Interrogazioni

L’interrogazione degli Onn.Frusone e Sibilia su Gaeta e Fondi.

Una dettagliata interrogazione presentata alla Camera dagli
onn.Luca Frusone e  Carlo Sibilia,del M5S,su fatti e
soggetti che hanno interessato ed interessano,,al contempo,i
Comuni di  Gaeta e di Fondi, che riaccende i riflettori sulla
pericolosa  situazione esistente nel sud pontino e,più in
generale,in tutto il Basso Lazio che comprende le province
di Latina e Frosinone.
In quest’ultima provincia stiamo cercando di potenziare le
strutture organizzative dell’Associazione Caponnetto in
modo da poter disporre  quanto prima di un  nucleo
iperattivo di ..”combattenti” capaci di  irrobustire
quell’opera di monitoraggio e di denuncia tanto necessaria
in un territorio devastato da una presenza mafiosa
consistente e da una rete di intrecci  occulti fra  mafie-pezzi
di politica-massoneria   singolare,se non addirittura unica.
In provincia di Latina  possiamo dire di aver già svolto un
lungo e gravoso lavoro,del quale ovviamente abbiamo
informato ,com’é nostro dovere e costume ,chi dovevamo
informare, e dobbiamo solo aspettare che i cerchi si
stringano dopo  che siano stati completati i necessari
approfondimenti che,comunque, sappiamo essere tutti o
quasi in corso.
Il problema é la individuazione di tutti motivi,i
“perché”,che hanno provocato in passato ritardi,se non
omissioni,che  stanno alla base di situazioni incancrenite e
che,se fossero stati scoperti a tempo debito,non avrebbero
di certo portato alle situazioni attuali.
Ecco,da qualche tempo,il nostro impegno  é quasi tutto su
questo versante per “capire” cos’é che non é andato e non va
negli apparati statali e cosa bisogna fare per evitare che
certe situazioni si ripetano.

Noi riteniamo che,risolti i problemi dell’apparato
giudiziario territoriale,permangono tutti interi o quasi quelli
dell’apparato investigativo.
Occorre un maggior numero di persone esperte in indagini
che riguardino le “nuove mafie”.
Le mafie si sono ammodernate,sono riuscite ad entrare
direttamente – o quanto meno ad acquisire la capacità di
condizionamento  dall’esterno -  nei gangli vitali
dell’economia e della vita pubblica,in silenzio e senza
sollevare clamore,mentre gli apparati dello stato sono
ancora ai vecchi rituali,alle metodologie  che erano valide
venti anni fa ma non più oggi.
“Mafia Capitale” avrebbe dovuto far comprendere ai vertici
delle forze dell’ordine che la situazione é cambiata,che la
mafia oggi é altra cosa rispetto a quella del passato,che la
mafia é impresa,che la mafia sta nella politica e nelle stesse
istituzioni.
Qua si corre ancora dietro allo  spacciatore,al rapinatore,al
delinquente comune,dimenticando che il mafioso ormai lo
abbiamo fra le nostre  stesse mura,in casa,vestito con abiti
firmati,in possesso di titoli accademici di
primordine,comodamente seduto su scranni importanti.
Mancano le specializzazione,la cultura dell’antimafia
e,laddove queste  ci stanno,sono al lumicino,assolutamente
insufficienti.
Inadeguate.
Lo stiamo gridando da anni.
Non si può continuare a  gravare quasi per intero sulla
DIA,sul GICO,sullo SCO che arrivano da fuori e
che,quindi,non conoscono in maniera approfondita il
territorio,mentre le  Questura ed i Comandi provinciali non
si attrezzano con uomini ,mezzi e strategie adeguati.

Non é possibile continuare così.
Se n’é andato anche il dirigente del Commissariato di
Cassino,che era un funzionario capace e formatosi nella
DIA ed ora tutto il Basso Lazio,zona di frontiera con la
Campania,vede la Polizia di Stato carente di personale
specializzato in materia di indagini economiche contro le
“nuove mafie”.
Il Capo della Polizia ed i Questori di Latina e Frosinone
hanno il dovere di affrontare e risolvere questo drammatico
problema in quanto non basta andare nelle scuole a parlare
di legalità e di altre cose del genere perché non é piu’ tempo
di parole ma di FATTI essendo   i mafiosi ormai  perfino
nell’androne   di casa nostra pronti ad impossessarsene ed a
cacciarci come cani.
I vertici del Viminale non vogliono istituire una sezione
della  Squadra mobile a Formia?
Bene,ma allora mandino almeno 4-5 ispettori e funzionari
che si intendano di lotta alle mafie.
Ecco,questo é uno dei problemi.
Il secondo riguarda la necessità di aumentare il numero
degli addetti alla CO della Guardia di Finanza  di Formia.
Si tratta di un  Gruppo Provinciale – e quindi di una sorta di
minicomando provinciale- la cui competenza si estende
anche in Campania -dopo che la DDA di Napoli spesso  gli
delega delle indagini.
2-3 addetti non bastano e ce ne vogliono  almeno 7-8
incaricati di fare solo il lavoro CO e non mille altre attività.
Le Procure territoriali si stanno attrezzando e sia a Latina
che a Cassino e Frosinone sono arrivati PM bravi ed
attivi,ci sono anche magistrati giudicanti altrettanto bravi ed
ora anche le forze dell’ordine debbono attrezzarsi.

Dei Prefetti parleremo in altra occasione,ma anche per
questi deve finire l’ora della  disattenzione al fenomeno
mafioso e deve cominciare quella dell’obbligo della
“PREVENZIONE”.
Ma ci  torneremo.
Ecco l’importanza dell’interrogazione di Frusone e Sibilia i
quali hanno messo  lodevolmente il dito su una situazione
che registra molte carenze.
Gliene siamo grati in maniera particolare.

.Ed ora si apre finalmente un “caso Gaeta” che si va a collegare con il “caso Fondi” e,forse,anche con “Mafia Capitale”.Bravi Frusone e Sibilia ! Ora nessuno può dire più di non sapere. Avanti con indagini a tutto campo .Vediamo,intanto,cosa fa la Prefettura di Latina!

    INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/05150 CAMERA

Camera dei Deputati                 Legislatura 17

                                                 ATTO CAMERA                                         Sindacato Ispettivo

                    INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE : 5/05150

                    presentata da FRUSONE LUCA il 25/03/2015 nella seduta numero 399

                                         Stato iter : IN CORSO

COFIRMATARIO               GRUPPO                                                  DATA FIRMA

SIBILIA CARLO             MOVIMENTO 5 STELLE                            25/03/2015

Ministero destinatario :

MINISTERO DELL’INTERNO

Attuale Delegato a rispondere :

MINISTERO DELL’INTERNO , data delega 25/03/2015

 

 

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/05150 CAMERA

                                               TESTO ATTO

                                                Atto Camera

                           Interrogazione a risposta in commissione 5-05150

presentato da

                                          FRUSONE Luca

testo di

Mercoledì 25 marzo 2015, seduta n. 399

   FRUSONE e SIBILIA. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

   Fondi è un comune italiano di circa 38.000 abitanti della provincia di Latina ed è noto per

ospitare il secondo mercato ortofrutticolo più grande d’Europa con oltre un milione di tonnellate

di prodotti ortofrutticoli l’anno. Un grande giro d’affari che ha sempre interessato la criminalità

organizzata;

   l’8 settembre 2008, dopo una lunga serie di indagini e l’intervento di una commissione di

accesso agli atti, viene presentata ufficialmente al Ministro dell’interno, una relazione di 507 pagine

del prefetto di Latina, Bruno Frattasi, in cui si chiede di sciogliere il consiglio comunale di Fondi e si afferma espressamente, secondo quanto riferito sulla stampa locale, che «l’accesso, con evidenza

documentale, ha consentito insomma di accertare che le diverse situazioni venute ad emergere, di

per sé costituenti gravi, quando non gravissime, violazioni dei principi di imparzialità, trasparenza e

buon andamento, non corrispondono ad episodici quanto deprecabili casi di cattiva amministrazione, ma presentano, anche per il fatto di riguardare ogni settore della vita amministrativa, il carattere della sistematicità. La qual cosa, unita all’oggettiva agevolazione di interessi economici di elementi contigui alla criminalità organizzata o da considerare ad essa affiliati, conferisce al quadro di insieme una pericolosità tale da dover essere fronteggiata con gli strumenti di rigore previsti dall’articolo 143 del esto unico»;

   nell’ottobre 2009 le dimissioni del sindaco di Fondi e dei componenti della giunta e della

maggioranza del consiglio comunale portarono allo scioglimento dell’amministrazione ed al ritorno

alle elezioni;

   il 26 aprile 2012, Andrea Palladino sul fattoquotidiano.it, nell’articolo «CITATO NELLA

RICHIESTA DI SCIOGLIMENTO DI FONDI, IL PDL LO CANDIDA SINDACO DI GAETA» scrive: «Cosmo Mitrano era stato chiamato nel 2004 nel comune di Fondi come dirigente del settore mense scolastiche. La commissione di accesso inviata dal prefetto nel 2008 gli contestò formalmente la gestione di alcuni servizi: «Ha consentito alla società Vivenda con contratto scaduto nel 2007 di proseguire di fatto il servizio» per un periodo di sei mesi; una mancanza aggravata dal fatto che «il comune di Fondi non ha mai richiesto il rilascio della dovuta certificazione antimafia» alla società Vivenda. Una dimenticanza ? Forse, ma che non stupiva il candidato sindaco del Pdl al comune di Gaeta: «Il dottor Mitrano — spiegano gli ufficiali — ha fornito una dichiarazione nella quale afferma di non aver mai richiesto le certificazioni antimafia per gare o servizi da lui affidati per importi superiori alla soglia comunitaria» [...]Le osservazioni non finiscono qui. Il candidato sindaco del PdL a Gaeta avrebbe poi affidato alla società interinale Ge.vi — che ha attirato l’attenzione degli ufficiali di poliziainviati dal prefetto a Fondi — la fornitura di personale per il comune; e ancora, avrebbe stanziato alcuni finanziamenti a una società sportiva di un consigliere comunale, nonostante questa fosse in

debito con l’amministrazione. Peccati senza rilevanza penale, visto che nessun fascicolo è stato mai

aperto nei suoi confronti; ma di certo una serie di fatti che mostrano il ritratto di un funzionario ben

inserito nella macchina amministrativa del comune di Fondi, contestata poi dalla commissione di

accesso voluta dall’ex prefetto Frattasi. Funzionario che oggi fa il salto verso la politica attiva, pronto

a governare una delle città chiave del sud pontino, con grandi progetti di espansione del porto e un

territorio che fa gola alle cosche ormai radicate nel Lazio»;

   la società Vivenda è una delle controllate della cooperativa La Cascina che secondo fonti

giornalistiche si trova al centro della vicenda di «Mafia Capitale» e presente nelle inchieste giudiziarie

della procura Fiorentina;

   il 13 maggio 2012, Andrea Cinquegrani su lavocedellevoci.it, nell’articolo «GAETA: IERI, OGGI

E MITRANO» scrive «Ecco l’irresistibile ascesa di Mitrano: dirigente supplente del primo settore

al comune di Fondi per il biennio 2004-2005, poi salto alla poltrona di dirigente del terzo settore,

grazie ad un concorso. Organizzato e preparato da chi ? Ma da uno dei concorrenti (per tre posti)

in persona, ossia lo stesso ubiquo Mitrano. Che quel concorso se lo taglia su misura, tanto da far

rilevare agli sbigottiti componenti della commissione d’accesso che «ragioni di opportunità avrebbero

potuto suggerire al sindaco Parisella di affidare l’incarico ad altri», considerato il fatto che Mitrano

era lui stesso «interessato alla partecipazione agli eventuali concorsi per cui la contrattazione era

stata avviata». Siamo solo all’inizio, perché a completare la frittata ci mettono in parecchi lo zampino:

come il dirigente del primo settore e presidente della commissione per il concorso Tommasina

Biondino e il segretario generale del comune, Celestina Labbadia, già al vertice dello stesso primo

settore. Alle due dirigenti – ma anche ad altri – sfugge la circostanza che Mitrano ha bluffato sul

«requisito dei 4 anni di servizio in posizione apicale», essenziale per aggiudicarsi quell’incarico.

Disattenzione, superficialità o cosa ? Fatto sta che, in soldoni, nessuno si è premurato di verificare

alcunché di quanto autocertificato da Mitrano. Possibile mai ? Secondo i membri della commissione

d’accesso sì, in un comune popolato da gente che non vede, non sente, non parla. E poi eccoci agli

appalti, alle gare bandite dal comune. Tra i superfortunati nel registro dei mandati di pagamento

spicca una sigla, la cooperativa Oescmi (Osservatorio economico per lo sviluppo della cultura

manageriale d’impresa) che tra il 2003 e il 2007 ha provveduto a rastrellare ben 11 mandati per

circa 60 mila euro (cui si aggiungono i pingui fondi europei e regionali erogati attraverso la Provincia

per corsi di formazione professionale, e sui quali ha acceso i riflettori la magistratura). Fondata da

Mitrano dodici anni fa, la cooperativa è oggi gestita dalla sorella, Maria Mitrano. Ma le sigle non

finiscono certo qui e altre ne spuntano tra le pagine del ponderoso (e pesantissimo) dossier. Pensate

sia mai possibile che una ditta indebitata con un comune, in tempi di vacche magre, possa addirittura

ricevere dei soldi ? Sì, succede proprio a Fondi. La miracolata si chiama Olimpica 92 che, pur

vantando debiti col comune per dei fitti non pagati (visto che svolgeva la sua attività di polisportiva

in locali di proprietà comunale) nel giro di pochi anni – sotto due sindacature di Parisella ottiene

ben 26 mandati per un totale che sfiora i 50 mila euro. La società fa capo a Pasquale Rega, più

volte consigliere comunale. Fondi erogati dall’allegro terzo settore, che spesso e volentieri opera in

sinergia con alcune commissioni di cui fa parte un altro ubiquo della story, proprio Rega (il quale,

dal canto suo, è in ottimi rapporti con Carmelo Tripodo). E a proposito di rapporti a rischio, fanno

capolino quelli con i titolari della società Vivenda, che per anni s’è vista aggiudicare l’appalto per

la gestione delle mense scolastiche senza che il comune si sia mai preoccupato di chiederle il certificato antimafia. Infine, siamo alla Ge.Vi., che ha messo a segno – grazie alle magie di Mitrano –

un colpo da record: aggiudicarsi gare ufficiose (e per più volte) per la fornitura di personale interinale.

«Ma cosa volete – ha spiegato Parisella ai commissari – era l’unica che mi presentava delle offerte

vantaggiose…»;

   Celestina Labbadia, prima segretario generale del comune di Fondi, ha rivestito fino a poco

tempo fa l’incarico di segretario generale del comune di Gaeta;

   di recente la società ECOCAR, che gestisce il servizio di raccolta e di smaltimento dei rifiuti per

conto del comune di Gaeta il cui sindaco è, appunto, il dottor Mitrano, è stata gravata da interdittiva

antimafia emessa dalle prefetture di Caserta e di Roma;

   il Consiglio di Stato, sezione III, nella sentenza 6 marzo 2012 no 1266, in riferimento agli

articoli 143 e ss, decreto legislativo n. 267 del 2000 ribadisce, che «Lo scioglimento del Consiglio

comunale per infiltrazioni mafiose non esige né la prova della commissione di reati da parte degli

amministratori, né che i collegamenti tra l’amministrazione e le organizzazioni criminali risultino da

prove inconfutabili; sono sufficienti, invece, semplici «elementi» (e quindi circostanze di fatto anche

non assurgenti al rango di prova piena) di un collegamento e/o influenza tra l’amministrazione e

i sodalizi criminali, ovvero è sufficiente che gli elementi raccolti e valutati siano «indicativi» di un

condizionamento dell’attività degli organi amministrativi e che tale condizionamento sia riconducibile

all’influenza e all’ascendente esercitati da gruppi di criminalità organizzata» –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

   se non ritenga opportuno, per quanto di competenza, valutare se sussistano i presupposti

per l’invio di una commissione di accesso agli atti, per valutare, qualora, ci siano le condizioni,

lo scioglimento del consiglio comunale di Gaeta di cui l’articolo 143, del Testo unico enti locali.

(5-05150)

Nel Basso Lazio Giustizia allo sfascio.

Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 24/02/2015

Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
BERNINI MASSIMILIANO MOVIMENTO 5 STELLE 24/02/2015
FRUSONE LUCA MOVIMENTO 5 STELLE 24/02/2015
Destinatari

Ministero destinatario:

  • MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELLA GIUSTIZIA delegato in data 24/02/2015

Stato iter:

IN CORSO

Atto CameraInterrogazione a risposta scritta 4-08089

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Martedì 24 febbraio 2015, seduta n. 380

CRISTIAN IANNUZZI, MASSIMILIANO BERNINI e FRUSONE. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
con il decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155 «Nuova organizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero, a norma dell’articolo 1, comma 2, della legge 14 settembre 2011, n. 148», il Governo ha provveduto a riorganizzare sul territorio nazionale gli uffici giudiziari sopprimendo 31 tribunali ordinari, 31 procure e tutte le 220 sezioni distaccate di tribunale al fine di realizzare risparmi di spesa e incrementare l’efficienza del sistema giustizia;
tra le sedi distaccate soppresse, c’è anche la sezione di Gaeta del tribunale di Latina, sostituita, per le cause iscritte successivamente alla sua soppressione, dal tribunale di Cassino e, per quelle già iscritte a ruolo, inizialmente dalla sezione distaccata di Terracina del tribunale di Latina, anch’essa soppressa, e successivamente, a seguito del ricorso al TAR di Latina proposto dagli enti locali interessati e dall’ordine degli avvocati di Latina, dalla sede centrale del tribunale di Latina;
tale situazione di incertezza ha determinato il blocco per diversi mesi della trattazione di tutte le cause civili e penali pendenti presso il tribunale di Gaeta, determinando in tale modo la prescrizione di numerosi reati;
la ripresa della trattazione dei processi pendenti in precedenza presso il tribunale di Gaeta è avvenuta solo di recente e con notevole difficoltà, a causa della situazione prossima al collasso in cui versa tribunale di Latina per il grave vuoto nell’organico dei magistrati e per la cronica carenza di personale amministrativo;
basti ricordare che i processi penali dell’ex sezione di Gaeta vengono trattati in un edificio all’uopo apprestato e distante dalle cancellerie; la maggior parte delle cause civili sono state fissate e rinviate sine die e trattate da magistrati non togati, disattendendo le richieste avanzate dagli avvocati di assegnare le stesse secondo criteri analoghi a quelli adottati per le cause di Latina;
le cose non vanno meglio nel tribunale di Cassino, presso il quale sono state trasferite tutte le cause di nuova iscrizione: l’accorpamento delle sezioni di Gaeta e di Sora non è stato accompagnato da un adeguato aumento dell’organico di magistrati e di personale di cancelleria; a peggiorare le cose ha contribuito il crollo di un solaio dell’edificio che ospita il tribunale di Cassino, comportando la parziale inagibilità del palazzo stesso;
in considerazione delle problematiche appena denunciate, stante la disponibilità dell’edificio giudiziario di Gaeta, a parere degli interroganti sarebbe opportuno, nell’ottica della tutela del territorio e al fine di agevolare la trattazione dei procedimenti pendenti, la riapertura immediata dell’ufficio giudiziario di Gaeta –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;
se il Ministro interrogato non ritenga opportuno assumere le iniziative di competenza per la riapertura dell’ufficio giudiziario del tribunale di Gaeta, in modo da garantire al territorio del sud-pontino il ripristino del corretto funzionamento della giustizia, al momento, a giudizio degli interroganti, non assicurato dall’attuale assetto organizzativo predisposto presso i tribunali di Latina e Cassino. (4-08089)

Intervento dell’On.Luigi Di Maio per il caso che ha interessato il Testimone di Giustizia Luigi Leonardi.

ATTO CAMERA INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/08101 Dati di presentazione dell’atto Legislatura: 17 Seduta di annuncio: 380 del 24/02/2015

Firmatari Primo firmatario: DI MAIO LUIGI Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE Data firma: 24/02/2015

Destinatari Ministero destinatario:

MINISTERO DELL’INTERNO Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 24/02/2015

Stato iter: IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-08101 presentato da DI MAIO Luigi testo di Martedì 24 febbraio 2015, seduta n. 380 LUIGI DI MAIO. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che: come si apprende dai mezzi di informazione e secondo quanto denunciato dalla Associazione nazionale di lotta contro le illegalità e le mafie «Antonino Caponnetto», lo scorso 18 febbraio 2015, il testimone di giustizia Luigi Leonardi, recatosi alla prefettura di Caserta per richiedere copia degli atti riguardanti il rigetto della sua richiesta di sostegno in quanto vittima di racket, al fine di presentare ricorso nei limitati tempi previsti dalla norma, ha ricevuto un netto rifiuto. L’addetto gli ha risposto che la fotocopiatrice era guasta, mancava perfino la carta e comunque ieri «non avevano tempo» per evadere la sua richiesta; subito dopo Luigi Leonardi si è presentato alla stazione dei Carabinieri di Marcianise (Caserta), dove ha denunciato il fatto. «Adesso, con una scadenza che pende come una spada — si legge nella denuncia — attendo che la Prefettura si decida a comprare una fotocopiatrice e una risma di carta, e a trovare tra i vari addetti che affollavano la sala del caffè e il corridoio, a parte qualcuno, un santo che faccia le fotocopie e mi dia la possibilità di far valere i miei diritti in un sistema incancrenito dalle mafie»; si tratta di una vicenda molto triste e preoccupante, che conferma una vergognosa disattenzione dello Stato nei confronti di uomini e donne che per il solo fatto di aver adempiuto al loro dovere, hanno sacrificato la loro esistenza; poche ore dopo il lancio dell’appello da parte dell’Associazione «Antonino Caponnetto», il prefetto di Caserta ha contattato il presidente dell’Associazione medesima, Elvio Di Cesare, comunicandogli che le copie richieste da Leonardi erano pronte; tuttavia, non è ben chiaro per quale motivo un cittadino per vedersi riconosciuto un diritto elementare come il rilascio della copia degli atti relativi ad una sua richiesta ha dovuto rivolgersi ad una Associazione attiva nella lotta alla mafia –: se il Ministro interrogato sia a conoscenza della vicenda descritta in premessa e quale sia il suo intendimento in merito; se il Ministro interrogato non ritenga di doversi attivare, nell’ambito delle sue competenze, affinché simili situazioni non abbiano a ripetersi; se il Ministro interrogato non ritenga doveroso assumere provvedimenti a tutela della incolumità del signor Leonardi e se la richiesta di accesso al fondo di solidarietà per le vittime del racket e dell’usura non sia meritevole di accoglimento. (4-08101)

Accade anche questo!!! La mafia può ricomprare le aziende confiscatele?

Com’è possibile che un’azienda confiscata per mafia venga venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta?”. Se lo chiede il deputato di Liberta’ e diritti – Socialisti europei, Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia.

Fava, che ha annunciato sulla vicenda una interrogazione al ministro dell’interno Alfano.
«Com’è possibile che un’azienda confiscata per mafia venga venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta?». Se lo chiede il deputato di Libertà e Diritti – Socialisti Europei Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia. «Succede ancora una volta – spiega Fava – a Catania. La Incoter, confiscata a Vincenzo Basilotta, già condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, è in procinto di cedere il suo più proficuo ramo d’azienda alla Judica Appalti, amministrata dal fratello Luigi Basilotta, indagato per truffa aggravata ed altri reati. Un gioco delle parti che ricorda quanto già accaduto in passato ad altre imprese catanesi, confiscate per mafia e cedute a prestanome dei vecchi proprietari. A subire le conseguenze, ieri come oggi, rischiano di essere solo i dipendenti di quelle aziende». Claudio Fava, che ha annunciato sulla vicenda una interrogazione al ministro dell’interno Alfano, sarà a Catania lunedì mattina per una conferenza stampa che farà il punto anche «sui criteri discutibili» utilizzati dalla prefettura di Catania per accogliere l’iscrizione nella cosiddetta white list di aziende della famiglia Ercolano e della famiglia Basilotta.

Sempre sulla mancata azione di prevenzione antimafia da parte della maggior parte dei Prefetti. Interessante interrogazione del Senatore Pepe che si occupa in particolare delle Prefetture di Potenza e Matera

NTERROGAZIONE AL SENATO SU MANCATA INTERDITTIVA AD AZIENDE COLPITE DA PROVVEDIMENTI RESTRITTIVI IN BASILICATA.  QUESTA INTERROGAZIONE  DEL SENATORE PEPE RIGUARDA LA BASILICATA MA PUO’ ESSERE ESTESA ANCHE AD ALTRE REGIONI, A COMINCIARE DAL LAZIO,DOVE I PREFETTI NON ASSOLVONO PER LO PIU’ AI LORO DOVERI DI SVOLGERE UN’AZIONE PREVENTIVA DI VIGILANZA EMETTENDO LE INTERDITTIVE ANTIMAFIA. SI RIPROPONE A QUESTO PUNTO IL VECCHIO PROBLEMA DEL RUOLO DEI PREFETTI SUL QUALE L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO STA SVOLGENDO UN’AZIONE FORTE  ALLA QUALE  INTENDE,PERALTRO,DARE MAGGIORE IMPULSO.

Interrogazione a risposta orale

PEPE – Al ministro degli interni, Al ministro della giustizia, Al ministro dell’ambiente della tutela del territorio e del mare, Al ministro dello sviluppo Economico, Alla presidenza del Consiglio dei ministri

da notizie di stampa apprendiamo della pubblica denuncia di uno stato di totale illegalità relativamente agli appalti in essere ed alle erogazioni di finanziamenti a fondo perduto nel settore del trattamento e smaltimento dei rifiuti in terra di Basilicata.

relativamente al cosiddetto opificio per il trattamento dei rifiuti con produzione di CSS che la Regione Basilicata ha deciso, con Delibera Giunta regionale della Regione Basilicata del 12 marzo 2013 sulla reindustrializzazione del sito produttivo inattivo ex Me.com srl Senise (Pz).

“Con la Delibera della Giunta Regionale della Regione Basilicata n. 808 del 27 giugno 2014 è stata dichiarata la ricorrenza dei presupposti di cui all’art.25 comma 1 Legge regionale n.17/2011 per la realizzazione e o ampliamento degli impianti di recupero rifiuti, e in particolare dell’impianto di recupero di rifiuti non pericolosi per la produzione di CSS, la valorizzazione dei rifiuti da raccolta differenziata ed il recupero di rifiuti inerti in area compresa tra la località “Manche di Marconi” e “Santa Lucia” del Comune di Senise (PZ) proposto dalla società NEP Italy s.r.l.”.
Nella richiamata delibera si legge che tale dichiarazione è stata emessa sulla base dell’istanza presentata il 18 giugno 2014
 dalla società Nep Italy s.r.l. con sede legale in contrada Fontana Camillo 11 , 85050 Tito (Potenza).

Con la delibera della Giunta Regionale della Regione Basilicata n.825 del 27 giugno 2014 sarebbe stato deliberato un contributo in conto capitale di 8.414.444,11 euro alla società Nep Italy s.r.l., con sede legale in contrada Fontana Camillo 11 , 85050, Tito (Potenza), per la realizzazione del programma di investimento finalizzato alla realizzazione di un impianto multifunzionale per il trattamento di rifiuti solidi.

La Nep Italy s.r.l. con sede legale in contrada Fontana Camillo 11 , 85050Tito (Potenza), risulta costituita il 24 marzo 2014 e iscritta alla Camera di Commercio in data 26 marzo 2014, con un capitale sociale di 10.000 euro di cui versati 2.500 e due soci con pari quota del 50% del capitale sociale : Bonaventura s.r.l titolare del 50% del capitale pari a 5.000 euro, di cui versati 1.250 euro e Pellicano Verde spa con capitale del 50% pari a 5000 euro, di cui versati 1.250 euro. L’impresa sociale così costituita risulta “inattiva”.

Uno dei soci della Nep Italy s.r.l., nella sua qualità di amministratore delegato con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione relativamente alle attività amministrative e finanziarie della società, è stato condannato per violazione dell’obbligo di vigilanza sull’andamento della gestione ex art.2392 cc, insieme ad Altri dal Tribunale di Milano con sentenza in data 22 marzo 2012 a pagare la somma di 1.306.245,56 euro.

Da informazioni contenute in relazioni della Direzione Nazionale Antimafia, nell’ordinanza applicativa di misura cautelare del 6/12/2011, contro imputati di associazione per delinquere finalizzata al traffico di rifiuti, emessa dal Gip presso il Tribunale di Lecce, vi è menzione di legali rappresentanti pro tempore e un procuratore speciale della società “Pellicano Verde” spa, imputati con altri del reato di cui all’art.416 comma 1 e 2 c.p. e art. 4 l. n. 146/2006, quali partecipi nel sodalizio esportando illegalmente kg.763,090 di rifiuti speciali a mezzo di 38 container mediante la predisposizione di documenti doganali e commerciali ideologicamente falsi per un illecito giro di affari pari a 130.607,00 euro in Taranto e Napoli dal 24/01/2008.

la ditta Nep Italy s.r.l. pare abbia avuto accesso alla somma di 8.414.444,11 euro, quale contributo assegnato al ( soltanto un caso di 11 prescinde da ogni indagine sulle pregresse carriere dei soci che non possono essere ignorate anche se la Nep Italy s.r.l. è stata costituita proprio al momento in cui doveva concorrere per l’appalto in questione.

relativamente alla realizzazione, finanziata al 100%, di un opificio in area sin (sito di interesse nazionale da bonificare) di Tito Z. Ind.le, per trasformazione di rifiuti in cdr combustibili da rifiuti da parte della società AGECO il cui amministratore è stato arrestato per associazione a delinquere, smaltimento illecito dei rifiuti, truffa e falso e la cui società Cambiava l’assetto societario nominando amministratore la coniuge del precedente amministratore e continuano a percepire finanziamenti, a vincere appalti mentre il manovratore il 30 ottobre sarà sotto processo a Potenza per il caso Monnezzopoli.

La stessa società tecnoparco pare sia sotto indagine della D.I.A. di Basilicata per smaltimento illecito di rifiuti pericolosi derivanti dalle estrazioni petrolifere per cui sarebbero stati emessi almeno 11 avvisi di garanzia dagli inquirenti

Alcune associazioni di cittadini denunciano pubblicamente sui loro blog che sia stata inoltrata richiesta di accesso agli atti e di informazioni ambientali e che le autorità interessate negano tali informazioni in violazione della normativa europea e della convenzione di Aarhus.

Nella fattispecie, pare, si registrino assegnazioni di fondi pubblici ad aziende di società già oggetto di arresti per associazione a delinquere ordinario e/o di stampo mafioso sia nella erogazione di milioni di euro di fondi”, in particolare ”per la realizzazione di opifici per produrre combustibili da rifiuti sia negli appalti per la raccolta che per il deposito e lo smaltimento dei rifiuti.

Ai termini della nuova normativa sulla documentazione antimafia, Come puntualmente riportato da Basilicata24.it, La pubblica amministrazione non dovrebbe più consentire la partecipazione alle gare e agli appalti pubblici, nonché all’accesso ai finanziamenti pubblici, alle società attenzionate dalla magistratura per fatti gravi, pur in presenza di variazioni degli assetti societari finalizzate all’elusione dei controlli e alle prescrizioni di legge.
Secondo le stesse norme, I Prefetti dovrebbero, in ogni caso, emettere interdittiva antimafia.

Si chiede 

  • se risulti veritiera la notizia che aziende che hanno visto i propri amministratori arrestati per gravissimi reati legati al traffico internazionale di rifiuti pericolosi, smaltimento illecito di rifiuti, truffa, falso ed associazione a delinquere normale o di tipo mafioso, abbiano partecipato, vincendole, a gare per servizi di raccolta e smaltimento rifiuti 

  • E se risponde a verità la denuncia del mancato intervento delle prefetture dei distretti di Potenza e Matera

  • se corrisponde al vero che diverse aziende i cui amministratori sono stati sottoposti ad arresti per associazioni a delinquere di stampo mafioso e non siano tra le beneficiarie dei fondi perduti per realizzare “opifici” che altro non sono mega stoccaggi di rifiuti pericolosi e non pericolosi per trasformazione in combustibili da rifiuti (CDR)

  • Se i ministri interessati ritengano di invitare I Prefetti a svolgere accertamenti preliminari sulle imprese del luogo dove si eseguiranno i lavori per le quali è maggiore il rischio di infiltrazione mafiosa ed, in caso di accertamento di tale situazione, di emettere l’informativa interdittiva senza aspettare l’esito dei processi e delle inchieste in aderenza alle direttive della nuova normativa sulla documentazione antimafia

  • Se e quali iniziative i ministri, per quanto di loro competenza, vogliano intraprendere per le questioni di loro competenza in questo ambito

Il “caso Bonaventura” finisce in Parlamento. Scandaloso il comportamento di Alfano e Bubbico che non lo hanno finora risolto

E’ da tempo ormai che il caso del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura trova spazio tra le inchieste di molti giornali e magazine online. L’ex boss della cosca ‘ndranghetista Vrenna-Bonaventura, da tempo, chiede che il suo livello di protezione per lui e la sua famiglia sia degno di questo nome e da tempo chiede di essere trasferito all’estero per evidenti motivi di sicurezza. Sicurezza che molte volte è passata in secondo piano con una faciloneria disarmante. Mercoledi il Movimento 5 Stelle, per mano dell’On. Francesco D’Uva ha presentato l’ennesima interrogazione parlamentare che andiamo a pubblicare

 

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/06199 CAMERA

Camera dei Deputati
Legislatura 17
ATTO CAMERA Sindacato Ispettivo
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA: 4/06199
presentata da D’UVA FRANCESCO il 01/10/2014 nella seduta numero 300
Stato iter: IN CORSO
COFIRMATARIO GRUPPO
DATA
FIRMA
NESCI DALILA MOVIMENTO 5 STELLE 30/09/2014
NUTI RICCARDO MOVIMENTO 5 STELLE 30/09/2014
Ministero destinatario:
MINISTERO DELL’INTERNO
Attuale Delegato a rispondere:
MINISTERO DELL’INTERNO, data delega 30/09/2014
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/06199 CAMERA

TESTO ATTO
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-06199
presentato da
D’UVA Francesco
testo di
Mercoledì 1 ottobre 2014, seduta n.300
D’UVA, NESCI e NUTI.

— Al Ministro dell’interno. — Per sapere, premesso che:

il decreto-legge 15 gennaio 1991, n.8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo
1991, n.82, recante «nuove misure in materia di sequestri di persona a scopo di estorsione e per la
protezione di coloro che collaborano con la giustizia», intende disciplinare la figura del collaboratore
di giustizia;
la legge 13 febbraio 2001, n.45, introduce «nuove norme in materia di sequestri di persona
a scopo di estorsione e per la protezione dei testimoni di giustizia, nonché per la protezione e il
trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia», modificando la disciplina così
come introdotta dalla legge 15 marzo 1991, n.82;
a norma dell’articolo 4 della legge 13 febbraio 2001, n.45, «l’ammissione alle speciali
misure di protezione, oltre che i contenuti e la durata di esse, sono di volta in volta deliberati dalla
Commissione Centrale di cui all’articolo 10, comma 2, su proposta formulata dal procuratore della
Repubblica il cui ufficio procede o ha proceduto sui fatti indicati nelle dichiarazioni rese dalla persona
che si assume sottoposta a grave e attuale pericolo»;
l’articolo 6 della stessa fonte normativa, in particolare, prevede come in caso di concessione
della speciale misura di protezione, mediante la definizione di uno speciale programma, questo
dovrà essere formulato secondo criteri che tengono specifico conto delle situazioni concretamente
prospettate;
tale sistema potrà comprendere «il trasferimento delle persone non detenute in luoghi protetti,
speciali modalità di tenuta della documentazione e delle comunicazioni al servizio informatico,
misure di assistenza personale ed economica, cambiamento delle generalità, misure atte a favorire il
reinserimento sociale del collaboratore e delle altre persone sottoposte a protezione oltre che misure
straordinarie eventualmente necessarie»;
attraverso l’articolo 12 delle legge 13 febbraio 2001, n.45, infine, si prevede come «le speciali
misure di protezione di cui sopra debbano altresì applicarsi a coloro che assumono rispetto al fatto
o ai fatti delittuosi in ordine ai quali rendono le dichiarazioni esclusivamente la qualità di persona
offesa dal reato, ovvero di persona informata sui fatti o di testimone, purché nei loro confronti non sia
stata disposta una misura di prevenzione», e fino alla effettiva cessazione del pericolo per sé e per i
familiari;
la rilevanza della figura del collaboratore di giustizia venne riconosciuta anche dal giudice
Giovanni Falcone, che evidenziò come attraverso l’utilizzo di tale soggetto riuscì ad ottenere
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/06199 CAMERA
Stampato il 2/10/2014 Pagina 3 di 4
nel corso delle sue indagini informazioni relative alla struttura e alle attività delle più importanti
associazioni criminali operanti nel territorio dello Stato;
alcune recenti inchieste giornalistiche, tuttavia, fanno emergere diversi dubbi relativi al
corretto funzionamento del sistema di protezione speciale dei collaboratori di giustizia, che, stando
alle notizie documentate, rischia di non garantire la necessaria sicurezza dei soggetti chiamati a
testimoniare, limitando altresì le possibilità di costituzione alla giustizia di nuovi collaboratori pronti a
offrire la propria testimonianza;
emblematica al riguardo, così come riportata dal quotidiano La Notizia, in data 9 settembre
2014, ovvero da altre importanti testate nazionali quali Il Fatto Quotidiano, risulta la vicenda che vede
coinvolto Luigi Bonaventura, ex associato della `ndrangheta e reggente della cosca crotonese dei
Vrenna-Bonaventura, che da 10 anni collabora con la giustizia;
le informazioni fornite dal collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura sono ritenute certamente
attendibili, anche dalla direzione nazionale antimafia con la quale ha spesso collaborato, e sono state
utilizzate all’interno di importanti procedimenti giudiziari, consentendo la cattura e l’arresto di oltre
150 affiliati ad organizzazioni e associazioni di tipo mafioso;
secondo quanto riportato dal quotidiano il collaboratore avrebbe inviato in data 26 aprile 2014,
attraverso il suo legale, una lettera alla commissione centrale circa alcuni episodi avvenuti nel corso
del suo periodo di residenza presso la Città di Termoli (Campobasso), in regime di protezione;
in tale documento si riporta come «il collaboratore ha ricevuto, solo dopo diversi mesi dal suo
arrivo, (… ) un documento personale con il limite di utilizzo nella sola regione Molise, contrariamente
a quanto previsto dalla legge, che non ha consentito una concreta possibilità di inserimento sociolavorativo
» secondo l’interrogante, in violazione del dettato normativo che prevede l’assunzione di
«misure atte a favorire il reinserimento sociale del collaboratore o del testimone di giustizia e delle
altre persone sottoposte a protezione»;
lo stesso articolo denuncia come i contratti di locazione sarebbero stati stipulati direttamente
dal personale del NOP, senza garantire, stando alla denuncia di Bonaventura il giusto grado di
anonimato e mimetizzazione;
simile condotta veniva tenuta per consentire l’iscrizione scolastica dei figli, ovvero per la scelta
del Medico di Famiglia, vanificando altresì l’adeguato inserimento anonimo nel tessuto economico e
sociale locale e rivelando il vero motivo della permanenza nella località protetta del nucleo familiare;
a oggi risulta addirittura mancante la documentazione necessaria a garantire al collaboratore e
ai suoi familiari l’accesso alle cure sanitarie;
alla richiesta del legale del collaboratore Luigi Bonaventura non risulta che abbia fatto la
commissione centrale pervenire alcuna risposta;
si evidenzia, infine, come l’attuale sistema di protezione riservato ai collaboratori di giustizia
rischi da un lato di consentirne l’accesso anche a soggetti ritenuti non del tutto attendibili, ovvero
saldamente ed attivamente legati ad ambienti di tipo mafioso, dall’altro di non garantire sufficiente
copertura, nonché la stessa incolumità fisica, ai soggetti sottoposti al sistema di protezione –:
se non ritenga che l’attuale sistema di protezione dei collaboratori di giustizia, anche in
relazione alle criticità evidenziate dai fatti così come esposti in premessa, presenti alcune inefficienze
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/06199 CAMERA

http://www.nottecriminale.it/noc/index.php?option=com_k2&view=item&id=6413%3Ainterrogazione-parlamentare-del-m5s-sul-caso-del-collaboratore-di-giustizia-luigi-bonaventura&Itemid=147#sthash.BGkAnxm8.TwZzOSYP.dpuf

In provincia di Latina apparati dello Stato inadeguati sul versante della lotta alle mafie. Occorre un cambiamento radicale di uomini e strategie se si vuole seriamente cominciare a combattere le mafie ormai infiltrate anche nella politica e nelle istituzioni. La Commissione Parlamentare antimafia ha annunciato ora che i buoi sono scappati dalle stalle e che ormai le mafie sono diventate padrone quasi di tutto il suo proposito di andare in provincia di Latina. Cosa va a fare? a certificare il fallimento dello Stato e ad individuare e chiedere di punire i responsabili che hanno determinato la situazione critica nella quale una classe politica ed amministrativa – ed anche giudiziaria per quanto riguarda la vecchia Procura della Repubblica – ha brillato e brilla per la sua insignificanza e la sua inerzia? o a fare la solita, inconcludente passerella???

SUD PONTINO SOTTO IL TALLONE DI CAMORRA E NDRANGHETA MENTRE LO STATO CONTINUA A RESTARE INERTE MANTENENDO APPARATIVI INVESTIGATIVI E GIUDIZIARI LOCALI INADEGUATI PER NON PARLARE DELLA PREFETTURA DI LATINA DELLA QUALE NON SI AVVERTE NEMMENO L’ESISTENZA PER QUANTO RIGUARDA L’AZIONE DI CONTRASTO ALLE MAFIE.
NON SI EMETTONO INTERDITTIVE ANTIMAFIA A CARICO DI DITTE SOSPETTE, NON SI FANNO INDAGINI DI NATURA ECONOMICA E PARTRIMONIALE SUI CAPITALI IMPIEGATI.
SI DEVE SOLAMENTE ALL’INIZIATIVA DI ALCUNE PROCURE, PREFETTURE E FORZE DELL’ORDINE DI FUORI PROVINCIA DI LATINA SE SI E’ PROMOSSA QUALCHE AZIONE CONTRO LE MAFIE IN PROVINCIA DI LATINA, MA IL GOVERNO RESTA SEMPRE INERTE E SORDO ANCHE RISPETTO ALLE INTERROGAZIONI E PROPOSTE CHE ASSOCIAZIONI COME LA CAPONNETTO E PARLAMENTARI DEL M5S, COME IN QUESTO CASO, GLI RIVOLGONO.

Interrogazione a risposta scritta 4-01155
presentato da
COLLETTI Andrea
testo di
Giovedì 4 luglio 2013, seduta n.46

COLLETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che: da anni si assiste in tutta la zona del Sud Pontino (Formia, Fondi, Sabaudia, Gaeta e dintorni) al dilagare di fenomeni speculativi che hanno consentito una cementificazione selvaggia e frequenti fenomeni di abusivismo agevolati dalle connessioni tra politica ed imprenditoria locale; in questo intreccio hanno trovato e trovano terreno fertile le organizzazioni affaristico/malavitose campane e calabresi interessate ad investire ingenti capitali di provenienza illecita nel settore edile ed in quello turistico/commerciale; in particolare, il territorio pontino è infestato da pericolosi clan criminali come i Bardellino, Esposito/Giuliano, Mallardo, Moccia, Casalesi, Bidognetti e Fabbrocino a Formia, il clan Nuvoletta di Cosa Nostra nella zona portuale di Gaeta, il clan Schiavone/Mallardo della ’Ndrangheta a Fondi, i clan Mallardo, Fabbrocino e Schiavone a Itri e il clan Cava/Schiavone a Sabaudia; si è dimostrata priva di efficacia l’opera di contrasto da parte delle forze dell’ordine locali, mal distribuite sul territorio ed impreparate a svolgere indagini patrimoniali per aggredire i capitali di origine illecita; l’esistenza di due commissariati di polizia tra Formia e Gaeta, ad esempio, ha portato ad uno spreco di uomini e risorse che si potrebbero evitare istituendo – come proposto dall’Associazione Caponnetto – un unico distretto dotato di un’apposita squadra di polizia giudiziaria che consenta di aumentare i controlli sul territorio e contrastare il traffico di capitali illeciti; sarebbe anche utile affiancare alla direzione distrettuale Antimafia (DDA) di Roma le procedure di Latina e Cassino dotandole della delega alle indagini ex articolo 51 comma 3-bis del Codice di procedura penale per la persecuzione dei reati di cui all’articolo 416-bis del Codice penale («Associazione di tipo mafioso»); vi sono infatti i presupposti perché si scateni a Formia una guerra di camorra tra i clan Esposito/Giuliano o Bardellino, entrati in conflitto per motivi legati ad interessi economici concorrenti ed al massiccio traffico di stupefacenti praticato da entrambi nel Sud Pontino; il rischio di una escalation di atti di violenza è molto elevato, come lasciano presagire le risse e gli avvertimenti di stile camorristico susseguitisi nelle ultime settimane di fronte ad alcuni bar della città, come riportato dalla stampa locale –: se i Ministri, per quanto di propria competenza, intendono adottare con urgenza ogni misura di polizia idonea a prevenire un’eventuale guerra di camorra nella città di Formia e, più in generale, nel Sud Pontino, anche attraverso l’avvio di verifiche patrimoniali a tappeto e con l’ausilio di reparti
specializzati quali i gruppi di investigazione sulla Criminalità organizzata (GICO) della Guardia di finanza; se il Ministro dell’interno ritenga di approfondire la proposta dell’associazione Caponnetto circa la creazione di un unico distretto di polizia nel Golfo di Gaeta che unifichi le funzioni dei due commissariati attualmente esistenti per contrastare più efficacemente la criminalità organizzata; se siano state avviate indagini in merito alle concessioni edilizie rilasciate dal comune di Itri e di quelle relative alla fascia costiera del comune di Fondi dagli anni 90 ad oggi, con riferimento di reati di riciclaggio e di intestazione fittizia di beni messi in passato sotto sequestro; se sia nelle intenzioni del Ministro della giustizia sostenere con vigore l’estensione della delega alle procure di Latina e Cassino, ex articolo 51 comma 3-bis del codice di procedura penale, per la persecuzione dei reati di mafia. (4-01155)

L’Associazione Caponnetto si è costituita parte civile nel processo contro la cosiddetta mafia di Ostia. Interrogazione al Ministro degli Interni

L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO SI E’ COSTITUITA

PARTE CIVILE NEL PROCESSO A ROMA CONTRO

LA COSIDDETTA MAFIA DI OSTIA TRAMITE LO

STUDIO DEL PROF. ALFREDO GALASSO.

 

Interrogazione a risposta scritta 4-05108

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Mercoledì 11 giugno 2014, seduta n.243

CRISTIAN IANNUZZI, TOFALO, SPESSOTTO, LOMBARDI, DAGA e NICOLA

BIANCHI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

negli ultimi 20 anni sul territorio romano di Ostia si sono registrati gravissimi omicidi

riconducibili all’egemonia di clan mafiosi insediatisi sul luogo; di particolare rilevanza è

stato l’omicidio nell’ottobre del 2002, avvenuto in pieno giorno, di Paolo Frau,

esponente di spicco della Banda della Magliana;

a seguito di detto omicidio, la direzione distrettuale antimafia di Roma delegava allo

svolgimento delle indagini l’ufficio di polizia giudiziaria dell’aeroporto di Fiumicino e la

squadra mobile della questura di Roma, che costituiva un pool di indagine ad hoc;

le numerose informative trasmesse all’autorità giudiziaria nell’ambito di tali indagini

evidenziarono l’esistenza di un sodalizio criminoso finalizzato al traffico internazionale

di stupefacenti e al riciclaggio di denaro, facente capo nel sud Italia, e in particolare

nel lido di Ostia, ai fratelli Vito e Vincenzo Triassi, rappresentanti in loco del clan

Cuntrera-Caruana-Caldarella, e in Sudamerica ai noti latitanti Vito Genco e Santo

nonostante i brillanti risultati investigativi raggiunti, inspiegabilmente l’attività di

indagine condotta dalla squadra mobile di Roma veniva interrotta ed

il pool investigativo smembrato; le deleghe di indagine conferite dall’autorità

giudiziaria agli ispettori Gaetano Pascale e Piero Fierro per recarsi in Brasile e

Costarica ad approfondire i legami criminali emersi tra Italia e Sudamerica non furono

mai eseguite; gli stessi furono dapprima rimossi dalle indagini e poi accusati da un

esposto anonimo di aver sottratto soldi dell’erario, accuse rivelatisi del tutto infondate;

i risultati investigativi ottenuti nel 2003 hanno trovato conferma solo dopo più di 10

anni, a seguito delle operazioni «Nuova Alba» del luglio 2013 e «Tramonto» dell’aprile

2014, con cui la squadra mobile di Roma e la Guardia di finanza hanno eseguito oltre

60 arresti nei confronti di personaggi ritenuti responsabili di associazione per

delinquere di tipo mafioso ai sensi dell’articolo 416-bis del codice penale, oltre ad aver

sequestrato beni per un valore di circa 6 milioni di euro;

inoltre nell’aprile 2014 è stato catturato in Venezuela, dopo 20 anni di latitanza, Vito

Genco, quando la sua presenza in Sudamerica e il suo ruolo attivo

nell’organizzazione dedita al traffico di stupefacenti era nota già dal 2002;

buona parte dei personaggi indicati nelle ordinanze emesse dalla procura di Roma

(tra cui i fratelli Triassi, indicati quali veri e propri referenti sul territorio del clan

mafioso Cuntrera-Caruana) erano stati già ben individuati e riferiti in specifiche

informative dal pool che dieci anni prima fu smantellato perché ritenuto improduttivo –

se il Ministro sia a conoscenza dei fatti, come esposti in premessa e se risultino agli

atti i motivi che abbiano determinato lo smantellamento del pool istituito presso la

questura di Roma. (4-05108)

INTANTO ABBIAMO APPRESO CON PIACERE CHE

PRESENTATO UN’INTERROGAZIONE AL

MINISTRO DEGLI INTERNI PER ATTIRARE

L’ATTENZIONE SULLA DRAMMATICA SITUAZIONE

CRIMINALE ESISTENTE AD OSTIA E SUL

UN GRUPPO DI DEPUTATI DEL M5S HA

LITORALE A SUD DELLA CAPITALE.

BENE COSI’, PIU’ SE NE PARLA E PIU’ LE

ISTITUZIONI E LA POLITICA SI VEDONO

COSTRETTE AD INTERVENIRE METTENDO FINE A

DECENNI DI SILENZI ED INERZIA, PER NON DIRE

ALTRO.

OSTIA CRIMINALE: INTERROGAZIONE M5S

Roma13 giu – “Negli ultimi 20 anni sul territorio romano di Ostia si sono registrati gravissimi omicidi riconducibili all’egemonia di clan mafiosi insediatisi sul luogo, tra cui nell’ottobredel 2002 quello di Paolo Frau, esponente di spicco della Banda della Magliana”. Ciò è quanto dichiara il deputato del Movimento 5 Stelle Cristian Iannuzzi. ”Il pool di indagine costituito per indagare sull’omicidio rivelò l’esistenza di un sodalizio criminoso finalizzato al traffico internazionale di stupefacenti e al riciclaggio di denaro, facente capo nel sud Italia, e in particolare sul lido di Ostia, ai fratelli Vito e Vincenzo Triassi, rappresentanti in loco del clan Cuntrera-Caruana-Caldarella, ed in Sudamerica ai noti latitanti Vito Genco e Santo Caldarella. Nonostante i brillanti risultati investigativi raggiunti, il pool venne smembrato e le deleghe di indagine conferite all’ispettore superiore Gaetano Pascale e all’assistente Piero Fierro per recarsi in Brasile e Costarica ad approfondire i legami criminali emersi tra Italia e Sudamerica non furono mai eseguite; il primo fu assegnato ad altri incarichi e poi dichiarato inabile al servizio, mentre il secondo fu accusato da un esposto anonimo di aver sottratto soldi pubblici, accuse rivelatesi del tutto infondate. I risultati investigativi ottenuti nel 2003 hanno trovato conferma solo dopo più di 10 anni, a seguito delleoperazioni “Nuova Alba” del luglio 2013 e “Tramonto” dell’aprile 2014, con cui la Squadra Mobile di Roma e la Guardia di Finanza hanno eseguito oltre 60 arresti nei confronti di personaggi ritenuti responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso ai sensi dell’art.416 bis del codice penale, oltre ad aver sequestrato beni per un valore di circa 6 milioni di euro. Buona parte dei personaggi indicati nelle ordinanze emesse dalla Procura di Roma (tra cui i fratelli Triassi, indicati quali veri e propri referenti sul territorio del clan mafioso Cuntrera – Caruana) erano stati già ben individuati nelle informative del pool che dieci anni prima fu smantellato perché ritenuto improduttivo”. Con una interrogazione a prima firma Cristian Iannuzzi, il M5S chiede “quali siano le ragioni che hanno determinato lo smantellamento del pool istituito presso la questura di Roma”.

Succede a Briatico in provincia di Vibo Valentia

Caso Briatico, Molinari (M5S): “Cosa aspetta il Governo ad intervenire?

Ripristinare la sicurezza e la legalità, i cittadini non possono essere lasciati soli.”

ROMA – Cos’altro deve accadere nel Comune di Briatico affinché questo territorio, dove la legalità è

seriamente in pericolo, attiri l’attenzione del Governo?

Non è un mistero che il clima che si respira in questo comune – passato alla cronaca per essere stato sciolto

per infiltrazione mafiosa ben due volte – è sicuramente pesante. Nella terra con la più alta densità criminale

della Calabria, non pochi sono stati gli episodi anomali che si sono verificati durante e dopo il periodo di

gestione commissariale.

Il culmine dell’illegalità però lo si è raggiunto durante le ultime amministrative del 25 maggio scorso, che

hanno esasperato una situazione già critica di suo. Numerosi, infatti, sono stati i reati contro il patrimonio

e contro la proprietà, per non parlare di episodi sospetti proprio tra le file delle tre liste candidate “in

pectore”, due delle quali ritiratesi ancora prima di competere.

Tra i candidati dell’unica lista rimasta in “gioco” erano, peraltro, presenti amministratori delle gestioni

comunali precedentemente sciolte. Come se non bastasse, poi, il candidato e attuale sindaco della lista “Il

coraggio di ricominciare” è interessato da un’udienza in corte d’appello che dovrebbe pronunciarsi sulla sua

candidabilità il prossimo 16 giugno, originariamente fissata il 19 maggio prima delle elezioni.

Si potrebbe andare ancora avanti nell’elenco dei casi anomali, citati nella mia interrogazione presentata

oggi al Senato, che hanno caratterizzato il periodo interessante l’ultima tornata elettorale (non

dimenticando, per esempio, che è stato denunciato lo smarrimento del 5% delle tessere elettorali) ma

pensiamo che ciò basti per indignarsi contro chi ha trasformato Briatico in un territorio martoriato dalla

prepotenza criminale.

In queste terre la legalità è oggi in una terra di mezzo : bisogna attivarsi subito per riportare ordine e

giustizia. Non è ammissibile che fatti come quelli citati possano essere tollerati senza che si muova un

dito. La Calabria, invece di fare dei passi in avanti, sta facendo passi indietro con il rischio che si cada in un

baratro da dove sarà impossibile risalire.

Cosa si aspetta a intervenire ? I cittadini, da soli, non possono fare tutto. Noi del M5S pretendiamo quegli

interventi concreti che solo lo Stato può mettere in atto, in caso contrario il Governo confermerà – ancora

una volta – di non essere in grado di risolvere i problemi di questo Paese e che si vuole lasciare parte del

territorio in mano alla criminalità organizzata, ciò a discapito dei cittadini.

Francesco Molinari – M5S

Cittadino eletto al Senato

Vice Presidente Comm. Finanze e Tesoro

Capogruppo Comm. Politiche Europee

Membro Commissione Antimafia

Membro Comm. Federalismo fiscale

 

Leggi il pdf dell’interrogazione parlamentare

Gli Onn. Cristian Iannuzzi e Federica Daga intervengono sul “caso” di Luigi Coppola e dei Testimoni di Giustizia . 4-04312 CAMERA – ITER ATTO

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/04312

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 203 del 02/04/2014

Firmatari

Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 02/04/2014

Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
DAGA FEDERICA MOVIMENTO 5 STELLE 02/04/2014
Destinatari

Ministero destinatario:

  • MINISTERO DELL’INTERNO
  • MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’INTERNO delegato in data 02/04/2014

Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-04312

presentato da

IANNUZZI Cristian

testo di

Mercoledì 2 aprile 2014, seduta n. 203

CRISTIAN IANNUZZI e DAGA. — Al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
Luigi Coppola, nato a Boscoreale (NA) nel 1965, è un imprenditore che con le sue coraggiose denunce e deposizioni, tra il 2001 ed il 2007, ha permesso l’arresto di oltre trenta estorsori ed usurai, di cui ventitré condannati in via definitiva nel 2009 per associazione di tipo mafioso. I condannati erano appartenenti al clanPesacane di Boscoreale, al clan Cesarano di Pompei ed al clan Gionta-Limelli di Torre Annunziata;
le dichiarazioni di Luigi Coppola sono state utili allo Stato anche ai fini dello scioglimento del consiglio comunale di Boscoreale per indizi di infiltrazioni mafiose, di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 26 gennaio 2006 in conformità all’articolo 143 del decreto legislativo n. 267 del 2000;
nel 2002, in seguito alle sue denunce, gli è riconosciuto lo status di «testimone di giustizia» con l’inserimento, assieme alla sua famiglia, nel programma di protezione testimoni. Tra numerose traversie, minacce, ed intoppi nel programma di protezione, il Coppola viene trasferito in un’abitazione in Piemonte, poi nelle Marche e poi ancora in Veneto per far rientro a Pompei nel 2007;
come racconta lo stesso Coppola, al suo rientro a Pompei nessuno volle più comprare automobili nella sua concessionaria. Si trovò assieme alla sua famiglia in uno stato di totale isolamento, dovette assistere alla raccolta di petizioni, dirette al sindaco ed alle altre istituzioni di Pompei, che richiedevano il suo allontanamento dal comune, essendo la sua presenza considerata «destabilizzante»;
nel gennaio 2010 la commissione centrale del Ministero dell’interno notifica al Coppola la decisione di revoca, seduta stante, della scorta e della vigilanza fissa sotto la sua abitazione, deliberando «di non prorogare le speciali misure di protezione nei confronti del testimone di giustizia e del suo nucleo familiare» visto che «gli impegni giudiziari sono da tempo terminati» e che il pericolo è cessato in quanto le persone denunciate sono detenute. L’imprenditore presenta subito un ricorso al Tar, e se la revoca della scorta si ferma, la vigilanza viene subito rimossa;
nell’agosto 2010 il Coppola deve lasciare l’abitazione dove era in affitto e dichiara di non aver trovato più nessuno disposto ad affittargli o vendergli casa. Si è visto costretto ad alloggiare in un albergo in zona, pagando per tutta la famiglia 3000 euro al mese. Non riuscendo a sostenere i costi successivamente incorrerà in una ingiunzione di sfratto per morosità;
sebbene abbia ricevuto contributi economici ed una ricapitalizzazione, ad oggi il Coppola con la sua famiglia si ritrova in uno stato di totale indigenza non essendo riuscito a ricostruirsi una stabilità socio-economica e non avendo più sostentamento economico di alcun tipo. Vive ospitato temporaneamente a Pompei con i familiari in un locale privo di agibilità e dei requisiti igienici essenziali. A maggio, inoltre, la citata abitazione sarà ristrutturata interamente ed il Coppola nuovamente non avrà un alloggio;
lunedì 30 gennaio 2012 il deputato Ignazio Messina già presentò una interrogazione a risposta in Commissione (ac 5-06031) e il sottosegretario di Stato al Ministero dell’interno pro tempore Carlo De Stefano affermò di conoscere bene la situazione e, che il Coppola, oltre ad aver beneficiato di tutte le misure previste dalla legge sui testimoni di giustizia aveva ottenuto anche un contributo straordinario;
i testimoni di giustizia sono cittadini incensurati che coraggiosamente hanno deciso di rendere testimonianza alla magistratura dando un prezioso contributo alla sicurezza dello Stato ed un aiuto nella lotta alla criminalità. L’importanza del loro ruolo è stata riconosciuta espressamente dalla legge 13 febbraio 2001, n. 45, prevedendo misure di protezione fino all’effettiva cessazione del pericolo esistente per il testimone stesso e per i suoi familiari, nonché misure volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello preesistente l’ingresso nel programma di protezione;
i testimoni di giustizia italiani sono circa 70 e non sono casi isolati quelli in cui gli stessi vivono in uno stato di totale indigenza e che non riescono più a ricostruirsi una vita. Molti affermano infatti di sentirsi abbandonati dallo Stato. I programmi per i testimoni presentano forti criticità e la parte forse più problematica sembra infatti essere quella del reinserimento socio-lavorativo;
la tutela dei testimoni di giustizia deve essere priorità per le la dignità delle istituzioni di uno Stato sovrano e democratico –:
se non si ritenga, tenuto conto anche del fatto che diversi soggetti condannati a seguito delle dichiarazioni del Coppola sono in procinto o già hanno finito di scontare le pene detentive loro inflitte, si possa costituire un grave ed imminente pericolo di vita per Luigi Coppola e la sua famiglia e, se e quali misure si intenda mettere in atto per salvaguardare la sua incolumità;
date le numerose criticità riscontrate, se e quali iniziative, anche di natura normativa, si intendano attuare per riorganizzare la materia dei testimoni di giustizia per fare sì che i denuncianti di eventi gravemente criminosi, siano tutelati dallo Stato adeguatamente sia durante l’ iter giudiziario che durante tutto il percorso di reinserimento sociale e lavorativo.
(4-04312)

Sulla situazione criminale nel Viterbese interviene l’On.Massimiliano Bernini del M5S.Lo Stato non sta dedicando la necessaria attenzione ad un’area sotto attacco delle mafie da tempo.L’Ass.Caponnetto chiede maggiore impegno

Interrogazione a risposta scritta 4-03773

presentato da

BERNINI Massimiliano

testo di

Giovedì 27 febbraio 2014, seduta n. 181

MASSIMILIANO BERNINI, DE ROSA, TOFALO e GAGNARLI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
negli ultimi anni si sono verificati nel territorio del viterbese decine di incendi di natura dolosa, a danno di attività commerciali o lavorative di vari settori; agli interroganti risulta che almeno sette si sono verificati nel solo 2013 e già tre in questi primi due mesi del 2014;
varie fonti autorevoli hanno affermato, valutando fattori come l’aumento dei disagi causati dall’attuale crisi economica, che sta aumentando di molto il rischio racket e usura in tutta la zona della Tuscia –:
se, nel caso non sia ancora stato fatto, ritenga opportuno avviare un’attività di studio sull’aumento del rischioracket nella zona del viterbese e sul contemporaneo proliferare di incendi dolosi a carico di attività commerciali nella stessa area, al fine di valutare l’eventuale presenza di un legame preoccupante e pericoloso tra i due fenomeni;
quali misure siano state adottate ad oggi per prevenire la proliferazione di attività criminale finalizzata al racketnel territorio del viterbese. (4-03773)

Interrogazione incendi viterbese

Sentiamo il dovere di ringraziare pubblicamente l’On.Bernini del M5S il quale,aderendo ad una nostra richiesta,ha cominciato a sollevare in Parlamento la questione della criminalità mafiosa nel Viterbese.Siamo solo all’inizio e noi dell’Associazione Caponnetto siamo intenzionati,se le persone perbene della provincia di Viterbo ci aiuteranno,ad andare avanti.Troppi silenzi,finora,su quell’angolo del Paese!!!!!!!!!!!!!!…………

http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_17/showXhtml.Asp?idAtto=15092&stile=7&highLight=1&paroleContenute=%27INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+SCRITTA%27

Interrogazione dell’on.Luca Frusone del M5S sul sequestro del Casello autostradale di Ferentino ed altro

Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta presentata da LUCA FRUSONE
al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. – Per sapere – premesso che:
dal 2008 a oggi sarebbero diversi i crolli improvvisi, avvenuti presso i caselli autostradali dovuti, secondo gli
inquirenti, “anche a modifiche fraudolente di disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle
saldature delle pensiline, così da ovviare alle ripetute contestazioni di non conformità dei lavori”;
la maxi inchiesta sui cantieri parte su impulso delle dichiarazioni di un ex dipendente pentito della
Carpenfer Roma (riconducibile all’imprenditore Mario Vuolo) messe a verbale dalla Direzione investigativa
antimafia di Milano. In particolare fa riferimento al casello di Cherasco che, nel dicembre 2008, crolla sotto
il peso della neve. Vengono fuori, a seguire, episodi ripetuti di cedimenti strutturali ai caselli, che
riguardano la caduta di pannelli, tettoie, cartellonistica o impalcature in ferro. Tra cui quelli di Capannori
sulla Firenze-Mare, Firenze Nord e Valdarno sull’autostrada del Sole e Rosignano sulla Rosignano-
Civitavecchia erano stati realizzati in maniera irregolare,
le rivelazioni fanno scattare a raffica una serie di perquisizioni in mezza Italia, da Firenze alla Campania
passando per Roma, con il risultato di nove indagati e un capo d’accusa (attentato alla sicurezza dei
trasporti per aver utilizzato manodopera non qualificata, materiale scadente o per non aver rispettato le
procedure nella realizzazione delle opere);
fra le imprese su cui sono in corso accertamenti ci sono la Carpenfer di Roma, la Patm e la Costruzioni Travi
Elettrosaldati Srl, tutte riconducibili alla famiglia Vuolo. Secondo il testimone, un ex carabiniere assunto
come responsabile alla sicurezza della Carpenfer, le aziende che vincevano gli appalti per i lavori in
autostrada venivano «convinte» a subappaltare una serie di opere ad alcune ditte tra cui Carpenfer, Patm e
Cte;
Mario Vuolo è un imprenditore di Castellammare di Stabia con precedenti penali alle spalle e sospetti
legami con il clan camorristico D’Alessandro. Il figlio di Mario Vuolo, Pasquale detto “Capa storta” viene
definito “figura emergente del clan” e la nuora è figlia di un affiliato di spicco della cosca D’Alessandro.
Hanno iniziato a fornire materiali per caselli e ponti autostradali sotto il nome di Carpenteria metallica, che
ha chiuso i battenti in fretta e furia dopo avere ricevuto lo stop del Prefetto per condizionamenti della
camorra. Dalle ceneri della Carpenteria metallica nasce la Carpenfer Roma, che realizza il ponte
ciclopedonale di Cinisello Balsamo e la pensilina di Cherasco, il primo a rischio crollo e posto sotto
sequestro dalla magistratura, la seconda crollata come una castello di sabbia. Partono le indagini delle
Procure di Monza e di Alba, e nel frattempo viene costituita un’altra società che si occupa di posizionare le
strutture realizzate dalla gemella Carpenfer. I Vuolo quindi continuano a lavorare sotto l’insegna Ptam
Costruzioni, pur non figurando tra i soci. I proprietari ufficiali sono la moglie di Mario Vuolo e, fino a giugno
2012, l’architetto Pino Celotto che nel giugno 2012 lascia la Ptam, si dimette dalla carica di amministratore
e cede le quote alla signora Vuolo;
gli inquirenti hanno raccolto prove della presenza di «ingenti capitali di dubbia provenienza e tentativi
sistematici di corrompere i rappresentanti degli enti committenti»;
le aziende subappaltanti avrebbero infatti utilizzato materiale scadente e manodopera non qualificata, o
non avrebbero rispettato le procedure nella realizzazione delle opere;
secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli imprenditori avrebbero tentato di corrompere alcuni
rappresentanti degli enti committenti per ottenere delle modifiche fraudolente dei disegni progettuali,
soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline;
un modo, questo per ovviare alle ripetute contestazioni di non conformità dei lavori da parte delle varie
stazioni appaltanti, e l’esistenza di diversi procedimenti penali relativi alla cattiva esecuzione delle opere
pubbliche realizzate;
il 06 novembre 2013 è stato sequestrato, su ordine della Procura della Repubblica di Roma, il cavalcavia
dell’ A1 nei pressi del casello di Ferentino (FR), aperto solo quattro anni fa. La magistratura vuole vederci
chiaro su alcuni “presunti vizi costruttivi dell’opera” :-
come sia possibile che dei pregiudicati abbiano potuto realizzare appalti pubblici e quali iniziative si
vogliono intraprendere per garantire che tali opere non mettano a repentaglio la vita degli automobilisti.
se il cavalcavia costruito nei pressi del casello di Ferentino possa essere in qualche maniera riconducibile
alle già citate società sottoposte ad accertamenti

Interrogazione dell’on.Luca Frusone del M5S sul sequestro da parte della Procura della Repubblica di Roma del Casello autostradale di Ferentino e,più in generale,sugli appalti dei lavori sulle Autostrade.

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interrogazioni senato. it – Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-01410.. I Senatori del M5S, dopo i loro colleghi Deputati, risollevano la questione dell’Azienda “Mannaggia l’Oca” a Viterbo.2000 oche uccise e persone che si ammalano.

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L’abbiamo già pubblicata,ma la ripubblichiamo perché mai in precedenza un’interrogazione parlamentare sulle mafie nel Lazio ed Italia é stata così precisa,dettagliata,tecnicamente perfetta e,peraltro,attuale qual’é questa dell’ex senatore Elio Iannutti dell’IDV. Purtroppo ex perché dai tanti incompetenti eletti,purtroppo, in gran numero anche nella Commissione Parlamentare Antimafia,possiamo attenderci poco o nulla.L’interrogazione,come capita sempre,é rimasta senza alcuna risposta.

Interpellanza del Sen. Elio Lannutti dell’ IDV sulle mafie in provincia di Latina e nel Lazio

Pubblicato 17 Aprile 2011 | Da admin2 | Modifica

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno – Premesso che:

attraverso i canali bancari possono transitare flussi di denaro provenienti da attività illecite che dovrebbero essere segnalate ai sensi della normativa antiriciclaggio;

il segreto bancario è stato nel tempo oggetto di continue deroghe da parte del legislatore italiano, volte ad agevolare la repressione di reati penali, fiscali, valutari particolarmente gravi, come la criminalità organizzata di stampo mafioso e non, il terrorismo transnazionale, l’evasione fiscale, il riciclaggio di capitali illeciti, che vanno annoverati tra i principali fattori che hanno determinato l’attuale situazione finanziaria dello Stato;

la Direzione nazionale antimafia, nella “Relazione annuale sulle attività svolte dal procuratore nazionale antimafia nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo 1 luglio 2009-30 giugno 2010″, sottolinea che a Roma città c’è una vera e propria rete criminale;

si legge in un articolo on-line del quotidiano “la Repubblica” del 13 maggio 2008: «Clan Ierinò alla Borghesiana, Casamonica a Tor bella Monaca e all’Anagnina, clan Senese a Centocelle, ‘ndrina Sergi Marando a San Basilio, ‘ndrina Morabito al Flaminio e la ex Banda della Magliana ad Ostia. È soprattutto la periferia il terreno fertile della criminalità organizzata della capitale. Nell’area romana ‘Ndrangheta e Camorra sono presenti soprattutto in imprese commerciali (supermercati, autosaloni, ristorazione, negozi di abbigliamento). Il Lazio è la seconda regione nella graduatoria di diffusione del reato d’usura, per il traffico di stupefacenti segue la Lombardia e precede la Campania. Secondo la mappa geo-economica dei gruppi criminali operanti sul territorio della nostra Regione»; «dalle 60 alle 67 organizzazioni criminali per un totale di circa 300 mafiosi. Venticinque le cosche appartenenti all’ndrangheta, 17 alla camorra, 14 a Cosa nostra e 2 alla Sacra corona unita, oltre a vari clan e cosche siciliani»; «l’insieme del tessuto amministrativo e politico nella maggioranza dei comuni della Regione finora ha mostrato una buona tenuta, anche se, soprattutto in alcuni comuni delle province di Roma, Frosinone e Latina, i tentativi di infiltrazione nella macchina amministrativa e politica sono in atto da tempo, e avvengono attraverso l’arrivo di insospettabili figure imprenditoriali, soprattutto nei settori dell’edilizia e del commercio, che stabiliscono rapporti collusivi con il personale politico e amministrativo locale: su 378 comuni laziali sarebbero una cinquantina i comuni dove risultano attività della criminalità»; «Tutte associazioni impegnate a fare affari con lo smaltimento dei rifiuti, sfruttando gli appalti delle grandi opere, l’edilizia residenziale, la distribuzione dei prodotti ortofrutticoli, nel settore turistico e della ristorazione, nelle società del settore della sanità». Nell’agenzia “Adnkronos” del 9 marzo 2011 si afferma che: «I clan mafiosi hanno “interesse a costituire articolazioni logistiche nel Lazio e soprattutto a Roma, e ad utilizzare le opportunità economico-commerciali per il reinvestimento di profitti illecitamente accumulati o per l’avvio di attività imprenditoriali. In particolare il territorio romano sembra essere stato scelto dalle organizzazioni criminali per proficue iniziative finanziarie, volte ad occultare i patrimoni illeciti attraverso sofisticate iniziative, che rendono particolarmente complessa l’azione di contrasto”». Infine, nel citato articolo de “la Repubblica” si legge ancora: «l’Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio (…) ha condotto uno studio sociologico e criminologico effettuato mettendo insieme il maggior numero di dati e di informazioni ricavate dalle indagini e dalle inchieste della magistratura e delle forze dell’ordine, prendendo in esame i fatti e le figure più rilevanti dal 2000 e, in alcuni casi, ripercorrendo vicende criminali risalenti anche al decennio precedente, per concentrarsi in particolare sulle azioni delle organizzazioni criminali dell’ultimo quinquennio. “Se sul nostro territorio (…) c’è la camorra o la ‘ndrangheta è perché c’è ricchezza. Bisogna combattere la microcriminalità senza dimenticare di farci carico delle persone deboli, perché anche nelle baraccopoli esistono fenomeni di racket”»;

considerato che:

in un articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa” del 13 aprile 2011 dal titolo: “La mafia sfrutta la crisi e offre servizi al posto dello Stato”, il pm Raffaele Cantone pone la domanda: “Bankitalia e la Borsa stanno vigilando sul denaro sospetto?”;

si legge infatti: «La mafia “non è anti-Stato”, la mafia è un asset per usare lo stonato linguaggio degli affari, insomma “è un servizio”. E sempre più raramente ricorre alle armi o alle minacce per raggiungere i suoi scopi. Ha relegato al cinema la fondina, ma “tiene nascosta la pistola sotto la scrivania”. C’è un momento, tuttavia, avverte Raffaele Cantone, il magistrato di tanti processi ai Casalesi, in cui questa nuova mafia dalla faccia pulita diventa pericolosissima. Durante le crisi e le recessioni, scandisce l’ex sostituto procuratore di Napoli, può emergere dal buio e insinuarsi nel sistema, “può fare il salto di qualità, impossessandosi di fette importanti dell’economia e della finanza”. Alla fine del 2008, poco dopo il fallimento di Lehman Brothers, questo magistrato approdato oggi al Massimario della Cassazione aveva lanciato l’allarme sul Mattino. Aveva definito la criminalità organizzata il convitato di pietra della crisi, capace in un momento di stretta del credito e di mercato azionario depresso di conquistare avamposti nella finanza e di fare shopping di aziende. Grazie all’enorme liquidità e a una nuova leva di mafiosi “giovani, laureati e belli” che sanno muoversi negli ambienti ovattati di Piazza Affari. In un libro edito da Mondadori, Cantone li chiama i “Gattopardi”. “La criminalità organizzata – osserva – ha sempre svolto un ruolo anticiclico. Ha disponibilità di denaro nel momento in cui gli altri non ne hanno”. Cantone ha un precedente ben preciso in testa: “Durante la Grande crisi del ’29 le mafie svolsero un ruolo importante e riuscirono ad autoriciclarsi nel sistema economico perché avevano i soldi”. Il rischio, oggi, è “analogo. E i capitali mafiosi potrebbero essere stati agevolati in questi anni anche dallo scudo fiscale”. Dunque, “mi chiedo: cosa stanno facendo le istituzioni finanziarie di controllo per monitorare le iniezioni di denaro nel sistema economico? La Banca d’Italia, la Borsa, i sistemi di controllo finanziari che sono in mano all’Ufficio italiano cambi stanno sorvegliando i flussi di denaro?”. Poi c’è l’aspetto, altrettanto deprimente “della straordinaria capacità delle mafie di cambiare pelle, di adeguarsi alle novità e alle riforme”. Un esempio? Il federalismo. “I clan non hanno tanto interesse a gestire i grandi enti pubblici: hanno bisogno invece di gestire gli enti di prossimità, quelli che gestiscono la vita dei cittadini. Tanto più in una logica di federalismo spinto. Che per loro è un’enorme opportunità“. Cantone ha indagato le infiltrazioni delle cosche a Nord e c’è un passaggio del libro inquietante in cui afferma senza mezzi termini che il broker dei rifiuti interpretato da Toni Servillo in Gomorra, sta ancora là. Nonostante il successo mondiale della denuncia, cioè del romanzo di Saviano e del film di Garrone. Così come stanno ancora là i Casalesi. “Sono in grande difficoltà dal punto di vista militare – sottolinea – ma il capo, Zagarìa, è ancora latitante. C’è stato certamente un enorme impegno per mettere in discussione gli aspetti militari, Ma quello che mi chiedo è: gli interessi economici, il rapporto con la politica e il mondo delle istituzioni è stato messo in discussione?”. Le recenti inchieste giornalistiche di Rosaria Capacchione sui rifiuti in Campania, aggiunge, “sembrano di nuovo il sintomo di uno scenario inquietante, in cui i clan stanno semplicemente cambiano pelle”. Per il magistrato che ha lavorato molti anni nella Direzione distrettuale antimafia il mutamento non riguarda solo mafia, ‘ndrangheta e camorra, ma anche la loro percezione nella società. Se la pistola resta “un mezzo di convincimento alternativo rispetto a quelli normali”, tutto sommato “sparare non conviene”. Soprattutto se la soglia del pudore rispetto a fenomeni di connivenza o di cooperazione con la criminalità organizzata si è ormai “drammaticamente abbassata”. Il motivo è lapalissiano: la sfiducia nello Stato e il disprezzo per la legalità. Il problema, è dunque “il consenso crescente attorno alle mafie” che stanno diventando un gigantesco buco nero che risucchia le risorse migliori del Paese. “Perché riescono a fornire servizi al sistema economico, istituzionale e politico; perché si pongono come alternativa a un sistema che spesso non funziona o funziona male”. Perché, in sostanza, “risolvono i problemi”. Le mafie sono sempre più il Mister Wolf per le vischiosità del sistema, per le sue inefficienze, le lentezze giudiziarie e burocratiche. E se sono antieconomiche per il Paese, come ha rilevato anche di recente Mario Draghi, perché spazzano via la competizione e il merito, sono sempre in meno a preoccuparsene. O, men che meno, a vergognarsene»;

in un articolo pubblicato su “Il Sole-24 ore” del 20 settembre 2010 dal titolo “La segnalazione antiriciclaggio fa rotta sulla qualità“, Luigi Ferrajoli commentava le istruzioni della Banca d’Italia contenute nella delibera n. 616 del 24 agosto 2010 che «incidono sull’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette, quale punto nevralgico del sistema di prevenzione e repressione del riciclaggio. Il provvedimento era particolarmente atteso dai soggetti operanti nel settore finanziario tenuti all’obbligo di segnalazione (tra gli altri banche, Sim, fiduciarie, società di gestione del risparmio, agenti di cambio, promotori finanziari, mediatori creditizi e agenti in attività finanziaria). Le altre categorie, tra i quali i professionisti, avevano già ricevuto con il Dm Giustizia del 16 aprile 2010 (pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 101 del 3 maggio) i loro peculiari e distinti indicatori di anomalia. (…) Il riferimento normativo va rintracciato nel vigente articolo 41 del Dlgs 231/2007 che delinea il dovere di inviare all’Unità di informazione finanziaria (Uif) una segnalazione quando ne ricorrano i presupposti. Proprio questa definizione ha creato dubbi e incertezze per l’impossibilità di imporre uno schema di comportamento prefissato. La segnalazione deve essere inoltrata quando gli intermediari sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che sino in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Il sospetto è desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell’operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell’ambito dell’attività svolta ovvero a seguito del conferimento di un incarico. L’interrogativo di fondo che l’operatore deve porsi è quello di rendere al sistema un flusso informativo qualitativamente apprezzabile. Non è infatti la quantità delle segnalazioni a rilevare, bensì il contenuto meritevole di sviluppo delle stesse. I dati statistici rilevabili dal bollettino semestrale dell’Uif riportano 15.101 segnalazioni pervenute nel primo semestre dell’anno, con un incremento significativo rispetto al passato (nell’analogo semestre 2009 le segnalazioni erano circa 9.936). Di queste, 12.556 sono state trasmesse agli organi investigativi nello stesso periodo. In pratica solo 2.500 segnalazioni circa non sono state ritenute rilevanti (il 16%). Il riferimento alla statistica rende tangibile l’esigenza per gli intermediari di disporre di procedure aziendali per l’analisi dei comportamenti finanziari della clientela e consente di comprendere l’utilità e la funzione propria degli indicatori concepiti da Bankitalia per fornire un ausilio agli operatori nella scrematura dei comportamenti anomali da valutare. La conoscenza della clientela e della relativa potenzialità economica, completata con la conoscenza e la verifica della destinazione dei movimenti di capitali, costituisce il discrimine di livello ulteriore per rilevare il sospetto e tradurre le anomalie riportate dagli indicatori astratti. Così, se all’esito dell’indagine del caso concreto compiuta in seno all’intermediario, si rinvengono le giustificazioni che esplicitano la piena trasparenza di una determinata transazione, la traslazione dall’anomalia al sospetto non si configura e non ricorrono gli estremi per la segnalazione»;

per quanto risulta all’interpellante, spesso la stessa Uif, invece di prevenire le attività illecite di riciclaggio che avvengono all’interno delle banche e degli altri intermediari finanziari, compresi i trasferimenti di proprietà immobiliari, arriva solo dopo che la magistratura ha concluso le indagini;

considerato che ad avviso dell’interpellante c’è da dubitare della congruità del dato relativo alle segnalazioni (pari a 15.101) effettuate alla luce dei dati statistici rilevabili dal bollettino semestrale dell’Uif nel primo semestre 2010, addirittura incrementate rispetto all’analogo semestre 2009 con 9.936, di cui 12.556 sono state trasmesse agli organi investigativi, escludendo come irrilevanti 2.500 segnalazioni,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo quale sia l’esatta percentuale delle segnalazioni ai sensi della normativa antiriciclaggio di banche, società di intermediazione mobiliare ed altri intermediari, che sono quantificabili in circa 30.000 nel 2010, rispetto alle centinaia di milioni di operazioni bancarie e/o trasferimenti di proprietà immobiliari che avvengono ogni anno in Italia, e se risulti al Governo che le segnalazioni antiriciclaggio siano considerate un intralcio all’agire economico dei banchieri;

se il Governo non debba raccogliere l’allarme lanciato dal pubblico ministero Raffaelle Cantone in merito alla mafia che sfrutta la crisi e offre servizi al posto dello Stato, atteso che ad avviso dell’interrogante Banca d’Italia e borsa non stanno vigilando in maniera efficace sul denaro sospetto;

se risulti la suddetta infiltrazione mafiosa nel Lazio ed a Roma in particolare;

se in alcuni comuni delle province di Roma, Frosinone e Latina siano in atto da tempo tentativi di infiltrazione mafiosa nella macchina amministrativa e politica, e se avvengano attraverso l’arrivo di insospettabili figure imprenditoriali, soprattutto nei settori dell’edilizia e del commercio, che stabiliscono rapporti collusivi con il personale politico e amministrativo locale;

quali misure urgenti intenda attivare per prevenire gli interessi di clan mafiosi e ‘ndrine, che utilizzano le opportunità economico-commerciali per il reinvestimento di profitti illecitamente accumulati.

(Tratto da Open Parlamento)

La vicenda dell’azienda “Mannaggia all’Oca” di Viterbo, dove sono morte 2000 oche presumibilmente avvelenate dagli scarichi del vicino Ospedale approda in Parlamento grazie ai deputati del M5S. Ed ora si muova la Procura della Repubblica

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/02768

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 129 del 02/12/2013

Firmatari

Primo firmatario: BERNINI MASSIMILIANO
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 02/12/2013

Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
MANNINO CLAUDIA MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
PARENTELA PAOLO MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
D’INCA’ FEDERICO MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
TOFALO ANGELO MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
SPESSOTTO ARIANNA MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
LOMBARDI ROBERTA MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
BARBANTI SEBASTIANO MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
BARONI MASSIMO ENRICO MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
DE LORENZIS DIEGO MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
DELLA VALLE IVAN MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
SEGONI SAMUELE MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
DA VILLA MARCO MOVIMENTO 5 STELLE 02/12/2013
Destinatari

Ministero destinatario:

  • MINISTERO DELLA SALUTE
  • MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELLA SALUTE delegato in data 02/12/2013

Stato iter:

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-02768

presentato da

BERNINI Massimiliano

testo di

Lunedì 2 dicembre 2013, seduta n. 129

MASSIMILIANO BERNINI, MANNINO, PARENTELA, D’INCÀ, TOFALO, SPESSOTTO, LOMBARDI, BARBANTI, BARONI, DE LORENZIS, DELLA VALLE, SEGONI e DA VILLA. — Al Ministro della salute, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
nel comune di Viterbo è sito l’ospedale di Belcolle. Nella zona sottostante, attraversata dalla roggia «Fosso dell’Olmo», è ubicata l’azienda agricola «Mannaggia all’oca» presso la quale si è riscontrata una moria sospetta di circa 2.000 capi di oche, allevate in prossimità del corso d’acqua;
a seguito di tale, ingente, moria sono state avviate delle indagini dal Corpo forestale dello Stato di Viterbo che ha emesso due verbali di contestazione di illecito amministrativo a carico dei due ex direttori generali della ASL Viterbo; mentre nell’aprile 2012, per tramite della procura di Viterbo, sono stati effettuati dei prelievi nel terreno della zona che hanno rilevato la presenza di metalli pesanti quali «argento» e varie categorie di «sulfamidici» sia sul terreno a valle dell’ospedale che sul sedimento della roggia «Fosso dell’olmo», mentre le stesse sostanze non risultavano presenti a monte del nosocomio, a dimostrazione di uno sversamento illecito di rifiuti nella roggia;
«Fosso dell’olmo» percorre circa 50 chilometri prima di immettersi sul fiume «Marta» e di lì fino al mare, con il concreto rischio, quindi, di rilasciare materiale inquinante in una grande estensione di terreno;
la salute personale dei proprietari dell’azienda agricola succitata, in particolare della signora Patrizia Belli, avrebbe subìto in maniera improvvisa un peggioramento –:
se sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se, valutata l’oggettiva gravità degli stessi, non ritenga opportuno, per quanto di propria competenza, procedere a ulteriori studi indirizzati alla ricerca sia di metalli pesanti e sulfamidici che di eventuali radiazioni rilasciate dai residui delle acque reflue scaricate in questi anni dall’ospedale Belcolle nella roggia «Fosso dell’Olmo». (4-02768)

Gli unici che hanno mostrato sensibilità nei confronti di Gennaro Ciliberto e della drammatica situazione in cui egli versa sono stati i Parlamentari del M5S. L’Associazione Caponnetto NON è schierata politicamente, ma, quando un partito, un movimento, un’associazione mostrano sensibilità ed interesse ai problemi della lotta alle mafie, è doveroso da parte nostra essergliene grati e rendergliene merito. Ringraziamo i Parlamentari del M5S con tutto il cuore.

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