Emilia Romagna

Reggio Emilia, settima auto bruciata da agosto: appartiene alla cognata di un imputato per ‘ndrangheta in Aemilia

Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2017

Reggio Emilia, settima auto bruciata da agosto: appartiene alla cognata di un imputato per ‘ndrangheta in AemiliaL’incendio doloso è avvenuto a Cadelbosco Sotto, comune della provincia e poco lontano da Reggiolo dove solo pochi giorni fa è stato freddato sul pianerottolo il 31enne Francesco Citro. Sul caso indaga anche la procura Antimafia di Bologna. Tensione in aula, si teme che cresca la violenza anche al di fuori del carcere

di Paolo Bonacini

Reggio Emilia brucia. Un’altra auto a fuoco nella notte in provincia nel comune di Cadelbosco, ancora una volta per cause dolose. E’ una Mercedes Classe A che secondo le prime informazioni appartiene alla cognata di Antonio Crivaro, imputato nel rito ordinario del primo maxi-processo Aemilia per ‘ndrangheta che si sta celebrando in questi mesi proprio a Reggio Emilia. E’ la settima autovettura che finisce in fiamme in provincia dall’otto agosto ad oggi. Solo cinque giorni fa il rogo all’ora di cena della Volkwagen Golf della moglie di Francesco Citro, 31enne ucciso qualche ora più tardi a colpi di pistola sul pianerottolo d’ingresso della propria abitazione a Villanova di Reggiolo.

Pochi elementi sull’ultimo incendio: vigili del fuoco e carabinieri sono arrivati a Cadelbosco Sotto, frazione di Cadelbosco Sopra, poco dopo mezzanotte ed hanno accertato l’origine dolosa delle fiamme. L’auto era in via Landi nel parcheggio sotto casa dei proprietari, parenti di Antonio Crivaro, cutrese arrestato la notte del 28 gennaio 2015 con l’accusa prevista dal 416 bis: associazione di stampo mafioso. Per la Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna era esperto di operazioni finanziarie e fideiussioni, ed operava a stretto contatto con Antonio Gualtieri, ritenuto uno dei sei capi della cosca emiliana.

A processo è anche Salvatore Silipo, come Crivaro originario di Cutro, che nella notte di domenica 6 agosto aveva visto andare a fuoco sotto casa la Fiat Punto della moglie in via Zambonini a Reggio. In quel caso gli autori dell’incendio avevano lasciato una tanica di benzina vicino all’autovettura; il collaboratore di giustiziaSalvatore Muto lo indica come un segno di intimidazione, una firma per spaventare la vittima. Il 9 ottobre invece a Castelnovo Sotto, a tre chilometri di distanza dal rogo di questa notte, era bruciata un’Opel Antara intestata ad una concessionaria mantovana, utilizzata da un cittadino del paese nativo di Milano. La benzina in quel caso era stata usata per impregnare gli interni dell’auto. Il 14 ottobre nel quartiere San Prospero Strinati di Reggio Emilia bruciava verso mezzanotte la BMW X5 di un imprenditore edile di 45 anni, Francesco Ranieri, per il quale vale la regola del “non c’è due senza tre”: le altre due auto di sua proprietà erano finite in fiamme a Cutro e ancora a Reggio. Meno di 24 ore dopo aSant’Ilario, ai confini con Parma, andava a fuoco la Golf di una donna di 48 anni originaria di Catanzaro. Prima le hanno danneggiato l’auto, poi l’hanno bruciata. E infine arriviamo a novembre, con il record che spetta al comune di Reggiolo: tre incendi dolosi ad altrettante auto nel giro di una settimana. L’ultimo venerdì scorso, con l’epilogo tragico dell’attentato che non ha lasciato scampo all’autista di camion Francesco Citro.

Cosa sta succedendo? Se lo chiedono gli investigatori e se lo chiede la gente. Le indagini non hanno per ora svelato un possibile movente sull’omicidio di Reggiolo e si continua a guardare in tutte le direzioni, attraverso un lavoro congiunto della Procura Antimafia di Bologna e di quella ordinaria di Reggio Emilia. La preoccupazione è palpabile in provincia e una riunione dei Comuni della Bassa Reggiana, inizialmente prevista a Novellara, è stata spostata a Reggiolo dove è avvenuto l’omicidio. Inizia questa sera e saranno in tanti a partecipare, a partire dai sindacati Cgil Cisl e Uil che segnalano un possibile collegamento con il processo in corso: “Il rischio che l’associazione di stampo mafioso alzi il tiro contro la legalità e la democrazia, mentre il processo Aemilia sta svelando tutti gli affari illeciti e i delitti commessi dalla cosca reggiana, è sempre presente”.

In aula, anche questa mattina, il collaboratore di giustizia Salvatore Muto continua a raccontare fatti dettagliati e ad accostarli agli imputati. Le violenze in carcere, i tentativi di condizionare i testimoni con messaggi registrati su schede micro sd che entrano ed escono tranquillamente dalle case circondariali, la creazione di nuovi gruppi che non ricalcano i precedenti organigrammi della Famiglia reggiana di ‘ndrangheta, sono segnali che fanno pensare ad un momento di svolta, con il palpabile nervosismo di chi è dietro le sbarre o ascolta dall’aula in libertà vigilata. La preoccupazione in città è che la tensione generi nuova violenza; l’omicidio della scorsa settimana e le auto che “non bruciano da sole” aggiungono nuovi motivi di paura.

Aemilia, lo schizzo del pentito sullo schema della ‘ndrangheta: “Mondi paralleli che si incontrano senza un sole assoluto”

Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2017

Aemilia, lo schizzo del pentito sullo schema della ‘ndrangheta: “Mondi paralleli che si incontrano senza un sole assoluto”

Il disegno del collaboratore di giustizia Antonio Valerio è arrivato in aula al maxi-processo nell’udienza di martedì 28 novembre e ilfattoquotidiano.it può mostrarvelo in anteprima. La struttura delineata rende bene l’idea di quella che viene definita una ‘ndrangheta 5.0

di Paolo Bonacini

Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio l’aveva promesso al presidente del collegio giudicante Francesco Maria Caruso: uno schizzo a mano per rappresentare le relazioni e i centri di comando della consorteria emiliana. Il disegno è arrivato in aula al maxi-processo Aemilia nell’udienza di martedì 28 novembre e rende bene l’idea di una ‘ndrangheta 5.0, come la definisce lo stesso Valerio. Non più strutturata per gerarchie verticali ma composta da “linee parallele” di azioni e responsabilità che prima o poi si incontrano come le “linee di fuga del Brunelleschi”.

Valerio disegna quattordici circonferenze affiancate e tangenti. Sette cerchi per ogni linea, quasi un sistema solare di mondi che dialogano tra di loro attraverso le diagonali tratteggiate. Un sistema che però è senza sole, perché non c’è una stella che brilla più delle altre. Neppure Nicolino Grande Aracritrova spazio: lui e il suo potere sono finiti attratti dal buco nero di una detenzione dalla quale difficilmente si libererà viste le condanne già incamerate e i processi che lo attendono.

Il primo mondo che si incontra viaggiando nello spazio di Valerio è quello di Nicolino Sarcone, e dei suoi fratelli Gianluigi, Peppe e Carmine, per sottolineare che tutta la famiglia comanda. A Reggio Emilia sono i capi, che nel disegno del pentito vengono affiancati alla vecchia guardia dei “presentabili” ai quali si aprivano le porte dei salotti buoni nella città. Da Giuseppe Iaquinta, padre dell’ex calciatore della nazionale Vincenzo, a Pasquale Brescia che gestiva un maneggio totalmente abusivo e molto frequentato da poliziotti e carabinieri. Passando per Alfonso Paolini, che in Questura ci bazzicava spesso come Brescia per lavori di ristrutturazione affidati alle loro aziende. Tutti e tre sono a processo con l’accusa di appartenenza alla ‘ndrangheta.

E’ un pianeta a stretto contatto con quello distante solo una ventina di chilometri, a Brescello. Un mondo brullo e con poca vita dove, scrive Valerio, comanda l’imputato Alfonso Diletto e basta. Oggi nel paese in provincia di Reggio Emilia non c’è più neppure il sindaco, perché il comune è stato commissariato. Francesco Grande Aracri che vive qui, sebbene sia il fratello del capo assoluto, non viene neppure menzionato.

Sulla linea parallela alla prima troviamo i mondi degli imputati Silipo e Bolognino, dove saltano agli occhi anche cognomi emiliani doc: Costi, Salsi, Gibertini, Bianchini. Sono imprenditori, giornalisti, costruttori, importanti nel processo per ricordare a tutti che la cosca emiliana non è solo un problema di immigrazione cutrese. Affiancato al pianeta Diletto c’è il Francesco Lamanna, governatore nel cremonese e nel piacentino che si incontra a Parma con il capo brescellese. Alla sua corte il violento Antonio Rocca,protagonista del processo Pesci sulle malefatte della Famiglia nel mantovano, e il braccio destro del capo Salvatore Muto che sta confessando in queste ultime udienze.

I Muto sono comunque talmente in tanti a processo da meritare un mondo a parte, il successivo. Come gli Amato del resto, come i Vertinelli, come i Floro Vito, con i rispettivi entourage. Andando verso i bordi del sistema solare troviamo il mondo di Frontera, Cappa e Pallone, poi quello di Gualtieri, Villirillo e Mancuso. Ma si fatica a decifrare chi è con loro perché siamo lontani dal centro del sistema solare.

Il cuore di questo cosmo è un pianeta collocato sulla linea prospettica più alta, con tre mondi a destra e tre a sinistraperfettamente equilibrati. I nomi che identificano il corpo celeste sono quelli di Valerio e di Blasco, amici nemici di una intera vita. Con loro stanno Eugenio Sergio, quello che Muto pochi giorni fa ha accusato in aula di aver chiesto voti a Lamanna nel 2014 per il candidato sindaco del Pd a Reggio Emilia Luca Vecchi; Roberto Turrà, quello che in una intercettazione intimidisce la titolare di una azienda agricola di Campagnola Emilia dicendole: “Se rimani senza un piede, come fai a camminare?”, e Baachaoui Karima, quella che si dice sia molto bella e che adesso è latitante non si sa dove. Checché ne dica il collaboratore, è il mondo che rappresenta il baricentro del suo disegno. Il ponte di comando di tutto l’universo di ‘ndrangheta conosciuto in Emilia.

 

Paci: “In Emilia Romagna il fenomeno mafioso è stato sottovalutato”

Paci: “In Emilia Romagna il fenomeno mafioso è stato sottovalutato”

“In Emilia Romagna c’è stata “una sottovalutazione” del fenomeno mafioso e si “sconta un ritardo dovuto alla trascuranza e alla scarsa conoscenza” che si e’ avuta in passato riguardo al radicamento sul territorio delle organizzazioni criminali: è il pensiero, riportato dai colleghi dell’Agi, di Gaetano Calogero Paci, procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria tra i relatori del convegno “Il tuo comportamento favorisce le mafie”, promosso questa mattina a Bologna dall’Assemblea legislativa regionale con il patrocinio dell’Alma Mater e dell’associazione “Cortocircuito”. Un ritardo che “deve essere colmato con il tempo – ha spiegato il magistrato – non si può pensare di risolverlo nel giro di qualche anno e soltanto con qualche inchiesta”. Questo perché “il radicamento di strutture criminali provenienti dal sud non si estirpa facilmente e occorre un’opera di bonifica, certamente di carattere repressivo ma non solo, a cui sono chiamati tutti, i professionisti, gli avvocati, i notai, i commercialisti. In Emilia il fenomeno del radicamento della ‘ndrangheta sul territorio è venuto alla luce grazie alla recente l’inchiesta denominata “Aemilia” coordinata dalla Dda di Bologna. Il processo di primo grado è in corso al tribunale di Reggio Emilia.

“Oggi il radicamento delle organizzazioni criminali di stampo ‘ndranghetista, prevalentemente, ma anche camorristico, e’ sotto gli occhi di tutti quindi – ha sottolineato Paci – l’autorità giudiziaria,ormai da qualche anno, sta facendo benissimo il proprio lavoro e sta cercando di fare emergere una serie di relazioni non soltanto tra soggetti provenienti da aree meridionali ma, tra questi, e il mondo della politica, delle professioni e soprattutto il mondo dell’economia. Il vero nodo che va sciolto e che deve consentire di sconfiggere definitivamente l’organizzazione criminale – ha osservato ancora il procuratore della dda di Reggio Calabria – consiste proprio nel mettere a nudo questi rapporti e nell’evidenziare come, purtroppo, tanta parte della società emiliana, sotto tanti profili, abbia avuto ed abbia rapporti con le organizzazioni criminali”. Infine un messaggio agli studenti presenti al convegno: “il tema della mafia non riguarda esclusivamente gli investigatori e le forze dell’ordine ma attiene – ha concluso il magistrato – all’essenza stessa della democrazia. Una partecipazione consapevole alla vita sociale e politica puo’ consentire di isolare sempre più le organizzazioni criminali. A questo siamo chiamati tutti”.

Venerdì, 20 Ottobre 2017

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it

 

È il terzo attentato al costruttore edile.Reggio Emilia.Una scia di fuoco mafioso

È il terzo attentato al costruttore edile

A fuoco l’auto Bmw X5 parcheggiata nel box della villa di via Andreini. Il rogo è doloso, già allertata l’Antimafia

di Tiziano Soresina

15 ottobre 2017

REGGIO EMILIA. La scia di fuoco non s’arresta nella nostra città.

E si tratta ancora una volta di un incendio d’auto, questa volta in via Andreini, laterale di via Samoggia, nella zona di San Prospero Strinati.

FIAMME NELLA VILLA. Il rogo è avvenuto all’una e mezza di ieri. È ancora buio e il fuoco è impressionante, perché sta aggredendo la macchina all’interno di una bella villa. Le fiamme avvolgono il suv Bmw X5 di un imprenditore edile cutrese. Il fuoristrada si trova sotto una tettoia, di fianco all’abitazione. Un box che rimarrà danneggiato da quanto accaduto. L’intervento dei vigili del fuoco è rapido ed altrettanto in fretta i pompieri hanno spento il rogo. Un incendio però devastante, il suv è ormai inutilizzabile, ne rimane solo il telaio.

SI SOSPETTA IL DOLO. Sul posto è giunta velocemente anche la squadra mobile. Il caso si propone subito delicato. Più tardi arriverà anche la Scientifica, perché quanto avvenuto è di estrema gravità se – come probabile – si tratta di un incendio doloso che ha fatto rischiare grosso anche chi in quel momento della notte era in casa e si è ritrovato il crepitio delle fiamme a pochi metri.

Scatta, quindi, un’indagine che al momento è radicata sull’ipotesi di reato di danneggiamento a seguito di incendio. Per avere il quadro definitivo – le informative arriveranno presto sul tavolo del sostituto procuratore Valentina Salvi – occorrerà incrociare i rilievi effettuati dalla Scientifica, le immagini delle telecamere di videosorveglianza (presenti non solo nella villa presa di mira ma anche in altre abitazioni del quartiere), le testimonianze e non per ultimo la relazione dei vigili del fuoco (anche se da quanto filtra l’origine dolosa del rogo viene accreditata come la più probabile) .

Se la natura accidentale dell’incendio sarà esclusa, diventa di conseguenza inquietante che qualcuno sia riuscito ad entrare indisturbato in questa villa in muratura a faccia vista, ben protetta – sul davanti – da una cancellata imponente, anche se non si può escludere che il piromane (o i piromani) si siano introdotti da qualche altra parte della proprietà.

«NON È LA PRIMA VOLTA». Il suv andato in cenere è dell’imprenditore edile 45enne d’origine cutrese Francesco Ranieri che, al momento, dell’incendio, per impegni di lavoro non è presente all’interno della villa di via Andreini.

Tornerà precipitosamente a casa e per lui è il riaprirsi di vecchie ferite, perché in passato ha già avuto problemi simili – sia a Cutro (Crotone) che a Reggio – in cui sarebbero state usate anche delle molotov. Se quest’ultimo episodio verrà confermato come doloso, sarebbe il terzo attentato nei suoi confronti. Il che aprirebbe scenari sempre più odiosi, con la sua persona come bersaglio. Comunque sia, quanto avvenuto è una botta tremenda per la famiglia Ranieri. Ci troviamo di fronte marito, moglie e figlio sotto shock, con alle spalle una notte insonne e la paura per un rogo che poteva avere conseguenze devastanti per chi si trovava in casa.

«C’è poco o nulla da dire, come vede abbiamo già i nostri problemi».

L’imprenditore 45enne appare molto provato e al di là del cancello la tensione si taglia con il coltello. Gli accenniamo il fatto che non è la prima volta che si trova in una situazione di questo tipo: «Infatti – risponde sconsolato – ora ci deve pensare la legge». Poche parole che ben esprimono quanto sia duro ritrovarsi in un simile contesto.

DDA INFORMATA. Che la vicenda sia considerata alquanto delicata lo dimostra anche il fatto che sia già stata segnalata all’Antimafia di Bologna. È la prassi in casi di incendi sospetti, visto poi il coinvolgimento – come vittima – di un imprenditore calabrese.

fonte:http://m.gazzettadireggio.gelocal.it

Parma, usavano associazione anti-usura per portare soldi all’estero e non pagare le tasse: 8 arresti

La Repubblica, 18 settembre 2017

Parma, usavano associazione anti-usura per portare soldi all’estero e non pagare le tasse: 8 arresti

Coinvolta anche l’ex candidata sindaco della città Wally Bonvicini. I patrimoni occultati in Slovenia, Croazia e Senegal per un giro di decine di milioni di euro

di RAFFAELE CASTAGNO

La Guardia di Finanza di Parma ha scoperto un’associazione a delinquere specializzata nell’occultare, in società estere, i patrimoni di coloro che erano in debito con l’erario per evitare che fossero sequestrati.

L’operazione è scattata tra sabato e domenica scorsi per il concreto pericolo di una fuga all’estero degli indagati: due, infatti, sono stati bloccati per strada a Reggio Emilia ed uno alla frontiera con la Slovenia.

Gli arrestati sono sette cittadini italiani a cui si aggiunge una persona originaria del Senegal tuttora latitante. Il gruppo faceva parte dell’associazione antiusura Federitalia con sede a Parma. Tra loro anche Wally Bonvicini, candiata a sindaco di Parma nel 2012 e nota per le sue continue denunce contro la pressione fiscale alle imprese. La donna si trova in carcere a Modena, altri due imprenditori parmigiani sono ai domiciliari.

Nel complesso è stato smantellato un gruppo criminale composto da 26 persone, tutte indagate, specializzato nell’occultare i patrimoni immobiliari e mobiliari di soggetti che, seppur solvibili, avevano deciso di non pagare le imposte verso l’erario a loro carico o i prestiti contratti. I reati di cui sono accusati spaziano dalla sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, alla mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, fino alla calunnia.

Le ingenti disponibilità economiche – per un valore di circa 7 milioni di euro – sono state sequestrate dai finanzieri che hanno anche notificato a un notaio e un imprenditore l’interdizione allo svolgimento di attività professionali e di impresa.

La Finanza ha calcolato decine di milioni di euro spostati su società estere, in particolare in Slovenia, Croazia e Senegal, attraverso l’apertura di trust o l’affitto di rami d’azienda o la cessione di quote societarie. Le attività economiche, tuttavia, continuavano senza soluzione di continuità agli occhi dei clienti: una volta creata sulla carta la società estera, infatti, veniva contestualmente aperta una unità locale in Italia che, ovviamente, coincideva con la sede della società o azienda originaria.

L’indagine, coordinata dalla Procura di Parma e durata due anni, è scattata dopo la denuncia di una imprenditrice raggirato dalla stessa associazione: a fronte di u debito con l’erario ha versato 350 mila euro che non ha più visto rientrare nella sua disponibilità nonostante gli fosse stato garantito una sorta di vitalizio. Il sistema di frode, infatti, mirava anche ad approfittare della debolezza psicologica di taluni imprenditori in difficoltà economiche, al fine di incassare, da quest’ultimi, non solo laute parcelle per l’avvio della procedura criminale offerta dall’associazione ma anche le risorse economiche ancora a loro disposizione, illudendoli di una restituzione nel tempo.

È emerso anche il caso di un’azienda di pavimenti in legno che non aveva versato l’iva per 60 mila euro, pur avendo un patrimonio aziendale di 240mila euro.

Tra le pieghe dell’inchiesta è emerso che a ricevere le notifiche del fisco era un membro del gruppo domiciliato in Slovenia che controfirmava gli atti con nomi fittizi: Renato Pozzetto e John Wayne i più ricorrenti.

Nel corso dell’operazione, denominata “Parola d’ordine”, sono stati impiegati un centinaio di finanzieri che hanno eseguito anche sequestri di immobili, aziende, quote societarie e autovetture e perquisizioni ad Arezzo, Pordenone, Trieste, Savona, Padova, Verona, Milano, Pistoia, Ravenna, Reggio Emilia, Salerno, Chieti e Ferrara.

Individuati ben 49 trust nonché riscontrati 71 cessioni di quote societarie, 12 affitti immobiliari, e 3 cessioni di rami di azienda, a fronte di debiti tributari non pagati per milioni di euro.

L’associazione copriva la propria attività promuovendo denunce e querele davanti a disparate Procure nazionali nonostante finissero sistematicamente in archiviazione per infondatezza; da qui la calunniosità delle accuse: le denunce, infatti, venivano riproposte identiche pur nella perfetta consapevolezza dell’innocenza dei soggetti accusati di usura ed estorsione.

Il Gip Parma Mattia Fiorentini ha disposto l’emissione otto ordinanze di custodia cautelare di cui 4 in carcere e 4 ai domiciliari, nonché l’interdizione dall’esercizio di attività professionali e di impresa per un notaio e per una imprenditrice, il sequestro della sede dell’Associazione Antiusura, 7 società, 3 conti correnti nonché partecipazioni societarie di 41 persone giuridiche, 16 immobili, 2 siti internet e disponibilità liquide per quasi 7 milioni di euro.

Le intercettazioni – “Si può fallire ma ciò che è nel trust non può essere aggredito” – Questa una delle frasi colte dalle intercettazioni, ripetuta da Wally Bonvicini, che gli inquirenti considerano la figura principale dell’organizzazione.  La 65enne imprenditrice è nota a Parma per le sue continue denunce contro la pressione fiscale, tanto da farne uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale nel 2012.  “Conviene aprire una società all’estero – commenta un altro indagato – basta che non fosse l’Europa”. Particolarmente apprezzata la scelta del Senegal: “Basta che diamo 500 euro a un ufficiale giudiziario e non verranno a cercarci per i prossimi dieci anni”.

Abbreviato ”Aemilia”, in attesa della sentenza d’appell

Abbreviato ”Aemilia”, in attesa della sentenza d’appello

Giudici già in Camera di Consiglio

8 Settembre 2017

di Sara Donatelli

E’ la notte tra il 27 e il 28 gennaio 2015 quando viene portata a termine la più grande operazione antimafia mai registrata in Emilia Romagna, sfociata poi nel primo maxi processo contro la ‘ndrangheta nel nord Italia: il processo Aemilia, che conta sul banco degli imputati 218 persone. 71 optano per il rito abbreviato, 147 per il rito ordinario. Il primo grado di giudizio del rito abbreviato si conclude il 22 aprile 2016. A presiedere la Corte, il GUP Francesca Zavaglia che condanna 58 imputati, assolvendone 12, (un patteggiamento), infliggendo un totale di 305 anni di pena detentiva. Le motivazioni vengono depositate nell’ottobre 2016 in seguito alle quali, agli appelli dei difensori dei condannati, si aggiungono diciassette impugnazioni totali o parziali da parte della DDA. Se il primo grado del rito ordinario è ancora in corso presso l’aula bunker del tribunale di Reggio Emilia, il rito abbreviato sta arrivando adesso alla conclusione del secondo grado di giudizio. La Terza sezione penale della Corte d’appello di Bologna, presieduta da Cecilia Calandra, durante l’ultima udienza ha infatti annunciato l’inizio della camera di consiglio che terminerà con il pronunciamento delle sentenze tra pochi giorni. L’accusa, in questo caso, è rappresentata da una squadra di quattro magistrati. In appoggio ai due sostituti procuratori generali Umberto Palma e Nicola Proto, sono stati affiancati i PM Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, già presenti durante il primo grado di giudizio. Di seguito proveremo a spiegarvi chi sono gli imputati del rito abbreviato del processo Aemilia, l’esito dello loro iter processuale durante il primo grado di giudizio e cosa rischiano in questo processo d’Appello.

NICOLINO GRANDE ARACRI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 6 anni e 8 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna in primo grado.
Capo indiscusso della cosca cutrese e punto di riferimento anche per la cosca emiliana, in questo procedimento non gli viene contestata l’associazione di stampo mafioso, ma danneggiamenti a seguito di incendio ed estorsione con l’aggravante del metodo mafioso, a conferma della convinzione degli inquirenti che la locale emiliana sia indipendente dalla casa madre cutrese. Il Comandante Andrea Leo, ascoltato durante il rito ordinario del processo Aemilia, afferma: “Il suo nome viene usato come biglietto di presentazione, ma molte delle attività svolte, come quelle di recupero crediti non hanno nulla a che fare con la formazione di Cutro e spesso non vengono neanche comunicate a Nicolino Grande Aracri. Questo nome caratterizza più il gruppo, che il capo stesso”. Lo scorso 4 luglio, durante un’udienza del processo Aemilia, presente in videoconferenza dal carcere di Opera, Grande Aracri accetta di rispondere alle domande degli avvocati della difesa che lo inseriscono nella loro lista testi. Alla domanda del presidente della Corte, Francesco Maria Caruso, se esista o meno una cosca Grande Aracri, lui risponde “E’ stata costruita dalla giustizia. Io sono stato condannato in via definitiva, è inutile che vi dica che non esiste. Ma io mi ritengo assolutamente estraneo ed innocente”.

NICOLINO SARCONE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 20 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 15 anni di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
In constante contatto con Romolo Villirillo, Antonio Gualtieri, Francesco Lamanna e Alfonso Diletto, Sarcone gode di una radicato rapporto con Nicolino Grande Aracri, tanto da essere ritenuto il suo uomo a Reggio Emilia. Condannato in via definitiva anche nel processo Edilpiovra a 10 anni di reclusione, dal processo Aemilia è emerso il suo legame con il giornalista Marco Gibertini. “A Nicolino Sarcone- scrive il GUP nelle motivazioni della sentenza di primo grado- va ascritta l’abile strategia di penetrazione all’interno delle istituzioni in grado di minarne il potere (così all’interno della Questura di Reggio Emilia tramite l’opera di Alfonso Paolini) nonché l’attacco sferrato sul fronte pubblico e mediatico in seguito alla decisa azione del prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro”. Numerosi i pentiti che hanno parlato di Nicolino Sarcone, tra cui Vincenzo Marino, Giuseppe Vrenna, Saverio Loconsolo, Alessandro D’Amato. Angelo Salvatore Cortese, già nel processo Grande Drago, aveva indicato i fratelli Sarcone come referenti della zona di Reggio Emilia in contatto con l’area piacentina facente capo a Francesco Lamanna, ricordando inoltre la precedente appartenenza di Nicolino Sarcone al clan Dragone.

ALFONSO DILETTO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 20 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 14 anni e due mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Nel luglio 2001 viene arrestato per usura ed estorsione ai danni di un imprenditore edile di Gonzaga, insieme a Salvatore Megna, Domenico Camposano e Antonio Stirparo: rinviato a giudizio, Diletto nel luglio 2007 viene assolto perché il fatto non sussiste. Per parte di madre, Giuseppina Muto, Diletto è nipote di Rosario Grande Aracri, uno dei fratelli del boss Nicolino. L’inchiesta “Dirty Money” lo indica come “soggetto affidabile a cui intestare fittiziamente quote societarie”. Per gli inquirenti, Diletto è disponibile a fare da prestanome per le cosche, formando con Francesco Muto, cutrese trapiantato a Brescello, una società, la Dimu Immobiliare di Olbia, pronta a intestarsi quote societarie per occultare gli autori della truffa alle finanziarie svizzere. Nel processo Aemilia, accusato di reati come estorsione, reimpiego, intestazione fraudolenta di valori e tentata violenza privata, Diletto viene riconosciuto dal pentito Angelo Salvatore Cortese come un affiliato al clan Grande Aracri, precisando che “dopo aver fatto i soldi con la cocaina negli anni 90 è diventato imprenditore ed è molto vicino a Nicolino Grande Aracri, di cui è finanziatore e riciclatore dei suoi proventi illeciti”. Secondo il GUP Francesca Zavaglia, Alfonso Diletto “occupa ed esplica funzioni di natura dirigistiche” ed è ben inserito all’interno delle dinamiche interne ed esterne del sodalizio, mantenendo rapporti con altri clan di matrice ‘ndranghetistica (Clan Farao di Cirò) e con appartenenti al Clan dei Casalesi. Insieme a lui sono finiti sotto processo, e già condannati con rito abbreviato la figlia, Jessica Diletto, il nipote Francesco Spagnolo, la moglie Emanuela Morini, e due cognati Vincenzo Salvatore Spagnolo e Gennaro Gerace. Il suo ruolo emerge anche nella questione relativa alla Save Group, azienda di Montecchio Emilia controllata e amministrata da Giovanni Vecchi (condannato anche lui nell’abbreviato di Aemilia) ma il cui dominus risulta essere proprio Alfonso Diletto. Il suo nome compare anche nel processo Kyterion, costola calabrese del processo Aemilia.

ANTONIO GUALTIERI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 18 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 12 anni di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Il suo ruolo emerge soprattutto nel periodo immediatamente successivo al primo arresto di Romolo Villirillo, assumendo addirittura una carica direttiva all’interno del clan grazie anche alla sua vicinanza con il boss Nicolino Grande Aracri. E’ il Maresciallo Marcello Mariano Cotza, della squadra di Fiorenzuola d’Arda, ascoltato durante il rito ordinario di Aemilia, a descrivere il suo ruolo: “Gualtieri corrisponde a una figura importante in quanto si affaccia nel nostro percorso investigativo nel periodo della decadenza di Villirillo Romolo. Opera tra Piacenza e Reggio Emilia, ma si sposta anche in Lombardia e Veneto. E’ lui, spesso, a farci comprende le dinamiche associative”. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, e ribadito in aula dal Maresciallo Cotza, dopo l’arresto di Romolo Villirillo (definito da Gualtieri “l’ultima pugnetta al mondo), spetta proprio a Gualtieri coordinare le varie attività imprenditoriali al nord Italia. Per fare ciò si avvale della collaborazione di Roberta Tattini che “si inserirà e andrà ad assecondare le volontà di Gualtieri mettendosi a sua completa disposizione creando un rapporto di tale fiducia da venire a conoscenza di molte situazioni interne al sodalizio criminale” afferma Cotza durante la sua deposizione. Sono soprattutto due le vicende in cui emerge lo spessore criminale di Antonio Gualtieri. La prima vicenda “assume un valore fortemente paradigmatico delle modalità di comportamento del gruppo criminale e consente di intravedere l’incedere operativo della ‘ndrangheta economica, proprio della strategia del ragno, che irretisce la propria vittima, spesso in difficoltà, palesando un’appeal economico finanziario altrove non rinvenibile, per poi appropriarsi dei propri assets, specialmente di quelli consistenti in posizioni creditorie verso terzi”. Si tratta di una vicenda di recupero crediti, che ha come protagonisti Fabrizio Maffioletti, amministratore della Metalma S.r.l., e Pierantonio Prior, titolare della società Tiptronik S.p.A.. Secondo gli inquirenti, questa storia è la “rappresentazione plastica dell’infiltrazione della logica e della mentalità mafiose nel tessuto imprenditoriale”. L’altra vicenda che meglio fa comprendere il ruolo di Antonio Gualtieri all’interno della cosca è quella che riguarda l’acquisizione dei beni della Rizzi Costruzioni s.r.l, una grande azienda fallita il cui procedimento è gestito dal tribunale fallimentare di Verona. Nell’ordinanza si legge che “l’operazione dimostra la capacità di penetrazione anche in contesti diversi da quello emiliano, come quello veronese, coinvolgendo settori dell’imprenditoria come Moreno Nicolis – che dispone di contatti anche con l’Amministrazione comunale scaligera – e altre organizzazioni criminali come la famiglia Galasso”. Non solo il clan Grande Aracri, dunque. Ma altri protagonisti le cui storie e i cui nomi si intersecano e convergono tutti nella medesima vicenda. Al tavolo della trattativa (durata sei mesi, dal dicembre 2011 al maggio 2012) si siedono mafiosi, imprenditori, professionisti e persino politici. A spartirsi il bottino, due “gruppi”: quello emiliano (rappresentato inizialmente da Antonio Gualtieri e Francesco Lamanna, esponenti del clan Grande Aracri) e quello veronese (la famiglia Galasso-Larosa, riconducibile al clan Facchineri). Insieme al “gruppo emiliano”, tre tecnici: Roberta Tattini, Giovanni Summo e Mauro Sgarzi. In mezzo, Moreno Nicolis, imprenditore veronese, chiave d’accesso per entrare in contatto con l’amministrazione comunale veronese. Ai margini, infine, il vicesindaco e il sindaco di Verona, Vito Giacino e Flavio Tosi. A maggio 2013, però, in seguito a problemi interni alla trattativa, l’affare Rizzi viene accantonato.

FRANCESCO LAMANNA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 16 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 12 anni di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Già condannato, con sentenza divenuta irrevocabile l’8 aprile 2014, per il reato di associazione di stampo mafioso. Durante quegli anni, il Tribunale di Piacenza e la Corte d’Appello di Bologna avevano ritenuto che nelle province di Piacenza e Cremona fosse esistente e operativa un’associazione di stampo mafioso, collegata alla cosca di Cutro, ma dotata di propria autonomia, e Francesco Lamanna era stato individuato non solo come il capo di tale cellula emiliana, ma anche come collegamento con la casa madre capeggiata da Nicolino Grande Aracri. Con il processo Aemilia è emerso come il suo ruolo non sia cambiato, controllando, soprattutto nelle zone di Piacenza, Cremona e Salsomaggiore Terme gli affari inerenti agli appalti. Il suo nome compare anche nel processo Kyterion, costola calabrese di Aemilia.

ROMOLO VILLIRILLO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 17 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 12 anni e 2 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
E’ Villirillo il primo personaggio posto sotto la lente degli investigatori. “Proprio attraverso i suoi spostamenti nel parmense e nel piacentino- scrive il GUP- gli inquirenti hanno ricostruito la mappa della presenza ‘ndranghetistica in Emilia”. Conoscitore del mondo finanziario, cerniera di contatto tra gli ‘ndranghetisti emiliani e Nicolino Grande Aracri, Romolo Villirillo è un personaggio dal notevole peso criminale. “Vergine”, proprio come dicono gli imputati nelle intercettazioni. Ovvero, fino al luglio del 2011, totalmente incensurato. Dunque un ottimo jolly da utilizzare per svolgere attività illecite senza attirare l’attenzione delle forze dell’ordine che invece si sarebbero insospettite delle azioni degli altri sodali, già con precedenti penali. Ritenuto dagli inquirenti come “promotore, dirigente ed organizzatore dell’attività dell’associazione”, Villirillo porta avanti numerose attività dell’organizzazione emiliana, procede al reinvestimento di denaro direttamente proveniente da Nicolino Grande Aracri. Coordina il gruppo che gravita nella zona di Castelvetro Piacentino, e mantiene i rapporti con la casa madre di Cutro. Nelle carte processuali è possibile leggere come Villirillo garantisse “il collegamento tra i partecipanti all’associazione emiliana, individuando le linee di intervento del gruppo e le azioni di interesse comune, garantendo il rispetto delle gerarchie, risolvendo i conflitti interni, decidendo le azioni di ritorsioni nei confronti dei partecipi che contravvenivano alle regole, pretendendo ed ottenendo obbedienza dagli appartenenti al sodalizio; mantenendo rapporti con imprenditori avvicinatisi alla cosca, e coordinando le attività compiute insieme a costoro. Organizza inoltre la raccolta dei voti da destinare ai politici vicini alla cosca (come per il caso delle elezioni di Salsomaggiore del 2006 e Parma del 2007)”.

GIUSEPPE GIGLIO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 20 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 12 anni e 6 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, una condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione.
Abilità operativa e strategica, grande spregiudicatezza, spiccata capacità imprenditoriale, sono gli elementi che hanno contraddistinto il ruolo di Giuseppe Giglio all’interno del clan. Giglio viene definito dal GUP come “imprenditore mafioso a completa disposizione del gruppo di ‘ndrangheta emiliano di cui conosce e condivide il programma”. Ritenuto responsabile di ingenti investimenti, vorticosi sistemi di triangolazioni fiscali, con messa a disposizione di false fatture per coprire per attività illecite, Giglio ha messo a disposizione del clan le proprie aziende, costituendone talvolta alcune ad hoc. Non è un caso dunque, che nell’Affare Sorbolo Giglio ricopra un ruolo di primissimo piano. Oggi, alla luce della sua collaborazione con la giustizia, la Procura Generale ha chiesto alla Corte d’Appello una riduzione della condanna, con la concessione dell’attenuante della collaborazione (articolo 8) e l’eliminazione dell’articolo 7 che prevede l’aggravante mafiosa.

PASQUALE BATTAGLIA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni e 4 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 8 anni e 4 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Autista e uomo di fiducia di Romolo Villirillo, Pasquale Battaglia “svolge un ruolo – scrive il GUP Zavaglia nelle motivazioni della sentenza di primo grado – di appoggio ed ausilio non meramente passivo. La sua frequente partecipazione ad incontri ai quali hanno preso parte elementi di spicco del clan dove sono stati trattati argomenti rilevanti per la vita e l’operatività della consorteria, il suo coinvolgimento in numerose operazioni, la sua convocazione da parte di Nicolino Grande Aracri presso la sua abitazione affinchè convincesse Villirillo a chiarire la propria posizione restituendo quanto aveva sottratto, sono elementi fondanti giudizio di prova certa della partecipazione al sodalizio da parte di Pasquale Battaglia che non si è limitato a dar prova di essere a conoscenza delle dinamiche e delle attività del sodalizio, ma di quelle dinamiche ed attività era parte attiva”.

SALVATORE CAPPA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 14 anni e 2 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 9 anni e 4 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Considerato come una figura chiave dell’associazione mafiosa in relazione alle fatturazioni per operazioni inesistenti ed alla gestione di numerosi appalti, alcuni come consapevole strumento di reimpiego di denaro ricollegabile direttamente a Nicolino Grande Aracri. Svolge infatti il ruolo di socio occulto nell’investimento milionario di Sorbolo, adoperandosi per il reimpiego delle liquidità provenienti dalla cosca. “Cappa- scrive il GUP Zavaglia nelle motivazioni della sentenza di primo grado- era a fianco di Villirillo nella raccolta dei voti da destinare ai politici vicini alla cosca o con i quali veniva stretto un patto, come per il caso delle elezioni di Parma del 2007. Pertanto, la sua conoscenza e partecipazione alle dinamiche della cosca, nonché la partecipazione a riunioni di elevato livello (come quelle organizzate con i capi emiliani in relazione all’affare Sorbolo) ne fanno un soggetto a disposizione dell’associazione, di cui condivideva modalità di azione e finalità”.

ALFONSO MARTINO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 9 anni di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Utili ancora una volta le parole dei pentiti Vincenzo Marino e Angelo Salvatore Cortese, quest’ultimo lo ha indicato come affiliato. Attivo nella zona di Salsomaggiore Terme e Parma, nella prima fase delle indagini appare molto legato a Romolo Villirillo il quale, informato sugli appalti comunali, lo indirizza al sindaco di Salsomaggiore Tedeschi. Il rapporto tra Martino e Villirillo emerge anche durante le elezioni amministrative per il Comune di Sala Baganza (PR) e di Parma. Sono proprio queste le occasioni attraverso cui, scrive il GUP, “emerge l’inquietante rapporto dell’organizzazione criminale emiliana con la politica locale, rapporto strumentale all’infiltrazione nella pubblica amministrazione al fine di acquisire benefici”. Importante anche il legame tra Martino e Francesco Lamanna il quale, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza di primo grado, “esercitava il potere mafioso di controllo dei cantieri edili della zona di sua pertinenza mantenendo un contatto diretto e personale con Nicolino Grande Aracri, coinvolto nella sua funzione di autorevole punto di riferimento della pur autonoma cellula ‘ndranghetistica emiliana”. Per tutte queste motivazioni, Martino viene giudicato dal GUP Francesca Zavaglia come “soggetto inserito nella ‘ndrina emiliana, di cui conosceva e condivideva il programma, le strutture e le gerarchie”.

GIUSEPPE RICHICHI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 16 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 10 anni di reclusione.
Richiesta, in appello, al conferma della condanna di primo grado.
Factotum e guardaspalle di Michele Bolognino, il suo ruolo emerge soprattutto nei lavori di ricostruzione post-sisma. In costante contatto anche con altri imputati di grande spessore, come Alfonso Diletto, Gaetano Blasco e Giuseppe Giglio, Richichi è molto vicino anche alla cosca dei papaniciari, capeggiata da Domenico Megna. “Elemento storicamente legato alle dinamiche mafiose dell’area crotonese- – scrive il GUP Zavaglia nelle motivazioni della sentenza di primo grado- la sua evoluzione criminale lo ha successivamente portato ad inserirsi organicamente nell’organizzazione di ‘ndrangheta emiliana”.

ANTONIO SILIPO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 20 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 14 anni di reclusione.
Richiesta, in appello, la condanna a 13 anni di reclusione.
Fondamentale è il suo legame con Nicolino Sarcone, del quale riconosce il ruolo e l’autorevolezza, spesso utilizzati per rendere più temibili le minacce nei confronti delle vittime di estorsione. Silipo era infatti specializzato nelle operazioni di “recupero crediti” con metodi estorsivi, che organizzava e pianificava non solo con l’ausilio di soggetti appartenenti ad altre organizzazioni, ma avvalendosi anche della mediazione di Marco Gibertini, sfruttando le sue conoscenze nel mondo imprenditoriale. “Silipo- scrive il GUP Zavaglia nelle motivazioni della sentenza di primo grado- si è più volte accreditato come partecipe al sodalizio mafioso, in modo sia diretto che indiretto. La tipologia dei reati commessi, costituenti parte fondamentale del programma dell’associazione mafiosa emiliana, che nell’imprenditoria locale cercava una sponda e canali di infiltrazione, spesso avvenuti tramite l’attività di recupero crediti, fanno di Silipo un partecipe a pieno titolo del sodalizio”.

ROBERTO TURRA’
Richiesta, in primo grado, una condanna a 14 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 9 anni e 6 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Risponde di reati di natura estorsiva e in materia di armi. Il pentito Angelo Salvatore Cortese ha affermato che Turrà sia stato in passato un affiliato ai Dragone. Cortese riferisce anche del ruolo di Turrà in Lombardia, versione confermata anche da un altro pentito, Francesco Oliverio che descrive Turrà come un “fedelissimo di Nicolino Grande Aracri, facente parte della ‘ndrina di Reggio Emilia”. Famoso per la sua indole violenta, Turrà si è prevalentemente occupato di attività che richiedevano una intensa capacità di intimidazione. Per questi motivi il GUP Francesca Zavaglia lo ha definito, all’interno delle motivazioni della sentenza di primo grado, come un “azionista” del clan.

ANTONIO CIANFLONE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 13 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 8 anni e 6 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Attratto dalla grande disponibilità economica di Giuseppe Giglio, Cianflone ha fornito un contributo consapevole e significativo al rafforzamento dell’associazione, condividendone le strategie. “Il principale carattere dell’attività di Cianflone è stato quello di rafforzare e mantenere nel tempo quell’ambiguità tra la figura di imprenditore-vittima e imprenditore-colluso che ha costituito l’habitat di sviluppo e consolidamento del sodalizio.- si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado- La lunga esperienza investigativa e la profonda conoscenza delle dinamiche di ‘ndrangheta che l’ispettore vantava fanno intendere come lo stesso fosse perfettamente consapevole dell’importanza della figura di Giuseppe Giglio all’interno del sodalizio emiliano”. Un “investigatore qualificato”, così come definito dagli inquirenti, un Ispettore Superiore in servizio presso la Questura di Catanzaro impegnato nell’indagine Pandora che ha toccato personaggi appartenenti a due gruppi contrapposti: da un lato i Grande Aracri, insieme ai Nicoscia, ai Capicchiano e ai Russelli, dall’altro lato gli Arena, insieme ai Trapasso, ai Dragone e ai Megna. Secondo gli inquirenti, l’ispettore avrebbe inoltre passato informazioni a Giuseppe Giglio inerenti alle dichiarazioni dell’allora neo collaboratore di giustizia Giuseppe Vrenna (capo dell’omonima cosca Vrenna – Bonaventura – Corigliano, operante nella provincia di Crotone). Il legame instaurato con Giglio non è esclusivo perché Cianflone dimostra di avere un rapporto, forse ancora più confidenziale, con Palmo Vertinelli.

AGOSTINO DONATO CLAUSI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 15 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 10 anni e 4 mesi di reclusione.
Commercialista di fiducia di Giuseppe Giglio, lo ha affiancato in tutte le sue attività illecite, offrendo un contributo essenziale anche a tutta la locale emiliana, offendo investimenti utili al reimpiego dei proventi illeciti provenienti dalla casa madre calabrese. Il professionista era a disposizione delle esigenze del clan, prestando la propria opera professionale e aiutando con costanza non soltanto Giglio ma anche altri appartenenti alla consorteria che ricoprono ruoli di vertice, come Michele Bolognino. Ha inoltre svolto un ruolo non secondario nell’affare Sorbolo, muovendosi in prima linea all’interno del meccanismo delle false fatturazioni e delle frodi carosello. Sono questi gli elementi che hanno portato il GUP Francesca Zavaglia a considerarlo come un affiliato al sodalizio ‘ndranghetistico emiliano. “Se così non fosse- si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado- egli non sarebbe stato coinvolto continuativamente nella perpetrazione dei reati di natura economico-tributaria, né sarebbe stato portato a conoscenza di notizie che dovevano rimanere riservate, come quelle relative alla provenienza dei capitali impiegati nell’attività di falsa fatturazione”. Clausi, coinvolto anche nell’inchiesta Aemilia bis, il 30 dicembre 2016 viene rinviato a giudizio insieme ad altre dodici persone dal giudice Alberto Gamberini. Questa volta ha optato per il rito ordinario, iniziato a Reggio Emilia il 29 marzo 2017. Presidente della Corte, il giudice Giovanni Ghini.

FRANCESCO FRONTERA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 8 anni e 10 mesi di reclusione.
Il suo nome compare già all’interno del processo Scacco Matto, il primo ad aver accertato l’esistenza della cosca Grande Aracri, a seguito del quale viene condannato, il 16 dicembre 2008, a sei anni e sei mesi di reclusione. In seguito a quella sentenza, ormai passata in giudicato, è assodata l’affiliazione di Frontera al clan Grande Aracri. Sono i pentiti a parlare di lui: indicato come membro del sodalizio emiliano sia da Vincenzo Marino che da Angelo Salvatore Cortese, quest’ultimo lo ha definito come “attivo ed azionista, a Cutro e anche al nord”. Si tratta di “un quadro indiziario plurimo univoco” quello individuato dal GUP Francesca Zavaglia che, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, scrive: “Frontera, storico affiliato della casa madre cutrese, dopo essere emigrato nell’Italia settentrionale a seguito del processo Scacco Matto, ha qui riposizionato i propri interessi criminali nell’ambito della ‘ndrina emiliana collaborando direttamente con Salvatore Cappa nel settore, cruciale e redditizio per l’organizzazione, dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti”. Frontera, detenuto presso il carcere di Bologna, a luglio è stato sfregiato al volto. L’autore sarebbe il suo coetaneo Roberto Turrà, condannato a 9 anni e 6 mesi nell’abbreviato di Aemilia. Frontera ha avuto sette punti al volto, tagli alle braccia e all’addome che i medici hanno valutato in una prognosi di 15 giorni. Fatti gravi secondo la DDA di Bologna che potrebbero significare anche uno sfaldamento della cosca e una guerra intestina forse già iniziata.

GIULIO GERRINI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 2 anni e 4 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
“Si ritiene opportuna la trattazione– scrivono gli inquirenti- degli esiti investigativi relativi ai rapporti tra la famiglia Bianchini da un lato, e l’Amministrazione Comunale di Finale Emilia, in particolare con il Responsabile dell’Area Lavori Pubblici e Servizio Manutenzione del Comune Giulio Gerrini, in relazione all’aggiudicazione e alla gestione degli appalti per la realizzazione di opere provvisionali e di ricostruzione post sisma (…). In via preliminare giova precisare che la Bianchini Costruzioni, in particolare attraverso la figura di Augusto Bianchini, non soltanto ha intrattenuto consapevolmente stretti rapporti con affiliati della cellula criminale ‘ndranghetista, ma gode di ottime relazioni con l’amministrazione finalese, in prima persona con il Sindaco Fernando Ferioli. E’, tuttavia, la persona di Giulio Gerrini, che a seguito degli eventi sismici verrà a vedersi concentrate nelle proprie mani una serie di attribuzioni in materia di lavori pubblici che ne faranno vero e proprio centro monocratico di potere, in diretta ed esclusiva relazione col Ferioli, a costituire il referente privilegiato ed esclusivo del Bianchini a favore del quale Gerrini adotterà una sistematica serie di favoritismi piegando agli interessi del primo la legittimità e trasparenza dell’azione amministrativa, pur in un contesto tendenzialmente deformalizzato come quello che segue la gestione delle emergenze sismiche (…)”. Giulio Gerrini, nel processo Aemilia, viene accusato di abuso d’ufficio continuato. Il GUP Francesca Zavaglia non aveva riscontrato, come già avvenuto sia da parte del GIP che dal Riesame, l’aggravante per aver favorito l’infiltrazione mafiosa e la Procura non si è appellata contro il mancato riconoscimento dell’aggravante. Per lui è stata richiesta la conferma della condanna di primo grado. L’avvocato Pier Francesco Rossi ha ribadito, durante l’arringa difensiva, “l’assenza di collegamento con la mafia. Non c’è alcuna aggravante contemplata dall’articolo 7. Siamo a processo per errore amministrativo, nella fattispecie per abuso d’ufficio per aver favorito la ditta Bianchini”.

MARCO GIBERTINI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 14 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 9 anni e 4 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Giornalista reggiano, ben introdotto negli ambienti politico-imprenditoriali. La figura di Marco Gibertini era emersa per la prima volta all’interno dell’inchiesta “Octopus” come persona inserita in un circuito criminale dedito allo svolgimento di operazioni economiche con finalità illecite, caratterizzate soprattutto dall’assiduo ricorso alla pratica dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti e al reimpiego dei proventi di tale attività. Marco Gibertini, si legge nell’ordinanza, “mette a disposizione del sodalizio e in particolare di Antonio Silipo e Nicolino Sarcone, i suoi rapporti politici imprenditoriali e del mondo della stampa a tutti i livelli”, nello specifico “intervenendo in un momento di particolare fibrillazione per l’associazione quando nell’autunno del 2012 era scoppiata una polemica in relazione a una cena avvenuta nella primavera precedente durante la quale Sarcone, Brescia, Paolini, Iaquinta e altri avevano incontrato il politico del Pdl Pagliani proprio in vista della realizzazione di una campagna pubblica di contrasto all’azione del Prefetto di Reggio a causa dell’adozione di numerose interdittive antimafia nei confronti di appartenenti all’associazione o a questi vicini e legati”. Il rapporto con Gianluigi Sarcone (che ha optato per il rito ordinario) emerge soprattutto durante una puntata, denominata “la cena delle beffe”, della trasmissione Poke Balle, condotta da Gibertini su Telereggio, in cui viene intervistato Gianluigi Sarcone. “Intervista giornalisticamente definibile a buon diritto “in ginocchio””, scrivono gli inquirenti. Ma non è l’unica occasione in cui Gibertini rende concreto il proprio contributo alla cosca: si cita anche l’intervista rilasciata da Nicolino Sarcone al Resto del Carlino e pubblicata il 3 febbraio 2013, pochi giorni dopo la sentenza di condanna a otto anni per estorsione e associazione di stampo mafioso. Gibertini, all’interno del processo Aemilia, ha svolto dunque un duplice ruolo: collettore di soggetti, solitamente imprenditori, alla ricerca di soluzioni alternative illecite per il recupero crediti, nonché mezzo attraverso il quale Nicolino Sarcone ha raggiunto la ribalta mediatica, dando voce agli ‘ndranghetisti emiliani attraverso numerose interviste. “Non vi è alcun dubbio sulla contiguità di Gibertini al sodalizio mafioso, in quanto era pienamente consapevole della caratura criminale dei soggetti con cui si relazionava. Ha portato avanti una vera e propria operazione di marketing della ‘ndrangheta emiliana”.

DOMENICO MESIANO
Condannato, in primo grado, a 8 anni e 6 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
“Le risultanze supportano la prova del fatto che Domenico Mesiano, consapevole della personalità e della attività di Nicolino Sarcone e del gruppo a lui facente riferimento, si sia posto a disposizione del capo e dei suoi, adempiendo alle più disparate richieste di costoro, con la consapevolezza del loro significato. E’ indubbio che Mesiano si sia prestato anche a svolgere favori personali ai membri del clan, non tirandosi però indietro quando le richieste hanno assunto un più largo respiro ed una concreta idoneità a favorire la permanenza e l’operatività del gruppo malavitoso. L’ex autista del Questore ha assecondato le più svariate richieste del gruppo. Mesiano ha consapevolmente apportato un efficace contributo concorsuale alla consorteria, fornendo informazioni sui componenti delle pattuglie e sulle ragioni dei controlli di polizia giudiziaria, ha effettuato abusive ricerche ai terminali, si è adoperato per l’ottenimento e il mantenimento delle autorizzazioni in tema di porto d’armi”. Condannato in primo grado per concorso esterno, in Appello la Procura Generale ha cambiato la valutazione del reato contestato: non più l’apporto esterno, ma l’aver agevolato l’attività della cosca, essendone parte integrante. L’accusa ha dunque chiesto la condanna inquadrando Mesiano come “partecipe” del clan, cioè “sempre a disposizione per la commissione di reati”. Coinvolto nel processo Aemilia bis per detenzione di munizioni da guerra, è stato assolto con formula piena.

PATRIZIA PETRICELLI E GIOVANNI VECCHI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni di reclusione.
Condannati, in primo grado, a 4 anni e 10 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Al centro delle accuse nei loro confronti ci sono gli affari che li hanno visti operare insieme ad Alfonso Diletto, considerato uno dei capi della cosca, all’interno della ditta SAVE GROUP. L’accusa parla di società fittiziamente intestate a terzi, nelle quali venivano sistematicamente conferite ingenti somme di denaro di derivazione illecita. Un sistema articolato, motivato dall’esigenza di tenere l’autorità giudiziaria lontana dai veri titolari degli stessi beni: gli affiliati del clan. Dietro la SAVE GROUP di Vecchi, c’era secondo l’accusa, Alfonso Diletto, che controllava anche altre ditte, partecipando alla spartizione del tesoretto derivato dagli appalti.

ROBERTA TATTINI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 13 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannata, in primo grado, a 8 anni e 8 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Consulente finanziaria che ha messo la sua professionalità a servizio della consorteria, “nella piena consapevolezza sia del programma criminoso dell’associazione di stampo mafioso, sia della rilevanza causale del suo apporto”, scrive il GUP. L’imputata ha prestato un ausilio lucido e consapevole, addentrandosi nei meccanismi del sodalizio, ai quali si è relazionata “con malcelato entusiasmo e ammirazione”, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado. La donna intercettata subito dopo l’incontro con il boss Nicolino Grande Aracri, definito da lei “il sanguinario”, ha affermato: “è stato un onore”. Numerose le vicende che la vedono protagonista: l’Affare Blindo, il Piano Cutro (progetto finalizzato alla costruzione di un impianto destinato alla produzione di materiale elettrico e Cutro), sotto la supervisione di Gualtieri ha gestito la trattativa con la Banca di Credito Cooperativo del Veneziano per acquisire beni immobili ipotecati alla Società Faecase. Ha seguito, per conto della consorteria, l’affare relativo all’acquisizione dell’ingente patrimonio immobiliare di svariati milioni di euro facente parte dell’attivo del fallimento Rizzi Costruzioni srl. “La Tattini, per un arco di tempo significativo, ha operato affinchè il sodalizio potesse concludere lucrose transazioni e così ottenere guardagni dal reimpiego dei capitali provento di attività delittuosa. Ha certamente contribuito al suo rafforzamento”. Nell’ordinanza viene descritta come “faccendiera e profonda conoscitrice dell’ambiente bancario che svolgerà la funzione di intermediazione tra la cosca emiliana e i reali possessori del denaro”.

FULVIO STEFANELLI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.
La Procura non ha fatto appello.
Marito di Roberta Tattini, riveste soprattutto il ruolo di confidente della moglie, ricevendone informazioni frequenti e dettagliate sulle attività da lei svolte in favore dell’organizzazione criminale. Pur essendo certamente a conoscenza delle vicende condotte dalla moglie ed essendo presente anche ad alcuni incontri con Gualtieri, non risulta che Stefanelli abbia intrapreso autonome attività di ausilio e supporto dell’organizzazione criminale. Per il marito della Tattini l’assoluzione di primo grado divenuta quindi definitiva.

GIOVANNI SUMMO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.
Giovanni Summo è un professionista bolognese che opera prevalentemente in Svizzera, dove possiede una serie di conoscenze a livello bancario e societario che gli consentono di effettuare operazioni relative all’incremento di capitali nazionali ed internazionali. Coinvolto nella vicenda del “Fallimento Rizzi”, Summo è stato messo a conoscenza, sia da parte della Tattini che di Gualtieri, di fatti attinenti al sodalizio criminoso in poche occasioni, manifestando lo stesso, al contrario della Tattini, una volontà di disimpegno.

GIOVANNI PAOLO BERNINI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado, per prescrizione.
Richiesta, in appello, una condanna a 6 anni di reclusione.
Ex assessore di Forza Italia al Comune di Parma, la DDA lo accusò di concorso esterno “per avere concretamente contribuito al rafforzamento dell’associazione e alla realizzazione dei suoi scopi chiedendo e ottenendo da Romolo Villirillo l’impegno, effettivamente mantenuto, di raccogliere voti in suo favore per le elezioni del marzo 2007 a Parma, impegnandosi in cambio a fornire un corrispettivo in denaro e la promessa di favorire la consorteria nelle gare d’appalto e di velocizzare e trattare con un’attenzione particolare le pratiche amministrative che la riguardavano”. Il GIP, in seguito alla richiesta di misura cautelare nei confronti di Bernini, aveva escluso il reato di concorso esterno, qualificando le condotte di Bernini come “scambio elettorale politico-mafioso”. “Sussiste dubbio ragionevole della consapevolezza da parte di Bernini del ruolo criminale di Villirillo, emerso con l’inchiesta Aemilia.- scrive il GUP- E’ innegabile che nella zona di Parma esista una vasta comunità di soggetti di origine calabrese che rappresentano un appetibile bacino elettorale. Pertanto non pare azzardato sostenere che la fiducia riposta dal politico sulla capacità di Villirillo di reperire voti a suo favore potesse trovare fondamento nella sua ritenuta capacità di fare da collettore all’interno di detta comunità. La condotta di Bernini va pertanto qualificata come corruzione elettorale, reato per il quale sono integralmente decorsi i termini di prescrizione”. La procura ha però impugnato la sentenza, ancora una volta convinta che l’ex assessore della giunta Vignali si sia reso responsabile di voto di scambio mafioso.

GIUSEPPE PAGLIANI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.
Richiesta, in appello, una condanna a 8 anni di reclusione.
Capogruppo di Forza Italia in Comune e in Provincia a Reggio Emilia, viene assolto con formula piena dall’accusa di concorso esterno. In primo grado i PM Ronchi e Mescolini avevano chiesto 12 anni. I PM, adesso, affiancati dai sostituti Umberto Palma e Nicola Proto, hanno ridotto la richiesta a 8 anni di reclusione. Nel caso la Corte non ritenesse sussistente questo reato, il PG ha almeno chiesto la derubricazione in corruzione elettorale. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado il GUP parla di “piena e consapevole adesione al progetto propostogli da Nicolino Sarcone, salvo poi defilarsi, forse anche impaurirsi, al verificarsi di una inaspettata evoluzione degli eventi” (le numerose interdittive emesse dal Prefetto Antonella De Miro). E prosegue: “Non vi sono elementi per sostenere che i sodali si servissero ancora di Pagliani, che non era più il promettente uomo politico della cena del 21 marzo, ma era un uomo politico in forte difficoltà. E in ogni caso, non può sostenersi che Pagliani stesse dando attuazione all’accordo politico-mafioso del 2 marzo, sol considerato che le condizioni di quell’accordo non c’erano più […] Non vi sono elementi univoci che consentano di ritenere che la linea di condotta del Pagliani sia stata determinata dalla volontà di fornire la propria attiva collaborazione all’associazione in un momento di gravi difficoltà e non dalla necessità di difendere politicamente il proprio precedente operato”.

MICHELE COLACINO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.
Richiesta, in appello, una condanna a 12 anni di reclusione.
Imprenditore operante nel settore dell’autotrasporto con importanti appalti per la raccolta rifiuti nelle provincie di Reggio Emilia e Parma, molto legato in un primo momento a Romolo Villirillo, si avvicinerà, in seguito all’arresto di quest’ultimo, a Nicolino Sarcone. Il 14 novembre 2011 la sua auto viene incendiata. Il 21 marzo 2012 partecipa alla famosa cena presso il ristorante Antichi Sapori e tre giorni dopo il Prefetto di Reggio Emilia gli revoca la certificazione antimafia. “Sebbene Michele Colacino paia un soggetto certamente contiguo all’ambiente investigato, non sussistono univoci elementi di intraneità al sodalizio.- si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado- Il suo successivo avvicinamento a Sarcone sembra motivato dalla ricerca di protezione. Né Colacino pare aver posto la sua impresa al servizio degli interessi dell’associazione”. La Procura ha impugnato la sentenza, chiedendo ancora una volta una condanna a 12 anni di reclusione.

JESSICA DILETTO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannata, in primo grado, a 2 anni di reclusione.
Figlia di Alfonso Diletto, in primo grado viene ritenuta colpevole del reato di trasferimento fraudolento di valori. Nel 2009 si candida alle elezioni comunale nella lista civica Forza Brescello. Anche se non viene eletta, è la più votata del suo gruppo.

EMANUELA MORINI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannata, in primo grado, a 1 anno e 8 mesi.
Moglie di Alfonso Diletto, in primo grado viene ritenuta colpevole del reato di trasferimento fraudolento di valori.

FRANCESCO SPAGNOLO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 8 mesi di reclusione.
Nipote di Alfonso Diletto, viene condannato in primo grado a 1 anno e 8 mesi di reclusione.

VINCENZO SALVATORE SPAGNOLO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 8 mesi di reclusione.
Cognato di Alfonso Diletto, subisce anche lui una condanna in primo grado a 1 anno e 8 mesi di reclusione.

DOMENICO AMATO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 3 anni e 8 mesi di reclusione.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di tentata estorsione aggravata.

ANTONIO BLASCO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 4 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 3 mesi di reclusione.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di trasferimento fraudolento di valori.

MARIO CALESSE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 4 anni di reclusione.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di tentata estorsione pluriaggravata. Una sua precedente condanna, per il reato di estorsione, “induce a ritenere più accentuata la sua pericolosità”.

VINCENZO FERRARO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 5 anni e 4 mesi di reclusione.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di tentata estorsione pluriaggravata. Così come nel caso di Mario Calesse, anche i suoi precedenti sono di rilevante gravità, in relazione alla sua pericolosità e alla sua capacità di delinquere.

GAETANO CAPUTO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 2 mesi di reclusione.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di detenzione a porto di arma comune da sparo.

ANTONIO FRIZZALE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 8 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 3 anni e 4 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di estorsione pluriaggravata. Frizzale era funzionale al sistema ’ndranghetistico nell’incasso di soldi ed usura.

ANTONIO MARZANO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 9 mesi.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di trasferimento fraudolento di valori, accusato di aver fatto da prestanome per una società di Bolognino.

GENNARO GERACE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 3 anni e 6 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.
Cognato di Alfonso Diletto, il suo nome compare in relazione all’estorsione aggravata dal metodo mafioso nei confronti di Ugo Apuzzo, originario del Napoletano, ma residente a Carpi, che chiamato a deporre durante il rito ordinario di Aemilia ha raccontato in aula: “Mi hanno detto: ‘Siamo venuti a prendere possesso del nostro bene. Se non te ne vai di qua ti impicchiamo’. Ero terrorizzato, credetemi. Per me sono stati i dieci giorni più brutti della mia vita, peggio del terremoto”.

ANTONIO GULLA’
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 8 mesi di reclusione.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di trasferimento fraudolento di valori.

SERGIO PEZZATTI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 5 mesi di reclusione.
Fiduciario originario di Wetzikon, noto, tra le altre cose, per essere stato dirigente del Lugano Calcio. Accusato di reimpiego e frode fiscale, “con l’aggravante di aver agito al fine di agevolare l’attività mafiosa denominata ‘ndrangheta, e in particolare delle cosche Arena, Nicoscia e Grande Aracri”, in primo grado viene condannato a cinque mesi di reclusione in quanto è stato assolto dall’aggravante.

FRANCESCO PELLEGRI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 5 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.
La sua figura è abbastanza complessa. Parte offesa, ma allo stesso tempo imputato, viene accusato di aver tentato un’estorsione nel 2012 in concorso con Domenico e Francesco Amato: avrebbe infatti affidato ai due, “di cui riconosceva il prestigio criminale e l’appartenenza alla criminalità organizzata di stampo mafioso”, si legge nel capo di imputazione, il compito di pressare e intimidire un imprenditore bresciano che aveva un debito nei suoi confronti. Minacce che non andarono a buon fine, perché l’uomo non accettò imposizioni, ma anche perché Pellegri non avrebbe avuto abbastanza soldi per pagare la missione. L’anno prima, però, il parmigiano sarebbe stato vittima lui stesso degli Amato, oltre che di Aldo Pietro Ferrari. Durante il primo grado di giudizio è stato assolto dall’accusa di estorsione.

PAOLO PELAGGI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 8 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 6 mesi di reclusione.
Già condannato nell’operazione Point Break di Modena, secondo quanto raccontato dal pentito Giglio, per finire di pagare i debiti con gli Arena, comincia con le ‘frodi carosello’ attraverso la sua azienda, la Point One, di Maranello.

BARBARA NIGRO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannata, in primo grado, a 1 anno e 8 mesi di reclusione.
Barbara Nigro è stata la segretaria personale della famiglia Pelaggi ed era a conoscenza del complesso sistema di false fatturazioni, utile ad aggirare l’Iva.

GIUSEPPE PALLONE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 13 anni e 4 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 5 anni e 10 mesi di reclusione.
Origini cutresi ma da tempo residente a Parma, ritenuto uno dei protagonisti della maxi operazione immobiliare di Sorbolo, assolto in primo grado dall’accusa di associazione mafiosa, ma condannato a 5 anni e 10 mesi per altri reati satellite, come l’estorsione e l’utilizzo di beni di provenienza illecita.

RAFFAELE OPPIDO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 4 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 2 anni e 9 mesi.
In primo grado è stato ritenuto colpevole di reati fiscali e contro il patrimonio.

GIULIO MUTO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 2 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato per reati in materia di armi, ha numerosi precedenti penali che provano la sua “accentuata pericolosità sociale”.

DOMENICO GRANDE ARACRI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 4 anni e 4 mesi.
Assolto, in primo grado.
Il suo nome, in Aemilia, compare in relazione alla vicenda del Fallimento Rizzi. Nell’ordinanza si legge: “effettivamente l’incontro tra Roberta Tattini e Domenico Grande Aracri è realmente avvenuto il 23 aprile 2012 allorquando l’uomo era giunto al Nord Italia per occuparsi personalmente del Fallimento Rizzi, in sostituzione di Antonio Gualtieri. (…)”. In merito a ciò, il Maresciallo Dubrovich, durante la propria deposizione durante il rito ordinario di Aemilia, cita una conversazione tra la Tattini e il marito, in cui la donna afferma: “mi mandano su il fratello e il contabile”. “Di questo incontro a Verona – afferma Dubrovich – Gualtieri non sa nulla. Cutro sta dunque trattando direttamente con i Galasso, estromettendo Gualtieri dall’affare. Il fatto che si stiano muovendo Domenico Grande Aracri (definito in una intercettazione dalla Tattini come “il fratello del grande capo”) e Salvatore Minervino è indice del fatto che a mobilitarsi direttamente è proprio il boss Nicolino Grande Aracri”. Assolto in Aemilia, viene coinvolto nell’inchiesta Kyterion, costola calabrese di Aemilia, ma viene anche in quel caso prosciolto.

GIULIO GIGLIO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 15 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 4 anni di reclusione.
Condannato per altri reati, assolto dall’accusa di associazione di stampo mafioso. Compare sempre e solo in vicende di minore rilevanza, svolgendo soprattutto mansioni per il fratello Giuseppe Giglio, il primo pentito del processo Aemilia. Il suo nome compare all’interno del processo Aemilia bis, optando ancora una volta per il rito abbreviato, dove è stato già condannato in primo grado a 3 anni di reclusione.

SELVINO FLORO VITO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.
A lui ha fatto riferimento il pentito Angelo Salvatore Cortese, indicandolo fra gli imprenditori collusi. Dichiarazione che durante il processo non ha trovato sufficienti riscontri.

ANTONIO MUTO, classe 73
Richiesta, in primo grado, a una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 8 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, una condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione.
Condannato in primo grado per trasferimento fraudolento di valori, in Appello la Procura Generale ha chiesto un aggravamento della condanna, ritenendo provato l’articolo 7 della legge 203/91 “per aver utilizzato metodologia tipicamente mafiosa”.

BILBIL ELEZAJ
Richiesta, in primo grado, una condanna a 9 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 5 anni di reclusione.
In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di estorsione pluriaggravata.

GIUSEPPINA VERRAZZO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Assolta, in primo grado.

FRANCESCO SILIPO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni e 8 mesi.
Condannato, in primo grado, a 4 anni di reclusione.
Richiesta, in appello, una condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione.

GIOVANNI SICILIA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 9 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno di reclusione.

MICHAEL STANLEY SALWACH
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni e 4 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 2 anni e 4 mesi di reclusione.

GIOVANNI PROCOPIO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 9 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 4 anni e 8 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.

ALFONSO PATRICELLI
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 4 mesi di reclusione.
Richiesta, in appello, la conferma della condanna di primo grado.

ALESSANDRO PALERMO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 9 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.
Richiesta, in appello, l’assoluzione.

GIUSEPPE DOMENICO OPPEDISANO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 3 anni di reclusione.

VITTORIO MORMILE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 8 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 5 anni e 6 mesi di reclusione.

KOSTANTINOS MINELLI
Richiesta, in primo grado, una condanna a 10 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 6 mesi di reclusione.

VINCENZO MIGALE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione.
Assolto, in primo grado.

LUIGI MERCADANTE
Richiesta, in primo grado, una condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione.
Assolto, in primo grado.

GIUSEPPE MANICA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni e 4 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 10 mesi.

FRANCESCO LEPERA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 12 anni.
Assolto, in primo grado.
Richiesta, in appello, l’assoluzione.

FRANCESCO GULLA’
Richiesta, in primo grado, una condanna a 5 anni e 8 mesi di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 4 anni di reclusione.
 
DOMENICO FOGGIA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 1 anno e 8 mesi.

DOMENICO CURCIO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 8 anni di reclusione.
Condannato, in primo grado, a 4 anni e 6 mesi.

GIANLUCA CRUGLIANO
Richiesta, in primo grado, una condanna a 6 anni e 4 mesi.
Condannato, in primo grado, 1 anno e 8 mesi.

SALVATORE CACCIA
Richiesta, in primo grado, una condanna a 3 anni di reclusione.
Assolto, in primo grado.

fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

 

 

“RAPPORTI CON I CASALESI”. DITTA SENZA AUTORIZZAZIONI E FUORI DALLA WHITE LIST

RAPPORTI CON I CASALESI”. DITTA SENZA AUTORIZZAZIONI E FUORI DALLA WHITE LIST

di Andrea Colombari. Pubblicato su Il Resto del Carlino – Ravenna il 25 agosto 2017.

Il Tar conferma l’esclusione della Caturano Pietro.

Il suo nome non potrà comparire nell’elenco dei fornitori di servizi non soggetti a infiltrazioni mafiose, la cosiddetta “white list”. Il Tar ha pure confermato sia la sospensione all’esercizio della professione che l’analoga decisione presa dalla camera di Commercio.

Alla base di tutto, gli “accertati collegamenti” tra l’impresa in questione e altre imprese del gruppo “già colpite da misure interdittive antimafia, con particolare riferimento ai rapporto con il clan dei Casalesi”.

fonte:http://mafiesottocasa.com/

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