Servizi segreti: la storia dei nostri 007 da sempre vicini alla criminalità organizzata

Servizi segreti: la storia dei nostri 007 da sempre vicini alla criminalità organizzata

La storia dei servizi segreti italiani si alterna fra misteri e omissioni, depistaggi e ragion di Stato. Un intreccio di condotte che evidenzia contiguità con la criminalità organizzata.

23 Agosto 2017

di Francesca Scoleri

Quando si parla di servizi segreti all’estero, i racconti assumono un’aria particolare, quasi eroica; figure che si muovono per la salvaguardia del proprio Paese d’appartenenza. Uomini disposti a tutto per impedire che il nemico d’oltre confine possa compromettere la sicurezza dei propri connazionali. In Italia invece, parlare dei servizi segreti presuppone una serie di misteri di incomprensibile matrice. Nella triste condizione di Paese incapace di riscatto morale, accettiamo anche questo più o meno di buon grado nonostante l’oscura mano, agisca sempre a danno della collettività. Spesso spargendo sangue.

Succede cosi che uomini appartenenti ai servizi segreti, siano indicati da molti testimoni come affiliati a Cosa nostra anzi, “fra i killer più spietati”. In tal modo veniva definito Giovanni Aiello, morto pochi giorni fa sulle spiagge calabresi a causa di un malore. Meglio noto come “Faccia da mostro” per via delle cicatrici rimaste sul suo volto in seguito ad una esplosione, Aiello era indagato da ben 4 procure per fatti gravissimi; ex agente di polizia congedato dal 1977, era coinvolto in vicende criminali che hanno profondamente segnato il corso della storia d’Italia.

Morte provvidenziale se consideriamo le recenti scoperte della Procura di Reggio Calabria sul coinvolgimento della ‘ndrangheta nella stagione stragista ( Capaci, via D’Amelio, via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze e altre ancora ),  insieme alla Falange armata e ai servizi segreti. Nella ricostruzione dell’inchiesta, emerge la partecipazione di Faccia da mostro; le vicende che lo riguardano, sono state messe a verbale alla Procura Nazionale Antimafia. Nella peggiore tradizione italiana, chi troppo sa nuoce gravemente al potere che ricorre a incidenti, infarti e suicidi “necessari”. E’ ormai prassi.

Ma la storia di Faccia da mostro è  solo uno scorcio nel panorama ambiguo dei servizi segreti implicati in gravi fatti di sangue. Bruno Contrada, ha ricoperto incarichi di rilievo all’interno del SISDE – Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica – ex poliziotto, capo della Mobile di Palermo e capo della Criminalpol siciliana. La storia ci ha consegnato un quadro inquietante di questo agente segreto che,  nel 2007,  è stato condannato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il primo mafioso ad ottenere la sua “disponibilità”, secondo Gaspare Mutolo, fu Stefano Bontate e da li, una catena ininterrotta di favori. Il Magistrato che ne dispose l’arresto, Gian Carlo Caselli, cosi si esprime sulla figura di Contrada: “Tutte le sentenze di condanna a suo carico concludono dicendo che l’imputato ha dato il contributo sistematico e consapevole sia alla conservazione sia al rafforzamento di Cosa Nostra. Ci sono state “soffiate” per consentire la fuga di latitanti in occasioni di imminenti operazioni di polizia. Tre volte in favore di Totò Riina e di altri due latitanti mafiosi nel 1981. Risulta che l’imputato si sia mosso con la Questura per far avere la patente a Stefano Bontate e a Michele Greco detto Il Papa.”

Agghiaccianti testimonianze.Pensate in quante direzioni si estende il grado di favoreggiamento e all’entità dell’abuso di potere che da esso si sviluppa. Una rete di rapporti sovversivi ad oggi incontrollabili. E ancora, Lorenzo Narracci; attuale funzionario AISI – Agenzia informazioni e sicurezza interna – Gaspare Spatuzza testimonia la sua presenza nel garage in cui veniva imbottita di tritolo la FIAT 126 che uccise Paolo Borsellino e i giovanissimi agenti della sua scorta. Di lui parla anche il testimone di punta del processo trattativa Stato-Mafia Massimo Ciancimino le cui rivelazioni sulle frequentazioni della casa del padre, Vito, in Paesi più civili del nostro, avrebbero portato al riassetto completo della classe dirigente. In Italia invece, si è pensato di mettere in carcere il testimone del disonore di una Repubblica votata all’illegalità.

Anche l’orrore di certe vicende che non dimenticheremo mai, come la strage avvenuta alla stazione di Bologna nell’agosto del 1980, 85 morti e 200 feriti che ad oggi non hanno ancora avuto giustizia, è legato alla mano oscura che muove i servizi segreti. Di quella strage conosciamo solo i depistaggi avvenuti per mano del generale Giuseppe Santovito a capo del SISMI e iscritto alla P2 di Licio Gelli. La verità invece, quella può attendere. Come sempre.

Attende per Enrico Mattei, grande imprenditore italiano divenuto dirigente pubblico di spicco grazie ad una genialità ed ad una capacità diplomatica senza eguali; A lui si deve il grande successo dell’AGIP e una serie di proficui accordi con capi di Stato di Paesi produttori di petrolio. Mattei è precipitato nel vuoto col suo aereo mentre faceva ritorno dalla Sicilia. Dalla sua scomparsa misteriosa a quella del giornalista Mauro De Mauro che sulla vita di Mattei aveva raccolto molto materiale fino a poter ipotizzare le circostanze che portarono alla sua morte tutt’altro che accidentale e subito dopo, toccò a Pier Paolo Pasolini che proprio sulle vicende di Mattei, stava scrivendo il libro “Petrolio”, mai concluso. L’ennesimo omicidio coperto da silenzi inquietanti e rivelazioni tardive. il tutto diretto dalla solita mano oscura che muove i servizi segreti. Chi ha tratto maggiore vantaggio dalla morte di Mattei è infatti un uomo molto potente proveniente dal SIM Servizio Informazioni Militari: Eugenio Cefis. Successe a Mattei alla guida dell’ENI trascinandola in una palude di corruzione e malaffare. Questo dichiaravano Pasolini e De Mauro. A questa pista investigativa si avvicinarono Boris Giuliano e Carlo Alberto Dalla Chiesa anch’essi assassinati.

Uomini votati all’affossamento della verità. Recentemente, una sentenza emessa a Bologna circa il processo “Black Monkey”, dichiara che “la nuova mafia è dentro lo Stato e attacca la Costituzione. La sua esistenza e affermazione comporta anche la collaborazione con funzionari pubblici, apparati dello Stato e politici”

E tutto torna. Tutto appare chiaro. Come premesso, ogni Paese ha i suoi 007, agenti vanto e orgoglio nazionale. Poi c’è l’Italia. Uno dei nostri James Bond si chiama Mori. Mario Mori.
Pupillo di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, fra i vari incarichi puntualmente falliti, viene ingaggiato da Formigoni e Sala perchè impedisca infiltrazioni mafiose durante i lavori EXPO. Com’è accaduto quel che dichiarano i giudici milanesi ? “Gli uomini della ’ndrangheta hanno realizzato buona parte dei lavori del sito espositivo Expo 2015 ivi compresi i padiglioni dell’Italia, della Cina, dell’Ecuador, le rampe di accesso e tutta la rete fognaria”. Fallimenti che non hanno alcuna rilevanza penale, sia chiaro. Forse è solo il concetto di “impedire” che è stato frainteso col concetto di “favorire” ad ever avuto la meglio ma quel che appare chiaro, è che  siamo dentro ad una congiura inarrestabile che ci costa pezzi di vita democratica.

Tratto da: themisemetis.com

fonte:http://www.antimafiaduemila.com

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