Interrogazioni

La recente interrogazione presentata dai Senn.Simeoni ,Vacciano e Fucksia  tratta temi delicati e scottanti che riguardano l’oscura situazione esistente nel  Basso Lazio,a confine con la Campania  ed alle porte di Roma,sulla  quale gravano molte ombre  e troppi interrogativi rimasti per anni senza una risposta.Si tratta,in particolare,di scoprire  il ruolo che hanno svolto e probabilmente continuano a svolgere  elementi deviati dei Servizi  e dello Stato nelle vicende economiche,sociali e politiche di quel territorio.La risposta  a tali interrogativi  appare propedeutica  al  successo del processo di chiarimento circa l’effettiva volontà di  condurre una reale lotta alla criminalità organizzata ed all’illegalità  che  devastano quell’area.Sembra,quella che stiamo trattando,una questione circoscritta ad un’area  geografica,ma non é così in quanto  fatti analoghi  potrebbero  registrarsi,se già non si  registrano ,in tutte le altre aree sensibili e calde del Paese.I fatti di Palermo stanno a provarlo .L’Associazione Caponnetto é determinata,pertanto,ad andare fino in fondo ,costi quel che costi,per  ottenere un chiarimento definitivo e completo perché non é tollerabile  in un paese che si definisce civile e democratico  la legalità sia considerata,come giustamente  sottolineò un Presidente del TAR proprio a Latina,un optional.Non é tollerabile! Se “accordi” e “trattative” ci sono stati fra mafia e pezzi dello Stato  che assicurino una sorta di impunità  ai clan  noi – e con noi tutti gli italiani perbene – abbiamo diritto di saperlo.E,credeteci,non la finiremo di sbraitare  fino a quando non ci verrà detto  come stanno  le cose.Noi abbiamo un senso rigoroso dello Stato di diritto e  non siamo disposti  a tollerare che questo venga messo  sotto i piedi.A costo di morire.Se lo mettano bene in mente tutti !  Lo facciamo  per rispetto dei valori in cui crediamo e nell’interesse delle giovani generazioni  e dei nostri stessi figli e nipoti.

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05832 

Atto n. 4-05832

Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 629

SIMEONI , VACCIANO , FUCKSIA - Ai Ministri dell’interno e della giustizia. - 

Premesso che:

il tema di un presunto negoziato tra apparati dello Stato ed esponenti di primo piano della mafia viene periodicamente ripreso a partire dagli anni ’90, ed ampiamente illustrato nel saggio “L’altra trattativa” di Massimiliano Amato. Invero, tale trattativa sarebbe emersa anche nei verbali recentemente desecretati dalla Camera dei deputati, il 31 ottobre 2015, in merito alle rivelazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel 1997;

anche la giornalista, ed ora senatrice, Rosaria Capacchione, in un articolo apparso su “Il Mattino”, avrebbe riportato la notizia dell’avvenuto incontro in una “villa” nelle disponibilità dei servizi segreti a Gaeta (Latina), tra questi ultimi, esponenti di altre istituzioni dello Stato ed appartenenti alla criminalità organizzata. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli, all’epoca coordinata dal procuratore Cafiero De Raho, avrebbe disposto, a seguito della pubblicazione dell’articolo, l’avvio di un’indagine in merito da parte del Ros dei Carabinieri;

invero, nel suo articolo, la Capacchione, il 25 febbraio 2011, denunciava un possibile giro di affari incentrato sulla gestione e smaltimento dei rifiuti nei territori del basso Lazio, nonché di un’inquietante accordo tra Stato e Casalesi, sulla base delle dichiarazioni rese dall’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi. Questi avrebbe, inoltre, confermato ai pm Federico Cafiero De Raho, Catello Maresca ed Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con 3 agenti in forza al Sisde che, nel 2003, lo avrebbero individuato quale loro interlocutore istituzionale per informarsi, altresì, dell’eventuale infiltrazione criminale all’interno della gestione dello smaltimento dei rifiuti;

Facchi avrebbe inoltre riferito che prima di lui altri funzionari e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con diversi uomini dei servizi segreti, in una circostanza, sembrerebbe anche con Antonio Bassolino: “Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano”, come riportato da un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 5 febbraio 2011;

pertanto, stando alle dichiarazioni rese da Facchi, un agente degli apparati di sicurezza, già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4, avrebbe lavorato direttamente nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, durante la gestione Catenacci;

in tale contesto, sarebbero dunque avvenuti almeno 2 incontri tra il reggente del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, all’epoca ancora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della pax sociale, la camorra avrebbe chiesto ed ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti, nonché di affidamento di servizi;

ad avvalorare ulteriormente le tesi esposte dall’ex subcommissario, anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Schiavone, vi sarebbe un articolo apparso su “il Fatto Quotidiano” del 13 dicembre 2014, ove, sotto il titolo “Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può″, veniva riportata l’audizione del magistrato Michele Prestipino presso la Commissione di inchiesta sul fenomeno delle mafie, nella quale egli evidenzia le difficoltà riscontrate nel prosieguo di indagini rispetto al fenomeno mafioso locale, anche in virtù della presenza di taluni oscuri personaggi che sarebbero stati in possesso di intercettazioni secretate, millantando, forse, una presunta appartenenza ad organismi dei servizi segreti;

ancora, la Procura distrettuale antimafia di Roma, nella relazione del 2009, sottolineava la parcellizzazione delle indagini afferenti ai fatti criminosi che interessavano tutte le province del basso Lazio, impedendo, in tal modo, di fatto, l’acquisizione di elementi che indicassero incontrovertibilmente la presenza della criminalità organizzata sul territorio, favorendone, contestualmente, il progressivo radicamento. Ed invero, come si legge nel documento, la Procura distrettuale sottolinea come “appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fatti di criminalità comune”;

in merito alla sistematica derubricazione presso la Procura di Latina dei reati associativi di stampo mafioso, in ordine, specialmente, al mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Tripodo, i pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Diana De Martino e Francesco Curcio, si sarebbero espressi, secondo quanto risulta agli interroganti, nell’ambito dell’inchiesta da loro condotta a proposito della Procura di Latina, in termini molto duri, arrivando a sostenere che nella maggioranza dei casi le diverse autorità giudiziarie di detto distretto avrebbero proceduto alla derubricazione dei reati oggetto di indagine, da delitti connotati dallo stampo mafioso a fatti di comune criminalità;

considerato che:

a parere degli interroganti, ferma restando l’intenzione di non entrare nel merito di procedimenti in corso presso la Procura di Latina nell’ambito del “sistema Sperlonga”, desta preoccupazione, sulla base di quanto si è avuto modo di apprendere in particolare dalla stampa locale, la constatazione che plurime ipotesi di reato quali abusi edilizi, lottizzazioni abusive, illeciti della pubblica amministrazione continuino ad essere perseguiti quali reati comuni ed analizzati singolarmente, invece di essere inquadrati in un più ampio sistema criminale, ormai organico sul territorio;

l’estensione di tale sistema criminale, peraltro, starebbe drammaticamente interessando l’intera regione del basso Lazio, comprendendo anche la zona turistica a nord di Sperlonga nota come “Salto di Fondi”, tanto è vero che, nel corso degli anni, si assisterebbe sempre più frequentemente, come puntualmente riportato da numerosi articoli di stampa, avvalorati dalle ripetute dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, all’acquisto di ingenti appezzamenti di terreno da parte di cittadini campani non di rado aggravati da precedenti penali, anche di natura mafiosa, ove sorgerebbero, tra l’altro, lussuosi agriturismi, assiduamente frequentati sia da politici locali e nazionali sia da ex generali e magistrati. Tali frequentazioni ingenerano negli interroganti forti perplessità, in particolare stante la presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, nello specifico dei clan Gaglione-Moccia,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e se non intendano, nell’ambito delle rispettive competenze, intraprendere idonee iniziative, affinché siano condotte indagini approfondite al fine di verificarne la veridicità;

se non intendano disporre l’invio di commissari ministeriali, al fine di verificare la presunta esistenza, sul territorio delle province di Latina e Frosinone, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale;

se, in virtù delle dichiarazioni rese dal magistrato Prestipino, dall’ex subcommissario Facchi e dal pentito Schiavone, nonché sulla base della relazione della Procura distrettuale antimafia di Roma, il Ministro della giustizia non ritenga necessario attivare procedure ispettive o di verifica, nonché, qualora sussistessero gli estremi e nei limiti delle proprie competenze, proposte disciplinari a carico della Procura di Latina, con particolare riguardo alle presunte e indebite derubricazioni o parcellizzazioni di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia verificatesi presso gli uffici giudiziari pontini.

Un’interrogazione parlamentare shock

L’interrogazione dei Senatori Simeoni,Vacciano e Fuckusia sulla trattativa Stato-camorra che ci sarebbe state in una villa dei Servizi a Gaeta.Aspettiamo ora la risposta del Governo.

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 629 del 18/05/2016

SIMEONIVACCIANOFUCKSIA - Ai Ministri dell’interno e della giustizia - Premesso che:

il tema di un presunto negoziato tra apparati dello Stato ed esponenti di primo piano della mafia viene periodicamente ripreso a partire dagli anni ’90, ed ampiamente illustrato nel saggio “L’altra trattativa” di Massimiliano Amato. Invero, tale trattativa sarebbe emersa anche nei verbali recentemente desecretati dalla Camera dei deputati, il 31 ottobre 2015, in merito alle rivelazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel 1997;

anche la giornalista, ed ora senatrice, Rosaria Capacchione, in un articolo apparso su “Il Mattino”, avrebbe riportato la notizia dell’avvenuto incontro in una “villa” nelle disponibilità dei servizi segreti a Gaeta (Latina), tra questi ultimi, esponenti di altre istituzioni dello Stato ed appartenenti alla criminalità organizzata. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli, all’epoca coordinata dal procuratore Cafiero De Raho, avrebbe disposto, a seguito della pubblicazione dell’articolo, l’avvio di un’indagine in merito da parte del Ros dei Carabinieri;

invero, nel suo articolo, la Capacchione, il 25 febbraio 2011, denunciava un possibile giro di affari incentrato sulla gestione e smaltimento dei rifiuti nei territori del basso Lazio, nonché di un’inquietante accordo tra Stato e Casalesi, sulla base delle dichiarazioni rese dall’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi. Questi avrebbe, inoltre, confermato ai pm Federico Cafiero De Raho, Catello Maresca ed Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con 3 agenti in forza al Sisde che, nel 2003, lo avrebbero individuato quale loro interlocutore istituzionale per informarsi, altresì, dell’eventuale infiltrazione criminale all’interno della gestione dello smaltimento dei rifiuti;

Facchi avrebbe inoltre riferito che prima di lui altri funzionari e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con diversi uomini dei servizi segreti, in una circostanza, sembrerebbe anche con Antonio Bassolino: “Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano”, come riportato da un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 5 febbraio 2011;

pertanto, stando alle dichiarazioni rese da Facchi, un agente degli apparati di sicurezza, già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4, avrebbe lavorato direttamente nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, durante la gestione Catenacci;

in tale contesto, sarebbero dunque avvenuti almeno 2 incontri tra il reggente del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, all’epoca ancora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della pax sociale, la camorra avrebbe chiesto ed ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti, nonché di affidamento di servizi;

ad avvalorare ulteriormente le tesi esposte dall’ex subcommissario, anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Schiavone, vi sarebbe un articolo apparso su “il Fatto Quotidiano” del 13 dicembre 2014, ove, sotto il titolo “Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può″, veniva riportata l’audizione del magistrato Michele Prestipino presso la Commissione di inchiesta sul fenomeno delle mafie, nella quale egli evidenzia le difficoltà riscontrate nel prosieguo di indagini rispetto al fenomeno mafioso locale, anche in virtù della presenza di taluni oscuri personaggi che sarebbero stati in possesso di intercettazioni secretate, millantando, forse, una presunta appartenenza ad organismi dei servizi segreti;

ancora, la Procura distrettuale antimafia di Roma, nella relazione del 2009, sottolineava la parcellizzazione delle indagini afferenti ai fatti criminosi che interessavano tutte le province del basso Lazio, impedendo, in tal modo, di fatto, l’acquisizione di elementi che indicassero incontrovertibilmente la presenza della criminalità organizzata sul territorio, favorendone, contestualmente, il progressivo radicamento. Ed invero, come si legge nel documento, la Procura distrettuale sottolinea come “appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fatti di criminalità comune”;

in merito alla sistematica derubricazione presso la Procura di Latina dei reati associativi di stampo mafioso, in ordine, specialmente, al mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Tripodo, i pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Diana De Martino e Francesco Curcio, si sarebbero espressi, secondo quanto risulta agli interroganti, nell’ambito dell’inchiesta da loro condotta a proposito della Procura di Latina, in termini molto duri, arrivando a sostenere che nella maggioranza dei casi le diverse autorità giudiziarie di detto distretto avrebbero proceduto alla derubricazione dei reati oggetto di indagine, da delitti connotati dallo stampo mafioso a fatti di comune criminalità;

considerato che:

a parere degli interroganti, ferma restando l’intenzione di non entrare nel merito di procedimenti in corso presso la Procura di Latina nell’ambito del “sistema Sperlonga”, desta preoccupazione, sulla base di quanto si è avuto modo di apprendere in particolare dalla stampa locale, la constatazione che plurime ipotesi di reato quali abusi edilizi, lottizzazioni abusive, illeciti della pubblica amministrazione continuino ad essere perseguiti quali reati comuni ed analizzati singolarmente, invece di essere inquadrati in un più ampio sistema criminale, ormai organico sul territorio;

l’estensione di tale sistema criminale, peraltro, starebbe drammaticamente interessando l’intera regione del basso Lazio, comprendendo anche la zona turistica a nord di Sperlonga nota come “Salto di Fondi”, tanto è vero che, nel corso degli anni, si assisterebbe sempre più frequentemente, come puntualmente riportato da numerosi articoli di stampa, avvalorati dalle ripetute dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, all’acquisto di ingenti appezzamenti di terreno da parte di cittadini campani non di rado aggravati da precedenti penali, anche di natura mafiosa, ove sorgerebbero, tra l’altro, lussuosi agriturismi, assiduamente frequentati sia da politici locali e nazionali sia da ex generali e magistrati. Tali frequentazioni ingenerano negli interroganti forti perplessità, in particolare stante la presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, nello specifico dei clan Gaglione-Moccia,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e se non intendano, nell’ambito delle rispettive competenze, intraprendere idonee iniziative, affinché siano condotte indagini approfondite al fine di verificarne la veridicità;

se non intendano disporre l’invio di commissari ministeriali, al fine di verificare la presunta esistenza, sul territorio delle province di Latina e Frosinone, di unalobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale;

se, in virtù delle dichiarazioni rese dal magistrato Prestipino, dall’ex subcommissario Facchi e dal pentito Schiavone, nonché sulla base della relazione della Procura distrettuale antimafia di Roma, il Ministro della giustizia non ritenga necessario attivare procedure ispettive o di verifica, nonché, qualora sussistessero gli estremi e nei limiti delle proprie competenze, proposte disciplinari a carico della Procura di Latina, con particolare riguardo alle presunte e indebite derubricazioni o parcellizzazioni di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia verificatesi presso gli uffici giudiziari pontini.

(4-05832)

.Dopo quella al Senato,l’altro ieri anche alla Camera é stata presentata un’altra interrogazione alla Camera dei Deputati.L’autore é l’On.Cristian Iannuzzi.Una situazione,quella descritta e che riguarda la provincia di Latina e più in generale tutto il Basso Lazio,da brivido che,peraltro,evidenzia tutta la carenza delle strutture istituzionali locali.Infatti,se si escludono le azioni messe in campo dalle DDA di Roma e di Napoli o altre ancora,e delle forze di polizia di altre province e talvolta anche regioni,non si registrano interventi significativi da parte di organismi locali.La stessa risposta fornita in sede di audizione da parte della Commissione Parlamentare antimafia dal Prefetto di Latina alla domanda postagli circa il numero delle interdittive antimafia emesse dalla Prefettura di Latina “ NESSUNA “ già di per sè ci ha offerto il quadro di una situazione agghiacciante.”Nessuna “ interdittiva significa che NON SONO STATE FATTE INDAGINI.Quando qualcuno sostiene che la competenza in materia di indagini in materia di reati associativi mafiosi non spetta alle Procure ordinarie ma alle DDA dimentica,forse,che queste intervengono solo se certe cose vengono loro segnalate o dalle forze dell’ordine o dalle Procure ordinarie .Sarebbe utile a questo punto sapere IL NUMERO delle informative o delle trasmissioni per competenza sono state fatte finora da Latina o Cassino alla DDA di Roma.Ora vediamo cosa fa il Ministro dell’Interno dopo le due interrogazioni al Senato ed alla Camera

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/13286

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 629 del 23/05/2016
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 23/05/2016
Destinatari
Ministero destinatario:
  • PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
  • MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
  • MINISTERO DELL’INTERNO
  • MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI delegato in data 23/05/2016
Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-13286

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Lunedì 23 maggio 2016, seduta n. 629

CRISTIAN IANNUZZI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro dell’interno, al Ministro dell’economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che:
dagli anni ‘90 si parla di negoziato fra pezzi di Stato ed esponenti di primo piano della camorra; un negoziato che è stato messo bene in luce da Massimiliano Amato nel saggio, «L’altra trattativa», pubblicato nelle «Edizioni Cento Autori»;
alla trattativa tra Stato e camorra ci si riferisce anche nei documenti relativi all’inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse la cui desecretazione è stata disposta in data 31 ottobre 2013 e, in particolare, nelle dichiarazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel lontano 1997;
la giornalista, e ora senatrice Rosaria Capacchione, rese noto su « Il Mattino» di Napoli un incontro che sarebbe avvenuto in una «villa» dei servizi segreti a Gaeta fra esponenti di questi e di altre istituzioni dello Stato con la criminalità. A seguito della pubblicazione di tale notizia, sembra che la DDA di Napoli abbia disposto, ai tempi in cui era coordinata dal Procuratore Cafiero de Rhao, un’indagine da parte dei ROS dei carabinieri;
per essere più precisi sull’argomento, il 25 febbraio 2011 Rosaria Capacchione scriveva su Il Mattino di affari che, ruotano attorno alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti nel basso Lazio, e di una inquietante trattativa Stato-Casalesi, confermata dalle dichiarazioni dell’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi, che ha raccontato ai pubblici ministeri Federico Cafiero de Raho, Catello Maresca e Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con tre agenti del Sisde che nel 2003 lo avrebbero individuato come loro interlocutore istituzionale e interrogato per informarsi dell’infiltrazione camorristica nella gestione della filiera dello smaltimento dei rifiuti;
prima di lui, altri funzionari, e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con altri uomini dei servizi segreti. In un caso, ha riferito Facchi, anche con Antonio Bassolino: «Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano»;
a suo dire, dunque, nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, in epoca Catenacci, avrebbe lavorato direttamente un agente degli apparati di sicurezza già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del Casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4;
è in questo contesto che sarebbero avvenuti gli incontri (almeno due) con il capo del clan dei Casalesi Michele Zagaria, allora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della « paxsociale» la camorra avrebbe chiesto e ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti e affidamenti di servizi;
tale sospetto è forte, anche alla luce delle affermazioni di Carmine Schiavone; il 13 dicembre 2014 il Fatto Quotidiano titolava «Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può», riportando il resoconto dell’audizione del magistrato Michele Prestipino, resa alla Commissione antimafia nella prefettura di Latina, che evidenzia, quanto, nel, circondario di Latina, siano difficoltose le indagini rispetto al fenomeno mafioso, anche per la presenza di oscuri personaggi in possesso di intercettazioni secretate che si vantano di appartenere ad organismi dei servizi segreti;
nella relazione di fine 2009 al procuratore Piero Grasso, la procura distrettuale antimafia di Roma affermava che la parcellizzazione delle indagini sui fatti criminosi che interessavano tutte le province del Basso Lazio, impedisce di cogliere i segnali della presenza della criminalità mafiosa e favorisce il suo progressivo radicamento; nel documento si può leggere inoltre che «appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fitti di criminalità comune»;
in fatto di rubricazioni di reati di stampo mafioso avvenute presso la procura di Latina a proposito del caso Fondi e del mancato scioglimento del comune per infiltrazioni del clan di ‘ndrangheta dei Tripodo, all’epoca, sono stati molto duri i pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia di Roma Diana De Martino e Francesco Curcio che nella loro inchiesta hanno scritto a proposito della procura Pontina: nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto, rubricando la massa dei reati fatti oggetto di indagine, in realtà di stampo mafioso, come fatti di criminalità comune;
secondo gli interroganti, senza entrare nel merito dell’inchiesta in corso presso la procura di Latina, denominato «sistema Sperlonga» riservata alla competenza dell’autorità giudiziaria, ma analizzando unicamente i documenti o gli articoli di stampa pubblicati sulla vicenda, si nota che le ipotesi di reato rilevate, come abusi edilizi, lottizzazione abusiva, abusi della pubblica amministrazione continuano ad essere perseguiti come reati comuni e singolarmente;
non appare immune dalla presenza di interessi malavitosi anche la zona turistica situata a nord di Sperlonga, denominato «Salto di Fondi» dove, da quanto si apprende da numerosi articoli di stampa e da dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, nel corso degli anni sono stati acquistati ingenti appezzamenti di terreni da parte di soggetti campani anche gravati da precedenti penali di natura mafiosa che hanno dato vita anche a lussuosi agriturismi, frequentati assiduamente anche da ex generali, politici nazionali e locali e da qualche magistrato anche esso locale;
frequentazioni che ingenerano negli interroganti forti perplessità dovute alla presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, in particolare dei clan Gaglione – Moccia;
sarebbe opportuno disporre approfonditi accertamenti atti a verificare se sussistano intralci, ritardi, omissioni da parte dei funzionari e degli amministratori coinvolti e al fine di verificare sul territorio delle province di Latina e Frosinone la presunta esistenza di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale –:
se siano a conoscenza dei fatti sopra riportati e se non si ritenga di disporre, per quanto di competenza, verifiche approfondite per appurarne la piena fondatezza, anche alla luce dell’asserito coinvolgimento di personale degli apparati di sicurezza;
se non si intenda valutare la sussistenza dei presupposti per promuovere iniziative ispettive presso gli uffici giudiziari pontini ai fini dell’esercizio di tutti i poteri di competenza. (4-13286)

Un’interrogazione dell’On.Ermete Realacci che ben descrive tutta la drammaticità della situazione criminale esistente in provincia di Latina.Un territorio,quello pontino,sotto il tallone delle mafie,grazie anche a complicità politiche ed istituzionali inquietanti.Nei giorni scorsi un gruppo di Senatori,da Ivana Simeoni a Vacciano,a Corradino Mineo ed altri ancora ,hanno risollevato il problema al Senato esponendo puntualmente soprattutto quali sono state finora le criticità e le falle negli impianti istituzionali.A seguito della loro interrogazione essi hanno subito delle forti critiche,anche queste sintomo di una condizione inquietante che pone molti interrogativi.

Interrogazione scritta

 

Al Ministro per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare

Al Ministro degli Interni

Al Ministro della Giustizia

 

 

Dalle inchieste della magistratura e delle forze dell’ordine, rese note dagli organi di stampa, nonché dai ripetuti allarmi lanciati dalle associazioni rappresentanti le maggiori categorie produttive, da Legambiente nella sua articolazione nazionale, regionale e della provincia di Latina, nonché da Libera, si apprende che, nella provincia di Latina crescono in modo preoccupante l’illegalità ambientale, le speculazioni, il radicamento delle mafie nel tessuto economico, sociale e politico provinciale;

 

secondo quanto si legge nella Relazione della Direzione Nazionale Antimafia del 2010, la provincia di Latina è fortemente esposta alle infiltrazioni mafiose. In particolare, i gruppi criminali hanno mirato al controllo di quelle attività commerciali e imprenditoriali, quali gli stabilimenti balneari e le attività ricettive del litorale, che generano elevati proventi; la vicinanza delle provincie di Caserta e Napoli ha favorito rilevanti investimenti immobiliari da parte delle famiglie camorriste, ed è proprio su questo territorio che spesso soggetti appartenenti a clan camorristi si nascondono durante la latitanza.

 

Con particolare riferimento alla zona di Fondi, si richiamano innanzitutto gli esiti del procedimento a carico dei fratelli TRIPODO di cui si è già detto nella precedente relazione, circa le infiltrazioni nel MOF. Ma benché si tratti di attività svolta dalla DDA di Napoli, non si può tralasciare un richiamo al procedimento relativo alla operazione sud pontino. L’indagine ha focalizzato gli interessi criminali della camorra, e di cosa nostra nel controllo dei trasporti dei prodotti ortofrutticoli in tutto il centro sud, con epicentro il MOF di Fondi (LT), nonché le alleanze e le strategie concordate per acquisire il monopolio del settore. Si sono infatti accertate pesanti infiltrazioni camorristiche nelle attività connesse al trasporto da e per il MOF di Fondi identificando una vasta organizzazione facente capo al clan dei casalesi ed in particolare a SCHIAVONE Francesco cl. 53 e DEL VECCHIO Paolo cl. 45 che si avvaleva della società di autotrasporto di PAGANO Costantino “La Paganese Trasporti”, imposta in tutti i trasporti dei prodotti ortofrutticoli. Infine va ricordato che nell’ottobre 2010 è stato disposto il sequestro anticipato dei beni riconducibili a DI MAIO Salvatore: immobili, esercizi commerciali, quote di partecipazione in società per 30 milioni di euro. Particolare attenzione ha destato il fatto che la figlia di DI MAIO sia consigliere comunale di Sabaudia.

A questa situazione si affianca la crescita esponenziale di infiltrazioni legate alle cosiddette ecomafie;

 

Secondo quanto emerge dal rapporto Ecomafia 2011 di Legambiente, la Provincia di Latina si attesta ad un grave ottavo posto nazionale con 735 infrazioni e, nel ciclo del cemento illegale si posiziona al 4° posto nazionale per infrazioni accertate, davanti a quella di Roma al 5°; l’area pontina pesa per il 36 % sul totale delle infrazioni ambientali accertate sul territorio regionale;

 

In questo contesto, ad essere particolarmente esposti, sono i comuni all’interno del Parco nazionale del Circeo, Sabaudia e San Felice Circeo in primis; parliamo di un’intera area dove si è costituito e ramificato un vero “sistema criminale” che Libera, l’associazione antimafia presieduta da Don Ciotti, non ha esitato a chiamare la “Quinta mafia” e che ha soprattutto nel ciclo del cemento la sua manifestazione più eclatante;

 

Paradigmatici, in tal senso, sono i dati delle Forze dell’Ordine nel Parco nazionale del Circeo  che rilevano che sono un milione e 200.000 i metri cubi fuori legge, 2 abusi edili per ogni ettaro, una richiesta di condono edilizio in media, considerando anche bambini ed anziani, per abitante per la città di San Felice Circeo ed una ogni 3-4 residenti per la città di Sabaudia; secondo gli investigatori, una parte è imputabile, direttamente o indirettamente, a esponenti della malavita organizzata e a quel sottobosco politico/economico che sta suscitando grande attenzione negli inquirenti;

 

Inoltre, dalla cittadina di Sperlonga, passando per Fondi, Terracina, Ponza, San Felice Circeo, Sabaudia, Latina sino a Cisterna è continuo l’allarme legalità lanciato dalla magistratura, dalle  forze dell’ordine, dalle associazioni, e dai cittadini, sulle continue speculazioni edilizie ai danni dei Parchi, dei laghi , delle coste, e dei straordinari e delicatissimi centri delle antiche cittadine pontine;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>A ciò si affiancano richieste continue di commissariamento delle aree protette, come nel caso del Parco nazionale del Circeo o di loro cancellazione, come nel caso del Parco regionale dei Monti Ausoni e del Monumento naturale del Lago di Fondi: un assalto selvaggio che scaccia le attività oneste e blocca il rilancio economico, imprenditoriale e occupazionale della zona;

 

La situazione si ravvisa inoltre preoccupante anche sul fronte delle illegalità legate al cosiddetto ciclo dei rifiuti: infatti secondo quanto emerge dal Rapporto Ecomafie 2011 di Legambiente, nel corso del 2010 nella  provincia di Latina sono state accertate 64 infrazioni relative a questi fenomeni di illegalità;

 

L’inchiesta più importante ha riguardato la gestione dei rifiuti urbani a Minturno, provincia di Latina, quando lo scorso 25 ottobre la Guardia di finanza di Formia ha eseguito 7 arresti per truffa e frode in appalto pubblico (due imprenditori di Cassino, due di Minturno e tre pubblici funzionari del Comune);

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>Tale indagine era iniziata nell’agosto del 2008 con il sequestro di due aree di circa 30.000 metri quadrati usate illegalmente per lo stoccaggio e lo smaltimento di circa 84 tonnellate di rifiuti industriali: tra cui oli e altri liquidi tossici sversati dentro una cisterna profonda cento metri e situata a breve distanza dal fiume Garigliano; infine, prova evidente della centralità della provincia di Latina nel ciclo illegale dei rifiuti del centro-sud Italia, è il sequestro di un terreno di quasi mille metri quadri di proprietà della società “Fondana Allevamenti” effettuato nel mese di maggio 2011 nella città di Pontinia dalla Polizia Provinciale e dall’Arpa. Si tratta di circa duecentosettantadue tonnellate di fanghi provenienti da un’azienda casearia di Marcianise, che senza alcun trattamento specifico, erano stati accatastati a pochi metri dal fiume Ufente. L’azienda pontina, infatti, pur avendo un permesso a trattare questo tipo di fanghi, non lo faceva secondo le dovute prescrizioni, stoccando di fatto il materiale senza alcun trattamento, ad una distanza dal corso d’acqua inadeguata costituendo grave fonte di inquinamento ambientale e pericolo per la salute dei residenti.

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>Il tristemente noto “caso Fondi” rappresenta il caso più eclatante nelle provincia pontina di subordinazione della legalità e della politica locale e nazionale alle logiche affaristiche e speculative delle mafie e del malaffare;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>In questo caso si è determinata non solo “l’espulsione” mediante promozione dell’ex Prefetto di Latina, dott. Bruno Frattasi che con la sua dettagliata relazione aveva fatto luce sull’intreccio perverso tra politica, mafia e imprenditoria, ma anche uno scontro istituzionale gravissimo che ha condotto lo stesso Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a bocciare di fatto il Ministro dell’Interno Maroni, il quale per ben due volte aveva chiesto lo scioglimento per infiltrazione mafiosa dell’amministrazione comunale fondana, poi salvata con le strategiche dimissioni dei consiglieri e loro successiva ricandidatura, rappresentando un vero e proprio schiaffo alla giustizia, alla legalità e dignità dei cittadini;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>Nell’ultima Relazione della Direzione Nazionale Antimafia datata dicembre 2010, si afferma che “la dispersione dell’attività investigativa nelle varie procure ordinarie (..), in funzione di un coordinamento utile ad evidenziare segnali di presenza di sodalizi mafiosi dietro le organizzazioni o i traffici individuati, ha di fatto reso impossibile o estremamente difficoltoso comprendere quali siano le dimensioni degli interessi delle altre mafie verso questo fenomeno criminale, interessi che non possono certamente escludersi”;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>Negli ultimi mesi, inoltre, si sono verificati odiosi atti di intimidazione di stampo mafioso ai danni degli inquirenti;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>In particolare nel mese di ottobre 2010, il Questore di Latina dottor Nicolò Marcello D’Angelo, il Capo della Squadra mobile dottor Cristiano Tatarelli e due ispettori di Formia hanno ricevuto rispettivamente per corrispondenza un plico contenente proiettili calibro nove;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>Nel mese di aprile 2011, l’Ispettore di Polizia Pasquale Natissi, organico al Nucleo di polizia giudiziaria del Commissariato di Fondi, è stato fatto oggetto di intimidazioni mafiose tramite l’esplosione, nel Comune di Lenola, di quattro colpi di pistola indirizzati all’automobile di proprietà della moglie;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>Diverse aggressioni sono state subite da amministrazioni e dirigenti dei Comuni di San Felice Circeo e Sabaudia. A San Felice Circeo l’ex dirigente del settore urbanistico è stato aggredito fisicamente con un martello, al dirigente del settore ambiente del Comune di Sabaudia è stata inviata nella propria abitazione una busta contenente un proiettile, ad alcuni ex amministratori del Comune di San Felice Circeo è stato dato fuoco alle autovetture e imbarcazioni mentre nella sola città di Sabaudia, nel corso degli ultimi 24 mesi si contano circa 18 attentati ad attività commerciali ed autovetture. In quest’ultimo caso è stata data pubblicamente responsabilità diretta per gli attentati occorsi agli ambientalisti locali, accusati di essere “ecoterroristi” perché capaci di opporsi al crescente processo di cementificazione e speculazione selvaggia che caratterizza il sud pontino esponendoli ulteriormente a minacce e ritorsioni;

 

Si ricorda ancora l’incendio, il 20 dicembre del 2008, al capannone di Giorgio Fiore, consigliere comunale dell’epoca al Comune di Fondi, sulla via Appia e nel maggio 2009 dell’azienda di imballaggi “Fidaleo”, la quale subisce un attentato incendiario che distrugge oltre ventimila cassette di legno. Si è trattato del quarto attentato in meno di trenta giorni a Fondi; il 6 maggio 2009 due attentati nello stesso giorno: l’auto di un’imprenditrice fondana viene bruciata; un incendio doloso danneggia i macchinari di un’impresa di movimento terra, l’Elispanair, punita, probabilmente, perché “colpevole” di praticare prezzi troppo concorrenziali. Nella notte tra domenica 17 e lunedì 18 maggio 2009 , un incendio doloso provoca danni per oltre centomila euro all’azienda ortofrutticola “Cobal” di Fondi. Alle 2 e 30 del 3 settembre 2009 un’autobomba esplode nella centralissima via Spinete a Fondi. Un autocarro furgonato, appartenente ad una ditta per la fornitura di caffè a bar ed a ristoranti del sud Pontino viene distrutto;

 

<!–[if !supportLists]–>-        <!–[endif]–>A Gaeta, altro centro del basso Lazio, nel 2010 sono state incendiate otto autovetture ed un furgone nel corso di pochi mesi. Anche in questa cittadina esistono dei precedenti. All’inizio dell’estate, infatti, erano stati devastati dal fuoco due chioschi di frutta, in due zone diverse del centro urbano, ma appartenenti alla stessa famiglia di piccoli imprenditori. Anche in quel caso, i vigli del fuoco avevano escluso l’accidentalità dell’evento confermandone l’origine dolosa;

 

Inoltre, molti giornalisti nell’adempimento del loro lavoro, in provincia di Latina, sono spesso fatti oggetto di persecuzioni, intimidazioni, pressioni improprie sino a generare un clima di paura che li espone a continui rischi e pericoli. È eloquente, a tale proposito, quanto di recente sostenuto dal Questore Nicolò D’Angelo, il quale ha affermato: “Se cediamo qui, se il contrasto non sarà abbastanza forte, per la mafia s’aprirà un’autostrada verso Roma”.

 

In questo contesto è fondamentale ricordare quello che accadde il 29 marzo 1995 in provincia di Latina quando venne ucciso il parroco di Borgo Montello, dove ha sede la grande discarica di rifiuti della provincia di Latina e di alcuni Comuni del sud di Roma, Don Cesare Boschin. Il parroco, ottantunenne, fu ucciso in modo barbaro, soffocato con la propria dentiera conficcata nella gola dopo essere stato aggredito selvaggiamente, legato mani e piedi e imbavagliato con il nastro adesivo, con ai suoi piedi un asciugamano sporco del suo sangue. Anomalo risulta ancora il fatto che in seguito all’aggressione violenta nei riguardi di Don Cesare Boschin non furono portati via denari pure presenti nella stanza dell’aggressione ma due agende non più ritrovate: un omicidio condotto con una modalità chiaramente mafiosa, denso di segnali inquietanti e rimasto a tutt’oggi senza movente, autori e mandanti, per il quale anche Don Ciotti, presidente di Libera, ha chiesto la riapertura delle indagini. Non certo un omicidio per rapina, considerando che il portafogli del parroco era ancora intatto vicino al suo corpo con all’interno ben 800mila lire. È con ogni probabilità infatti che la morte dell’anziano parroco sia avvenuta in seguito alle sue denunce relativamente al traffico notturno internazionale di rifiuti tossici che coinvolgevano la discarica, condotto per mezzo delle tristemente note “navi dei veleni”; si ricorda che questi sospetti furono confermati dalle dichiarazioni rese alla magistratura dal pentito Carmine Schiavone;

 

L’esposizione dei Comuni pontini al radicamento delle mafie nel tessuto economico locale e, in alcuni casi, anche politico, denunciato più volte dalle associazioni Legambiente e Libera, richiede un’azione forte che faccia diventare la provincia di Latina un caso e un’emergenza nazionale richiamando gli attori istituzionali nazionali ad un impegno assai maggiore rispetto a quello superficiale e distratto sinora profuso;

 

La pericolosità delle infiltrazioni criminali è confermata anche nella relazione al Parlamento per l’anno 2009 presentata dal Ministro Maroni sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata, dove si legge che «l’esame della realtà economica e dei risultati ottenuti dalle locali Forze di Polizia portano a ritenere “a rischio” di infiltrazione mafiosa lo smaltimento dei rifiuti e le costruzioni edili in generale – con specifico riguardo alla movimentazione terra, asfalti, bitumi e cemento. La provincia pontina, inoltre, è interessata dall’operatività di sodalizi criminali capaci di condizionare le procedure amministrative per il rilascio di concessioni ed autorizzazioni nel settore commerciale ed edilizio nonché le gare per l’assegnazione di appalti pubblici»;

 

Si chiede pertanto :

- Se non ritengano opportuno destinare maggiori risorse umane e tecnologiche alla Magistratura e alle Forze dell’Ordine, per contrastare il fenomeno del radicamento delle mafie e dei loro interessi nel tessuto economico, sociale e politico della provincia di Latina, anche con l’obiettivo della creazione di una Direzione Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Latina;

- Se non ritengano necessario attivare un controllo serrato da parte degli organi di vigilanza e controllo sia sul sistema degli appalti, delle concessioni e delle consulenze in tutti i Comuni della Provincia pontina e sulla stessa Amministrazione Provinciale, sia sull’azione imprenditoriale condotta dalle numerose cooperative agricole dell’agro pontino, in particolare quelle presenti nei Comuni di Formia, Fondi, Sperlonga, Terracina, San Felice Circeo, Sabaudia e Latina e sui titolari delle medesime;

- Se non ritengano opportuno prestare particolare attenzione a quanto segnalato soprattutto nei Comuni costieri pontini in merito alla situazione urbanistico-edilizia e per quanto riguarda appalti e subappalti di opere pubbliche.

- Se non ritengano opportuno riaprire le indagini sull’omicidio di Don Cesare Boschin.

 

Roma, 2 agosto 2011

 

On. Ermete Realacci  

 

Dal sito del Senato della Repubblica leggiamo le due seguenti interrogazioni:

1)

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05832 

Atto n. 4-05832

Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 629

SIMEONI , VACCIANO , FUCKSIA - Ai Ministri dell’interno e della giustizia. - 

Premesso che:

il tema di un presunto negoziato tra apparati dello Stato ed esponenti di primo piano della mafia viene periodicamente ripreso a partire dagli anni ’90, ed ampiamente illustrato nel saggio “L’altra trattativa” di Massimiliano Amato. Invero, tale trattativa sarebbe emersa anche nei verbali recentemente desecretati dalla Camera dei deputati, il 31 ottobre 2015, in merito alle rivelazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel 1997;

anche la giornalista, ed ora senatrice, Rosaria Capacchione, in un articolo apparso su “Il Mattino”, avrebbe riportato la notizia dell’avvenuto incontro in una “villa” nelle disponibilità dei servizi segreti a Gaeta (Latina), tra questi ultimi, esponenti di altre istituzioni dello Stato ed appartenenti alla criminalità organizzata. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli, all’epoca coordinata dal procuratore Cafiero De Raho, avrebbe disposto, a seguito della pubblicazione dell’articolo, l’avvio di un’indagine in merito da parte del Ros dei Carabinieri;

invero, nel suo articolo, la Capacchione, il 25 febbraio 2011, denunciava un possibile giro di affari incentrato sulla gestione e smaltimento dei rifiuti nei territori del basso Lazio, nonché di un’inquietante accordo tra Stato e Casalesi, sulla base delle dichiarazioni rese dall’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi. Questi avrebbe, inoltre, confermato ai pm Federico Cafiero De Raho, Catello Maresca ed Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con 3 agenti in forza al Sisde che, nel 2003, lo avrebbero individuato quale loro interlocutore istituzionale per informarsi, altresì, dell’eventuale infiltrazione criminale all’interno della gestione dello smaltimento dei rifiuti;

Facchi avrebbe inoltre riferito che prima di lui altri funzionari e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con diversi uomini dei servizi segreti, in una circostanza, sembrerebbe anche con Antonio Bassolino: “Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano”, come riportato da un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 5 febbraio 2011;

pertanto, stando alle dichiarazioni rese da Facchi, un agente degli apparati di sicurezza, già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4, avrebbe lavorato direttamente nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, durante la gestione Catenacci;

in tale contesto, sarebbero dunque avvenuti almeno 2 incontri tra il reggente del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, all’epoca ancora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della pax sociale, la camorra avrebbe chiesto ed ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti, nonché di affidamento di servizi;

ad avvalorare ulteriormente le tesi esposte dall’ex subcommissario, anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Schiavone, vi sarebbe un articolo apparso su “il Fatto Quotidiano” del 13 dicembre 2014, ove, sotto il titolo “Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può″, veniva riportata l’audizione del magistrato Michele Prestipino presso la Commissione di inchiesta sul fenomeno delle mafie, nella quale egli evidenzia le difficoltà riscontrate nel prosieguo di indagini rispetto al fenomeno mafioso locale, anche in virtù della presenza di taluni oscuri personaggi che sarebbero stati in possesso di intercettazioni secretate, millantando, forse, una presunta appartenenza ad organismi dei servizi segreti;

ancora, la Procura distrettuale antimafia di Roma, nella relazione del 2009, sottolineava la parcellizzazione delle indagini afferenti ai fatti criminosi che interessavano tutte le province del basso Lazio, impedendo, in tal modo, di fatto, l’acquisizione di elementi che indicassero incontrovertibilmente la presenza della criminalità organizzata sul territorio, favorendone, contestualmente, il progressivo radicamento. Ed invero, come si legge nel documento, la Procura distrettuale sottolinea come “appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fatti di criminalità comune”;

in merito alla sistematica derubricazione presso la Procura di Latina dei reati associativi di stampo mafioso, in ordine, specialmente, al mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Tripodo, i pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Diana De Martino e Francesco Curcio, si sarebbero espressi, secondo quanto risulta agli interroganti, nell’ambito dell’inchiesta da loro condotta a proposito della Procura di Latina, in termini molto duri, arrivando a sostenere che nella maggioranza dei casi le diverse autorità giudiziarie di detto distretto avrebbero proceduto alla derubricazione dei reati oggetto di indagine, da delitti connotati dallo stampo mafioso a fatti di comune criminalità;

considerato che:

a parere degli interroganti, ferma restando l’intenzione di non entrare nel merito di procedimenti in corso presso la Procura di Latina nell’ambito del “sistema Sperlonga”, desta preoccupazione, sulla base di quanto si è avuto modo di apprendere in particolare dalla stampa locale, la constatazione che plurime ipotesi di reato quali abusi edilizi, lottizzazioni abusive, illeciti della pubblica amministrazione continuino ad essere perseguiti quali reati comuni ed analizzati singolarmente, invece di essere inquadrati in un più ampio sistema criminale, ormai organico sul territorio;

l’estensione di tale sistema criminale, peraltro, starebbe drammaticamente interessando l’intera regione del basso Lazio, comprendendo anche la zona turistica a nord di Sperlonga nota come “Salto di Fondi”, tanto è vero che, nel corso degli anni, si assisterebbe sempre più frequentemente, come puntualmente riportato da numerosi articoli di stampa, avvalorati dalle ripetute dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, all’acquisto di ingenti appezzamenti di terreno da parte di cittadini campani non di rado aggravati da precedenti penali, anche di natura mafiosa, ove sorgerebbero, tra l’altro, lussuosi agriturismi, assiduamente frequentati sia da politici locali e nazionali sia da ex generali e magistrati. Tali frequentazioni ingenerano negli interroganti forti perplessità, in particolare stante la presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, nello specifico dei clan Gaglione-Moccia,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e se non intendano, nell’ambito delle rispettive competenze, intraprendere idonee iniziative, affinché siano condotte indagini approfondite al fine di verificarne la veridicità;

se non intendano disporre l’invio di commissari ministeriali, al fine di verificare la presunta esistenza, sul territorio delle province di Latina e Frosinone, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale;

se, in virtù delle dichiarazioni rese dal magistrato Prestipino, dall’ex subcommissario Facchi e dal pentito Schiavone, nonché sulla base della relazione della Procura distrettuale antimafia di Roma, il Ministro della giustizia non ritenga necessario attivare procedure ispettive o di verifica, nonché, qualora sussistessero gli estremi e nei limiti delle proprie competenze, proposte disciplinari a carico della Procura di Latina, con particolare riguardo alle presunte e indebite derubricazioni o parcellizzazioni di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia verificatesi presso gli uffici giudiziari pontini.

2)

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05827 

Atto n. 4-05827

Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 628

SIMEONI , VACCIANO , ROMANI Maurizio , MINEO , MUSSINI , BIGNAMI , MASTRANGELI , BENCINI , DE PIETRO , MOLINARI , FUCKSIA - Al Ministro dell’interno. - 

Premesso che, secondo quanto risulta agli interroganti:

a seguito di procedura di gara, il Comune di Formia (Latina) procedeva a affidare alla società Icem Srl, quale ditta aggiudicatrice del bando, i lavori relativi al completamento delle opere riguardanti la banchina del porto, nonché altri interventi di adeguamento e messa in sicurezza della zona portuale, provvedendo altresì alla creazione di un punto di pronto soccorso; lavori prontamente eseguiti e conseguentemente liquidati come si evince dalla determinazione dirigenziale n. 26 del 5 maggio 2013;

a seguito di numerosi articoli apparsi, essenzialmente, sulla stampa locale e testate on line, si è avuto modo di apprendere che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro si era interessata alla ditta perché avrebbe impiegato in subappalto mezzi e personale di imprese ritenute vicine alle cosche della ‘ndrangheta crotonese durante i lavori di completamento ed ammodernamento del porto di Caposele, Formia;

ancora, sul quotidiano on line “Il Caffe.tv”, edizione di Anzio e Nettuno, il 19 aprile 2014 sarebbe apparso un articolo dal titolo “Antimafia, la Regione revoca l’appalto a una ditta al lavoro al porto di Anzio”, ove veniva riportata la notizia secondo la quale «a seguito della comunicazione da parte della Prefettura di Roma agli uffici regionali della interdittiva antimafia nei confronti della società Icem Srl, con sede a Minturno in provincia di Latina, aggiudicataria di un appalto per l’affidamento dei lavori per l’antico Porto Neroniano di Anzio, la Direzione regionale Ambiente ha provveduto immediatamente alla predisposizione degli atti necessari alla rescissione del contratto e alla liquidazione dei costi per le opere già eseguite, così come previsto dalla legge in materia»;

orbene, quanto finora esposto non costituirebbe un caso isolato di affidamento da parte dell’amministrazione locale di appalti a ditte considerate contigue, se non appartenenti, ad ambienti della criminalità organizzata. Ed invero, anche un’altra ditta, la Costruzioni generali Cimorelli SpA, già affidataria di lavori dei sistemazione del lungomare di Gianola-Santo Janni, sempre a Formia, per un valore complessivo di 1.167.371,91 euro, sarebbe stata oggetto di indagini da parte della Procura di Campobasso, nonché del Corpo forestale dello Stato. Nell’ambito dell’operazione “Eldorado”, che nel 2008 ha portato a 10 rinvii a giudizio e 5 richieste di misure cautelari, sarebbe finito anche il titolare della ditta, Antonio Cimorelli, indicato anche quale responsabile dei lavori di messa in sicurezza degli argini del fiume Biferno e della diga del Liscione in Molise, il quale sarebbe accusato, insieme ad altri, del reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al falso, nonché al danno ambientale. Su Cimorelli, inoltre, peserebbe anche l’accusa di furto aggravato per aver venduto clandestinamente, secondo la ricostruzione del Corpo forestale, ad altre ditte tonnellate di materiale inerte di risulta. Infine, la Procura di Campobasso, nel motivare la richiesta di rinvio a giudizio dell’imprenditore intimava «L’azienda dell’imprenditore isernino Cimorelli che subappaltò i lavori di rifacimento degli argini del Biferno deve sospendere l’attività e la partecipazione a gare d’appalto»;

considerato che:

la peculiare penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto imprenditoriale del Paese ha reso necessario che l’ordinamento nazionale si dotasse di idonei strumenti volti a contrastarne l’infiltrazione, fornendo, altresì, alle pubbliche amministrazioni adeguate misure perché ne impediscano il coinvolgimento viepiù durante lo svolgimento e l’assegnazione di gare d’appalto e altri affidamenti;

il decreto del Presidente della Repubblica n. 252 del 1998, “Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia”, prevedeva, precipuamente a tale scopo, che, per la stipula di contratti in misura eccedente un determinato valore, le pubbliche amministrazioni, nonché gli enti pubblici e altri soggetti indicati all’art. 1, dovessero previamente acquisire dalla Prefettura territorialmente competente le informazioni necessarie relativamente alle imprese interessate;

laddove dalle verifiche effettuate dal prefetto emergessero elementi tali da indurre a considerare le imprese interessate all’appalto suscettibili di infiltrazioni mafiose, le amministrazioni sarebbero tenute a non procedere alla stipula del contratto;

le disposizioni contenute nel regolamento, così come modificate e trasfuse nel capo II del decreto legislativo n. 159 del 2011, noto quale “codice antimafia”, identificano, invero, all’art. 84, comma 3, l’informativa antimafia anche “nell’attestazione della sussistenza o meno di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società o imprese interessate”;

l’art. 91 del codice antimafia stabilisce che il prefetto possa desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa, oltre che dai provvedimenti di condanna anche non definitivi per reati strumentali all’attività delle organizzazioni criminali, anche da “concreti elementi da cui risulti che l’attività di impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata” (comma 6);

al comma 7, rinvia ad un apposito regolamento, da adottare con decreto del Ministro dell’interno, l’individuazione delle “diverse tipologie di attività suscettibili di infiltrazione mafiosa nell’attività di impresa per le quali, in relazione allo specifico settore d’impiego e alle situazioni ambientali che determinano un maggiore rischio di infiltrazione mafiosa, è sempre obbligatoria l’acquisizione della documentazione indipendentemente del valore del contratto, subcontratto, concessione, erogazione o provvedimento di cui all’articolo 67″;

considerato inoltre che:

il Tar Campania, con sentenza n. 10732/2003, rilevante ai fini di quanto esposto, afferma che il documento interdittivo «non deve, evidentemente, fondarsi su prove certe di infiltrazione se non di appartenenza dell’impresa all’organizzazione criminale, prove che, ove sussistenti, fonderebbero procedimenti penali a carico dei soggetti coinvolti ed altri provvedimenti (…), ma è sufficiente che essa ponga a proprio fondamento elementi volti a dimostrare collegamenti tra impresa e mondo criminale»;

nelle motivazioni il Tar Campania sottolinea altresì che tali elementi non debbano caratterizzarsi quali “meri sospetti”, bensì «tali da sorreggere una valutazione che, pur frutto di un apprezzamento latamente discrezionale, risulti non illogica, tale cioè da dimostrare con ragionevolezza il “pericolo” (non la certezza) dell’infiltrazione mafiosa»,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda inviare una commissione di accesso, affinché sia appurata la correttezza di tutte le procedure amministrative adottate nel conferimento dell’appalto alla Icem Srl, nonché le motivazioni per le quali la ditta, già destinataria di interdittiva antimafia relativamente ai lavori di rifacimento del porto di Anzio (Roma), non sia stata interessata da alcun provvedimento prefettizio relativamente ai lavori di completamento e ammodernamento della darsena del porto di Formia;

se intenda, nell’ambito delle proprie attribuzioni, intraprendere qualsivoglia misura, al fine di impedire il reiterarsi di circostanze per le quali soggetti considerati contigui, se non addirittura appartenenti, ad ambienti malavitosi risultino aggiudicatarie di appalti pubblici.

C’é aria “pesante” in provincia di Latina e nel Basso Lazio e tutti i sospetti che noi dell’Associazione Caponnetto avevamo circa le cause che l’hanno determinata stanno piano piano trovando conferme anche attraverso le deposizioni che hanno fatto in queste due ultime settimane il Prefetto e il Questore di Latina in Commissione Parlamentare Antimafia,il primo dichiarando che la Prefettura di Latina NON HA FATTO alcuna interdittiva antimafia ed il secondo che é rimasto vittima di una strana interrogazione parlamentare della quale non si capisce chi ne é stato l’autore o,meglio, chi l’ha redatta,e,poi,ritirata .

Le interrogazioni,poi, che  sono state presentate ieri al Senato e che  abbiamo letto sul sito di questo ci fanno sentire ,se i fatti raccontati verranno confermati,puzza di……..servizi deviati.
Roba da far raggelare !!!!!!
Cominciamo a leggere insieme le interrogazioni di alcuni Senatori presentate ieri 18 maggio:
Dal sito del Senato della Repubblica
1)

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05832 

Atto n. 4-05832

Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 629

SIMEONI , VACCIANO , FUCKSIA - Ai Ministri dell’interno e della giustizia. - 

Premesso che:

il tema di un presunto negoziato tra apparati dello Stato ed esponenti di primo piano della mafia viene periodicamente ripreso a partire dagli anni ’90, ed ampiamente illustrato nel saggio “L’altra trattativa” di Massimiliano Amato. Invero, tale trattativa sarebbe emersa anche nei verbali recentemente desecretati dalla Camera dei deputati, il 31 ottobre 2015, in merito alle rivelazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel 1997;

anche la giornalista, ed ora senatrice, Rosaria Capacchione, in un articolo apparso su “Il Mattino”, avrebbe riportato la notizia dell’avvenuto incontro in una “villa” nelle disponibilità dei servizi segreti a Gaeta (Latina), tra questi ultimi, esponenti di altre istituzioni dello Stato ed appartenenti alla criminalità organizzata. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli, all’epoca coordinata dal procuratore Cafiero De Raho, avrebbe disposto, a seguito della pubblicazione dell’articolo, l’avvio di un’indagine in merito da parte del Ros dei Carabinieri;

invero, nel suo articolo, la Capacchione, il 25 febbraio 2011, denunciava un possibile giro di affari incentrato sulla gestione e smaltimento dei rifiuti nei territori del basso Lazio, nonché di un’inquietante accordo tra Stato e Casalesi, sulla base delle dichiarazioni rese dall’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi. Questi avrebbe, inoltre, confermato ai pm Federico Cafiero De Raho, Catello Maresca ed Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con 3 agenti in forza al Sisde che, nel 2003, lo avrebbero individuato quale loro interlocutore istituzionale per informarsi, altresì, dell’eventuale infiltrazione criminale all’interno della gestione dello smaltimento dei rifiuti;

Facchi avrebbe inoltre riferito che prima di lui altri funzionari e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con diversi uomini dei servizi segreti, in una circostanza, sembrerebbe anche con Antonio Bassolino: “Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano”, come riportato da un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 5 febbraio 2011;

pertanto, stando alle dichiarazioni rese da Facchi, un agente degli apparati di sicurezza, già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4, avrebbe lavorato direttamente nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, durante la gestione Catenacci;

in tale contesto, sarebbero dunque avvenuti almeno 2 incontri tra il reggente del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, all’epoca ancora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della pax sociale, la camorra avrebbe chiesto ed ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti, nonché di affidamento di servizi;

ad avvalorare ulteriormente le tesi esposte dall’ex subcommissario, anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Schiavone, vi sarebbe un articolo apparso su “il Fatto Quotidiano” del 13 dicembre 2014, ove, sotto il titolo “Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può″, veniva riportata l’audizione del magistrato Michele Prestipino presso la Commissione di inchiesta sul fenomeno delle mafie, nella quale egli evidenzia le difficoltà riscontrate nel prosieguo di indagini rispetto al fenomeno mafioso locale, anche in virtù della presenza di taluni oscuri personaggi che sarebbero stati in possesso di intercettazioni secretate, millantando, forse, una presunta appartenenza ad organismi dei servizi segreti;

ancora, la Procura distrettuale antimafia di Roma, nella relazione del 2009, sottolineava la parcellizzazione delle indagini afferenti ai fatti criminosi che interessavano tutte le province del basso Lazio, impedendo, in tal modo, di fatto, l’acquisizione di elementi che indicassero incontrovertibilmente la presenza della criminalità organizzata sul territorio, favorendone, contestualmente, il progressivo radicamento. Ed invero, come si legge nel documento, la Procura distrettuale sottolinea come “appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fatti di criminalità comune”;

in merito alla sistematica derubricazione presso la Procura di Latina dei reati associativi di stampo mafioso, in ordine, specialmente, al mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Tripodo, i pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Diana De Martino e Francesco Curcio, si sarebbero espressi, secondo quanto risulta agli interroganti, nell’ambito dell’inchiesta da loro condotta a proposito della Procura di Latina, in termini molto duri, arrivando a sostenere che nella maggioranza dei casi le diverse autorità giudiziarie di detto distretto avrebbero proceduto alla derubricazione dei reati oggetto di indagine, da delitti connotati dallo stampo mafioso a fatti di comune criminalità;

considerato che:

a parere degli interroganti, ferma restando l’intenzione di non entrare nel merito di procedimenti in corso presso la Procura di Latina nell’ambito del “sistema Sperlonga”, desta preoccupazione, sulla base di quanto si è avuto modo di apprendere in particolare dalla stampa locale, la constatazione che plurime ipotesi di reato quali abusi edilizi, lottizzazioni abusive, illeciti della pubblica amministrazione continuino ad essere perseguiti quali reati comuni ed analizzati singolarmente, invece di essere inquadrati in un più ampio sistema criminale, ormai organico sul territorio;

l’estensione di tale sistema criminale, peraltro, starebbe drammaticamente interessando l’intera regione del basso Lazio, comprendendo anche la zona turistica a nord di Sperlonga nota come “Salto di Fondi”, tanto è vero che, nel corso degli anni, si assisterebbe sempre più frequentemente, come puntualmente riportato da numerosi articoli di stampa, avvalorati dalle ripetute dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, all’acquisto di ingenti appezzamenti di terreno da parte di cittadini campani non di rado aggravati da precedenti penali, anche di natura mafiosa, ove sorgerebbero, tra l’altro, lussuosi agriturismi, assiduamente frequentati sia da politici locali e nazionali sia da ex generali e magistrati. Tali frequentazioni ingenerano negli interroganti forti perplessità, in particolare stante la presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, nello specifico dei clan Gaglione-Moccia,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e se non intendano, nell’ambito delle rispettive competenze, intraprendere idonee iniziative, affinché siano condotte indagini approfondite al fine di verificarne la veridicità;

se non intendano disporre l’invio di commissari ministeriali, al fine di verificare la presunta esistenza, sul territorio delle province di Latina e Frosinone, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale;

se, in virtù delle dichiarazioni rese dal magistrato Prestipino, dall’ex subcommissario Facchi e dal pentito Schiavone, nonché sulla base della relazione della Procura distrettuale antimafia di Roma, il Ministro della giustizia non ritenga necessario attivare procedure ispettive o di verifica, nonché, qualora sussistessero gli estremi e nei limiti delle proprie competenze, proposte disciplinari a carico della Procura di Latina, con particolare riguardo alle presunte e indebite derubricazioni o parcellizzazioni di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia verificatesi presso gli uffici giudiziari pontini.

2)

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05827 

Atto n. 4-05827

Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 628

SIMEONI , VACCIANO , ROMANI Maurizio , MINEO , MUSSINI , BIGNAMI , MASTRANGELI , BENCINI , DE PIETRO , MOLINARI , FUCKSIA - Al Ministro dell’interno. - 

Premesso che, secondo quanto risulta agli interroganti:

a seguito di procedura di gara, il Comune di Formia (Latina) procedeva a affidare alla società Icem Srl, quale ditta aggiudicatrice del bando, i lavori relativi al completamento delle opere riguardanti la banchina del porto, nonché altri interventi di adeguamento e messa in sicurezza della zona portuale, provvedendo altresì alla creazione di un punto di pronto soccorso; lavori prontamente eseguiti e conseguentemente liquidati come si evince dalla determinazione dirigenziale n. 26 del 5 maggio 2013;

a seguito di numerosi articoli apparsi, essenzialmente, sulla stampa locale e testate on line, si è avuto modo di apprendere che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro si era interessata alla ditta perché avrebbe impiegato in subappalto mezzi e personale di imprese ritenute vicine alle cosche della ‘ndrangheta crotonese durante i lavori di completamento ed ammodernamento del porto di Caposele, Formia;

ancora, sul quotidiano on line “Il Caffe.tv”, edizione di Anzio e Nettuno, il 19 aprile 2014 sarebbe apparso un articolo dal titolo “Antimafia, la Regione revoca l’appalto a una ditta al lavoro al porto di Anzio”, ove veniva riportata la notizia secondo la quale «a seguito della comunicazione da parte della Prefettura di Roma agli uffici regionali della interdittiva antimafia nei confronti della società Icem Srl, con sede a Minturno in provincia di Latina, aggiudicataria di un appalto per l’affidamento dei lavori per l’antico Porto Neroniano di Anzio, la Direzione regionale Ambiente ha provveduto immediatamente alla predisposizione degli atti necessari alla rescissione del contratto e alla liquidazione dei costi per le opere già eseguite, così come previsto dalla legge in materia»;

orbene, quanto finora esposto non costituirebbe un caso isolato di affidamento da parte dell’amministrazione locale di appalti a ditte considerate contigue, se non appartenenti, ad ambienti della criminalità organizzata. Ed invero, anche un’altra ditta, la Costruzioni generali Cimorelli SpA, già affidataria di lavori dei sistemazione del lungomare di Gianola-Santo Janni, sempre a Formia, per un valore complessivo di 1.167.371,91 euro, sarebbe stata oggetto di indagini da parte della Procura di Campobasso, nonché del Corpo forestale dello Stato. Nell’ambito dell’operazione “Eldorado”, che nel 2008 ha portato a 10 rinvii a giudizio e 5 richieste di misure cautelari, sarebbe finito anche il titolare della ditta, Antonio Cimorelli, indicato anche quale responsabile dei lavori di messa in sicurezza degli argini del fiume Biferno e della diga del Liscione in Molise, il quale sarebbe accusato, insieme ad altri, del reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al falso, nonché al danno ambientale. Su Cimorelli, inoltre, peserebbe anche l’accusa di furto aggravato per aver venduto clandestinamente, secondo la ricostruzione del Corpo forestale, ad altre ditte tonnellate di materiale inerte di risulta. Infine, la Procura di Campobasso, nel motivare la richiesta di rinvio a giudizio dell’imprenditore intimava «L’azienda dell’imprenditore isernino Cimorelli che subappaltò i lavori di rifacimento degli argini del Biferno deve sospendere l’attività e la partecipazione a gare d’appalto»;

considerato che:

la peculiare penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto imprenditoriale del Paese ha reso necessario che l’ordinamento nazionale si dotasse di idonei strumenti volti a contrastarne l’infiltrazione, fornendo, altresì, alle pubbliche amministrazioni adeguate misure perché ne impediscano il coinvolgimento viepiù durante lo svolgimento e l’assegnazione di gare d’appalto e altri affidamenti;

il decreto del Presidente della Repubblica n. 252 del 1998, “Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia”, prevedeva, precipuamente a tale scopo, che, per la stipula di contratti in misura eccedente un determinato valore, le pubbliche amministrazioni, nonché gli enti pubblici e altri soggetti indicati all’art. 1, dovessero previamente acquisire dalla Prefettura territorialmente competente le informazioni necessarie relativamente alle imprese interessate;

laddove dalle verifiche effettuate dal prefetto emergessero elementi tali da indurre a considerare le imprese interessate all’appalto suscettibili di infiltrazioni mafiose, le amministrazioni sarebbero tenute a non procedere alla stipula del contratto;

le disposizioni contenute nel regolamento, così come modificate e trasfuse nel capo II del decreto legislativo n. 159 del 2011, noto quale “codice antimafia”, identificano, invero, all’art. 84, comma 3, l’informativa antimafia anche “nell’attestazione della sussistenza o meno di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società o imprese interessate”;

l’art. 91 del codice antimafia stabilisce che il prefetto possa desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa, oltre che dai provvedimenti di condanna anche non definitivi per reati strumentali all’attività delle organizzazioni criminali, anche da “concreti elementi da cui risulti che l’attività di impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata” (comma 6);

al comma 7, rinvia ad un apposito regolamento, da adottare con decreto del Ministro dell’interno, l’individuazione delle “diverse tipologie di attività suscettibili di infiltrazione mafiosa nell’attività di impresa per le quali, in relazione allo specifico settore d’impiego e alle situazioni ambientali che determinano un maggiore rischio di infiltrazione mafiosa, è sempre obbligatoria l’acquisizione della documentazione indipendentemente del valore del contratto, subcontratto, concessione, erogazione o provvedimento di cui all’articolo 67″;

considerato inoltre che:

il Tar Campania, con sentenza n. 10732/2003, rilevante ai fini di quanto esposto, afferma che il documento interdittivo «non deve, evidentemente, fondarsi su prove certe di infiltrazione se non di appartenenza dell’impresa all’organizzazione criminale, prove che, ove sussistenti, fonderebbero procedimenti penali a carico dei soggetti coinvolti ed altri provvedimenti (…), ma è sufficiente che essa ponga a proprio fondamento elementi volti a dimostrare collegamenti tra impresa e mondo criminale»;

nelle motivazioni il Tar Campania sottolinea altresì che tali elementi non debbano caratterizzarsi quali “meri sospetti”, bensì «tali da sorreggere una valutazione che, pur frutto di un apprezzamento latamente discrezionale, risulti non illogica, tale cioè da dimostrare con ragionevolezza il “pericolo” (non la certezza) dell’infiltrazione mafiosa»,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda inviare una commissione di accesso, affinché sia appurata la correttezza di tutte le procedure amministrative adottate nel conferimento dell’appalto alla Icem Srl, nonché le motivazioni per le quali la ditta, già destinataria di interdittiva antimafia relativamente ai lavori di rifacimento del porto di Anzio (Roma), non sia stata interessata da alcun provvedimento prefettizio relativamente ai lavori di completamento e ammodernamento della darsena del porto di Formia;

se intenda, nell’ambito delle proprie attribuzioni, intraprendere qualsivoglia misura, al fine di impedire il reiterarsi di circostanze per le quali soggetti considerati contigui, se non addirittura appartenenti, ad ambienti malavitosi risultino aggiudicatarie di appalti pubblici.”

Fin qui le interrogazioni al Senato.Ma quello che fa agghiacciare é anche la risposta candida e secca  fornita dal Prefetto di Latina che ,a domanda di un Commissario di detta Commissione che gli chiedeva quante interdittive antimafia  la Prefettura di Latina ha emesso , ha risposto “  NESSUNA”.

Tale risposta fa,ovviamente,comprendere che IN PROVINCIA DI LATINA NON SI FA PREVENZIONE ANTIMAFIA.

Punto!

Più chiaro di così !!!!!!!!

Non fare prevenzione antimafia significa  che NON SI FANNO INDAGINI CHE RIGUARDANO LE MAFIE !!!!!!!!!!!!!

Perché ???????????????????????????

E’ esattamente quello che  stiamo gridando  da 15 anni  in qua noi dell’Associazione Caponnetto e la conferma della giustezza delle nostre affermazioni viene  da quanto é successo con il “caso Fondi”,sempre in provincia di Latina, per il quale l’unico Prefetto di Latina – Bruno Frattasi -  che voleva fare il proprio dovere é stato subito rimosso e trasferito.

Un pò come é capitato  da poco all’attuale Prefetto di Isernia trasferito immediatamente  dalla Sicilia perché ha toccato quello che non doveva essere toccato !!!!!!!………………

A questo punto c’é da domandarsi : DOVE E’ LO STATO ????????????????????

La risposta a tale domanda é semplice : LO STATO NON C’E’ PIU’,almeno in provincia di Latina e nel Basso Lazio !!!!!!!!………………………………………..

In questi giorni il Segretario Nazionale dell’Associazione Caponnetto,insieme al Prof.Alfredo Galasso ed all’Onorevole Massimiliamo Bernini del M5S,senza ancora sapere  delle due interrogazioni che sopra riportiamo,si é recato nella Capitale per esporre alcune situazioni  riguardanti sempre il Lazio a chi di dovere.

Aspettiamo ora gli eventi.

Ma con un avvertimento:non ci fermeremo qua.Questo se lo mettano ben in testa una buona volta per sempre Ministro dell’Interno;prefetto di Latina e quanti altri !!!!!!

                                                                                                                                                                          Associazione A.Caponnetto

Siamo nel 2006 e già,come risulta da questa interrogazione degli onorevoli Amici e Leoni dei ds e dalla risposta del vice ministro degli interni Minniti,la situazione in provincia di Latina e nel Basso Lazio era grave.Oggi,a dieci anni di distanza,tale situazione è diventata gravissima al punto da trovarci di fronte ad una vera e propria occupazione del territorio pontino da parte delle organizzazioni criminali.Questo per colpa di una comunità per lo più vile, omertosa e spesso connivente con le mafie e la cui condotta é improntata al principio ,come giustamente ha sottolineato Palladino in un suo servizio,del “magna e tasi”(mangia e taci) ,ma soprattutto di una politica,fatta qualche eccezione,e di parte delle istituzioni colluse ,come hanno dimostrato le inchieste “ Formia Connection” a Formia e “Damasco” a Fondi.Dopo quanto emerge attraverso la risposta dell’allora V.Ministro degli Interni Minniti,oggi responsabile politico dei Servizi alla Presidenza del Consiglio,si parla di un vero e proprio “patto” che sarebbe stato stipulato fra camorra e parti dello Stato in una “villa di Gaeta”,città del Basso Lazio e sempre in provincia di Latina,che sarebbe una base operativa dei Servizi,ai tempi dell ‘emergenza della “munnezza” in Campania.In base a tale “patto” sarebbe stata,secondo alcuni organi di stampa campani ,garantita alla camorra una sorta di profilo basso nell’azione repressiva dello Stato una certa “impunità” in virtù della quale é stato consentito che il Basso Lazio e,in particolare,la provincia di Latina, diventassero una parte della “provincia di Casale”( di Casal di Principe,cioé).Dopo quello di Palermo con Cosa Nostra,un secondo patto Stato-mafia a Gaeta ??????????????? Lo sforzo dell’Associazione Caponnetto tende a far luce sull’esistenza o meno di tale “patto” e di eventuali gruppi di regia e di sostegno di esso perché ,se si riuscisse ad avere conferma,si avrebbe la risposta ai tanti interrogativi circa l’inefficacia dell’azione svolta finora dagli organi dello Stato,circa i veri motivi che hanno portato alla rimozione di un Prefetto di Latina dello spessore di Bruno Frattasi che stava diligentemente facendo il suo dovere,alla mancanza di interdittive antimafia ecc..Appare sempre più chiaro che la vera lotta alle mafie non va fatta né a Palermo,nè a Gaeta,né a Canicatti,ma a livelli più alti.

Atto Camera 

Interrogazione a risposta scritta 4-00807
presentata da
CARLO LEONI
mercoledì 2 agosto 2006 nella seduta n.036

LEONI e AMICI. - 

Al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia.

- Per sapere – premesso che:

nella provincia di Latina, secondo quanto emerso nelle relazioni semestrali al parlamento presentate dalla Direzione investigativa antimafia e secondo la relazione di minoranza della commissione parlamentare antimafia, operano agguerrite consorterie mafiose quali il clan Bardellino, attivo nelle zone di Formia e il clan dei casalesi presente in tutta la provincia;

la relazione conclusiva di minoranza della commissione parlamentare antimafia nella precedente legislatura afferma: «A Fondi, Formia e Gaeta, si è registrata la presenza di nuclei affiliati ad organizzazioni campane e calabresi attivi nel traffico di stupefacenti, estorsioni e riciclaggio: i gruppi familiari Bardellino e Tripodo, i casalesi, i clan casertani Iovine, Schiavone e La Torre. Le loro attività illecite nel corso degli anni hanno provocato il progressivo inquinamento del tessuto sociale. Sono stati riscontrati tentativi di condizionare consultazioni elettorali nelle zone di infiltrazioni in settori della pubblica amministrazione»;

il 24 agosto 2004 un ordigno artigianale danneggiava gravemente il cancello della villetta del consigliere comunale di Forza Italia di Formia (già candidato alla carica di sindaco di Formia) nonché capo di gabinetto del presidente della provincia di Latina Armando Cusani;

il 22 novembre 2004 la Polizia di Stato eseguiva diverse ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di soggetti vicini al clan Bardellino, si trattava dell’operazione «Formia Connection»;

tra gli arrestati risultava Giovanni Luglio – secondo quanto pubblicato da Il Messaggero del 23 novembre 2004 – candidato per An al consiglio comunale di Formia;

nell’ambito della suddetta indagine venivano perquisite le abitazioni di alcuni esponenti politici tra i quali spiccavano – secondo quanto riportato dal quotidiano La Provincia del 23 novembre 2004 – l’assessore provinciale di Latina Silvio D’Arco – delegato alle attività produttive – e appartenente al Nuovo Psi e il consigliere comunale di Minturno Maurizio Faticoni;

il 25 novembre 2004 il quotidiano Latina Oggi pubblicava la notizia relativa ad un sms intercettato il 3 giugno 2004 – proveniente dal cellulare di Massimo Giovanchelli, attuale assessore provinciale all’ambiente di Latina, indirizzato a Giovanni Luglio arrestato nell’ambito dell’indagine «Formia Connection» per associazione a delinquere finalizzata all’estorsione;

il 17 gennaio 2005 il ROS dell’Arma provvedeva ad eseguire un imponente sequestro a carico del clan Bardellino nel Lazio ed in altre regioni;

secondo quanto pubblicato sul La Provincia il 23 novembre del 2004 anche la procura distrettuale antimafia della capitale avrebbe aperto un fascicolo sulle vicende connesse all’operazione «Formia Connection»;

il 5 ottobre 2005 Angelo Bardellino secondo quanto pubblicato da Il Mattino di Caserta veniva rinviato a giudizio per estorsione aggravata;

lo scioglimento del consiglio comunale di Nettuno per accertato condizionamento mafioso, con deliberazione del Consiglio dei ministri del 24 novembre 2005, ha confermato come la criminalità organizzata nel Lazio si sia già infiltrata in una amministrazione locale -:

se i Ministri competenti siano a conoscenza dei fatti suesposti;

quali misure il Governo intenda adottare per contrastare l’espandersi delle iniziative criminali di stampo mafioso nel territorio di Latina. (4-00807)

Atto Camera 

Risposta scritta pubblicata venerdì 16 marzo 2007
nell’allegato B della seduta n. 128
All’Interrogazione 4-00807 presentata da
LEONI

Risposta. - La situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica nella provincia di Latina presenta aspetti peculiari, in quanto il territorio è contraddistinto dalla compresenza, su quattro aree con marcate differenze socio-economiche, di organizzazioni criminali di differente origine:  

il Sud-Pontino, specie Formia e Gaeta, è caratterizzato da significative presenze di elementi legati ai vari gruppi della camorra campana, specie del clan dei «Casalesi» (Bardellino, La Torre, Moccia, ex Clan Alfieri);

l’area di Fondi, con uno dei mercati ortofrutticoli più grandi d’Europa, vede la presenza di famiglie legate alle cosche della ‘ndrangheta calabrese (Tripodo, Garruzzo, Bellocco, Pesce);

l’area di Latina è segnata da elementi di etnia zingara, radicati sul territorio e dediti all’usura, oltre che da elementi campani legati a clan d’oltre Garigliano;

l’area di Aprilia, che ha raggiunto in pochi anni i 60.000 abitanti, presenta elementi legati alla criminalità calabrese (famiglia Alvaro), esponenti della famiglia Olzai, pastori sardi notoriamente dediti ai sequestri di persona e delle famiglie Montenero e Tassone, legate al traffico di stupefacenti.
Quanto sopra è dovuto da un lato alla posizione geografica della provincia pontina, confinante a nord con la malavita romana e a sud con aree dove operano clan della camorra campana, dall’altro a una applicazione eccessiva delle misure di prevenzione dell’obbligo di soggiorno, non adeguatamente valutata all’epoca.
Ciò ha comportato, nel corso degli anni ’60 e ’70, l’indesiderato radicamento di famiglie malavitose di origine campana, calabrese e siciliana, che, sicuramente attratte dalla florida economia locale, ne hanno inquinato il tessuto con l’acquisizione di terreni, fabbricati, esercizi pubblici e, in genere, con l’impiego di capitali di provenienza illecita.
Recentemente, le aggiornate finalità illecite della criminalità organizzata si esprimono con forme di intervento meno visibile, ma comunque non meno pericolose, quali la pratica estorsiva, principale mezzo per condizionare le attività economiche.
Solo a partire dagli anni ’80, l’azione di contrasto delle forze dell’ordine ai pressanti tentativi di penetrazione della malavita organizzata nei diversi settori produttivi è andata sempre più affinando, attraverso l’attivazione di strumenti e modalità operative sempre più incisive ed efficaci.
In particolare, si è cercato di coinvolgere, a livello di proficuo scambio informativo, le forze produttive e gli enti pubblici territoriali. Si è giunti a poter monitorare l’acquisizione di residenze, il rilascio e/o la voltura di autorizzazioni, di concessioni edilizie, di licenze, l’acquisizione di beni ed esercizi pubblici, nonché gli appalti pubblici.
Infine, si è data attiva promozione alle misure di prevenzione patrimoniali – rivelatesi uno strumento particolarmente efficace per colpire i profitti della criminalità organizzata – quali i sequestri, con successiva confisca ed utilizzo a fini sociali, di beni immobili in Aprilia, Cisterna, San Felice Circeo, Gaeta e Formia.
Le forze di polizia, costantemente impegnate nell’azione di prevenzione e di contrasto della criminalità, hanno effettuato complesse indagini che hanno consentito numerosi arresti, anche di esponenti di spicco della malavita associata.
Tra le più importanti operazioni si ricordano:

l’operazione «Formia Connection», compiuta nel novembre del 2004, da personale della Squadra mobile di Latina e del Commissariato di Formia, con l’esecuzione di una misura cautelare in carcere a carico di 4 soggetti appartenenti al clan camorristico «Bardellino»;

l’operazione «Baldascini» portata a termine nel febbraio del 2005 dalla Squadra mobile della Questura di Latina, con l’arresto di due esponenti di assoluto rilievo dell’omonima famiglia da anni residente a Latina e legata al clan camorristico dei «Casalesi»;

l’operazione «M.O.F.», compiuta nel febbraio 2006 nell’ambito di un’indagine finalizzata al contrasto dell’infiltrazione mafiosa all’interno del Mercato ortofrutticolo di Fondi. Nel corso di tale operazione la Squadra mobile della Questura di Latina, con l’esecuzione di 8 misure cautelari in carcere, ha disarticolato un’organizzazione criminale dedita alla consumazione di gravi reati contro la persona ed il patrimonio. Il sodalizio, capeggiato dalla famiglia d’Alterio, titolare dell’omonima ditta di autotrasporti, con sede a Fondi (Latina), era riuscito ad imporre un regime di monopolio per la distribuzione di prodotti ortofrutticoli destinati al nord Italia.
Quanto alla presenza delle forze di polizia nella provincia di Latina, si rappresenta che la locale Questura e i Commissariati distaccati dispongono complessivamente – alla data del 1o settembre scorso – di 448 unità di personale dei ruoli operativi, con un lieve incremento rispetto alla previsione organica. Sono inoltre presenti 31 operatori di polizia appartenenti ai ruoli del personale che espleta attività tecnica e scientifica, nonché 51 appartenenti all’Amministrazione civile dell’interno che, per le esigenze di supporto logistico e amministrativo, contribuiscono alla funzionalità delle strutture.
Oltre che nel periodo estivo, la Questura di Latina si avvale del supporto reso dal Reparto prevenzione crimine Lazio, che, solo nei primi nove mesi del 2006, ha fornito ben 320 pattuglie, per un totale di 960 operatori.
Il Comando provinciale dell’Arma dei Carabinieri, da cui dipendono 5 compagnie e 35 stazioni, ha una forza effettiva di 716 militari, superiore di 82 unità rispetto alla previsione organica.
I servizi preventivi vengono integrati con l’impiego di 10 unità della Compagnia d’intervento operativo dell’8o battaglione Carabinieri «Lazio» che, grazie al particolare addestramento del personale e alla cospicua dotazione di mezzi e materiali, permette di fronteggiare particolari esigenze di controllo straordinario del territorio.
Il Comando provinciale della Guardia di Finanza, può contare su 345 militari, che per le esigenze di contrasto alla criminalità organizzata operano con il supporto del Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata del Nucleo di Polizia tributaria di Roma.
Come si evince dai predetti dati, il dispositivo delle forze di polizia presente nella provincia di Latina risulta, nel complesso, adeguato e tale da non richiedere ulteriori incrementi.
Al momento, pur non ravvisandosi per lo stesso motivo la necessità della istituzione di una apposita sezione operativa della Direzione investigativa antimafia, si assicura l’interrogante che permane a livelli elevati l’azione di prevenzione e di contrasto della criminalità da parte delle forze di polizia presenti sul territorio.

Il Viceministro dell’interno: Marco Minniti.

Per far ben comprendere la situazione esistente nel Basso Lazio – ed in particolare in provincia di Latina – riteniamo utile ripubblicare l’interrogazione presentata alla Camera dall’On.Andrea Colletti.A questa interrogazione del 4.7.2013,benché sollecitata per ben due volte – il 23.4.2014 ed il 14.10.2014 – il Ministro degli Interni ,delegato dal Governo a rispondere,NON ha mai fatto pervenire alcuna risposta.E poi dicono di ………………fare la lotta alla mafia !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

AT TO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/01155

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17

Seduta di annuncio: 46 del 04/07/2013

Firmatari

Primo firmatario: COLLETTI ANDREA
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 04/07/2013

 

Destinatari

Ministero destinatario:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

>MINISTERO DELL’INTERNO

>MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Ministero/i delegato/i a rispondere e data delega

Delegato a rispondere

Data delega

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

04/07/2013

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

04/07/2013

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 11/07/2013

Stato iter: 

IN CORSO

Fasi iter:

SOLLECITO IL 23/04/2014

SOLLECITO IL 14/10/2014

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-01155

presentato da

COLLETTI Andrea

testo di

Giovedì 4 luglio 2013, seduta n. 46

COLLETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
da anni si assiste in tutta la zona del Sud Pontino (Formia, Fondi, Sabaudia, Gaeta e dintorni) al dilagare di fenomeni speculativi che hanno consentito una cementificazione selvaggia e frequenti fenomeni di abusivismo agevolati dalle connessioni tra politica ed imprenditoria locale;
in questo intreccio hanno trovato e trovano terreno fertile le organizzazioni affaristico/malavitose campane e calabresi interessate ad investire ingenti capitali di provenienza illecita nel settore edile ed in quello turistico/commerciale;
in particolare, il territorio pontino è infestato da pericolosi clan criminali come i Bardellino, Esposito/Giuliano, Mallardo, Moccia, Casalesi, Bidognetti e Fabbrocino a Formia, il clan Nuvoletta di Cosa Nostra nella zona portuale di Gaeta, il clan Schiavone/Mallardo della ’Ndrangheta a Fondi, i clan Mallardo, Fabbrocino e Schiavone a Itri e il clanCava/Schiavone a Sabaudia;
si è dimostrata priva di efficacia l’opera di contrasto da parte delle forze dell’ordine locali, mal distribuite sul territorio ed impreparate a svolgere indagini patrimoniali per aggredire i capitali di origine illecita;
l’esistenza di due commissariati di polizia tra Formia e Gaeta, ad esempio, ha portato ad uno spreco di uomini e risorse che si potrebbero evitare istituendo – come proposto dall’Associazione Caponnetto – un unico distretto dotato di un’apposita squadra di polizia giudiziaria che consenta di aumentare i controlli sul territorio e contrastare il traffico di capitali illeciti;
sarebbe anche utile affiancare alla direzione distrettuale Antimafia (DDA) di Roma le procure  di Latina e Cassino dotandole della delega alle indagini ex articolo 51 comma 3-bis del Codice di procedura penale per la persecuzione dei reati di cui all’articolo 416-bis del Codice penale («Associazione di tipo mafioso»);
vi sono infatti i presupposti perché si scateni a Formia una guerra di camorra tra i clan Esposito/Giuliano o Bardellino, entrati in conflitto per motivi legati ad interessi economici concorrenti ed al massiccio traffico di stupefacenti praticato da entrambi nel Sud Pontino;
il rischio di una escalation di atti di violenza è molto elevato, come lasciano presagire le risse e gli avvertimenti di stile camorristico susseguitisi nelle ultime settimane di fronte ad alcuni bar della città, come riportato dalla stampa locale –:
se i Ministri, per quanto di propria competenza, intendono adottare con urgenza ogni misura di polizia idonea a prevenire un’eventuale guerra di camorra nella città di Formia e, più in generale, nel Sud Pontino, anche attraverso l’avvio di verifiche patrimoniali a tappeto e con l’ausilio di reparti specializzati quali i gruppi di investigazione sulla Criminalità organizzata (GICO) della Guardia di finanza;
se il Ministro dell’interno ritenga di approfondire la proposta dell’associazione Caponnetto circa la creazione di un unico distretto di polizia nel Golfo di Gaeta che unifichi le funzioni dei due commissariati attualmente esistenti per contrastare più efficacemente la criminalità organizzata;
se siano state avviate indagini in merito alle concessioni edilizie rilasciate dal comune di Itri e di quelle relative alla fascia costiera del comune di Fondi dagli anni 90 ad oggi, con riferimento di reati di riciclaggio e di intestazione fittizia di beni messi in passato sotto sequestro;
se sia nelle intenzioni del Ministro della giustizia sostenere con vigore l’estensione della delega alle procure di Latina e Cassino, ex articolo 51 comma 3-bis del codice di procedura penale, per la persecuzione dei reati di mafia. (4-01155)

L’Associazione Caponnetto da anni si sta battendo tenacemente per contrastare l’invasione ed il radicamento delle mafie in tutto il territorio del Lazio e,in particolare,di quello che ne rappresenta la parte bassa ,a confine con la Campania e che comprende le province di Latina e di Frosinone.Un territorio il cui sviluppo é ormai irreversibilmente compromesso dal predominio di orde criminali che se ne sono quasi completamente impossessate,grazie anche alle complicità politiche ( vedasi i “casi” Fondi e “Formia”) e,per certi aspetti,anche delle istituzioni territoriali che non hanno quasi mai saputo impostare un’azione efficace di contrasto.”Il “caso Fondi”,del quale si sono occupate le cronache nazionali ed anche internazionali,é stato e resta l’emblema del fallimento e della resa dello Stato dopo che questo ha alzato bandiera bianca rimuovendo e trasferendo l’unico Prefetto –il Dr.Bruno Frattasi – che aveva dimostrato la volontà e le capacità di andare a fondo per eliminare sin dalle radici il cancro mafioso che ha corroso e sta finendo di corrodere tutto il corpo dell’economia pontina.Si é parlato spesso di “pezzi deviati dello Stato” che opererebbero in provincia di Latina e qualche pentito ha fatto riferimento anche alla presenza di elementi dei Servizi Segreti presenti nella vicina Gaeta e che avrebbero operato ,ai tempi della crisi della “munnezza” in Campania.Si é parlato di una sorta di “trattativa” fra camorra e pezzi dello Stato in virtù della quale sarebbe stata concordata una specie di impunità e di disco verde per agevolare l’accaparramento ,da parte di ditte legate alla criminalità organizzata mafiosa ,di appalti pubblici e privati.Nell’articolo di “Latina Oggi” del 2 settembre 2009 dal titolo “Le sviste sulle cosce locali” vengono citate le frasi che avrebbero scritto i PM Diana De Martino e Francesco Curcio in occasione del “caso Fondi” (“Nella stragrande maggioranza dei casi si é proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto rubricando la massa dei fatti oggetto di indagine ,in realtà di stampo mafioso,in fatti di criminalità comune “),mentre il Dr.Prestipino ,Procuratore Aggiunto della DDA di Roma ha fatto ,in occasione di un’audizione della Commissione Parlamentare Antimafia svoltasi a Latina, dichiarazioni che lasciano allibiti e del cui contenuto si parla nell’articolo che riportiamo qui di seguito. Il Ministro dell’Interno e il Presidente del Consiglio dei Ministri,pur informati di tutto quanto é avvenuto ed avviene in provincia di Latina e nel Basso Lazio a mezzo delle numerose interrogazioni parlamentari che sono state presentate ,come quella che pure trascriviamo in coda,non rispondono e né adottano provvedimenti tesi a rimuovere le “difficoltà” a svolgere indagini che appaiono chiare e che lasciano sospettare l’esistenza di una lobby che riesce a condizionare i comportamenti e le decisioni dello stesso potere centrale,oltre che territoriale.Una situazione,insomma,da brivido che andrebbe tutta scandagliata ed indagata per scoprirne origini,contenuti e sviluppi e della quale speriamo che venga chiamato a rendere ragioni ,piene ragioni,il Prefetto di Latina oggi,mercoledì 4 giugno,convocato in audizione a Palazzo San Macuto da parte della Commissione Parlamentare Antimafia.Speriamo !!!!!!!!!!,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,

Michele Prestipino, procuratore aggiunto a Roma e titolare dell’inchiesta “Mafia capitale”, ha raccontato in Commissione antimafia un episodio al limite dell’incredibile che riguarda Latina.

In seguito a una banale denuncia un uomo è stato perquisito a Roma. Il soggetto indossava un giubbotto antiproiettile, sotto al quale nascondeva una chiavetta usb contenente un decreto del Gip di autorizzazione per effettuare alcune intercettazioni nell’ambito di un’inchiesta sulla mafia.

L’uomo aveva addirittura i primi brogliacci di un’attività investigativa ancora in corso, iniziata da poco e affidata alla DDA di Roma. Aveva anche un finto tesserino del Mossad e di un’azienda inglese che si occupa di intercettazioni telefoniche. Dagli approfondimenti è emerso anche di peggio: questa persona lavorava per una ditta che si occupava di moltissime intercettazioni telefoniche nella zona di Latina. Una sorta di subappalto che coinvolge evidentemente persone non integre, né affidabili.

Un caso gravissimo che, secondo Prestipino, non è assolutamente isolato, tanto che è possibile ipotizzare che molte intercettazioni vengano – dopo alcuni giorni – in qualche modo sottoposte ai diretti interessati, vanificandone l’utilità.

 TO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/01155

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17

Seduta di annuncio: 46 del 04/07/2013

Firmatari

Primo firmatario: COLLETTI ANDREA
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 04/07/2013

 

Destinatari

Ministero destinatario:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

>MINISTERO DELL’INTERNO

>MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Ministero/i delegato/i a rispondere e data delega

Delegato a rispondere

Data delega

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

04/07/2013

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

04/07/2013

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 11/07/2013

Stato iter: 

IN CORSO

Fasi iter:

SOLLECITO IL 23/04/2014

SOLLECITO IL 14/10/2014

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-01155

presentato da

COLLETTI Andrea

testo di

Giovedì 4 luglio 2013, seduta n. 46

COLLETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
da anni si assiste in tutta la zona del Sud Pontino (Formia, Fondi, Sabaudia, Gaeta e dintorni) al dilagare di fenomeni speculativi che hanno consentito una cementificazione selvaggia e frequenti fenomeni di abusivismo agevolati dalle connessioni tra politica ed imprenditoria locale;
in questo intreccio hanno trovato e trovano terreno fertile le organizzazioni affaristico/malavitose campane e calabresi interessate ad investire ingenti capitali di provenienza illecita nel settore edile ed in quello turistico/commerciale;
in particolare, il territorio pontino è infestato da pericolosi clan criminali come i Bardellino, Esposito/Giuliano, Mallardo, Moccia, Casalesi, Bidognetti e Fabbrocino a Formia, il clan Nuvoletta di Cosa Nostra nella zona portuale di Gaeta, il clan Schiavone/Mallardo della ’Ndrangheta a Fondi, i clan Mallardo, Fabbrocino e Schiavone a Itri e il clanCava/Schiavone a Sabaudia;
si è dimostrata priva di efficacia l’opera di contrasto da parte delle forze dell’ordine locali, mal distribuite sul territorio ed impreparate a svolgere indagini patrimoniali per aggredire i capitali di origine illecita;
l’esistenza di due commissariati di polizia tra Formia e Gaeta, ad esempio, ha portato ad uno spreco di uomini e risorse che si potrebbero evitare istituendo – come proposto dall’Associazione Caponnetto – un unico distretto dotato di un’apposita squadra di polizia giudiziaria che consenta di aumentare i controlli sul territorio e contrastare il traffico di capitali illeciti;
sarebbe anche utile affiancare alla direzione distrettuale Antimafia (DDA) di Roma le procure  di Latina e Cassino dotandole della delega alle indagini ex articolo 51 comma 3-bis del Codice di procedura penale per la persecuzione dei reati di cui all’articolo 416-bis del Codice penale («Associazione di tipo mafioso»);
vi sono infatti i presupposti perché si scateni a Formia una guerra di camorra tra i clan Esposito/Giuliano o Bardellino, entrati in conflitto per motivi legati ad interessi economici concorrenti ed al massiccio traffico di stupefacenti praticato da entrambi nel Sud Pontino;
il rischio di una escalation di atti di violenza è molto elevato, come lasciano presagire le risse e gli avvertimenti di stile camorristico susseguitisi nelle ultime settimane di fronte ad alcuni bar della città, come riportato dalla stampa locale –:
se i Ministri, per quanto di propria competenza, intendono adottare con urgenza ogni misura di polizia idonea a prevenire un’eventuale guerra di camorra nella città di Formia e, più in generale, nel Sud Pontino, anche attraverso l’avvio di verifiche patrimoniali a tappeto e con l’ausilio di reparti specializzati quali i gruppi di investigazione sulla Criminalità organizzata (GICO) della Guardia di finanza;
se il Ministro dell’interno ritenga di approfondire la proposta dell’associazione Caponnetto circa la creazione di un unico distretto di polizia nel Golfo di Gaeta che unifichi le funzioni dei due commissariati attualmente esistenti per contrastare più efficacemente la criminalità organizzata;
se siano state avviate indagini in merito alle concessioni edilizie rilasciate dal comune di Itri e di quelle relative alla fascia costiera del comune di Fondi dagli anni 90 ad oggi, con riferimento di reati di riciclaggio e di intestazione fittizia di beni messi in passato sotto sequestro;
se sia nelle intenzioni del Ministro della giustizia sostenere con vigore l’estensione della delega alle procure di Latina e Cassino, ex articolo 51 comma 3-bis del codice di procedura penale, per la persecuzione dei reati di mafia. (4-01155)

Un’interrogazione alla Camera dell’On.Picierno che conferma tutte le preoccupazioni che andiamo esprimendo da anni per la situazione esistente nel Molise.Ricordiamo che,nel contesto di queste nostre preoccupazioni,anche se abbiamo parlato di pale eoliche e non di rifiuti – materia,comunque,trattata in altri nostri esposti – abbiamo prodotto un dettagliato esposto alla Guardia di Finanza di Formia,di concerto con il nostro rappresentante in Abbruzzo e Molise Romano De Luca,per chiedere di indagare sull’intenso traffico di pale eoliche che si é avuto per vario tempo sul tratto Porto di Gaeta-Molise.La Ditta impegnata in tali trasporti ha subito ad Isernia alcuni gravi attentati sui quali sta indagando da tempo la Magistratura.

Pubblicato 20 Agosto 2015 | Da admin3

PICIERNO. - Al Ministro dell’interno, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere – premesso che:
aggiudicarsi il trasporto dei rifiuti dalle fabbriche e dai siti di stoccaggio, soprattutto quelli chimici e pericolosi, per poi disperdere illegalmente parte del carico e consegnare l’altra parte al depuratore di Termoli, che percepisce così solo

una frazione del denaro pubblico erogato per la depurazione, è un metodo già utilizzato in passato dalle organizzazioni criminali per fare profitto con il settore «ecologico e ambientale», in particolare da Cipriano Chianese negli anni ’80, l’«inventore» delle ecomafie. Da quanto si evince dalle dichiarazioni di alcuni pentiti, Raffaele Piccolo e Emilio Di Caterino, e da notizie apparse su organi di stampa relative a inchieste in corso della direzione distrettuale antimafia di Napoli, attraverso il monopolio del trasporto di scorie dall’inceneritore di Acerra e del percolato delle discariche di Taverna del Re e Santa Maria la Fossa-San Tammaro, il clan dei Casalesi avrebbe incassato centinaia di milioni di euro provenienti dalle casse pubbliche;
la presenza delle organizzazioni mafiose in Molise non è un fatto nuovo: regione dalle dimensioni limitate, confinante con le province di Caserta, Benevento e Foggia, affacciata sul mare Adriatico proprio di fronte ai Balcani, anche grazie al basso livello di attenzione della politica locale e nazionale rispetto alla possibilità di infiltrazioni criminali in quest’area, è da tempo luogo di transito di traffici internazionali, tra cui quello di stupefacenti, e di approdo degli interessi mafiosi. La relazione 2009 per il distretto di Campobasso della direzione nazionale antimafia riporta considerazioni chiare sia sui traffici internazionali che sulla presenza di organizzazioni mafiose «operanti in altre regioni, interessate alle speculazioni nel settore dell’illecito smaltimento dei rifiuti nonché al controllo di appalti pubblici». Continua la relazione della direzione nazionale antimafia, «il Molise si sta rivelando non come zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari di cave e terreni e scempio dell’ambiente»;
questo vero e proprio «cimitero dei veleni», creato in oltre trent’anni di sversamenti abusivi, si estende in un quadrilatero compreso tra la statale Bifernina, la Trignina, le province di Isernia e Campobasso. A sud-ovest incontra Vairano Patenora e l’area industriale di Venafro, dove sorgono gli stabilimenti dismessi della Fonderghisa, azienda della Gepi rilevata dall’imprenditore Giuseppe Ragosta, arrestato per truffa collegata proprio a questo stabilimento; sulla fonderia grava il sospetto che vi siano state bruciate tonnellate di rifiuti di ogni genere, compresi automezzi militari impiegati nell’ex Jugoslavia e contaminati da uranio impoverito. L’area suddetta confina con la discarica di Montagano, il depuratore di Termoli e con boschi e aree disabitate ed è qui che andrebbero a finire rifiuti tossici provenienti dalle fabbriche della Lombardia e dai siti di stoccaggio del Consorzio unico Napoli-Caserta, lungo un tracciato, ad avviso dell’interrogante scarsamente battuto dalle forze dell’ordine;
il depuratore di Termoli, gestito dal Consorzio industriale Valle del Biferno (Cosib), venne costruito a metà degli anni ’70 per lo smaltimento e la depurazione di rifiuti prodotti dagli stabilimenti che hanno sede nel perimetro del consorzio industriale, più lo smaltimento del percolato da discarica di qualche piccolo comune della regione. Dopo oltre trent’anni di quest’uso limitato, nel 2009 il Cosib chiede al Governo regionale di poter allargare il proprio campo d’azione, aprendo le porte allo smaltimento di rifiuti provenienti da fuori regione, nonché aumentando il tetto massimo di rifiuti pericolosi a 10 mila metri cubi, motivando la richiesta con la necessità di aumentare gli utili del consorzio. La delibera della giunta regionale molisana, a cui fa seguito la determina dirigenziale n. 405 dell’8 ottobre 2009, autorizza l’ampliamento del raggio d’azione del depuratore di Termoli;
è così che cominciano le segnalazioni degli abitanti, di tanti cittadini preoccupati per l’ambiente in cui vivono, di un via vai preoccupante di camion autobotti con le provenienze più disparate, che giorno e notte percorrono la strada statale che collega il capoluogo molisano alla costa adriatica. Sono autobotti che perlopiù tra

sportano percolato da discarica («liquido che si origina dall’infiltrazione di acque nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi» secondo l’articolo 2 del decreto legislativo n. 36 del 2003). Il percolato altro non è che un rifiuto derivato dai rifiuti stessi, una miscela liquida che si origina per mezzo delle reazioni chimiche, fisiche e biologiche, che s’instaurano all’interno del corpo della discarica in funzione della composizione dei rifiuti e del regime idrico della discarica stessa. La sua composizione è quindi piuttosto varia, al suo interno si possono trovare sostanze inquinanti, ma anche elementi necessari per il naturale sviluppo delle piante. Per valutarne la pericolosità è necessario effettuare controlli e analisi chimiche su ogni carico in arrivo al depuratore;
la rivista Primonumero.it ha riportato molte irregolarità e anomalie riscontrate nella documentazione relativa al piano di lavoro e controllo del conferimento dei rifiuti liquidi al Consob, nonché sulla loro provenienza. Rispetto al processo di depurazione, quando i rifiuti liquidi arrivano in discarica dovrebbero essere controllati, analizzati e depositati in un silos fino al momento del trattamento. Inoltre, appena arriva il carico, è buona prassi effettuare tre diverse campionature del contenuto, una all’inizio, una a metà e una alla fine del travaso. Solo una volta accertato il grado di tossicità si deve dare inizio alla depurazione. Al depuratore di Termoli, sempre secondo l’inchiesta citata, tutto questo non avverrebbe: il campione dei liquami trasportati viene presentato in una bottiglia di plastica precedentemente riempita, che l’autista del camion consegna ai responsabili dell’impianto. Appena consegnata la bottiglia, avviene il travaso, senza aspettare l’esito delle analisi e senza alcuna conferma che il campione consegnato corrisponda all’effettivo carico. Facendo riferimento ai documenti di accompagnamento, emerge che la Indeco srl, una delle imprese che conferisce il percolato al depuratore, che tratta percolato proveniente dall’area di Fondi, si avvale ad ottobre 2010 di un certificato del 2009 (n. 824), come se in 12 mesi la Indeco avesse consegnato liquame con le stesse identiche caratteristiche chimiche;
per quanto concerne i controlli esterni all’impianto, quelli eseguiti sul materiale scaricato dall’impianto dopo la depurazione, che prende la via del mare, essi vengono eseguiti dall’Arpam non più di due o tre volte l’anno. Infine, i fanghi di risulta, che dovrebbero essere essiccati, compattati e trasportati in discariche specializzate, vengono almeno in parte dispersi nelle campagne adiacenti, di proprietà del nucleo industriale o di privati che autorizzano lo spargimento. Primonumero.it sostiene che questi fanghi non vengano nemmeno analizzati prima di finire nei campi;
nel mese di luglio 2009 sono stati osservati 17-18 scarichi quotidiani per un totale di oltre 500 metri cubi la settimana. Anche i dati di altri mesi sono risultati in linea con un intensissimo traffico diretto al depuratore di Termoli, proveniente in buona parte da Napoli e Caserta. Molte delle bolle di accompagnamento dei carichi non portano indicazioni né sulla provenienza né sulla quantità, ma solo una generica dicitura «lotto successivo al primo», o, in altri casi «carico di prova»;
i fogli di viaggio dei camion indicano le provenienze dei carichi: la discarica di Montagano (Campobasso, rifiuti solidi urbani),hinterland molisani (fanghi e liquami) e Abruzzo. Poi la discarica di Tufo Colonoco (sequestrata dalla procura di Isernia alla metà di luglio per un ampliamento su suolo sottoposto a vincolo ambientale e sversamento di percolato nel fiume Vandra, affluente del Volturno), la discarica Villaricca (percolato del Consorzio unico Napoli-Caserta), il Consorzio Ce-4, sotto indagine della procura di Napoli per legami con la camorra, infine Colleferro, alle porte di Roma, una delle discariche più grandi d’Europa. Infine, alcune aziende portano il proprio percolato a Termoli: la Ecologica Sud di Calvizzano (Napoli), l’Ecoambiente di Casoria (Napoli) e l’Agecos di Foggia, di Rocco Bonasissa, arrestato il 7 dicembre 2009

per reati legati all’inquinamento ambientale in alcune discariche da lui gestite, molte delle quali chiuse in via preventiva dalle autorità;
alcuni cittadini molisani hanno dichiarato alla stampa di avere assistito all’arrivo dei camion nell’area industriale di Pozzilli-Venafro, altri all’ingresso delle autobotti nella discarica di Tufo Colonoco in piena notte, altri ancora di aver notato camion, con gli inconfondibili colori giallo-rossi della ditta Caturano, disperdersi tra la Trignina e la Bifernina o entrare nell’impianto depuratore, nonostante la smentita della Cosib sulla possibilità che Caturano sia un committente;
sulla ditta Caturano di Maddaloni (Caserta) si sono rivolte le attenzioni degli investigatori campani in indagini passate sullo smaltimento illegale dei rifiuti e più di recente in un’indagine della direzione distrettuale antimafia in corso, secondo quanto appreso da fonti giornalistiche. Il nome di questa ditta è stato fatto dal pentito Raffaele Piccolo, braccio destro e cassiere del gruppo Schiavone fino al 2009, a proposito di un elenco di imprese prestanome o socie in affari del clan. Anche Emilio di Caterino, collaboratore di giustizia del clan Bidognetti, cita la ditta Caturano. Nonostante la condanna del responsabile, la società Veca Sud (acronimo per Ventrone-Caturano) si è aggiudicata l’appalto del commissariato straordinario di Governo nel 2009 per il trasporto delle ceneri del termovalorizzatore di Acerra. Nel luglio 2010, inoltre, la ditta è stata scoperta dai Nas mentre utilizzava containercontaminati dalle ceneri per il trasporto del mais proveniente da Veneto ed Emilia Romagna e destinato ai mangimifici del centro-sud;
in seguito alla pubblicazione delle inchieste citate sulla rivista Primonumero.it, poi in parte riprese dal quotidiano Il Mattino, il sindaco di Termoli, Antonio Di Brino, ha affermato di essere stato all’oscuro di questo ampliamento dell’azione del depuratore e di aver attivato tutte le procedure necessarie ad avere tutte le informazioni e i chiarimenti per tranquillizzare la popolazione. Il gruppo consiliare di minoranza ha inoltrato una richiesta di accesso agli atti del depuratore, ma il Consorzio ha risposto negativamente, motivando tale posizione con il fatto che i dati sui rifiuti possono essere messi a disposizione solo all’autorità di controllo competente;
il presidente del Cosib, Antonio Del Torto, ha comunicato che smentirà il contenuto dell’inchiesta solo davanti all’autorità giudiziaria e ha annunciato una querela nei confronti degli autori;
la questione del depuratore di Termoli non è l’unico motivo di preoccupazioni fondate e legittime dei cittadini molisani, che sono impegnati in queste settimane in altre proteste civiche a difesa dell’ambiente e contro le infiltrazioni della criminalità organizzata;
a montagano si è installato un presidio permanente promosso da 97 associazioni molisane contro l’ampliamento della discarica e la costruzione di un inceneritore. Le associazioni sostengono che la popolazione molisana, attualmente, produce non più di un decimo dei rifiuti che gli impianti della regione sono in grado di smaltire. La preoccupazione legittima è quindi che nel nome dell’ottenimento di profitto dallo smaltimento di rifiuti provenienti dall’esterno si continui un’operazione di ampliamento degli impianti con gravi rischi per la salute dei cittadini, soprattutto viste le ombre presenti su discariche e depuratore già in funzione;
anche la produzione di energia alternativa in Molise sta destando preoccupazioni per l’impatto ambientale e per la presenza di interessi criminali. La legge regionale n. 22 del 7 agosto 2009 ha aperto la possibilità di installare sul territorio impianti per la produzione di energia alternativa. In breve tempo sono state concesse autorizzazioni per l’installazione di 5000 pale eoliche su una regione con la superficie totale di 4000 chilometri quadrati. La regione dispone già di 430 torri

eoliche, che insieme alla centrale turbogas di Termoli producono energia sufficiente a soddisfare il fabbisogno del Molise e di alcuni comuni vicini. Le domande per i nuovi impianti eolici sono già state presentate per due terzi dei comuni molisani, aggiungendo 3.030 pale a quelle già presenti, per un totale di una ogni 1,4 chilometri quadrati. Dirigenti del PD del Molise assicurano che con questa operazione ci saranno profitti per le imprese coinvolte fino a 4 miliardi di euro l’anno. Attualmente, secondo i dati forniti dall’assessorato all’ambiente della regione Molise, le aziende che hanno presentato domanda per la realizzazione di impianti eolici sono 43, molte delle quali vengono dalla dalla Calabria, dalla Sicilia e dalla Sardegna, e secondo le associazioni in protesta c’è il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata;
il 7 agosto 2010 due automezzi di un’azienda che trasporta torri eoliche sono stati dati alle fiamme a Guardiaregia e nonostante sia stato scritto, che si è trattato di un «corto circuito», cresce la preoccupazione che si tratti invece di intimidazioni da parte di clan malavitosi nei confronti di «concorrenti» nel settore eolico;
il 3 novembre 2010, con la sentenza n. 07761/2010, il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della ditta Essebiesse Power srl contro il Ministero per i beni culturali inerente all’installazione di 16 torri eoliche nella valle del Tammaro a ridosso dell’area archeologica Saepinum-Altilia. Nonostante le proteste delle associazioni molisane, che hanno raccolto in pochi giorni 2500 firme contro la creazione di questo impianto, la sentenza del Consiglio di Stato dà il via libera all’azienda. Anche questa vicenda lascia dubbi e perplessità sugli interessi che si stanno muovendo in Molise attorno al settore ambientale ed energetico, con conseguenze ancora sconosciute per la salute della popolazione e le devastazioni ambientali che ne conseguiranno -:
quali iniziative i Ministri interrogati intendano intraprendere al fine di raccogliere tutte le informazioni, di svolgere tutte le attività di contrasto ad eventuali attività criminose connesse allo smaltimento dei rifiuti nel depuratore di Termoli e nell’area circostante, con particolare riferimento a possibili sversamenti abusivi nella zona tra la Bifernina e la Trignina di fare piena luce sull’eventuale presenza di imprese legate ad interessi della criminalità organizzata.
(4-09414)

Gli Onorevoli Cristian Iannuzzi del Gruppo Misto e Mirko Busto,Massimiliano Bernini e Silvia Benedetti del M5S sull’avvelenamento delle acqua nei pressi della discarica di Borgo Montello a Latina .Di tale discarica parlò molto Carmine Schiavone

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/08093

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 587 del 10/03/2016
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 10/03/2016
Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
BUSTO MIRKO MOVIMENTO 5 STELLE 10/03/2016
BERNINI MASSIMILIANO MOVIMENTO 5 STELLE 10/03/2016
BENEDETTI SILVIA MOVIMENTO 5 STELLE 10/03/2016
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
  • MINISTERO DELLA SALUTE
  • MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE delegato in data 10/03/2016
Stato iter: 

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta in commissione 5-08093

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Giovedì 10 marzo 2016, seduta n. 587

CRISTIAN IANNUZZI, BUSTO, MASSIMILIANO BERNINI e BENEDETTI. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro dello sviluppo economico . — Per sapere – premesso che:
Latina è la seconda discarica più grande del Lazio: i rifiuti nucleari confluiscono nella discarica di Borgo Sabotino, quelli urbani ed industriali invece nella raccolta di Borgo Mantello;
il 25 febbraio 2016, il comune di Latina ha pubblicato un’ordinanza comunale con la quale vieta l’utilizzo dell’acqua, proveniente da fonti e pozzi interni ed esterni al perimetro della centrale nucleare di proprietà della Sogin, situata a Borgo Sabotino, perché nelle falde acquifere sono presenti valori troppo alti di cloruro di vinile, uno dei maggiori agenti cancerogeni per l’essere umano e gli animali, utilizzato soprattutto per la fabbricazione di pvc;
in particolare, è vietato utilizzare l’acqua dei pozzi per qualsiasi uso: alimentare, igiene personale, uso agricolo nell’area compresa tra strada del Bottero fino al mare ed al confine con il canale delle acque alte, entro una distanza di 1 chilometro dal confine di proprietà della centrale;
la Sogin, Società gestione impianti nucleari, la società pubblica responsabile, in ottemperanza al decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, dello smantellamento degli impianti nucleari italiani (decommissioning) e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare, attraverso una nota ufficiale sottolinea che «il clorulo di vinile è un analita estraneo al ciclo produttivo della centrale di Latina e che i valori riscontrati oltre la soglia di legge nella falda non sono riferibili agli interventi di decommissioning che sono portati avanti nel rigoroso rispetto della normativa». «Sogin – prosegue la nota – garantisce il proprio impegno a rimuovere tempestivamente dall’area di proprietà della centrale di Latina, qualora fosse rinvenuta, la fonte di tale inquinamento e a continuare i monitoraggi ambientali e radiologici i cui risultati saranno prontamente comunicati agli Enti di Controllo (Provincia di Latina, Comune di Latina e ARPA Lazio)»;
già nell’autunno del 2013 le analisi sui campioni di acqua prelevati nella zona della centrale avevano manifestato valori di cloruro di vinile fino a venti volte superiori rispetto a quelli fissati dalla legge che sono dello 0,5 microgrammi per litro;
il 17 gennaio 2014 Sogin, appena ricevuti i certificati di laboratorio, ha attivato le procedure standard, previste dalle normative vigenti e ha subito notificato quanto riscontrato agli enti preposti: comune di Latina, asl di Latina, provincia, regione. Immediatamente dopo, in ottemperanza al decreto legislativo 2 aprile 2006, n. 152, Sogin ha proceduto a redigere il piano di caratterizzazione su quanto riscontrato e ad avviare un’ulteriore campagna di monitoraggio estesa a 20 piezometri, riscontrando solo in alcuni di questi valori anomali. La seconda campagna ha mostrato, lungo il perimetro dell’impianto a valle dello stesso, l’assenza di valori anomali. Il 16 febbraio Sogin ha quindi inviato il piano di caratterizzazione alla conferenza di servizi che ha deciso con determina n. 225 del 2014 in data 5 settembre 2014 attraverso un piano di indagine specifico di estendere l’indagine specifiche al territorio circostante, anche a monte della centrale, dato che gli inquinanti rilevati in falda non sono riconducibili direttamente al ciclo produttivo dell’impianto. I composti alifatici clorurati vengono infatti impiegati per la pulitura a secco, come solventi per l’estrazione di particolari elementi chimici, nei processi di lavorazione della plastica, della gomma, della carta, di vernici, di adesivi e sono anche un prodotto della degradazione di tali materiali;
l’OCSE, per prima, nella raccomandazione del 26 maggio 1972 n. 128, ha formulato, a livello internazionale il principio «chi inquina, paga», affermando la necessità che all’inquinatore fossero imputati «i costi della prevenzione e delle azioni contro l’inquinamento come definite dall’Autorità pubblica al fine di mantenere l’ambiente in uno stato accettabile»;
Sogin ritiene che i valori rilevati oltre la soglia di legge non siano riferibili alle proprie attività, in quanto sono stati riscontrati analiti estranei al ciclo produttivo della centrale, e ribadisce che il rigoroso processo di verifiche in corso costituisce un ulteriore elemento di garanzia a tutela dell’ambiente e della popolazione;
l’avvelenamento delle acque che servono alla popolazione per bere, per l’igiene personale, per annaffiare campi e abbeverare animali da allevamento e che finiscono poi per inquinare il mare è un fenomeno preoccupante per una zona ad alta intensità abitativa, soprattutto d’estate, dove sono lamentati da anni casi di tumore, soprattutto alla tiroide, maggiori rispetto ad altre aree;
il decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 ha affidato a Sogin il compito di localizzare, progettare, realizzare il parco tecnologico, comprensivo del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani, compresi quelli prodotti dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca, che continueranno a generare rifiuti anche in futuro. Nel deposito, un’infrastruttura ambientale di superficie, saranno definitivamente smaltiti in massima sicurezza circa 75.000 metri cubi di rifiuti a bassa e media attività e custoditi temporaneamente circa 15.000 metri cubi rifiuti ad alta attività, destinati al deposito definitivo in struttura profonda (deposito geologico). Il parco tecnologico sarà un centro di ricerca aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere attività nel campo del decommissioning, della gestione dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo sostenibile in accordo con il territorio interessato;
la discarica di Borgo Montello, nata nel 1971, è cresciuta a dismisura inquinando con il suo percolato la falda acquifera sottostante e il vicino fiume Astura quello che un tempo era un tessuto agricolo sano. Attualmente è gestita da Indeco (gestore completamente privato) e Ecoambiente, società partecipata tramite Latina Ambiente che ne detiene il 51 per cento, e a sua volta partecipata dal comune di Latina per un identico 51 per cento;
i principali imputati per l’inquinamento (ancora in corso) della falda idrica sottostante la discarica sono i primi bacini del sito non impermeabilizzati e riconducibili, oggi, principalmente alla gestione partecipata del comune, Ecoambiente;
la relazione presentata dall’Arpa nel 2014 confronta i dati delle analisi sui piezometri (interni ed esterni) tra il triennio 2006-2008 e l’ultimo quadriennio 2009-2013 mostrando un lento e progressivo migrare degli inquinanti dagli «epicentri» verso zone esterne; questo farebbe sì che la sua concentrazione si abbassi negli «epicentri» andando a aumentare leggermente in zone limitrofe verso cui è avvenuta la diffusione;
nel 2014 l’operazione « Evergreen» condotta dalla procura e squadra mobile di Latina ha portato alla luce la distrazione sistematica, verso paradisi fiscali grazie a operazioni illecite, di risorse economiche destinate al fondo previsto dal decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 per la realizzazione dei lavori di bonifica da effettuarsi una volta dismessa la discarica;
nel gennaio 2016 il GIP ha disposto i sigilli al sito Indeco, perché ormai saturato, nonostante la società procedesse con gli abbancamenti di rifiuti –:
se i Ministri interrogati siano informati dei fatti esposti;
quali iniziative intendano adottare affinché, per quanto di competenza, vengano accertate le cause dei valori anomali della concentrazione di cloruro di vinile e degli altri inquinanti e, individuata la sorgente contaminante, si provveda alla bonifica dei territori interessati;
se intenda promuovere, anche per il tramite dell’Istituto superiore di sanità, indagini epidemiologiche riguardo alla popolazione umana ed animale;
se i Ministri interrogati, per quanto di competenza e considerato il coinvolgimento della Sogin, intendano assumere iniziative per chiarire le responsabilità e promuovere il riconoscimento dei danni economici e sanitari procurati all’ambiente ed agli abitanti del territorio interessato dall’avvelenamento delle acque;
considerato il grave inquinamento delle falde acquifere accertato nel territorio compreso tra i Borghi di Latina Sabotino e Montello, se i Ministri interrogati non ritengano opportuno escludere il sito dell’ex centrale nucleare di Latina dal novero dei siti candidati a divenire deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani. (5-08093

Sud pontino sotto i riflettori!

Si ricorda chi legge che ,oltre alla interrogazione dell’On. Colletti ,recentemente è stata presentata una ulteriore interrogazione sul sud pontino dall’on. cristian iannuzzi ed altri parlamentari che tratta  altre presunte gravi illegalità riferite principalmente al territorio di sperlonga  e non solo
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 560 del 02/02/2016
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 02/02/2016
Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
BERNINI MASSIMILIANO MOVIMENTO 5 STELLE 02/02/2016
BENEDETTI SILVIA MOVIMENTO 5 STELLE 02/02/2016
BASILIO TATIANA MOVIMENTO 5 STELLE 02/02/2016
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DELL’INTERNO
  • MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
  • MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
  • MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 02/02/2016
Stato iter: 

IN CORSO

Fasi iter:

ATTO MODIFICATO IL 03/02/2016

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-11909

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo presentato

Martedì 2 febbraio 2016

modificato

Mercoledì 3 febbraio 2016, seduta n. 561

CRISTIAN IANNUZZI, MASSIMILIANO BERNINI, BENEDETTI e BASILIO. — Al Ministro dell’interno, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo . — Per sapere – premesso che:
la stampa nazionale e locale, da anni, rivela come nel basso Lazio, in particolare nei comuni di Formia, Gaeta, Fondi, Itri e Sperlonga si assista a fenomeni speculativi fuori norma, grazie anche a massicci investimenti immobiliari, di probabile provenienza illecita, specialmente nel settore edilizio – turistico, che hanno comportato la distruzione di bellezze naturali di inestimabile valore ambientale e naturalistico;
già nel 2010, all’apertura dell’anno giudiziario, il presidente della corte d’appello di Roma, Giorgio Santacroce, riprendendo quanto già affermato dall’ex procuratore nazionale antimafia Luigi De Ficchy, evidenziava che la mafia investe nel turismo, nelle attività alberghiere e nella ristorazione e che la provenienza dei capitali costituisce l’elemento fondamentale per il monitoraggio delle infiltrazioni della malavita organizzata;
nell’articolo «Programma integrato per costruire villette. Dimenticati servizi ed edilizia sociale», apparso sul quotidiano Latina Editoriale Oggi in data 18 luglio 2015, viene mostrato come il piano integrato del 2002 avrebbe potuto rappresentare un’occasione per dotare Sperlonga di opere e servizi necessari per gli abitanti e riportato quanto evidenziato dal gip Mara Mattioli, nel decreto di sequestro: in generale, al piano regolatore si sono autorizzati interventi di edilizia speculativa in una percentuale volumetrica di gran lunga superiore rispetto a quella residenziale pubblica. Il programma integrato la cui approvazione è molto più semplice rispetto ad una variante urbanistica sarebbe stato usato, quindi, per eludere la procedura ordinaria di variante;
come dichiarato dall’articolo «Marcianise e dintorni» pubblicato in data 17 luglio 2015 sul quotidiano Latina Editoriale oggi, Sperlonga non è immune da fenomeni di penetrazioni malavitose. Vengono così ricordati i sequestri e le confische di beni immobili operati su ordine delle direzioni distrettuali antimafia nei confronti di appartenenti al clan del casalesi (Cipriano Chianese, re del traffico illecito di rifiuti in Campania) e manifestate preoccupazioni circa il massiccio investimento di capitali nel Piano Integrato oggetto di sequestro, da parte di numerosi soggetti e società di provenienza campana, anche in riferimento all’emergere dalle utenze, di cognomi famosi negli annali della criminalità organizzata casertana e campana;
il comune di Sperlonga è stato gestito per oltre 25 anni, direttamente ed indirettamente da Armando Cusani, prima vice-sindaco e poi sindaco di Sperlonga dall’anno 1996 all’anno 2006, consigliere comunale e capogruppo di maggioranza dai 2006 al 2014, presidente della provincia di Latina dal 2007 al 2013, anno in cui è stato sospeso in conseguenza del decreto prefettizio per applicazione della «legge Severino»;
Cusani, sembra si sia avvantaggiato dei rapporti interpersonali intercorrenti con funzionari e sindaci succedutesi e, del sostanziale vincolo di subordinazione e asservimento degli stessi al medesimo, tale da garantirsi il controllo delle attività comunali e del territorio attraverso la nomina di suoi sodali nei punti chiave dell’amministrazione comunale (sindaco, vice-sindaco, assessori e consiglieri). La stampa, riferendosi a tali fatti, ha coniato la denominazione di «sistema Cusani»;
secondo l’articolo «Sperlonga, 50 sequestri di cantieri», apparso sul Quotidiano di Latina del 15 luglio 2015, dopo anni di denunzie rimaste inascoltate, solo nel luglio 2015, grazie anche ad uno specifico esposto presentato da appartenenti all’Associazione Caponnetto, la procura della Repubblica di Latina, ha sequestrato una vasta area di circa 150.000 metri quadrati e indiziato di reato l’allora sindaco Armando Cusani il responsabile dell’ufficio tecnico comunale Antonio Faiola e il progettista storico del comune, architetto Conte dello studio Tecnè di Fondi. A giudizio della procura di Latina si sarebbe proceduto alla creazione abusiva di una vasta area lottizzata, approvata in modo illegittimo dal consiglio comunale, ed alla trasformazione di un’area destinata a parcheggio in area edificabile. Di tutto ciò, ne avrebbero goduto illegittimamente il Cusani e l’attuale sindaco pro-tempore, che ivi, hanno realizzato un palazzo e un albergo, il «Ganimede»;
per meglio inquadrare il clima di illegalità diffusa esistente nell’amministrazione del comune di Sperlonga, gli interroganti evidenziano che l’albergo «Grotta di Tiberio» in località Angolo, di proprietà del Cusani, pur essendo stato dichiarato totalmente illegale da una sentenza della Corte di cassazione (sent. n. 6768/14 della 3a sez. penale C.C.) ed essendo parte di una lottizzazione abusiva sempre sancito da parte della stessa Cassazione, non risulta agli interroganti oggetto di alcun provvedimento di confisca amministrativa o di abbattimento da parte del comune, né la regione Lazio, ancorché diffidata in tal senso dai soggetti interessati, applica i suoi poteri sostitutivi previsti dalla legge n. 47 del 1985;
tale complesso turistico si trova a ridosso del famoso sito archeologico «Grotta di Tiberio», in prossimità di un’area protetta e gravata dal vincolo dell’attiguo parco naturale, senza che la soprintendenza sia mai intervenuta;
sembra che anche la Marina di Bazzano a Sperlonga, 80.000 metri quadrati di terreno fronte mare su una delle più belle spiagge del Lazio, di proprietà privata, sia entrata nel mirino di questo giro di interessi con l’illegittimo tentativo di espropriazione messo in atto da personaggi legati a Cusani in cui si adombrano fini di espansionismo edilizio di dubbia pubblica utilità;
secondo l’articolo del Giornale di Latina del 2 gennaio 2015 «Mazzette Sperlonga trema» risulterebbe che diversi imprenditori, davanti ai p.m. Giuseppe Miliano e Valerio De Luca e in presenza dei carabinieri avrebbero dichiarato di aver ottenuto permessi edilizi illegali dietro pagamento di mazzette o elargendo immobili a costo zero ad amministratori pubblici;
incuriosito da un atto, affisso all’albo pretorio del comune di Sperlonga (Latina), per il pagamento di diecimila euro a un legale incaricato di presentare dieci esposti-querela per diffamazione a mezzo stampa presso il tribunale di Latina, Federico Domenichelli, giornalista di Latina Editoriale Oggi, il 7 dicembre 2015 ha scoperto di essere proprio lui il destinatario di otto delle dieci denunce, mentre le altre due riguardano la giornalista Graziella di Mambro, sua collega. Le querele sono tutte del sindaco facente funzione Francescoantonio Faiola e riguardano gli articoli – inerenti all’urbanistica del borgo e alla costruzione di Sperlonga 2, la zona all’ingresso nord della città sequestrata a giugno 2015 per lottizzazione abusiva e sotto inchiesta della procura – che sono stati pubblicati tra novembre 2014 e maggio 2015, in parte su Il Quotidiano di Latina, giornale che ha cessato le pubblicazioni a gennaio 2015, e in parte su Latina Editoriale Oggi per il quale lavorano entrambi i giornalisti –:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto sopra riportato;
se il Governo intenda valutare se sussistano i presupposti per avviare le iniziative di competenza ai sensi degli articoli 141 e seguenti del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, alla luce dei gravi fatti descritti in premessa che riguardano il comune di Sperlonga;
quali iniziative, per quanto di competenza, ritengano opportuno adottare al fine di garantire la libertà di stampa e la libertà d’espressione e di tutelare chi è addetto a informare l’opinione pubblica;
se il Governo non ritenga di intervenire immediatamente, nell’ambito delle proprie competenze, adottando iniziative volte a tutelare l’area protetta, gravata dal vincolo dell’attiguo parco naturale, e a sollecitare l’intervento della Soprintendenza per effettuare i dovuti controlli;
se il Governo intenda valutare se sussistano i presupposti per segnalare i fatti di cui in premessa alla Corte dei Conti per accertare l’eventuale danno erariale e la relativa entità, causato delle condotte illecite sopra denunciate.
(4-11909)

In merito al video pubblicato da Il Fatto Quotidiano ,diffuso dall’agenzia Tze Tze e da noi riportato in questi giorni sia sul sito che sulle pagine Facebook dell’Associazione Caponnetto – video che diffonde le dichiarazioni rilasciate da un ex commissario aggiunto già in servizio presso la Questura di Latina il quale lamenta di aver subito impedimenti al suo lavoro di indagine sul versante della lotta alle mafie,abbiamo trovato nei nostri archivi il testo di un’interrogazione che alcuni senatori del M5S hanno presentato esattamente un anno fa,interrogazione alla quale,però, non ci risulta che sia stata data ancora risposta da parte del Governo.

La  pubblichiamo  qua di seguito senza aggiungere  alcun commento. Ci sia consentito,però,a prescindere da questo fatto sul quale  va fatta chiarezza  fino in fondo ad evitare che  sulle istituzioni  pontine  gravino ombre gravissime, ripetere  per l’ennesima volta che  sul funzionamento  di tutto l’impianto investigativo  pontino  va fatta  una profonda azione di monitoraggio per verificare se esso  corrisponda appieno a quelle che sono le esigenze sul versante dell’azione di contrasto alle mafie..Il fatto che  sia nel passato  recente non sia stata avviata  da parte dei presidi pontini alcuna azione significativa contro le mafie e che sia stato consentito,di conseguenza,a queste di occupare letteralmente  la provincia di Latina.aggiunto a ciò   che viene   denunciato dall’ex poliziotto della Questura di Latina e,ancor più,alla rimozione gravissima  di un Prefetto della Repubblica che é stato  mandato via dal capoluogo pontino appena ha  osato  cercare di far luce  sul “caso Fondi”,potrebbero ingenerale l’impressione  dell’esistenza in provincia di Latina di un quadro torbido che,alle porte della Capitale d’Italia,non  apparirebbe compatibile  con quello dello Stato di diritto.Qualcuno ha fatto riferimento ,impropriamente proprio nel “caso Fondi”,all’esistenza  di “pezzi deviati dello Stato” che avrebbero operato con obiettivi destabilizzanti.La tentazione ,ora,fatte le premesse  sopraesposte ,potrebbe essere quella di mutuare  quella terminologia ,ma in versione rovesciata rispetto a quella che ci  si  voleva  far immaginare.Certamente esiste un “caso Latina” che andrebbe  preso e  monitorato pezzo per pezzo.Sicuramente non esistono al momento le condizioni politiche  per fare tutto ciò con  la prospettiva di giungere ad un risultato soddisfacente .Lo diciamo,perciò,a futura memoria ,nella speranza che la situazione cambi  in meglio  nel Paese.Ma lo diciamo  anche,se non soprattutto,per evidenziare agli  autori dell’interrogazione  la complessità e la delicatezza ,se non la pericolosità,della situazione che esiste in provincia di Latina.Pericolosità  che andrebbe tutta scandagliata  e resettata ,pezzo per pezzo,fatto per fatto,comportamento per comportamento,tenendo però conto  di due  elementi fondamentali:
a) la delicatezza del problema;
b)l’inaffidabilità degli strumenti tradizionali.
Ai parlamentari interroganti,perciò,ove  essi fossero disposti ad  affrontare  i problemi  esposti fino alla loro soluzione,ci permettiamo di suggerire la costituzione di un apposito “Gruppo di lavoro “ interno e ristretto  ,una sorta di commissione d’inchiesta,che  dedichi un pò di tempo ,qualche mese,a costruire  il “quadro” pontino,da quello economico e sociale,a quello giudiziario,investigativo e quant’altro per impostare un’azione  seria ed efficace che metta a nudo  tutte le criticità esistenti in provincia di Latina.Una provincia ,non dimentichiamolo mai,che é la porta di accesso  dal sud  alla Capitale d’Italia!
Noi dell’Associazione Caponnetto siamo a disposizione  per fornire  tutti gli elementi di valutazione che dovessero venirci chiesti.
Ecco l’interrogazione di cui  stiamo parlando:

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-01402 

Atto n. 3-01402

Pubblicato il 11 novembre 2014, nella seduta n. 348

VACCIANO , SIMEONI , BULGARELLI , MOLINARI , GIROTTO , BERTOROTTA , BLUNDO , LEZZI , MANGILI , BUCCARELLA , MARTELLI , CAPPELLETTI , CASTALDI , MONTEVECCHI , MORONESE , CIOFFI , CRIMI , PETROCELLI , PUGLIA , DONNO , SANTANGELO , SCIBONA , SERRA , FUCKSIA , GAETTI , GIARRUSSO , CIAMPOLILLO , MARTON , AIROLA , FATTORI , BOTTICI , CATALFO , TAVERNA , NUGNES - Al Ministro dell’interno. - 

Premesso che:

da un articolo de “il Fatto Quotidiano” online del 10 marzo 2014, si è venuti a conoscenza della vicenda di presunto mobbing ai danni di un ex sostituto commissario della Questura di Latina. La notizia è stata nuovamente ripresa in un successivo articolo del 6 ottobre 2014 del quotidiano, questa volta con una video intervista del poliziotto oramai in congedo dal 2013, il quale ha parlato col volto oscurato perché è stato oggetto di minacce di morte, probabilmente a seguito di alcuni sequestri patrimoniali inflitti. Per le citate intimidazioni l’ex agente è parte offesa in un procedimento penale;

la sua azione investigativa avrebbe coinvolto anche un clan pontino, affiliato ai potenti cugini Casamonica di Roma, al quale sono stati sequestrati proprietà e conti correnti per un valore di circa 8 milioni di euro. In generale, l’operato dell’ex agente si è concentrato in un arco di tempo compreso tra il 2005 e il 2011, durante il quale ha portato a termine un totale di 60 operazioni conclusesi con confische e sequestri di beni mobili e immobili per circa 500 milioni, togliendo materialmente mezzi e strumenti alle attività criminali e, inoltre, il 70-80 per cento di questi provvedimenti sono stati già confermati in grado di Cassazione. La condotta eccellente del poliziotto pontino è stata premiata con encomi e avanzamenti di carriera, tuttavia dal 2011 la sua situazione è cambiata e gli sono stati imposti il fermo alle attività investigative, il cambiamento di mansione, il trasferimento di ufficio e un provvedimento disciplinare, che però venne annullato dal Tar del Lazio dopo un suo ricorso;

questi fatti sono stati delineati in un esposto presentato dall’ex agente alla Procura di Latina e al Ministro dell’interno e al capo della Polizia. Al procuratore capo di Latina nel marzo 2012 venivano consegnati gli ultimi 2 lavori che l’ex poliziotto aveva concluso, indagini depositate a gennaio dello stesso anno alla dirigente dell’ufficio a cui faceva capo l’ex sostituto commissario. Per far sì che potessero essere accettati dal Tribunale era indispensabile una firma del questore, che non arrivò in tale circostanza. Queste indagini, in seguito, furono consegnate nel giugno 2012 alla Procura della Repubblica di Latina dal questore, senza essere messe in relazione con il poliziotto che ne lamenta la paternità. A quanto risulta agli interroganti sono rimaste le uniche 2 operazioni depositate dalla Questura di Latina al Tribunale per tutto il 2012;

nella parte dell’intervista in cui il poliziotto parla dello stop ricevuto alle sue indagini nel 2011, viene fatta menzione di avvicendamenti e insediamenti, a cui viene, a giudizio degli interroganti, spontaneo associare il passaggio del testimone per la dirigenza della Questura di Latina del 3 ottobre 2011, ossia da Nicolò D’Angelo ad Alberto Intini;

considerato che:

un cambio di vertice al comando della squadra mobile della Questura di Roma, che ha casualmente comportato un cambiamento nella conduzione delle indagini, lo si ritrova, a parere degli interroganti, lungo l’orizzonte temporale degli eventi che accaddero tra Ostia e Fiumicino nel dietro le quinte di 2 importanti operazioni di polizia denominate “Black Rain” e “Anco Marzio”. Altra circostanza in cui Alberto Intini succede a Nicolò D’Angelo, nel luglio 2003. In quest’altra vicenda, vita e carriera di 6 agenti della Polaria, polizia giudiziaria della frontiera aerea dell’aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino che collaboravano per queste 2 indagini dirette dalla mobile di Roma, sono state segnate da provvedimenti sanzionatori e disciplinari, poi riconosciuti immeritati, ai quali ad oggi non si è posto rimedio;

da un articolo de “il Giornale” del 15 agosto 2007, si apprende da un’intervista ad uno dei 6 agenti della Polaria: “Nel febbraio 2003 scrivemmo un’informativa sugli insediamenti mafiosi sul litorale e i collegamenti con alcuni paesi dell’America Latina. La DDA per due volte chiese di mandare due di noi in Costarica e Brasile. Tutte e due le volte la missione abortì. A settembre ci allontanarono dall’operazione senza motivo. Si cominciò a parlare di lettere anonime inviate al ministero per screditare la nostra immagine di credibilità. Stranamente nel febbraio del 2004 ci richiamarono in servizio per chiudere, a novembre, l’operazione Anco Marzio”;

gli stessi agenti, come riferisce lo stesso quotidiano in un articolo del 7 agosto 2007 sarebbero stati “accusati da fonte anonima proveniente dallo stesso ufficio di polizia giudiziaria del Leonardo Da Vinci”;

i 6 agenti della Polaria hanno collaborato con alcune unità della squadra mobile di Roma per l’operazione denominata Black Rain che “viene inspiegabilmente ridotta a troncone dell’inchiesta Anco Marzio che punta, invece, su estorsioni e videopoker“, come riportato in una notizia del “Il Messaggero” del 24 aprile 2008. “Quando il cerchio si sta per stringere, proprio quando il magistrato delega i poliziotti alla missione in Sud America, questi vengono accusati di aver frodato l’amministrazione e messi da parte. E tutto il gruppo operativo definitivamente smantellato”, esclama Filippo Bertolami, responsabile legale dell’Anip – Italia Sicura, nello stesso articolo de “Il Giornale” dell’agosto 2007;

nelle fonti menzionate si persevera sulla linea che l’operazione Anco Marzio, un successo per la lotta a videopoker ed estorsioni, non ha portato frutti per quanto concerne l’azzeramento dell’asse di traffico di droga che va dal sud America al litorale romano. “La Procura di Civitavecchia, che ha indagato su di loro per tre anni, archivia tutto: quattro agenti vengono reintegrati alla Polaria di Fiumicino, uno in malattia, l’ultimo «riformato» e nel frattempo emigrato negli Usa, dove insegna criminologia ai colleghi americani” (“Il Giornale” del 26 aprile 2008);

i suddetti poliziotti hanno anche depositato un ricorso in autotutela al capo della Polizia, che fino ad oggi non ha avuto alcuna risposta;

considerato infine che a parere degli interroganti dalle varie vicissitudini occorse nelle questure di cui si sono esposti i fatti, è indubbio che siano previsti dei meccanismi di valutazione interni al corpo di Polizia e che questi debbano essere utilizzati nella maniera più puntuale, chiara e rapida possibile, di modo che venga scalzata qualsiasi ombra su agenti, dirigenti o addirittura questori, gli stessi che sono chiamati a rappresentare il Ministero dell’interno e a garantire la legalità sul territorio nazionale. Quanto più le persone chiamate a svolgere questo compito saranno al di fuori anche del legittimo sospetto, tanto più le stesse istituzioni godranno della fiducia dei cittadini,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo fosse a conoscenza dei fatti esposti, visto il documento inviato al Ministero nel 2012;

quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di proteggere l’incolumità dell’ex poliziotto che prestava servizio presso la Questura di Latina, date le minacce di morte che avrebbe ricevuto a causa dei provvedimenti patrimoniali inflitti a seguito delle indagini da lui condotte, quando comunque era ancora alle dipendenze della Polizia di Stato e quindi del Ministero;

quali siano i motivi che hanno comportato l’interruzione di indagini condotte con successo dagli agenti investigativi a cui sono seguiti cambiamento di mansione, trasferimento di ufficio nonché provvedimenti sanzionatori e disciplinari, che nel caso dell’ex sostituto commissario della Questura di Latina il Tar del Lazio ha provveduto ad annullare;

quali iniziative di propria competenza intenda adottare per assicurare sistemi valutativi del personale delle forze di polizia, garantendo anche rapidità di riscontro sia nel caso di negligenze che di merito.

A proposito dell’interrogazione degli onn.Iannuzzi e Bernini nella parte che riguarda anche il Molise.

Associazione Antimafia A. Caponnetto

COMUNICATO DAL MOLISE

in data odierna il deputato On. Cristian Iannuzzi ha presentato una corposa interrogazione anche per i fatti che hanno riguardato il sequestro dei beni di tale Vincenzo Zangrillo avvenuti anche in Provincia di Isernia, e precisamente a Pettoranello del Molise, ad opera della DIA di Roma. Come Associazione, facciamo un plauso alll’On. Iannuzzi, che affronta anche il problema dei Presidi di di Sicurezza anche in Molise a rischio soppressione. Ma nello stesso tempo noi come Associazione Caponnetto siamo molto critici proprio contro le Istituzioni locali, per il fatto. che a scoprire per l’ennesima volta infiltrazioni nella Provincia di Isernia siano stati Reparti di fuori Regione. Allora ci poniamo una domanda: a che cosa servono gli apparati di sicurezza locali? Non sarebbe ora di darsi una mossa se si vogliono evitare soppressioni?

f.to       Romano de Luca ,Responsabile Abruzzo e Molise A. Caponnetto

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/11249

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 528 del 24/11/2015
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 24/11/2015
Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
BERNINI MASSIMILIANO MOVIMENTO 5 STELLE 24/11/2015
Destinatari
Ministero destinatario:
  • PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
  • MINISTERO DELL’INTERNO
  • MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
  • MINISTERO PER LA SEMPLIFICAZIONE E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
  • MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRIdelegato in data 24/11/2015
Stato iter: 

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-11249

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Martedì 24 novembre 2015, seduta n. 528

CRISTIAN IANNUZZI e MASSIMILIANO BERNINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare . — Per sapere – premesso che:
la città di Latina e in genere il Sud Pontino rappresentano sempre più spesso le piazze in cui vengono sequestrati beni riconducibili ad organizzazioni criminali e mostrano chiaramente i segni della potenza delle mafie in questo territorio;
centinaia di milioni di euro sono stati confiscati in pochi anni ai clan più pericolosi di camorra, come i Mallardo, gruppo che puntava al Sud Pontino per riciclare e investire. Solo qualche giorno fa la squadra mobile del capoluogo pontino e lo Sco (servizio centrale operativo della polizia) hanno sequestrato 12 milioni di euro riconducibili al gruppo dei Di Silvio;
un mese fa la Dda (direzione distrettuale antimafia) di Reggio Calabria, in coordinamento con la direzione nazionale antimafia, ha colpito il clan Comisso Macrì di Siderno, che gestiva una rete internazionale di narcotrafficanti. Il cuore operativo, secondo i magistrati, era in un magazzino di fiori nella periferia di Latina di proprietà della famiglia calabrese Crupi. Più a sud, a Fondi, opera da decine di anni il principale mercato ortofrutticolo del centro Italia, il Mof, per due volte finito nel centro di un’inchiesta della direzione investigativa antimafia di Roma: il monopolio dei trasporti della frutta e verdura destinata al mercato europeo era, secondo l’Antimafia, in mano ad un cartello gestito dalla Camorra e da Cosa Nostra, con un ruolo importante giocato dai corleonesi. E sempre a Fondi era diretto un carico di tritolo, intercettato in Puglia dalla guardia di finanza pochi mesi fa, pronto ad essere utilizzato per un attentato ad un imprenditore del mercato della frutta;
le inchieste «Sistema Formia», «Don’t touch» e «Sistema Lollo» sono tra le maggiori inchieste giudiziarie che stanno scuotendo nelle fondamenta l’intero assetto giudiziario e politico della provincia di Latina, tra la città capoluogo e il sud dell’area pontina;
il 12 novembre 2015 gli investigatori della direzione investigativa antimafia del centro operativo di Roma, hanno sequestrato nelle province di Latina, Frosinone, Napoli, Caserta e Isernia, su disposizione del tribunale di Latina, oltre 200 camion, 2 cave di marmo, società, terreni e immobili di proprietà di Vincenzo Zangrillo, cui fanno capo società operanti nel trasporto merci su strada, smaltimento rifiuti e commercio di autovetture per un valore complessivo di oltre 20 milioni di euro;
le verifiche degli investigatori hanno evidenziato come il suo patrimonio sia cresciuto parallelamente alle attività criminali sino a raggiungere le rilevanti dimensioni attuali; ciò a fronte di redditi dichiarati al fisco nettamente inferiori alle capacità economiche dimostrate. Il provvedimento di sequestro è motivato dunque dalla pericolosità sociale e dalla conseguente origine illecita del suo patrimonio. Infatti, Zangrillo, oltre a frequentare ed avere rapporti d’affari con imprese controllate dal clan dei Casalesi, godendo anche del supporto di clan quali Bidognetti, Schiavone e Mendico, ha numerosi precedenti penali per associazione a delinquere, riciclaggio e traffico internazionale di autoveicoli. È stato anche denunciato per traffico di rifiuti illeciti ed insolvenza fraudolenta avendo accumulato nel corso degli anni, con i suoi camion, mancati pagamenti dei pedaggi autostradali;
in particolare, Zangrillo «il 7 luglio del 2011 viene segnalato dai carabinieri di Pontecorvo alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli per un traffico di rifiuti con il coinvolgimento di esponenti legati al clan Belforte di Marcianise (Caserta) per aver alterato, in concorso con i relativi impiegati, le analisi del laboratorio “Eurolab srl”, predeterminando il valore del cumulo di rifiuti, in modo da consentire il loro conferimento presso la discarica di Penitro di proprietà del Comune di Formia»: nello specifico, ufficialmente, l’imprenditore formiano non sarebbe stato attivo presso la discarica nel 2011 e potrebbe aver scaricato senza lasciare traccia, attraverso una delle tante società che compongono il suo universo imprenditoriale con la complicità di dipendenti comunali accomodanti e che in altri casi, documentati, avrebbero chiuso un occhio per altri «clienti» della discarica, come ad esempio la Dieffe & Co., anche essa ufficialmente non attiva presso il sito di Penitro nel 2011;
nel febbraio 2012, nell’ambito della verifica circa l’eventualità di condizionamenti mafiosi relativi ai lavori di appalto in occasione dell’America’s Cup di Vela a Napoli, risulta un coinvolgimento di Vincenzo Zangrillo;
nell’inchiesta Spartacus condotta dalla direzione distrettuale antimafia contro il clan dei Casalesi, gli fu contestato il reato di associazione camorristica, ma fu poi prosciolto. In seguito la sua impresa è poi finita sotto la luce dei riflettori della prefettura alla fine degli anni novanta, nell’ambito dei controlli di legalità nei cantieri della Tav.;
Pietro e Raffaele Zangrillo sono i fratelli carabinieri dell’imprenditore Vincenzo e non risultano indagati per le vicende di mafia: il primo, Pietro, oggi risulta in pensione ma ha prestato servizio soprattutto in Campania, nell’area di Carinola e poi a Mondragone dove fu trasferito, e dov’è tutt’oggi domiciliato. Il secondo invece, Raffaele, è ancora in servizio ed in organico, con compiti di polizia giudiziaria, presso la tenenza di Gaeta;
nel disegno di legge di stabilità 2016 si prevedono 491 milioni di euro in meno, rispetto al passato, per le spese del Ministero dell’interno. Mancheranno fondi per la gestione di caserme, per i reparti di prevenzione del crimine, per l’Arma dei carabinieri, e anche per la direzione investigativa antimafia. La sicurezza locale dovrà sopportare i tagli e i sacrifici maggiori;
il decreto del Presidente della Repubblica che contiene il regolamento di riorganizzazione del Ministero dell’interno prevede la riduzione di 23 prefetture, 23 questure, 23 comandi provinciali dei vigili del fuoco, che verranno accorpati con gli uffici di province limitrofe. In 23 ambiti territoriali spariscono presidi fondamentali per la sicurezza dei cittadini, mentre permangono le province, sia pure trasformate in enti di area vasta. In questo modo si rischia l’arretramento dei presidi fondamentali della sicurezza anche in zone (Lazio, Campania, Calabria, Sicilia) particolarmente delicate;
la legge n. 124 del 7 agosto 2015, avente ad oggetto «Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche» pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 13 agosto 2015, all’articolo 8 – Riorganizzazione dell’amministrazione dello Stato – comma 1, lettera e), con riferimento al processo di riorganizzazione degli uffici territoriali del Governo, specifica che la razionalizzazione della rete organizzativa delle prefetture e delle funzioni attraverso la riduzione del numero deve tenere conto di criteri quali, tra gli altri, le caratteristiche del territorio, la presenza di criminalità, le dinamiche socio-economiche e il fenomeno delle immigrazioni sui territori fronte rivieraschi –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti;
se i Ministri interrogati, per quanto di competenza, non ritengano opportuno intervenire con iniziative urgenti per arrestare i traffici criminali legati anche allo smaltimento dei rifiuti che dal Sud Pontino si irradiano su tutto il territorio nazionale e oltre;
se, alla luce di tutte le considerazioni esposte e della particolare gravità della situazione in una provincia letteralmente occupata dalle mafie entrate ormai negli interstizi più reconditi non solo dell’economia ma anche di parte della politica e delle istituzioni, come dimostrano vecchie inchieste giudiziarie come la «Formia Connection» e la «Damasco», il Governo non intenda ristrutturare e qualificare i presidi locali delle forze dell’ordine, tenuto conto del fatto che finora la loro azione contro le mafie non è apparsa adeguata tanto da vedersi costretto ad invocare quasi sempre l’intervento dei Corpi specializzati, come la direzione investigativa antimafia e altri;
se i Ministri interrogati intendano chiarire il ruolo che avranno i presidi locali, sopravvissuti alla razionalizzazione del Ministero dell’interno, nella lotta alle mafie e in assenza di questi, quali strutture saranno preposte ad assicurare i servizi fondamentali legati al rilascio dei documenti e soprattutto alla sicurezza dei cittadini;
quali iniziative urgenti di competenza intenda adottare il Governo per contrastare le infiltrazioni mafiose negli apparati amministrativi e giudiziari e limitare le sinergie criminali a livello nazionale;
se in questa particolare congiuntura storica il Governo ritenga opportuno destinare maggiori risorse economiche provenienti dalle confische dei capitali mafiosi per tutelare la sicurezza dei cittadini e far ripartire le attività nei territori colpiti dalle organizzazioni criminali e ridotti in una condizione di arretramento sociale ed economico. (4-11249)

Un’interrogazione,quella degli Onn.Cristian Iannuzzi e Massimiliano Bernini,del M5S,che,pervenutaci in copia per conoscenza ,ben inquadra la drammaticità della situazione esistente in provincia di Latina e nel Bassa Lazio,un territorio,questo,dove dominano i clan e le ndrine ,senza,purtroppo,che lo Stato si sia mai preoccupato e si preoccupi di allestire una linea di difesa capace di stroncare la criminalità.Se non fosse,infatti,per le DDA di Roma e di Napoli e per i Corpi speciali di polizia,come la DIA,il GICO,lo SCO ecc,,la situazione da drammatica sarebbe ora infernale perché le mafie sono entrate,oltre che nell’economia,uccidendo quella indigena,anche nelle istituzioni e nella politica,come hanno fatto bene gli Onn.Iannuzzi e Bernini ad evidenziare.Li ringraziamo

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/11249

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 528 del 24/11/2015
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 24/11/2015
Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
BERNINI MASSIMILIANO MOVIMENTO 5 STELLE 24/11/2015
Destinatari
Ministero destinatario:
  • PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
  • MINISTERO DELL’INTERNO
  • MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
  • MINISTERO PER LA SEMPLIFICAZIONE E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
  • MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI delegato in data 24/11/2015
Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-11249

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Martedì 24 novembre 2015, seduta n. 528

  CRISTIAN IANNUZZI e MASSIMILIANO BERNINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare . — Per sapere – premesso che:
la città di Latina e in genere il Sud Pontino rappresentano sempre più spesso le piazze in cui vengono sequestrati beni riconducibili ad organizzazioni criminali e mostrano chiaramente i segni della potenza delle mafie in questo territorio;
centinaia di milioni di euro sono stati confiscati in pochi anni ai clan più pericolosi di camorra, come i Mallardo, gruppo che puntava al Sud Pontino per riciclare e investire. Solo qualche giorno fa la squadra mobile del capoluogo pontino e lo Sco (servizio centrale operativo della polizia) hanno sequestrato 12 milioni di euro riconducibili al gruppo dei Di Silvio;
un mese fa la Dda (direzione distrettuale antimafia) di Reggio Calabria, in coordinamento con la direzione nazionale antimafia, ha colpito il clan Comisso Macrì di Siderno, che gestiva una rete internazionale di narcotrafficanti. Il cuore operativo, secondo i magistrati, era in un magazzino di fiori nella periferia di Latina di proprietà della famiglia calabrese Crupi. Più a sud, a Fondi, opera da decine di anni il principale mercato ortofrutticolo del centro Italia, il Mof, per due volte finito nel centro di un’inchiesta della direzione investigativa antimafia di Roma: il monopolio dei trasporti della frutta e verdura destinata al mercato europeo era, secondo l’Antimafia, in mano ad un cartello gestito dalla Camorra e da Cosa Nostra, con un ruolo importante giocato dai corleonesi. E sempre a Fondi era diretto un carico di tritolo, intercettato in Puglia dalla guardia di finanza pochi mesi fa, pronto ad essere utilizzato per un attentato ad un imprenditore del mercato della frutta;
le inchieste «Sistema Formia», «Don’t touch» e «Sistema Lollo» sono tra le maggiori inchieste giudiziarie che stanno scuotendo nelle fondamenta l’intero assetto giudiziario e politico della provincia di Latina, tra la città capoluogo e il sud dell’area pontina;
il 12 novembre 2015 gli investigatori della direzione investigativa antimafia del centro operativo di Roma, hanno sequestrato nelle province di Latina, Frosinone, Napoli, Caserta e Isernia, su disposizione del tribunale di Latina, oltre 200 camion, 2 cave di marmo, società, terreni e immobili di proprietà di Vincenzo Zangrillo, cui fanno capo società operanti nel trasporto merci su strada, smaltimento rifiuti e commercio di autovetture per un valore complessivo di oltre 20 milioni di euro;
le verifiche degli investigatori hanno evidenziato come il suo patrimonio sia cresciuto parallelamente alle attività criminali sino a raggiungere le rilevanti dimensioni attuali; ciò a fronte di redditi dichiarati al fisco nettamente inferiori alle capacità economiche dimostrate. Il provvedimento di sequestro è motivato dunque dalla pericolosità sociale e dalla conseguente origine illecita del suo patrimonio. Infatti, Zangrillo, oltre a frequentare ed avere rapporti d’affari con imprese controllate dal clan dei Casalesi, godendo anche del supporto di clan quali Bidognetti, Schiavone e Mendico, ha numerosi precedenti penali per associazione a delinquere, riciclaggio e traffico internazionale di autoveicoli. È stato anche denunciato per traffico di rifiuti illeciti ed insolvenza fraudolenta avendo accumulato nel corso degli anni, con i suoi camion, mancati pagamenti dei pedaggi autostradali;
in particolare, Zangrillo «il 7 luglio del 2011 viene segnalato dai carabinieri di Pontecorvo alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli per un traffico di rifiuti con il coinvolgimento di esponenti legati al clanBelforte di Marcianise (Caserta) per aver alterato, in concorso con i relativi impiegati, le analisi del laboratorio “Eurolab srl”, predeterminando il valore del cumulo di rifiuti, in modo da consentire il loro conferimento presso la discarica di Penitro di proprietà del Comune di Formia»: nello specifico, ufficialmente, l’imprenditore formiano non sarebbe stato attivo presso la discarica nel 2011 e potrebbe aver scaricato senza lasciare traccia, attraverso una delle tante società che compongono il suo universo imprenditoriale con la complicità di dipendenti comunali accomodanti e che in altri casi, documentati, avrebbero chiuso un occhio per altri «clienti» della discarica, come ad esempio la Dieffe & Co., anche essa ufficialmente non attiva presso il sito di Penitro nel 2011;
nel febbraio 2012, nell’ambito della verifica circa l’eventualità di condizionamenti mafiosi relativi ai lavori di appalto in occasione dell’America’s Cup di Vela a Napoli, risulta un coinvolgimento di Vincenzo Zangrillo;
nell’inchiesta Spartacus condotta dalla direzione distrettuale antimafia contro il clan dei Casalesi, gli fu contestato il reato di associazione camorristica, ma fu poi prosciolto. In seguito la sua impresa è poi finita sotto la luce dei riflettori della prefettura alla fine degli anni novanta, nell’ambito dei controlli di legalità nei cantieri della Tav.;
Pietro e Raffaele Zangrillo sono i fratelli carabinieri dell’imprenditore Vincenzo e non risultano indagati per le vicende di mafia: il primo, Pietro, oggi risulta in pensione ma ha prestato servizio soprattutto in Campania, nell’area di Carinola e poi a Mondragone dove fu trasferito, e dov’è tutt’oggi domiciliato. Il secondo invece, Raffaele, è ancora in servizio ed in organico, con compiti di polizia giudiziaria, presso la tenenza di Gaeta;
nel disegno di legge di stabilità 2016 si prevedono 491 milioni di euro in meno, rispetto al passato, per le spese del Ministero dell’interno. Mancheranno fondi per la gestione di caserme, per i reparti di prevenzione del crimine, per l’Arma dei carabinieri, e anche per la direzione investigativa antimafia. La sicurezza locale dovrà sopportare i tagli e i sacrifici maggiori;
il decreto del Presidente della Repubblica che contiene il regolamento di riorganizzazione del Ministero dell’interno prevede la riduzione di 23 prefetture, 23 questure, 23 comandi provinciali dei vigili del fuoco, che verranno accorpati con gli uffici di province limitrofe. In 23 ambiti territoriali spariscono presidi fondamentali per la sicurezza dei cittadini, mentre permangono le province, sia pure trasformate in enti di area vasta. In questo modo si rischia l’arretramento dei presidi fondamentali della sicurezza anche in zone (Lazio, Campania, Calabria, Sicilia) particolarmente delicate;
la legge n. 124 del 7 agosto 2015, avente ad oggetto «Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche» pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 13 agosto 2015, all’articolo 8 – Riorganizzazione dell’amministrazione dello Stato – comma 1, lettera e), con riferimento al processo di riorganizzazione degli uffici territoriali del Governo, specifica che la razionalizzazione della rete organizzativa delle prefetture e delle funzioni attraverso la riduzione del numero deve tenere conto di criteri quali, tra gli altri, le caratteristiche del territorio, la presenza di criminalità, le dinamiche socio-economiche e il fenomeno delle immigrazioni sui territori fronte rivieraschi –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti;
se i Ministri interrogati, per quanto di competenza, non ritengano opportuno intervenire con iniziative urgenti per arrestare i traffici criminali legati anche allo smaltimento dei rifiuti che dal Sud Pontino si irradiano su tutto il territorio nazionale e oltre;
se, alla luce di tutte le considerazioni esposte e della particolare gravità della situazione in una provincia letteralmente occupata dalle mafie entrate ormai negli interstizi più reconditi non solo dell’economia ma anche di parte della politica e delle istituzioni, come dimostrano vecchie inchieste giudiziarie come la «Formia Connection» e la «Damasco», il Governo non intenda ristrutturare e qualificare i presidi locali delle forze dell’ordine, tenuto conto del fatto che finora la loro azione contro le mafie non è apparsa adeguata tanto da vedersi costretto ad invocare quasi sempre l’intervento dei Corpi specializzati, come la direzione investigativa antimafia e altri;
se i Ministri interrogati intendano chiarire il ruolo che avranno i presidi locali, sopravvissuti alla razionalizzazione del Ministero dell’interno, nella lotta alle mafie e in assenza di questi, quali strutture saranno preposte ad assicurare i servizi fondamentali legati al rilascio dei documenti e soprattutto alla sicurezza dei cittadini;
quali iniziative urgenti di competenza intenda adottare il Governo per contrastare le infiltrazioni mafiose negli apparati amministrativi e giudiziari e limitare le sinergie criminali a livello nazionale;
se in questa particolare congiuntura storica il Governo ritenga opportuno destinare maggiori risorse economiche provenienti dalle confische dei capitali mafiosi per tutelare la sicurezza dei cittadini e far ripartire le attività nei territori colpiti dalle organizzazioni criminali e ridotti in una condizione di arretramento sociale ed economico. (4-11249)

.Non rispondono nemmeno alle interrogazioni parlamentari oltre a non risolvere i problemi.Povera Italia !

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/08101

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 380 del 24/02/2015
Firmatari
Primo firmatario: DI MAIO LUIGI 
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 24/02/2015
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DELL’INTERNO
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 24/02/2015
Stato iter:

IN CORSO

Fasi iter: 

SOLLECITO IL 11/06/2015

SOLLECITO IL 30/09/2015

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-08101

presentato da

DI MAIO Luigi

testo di

Martedì 24 febbraio 2015, seduta n. 380

  LUIGI DI MAIO. — Al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
come si apprende dai mezzi di informazione e secondo quanto denunciato dalla Associazione nazionale di lotta contro le illegalità e le mafie «Antonino Caponnetto», lo scorso 18 febbraio 2015, il testimone di giustizia Luigi Leonardi, recatosi alla prefettura di Caserta per richiedere copia degli atti riguardanti il rigetto della sua richiesta di sostegno in quanto vittima di racket, al fine di presentare ricorso nei limitati tempi previsti dalla norma, ha ricevuto un netto rifiuto. L’addetto gli ha risposto che la fotocopiatrice era guasta, mancava perfino la carta e comunque ieri «non avevano tempo» per evadere la sua richiesta;
subito dopo Luigi Leonardi si è presentato alla stazione dei Carabinieri di Marcianise (Caserta), dove ha denunciato il fatto. «Adesso, con una scadenza che pende come una spada — si legge nella denuncia — attendo che la Prefettura si decida a comprare una fotocopiatrice e una risma di carta, e a trovare tra i vari addetti che affollavano la sala del caffè e il corridoio, a parte qualcuno, un santo che faccia le fotocopie e mi dia la possibilità di far valere i miei diritti in un sistema incancrenito dalle mafie»;
si tratta di una vicenda molto triste e preoccupante, che conferma una vergognosa disattenzione dello Stato nei confronti di uomini e donne che per il solo fatto di aver adempiuto al loro dovere, hanno sacrificato la loro esistenza;
poche ore dopo il lancio dell’appello da parte dell’Associazione «Antonino Caponnetto», il prefetto di Caserta ha contattato il presidente dell’Associazione medesima, Elvio Di Cesare, comunicandogli che le copie richieste da Leonardi erano pronte;
tuttavia, non è ben chiaro per quale motivo un cittadino per vedersi riconosciuto un diritto elementare come il rilascio della copia degli atti relativi ad una sua richiesta ha dovuto rivolgersi ad una Associazione attiva nella lotta alla mafia –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza della vicenda descritta in premessa e quale sia il suo intendimento in merito;
se il Ministro interrogato non ritenga di doversi attivare, nell’ambito delle sue competenze, affinché simili situazioni non abbiano a ripetersi;
se il Ministro interrogato non ritenga doveroso assumere provvedimenti a tutela della incolumità del signor Leonardi e se la richiesta di accesso al fondo di solidarietà per le vittime del racket e dell’usura non sia meritevole di accoglimento.
(4-08101)

Finalmente scoppia il “caso Latina” Un’interrogazione degli Onorevoli Cristian Iannuzzi,Claudio Fava e Turco Tancredi sulla situazione esplosiva che investe quella provincia,dal sud al nord,da Gaeta-Formia fino ad Aprilia-Cisterna.Ora basta veramente.O il Ministero dell’Interno imposta un’azione seria di aggressione ai clan o daremo luogo a manifestazioni forti di denuncia .L’Associazione Caponnetto ha fatto delle proposte precise che riguardano ,fra l’altro,la riorganizzazione delle forze di polizia locali.Occorre gente preparata,una maggiore grinta,una Prefettura attenta e vigile.Il nuovo Questore di Latina e l’attuale Capo della Squadra Mobile hanno saputo impostare una bella azione e gliene va dato atto ma per tutto il resto,soprattutto nel sud pontino,non funziona niente o quasi niente.Va cambiato tutto.Occorre più attenzione agli investimenti sospetti ed alle mafie,mentre quasi tutta l’attenzione si sta dedicando all’ordine pubblico facendo sì che i mafiosi si impadroniscano anche dell’aria che si respira.Speriamo che anche il nuovo Comandante provinciale dei Carabinieri dia una forte spinta per un’azione più incisiva.

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/10805

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 506 del 20/10/2015
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 20/10/2015
Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
FAVA CLAUDIO MISTO-PARTITO SOCIALISTA ITALIANO (PSI) – LIBERALI PER L’ITALIA (PLI) 20/10/2015
TURCO TANCREDI MISTO-ALTERNATIVA LIBERA 20/10/2015
Destinatari
Ministero destinatario:
  • PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
  • MINISTERO DELL’INTERNO
  • MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI delegato in data 20/10/2015
Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-10805

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Martedì 20 ottobre 2015, seduta n. 506

  CRISTIAN IANNUZZIFAVA e TURCO. – Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
da anni in tutto il litorale pontino e romano si assiste al dilagare di fenomeni speculativi agevolati dalle connessioni tra politica e organizzazioni affaristico/malavitose: in particolare, la zona del Sud Pontino (Latina, Formia, Fondi, Sabaudia, Gaeta e dintorni) risulta essere fortemente infiltrata da organizzazioni criminali, tra cui il clan dei Casalesi, come attestato anche dalla sentenza emessa dal tribunale di Latina il 16 novembre del 2012 e il clan Di Silvio;
l’operazione «Don’t touch», avviata nel mese di agosto del 2014, dopo il ferimento con colpi d’arma da fuoco del proprietario di una rivendita di tabacchi nel centro di Latina, ha portato il 12 ottobre 2015 all’arresto di 24 persone, tra cui incensurati, pregiudicati ed esponenti delle forze dell’ordine;
sono stati sequestrati beni per 12 milioni di euro; si tratta in prevalenza di quote societarie, ma anche immobili, una barca a vela, auto e moto, nonché i conti correnti delle 15 società di uno dei capi della banda, intestate in maniera fittizia a terze persone;
estorsione, usura, spaccio di stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, minacce e lesioni sono i reati contestati agli indagati nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Latina;
tra le carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Costantino Di Silvio e Gianluca Tuma e delle altre 22 persone con l’accusa di associazione a delinquere spunta anche il grave episodio di intimidazione avvenuto 1’11 gennaio 2015 di cui è stato vittima Vittorio Buongiorno, capo della redazione pontina del quotidiano Il Messaggero;
secondo quanto apparso dalla stampa sarebbero coinvolti anche noti personaggi della politica e delle istituzioni;
in particolare, il presidente del Latina Calcio, Pasquale Maietta, risulta indagato nell’ambito dell’operazione «Don’t Touch», con l’accusa di violenza privata per fatti risalenti al novembre 2014 e che riguardano una vicenda relativa a dei commenti apparsi sui social network oltre che per rapporti accertati con l’esponente malavitoso Costantino Cha Cha Di Silvio;
inoltre, secondo quanto è stato ricostruito nel corso delle indagini, l’imprenditore Natan Altomare avrebbe preteso da una struttura sanitaria di riabilitazione di Latina una tangente da 2.500 euro al mese per diversi anni, minacciando l’intervento degli «zingari di Latina» e di un gruppo di cittadini romeni a lui legati e promettendo di «ampliare l’accreditamento (…) per un totale di 40 trattamenti giornalieri attraverso un suo rapporto con tale Lorenzin, che lui diceva essere fratello del Ministro della salute»;
il sistema criminale e di potere, in grado di infiltrare lo Stato ed intimidire anche i professionisti dell’informazione, tengono in ostaggio Latina condizionandone l’economia e la stessa vita sociale ai danni dei cittadini e degli operatori onesti –:
se il Governo, per quanto di competenza, intenda adottare con urgenza iniziative atte a potenziare gli organici, le capacità e gli strumenti degli organi inquirenti presenti sul territorio del litorale laziale al fine di agevolare il controllo del territorio, implementare le attività di contrasto delle organizzazioni criminali, impedire lo sviluppo di un’economia parallela illecita, assicurare il rispetto della legalità e la sicurezza dei cittadini;
quali iniziative ritengano opportuno adottare al fine di garantire la libertà di stampa e la libertà d’espressione e tutelare chi è addetto a informare l’opinione pubblica, considerati gli specifici fatti richiamati in premessa. (4-10805)

La vicenda del Testimone di Giustizia Salvatore Barbagallo grida vendetta.Uno Stato imbelle che,al di là degli appelli e dei proclami,abbandona i Testimoni di Giustizia e li lascia senza assistenza e protezione rispetto a possibili vendette dei mafiosi che essi hanno denunciato.Barbagallo ,di Vibo Valentia,ha denunciato i Mancuso.Ex imprenditore ,da anni vive in uno stato di miseria.Il Prefetto di Vibo Valentia non se ne cura. Solo i parlamentari del M5S si stanno interessando al suo caso,ma non ricevono alcuna risposta alle interrogazioni finora fatte.Il 17 settembre scorso l’on.Parentela ha riproposto il caso in Parlamento.

Parentela (M5S): ‘il Governo protegga Barbagallo e tutti gli imprenditori che denunciano il racket’

Interrogazione parlamentare del deputato M5S Paolo Parentela e sottoscritta dai colleghi Nesci, Bernini, D’Uva: ‘non si possono abbandonare i cittadini che denunciano attendendo i tempi biblici della giustizia’

lunedì 6 luglio 2015 | 12:19
1252

 

“Il governo garantisca aiuti adeguati a Salvatore Barbagallo ed a tutti gli imprenditori che denunciano il racket”. Lo sostiene il deputato M5s Paolo Parentela, dopo aver depositato un’interrogazione al governo sottoscritta dai colleghi Dalila Nesci, Massimiliano Bernini e Francesco D’Uva (membro della commissione antimafia). “Nell’atto di sindacato ispettivo – continua – descrivo la storia dell’imprenditore vibonese Salvatore Barbagallo, che otto anni fa denunciò il clan dei Mancuso e che è stato letteralmente abbandonato dallo Stato. La storia di Barbagallo non è diversa da quella di altri imprenditori che denunciano il racket e che incontrano innumerevoli difficoltà per accedere al fondo di garanzia il cui funzionamento andrebbe perfezionato. Il governo – continua il deputato Cinque Stelle – deve garantire ai cittadini calabresi vittime del racket un servizio giudiziario minimamente accettabile. A distanza di otto anni le persone denunciate da Barbagallo sono a piede libero e non è neanche iniziato il procedimento giudiziario che possa accertare i fatti denunciati. In una terra come la Calabria, che soffre la presenza della mafia più potente d’Europa, non si possono abbandonare i cittadini che denunciano attendendo i tempi biblici della giustizia. La storia di Barbagallo è divenuto un caso mediatico di interesse nazionale, ma ci sono tanti altri calabresi che sentono lo Stato lontano e che non hanno il coraggio di denunciare. Lo strapotere della ‘ndrangheta – conclude – è dovuto all’omertà, che si combatte concedendo ai cittadini i necessari strumenti per poter denunciare sentendosi tutelati”.

Ma in provincia di Latina non si parla mai di espulsioni coatte dal territorio di persone ritenute estremamente pericolose ???????

Queste contenute nell’ interrogazione parlamentare dell’On.Colletti sono le direttrici di marcia che l’Associazione Caponnetto dovrà seguire a Formia ed in tutto il Basso Lazio.Alla situazione esposta vanno aggiunti i due episodi verificatisi in questi giorni a Formia:l’invio di pallottole alla poliziotta ed il messaggio minaccioso scritto su una tovaglia di un tavolo di un locale pubblico sempre a Formia.Va tenuto presente che né il Presidente del Consiglio ,né i Ministri dell’Interno e della Giustizia si sono degnati ,ad oggi ,di rispondere all’interrogazione che,peraltro,é stata sollecitata per ben due volte,ad aprile e ad ottobre del 2014..Gli iscritti all’Associazione Caponnetto sono tenuti,pertanto,a battere da oggi in avanti solamente sugli argomenti esposti,argomenti che,se non verranno risolti,renderanno vana ogni azione contro la criminalità organizzata non solo a Formia ma in tutto il Basso Lazio.

Pubblicato 2 Settembre 2015 | Da admin3

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/01155

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17

Seduta di annuncio: 46 del 04/07/2013

Firmatari

Primo firmatario: COLLETTI ANDREA 
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 04/07/2013

 

Destinatari

Ministero destinatario:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

>MINISTERO DELL’INTERNO

>MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Ministero/i delegato/i a rispondere e data delega

Delegato a rispondere

Data delega

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

04/07/2013

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

04/07/2013

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 11/07/2013

Stato iter: 

IN CORSO

Fasi iter:

SOLLECITO IL 23/04/2014

SOLLECITO IL 14/10/2014

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-01155

presentato da

COLLETTI Andrea

testo di

Giovedì 4 luglio 2013, seduta n. 46

COLLETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
da anni si assiste in tutta la zona del Sud Pontino (Formia, Fondi, Sabaudia, Gaeta e dintorni) al dilagare di fenomeni speculativi che hanno consentito una cementificazione selvaggia e frequenti fenomeni di abusivismo agevolati dalle connessioni tra politica ed imprenditoria locale;
in questo intreccio hanno trovato e trovano terreno fertile le organizzazioni affaristico/malavitose campane e calabresi interessate ad investire ingenti capitali di provenienza illecita nel settore edile ed in quello turistico/commerciale;
in particolare, il territorio pontino è infestato da pericolosi clan criminali come i Bardellino, Esposito/Giuliano, Mallardo, Moccia, Casalesi, Bidognetti e Fabbrocino a Formia, il clan Nuvoletta di Cosa Nostra nella zona portuale di Gaeta, il clan Schiavone/Mallardo della ’Ndrangheta a Fondi, i clan Mallardo, Fabbrocino e Schiavone a Itri e il clanCava/Schiavone a Sabaudia;
si è dimostrata priva di efficacia l’opera di contrasto da parte delle forze dell’ordine locali, mal distribuite sul territorio ed impreparate a svolgere indagini patrimoniali per aggredire i capitali di origine illecita;
l’esistenza di due commissariati di polizia tra Formia e Gaeta, ad esempio, ha portato ad uno spreco di uomini e risorse che si potrebbero evitare istituendo – come proposto dall’Associazione Caponnetto – un unico distretto dotato di un’apposita squadra di polizia giudiziaria che consenta di aumentare i controlli sul territorio e contrastare il traffico di capitali illeciti;
sarebbe anche utile affiancare alla direzione distrettuale Antimafia (DDA) di Roma le procure  di Latina e Cassino dotandole della delega alle indagini ex articolo 51 comma 3-bis del Codice di procedura penale per la persecuzione dei reati di cui all’articolo 416-bis del Codice penale («Associazione di tipo mafioso»);
vi sono infatti i presupposti perché si scateni a Formia una guerra di camorra tra i clan Esposito/Giuliano o Bardellino, entrati in conflitto per motivi legati ad interessi economici concorrenti ed al massiccio traffico di stupefacenti praticato da entrambi nel Sud Pontino;
il rischio di una escalation di atti di violenza è molto elevato, come lasciano presagire le risse e gli avvertimenti di stile camorristico susseguitisi nelle ultime settimane di fronte ad alcuni bar della città, come riportato dalla stampa locale –:
se i Ministri, per quanto di propria competenza, intendono adottare con urgenza ogni misura di polizia idonea a prevenire un’eventuale guerra di camorra nella città di Formia e, più in generale, nel Sud Pontino, anche attraverso l’avvio di verifiche patrimoniali a tappeto e con l’ausilio di reparti specializzati quali i gruppi di investigazione sulla Criminalità organizzata (GICO) della Guardia di finanza;
se il Ministro dell’interno ritenga di approfondire la proposta dell’associazione Caponnetto circa la creazione di un unico distretto di polizia nel Golfo di Gaeta che unifichi le funzioni dei due commissariati attualmente esistenti per contrastare più efficacemente la criminalità organizzata;
se siano state avviate indagini in merito alle concessioni edilizie rilasciate dal comune di Itri e di quelle relative alla fascia costiera del comune di Fondi dagli anni 90 ad oggi, con riferimento di reati di riciclaggio e di intestazione fittizia di beni messi in passato sotto sequestro;
se sia nelle intenzioni del Ministro della giustizia sostenere con vigore l’estensione della delega alle procure di Latina e Cassino, ex articolo 51 comma 3-bis del codice di procedura penale, per la persecuzione dei reati di mafia. (4-01155)

Archivi