ITALIA

Sale giochi,sale scommesse

Sale giochi,sale scommesse.State attenti perché dietro la maggior parte di esse può starci la criminalità.Un settore fortemente in espansione.Spuntano come funghi dovunque.

 

 

 

 

 

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Lotta alla malavita. Gli stipendi del clan? Con i soldi delle slot

Antonio Maria Mira, inviato a Casapesenna (Caserta) martedì 19 dicembre 2017

Affare centrale per la cosca Zagaria. Dopo gli arresti ora tocca ai giovani

I soldi delle slot machine per pagare gli ‘stipendi’ del clan. Dei boss in carcere e delle mogli, soprattutto, ma anche di quelli ancora in libertà. È quanto emerge dalle carte dell’inchiesta ‘Nereidi’ della Dia di Napoli, che una settimana fa ha portato in carcere la sorella e tre cognate del boss Michele Zagaria (LA CRONACA).

È la conferma che l’azzardo è centrale negli affari delle cosche, subito dopo il traffico di stupefacenti, come più volte sottolineato dai magistrati. E non solo le slot. Proprio a Casapesenna, ‘feudo’ di ‘capastorta’, uno dei soprannomi di Zagaria, si continuano ad aprire sale giochi e soprattutto sale scommesse. E c’è il forte sospetto che dietro ci siano i giovani della ‘famiglia’ che, con quasi tutti i capi in carcere, stanno continuando a tenere sotto controllo territorio e affari. Anche in modo più spavaldo.

A raccontare l’affare slot e il suo prezioso utilizzo per pagare gli ‘stipendi’, è il collaboratore di giustizia Raffaele Venosa, uomo considerato molto vicino a Michele Zagaria. Una testimonianza piena di omissis a conferma che le inchieste sul clan sono tutt’altro che finite e che probabilmente molto presto avremo nuove sorprese. «Convocai presso la mia abitazione… omissis…e…omissis…, i due mi confermarono che erano loro e gestire la cassa. Dissi loro che da quel momento in poi, si dovevano mettere da parte e che avrei provveduto io a fare gli stipendi e a gestire la cassa per conto del gruppo Schiavone e Venosa, mentre per gli Zagaria vi era un’autonoma cassa gestita da Capaldo Filippo (nipote di Michele Zagaria, attualmente in carcere, ndr) ed analogamente la cassa del gruppo Bidognetti era gestita autonomamente da…omissis… Posso riferire ciò, in quanto, io, per un verso, cercai di prendere anche la cassa del gruppo Zagaria ma il Capaldo Filippo mi mandò a dire che provvedeva lui direttamente anche perché avevano un diretto rapporto con chi le macchinette cioè l’attività di videogiochi dalla quale provenivano gran parte delle entrate. Tale notizia, il Capaldo me la inviò tramite Fontana Pasquale detto o’ russo che mi disse che i loro diretti riferimenti nel settore dei videogiochi erano Peppe o’ marmularo, proprietario o gestore delle macchinette, insieme al fratello che si chiama se non erro Giovanni».

Questi ultimi sono i fratelli Giuseppe e Giovanni Garofalo, detti i ‘marmulari’ ai quali Zagaria aveva affidato il sistema dell’azzardo, in particolare nei comuni di Casapesenna, San Marcellino, Trentola Ducenta e Villa di Briano. Qui avevano la «pressoché monopolistica gestione di internet point, sale giochi, bari e centri scommesse, nonché l’esclusiva distribuzione e gestione di slot machine».

Un controllo totale che è proseguito anche dopo l’arresto dei due fratelli, come conferma l’ultima operazione sulle donne del clan. E malgrado alcune pesanti condanne. Dieci giorni fa l’imprenditore Alberto Di Cierbo, titolare della Ese Italia – Evolution Softaware Engineering S.r.l., attiva nel settore del noleggio e distribuzione delle slot è stato condannato a dieci anni di reclusione per concorso in associazione di stampo camorristico e concorrenza sleale per il monopolio delle ‘macchinette’ nei bar dall’Agro aversano, con l’aiuto del clan dei ‘casalesi’ e in particolare della famiglia Zagaria, alla quale versava la metà degli introiti.

E questo spiega quanto questo sistema sia importante e prezioso per il clan al punto di non mollare l’affare malgrado inchieste e condanne, come le 17 tra 3 e 11 anni dello scorso luglio per l’operazione ‘Doma’ sempre della Dia di Napoli. Così ora tocca alle nuove generazioni, ragazzi poco più che ventenni ma diretti discendenti dei fratelli Zagaria. Una storia tutt’altro che finita.

Campagna tesseramento all’Associazione Caponnetto  anno 2018 ( 1 dicembre 2017 –  28 febbraio 2018 )

Campagna tesseramento all’Associazione Caponnetto  anno 2018 ( 1 dicembre 2017 –  28 febbraio 2018 )

 

 

 

APERTA LA CAMPAGNA DI ISCRIZIONI ALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PER IL 2018.

 

 

 

 

LE ABBIAMO SUBITE DI TUTTE MA CON ORGOGLIO OGGI POSSIAMO DIRE CHE L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO  E ‘ UNA DELLE POCHE ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA IN ITALIA PIU’ APPREZZATE ED AMATE DA CHI SERIAMENTE COMBATTE E VUOLE COMBATTERE IL MALAFFARE E LA CRIMINALITA’ MAFIOSA.

Avvertimenti “amichevoli” di rappresentanti autorevoli  ed  altri uomini delle istituzioni che ci “consigliavano” di non parlare di mafia “altrimenti fate scappare turisti ed imprenditori”;

tentativi di infiltrazione da parte di boss ed uomini di clan;

tentativi di delegittimazione da parte di soggetti,individuali e collettivi,politici e non,che pur dicono di perseguire i nostri stessi obiettivi;

tentativi di strumentalizzazione dell’Associazione per fini politici ed elettorali di tizio o caio o,addirittura,economici;

offerte di “collaborazioni” e “sostegni” con l’evidente obiettivo di piegarci al servizio dei loro autori;

querele e richieste risarcitorie;

intimidazioni;

tradimenti;

di tutto e di più!

Abbiamo sofferto,pianto,passato notti insonni,ci siamo svenati personalmente per aiutare anche chi ci ha piantato il pugnale alle spalle ed oggi possiamo dire con orgoglio di averle superate tutte con successo.

Oggi l’Associazione Caponnetto in Italia é l’Associazione Caponnetto!

“Altro” ed “Alto”!!!!

Rispettata,stimata,apprezzata per la sua operatività e la sua serietà,amata.

Ed anche temuta ed odiata perché tutti sanno che essa non dipende da chicchessia e non fa sconti a nessuno.

E non ha paura di nessuno.

Ripetiamo ,di nessuno.

In 15 anni di duro lavoro,siamo riusciti a trasformarci da gruppo locale ,prima in provinciale,poi regionale ed,infine,nazionale.

Abbiamo selezionato un gruppo dirigente di primissimo ordine,uno zoccolo duro composto da persone serie,affidabili,operative,libere,

Ci siamo attrezzati con un “ufficio ricerche” in grado di fare visure camerali,schedatura ed incroci di notizie importanti ,una sorta di database che ci consente di risalire all’identità dei soggetti che attenzioniamo;con un ” ufficio legale” coordinato da un principe del foro del livello del Prof.Alfredo Galasso.

Abbiamo iscritti esperti sul piano investigativo ed anche parlamentari che portano la nostra voce e le nostre istanze nelle sedi istituzionali.

Chi “conta”,ai vertici,sa il valore del lavoro che facciamo e,perciò,ci stima e ci rispetta.

Il tutto,senza che chiediamo nulla a nessuno,se non ai nostri iscritti,con la quota annuale del tesseramento,che é di 30 euro, e quella del 5 x mille.

Punto.

Quello che resta lo cacciamo dalle tasche personali di qualcuno di noi,sottraendolo alle nostre famiglie.

Anche quello che dovesse servire per aiutare qualcuno che ne abbia bisogno ( il che non é capitato raramente, finora).

Il nostro orgoglio ed il nostro vanto ,dai quali deriva la nostra “diversità”.

Fatti e non chiacchiere.

Massima operatività e niente retorica.

Indagine,denuncia e proposta,il nostro motto;

e sostegno alla magistratura ed alle forze dell’ordine nella lotta alle mafie ed alla corruzione.

Non a caso ci siamo dati il nome di un Magistrato – il “papà di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ” -, la cui memoria non intendiamo disonorare.

Costi quello che costi.

Mai !

Serietà estrema,riservatezza ed operatività sono le qualità che chiediamo a chi intende aderire all’Associazione Caponnetto,un sodalizio che ha come fine quello di combattere non un nemico comune,ma la più grande impresa e potenza del mondo:la MAFIA!

Con l’operazione “Tesseramento” che apriamo quest’anno,come negli anni trascorsi,ci proponiamo di continuare e rafforzare un’opera di vera,mai interrotta, ristrutturazione ,come una macchina che periodicamente si sottopone alla revisione,al rodaggio.

All’immagine ed al ruolo di prestigio che siamo riusciti a darci grazie ad un duro lavoro che ha avuto inizio quindici anni fa – ed il Convegno del 14 e 15 ottobre dell’anno scorso  organizzato da noi insieme all’Associazione Nazionale Magistrati ed al Collegio Nazionale Forense nell’Aula Magna della Cassazione che ha visto la partecipazione del Presidente del Senato Grasso,del Ministro della Giustizia Orlando ,della Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Bindi,del Procuratore Nazionale Antimafia Roberti,dei Procuratori di Roma Pignatone,di Palermo Lo Voi e di altri ancora di mezza Italia, ne é la dimostrazione plastica-,intendiamo unire quello delle massime efficienza ed operatività.

Non vogliamo assolutamente deludere le aspettative e le speranze della parte sana dell’Italia,di quanti sognano un Paese democratico e civile ripulito da tutte le schifezze che lo affliggono.

Ci servono “combattenti”,persone serie e motivate ,che credono nei valori della democrazia e che non siano animate da finalità personalistiche ed affaristiche.

Venite a darci una mano in questa guerra che abbiamo il dovere di fare per non lasciare i nostri figli ed i giovani tutti in un inferno.

Ci é stata preannunciata l’adesione di amici esperti sul piano investigativo e sul loro arrivo contiamo moltissimo perché questo é l’aspetto che ci interessa di più.

Per difendere e salvaguardare lo Stato di diritto servono persone che sanno dove è necessario andare a mettere le mani e non parolai e gaglioffi pronti a darsela a gambe levate al primo schioppo.

Coloro che intendono iscriversi all’Associazione Caponnetto potranno inviarci una domandina con tutti i loro dati anagrafici,indirizzi,professione,email,numeri di telefono,numero di codice fiscale,eventuali incarichi o attività politiche o amministrative che ha svolto e svolge a questa mail: info@comitato-antimafia-lt.org- Non dovranno assolutamente rimettere la quota annuale di iscrizione se non solo dopo  l’eventuale accoglimento della richiesta di iscrizione.

LA SEGRETERIA NAZIONALE

 

COLORO CHE,INVECE,SONO GIA’ ISCRITTI  DOVRANNO RIMETTERE LA QUOTA  SOCIALE ANNUA DI E.30  ENTRO IL PROSSIMO 28  FEBBRAIO  SOLAMENTE   TRAMITE BOLLETTINO DI CONTO CORRENTE POSTALE N. 86015211 INTESTATO ALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

De Raho è il nuovo procuratore nazionale antimafia

De Raho è il nuovo procuratore nazionale antimafia.PROCURATORE,RALLEGRAMENTI.UN SALUTO CALDO ED AFFETTUOSO ED UN RINGRAZIAMENTO AL DR.ROBERTI CHE HA VOLUTO CHIUDERE CON UN SEGNALE FORTE,ONORANDOCI E GRATIFICANDOCI CON LA SUA AUTOREVOLE PARTECIPAZIONE AL  CONVEGNO DEL 31 OTTOBRE DELLA CAPONNETTO A NAPOLI. AL DR. CAFIERO DE RAHO,CHE AMIAMO PER QUANTO HA FATTO E FA E CHE NON UNA SOLA VOLTA E’ STATO FRA DI NOI,UN FELICE RITORNO ED A PRESTO.

De Raho è il nuovo procuratore nazionale antimafia

Lo ha nominato il plenum del Csm all’unanimità. Succede a Roberti. Prima di Reggio, era stato pm a Napoli dove aveva guidato l’inchiesta “Spartacus” sui casalesi

Mercoledì, 08 Novembre 2017 1

ROMA Il nuovo procuratore nazionale antimafia è Federico Cafiero de Raho, che ora è il capo della procura di Reggio Calabria. Lo ha nominato il plenum del Csm all’unanimità, dopo che ieri il Pg di Palermo Roberto Scarpinato aveva ritirato la propria candidatura. Napoletano, 65 anni, de Raho è stato a lungo pm a Napoli e ha legato il suo nome al processo “Spartacus” che, scaturito dalle dichiarazioni del primo pentito dei casalesi Carmine Schiavone, portò all’azzeramento della cupola del clan. Succede a Franco Roberti che va in pensione.

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it/

Agromafia: infiltrati o partner del mercato?

Agromafia: infiltrati o partner del mercato?

23 settembre 2017di Antonello Mangano

Introduzione

L’agricoltura è uno dei settori dove l’impresa mafiosa è sempre più invadente. Nel linguaggio giornalistico, questa presenza viene generalmente definita come infiltrazione. Un termine non neutrale che rimanda a un problema esterno, che può essere raccontata in una versione minimalista (“le infiltrazioni mafiose”) oppure apocalittica (“la mafia controlla tutto”).

In entrambe le ipotesi, il problema rimane esterno. Negli Usa, la cultura Wasp (White Anglo Saxon Protestant) rappresentava la criminalità organizzata come alien conspirancy, per indicare che è arrivata con gli immigrati: italiani, irlandesi, ebrei. C’è una parte di verità. Ma un qualunque film di Scorsese fa capire che non è così semplice. La società americana non era innocente ma pronta ad accogliere al suo interno un organismo brutale ma a suo modo efficiente e inserito nelle dinamiche dell’economia capitalista.

Due criteri

Dobbiamo ricordare che un’impresa si definisce mafiosa in base a due criteri: uno soggettivo e l’altro oggettivo.

  1. Un’azienda può essere mafiosa quando è riconducibile a un soggetto criminale.
  2. Oppure quando usa il metodo mafioso, in particolare l’uso strumentale della violenza, effettiva o minacciata.

Un esempio concreto. Un grande gruppo tedesco come Despar, almeno per un determinato periodo e secondo gli atti dei magistrati, ha affidato a una impresa mafiosa del trapanese i suoi punti vendita. Perché ha fatto questa scelta? Le risposte possibili sono tre.

  1. Non si sono accorti dell’elemento mafioso dell’impresa.
  2. Sono stati costretti tramite pratiche coercitive (violenza effettiva o minacciata).
  3. Il mafioso non si è presentato come criminale ma da imprenditore fortemente concorrenziale.

In via generale, il mafioso si presenta come partner appetibile e credibile. Offre prezzi competitivi, assicura l’assenza di problemi sindacali e con garantisce una liquidità senza pari rispetto alle imprese “ordinarie”.

L’impresa mafiosa è una forma estrema di azienda, ma non è estranea a questo sistema. Spesso è persino richiesta. Altrimenti sarebbe già sparita. La storia dell’antimafia è piena di denunce del pizzo fatte da piccole aziende. Molto raramente da grandi imprese, che sarebbero infinitamente più tutelate.

La storia dell’espansione criminale nel Nord Italia è costruita su queste vicende. Aziende riconducibili a mafia, camorra e ‘ndrangheta che diventano partner affidabili di rispettabili imprenditori emiliani, lombardi, piemontesi. Difficile pensare a una costrizione di massa. Più facile immaginare un reciproco tornaconto.

Non è un caso che, nel settore della logistica, le grandi aziende tra Milano e Piacenza hanno sempre minacciato di delocalizzare durante gli scioperi dei lavoratori, ma non hanno mai detto nulla sulla presenza straripante di camorra e ‘ndrangheta nelle cooperative in subappalto [1].

Il modello californiano

Veniamo all’agricoltura. Nonostante si parli da anni di “filiera corta”, oggi i passaggi dal campo al bancone del supermercato sono numerosi. Spesso sono caratterizzati da intermediazioni parassitarie.

Il modo di produzione, in tutta l’Europa del Sud, ha le stesse caratteristiche:

  1. uso intensivo di manodopera migrante altamente ricattabile (a causa di status giuridici precari e assenza di diritti stabili riconosciuti);
  2. situazioni abitative al di sotto degli standard minimi della dignità umana (tuguri fatiscenti, tendopoli senza riscaldamenti, baraccopoli, container, …);
  3. bassa intensità di capitale e alta intensità di lavoro;
  4. cultura imprenditoriale” basata sulla diffidenza, l’illegalità e l’insofferenza alle regole;
  5. necessità di forza lavoro molto flessibile, specie nelle raccolte (pomodoro, arance, frutta, vendemmia) per brevi periodi di tempo;
  6. manodopera organizzata in squadre e capisquadra, con conseguente ricorso al caporalato;
  7. luoghi di lavoro estremi (stalle, serre, campagne isolate, spesso in stato vera segregazione);
  8. violenza endemica: mancati pagamenti e minacce; aggressioni fisiche; razzismo violento di matrice criminale;  riduzione in schiavitù; persino sfruttamento sessuale.

Si parla di modello californiano perché già negli anni ’30 l’agricoltura in quell’area presentava alcune delle caratteristiche indicate. In un contesto del genere – sistematicamente fondato sull’illegalità e sulla sopraffazione – l’impresa mafiosa si inserisce benissimo.

Gli invisibili

Dal sud della Spagna alla Grecia, fino in Puglia, Sicilia e Calabria, tutta l’Europa mediterranea produce in condizioni di grave sfruttamento i prodotti ortofrutticoli destinati in gran parte ai mercati del Nord.

Oggi il modello si estende e non risparmia regioni un tempo immuni come ad esempio il Piemonte. Quella che è descritta come un’emergenza umanitaria – ghetto di Rignano (Foggia), baraccopoli-tendopoli di Rosarno (Reggio Calabria), area di Saluzzo (Cuneo) etc. – è in realtà il frutto di un vero e proprio sistema di produzione [2].

Eppure, secondo la retorica umanitaria le vittime dello sfruttamento sono “gli invisibili”, “gli schiavi”, “i disperati”. La questione del lavoro migrante in agricoltura è affrontata quasi sempre all’insegna del paternalismo. Ma gli invisibili delle campagne esistono davvero. Ciò che davvero rimane nell’ombra è il sistema di produzione e i suoi protagonisti.

Il mercato e le imprese mafiose

Grandi compratori di prodotto, multinazionali del pomodoro o del succo di frutta, padroni dei vigneti pregiati, grande distribuzione. I capi dei mercati ortofrutticoli e dei centri di raccolta. A un livello più basso i piccoli produttori. E, infine, i braccianti. Una filiera articolata e piena di contraddizioni.

In quale livello del mercato si inseriscono le imprese mafiose? Commercio e trasporto sono i settori più “a rischio”. Il gommato è storicamente controllato in molte regioni da imprese criminali.

L’impresa mafiosa presenta – rispetto al calcolo economico e al mercato – tre caratteristiche:

  1. economicità del prodotto;
  2. assenza di sindacato;
  3. basso costo del lavoro.

Il brodo di coltura è la diffidenza nei confronti delle regole condivise. I tentativi di premiare le aziende che rientrano nella legalità, come avvenuto per esempio in Puglia, sono generalmente falliti. Pochissimi sono i padroni che aderiscono, evidenziando che lo sfruttamento e la violazione delle regole sono un’abitudine che non si scalfisce con gli “incentivi”.

Il caso di Latina

L’aspetto più spaventoso è la normalità della violazione di regole, l’impresa ordinaria che diventa sempre più “mafiosa”. Nel sud del Lazio, incredibilmente, si segnala che l’azienda legata alla camorra è più attenta di altre al rispetto delle regole per evitare controlli e indagini sui patrimoni [3].

La ditta “onesta”, invece, usa manodopera gratuita grazie alle surreali leggi in vigore che costringono a partire con un contratto di lavoro in mano. La conseguenza è che “i datori di lavoro e gli intermediari chiedono al lavoratore cifre ingenti (dai quattro ai seimila euro) per la stipula di un contratto di lavoro indispensabile per il rilascio e per il rinnovo del permesso di soggiorno. Se il lavoratore non dispone di tali cifre, è costretto a lavorare senza percepire alcun compenso fino a sanare il debito contratto” [4].

Sono soprattutto i lavoratori del Punjab le vittime di questo traffico. E sono gli stessi che in queste condizioni producono gli ortaggi che andranno a finire nei punti vendita della Capitale. I due grandi mercati ortofrutticoli locali, Guidonia e Fondi, sono noti il primo per il caso di minori egiziani sfruttati; il secondo per le forti presenze della criminalità organizzata.

La filiera mafiosa delle arance

L’imperio mafioso parte dalle campagne e arriva nei mercati”, dice Giuseppe Lavorato, ex sindaco comunista del paese. La sua solitaria denuncia troverà conferma anni dopo negli atti delle operazioni All Inside e All Clean dei magistrati di Reggio Calabria. Dal conferimento delle arance al confezionamento, dalla plastica al cartone, dalle pompe di benzina al trasporto su gomma tutta la filiera era sotto controllo. E gli africani sono stati gli unici a ribellarsi [5].

U pirata, u testuni, u pacciu, u babbu, u ballerinu sono i soprannomi degli esponenti della ‘ndrina Pesce, spesso ereditati di padre in figlio. I nomi fanno sorridere, gli uomini no. I Pesce sono una delle dinastie mafiose di maggior rilievo del panorama mafioso calabrese. Con i cartelli messicani e colombiani si occupano di traffico internazionale di cocaina, agevolavano ditte cinesi per far arrivare merce contraffatta nel porto di Gioia Tauro, hanno provato a clonare il modello criminale calabrese fondando in Basilicata il clan dei “Basilischi”. A Rosarno controllavano tutto, dalle pompe di benzina alla locale squadra di calcio. Un territorio relativamente ricco – grazie all’agricoltura –  è stato lentamente e inesorabilmente prosciugato.

Negli anni ‘70 la ‘ndrangheta ha allontanato dai nostri paesi i commercianti che pagavano il prodotto ad un prezzo remunerativo, per rimanere sola acquirente ed imporre il proprio basso prezzo”, denuncia Lavorato.

Dopo l’operazione All Clean del 2012, la denuncia dell’ex sindaco ha trovato una conferma inequivocabile. Alcune delle aziende sequestrate, infatti, permettono di ricostruire la filiera delle arance nel rosarnese: una cooperativa per la raccolta e la commercializzazione, cinque ditte di trasporti, due di imballaggio in plastica e in cartone.

Naturalmente, prima di procedere alla confisca, la magistratura dovrà accertare l’effettiva disponibilità delle aziende alla ‘ndrina. In più c’è una catena di supermercati, che non è stata sottoposta a sequestro. Ma è lo stesso Antonino Pesce a spiegarne la genesi al figlio: “L’ho creata io, 30 anni fa”. Così si legge nelle intercettazioni. Difficile in questi anni non conferire gli agrumi, ordinare cassette, vendere il prodotto a ditte che non fossero nell’orbita dei Pesce.

I mafiosi si arricchivano, i piccoli produttori diventavano sempre più poveri e gli africani dormivano d’inverno in fabbriche abbandonate col tetto sfondato. Poi il 12 dicembre del 2008 un rapinatore ferisce due ivoriani. Poche ore dopo gli africani danno vita alla prima rivolta pacifica e vanno dai carabinieri a descrivere l’uomo. Sarà arrestato dopo poche ore. Molti dicono che è un balordo. Nell’aprile del 2011 verrà rinviato a giudizio insieme agli affiliati del clan Pesce.

Definizione

È interessante definire l’impresa mafiosa come forma estrema di quella capitalistica. Che si estende e prolifera dove mancano i diritti. Una generica cultura della legalità e delle regole del mercato oppure la prevalenza dell’azione repressiva scalfiscono alcuni problemi ma non eliminano il terreno di coltura dei criminali: la possibilità di esercitare la sopraffazione sul più debole.

Zone ritenute immuni sono sempre più controllate non solo da imprese mafiose, ma dal metodo mafioso. L’azione della società civile, prima fra tutte la difesa dei diritti del lavoro, può fermare questo virus. Sempre che sappia riconoscerlo.

___________

[1] Per approfondire l’argomento v. www.terrelibere.org/tag/logistica

[2] Si veda per esempio questo archivio: http://www.terrelibere.org/tag/migranti_lavoratori/

[3] MEDU, “Terra ingiusta”, Rapporto sullo sfruttamento in agricoltura, Roma 2015

[4] Medu, cit.

[5] Per approfondire, A. Mangano, Gli africani salveranno Rosarno, terrelibere.org 2009

Perché i terroristi islamici non colpiscono l’Italia……………

L’ex procuratore antimafia Vincenzo Macrì: «I terroristi islamici non colpiscono l’Italia perché hanno bisogno dei traffici con le mafie»

24 SETTEMBRE 2017

L’ex procuratore nazionale antimafia Vicenzo Macrì: «Le mafie italiane sono presenti nel Nord Africa per guidare il traffico dei migranti verso le coste. C’è una sorta di divisione dei proventi di questo traffico». Su Milano: «Dagli anni 90 la ‘ndrangheta è a Milano. Oggi la città è il centro di smercio di cocaina di tutta l’Europa, è la piazza dove si fa il prezzo». – di Ruben H. Oliva /Corriere TV

L’ex procuratore nazionale antimafia Vicenzo Macrì: «Le mafie italiane sono presenti nel Nord Africa per guidare il traffico dei migranti verso le coste. C’è una sorta di divisione dei proventi di questo traffico». «Già dagli anni ‘90 Milano era diventata capitale della’ ndrangheta. In Lombardia si era prodotta una richiesta di servizi mafiosi che la ‘ndrangheta è stata pronta a offrire. Milano oggi è il centro di smercio di cocaina di tutta l’Europa, è la piazza dove si fa il prezzo».

Link video:http://video.corriere.it/ex-procuratore-antimafia-vincenzo-macri-terroristi-islamici-non-colpiscono-l-italia-perche-hanno-bisogno-traffici-le-mafie/145b0cac-a0f3-11e7-97ce-75ed55d84d04

Fonte:http://video.corriere.it

Siamo alla frutta ormai.

Alla fine, in quello che per 70 anni è stata l’unica roccaforte della sinistra in Sicilia, a rimanere incastrato nella tenaglia dello scambio politico mafioso è stato proprio uno di loro, quel Giuseppe Nicosia, ex sindaco del Pd che l’anno scorso, a pochi giorni dal voto per le amministrative che avrebbero segnato la storica conquista del territorio di Vittoria da parte del centrodestra, aveva ricevuto un avviso di garanzia e una perquisizione nel suo comitato elettorale. Appalti e soprattutto posti di lavoro graditi ai boss della Stidda e di Cosa nostra. I fratelli Nicosia tenevano contatti diretti con esponenti della Stidda, gruppo attivo nella gestione economica di interi settori del Vittoriese come la raccolta della plastica e la produzione degli imballaggi per i prodotti ortofrutticoli. Ai lavoratori della ditta incaricata dello smaltimento dei rifiuti, Nicosia avrebbe assicurato in assemblea la stabilizzazione. E, pur rimanendo fuori dal ballottaggio, l’ex sindaco Pd, pur di tenere fede al suo patto con i clan, sarebbe riuscito ad ottenere l’assunzione al Comune di 60 netturbini facendo convergere i suoi voti, al ballottaggio, sul candidato del centrodestra poi risultato eletto, l’avvocato Giovanni Moscato, ora indagato per corruzione elettorale.

Quello fotografato dall’inchiesta della Dda di Catania guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro, che ha portato agli arresti domiciliari Nicosia e suo fratello Fabio, attuale consigliere comunale e altre quattro persone tutte indagate per voto di scambio politico-mafioso, è uno scenario inedito per la città sede del più grosso mercato ortofrutticolo del Meridione dove le infiltrazioni non solo di Cosa nostra, ma anche di Stidda, ndrangheta e persino della camorra continuano a condizionare in maniera assoluta l’economia e quindi anche la politica di un territorio strategico per gli assetti dell’isola. Dove, stando alle risultanze dell’inchiesta della Dda di Catania, a scendere a patti con le cosche sarebbero stati proprio esponenti di quella sinistra che, forse proprio sentendosi mancare il terreno del consenso elettorale sotto i piedi, negli ultimi dieci anni avrebbe strizzato l’occhio ai voti dei clan.

Ci sono le amministrative del 2016 ma anche quelle del 2011 e del 2006, le regionali e le nazionali del 2008 e del 2012 sotto la lente di ingrandimento dell’indagine della Guardia di finanza che, l’anno scorso, a due giorni dal voto, fece irruzione nei comitati elettorali di tutti i candidati portando via diverso materiale. Anche in quello di Giovanni Moscato, il 40enne avvocato espressione di liste civiche di centrodestra poi eletto e risultato vincitore nel duello con l’uomo che negli ultimi cinquant’anni è stato il volto del Pci a Vittoria, il politico per antonomasia, sindaco per cinque volte dal 1978 al 2006, ricandidatosi a 70 anni, Francesco Aiello, già primo cittadino, assessore regionale all’agricoltura, parlamentare nazionale, quello che si è sempre vantato di essere l’unico politico ad ammettere che “a Vittoria la mafia c’è”.

E, stando alle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni stanno alla base dell’inchiesta della Procura di Catania, le “sirene” delle cosche ormai da anni avrebbero messo piede nei comitati elettorali della sinistra, di quello che fu il vecchio Pci vittoriese e del nuovo Pd che non sono mai andati d’amore e d’accordo, tanto che i fratelli Nicosia ( Fabio adesso sarebbe tra i candidati della lista alle regionali di Rosario Crocetta9) avrebbero appoggiato il centrodestra al ballottaggio piuttosto che l’esponente della sinistra.
Aiello e Moscato, i due candidati entrambi raggiunti da avvisi di garanzia alla vigilia del voto dell’anno scorso, non sono tra i destinatari dei provvedimenti della Procura catanese che invece avrebbe trovato elementi a sostegno del patto che avrebbe legato i clan agli esponenti del Pd, quello dell’ex sindaco Nicosia e di diversi altri candidati a lui vicini che avrebbero personalmente fatto da tramite con le cosche.

La Procura ha sottolineato che non è

stata chiesta alcuna misura cautelare nei confronti di Moscato perché il reato ipotizzato non la prevede. Secondo l’accusa, sarebbero stati i fratelli Giuseppe e Fabio Nicosia a fare convergere nel turno di ballottaggio i voti su Moscato candidato per il centrodestra, eletto sindaco nel giugno 2016. In cambio, secondo l’ipotesi accusatoria, Moscato avrebbe portato avanti la stabilizzazione di 60 dipendenti della ditta che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.

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