massoneria

Tangenti Eni-Nigeria, Descalzi e Scaroni rinviati a giudizio per corruzione. A processo anche Bisignani

Tangenti Eni-Nigeria, Descalzi e Scaroni rinviati a giudizio per corruzione. A processo anche Bisignani

Secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, furono versate mazzette per 1,3 miliardi di dollari per l’aggiudicazione di un giacimento, avvenuta poi nel 2011. Gli imputati sono 15 in tutto, comprese le società Eni e Shell. L’indagine partì da alcune intercettazioni nell’indagine sulla P4

di F. Q.

Claudio Descalzi e Paolo Scaroni sono stati rinviati a giudizio per corruzione assieme ad altre 11 persone e alle società Eni e Shell per il caso Nigeria. Il gup del tribunale di Milano ha stabilito che i 15 imputati, tra i quali c’è anche il faccendiere Luigi Bisignani, dovranno affrontare il processo per la presunta maxi tangente versata dalle due multinazionali del petrolio a pubblici ufficiali e politici nigeriani per lo sfruttamento del giacimento Opl 245.

Secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, furono versate mazzette per 1,3 miliardi di dollariper l’aggiudicazione di quel giacimento, avvenuta poi nel 2011. All’epoca dei fatti, Scaroni era numero uno del gruppo petrolifero, mentre Descalzi, scelto come suo successore dall’azionista ministero dell’Economia, guidava la divisione Oil & gas. Esponenti del governo nigeriano avrebbero ottenuto dal gruppo del petrolio e del gas partecipato dal Tesoro 1,09 miliardi di dollari in cambio della concessione per la stessa cifra ai due gruppi dei diritti esclusivi di sfruttamento del giacimento. Di cui peraltro, negli scorsi mesi, la Nigeria ha ripreso il controllo in via cautelare proprio nell’attesa che si concludano “le inchieste in corso e le indagini a carico dei sospetti”.

Nell’avviso conclusioni indagini di un anno fa i pm hanno descritto i passaggi dell’intera operazione. Nella loro ricostruzione si legge che Scaroni diede “il placet all’intermediazione di Obi”, intermediario nigeriano, “proposta da Bisignani e invitando” Descalzi “ad adeguarsi”. Entrambi, sia Scaroni che Descalzi, avrebbero incontrato “il presidente” nigeriano dell’epoca Jonathan Goodluck “per definire l’affare” relativo al giacimento. La presunta mazzetta e il prezzo dell’acquisto sono equivalenti perché l’ex ministro del Petrolio Etete alla fine degli anni ’90 si ‘autoassegnò’ la concessione a costo zero, tramite la società Malabu e attraverso prestanome. Quindi i soldi pagati al governo nigeriano furono riversati al politico, che li avrebbe usati anche per “immobili, aerei, auto blindate“.

Secondo quanto riferito da De Pasquale alla Corte di Londra nel settembre 2014, gli 800 milioni di dollari partiti nel 2011 verso due conti correnti intestati alla Malabu di Etete servivano per pagare presunte tangenti a funzionari e politici africani, ai manager Eni e agli intermediari esteri, da Obi a Bisignani all’imprenditore Gianluca Di Nardo, che mesi fa ha scelto il rito abbreviato come Obi. Ai dipendenti del gruppo petrolifero, all’ex ambasciatore russo Ednan Agaev, a Bisignani e Di Nardo sarebbe stata destinata secondo i pm anche un’altra tranche, circa 215 milioni, sequestrata però nell’estate 2014 dalla magistratura inglese e svizzera.

L’indagine era partita dopo l’acquisizione da parte dei pm delle intercettazioni dell’indagine del 2010 dei colleghi di Napoli Henry John Woodcock e Francesco Curcio sulla cosiddetta P4, in cui era coinvolto anche Bisignani, che ha patteggiato un anno e 7 mesi. Dalle intercettazioni dell’indagine napoletana era emerso l’intervento di Bisignani sui vertici dell’Eni di allora. Intercettato, parlava al telefono con l’ex numero uno Scaroni e anche con Descalzi.

Il processo inizierà il 5 marzo 2018. Nel frattempo Eni ha diffuso una nota per ribadire la “piena fiducia”del consiglio d’amministrazione dei confronti di Descalzi, la cui carica è stata rinnovata lo scorso marzo dopo la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dai pm: “Eni esprime piena fiducia nella giustizia – scrive la multinazionale – e nel fatto che il procedimento giudiziario accerterà e confermerà la correttezza e integrità del proprio operato”.

Fuori le correnti politiche e massoniche dal Csm.

GIORGIO BONGIOVANNI

Fuori le correnti politiche e massoniche dal Csm

Dettagli

napolitano giorgio csm 610di Giorgio Bongiovanni
La desecretazione dei numerosi verbali di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tra questi le audizioni davanti al Csm all’indomani della torrida “estate dei veleni” del 1988 – quando Borsellino pubblicamente denunciò lo “smantellamento” del pool antimafia – volute dal vicepresidente Legnini, sono in realtà azioni degne degli ignavi di Dante Alighieri. Da un lato, infatti, il Legnini cura la pseudo-immagine del Consiglio superiore della magistratura che, per i suoi magistrati, funge da sinedrio inquisitore; dall’altro cerca di guadagnare consensi all’interno di una magistratura ormai sfibrata e a pezzi, che corre il rischio di un grave fallimento. E malgrado ciò è riabilitata dall’eroico lavoro di quei magistrati impegnati in prima linea nel contrasto a tutte le mafie ed alla corruzione dilagante. Non possiamo, a questo proposito, non citare le Procure più a rischio – tra queste Palermo, Reggio Calabria, Napoli – ma anche molte altre – Caltanissetta, Roma, Milano, Torino – che con esse lavorano in sinergia nella lotta al terrorismo ed alla criminalità, comune ed organizzata.
C’è però un paradosso: ovvero che proprio quei magistrati che risollevano l’azione della magistratura in Italia, il cui lavoro investigativo di pregio è tuttora riconosciuto, sono proprio coloro che il Csm non valorizza nè promuove, perseguita e, nella maggior parte dei casi, mette sotto azione disciplinare. Proprio come accadde a Falcone e Borsellino, che dal Csm ricevettero un (per usare un eufemismo) ingiusto trattamento. Lo si legge tra le righe di quelle audizioni, quando, il 31 luglio 1988, contestarono a Borsellino l’aver reso pubbliche le confidenze degli ex colleghi del pool – dopo essere approdato alla procura di Marsala – prima in un intervento pubblico, poi nelle interviste rilasciate a La Repubblica e L’Unità. “Ritiene corretto – si chiedeva – avendo avuto delle confidenze dai colleghi, riferirle pubblicamente e addirittura farle oggetto di un’intervista?”, declassando lo “stato di notevole apprensione” vissuto dal pool antimafia all’epoca, quasi a pettegolezzi da bar, invece che prendere in considerazione il grido d’allarme con il quale il pool denunciava il rischio di perdere il prezioso patrimonio costruito durante l’istruzione del maxiprocesso.
Una situazione, alla procura di Palermo, denunciata davanti al Csm dallo stesso Falcone anche alcuni anni dopo, il 15 ottobre 1991. E, alla domanda se ci fosse stata o no, da parte del giudice, la rivelazione del contenuto delle dichiarazioni del pentito Giuseppe Pellegriti – che accusò Salvo Lima di essere il mandante di alcuni omicidi – all’allora presidente Andreotti, Falcone affermava duramente: “Mi è stata già fatta questa domanda. Allora posi e adesso pongo sempre la stessa affermazione. Mi si deve dire chiaramente: ‘tu sei accusato di aver rivelato il contenuto delle dichiarazioni di Pellegriti ad Andreotti’. Se non mi si dice questo, allora su questo punto adotto e faccio le mie precisazioni, ma non mi si può chiedere, in maniera maliziosa non da parte – per carità – di questi signori, se per caso ho telefonato ad Andreotti, perché questo rientra nel foro personale di ciascuno (…). Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. – continuava Falcone – La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità” ma “del komeinismo”. E ancora: “Questo è un linciaggio morale continuo. Io sono in grado di resistere, ma altri colleghi un po’ meno. Io vorrei che vedeste che tipo di atmosfera c’è per adesso a Palermo. Ma veramente non lavorano più! Si trovano in una situazione estremamente demotivata e delegittimata, sono guardati con estremo sospetto da tutti”. Una denuncia che, dal passato, irrompe nei giorni nostri e non può che servire da monito, se pensiamo che a 25 anni dalle stragi del ‘92 Falcone e Borsellino vengono celebrati in pompa magna dall’organo di autogoverno della magistratura, ospitando – legittimamente – la testimonianza di una delle figlie del giudice, Lucia Borsellino, e
l’intervento franco e tagliente del Procuratore nazionale antimafia Roberti
(“La nomina di Borsellino alla Procura Antimafia avrebbe, altresì, costituito la pietra tombale sulla trattativa Stato-Mafia, che in quei primi giorni di giugno era stata sciaguratamente avviata“).
Ecco l’ipocrita trasparenza di cui parlavamo, l’operazione di delegittimazione che si ripete ancora oggi nei confronti di alcuni magistrati, gli stessi che mantengono vivo il valore della magistratura.
Per spiegare nel merito, rammentiamo la recente “bocciatura” dell’attuale procuratore di Reggio Calabria de Raho, superato da Melillo per il posto di procuratore capo a Napoli – tra le procure più importanti nella lotta al crimine – nonostante il primo abbia maturato una notevole esperienza nel contrasto alla mafia ed abbia una maggiore anzianità, rispetto al secondo. Perchè, dunque, il Csm che si autoincensa nell’annunciare la desecretazione dei verbali di Falcone e Borsellino, prosegue imperterrito nella stessa strategia di ostacolo, se non peggiore, perchè almeno ai tempi di Falcone e Borsellino qualche magistrato, al Csm, tentava di difenderli pur non riuscendo ad ottenere la maggioranza? Tra questi ricordiamo Gian Carlo Caselli, il compianto Mario Almerighi, o Stefano Racheli, che all’indomani della bocciatura di Falcone come capo dell’ufficio istruzione di Palermo – poi guidato da Meli – parlò di un sentore di “massoneria” che aleggiava. Oggi, a parte pochissimi – uno su tutti, Piergiorgio Morosini – chi si preoccupa di difendere i colleghi bersagliati dal fuoco incrociato di politica e magistratura?
Tornando agli esempi nel merito. Non abbiamo mai assistito, finora, ad un’azione preventiva del Csm, in veste ufficiale, in risposta agli attacchi della politica contro le toghe più esposte. Nè ad una riforma dell’organo di autogoverno degna di questo nome (abbiamo già evidenziato l’importanza di un vero cambiamento
della struttura del Csm e delle sue logiche correntizie
. Senza dimenticare il silenzio e l’ostilità del Csm nei confronti del pm condannato a morte da Riina, Di Matteo, dal procedimento disciplinare per il conflitto di attribuzione tra la Procura di Palermo e l’ex presidente della Repubblica Napolitano, alla serie di bocciature per il posto alla Direzione nazionale antimafia. Un’ostilità che, fortunatamente, si è infine conclusa con la recente promozione alla Dna per Di Matteo. Mentre, sul versante calabrese, il pm reggino Giuseppe Lombardo, più volte minacciato dalla ‘Ndrangheta e titolare di alcune delle inchieste ad alta tensione sui rapporti tra cosche e poteri forti, è stato nominato procuratore aggiunto.
Tolti questi pochi esempi di valorizzazione della meritocrazia, in questo gioco di contrasti e mancate prese di posizione sospettiamo che il Csm, dal suo vicepresidente in giù, possa essere tentato e condizionato dalla politica, che non può nè deve esercitare il suo potere sui magistrati. Questi ultimi, a loro volta, potranno impegnarsi in politica solo dopo aver abbandonato definitivamente la toga. Pena la perdita dell’indispensabile separazione dei tre poteri che, per dirla con Lucio Battisti, devono essere “vicini, ma irraggiungibili”.
In conclusione. La magistratura non si voti all’autodistruzione, ma prenda atto del valore dei suoi magistrati, coraggiosi, incorrotti e incorruttibili, che chiedono con forza, anche sbattendo la porta, la fine delle correnti e delle sue logiche. Affinchè il Csm faccia finalmente la sua inversione di rotta.

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17 Settembre 2017

di Marco Lillo

Dall’intercettazione tra l’ex premier e il generale Adinolfi pubblicata dal “Fatto” alle dichiarazioni del procuratore Musti sugli incontri con i Noe – 2015-2017

Per smontare il teorema del ‘complotto’ contro Matteo Renzi costruito dal Noe dei Carabinieri con la complicità del pm Henry John Woodcock e del Fatto è molto utile una semplice cronologia.
Quando il capitano Gianpaolo Scafarto, ai primi di settembre del 2016, avrebbe fatto alla pm di Modena Lucia Musti la confidenza generica su un’indagine non meglio precisata (“Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi”) erano già accaduti alcuni fatti. In particolare un signore toscano amico di Tiziano Renzi di nome Carlo Russo era già entrato più volte nell’ufficio di Alfredo Romeo per parlare degli appalti che interessavano all’imprenditore. Non solo in Consip ma anche in Grandi Stazioni e in Inps. Stando alle informative di Gianpaolo Scafarto di quel periodo erano già accaduti questi eventi: il 3 agosto Romeo aveva chiesto a Russo di incontrare il padre del premier di allora perché aveva problemi con il suo amico amministratore di Consip, Luigi Marroni, per una serie di appalti del valore di centinaia di milioni di euro. Russo aveva proposto allora di fare una bisteccata a casa di Tiziano Renzi con lo stesso Marroni. Il 31 agosto Romeo era tornato alla carica e Russo aveva riferito così la risposta di Tiziano: “gli ho detto che … dobbiamo fare sto passaggio con Marroni! M’ha detto dice: ‘Fammi finire sto casino prossima settimana ci mettiamo’”.
Quando Scafarto avrebbe fatto la sua profezia, Romeo aveva già proposto a Russo il famoso ‘accordo quadro’ che poi sarà precisato meglio il 14 settembre nel famoso foglio che – secondo l’interpretazione dei Carabinieri – reca l’offerta di 30 mila euro al mese per Tiziano Renzi in cambio di un incontro al mese con Luca Lotti e con Luigi Marroni per propriziare un occhio di riguardo su Romeo da parte della Consip guidata da Marroni.
La confidenza di Scafarto (‘scoppierà un casino arriviamo a Renzi’) quindi non è la prova del movente delle sue macchinazioni contro Tiziano e Matteo ma un annuncio abbastanza prevedibile (e certamente scorretto se vero) sulla base di indizi già raccolti.
Prima però ricordiamo come è nata la teoria che piace tanto ai grandi giornali, alla politica e ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura vicini a Renzi.
Il teorema (ben descritto ieri in un pezzo di Carlo Bonini su Repubblica) vuole connettere due fatti che non c’entrano nulla: lo scoop del Fatto del luglio 2015 sulla telefonata di Matteo Renzi con il generale Michele Adinolfi e lo scoop del Fatto del 2016-2017 sul caso Consip. Ebbene il teorema è delineato nel libro del segretario del Pd Avanti.
Renzi ricorda così il nostro scoop della telefonata tra lui e il generale della GdF Adinolfi, nella quale i due sparlavano di Enrico Letta, intercettata nel 2014 e pubblicata dal Fatto il 10 luglio 2015. “È la prima volta – scrive Renzi – in cui faccio la conoscenza del Noe, Nucleo operativo ecologico dell’Arma dei carabinieri, che su incarico di un pm di Napoli, il dottor Woodcock, mi intercetta. Apprenderò dell’intercettazione mentre sono presidente del Consiglio, grazie a uno scoop del Fatto Quotidiano firmato da un giornalista che si chiama Marco Lillo. Segnatevi mentalmente questo passaggio: Procura di Napoli, un certo procuratore, il Noe dei carabinieri, il Fatto Quotidiano, un certo giornalista. Siamo nel 2014, non nel 2017, sia chiaro. Che poi i protagonisti siano gli stessi anche tre anni dopo è ovviamente una coincidenza, sono cose che capitano”.
L’insinuazione che Il Fatto abbia ottenuto le notizie per i due scoop nel 2015 e nel 2016-7 sempre grazie al Noe e al pm Woodcock è falsa e diffamatoria ma trova subito una grancassa nelle istituzioni.
Il libro esce il 12 luglio e sembra il canovaccio delle domande poste al pm Lucia Musti di Modena appena cinque giorni dopo dal presidente della prima commissione del Csm. L’avvocato Giuseppe Fanfani, ex sindaco Pd di Arezzo, amico di Maria Elena Boschi e già legale del padre, ascolta con i suoi colleghi del Csm il procuratore di Modena nell’ambito del procedimento contro Henry John Woodcock finalizzato a capire se il pm di Napoli che ha osato intercettare il padre del leader Pd debba essere trasferito per incompatibilità.
La pm Lucia Musti ha ricevuto per competenza nell’aprile del 2015 le carte del fascicolo Cpl Concordia, istruito da Woodcock, nel quale era contenuta l’intercettazione di Matteo Renzi con il generale Adinolfi. La telefonata è divenuta pubblica nel luglio 2017 perché non era più segreta e Il Fatto – come la Procura di Napoli ha ricostruito già nel 2016 – l’ha avuta da fonti non investigative in modo pienamente lecito. E non era più segreta per una svista non del pm Woodcock ma degli uffici dei pm dell’antimafia che l’avevano ricevuta per competenza di materia da Woodcock proprio come la dottoressa Musti l’aveva avuta a Modena.
I pm di Napoli nel 2015-2016 indagarano i carabinieri del Noe che avevano aiutato il personale di segreteria, oberato di lavoro, a effettuare la scansione delle pagine senza avvedersi che l’informativa depositata non era quella omissata ma la versione precedente, che non conteneva gli omissis. Così quelle due pagine così delicate con i giudizi sprezzanti di Renzi su Letta sono finite nel computer della Procura accessibile a tutti gli avvocati del procedimento. Tre avvocati (almeno) ne vennero in possesso e così Il Fatto ha potuto acquisire tutte le carte pubbliche del fascicolo, compresa quella che doveva restare segreta. Questo tragitto è stato accertato con certezza dai pm e dai loro periti informatici grazie anche alle perquisizioni ai danni dei giornalisti del Fatto e in particolare al sequestro e all’analisi del computer del collega Vincenzo Iurillo che ha firmato quello scoop con chi scrive questo articolo.
I carabinieri del Noe furono indagati e interrogati ma i pm Alfonso D’Avino e Giuseppe Borrelli ne chiesero l’archiviazione a febbraio 2016 perché “E’ da escludersi che la scansione integrale della informativa del 15.10.2014 sia stata intenzionalmente effettuata dai militari al fine di renderla ostensibile attraverso il suo inserimento al TIAP (il sistema informatico della Procura,
ndr)”; 2) “la pubblicazione degli atti era avvenuta ad opera del cancelliere (incolpecole anche lui, ndr) addetto alla segreteria del pm dell’antimafia Cesare Sirignano”.
L’audizione della dottoressa Musti al Csm doveva essere diretta ad appurare le responsabilità dei magistrati in quella fuga di notizie. Woodcock in questo caso non aveva alcuna responsabilità ma il pm Musti ne approfitta per fare due dichiarazioni contro la polizia giudiziaria preferita dal pm napoletano: i carabinieri del Noe.
La prima riguarda il fascicolo Cpl Concordia del 2015 e l’allora vicecomandante del Noe dei Carabinieri Sergio De Caprio, alias Ultimo.
Questa è la ‘la seconda versione’ del verbale pubblicata dal quotidiano Repubblica (diversa da quella del giorno precedente) riguardo all’incontro Ultimo-Musti per le carte dell’indagine Cpl Concordia del 2015: “Il presidente Fanfani chiede: «Chi glielo disse?». Musti: «Il colonnello De Caprio mi disse: “Lei ha una bomba in mano, se vuole la può fare esplodere”». Fanfani: «Ma in riferimento a cosa?». Lei: «Ma cosa ne so? Cioè, io non lo so perché erano degli agitati. Io dovevo lavorare su Cpl Concordia, punto, su quest’episodio di corruzione. Dissi ai miei, “prima ci liberiamo di questo fascicolo meglio è”».
Musti quindi sta dicendo al Csm che Ultimo quando consegnò il fascicolo Cpl Concordia a Modena disse che era una bomba. Il fascicolo non era centrato su Renzi ma sulla coop emiliana e conteneva intercettazioni del 2014 riguardanti: 1) i rapporti tra Massimo D’alema e la Cpl Concordia; 2) la Fondazione Icsa fondata da Marco Minniti ma lasciata dall’ex sottosegretario nel 2013; 3) intercettazioni su altri personaggi del Pd tra cui anche Matteo Renzi ma non solo lui.
Dal testo del secondo (e probabilmente vero) verbale pubblicato da Repubblica ieri si evince chiaramente che il pm Lucia Musti non dice e nemmeno insinua mai che ‘la bomba’ a cui faceva riferimento Ultimo fosse l’intercettazione di Renzi con Adinolfi.
La seconda cosa che dice il pm Lucia Musti al Csm riguarda il fascicolo che nel 2016 vedeva il solito Noe, sempre sotto la direzione del pm Woodcock, impegnato sul versante Consip. Così sempre Repubblica (sempre nella seconda versione del verbale ieri) riferisce la versione del pm Lucia Musti su un suo incontro con il capitano Scafarto ai primi di settembre del 2016: «Lui mi ha parlato del caso Consip, un modo di fare secondo me poco serio, perché un capitano, un maresciallo, un generale sono vincolati al segreto col loro pm, non devi dire a me che cosa stai facendo con un altro. Quindi, quando lui faceva lo sbruffone dicendo che sarebbe “scoppiato un casino”, io dentro di me ho detto “per l’amor di Dio”. Una persona seria non viene a dire certe cose, quell’ufficiale non è una persona seria». Fanfani vuole dettagli: «De Caprio ha detto “Ha una bomba in mano”, mentre Scafarto “succederà un casino”?». Musti risponde: «Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi».
E’ evidente dalla lettura di questa versione del verbale l’inesattezza di quanto pubblicato il giorno prima. Lucia Musti non ha mai dichiarato che Ultimo e Scafarto le dissero: ‘Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi’.
Una cosa è la bomba Cpl Concordia di cui parla Ultimo senza alcun riferimento a Renzi e alla sua conversazione con Adinolfi poi pubblicata dal Fatto.
Altra cosa è quel generico “scoppierà un casino arriviamo a Renzi” che sarebbe stato detto nel settembre 2016 dal capitano Scafarto quando aveva già in mano indizi pesanti su Tiziano Renzi.
La scorretta rappresentazione della realtà fatta dai grandi quotidiani insinua che la bomba di cui parlava Ultimo a Lucia Musti nel 2015 fosse l’intercettazione Adinolfi-Renzi. Non basta. la grande stampa e il Pd al seguito forzano anche il senso della frase di Scafarto per insinuare un intento complottistico del Noe contro Renzi nel 2016.
Scrive sul punto Il Corriere della Sera di venerdì “Il fatto che l’ex capitano del Noe abbia detto a Musti, quattro mesi prima di consegnare l’informativa e anche prima che fosse registrata la famosa frase «Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato» falsamente attribuita a Romeo («assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità il Renzi Tiziano», scrisse Scafarto nel rapporto), potrebbe far immaginare che l’obiettivo dei carabinieri fosse proprio il padre dell’ex premier. Come se fosse un possibile movente della successiva manipolazione dell’intercettazione. E chi volesse ipotizzare che quello fosse lo scopo dei falsi contestati a Scafarto (…) ora avrebbe un motivo in più per sostenerlo”.
La rappresentazione di un colloquio in cui Scafarto parla con Musti prima di avere nelle mani gli indizi e le registrazioni che inguaieranno Tiziano Renzi ha permesso al Pd Michele Anzaldi di presentare un’interrogazione al Governo e ha fatto parlare di ‘fatti di gravità inaudita’ all’ex segretario Pd Dario Franceschini e di “complotto” al capogruppo Pd Luigi Zanda. Grazie a questo modo di fare informazione non è apparsa ridicola la visita di Matteo Renzi a Rignano così raccontata in un pezzo dal titolo “Consip, Renzi subito a Rignano dal padre. Con lui il faccia a faccia della pace”.
Il pezzo è uscito il 14 settembre, proprio nel primo anniversario del giorno del famoso pizzino. Il 14 settembre 2016 infatti Alfredo Romeo scrisse su un foglietto ritrovato il giorno dopo nella spazzatura dal Noe e interpretato come un’offerta nero su bianco al ‘compare di Tiziano Renzi, Carlo Russo, di 30 mila euro al mese, destinati a ‘T.’ che secondo la tesi accusatoria sarebbe Tiziano Renzi.
Al di là delle conseguenze politiche della strumentalizzazione delle frasi della pm Musti, c’è una conseguenza giudiziaria di non poco conto. Alla Procura di Roma sono state trasmesse dal Csm le dichiarazioni della pm di Modena perché i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi valutino se inserirle nel fascicolo contro Woodcock. Non solo. Lunedì prossimo la solita prima commissione del Csm presieduta dal solito Giuseppe Fanfani convocherà i due pm di Napoli, Giuseppe Borrelli e Alfonso D’avino, che si sono occupati del’indagine sulla pubblicazione da parte del Fatto dell’intercettazione Renzi-Adinolfi.

In pratica il presidente della commissione del Csm convoca i procuratori aggiunti di Napoli e trasmette carte alla Procura di Roma perché finalmente si indaghi a fondo nella direzione del collegamento tra i due scoop del Fatto, proprio la direzione auspicata dal leader Matteo Renzi nel suo libro.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

fonte:http://www.antimafiaduemila.com

Servizi segreti: la storia dei nostri 007 da sempre vicini alla criminalità organizzata

Servizi segreti: la storia dei nostri 007 da sempre vicini alla criminalità organizzata

La storia dei servizi segreti italiani si alterna fra misteri e omissioni, depistaggi e ragion di Stato. Un intreccio di condotte che evidenzia contiguità con la criminalità organizzata.

23 Agosto 2017

di Francesca Scoleri

Quando si parla di servizi segreti all’estero, i racconti assumono un’aria particolare, quasi eroica; figure che si muovono per la salvaguardia del proprio Paese d’appartenenza. Uomini disposti a tutto per impedire che il nemico d’oltre confine possa compromettere la sicurezza dei propri connazionali. In Italia invece, parlare dei servizi segreti presuppone una serie di misteri di incomprensibile matrice. Nella triste condizione di Paese incapace di riscatto morale, accettiamo anche questo più o meno di buon grado nonostante l’oscura mano, agisca sempre a danno della collettività. Spesso spargendo sangue.

Succede cosi che uomini appartenenti ai servizi segreti, siano indicati da molti testimoni come affiliati a Cosa nostra anzi, “fra i killer più spietati”. In tal modo veniva definito Giovanni Aiello, morto pochi giorni fa sulle spiagge calabresi a causa di un malore. Meglio noto come “Faccia da mostro” per via delle cicatrici rimaste sul suo volto in seguito ad una esplosione, Aiello era indagato da ben 4 procure per fatti gravissimi; ex agente di polizia congedato dal 1977, era coinvolto in vicende criminali che hanno profondamente segnato il corso della storia d’Italia.

Morte provvidenziale se consideriamo le recenti scoperte della Procura di Reggio Calabria sul coinvolgimento della ‘ndrangheta nella stagione stragista ( Capaci, via D’Amelio, via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze e altre ancora ),  insieme alla Falange armata e ai servizi segreti. Nella ricostruzione dell’inchiesta, emerge la partecipazione di Faccia da mostro; le vicende che lo riguardano, sono state messe a verbale alla Procura Nazionale Antimafia. Nella peggiore tradizione italiana, chi troppo sa nuoce gravemente al potere che ricorre a incidenti, infarti e suicidi “necessari”. E’ ormai prassi.

Ma la storia di Faccia da mostro è  solo uno scorcio nel panorama ambiguo dei servizi segreti implicati in gravi fatti di sangue. Bruno Contrada, ha ricoperto incarichi di rilievo all’interno del SISDE – Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica – ex poliziotto, capo della Mobile di Palermo e capo della Criminalpol siciliana. La storia ci ha consegnato un quadro inquietante di questo agente segreto che,  nel 2007,  è stato condannato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il primo mafioso ad ottenere la sua “disponibilità”, secondo Gaspare Mutolo, fu Stefano Bontate e da li, una catena ininterrotta di favori. Il Magistrato che ne dispose l’arresto, Gian Carlo Caselli, cosi si esprime sulla figura di Contrada: “Tutte le sentenze di condanna a suo carico concludono dicendo che l’imputato ha dato il contributo sistematico e consapevole sia alla conservazione sia al rafforzamento di Cosa Nostra. Ci sono state “soffiate” per consentire la fuga di latitanti in occasioni di imminenti operazioni di polizia. Tre volte in favore di Totò Riina e di altri due latitanti mafiosi nel 1981. Risulta che l’imputato si sia mosso con la Questura per far avere la patente a Stefano Bontate e a Michele Greco detto Il Papa.”

Agghiaccianti testimonianze.Pensate in quante direzioni si estende il grado di favoreggiamento e all’entità dell’abuso di potere che da esso si sviluppa. Una rete di rapporti sovversivi ad oggi incontrollabili. E ancora, Lorenzo Narracci; attuale funzionario AISI – Agenzia informazioni e sicurezza interna – Gaspare Spatuzza testimonia la sua presenza nel garage in cui veniva imbottita di tritolo la FIAT 126 che uccise Paolo Borsellino e i giovanissimi agenti della sua scorta. Di lui parla anche il testimone di punta del processo trattativa Stato-Mafia Massimo Ciancimino le cui rivelazioni sulle frequentazioni della casa del padre, Vito, in Paesi più civili del nostro, avrebbero portato al riassetto completo della classe dirigente. In Italia invece, si è pensato di mettere in carcere il testimone del disonore di una Repubblica votata all’illegalità.

Anche l’orrore di certe vicende che non dimenticheremo mai, come la strage avvenuta alla stazione di Bologna nell’agosto del 1980, 85 morti e 200 feriti che ad oggi non hanno ancora avuto giustizia, è legato alla mano oscura che muove i servizi segreti. Di quella strage conosciamo solo i depistaggi avvenuti per mano del generale Giuseppe Santovito a capo del SISMI e iscritto alla P2 di Licio Gelli. La verità invece, quella può attendere. Come sempre.

Attende per Enrico Mattei, grande imprenditore italiano divenuto dirigente pubblico di spicco grazie ad una genialità ed ad una capacità diplomatica senza eguali; A lui si deve il grande successo dell’AGIP e una serie di proficui accordi con capi di Stato di Paesi produttori di petrolio. Mattei è precipitato nel vuoto col suo aereo mentre faceva ritorno dalla Sicilia. Dalla sua scomparsa misteriosa a quella del giornalista Mauro De Mauro che sulla vita di Mattei aveva raccolto molto materiale fino a poter ipotizzare le circostanze che portarono alla sua morte tutt’altro che accidentale e subito dopo, toccò a Pier Paolo Pasolini che proprio sulle vicende di Mattei, stava scrivendo il libro “Petrolio”, mai concluso. L’ennesimo omicidio coperto da silenzi inquietanti e rivelazioni tardive. il tutto diretto dalla solita mano oscura che muove i servizi segreti. Chi ha tratto maggiore vantaggio dalla morte di Mattei è infatti un uomo molto potente proveniente dal SIM Servizio Informazioni Militari: Eugenio Cefis. Successe a Mattei alla guida dell’ENI trascinandola in una palude di corruzione e malaffare. Questo dichiaravano Pasolini e De Mauro. A questa pista investigativa si avvicinarono Boris Giuliano e Carlo Alberto Dalla Chiesa anch’essi assassinati.

Uomini votati all’affossamento della verità. Recentemente, una sentenza emessa a Bologna circa il processo “Black Monkey”, dichiara che “la nuova mafia è dentro lo Stato e attacca la Costituzione. La sua esistenza e affermazione comporta anche la collaborazione con funzionari pubblici, apparati dello Stato e politici”

E tutto torna. Tutto appare chiaro. Come premesso, ogni Paese ha i suoi 007, agenti vanto e orgoglio nazionale. Poi c’è l’Italia. Uno dei nostri James Bond si chiama Mori. Mario Mori.
Pupillo di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, fra i vari incarichi puntualmente falliti, viene ingaggiato da Formigoni e Sala perchè impedisca infiltrazioni mafiose durante i lavori EXPO. Com’è accaduto quel che dichiarano i giudici milanesi ? “Gli uomini della ’ndrangheta hanno realizzato buona parte dei lavori del sito espositivo Expo 2015 ivi compresi i padiglioni dell’Italia, della Cina, dell’Ecuador, le rampe di accesso e tutta la rete fognaria”. Fallimenti che non hanno alcuna rilevanza penale, sia chiaro. Forse è solo il concetto di “impedire” che è stato frainteso col concetto di “favorire” ad ever avuto la meglio ma quel che appare chiaro, è che  siamo dentro ad una congiura inarrestabile che ci costa pezzi di vita democratica.

Tratto da: themisemetis.com

fonte:http://www.antimafiaduemila.com

Fuori le correnti politiche e massoniche dal Csm

 

04 Agosto 2017

di Giorgio Bongiovanni

La desecretazione dei numerosi verbali di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tra questi le audizioni davanti al Csm all’indomani della torrida “estate dei veleni” del 1988 – quando Borsellino pubblicamente denunciò lo “smantellamento” del pool antimafia – volute dal vicepresidente Legnini, sono in realtà azioni degne degli ignavi di Dante Alighieri. Da un lato, infatti, il Legnini cura la pseudo-immagine del Consiglio superiore della magistratura che, per i suoi magistrati, funge da sinedrio inquisitore; dall’altro cerca di guadagnare consensi all’interno di una magistratura ormai sfibrata e a pezzi, che corre il rischio di un grave fallimento. E malgrado ciò è riabilitata dall’eroico lavoro di quei magistrati impegnati in prima linea nel contrasto a tutte le mafie ed alla corruzione dilagante. Non possiamo, a questo proposito, non citare le Procure più a rischio – tra queste Palermo, Reggio Calabria, Napoli – ma anche molte altre – Caltanissetta, Roma, Milano, Torino – che con esse lavorano in sinergia nella lotta al terrorismo ed alla criminalità, comune ed organizzata.
C’è però un paradosso: ovvero che proprio quei magistrati che risollevano l’azione della magistratura in Italia, il cui lavoro investigativo di pregio è tuttora riconosciuto, sono proprio coloro che il Csm non valorizza nè promuove, perseguita e, nella maggior parte dei casi, mette sotto azione disciplinare. Proprio come accadde a Falcone e Borsellino, che dal Csm ricevettero un (per usare un eufemismo) ingiusto trattamento. Lo si legge tra le righe di quelle audizioni, quando, il 31 luglio 1988, contestarono a Borsellino l’aver reso pubbliche le confidenze degli ex colleghi del pool – dopo essere approdato alla procura di Marsala – prima in un intervento pubblico, poi nelle interviste rilasciate a
La Repubblica e L’Unità. “Ritiene corretto – si chiedeva – avendo avuto delle confidenze dai colleghi, riferirle pubblicamente e addirittura farle oggetto di un’intervista?”, declassando lo “stato di notevole apprensione” vissuto dal pool antimafia all’epoca, quasi a pettegolezzi da bar, invece che prendere in considerazione il grido d’allarme con il quale il pool denunciava il rischio di perdere il prezioso patrimonio costruito durante l’istruzione del maxiprocesso.
Una situazione, alla procura di Palermo, denunciata davanti al Csm dallo stesso Falcone anche alcuni anni dopo, il 15 ottobre 1991. E, alla domanda se ci fosse stata o no, da parte del giudice, la rivelazione del contenuto delle dichiarazioni del pentito
Giuseppe Pellegriti – che accusò Salvo Lima di essere il mandante di alcuni omicidi – all’allora presidente Andreotti, Falcone affermava duramente: “Mi è stata già fatta questa domanda. Allora posi e adesso pongo sempre la stessa affermazione. Mi si deve dire chiaramente: ‘tu sei accusato di aver rivelato il contenuto delle dichiarazioni di Pellegriti ad Andreotti’. Se non mi si dice questo, allora su questo punto adotto e faccio le mie precisazioni, ma non mi si può chiedere, in maniera maliziosa non da parte – per carità – di questi signori, se per caso ho telefonato ad Andreotti, perché questo rientra nel foro personale di ciascuno (…). Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. – continuava Falcone – La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità” ma “del komeinismo”. E ancora: “Questo è un linciaggio morale continuo. Io sono in grado di resistere, ma altri colleghi un po’ meno. Io vorrei che vedeste che tipo di atmosfera c’è per adesso a Palermo. Ma veramente non lavorano più! Si trovano in una situazione estremamente demotivata e delegittimata, sono guardati con estremo sospetto da tutti”. Una denuncia che, dal passato, irrompe nei giorni nostri e non può che servire da monito, se pensiamo che a 25 anni dalle stragi del ‘92 Falcone e Borsellino vengono celebrati in pompa magna dall’organo di autogoverno della magistratura, ospitando – legittimamente – la testimonianza di una delle figlie del giudice, Lucia Borsellino, e l’intervento franco e tagliente del Procuratore nazionale antimafia Roberti (“La nomina di Borsellino alla Procura Antimafia avrebbe, altresì, costituito la pietra tombale sulla trattativa Stato-Mafia, che in quei primi giorni di giugno era stata sciaguratamente avviata“).
Ecco l’ipocrita trasparenza di cui parlavamo, l’operazione di delegittimazione che si ripete ancora oggi nei confronti di alcuni magistrati, gli stessi che mantengono vivo il valore della magistratura.
Per spiegare nel merito, rammentiamo la recente “bocciatura” dell’attuale
procuratore di Reggio Calabria de Raho, superato da Melillo per il posto di procuratore capo a Napoli – tra le procure più importanti nella lotta al crimine – nonostante il primo abbia maturato una notevole esperienza nel contrasto alla mafia ed abbia una maggiore anzianità, rispetto al secondo. Perchè, dunque, il Csm che si autoincensa nell’annunciare la desecretazione dei verbali di Falcone e Borsellino, prosegue imperterrito nella stessa strategia di ostacolo, se non peggiore, perchè almeno ai tempi di Falcone e Borsellino qualche magistrato, al Csm, tentava di difenderli pur non riuscendo ad ottenere la maggioranza? Tra questi ricordiamo Gian Carlo Caselli, il compianto Mario Almerighi, o Stefano Racheli, che all’indomani della bocciatura di Falcone come capo dell’ufficio istruzione di Palermo – poi guidato da Meli – parlò di un sentore di “massoneria” che aleggiava. Oggi, a parte pochissimi – uno su tutti, Piergiorgio Morosini – chi si preoccupa di difendere i colleghi bersagliati dal fuoco incrociato di politica e magistratura?
Tornando agli esempi nel merito. Non abbiamo mai assistito, finora, ad un’azione preventiva del Csm, in veste ufficiale, in risposta agli attacchi della politica contro le toghe più esposte. Nè ad una riforma dell’organo di autogoverno degna di questo nome (abbiamo già evidenziato l’importanza di un vero cambiamento
della struttura del Csm e delle sue logiche correntizie. Senza dimenticare il silenzio e l’ostilità del Csm nei confronti del pm condannato a morte da Riina, Di Matteo, dal procedimento disciplinare per il conflitto di attribuzione tra la Procura di Palermo e l’ex presidente della Repubblica Napolitano, alla serie di bocciature per il posto alla Direzione nazionale antimafia. Un’ostilità che, fortunatamente, si è infine conclusa con la recente promozione alla Dna per Di Matteo. Mentre, sul versante calabrese, il pm reggino Giuseppe Lombardo, più volte minacciato dalla ‘Ndrangheta e titolare di alcune delle inchieste ad alta tensione sui rapporti tra cosche e poteri forti, è stato nominato procuratore aggiunto.
Tolti questi pochi esempi di valorizzazione della meritocrazia, in questo gioco di contrasti e mancate prese di posizione sospettiamo che il Csm, dal suo vicepresidente in giù, possa essere tentato e condizionato dalla politica, che non può nè deve esercitare il suo potere sui magistrati. Questi ultimi, a loro volta, potranno impegnarsi in politica solo dopo aver abbandonato definitivamente la toga. Pena la perdita dell’indispensabile separazione dei tre poteri che, per dirla con
Lucio Battisti, devono essere “vicini, ma irraggiungibili”.
In conclusione. La magistratura non si voti all’autodistruzione, ma prenda atto del valore dei suoi magistrati, coraggiosi, incorrotti e incorruttibili, che chiedono con forza, anche sbattendo la porta, la fine delle correnti e delle sue logiche. Affinchè il Csm faccia finalmente la sua inversione di rotta.

fonte:http://www.antimafiaduemila.com

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