da parte di questa, ancora non sono stati realizzati gli impegni assunti dal Governo

Una delegazione di testimoni di giustizia ha incontrato a palazzo Chigi il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Del Rio e il vice ministro dell’Interno Filippo Bubbico, insieme ad alcuni parlamentari del Pd e del M5S. L’incontro è avvenuto dopo la manifestazione di protesta dei collaboratori di giustizia per chiedere l’attuazione della legge 125 del 2013, che prevede la possibilità che possano essere assunti nella pubblica amministrazione.

E proprio i decreti attuativi della legge 125 e la costituzione della commissione centrale ex art. 10 sono stati i temi al centro dell’incontro a cui si sono recati Luigi Coppola e Gennaro Ciliberto, che riferiscono in una nota di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che che il 18 giugno si svolgerà la prima seduta operativa della commissione centrale nel governo Renzi. Per quanto riguarda il decreto, il viceministro Bubbico ha intrapreso una collaborazione con i testimoni di giustizia, che hanno ringraziato anche Del Rio e il premier Renzi per la solidarietà e la vicinanza dimostrata dopo l’appello lanciato l’8 giugno scorso al presidente del Consiglio perché si impegnasse ad affrontare e risolvere i tanti problemi dei testimoni di giustizia.

 http://www.lettera35.it/testimoni-giustizia-incontro-governo/

Commissione parlamentare Antimafia al lavoro per una nuova normativa per i Testimoni di Giustizia. Dovrebbero arrivare presto i primi risultati del lavoro fatto dal V Comitato coordinato da Davide Mattiello

E’ necessaria una legge dedicata ai testimoni di giustizia: la norma esistente è nata nel 1991 per i collaboratori di giustizia, è stata corretta nel 2001 con l’aggiunta di due articoli destinati ai testimoni, sono intervenuti alcuni regolamenti ministeriali tra il 2004 e il 2005, “ma resta il fatto che la base di partenza della normativa esistente riguarda i collaboratori. Serve invece una legge nuova dedicata ai testimoni: solo una legge pensata fin dalle fondamenta per loro sarà in grado di cogliere tutti gli aspetti di questa figura”. A dirlo è Davide Mattiello, deputato Pd, coordinatore del V Comitato della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie, che ha appena terminato la bozza di relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia. Il testo – messo a punto dopo una serie di studi e audizioni – sarà votato la prossima settimana dalla Commissione Antimafia. L’altro punto al centro della relazione è la necessità di una più precisa definizione delle caratteristiche del testimone di giustizia: “definito chi è il testimone di giustizia – spiega Mattiello – questo deve essere tutelato dal punto di vista economico e sociale nella maniera più adeguata e personalizzata. Questo comporta il superamento dell’attuale schema che distingue le misure di assistenza economica dedicate e a chi sta in programma di “protezione” da quelle dedicate a chi sta nelle “speciali misure”. Vogliamo superare questa distinzione, prevedendo che al testimone di giustizia che sia sottoposto al programma speciale o alle speciali misure, possano essere applicate tutte le misure di assistenza economica attualmente previste dalla normativa”. Complessivamente il sistema di protezione si occupa in Italia di 6200 persone ma i testimoni sono solo 80 che arrivano a 1000 con i loro familiari.

Di questi 80 testimoni, solo 17 solo alle “misure speciali” ovvero protetti nella propria abitazione, mentre tutti gli altri hanno dovuto aderire al programma di protezione, ovvero hanno abbandonato la propria casa e il proprio lavoro per essere nascosti in località protette. “In realtà bisogna far riprendere al testimone la propria vita – osserva Mattiello – altrimenti lo Stato ha fallito”.

Il dramma dell’ennesima vittima dello Stato… Coppola TDG ABBANDONATO!!!

Luigi Coppola ha denunciato e fatto arrestare una trentina di appartenenti al clan Pesacane di Boscoreale quando la sua attività di autorivendita è finita nelle mire della camorra. Dopo estorsioni, furti, usura e minacce di morte e dopo aver versato nelle casse della malavita centinaia di milioni di lire, Coppola denuncia tutto alle forze dell’ordine. Allontanato da Pompei, sua città natale, ed inserito assieme alla sua famiglia nel programma di protezione testimoni di giustizia, passa anni infernali a vagare in tutto il nord Italia. Tornato a Pompei, la sua attività fallisce -anche per l’isolamento da parte dei suoi concittadini che boicottano l’attività di un “infame” che ha fatto arrestare il Padrino. Oggi, abbandonato anche dallo Stato che gli ha tolto la scorta, incontra tutti i giorni i membri del clan, ormai usciti di galera dopo aver scontato la propria pena: “Hanno lo sguardo dei cani in catene. Io lo so che aspettano soltanto l’ordine per liberarsi dalle catene ed eseguire la mia sentenza di morte”. Questo Stato da quale parte sta?

Condividiamo in pieno il contenuto e chiediamo di indagare sulle responsabilità della Regione Lazio e del Comune di Latina

La vice Presidente di Valore Comune, Cristina Rossi, sull’inchiesta della magistratura riguardante la discarica di Borgo Montello: “ E’ veramente una storia schifosa”
“Prima di qualsiasi riflessione mi preme ringraziare forze dell’ordine e magistratura che hanno dimostrato di tutelare gli interessi dei cittadini più di quanto faccia la politica” A parlare è Cristina Rossi, vicepresidente dell’associazione Valore Comune.
“E’ questa una premessa necessaria visto che oggi le cronache locali raccontano di un’inchiesta su una mega truffa perpetuata dal gestore privato della discarica di borgo Montello a cui è seguito un danno ambientale ancora da quantificare. Una truffa e un danno ambientale a cui solo la magistratura ha messo un freno. Dov’è stata la politica fino a ieri?”
“ Sempre ieri- continua Cristina Rossi – abbiamo assistito a una conferenza stampa sull’accaduto dell’assessore all’Ambiente nonché vice Sindaco del Comune di Latina, Fabrizio Cirilli, che ha del paradossale. Cirilli ha asserito di essere soddisfatto dell’inchiesta che ha portato all’arresto di sei persone e di essere a conoscenza del sistema contorto che permette ai gestori privati delle discariche di accumulare soldi da utilizzare per le bonifiche successive alla chiusura delle stesse. Lo stesso assessore all’Ambiente ha ammesso, mostrando anche dei documenti, di essere a conoscenza del fatto che il gestore privato, al momento di ricevere l’autorizzazione di rinnovo all’esercizio da parte della Regione Lazio, non possedesse i requisiti che dovevano sussistere”.
Prendendo per vero quanto denunciato da Fabrizio Cirilli sono due i dubbi che sorgono spontanei. Uno di carattere amministrativo, l’altro più squisitamente politico.
“Prima di tutto mi preme capire perché se l’assessore Cirilli, che era a conoscenza del mancato avvio del progetto di bonifica e quindi temeva la distrazione di denaro pubblico da parte della Indeco, non abbia fatto quanto in suo potere per fermare tutto ciò limitandosi ad inviare lettere alla Regione senza ricevere mai risposta. Rimango sconcertata nell’apprendere come il vice sindaco non sia a conoscenza dei suoi poteri. Era in suo potere, qualora avesse avuto sentore di una notizia criminis, informare con un esposto la magistratura eppure questo non è stato fatto. Il mancato avvio di un progetto di bonifica implica un danno ambientale ed un inquinamento delle falde acquifere. Cirilli ha affermato di essere entrato in possesso di dati che dimostravano questo inquinamento. Perché allora non ha informato il sindaco e chiesto che venisse emessa un’ordinanza sindacale che bloccasse il conferimento dei rifiuti? Anche qui è la legge che conferisce al sindaco il ruolo di tutore della salute pubblica dei suoi cittadini. ”
“Perché nulla di concreto è stato fatto? Ricordo un anziano sindaco Aimone Finestra recarsi con la fascia tricolore, alle cinque del mattino, di fronte i cancelli della discarica per fermare i lavori. Così fece anche il suo successore Vincenzo Zaccheo che davanti ai cancelli portò i gruppi consiliari. Perché la classe politica locale è rimasta in silenzio?”
“Perché – si domanda ancora la vice presidente di Valore Comune – la conferenza stampa di denuncia non è stata organizzata prima che la magistratura aprisse un’inchiesta? Perché se tutti sapevano delle irregolarità la magistratura ha dovuto aprire un’inchiesta autonomamente, senza che nessuna segnalazione
provenisse dalla classe politica locale? Sono tutte domande a cui Fabrizio Cirilli non ha dato risposta durante la conferenza stampa”.
“Ragionando invece su un piano prettamente politico – continua la vice presidente dell’associazione Valore Comune – se davvero sono anni che Cirilli scrive alla Regione e mai questa si è degnata di rispondere, viene lecito chiedersi quale sia il peso politico dell’assessore. E’ politicamente in grado di ricoprire questo ruolo?”.
“L’assessore all’Ambiente si è poi dimenticato di parlarci – conclude Cristina Rossi – della condanna della Corte di Giustizia europea che ha coinvolto anche le due discariche di Borgo Montello, tra cui una comunale. ”
“Confermiamo la nostra solidarietà alla magistratura a cui va tutto il nostro sostegno perché faccia luce non solo sulla mala gestione della discarica ma anche sulle eventuali responsabilità della pubblica amministrazione”

Complimenti dr. De Matteis. L’Associazione Caponnetto è pronta a collaborare

IL NUOVO QUESTORE DI LATINA DE MATTEIS HA LA STOFFA DEL FINE INVESTIGATORE…
La mafia in provincia di Latina ha raggiunto un livello di altissimo profilo e, soprattutto, si è solidificata in strutture, meccanismi, metodologie di azione che si sottraggono all’ordinarietà.
Si tratta per lo più di una mafia nuova, moderna, presentabile, abituata a frequentare i salotti buoni, costituita da professionisti, commercialisti, notai, avvocati, agenti finanziari, molti dei quali nati e cresciuti in provincia, che operano movimentando montagne di capitali su dimensioni nazionali e, probabilmente, anche internazionali, nei grandi affari.
Una mafia raffinata, di menti fini e completamente diversa dalla mafia tradizionale, rozza, violenta, rappresentata da persone provenienti per lo più da fuori regione, dalla Campania, dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Puglia.
Una mafia “alta”, la “testa”, che opera, forse, senza aver nemmeno bisogno di ricorrere ai quaquaraqua che stanno, uno dopo l’altro, cadendo sotto i colpi di una magistratura più attenta e preparata di quella vecchia, e che si stanno dimostrando, pertanto, sempre più fastidiosi ed ingombranti.
Una mafia che punta ad acquisire probabilmente ampi spazi di potere nell’economia e, attraverso questa, forse, nella politica e nelle stesse istituzioni.
Comprando, partecipando alle aste giudiziarie per impossessarsi di aziende in difficoltà, intervenendo nel
mondo delle compravendite, dei fallimenti, dei prestiti, forse dell’usura, delle transazioni, investendo.
Una mafia imprenditrice, insomma, economica, finanziaria, che impone una lettura più aggiornata da parte di soggetti e strutture più preparati ed attenti.
Ci fa un immenso piacere ascoltare, finalmente, qualcuno – il nuovo Questore di Latina De Matteis – che, arrivato da appena un paio di mesi in quella terra, ha dimostrato di aver già compreso la realtà.
Musica per le nostre orecchie le parole da lui pronunciate nella conferenza stampa che ha fatto seguito alla brillante operazione fatta dalla Squadra Mobile di Latina e che ha portato a numerosi arresti nell’ambito dell’inchiesta sui rifiuti.
Complimenti, Dr. De Matteis.
Complimenti, accompagnati dalla nostra piena disponibilità alla più ampia collaborazione.

Confiscati al clan Mallardo beni per 46 milioni di euro

Camorra, che mazzata per il clan Mallardo: confiscati beni per 46 milioni

Quarantasei milioni di euro sono stati confiscati al clan Mallardo, operante nella zona a nord di Napoli. L’operazione è stata eseguita dalla Guardia di Finanza su disposizione del tribunale di Latina. Destinatari i fratelli Domenico e Giovanni Dell’Aquila, appartenenti alla cosca,  Vittorio Emanuele Dell’Aquila e Salvatore Cicatelli, rispettivamente figlio e fiduciario di Giovanni Dell’Aquila, per conto del quale avevano costituito una cellula economica, operante, prevalentemente, nel territorio del basso Lazio. La confisca interviene a distanza di circa un anno dal sequestro eseguito nell’ambito di un procedimento per l’applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale e personale nei confronti dei fratelli Dell’Aquila.
L’operazione ha sottratto al clan 13 società, con sede in provincia di Latina, Napoli, Caserta e Bologna, operanti nel settore delle costruzioni di edifici, nel commercio di porcellana, di autoveicoli, nel settore dell’intermediazione immobiliare e alberghiero e della ristorazione, a 105 immobili in provincia di Latina, Napoli, Caserta, Ferrara e Bologna, 23 auto/motoveicoli, tra cui 3 autovetture d’epoca e numerosi rapporti bancari/postali/assicurativi/azioni. In tutto, lo Stato ha confiscato al clan Mallardo di Giugliano, nel Napoletano, beni per un valore complessivo di 46,8 milioni di euro.

Arrestati stamane due colonnelli della Guardia di Finanza. Uno dei due ha fatto servizio anche a Latina dove il Prefetto dell’epoca lo aveva nominato in un gruppo interforze prevenzione crimini

Stamane in Italia l’arresto di due colonnelli della Finanza. Uno dei due operava a Latina ed era stato nominato dal Prefetto in un gruppo interforze di prevenzione crimini.
Ecco il decreto di nomina prefettizia:

http://www.comitato-antimafia-lt.org/public/uploads/2014/10/0643_2007_10_16_latina_decreto_costituzione_nose.pdf

Stanno venendo meno in Molise le condizioni pur minime per un’efficace azione contro le mafie. La Sezione “Criminalità Organizzata” della Squadra Mobile di Campobasso ridotta a 2-3 uomini e la stessa Squadra Mobile negli anni ha perso il 50% circa dell’organico. DDA e Corte d’Appello prossimi ad essere soppressi? L’allarme dell’Associazione Caponnetto

Forze dell’ordine nel Molise ridotte all’impotenza.
Un quadro allarmante che induce l’Associazione Caponnetto a levare un grido di forte allarme e di protesta nei confronti del Ministero degli Interni e del Capo della Polizia.
Non ci sono più le condizioni per condurre un’azione efficace contro le attività delle mafie che infestano la regione e che si sentono, perciò, sempre più libere di operare per impossessarsi completamente del territorio attraverso un’azione continua di riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita.
La Squadra Mobile di Campobasso negli anni ha perso quasi il 50% degli uomini e si è vista costretta, così, a ridurre notevolmente la sua operatività.
La Sezione Criminalità Organizzata di quella struttura è composta da soli 2-3 uomini che fra poco, stante la carenza del personale, dovranno essere spostati ed assegnati a mansioni di “ordine pubblico”.
Gli altri Corpi non stanno in condizioni migliori.
Verranno presto a mancare, considerata anche la mancanza di mezzi e di risorse, oltre a quella del personale, le condizioni pur minime per un’azione contro le mafie e. quel che è peggio ancora, si sta velocizzando il processo, già in atto, di smantellamento della DDA di Campobasso e, probabilmente, anche della Corte di Appello.
Tutto ciò nell’indifferenza e nel silenzio più assoluti da parte della classe politica e delle istituzioni regionali le quali stanno manifestando di fronte al fenomeno del radicamento mafioso e della sicurezza dei cittadini nel Molise e nell’Abruzzo un disinteresse davvero vergognoso.
E, poi, hanno la spudoratezza di parlare di… legalità e di lotta alla criminalità.
Si vergognino!

Precisazione sul sequestro del fabbricato a Formia

UNA DOVEROSA PRECISAZIONE A PROPOSITO DEL SEQUESTRO DEL FABBRICATO A FORMIA DA PARTE DELLA GUARDIA DI FINANZA
Il sequestro in questione non riguarda l’intero fabbricato.
Per quanto riguarda la parte di esso dove è operante il centro medico di cui si è parlato, va precisato che i locali sono di due proprietari.
La parte più ampia è di proprietà CTP Immobiliare srl ed è quella che è stata acquistata ad un’asta fallimentare per un valore di circa 600.000 euro.
L’altro proprietario è invece un privato che possiede 130 metri quadrati che sono i locali collocati al piano terra fronte strada, quelli ciè dell’entrata del centro medico che affaccia su via Palazzo-Condotto.
Quest’ultima parte, come gli appartamenti dei piani superiori, non sono inseriti nell’ambito del sequestro né sono lambiti dall’indagine della Guardia di Finanza.

Come finisce la libertà di stampa…

RESPINTO RICORSO DE “LA VOCE”, ETICHETTATO COME “LESIONI PERSONALI”
La testata, condannata per diffamazione, aveva chiesto la sospensione dei pignoramenti per oltre centomila euro ma la Corte d’Appello de L’Aquila ha detto no. Appello a Ordine e Fnsi Il 6 ottobre scorso la Corte d’Appello dell’Aquila ha respinto il ricorso presentato da la Voce delle Voci contro i pignoramenti esecutivi a carico del giornale per un procedimento che riguarda un articolo su una rappresentante dell’Italia dei Valori in Abruzzo. Il direttore Andrea Cinquegrani ha denunciato con
forza anche la dicitura con cui è stato protocollato il fascicolo: “lesioni personali” invece che “diffamazione”. La Voce aveva avanzato ricorso nei confronti della condanna per diffamazione espressa dal giudice di Sulmona Massimo Marasca che aveva condannato il giornale al pagamento di oltre centomila euro a favore di Annita Zinni, all’epoca esponente dell’IDV locale, sentitasi offesa da un articolo del 2008. I legali della storica testata avevano chiesto per la seconda volta la sospensione delle esecuzioni forzate – quattro pignoramenti – portando elementi nuovi, in particolare un’indagine della Procura di Campobasso proprio sull’operato del giudice Marasca, che potrebbe configurare l’ipotesi di abuso di ufficio o omissione di atti di ufficio. La Corte d’Appello ha respinto anche la seconda istanza in quanto “già proposta”. A sconcertare i giornalisti de La Voce è l’inaspettata scoperta – tramite il servizio di consultazione online del Ministero della Giustizia – che il fascicolo è stato etichettato come “lesioni personali”. Per Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola “è quasi una implicita anticipazione del verdetto finale, atteso non prima di fine 2015, quando della Voce delle Voci resterà, forse, solo il ricordo”. Le due firme storiche del giornale chiedono l’intervento dei vertici dell’Ordine e della Fnsi “perché quanto capitato alla Voce non debba più accadere alle altre voci libere e indipendenti del Paese”.

Il Capo Dipartimento Personale Ministero degli Interni incontra l’UNADIR

IL CAPO DIPARTIMENTO DELLE POLITICHE DEL PERSONALE DEL MINISTERO DELL’INTERNO PREFETTO RICCARDO COMPAGNUCCI APRE ALL’UNADIR, SINDACATO DEI PREFETTIZI E DEGLI EX DIRETTIVI CONTRATTUALIZZATI.
L’UNADIR esprime soddisfazione per la tangibile sensibilità istituzionale dimostrata dal Prefetto Riccardo Compagnucci, che ha ricevuto in data odierna il Segretario Nazionale ed il Segretario regionale della Campania, a comprova del fatto che il Sindacato antepone alle proprie azioni il coinvolgimento ed il pieno rispetto dell’Amministrazione di appartenenza.
Tale evento dimostra apertura nei confronti di una sigla sindacale che, pur non essendo rappresentativa, rivendica con spunti propositivi e con la piena consapevolezza di dover rafforzare il prestigio della stessa, la necessità di un intervento a sostegno della difesa dei principi di legalità ed imparzialità, lottando ogni forma di distorsione dei ruoli istituzionali e di devianze rispetto alle finalità assegnate dal legislatore al Ministero dell’Interno,
L’apertura dell’Amministrazione – e di tanto si ringrazia il Capo Dipartimento -, riapre finalmente la speranza di dover affrontare tematiche delicate all’interno degli apparati lavorativi, atteso che è in questi ambiti che bisogna agire tempestivamente per esaminare fenomeni degenerativi prima che gli stessi assumano contorni di rilievo giudiziario.
In tal modo si apre la speranza di intravedere uno scenario di riduzione dei gravosi compiti, troppo spesso demandati solo alla magistratura, ma che, invece, come più volte l’UNADIR ha evidenziato, dovrebbero essere preventivamente ed adeguatamente affrontati e risolti con sagacia, competenza, equilibrio ed imparzialità proprio all’interno di ciascun ambito lavorativo.
Troppi scandali hanno leso e stanno ledendo il prestigio delle categorie tutelate, ragion per cui l’UNADIR sta valutando di costituirsi parte civile per le vicende nelle quali si registrano da parte di taluni soggetti, e quindi chicchessia, di documentate forme di corruzione, di devianza dai ruoli istituzionali, laddove il relativo operato risulta inequivocabilmente permeabile a voleri ed interessi di quella parte del contesto politico mafioso.
E’ un segnale questo incoraggiante anche per quei colleghi maltrattati ed emarginati, perché rei di avere rifiutato logiche di cordata, logiche tipizzate e consolidate anche con l’avallo di altri sindacalisti, connotate dal deleterio fenomeno di accaparramento degli incarichi di prestigio con forme di denigrazione, che si spingono fino ad arrivare alla delegittimazione di coloro che, con dignità e coerenza, rifiutano quelle logiche clientelari, e che vedono bloccata ogni opportunità di avanzamento di carriera, pur essendo meritevoli.

Un elogio ed un caldo ringraziamento alla Guardia di Finanza di Formia e della provincia di Latina

Non è vero che in Italia è tutto marcio. Lo sarà probabilmente ai vertici dove, ormai, il sistema è afflitto dalla corruzione e dal clientelismo ed anche la persona onesta, pertanto, viene oscurata e marginalizzata. Ma nelle periferie è diverso. Ci sono tante, tantissime persone oneste il cui attaccamento alle Istituzioni, il cui senso dello Stato ti commuovono. Abbiamo conosciuto e conosciamo tantissimi Ufficiali e Sottufficiali che meriterebbero, per il loro senso di fedeltà al giuramento prestato allo Stato di diritto, per la loro onestà, di essere citati dovunque. Purtroppo non possiamo farlo per non sovraesporli ed anche perché queste loro doti, unite al loro rigore morale civile, rischiano di non essere ben accetti in certe alte sfere. Ma essi, gli interessati, sanno a chi ci rivolgiamo. Ed anche se non dovessero saperlo o immaginarlo tutti, vogliamo abbracciarli tutti lo stesso, fatte ovviamente le debite eccezioni, per gridare sulle loro facce, commossi: GRAZIE, GRAZIE, C’E’ ANCORA UN’ITALIA DEGLI ONESTI. VOI!

Dovrebbe essere in dirittura di arrivo la nuova legge per i Testimoni di Giustizia. Resta, però, tutto il piedi il problema irrisolto del funzionamento del Servizio Centrale di Protezione che va cambiato dalla testa ai piedi perché fa acqua da tutte le parti

ROMA, 9 OTT – Complessivamente il sistema di protezione si occupa in Italia di 6200 persone ma i testimoni sono solo 80 che arrivano a 1000 con i loro familiari. Di questi 80 testimoni, solo 17 solo alle “misure speciali” ovvero protetti nella propria abitazione, mentre tutti gli altri hanno dovuto aderire al programma di protezione, ovvero hanno abbandonato la propria casa e il proprio lavoro per essere nascosti in località protette. “In realtà bisogna far riprendere al testimone la propria vita – osserva Mattiello – altrimenti lo Stato ha fallito. Il programma di protezione, su questo tutti concordano, dovrebbe essere residuale, mentre al momento è preponderante. Diverso è il caso del collaboratore di giustizia che, giustamente, vuole cambiare luogo di residenza e vita”.

“I collaboratori di giustizia – conclude il coordinatore del V Comitato della Commissione parlamentare Antimafia – sono cosa completamente diversa dai testimoni di giustizia: i primi infatti hanno fatto parte dell’organizzazione criminale e trattano la resa con lo Stato per ottenere protezione ed una nuova identità; i testimoni invece il reato lo hanno subito o vi hanno assistito. In un Paese in cui troppo spesso chi parla è considerato un ‘infame’, i testimoni sono perle rare”. (ANSA).

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