Interrogazioni

Traffico illecito di rifiuti che,secondo gli interroganti,vedrebbe coinvolta “la Società Veca sud,che,secondo le risultanze degli investigatori, sarebbe strettamente collegata ad ambienti della criminalità organizzata di tipo camorristico e in particolare al clan dei Casalesi e alla famiglia Caturano”

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03753

Atto n. 3-03753 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 18 maggio 2017, nella seduta n. 826

GIARRUSSO , BOTTICI , PAGLINI , LEZZI , MORRA , DONNO , CASTALDI , AIROLA , ENDRIZZI , PUGLIA , CAPPELLETTI - Al Ministro dell’interno. -Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

secondo quanto riportato da “la Repubblica” dell’11 marzo 2016, i titolari delle società Varvarito Lavori Srl di Firenze, Franco Varvarito, Hidra Srl di Prato, Stefano Bacci, e Htr Srl di Roma, Matteo Bettoja, sarebbero stati rinviati a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sui lavori Tav (treno ad alta velocità) a Firenze;

sarebbe stato loro contestato anche l’articolo 260 del codice dell’ambiente di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006 (attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti); inoltre, nell’inchiesta sarebbe coinvolta anche la società Veca Sud che, secondo le risultanze degli investigatori, sarebbe strettamente collegata ad ambienti della criminalità organizzata di tipo camorristico e in particolare ai clan dei Casalesi e alla famiglia Caturano;

in particolare, da un articolo del quotidiano on line di Reggio Emilia “reggionline” del 20 gennaio 2013 dal titolo “Inchiesta Tav di Firenze e Coopsette: spunta la Camorra”, si apprende che: «come accertato in un secondo momento dai Ros, “il conferimento di questi rifiuti aveva un’unitaria regia, ove le ditte smaltitrici si dividevano in pieno accordo i quantitativi, risultando in realtà solo apparenti smaltitori”. Il motivo? Semplice: perché tutta l’attività di raccolta, trasporto e smaltimento in discarica (la maggior parte delle 413mila tonnellate di fanghi) era gestita dalla ditta Veca Sud di Maddaloni, provincia di Caserta, gestita da Lazzaro Ventrone. Non è una ditta qualunque e sempre secondo i militari risulta “strettamente collegata ad ambienti della criminalità organizzata di tipo camorristico e in particolare al clan dei Casalesi e alla famiglia Caturano”»;

dall’articolo dell’8 dicembre 2016, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”, intitolato “La camorra dietro ai fanghi della Tav”, si evince che: «I lavori al cantiere del tunnel Tav di Campo di Marte hanno assicurato profitti anche al clan dei Casalesi, in particolare al gruppo Schiavone-Zagaria. Lo afferma il pm antimafia di Firenze Giulio Monferini chiudendo le indagini su Lazzaro Ventrone, gestore della società di trasporti Veca Sud». Proseguendo, la giornalista Franca Selvatici evidenzia: «Tutti, salvo Ventrone, sono già a giudizio. Il processo doveva cominciare il 2 dicembre ma è stato rinviato all’8 maggio 2017. Nel frattempo – se il gip riterrà fondate le accuse – agli imputati potrebbe aggiungersi Ventrone, portando con sé un’ulteriore gravissima ipotesi di inquinamento dell’opera pubblica che avrebbe – si sosteneva – fatto volare i treni nelle viscere di Firenze. La procura antimafia, infatti, gli contesta l’aggravante di aver agito “al fine di agevolare la associazione criminale camorrista denominata clan dei Casalesi, gruppo Schiavone -Zagaria”. Ciò perché – secondo le accuse- “la società di trasporti Veca Sud, attraverso cui erano trasportati i rifiuti e a favore della quale era riversato parte del prezzo pagato per lo smaltimento è un’impresa sin dalle origini riferibile direttamente o indirettamente a tale organizzazione criminale, in quanto continuati continuativamente a disposizione del clan almeno dagli anni’90 perla commissione di traffici illeciti in materia di rifiuti, grazie ai cui profitti era assicurato un rilevante apporto alla associazione criminale”»;

inoltre, risulta agli interroganti che, parallelamente all’attività giudiziaria, la Prefettura di Caserta emetteva un primo provvedimento interdittivo antimafia (prot. n. 16659, Cat. 12b.16/ANT/AREA 1^, il 3 aprile 2014) per traffico illecito di rifiuti, di cui all’art. 260 citato nei confronti della citata Veca Sud. In data 2 giugno 2015, ne emetteva un secondo (prot. n. 31408), confermando l’informativa antimafia interdittiva precedentemente emessa;

in merito a questa vicenda, dopo i ricorsi presentati dalla Veca Sud presso il Tribunale amministrativo regionale della Campania, avverso i provvedimenti della Prefettura di Caserta, il Consiglio di Stato, Sezione III, con sentenza n. 4557 del 28 ottobre 2016, decideva: «definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto, in integrale riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso proposto in primo grado da Veca Sud», condannandola anche «a rifondere in favore del Ministero dell’Interno le spese del doppio grado di giudizio»;

la Prefettura di Caserta, con la prima informativa del 3 aprile 2014, aveva recepito e fatto propri, ai fini interdittivi, gli elementi emersi nel corso delle investigazioni dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze sul conto di Lazzaro Ventrone, come detto, ritenuto vero dominus e gestore di fatto della società Veca Sud, e di altri imprenditori, indagati per l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, oltre che per quella di truffa aggravata, nell’esecuzione delle opere per la realizzazione del nodo di Firenze della linea ferroviaria dell’alta velocità; il TAR della Campania, sede di Napoli, con la sentenza n. 389 del 22 gennaio 2015, aveva ritenuto tali elementi idonei a sorreggere la valutazione di infiltrazione mafiosa compiuta dalla Prefettura di Caserta;

con la sentenza n. 600 depositata in data 29 gennaio 2016, lo stesso TAR aveva poi accolto il nuovo ricorso proposto dalla società Veca Sud, annullando la seconda informativa, in quanto: lo stralcio della posizione processuale di Lazzaro Ventrone, ritenuto dominus della società appellata, avrebbe costituito un elemento di novità, rispetto all’originario impianto motivazionale della prima informativa antimafia, sul quale la Prefettura non avrebbe specificamente motivato in sede di aggiornamento;

infine, con l’ultima sentenza del Consiglio di Stato, diversamente da quanto ha ritenuto il TAR della Campania (sentenza n. 600 del 2016), si ribadisce: «in sintonia con la ormai consolidata giurisprudenza di questo Consiglio sul punto (v., ex plurimis, Cons. St., sez. III, 21 dicembre 2012, n. 6618; Cons. St., sez. III, 28 aprile 2016, n. 1632), che il disvalore sociale e la portata del danno ambientale connesso al traffico illecito di rifiuti, di cui all’art. 260 del d. lgs. n. 152 del 2006, costituiscono, già di per se stessi, ragioni sufficienti a far valutare con attenzione i contesti imprenditoriali, nei quali sono rilevati, in quanto oggettivamente esposti al malaffare e, sempre più di frequente, al concreto pericolo di infiltrazioni delle associazioni criminali di stampo camorristico. (…) Quanto alla natura delle condotte e delle frequentazioni contestate a [Lazzaro Ventrone], svalutate dal T.A.R. perché non aventi sicura connotazione “mafiosa”, si è detto che il delitto di cui all’art. 260 del d. lgs. n. 152 del 2006 è invece uno dei delitti-spia previsti dall’art. 84, comma 4, lett. a), del d. lgs. n. 159 del 2011, e nel caso di specie dalle motivazioni del decreto di perquisizione si evince, sulla base degli elementi raccolti nelle investigazioni, che [Lazzaro Ventrone] sarebbe il “regista” dell’intera operazione, coordinando gli altri imprenditori coindagati, in compagnia dei quali, infatti, è stato trovato dalle forze di polizia. È irrilevante, infine, anche la circostanza, erroneamente valorizzata dal primo giudice, che nella richiesta di rinvio a giudizio nei confronti degli altri coindagati non sia stata contestata l’aggravante di cui all’art. 7 del d.l. n. 152 del 1991 o il delitto di cui all’art. 416-bis c.p., poiché la valenza sintomatica del delitto di cui all’art. 260 del d. lgs. n. 152 del 2006 ben può prescindere e prescinde, nella stessa astratta valutazione del legislatore, dalla contestazione di tale aggravante o della stessa associazione di stampo mafioso»;

considerato che:

con il decreto del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze n. 25186/10 R.G.N.R. e n. 15817/10 R.G. GIP del 10 marzo 2016, è stato disposto il giudizio, tra gli altri, di Franco Varvarito, Stefano Bacci e Matteo Bettoja per attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti in violazione della disciplina sul recupero e smaltimento (trattamenti dei fanghi delle paratie non autorizzati in sito, con scarichi in falda e destinazione a siti non idonei) dal gennaio 2011 ad oggi; inoltre, in ordine al reato di cui agli articoli 110, 61, n. 7, del codice penale e art. 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, in relazione ai cantieri della Tav per l’attraversamento sotterraneo di Firenze, per avere una condotta illecita permanente, proseguita senza soluzione di continuità;

come si evince dal decreto, di fatto costoro non si sarebbero limitati a stipulare contratti con Nodavia a prezzo maggiorato rispetto all’effettivo costo, retrocedendo in nero parte del pagamento, e a incaricare dell’attività materiale di trasporto a discarica la società Veca Sud di Lazzaro Ventrone. Ventrone, quale gestore della società di trasporto rifiuti Veca Sud, effettivamente avrebbe compiuto i trasporti di fanghi anche per conto delle imprese Hidra e Varvarito e materialmente avrebbe preso in gestione rifiuti da depositi in cantiere senza che essi fossero stati trattati secondo procedure autorizzate conferendoli in siti fuori regione a costi ingentissimi;

considerato altresì che:

la società Varvarito Lavori Srl, dal 15 luglio 2014, nonostante le note vicissitudini giudiziarie, risulta ancora iscritta nella “white list” della Prefettura di Firenze, aggiornata al 3 marzo 2017, seppur con la dicitura “in corso istruttoria per rinnovo iscrizione”. Nel sito dell’azienda è riportato che la Varvarito Lavori è inserita nella white listdella Prefettura di Firenze. In particolare: «Dal 15.07.2014 la nostra Impresa è stata inserita nella white list della Prefettura di Firenze, elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa (art. 1, commi dal 52 al 57, della Legge n. 190/2012; D.P.C.M. 18 aprile 2013)»;

come si legge nell’articolo pubblicato su “la Repubblica” il 9 dicembre 2016, dal titolo “Sisma, il caso dell’azienda appaltatrice accusata di traffico illecito di rifiuti finirà al vaglio del Viminale”, la Hrt Bonifiche, il cui amministratore delegato è Matteo Bettoja, risulta essere iscritta nella “white list” della Prefettura di Roma dal 28 aprile 2016 e si è aggiudicata un appalto della Regione Lazio da 400.000 euro per lo spostamento delle macerie da Amatrice (Rieti),

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;

se risulti quali siano i motivi per cui le Prefetture di Firenze, Prato e Roma non abbiano valutato la necessità di emanare un provvedimento interdittivo antimafia nei confronti delle suddette società presenti nelle aree di loro competenza, qualora fossero ancora attive, i cui titolari sono stati rinviati a giudizio per attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti.

A proposito delle “navi dei veleni” che trasportavano rifiuti pericolosi con destinazione ignota,alcune delle quali ,secondo le dichiarazioni di pentiti,sarebbero state affondate con tutto il carico,nelle acque italiane,i senatori del M5S interrogano il Governo.La vicenda potrebbe aver interessato anche il Porto di Gaeta noto al riguardo sia per le dichiarazioni del Collaboratore di Giustizia Carmine Schiavone che per aver accolto a lungo la nave sequestrata dalla magistratura “21 Ottobre” della Società Schifco impegnata nei traffici oscuri sull’asse Italia-Somalia sui quali indagò anche Ilaria Alpi.

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07582


Atto n. 4-07582

Pubblicato il 25 maggio 2017, nella seduta n. 831

NUGNES , CAPPELLETTI , CASTALDI , DONNO , GIARRUSSO , GIROTTO , MANGILI , MORONESE , PAGLINIPUGLIA - Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell’interno. -

Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

dall’articolo pubblicato dal quotidiano on line “affariitaliani” del 19 maggio 2010, dal titolo “Navi e marinai abbandonati, venti casi in Italia. Il dossier delle Capitanerie di porto” si apprende che il dossier elaborato dalle capitanerie di porto italiane dal titolo “Né in terra, né in mare”, diffuso nell’ambito del secondo convegno sul welfare della gente di mare, tenutosi l’11 maggio 2010 a Roma, evidenzia che nei porti di “mezzo mondo” si contano fino a 2.000 navi, di cui 20 attualmente in Italia, abbandonate da armatori in crisi e di interi equipaggi, prigionieri delle imbarcazioni su cui viaggiano da mesi, costretti a rimanere a bordo per non perdere i propri diritti. Le statistiche del dossier parlano di 541 navi abbandonate tra il 1995 e il 2007 in tutto il mondo;

la pagina web “Fanpage” del 18 maggio 2017 riporta, con ampio risalto, un’intervista esclusiva di un collaboratore di giustizia, ex affiliato alla ‘ndrangheta, nella quale denuncia in maniera circostanziata come nel decennio tra gli anni ’80 e ’90 vi sia stato l’utilizzo di numerose navi cargo per il trasporto illecito dei rifiuti tossici nel Mar Mediterraneo, poi fatte affondare con tutto il loro carico. Le stesse navi, aggiunge, talvolta finivano per essere “venivano vendute durante il tragitto insieme al carico di morte che veniva poi smaltito in parte in mare e in parte in terra”;

secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia, le prime rivelazioni sul fenomeno del trasporto di rifiuti tossici a bordo di navi cargo, sarebbero state fornite dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti nel 2003 nel corso di diversi interrogatori dinanzi ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Nello specifico, racconta che alcune ‘ndrine calabresi (associazioni di più famiglie criminali) in collaborazione con i servizi di sicurezza e informazione italiani ed attraverso il ruolo svolto da un agente in forza al Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) conosciuto con il nome di “Pino”, avrebbero affondato migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti, sia dalle industrie italiane, sia da quelle europee. Il collaboratore di giustizia Francesco Fonti sarebbe poi deceduto nel 2012 di morte naturale, senza che le sue dichiarazioni avessero potuto dare maggiore incisività al lavoro dei magistrati;

il citato sito di informazione riporta che lo stesso collaboratore avrebbe inoltre affermato che” “Esisteva una vera e propria sezione dei servizi segreti che si occupava delle navi, avevano il compito di agire per una intermediazione e assicurarsi che ai servizi fosse data la loro parte nell’affare, parte che era la più grande di tutte”. Gli 007 italiani “concedevano i permessi doganali e agevolavano il viaggio delle navi esercitando le loro pressioni presso gli uffici marittimi e garantendo controlli blandi durante la navigazione”". Dunque, una sezione dei servizi di sicurezza che si era, a quanto sembra, trasformata nella longa manus che permetteva di organizzare il traffico illecito dei rifiuti via mare nel nostro stesso Paese affidando successivamente a terzi lo smaltimento. Non tutte le navi cosiddette “navi a perdere”, ovvero navi affondate dolosamente con carichi di rifiuti radioattivi o comunque tossici, sarebbero finite in fondo al mare;

considerato che:

“Fanpage” del 18 maggio 2017 evidenzia che la suddetta tesi emergerebbe anche dalle parole del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, onorevole Alessandro Bratti, il quale, in una intervista a loro rilasciata e pubblicata l’8 febbraio 2017 afferma: “Non escludo che ci siano stati affondamenti di navi con carichi di rifiuti pericolosi, ma non è detto che tutte le navi siano state affondate, non ci si è mai soffermati sul percorso fatto dai rifiuti sulla loro partenza e il loro arrivo e smaltimento”. Stesse indicazioni sono state fornite dall’ex’ndranghetista: “Ci sono ancora due navi che sono dismesse ma sono in superficie e si trovano nei sedimenti di due porti italiani, ma bisogna saperne la posizione per poterle individuare altrimenti non si notano”. Ed ancora, il racconto dell’ex mafioso, come riportato dalla pagina web, sembra avvalorare la posizione del Presidente della commissione ecomafie: “Alcune navi sono arrivate a destinazione, altre invece venivano vendute prima, insieme al loro carico, che veniva scaricato in parte in mare e in parte a terra. Le navi che sono state scaricate e quindi non affondate erano quelle che dovevano essere salvate perché in parte servivano per fare altri viaggi di rifiuti tossici e in parte dovevano anche riprendere i loro normali viaggi commerciali”. Non è stato detto nulla sui nomi delle località che ospitano nei loro porti le due navi dismesse;

nella relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, approvata nella seduta del 5 febbraio 2013, Doc. XXIII n. 18, sul punto si legge: “In particolare il documento proveniente dal Copasir, archiviato dalla Commissione con il n. 294/55, riguarda una comunicazione del Sismi al Cesis in merito alle spese sostenute nell’anno 1994 per i servizi di intelligence connessi al problema del traffico illecito di rifiuti radioattivi e di armi, indicati nella misura di 500 milioni di lire. Si tratta di un documento desecretato dalla Commissione particolarmente interessata a comprendere in che modo fossero stati utilizzati i 500 milioni di lire nelle operazioni di intelligence relative al traffico di rifiuti e di armi. Non è stato però possibile, nonostante le numerose audizioni effettuate sul punto, sapere in che modo sia stata spesa la somma di cui sopra, per lo svolgimento di quali attività e, ancor prima, per quali ragioni i servizi, all’epoca, fossero interessati al tema dei rifiuti radioattivi”;

considerato inoltre che:

nella stessa relazione si rileva: “La Commissione ha accertato che il primo procedimento penale aperto in relazione alla vicenda delle “navi a perdere” fu quello recante il n. 2114/94 mod. 21 R.G.N.R., iscritto presso la procura circondariale di Reggio Calabria, assegnato al sostituto procuratore della Repubblica, dottor Francesco Neri. Il procedimento venne aperto inizialmente a carico di ignoti a seguito di un esposto di Legambiente del 2 marzo 1994 nel quale si denunciava l’esistenza, in Aspromonte, di discariche abusive contenenti materiale tossico-nocivo e/o radioattivo, trasportato con navi presso porti della Calabria e, successivamente, in montagna con automezzi pesanti”;

l’inchiesta era stata condotta dal capitano di Fregata Spe r.n. Natale De Grazia in servizio presso la capitaneria di porto di Reggio Calabria e che al momento della sua morte, avvenuta il 12 dicembre del 1995, era applicato alla sezione di Polizia giudiziaria presso la Procura circondariale di Reggio Calabria e faceva parte di un pool investigativo, coordinato dal sostituto procuratore Francesco Neri, costituito per effettuare le indagini avviate proprio a seguito dell’esposto presentato da Legambiente, concernente presunti interramenti di rifiuti tossici in Aspromonte. Dopo la morte del capitano De Grazia, avvenuta in circostanze a parere degli interroganti misteriose, il pool si è sfaldato;

considerato altresì che:

il capitolo delle “navi dei veleni” è tornato alla ribalta, quando nel 2009, con l’insistenza del nuovo Procuratore di Paola, Bruno Giordano, e dell’assessorato all’ambiente calabrese, si ricerca nuovamente la nave Cunski, che si riteneva fosse stata affondata al largo di Cetraro con 120 fusti di materiale radioattivo. Successivamente i rilievi del Ministero dell’ambiente portarono al ritrovamento della motonave “Catania”, affondata durante la seconda guerra mondiale. Sul mancato ritrovamento, lo stesso collaboratore di giustizia, nella suddetta conversazione su “Fanpage”, afferma: “Tenete presente una cosa, non esisteva un solo Cunski, non c’era una sola nave con quel nome ma ce n’erano ben tre, tre navi diverse con lo stesso nome ma bandiera e proprietà differenti”;

l’articolo 92 della United Nations Convention on the Law of the Sea (Unclos) richiede che le navi battano la bandiera di una singola nazione, in modo da rendere noto alla comunità internazionale quale Stato ha giurisdizione su di esse. Come conseguenza di questo obbligo, lo stesso articolo stabilisce che le navi “senza nazionalità” siano non legittimamente registrate in alcuno Stato e quindi, come tali, sottoposte alla giurisdizione di tutte le nazioni;

ad oggi restano sconosciuti i nomi dei porti in cui sarebbero presenti le imbarcazioni in questione e non risulta agli interroganti l’adozione di azione concrete finalizzate alla la loro ricerca, identificazione e messa in sicurezza,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e, per quanto di competenza, di quali ulteriori elementi dispongano;

se non intendano fornire con urgenza, nell’ambito delle rispettive competenze, un report aggiornato sulla situazione delle navi arenate presenti nei porti italiani, nonché sui motivi della loro permanenza sulla terra ferma, sul loro precedente utilizzo e sull’eventuale ruolo svolto da operatori e da sezioni dei servizi di sicurezza e di informazione del nostro Paese;

quali provvedimenti di competenza siano stati intrapresi o intendano adottare per la bonifica delle aree in cui sono arenate le navi e affinché sia dato corso al loro totale smantellamento;

quali iniziative di competenza intendano assumere, anche alla luce dei diversi documenti desecretati riguardanti le “navi dei veleni” e sulla loro presenza sui fondali dei mari italiani, per contribuire a fare chiarezza sulla vicenda e per contrastare il traffico internazionale di rifiuti radioattivi;

se non intendano adottare iniziative di propria competenza per tutelare la salute dei cittadini, nonché realizzare un’approfondita campagna di monitoraggio dei siti marini, dove si supponga siano avvenuti gli affondamenti delle navi e dei loro carichi tossici, prevedendo l’eventuale recupero di uno dei relitti delle navi in questione;

se non ritengano sia necessario realizzare un percorso di controllo nei porti italiani, dove si presuma possano essere state abbandonate alcune delle navi cargo utilizzate per il trasporto di rifiuti, che preveda altresì la realizzazione di verifiche ambientali, al fine di escludere la presenza di elementi radioattivi, sia sulle stesse imbarcazioni, che nell’atmosfera circostante;

se non intendano predisporre, nei limiti delle proprie attribuzioni, tutte le iniziative volte ad agevolare le indagini in corso, sia per quanto riguarda gli affondamenti sospetti, sia per quanto concerne le navi abbandonate nei porti italiani e precedentemente utilizzate per presunti traffici di materiale radioattivo e finalizzate a rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata coinvolta negli eventi in questione.

La situazione di Anzio.Mentre la Bindi e noi tutti ci affanniamo a denunciarne la drammaticità e a chiedere lo scioglimento dell’amministrazione,ecco la risposta e la posizione del Ministero dell’Interno ad un’interrogazione fatta dal nostro iscritto On.Cristian Iannuzzi:” Non ci sono le condizioni”!!!!!!!! …………….Abbiamo tutti scherzato,on.Bindi.Siamo tutti,lei e noi,dei……..pagliacci che non dicono la verita’!!!!!…………………………………….VERGOGNA !!!!!!! ASS.CAPONNETTO

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/14032

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 667 del 03/08/2016
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 03/08/2016
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DELL’INTERNO
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 03/08/2016
Stato iter:

04/28/2017

Partecipanti allo svolgimento/discussione
RISPOSTA GOVERNO 28/04/2017
BOCCI GIANPIERO SOTTOSEGRETARIO DI STATO INTERNO
Fasi iter:

RISPOSTA PUBBLICATA IL 28/04/2017

CONCLUSO IL 28/04/2017

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-14032

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo presentato

Mercoledì 3 agosto 2016

modificato

Giovedì 4 agosto 2016, seduta n. 667

CRISTIAN IANNUZZI. — Al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
nel territorio di Anzio, in provincia di Roma, si registra la presenza di noti gruppi criminali, come testimoniato dal processo «Appia», conclusosi innanzi al tribunale di Velletri con condanne per associazione a delinquere di tipo mafioso;
in particolare, secondo le relazioni della direzione nazionale antimafia 2012, 2013 e 2014, in tale territorio, opera il clan ‘ndrangherista Gallace. Figura importante di questo clan risultava essere Nicola Perronace, fratello di Pasquale Perronace, attuale consigliere comunale di maggioranza ad Anzio;
nel comune risulta attivo anche il clan dei Casalesi, come attestano le indagini della direzione distrettuale antimafia di Roma, nonché numerose sentenze, anche passate in giudicato, emesse dall’autorità giudiziaria a carico di Pasquale Noviello ed altri, per reati che vanno dall’associazione a delinquere di stampo camorristico al tentato omicidio;
il 5 marzo 2012, alle ore 15 circa, ignoti esplodevano numerosi colpi di pistola all’indirizzo della villa dell’assessore Patrizio Placidi;
la notte del 14 febbraio 2015, venivano sparati numerosi colpi di arma da fuoco contro l’abitazione dell’assessore ai lavori pubblici di Anzio, Alberto Alessandroni;
risulterebbe essere stato richiesto il rinvio a giudizio secondo quanto risulta agli interroganti, per vari reati, nei confronti di amministratori e consiglieri comunali di Anzio, in particolare nei confronti dell’assessore per l’ambiente Patrizio Placidi, del consigliere comunale Valentina Salsedo, di suo marito Ernesto Parziale, nonché del dottor Walter Dell’Accio, dirigente dell’ufficio ambiente;
nell’ambito del procedimento penale denominato «Mala Suerte», nel maggio 2016, venivano tratti in arresto diversi pregiudicati di Anzio, tra i quali spiccano Roberto Madonna e Angelo Pellecchia, arrestati per estorsione aggravata, giusta ordinanza di custodia emessa dal giudice per le indagini preliminari di Velletri Zsusa Mendola;
nell’ambito del procedimento, sarebbe emerso che la cooperativa Supercar, che gestisce ad Anzio i parcheggi per la sosta delle vetture dei turisti diretti a Ponza, avrebbe versato somme agli indagati Madonna e Pellecchia;
in particolare, riferirebbe alla polizia l’amministratrice della ditta citata: «nel 2012, però, al porto iniziò ad operare un’altra cooperativa denominata I Neroniani il cui rappresentante era Ernesto Speziale, titolare della pizzeria Antico grottino di Anzio. A nome della cooperativa operavano certi personaggi di origine campana tra cui tale Angelo Pellecchia, che attualmente gestisce un bar in via Roma di Anzio e tale Letizia Raffaele, di circa 50 anni, che per sentito dire, faceva parte della camorra e che Pellecchia Angelo chiamava Schiavone. Per questo motivo mi rivolsi dapprima al Comando dei vigili urbani e poi all’Ufficio commercio del Comune per avere chiarimenti, ricevendo assicurazioni di un fattivo interessamento. Non avendo avuto riscontro, decisi di rivolgermi ad un personaggio politico di Anzio, [...] il quale mi lasciò intendere di lasciar perdere, vista la reputazione dei personaggi ed in virtù del fatto che la cooperativa era sponsorizzata da Giorgio Zucchini (…) Evidentemente Giorgio Zucchini venuto a conoscenza delle mie lamentele, nell’inverno del 2013, mi chiese di avere un incontro con lui e con Parziale Ernesto per chiarire la situazione. Entrambi si presentarono nel mio ufficio [...] mio malgrado fui costretta ad accettare la collaborazione della cooperativa che avrebbe avuto il 30 per cento del ricavato;
nell’ambito delle attività d’indagine, sarebbero emerse numerose intercettazioni telefoniche in cui il cennato Madonna avrebbe minacciato gravemente De Bernardinis e di mettere una bomba sotto la vettura dell’amministratore della Supercar;
i legami sopra descritti tra esponenti della malavita organizzata e membri dell’amministrazione comunale di Anzio rendono opportuno l’intervento del Governo quantomeno ai sensi degli articoli 141 e seguenti del testo unico sugli enti locali;
come noto, in base ai suddetti articoli, in presenza di atti contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge, nonché per gravi motivi di ordine pubblico si può procedere allo scioglimento del consiglio comunale oppure alla rimozione del sindaco o dei singoli componenti del consiglio o della giunta;
a parere dell’interrogante i fatti sopra riportati impongono al Governo di verificare l’opportunità di adottare i provvedimenti in questione –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti illustrati in premessa e se non ritenga di assumere le iniziative di competenza ai sensi degli articoli 141 e seguenti del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali. (4-14032)

Atto Camera

Risposta scritta pubblicata Venerdì 28 aprile 2017
nell’allegato B della seduta n. 786
4-14032
presentata da
IANNUZZI Cristian

Risposta. — Come riferito nell’interrogazione in esame, le indagini condotte dalle forze dell’ordine nel basso Lazio – prevalentemente nell’area pontina Ardea-Pomezia e in quella del litorale romano Anzio-Nettuno – hanno permesso di far luce su fatti di particolare rilevanza da interpretare come preoccupanti segnali di un escalation della criminalità organizzata in quei territori.
Al riguardo, occorre premettere che questo innalzamento del livello di criminalità (e del suo indice di penetrazione) affonda le sue radici nel processo di insediamento di alcuni personaggi mafiosi (soprattutto di origine campana) arrivati nel basso Lazio diversi anni fa in condizione di clandestinità e grazie al supporto di idonei dispositivi criminali.
In tale contesto di radicamento sul territorio di interessi criminali che vanno inseriti anche alcuni atti intimidatori in danno di esponenti della politica locale, tra cui gli episodi riferiti dall’interrogante, cioè l’attentato nei confronti di Patrizio Placidi, all’epoca vicesindaco e assessore all’ambiente del comune di Anzio, e quello in danno di Alberto Alessandroni, assessore ai lavori pubblici dello stesso comune.
Le indagini relative alle due vicende delittuose, a cura della compagnia dei carabinieri di Anzio, non hanno ancora portato all’individuazione dei responsabili né hanno potuto stabilire nessi tra quanto accaduto e l’attività politica della vittima.
Per completezza d’informazione, si informa che il 4 agosto 2016 è stata data alle fiamme l’auto di Giorgio Zucchini, vicesindaco e assessore al bilancio e al patrimonio del comune di Anzio. Sul luogo dell’accaduto, i carabinieri hanno rinvenuto e sottoposto a sequestro una bottiglia parzialmente combusta, già contenente liquido infiammabile.
In un quadro più generale riferito all’alta incidenza del fenomeno mafioso nei territori del basso Lazio, si rappresenta che le Forze dell’ordine sono fortemente impegnate nello smantellamento delle associazioni criminali, che sono attive soprattutto nel traffico di stupefacenti.
Occorre, infatti, tener presente che il litorale romano, unitamente a quello pontino, costituisce un’area di notevole interesse per i sodalizi criminali fin dagli anni ’50, quando l’esponente di spicco della criminalità organizzata Francesco Paolo Coppola trasferì il centro dei suoi affari criminali nella zona di Tor San Lorenzo, nei pressi di Anzio.
Le indagini più recenti hanno messo in evidenza la presenza di due importanti consorterie criminali nel territorio di Anzio, facenti capo alla famiglia ’ndranghetista dei Gallace di Guardavalle, in provincia di Catanzaro, e a quella camorrista dei casalesi Schiavone-Noviello.
In merito alla prima di queste «famiglie», diverse operazioni hanno permesso di accertare al suo interno la presenza di una struttura organizzata come ’ndrina, distaccata nel territorio laziale soprattutto nei comuni di Anzio e Nettuno. Il clan è dedito prevalentemente al traffico di cocaina e le sue articolazioni arrivano fino in Lombardia e Germania. I «Gallace» si sono trasferiti nel Lazio all’inizio degli anni ’80 e a questo periodo risalgono i primi procedimenti di arresto nei confronti dei loro affiliati (in particolare, per detenzione di armi da fuoco clandestine).
Nel corso degli anni successivi, i Gallace sono risultati coinvolti in molte altre indagini (tra le più importanti, quelle denominate «Appia», «Mithos», «Venusia» e «Caracas»), tutte sfociate in numerosi arresti. Dalle inchieste di polizia sono inoltre emersi legami tra i Gallace e la famiglia malavitosa romana dei Romagnoli (attiva a sud della Capitale, in particolare nei quartieri Casilino, Torre Maura e San Basilio), con la quale risultano federati.
Oltre ai numerosi arresti, frutto delle risultanze investigative è il sequestro preventivo, emesso dalla direzione distrettuale antimafia, di diversi beni immobili riconducibili alla cosca Gallace-Romagnoli, per un valore approssimativo di circa 2 milioni di euro.
Anche i casalesi risultano attivi nel territorio in questione, dove sono arrivati alla fine degli anni ’90. Il loro capo è Pasquale Noviello, imparentato con la famiglia degli Schiavone e attualmente in regime di detenzione, poiché raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare scaturita da un’indagine della direzione distrettuale antimafia di Roma (dovendo rispondere del delitto di cui all’articolo 416-bis).
C’è da osservare che, nel giro di pochi anni, i casalesi e, più in generale, i clan di camorra insediatisi in quel territorio hanno rivolto i propri interessi in direzione della Capitale, stipulando una serie di accordi volti a disciplinare la reciproca coesistenza e a realizzare affari comuni. È con l’operazione «Sfinge» del 2012 che le autorità giudiziarie attestano per la prima volta la presenza di un’associazione camorristica nell’area del litorale romano.
In quell’occasione, il tribunale di Latina ha riconosciuto il clan Noviello-Schiavone come un’autonoma associazione di tipo camorristico, costola e alleata del «clan dei casales», capeggiata da Maria Rosaria Schiavone (nipote di Francesco Schiavone, detto Sandokan) e dal marito Pasquale Noviello. L’organizzazione opera con metodi violenti, riproponendo nei comuni di Anzio e Nettuno, oltreché in quelli di Aprilia e Latina, il modello criminale già attuato nel casertano.
Nell’area di Anzio è stato individuato anche l’insediamento di alcuni soggetti riconducibili ai clan camorristici napoletani Cozzolino, Contini, Abate, Veneruso e Anastasio. Come detto, con il tempo, le formazioni mafiose presenti nel basso Lazio hanno creato tra loro relazioni stabili, frutto di oculate strategie criminali, che hanno permesso loro di gestire non solo i traffici degli stupefacenti e delle estorsioni, ma anche attività apparentemente legali quali la grande distribuzione o la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli.
In tale contesto si inserisce la tematica degli eventuali condizionamenti criminali dell’attività amministrativa del comune di Anzio. Al riguardo, va osservato che, negli ultimi anni, la prefettura di Roma ha ricevuto numerosi esposti, regolarmente trasmessi agli organi di polizia per gli accertamenti del caso, con cui cittadini, comitati, associazioni o esponenti politici hanno evidenziato criticità riguardanti – di volta in volta – il degrado ambientale, lo smaltimento dei rifiuti, la speculazione edilizia, irregolarità relative al funzionamento dell’ente locale, la presenza della criminalità.
Nell’estate del 2016, in relazione ad alcune segnalazioni pervenute dal «Comitato antimafia Antonino Caponnetto» e dal «Comitato Lido delle Sirene di Anzio» concernenti l’insistenza sul territorio di interessi ed esponenti di sodalizi criminali, la prefettura ha avviato un’ulteriore ricognizione per verificare eventuali condizionamenti della criminalità organizzata sull’ente locale.
Dall’analisi condotta dalle Forze di polizia e alla luce di diversi procedimenti penali ancora pendenti innanzi all’autorità giudiziaria a carico di amministratori e funzionari comunali (per la maggior parte inerenti all’affidamento di lavori e servizi in violazione della normativa di settore), sono emerse alcune criticità in ordine all’aggiudicazione di due appalti: quello relativo ai «servizi di igiene urbana e servizi accessori per la raccolta differenziata dei rifiuti cosiddetta raccolta dei rifiuti solidi urbani)» e quello relativo alla «manutenzione straordinaria del plesso scolastico Villa Claudia (viale Terreno)»; detti appalti sono stati affidati a due società destinatarie di provvedimenti interdittivi antimafia emessi, rispettivamente, dalle prefetture di Bari e Roma.
Occorre però precisare che in nessuno dei due casi menzionati possono essere mossi dei rilievi all’operato dell’amministrazione locale. Per la prima società, infatti, atteso che il provvedimento ostativo si fondava su criticità emerse in relazione solo ad alcune sedi operative in Calabria e Puglia, la Prefettura di Bari, con comunicazione a parte, ha dato indicazione alle stazioni appaltanti di non assumere al momento iniziative dirette all’interruzione del rapporto con l’impresa; per la seconda ditta, invece, l’interdittiva è stata adottata in data successiva al termine dei lavori.
D’altra parte, è stato rilevato che nel maggio 2016 il commissariato di pubblica sicurezza di Anzio-Nettuno, nell’ambito dell’attività di indagine denominata «Mala Suerte» e in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura della Repubblica di Velletri, ha tratto in arresto 14 persone, per lo più pregiudicati locali, per reati in materia di stupefacenti. Due degli arresti hanno riguardato persone indagate per estorsione in danno dell’impresa che da anni gestisce ad Anzio il servizio di parcheggio delle autovetture dei turisti diretti a Ponza.
In tale ambito, è stato rilevato come uno dei passaggi dell’ordinanza di custodia cautelare riporti una dichiarazione della titolare della impresa che gestisce il citato parcheggio, relativa al ruolo che sarebbe stato giocato nella vicenda dal vicesindaco di Anzio Giorgio Zucchini. Al riguardo, va osservato comunque che, secondo quanto risulta agli atti istruttori, l’indagine non ha coinvolto direttamente esponenti politici o amministratori locali.
Tanto riferito sulla rilevante presenza della criminalità organizzata lungo l’area sud del litorale della provincia – non solo nel Comune di Anzio –, la Prefettura capitolina ha rappresentato, tuttavia, che le Forze di polizia sono concordi nel ritenere, anche in forza di indagini condotte sotto la direzione di diverse Procure, che non emergono riscontri oggettivi idonei ad avvalorare l’ipotesi di infiltrazioni della criminalità organizzata medesima nella gestione del comune di Anzio.
Pertanto, pur riconoscendo la gravità di alcuni dei fatti verificatisi nel tempo, la Prefettura medesima ritiene di non disporre, allo stato attuale, di elementi concreti e univocamente orientati al condizionamento dell’amministrazione comunale. 
Il Sottosegretario di Stato per l’interno: Gianpiero Bocci.

Cristian Iannuzzi: “ Il Commissariato della Polizia di Stato di Casal di Principe non va chiuso”

 Cristian Iannuzzi: “ Il Commissariato della Polizia di Stato di Casal di Principe non va chiuso”
Interrogazione a risposta in commissione 5-10810

presentato da 

IANNUZZI Cristian

testo di 

Lunedì 13 marzo 2017, seduta n. 758

  CRISTIAN IANNUZZI. — Al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
il quotidiano «Corriere della Sera» del 6 marzo 2017 riporta la notizia della prossima chiusura della sezione della squadra mobile di Casal di Principe, la cui composizione è passata, tra l’altro, nel corso degli anni, dagli originari trenta poliziotti, entrati in servizio nove anni fa, a solo due;
il cambio di destinazione d’uso, da sociale a militare, dell’attuale sede della squadra mobile, una villa nel centro del paese, confiscata al boss Dante Apicella, ha imposto regole più severe per l’agibilità dell’immobile, richiedendo lavori di adeguamento e l’impossibilità, di conseguenza, di continuare ad ospitare la sezione di polizia;
la chiusura di tale sezione, in un luogo simbolo della criminalità organizzata, rappresenta un grave errore che, per usare le parole del giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, autore dell’articolo anzidetto, «rischia di dare un segnale pessimo ai cittadini perbene che, anche a dispetto delle difficoltà economiche, continuano a sperare nel riscatto. E incoraggiare i malavitosi, oggi in difficoltà, a rialzare la testa»;
l’impegno, al termine dei lavori di adeguamento, di elevare il presidio a commissariato di pubblica sicurezza, come ribadito dal capo della polizia Gabrielli, è ancora solo un proposito, in quanto il relativo iter di approvazione del progetto non è ancora iniziato;
è, invece, concreto il pericolo che l’assenza di un posto di polizia su un territorio, già caratterizzato dalla scarsa presenza dello Stato, con solo cinque vigili per 22 mila abitanti, possa compromettere un’efficace azione di contrasto della criminalità organizzata –:
se il Ministro interrogato non ritenga opportuno mantenere il presidio della squadra mobile di Casal di Principe, disponendone a tal fine lo spostamento in locali idonei ad ospitarne la sede e incrementandone l’organico. (5-10810)

.Interrogazione di più Senatori che chiedono notizie sui contenuti dell’incontro fra il Presidente del Consiglio Gentiloni e Soros

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 818 del 09/05/2017

CASALETTOVACCIANODE PINSIMEONI - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che tutti i quotidiani nazionali riportano che il finanziere miliardario George Soros è stato ricevuto il 3 maggio 2017 a palazzo Chigi dal Presidente del Consiglio dei ministri;considerato che, per quanto risulta agli inetrroganti:

George Soros è presidente del Soros fund, dell’Open society e fondatore e consigliere del Quantum group. Fu per sua stessa ammissione il protagonista delle speculazioni che nel 1992 causarono una svalutazione della lira del 30 per cento e la dissipazione di 40.000 miliardi di lire di riserve valutarie della Banca d’Italia;

si tratta quindi, come già esposto da autorevoli fonti accademiche, di un esponente di quella “diplomazia finanziaria internazionale” che ha come unico scopo il progressivo impoverimento attraverso la fine del welfare state e la compressione dei salari per tutti gli Stati dell’Europa meridionale;

le mire di Soros attraverso le sue organizzazioni tenderebbero a modificare le strategie globali sui flussi migratori, con l’intento di ridurre il costo del lavoro attraverso l’immissione forzata di manodopera a basso costo. In cambio, sembrerebbe offrire sicurezze sull’acquisto dei titoli di Stato;

la suddetta strategia, che esula da qualsiasi volontà umanitaria, punta ad un calcolo finanziario per istituire sempre più dumping salariale nelle economie dei Paesi del sud Europa, maggiormente esposti a flussi migratori, ormai gestiti anche da soggetti non istituzionali, e certamente non democraticamente controllati;

rilevato che alla stampa non è stato fornito alcun dettaglio su tale incontro e gli interroganti ritengono questo un fatto fortemente anomalo, irrituale e fuori da ogni controllo parlamentare delle attività di Governo,

si chiede di conoscere se il Presidente del Consiglio dei ministri non ritenga opportuno rendere pubblici i contenuti del colloquio intrattenuto con George Soros, con particolare riguardo alla politica estera e alle politiche migratorie.

(4-07460)

Interrogazione del Sen.Giarrusso ed altri

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 818 del 09/05/2017

GIARRUSSODONNOCASTALDIBERTOROTTAPAGLINIMORONESECAPPELLETTIPUGLIASANTANGELOTAVERNA - Ai Ministri dell’interno e della salute - Premesso che:la cooperativa ArteInsieme di Itri (Latina) si è aggiudicata il bando emesso dalla Prefettura di Latina per assicurare i servizi di accoglienza ai migranti richiedenti protezione internazionale;

considerato che, per quanto risulta agli interroganti:

sono emerse numerose criticità relative alla capacità della cooperativa di offrire l’assistenza adeguata ai migranti anche sotto il profilo della necessaria esperienza pregressa, in quanto la cooperativa non avrebbe precedentemente prestato tali servizi sia nell’ambito dello SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che in progetti di accoglienza similari;

le strutture individuate per offrire assistenza, l’ex albergo “Montefusco”, peraltro lontano molti chilometri dal centro abitato ed ubicato in località isolata di montagna, ed una villa privata sulla via Appia, lato Fondi, versano in condizioni di sovraffollamento rispetto alla capienza di legge;

relativamente all’albergo Montefusco gravano ombre circa le certificazioni di agibilità e le autorizzazioni igienico-sanitarie ottenute, in quanto le condizioni rovinose in cui versa la struttura richiederebbero interventi non risolvibili con l’esecuzione di semplici e marginali lavori di restauro; inoltre, presso la struttura è stata, in seguito a segnalazione, portata l’acqua potabile tramite autobotte, ma la cisterna di deposito vecchia di 50 anni non è stata mai messa a norma per cui l’acqua risulterebbe essere ancora non potabile;

entrambe le strutture spesso utilizzerebbero la tecnica del “farsi pagare il vuoto”, in quanto le risorse loro erogate verrebbero calcolate anche in base al numero totale di ospiti che da mesi non sarebbero invece presenti;

inoltre, il personale dipendente e i volontari impiegati sarebbero sottoposti a minacce e intimidazioni finalizzate a impedire che vengano rese note all’esterno le difficoltà e le inadempienze;

considerato infine che, a parere degli interroganti:

è necessario che sia effettuato un controllo storico intrecciato dei registri di presenza;

sussiste un’evidente incompatibilità ambientale generata dal legame di coniugio che intercorrerebbe tra il dottor Mendico, responsabile del settore prevenzione e igiene pubblica della Asl di Latina, addetto proprio alla vigilanza sanitaria nei centri in questione, e la dottoressa Marciano, gestore di un centro di accoglienza nel medesimo territorio di competenza,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e se, per quanto di competenza, intendano attivarsi affinché sia verificato se corrispondano al vero;

in particolare, se la cooperativa al momento del bando possedesse i requisiti richiesti, ovvero l’aver già prestato servizio in ambito SPRAR, e se la Prefettura di Latina abbia verificato il possesso del requisito di cui al punto 7.7 dell’avviso di bando;

se non ritengano che le criticità evidenziate possano ripercuotersi a danno dei migranti che, lasciati al proprio destino, rischierebbero di diventare facile preda del sistema malavitoso locale, anche in considerazione del fatto che la maggioranza dei soggiornanti sono di nazionalità nigeriana e avrebbero frequenti contatti con altri connazionali residenti da anni nella vicina zona di Castel Volturno (Caserta), dove è presente un’organizzazione criminale di origine nigeriana dedita al traffico di droga ed allo sfruttamento della prostituzione;

se risulti che, al momento dell’arrivo, i migranti siano stati sottoposti allo screening virale obbligatorio per HIV, HCV-B, HCV-C e tubercolina; se l’esecuzione di tale obbligo sia rilevabile dalle schede sanitarie personali e se nel centro sia in atto un’epidemia di scabbia;

se non ritengano opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale possibile conflitto di interessi, nonché sottovalutazione di nuovi significativi profili di accertamento;

se risulti che la registrazione degli ospiti effettuata dagli organi preposti e la tenuta dell’apposito registro giornaliero delle presenze siano costantemente aggiornati, al fine di evitare possibili rimborsi non dovuti per migranti che si allontanano dal centro, magari procedendo anche ad un controllo incrociato con i registri di destinazione dei beneficiari del progetto;

se corrisponda al vero che la cooperativa ArteInsieme gestisca anche il canile municipale di Itri, in cui, per quanto risulta agli interroganti, verrebbero utilizzati in qualità di inservienti i ragazzi in cura presso i servizi per le tossicodipendenze di Formia, senza il rispetto dei protocolli antitossicodipendenza (continuerebbero ad assumere sostanze stupefacenti in assenza di controllo);

se ritengano legittimo che i beneficiari del progetto siano utilizzati quale forza lavoro nello stesso;

quali provvedimenti di competenza intendano adottare, al fine di risolvere la grave situazione di illegalità evidenziata.

(3-03724)

.Un’interrogazione dell’On.Cristian Iannuzzi che riguarda un’importante area industriale al centro di Gaeta.A che punto sono gli accertamenti?

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/16420

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 785 del 27/04/2017
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 27/04/2017
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO
  • MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
  • MINISTERO DELL’INTERNO
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO delegato in data 27/04/2017
Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-16420

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Giovedì 27 aprile 2017, seduta n. 785

CRISTIAN IANNUZZI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
l’ex vetreria Avir, monumentale area industriale al centro della città di Gaeta, è da tempo oggetto dell’attenzione di importanti gruppi criminali, tra i quali spiccano la Banda della Magliana e i più grossi boss dei Casalesi;
in seguito alla sua chiusura, all’inizio degli anni ’80, è cominciata la lotta per accaparrarsi la lottizzazione di questi oltre 100 mila metri cubi edificabili;
nel 2001, il proprietario dell’epoca vende alla società Gaim srl, i cui soci sono Nicola Martino, vecchio sindacalista, e Giuseppe Simioli da Marano. L’atto costitutivo della società veniva stipulato nello studio del notaio Salvatore Sica, per anni professionista di fiducia nelle transazioni immobiliari fra uomini legati al clan di Lorenzo Nuvoletta. Solo 20 milioni di lire il capitale della Gaim, fondata il 23 gennaio 2001 per acquistare il giorno dopo un bene valutato all’epoca in circa 6 miliardi;
nel 2005, la Gaim cede circa 1.500 metri cubi di vani già esistenti, più 3.000 metri quadri di terreno, ad una società a responsabilità limitata, con sede legale a Bergamo, la Holiday, tra i cui soci c’è Ciro Perdono, indagato nel 2007, come consigliere comunale di Forza Italia a Marano, nell’indagine che ha portato allo scioglimento comunale per infiltrazioni camorristiche e che ha coinvolto anche suo figlio Vincenzo, finito nel registro degli indagati. Qualche anno dopo nella compagine di Gaim fa il suo ingresso un altro piccolo costruttore, stavolta casertano: è Raffaele Di Tella, da Trentola Ducenta;
fra i proprietari del sito ex Avir, risulta anche la società F.T. Costruzioni il cui legale rappresentante è Luigi Franzese;
nel frattempo, mentre restano fermi i lavori nell’ex area industriale, prendeva il via la ristrutturazione delle ex case degli operai, alle spalle della vecchia vetreria;
gli appartamenti, una quarantina, venivano acquistati quasi tutti da personale dell’amministrazione giudiziaria di Santa Maria Capua Vetere, compresi un paio di magistrati. Quasi 8 milioni di euro il ricavato dalla vendita dell’intero complesso, denominato le «casette rosse», per la Gaim;
il progetto edilizio ha destato l’attenzione della procura della Repubblica di Latina, che nel luglio 2011, ha iscritto nel registro degli indagati per il reato di lottizzazione abusiva, fra gli altri, gli stessi Martino, Simioli, Sica, Di Tella e Todisco. Con loro, anche numerosi notai che hanno stipulato le compravendite, fra i quali Daniela Arseni di Formia e Giancarlo Laurini; il relativo procedimento penale, dopo anni di «stop» a seguito della chiusura del tribunale di Gaeta, pende attualmente presso il tribunale di Latina;
alle indagini per presunta lottizzazione abusiva ha fatto seguito il sequestro dell’intero complesso per inquinamento ambientale: sotto il vecchio muro di contenimento, infatti, sono state rinvenute ingenti quantità di materiali tossici, in primis l’amianto, sversati nel corso dei decenni;
il comune di Gaeta è restato in tutti questi anni inerte di fronte alle numerose illegalità che hanno coinvolto l’area su cui sorgeva la fabbrica. Solo di recente il comune è tornato ad occuparsi dell’ex Avir, adottando una delibera con la quale ha stanziato circa 280 mila euro per mettere in sicurezza l’area, nonostante la stessa sia da sempre di proprietà privata –:
di quali elementi disponga il Governo circa la situazione dell’area su cui sorgeva la vetreria Avir, soggetta peraltro a vincolo paesaggistico e prossima alla spiaggia di Serapo al centro della città di Gaeta e quali iniziative di competenza intenda adottare al fine di verificare che il procedimento di messa in sicurezza rispetti l’importante valore che l’area ha nel contesto del territorio, anche alla luce dei presunti collegamenti o rapporti tra gli attori della citata operazione edilizia con ambienti della criminalità organizzata campana e/o romana. (4-16420)

La morte misteriosa del Colonnello della Guardia di Finanza Omar Pace in servizio presso la DIA di Roma

Interrogazioni orali con carattere d’urgenza ai sensi dell’articolo 151 del Regolamento

GIARRUSSOSERRACAPPELLETTIPAGLINIPUGLIADONNOCOTTI - Ai Ministri della giustizia e dell’interno - Premesso che secondo quanto risulta agli interroganti:

il giorno 11 aprile 2017 ricorre il primo anniversario della morte del colonnello della Guardia di finanza Omar Pace, in forza presso il primo reparto della DIA (Direzione investigativa antimafia) di Roma, la cui tragica fine è ancora avvolta in circostanze misteriose e fortemente sospette;

secondo quanto riportato da “il velino” del 19 maggio 2016, il colonnello Pace, pochi giorni prima di morire, si sarebbe accorto di essere stato pedinato durante lo svolgimento delle sue attività di insegnamento presso l’università degli studi della Repubblica di San Marino, dove era docente a contratto;

a quanto risulta agli interroganti, il pedinamento del colonnello Pace sarebbe stato eseguito da alcuni operatori della DIA della sezione di Bologna e all’insaputa delle autorità di San Marino e quindi in flagrante e inammissibile violazione di legge e dei trattati internazionali che regolano queste materie, fatti questi sicuramente costituenti reati perseguibili d’ufficio;

il colonnello Pace, poi, si sarebbe curiosamente “suicidato” soltanto un paio di giorni prima di essere sentito come testimone in un importantissimo processo di ‘ndrangheta in corso a Reggio Calabria, in cui è imputato un importante uomo politico che ha ricoperto alte cariche governative;

risulterebbe, altresì, che il luogo della morte del colonnello Pace (il suo ufficio alla DIA di Roma), dopo appena 2 giorni dall’accaduto, sarebbe stato in tutta fretta ripulito e pesantemente rimaneggiato, con la scusa di dover essere riassegnato ad altro ufficiale;

di fronte a tutti i citati gravissimi elementi, che avrebbero certamente richiesto maggior cura, attenzione e rispetto verso chi aveva servito lo Stato con grande dignità, abnegazione ed onore per oltre 25 anni, risulterebbe agli interroganti un’inspiegabile ed incomprensibile e finanche sospetta inerzia della magistratura competente, che solo dopo diversi mesi e solo su sollecitazione dei legali della famiglia avrebbe iscritto il relativo fascicolo a ruolo, omettendo per tanto, troppo, tempo di effettuare accertamenti importanti, sia sullo stato dei luoghi, sia sulle circostanze del pedinamento, alcuni dei quali resi oramai impossibili dal frettoloso mutamento dello stato dei luoghi dove si è svolta la tragedia;

considerato che:

a tutt’oggi non è pervenuta risposta all’atto di sindacato ispettivo 4-06936, pubblicato il 2 febbraio 2017, a firma di alcuni senatori del Gruppo Movimento 5 Stelle, in cui si chiedeva di avviare con urgenza approfondite indagini interne affinché venisse verificato: chi avrebbe disposto il pedinamento del colonnello Omar Pace e per quali motivi; chi avrebbe disposto che il pedinamento del colonnello Pace fosse eseguito nel territorio dello Stato di San Marino e cioè in uno Stato sovrano straniero; quali siano i motivi per cui forze di polizia italiane avrebbero effettuato tale pedinamento non informando le autorità di polizia dello Stato di San Marino;

a parere degli interroganti, la perdurante inerzia dell’autorità giudiziaria competente, apparentemente, farebbe pensare ad una mancanza di interesse a far luce sulla vicenda e, in particolare, su: l’omesso interrogatorio dei soggetti, ben noti ed individuati, che avrebbero pedinato il colonnello Pace a San Marino; l’omesso accertamento su chi avrebbe dato l’ordine di pedinare il colonnello Pace nella Repubblica di San Marino; l’omesso accertamento su chi avrebbe firmato l’ordine di uscita dell’automezzo di servizio utilizzato per il suddetto pedinamento e su chi ne avrebbe effettuato lo scarico; l’omessa tutela dell’integrità dello stato dei luoghi dove è avvenuta la tragedia e quindi degli eventuali elementi di prova che si sarebbero potuti repertare,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se non intendano, nell’ambito delle proprie attribuzioni, attivare con urgenza le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, affinché siano verificate tutte le circostanze suindicate e soprattutto i motivi degli inspiegabili ritardi ed inerzie sull’avvio delle indagini preliminari da parte dell’autorità giudiziaria competente considerando che, a giudizio degli interroganti, tali attività avrebbero dovuto essere indirizzate nell’immediatezza del fatto sui possibili elementi e percorsi investigativi che avrebbero potuto emergere dall’esame accurato dei luoghi e dagli interrogatori di persone informate sui fatti;

quali azioni di competenza intendano promuovere, affinché sia fatta piena luce sulla vicenda e sul perché si stia, a giudizio degli interroganti, tentando invece di insabbiare tutti i gravissimi fatti accaduti e le relative responsabilità.

(3-03652)

Il suicidio misterioso del Colonnello Pace della Guardia di Finanza in servizio presso la DIA di Roma.Nessuno ne parla più e nessuno risponde alle interrogazioni dei Senatori del M5S che chiedono di far luce.

Interrogazioni orali con carattere d’urgenza ai sensi dell’articolo 151 del Regolamento

GIARRUSSOSERRACAPPELLETTIPAGLINIPUGLIADONNOCOTTI - Ai Ministri della giustizia e dell’interno - Premesso che secondo quanto risulta agli interroganti:

il giorno 11 aprile 2017 ricorre il primo anniversario della morte del colonnello della Guardia di finanza Omar Pace, in forza presso il primo reparto della DIA (Direzione investigativa antimafia) di Roma, la cui tragica fine è ancora avvolta in circostanze misteriose e fortemente sospette;

secondo quanto riportato da “il velino” del 19 maggio 2016, il colonnello Pace, pochi giorni prima di morire, si sarebbe accorto di essere stato pedinato durante lo svolgimento delle sue attività di insegnamento presso l’università degli studi della Repubblica di San Marino, dove era docente a contratto;

a quanto risulta agli interroganti, il pedinamento del colonnello Pace sarebbe stato eseguito da alcuni operatori della DIA della sezione di Bologna e all’insaputa delle autorità di San Marino e quindi in flagrante e inammissibile violazione di legge e dei trattati internazionali che regolano queste materie, fatti questi sicuramente costituenti reati perseguibili d’ufficio;

il colonnello Pace, poi, si sarebbe curiosamente “suicidato” soltanto un paio di giorni prima di essere sentito come testimone in un importantissimo processo di ‘ndrangheta in corso a Reggio Calabria, in cui è imputato un importante uomo politico che ha ricoperto alte cariche governative;

risulterebbe, altresì, che il luogo della morte del colonnello Pace (il suo ufficio alla DIA di Roma), dopo appena 2 giorni dall’accaduto, sarebbe stato in tutta fretta ripulito e pesantemente rimaneggiato, con la scusa di dover essere riassegnato ad altro ufficiale;

di fronte a tutti i citati gravissimi elementi, che avrebbero certamente richiesto maggior cura, attenzione e rispetto verso chi aveva servito lo Stato con grande dignità, abnegazione ed onore per oltre 25 anni, risulterebbe agli interroganti un’inspiegabile ed incomprensibile e finanche sospetta inerzia della magistratura competente, che solo dopo diversi mesi e solo su sollecitazione dei legali della famiglia avrebbe iscritto il relativo fascicolo a ruolo, omettendo per tanto, troppo, tempo di effettuare accertamenti importanti, sia sullo stato dei luoghi, sia sulle circostanze del pedinamento, alcuni dei quali resi oramai impossibili dal frettoloso mutamento dello stato dei luoghi dove si è svolta la tragedia;

considerato che:

a tutt’oggi non è pervenuta risposta all’atto di sindacato ispettivo 4-06936, pubblicato il 2 febbraio 2017, a firma di alcuni senatori del Gruppo Movimento 5 Stelle, in cui si chiedeva di avviare con urgenza approfondite indagini interne affinché venisse verificato: chi avrebbe disposto il pedinamento del colonnello Omar Pace e per quali motivi; chi avrebbe disposto che il pedinamento del colonnello Pace fosse eseguito nel territorio dello Stato di San Marino e cioè in uno Stato sovrano straniero; quali siano i motivi per cui forze di polizia italiane avrebbero effettuato tale pedinamento non informando le autorità di polizia dello Stato di San Marino;

a parere degli interroganti, la perdurante inerzia dell’autorità giudiziaria competente, apparentemente, farebbe pensare ad una mancanza di interesse a far luce sulla vicenda e, in particolare, su: l’omesso interrogatorio dei soggetti, ben noti ed individuati, che avrebbero pedinato il colonnello Pace a San Marino; l’omesso accertamento su chi avrebbe dato l’ordine di pedinare il colonnello Pace nella Repubblica di San Marino; l’omesso accertamento su chi avrebbe firmato l’ordine di uscita dell’automezzo di servizio utilizzato per il suddetto pedinamento e su chi ne avrebbe effettuato lo scarico; l’omessa tutela dell’integrità dello stato dei luoghi dove è avvenuta la tragedia e quindi degli eventuali elementi di prova che si sarebbero potuti repertare,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se non intendano, nell’ambito delle proprie attribuzioni, attivare con urgenza le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, affinché siano verificate tutte le circostanze suindicate e soprattutto i motivi degli inspiegabili ritardi ed inerzie sull’avvio delle indagini preliminari da parte dell’autorità giudiziaria competente considerando che, a giudizio degli interroganti, tali attività avrebbero dovuto essere indirizzate nell’immediatezza del fatto sui possibili elementi e percorsi investigativi che avrebbero potuto emergere dall’esame accurato dei luoghi e dagli interrogatori di persone informate sui fatti;

quali azioni di competenza intendano promuovere, affinché sia fatta piena luce sulla vicenda e sul perché si stia, a giudizio degli interroganti, tentando invece di insabbiare tutti i gravissimi fatti accaduti e le relative responsabilità.

(3-03652)

Interrogazione di Giarrusso più altri 11 Senatori su Sperlonga

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07335

 

Atto n. 4-07335

 

Pubblicato il 6 aprile 2017, nella seduta n. 803

 

GIARRUSSO , CAPPELLETTI , PAGLINI , BUCCARELLA , DONNO , PUGLIA , LEZZI , SANTANGELO , BOTTICI , MORONESE , MORRA , BERTOROTTA - Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno. -

Premesso che, secondo quanto risulta agli interroganti:

il quotidiano “Latina oggi” del 2 aprile 2017 riporta la notizia della notifica di avvisi di garanzia diretti ai membri del consiglio di amministrazione e agli organi di controllo della Banca popolare di Fondi (Latina) per violazione delle norme civili che regolano il rapporto tra i rappresentanti delle banche e i contratti con la clientela, specie in relazione al credito;

tutto sarebbe partito dall’indagine della Procura di Latina, in merito al piano integrato di Sperlonga (Latina), da cui emerge che la Banca popolare di Fondi avrebbe contribuito con finanziamenti pari al 60 per cento del totale degli investimenti, autorizzando un mutuo ad uno dei membri del consiglio di amministrazione, che avrebbe rassegnato le dimissioni dopo poche settimane dal sequestro degli immobili del piano integrato;

in particolare, il quotidiano “la Repubblica” del 10 novembre 2015 ha pubblicato un articolo dal titolo “Ecco i clan che comandano a sud di Roma”, descrivendo la penetrazione dei clan lungo tutta la costa a sud di Roma, da Nettuno fino al sud pontino. L’articolo inoltre evidenzia, relativamente alla città di Sperlonga, una situazione gravissima, così descritta: “Dalle indagini non si è riusciti ancora a risalire all’origine dei finanziamenti alle imprese che per anni hanno lavorato mettendo in piedi, per il solo caso del piano integrato, opere per 100 milioni di euro e che al momento sono avvolte dai sigilli della giustizia. In città gira voce che potrebbero essere coinvolte le banche locali con mani e interessi nell’affare Sperlonga”;

inoltre, in un articolo pubblicato dal quotidiano “Il Sole-24 ore” del 25 marzo 2017, dal titolo “Ecco le 114 banche italiane a rischio per le sofferenze”, si evidenzia che almeno 500 banche italiane sono in grave sofferenza, in particolare “secondo la certosina ricognizione sui bilanci bancari del sistema bancario italiano condotta dall’ufficio studi di Mediobanca emerge che sono ben 114 gli istituti di credito che in cui il peso dei crediti malati è tale da far accendere più di un semaforo rosso, quando lo stock dei crediti malati è troppo elevato le svalutazioni inevitabili finiscono in molti casi per mangiarsi tutti i ricavi. In quelle 114 banche i Npl (i prestiti non performanti) superano il valore netto tangibile. Quando si supera questo indice del 100% la banca scricchiola e bisogna intervenire pena grossi guai”;

considerato che, a quanto risulta agli interroganti, nell’elenco delle 114 banche comparirebbe anche la Banca popolare di Fondi, con un debito deteriorato del 126 per cento. Difatti, nel citato articolo di “la Repubblica” si descriveva che nella città di Sperlonga anche le banche locali sarebbero state coinvolte soprattutto per interessi nel piano integrato; situazione che ha già visto la magistratura sequestrare beni immobili per un valore di circa 100 milioni di euro e iscrivere tra gli indagati per l’ipotesi di reato di lottizzazione abusiva il sindaco Armando Cusani, attualmente in custodia cautelare in carcere a seguito dell’operazione “Tiberio” per l’ipotesi di reato di corruzione e turbativa d’asta, il progettista Luca Conte e l’ex responsabile dell’ufficio tecnico Antonio Faiola, oggi vicesindaco di Sperlonga e attualmente indagato per le stesse ipotesi di reato ascritte al sindaco Cusani,

si chiede di sapere:

se, alla luce di quanto esposto e nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia della Banca d’Italia, i Ministri in indirizzo non ritengano che sia necessario garantire ai risparmiatori elementi di trasparenza circa il valore delle azioni e sull’effettiva situazione debitoria, nonché verificare il reale coinvolgimento finanziario della Banca popolare di Fondi nel piano integrato di Sperlonga;

se, nell’ambito delle rispettive competenze, non intendano incrementare le attività ispettive e di controllo sull’operato degli istituti finanziari e sui Comuni, al fine di evitare il ripetersi di incresciose situazioni quali quella descritta.

L’interrogazione bomba che centra i problemi veri della provincia di Latina e del Basso Lazio.Essa parte dai problemi relativi al “caso Sperlonga” – Alberghi “Tiberio” e “Ganimede,Piano integrato,Porto,Marina di Bazzano,imprese casertane,presenze probabili della camorra nei lavori,- per allargarsi ai temi della Giustizia pontina ed al modo di procedere di questa e passare alla parte più delicata e complessa che riguarda “le vicende riportate evidenziano l’esistenza, a Sperlonga e nella provincia di Latina, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività giudiziaria, investigativa ed istituzionale, con intrecci di infiltrazioni campane gravate da possibili collegamenti con la criminalità organizzata”.Un quadro che impone una visione globale dei problemi e che non giustifica la “parcellizzazione” del “caso” in tanti filoni.La materia,questa,più delicata sulla quale l’Associazione Caponnetto é determinata ad andare fino in fondo. Ecco il testo ufficiale dell’interrogazione da noi rilevato dal sito ufficiale del Senato:

Resoconto stenografico della seduta n. 781 del 09/03/2017
GIARRUSSOPUGLIASANTANGELOBUCCARELLALEZZIMORONESECAPPELLETTIPAGLINI - Ai Ministri dell’interno e della giustizia - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

negli anni ’80, la cittadina di Sperlonga, in provincia di Latina, era denominata la “perla del Tirreno” ed era meta di indiscusso richiamo turistico nazionale ed internazionale; negli ultimi anni, è invece purtroppo sempre più all’attenzione della cronaca nera locale e nazionale, per via di un continuo susseguirsi di inchieste della magistratura che vanno dagli scandali edilizi alle gravi e persistenti illegalità tecnico-amministrative, inchieste che, facendo perno sul Comune di Sperlonga, coinvolgono in maniera sempre più evidente anche la Provincia di Latina ed i suoi intrecci, non sempre cristallini, con la capitale;

Sperlonga dagli anni ’90 si è drammaticamente involuta tra un centro storico sempre più chiuso, la realizzazione delle colate di cemento del piano integrato, un’incredibile gestione del demanio marittimo e delle concessioni balneari sul litorale (a cominciare dall’incredibile vicenda della marina di Bazzano), l’inquietante vicenda del porto, la realizzazione di un’improbabile pista ciclabile;

sin dagli inizi degli anni ’90 Sperlonga è stata totalmente controllata, politicamente ed amministrativamente, da Armando Cusani, che ne è stato a lungo vice sindaco e sindaco. Il controllo di Cusani sul territorio è stato così stringente da permettergli agevolmente di far candidare alla carica di sindaco di Sperlonga, durante il suo incarico alla presidenza della Provincia di Latina, suoi fidi collaboratori e diretti esecutori. Recentemente l’inchiesta “Tiberio” ha ancora una volta identificato in Cusani, già pregiudicato, la figura intorno a cui ruota il “sistema Sperlonga” e ha comportato l’arrestato di quest’ultimo per turbativa d’asta e corruzione insieme a imprenditori e funzionari pubblici locali (RGNR n. 1713/15 del 10 gennaio 2017 del giudice per le indagini preliminari Cario); in merito a tale procedimento giudiziario risulta agli interroganti che il pubblico ministero De Luca sarebbe interessato a richiedere il giudizio immediato;

lo scorso anno il pubblico ministero Giuseppe Miliano ha chiuso l’indagine sul piano integrato di Sperlonga, dopo un maxi sequestro del 2015, procedendo alla richiesta di rinvio a giudizio per lottizzazione abusiva nei confronti di Cusani, allora sindaco in carica, del progettista Luca Conte e dell’allora responsabile dell’ufficio tecnico comunale Antonio Faiola;

il piano integrato, che avrebbe potuto e dovuto rappresentare un’occasione per dotare Sperlonga di opere e servizi per i suoi abitanti, ingloba un’area di circa 143.000 metri quadrati per un valore di circa 100 milioni di euro;

secondo la Procura della Repubblica, il piano integrato sarebbe stato formalmente giustificato con il perseguimento di un pubblico interesse, ma avrebbe in realtà autorizzato interventi di edilizia residenziale speculativa prevalenti per volumetria e superfici rispetto alle opere di edilizia residenziale pubblica; ciò, per l’accusa, anche grazie all’inserimento della “fittizia” volumetria di un’area agricola (il comparto C1);

da quanto riportato dal quotidiano on line “Latina oggi” il 29 ottobre 2016, il programma del piano integrato sarebbe da ritenersi illegittimo e illecito e sarebbe stato utilizzato “artatamente” per eludere la procedura ordinaria di variante generale al piano regolatore; di conseguenza, ad avviso degli interroganti, anche i permessi di costruire rilasciati ai privati sarebbero illegittimi e illeciti, in quanto basati sulla procedura ritenuta dalla Procura contraria alla normativa vigente;

in particolare, dai numerosi articoli apparsi sul quotidiano “Latina editoriale oggi” del 17 luglio 2015, appare sorprendente come, nel corso dell’inchiesta, non si sia fatta ancora luce: sulle motivazioni che hanno portato numerose imprese del casertano ad acquistare inizialmente le aree dei lotti coinvolti; sulle modalità di esecuzione dei lavori; sul perché buona parte degli intestatari delle nuove abitazioni del piano integrato siano campani che hanno spostato la loro residenza e votano a Sperlonga; sulla proprietà del nuovo albergo “Ganimede”, inserito anch’esso nel piano integrato (tra l’altro citato come luogo d’incontro di “affari” nel procedimento dell’inchiesta “Tiberio”);

l’albergo “Grotte di Tiberio”, di proprietà dello stesso Cusani e del suocero, per il quale è già intercorsa sentenza definitiva in Cassazione per abuso edilizio nei confronti di Armando Cusani, del suocero Aldo Erasmo Cusani e dell’allora responsabile dell’ufficio tecnico comunale Antonio Faiola (sentenza n. 43102 del 10 settembre 2015), è ancora da anni sotto sequestro;

da questo albergo partirebbe tra l’altro l’operazione “Tiberio”, che evidenzierebbe la presenza di episodi di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio per il complesso alberghiero, per il quale non si sarebbero mai adottate le ordinanze di ripristino dell’abuso, nonostante la sentenza definitiva, e con totale inerzia, secondo gli interroganti, dei vari responsabili dell’ufficio tecnico del Comune di Sperlonga succedutisi nell’incarico, e nello specifico Massimo Pacini e Isidoro Masi;

un altro scandalo riguarderebbe la marina di Bazzano, dove parte significativa della proprietà della famiglia Del Vecchio-Scalfati è sotto sequestro da parte della Procura di Latina dal mese di agosto 2011, a seguito di un esproprio intentato contro la proprietà sempre dal Comune di Sperlonga; per questo procedimento (n. 948/11, pm Falcioni, poi Spinelli) sono stati rinviati a giudizio nel marzo 2015 Massimo Pacini, all’epoca responsabile dell’ufficio tecnico del Comune, l’assessore per l’ambiente Joseph Maric e l’allora delegato all’urbanistica Toni De Simone;

la richiesta della proprietà di costituzione di parte civile contro il Comune è stata accolta alla prima udienza dal collegio giudicante; la prossima seduta di giudizio sarebbe fissata per il 9 maggio 2017; sulla stessa vicenda insiste un ulteriore procedimento a proposito del falso dichiarato dal Comune per ottenere un cospicuo finanziamento regionale di 1,5 milioni di euro (n. 11004/13), per il quale, solo il 27 gennaio 2017, il pm Giuseppe Miliano avrebbe presentato richiesta di giudizio immediato per falso ideologico contro l’attuale vice sindaco di Sperlonga Francescantonio Faiola, l’attuale consigliere comunale Lorena Cocodda e l’ex segretario comunale Vincenzo Freda; la richiesta segue al rigetto da parte del giudice indagini preliminari Cairo (maggio 2016, RGNR n. 753/15) dell’iniziale proposta di archiviazione; in quella occasione, il gip, all’evidenza dei fatti, oltre a rigettare l’archiviazione, ordinava l’iscrizione per falso ideologico;

risulta agli interroganti che la vicenda della marina di Bazzano, contesa da più di 10 anni per un parcheggio, nascerebbe in realtà da un primo esposto della proprietà del lontano maggio 2006; da questo esposto scaturiva solo nel giugno 2012 la condanna in primo grado dell’allora responsabile dell’ufficio tecnico Antonio Faiola, per aver bocciato con false motivazioni il progetto di pubblico parcheggio per la balneazione proposto dalla proprietà;

lo stesso Faiola veniva poi assolto in appello perché il fatto non sussiste, con una sentenza dalle motivazioni a parere degli interroganti illogiche e contraddittorie; la proprietà predisponeva ricorso in Cassazione ad oggi fissato per il 18 luglio 2017;

a giudizio degli interroganti, per completare il quadro delle principali aree di Sperlonga avvolte da strani misteri, non si può poi dimenticare quanto avvenuto in questi anni intorno al fantomatico porto di Sperlonga; esso è stato negli anni privatizzato senza nessuna procedura di evidenza pubblica che, di partecipazione in partecipazione, ha superato anche i confini provinciali e regionali, sino ad arrivare a due società di diritto inglese con sede a Londra;

risulta agli interroganti che la società “Porto di Sperlonga srl” gestisce il porto in forza di una concessione demaniale cinquantennale risalente al 2008; essa si è occupata, con un investimento milionario, della costruzione degli approdi, a cui si aggiungono altri 3,5 milioni di euro stanziati dalla Regione Lazio con fondi europei, per la realizzazione delle opere a terra di ricostruzione e di ampliamento del porto;

la realizzazione dei progetti doveva essere pubblica, ma la disposizione è stata in qualche modo raggirata e la costruzione, il controllo dei servizi e la gestione sono stati affidati ad una società che aveva solo una minima partecipazione pubblica (una quota del 5 per cento del Comune di Sperlonga);

si apprende da notizie di stampa “Latina editoriale oggi” del 20 gennaio e del 22 settembre 2016 che il progetto originario dell’intervento prevedeva la realizzazione di un porto pescherecci di quarta classe in luogo del vecchio approdo; il porto pescherecci è stato finanziato come tale dalla Regione Lazio con un finanziamento di 3,5 milioni di euro, ma, nel giro di qualche anno, l’opera pubblica sarebbe stata completamente privatizzata (senza alcuna trasparenza) e oggi un gruppo di privati, non tutti identificabili, si ritrova realizzato un approdo palesemente turistico;

anche la situazione dei parcheggi e della sicurezza alla balneazione per la marina di Bazzano è sempre bloccata dal Comune, quando avrebbe potuto essere risolta a spese della proprietà sin dal lontano 2006. Il parcheggio è anch’esso stato menzionato come progetto “da attenzionare” dalle intercettazioni emerse dal procedimento dell’inchiesta “Tiberio”;

considerato inoltre che, a parere degli interroganti:

quanto descritto evidenzia l’esistenza di uno stato corruttivo del sistema istituzionale locale, che non ha più nulla a che fare con la legalità e con i principi fondamentali della nostra Costituzione;

le vicende riportate evidenziano l’esistenza, a Sperlonga e nella provincia di Latina, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività giudiziaria, investigativa ed istituzionale, con intrecci di infiltrazioni campane gravate da possibili collegamenti con la criminalità organizzata;

quanto è emerso dalle intercettazioni, in particolare dalle frasi chiaramente intimidatorie e minacciose pronunciate da Cusani e dall’ex generale Palombo nei confronti del nuovo comandante della stazione dei Carabinieri di Sperlonga, lasciano certamente prevedere pesanti tentativi di condizionamento delle indagini in corso;

è necessario sottolineare come, perseguendo i singoli casi senza una visione globale, accade che tutti i reati compiuti nel “sistema Sperlonga” continuino ad essere rubricati come reati individuali e di criminalità comune, attribuiti ai soli esecutori materiali delle singole azioni, attraverso procedimenti non coordinati e condotti, tra l’altro, con esasperante e poco comprensibile lentezza, così da incorrere in prescrizione;

in questo modo, si alimenta a Sperlonga e nel sud pontino la sfiducia dei cittadini che, piuttosto che denunciare inutilmente, tacciono, per non esporsi alle proterve ritorsioni che questo sistema marcio e corrotto sa mettere in campo;

considerato infine che:

il Comune di Sperlonga è stato ed è da molteplici anni interessato da innumerevoli sequestri e procedimenti giudiziari che coinvolgono sempre il sindaco (attualmente sospeso) e l’ex presidente della provincia di Latina Armando Cusani, i suoi amministratori e i funzionari pubblici, da lui stesso nominati ad hoc, come responsabili dell’ufficio tecnico di Sperlonga;

alla luce delle innumerevoli illegalità contestate negli anni al sindaco di Sperlonga Armando Cusani, ai suoi amministratori e ai funzionari che si sono succeduti al Comune di Sperlonga e soprattutto, alla luce del controllo delle autorità giudiziarie da esse esercitate sugli atti della pubblica amministrazione negli ultimi decenni per condizionarne la funzionalità e assoggettarla ai propri voleri e utilità;

nonostante l’evidente e documentata natura dei coinvolgimenti esterni riportati anche dalla stampa locale, la Procura di Latina non si è mai premurata di allertare la Direzione nazionale antimafia per competenza, silenziando un’evidente collusione del territorio con la criminalità organizzata,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se il Ministro dell’interno intenda attivarsi con iniziative di competenza, affinché sia disposta, tramite la Prefettura di Latina, la nomina di una commissione di accesso, al fine di evidenziare la sussistenza di eventuali collegamenti tra amministratori, funzionari pubblici e possibili personaggi appartenenti alla criminalità organizzata, che potrebbero coinvolgere le società private che hanno acquistato lotti di terreno nell’ambito del progetto “Sperlonga 2″ attraverso atti illegali, come quelli evidenziati dalla sentenza della Corte di cassazione riguardo alle lottizzazioni abusive del piano integrato di Sperlonga;

se il Ministro della giustizia non ritenga opportuno attivare i propri poteri ispettivi presso il Tribunale di Latina, al fine di verificarne il modo di operare che, a parere degli interroganti, appare tardivo, contradditorio e assolutamente mal coordinato, e di dissipare ogni possibile dubbio circa eventuali violazioni di legge, anche con riferimento all’esercizio obbligatorio dell’azione penale, nonché le condizioni di chiara terzietà e serenità di giudizio dei collegi della Procura stessa;

se non intenda valutare i presupposti per attivare la procedura di cui all’articolo 141 e seguenti del testo unico sugli enti locali (decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267), al fine di verificare la sussistenza di violazioni di legge, nonché di fenomeni di infiltrazione mafiosa o elementi di condizionamento dell’amministrazione da parte di cosche mafiose;

quali iniziative intenda intraprendere per riportare la legalità nel territorio pontino, nonché il regolare funzionamento dei servizi.

(3-03570)

L’interrogazione bomba che centra i problemi veri della provincia di Latina e del Basso Lazio.Essa parte dai problemi relativi al “caso Sperlonga” – Alberghi “Tiberio” e “Ganimede,Piano integrato,Porto,Marina di Bazzano,imprese casertane,presenze probabili della camorra nei lavori,- per allargarsi ai temi della Giustizia pontina ed al modo di procedere di questa e passare alla parte più delicata e complessa che riguarda “le vicende riportate evidenziano l’esistenza, a Sperlonga e nella provincia di Latina, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività giudiziaria, investigativa ed istituzionale, con intrecci di infiltrazioni campane gravate da possibili collegamenti con la criminalità organizzata”.Un quadro che impone una visione globale dei problemi e che non giustifica la “parcellizzazione” del “caso” in tanti filoni.La materia,questa,più delicata sulla quale l’Associazione Caponnetto é determinata ad andare fino in fondo. Ecco il testo ufficiale dell’interrogazione da noi rilevato dal sito ufficiale del Senato:

 

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 781 del 09/03/2017

GIARRUSSOPUGLIASANTANGELOBUCCARELLALEZZIMORONESECAPPELLETTIPAGLINI - Ai Ministri dell’interno e della giustizia - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

negli anni ’80, la cittadina di Sperlonga, in provincia di Latina, era denominata la “perla del Tirreno” ed era meta di indiscusso richiamo turistico nazionale ed internazionale; negli ultimi anni, è invece purtroppo sempre più all’attenzione della cronaca nera locale e nazionale, per via di un continuo susseguirsi di inchieste della magistratura che vanno dagli scandali edilizi alle gravi e persistenti illegalità tecnico-amministrative, inchieste che, facendo perno sul Comune di Sperlonga, coinvolgono in maniera sempre più evidente anche la Provincia di Latina ed i suoi intrecci, non sempre cristallini, con la capitale;

Sperlonga dagli anni ’90 si è drammaticamente involuta tra un centro storico sempre più chiuso, la realizzazione delle colate di cemento del piano integrato, un’incredibile gestione del demanio marittimo e delle concessioni balneari sul litorale (a cominciare dall’incredibile vicenda della marina di Bazzano), l’inquietante vicenda del porto, la realizzazione di un’improbabile pista ciclabile;

sin dagli inizi degli anni ’90 Sperlonga è stata totalmente controllata, politicamente ed amministrativamente, da Armando Cusani, che ne è stato a lungo vice sindaco e sindaco. Il controllo di Cusani sul territorio è stato così stringente da permettergli agevolmente di far candidare alla carica di sindaco di Sperlonga, durante il suo incarico alla presidenza della Provincia di Latina, suoi fidi collaboratori e diretti esecutori. Recentemente l’inchiesta “Tiberio” ha ancora una volta identificato in Cusani, già pregiudicato, la figura intorno a cui ruota il “sistema Sperlonga” e ha comportato l’arrestato di quest’ultimo per turbativa d’asta e corruzione insieme a imprenditori e funzionari pubblici locali (RGNR n. 1713/15 del 10 gennaio 2017 del giudice per le indagini preliminari Cario); in merito a tale procedimento giudiziario risulta agli interroganti che il pubblico ministero De Luca sarebbe interessato a richiedere il giudizio immediato;

lo scorso anno il pubblico ministero Giuseppe Miliano ha chiuso l’indagine sul piano integrato di Sperlonga, dopo un maxi sequestro del 2015, procedendo alla richiesta di rinvio a giudizio per lottizzazione abusiva nei confronti di Cusani, allora sindaco in carica, del progettista Luca Conte e dell’allora responsabile dell’ufficio tecnico comunale Antonio Faiola;

il piano integrato, che avrebbe potuto e dovuto rappresentare un’occasione per dotare Sperlonga di opere e servizi per i suoi abitanti, ingloba un’area di circa 143.000 metri quadrati per un valore di circa 100 milioni di euro;

secondo la Procura della Repubblica, il piano integrato sarebbe stato formalmente giustificato con il perseguimento di un pubblico interesse, ma avrebbe in realtà autorizzato interventi di edilizia residenziale speculativa prevalenti per volumetria e superfici rispetto alle opere di edilizia residenziale pubblica; ciò, per l’accusa, anche grazie all’inserimento della “fittizia” volumetria di un’area agricola (il comparto C1);

da quanto riportato dal quotidiano on line “Latina oggi” il 29 ottobre 2016, il programma del piano integrato sarebbe da ritenersi illegittimo e illecito e sarebbe stato utilizzato “artatamente” per eludere la procedura ordinaria di variante generale al piano regolatore; di conseguenza, ad avviso degli interroganti, anche i permessi di costruire rilasciati ai privati sarebbero illegittimi e illeciti, in quanto basati sulla procedura ritenuta dalla Procura contraria alla normativa vigente;

in particolare, dai numerosi articoli apparsi sul quotidiano “Latina editoriale oggi” del 17 luglio 2015, appare sorprendente come, nel corso dell’inchiesta, non si sia fatta ancora luce: sulle motivazioni che hanno portato numerose imprese del casertano ad acquistare inizialmente le aree dei lotti coinvolti; sulle modalità di esecuzione dei lavori; sul perché buona parte degli intestatari delle nuove abitazioni del piano integrato siano campani che hanno spostato la loro residenza e votano a Sperlonga; sulla proprietà del nuovo albergo “Ganimede”, inserito anch’esso nel piano integrato (tra l’altro citato come luogo d’incontro di “affari” nel procedimento dell’inchiesta “Tiberio”);

l’albergo “Grotte di Tiberio”, di proprietà dello stesso Cusani e del suocero, per il quale è già intercorsa sentenza definitiva in Cassazione per abuso edilizio nei confronti di Armando Cusani, del suocero Aldo Erasmo Cusani e dell’allora responsabile dell’ufficio tecnico comunale Antonio Faiola (sentenza n. 43102 del 10 settembre 2015), è ancora da anni sotto sequestro;

da questo albergo partirebbe tra l’altro l’operazione “Tiberio”, che evidenzierebbe la presenza di episodi di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio per il complesso alberghiero, per il quale non si sarebbero mai adottate le ordinanze di ripristino dell’abuso, nonostante la sentenza definitiva, e con totale inerzia, secondo gli interroganti, dei vari responsabili dell’ufficio tecnico del Comune di Sperlonga succedutisi nell’incarico, e nello specifico Massimo Pacini e Isidoro Masi;

un altro scandalo riguarderebbe la marina di Bazzano, dove parte significativa della proprietà della famiglia Del Vecchio-Scalfati è sotto sequestro da parte della Procura di Latina dal mese di agosto 2011, a seguito di un esproprio intentato contro la proprietà sempre dal Comune di Sperlonga; per questo procedimento (n. 948/11, pm Falcioni, poi Spinelli) sono stati rinviati a giudizio nel marzo 2015 Massimo Pacini, all’epoca responsabile dell’ufficio tecnico del Comune, l’assessore per l’ambiente Joseph Maric e l’allora delegato all’urbanistica Toni De Simone;

la richiesta della proprietà di costituzione di parte civile contro il Comune è stata accolta alla prima udienza dal collegio giudicante; la prossima seduta di giudizio sarebbe fissata per il 9 maggio 2017; sulla stessa vicenda insiste un ulteriore procedimento a proposito del falso dichiarato dal Comune per ottenere un cospicuo finanziamento regionale di 1,5 milioni di euro (n. 11004/13), per il quale, solo il 27 gennaio 2017, il pm Giuseppe Miliano avrebbe presentato richiesta di giudizio immediato per falso ideologico contro l’attuale vice sindaco di Sperlonga Francescantonio Faiola, l’attuale consigliere comunale Lorena Cocodda e l’ex segretario comunale Vincenzo Freda; la richiesta segue al rigetto da parte del giudice indagini preliminari Cairo (maggio 2016, RGNR n. 753/15) dell’iniziale proposta di archiviazione; in quella occasione, il gip, all’evidenza dei fatti, oltre a rigettare l’archiviazione, ordinava l’iscrizione per falso ideologico;

risulta agli interroganti che la vicenda della marina di Bazzano, contesa da più di 10 anni per un parcheggio, nascerebbe in realtà da un primo esposto della proprietà del lontano maggio 2006; da questo esposto scaturiva solo nel giugno 2012 la condanna in primo grado dell’allora responsabile dell’ufficio tecnico Antonio Faiola, per aver bocciato con false motivazioni il progetto di pubblico parcheggio per la balneazione proposto dalla proprietà;

lo stesso Faiola veniva poi assolto in appello perché il fatto non sussiste, con una sentenza dalle motivazioni a parere degli interroganti illogiche e contraddittorie; la proprietà predisponeva ricorso in Cassazione ad oggi fissato per il 18 luglio 2017;

a giudizio degli interroganti, per completare il quadro delle principali aree di Sperlonga avvolte da strani misteri, non si può poi dimenticare quanto avvenuto in questi anni intorno al fantomatico porto di Sperlonga; esso è stato negli anni privatizzato senza nessuna procedura di evidenza pubblica che, di partecipazione in partecipazione, ha superato anche i confini provinciali e regionali, sino ad arrivare a due società di diritto inglese con sede a Londra;

risulta agli interroganti che la società “Porto di Sperlonga srl” gestisce il porto in forza di una concessione demaniale cinquantennale risalente al 2008; essa si è occupata, con un investimento milionario, della costruzione degli approdi, a cui si aggiungono altri 3,5 milioni di euro stanziati dalla Regione Lazio con fondi europei, per la realizzazione delle opere a terra di ricostruzione e di ampliamento del porto;

la realizzazione dei progetti doveva essere pubblica, ma la disposizione è stata in qualche modo raggirata e la costruzione, il controllo dei servizi e la gestione sono stati affidati ad una società che aveva solo una minima partecipazione pubblica (una quota del 5 per cento del Comune di Sperlonga);

si apprende da notizie di stampa “Latina editoriale oggi” del 20 gennaio e del 22 settembre 2016 che il progetto originario dell’intervento prevedeva la realizzazione di un porto pescherecci di quarta classe in luogo del vecchio approdo; il porto pescherecci è stato finanziato come tale dalla Regione Lazio con un finanziamento di 3,5 milioni di euro, ma, nel giro di qualche anno, l’opera pubblica sarebbe stata completamente privatizzata (senza alcuna trasparenza) e oggi un gruppo di privati, non tutti identificabili, si ritrova realizzato un approdo palesemente turistico;

anche la situazione dei parcheggi e della sicurezza alla balneazione per la marina di Bazzano è sempre bloccata dal Comune, quando avrebbe potuto essere risolta a spese della proprietà sin dal lontano 2006. Il parcheggio è anch’esso stato menzionato come progetto “da attenzionare” dalle intercettazioni emerse dal procedimento dell’inchiesta “Tiberio”;

considerato inoltre che, a parere degli interroganti:

quanto descritto evidenzia l’esistenza di uno stato corruttivo del sistema istituzionale locale, che non ha più nulla a che fare con la legalità e con i principi fondamentali della nostra Costituzione;

le vicende riportate evidenziano l’esistenza, a Sperlonga e nella provincia di Latina, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività giudiziaria, investigativa ed istituzionale, con intrecci di infiltrazioni campane gravate da possibili collegamenti con la criminalità organizzata;

quanto è emerso dalle intercettazioni, in particolare dalle frasi chiaramente intimidatorie e minacciose pronunciate da Cusani e dall’ex generale Palombo nei confronti del nuovo comandante della stazione dei Carabinieri di Sperlonga, lasciano certamente prevedere pesanti tentativi di condizionamento delle indagini in corso;

è necessario sottolineare come, perseguendo i singoli casi senza una visione globale, accade che tutti i reati compiuti nel “sistema Sperlonga” continuino ad essere rubricati come reati individuali e di criminalità comune, attribuiti ai soli esecutori materiali delle singole azioni, attraverso procedimenti non coordinati e condotti, tra l’altro, con esasperante e poco comprensibile lentezza, così da incorrere in prescrizione;

in questo modo, si alimenta a Sperlonga e nel sud pontino la sfiducia dei cittadini che, piuttosto che denunciare inutilmente, tacciono, per non esporsi alle proterve ritorsioni che questo sistema marcio e corrotto sa mettere in campo;

considerato infine che:

il Comune di Sperlonga è stato ed è da molteplici anni interessato da innumerevoli sequestri e procedimenti giudiziari che coinvolgono sempre il sindaco (attualmente sospeso) e l’ex presidente della provincia di Latina Armando Cusani, i suoi amministratori e i funzionari pubblici, da lui stesso nominati ad hoc, come responsabili dell’ufficio tecnico di Sperlonga;

alla luce delle innumerevoli illegalità contestate negli anni al sindaco di Sperlonga Armando Cusani, ai suoi amministratori e ai funzionari che si sono succeduti al Comune di Sperlonga e soprattutto, alla luce del controllo delle autorità giudiziarie da esse esercitate sugli atti della pubblica amministrazione negli ultimi decenni per condizionarne la funzionalità e assoggettarla ai propri voleri e utilità;

nonostante l’evidente e documentata natura dei coinvolgimenti esterni riportati anche dalla stampa locale, la Procura di Latina non si è mai premurata di allertare la Direzione nazionale antimafia per competenza, silenziando un’evidente collusione del territorio con la criminalità organizzata,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se il Ministro dell’interno intenda attivarsi con iniziative di competenza, affinché sia disposta, tramite la Prefettura di Latina, la nomina di una commissione di accesso, al fine di evidenziare la sussistenza di eventuali collegamenti tra amministratori, funzionari pubblici e possibili personaggi appartenenti alla criminalità organizzata, che potrebbero coinvolgere le società private che hanno acquistato lotti di terreno nell’ambito del progetto “Sperlonga 2″ attraverso atti illegali, come quelli evidenziati dalla sentenza della Corte di cassazione riguardo alle lottizzazioni abusive del piano integrato di Sperlonga;

se il Ministro della giustizia non ritenga opportuno attivare i propri poteri ispettivi presso il Tribunale di Latina, al fine di verificarne il modo di operare che, a parere degli interroganti, appare tardivo, contradditorio e assolutamente mal coordinato, e di dissipare ogni possibile dubbio circa eventuali violazioni di legge, anche con riferimento all’esercizio obbligatorio dell’azione penale, nonché le condizioni di chiara terzietà e serenità di giudizio dei collegi della Procura stessa;

se non intenda valutare i presupposti per attivare la procedura di cui all’articolo 141 e seguenti del testo unico sugli enti locali (decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267), al fine di verificare la sussistenza di violazioni di legge, nonché di fenomeni di infiltrazione mafiosa o elementi di condizionamento dell’amministrazione da parte di cosche mafiose;

quali iniziative intenda intraprendere per riportare la legalità nel territorio pontino, nonché il regolare funzionamento dei servizi.

(3-03570)

La situazione esplosiva del Molise.Ora ci hanno mandato ai domiciliari anche il figlio di Sandokan.Ma che vogliono farne una riserva di camorristi,ndranghetisti e delinquenti vari ?

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/14245

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 676 del 20/09/2016
Firmatari
Primo firmatario: COSTANTINO CELESTE 
Gruppo: SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’
Data firma: 20/09/2016
Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
FASSINA STEFANO SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
FRATOIANNI NICOLA SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
DURANTI DONATELLA SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
RICCIATTI LARA SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
GALLI CARLO SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
D’ATTORRE ALFREDO SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
PIRAS MICHELE SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
PANNARALE ANNALISA SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
MARCON GIULIO SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
PLACIDO ANTONIO SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
PELLEGRINO SERENA SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
NICCHI MARISA SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
FOLINO VINCENZO SINISTRA ITALIANA – SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 20/09/2016
Destinatari
Ministero destinatario:
  • PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
  • MINISTERO DELL’INTERNO
  • MINISTERO DELLA DIFESA
Ministero/i delegato/i a rispondere e data delega
Delegato a rispondere Data delega
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 20/09/2016
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 20/09/2016
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 06/10/2016
Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-14245

presentato da

COSTANTINO Celeste

testo di

Martedì 20 settembre 2016, seduta n. 676

  COSTANTINOFASSINAFRATOIANNIDURANTIRICCIATTICARLO GALLID’ATTORREPIRASPANNARALEMARCONPLACIDOPELLEGRINONICCHI e FOLINO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della difesa . — Per sapere – premesso che:
il 14 luglio 2016 i carabinieri del Ros di Caserta hanno sequestrato due milioni di euro di patrimonio a una fazione del clan Casalesi, tra i quali spiccano anche quote societarie di alcune attività di Rocchetta a Volturno e Sant’Agapito, in provincia di Isernia;
si tratta di quote di un’azienda nata nel 2010 e operante nell’ambito della ristorazione, azienda che aveva aperto alcuni locali nei due paesi isernini, per poi chiuderli recentemente;
il sequestro delle suddette quote societarie è scattato per la contestazione dei reati di associazione mafiosa e riciclaggio. Le indagini hanno infatti dimostrato che gli imprenditori che hanno investito nell’area isernina fossero fedelissimi di Giovanni Garofalo, luogotenente di Michele Zagaria a Casapesenna, Caserta;
a settembre del 2016, su iniziativa della direzione distrettuale antimafia de L’Aquila, sostenuta operativamente anche dalla procura nazionale antimafia, l’operazione «Isola Felice» (ampia indagine che ha coinvolto Molise, Abruzzo, Calabria, Sicilia, Lazio e Marche) ha colpito un’associazione di stampo mafioso dedita al traffico di armi e droga, all’estorsione e al riciclaggio, operante anche sul versante bassomolisano;
nel territorio termolese sono stati cinque gli arresti effettuati, con tre persone trasferite nel penitenziario di Larino di cui una residente proprio a Termoli e le altre due a Campomarino, ai domiciliari, invece, altri due soggetti, mentre per un terzo è stato definito l’obbligo di dimora. Nella città costiera sono stati posti i sigilli di sequestro a un bar-ristorante della zona sud e due società che lavorano nella ristorazione interdette al momento;
già nel 2011, in via Mazzini, zona centralissima della città di Termoli, venne ritrovata in un garage un’auto contenente un verso arsenale di armi da guerra, sempre appartenente alla clan ’ndranghetista Ferrazzo di Crotone. Dalle indagini è emerso un quadro allarmante rispetto alla diffusione di interessi della ’ndrangheta nel Molise, oltre che in Abruzzo;
il 1o settembre 2016 il comando della legione carabinieri del Molise è stato soppresso e accorpato alla legione carabinieri dell’Abruzzo con indubbi riflessi operativi per tutto il territorio regionale;
il consiglio regionale molisano, con l’approvazione della delibera n. 217 del 2016 in materia di infiltrazione della `ndrangheta e della camorra nel Basso Molise, «Mozione concernente la presenza sul territorio regionale dei collaboratori di giustizia e/o di condannati agli arresti domiciliari per reati gravi provenienti da altri territori», presentata dal consigliere Michele Petraroia, deliberava che: «[...] preso atto che il territorio regionale con sempre maggior frequenza viene individuato come sede di domicilio per collaboratori di giustizia dalla criminalità organizzata e/o per esponenti condannati al confino o a scontare gli arresti domiciliari, come nel caso recente dell’(…), di (…), moglie del (…), che seguono un lungo elenco di figure simili aperto, nel lontano passato, dall’(…), inviato nel Basso Molise;
tenuto conto della progressiva diminuzione degli operatori delle Forze dell’Ordine, della diversa organizzazione intervenuta nell’attività delle Stazioni dell’Arma dei Carabinieri e dell’imminente superamento del Corpo Forestale dello Stato; considerato che, a decorrere dal 1o settembre 2016, il Comando della Legione Carabinieri del Molise sarà soppresso ed accorpato alla Legione Carabinieri dell’Abruzzo con indubbi riflessi operativi e ricadute non positive per il territorio regionale», impegnava «il Presidente della Giunta regionale del Molise ed il Presidente del Consiglio regionale del Molise ad intervenire nei confronti della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero della difesa, del Ministero dell’interno, del Ministero della giustizia e della Delegazione Parlamentare del Molise: per sollecitare ogni utile potenziamento degli Organici delle Forze dell’Ordine presenti sul territorio regionale evitando tagli e/o riduzioni connesse con il superamento del Corpo Forestale dello Stato, per verificare la possibilità di limitare la presenza dei collaboratori di giustizia e/o di condannati agli arresti domiciliari per reati gravi provenienti da altri territori, per avanzare formale istanza sulla permanenza della Legione Carabinieri della Regione Molise evitandone la soppressione» –:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali iniziative intendano assumere per garantire sul fronte della logistica investigativa e operativa tutto il supporto necessario alle istituzioni molisane, anche attraverso il rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine, compresa la ricostituzione del comando della legione carabinieri del Molise. (4-14245)

Il M5S chiede la DIA a Formia.

Il M5S chiede la DIA a Formia.
NON SE NE PUO’  PIU’ !  LO STIAMO DICENDO DA
ANNI CHE,SE SI ESCLUDONO  M5S E
PRC,NESSUN’ALTRA FORZA POLITICA PARLA DI 
MAFIE A FORMIA,A GAETA,AD ITRI E IN TUTTO IL
BASSO LAZIO.
A GAETA ,DEFINITA DA CARMINE SCHIAVONE COME
PARTE DELLA  “PROVINCIA DI CASAL DI PRINCIPE”,
LA PAROLA “ MAFIA “  E’ LETTERALMENTE
SCONOSCIUTA.LEGGETE I POST,I COMMENTI,GLI
INTERVENTI DI CITTADINI,AMMINISTRATORI,
ESPONENTI POLITICI, E TROVATECI UNA SOLA
VOLTA QUESTA PAROLA.
QUESTO CI STA  INSOSPETTENDO NON POCO
PERCHE’ , A PARTE L’ASPETTO OMERTOSO,CI FA
ANDARE OLTRE IN QUANTO  POTREBBERO,QUESTI
SILENZI SISTEMATICI, ESSERE LETTI COME 
POSSIBILI  COMPORTAMENTI,SUL PIANO
OGGETTIVO,COLLUSIVI DI
QUALCUNO.ACCENDIAMO AL MASSIMO I
RIFLETTORI E CHIEDIAMO L’APPORTO DI TUTTE LE
PERSONE PERBENE.
Parlavamo dei parlamentari del  M5S che hanno chiesto l’istituzione  della DIA a Formia.Noi,per la verità,l’abbiamo chiesta o  a Sperlonga o a Fondi,mentre a Formia abbiamo chiesto l’istituzione di un Supercommissariato della Polizia di Stato e la Squadra Mobile.Comunque ci va bene lo stesso anche perché  Gaeta-Formia-Sperlonga-Fondi-Itri sono racchiuse tutte in un territorio di una ventina di chilometri . Ecco  il testo dell’interrogazione:

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE: IL M5S CHIEDE LA D.I.A. A FORMIA.

DIA-ROMA-2

Questa l’Interrogazione parlamentare depositata dai Portavoce al Senato del M5S, la cui bozza fu consegnata dagli attivisti del Meet Up di Formia a Mario Giarrusso durante l’Agora in Piazza Vittoria del 1 Luglio.
———————-
Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06102

Atto n. 4-06102

Pubblicato il 13 luglio 2016, nella seduta n. 659

GIARRUSSO , BUCCARELLA , MORONESE , CAPPELLETTI , PAGLINI , PUGLIA , LEZZI , CASTALDI – Ai Ministri dell’interno e per gli affari regionali e le autonomie. –

Premesso che:

il propagarsi del fenomeno criminale nel basso Lazio, dovuto alla penetrazione di organizzazioni criminali quali camorra, ‘ndrangheta ed anche mafia di provenienza siciliana, è ormai fatto accertato;

la Commissione d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere si sta occupando dell’allarmante situazione criminalità, che avviluppa le province di Latina e Frosinone;
ultimamente, le situazioni più critiche sono rappresentate da numerosi attentati e omicidi che si sono registrati nelle zone di Aprilia e a ridosso del confine sud della provincia di Latina, in città come Castelforte, Minturno, Santi Cosma e Damiano, dove non passa giorno che non avvengano intimidazioni mafiose contro attività commerciali e turistiche;
la Procura distrettuale antimafia di Roma, nella relazione del 2009, sottolineava la parcellizzazione delle indagini afferenti ai fatti criminosi, che interessavano tutte le province del basso Lazio, impedendo in tal modo, di fatto, l’acquisizione di elementi che indicassero, incontrovertibilmente, la presenza della criminalità organizzata sul territorio, favorendone, contestualmente, il progressivo radicamento; ed invero, come si legge nel documento, la Procura distrettuale sottolinea come “appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone

gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fatti di criminalità comune”;
in un articolo pubblicato da “il Fatto Quotidiano” del 13 dicembre 2014, sotto il titolo “Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può”, veniva riportata l’audizione del magistrato Michele Prestipino, presso la Commissione di inchiesta sul fenomeno delle mafie, nella quale egli evidenzia le difficoltà riscontrate nel prosieguo di indagini rispetto al fenomeno mafioso locale, anche in virtù della presenza di taluni oscuri personaggi che sarebbero stati in possesso di intercettazioni secretate, millantando, forse, una presunta appartenenza ad organismi dei servizi segreti;

considerato che:

a parere degli interroganti, altro inquietante fenomeno che andrebbe urgentemente monitorato e in cui si potrebbero intravedere forme di riciclaggio, è quanto starebbe accadendo nei territori sulla direttrice Itri-Sperlonga, dove si hanno notizie, da parte di associazioni impegnate sul territorio, della svendita di beni immobili a causa della crisi economica a personaggi di origine campana;
in particolare, nel territorio del comune di Itri, vi sarebbe stata un’incetta di terreni e manufatti edili da rifinire, all’incirca 50 unità, da parte di un solo soggetto di origine campana;
inoltre, nei territori del comune di Sperlonga, ad alcuni proprietari sarebbe stato consigliato da personaggi “istituzionali” di vendere appezzamenti di terreni, in quanto il Comune non avrebbe, in quei luoghi, provveduto a contrastare l’erosione marina con opere pubbliche;

le ultime elezioni amministrative a Sperlonga hanno condotto alla proclamazione a sindaco Armando Cusani, già sospeso dalla carica di presidente della Provincia di Latina per effetto della “legge Severino”, a seguito di una condanna in primo grado per abuso in atti d’ufficio;
risulta agli interroganti che durante la relativa campagna elettorale, si sarebbero registrati episodi di intimidazione verso alcuni personaggi politici e candidati locali, tra cui spiccherebbe il nome di Benito Di Fazio, consigliere comunale uscente. In particolare, durante la giornata del voto a Sperlonga, si sarebbero verificati episodi inquietanti, che, se accertati, potrebbero aver determinato anche l’inquinamento del voto. Infatti, secondo voci che circolano tra i cittadini, si sarebbe registrato un continuo via vai di un pulmino di proprietà di un’attività economica del luogo, che avrebbe effettuato viaggi tra Sperlonga e l’hinterland di Caserta e di Napoli, al fine di portare al voto, presso i seggi elettorali del Comune di Sperlonga, persone abitanti in Campania, ma che avrebbero acquisito la residenza a Sperlonga, in quanto proprietari di ville ubicate nel piano integrato di Sperlonga, oggetto di attenzione da parte della magistratura;

l’estensione di tale sistema criminale starebbe drammaticamente interessando l’intera regione del basso Lazio, comprendendo anche la zona turistica a nord di Sperlonga, nota come “Salto di Fondi”, tanto è vero che, nel corso degli anni, si sarebbe assistito sempre più frequentemente, come riportato da numerosi articoli di stampa, avvalorati dalle ripetute dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, all’acquisto di ingenti appezzamenti di terreno da parte di cittadini campani, non di rado aggravati da precedenti penali, anche di natura mafiosa; nella zona sorgerebbero, tra l’altro, lussuosi agriturismi, assiduamente frequentati sia da politici locali e nazionali sia da ex generali e magistrati;
considerato inoltre che, a parere degli interroganti:
tali frequentazioni ingenerano forti perplessità, in particolare stante la presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza ai clan camorristi, nello specifico al clan Gaglione-Moccia;
a fronte dell’espandersi di fenomeni criminali in tutto il basso Lazio, non si riscontra una risposta risoluta da parte delle istituzioni locali; inoltre, le forze dell’ordine, dislocate sul territorio, riescono a malapena a far fronte all’ordinario e non sono attrezzate per svolgere indagini patrimoniali;
occorrerebbe, quindi, sul territorio, la presenza stabile di una sezione della Direzione investigativa antimafia, con personale altamente qualificato e dedito al contrasto della criminalità organizzata, con serrate indagini patrimoniali, per contrastare ogni forma di riciclaggio,
si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;
se non intendano intraprendere, nell’ambito e nei limiti delle rispettive competenze, idonee iniziative, affinché siano condotte indagini approfondite per verificare la veridicità delle vicende;

quali iniziative, nei limiti delle proprie attribuzioni, intendano assumere per affrontare il “sistema Sperlonga”, alla luce delle plurime ipotesi di reato, quali abusi edilizi, lottizzazioni abusive, illeciti della pubblica amministrazione, che continuano ad essere perseguiti quali reati comuni ed analizzati singolarmente, invece di essere inquadrati in un più ampio sistema criminale, ormai organico sul territorio;

se non intendano avviare le opportune azioni istruttorie e ispettive di competenza in merito al presunto voto di scambio registratosi durante le recenti elezioni amministrative;
se non ritengano di disporre l’invio di commissari ministeriali, al fine di verificare l’ipotizzata esistenza, sul territorio delle province di Latina e Frosinone, di lobby affaristico-istituzionali o politico-malavitose, atte a condizionare l’attività istituzionale;

se, nei limiti delle proprie competenze, non ritengano necessario attivare procedure ispettive o di verifica, con particolare riguardo alle presunte e indebite derubricazioni o parcellizzazioni di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia verificatesi presso gli uffici giudiziari pontini.

.Nemmeno rispondono alle interrogazioni parlamentari !!!!!!!!! Dove sta più il rispetto del Parlamento???????? ………………………..E tutto continua come prima !!!!! Vergognatevi !……………..Se non é regime questo ………………

.Nemmeno rispondono alle  interrogazioni parlamentari !!!!!!!!! Dove sta più il rispetto del Parlamento???????? ………………………..E tutto continua come prima !!!!! Vergognatevi !……………..Se non é regime questo ………………

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/10008

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 705 del 14/11/2016
Firmatari
Primo firmatario: AGOSTINELLI DONATELLA 
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 14/11/2016
Commissione assegnataria
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI delegato in data 14/11/2016
Stato iter:

IN CORSO

Fasi iter: 

MODIFICATO PER COMMISSIONE ASSEGNATARIA IL 14/11/2016

Atto Camera

Interrogazione a risposta in commissione 5-10008

presentato da

AGOSTINELLI Donatella

testo di

Lunedì 14 novembre 2016, seduta n. 705

  AGOSTINELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti . — Per sapere – premesso che:
un articolo de L’Espresso del 28 ottobre 2016, dà conto di una serie di nomine che fanno capo al Ministro interrogato, che appaiono frutto dell’influenza di figure che lo circondano collegate al Presidente del Consiglio Matteo Renzi;
dalle stesse fonti si apprende che «il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (Mit) sembra essere sfuggito di mano a Graziano Delrio», mentre Luca Lotti, segretario del CIPE e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, viene definito «il vero boss-ombra del Mit»;
Delrio, sarebbe stato neutralizzato con l’affiancamento di fedelissimi del Presidente del Consiglio Renzi nei settori strategici del Ministero;
gli uomini del Presidente Renzi sarebbero Renato Mazzoncini alle Ferrovie e Gianni Vittorio Armani all’ANAS; l’influenza di Renzi sul Ministero si estenderebbe anche attraverso il numero uno delle costruzioni nazionali, Pietro Salini, nonché Giovanni Castellucci di Atlantia-Adr-Autostrade;
a controllare Delrio sarebbero anche l’ex Ministro Lupi ed il senatore Denis Verdini attraverso il signor Rocco Girlanda; Girlanda, coordinatore regionale del PdL per la regione Umbria, è stato sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti (Ministro Lupi, Governo Letta). Il 10 maggio 2013 il Consiglio dei ministri lo ha nominato anche segretario del CIPE: in tutta la storia unico responsabile del Cipe ad avere anche la delega alle infrastrutture;
Rocco Girlanda, che ora percepisce 180.000 euro all’anno, è stato assunto alla direzione affari istituzionali ANAS, ma, poi, il 3 ottobre, nonostante il «decreto Madia» che blocca le assunzioni nelle società pubbliche non quotate è stato distaccato al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (dove Girlanda è stato già sottosegretario);
altro distaccato è l’ex Sogei Marco Bonamico mandato a lavorare alla Quadrilatero Umbria-Marche, società che dalla sua costituzione è stata finanziata esclusivamente da fondi pubblici, fallendo gli obiettivi della «cattura di valore», che avrebbe dovuto cofinanziare la realizzazione delle opere viarie;
tra i neo assunti dell’Anas come dirigente da 185 mila euro all’anno anche Emanuela Poli, ex CIPE, proveniente da Salini-Impregilo, assunta nonostante per il ponte di Messina sia pendente un contenzioso tra Stato ed Impregilo. Salini Impregilo, attraverso COCIV, sta realizzando anche il collegamento genovese Terzo valico che ha portato, alla fine del mese di ottobre 2016 a 30 provvedimenti giudiziari di cui 10 arresti domiciliari; tra i destinatari di questi provvedimenti il presidente COCIV, ingegnere Michele Longo, che è anche presidente di Passante Dorico spa che dovrebbe realizzare il collegamento del porto di Ancona all’Autostrada A 14, denominato «Uscita a Ovest»;
la realizzazione dell’uscita ovest ha già interessato l’Anac proprio perché, grazie alle «sviste» di alcuni dirigenti ministeriali nelle tre stesure della Convenzione tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, e la Passante Dorico spa, sono state inserite, ad avviso dell’interrogante con modalità di dubbia legittimità, clausole vessatorie per lo Stato che lo impegnerebbero a sborsare alla Passante Dorico centinaia di milioni di euro non dovuti;
mentre la pratica uscita a ovest sembra essere finita in qualche cassetto, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti continua ad assumere personalità provenienti proprio dalle imprese coinvolte negli affari illeciti che hanno già danneggiato l’ANAS e le finanze pubbliche –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti suesposti;
quali iniziative intenda assumere nei confronti di ANAS a fronte delle assunzioni e dei distacchi dei signori Girlanda, Bonamico e Poli; se e quali iniziative di competenza intenda attuare per riportare a legalità la conduzione della Quadrilatero Marche Umbria s.p.a. e per sapere a quanto ammonti fino ad ora il contributo pubblico alla realizzazione dei predetti collegamenti viari; se e quando intenda definitivamente chiudere la partita con la Passante Dorico s.p.a., visto che il piano economico e finanziario presentato dalla stessa e inopinatamente accolto dal responsabile del procedimento, architetto Goletta, si è rivelato incongruo come evidenziato dall’interrogante a suo tempo. (5-10008)

L’On.Cristian Iannuzzi al Ministro Minniti : “ Sciogliete il Comune di Sperlonga”

L’On.Cristian Iannuzzi al Ministro Minniti  : “ Sciogliete  il Comune di Sperlonga”

“Tiberio”, il deputato Iannuzzi: “Il Comune di Sperlonga va commissariato”

Domenica 22 gennaio 2017

di clemente pistilli 

L’inchiesta “Tiberio” è approdata in Parlamento. Battendo su “gravi e persistenti violazioni di legge” in Comune a Sperlonga, il deputato pontino Cristian Iannuzzi, ex Movimento 5 Stelle, ha presentato un’interrogazione al ministro dell’interno, Marco Minniti, chiedendo lo scioglimento del consiglio comunale e la rimozione degli amministratori, con l’affidamento dell’ente a un commissario.

L’onorevole, evidenziando gli arresti del 16 gennaio scorso e illustrando le ipotesi accusatorie di corruzione e turbativa d’asta, dalla mancata rimozione degli abusi nell’hotel “Grotte di Tiberio” alle gare pilotate, ha sottolineato che “Cusani avrebbe intralciato le indagini dei Carabinieri che stavano indagando in merito alle gravi situazioni di illegalità nel territorio di Sperlonga e che hanno condotto al suo arresto”.

“Il 14 aprile 2016 – ha specificato il deputato nell’interrogazione – gli investigatori intercettano una lunga conversazione di Cusani con l’ex generale dei carabinieri Mario Palombo, nel quale il sindaco esercitava pressioni affinché venisse rimosso il comandante della locale stazione dei Carabinieri, il maresciallo Salvatore Capasso, colpevole di essere troppo solerte nelle indagini nei suoi confronti. Tra le altre cose, contattando i vertici Mediaset, avrebbe fatto in modo che venisse bloccato il servizio della trasmissione «Le Iene» di Italia Uno, che stava realizzando un’inchiesta sugli abusi edilizi realizzatisi a Sperlonga negli ultimi anni”.

Per Iannuzzi “Tiberio” è un’inchiesta da cui “emerge limpidamente l’esistenza di un sistema malavitoso, costituito da pericolosi intrecci tra organi amministrativi e imprenditoria privata, atta a condizionare l’attività istituzionale e politica”. Da lì la richiesta di commissariamento.

fonte:www.h24notizie.com

L’On.Iannuzzi interroga il Ministro dell’Interno sul “caso Sperlonga”

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/15302

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 727 del 20/01/2017
Firmatari
Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 20/01/2017
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DELL’INTERNO
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 20/01/2017
Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-15302

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Venerdì 20 gennaio 2017, seduta n. 727

CRISTIAN IANNUZZI. — Al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
l’inchiesta denominata Tiberio, avviata dalla procura della Repubblica di Latina, ha portato il 16 gennaio 2017 all’arresto del sindaco di Sperlonga, Armando Cusani, e di altre nove persone per corruzione e turbativa d’asta; tra gli indagati nell’operazione, ci sarebbe anche il vice sindaco e consigliere comunale del comune di Sperlonga, Francescantonio Faiola;
gli arresti sono scaturiti da un’indagine avviata dai carabinieri, a seguito del mancato intervento da parte del comune di Sperlonga sugli abusi edilizi connessi alla realizzazione dell’albergo «Grotte di Tiberio», di proprietà del sindaco Cusani e del suocero Erasmo Chinappi;
le indagini avrebbero accertato l’inerzia dei responsabili dell’ufficio tecnico del comune nell’avvio della procedura di ripristino dello stato dei luoghi, nonostante fosse evidente l’esistenza di un abuso edilizio emerso durante e dopo la realizzazione dell’albergo, peraltro sancito da una sentenza di condanna emessa dalla Corte di appello di Roma nel 2014;
l’ufficio tecnico del comune non aveva provveduto ad emettere, contrariamente a quanto previsto dal Testo Unico dell’Edilizia, alcun provvedimento sanzionatorio nei confronti della struttura di proprietà di Cusani; secondo l’indagine, il motivo di tale inerzia sarebbe riconducibile all’attività corruttoria posta in essere dal sindaco nei confronti dei responsabili dell’ufficio tecnico succedutesi nel tempo, tra cui Massimo Pacini e Isidoro Masi, entrambi arrestati;
nel testo dell’ordinanza, emergono altre responsabilità del sindaco di Sperlonga: avrebbe, infatti, in concorso con altri soggetti, turbato l’appalto relativo ai lavori previsti nell’area archeologica di Villa Prato a Sperlonga, favorendone l’aggiudicazione da parte della ditta «Edil Safer srl»;
addirittura, Cusani avrebbe intralciato le indagini dei Carabinieri che stavano indagando in merito alle gravi situazioni di illegalità nel territorio di Sperlonga e che hanno condotto al suo arresto;
il 14 aprile 2016, gli investigatori intercettano una lunga conversazione di Cusani con l’ex generale dei carabinieri Mario Palombo, nel quale il sindaco esercitava pressioni affinché venisse rimosso il comandante della locale stazione dei Carabinieri, il maresciallo Salvatore Capasso, colpevole di essere troppo solerte nelle indagini nei suoi confronti;
sempre al fine di allontanare il comandante della stazione di Sperlonga, Cusani avrebbe inoltre esercitato pressioni sul comandante della compagnia dei Carabinieri di Terracina, andando ad incontrare l’ufficiale il 18 aprile 2016;
tra le altre cose, contattando i vertici Mediaset, avrebbe fatto in modo che venisse bloccato il servizio della trasmissione «Le Iene» di Italia Uno, che stava realizzando un’inchiesta sugli abusi edilizi realizzatisi a Sperlonga negli ultimi anni;
dal quadro delineato dai suddetti episodi, emerge limpidamente, ad avviso degli interroganti, l’esistenza di un sistema malavitoso, costituito da pericolosi intrecci tra organi amministrativi e imprenditoria privata, atta a condizionare l’attività istituzionale e politica –:
se il Ministro interrogato, in ragione delle gravi e persistenti violazioni di legge che risulterebbero essere state compiute nel corso degli anni dal sindaco di Sperlonga Armando Cusani, non ritenga opportuno assumere le iniziative di competenza ai sensi dell’articolo 142, del testo Unico degli enti locali (decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267);
se, alla luce del quadro diffuso di illegalità che agli interroganti appare presente all’interno del comune di Sperlonga, non ritenga di valutare se sussistano i presupposti per assumere iniziative ai sensi dell’articolo 141 del testo unico degli enti locali (decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267). (4-15302)

Gli Uffici e tutto il lavoro della Commissione Antiracket ed antiusura bloccati per mesi mentre le vittime stanno attendendo da anni i relativi indennizzi.Malgrado le proteste nessuno provvedere a far regolarizzare la situazione.Interrogazione dell’On.Massimiliano Bernini per far luce sullo stato delle cose.

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/15050

Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 717 del 21/12/2016
Firmatari
Primo firmatario: BERNINI MASSIMILIANO 
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 21/12/2016
Destinatari
Ministero destinatario:
  • PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
  • MINISTERO DELL’INTERNO
Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI delegato in data 21/12/2016
Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-15050

presentato da

BERNINI Massimiliano

testo di

Mercoledì 21 dicembre 2016, seduta n. 717

  MASSIMILIANO BERNINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
la lotta al fenomeno del racket e dell’usura prevede da un lato azioni e misure repressive nei confronti di coloro che gestiscono le attività illegali e, dall’altro, il sostegno delle istituzioni e delle leggi dello Stato alle vittime. Accanto alle istituzioni operano le associazioni del terzo settore che sono impegnate in progetti di accompagnamento a coloro che si ribellano;
le ultime norme in materia, tra l’altro, hanno inasprito le pene per gli usurai, prevedendo anche il sequestro e la confisca dei beni;
il racket, o «pizzo», è una forma di estorsione criminale nei confronti di operatori economici e di chi detiene la proprietà di un’azienda (negozio, cantiere, fabbrica) che produce reddito. L’estorsore applica una strategia di minaccia e intimidazione per spaventare l’operatore economico (senza tuttavia annientarlo, per non perdere una fonte di reddito). L’estorsore si manifesta poi per offrire protezione in cambio di somme di denaro, appunto il «pizzo»;
l’usura è lo sfruttamento del bisogno di denaro di un altro individuo per procacciarsi un forte guadagno illecito. Nel rapporto usurario ci sono dunque la necessità di denaro e un’offerta che può apparire come un’immediata possibile soluzione per chi si trova in difficoltà. Viene così concesso un prestito a un tasso d’interesse superiore al cosiddetto «tasso soglia», rilevato ogni tre mesi dal Ministero dell’economia e delle finanze e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che si calcola aumentando del 50 per cento il tasso effettivo globale medio (TEGM) relativo ai vari tipi di operazioni creditizie;
il commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura è chiamato a svolgere attività di coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura sul territorio nazionale ai sensi della legge 23 febbraio 1999, n. 44, articolo 19, e presiede il Comitato di solidarietà per le vittime dell’estorsione e dell’usura, istituito presso il Ministero dell’interno, che ha il compito di esaminare e deliberare sulle istanze di accesso al fondo di solidarietà;
il Comitato di solidarietà vittime dell’estorsione e dell’usura è l’organismo che esamina e delibera sulle domande di accesso ai benefici del fondo di solidarietà. È composto da un rappresentante del Ministero dello sviluppo economico e uno del ministero dell’economia e delle finanze, da tre membri designati dal Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) ogni due anni in modo da assicurare la presenza, a rotazione, delle diverse categorie economiche, da tre membri delle associazioni antiracket e antiusura, anch’essi in carica per due anni e da un rappresentante della Consap (Concessionaria dei servizi assicurativi pubblici) senza diritto di voto;
dal 1o agosto 2016 – come risulta anche dal sito del Ministero dell’interno – la sede del commissario soprarichiamato risulta vacante, suscitando le forti preoccupazioni di cittadini impegnati nel settore come l’«Associazione nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie – Antonio Caponnetto» che ha organizzato anche ripetute manifestazioni pacifiche per stigmatizzare la situazione, che avrebbe determinato il blocco di centinaia di pratiche di vittime di estorsione e di usura –:
quali siano gli impedimenti che ostacolano la nomina del nuovo commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura e se non si ritenga opportuno rimuovere tali impedimenti assumendo le iniziative di competenza per provvedere alla relativa nomina. (4-15050)

La settimana prossima raffica di interrogazioni parlamentari sulla mancata nomina del Commissario antiracket dopo 5 mesi di vacanza.Vergogna!

La settimana prossima raffica di interrogazioni parlamentari sulla mancata nomina del Commissario antiracket dopo 5 mesi di vacanza.Vergogna!
Scatta la seconda fase  dell’azione di pressione  che stiamo facendo sul Ministero dell’Interno per la mancata nomina del Commissario antiracket ed antiusura.
Dopo la lettera ufficiale che abbiamo spedito  più di una settimana fa al Presidente del Consiglio dei Ministri ed al Ministro dell’Interno,lettera rimasta senza esito e senza risposta,partono le interrogazioni parlamentari.
Se nemmeno queste  basteranno a risolvere il problema,si passa alla terza che prevede manifestazioni davanti a Palazzo Chigi.
Vediamo chi la spunta.
Sono centinaia le pratiche che aspettano una definizione e migliaia le persone ,vittime di strozzini e mafiosi ,che stanno morendo letteralmente di fame dopo che,a luglio scorso,il vecchio Commissario é andato in pensione ed il Governo non si decide a nominare il successore.
VERGOGNA  !

Il Senatore Vacciano ci ricorda che……………………………..

Il Senatore Vacciano ci ricorda che……………………………..

l Sen.Vacciano ci ricorda che……………………………………

Pubblicato 19 Novembre 2016 | Da admin3

 

In un post pubblicato  ieri sera il Sen.Vacciano  ci ricorda un’interrogazione ,da lui presentata insieme ad altri suoi colleghi,relativa ad una vicenda  di qualche anno fa che  coinvolse un  poliziotto della Questura di Latina che lamentò in un’intervista  che sarebbe bene riascoltare  di essere stato mobizzato per evitargli- – egli avrebbe sostenuto – di condurre alcune indagini delicate. Noi leggemmo quella interrogazione  che ci sembrò molto interessante ma nella valanga  di cose dalle quali veniamo travolti minuto dopo minuto ci é sfuggito di  informarci sul suo iter .Ora il Sen.Vacciano,che ringraziamo di cuore ,rende noto di NON  aver a tutt’oggi  ricevuta risposta alcuna.
Ritenemmo quella interrogazione estremamente interessante  perché essa tendeva a squarciare il velo sui tanti perché in provincia di Latina non si é indagato come  la situazione imponeva  ed impone.come anche riteniamo interessante  e significativo –molto significativo – il fatto che il Ministero non abbia ritenuto  di rispondere,ad oggi,alle  domande  di Vacciano e dei suoi colleghi.
Più volte  noi della Caponnetto abbiamo sollevato il problema del  funzionamento dell’impianto investigativo in provincia di Latina,denunciandone le carenze e le criticità ed arrivando,perciò,  ad inimicarci  le autorità politiche ed istituzionali pontine.
Ma questo non ci ha distolto dal nostro proposito di  chiarire una buona volta per sempre i tanti “punti oscuri” che  hanno impedito finora  di affrontare  con efficacia  la lotta contro le mafie.
Ci sembra che oggi si stiano creando le condizioni per un’inversione di rotta.Forse é troppo tardi  in quanto  il “sistema “ si é radicato e consolidato.Ma meglio tardi che mai.Non sarebbe male ,però,se il Sen.Vacciano  riproponesse quell’interrogazione  e ne inviasse una copia,appena pubblicata,al Dr.Pignatone della DDA ,oltre che al Procuratore Capo di Latina.
Qui di seguito  quella interrogazione  che ci ha ricordato il Sen.Vacciano che – ripetiamo- ringraziamo insieme a tutti gli altri suoi colleghi firmatari :

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-01402

Atto n. 3-01402

Pubblicato il 11 novembre 2014, nella seduta n. 348
Trasformato

VACCIANO , SIMEONI , BULGARELLI , MOLINARI , GIROTTO , BERTOROTTA , BLUNDO , LEZZI , MANGILI , BUCCARELLA , MARTELLI , CAPPELLETTI , CASTALDI , MONTEVECCHI , MORONESE , CIOFFI , CRIMI , PETROCELLI , PUGLIA , DONNO , SANTANGELO , SCIBONA , SERRA , FUCKSIA , GAETTI , GIARRUSSO , CIAMPOLILLO , MARTON , AIROLA , FATTORI , BOTTICI , CATALFO , TAVERNA , NUGNES - Al Ministro dell’interno. -

Premesso che:

da un articolo de “il Fatto Quotidiano” online del 10 marzo 2014, si è venuti a conoscenza della vicenda di presunto mobbing ai danni di un ex sostituto commissario della Questura di Latina. La notizia è stata nuovamente ripresa in un successivo articolo del 6 ottobre 2014 del quotidiano, questa volta con una video intervista del poliziotto oramai in congedo dal 2013, il quale ha parlato col volto oscurato perché è stato oggetto di minacce di morte, probabilmente a seguito di alcuni sequestri patrimoniali inflitti. Per le citate intimidazioni l’ex agente è parte offesa in un procedimento penale;

la sua azione investigativa avrebbe coinvolto anche un clan pontino, affiliato ai potenti cugini Casamonica di Roma, al quale sono stati sequestrati proprietà e conti correnti per un valore di circa 8 milioni di euro. In generale, l’operato dell’ex agente si è concentrato in un arco di tempo compreso tra il 2005 e il 2011, durante il quale ha portato a termine un totale di 60 operazioni conclusesi con confische e sequestri di beni mobili e immobili per circa 500 milioni, togliendo materialmente mezzi e strumenti alle attività criminali e, inoltre, il 70-80 per cento di questi provvedimenti sono stati già confermati in grado di Cassazione. La condotta eccellente del poliziotto pontino è stata premiata con encomi e avanzamenti di carriera, tuttavia dal 2011 la sua situazione è cambiata e gli sono stati imposti il fermo alle attività investigative, il cambiamento di mansione, il trasferimento di ufficio e un provvedimento disciplinare, che però venne annullato dal Tar del Lazio dopo un suo ricorso;

questi fatti sono stati delineati in un esposto presentato dall’ex agente alla Procura di Latina e al Ministro dell’interno e al capo della Polizia. Al procuratore capo di Latina nel marzo 2012 venivano consegnati gli ultimi 2 lavori che l’ex poliziotto aveva concluso, indagini depositate a gennaio dello stesso anno alla dirigente dell’ufficio a cui faceva capo l’ex sostituto commissario. Per far sì che potessero essere accettati dal Tribunale era indispensabile una firma del questore, che non arrivò in tale circostanza. Queste indagini, in seguito, furono consegnate nel giugno 2012 alla Procura della Repubblica di Latina dal questore, senza essere messe in relazione con il poliziotto che ne lamenta la paternità. A quanto risulta agli interroganti sono rimaste le uniche 2 operazioni depositate dalla Questura di Latina al Tribunale per tutto il 2012;

nella parte dell’intervista in cui il poliziotto parla dello stop ricevuto alle sue indagini nel 2011, viene fatta menzione di avvicendamenti e insediamenti, a cui viene, a giudizio degli interroganti, spontaneo associare il passaggio del testimone per la dirigenza della Questura di Latina del 3 ottobre 2011, ossia da Nicolò D’Angelo ad Alberto Intini;

considerato che:

un cambio di vertice al comando della squadra mobile della Questura di Roma, che ha casualmente comportato un cambiamento nella conduzione delle indagini, lo si ritrova, a parere degli interroganti, lungo l’orizzonte temporale degli eventi che accaddero tra Ostia e Fiumicino nel dietro le quinte di 2 importanti operazioni di polizia denominate “Black Rain” e “Anco Marzio”. Altra circostanza in cui Alberto Intini succede a Nicolò D’Angelo, nel luglio 2003. In quest’altra vicenda, vita e carriera di 6 agenti della Polaria, polizia giudiziaria della frontiera aerea dell’aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino che collaboravano per queste 2 indagini dirette dalla mobile di Roma, sono state segnate da provvedimenti sanzionatori e disciplinari, poi riconosciuti immeritati, ai quali ad oggi non si è posto rimedio;

da un articolo de “il Giornale” del 15 agosto 2007, si apprende da un’intervista ad uno dei 6 agenti della Polaria: “Nel febbraio 2003 scrivemmo un’informativa sugli insediamenti mafiosi sul litorale e i collegamenti con alcuni paesi dell’America Latina. La DDA per due volte chiese di mandare due di noi in Costarica e Brasile. Tutte e due le volte la missione abortì. A settembre ci allontanarono dall’operazione senza motivo. Si cominciò a parlare di lettere anonime inviate al ministero per screditare la nostra immagine di credibilità. Stranamente nel febbraio del 2004 ci richiamarono in servizio per chiudere, a novembre, l’operazione Anco Marzio”;

gli stessi agenti, come riferisce lo stesso quotidiano in un articolo del 7 agosto 2007 sarebbero stati “accusati da fonte anonima proveniente dallo stesso ufficio di polizia giudiziaria del Leonardo Da Vinci”;

i 6 agenti della Polaria hanno collaborato con alcune unità della squadra mobile di Roma per l’operazione denominata Black Rain che “viene inspiegabilmente ridotta a troncone dell’inchiesta Anco Marzio che punta, invece, su estorsioni e videopoker“, come riportato in una notizia del “Il Messaggero” del 24 aprile 2008. “Quando il cerchio si sta per stringere, proprio quando il magistrato delega i poliziotti alla missione in Sud America, questi vengono accusati di aver frodato l’amministrazione e messi da parte. E tutto il gruppo operativo definitivamente smantellato”, esclama Filippo Bertolami, responsabile legale dell’Anip – Italia Sicura, nello stesso articolo de “Il Giornale” dell’agosto 2007;

nelle fonti menzionate si persevera sulla linea che l’operazione Anco Marzio, un successo per la lotta a videopokered estorsioni, non ha portato frutti per quanto concerne l’azzeramento dell’asse di traffico di droga che va dal sud America al litorale romano. “La Procura di Civitavecchia, che ha indagato su di loro per tre anni, archivia tutto: quattro agenti vengono reintegrati alla Polaria di Fiumicino, uno in malattia, l’ultimo «riformato» e nel frattempo emigrato negli Usa, dove insegna criminologia ai colleghi americani” (“Il Giornale” del 26 aprile 2008);

i suddetti poliziotti hanno anche depositato un ricorso in autotutela al capo della Polizia, che fino ad oggi non ha avuto alcuna risposta;

considerato infine che a parere degli interroganti dalle varie vicissitudini occorse nelle questure di cui si sono esposti i fatti, è indubbio che siano previsti dei meccanismi di valutazione interni al corpo di Polizia e che questi debbano essere utilizzati nella maniera più puntuale, chiara e rapida possibile, di modo che venga scalzata qualsiasi ombra su agenti, dirigenti o addirittura questori, gli stessi che sono chiamati a rappresentare il Ministero dell’interno e a garantire la legalità sul territorio nazionale. Quanto più le persone chiamate a svolgere questo compito saranno al di fuori anche del legittimo sospetto, tanto più le stesse istituzioni godranno della fiducia dei cittadini,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo fosse a conoscenza dei fatti esposti, visto il documento inviato al Ministero nel 2012;

quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di proteggere l’incolumità dell’ex poliziotto che prestava servizio presso la Questura di Latina, date le minacce di morte che avrebbe ricevuto a causa dei provvedimenti patrimoniali inflitti a seguito delle indagini da lui condotte, quando comunque era ancora alle dipendenze della Polizia di Stato e quindi del Ministero;

quali siano i motivi che hanno comportato l’interruzione di indagini condotte con successo dagli agenti investigativi a cui sono seguiti cambiamento di mansione, trasferimento di ufficio nonché provvedimenti sanzionatori e disciplinari, che nel caso dell’ex sostituto commissario della Questura di Latina il Tar del Lazio ha provveduto ad annullare;

quali iniziative di propria competenza intenda adottare per assicurare sistemi valutativi del personale delle forze di polizia, garantendo anche rapidità di riscontro sia nel caso di negligenze che di merito.

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