SICILIA

Il pm Cesare Sirignano domani a Teleprima.

Il pm Cesare Sirignano domani a Teleprima. L’esperienza di tante battaglie vinte contro la camorra insieme ai due ‘maestri’ Roberti e Cafiero de Raho. L’ANTIMAFIA SUL CAMPO DI BATTAGLIA E NON DELLE CHIACCHIERE

Il pm Cesare Sirignano domani a Teleprima. L’esperienza di tante battaglie vinte contro la camorra insieme ai due ‘maestri’ Roberti e Cafiero de Raho

CASERTA – [g.g.] Un’intervista interessante e ricca di spunti quella che la giornalista Annamaria Iodice ha fatto al pubblico ministero Cesare Sirignano, per anni magistrato inquirente alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, da qualche tempo in servizio presso la Direzione Nazionale Antimafia dove ha ritrovato dopo un pò di anni, Federico Cafiero de Raho che alla guida della procura nazionale ha sostituito Franco Roberti, andato in pensione dopo una carriera che ha vissuto uno dei momenti significativi ed esaltanti proprio al timone della dda partenopea.

Una staffetta, quella tra Roberti e Cafiero de Raho, che si è ripetuta nell’organismo di coordinamento di tutte le attività di indagine sulla criminalità organizzata condotte nei vari distretti giudiziari italiani. Su quella poltrona, che fu occupata la prima volta da Antonino Caponnetto, maestro e guida materiale e morale di Falcone e Borsellino, sono andati, non a caso, i due magistrati che hanno guidato la lotta durissima contro il clan dei Casalesi, riuscendo a disarticolare sia la sua componente militare, sia l’enorme struttura patrimoniale ed economica, costruita dai boss in decenni di attività criminali, unite ad una abile capacità di investimento finanziario e di mimesi di quello che è stato un vero e proprio fiume di danaro, affluito nelle casse di Casal di Principe, San Cipriano e Casapesenna.

Cesare Sirignano dunque è un sicuro custode di queste esperienze investigative divenute oggi punto di riferimento di una lotta alla criminalità organizzata che la procura nazionale antimafia allarga in funzione dei tempi nuovi, delle sfide mortali del terrorismo internazionale e di tante altre manifestazioni legate all’immigrazione clandestina rispetto alle quali occorre tenere altissima la guardia per evitare lutti e tragedie in un Occidente sempre più vulnerabile e che ha la necessità di coordinare il lavoro delle sue polizie e dei suoi organismi di direzione inquirente.

Di questo e di altro Cesare Sirignano ha parlato a Teleprima, che è riuscita dunque a fare un colpo giornalistico non da poco, a conferma dell’impegno sostanzioso e visibile che l’emittente di Nicola Turco intende profondere per la testimonianza dei valori di una legalità che non può essere fatta solo di parole ma deve articolarsi in una relazione stabile di conoscenza e di solidarietà con chi la lotta alle mafie l’ha fatta e continua a condurla quotidianamente sul campo di battaglia.

 

19 Dicembre 2017

fonte:https://www.casertace.net

 

Mafia, il testimone dell’appunto di Falcone: “Il pentito disse: Andate a vedere Berlusconi come ha fatto i soldi”

Il Fatto Quotidiano, 19 Dicembre 2017

Mafia, il testimone dell’appunto di Falcone: “Il pentito disse: Andate a vedere Berlusconi come ha fatto i soldi”

Si chiama Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta di Francesco Marino Mannoia e poi, nel 2006, componente della squadra che arrestò il boss Bernardo Provenzano. Era presente il giorno in cui il giudice palermitano scrisse su un foglio di carta: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano”

di F. Q.

L’appunto dimenticato di Giovanni Falcone su Silvio Berlusconi e Cosanostra?  “Il pentito Francesco Marino Mannoia mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”. C’è un testimone oculare del promemoria dimenticato dal giudice Falcone nel suo ufficio, tra le pagine dei verbali del collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia.  “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“, c’è scritto su un foglietto di carta trovato in quello che è stato lo studio del giudice, all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A fare quella scoperta scoperta era stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, che dopo essere andato in pensione accoglie nel “bunker” del pool antimafia i visitatori. Adesso, però, il giornalista Salvo Palazzolo sul quotidiano La Repubblica ha trovato un testimone di quell’appunto dimenticato: si chiama Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta del pentito Mannoia e poi, nel 2006, componente della squadra che arrestò il boss Bernardo Provenzano.

Fu il pentito Francesco Marino Mannoia a parlare di Berlusconi al dottore Falcone, che chiedeva digrosse estorsioni, di imprenditori che pagavano. Eravamo alla fine del 1989. Mi sembra di ricordare che quel giorno Mannoia faceva riferimento a soldi pagati da Berlusconi per proteggere i ripetitori tvin Sicilia. Il pentito parlò e il giudice prese un appunto su un foglio”, dice Ortolan, che in quel periodo proteggeva Mannoia. E in quel momento che Falcone appunta sul foglio: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano”. Cinà, Grado e Mangano sono i nomi dei mafiosi che riemergeranno nell’inchiesta su Marcello Dell’ Utri, oggi in carcere con l’accusa di aver mediato il ” patto di protezione” tra Berlusconi e Cosa nostra tra il 1974 e il 1991: prima per evitare il sequestro dei familiari, poi per proteggere i ripetitori Fininvest.

Ma cosa successe quando Mannoia fa a Falcone il nome di Berlusconi? “Il giudice – dice Ortolan – disse: Di quello che lei mi sta raccontando c’ è la possibilità di trovare il riscontro?. Mannoia si mise a ridere e commentò: Dottore, Cosa nostra non è come un’ assemblea di condominio, che per ogni cosa si fa un verbale. Falcone prese nota su un foglio, ma non verbalizzò” . Il poliziotto spiega il motivo: “Il giudice prendeva sempre appunti prima di dettare ciò che dovevo scrivere. Voleva essere sicuro che ogni dichiarazione del pentito si potesse provare attraverso i necessari riscontri che poi il nostro nucleo doveva cercare. Falcone era ossessionato dai riscontri, diceva: Altrimenti, fanno passare per matto me e pure il collaboratore”.  In seguito, però, Mannoia non ha più toccare l’argomento neanche quando fu interrogato al processo Dell’Utri.

Quando ho saputo del foglio ritrovato mi sono stupito – dice Ortolan – non pensavo che fosse ancora in giro. Anche perché, spesso, Falcone strappava i promemoria. Invece, le parole su Berlusconi mai verbalizzate sono rimaste nel suo ufficio di Palermo. Lo dimenticò, quell’ appunto? O, forse, volle lasciarlo a futura memoria?“. Mistero. Quello che è certo è che quelle parole colpirono anche Ortolan. “La storia mi aveva incuriosito”,  spiega l’ ex investigatore. Che in una di quelle giornate trascorse a fare da scorta al boss, chiese a Mannoia ulteriori informazioni su Berlusconi e la mafia: “Mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”.

 

.”Dietro l’omicidio dei Carabinieri Fava e Garofalo ci sono i servizi segreti e la massoneria deviata”

“Dietro l’omicidio dei Carabinieri Fava e Garofalo ci sono i servizi segreti e la massoneria deviata”

di Angela Panzera

“Dottore io alla fine di tutto ho capito che sono stato usato. Di questi attentati non se ne doveva parlare per paura. Ho capito che erano azioni pilotate”. È ancora una volta Consolato Villani, il collaboratore di giustizia gravitante nella cosca Lo Giudice e autore degli omicidi e dei tentati omicidi dei Carabinieri avvenuti a Reggio Calabria negli anni Novanta, a rispondere alle domande del procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo, durante l’esame testimoniale che è proseguito stamani presso l’aula bunker di Viale Calabria. Come accaduto nella scorsa udienza, celebrata venerdì scorso, Villani sta ricostruendo, dinnanzi alla Corte d’Assise reggina, presieduta da Ornella Pastore, tutti i retroscena criminali che portarono ai delitti compiuti da lui e da Giuseppe Calabrò, controverso collaboratore di giustizia, nipote del presunto “mammasantissima” Rocco Filippone.

Sia Villani che Calabrò sono stati riconosciuti colpevoli in via definitiva, negli anni scorsi, degli omicidi dei carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo ed i tentati omicidi dei carabinieri Vincenzo Pasqua, Silvio Ricciardo, Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra.
Entrambi furono riconosciuti essere gli esecutori materiali, ma adesso la Dda sta processando i presunti mandanti. Si tratta proprio, secondo l’accusa, di Giuseppe Graviano, boss del mandamento palermitano di “Brancaccio” e Rocco Filippone, di 77 anni, di Melicucco, indicato dagli inquirenti come colui che, per conto della potente cosca Piromalli di Gioia Tauro, teneva i rapporti con la destra eversiva e la massoneria occulta. Villani all’inizio della propria collaborazione indicò un movente diverso, rispetto a quanto dichiarato successivamente ai pm antimafia reggini. Sia lui che Calabrò ricondussero la vicenda su un altro fronte. Parlarono di “scontri” avvenuti poiché i militari scoprirono un traffico d’armi organizzato da Calabrò e coadiuvato da Villani. Ma la Dda ha continuato a indagare sul reale motivo delle stragi dei carabinieri calabresi.

Per gli inquirenti infatti, gli attentati vanno inseriti nella strategia messa in atto da Cosa nostra tra il 1993 ed il 1994 con gli attentati a Firenze, Roma e Milano. La ‘ndrangheta avrebbe siglato un’alleanza con le organizzazioni mafiose siciliane per portare a compimento la strategia stragista. Dietro quindi all’eccidio degli uomini delle Istituzioni non ci sarebbe “solo” la spregiudicatezza di due ragazzini cresciuti a pane e ‘ndrangheta bensì un disegno molto più ampio che abbraccia i vertici di cosa nostra e della mafia calabrese insieme a pezzi dei servizi segreti deviati e della massoneria deviata. “Qualcuno ha organizzato gli agguati e ha mandato al macello me e Calabrò- ha affermato Villani da dietro il paravento posizionato all’aula bunker di Viale Calabria. Calabrò non aveva la testa per progettare tutto. Era infatti, descritto come un poveretto a livello mentale. Nessuno mi parlò del disegno grande che c’era dietro a quello che abbiamo fatto”.

Villani non sa, e questo lo ha detto più volte, chi ha ordinato le stragi di Stato e non si spinge a fare nomi e indicare responsabilità, ma le sue conoscenze – insieme ad altri riscontri investigativi e ad altre dichiarazione rese da altri collaboratori di giustizia- hanno permesso all’Antimafia dello Stretto di sostenere in dibattimento come in queste vicende siano coinvolti i vertici di mafia siciliana e calabrese, ossia proprio Graviano e Filippone.

Quest’ultimo, rimasto sconosciuto per anni agli uffici giudiziari sarebbe proprio uno dei rappresentanti della ‘ndrangheta il quale avrebbe acconsentito alle richieste formulate dai siciliani. “Filippone era molto potente a livello di ‘ndrangheta- ha dichiarato Villani. Era un Piromalli anzi era uno che aveva permesso ai Piromalli di essere quello che sono.
Aveva la «santa», una dote elevata. È sempre stato dietro le quinte. Era un invisibile, uno che aveva contatti con gente ad alti livelli sia si ‘ndrangheta che della massoneria deviata. Tutto questo me lo disse il nipote Calabrò, ma lo capii anche io in quegli anni”. All’inizio dell’udienza il collaboratore di giustizia ha delineato invece, i giorni successivi all’omicidio dei Carabinieri Fava e Garofalo, avvenuto a Scilla nel febbraio del 1994. “Sono stato io a rivendicare l’attentato ai carabinieri Fava e Garofalo. Me lo chiese Calabrò; una minaccia tipo quella delle falangi Armate, che doveva essere un atto terroristico contro lo Stato». Villani fece infatti, una telefonata da una cabina vicina all’istituto tecnico “Ferraris”, nel quartiere di Modena, alla periferia sud della città. All’operatore che rispose non solo rivendicò l’attentato ma, affermò che non si sarebbero fermati e che sarebbe stato solo l’inizio.

Villani ha poi ricordato che, subito dopo l’attentato, ci fu un brindisi a casa Calabrò, cui partecipò anche Francesco Calabrò, fratello di Giuseppe. «Francesco da quel momento sapeva tutto quanto. Quando scomparve, suo padre venne da me pensando fossi stato io ad ucciderlo. Erano convinti che fosse stato ucciso per i fatti dei carabinieri e mi disse almeno di fargli ritrovare il corpo». Il pm Lombardo ci vuole vedere chiaro ed è per questo che gli ha chiesto se Calabrò morì per questi fatti, ma il pentito non è stato in grado di affermarlo con certezza. “Dottore mi vergogno raccontare certe cose”. Ma Villani è obbligato a rispondere, l’invito del presidente Pastore non si fa attendere. Si tratta infatti, di alcuni episodi che riguardarono il giorno dei funerali dei due militari. Un vero e proprio oltraggio che i due Carabinieri hanno dovuto subire persino da morti. I due killer, Calabrò e Villani, infatti andarono addirittura nella camera mortuaria a trovare le salme e pure ai funerali.
“Li abbiamo visti stesi all’obitorio- ha detto Villani. Ricordo che uno dei due aveva il capo coperto da un lenzuolo. Tutto questo ora lo vivo come un oltraggio. Abbiamo fatto cose terribili. Anche gli altri due carabinieri, quelli dell’ultimo attentato, dovevano morire, ma le cose non andarono come avevamo previsto. Grazie a Dio poi ci furono gli arresti altrimenti avremmo continuato ad uccidere. Noi andavamo proprio a caccia di Carabinieri. Dopo il terzo agguato, in cui i militari non morirono, si era deciso che dovevamo aumentare la potenza delle armi. Addirittura dovevamo andare a prendere un bazooka. Se non facevano gli arresti avremmo continuato”. Ed ecco che gli inquirenti strinsero le indagini intorno ai nuclei familiari di Villani e Calabrò. Il primo ad essere fermato fu Giovanni Calabrò e ai magistrati disse che vide proprio Villani, e lo zio Pietro Lo Giudice fuggire dopo la consumazione del terzo agguato.
“Ha mentito- ha detto Villani- per coprire il fratello. Mio zio tra l’altro non c’era proprio a Reggio in quel periodo”. Anche Giuseppe Calabrò venne portato incaserma e poco dopo iniziò la sua, “controversa”, collaborazione. “Io venni arrestato- ha riferito Villani- ma non sapevo cosa stava facendo Calabrò. Mi ricordo solo di averlo visto nei corridoi. Mi vide e diventò rosso. Ho capito subito che stava collaborando. Lui mi ha accusato solo dei tentati omicidi. Non parlò affatto dei Filippone, né del padre né del figlio Antonio, ossia quello che ci aveva dato l’arma per compiere gli attentati. Non parò né dello zio né del cugino e non lo fece sia perché erano familiari sia per paura. Disse però, delle bugie. Affermò che sulla macchina c’erano due soggetti ossia Maurizio Carella e Vittorio Quattrone. Loro non c’entravano nulla. Carella ci diede le armi, ma non uccise nessuno”. Carella e Quattrone, proprio in seguito a queste dichiarazioni furono coinvolti nell’inchiesta, ma poi furono assolti e Calabrò ritenuto inattendibile su questo punto. Villani poi verrà scarcerato e in lui inizierà a cresce l’odio verso Giuseppe Calabrò e la sua famiglia. “Ai miei zii dirò che volevo sterminare tutta la famiglia Calabrò. Dovevano morire tutti. Il padre di Giuseppe, Giacomosanto Calabrò un giorno è venuto da me. Sicuro aveva qualche microspia addosso, gliela avranno data le forze dell’ordine. Dovevo cadere nelle sue provocazioni così poi se succedeva qualcosa mettevano me in mezzo. Mi disse che se toccavo qualcuno di loro io sarei stato arrestato. Io lo mandai via, ma la mia rabbia cresceva sempre di più. Ho organizzato infatti un attentato. Dovevano morire tutti. Mi sono procurato dei candelotti di esplosivo potentissimo e lo posizionai sul davanzale della finestra della stanza in cui Calabrò dormiva. L’innesco però non partì e decisi di non proseguire. Anche mio zio Nino Lo giudice era informato sualla mia volontà di uccidere Calabrò e mi appoggiava. Solo che prendeva tempo, mi disse infatti che era meglio attendere la fine del mio processo in Cassazione. Sono passati più di dieci anni e poi decisi, anche perché iniziai a collaborare, di non fare più alcun attentato. Al termine della prima parte della sua deposizione odierna Villani riferirà inoltre, il coinvolgimento della ‘ndrangheta cittadina nel piano criminale ordito dalla mafia siciliana. “A ridosso dell’anno duemila- ha continuato il collaboratore di giustizia- ci fu una riunione in cui erano presenti anche i De Stefano. Si voleva riprendere la strategia contro le Istituzioni e c’erano anche uomini dei servizi segreti e della massoneria deviata coinvolti. La massoneria deviata è il vero cervello della ‘ndrangheta; il vero potere ce l’ha lo ‘ndranghetista massone. Se sei solo ‘ndranghetista hai un potere a metà”. Villani ha fatto alcuni nomi di persone di massimo livello massonico-mafioso. Si tratta, secondo quanto dichiarato dal “pentito” di “Paolo Romeo, Giorgio De Stefano e poi alcuni politici come Mimmo Crea.

“Solo Romeo e De Stefano erano in grado di aggiustare processi sia a Reggio Calabria che in Cassazione”.
Fra gli ‘ndranghetisti massoni, Villani inserisce anche Rocco Santo Filippone, l’imputato ritenuto mandante degli agguati ai carabinieri. “Filippone ha cresciuto i Piromalli. Era sullo stesso livello di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano”. Il processo scaturito dall’inchiesta “‘ndrangheta stragista” è stato aggiornato al 15 gennaio quando Villani verrà contro-esaminato dai difensori degli imputati.

Lunedì, 18 Dicembre 2017 

fonte:www.http://ildispaccio.it

Processo trattativa: ”Dell’Utri opzione politica per Riina già nel 1992”  

Processo trattativa: ”Dell’Utri opzione politica per Riina già nel 1992”

Mafia-appalti, “Sicilia Libera” e “Falange Armata”, prosegue la requisitoria dei pm

 

15 Dicembre 2017

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari

Il ruolo di Marcello Dell’Utri nella mediazione tra Cosa nostra e lo Stato “si proietta pienamente nel 1994 ma nasce già molto tempo prima. Proprio dopo l’omicidio di Salvo Lima”. Nel secondo giorno dedicato alla requisitoria del processo trattativa Stato-mafia, in corso all’aula bunker di Palermo, i pm evidenziano come il contatto con l’ex senatore sia nato tra la fine del 1991 e il primo semestre del 1992. “Dopo Lima – spiega il pm Roberto Tartaglia – cosa nostra cerca una interlocuzione con l’imputato Marcello Dell’Utri. Quest’ultimo è l’opzione politica individuata da Cosa nostra, da Riina in persona. E questo avviene con il classico metodo mafioso: l’avvertimento, le minacce, l’intimidazione, il contatto. Le intimidazioni sono gli incendi alle sedi Standa, a Catania, in seguito al quale si realizza il contatto ‘Cosa nostra-Dell’Utri’ per raggiungere il patto, poi il patto, e poi violenza e minaccia per mantenere il patto”.
Il pm fa particolare riferimento alla testimonianza del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca il quale ha riferito di aver parlato con Riina nel marzo 1992, dopo la morte di Lima, e che il boss corleonese gli disse delle nuove opzioni politiche “Vito Ciancimino, mi portarono pure sto Bossi, addirittura Marcello Dell’Utri”.
Poi cita il pentito catanese Filippo Malvagna che, fin dai primi anni Novanta, spiega come quegli attentati alla Standa fossero voluti dai corleonesi con una finalità duplice: “sia di estorsione e sia di altre cose che stavano a cuore a loro”. “Dopo i primi attentati – diceva sempre il pentito – il direttore della Standa aveva fatto sapere che erano scesi personaggi del gruppo Berlusconi”. Malvagna racconta che poi la cosa venne “chiusa” con un “alto personaggio di Berlusconi”. “Questi fatti vengono collocati tra la fine del 1991 ed il maggio 1992. Lo stesso periodo di Brusca – sottolinea Tartaglia – C’è poi il pentito Avola a dire che l’alto dirigente sceso altri non era che Marcello Dell’Utri”. Dichiarazioni che si aggiungono a quelle di Totò Cancemi, Pino Lipari ed Ezio Cartotto. Quest’ultimo, dipendente di Publitalia, racconta che Dell’Utri, subito dopo l’omicidio Lima, “gli dà un primo incarico ancora occulto, di creare comitati politici che raggruppassero persone provenienti da più partiti, per creare un partito alternativo. Gruppi che anticipano la creazione dei club di Forza Italia. Sempre prima di Capaci Dell’Utri gli spiega il suo progetto ‘sostituire Lima con qualcosa di altro tipo’”. “Dell’Utri in quel momento – sottolinea il pm – è pienamente consapevole dell’intimidazione e del rischio. E quando Cartotto chiede perché hanno ucciso Lima questi gli risponde ‘perché non mantenne la parola’”.
Anche Riina, secondo l’accusa, in una intercettazione del 22 agosto 2013, dice: “…lo cercavamo… lo misi sotto… dategli fuoco alla Standa… così lo metto sotto”. E poi anche il boss Giuseppe Graviano – anche lui intercettato mentre parla in carcere con il compagno di socialità: “… nel ’92 lui voleva scendere… ma c’erano i vecchi…”.
Ciò rientra, secondo i pm, “nel progetto, delirante, di Salvatore Riina, che prevedeva di eliminare i rami secchi (come Lima che non aveva rispettato i patti), contrapporsi allo Stato (le stragi). E successivamente di fare politica, prima attraverso Sicilia Libera”. Successivamente Cosa nostra decide di “puntare” invece su alcuni nomi da far convergere nel centrodestra, “facendo inglobare il progetto politico in Forza Italia”.

L’oscura sigla della Falange Armata
Altro tema affrontato nella discussione dell’accusa è quello delle rivendicazioni di omicidi e intimidazioni effettuate in quei primi anni Novanta dalla Falange Armata, oscura sigla che in Sicilia compare per la prima volta con l’omicidio Lima e che sarà presente in tutta la stagione delle stragi proprio a dimostrazione dell’esistenza di una “strategia unitaria”.
“Il giorno dell’omicidio Guazzelli (4 aprile 1992) – spiega Tartaglia – abbiamo una nuova rivendicazione con le stesse parole usate dopo l’omicidio Lima, una rivendicazione in cui si assume la ‘paternità politica e la responsabilità morale’ del delitto”. Sono alcuni collaboratori di giustizia, come Avola o Malvagna a spiegare come “era stato direttamente Riina in persona, nel corso delle riunioni di Enna, ottobre e novembre ‘91, a dire di rivendicare tutte le azioni con quella sigla”. La successione temporale delle rivendicazioni è impressionante. Dalle minacce al direttore del Dap Nicolò Amato a quelle contro Scotti. Poi l’ex ministro Mancino, Parisi, Scalfaro, Spadolini e Martelli. “Immediatamente dopo – aggiunge Tartaglia – c’è l’avvicendamento al Dap tra Amato e Capriotti. E’ la prima volta che la Falange Armata si complimenta con soddisfazione per la nomina parlando di ‘vittoria politica’. Poi, il 21 settembre 1993, ci sarà una nuova minaccia a Scalfaro. E’ il mese che precede quello cruciale che vedranno a scadenza i 41 bis applicati nel ‘92, in quel giorno la Falange Armata dice che ‘Scalfaro deve prendere una decisione, quello che pensa lo esprima chiaramente altrimenti saremo costretti a colpire di nuovo’”. Secondo l’accusa è evidente la prova di un progetto unitario di destabilizzazione istituzionale. E che vi fosse una regia unica che si celava dietro la sigla venne colto anche dall’ex Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Che nei suoi diari definì la Falange Armata “uno degli strumenti della strategia di ricatto alle istituzioni della mafia supportata da rigurgito massonico”inserendo in questo contesto anche soggetti “reduci” della P2 di Licio Gelli.

Le indicazioni dell’Ambasciatore Fulci
Tartaglia, rivolgendosi alla Corte, ricorda la testimonianza al processo dell’ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci in particolare rispetto alle verifiche effettuate quando era Presidente del Cesis da cui emergeva come le mappe dei luoghi da cui erano partite le rivendicazioni della Falange Armata coincidevano con quelle delle sedi del Sismi (il servizio segreto militare).

Corvo 2 e rapporto “Mafia-appalti”
Già la scorsa udienza Tartaglia aveva parlato del cambio di strategia di Cosa nostra che, dopo le condanne in Cassazione del maxiprocesso, si era in un primo momento decisa a colpire quei politici che l’avevano tradita per poi modificare l’obiettivo con la partita che si sposta in un altro campo. E’ così che sarebbero spariti dalla lista dei soggetti da eliminare personaggi come Calogero Mannino (assolto in primo grado nello stralcio del dibattimento trattativa). “Salvatore Biondino mi disse ‘fermati con Mannino’ e non ho mai saputo perché mi revocò quel mandato di morte”, ha raccontato il pentito Giovanni Brusca ai pm, come ricordato da Tartaglia. Per la Procura è la prova che Cosa nostra, su suggerimento di altri, ha cambiato linea ed è passata alla strategia terroristica, “ai morti innocenti, ai monumenti che verranno attaccati nel ’93”.
Tornando a parlare dell’ex ministro della Dc, il sostituto procuratore pone sotto la lente d’ingrandimento i rapporti “anomali” tra lo stesso e l’ex capo del Ros Antonio Subranni che, a suo dire, avrebbe fatto pressioni per archiviare prima possibile l’anonimo denominato “Corvo 2” in cui si parlava delle relazioni mafiose dell’ex ministro.
“Di quell’anonimo si occuparono Paolo Borsellino ed Aliquò che diedero delega al Ros ed allo Sco di indagare – ricorda Tartaglia alla Corte – Subranni si muove per far archiviare quell’indagine ma in segreto ci lavora con Bruno Contrada, così come è scritto nelle agende di quest’ultimo. Lo stesso Mannino, nel suo processo, confessava di aver chiesto aiuto a Subranni sul Corvo 2. E’ l’ennesimo tradimento da parte di Subranni, di ogni dovere istituzionale con un fine: la società con Mannino”.
“Non sappiamo se la frase ‘un amico mi ha tradito’ di Borsellino, fosse riferita a Subranni – conclude Tartaglia – Però sappiamo che Agnese Borsellino nella sua ultima settimana di vita, così come aveva raccontato a Cavaliero, ha detto che il marito le disse ‘Ho visto la mafia in faccia, Subranni è punciuto!”.
Per quanto riguarda il rapporto “Mafia-appalti”, spesso usato come argomento difensivo da parte di alcuni imputati, Tartaglia sottolinea un fatto: “Viene usato come panacea di tutti i mali. In realtà che Mannino potesse aver avuto un rapporto anomalo e fittissimo con il Ros, è dimostrato anche dall’indagine ‘Mafia-appalti’”. Tartaglia evidenzia l’esistenza di una doppia informativa. Una, consegnata alla Procura di Palermo, dove non erano presenti i nomi di certi politici, tra cui Mannino. Un’altra, finita nelle mani degli organi di stampa, in cui vi erano intercettazioni chiare dove i nomi dei politici comparivano.

Dividi et impera
Infine si è parlato delle Leghe autonomiste fondate da personaggi vicini ad eversione nera e massoneria come Stefano delle Chiaie o il legale di quest’ultimo, Stefano Menicacci. In Sicilia erano gli anni in cui Leoluca Bagarella progettava di scendere in campo con il partito di Cosa nostra: Sicilia Libera. “C’è una continuità nei progetti di creazione di queste Leghe – spiega Tartaglia – C’è l’idea di esportare al Sud il progetto federalista e nelle riunioni che si svilupperanno dalla fine degli anni Novanta già si parla della creazione di tre macroaree geografiche”. Secondo la ricostruzione dell’accusa è evidente come nei programmi di queste Leghe si parli anche di questioni legate al carcerario, di autonomia tributaria e di defiscalizzazione. Argomenti che rientreranno anche nel papello stilato da Cosa nostra.

(segue)

Sicilia, Micciché viene eletto e detta l’agenda

Sicilia, Micciché viene eletto e detta l’agenda: “Rivedere l’Antimafia, no tagli agli stipendi. Dell’Utri in cella? Cattiveria”. AMICI SICILIANI,AVETE VISTO CHE COSA AVETE COMBINATO ?

Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2017

Sicilia, Micciché viene eletto e detta l’agenda: “Rivedere l’Antimafia, no tagli agli stipendi. Dell’Utri in cella? Cattiveria”

Il neopresidente dell’Assemblea regionale siciliana difende il fondatore di Forza Italia: “Inaudita cattiveria da parte di qualcuno che si arroga il diritto di essere Dio”. Poi annuncia di aver chiesto un incontro a Claudio Fava perché la commissione Antimafia “così come non va”. Lotta agli sprechi, dice, ma nessun taglio agli stipendi: “Il marxismo ha fallito”

di F. Q.

La detenzione di Marcello Dell’Utri è “inaudita cattiveria”, la commissione Antimafia regionale va rivista, gli stipendi dei dipendenti dell’Ars non si toccano ché “il marxismo ha fallito”. Così Gianfranco Micciché, deus ex machina dell’elezione di Nello Musumeci e plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia, ha salutato la sua elezione a presidente dell’assemblea regionale, arrivata dopo una prima giornata di votazioni andata a vuoto e la seconda aperta dal caos in aula per il gesto di un deputato dell’Udcche ha mostrato la sua scheda già votata all’assessore alle Infrastrutture Marco Falcone.

Neanche il tempo di ringraziare i 39 deputati che lo hanno votato, quattro dei quali del Pd, e Micciché ha dettato l’agenda dalla poltrona sulla quale si era già accomodato nel 2006, quando il governatore era Totò Cuffaro. Se cinque anni fa, da candidato presidente, aveva detto che era un errore intitolare l’aeroporto di Punta Raisi a Falcone e Borsellino, ai quali bisognava preferire “Archimede o altre figure della scienza, figure positive”, adesso uno degli obiettivi è “modificare” la commissione regionale Antimafia, guidata fino a poche settimane fa proprio da Musumeci, perché “così com’è non va”, ha spiegato annunciando di aver già chiesto a Claudio Fava la disponibilità a confrontarsi.

Poi ha pregato i giornalisti di non “rovinare” la sua “giornata di felicità” con domande su Marcello Dell’Utri, difeso a spada tratta: “Nei suoi confronti c’è stata una cattiveria infinita. Sono stato zitto, perché mi hanno detto che dovevo essere votato ma ora parlo”, afferma Micciché. A suo avviso c’è stata “inaudita cattiveria” da parte “di qualcuno che si arroga il diritto di essere Dio” lasciando in carcere il fondatore di Forza Italia. “Una cosa insopportabile, non umanamente ma istituzionalmente”, aggiunge augurandosi che “questo Paese reagisca ma mi pare difficile”. Il tutto a neanche ventiquattr’ore dalla requisitoria dei magistrati nel processo Trattativa durante il quale i pm hanno spiegato che “Dell’Utri andò dai boss prima di creare Forza Italia”.

Prima della lunga parentesi sul fondatore del suo partito, che sta scontando una condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa, Micciché ha parlato di tagli e sprechi che “dovremo continuare ad eliminare, senza inseguire la demagogia“. Ma i dipendenti dell’Ars possono dormire sonni tranquilli:  “Nessuno mi chieda di tagliare gli stipendi”, ha tagliato corto. Il motivo? “Il mondo ha dichiarato da tempo l’insuccesso del marxismo: stipendi tutti uguali non ce ne possono essere, chi merita di più deve guadagnare di più”.

 

Trattativa: Guazzelli, Mannino e quei ”soci” fedeli

Trattativa: Guazzelli, Mannino e quei ”soci” fedeli

Si conclude la prima giornata della requisitoria del pm Roberto Tartaglia

 

14 Dicembre 2017

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari

Le minacce di morte nei confronti dell’ex ministro Calogero Mannino prima dell’omicidio Lima? Nessuna denuncia da parte dell’ex potente democristiano. Meglio confidare in quelli che Roberto Tartaglia ha definito più volte “i suoi soci”, e cioè i vertici del Ros rappresentato in primisi da Antonio Subranni e Mario Mori, per poi arrivare a Giuseppe De Donno e a Giuliano Guazzelli. Nella prosecuzione della sua requisitoria il pm torna ad occuparsi proprio dell’omicidio di quest’ultimo (avvenuto il 4 aprile 1992) in correlazione al messaggio che questo assassinio aveva rappresentato per lo stesso Mannino e “soci”. “Da un lato dimostreremo che Mannino non sottovaluta affatto quel periodo – specifica Tartaglia -, la condizione di terrore fu totale ed effettiva”. In quei mesi del ‘92 il progetto di attentato nei confronti dell’ex ministro “era passato alla fase esecutiva”, evidenzia il pm che a suffragio di ciò cita le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e successivamente Angelo Siino al quale, nel mese di settembre ‘92, il bossBernardo Brusca aveva confidato di aver saputo qualche mese prima che il prossimo ad essere eliminato sarebbe stato proprio Mannino.

L’intermediario
Il maresciallo Guazzelli viene definito un “intermediario tra Mannino e Subranni”; e questo, pur essendo un semplice maresciallo in servizio alla P.G. di Agrigento, alle soglie della pensione. Per il pm,  Guazzelli era invece “una sorta di aggregato periferico con il Ros per il suo rapporto con Subranni”. Lo stesso Riccardo Guazzelli, figlio del sottufficiale dei Carabinieri, aveva spiegato che “tra suo padre e Subranni si era cementato un rapporto di amicizia”. Tartaglia riporta quindi le dichiarazioni di Siino per il quale Guazzelli era una persona che “giocava su più tavoli”. “Guazzelli dice a Siino che Mannino era da considerare un buon amico e che si facevano favori a vicenda”, spiega il pm. Che riporta di seguito la famosa battuta riferita dal figlio del M.llo Guazzelli relativa ad uno degli incontri tra suo padre e Mannino tra la fine del ‘91 e l’inizio del ‘92. “Ora o ammazzano me, o ammazzano Lima”, avrebbe detto Mannino. “Quella stessa identica alternativa la stavamo prospettando Giovanni Bruscae Angelo Siino”, sottolinea Tartaglia. “Quando il 12 marzo 92 uccidono Lima è evidente che il terrore di Mannino non poteva che incrementare. E cosa fa? Chiama Guazzelli per parlare dell’incolumità personale. Mannino gli dice testuale ‘ora ammazzano me’”. Il pm ricorda inoltre alla Corte quel verbale di Nicola Mancino nel quale si fa riferimento al suo incontro con Mannino e alla sua angoscia per essere “il prossimo” ad essere ammazzato. Dello stesso avviso le dichiarazioni dell’ex premier Giuliano Amato, così come quelle dell’ex europarlamentare Giuseppe Gargani.

Parole non dette
Torna sotto i riflettori la mancata intervista di Mannino ad Antonio Padellaro. Che però aveva prudentemente appuntato le confidenze ricevute dall’ex ministro democristiano durante l’appuntamento concordato, in uno stato di totale prostrazione. “Colloquio con Calogero Mannino– si legge in quegli appunti – avvenuto nel suo ufficio di via Borgognona 48 alle 17,00 di mercoledì 8 luglio (1992, ndr). Rapporto dell’Arma dei carabinieri che indica Mannino, Andò, Borsellino e due ufficiali dei CC siciliani bersagli della mafia. Si dice anche che la mafia sta preparando nuovi clamorosi colpi per disarticolare lo Stato. Non vado da un mese in Sicilia perché secondo i CC c’è un commando pronto ad accopparmi. Ma io questa settimana andrò lo stesso. Forse i CC possono individuare uno degli attentatori”. Il pm sottolinea che quello stesso giorno, alle ore 21:00 Mannino si incontra con Antonio Subranni e Bruno Contrada così come riportato dalle agende di quest’ultimo.

Parlo e non parlo
Le due versioni dell’ex direttore della Dia Giuseppe Tavormina (deceduto il 19 giugno di quest’anno) vengono messe una di fronte all’altra. Da una parte quella del 2000, prima delle indagini sulla trattativa, quando lo stesso Tavormina aveva dichiarato di aver saputo “che Mannino era terrorizzato di essere ammazzato”. “Mannino, Subranni e Guazzelli glielo avevano detto”, ribadisce Tartaglia. Che specifica come l’ex direttore della Dia fosse stato “tranquillizzato” dai tre i quali lo avevano rassicurato che “il Ros se ne stava occupando”. Dichiarazioni lineari, senza alcuna sbavatura. Che cozzano con quelle rese “faticosamente” nel 2015 al processo trattativa: “mai ricevute comunicazioni formali sui rischi di Mannino”. Poi però Tavormina aveva ammesso che “quando arrivarono quelle minacce ho avuto modo di parlarne con Subranni”. E quando gli era stato chiesto quali iniziative fossero state prese a riguardo aveva risposto che non lo ricordava. Quali erano state quelle iniziative del Ros? Non lo ricordava ugualmente. Lo riteniamo non credibile – afferma con forza Tartaglia – come non crediamo che lui non fosse informato del contatto tra Mori, De Donno e Vito Ciancimino”. Certo è che Tavormina ha confermato alcuni incontri diretti tra Mannino e Subranni perché “ad alcuni di questi ho partecipato anch’io, ma non ricordo di cosa si parlò in quegli incontri”. All’epoca gli era stato contestato che lo stesso Subranni, sentito in un altro processo “aveva parlato di una serie di incontri tra lui, Mannino e Tavormina, proprio per parlare dell’incolumità di Mannino”. “Che Mannino si potesse fidare ciecamente di Subranni e Guazzeli per fare cose occulte”, per il pm deriva quindi da molteplici motivazioni.

Guazzelli e Cosa Nostra
Si torna a parlare delle indagini condotte dal maresciallo Guazzelli sul matrimonio tra l’erede del trafficante di Siculiana Leonardo Caruana e una ragazza di Cattolica Eraclea. In quella occasione Mannino era stato testimone di nozze: “Ma per parte di sposa, la figlia di un mio amico, una persona perbene, un comunista… mi ha avvertito la sera precedente al matrimonio… I Caruana? Mai sentiti, mai conosciuti”. “Rosario Cascio, uomo d’onore vicinissimo a Matteo Messina Denaro – sottolinea di seguito Tartaglia – dice che erano stati fatti favori a Mannino per il quale si era messo a disposizione Guazzelli”. E a dirigere quelle operazioni ambigue sarebbe stato “qualcuno che comandava il Ros dei Carabineri dell’epoca” e cioè Subranni. “Il M.llo Guazzelli – continua il pm – disse che Mannino aveva avuto rapporti con Mori e De Donno. Questo fu fatto in un periodo in cui il Mannino ‘era sulla graticola’”.L’affondo del pm arriva senza mezzi termini: “Con Guazzelli Cosa Nostra ha voluto portare al massimo l’escalation della pressione psicologica nei confronti di Mannino. Il segnale è chiaro: l’acme di quella escalation”. “Non sono ancora scesi in campo Mori e De Donno da Ciancimino”, ci tiene a evidenziare il magistrato partenopeo. Per il quale proprio l’incontro tra Ciancimino e i rappresentanti del Ros rappresenta “il momento in cui la macchina dell’attentato a Mannino si ferma”. “Brusca dice che nella stessa riunione dopo la strage di Capaci in cui Riina gli fa il discorso del ‘papello’ gli dice anche ‘ora fermati con Mannino’. Quell’omicidio comporta la necessità di una interlocuzione più ‘alta’ con i vertici corleonesi”.

Riccio e quell’annotazione
13 febbraio ’96. E’ questa la data ricordata in aula da Roberto Tartaglia mentre cita un appunto ritrovato nell’agenda del colonnello dei CC Michele Riccio. “Sinico (Umberto Sinico, ufficiale dei Carabinieri, ex fedelissimo di Mario Mori, ndr), confermato Subranni aveva paura della morte di Guazzelli (maresciallo) vicino a Mannino, De Donno fu fatto rientrare di corsa dalla Sicilia – Guazzelli fu avvertimento per Mannino e soci?”. E per soci, aveva specificato Riccio deponendo in aula, si intendeva il Ros. “Si diceva che Guazzelli fosse stato ammazzato dalla Stidda – aveva raccontato Riccio – sollecitai Ilardo a parlarne e lui mi fece una faccia contrariata, facendomi capire chiaramente che i fatti non erano andati in quel modo” in quanto secondo il confidente, Guazzelli “non operava fattivamente in Cosa Nostra ma rappresentava altri aspetti” di cui avrebbe parlato in futuro, se non fosse stato assassinato. “Successivamente – aveva proseguito il teste – mi incontrai con Sinico nel suo ufficio e portai il discorso su Guazzelli. Mi disse che quando Guazzelli morì il generale Subranni si spaventò moltissimo, tanto che fece rientrare di corsa dalla Sicilia de Donno per paura che anche a lui potesse succedere qualcosa”aggiungendo che “Guazzelli era molto vicino a Mannino”. “Ilardo mi aveva anche detto – aveva quindio concluso Riccio – che Mannino sarebbe stato strettamente controllato dalla famiglia di Agrigento, cosa che avrebbe poi dovuto spiegare in sede di collaborazione”. “L’omicidio Guazzelli – sottolinea Tartaglia – è un avvertimento per Mannino e soci. O solo per i soci”. “Evidentemente – conclude amaramente il pm – Ilardo doveva aver capito bene perché Subranni aveva dato disposizione di non registrare le sue dichiarazioni”.

L’udienza è stata rinviata a domani per la prosecuzione della requisitoria.

 

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Processo trattativa, Di Matteo: ”Tra vertici Ros e Cosa nostra ci fu una trattativa politica”

Processo trattativa, Di Matteo: ”Tra vertici Ros e Cosa nostra ci fu una trattativa politica”

Nella requisitoria il pm parla anche della sostituzione Scotti-Mancino

15 Dicembre 2017

di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari


“Ci fu una trattativa politica tra i vertici del Ros dei carabinieri e i vertici di Cosa nostra”. Nino Di Matteoscandisce le parole mentre, durante la requisitoria, affronta il capitolo degli incontri che gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno hanno avuto con l’ex sindaco mafioso, Vito Ciancimino. Tra i motivi che portarono i vertici del Ros a scegliere quel canale il pm mette in evidenza l’esistenza di un rapporto pregresso tra Subranni, Comandante del Ros, e lo stesso don Vito: Non ci sono solo le dichiarazioni del figlio, Massimo. Nelle carte acquisite di una perquisizione nei confronti di Vito Cianciminoantecedente il primo arresto del 1984 sono presenti due biglietti augurali. Non sono biglietti di Vito Ciancimino a Subranni, ma al contrario. Nel secondo è scritto ‘grazie per le sue felicitazioni’ per l’avanzamento di grado. Che avviene il 22 maggio 1978. Dopo quella data Subranni sente il bisogno di ringraziare Vito Ciancimino. In aula, al processo Mori, l’allora comandante del Reparto Operativo di Palermo Subranni ha negato di avere mai avuto rapporti con Ciancimino. Ancora i biglietti non erano emersi, ha mentito”. Il Sostituto procuratore nazionale antimafia sottolinea che all’epoca già c’erano state relazioni della Commissione antimafia o dei carabinieri, a firma di Carlo Alberto dalla Chiesa, che già descrivevano il ruolo di Ciancimino in seno a Cosa nostra.
C’erano poi i rapporto tra Massimo Ciancimino e Giuseppe De Donno e quelli tra Mario Mori ed i fratelli Ghiron, uno dei quali era proprio legale del ex sindaco palermitano.
Per condurre una trattativa politica con i capi della mafia – spiega Di Matteo – Vito Cianciminorappresentava l’anello di collegamento ideale, già erano emersi i fatti che lo vedevano legato alla mafia di Corleone, Subranni aveva avuto rapporti e Mori, che doveva essere la testa di ariete di questa trattativa, doveva sperimentare il collegamento con l’avvocato internazionalista Giorgio Ghiron con il quale si erano avuti i contatti in riferimento alle torbide vicende quando questi, alla fine degli anni Settanta, operavano per conto dei Servizi, quando Mori apparteneva al Sid”. Caso vuole che sarà proprio Ghiron ad occuparsi della richiesta di passaporto di Vito Ciancimino, che poi porterà all’arresto di quest’ultimo.

Mori, De Donno e la trattativa
Nel suo intervento Di Matteo affronta la requisitoria con il sollievo di chi ha il dovere di sottolineare ciò che nel dibattito pubblico si fatica a riconoscere. Ancora oggi c’è chi parla di teoremi fantasiosi dei pm, di pseudo trattativa, o di un’accusa costruita sulle sole dichiarazioni di Massimo Ciancimino.
Prima ancora dei pentiti e di Massimo Ciancimino, altri hanno parlato di trattativa – ricorda il magistrato – Sono stati proprio gli imputati Mori e Donno a lasciarsi sfuggire la parola trattativa durante la loro deposizione al processo per la strage di Firenze. Era il 1998, ancora nessuno aveva parlato di trattativa”. Il pm cita il verbale della deposizione di Mori, quello del 27 gennaio 1998: “Dissi a Ciancimino, ormai c’è un muro contro muro. Ma non si può parlare con questa gente?”.
Per la difesa quell’azione rientrava in una strategia investigativa ma per i pm del pool quelle parole nascondono ben altro: Ma quale attività investigativa, come si sono sempre difesi i carabinieri. Il comandante di un reparto di eccellenza va da un soggetto che sa in contatto con Provenzano e parla di muro contro muro come se fosse strano. Che cos’è questa se non già una proposta di mettersi d’accordo per far venire meno il muro contro muro? Ha ragione Riina quando dice ‘mi hanno cercato loro!. Altro che presunta trattativa – dice alzando la voce il pm – altro che pseudo trattativa, altro che patacca trattativa, altro che processo nato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Furono Mori e De Donno ad utilizzare l’espressione trattativa dopo che era emersa la notizia delle dichiarazioni del pentito Brusca, che nel 1996 aveva parlato del papello di Riina”.
Secondo i pubblici ministeri, all’epoca i due ufficiali parlarono di trattativa “perché erano sicuri della loro impunità”. Un’impunità che secondo il pm veniva rafforzata dall’incredibile inerzia della magistratura di fronte a ciò di cui il Ros di Mori si era reso protagonista, come la mancata perquisizione del covo di Riina, l’inganno della vigilanza della casa di Riina, la mancata cattura di Nitto Santapaola a Terme Vigliatore ed il rifiuto a collaborare con il tragico epilogo della vicenda Ilardo, quando il confidente li aveva portati a poter catturare Bernardo Provenzano già nel 1995”. 
Ad anni di distanza in un’altra sentenza di Firenze, quella contro Tagliavia, scriveranno che una trattativa ci fu e venne inizialmente impostata con un do ut des. L’iniziativa fu degli uomini delle istituzioni, per far cessare le stragi. Ciancimino fu ritenuto la persona più adatta per far arrivare un messaggio alla Cupola”. Dice Di Matteo: “Si rassegnino certi commentatori. Una sentenza ormai definitiva dice che una trattativa si verificò”.

La linea della fermezza
Rivolgendosi alla corte il pm ricorda le parole di Giuffré rispetto a quando Provenzano gli disse Vito Ciancimino è in missione per Cosa nostra”. “Mori e De Donno – aggiunge Di Matteo – a loro volta erano in missione segreta per conto di quella parte del potere rappresentato anche da uomini delle istituzioni che deviando volevano abbandonare la linea della fermezza per abbracciare quella della mediazione. Quella parte di Stato che aveva finto di non comprendere il ministro Scotti. E quella parte venne coltivata dietro le quinte sfruttando la spregiudicatezza di Mori, sempre abituato a muoversi come un uomo dei servizi in spregio all’Autorità Giudiziaria. Mori dopo aver lasciato il servizio da ufficiale dei Carabinieri ha continuato a muoversi in quell’ottica propria del periodo in cui era ai Servizi”.
Di Matteo ricorda, dunque, che dalle verifiche effettuate nei vari archivi (Ros, Aisi, Aise) sulle indagini riguardanti Vito Ciancimino non c’è nulla, una riga, un’annotazione, una relazione di servizio o un appunto manoscritto che si riferisca ai rapporti e agli incontri tra Mori e Vito Ciancimino. C’è solo un’annotazione postuma, fatta da Mori, alle dichiarazioni di Brusca a Firenze. Prima e dopo il 1992 vengono conservate anche le notizie più insignificanti. Ma nel ’92, quando c’erano gli incontri a casa di Vito Ciancimino, i carabinieri non lasciano una traccia, né degli incontri, né di quelli con la Ferraro, Fernanda Contri, Violante. Non c’è nulla. Sembra di rievocare quello che in quest’aula Giraudo ci ha detto in riferimento al protocollo fantasma”. 
Pezzi mancanti come quelli rispetto al fascicolo del Ros sulla strage di via d’Amelio. Qui – dice Di Matteo – manca completamente ogni generico riferimento all’incontro del 25 giugno 1992 alla caserma di Carini tra Borsellino, Mori e De Donno. Incontro di cui le autorità giudiziarie di Palermo e Caltanissetta vennero a conoscenza dall’agenda grigia del giudice. Gli imputati dicono che l’oggetto di quell’incontro era l’approfondimento di mafia-appalti. Ma se così fosse restano inspiegabili l’assenza di annotazioni. Mori e De Donno avrebbero avuto il dovere e l’interesse personale di informare i magistrati che si occupavano della strage.
Il 20 luglio ’92 si sarebbero dovuti recare dai magistrati. Niente! Silenzio, nonostante gli ottimi rapporti con la procura di Caltanissetta”. Un silenzio che durerà fino al 1997 quando si pente Angelo Siino, “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, portando con sé anche la polemica sul famoso rapporto mafia-appalti.
Secondo il pm, che ricorda anche le parole di Borsellino nel celebre intervento del 25 giugno 1992 a Casa professa, l’oggetto vero dell’incontro avuto con i Ros prendeva spunto dal ‘Corvo 2’ e quindi lambiva troppo pericolosamente l’argomento della trattativa con Vito Ciancimino. Quell’anonimo parlava di un dialogo ed una trattativa in corso tra un’ala della Dc, Mannino e Riina”.

L’intransigenza di Scotti 
Quel dialogo tra i carabinieri e l’ex sindaco mafioso di Palermo si inserisce in un clima politico piuttosto complesso. A fare da contraltare ad una “diffusa omertà istituzionale” vi era all’epoca “l’intransigenza e il coraggio” dell’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Nel marzo del ’92, subito dopo l’omicidio di Salvo Lima, denunciò più volte un allarme attentati ad esponenti delle istituzioni parlando di un rischio di ”destabilizzazioni delle istituzioni”, ma l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti lo giudicò un ‘‘venditore di patacche”. Di Matteo ricorda alla Corte le parole pronunciate da Scotti in sua difesa, e l’audizione dello stesso e del Capo della polizia Parisi il 20 marzo 1992 davanti alla Commissione affari Costituzionali e Interni della Camera.
Alla luce di quegli interventi collegare l’allarme dell’ex ministro degli Interni alle sole dichiarazioni di Elio Ciolini, personaggio legato ai servizi deviati e alla P2 che il 6 marzo 1992 (prima dell’omicidio Lima) aveva annunciato che vi sarebbe stato un assassinio politico e che si sarebbe data colpa alla mafia, èun falso”. 
Al tempo vi erano minacce, intimidazioni, e note dei servizi di sicurezza. Addirittura in una del Sisde, datata 5 febbraio, in cui si parlava di eventi delittuosi in vista della successiva campagna.
Di Matteo mette in evidenza che a livello istituzionale si aveva la consapevolezza di quanto sarebbe potuto succedere con circolari che parlavano di un pericolo di attentati che avrebbero coinvolto Mannino, Vizzini e lo stesso Andreotti attraverso la possibilità di un sequestro di un familiare. E ciò avviene nello stesso momento in cui i mafiosi progettavano proprio questo tipo di attentati.
A chi ne chiedeva le dimissioni e lo accusava di creare allarmismo lo stesso Scotti rispondeva:Non lancio un allarme sociale a cuor leggero… Nascondere ai cittadini che siamo vicini alla destabilizzazione è un errore gravissimo e va detta la verità. Io me ne assumo la responsabilità. Se qualcuno mi dimostra che non è vero do le mie dimissioni. Le gente deve sapere, siamo un paese di misteri”.
La linea politica di Scotti, secondo l’accusa, era chiara: nessuna mediazione, nessun compromesso, chiarezza nei confronti dell’opinioni pubblica. A fronte di un parlamento, di un ceto politico che neppure dopo che le previsioni di Scotti si avverarono, si pose il problema di considerare cosa ci fosse dietro quell’allarme”. Al contrario vi fu un isolamento dell’allora ministro degli Interni.
Nonostante questa situazione non facile subito dopo la strage di Capaci l’asse Martelli/Scotti fece approvare il decreto legge “8 giugno 1992”. Quello che introduce il 41 bis e che prevedeva una nuova figura di reato in riferimento alle misure patrimoniali e la confisca dei beni per il condannato per mafia. Un decreto che introduceva anche la detenzione extra carceraria per i collaboratori di giustizia. Quel decreto – afferma Di Matteo – costituiva una svolta in mano ai magistrati. Una ‘spada di Damocle’ per Riina ed i vertici di Cosa nostra proprio sui soldi i pentiti ed il carcere. Quello rappresentò anche agli occhi degli uomini di Cosa nostra, un decreto che nasce sull’asse Martelli-Scotti. Eppure si scatenarono subito, all’indomani, reazioni indignate a tutti i livelli: politici, giornalistici, nell’ambiente dell’avvocatura e non marginali settori della magistratura. Si paventava una presunta incostituzionalità in particolare del 41 bis”. E’ stato l’ex ministro della Giustizia Martelli a parlare della contrarietà al decreto da parte dei due partiti maggiori, Dc e Psi.
“La linea della fermezza di Scotti era diventata un pericolo per la trattativa – conclude il pm – E per questo fu sostituito, con Nicola Mancino“. E’ l’ultimo tema affrontato, con la requisitoria che riprenderà il prossimo 20 dicembre.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com

 

 

«L’alter ego» dell’ex sindaco e i suoi «burattini»

 

Dall’inchiesta su Taurianova emerge il ruolo del fratello dell’ex primo cittadino Romeo. Dalle forzature per un resort ai funerali con l’agenzia abusiva, dal Comune utilizzato come copertura alla banca “clandestina”. E il gip sottolinea «il ricorso alla violenza o alle minacce»

14 dicembre 2017

REGGIO CALABRIA «Da non sottovalutare la condotta del Sindaco che, allorché ha potuto, ha cercato di avvantaggiare ditte nelle quali il fratello Romeo Antonio aveva forti interessi economici. E da non sottovalutare è la stessa condotta di Romeo Antonio, fratello del Sindaco, pronto a beneficiare delle azioni amministrative illegittime dal primo cittadino caldeggiate e sostenute fino allo stremo». Per l’ex sindaco Domenico Romeo, il Comune di Taurianova era “cosa sua”. Da offrire in pasto ai clan, ma anche da usare per beneficiare la sua stessa famiglia e il fratello Antonio, anche lui finito in manette per concorso esterno. E per un motivo chiaro e netto.

L’ALTER EGO Antonio Romeo per il gip non è uno «spettatore della vita politica di Taurianova o mero consigliere, o al più confidente di un prossimo congiunto, con un importante ruolo politico» ma «l’alter ego del fratello e delle sue stesse mosse politiche. Le stesse scelte degli uomini di fiducia da cui il Sindaco doveva farsi circondare “passano” per Romeo Antonio. E le stesse scelte ovviamente non potevano non ricadere su persone dai trascorsi professionali oscuri, perché contigui alla criminalità, o comunque “burattine” del Sindaco». E Domenico Romeo – è emerso chiaramente dalle carte d’indagine – primo cittadino lo era diventato grazie agli accordi con i clan di Taurianova, pronti persino a festeggiare con paste e champagne la sua elezione e in grado di protestare con veemenza per essere stati snobbati.

UN’OMBRA IN COMUNE Una situazione di cui suo fratello Antonio non solo era perfettamente a conoscenza, ma che di fatto co-gestiva. È stato lui, ad esempio, a progettare insieme allo zio Marcello la manovra per esautorare il rigido e incorruttibile dirigente dell’ufficio tecnico, che ha negato le autorizzazioni richieste alle imprese dei clan e per questo tanto ha dato fastidio al primo cittadino. Ed è stato sempre Antonio Romeo ad orchestrarla e a metterla in pratica, istruendo a dovere l’uomo scelto per arginare il funzionario troppo ligio ai suoi doveri, che insieme al fratello ha più volte intimidito e minacciato. «Per gli indagati de quibus – annota il gip – il ricorso alla violenza o alle minacce è stata sempre una costante», così come costante e inalterata è stata «la capacità dei fratelli Domenico e Antonio Romeo di relazionarsi con esponenti delle cosche locali». E di usare l’amministrazione come banca dei favori. O per gestire questioni molto personali.

QUEL RESORT NON S’HA DA FARE È successo, ad esempio quando i soci del Centro sportivo mediterraneo hanno iniziato a progettare di trasformare un fondo agricolo in struttura alberghiera, quindi in un resort con tanto di piscina e pista di go-kart. Un affare che ad Antonio Romeo interessava personalmente e in cui progettava di entrare grazie ad uno dei soci. Per questo, in un primo momento, ha fatto di tutto per forzare la mano al responsabile dell’Ufficio tecnico, che ancora una volta si è trovato obbligato a puntare i piedi per bloccare procedure illegali. Poi, quando i soci della Scm hanno risposto picche alla sua proposta di entrare in società con 500mila euro che «Antonio Romeo – mette a verbale un testimone – si era procurato, distraendolo dai contributi erogati dallo Stato ed accreditati ad un agricoltore», l’atteggiamento del Comune è cambiato. Quando l’affare per il fratello è sfumato, il sindaco non solo si è allineato diligentemente alla posizione dell’ufficio tecnico comunale, ma ha portato la questione in Consiglio sottomettendola al voto dell’assemblea.

FUNERALI CLANDESTINI Ma pur di favorire gli affari di Antonio Romeo, il sindaco ha fatto anche di più. Come “non accorgersi” che il fratello gestiva un’agenzia di pompe funebri in tutto e per tutto abusiva perché priva della benché minima autorizzazione. E sebbene intestata a prestanome, sottolineano gli inquirenti, non c’è dubbio alcuno che a gestirla Romeo. «Sua – si legge nell’ordinanza – era l’utenza fissa utilizzata nello svolgimento dell’attività per i rapporti con i clienti e dipendenti; sua era la partita iva utilizzata per le fatturazioni (per altro corrispondente a quello di una ditta individuale con oggetto sociale “colture miste viticole, olivicole e frutticole ” ndr); presso il suo terreno venivano custodite le casse da morto; Romeo era “riconosciuto” come il proprietario di fatto dell’impresa tra i cittadini taurianovesi». Insomma, l’agenzia di pompe funebri “La Beata” era in tutto e per tutto abusiva. E persino priva di mezzi, tanto da aver più volte trasportato le bare in un normale veicolo o con un mezzo di trasporto delle merci.

L’ULTIMO (ACCIDENTATO) VIAGGIO Il sindaco però a quanto pare non se n’è mai accorto. E neanche il resto della Giunta o della maggioranza. Ma forse questo non è un caso se è vero che tra i portantini c’era il consigliere di maggioranza Giuseppe Laface e a coordinare le attività ci pensava Fabio Condrò, fratello di Antonio, membro dello staff del sindaco e suo uomo di fiducia. Rapporti in virtù dei quali la ditta ha preteso di poter prelevare una salma a Cosenza per tumularla a Taurianova, senza uno straccio di certificato di morte e contando sulle complicità in paese per “aggiustare” tutto. Ma le cose non sono andate come immaginavano e dopo il funerale la salma ha dovuto fare un altro viaggio a Cosenza, prima di poter essere finalmente seppellita a Taurianova. Un “intoppo” di cui avrebbero fatto le spese diversi dirigenti comunali, puniti con spostamenti ad altri incarichi e mansioni perché sospettati di aver segnalato le anomalie della “Beata” alle forze dell’ordine. Tutte circostanze che per il gip significano che Antonio Romeo ha utilizzato «il Comune di Taurianova quale “copertura” all’attività imprenditoriale nel settore delle onoranze funebri, consapevole sia delle irregolarità a livello formale che sostanziale con cui la ditta “La Beata” opera, nonché del fatto che il fratello Sindaco, su cui gravava l’onere dei controlli in materia di polizia mortuaria, li avrebbe puntualmente omessi».

ATTIVITÀ DI COPERTURA Ma l’agenzia di pompe funebri non era l’unica attività “clandestina” del fratello del sindaco. Anche la pizzeria “La Corteccia” – diceva tutto il paese e confermano gli investigatori – era di fatto in mano ad Antonio Romeo, il cui chiaro intento – sottolinea il gip – era «evitare ripercussioni a livello patrimoniale conseguenti ad eventuali inchieste giudiziarie». Per il giudice, il fratello del sindaco «è un imprenditore nei fatti , che peraltro non opera rispettando le regole del mercato, che si occupa di molteplici attività, dai servizi funebri alla ristorazione, in modo occulto. Si fa forte dei legami e della vicinanza con personaggi appartenenti ad ambienti criminali e dell’ausilio “politico” derivante da una Giunta guidata dal fratello Domenico, contigua alle cosche di ‘ ndrangheta». Antonio Romeo, «soggetto – si legge nell’ordinanza – a disposizione delle cosche di ‘ ndrangheta taurianovesi – in primis la cosca Zagari-Viola-Fazzalari, laddove “richiesto”», per i magistrati aveva bisogno di schermare le proprie imprese per metterle al riparo da confische e sequestri «con l’ulteriore vantaggio di poter operare con l’ausilio del Comune di Taurianova, permeato da istanze mafìose, senza che balzasse agli occhi l’illegalità dei benefici ricevuti , in ragione de l legame parentale con l’ex Sindaco».

BANCA ABUSIVA Ma le diverse imprese intestate a prestanome evidentemente non bastavano a soddisfare gli appetiti del fratello del sindaco, attivo anche come banca “clandestina” e spietata. «Era solito – si legge nell’occ – presentarsi, dapprima, come ” benefattore” di cittadini in difficoltà economiche, ma successivamente non esitava a spossessarli dei loro beni immobili per estinguere obbligazioni conseguenti ad illegali operazioni di mutuo». E se non potevano pagare, li costringeva a vendere a prezzi stracciati case e terreni in loro possesso. A convincerli, almeno in un’occasione, è stato mandato Domenico Mezzatesta, condannato ad una lunga detenzione per mafia, sposato con la sorella del boss ergastolano Santo Asciutto, ma anche cugino di secondo grado del sindaco e del fratello. E ai parenti non si può dire di no.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

 

fonte:https://www.laltrocorriere.it/

 

Le falle nella normativa sugli scioglimenti antimafia: in Calabria oltre 25 anni di fallimenti e di gracili ipotesi alternative

Le falle nella normativa sugli scioglimenti antimafia: in Calabria oltre 25 anni di fallimenti e di gracili ipotesi alternative

di Mario Meliadò

La normativa che dal 1991 prevede il possibile scioglimento di un Comune (ma anche di un qualsiasi altro Ente: per esempio un’Azienda sanitaria, come dalle parti di Reggio Calabria sappiamo discretamente bene), prende emblematicamente il nome di “decreto Taurianova”, per motivi legati alla cronaca e ormai alla storia di questo pezzo di Tirrenica reggina, a causa insomma della tristemente nota “strage del venerdì nero” del 3 maggio del ’91 appunto, che portò alla rapidissima definizione – il 31 dello stesso mese – proprio del decreto legge n. 164.

Per la verità, la faida di vittime ne vide 32 fra l’89 e il ’91.

Ma è anche vero che negli anni successivi accadde qualcosa di politicamente (ed eticamente) assai discutibile: un secondo scioglimento per infiltrazioni mafiose (2009) colpì il centro pianigiano quando da poco era stato eletto sindaco Domenico Romeo, che però poi si ricandidò al ruolo di primo cittadino e di nuovo conquistò la sindacatura e di nuovo vide l’Ente taurianovese sciolto per ‘ndrangheta (2013) per la terza e (finora?) ultima volta.

Dei recentissimi risvolti di cronaca e dell’arresto dello stesso Romeo potete leggere su queste stesse colonne digitali. Adesso, però. Prima, proprio i ripetuti e ravvicinatissimi scioglimenti per mafia che avevano colpito Taurianova, oltre che a un grappolo di altri centri del Reggino avevano ispirato una corrente di pensiero significativa intenzionata a ridiscutere quelle regole, e a evitare per il futuro una simile messe di scioglimenti e di «azzeramento della democrazia».

In parecchi, hanno insinuato dubbi sulla validità del meccanismo: sicuramente da ricordare l’iniziativa del movimento Liberi di ricominciare, che di situazioni intricate come quelle di Platì e San Luca aveva fatto una sorta di vessillo di libertà, come pure del consigliere metropolitano (allora, consigliere provinciale) Pierpaolo Zavettieri.

Negli anni a noi più vicini, a parte il caso Taurianova, due scioglimenti su tutti hanno lasciato adito a perplessità particolarmente intense: Roccaforte del Greco (2011), amministrata da Ercole Nucera, e più di recente Marina di Gioiosa Jonica (22 novembre scorso), centro il cui sindaco Domenico Vestito era peraltro vicepresidente nazionale di Avviso Pubblico.

Ma il nodo affrontato dai detrattori del decreto riguardava e tuttora riguarda in realtà l’efficacia della misura: anche quando gli Enti sono stati sciolti per mafia, dicono in molti, le incrostazioni malavitose non sono state rimosse.

C’è altro? Certamente sì.

Per esempio, la normativa vigente non affronta in alcun modo quello che secondo molti fini conoscitori dell’arte politico-amministrativa è il vero tunnel carpale di moltissimi Enti: il tessuto di corruttela e connivenze che si annida dalle parti dei burosauri. Si potrebbero citare parecchie inchieste anche recenti che hanno scritto parole importanti sul tema, ma restiamo sul profilo normativo: non-una-parola-di-legge sui dirigenti, sui funzionari, su come prevenire efficacemente al di là dei Piani anticorruzione sulla carta fantastici, ma che nella sostanza richiamano alle mente quel Consiglio regionale di qualche anno fa in cui il Codice etico (!) ebbe tra i firmatari più di un consigliere poi finito in manette con l’accusa d’associazione mafiosa.

Ma la vexata quaestio riguarda sopra ogni altra cosa la diffusa inefficacia (in certi casi, anche perniciosità…) dell’azione di alcuni commissari prefettizi. Ci sono esempi fulgidi, basti pensare solo a quel che di San Luca ha fatto Salvo Gullì: proprio alla luce di questi magnifici esempi, si può dire con più vigore che di rara avis stiamo parlando.

E certo va detto con la massima fermezza possibile che, se la norma sugli scioglimenti sarà effettivamente rivista, occorrerà vincolare i funzionari dello Stato che giungono ad amministrare: a) a un’effettiva, perdurante, esclusiva presenza e operatività sui territori, in alcuni dei quali i commissari prefettizi paiono avere la stessa impalpabilità e scioglievolezza del Fantasma Formaggino; b) alla predisposizione fin dal proprio arrivo di un piano credibile d’ascolto della cittadinanza e dei corpi sociali, e di comunicazione e rendicontazione della propria attività a una comunità che, peraltro, non li ha scelti e non li ha eletti; c) a serie forme di responsabilità contabile, e non solo, in relazione agli effetti degli atti prodotti, ma forse ancor di più degli atti non prodotti in caso d’inescusabile inerzia. Ancorare l’azione di elementi di governance a piani di misurabilità è un dovere, prima che un istituto di buonsenso.

E non solo. Perché se arrivano i commissari dopo uno scioglimento per mafia, e dopo un paio d’anni dal loro commiato lo stesso Ente locale torna magari a essere sciolto per mafia, i punti interrogativi sulla conseguenzialità dell’operato d’importanti articolazioni dello Stato s’infittiscono. E in alcuni casi lasciano il campo a pesanti dubbi circa un “torcicollo mirato” che porta certe significative propaggini della Pubblica amministrazione a usare la lente d’ingrandimento in alcuni casi, e più spesso però a non guardare affatto, anzi a girarsi dall’altra parte: inaccettabile, specie per plenipotenziari inviati per rimediare alle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel corpo di un Ente.

Tra le distorsioni, balza all’occhio poi il dato statistico rilevato in questi giorni dall’ex assessore regionale al Bilancio Demetrio Naccari Carlizzi e dall’economista dell’Università “Mediterranea” Domenico Marino: possibile che nell’ultimo lustro siano stati localizzati in Calabria 43 degli 81 Comuni sciolti per mafia? Camorra, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita sono in vacanza?

Al contempo, a qualche settimana dalla missiva inviata al ministro dell’Interno Marco Minniti da 51 sindaci calabresi per protestare contro quello che da molti amministratori e cittadini è percepito come un sostanziale “commissariamento della Calabria” intera, viene da chiedersi quanto gradirebbero sindaci e consiglieri l’auspicata soluzione di un «affiancamento nell’attività amministrativa degli organi politici da parte di una task force specializzata» tenuta a destraordinarizzare l’attività di verifica anticlan. Meglio prevenire, si dirà. Epperò, una struttura simile suonerebbe potenziale detentrice di un costante, formidabile “bollino blu” sull’antimafiosità di questo o quell’Ente: a orecchio, risulterebbe un Moloch ingombrante destinato a creare una sorta di “commissariamento per mafia permanente”, piuttosto che smontarlo.

Allora sarà meglio rinunciare, per il futuro, a sciogliere per mafia qualsiasi Ente?

Il dubbio s’insinua prepotente, sulla scorta di un bilancio ultraventicinquennale particolarmente negativo e anche per via dell’ampio spettro interpretativo della norma. Che non richiede necessariamente previe condanne o misure cautelari, ma si fa bastare mere “infiltrazioni” (o “contiguità”, come nel caso del Comune di Reggio Calabria) di dubbia unidimensionalità. Potrebbero esserci supporti esterni, “accompagnamenti” fors’anche pluriennali; misure che consentirebbero oltretutto di non buttare a mare il suffragio degli elettori. Soprattutto perché in numerosi casi lo scioglimento di un’Amministrazione viene in realtà fondato su evenienze che affondano le radici nella consiliatura precedente (magari, a trazione di ben diverso colore politico) con conseguenze particolarmente inique e aggravabili da un eventuale verdetto d’incandidabilità su questo o quell’amministratore. Se però il germe ‘ndranghetistico ha concretamente contagiato la sfera politica e di rappresentanza all’interno di un Ente, temiamo si palesi la gracilità d’ipotesi alternative allo scioglimento.

 

Giovedì, 14 Dicembre 2017

 

fonte:www.ildispaccio.it

Messina Denaro, decine di perquisizioni a Castelvetrano a fiancheggiatori del boss latitante

Il Fatto Quotidiano, 14 dicembre 2017

Messina Denaro, decine di perquisizioni a Castelvetrano a fiancheggiatori del boss latitante

Il blitz è coordinato dalla dda di Palermo. Le perquisizioni sono in corso nelle abitazioni di una trentina di fiancheggiatori del capomafia, tutti indagati per favoreggiamento

di F. Q.

Maxi blitz della dda di Palermo nella zona di Castelvetrano, in provincia di Trapani, paese del boss latitante Matteo Messina Denaro. Duecento agenti della Squadra Mobile e dello Sco stanno effettuando decine di perquisizioni nelle abitazioni di una trentina di fiancheggiatori del capomafia, tutti indagati per favoreggiamento.

Messina Denaro è latitante dall’estate del 1993, dopo gli attentati mafiosi a Roma, Firenze e Milano. Figlio del boss di Castelvetrano Francesco Messina Denaro, vicino ai corleonesi di Totò Riina, è l’ultimo padrino di Cosa nostra ricercato. Negli ultimi anni gli inquirenti gli hanno fatto terra bruciata attorno a lui arrestando familiari – come la sorella Patrizia e il cognato Vincenzo Panicola – e decine di fiancheggiatori. Col blitz di oggi si continua a colpire chi aiuta il boss nella latitanza: per gli indagati infatti si profila il reato di procurata inosservanza della pena aggravato dall’agevolazione mafiosa. Gli agenti stanno perquisendo case, masserie, magazzini nel territorio di Castelvetrano e in comuni vicini. Le indagini per la cattura del latitante sono coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Paolo Guido.

 

Mafia, l’appunto dimenticato nello studio di Giovanni Falcone: “Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”

Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2017

Mafia, l’appunto dimenticato nello studio di Giovanni Falcone: “Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”

“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano”. È il contenuto di un foglietto trovato all’interno di quello che è stato l’ufficio del giudice ucciso a Capaci, all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A fare la scoperta è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri

di F. Q.

Un appunto rimasto per trent’anni dimenticato. Un foglio di carta utilizzato come block notes probabilmente durante un interrogatorio e rimasto poi disperso tra i faldoni senza che nessuno ci facesse mai caso. Eppure il suo contenuto è rilevante. C’è scritto: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Parole tracciate con la calligrafia di Giovanni Falcone ed emerse all’interno di quello che è stato l’ufficio del giudice, all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A riportare la notizia dell’esistenza dell’appunto è il giornalista Salvo Palazzolo sul quotidiano la Repubblica. A fare la scoperta, invece, è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, che dopo essere andato in pensione accoglie nel “bunker” del pool antimafia i visitatori.

 

Qualche giorno fa, Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone conservati al museo, quelli che contengono le vecchie dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, utilizzate ormai in centinaia di processi. All’ improvviso, si è imbattuto nell’appunto che parla di Berlusconi: mai nessuno se n’era accorto prima. Paparcuri ha subito informato la procura. Quelle parole annotate da Falcone, infatti, sembrano confermare quanto già emerso durante il processo a Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva – e attualmente detenuto – a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra.

Gaetano Cinà – che nell’appunto viene indicato come “in buoni rapporti con Berlusconi” – è un mafioso molto amico di Dell’Utri, ed è l’uomo che nel 1987 gli annuncia al telefono l’arrivo a Milano di un’enorme cassata con il simbolo della Fininvest. Mafioso è anche Gaetano Grado, un uomo d’onore spesso di stanza a Milano negli anni ’70. Vittorio Mangano è il noto stalliere di Arcore, capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova a Palermo, assunto da Berlusconi nel 1974 a Villa San Martino ufficialmente come fattore. Tutti personaggi e fatti ormai già noti, dunque, quelli appuntati da Falcone. Il problema è che nei verbali del collaboratore di giustizia Mannoia non c’è traccia di riferimenti a Berlusconi. Interpellato da Repubblica su questo appunto Mannoia ha risposto: “Non ricordo. Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa”. Al processo Dell’Utri Mannoia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Dallo stesso procedimento è emerso, però, come il capo di Mannoia, Stefano Bontate, nel 1974 incontrò Berlusconi a Milano, grazie alla mediazione di Dell’Utri. La Cassazione ha considerato provato che Berlusconi stipulò un patto di protezione con Cosa nostra, prima per evitare i sequestri di persona negli anni ’70 a Milano, poi per la “messa a posto” dei ripetitori tv in Sicilia. “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”, ha detto intercettato in carcere il boss Totò Riina.

 

La scoperta dell’appunto di Falcone, però, genera un ulteriore domanda: davvero il giudice non ha mai approfondito quei collegamenti tra Berlusconi e Cosa nostra messi nero su bianco in quel foglio di carta? Prima del 1994, a Palermo non è mai risultata alcuna indagine su Dell’Utri e quindi su Berlusconi. Eppure in un’intervista rilasciata il 21 maggio del 1992, cioè due giorni prima della strage di Capaci, Paolo Borsellino parla chiaramente di collegamenti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Lo fa parlando con i giornalisti Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi in quella che è diventata una delle interviste più misteriose degli ultimi trent’anni. I giornalisti chiedono notizie di Vittorio Mangano, visto che Borsellino aveva indagato su di lui nel 1975. Poi, a una domanda su Dell’ Utri, Borsellino risponde: “So che esistono indagini che lo riguardano e che lo riguardano insieme a Mangano. Credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”. Quell’indagine, però, ufficialmente non è mai esistita. Come l’appunto di Falcone.

 

Berlusconi, soldi e boss mafiosi negli appunti di Falcone

Berlusconi, soldi e boss mafiosi negli appunti di Falcone

Ritrovato un foglio A4 nell’ex ufficio del giudice, oggi museo

 

08 Dicembre 2017

di Aaron Pettinari

Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano”. Ecco l’appunto di Giovanni Falconescritto su un foglio di block notes a quadretti. E’ stato ritrovato nei giorni scorsi da Giovanni Paparcuri, uno dei più stretti collaboratori del magistrato, che dopo essere andato in pensione oggi è il responsabile del “bunkerino” del pool antimafia, oggi museo, con gli uffici di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. A raccontare il fatto è il quotidiano La Repubblica.
Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone, nello specifico quelli contenenti vecchie dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ tra queste carte che ha ritrovato l’appunto in cui si parla dell’ex Premier. Immediatamente è stata informata la Procura. Come mai in tanti anni nessuno aveva notato quello scritto? Ad alimentare il giallo è poi l’assenza di riferimenti a Berlusconi nei verbali ufficiali del collaboratore di giustizia Mannoia, risalenti al 1989. Interpellato dal cronista del quotidiano su questo appunto Mannoia ha semplicemente risposto: Non ricordo. Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa”.
Un silenzio dietro a cui si era trincerato anche nel 2003 quando, al processo Dell’Utri, si avvalse della facoltà di non rispondere.
Diversamente Mannoia ha risposto alla domanda su altri elementi contenuti nell’appunto, ad esempio su Michele Graviano, il padre dei boss stragisti Giuseppe e Filippo. Michele Graviano ha perso una gamba per mettere una carica esplosiva” aveva scritto Falcone. E Mannoia, rispondendo alle domande del cronista ha subito ricordato che doveva fare un attentato a un cantiere” e che rimase ferito”. Negli appunti di Falcone ci sono argomenti tagliati con un tratto di penna su argomenti che poi compaiono nei verbali di Mannoia. Poi ce ne sono tre che restano integri. Oltre a quello su Graviano e Berlusconi c’è anche un appunto su un noto imprenditore palermitano, Toluian, e Giovanni Bontade (Tappeti Toluian, rapporti con Giovanni Bontate: dollari”). Restano aperte diverse domande. Perché Falcone aveva scritto quel riferimento sull’ex Presidente del Consiglio, allora imprenditore? Possibile che Mannoia abbia rifiutato di mettere a verbale quell’argomento?
Ufficialmente, non è mai risultata alcuna indagine di Falcone su Berlusconi ma quel foglio oggi diventa un elemento importante.
Silvio Berlusconi è infatti indagato dalla Procura di Firenze assieme al suo braccio destro, Marcello Dell’Utri (già in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa), nel’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993. Certo è che i nomi contenuti nell’appunto non sono di poco conto. Gaetano Grado è uno dei boss palermitani che frequentava Milano negli anni Settanta. Gaetano Cinàè il boss mafioso molto amico di Dell’Utri, considerato il tramite, l’intermediario di alto livello fra l’organizzazione mafiosa e gli ambienti imprenditoriali del Nord”. Vittorio Mangano è il mafioso assunto da Berlusconi come stalliere nella sua villa di Arcore.
Nelle motivazioni della sentenza di condanna nei confronti di Dell’Utri è scritto che per diciotto anni dal ’74 al ’92, l’ex senatore è stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e la mafia per proteggere interessi economici e i suoi familiari e la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Cinà (Gaetano Cinà, ndr) sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”. In quella sentenza i giudici mettevano anche in rilievo come il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5”.

fonte:www.antimafiaduemila.com

Servizi e clan, ecco la “squadra” della Falange Armata

Servizi e clan, ecco la “squadra” della Falange Armata

Servizi e clan, ecco la “squadra” della Falange Armata

Il filo nero delle rivendicazioni della misteriosa sigla incastra l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo in un mosaico complesso ed eversivo. Che dalla Calabria porta alle stragi continentali

1 dicembre 2017

REGGIO CALABRIA «Prima non mi rendevo conto, sembravano cose così lontane. Adesso invece, udienza dopo udienza, tutto sembra più chiaro. E tutto si incastra». Puntualmente, Ivana Fava questa mattina si è presentata all’udienza del processo che vede alla sbarra i boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, considerati mandanti dell’omicidio del padre, il brigadiere Antonio Fava, ucciso insieme al collega Vincenzo Garofalo il 18 gennaio del 1994. Ed ancora una volta, al termine delle attività è quasi stupita. Perché giorno dopo giorno, le è sempre più chiaro che quell’agguato in cui il padre e il collega hanno perso la vita non è stato una “cosa da balordi”, ma la tessere di un piano eversivo scritto a più mani.

A confermarlo – ha spiegato oggi in aula il dirigente dell’antiterrorismo Eugenio Spina, interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – è la firma usata per rivendicare quel delitto, Falange Armata.

LE TRE RIVENDICAZIONI CALABRESI Poco dopo l’omicidio dei due militari, sono stati recapitati tre messaggi di rivendicazione, curiosamente ignorati dalle indagini sviluppate dopo il delitto. Il 20 gennaio del ’94, un uomo dal forte accento calabrese chiama la stazione dei carabinieri di Scilla. «Se continuate così – dice – ne uccidiamo altri quattro, vedete che non stiamo scherzando».

Il 1 febbraio invece, è una donna che con tipica inflessione calabrese chiama la stazione dei carabinieri del rione Modena di Reggio Calabria solo per dire: «Maledetti stiamo facendo una strage, maledetti» e poi buttare giù.

L’ultima rivendicazione arriva per iscritto. E probabilmente – sottolinea Spina – «è quella che riteniamo più importante perché per la prima volta appare la firma “Falange armata”. Si tratta di una missiva anonima, con all’interno un comunicato di rivendicazione, scritto a normografo, che viene recapitata alla stazione dei carabinieri di Polistena». Il testo è breve, il messaggio inequivocabile. «Quanto ci siamo divertiti per la morte dei due carabinieri bastardi uccisi sull’autostrada. È l’inizio di una lunga serie e mi auguro che a Polistena facciate tutti la stessa fine». La firma – Falange armata – diventa una traccia fondamentale per gli investigatori.

LA SCIA DELLA FALANGE I tre messaggi calabresi sono solo tre grani di un rosario di più di 1.700 rivendicazioni, arrivate per telefono o per iscritto dall’11 aprile del ’90 al 2000. La prima è stata fatta per firmare l’omicidio di Umberto Mormile, l’educatore carcerario – ha stabilito una sentenza definitiva – ucciso per aver scoperto i rapporti fra uomini dell’intelligence e il boss Antonio Papalia. Una verità scoperta anche grazie alla collaborazione degli esecutori materiali di quel delitto, dopo anni di fango, menzogne e misteri sul giovane ucciso. Misteri che le criptiche rivendicazioni della Falange non hanno fatto che alimentare. L’omicidio Mormile – spiega Spina – diventa la costante di una serie di telefonate o missive di rivendicazione o minaccia, che a partire dall’aprile del ’90 l’organizzazione fa pervenire con costanza agli uffici dell’Ansa, in carcere, alla polizia o ai carabinieri.

IL PROGRAMMA Inizialmente si presenta come Falange Armata Carceraria, poi semplicemente come Falange Armata. Ma si tratta sempre della medesima organizzazione, come testimonia il messaggio di rivendicazione arrivato nel novembre del ’90 per firmare l’omicidio di due professionisti di Catania.

È un messaggio fondamentale. Primo, perché per la prima volta le due sigle vengono messe in connessione dai misteriosi autori, secondo perché si fa riferimento un «programma politico e militare» dell’organizzazione.

Secondo i misteriosi autori delle telefonate, sarebbe stato lasciato sotto forma di bobina alla stazione di Bologna qualche giorno prima, con tanto di comunicazione all’Ansa sulla sua ubicazione. E qualche anticipazione sul contenuto. Su quel nastro – riferisce Spina – ci sarebbero state «informazioni interessanti sulla struttura di Gladio, sulla strage di Bologna, sul delitto Mattarella». Quel nastro – sempre che sia esistito – non è mai stato trovato. La falange però ha continuato le sue attività. Anzi le ha aumentate.

ESCALATION «A partire dal ’90. questa sigla – dice il dirigente dell’antiterrorismo, rispondendo alle domande del procuratore – si sviluppa ulteriormente negli anni successivi, fino a raggiungere il suo apice nel ’93, quando sono stati attribuiti alla Falange Armata ben 437 episodi di rivendicazione. Nel ’94 sono 291 episodi. Si tratta per lo più di telefonate, ma non mancano comunicati scritti». Non si tratta di un dato neutro. Quelli sono gli anni delle stragi continentali, usate – ipotizza oggi l’inchiesta ‘Ndrangheta stragista – per un piano eversivo da sviluppare in più fasi, con l’obiettivo di imporre un governo amico, al posto dei vecchi referenti politici, istituzionali e forse internazionali, travolti dall’ondata di Tangentopoli e dal crollo del muro di Berlino. Una partita che tra il ’93 e il ’94 – emerge dalle carte dell’inchiesta – è stata giocata su più tavoli, con le bombe come con i voti.

Un’ipotesi confermata anche dal numero di rivendicazioni della Falange, che dal ’95 in poi – spiega Spina – «fa registrare una progressiva diminuzione, fino al 2000, l’ultimo anno in cui siano arrivate rivendicazioni con questa sigla».

Negli anni «la Falange ha rivendicato sia delitti mai avvenuti, sia delitti consumati, ma le rivendicazioni sono avvenute sempre dopo che era stata data notizia del delitto stesso. Moltissime sono state le minacce nei confronti di personale del settore carcerario, di uomini delle forze dell’ordine, magistrati, giornalisti, personalità politiche o alte cariche dello Stato». In totale, la Falange ha all’attivo oltre un decennio di attività. Ma – al momento – non è stato sufficiente per scoprire chi dietro quella firma si nasconda.

CHI SI NASCONDE DIETRO LA FALANGE? Più di un tentativo – emerge dalla deposizione – è stato fatto. A Roma è stata aperta un’indagine, poi archiviata. Un altro fascicolo ha portato anche all’individuazione di un uomo, l’educatore carcerario di Messina, Carmelo Scalone, condannato in primo grado e assolto in appello dall’accusa di aver inoltrato comunicati a firma Falange Armata ad alcune agenzie di stampa. A livello investigativo e di intelligence invece si è riusciti a fare qualche passo in più. Sebbene sia rimasta – afferma Spina – «una galassia di difficile comprensione», già nel ’93 la Falange veniva indicata pubblicamente come «scheggia impazzita di settori dello Stato». Una definizione più volte usata in pubblico e sulla stampa dal senatore Gualtieri, all’epoca presidente della commissione stragi, ma che coincide con le analisi che sulla Falange si stavano sviluppando in ambienti di intelligence.

STRUTTURA CREATA IN LABORATORIO Secondo una relazione del Cesis del Marzo del ’83, «è da prendere in considerazione la tesi secondo cui si tratta di una sigla usata per coprire una struttura creata in laboratorio con specifici intenti di inserimento e di manovra in ambienti di pubblico interesse». All’epoca, a dirigere il Cesis c’era l’ambasciatore Fulci. Un personaggio ritenuto scomodo da molti, tanto da scoprirsi monitorato, ascoltato e pedinato. Probabilmente proprio dagli uomini della Falange. Per questo, Fulci – in gran segreto – si è messo al lavoro per spiare e individuare chi lo spiava. «Ebbe a segnalare per iscritto – riassume in aula il dirigente dell’antiterrorismo – 16 nominativi che a suo dire facevano parte di Gladio e potevano essere parte della Falange Armata. Secondo Fulci i vertici del Sismi avrebbero fatto parte o sarebbero stati a conoscenza dell’organizzazione Falange Armata, coincidendo le località di provenienza delle rivendicazioni di Falange armata con i vertici del Sismi».

COINCIDENZE? Punti di contatto che sembrano andare oltre le banali coincidenze, al pari delle telefonate che tra il ’93 e il ’94 – e in particolare nel periodo delle stragi continentali- sono state registrate fra i soggetti finiti al centro del fascicolo fiorentino su quelle bombe e celle calabresi. In quegli anni – spiega il dirigente dell’antiterrorismo Antonio Petrillo – 1.197 utenze hanno avuto contatti con soggetti quanto meno presenti in Calabria.

Ma contatti con celle calabresi sono stati registrati da parte di esponenti di spicco dei clan che per le bombe di via dei Georgofili sono stati condannati, come Leoluca Bagarella, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Filippo Graviano, Giuseppe Barranca, Giovanni Brusca, Cristofaro Cannella, Giuseppe Ferro, Antonino Mangano, Matteo Messina Denaro, Vittorio Tutino, Giuseppe Graviano, Giuseppe Monticciolo, Giovanni Benigno, Salvatore Grigoli, Antonino Messana, Alfredo Bizzoni, Giorgio Pizzo. Almeno otto delle utenze a riferibili ad alcuni di loro hanno avuto contatti diretti con 17 utenze – 7 cellulari e 10 fissi – all’epoca in Calabria. Ma sul dettaglio toccherà ad altri investigatori spiegare ed approfondire. Nel frattempo però, la composita squadra eversiva che negli anni Novanta ha firmato le stragi continentali (e non solo) comincia a prendere forma.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

 

fonte:https://www.laltrocorriere.it

Beni confiscati, sarà chiusa l’agenzia a Palermo.

Beni confiscati, sarà chiusa l’agenzia a Palermo.
QUESTI BENEDETTI  O MALEDETTI  BENI CONFiSCATI !!!!!!!!! DIPENDESSE DA NOI CHIUDEREMMO TUTTO,AZZEREREMMO  TUTTO E RICOSTRUIREMMO DALLE FONDAMENTA TUTTA L’ARCHITETTURA DELL’ASSEGNAZIONE E DELLA GESTIONE !!!!!! CON LA PROSSIMA LEGISLATURA,SE LE COSE ANDRANNO COME  DEBBONO ANDARE,AFFRONTEREMO QUESTO  ARGOMENTO COME SI DEVE . ASS.CAPONNETTO

Beni confiscati, sarà chiusa l’agenzia a Palermo

01 Dicembre 2017

di AMDuemila

L’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata chiuderà le sedi di Palermo, Napoli e Milano mentre resteranno aperte le sedi di Roma e Reggio Calabria. Ciò viene stabilito in base al nuovo codice antimafia, entrato in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il 4 novembre scorso. “Lo stabilisce la nuova legge – ha dichiarato il prefetto Ennio Mario Sodano, nuovo direttore dell’Agenzia – Stiamo cercando di capire come riorganizzare il lavoro. Le sedi di Milano, Napoli e Palermo per ora continuano a lavorare, poi dovremo comprendere se mantenerle come presidii in un’altra forma”. Il codice antimafia stabilisce che “la sede principale è a Roma, la sede secondaria a Reggio Calabria ed è posta sotto la vigilanza del Ministro dell’interno”. La novità, di cui si è discusso nei mesi scorsi quando la razionalizzazione degli uffici era ancora un’ipotesi, ufficialmente non è stata ancora comunicata al personale dell’agenzia di Palermo. A luglio la prospettiva della chiusura aveva suscitato le critiche della Cgil che ne aveva fatto una questione non solo simbolica, visto che il maggior numero di sequestri e confische in Italia viene disposto proprio in Sicilia. “Noi andiamo avanti col lavoro– hanno commentato dalla sede palermitana – Ci faranno sapere da Roma che intenzioni hanno perché ancora non sappiamo nulla di ufficiale”. 

Proteste sulla chiusura della sede siciliana vengono sollevate dal segretario della Camera del Lavoro di Palermo, Mario Ridulfo: “Non leggere la sede di Palermo tra quelle dell’agenzia dei beni confiscati nella nuova legge è incredibile. Il 43% dei beni confiscati è nella nostra Regione. Qui abbiamo bisogno di un punto di riferimento dove potere discutere di molti temi aperti sulla gestione dei beni e delle società”. “Abbiamo chiesto che a Palermo resti una sede dell’agenzia. Lasciarla sotto il controllo del Ministero degli Interni è stato un errore. – ha aggiunto – Non serve solo la gestione poliziesca dei beni. Ci sono tante questioni aperte sui lavoratori, sulla produttività delle imprese che dovrebbero essere affrontate con diversi soggetti. Per questo noi avevamo chiesto che l’agenzia fosse sotto il controllo della Presidenza del Consiglio dei ministri”. “Adesso i nuovi tavoli in prefettura sono una nuova opportunità, ma la sede a Palermo è una risorsa di cui non si possiamo fare a meno. – ha concluso –Serve un punto di riferimento fisico dove affrontare i temi sulla gestione”.

 

Fonte ANSA

 

fonte:http://www.antimafiaduemila.com

Messina, ai domiciliari il neo deputato Cateno De Luca (Udc) per evasione fiscale. Alle elezioni sosteneva Nello Musumeci

di F. Q. | 8 novembre 2017

Giustizia & Impunità

Associazione a delinquere la contestazione per il politico: per gli inquirenti insieme agli altri indagati aveva organizzato un sistema di false fatture per evadere le tasse. Già candidato governatore, il politico fu arrestato nel giugno del 2011 per tentata concussione e abuso d’ufficio. Il pm ha chiesto una condanna a 5 anni e la sentenza è attesa entro Natale

di F. Q. | 8 novembre 2017

Era già finito nei guai negli anni scorsi Cateno De Luca (Udc-Sicilia Vera), deputato neo eletto in Sicilia, uno dei sostenitori di Nello Musumeci e uno dei personaggi considerati impresentabili. E questa mattina il politico, già deputato dell’Ars ed ex sindaco di Fiumedinisi (Messina), è stato arrestato. Per lui il gip di Messina ha disposto i domiciliari e la misura è stata eseguita dagli uomini della Finanza e dai Carabinieri di Messina Sud. Già candidato governatore, De Luca fu arrestato nel giugno del 2011 per tentata concussione e abuso d’ufficio. La Cassazione aveva definito “ingiusta” la sua detenzione, ma il processo è ancora in corso dopo la decisione della Suprema corte di tenere a Messina il dibattimento: l’imputato aveva chiesto lo spostamento a Reggio Calabria. Per questo giudizio però il pm ha chiesto una condanna a 5 anni. De Luca era uscito indenne o quasi dall’inchiesta sulle spese dell’Ars, assolto in sede penale dal gup è stato condannato al pagamento di 13mila euro da parte della Corte dei conti per le spese nella qualità di capogruppo all’Assemblea regionale. Dopo aver annunciato la querela al Fatto Quotidiano aveva fatto sapere che di aver avuto “15 procedimenti penali di cui 14 già chiusi a mio favore con assoluzioni ed archiviazioni”. Intanto il politico ha ottenuto alle elezioni ben 5.418 voti.

Neanche il tempo di festeggiare e De Luca è finito ai domiciliari. Con lui anche anche Carmelo Satta “in qualità di promotori di un’associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di una rilevante evasione fiscale di circa 1.750.000 euro”. Secondo l’accusa è stato individuato “un complesso reticolo societario facente capo alla Federazione Nazionale Autonoma Piccoli Imprenditori ed alla società Caf Fenapi s.r.l., riconducibile, direttamente o indirettamente, a De Luca e a Saitta, utilizzato, nel corso del tempo, per porre in essere un sofisticato sistema di fatturazioni fittizie finalizzate all’evasione delle imposte dirette ed indirette”.

Le fatture, secondo chi indaga, era gonfiate con costi inesistenti, da parte della Federazione Nazionale a vantaggio del Caf fenapi “individuato quale principale centro degli interessi economici del sodalizio criminale. La frode si è sviluppata basandosi sul trasferimento di materia imponibile dal Caf alla Federazione Nazionale, in virtù del regime fiscale di favore applicato a quest’ultima, che ha determinato un notevole risparmio di imposta”.  La conclusione, per gli investigatori delle Fiamme Gialle, è che con questo meccanismo la società ha ottenuto “un indebito risparmio” di 1.750.000 “sia ai fini Iva che delle Imposte sui redditi delle società”. Nell’indagine sono indagate altre otto persone. Il giudice per le indagini preliminari ha anche disposto il sequestro preventivo per equivalente ovvero della somma ritenuta frutto dell’evasione.

Poco meno di 24 ore  fa De Luca ringraziava su Facebook chi aveva permesso la sua elezione e spiegando che avrebbe risposto a tutti i messaggi appena possibile. Per domani 9 novembre è prevista la penultima udienza del processo che lo vede imputato. La sentenza di primo grado è attesa entro Natale.

 

 

Intrighi, candidati impresentabili e pupari occulti: ecco a voi le elezioni regionali in Sicilia

.L’Espresso, 30 ottobre 2017 –   Intrighi, candidati impresentabili e pupari occulti: ecco a voi le elezioni regionali in Sicilia

 

 

 

Notabili che si odiano ma corrono insieme, partiti che si combattono ma già si preparano alle coalizioni post-voto. E poi scandali più o meno nascosti. Cosa sta succedendo nell’isola alla vigilia del 5 novembre

DI LIRIO ABBATE

Ci sono politici siciliani che non si sono rivolti la parola per anni, perché divisi e contrapposti su qualunque argomento. Adesso invece si ritrovano insieme nelle coalizioni che vogliono vincere le elezioni regionali, costi quel che costi. Vale per il candidato di destra, Nello Musumeci, e per quello del centro sinistra, Fabrizio Micari.

Poi, dietro e sopra i candidati, ci sono i “pupari”, che già pensano al dopo voto del 5 novembre. E lavorano perché, nel caso probabile di un esito incerto, le coalizioni che adesso si fanno la guerra depongano le armi pur di formare una maggioranza. L’importante è tenere ai bordi del campo dell’Assemblea regionale siciliana, il parlamento dell’isola, gli uomini dei 5 Stelle guidati da Giancarlo Cancelleri o quelli della Sinistra di Claudio Fava, e non far loro toccare palla. Sarà una partita tutta da seguire.

La destra fa mostra di grande unità e valori condivisi. Tanto che l’ambasciatore di Berlusconi in Sicilia, Gianfranco Miccichè, ha dovuto ingoiare un boccone amaro. Il suo uomo, destinato alla vicepresidenza di un’eventuale giunta Musumeci, è stato cancellato dal listino. Nel 2001, all’epoca delle elezioni politiche vinte 61 a zero, Miccichè non avrebbe mai accettato una simile umiliazione. Adesso però l’ordine impartito da Arcore è quello di riconquistare uniti e senza polemiche il voto dell’isola. La Sicilia, laboratorio da più di mezzo secolodei futuri equilibri nazionali, può proiettare i suoi effetti sulla prossima campagna elettorale nazionale.

La partita è dunque fondamentale per il centrodestra. Le discussioni sono rimandate, chi oggi subisce tacendo potrà avere ricompense nelle elezioni politiche del 2018. Oggi, tutti amici, con la parola d’ordine di conquistare Palazzo d’Orléans. Nello Musumeci, il candidato, viene presentato come figura credibile perché, pur avendo ricoperto a lungo incarichi nella pubblica amministrazione e godendo di una rete di potere consolidata negli enti pubblici catanesi, non è mai stato colpito da alcun procedimento penale. Caratteristica che viene venduta come valore aggiunto: dovrebbe essere il minimo per qualunque candidato, solo che in Sicilia non è la normalità.

Musumeci inoltre si propone come persona seria e credibile, e cerca così di nascondere le decine di “impresentabili” che lo stanno appoggiando in campagna elettorale. Il dato emerge davanti ai commissari dell’antimafia, impegnati nello screening di tutte le liste che sostengono i candidati alla presidenza. Musumeci si limita a invitare gli elettori a non votare gli impresentabili, ma sa benissimo che sarebbe stato doveroso non candidarli affatto. Miccichè intanto continua a stare in silenzio. Inghiotte le contumelie e accarezza proprio gli impresentabili inseriti nelle liste. In attesa di tornare a fare ciò che ha sempre fatto: il puparo. Come altri potenti del centrodestra nell’isola, Miccichè è convinto di poter governare Musumeci a piacimento. Ma chi lo conosce bene descrive il candidato come tutt’altro che remissivo. Per il carattere, e anche per la sua storia politica legata alla destra radicale.

La forza di Musumeci, comunque, dipenderà dal risultato del suo partito personale: “Diventerà bellissima”. Avrà più voti delle altre liste di centrodestra? Forza Italia in Sicilia non ha più la presa di un tempo. Ma l’incognita vera per Musumeci è capire se il consenso accumulato da tanti anni nella destra catanese funzionerà anche a Palermo. Non è facile penetrare nel ventre molle della città, negli strati popolari che è obbligatorio conquistare, come ha saputo fare il sindaco Leoluca Orlando.

I sondaggisti prevedono che metà degli aventi diritto al voto non andranno alle urne. E questo scenario non avvantaggia chi ha i consensi più volatili e trasversali, come il candidato del Pd Fabrizio Micari. Rettore a Palermo, persona seria e “gentile”, voluto da Leoluca Orlando, presenta un grave deficit di notorietà rispetto ai competitori. Micari paga il prezzo di una candidatura nata nei giochi di potere del centrosinistra e rischia di essere stato usato come specchietto per le allodole.

Il sindaco di Palermo pensava di rilanciarsi da protagonista nell’agone nazionale, e ha imposto al Pd il proprio candidato a governatore. Ora Orlando si trova a mangiare polvere, con i sondaggi sfavorevoli e Matteo Renzi che indica quella del rettore come una nomina locale, decisa dalla società civile, e non da Roma. Il bilancio assai poco esaltante che i democratici presentano ai siciliani dopo gli ultimi cinque anni al governo della Regione rischiano di far finire Micari terzo, dietro il candidato del centrodestra e quello dei 5 Stelle.

Chi non ha voluto correre con i dem è stato Claudio Fava, che ha scelto di candidarsi con la Sinistra in polemica con la decisione del Pd siciliano di abbracciare il partito e i candidati di Angelino Alfano. E così Fava ha iniziato la sua corsa: vuole vincere, dice, per offrire ai siciliani “verità e coerenza”, ma anche una proposta di cambiamento reale. Il candidato della sinistra raccoglie così una parte dei voti di protesta “duri e puri” che avrebbero potuto trovare la strada dei 5 Stelle, o quelli di chi, pur di non far vincere la destra radicale di Musumeci, avrebbero votato Pd turandosi il naso. Tra i suoi elettori non solo “i comunisti”, ma molti di quelli che a sinistra sono in disaccordo con la politica di Renzi e tanti di coloro a cui non piace la candidatura di Micari, giudicato solo una figura posticcia messa lì da Leoluca Orlando.

Fava ha parlato di possibili convergenze post elettorali con i 5 Stelle. Cancelleri in un primo tempo aveva fatto intuire che poteva esserci un collegamento con alcune liste civiche come possibili compagni di strada. Poi il candidato di 5 Stelle è tornato a ripetere il mantra del movimento: non si fanno accordi con nessuno.

Intrighi e laboratorio politico, in Sicilia, sono spesso la stessa cosa.

E TIRANO SEMPRE IN BALLO …….L'”ANTIMAFIA”

E TIRANO SEMPRE IN BALLO …….L'”ANTIMAFIA”,PORCA MISERIA.ANCHE NOI DELLASSOCIAZIONE CAPONNETTO SIAMO L'”ANTIMAFIA “E NON ABBIAMO MAI PRESO -PERCHE’ NON LI VOGLIAMO – UN SOLO EURO O GESTITO  UN BENE CONFISCATO DA COMUNI,REGIONI,BANCHE,MINISTERO O QUANTI ALTRI.NOI ANDIAMO AVANTI CON I SOLDI NOSTRI,DEI NOSTRI ISCRITTI E SIMPATIZZANTI.PUNTO.

QUINDI,QUANDO SCRIVETE O PARLATE DELL'”ANTIMAFIA ” ABBIATE LA SENSIBILITA’ E L’ACCORTEZZA DI FARE NOMI E COGNOMI E NON DI PARLARE  GENERICAMENTE COINVOLGENDO,COSI’,ANCHE CHI CI RIMETTE IL SANGUE.

 

25 ottobre 2017

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Silvana Saguto, l’ex presidente della sezione Misure di prevenzioneEccolo, l’atto d’accusa della procura di Caltanissetta contro il cerchio magico dell’antimafia. “C’era una gestione spregiudicata dei patrimoni sottratti alla mafia”, dice il pubblico ministero Maurizio Bonaccorso al culmine di  un intervento durato cinque ore, all’udienza preliminare che si sta celebrando davanti al gip Marcello Testaquadra. Principale imputata, l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto. E’ accusata di aver creato rapporti privilegiati con due amministratori di patrimoni sequestrati. Prima, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara: “Il grosso delle entrate della famiglia Saguto derivava dagli incarichi conferiti dal legale al marito della giudice, Lorenzo Caramma”. Dopo le polemiche giornalistiche, Silvana Saguto spostò il suo metodo di spartizione attorno al professore della Kore Carmelo Provenzano. “Ma l’inchiesta non è nata da denunce giornalistiche – precisa il pm Bonaccorso – piuttosto, da un fascicolo per estorsione inizialmente inviato  da Caltanissetta a Palermo”.

Sono 16 gli imputati che adesso rischiano un processo. Nella lista anche l’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, grande amica di Silvana Saguto. Dice il pubblicoministero: “Fu lei a prendere l’iniziativa di fare assegnare un incarico di amministratore al nipote dell’ex prefetto di Messina Stefano Scammacca”. Il 6 novembre, discuteranno le difese. All’udienza del 15 è prevista la decisione del giudice sul rinvio a giudizio. Il 20 dicembre, inizierà invece il giudizio abbreviato che vede imputati i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere del tribunale Elio Grimaldi.

Chiesto il rinvio a giudizio per Saguto e altri quindici

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Silvana Saguto

L’inchiesta nata a Palermo trasferita alla procura nissena. Tre imputati hanno chiesto l’abbreviato

PALERMO – La Procura di Caltanissetta, al termine di una requisitoria di cinque ore, ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo Silvana Saguto, accusata di corruzione e abuso di ufficio. Chiesto il processo anche per altri 16 imputati tra i quali il padre, il marito e due figli del magistrato. Tre coimputati di Saguto, i magistrati Tommaso Virga e Fabio Licata e il cancelliere del tribunale Elio Grimaldi, hanno fatto richiesta di essere giudicati con il rito abbreviato. L’inchiesta, nata a Palermo e trasferita a Caltanissetta per competenza ha svelato anni di mala gestione delle assegnazioni delle amministrazioni giudiziarie dei beni confiscati alla mafia.

L’udienza è stata rinviata al 6 novembre per le discussioni dei difensori degli imputati. Il processo è stato chiesto, oltre che per il magistrato, per l’amministratore giudiziario Nicola Santangelo, per il padre della Saguto, Vittorio, per il marito Lorenzo Caramma e il figlio Emanuele, per il funzionario della Dia Rosolino Nasca, per i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano per la moglie e il collaboratore di Provenzano, Maria Ingrao e Calogera Manta, per l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo, per l’amministratore giudiziario Aulo Gigante, per l’ex giudice della senza misure di prevenzione Lorenzo Chiaramonte e per l’amministratore giudiziario Walter Virga. Stralciata e trasmessa a Palermo la posizione del professor Luca Nivarra, mentre uno dei principali protagonisti dell’indagine, Gaetano Cappellano Seminara, ha chiesto e ottenuto di essere processato col rito immediato. Al centro dell’inchiesta, culminata a settembre del 2015 con una serie di perquisizioni negli uffici giudiziari della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, c’è la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, che per anni sarebbe ruotata attorno all’ex presidente e al suo cerchio magico. Secondo la tesi dell’accusa, alcuni fedelissimi della Saguto avrebbero avuto a turno le maggiori amministrazioni giudiziarie e in cambio il magistrato avrebbe ricevuto regali e favori. Le ipotesi di reato contestate, circa 80, vanno dalla corruzione, al falso, all’abuso d’ufficio, alla truffa aggravata. L’inchiesta fu avviata nell’estate del 2015, quando la Procura di Palermo, che indagava su illeciti nella gestione di una concessionaria sequestrata agli imprenditori mafiosi Rappa, sospettando responsabilità dei colleghi, trasmise gli atti ai pm di Caltanissetta, competenti per legge, essendo coinvolti magistrati.

Stralciata la posizione di un altro amministratore giudiziario, Antonio Ticali, per il quale la Procura ha chiesto l’archiviazione.

”Ambienti esterni a Cosa nostra condivisero il progetto di uccidere Falcone”

”Ambienti esterni a Cosa nostra condivisero il progetto di uccidere Falcone”

06 Ottobre 2017

Depositate le motivazioni della sentenza del processo Capaci bis


di Aaron Pettinari


Nel presente procedimento ‘viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti ed incoraggiandone le azioni’”. Riprendendo le parole presenti nella memoria dei pm, depositata il 25 luglio 2016, i giudici della corte d’assise di Caltanissetta (presidente Antonio Balsamo, a latere Graziella Luparello) affrontano il delicato tema dei “mandanti esterni” sulla strage che il 23 maggio 1992 uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Le motivazioni della sentenza che ha portato nel luglio 2016 alla condanna all’ergastolo per Salvo Madonia, Lorenzo Tinnirello, Cosimo Lo Nigro e Giorgio Pizzo, e all’assoluzioneper non aver commesso il fatto” di Vittorio Tutino, sono state depositate nei giorni scorsi.
Sulle responsabilità di soggetti esterni si era a lungo dibattuto nel corso del processo e nelle stesse motivazioni vengono esposti gli approcci della difesa,rivolto all’affermazione di una meta-mafia intra-statuale, allo scopo di escludere la responsabilità dei mandanti organici alla mafia nella sua forma associativa”, e quello dell’accusa con una prospettazione, durante la requisitoria per lo più, negatoria”ritenendo che l’invocazione di ‘poteri occulti’ sia stata strumentalmente diretta a distogliere l’attenzione dal vero primum movens della stagione stragista, da individuarsi nei livelli superiori, ma in ogni caso intranei, di Cosa Nostra (e in primis, nella “commissione” provinciale)”. I giudici dunque spiegano chesul piano meramente logico, la ipotetica configurabilità di una ideazione, da parte di ‘poteri occulti’, della stagione stragista non si pone necessariamente come alternativa alla ideazione del medesimo piano in ambito mafioso”. Rispetto alla possibilità di una duplice regia sulla strage sostengono chetale questione deve essere adeguatamente circoscritta, non potendosi riconoscere, rispetto ad essa, il crisma della definitività alla verifica processuale compiuta nell’odierno giudizio” anche perchéle esplorazioni istruttorie svolte su eventuali concorrenti esterni sono state incidentali e limitate ai punti di interferenza della questione rispetto ai capi di imputazione effettivamente contestati”.

Giuffré e la “tastata di polso”
Nelle 1581 pagine di motivazioni della sentenza ampio spazio viene dato alla testimonianza del collaboratore di giustizia Antonino Giuffré. Dichiarazioni che avallano l’idea che la strage di Capaci non sia stata un fatto di mafia “puro”. L’ex boss di Caccamo ha più volte evidenziato come lacampagna di delegittimazione di Giovanni Falcone, partita dentro ‘Cosa Nostra’, si sviluppò grazie al fattivo apporto di settori del mondo professionale, imprenditoriale, politico, e alcuni magistrati “complici”. Inoltre viene ricordato il riferimento alla “tastata di polso” di Cosa nostra verso l’esterno per “sondare” la reazione rispetto al proposito di eliminare Falcone; una attività ricognitiva che aveva riguardato non solo le posizioni di ambienti imprenditoriali operanti in settori allora controllati da “Cosa Nostra”, ma anche una parte “occulta” e “deviata” del mondo massonico.
E il magistrato andava eliminato perché “andava a ledere quelli che erano i rapporti professionali, economici, questo intrigo tra la mafia e organi esterni”.

Perché Capaci?
Altro capitolo affrontato dai giudici è quello sui motivi che hanno portato Totò Riina a richiamare il commando inviato a Roma, dove Falcone poteva essere ucciso con un metodo più tradizionale, optando per quello più eclatante, sventrando un’intera autostrada. Sembra difficile sostenere che il mutamento di programma rispondesse semplicemente a ragioni logistiche. Una simile ipotesi si pone in irrimediabile contrasto con la particolare complessità che contrassegnava l’organizzazione dell’attentato di Capaci. Appare, invece, molto più plausibile che la decisione di Salvatore Riina costituisse una coerente attuazione di quella finalità che Antonino Giuffré ha sintetizzato con la frase del capo di ‘Cosa Nostra’: ‘Facciamo la guerra che poi viene la pace’ (…) Una strategia, questa, che fallì per effetto della forte reazione dello Stato, ma che, con ogni probabilità, fu alla base della scelta di Salvatore Riina di procedere prima all’eliminazione dell’onorevole Lima e poi alla realizzazione di un attentato che costituiva un vero e proprio atto di guerra contro lo Stato, come la strage di Capaci”.

Mafia e servizi
Per quanto riguarda l’eventuale coinvolgimento dei Servizi segreti nelle fasi di esecuzione della strage i giudici smentiscono la tesiorientata ad attribuire connotati diffusamente degenerativi ai servizi segreti in quanto tali, colti non già nelle singole individualità che per essi agiscono, ma nella loro integrità istituzionale” alla luce delle operazioni che videro la famiglia Ganci protagonista di appostamenti per individuare il momento del probabile arrivo di Giovanni Falcone a Palermo. Una attiva partecipazione all’impresa criminosa da parte dei servizi segreti – scrivono in sentenza – non avrebbe necessitato di alcun contributo per il monitoraggio degli spostamenti della vittima”.

La manomissione dei supporti informatici
Tra i temisuscettibili di ulteriori approfondimenti” viene indicato anche quello inerente i responsabili della manomissione dei supporti informatici di Falcone (un personal computer Olivetti che si trovava presso il suo ufficio del Ministero di Grazia e Giustizia e l’agenda elettronica Casio SF 9000). Di questo ha parlato in particolare il superconsulente informatico, Gioacchino Genchi.
I giudici sottolineano checome spiegato dal teste Genchi, la sostituzione di file nel personal computer fu certamente successiva alla morte di Giovanni Falcone, della datazione della cancellazione dei dati presenti nell’agenda elettronica non vi è alcuna certezza scientifico-informatica; è però del tutto verosimile che anche essa sia stata compiuta dopo la strage di Capaci, essendo incomprensibili le ragioni per cui lo stesso Dott. Falcone avrebbe dovuto eliminare dalla sua agenda tutte le annotazioni ivi presenti, comprese quelle che si riferivano ad appuntamenti da lui presi per date posteriori al 23 maggio 1992”. Da tutti questi elementi dovrà proseguire il lavoro del pool della procura di Caltanissetta guidata da Amedeo Bertone. E come ha dichiarato il procuratori aggiunto Lia Sava durante la requisitoriale indagini sono tutt’altro che interrotte.

Fonte:www.antimafiaduemila.com

Elezioni Sicilia, Fava attacca: “Con Micari e Musumeci uomini legati alla mafia”. E fa i nomi di candidati di Pd e Forza Italia

Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2017

Elezioni Sicilia, Fava attacca: “Con Micari e Musumeci uomini legati alla mafia”. E fa i nomi di candidati di Pd e Forza Italia

“Sono preoccupato dal fatto che Cosa Nostra abbia i propri referenti sicuramente nelle liste di questa campagna elettorale e probabilmente anche nelle istituzioni. Questa è una cosa gravissima”, ha esordito dunque il candidato dei bersaniani di Mdp e di Sinistra Italiana, raccontando le vicende di Riccardo Pellegrino, fratello di un imputato per mafia, e di Luca Sammartino, sostenuto da Lorenzo Leone, anche lui parente di un esponente del clan dei Santapaola

di F. Q.

C’è Riccardo Pellegrino, che andava in giro con i figli dei boss latitanti e si diceva orgoglioso di vivere nei quartieri dei clan, e Lorenzo Leone, fratello di quello che era considerato un punto di riferimento della famiglia Santapaola. A poche ore dall’annuncio della commissione parlamentare Antimafia, che monitorerà le liste dei candidati per le regionali in Sicilia, è proprio un aspirante governatore – e vicepresidente della stessa commissione – a passare ai raggi X le formazioni degli avversari. In mattinata, infatti, Claudio Fava ha convocato una conferenza stampa all’Assemblea regionale siciliana, per “raccontare carte alla mano che Cosa nostra ha i suoi candidati”. “Sono preoccupato  dal fatto che Cosa Nostra abbia i propri referenti sicuramente nelle liste di questa campagna elettorale e probabilmente anche nelle istituzioni. Questa è una cosa gravissima”, ha esordito dunque il candidato dei bersaniani di Mdp e di Sinistra Italiana.

Il limite ultimo per il deposito delle liste, per la verità, è fissato per venerdì 6 ottobre alle ore 16. I rumors, però, hanno ovviamente già fatto filtrare più di un nome sugli aspiranti consiglieri regionali. A Catania, per esempio, Forza Italia dovrebbe candidare Riccardo Pellegrino, consigliere comunale e fratello di un imputato per mafia. “Se sono vere le indiscrezioni dell’ultima ora c’è un candidato nella lista di Forza Italia a Catania che sostiene Musumeci i cui profili di rischio sono alti: si tratta di Riccardo Pellegrino, fratello di Gaetano Pellegrino ‘u funciutu, considerato punto di riferimento del clan dei Carcagnusi“, ha detto Fava, ricostruendo alcune vicende che riguardano lo stesso esponente di Forza Italia.

Come quando, nel 2014, si presentò nella redazione catanese di livesicilia.it accompagnando Carmelo Mazzei, figlio del boss latitante Nuccio Mazzei. “‘Disse: io sono il figlio del signor Mazzei di cui parlate sul giornale, del latitante – ha raccontato Fava – Dall’intercettazione ambientale su quell’incontro, disposta dai magistrati, si apprende che Riccardo Pellegrino è “orgoglioso” di vivere nel quartiere catanese di San Cristoforo, regno del clan Santapaola, ma si lamenta perché adesso ci sarebbe solo la piccola criminalità mentre se in campo ci fossero state persone di spessore, mafiosi, tutto questo manicomio non c’era”. Fava ha anche ricordato “un’indagine a carico del Pellegrino di cui parla diffusamente un collaboratore di giustizia, spiegando che il consigliere di Forza Italia ricevette alle elezioni comunali di Catania il convinto sostegno di uomini legati a Cosa Nostra e al clan dei Carcagnusi”.

Su Pellegrino, nelle scorse settimane, Musumeci aveva lanciato un appello alla “sensibilità” di Forza Italia. “Che il signor Pellegrino possa impunemente essere candidato all’Ars, nonostante legami familiari e appoggi elettorali-mafiosi, è irricevibile– ha detto Fava – E ci stupisce che nello Musumeci, che segnalò la vicenda alla Commissione antimafia nazionale quasi due anni fa adesso subisca l’oltraggio di questa candidatura. Al suo posto io avrei detto: o Pellegrino o me”.

L’aspirante governatore dei bersaniani, però, non ha citato solo aspiranti consiglieri regionali candidati con Nello Musumeci. Anche nelle liste in sostegno di Fabrizio Micari, infatti, ci sarebbe qualche ombra.”Un altro candidato che ci preoccupa – ha detto sempre Fava – è Luca Sammartino, candidato nelle liste a sostegno di Micari a Catania. A fare la campagna a suo favore è Lorenzo Leone, presidente della municipalità LibrinoSan Giorgio, fratello diGaetano Leone, condannato definitivamente per associazione mafiosa e per estorsioni e considerato punto di riferimento del clan Santapaola”.  “Leone – sottolinea Fava – oggi sta conducendo la campagna elettorale per il candidato Luca Sammartino del Pd, nello stesso territorio in cui, secondo la magistratura, è stata accertata l’appartenenza territoriale del fratello Gaetano al Clan Santapaola”.

Sammartino, però, ha replicato alle accuse di Fava annunciando querela. “Ho dato immediato mandato al mio legale di querelareClaudio Fava per le affermazioni false e ingiuriose che ha reso oggi alla stampa delle quali ho appena appreso dai resoconti delle agenzie e dei giornali on line. L’ho querelato perché non gli permetto di ingiuriarmi con affermazioni tanto gravi quanto false accusandomi, addirittura, di essere un referente diCosa nostra. L’ho querelato perché la sua affermazione non è solo falsa ma addirittura artefatta allo scopo di introdurre nella polemica politica elementi che non hanno attinenza con la realtà dei fatti tesi solo a creare confusione e infamare l’avversario.

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