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PARLAVAMO DI MERDA A LATINA

BASTARDA PONTINA (Parte III)

1 ottobre 2018

di Bernardo Bassoli

La politica pontina

Da molti anni l’intreccio tra mondo politico e mondo di sotto, a Latina, è palpabile al di là dell’ultima inchiesta Alba Pontina. Ad esempio, nel riportare alcune dichiarazioni di Roberto Toselli, il terzo pentito latinense (poi ha ritrattato la sua collaborazione) insieme a Pugliese e Riccardo, ci si può fare un’idea di come funzionava quando Latina si chiamava, pro tempore, Maiettopoli. Lo scenario viene descritto raccontando le attività di Francesco Viola, inquadrato nell’inchiesta Don’t Touch come uno dei più rilevanti affiliati dell’organizzazione malavitosa di Cha Cha e dei Travali.

Viola ha messo dei soldi nel Latina Calcio e partecipa ai guadagni. Si incontrano in posti concordati, in un viale vicino all’università o in un bar dove Viola si trova ogni mattina. So che a Borgo Flora se non erro c’è un’officina che è stata finanziata da Viola e Maietta ed è intestata a un prestanome. Credo l’abbiano acquistata circa tre anni addietro. Viola ha sostenuto Maietta nelle elezioni. Oltre a mettere i manifesti, attività che ho svolto io insieme ad Angelo Morelli e altri, comprava i voti. Ad esempio io ho ricevuto 50 euro in cambio del voto a Maietta e così moltissime persone dimoranti a viale Nervi. Non so bene quale fosse l’utilità ricavata dal Viola, ma sono certo che il Viola ha ottenuto dei profitti, e tra questi 60mila euro in contanti e una villetta. Temo fortemente le conseguenze delle mie dichiarazioni e ritengo per quanto ho detto che sia in pericolo anche la mia compagna.

L’altro pentito Renatino Pugliese rincara la dose: “Quando poi partì la campagna elettorale tramite Riccardo Agostino, che conosceva Fausto Bianchi (ndr.: ex Presidente del Gruppo dei Giovani Imprenditori di Unindustria a Latina), entrammo nella campagna elettorale ma poi lavorammo tramite Del Prete Raffaele nella campagna elettorale per Salvini e Cetrone Gina. Agostino aveva già lavorato alle regionali del 2013. Riccardo aveva già lavorato con Viola Francesco, Morelli Angelo e Sabatino, miei cugini, nella campagna del 2013 per Maietta Pasquale. Posso riferire sulla compravendita di voti per le elezioni del 2013 in favore di Maietta.

I manifesti elettorali con cui i balordi di Campo Boario gestivano la campagna di alcune liste e alcuni uomini politici erano sistemati nella stalla dei Di Silvio. Il che, ironia della sorte, potrebbe contenere in sé qualcosa di potentemente metaforico.

All’indomani degli arresti dei balordi di Campo Boario, il plauso dei politici pontini è stato unanime. Chi esultava per il grande impegno della magistratura e delle forze dell’ordine, chi si prodigava in comunicati di indignazione e impegno, chi prometteva fantomatiche DIA (Direzione Investigativa Antimafia) nel territorio pontino che si annunciano da anni a tutte le latitudini politiche (dimenticando che se proprio si dovesse, sarebbe meglio, per un contrasto strutturale alle mafie del territorio pontino, una DDA).

Il mercato delle affissioni dei manifesti è, in parte, in dote alla criminalità locale. Molti candidati negli ultimi trenta anni hanno sfruttato i servigi di malavitosi per riempire di faccioni e slogan le città del pontino, attuando spesso pratiche scorrette e di affissione selvaggia e violenta.

Tra gli imputati nel filone “reati elettorali” di Alba Pontina si trovano, tra gli altri, l’attuale collaboratore di giustizia Agostino Riccardo e, da Terracina, Gianluca D’Amico e Matteo Lombardi, i quali operavano, come noto, in favore di Gina Cetrone per le amministrative del 2016 con la lista Si Cambia. Dalla presentazione sul sito del Comune di Sonnino, si legge che Gina Cetrone è “per sensibilità e formazione vicina all’area politica del centro destra italiano, fino a quando, nel 1994, si riconoscerà pienamente nei valori e nel manifesto programmatico del neonato partito di Silvio Berlusconi: Forza Italia e successivamente nel Popolo della Libertà. Al 6 luglio del 2009 risale il suo debutto sulla scena politica. Allora, infatti, si candiderà come consigliere provinciale di Latina nella lista del Pdl di Armando Cusani, nei seggi di Priverno e Roccagorga. A conclusione della tornata elettorale, il neoeletto Presidente Armando Cusani, le conferirà la nomina di Delegata Provinciale per la Valorizzazione dei Prodotti Locali, del Marketing e Promozione Territoriale. Da quel momento, inizia il suo impegno per la valorizzazione del territorio e subito dopo le elezioni, per mantenere vivo il contatto con i cittadini, aprirà un Punto di ascolto nel comune di Priverno. Dal 2010 ricopre per il Pdl la carica di Consigliere regionale del Lazio, con l’incarico di Vicepresidente della Commissione Piccola e Media Impresa, Commercio e Artigianato, Vicepresidente della Commissione Speciale Sicurezza e Prevenzione degli Infortuni sui Luoghi di Lavoro ed è membro della Commissione Agricoltura.


Un curriculum notevole di una politica che spazia da territorio a territorio senza soluzione di continuità; in faretra, una freccia che dovrebbe almeno provocare un po’ di imbarazzo: essere stata consigliere del PDL ai tempi del famigerato capogruppo Franco
BatmanFiorito. Leggendo le frasi trascritte nelle intercettazioni dell’ordinanza di Alba Pontina, parlare amabilmente con Agostino Riccardo, un incallito e ultra-noto estortore di Latina, al servizio di Cha Cha/Travali prima e dei Di Silvio poi, non è stato così imbarazzante per l’ex consigliere della Pisana, se si considerano le parole gioviali che intercorrevano tra i due. Tuttavia, sarebbe un errore credere che Cetrone, impigliata nelle maglie di Alba Pontina ma non indagata, sia un unicum, piuttosto era/è inserita in una certa tendenza “culturale” della politica pontina che ha avuto, da sempre, una dimestichezza con il voto di scambio e i mondi di sotto, che parla di pacchetti di voti e passa da un partito all’altro naturalmente come andare al bagno.

Dopo aver usufruito dei servizi di Riccardo che coordinava le operazioni a Terracina con l’ausilio di alcuni soggetti del luogo (Lombardi, D’Amico, il non indagato nipote di Cetrone e altri), e con la benemerenza dei piccoli ras dei quartieri (per fare campagna elettorale a Terracina, Renato Pugliese e Agostino Riccardo chiesero il permesso a un non meglio precisato capozona di Terracina), Gina Cetrone, come capita sempre quando si ha a che fare con un determinato tipo di soggetti, verrà fortemente sollecitata al pagamento con tanto di intimidazione.

Le campagne elettorali di Cetrone erano di sovente gestite, così si evince dalle carte di Alba Pontina, dai Morelli. I Morelli si lamentarono perché Riccardo e Pugliese, un tempo alleati tutti insieme nel clan Tuma/Cha Cha/Travali, se ne stavano occupando per conto dei Di Silvio di via Muzio Scevola, anche perché i proventi di queste campagne elettorali sarebbero dovuti servire ai carcerati. Lallà Di Silvio intervenne per dirimere la questione, chiamò uno dei Morelli, Sabatino detto Manolo, e gli disse che non avrebbero abbandonato il business, bensì avrebbero continuato perché quando erano loro i carcerati si erano arrangiati da soli.

Riguardo a queste manfrine politico-malavitose, è stata ampiamente riportata, da numerosi organi d’informazione locale e nazionale, la notizia che sull’auto su cui viaggiavano Riccardo, D’Amico e Lombardi, sono stati rinvenuti dalla Polizia manifesti (tutti per le amministrative del 2016 a Latina o a Terracina) di Elsa Calandrini Lungo lista “Cuoritaliani”, di Francesco Zicchieri lista “Noi Con Salvini” (attuale vice-presidente del gruppo parlamentare della Lega alla Camera dei Deputati, nonché coordinatore regionale di partito), oltre a quelli della lista Si cambia di Cetrone e di due candidati, Corradini e Tramentozzi.

Anche un altro figlio di Lallà agiva nelle campagne elettorali. Era Gianluca Di Silvio, protagonista di estorsioni e spaccio in Alba Pontina, che si prodigava in attività elettorali: fu ingaggiato con tanto di seguaci plaudenti per acclamare un candidato durante un comizio elettorale a Latina nel 2016. La stessa persona che, nel 2015, fu protagonista dell’occupazione, insieme a moglie e figlio, di un appartamento dell’ente comunale riservato ai papà separati in Via Scipione l’Africano (alle porte di Campo Boario) a Latina: un fatto piuttosto inquietante perché fa pensare che, considerate le vicissitudini burocratiche di quelle case, o nella politica o nell’ente ci fosse qualcuno che passasse informazioni utili all’occupazione dal momento che, in quegli anni, non si sapeva pubblicamente e chiaramente quando realmente fossero state abitabili.

Ad ogni modo, a Latina, nell’ambito dei voti di scambio gestiti dalla mala, a detta del pentito Pugliese, Agostino Riccardo si era allargato in una zona, quella di Viale Nervi, da anni gestita da Sabatino Morelli (gruppo Travali), al quale l’attuale consigliere regionale della Lega Angelo Orlando Tripodi aveva dato in mano la campagna elettorale. In quella zona, un’area di case Ater dove i clan la fanno da padroni, si potevano acquistare i voti. E la posta per il controllo elettorale del territorio era alta e conosciuta sia da criminali che politici.

Un altro soggetto, sempre a quanto dichiara Pugliese, a cui Tripodi faceva gestire la sua campagna elettorale da mondo di sotto, era il gran capo ultrà dell’era maiettana Giancarlone Alessandrini, già coinvolto insieme ai Morelli in Don’t Touch.

I collettori tra politica e criminalità erano, sostiene Pugliese, il segretario di Tripodi (Emanuele Forzan, non indagato) e Raffaele Del Prete (l’imprenditore coinvolto nell’inchiesta Touchdown che ha terremotato la giunta Della Penna a Cisterna nel dicembre 2017) che invitava i malviventi a recarsi nel suo capannone a Latina Scalo/Sermoneta e, lì, dava loro i soldi per i servizi elettorali, come, per esempio, li corrispose a Riccardo e Pugliese. Agostino Riccardo, dal canto suo, continuava a fare la “cresta”anche sui pagamenti per le affissioni.

Inserita in una storia di debiti per droga è, invece, la compravendita di voti che ha coinvolto altri due indagati in Alba Pontina: Gianfranco Mastracci, da sempre legato alla malavita rom pontina ma non organico al gruppo Lallà, e Ismayl El Gayesh (gestore di un noto locale a Latina, nel quartiere R6 Isonzo).

Siamo nella primavera del 2016, l’appuntamento è importante, ci sono le Comunali per eleggere il sindaco e i consiglieri del capoluogo pontino, e il piatto del voto bloccato, pro domo dei politici con certe amicizie, è ricco.

Dopo aver perseguitato e taglieggiato il consumatore/debitore (“Sei finito e stai al doppiaggio”, gli diceva Mastracci, intimandogli il pagamento con la minaccia di pestarlo e poi portarlo al pronto soccorso così da ottenere un referto e farsi pagare dall’assicurazione simulando un sinistro stradale), con tanto di pedinamenti riservati all’ex compagna di quest’ultimo e veri e propri appostamenti sotto casa della donna (rea di nascondere il minacciato) ad opera di due sodali (Simone Tartaglia e Massimiliano Mengoni, non indagati), Gianfranco Mastracci e Ismayl El Gayesh trovano il consumatore/debitore e lo costringono a girare con loro in auto. Nell’arco di una giornata, quest’ultimo poté vedere le manovre elettorali del Mastracci, intento a raccattare voti per conto terzi dirigendosi a prelevare decine di persone a Latina per condurle nei seggi elettorali.

Il consumatore/debitore, come gli altri, fu obbligato a votare Roberto Bergamo (indagato) e Angelo Orlando Tripodi (non indagato) in qualità di sindaco della città di Latina, sebbene avesse già promesso il voto per Nicola Calandrini sindaco, in cambio di 50 Euro, a un non precisato uomo di Piazza Moro (Latina).

Per quelli ottenuti, Mastracci prendeva 30 euro a voto, e dimostrava l’avvenuta riuscita del voto di scambio esibendo le schede elettorali timbrate ad Angelo “Calo” Morelli (appartenente al clan rom dei Travali), il quale, a sua volta, le mostrava ai suoi riferimenti politici, Roberto Bergamo e Angelo Tripodi.

A casa di “Calo” Morelli, effettivamente, fu ritrovata una cartellina denominata “Latina Olim Palus 2032” in cui vi erano scritti i 31 candidati della lista che appoggiava, alle comunali latinensi del 2016, il consigliere in Regione Lazio Tripodi. Accanto ai nomi dei candidati, alcuni numeri a matita. Durante questa perquisizione nella casa di Angelo “Calo” Morelli, Roberto Bergamo, uno dei candidati della lista, passò di lì per caso, dichiarando alle forze di polizia, operanti nella perquisizione e interessate alla sua presenza, che non stava cercando “Calo” ma suo fratello “Manolo” Morelli.

È piuttosto curioso che, in quella campagna elettorale del 2016, Bergamo e Tripodi si scagliavano contro il campo rom Al Karama dichiarando che lo avrebbero demolito: “Abusivo, degradato e al suo interno trovano ricovero delinquenti abituali: con Tripodi lo butteremo giù. Considerato il fatto che esistono sufficienti leggi e norme comunitarie per risolvere il problema dei campi rom, e nessuna di queste prevede la propaganda, è singolare che nell’orgia verbale di “ordine e ruspa” si faccia riferimento ai “delinquenti abituali” di Al Karama. In realtà, nel campo, ci sono alcune sacche di microcriminalità, con una percentuale minima rispetto alla totalità delle persone che non costituiscono un pericolo per la città di Latina, a differenza dei delinquenti abituali e organizzati a cui parrebbero essersi rivolti Bergamo e Tripodi; senza contare che la ruspa con i rom di Borgo Bainsizza è un atto impraticabile e di codardia se, al contempo, non si fa mai riferimentoal vero racket delle case popolari gestito per anni dagli italianissimi clan rom (il fenomeno, ora, è contrastato da un protocollo firmato da Ater e Questura). Occupazioni, quelle sì abusive, che, per anni, sono state imposte, con la complicità di Istituzioni e uomini politici, da italiani (Di Silvio, Travali in testa), i quali sottraevano le case a persone, italianissime anch’esse, che ne avevano diritto: prima gli italiani è il disco rotto, Italy first, ma con vigliaccheria, perché ci sono alcuni italiani più italiani di altri. Un esempio di propaganda della moda corrente, quando si inveisce contro gli aspetti facilmente strumentalizzabili (gli zingari, i campi rom ecc.) ai fini di consenso elettorale, ma con ipocrisia e, a volte collusione, non si affrontano le vere consorterie criminali che influenzano la sfera sociale ed economica di un territorio.

Resta da capire perché Nicola Calandrini, l’attuale capo dell’opposizione di Fratelli d’Italia nel consiglio comunale di Latina, un partito che in città è stato simbolo di un potere malato come quello di Maiettopoli, non abbia voluto spazzare via ogni dubbio smentendo ciò che si evince dall’inchiesta di Alba Pontina. È a conoscenza di corrieri del voto di scambio che, per conto suo o comunque delle sue liste, hanno promesso 50 Euro a preferenza in cabina elettorale?

Ciarelli: gli affari continuano

A febbraio 2018, i due fratelli Roberto e Valentina Ciarelli assalirono, insieme a Matteo Ciaravino (noto, sopratutto, per aver partecipato all’omicidio Vaccaro nel 2011 in un parco di Latina), un lavoratore del grande supermercato Carrefour in via Capograssa (Latina). In quella zona, al Piccarello, il centro ha assunto una funzione socio-ricreativa, ed è facile che nei weekend diventi un punto di incontro per molti giovani. I due Ciarelli (Roberto, Valentina e Matteo Ciaravino sono stati condannati in primo grado, per questo episodio, a pene sotto i tre anni) vivevano in una casa confiscata a pochi passi da dove hanno replicato ciò che i giovani appartenenti ai clan rom della città fanno da decenni: allenare le generazioni a soccombere con violenza, in modo da far capire sin da subito chi comanda. Confiscata anni prima, in ragione dell’inchiesta/processo Caronte, celebrato in ogni ambito ed entrato in relazioni di osservatori antimafia regionali e atti di commissioni parlamentari, la casa era rimasta nella disponibilità della madre dei due giovani, Rosaria Di Silvio, moglie di Ferdinando “Furt” Ciarelli, uno dei capi durante la guerra criminale del 2010 (in carcere per quei fatti), e sorella di Armando “Lallà” Di Silvio. Solo dopo questo episodio di inaudita efferatezza (il lavoratore del supermercato ha dovuto subire delle operazioni maxillo-facciali), la casa è stata requisita, non prima però che fosse ripulita da altre persone della famigghia che hanno agito, incredibilmente, dopo che erano stati apposti i sigilli dalla Polizia.

Tutti sapevano che una famiglia, unione di un Ciarelli e una Di Silvio, abitava lì al Piccarello in una casa confiscata, ma evidentemente non c’era la volontà di rimuoverli da lì. Perché ai Ciarelli alcune cose, in questa città, sono state colpevolmente concesse. E non si tratta unicamente di un pestaggio brutale ai danni di un precario come nell’episodio dei due discendenti di casa Ciarelli/Di Silvio, ma di opache franchigieche hanno consentito a questo clan di irrobustirsi e radicarsi in città, fino a credersi padroni di intere zone.

Nei Ciarelli, come in tutti i clan rom, ci sono delle divisioni ma, nel corso della loro storia criminale, hanno dato prova di sapersi unire e di viaggiare con più scaltrezza rispetto ai Di Silvio

Nelle intercettazioni di Alba Pontina, Pupetto Di Silvio, Renato Pugliese e Agostino Riccardo sostengono di far parte di una famiglia contrapposta ai calabresi e ai Ciarelli. Pugliese e Pupetto parlano di “calabresi” che, prima di toccare direttamente un avversario, colpiscono i parenti più stretti a cominciare dai padri, richiamando l’episodio di Ferdinando il Bello, padre di Costantino “Patatone” e Antonio “Sapurò” Di Silvio (l’altra ala dei Di Silvio), ucciso nel 2003 con l’autobomba al Lido di Latina. Una storia di cui gli affiliati ai clan rom discorrono con rispetto, quasi che ci fosse un’aura mitica a tal punto che quelli che vengono giudicati “infami” non hanno diritto neanche a raccontarne i contorni, come, ad esempio, Angelo “Palletta” Travali (clan Don’t Touch), figlio per di più di una donna (Maria Grazia Di Silvio) che, a detta dei balordi di Campo Boario, avrebbe giocato un ruolo negli arresti dell’inchiesta Caronte.

I Ciarelli, dunque, sono un clan a sé stante, e lontano ormai dall’alleanza del 2010 quando le cosche rom si unirono, dopo l’attentato a Carmine “Porchettone” Ciarelli, per uccidere in culla le mire espansionistiche di Massimiliano Moro, Mario Nardone e gli altri. Come per i Di Silvio, anche per i Ciarelli le donne della famigghia, ad esempio Veronica Ciarelli, hanno un ruolo attivo negli affari criminali. In Alba Pontina Sabrina De Rosa, la moglie di Lallà, e le figlie dei due, dimostrano di essere addentro alle logiche del business della droga, confezionando e spacciando cocaina anche autonomamente, ma sempre nell’interesse della consorteria. Addirittura, quando gli uomini vengono incarcerati sono loro a continuare gli affari della sostanza stupefacente e a girare per le carceri in modo da fornire denaro e, sopratutto, notizie dal mondo criminale esterno, un mondo dove gli equilibri di potere, specialmente in terre “nuove” dal punto di vista del crimine organizzato come quelle pontine, sono frequentemente in bilico e mutevoli.

Ieri i clan rom della città si trovavano dalla stessa parte, domani si contenderanno gli affari illegali, così funziona. Da qui, il senso di rivalsa di Pupetto e dei suoi fratelli contro Luigi e il figlio Marco, considerati dai Di Silvio i due eredi del clan Ciarelli dopo gli arresti di Caronte, e gli avversari più temibili e potenti in cittàin un’intercettazione piuttosto eloquente, Pupetto, per difendere l’onore di suo fratello carcerato Pasquale, minaccia, parlando con i suoi compari, di scatenare contro Luigi tutti i sopravvissuti dei Di Silvio.

Da Livorno cacciucco in bianco

Luigi Ciarelli (fratello di “Porchettone”), a fine luglio 2018, è stato arrestato, insieme a Claudio Pitolli di Anzio e Benito Aversano di Aprilia (già coinvolto nell’operazione chiamata Bon Bons a fine anni zero, nel 2009), per narcotraffico internazionale dal Sudamerica. Può essere definito, con tutti i distinguo del caso essendo i clan rom diversi dalle cosche del sud, il vero reggente del clan di Pantanaccio, il quartiere di Latina che ospita le ville e le auto di lusso dei Ciarelli. Si presume importasse droga dal Cile a Latina: 84 chili di cocaina sequestrati dalla Guardia di Finanza di Livorno. Già coinvolto in numerose vicende da profilo penale, come rapine, usura, detenzione di armi, ricettazione, la cocaina sequestrata avrebbe alimentato per un po’ il mercato in palude (è possibile, ad ogni modo, che la cocaina dal Cile non fosse destinata alla città di Latina ma smerciata altrove). I narcotrafficanti erano riusciti a fare arrivare nel porto di Livorno il quantitativo della droga in un container proveniente da San Antonio (Cile), all’interno del quale era stata caricata una cisterna di grosse dimensioni, sostenuta da due grandi supporti di metallo, con delle intercapedini dove erano occultati circa 160 panetti di cocaina purissima dal peso di 500 grammi ciascuno. Prima di questa operazione, la DIA definiva, in una nota a piè di pagina nell’ultima relazione pubblicata (Luglio-Dicembre 2017), ancora solo “probabile” il porto di Livorno “come punto di arrivo sul territorio nazionale di carichi di stupefacenti”.

La base utilizzata per stoccare la cocaina era, come spesso accade nelle rotte degli stupefacenti latinensi, Aprilia che, per morfologia e collocazione geografica, è l’ideale per fermare la droga quando arriva da giri più lontani.

Questo fatto dimostra di come i Ciarelli, mai accusati di mafia (tranne Carmine Ciarelli nel 1997), sono un clan più addentro ai traffici di droga: per comprare le sostanze non hanno bisogno, come i Di Silvio di Campo Boario, di broker o corrieri, altri clan o trattative. Riescono, ormai, a importare senza mediatori, o al massimo con la collaborazione alla pari di esperti narcotrafficanti. D’altra parte, non è cervellotico sostenere che, per fare questo tipo di operazioni, i Ciarelli abbiano il lasciapassare di clan più radicati, o calabri o siciliani dediti al narcotraffico e con la possibilità di fare base in Spagna.

Sono lontani i tempi in cui Luigi Ciarelli, per aiutare i suoi famigliari arrestati, faceva il lavoro sporco e cercava con ogni mezzo di far ritrattare i testi del processo Caronte. Dalle carte della sentenza di appello del processo, che vide tante persone ritrattare o tacere in udienza per terrore di ritorsioni, è testualmente descritto il modo in cui Luigi Ciarelli zittiva i testi che potevano aggravare la situazione del suo clan: “Il primo Giudice procedeva all’audizione all’udienza del 17-2-2014 dell’operante di polizia giudiziaria. Le dichiarazioni dell’operante fornivano un riscontro evidente delle ragioni della ritrattazione dei tre testi essendo emerso che Luigi Ciarelli, fratello di Carmine e Ferdinando Furt, il giorno in cui sono stati escussi Catarro Marco, Barbieri Roberta e Anzovino Emilia (udienza aprile 2013), parlava continuamente con una persona successivamente riconosciuta dall’agente di P.G. proprio nel Catarro; riferiva l’agente che i due erano in disparte sulla scala di sinistra rispetto all’aula dibattimentale; chi parlava in modo vivace era il solo Ciarelli mentre il Catarro non faceva altro che annuire e guardare a terra. Tale avvicinamento sortiva l’effetto di intimorire non solo il Catarro ma anche le altre due testi attesto il legame che li aveva uniti anche in passato.

Nel giorno dell’arresto di Luigi, il 27 luglio 2018, i Ciarelli non demordono e, con l’arroganza e il disprezzo delle leggi, sfogano tutta la loro rabbia via social per penna e indignazione del figlio di Luigi, Marco Ciarelli, chiamato Marolli dai balordi di Campo Boario, e operante nel settore delle rivendite di auto, con base nel quartier generale di Pantanaccio. Il figlio di Luigi verga parole di fuoco contro la Guardia di Finanza di Livorno: “Volevo fare un grande applauso alla finanza di Livorno che stamattina è entrata in casa mia con 50 agenti e l’unico sequestro che è riuscita a fare è la scheda di 80 euro di mio figlio, volevo porvi le mie più sentite congratulazioni per aver arrestato un padre di famiglia che non c’entra niente con lo schifo che state scrivendo e sopratutto con le cazzate che i giornalisti stanno scrivendo, nel giardino di casa mia avete trovato l’anima dei morti vostri…dovete fare la stessa fine!.

a i Ciarelli sono molto altro. In un complesso rapporto con le Istituzioni, sono capaci di utilizzare le forze dell’ordine laddove ci sia da ovviare a qualche situazione di pericolo come, ad esempio, negli anni ’90. Come noto dai fatti del processo Mendico, Antonio Ciarelli, il capostipite della famiglia, arrivò a denunciare un pezzo del calibro di Ettore Mendico (affiliato ai Casalesi), per silurarlo e distoglierlo dai suoi obiettivi criminali volti a entrare nel racket di estorsioni e usure da sempre “core business” del clan rom. Al processo, Antonio disse di non ricordarsi neanche l’episodio della sua denuncia: a distanza di tanti anni, più di qualche regolamento di conti aveva sanato ciò che la giustizia non è riuscita a fare in terra pontina, dove i Casalesi potevano inquinare con i fusti tossici Borgo Montello, ma dovevano fermarsi di fronte ai desiderata dei Ciarelli.

Nel reticolo complicato della criminalità pontina, in seguito agli arresti di Don’t Touch e Alba Pontina, i Ciarelli sono nella possibilità di controllare, ad oggi, il mercato di droga e estorsioni a Latina. Sono il clan più ramificato e, al netto del ridimensionamento dovuto a Caronte, godono di potere criminale e politico: basti pensare che quando Carmine Ciarelli fu condannato in Corte d’Appello a 20 anni per il processo Caronte (in un’udienza, gli fu persino accordato di alzarsi e salutare nella cella dell’aula del Tribunale i suoi coimputati), fu sottoposto nel 2016 a un blando regime di arresti domiciliari in provincia di Isernia in località Venafro, Molise.

Non è rassicurante che ci sia stato bisogno dell’intervento della GdF di Livorno per avere la conferma dei traffici di questa consorteria che, oggi, è al riparo più che mai dai media e dalla magistratura locali più impegnati a raccontare e perseguire gli altri clan rom della città.

Forze dell’ordine: infiltrazioni che agevolano la criminalità

Nel famigerato caso del giudice Lollo (2015), tanto per rimanere nella storia più attuale della cronaca giudiziaria pontina, due finanzieri, Roberto Menduti e Franco Pellecchia, furono scoperti a passare notizie d’indagine al magistrato che, più di tutti, ha colpito l’immaginario collettivo latinense a causa della sua cinica ingordigia per i fallimenti pilotati (o meno).

Con l’affaire di Antonio Lollo, anche in tremenda ragione di scellerate combriccole tra forze della sicurezza e addetti ai lavori indagati (tra gli altri, una cancelliera del Tribunale di Latina), fu dato un colpo mortale all’affidabilità e alla fiducia delle e nelle Istituzioni locali con un ruolo marginale ma dalle conseguenze non salutari il fatto che, tra gli arrestati del Lollogate, c’era la suocera del magistrato, Angela Sciarretta, ex dirigente e capo di gabinetto della Questura di Latina.

Le infiltrazioni e i comportamenti poco commendevoli all’interno degli organi istituzionali come, ad esempio, le forze dell’ordine, non sono solo un danno alla lotta contro consorterie e malaffare ma alimentano un serio pericolo di credibilità dello Stato e degli enti pubblici che dovrebbero essere sempre, ma proprio sempre, al servizio del cittadino.

Il cittadino, le imprese, la società civile che hanno la percezione di debolezza delle Istituzioni o addirittura dell’inquinamento delle stesse, frequentemente reagiscono con lo scetticismo e la rassegnazione oppure cercano di trarne giovamento accodandosi al così fan tutti. Ecco perché, quando si toccano i temi delle infiltrazioni malavitose nelle Istituzioni, la stessa informazione si fa guardinga e, per non esporsi, rischia di tralasciare episodi che, invece, dovrebbero essere altamente evidenziati.

Infiltrazioni e collusioni che mettono persino a repentaglio la vita di coloro che ne sono colpevoli protagonisti, sopratutto in ambienti delicati come quelli carcerari. Come di chi si compromette tenendo la retta ai criminali (l’agente penitenziario scovata di recente con le armi del clan al Villaggio Trieste), o come nel caso di uno dei figli di Lallà, Giuseppe Pasquale Di Silvio, arrestato con Caronte, che voleva far fuori un agente di polizia penitenziaria reo di aver preso le parti dei rivali Mario Nardone e fratelli Mazzucco. A Latina, nelle inchieste che hanno visto accusare mafiosi o potenti, il fenomeno delle infiltrazioni è tristemente presente. È difficile, pertanto, costruire la consapevolezza della libertà della denuncia in una città dove tantissime vicende penali, e Alba Pontina non fa difetto, hanno fatto emergere vere e proprie collusioni ed entrature negli organi preposti all’ordine e alla sicurezza.

Nelle carte di Alba Pontina, oltre che ad essere citato per cognome un appartenente della GdF (probabilmente il figlio) come fosse organico ai balordi di Campo Boario, uno degli indagati, Antonio Fusco (accusato di favoreggiamento), aveva delle concrete aderenze nelle Forze dell’Ordine. Il signore in questione conosceva i due “pentiti” Renato Pugliese, Agostino Riccardo e i Di Silvio. E li conosceva talmente bene da metterli in guardia dalle attività della Polizia, di cui era venuto a sapere, che di lì a poco avrebbe voluto intervenire per arrestarli in flagranza di un’estorsione.

Antonio Fusco, per salvarli, provava a contattare al telefono i balordi di Campo Boario. Il luogo da dove Fusco telefonava era un centralino di Palazzo M, al centro della città di Latina, che altro non è che il Comando Provinciale della Guardia di Finanza. Era il 20 settembre del 2016, e sull’utenza in uso a Gianluca Di Silvio pervenivano tre chiamate provenienti dal centralino; poco dopo Agostino Riccardo provava a contattare il numero del centralino, salvo poi capire, dopo un paio d’ore, che la persona che aveva chiamato dalla GdF era, per l’appunto, Antonio Fusco, detto Marcello. Riccardo chiama “Marcello” sul suo numero privato e gli chiede: “Tutto a posto Zi’ Marce’, ma io ho una chiamata dall’Argentina, eri te?”, ricevendo da “Marcello” Fusco tale risposta: “Chiamo anche dall’Argentina” – nel loro gergo l’Argentina è la Guardia di Finanza. “Marcello” lo avverte esplicitamente di non presentarsi all’appuntamento che lo stesso Riccardo, Pugliese, Pupetto e Samuele Di Silvio avevano per dare seguito ai propositi criminali in danno di un ristoratore di Sermoneta. “Alle sei e mezza non anda’ da nessuna parte, dai retta a Marcello”.

Il “centralista di Palazzo M” viene definito dai balordi di Campo Boario come un uomo dalle copiose disponibilità economiche; al contempo Armando “Lallà” Di Silvio, parlando di lui con i figli, lo dipinge come uno che, anni prima, era un “disgraziato”, persino sottomesso alle estorsioni del “grande Carmine” (Carmine Ciarelli, così lo appella Lallà) a cui avrebbe dato svariate centinaia di milioni di lire.

Antonio “Marcello” Fusco dà prova non solo di conoscere le attività dei balordi di Campo Boario, per di più le tutela togliendoli di impaccio poiché, attraverso le sue entrature nella polizia giudiziaria, aveva saputo della retata delle forze dell’ordine. E lo avrebbe comunicato, se Gianluca Di Silvio avesse risposto subito, direttamente dal centralino della GdF. Cosa ci facesse Fusco al Comando Provinciale della Finanza non è dato sapere; per di più, telefonare da quel centralino denota un rapporto quantomeno di familiarità con la sede della GdF. Gli inquirenti non hanno approfondito, lasciando alcune questioni aperte. Come Fusco sapesse, invece, delle attività di indagine della Polizia di Stato, coordinate dalla DDA di Roma, resta un mistero. O forse no.

I quattro, Riccardo, Pugliese, Pupetto e Samuele Di Silvio, in seguito furono effettivamente arrestati per questa stessa estorsione del ristoratore di Sermoneta, anche se la soffiata avrebbe potuto compromettere l’operazione, dirimente a tal punto che da qui sono iniziati Alba Pontina e il pentimento di Renatino Pugliese. Nelle intercettazioni di Alba Pontina si capisce che lo spiffero di Fusco, riguardante le attività della Polizia, ha almeno un probabile responsabile (volontario o meno, non è chiaro).

Dalle carte di Alba Pontina, si scopre, infatti, che un poliziotto di servizio a Roma e in rapporti politici con l’imprenditore Davide Lemma, candidato sindaco per una formazione civica alle amministrative di Latina nel 2016, era desideroso di proteggere l’estorto gestore del ristorante di Sermoneta (il quale, a sua volta, aveva contattato anche un individuo che si auto-definiva “dei Casalesi” con i Di Silvio). Pugliese, dopo aver appreso della soffiata di Fusco, dice: “no perché ce sta, è la guardia (ndr: il poliziotto di servizio a Roma) che sta con Davide Lemma…viene proprio lui…si è voluto mettere in mezzo per lui (ndr.: il ristoratore di Sermoneta) ha detto, voglio vede che…. Non si comprende bene chi sia il poliziotto di servizio a Roma, citato da Pugliese, che si sarebbe “messo in mezzo per difendere l’estorto”, fatto sta che l’episodio rimane oscuro dal momento che nell’atto grave di un’estorsione si inseriscono diversi protagonisti estranei al contesto, ma coinvolti più o meno direttamente dalla vittima, che rischiano di far saltare un’operazione centrale per il proseguo dell’inchiesta Alba Pontina. Nel mese di settembre in cui le vicende dell’estorsione si dipanavano, Davide Lemma subì un’intimidazione e si ritrovò l’auto bruciata sotto casa; pochi mesi dopo, a gennaio del 2017, un’altra auto dell’imprenditore parcheggiata sotto l’abitazione fu colpita da due colpi di arma da fuoco. I fatti sono rimasti anonimi e impuniti, e il Lemma ha negato di avere qualsiasi problema con chicchessia.

Uomini dello Stato al servizio del malaffare

I problemi di infiltrazioni nei corpi di polizia non si limitano a episodi sporadici. Sia nelle indagini concernenti la frode milionaria delle cooperative con protagonista l’imprenditore Giancarlo Bolondi, sia nell’inchiesta Arpalo-Maietta, si è potuto verificare come diversi finanzieri sono stati coinvolti e/o agli arresti domiciliari.

Nella Guardia di Finanza a Latina vi sono state all’attenzione numerose circostanze gravi. Da ultima (settembre 2018), come rilevato dal secondo filone dell’inchiesta Tiberio della Procura della Repubblica di Latina, c’è l’ipotesi di una corruzione per i lavori alla caserma Mazzini di Gaeta, sede della Compagnia Allievi Finanzieri mare, che avrebbe coinvolto gli imprenditori Ruggieri e un militare della GdF.

Indietro di qualche mese, nel giugno 2018, ai domiciliari sono finiti, per il caso Bolondi, Riccardo Tomei e Vincenzo Camerota, finanzieri in servizio presso il Nucleo operativo di Latina e arrestati dai colleghi delle Fiamme Gialle di Nettuno. Tomei risulta indagato anche nell’operazione Arpalo – che ha confermato il castello finanziario su cui si reggeva Maiettopoli -, accusato di fornire informazioni di attività d’indagine all’ex deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta. Nell’indagine che ha colpito l’imprenditore Bolondi, i due finanzieri avrebbero invece ricevuto soldi e altri favori e in cambio avrebbero aiutato Bolondi a ricevere il denaro provento di riciclaggio, fornendo informazioni sulle modalità per compiere frodi erariali.

In Arpalo, oltre a Roberto Tomei, sono indagati due suoi colleghi, Ciro Pirone e Claudio Arpaia. Pirone fu coinvolto nel 2015 insieme al collega Tarcisio Dell’Aversana in un’altra indagine per concussione nei confronti di una coppia di imprenditori.

Nelle carte dell’inchiesta Arpalo, è indubitabile di come i finanzieri sfruttassero il loro ruolo per ottenere favori da Maiettopoli: chi, come Claudio Arpaia, per l’assunzione di un figlio alla Recoma Group di Sermoneta dell’ex socio sportivo di Maietta, Antonio Aprile; chi, come Ciro Pirone e Riccardo Tomei, per denaro in cambio di informazioni d’indagine sensibilissime.

Soffiate e spiate (anche in cambio di biglietti per andare allo stadio) certificate da un foglietto trovato dagli inquirenti nello studio del defunto avvocato Paolo Censi (al centro di numerosi misteri in seguito al suo suicidio) in cui a chiare lettere era scritto, “Spia a Maietta”, con indicate le fonti delle informazioni acquisite. Informazioni molto delicate sulle indagini in corso presso il Nucleo di Polizia Tributaria, persino apprese e fornite a Maietta in modo spregiudicato, come quando Claudio Arpaia, mentre si trovava all’interno dello studio del commercialista Pasquale il Presidente, contattava il luogotenente Mauro De Meo al fine di carpire i motivi della convocazione di Paola Neroni (segretaria di Maietta e indagata in Arpalo) presso la Guardia di Finanza e soprattutto per comprendere il grado di approfondimento degli accertamenti in corso.

Casi sconosciuti all’ombra della mala

Ma la storia delle infiltrazioni è un terreno di coltura fertile in Italia, il Belpaese che ha dato vita al più grande depistaggio giudiziario e investigativo della storia recente bollinato dalla sentenza del Borsellino IV. Anche nel territorio di Latina questa storia comincia da lontano: apparecchiature in grado di intercettare le Forze di Polizia o prevenire intercettazioni, strisciate del Centro Elaborazioni Dati contenenti informazioni riservate su pregiudicati, carte di inchieste in mano ad appartenenti alla mala, il caso di Gianluca Tuma contiene tutti questi elementi ed è emblematico.

Le ultime inchieste più importanti che hanno cristallizzato alcune realtà note da anni, come Caronte e Don’t Touch, mettono in luce mondi dove si possono trovare sia poliziotti (in Don’t Touch, il poliziotto inizialmente condannato, fu prosciolto in Appello) che carabinieri infedeli.

Uno degli episodi più inquietanti e non conosciuti si trova nelle sentenze di merito del processo Caronte. A seguito del tentato omicidio di Francesco “Franchitiello” Annoni nelle fasi della guerra criminale 2010, fu eseguita una perquisizione su un terreno in via San Francesco a Latina, a ridosso del Canale delle Acque Medie, dove furono ritrovate alcune baracche ad uso stalle e magazzini riconducibili, anche in virtù di grandi scritte a caratteri cubitali, ad esponenti della famiglia Di Silvio. All’interno di una busta di plastica occultata tra la vegetazione, gli inquirenti scovarono due pistole (e un passamontagna), una priva di marca e matricola, l’altra una Beretta calibro 7,65 regolarmente intestata a un certo Pasquale Verrengia, senza che fosse stata oggetto né di denuncia di furto né di smarrimento. Pasquale Verrengia riferì agli inquirenti di non essersi accorto della sottrazione dell’arma da lui custodita in cantina, ma il Tribunale ritenne non credibile l’ipotesi di una sottrazione ad opera di ignoti per due motivi essenziali: 1) Verrengia, alla luce di alcune intercettazioni telefoniche attestanti il rapporto di familiarità e frequentazione, era a suo agio a discorrere con Carmine Di Silvio (cui chiedeva addirittura se il fratello Romolo Di Silvio fosse ancora latitante), uno dei protagonisti di quella stagione di pallottole e omicidi, il quale, infatti, lo chiamava compa’; 2) Pasquale Verrengia non poteva essere inesperto a tal punto da lasciare la pistola incustodita dimenticandosi della stessa, senza denunciarne la sparizione. Il perché? È un brigadiere dei Carabinieri in servizio da anni presso alcuni enti a Roma, motivarono i magistrati nelle sentenze interpretando non solo le leggi ma la logica comune.

Non c’erano segni di effrazione alla porta della cantina di Verrengia e l’arma fornita a un clan da parte di un carabiniere, nel mezzo di una vera e propria mattanza criminale, avrebbe dovuto accendere più di qualche lampeggiante d’emergenza da parte delle Istituzioni. I rapporti di confidenza del brigadiere, messi in evidenza anche dalle telefonate con Gianluca Mattiuzzo (uno dei soldati dei Di Silvio), lasciano poco spazio ai dubbi, con la consapevolezza che quella delle relazioni pericolose non è una sporadica eventualità ma un sistema piuttosto ricorrente nella storia criminale pontina.

Verrengia fu ritenuto dalle sentenze di merito colpevole di cessione di arma da fuoco al clan Di Silvio. In una delle tante telefonate, il brigadiere avvertiva Carmine Di Silvio del suo imminente arrivo: “Mi sto a fa’ ‘na camminata giù, eh”, mentre l’altro rispondeva: ”Viecci a trova’ giù, sì”. La chiamata partiva da un’utenza particolare: il Ministero dell’Interno.

(- Fine)

Leggi la prima e la seconda parte

 

https://latinatu.it

 

Un calcio alla giustizia

Il Fatto Quotidiano, 22 Ottobre 2018

Un calcio alla giustizia

di CARLO TECCE

Criminali, pestaggi, riciclaggio, biglietti gonfiati, affari sporchi, finti ultras. In campo è sempre più forte, fuori la Juventus rischia di apparire ancora succube volontaria della malavita. La vecchia Signora ha smesso col vecchio vizio di foraggiare le frange più estreme del tifo con centinaia di biglietti che si trasformano in guadagni sporchi col bagarinaggio? A Federico Ruffo di Report l’ex ultrà Bryan Herdocia, detto lo “squalo”, dodici anni di Daspo, un arresto per una rissa con i fiorentini, detenzione illegale di un coltello, due pistole, una mazza da baseball e ottanta carte d’identità false, mostra una chat con Salvatore Cava, fedelissimo di Moccia dei “Drughi”:“Hanno smaltito i biglietti a 250 sterline, anche se in origine costavano 35”. Herdocia fa riferimento a una trasferta di Champions League del marzo scorso, gli ottavi di finale contro il Tottenham.

La Vecchia Signora e le frange “cattive”

Stasera Report ritorna in onda con un servizio devastante per l’immagine aristrocratica dei bianconeri, un servizio che racconta l’indagine Alto Piemonte sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta a Torino, in cui la Juventus non è stata coinvolta (se non come testimone) e neppure considerata parte lesa; il suicidio di Raffaello “Ciccio” Bucci, collaboratore della Juve, ex vertice degli ultrà e informatore della polizia e dell’intelligence; il ruolo di Rocco Dominello, fondatore del fasullo gruppo ultrà “Gobbi”, esponente assieme al padre della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, condannato in appello a cinque anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Per quattro anni e con almeno 1.500 biglietti a partita, secondo la ricostruzione della Procura Figc poi diventata sentenza, la Juve ha mantenuto l’ordine pubblico con un patto occulto con gli ultras dal valore di oltre 5 milioni di euro. I dirigenti bianconeri Alessandro D’Angelo (sicurezza), Stefano Merulla (botteghini) e Francesco Calvo (marketing) hanno agito in combutta con gli ultras con l’assenso del presidente Andrea Agnelli. Il figlio di Umberto l’ha sfangata con una squalifica a tre mesi e una multa di oltre mezzo milione di euro per la società per ché la giustizia sportiva ha accolto la versione della Juve: Agnelli & C. ignoravano il profilo mafioso di Dominello, un ragazzo squattrinato che girava in Jaguar e dava del tu al presidente bianconero. Il processo sportivo s’è celebrato con l’ostentato dissenso di Michele Uva, il direttore generale della Federcalcio, le pressioni dei bianconeri sui media e un modesto spazio sui giornali (il Fatto ha seguito l’intera vicenda).

Ciccio Bucci, che volò dal viadotto

Le ultime tracce del bagarinaggio autorizzato dal club risalgano al 2016. Il 7 luglio Ciccio Bucci, il giorno dopo l’interrogatorio davanti ai magistrati di Torino, si lancia da un viadotto dopo un breve viaggio con un Suv ricevuto in dotazione dalla Juve. La Procura di Cuneo ha riaperto il fascicolo su Bucci. “Era terrorizzato! Era terrorizzato! Sembrava che lo dovessero ammazzare da un momento all’a lt r o perché ha parlato coi pm”, spiega al telefono – intercettato – D’Angelo all’ex collega Calvo, passato al Barcellona dopo la rottura per ragioni personali con Agnelli (che ha sposato l’ex moglie del responsabile del marketing). Bucci era una sorta di ministro delle Finanze – spiega Report- dei Drughi di Gerardo “D ino” Mocciola, uomo carismatico, riservato e temuto, uscito di galera un dozzina di anni fa (nell’89 partecipò a una rapina a un portavalori e all’omicidio di un carabiniere). Poi Ciccio entra nella Juve per curare il dialogo con la tifoseria. Bucci maneggiava troppi soldi, si pensa ai proventi del bagarinaggio, e li ripuliva – ha scoperto Report – con vincite taroccate del Lotto o di altri concorsi pubblici. Il metodo è semplice e l’ha sperimentato la ‘ndrangheta: il vincitore incassa denaro in contante, il riciclatore ottiene le ricevute e si fa pagare con un bonifico di una concessionaria dello Stato. Più sicuro di così? La morte di Bucci scuote la dirigenza della Juve, soprattutto D’Angelo e Merulla. A un anno dal suicidio, Merulla va a casa dell’ex compagna di Bucci e confessa che alla vigilia del faccia a faccia con i pm aveva “istruito”Ciccio: “Quella sera io mi ricordo che lui era seduto sul divano e facevamo – anche un po’ scherzando – le domande che avrebbe potuto fare il pm visto che delle cose le aveva chieste anche a me. E quindi facevamo, diciamo, domanda e risposta: ‘qui puoi dire così, qui puoi dire cosa, qui puoi non andare nello specifico’. E facevamo un… non un gioco, ma un modo per sdrammatizzare quello che sarebbe successo”. Il dramma, invece, si stava per compiere. Questo non è l’unico episodio sulle strane manovre attorno all’inchiesta Alto Piemonte. Paolo Verra, avvocato dell’ex compagna di Bucci, sostiene che nel 2015 – un anno prima del suicidio – Bucci gli abbia confidato: “Io so per certo che alla fine di questo campionato scoppierà la bomba. E quindi io, come tanti altri all’interno della curva, ci stiamo organizzando ”. Un esponente dei Viking chiama in causa D’Angelo: nel 2013 avrebbe avvisato il gruppo di un’indagine dei carabinieri per la “storia dei calabresi in curva”.

Mi sono comprato due case e un’Audi”

Report intervista Andrea Puntorno, frequentatore di ambienti mafiosi siciliani e calabresi, leader del gruppo ultrà “Bravi ragazzi”, con obbligo di dimora ad Agrigento per una condanna a sei anni e mezzo per traffico internazionale di droga: “Io ero in contatto con D’Angelo e Merulla. Con il Real Madrid il prezzo dei biglietti si ricaricava anche di duecento euro. Così mi sono comprato due case e un’Audi”. Herdocia in diretta Skype agita un tagliando della finale di Champions tra Juventus e Barcellona (2015): “Ne ho piazzati tredici a 1.500 euro ciascuno”. Le telecamere di R e p o rt riprendono le attività di bagarinaggio anche per Juventus-Bologna del 5 maggio 2018. E Beppe Marotta? L’ormai ex amministratore delegato della Juventus ha un contatto con Dominello nell’ottobre del 2013: gli regala cinque biglietti per il Real e concede un provino (infruttuoso) al figlio di un amico, sempre affiliato alla ‘ndrangheta. Marotta non ha patito conseguenze di giustizia ordinaria e sportiva, non l’hanno mai indagato, però viene spinto davanti agli inquirenti della Federcalcio interessati al bagarinaggio – circa un paio di anni fa – proprio da Andrea Agnelli: “Domandate a Marotta”. In quel momento, Agnelli era in guerra col cugino John Elkann e dubitava della fedeltà di Marotta. Andrea ha sconfitto il nemico, ha superato quasi indenne i tribunali della Figc e, un mese fa, anche per questi motivi, ha “licenziato” Marotta.

 

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Il Fatto Quotidiano, 22 Ottobre 2018

Alla sbarra penale e sportiva

di ANDREA GIAMBARTOLOMEI

REPORT riapre una vicenda, quella sui rapporti tra Juventus e ultras legati alla mafia, che sul piano giudiziario è quasi terminata. La Corte d’appello di Torino ha da poco depositato le motivazioni della sentenza “Alto Piemonte” co n cui ha condannato per associazione mafiosa Saverio Dominello e il figlio Rocco mentre Fabio Germani, ex ultras con ottimi agganci nella società e con alcuni campioni, ha ottenuto una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Aveva messo in contatto Dominello Jr con il club e quest’ultimo chiedeva favori all’ex direttore generale Beppe Marotta, come biglietti e un provino per il figlio di un malavitoso: “La società – è scritto nelle motivazioni – era ben disposta a fornire ai gruppi ultras cospicue quote di biglietti e abbonamenti perché li rivendessero, ottenendo in contropartita l’impegno a non porre in essere azioni violente per spartirsi l’affare. Dominello garantiva l’equilibrio grazie alla sua ‘i n f l u e n za ’”. Nessun uomo della Juve fu indagato. La Corte federale d’appello della Figc, invece, aveva ridotto l’inibizione di Andrea Agnelli (aumentando però la multa a 100mila euro) e l’ex direttore commerciale Francesco Calvo, ora alla Roma, aveva ottenuto un’inibizione di un anno e 20mila euro di multa. Avevano violato il divieto di sostenere le tifoserie e cedere biglietti. Salvi due funzionari del club in contatto con Germani e Dominello, il security manager Alessandro D’Angelo e il responsabile della biglietteria Stefano Merulla. L’accusa del procuratore Figc Giuseppe Pecoraro, per il quale Agnelli aveva avuto “incontri con la malavita organizzata e della tifoseria ultras”, venne smontata.

 

Anticorruttori ma già condannati

Anticorruttori ma già condannati

14 Ottobre 2018

di Milena Gabanelli

«Diversamente corrotti». Ci ha definito così Raffaele Cantone, il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, l’organismo istituito nel 2012 per vigilare e prevenire i fenomeni corruttivi nella Pubblica Amministrazione. Dati alla mano: una media di oltre 1.500 casi di corruzione ogni anno, 818 sentenze definitive di condanna nel solo 2016 per peculato, indebita percezione di erogazioni pubbliche a danno dello Stato, corruzione in atti giudiziari, d’ufficio, concussione. Eppure 3 enti su 4, non hanno mai stato segnalato alcun caso di corruzione. Ma chi avrebbe dovuto segnalarlo? Proprio i Responsabili Anticorruzione preposti al controllo nei singoli enti pubblici in un sistema che l’Europa ci invidia, come ha spiegato il presidente Cantone: «Oggi siamo invitati all’estero per spiegare come funziona l’anticorruzione». Bene, spieghiamolo.

Enti locali: requisiti per l’incarico

Negli enti locali italiani, i Responsabili dell’Anac, salvo eccezioni, sono i segretari generali: circa 7.000 in tutto, nominati dal sindaco, o dal Presidente della Provincia. Dirigenti, dunque, di investitura politica, e che dalla politica dipendono, ed è forse per questo che l’Anac, con una circolare raccomanda di «evitare di designare, quale responsabile della prevenzione della corruzione, un dirigente nei confronti del quale siano pendenti procedimenti giudiziari», o che non abbia dato «dimostrazione nel tempo di comportamento integerrimo». Si è sentita la necessità di precisarlo, ma non di verificarlo. Lo abbiamo fatto noi, scoprendo che sono almeno 20 gli enti che non hanno sentito la necessità di adempiere alle raccomandazioni.

 

 

Integerrimi? Non proprio

Antonella Petrocelli è sotto processo per turbativa d’asta in concorso con altri amministratori pubblici, per fatti commessi fra il 2012 e il 2015, quando era segretaria generale al comune di Como. Qualche giorno dopo la richiesta di rinvio a giudizio il Presidente della Provincia l’ha voluta in segreteria e così oggi, da imputata, è Responsabile Anticorruzione e Trasparenza della Provincia di Como.

«Intollerabile e inescusabile negligenza, dispregio delle norme», sono le parole che il procuratore regionale della Corte dei Conti Emila Romagna ha speso per Danilo Fricano, segretario comunale a Molinella e Bellaria-Igea Marina, in provincia di Bologna, condannato nel 2014 per danno erariale. Al Comune deve restituire 70.353,99 euro, anche se nel frattempo è il Comune che paga lui, essendone ancora segretario generale e Responsabile Anticorruzione e Trasparenza.

125.000 euro è invece la cifra che l’ex segretario generale della Camera di Commercio di Prato, Catia Baroncelli, insieme all’ex Presidente, sono stati condannati a sborsare a fronte di un’operazione finanziaria dannosa per la camera di Commercio di Prato a vantaggio di quella di Firenze. La Baroncelli ha proposto appello, ma intanto la Camera di Commercio deve averle già perdonato il danno subito, considerato che è lei a rivestirne la carica di Direttore generale nonché di Responsabile Anac.

Condannati per danno erariale

La lista dei condannati per danno erariale è lunga. A Sesto San Giovanni c’è Mario Giammarrusti. A Corato, in provincia di Bari, c’è Luigi D’Introno, condannato a gennaio dello scorso anno a restituire 60.975,80 euro alle casse comunali. È ancora alla segreteria del Comune e Responsabile Anticorruzione.

A Castelgomberto, provincia di Vicenza, nel 2017 il segretario generale Maria Grazia Salamino, insieme al sindaco sono stati condannati a 5 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. Oggi la Salamino si è spostata di 10 chilometri, a Sovizzo e Marano Vicentino, dov’è segretario e Responsabile Anticorruzione.

A Camugnano, provincia di Bologna, il segretario Giorgio Cigna era stato condannato tre anni fa a rimborsare 31.565 euro, perché si era fatto indebitamente rimborsare le spese di viaggio dalla propria abitazione. La sua reputazione tuttavia non ne ha risentito tanto che oggi, Cigna, è Responsabile Anticorruzione per ben quattro Comuni: Santa Sofia, Premilcuore, Galeata e Civitella. Tutti in provincia di Forlì.

Falso, abuso d’ufficio, bancarotta

Domenico Scuglia, sta al Comune di Locri, provincia di Reggio Calabria; oggi è sotto processo per bancarotta fraudolenta. Per Giuseppina Ferrucci, che ricopre l’incarico nei comuni di Squillace, Davoli e Nocera Terinese, la Procura di Lamezia Terme ha chiesto il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio. Gianpiero Bella, Responsabile a Modica, (Ragusa) è a processo per falsità ideologica, abuso d’ufficio continuato e aggravato.

Già condannato per falso Luigi Salvato, che a Vico Equense, provincia di Napoli, tenta di difendere dalla corruzione l’ente per cui è segretario. Il suo avvocato, che oggi lo assiste per un altro processo in cui sarebbe coinvolto, ci ha garantito che in appello, quella condanna andrà in fumo grazie alla prescrizione. Questa storia a Vico Equense non l’hanno digerita, e un anno fa, è partita la segnalazione direttamente a Cantone, ma al momento tutto tace.

La «raccomandazione» non basta

Naturalmente ci auguriamo che i dirigenti con procedimenti in corso, alla fine vengano tutti assolti, ma qui il punto è un altro: su chi deve sorvegliare fenomeni corruttivi non possono gravare ombre, motivo per cui Cantone ha inviato la raccomandazione. Punto. Speriamo invece che l’elenco degli amministratori costretti a vedersela con la giustizia si fermi qui, anche se sappiamo che meno della metà degli enti pubblici ha mai verificato situazioni di potenziale inconferibilità di incarichi ai dirigenti pubblici o di eventuale incompatibilità per particolari posizioni dirigenziali.

Sarebbe d’aiuto sapere in quanti i casi, questi segretari-responsabili si siano opposti anche ad una sola illegalità. Al momento, non abbiamo trovato dati, anzi abbiamo faticato persino a trovare i Responsabili, poiché neanche a farlo apposta, l’albo che dovrebbe garantire la trasparenza massima sui titolari di questa posizione, disponibile online sulla stessa piattaforma dell’Anac, è in stato di aggiornamento da un pezzo.

(ha collaborato Adele Grossi)

 

Fonte:https://www.corriere.it

 

 

Associazione a delinquere transnazionale, indagato il Sindaco di Cosenza Mario Occhiuto

Associazione a delinquere transnazionale, indagato il Sindaco di Cosenza Mario Occhiuto

Una associazione per delinquere che avrebbe ottenuto soldi pubblici destinati alla realizzazione di progetti ambientali all’estero. Promotore dell’organizzazione, secondo la procura romana, sarebbe stato l’ex ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. I fondi destinati ai progetti per la tutela ambientale sarebbero stati gestiti da Clini e dalla sua compagna, Martina Hauser, ex assessore del Comune di Cosenza. Per questo tra le persone indagate, figura anche Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza, coinvolto insieme ad altre 30 persone nell’inchiesta della Procura di Roma.La Procura, nell’avviso, sostiene che “L’attuale sindaco di Cosenza, architetto grazie a societa’ a lui riconducibili, ha sviluppato numerosi progetti nella Repubblica popolare cinese finanziati o cofinanziati con fondi provenienti dal ministero dell’Ambiente italiano e, nello specifico, dalla direzione generale gia’ retta da Corrado Clini. Ha nominato Martina Hauser assessore al Comune di Cosenza ed e’ strettamente legato, anche da rapporti d’affari, con Massimo Martinelli”. Martina Hauser, la compagna di Clini, secondo il pm Galanti sarebbe stata “lo snodo fondamentale dell’associazione sul versante balcanico e sul carbon footprint”.

La notizia e’ stata subito commentata da Occhiuto attraverso un post diffuso sul suo profilo Facebook. “Qualcuno – spiega – e’ andato a scovare, per poi diffondere, una notizia vecchia di diversi mesi pensando di farmi un danno in questo momento particolare. Ogni tanto tirano fuori questa storia. Avevo ricevuto molto prima dell’estate un avviso di conclusione delle indagini relative alla nota vicenda che ha coinvolto il ministro Clini nel periodo relativo al mio primo mandato. Risulto fra le 31 persone che sono state indagate ma solo per il fatto (in conclusione di indagine) di aver incaricato come assessore a Cosenza Martina Hauser. Non c’e’ altro su di me (perche’ non c’era niente da trovare). Io – dice – ho sempre lavorato onestamente: mi hanno affidato progetti (e prima di fare il sindaco) che ho portati a termine nel migliore dei modi possibile. La proposta di incarico a Martina (che era mia amica) gliela feci personalmente in quanto ritenevo che la sua competenza potesse essere utile alla citta’, mentre in realta’ Clini quando venne a conoscenza si mostro’ addirittura contrario alla cosa”. “Lei poi in effetti – continua Occhiuto – fece un buon lavoro e ci diede una mano su diverse attivita’ come la lotta all’amianto e il canile. Asserire che Martina o Clini abbiano avuto dei vantaggi per un incarico di assessore a Cosenza, mi sembra un fatto abbastanza paradossale (e che puo’ essere chiarito) considerate le possibilita’ che i due avevano in quel periodo. Anzi la mia proposta fu accettata da Martina quasi come facesse lei a me un favore personale. E in effetti se anche volessimo considerare l’aspetto economico – ma non era certo questo il motivo che avrebbe potuto spingere una come Martina che in quel momento poteva accedere a qualunque tipo di incarico o consulenza – io credo che lei abbia speso piu’ in viaggi e affitto casa a Cosenza di quanto abbia ricavato dall’incarico di assessore. Il mio avvocato Nicola Carratelli, dopo aver letto tutti i documenti non riscontrando altro, mi ha rassicurato – conclude Occhiuto – sul fatto che la vicenda per la parte che mi riguarda puo’ essere certamente chiarita. Sono fiducioso perche’ tranquillo del mio operato, e rispettoso del lavoro dei magistrati. Supereremo anche questa” .Occhiuto tramite l’avvocato Nicola Carratelli ha chiesto di essere interrogato. Lo rende noto un comunicato del Comune bruzio. “Pertanto, il pubblico ministero – si legge – dovra’ necessariamente ascoltarlo prima di richiedere un eventuale rinvio a giudizio. Cio’ che Mario Occhiuto e’ in primo luogo certo di poter dimostrare, e’ che i suoi rapporti professionali con la Cina sono antecedenti rispetto al rapporto con il ministro Clini e nascono perlopiu’ dalla sua personale amicizia con il sinologo Francesco Sisci, originario di Villapiana. Tutti i progetti realizzati in Cina – si legge infine – sono stati commissionati direttamente dal governo cinese, per come documentato dai pagamenti ricevuti con sistemi ampiamente tracciabili”. “I processi, compreso il mio, si fanno in tribunale e non sui media. Tuttavia, viste le notizie pubblicate, desidero far presente che dopo cinque anni la Procura della Repubblica di Roma ha formulato ipotesi che non corrispondono ai fatti e travisano obiettivi, contenuti e risultati del mio lavoro al Ministero dell’Ambiente, di cui sono orgoglioso. Le quarantamila pagine allegate alla conclusione dell’indagine mettono invece in evidenza l’importante lavoro fatto al servizio del mio Paese in venticinque anni al Ministero dell’Ambiente”. Lo afferma , in una nota, l’ex ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, in riferimento all’inchiesta della procura di Roma che lo vede indagato, fra gli altri, con il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, su presunte irregolarita’ nella gestione di finanziamenti pubblici. “Il mio lavoro – prosegue Clini – si puo’ leggere attraverso 2100 progetti per la protezione dell’ambiente e lo sviluppo delle tecnologie sostenibili, realizzati in Italia e in 40 Paesi in via di sviluppo, cofinanziati per oltre 500 milioni di euro da Commissione Europea, Banca Mondiale e agenzie internazionali”. “Sto ancora aspettando che anche una sola delle centinaia di imprese che hanno partecipato ai progetti dichiari di avere ricevuto richieste o assicurato vantaggi a mio favore. Voglio invece ricordare le valutazioni indipendenti sul mio lavoro in Cina rilasciate nel settembre 2014 dalla piu’ autorevole societa’ internazionale di revisione PWC (PricewaterhouseCoopers Consultants) “La performance del programma di cooperazione ambientale con la Cina ha raggiunto il livello dell’eccellenza, tenendo conto della qualita’ della gestione delle procedure adottate, del raggiungimento degli obiettivi e dei risultati ottenuti, degli impatti sociali e ambientali dei progetti realizzati in 15 anni di lavoro (Review and Evaluation of the Sino-Italian Collaboration Program for Environmental Protection)”.

 

Martedì, 09 Ottobre 2018

Fonte:http://www.ildispaccio.it/

 

DOCUMENTO ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

Nella Terra dei fuochi si continua a morire. Nonostante la beffa delle bonifiche.SENZA PAROLE!

L’Espresso, 04 ottobre 2018

Nella Terra dei fuochi si continua a morire. Nonostante la beffa delle bonifiche

Per ripulire il territorio in Campania, è arrivato più di un miliardo. Ma i roghi tossici non si fermano. Tre milioni di persone sono esposte a gravi rischi per la salute. Tecnici e ambientalisti denunciano le varie passerelle dei politici. «E anche i 5 Stelle hanno tradito le promesse ai comitati»

DI FRANCESCA SIRONI

04 ottobre 2018

È l’inferno perfetto: perché non si vede. Ci sono campi di spighe all’apparenza intatte, fossi d’erba scura, uno sterrato che porta a una masseria del ’700 . È perfetto, quest’angolo d’Ade. Se non che a respirare filtra dal terreno un odore dolciastro che prende allo stomaco – e fa sputare. Sotto questi prati sono state sversate infatti centinaia di migliaia di batterie. Una transenna coperta dai rovi segnala “pericolo” così come un pozzo chiuso da un lucchetto – anche se l’acqua al veleno viene comunque usata nei campi abusivi. Siamo a Cava Monti a Maddaloni, in provincia di Caserta. Un esempio perfetto dell’impasse in cui si trova la questione Terra dei fuochi in questo momento. «Qui la magistratura è arrivata, ha accertato, questa storia è stata portata in Parlamento. E poi? Nulla», indica con rabbia e dolore Enzo Tosti, storico attivista per l’ambiente in Campania: «La politica è assente. Di chi è la responsabilità? Della Regione? Del Comune? Probabilmente sì. Ma allora, che si fa?». Che si fa? Contenere, ripulire, Cava Monti è fra i progetti inseriti in un accordo da 160 milioni di euro, soldi pubblici, un ennesimo piano che prevede interventi a Bagnoli e operazioni di “risanamento” affidate a Invitalia, che prometteva a riguardo: «Il 2018 sarà l’anno delle bonifiche».

Per ora alla discarica delle batterie sepolte senza controlli il tempo passa immobile, nonostante «il problema fosse stato sollevato già vent’anni fa», raccontava ancora nel 2015 un dirigente dell’Agenzia regionale per l’Ambiente ai deputati della commissione d’inchiesta sui rifiuti: «Poi era stato accantonato; siamo stati a eseguire delle misure. Abbiamo fatto riunioni, tavoli tecnici, eccetera. Abbiamo preparato anche un piano, però non ci sono finanziamenti e non si sa cosa fare: su Cava Monti ancora non si è deciso nulla di definitivo».

I finanziamenti nel frattempo sono arrivati, però. E parecchi. Fra fondi europei, contributi di Stato e stanziamenti regionali, la Campania ha avuto a disposizione, abbiamo ricostruito, oltre un miliardo di euro per ripulire le zone inquinate dagli sversamenti di rifiuti, soprattutto industriali, scarti ammassati di filiere che lavorano spesso in nero: scampoli tessili, materiali da costruzione, chimica tossica. La somma complessiva della mole di denaro messa sul tavolo è talmente difficile da calcolare con esattezza che il ministero dell’Ambiente, racconta il consigliere regionale Vincenzo Viglione, ha convocato un tavolo tecnico con la giunta per verificare l’entità effettiva dei soldi spesi e di quelli ancora disponibili.

Ma il problema non è tanto il portafoglio, quanto la spesa rispetto ai risultati. Minimi. Soprattutto nella certezza che ogni bonifica rimandata è oggi – e se non oggi di certo domani – una minaccia gravissima e costante alla salute dei residenti. «La Terra dei fuochi è diventata una grande occasione di speculazione politica. Una passerella su cui si affacciano tutti: prima Matteo Renzi e Vincenzo De Luca, con le loro promesse. Ora anche il governo gialloverde», commenta Raniero Madonna, giovane ingegnere ambientale che nel 2013 contribuì a portare a Napoli migliaia di cittadini dietro lo striscione “Stop biocidio”: «Il Movimento 5 Stelle sta tradendo le aspettative dei comitati, qui come a Taranto». L’esempio? «Ai primi di luglio hanno presentato il “decreto Terra dei fuochi”. Si tratta in realtà di una riorganizzazione delle competenze del ministero. Chiamarlo così è uno spot politico che mortifica il dolore di questa gente».

La promessa elettorale del governatore De Luca aveva e ha la sagoma colossale delle cinque milioni e mezzo di tonnellate di ecoballe ammassate sotto immensi teli neri a Giugliano, a Villa Literno e in altri piccoli comuni. Rifiuti dei rifiuti, un monumento alla monnezza che si estende per chilometri su terreni che sono costati a oggi 24 milioni di euro solo d’affitto, con ovvi interessi dei clan.

L’ex ministro Gian Luca Galletti, annunciando “Ecoballe, addio!” tre anni fa, mise sul piatto 450 milioni di euro per smaltire quel peso, 150 stanziati per decreto nel 2015. A questo gruzzolo si sono aggiunte altre centinaia di milioni, in parte con la Finanziaria del 2016, in parte con fondi europei stornati apposta da altri obiettivi per alimentare quest’unica missione. Insomma, una cassaforte. Risultato? L’ultimo report della “struttura di missione per lo smaltimento dei Rsb (l’acronimo burocratico che identifica i “rifiuti stoccati in balle”), aggiornato al 5 luglio 2018, è a dir poco demoralizzante: su 880 mila tonnellate messe a bando, ne sono state rimosse solo 140 mila e 537. Di questo passo ci vorrà un secolo per inaugurare la pulizia promessa, mentre gli stessi stock vengono traslati altrove in Italia (pochi sono finiti in Portogallo). Vicino alle ecoballe, a Giugliano, s’alza un altro mausoleo all’inquinamento, tappa obbligata del triste “toxic tour” di questa terra fragile: la Resit, una discarica che da decenni fa filtrare sostanze tossiche nel suolo.

I primi atti amministrativi sono del 2008. I soldi per recintare i veleni ci sono. La gestione viene affidata a Sogesid, società in house del ministero dell’Ambiente. Che s’incastra presto. Analisi a rilento, ricorsi, indagini giudiziarie, lavori che procedono a fatica. Insieme al paradossale dettaglio per cui la gestione del percolato – il liquido causato dai rifiuti – non rientrava nella gara. Per cui adesso nessuno sa come metterci mano. In provincia di Caserta simile sorte illogica, almeno a vederla da fuori, descrive luoghi come “Lo Uttaro”, un’area industriale di cui l’ex sindaco Pio Del Gaudio, di fronte a una relazione ambientale che definiva cogenti i divieti di utilizzare l’acqua, per la falda contaminata, dichiarava: «Non c’è alcun allarme ambientale». Era il 2014. Nel frattempo si sono sommati piani, carotaggi, controlli, allarmi, quasi un milione speso in progetti solo da Sogesid. Azioni concrete di bonifica della zona? Missing. E altri rivoli di fondi, europei e non, si sono persi nel frattempo in antologie burocratiche. O in smaccati sprechi. Come è stato per gli almeno sette milioni di euro spesi per la “videosorveglianza anti-roghi” da decine di comuni. Su uno spiazzo di cemento in periferia di Orta di Atella, in quella che fu Terra di Lavoro, una bella telecamera nuova nuova si alza sopra mucchi di scarti industriali e urbani appena incendiati. Il sistema, spiega la Polizia, non comunica infatti con la centrale. Quindi gli agenti della Municipale, se vogliono vedere le immagini (che si cancellano ogni 7 giorni), devono mettersi in auto sotto il palo e per «ore e ore», con un tablet, scaricare i file. Risultato: una fatica inutile.

Certo, in questi anni alcune bonifiche sono state fatte. Grazie a 250 milioni stanziati da Bruxelles nel 2013, ad esempio, 39 discariche pubbliche abusive sono state rese innocue. Su 120, però: ne restano 81 da sistemare, oltre a 26 private. E ancora: 15,5 milioni di euro sono stati affidati a un grande studio che si spera definitivo, messo nelle mani dell’Istituto Zooprofilattico e di un gruppo di agguerriti ricercatori indipendenti. Dovrebbe dare risultati importanti sui pozzi (mai censiti completamente fino ad ora) e sui marcatori di veleni nel sangue di 4.200 persone sane. Per ora, alcuni risultati pubblicati hanno rassicurato gli agricoltori sulla bontà dei loro frutti. Con l’entusiasmo – scritto per decreto – della Regione Campania, per la quale il progetto aveva permesso alle imprese di «contrastare con dati scientifici la campagna denigratoria nei loro confronti».

Orientare i numerosi e confliggenti “dati scientifici” di questa zona martoriata dai veleni e dal silenzio è facile. Dopo gli anni dove tutto era “emergenza”, dopo anni di studi su studi usati per contrapporre analisi di un’emergenza ambientale diffusa che è sempre rimasta tale, ora la parola d’ordine sembra diventata: normalizzare. Ridimensionare. Spegnere almeno i fuochi mediatici. Il dirigente dell’Asl 2 di Napoli Antonio D’Amore sta avviando ad esempio una campagna d’informazione per gli screening oncologici, un’iniziativa meritevole in una zona che non ha accesso, e abitudine, a una buona sanità. Ha sul tavolo i manifesti pronti. Ma li vuole far ristampare. Perché c’è scritto “Terra dei fuochi” sotto il logo e questo lemma «non lo voglio proprio più vedere», dice. I registri dei tumori vengono usati alternativamente per denunciare il disastro o per rassicurare sulle incidenze standard di malattie, pur sapendo che è negli anni che cova il male prima di manifestarsi. A disorientare è la scala stessa del bacino preso in considerazione: 90 comuni, tre milioni di persone, esposte a mix di inquinanti diversi e non sempre definiti. «Il pericolo è quello di non riuscire a leggere fattori di rischio presenti in alcuni luoghi, da una parte, e dall’altra creare allarme su persone che sono al sicuro», commenta Mario Fusco, coordinatore dei registri dei tumori in Regione. Di sicuro l’atlante sulla mortalità mostrerà, come L’Espresso può anticipare, che la mortalità è in eccesso in 60 comuni per gli uomini e 61 per le donne, residenti che si trovano sia dentro che fuori il perimetro amministrativo dei roghi.

Anche gli incendi non riconoscono il confine “standard” della zona considerata malata. Ne è un esempio Bellona, in provincia di Caserta. Ufficialmente fuori dalla Terra dei fuochi, mentre concretamente ospita un ex impianto di trattamento dei rifiuti che è andato a fuoco due volte: la prima nel 2012, la seconda a luglio del 2017. E “le fumarole”, come le chiamano i residenti, continuano ogni settimana. «Io quando sento la puzza, faccio un video, così che non possano dirmi che il problema è finito», racconta Adele, che vi abita di fronte. L’Ilside di Bellona è stata d’altronde l’anteprima della stagione attuale. Perché se è vero che i roghi di monnezza, di pneumatici e frigoriferi, al bordo della strada, sono diminuiti, grazie ai controlli coordinati dal prefetto, quest’estate in Campania gli incendi sono tornati. Diventando ben più preoccupanti.

In tre mesi, sono bruciati tre dei cinque impianti regionali convenzionati con il consorzio per il riciclo della plastica. Altri stabilimenti specializzati nel trattamenti degli scarti sono stati colpiti. L’ultimo rogo è accaduto la notte del 24 settembre: a Pastorano ha preso fuoco un enorme piazza di stoccaggio. Per interpretare il fenomeno, si parla del blocco dell’import di 32 tipi di rifiuti da parte della Cina. O di manovre per aumentare il prezzo dello smaltimento in Italia da paesi esteri, quindi per alzare il business attraverso l’emergenza. Di certo si rischia una nuova crisi. Per combatterla «l’approccio investigativo deve essere quello che abbiamo per gli altri reati di profitto», commenta Domenico Airoma, procuratore aggiunto del Tribunale di Napoli Nord: «Come per il traffico di stupefacenti, non dobbiamo fermarci al singolo pusher ma cercare di ricostruire legami e traffici. Seguendo i profitti. La stessa cosa va fatta per i reati ambientali». Perché anche gli inquinatori inizino a pagare. E non solo i cittadini.

I “colletti bianchi” e le mafie

Non è dato sapere quanti siano i liberi professionisti implicati in inchieste di mafia. Di certo una minoranza, ma il coinvolgimento è diffuso e di difficile controllo.

Le pronunce delle Corti giudicanti di Nord, Centro e Sud Italia raccontano di gruppi criminali che si rivolgono a commercialisti per ripulire i proventi degli affari illeciti, ad avvocati per sottrarre beni patrimoniali ai provvedimenti giudiziari di varia natura, a medici per ottenere diagnosi che alleggeriscano lo stato detentivo di boss o affiliati, ad architetti per assicurare la formale regolarità di lavori condotti in spregio delle normative urbanistiche, sino a coinvolgere quasi tutte le categorie professionali.

Se si assume il punto di vista dei clan, il perché e evidente: nell’ampia ricerca di relazioni esterne che agevolino il radicamento e l’espansione, la necessità di competenze che garantiscano la riuscita dei propri affari spiega il ricorso a soggetti che hanno la padronanza della tecnica necessaria a svolgere al meglio, nella forma e nella sostanza, determinati “adempimenti”.

Non vi è dubbio che quella delle mafie con i professionisti compiacenti rappresenti la relazione con un ambito di potere: il potere derivante da quei saperi “tecnici” che, utilizzati conformemente a legalità, hanno enorme valore per la società, ma piegati a fini illegali rappresentano, in maniera contraria e speculare, una risorsa ambita dalla criminalità per perseguire i propri obiettivi di rafforzamento.

Ma il movente del professionista, nel momento in cui mette a disposizione di organizzazioni mafiose le proprie capacità intellettuali, qual è? Quali le ragioni di chi ha investito notevoli energie, tempo, risorse economiche e competenze in un percorso di preparazione professionale lungo e complesso, di chi perciò sarebbe in grado di assicurarsi una vita almeno dignitosa senza ricorrere a collusioni e contiguità con la criminalità organizzata? Quale il tornaconto tanto irrinunciabile da indurre a tradire la professione per la quale ci si è costruiti?

Sono gli interrogativi che affronto ne “L’angusto spazio vitale di Titta Di Girolamo: scelte professionali tra legalità e mafiosità” – lavoro conclusivo del master in “Analisi, prevenzione e contrasto della corruzione e della criminalità organizzata”, diretto dal professoe Alberto Vannucci, docente del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Pisa – anche alla luce della riflessione di eminenti studiosi del fenomeno mafioso (in primis, il sociologo Rocco Sciarrone e lo storico Isaia Sales).

Proprio nel solco della preziosa teorizzazione di quest’ultimo (sulle relazioni come reale fattore-chiave del successo delle mafie) emerge un ulteriore quesito, che in qualche modo riunisce i precedenti: fino a che punto il professionista è del tutto consapevole della intrinseca posizione di debolezza in cui si colloca nel momento della scelta di “servire” uno o più gruppi criminali?

Nel patto tra il soggetto normalmente dedito all’illegalità (il mafioso) e quello che deve continuare a dare parvenza di improntare il proprio lavoro alla legalità pur avendo fatto la scelta opposta (il professionista infedele), c’è un “contraente debole”. Che non è dissuaso, evidentemente, dall’aver intrapreso e concluso percorsi di studio impegnativi da un punto di vista professionale, e comprendenti quei principi di etica e deontologia sul cui rispetto gli organismi rappresentativi delle categorie professionali (Ordini e Collegi) dovrebbero vigilare; né dalla consapevolezza che l’essere depositario di determinati saperi non lo rende “competitivo” nei confronti di chi è specializzato in capacità intimidatoria e utilizzo della violenza (ove occorra).

Se al libero professionista nemmeno può ritenersi applicabile il movente proprio degli affiliati ai gruppi criminali – ovvero quello per cui la violazione delle leggi permette di integrarsi meglio nella società e nello Stato (il paradosso è solo apparente) – residua allora più che una impressione: che la sua “scelta di mafiosità” non sia del tutto interpretabile secondo canoni di razionalità.

 di Giuliano Esposito

4 SETTEMBRE 2018

Fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it/

 

 

Trattativa Stato-mafia, il dispositivo della sentenza

Trattativa Stato-mafia, il dispositivo della sentenza

Il documento con il quale sono stati condannati gli uomini delle istituzioni

20 Aprile 2018

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fonte:http://palermo.repubblica.it

 

Proposte di legge che  chiediamo al nuovo Parlamento

IL PRIMO ATTO CHE CI ASPETTIAMO DAL NUOVO PARLAMENTO

MA VOI SAPETE CHE DALLE COMMISSIONI DI ACCESSO AGLI ATTI DEI COMUNI ,QUELLE CHE HANNO IL COMPITO DI ACCERTA…RE SE LE AMMINISTRAZIONI SONO STATE CONDIZIONATE O MENO DALLA MAFIA,SONO STATI ESTROMESSI I RAPPRESENTANTI DELLE FORZE DELL’ORDINE?

QUALCUNO SA SPIEGARCI COME FANNO TRE FUNZIONARI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE A VERIFICARE SE C’E’ O NON C’E’ CONDIZIONAMENTO MAFIOSO SENZA UN SUPPORTO INFOINVESTIGATIVO CHE SOLO LE FORZE DELL’ORDINE POSSONO FORNIRTI ?

NON E’ STATO UN ATTO PER FAVORIRE LA MAFIA ????????

E,POI,QUALE RISANAMENTO DI UN ‘AMMINISTRAZIONE MAFIOSA E SCIOLTA PER MAFIA POSSO REALIZZARE SE,OLTRE AI POLITICI,NON MANDO VIA ANCHE,ANZI PER PRIMO,IL PERSONALE COLLUSO CON LA MAFIA ???????

QUESTE SONO LE PRIME DUE PROPOSTE DI LEGGE CHE ASPETTIAMO DAI PARLAMENTARI DEL M5S:

1 ) REINSERIRE NELLE COMMISSIONI DI ACCESSO I TRE RAPPRESENTANTI DELLE FORZE DELL’ORDINE ;

2) CACCIARE,OLTRE AI POLITICI,PER PRIMI ,FUNZIONARI E DIRIGENTI COLLUSI CON LA MAFIA E VIETARE A QUESTI,UNA VOLTA CACCIATI,DI ESSERE RIASSUNTI IN ALTRE AMMINISTRAZIONI PUBBLICA A VITA.

CE NE SAREBBE UN’ALTRA:VIETARE DI UTILIZZARE ,AL POSTO DI QUELLO LICENZIATO,PERSONALE PROVENIENTE DA ALTRI COMUNI DELLO STESSO TERRITORIO IN QUANTO SE E’ COLLUSO CON LA MAFIA QUELLO LICENZIATO,ALTRETTANTO LO E’ QUELLO DI UN COMUNE VICINO.

E,PER FINIRE,BISOGNA CAMBIARE I CRITERI DI SCELTA DEI COMMISSARI DA PARTE DEI PREFETTI PERCHE’ BISOGNA IMPEDIRE A QUESTI DI NOMINARE NELLE TERNA DEI COMMISSARI FUNZIONARI TALVOLTA INCAPACI SE NON ADDIRITTURA INAFFIDABILI.

VA RIVISTA ANCHE TUTTA LA NORMATIVA CHE AFFIDA AI PREFETTI LA PREVENZIONE ANTIMAFIA IN QUANTO CI SONO PREFETTI CHE FANNO IL LORO DOVERE,MA ANCHE QUELLI CHE NON LO FANNO.

MA VOI PENSATE CHE,SE CI FOSSERO STATI PREFETTI EFFICIENTI E RISPETTOSI DELLA LEGGE A MILANO,VENEZIA ,ROMA E LATINA,CI SAREBBERO STATI GLI SCANDALI CHE CI SONO STATI CON L’EXPO,CON IL MOSE,CON MAFIA CAPITALE E CON QUELLO DI LATINA CHE HA LA SFACCIATAGGINE,SENZA CHE NESSUNO ABBIA AVUTO IL CORAGGIO DI CACCIARLO A CALCI IN CULO E DI MANDARLO SUBITO VIA DALL’AMMINISTRAZIONE, DI DICHIARARE ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA CHE NON HA FATTO UNA SOLA INTERDITTIVA ANTIMAFIA ? UNA VERGOGNA MONDIALE,QUELLA DEI PREFETTI CHE NON FANNO IL LORO DOVERE,IL SEGNALE DI UN DECADIMENTO MORALE ED ISTITUZIONALE DI UN PAESE CHE E’ TALE SOLO SULLA CARTA E CHE STA SOTTO IL TALLONE DELLA MAFIA.

AMICI DEL M5S,QUESTO E’ IL PRIMO SEGNALE CHE DOVETE MANDARE AL PAESE FACENDO CAMBIARE QUESTE LEGGI INFAMI E MAFIOSE.

Controlli straordinari nella Terra dei Fuochi: raffica di denunce e sequestri

Il Mattino, Sabato 17 Febbraio 2018

Controlli straordinari nella Terra dei Fuochi: raffica di denunce e sequestri

Dopo Marcianise e Mondragone, l’Incaricato per il contrasto del fenomeno dei roghi di rifiuti nella regione Campania, Gerlando Iorio, ha disposto il proseguimento dei controlli straordinari di carattere ambientale nel comune di Maddaloni, altro ente che ha firmato il Patto della Terra dei Fuochi. Sono state sequestrate alcune attività abusive e denunciate alcune persone. All’operazione hanno preso parte 31 equipaggi, per un totale di 80 unità, appartenenti al raggruppamento «Campania» dell’Esercito Italiano e tutte le forze dell’ordine. In campo anche i finanzieri del Reparto Operativo Aeronavale di Napoli, nonché funzionari dell’Arpac.

Sono state controllate soprattutto attività imprenditoriali e commerciali del territorio, in particolare un sito destinato al deposito di automezzi autorizzati al trasporto di rifiuti speciali non pericolosi, una carrozzeria per veicoli pesanti, un’autocarrozzeria, un opificio per la lavorazione del ferro, una falegnameria e due discariche dove vengono abbandonati rifiuti; circa 30 gli autocarri in circolazione fermati e controllati. All’esito dei controlli è stata sequestrata l’area e le attrezzature per l’esercizio dell’opificio per la lavorazione del ferro, poiché completamente abusivo, ed è stato denunciato il responsabile. Sigilli sono stati posti anche all’autocarrozzeria, con la denuncia del titolare; in questo caso è emerso anche lo smaltimento illecito del materiale di lavorazione. Due dei mezzi pesanti controllati, utilizzati per il trasporto di circa 36 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi costituiti da inerti da costruzione e demolizione, sono risultati sprovvisti del prescritto formulario identificativo dei rifiuti e sottoposti a sanzione pecu

NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO !!!!!!!!

Corruzione, arrestati un giudice e l’imprenditore Ricucci
In manette anche Liberato Lo Conte. La vicenda su cui indaga la procura di Roma riguarda un accordo volto ad aggiustare una sentenza

ROMA – L’imprenditore Stefano Ricucci e il magistrato Nicola Russo, giudice della Commissione tributaria del Lazio e consigliere di Stato, già sospeso dal servizio, sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza. L’accusa nei loro confronti ipotizzata dalla Procura d Roma è corruzione in atti giudiziari. In manette anche un altro imprenditore, Liberato Lo Conte. Secondo inquirenti e investigatori l’accordo prevedeva l’aggiustamento di una sentenza in cambio di denaro e altre utilità.

Il magistrato è ai domiciliari, mentre Ricucci e Lo Conte sono in carcere. Dagli accertamenti investigativi è emerso un accordo corruttivo tra i tre indagati, legato all’emissione di una sentenza ‘pilotata’ nell’ambito di un contenzioso tributario tra la Magiste Real Estate Property (riconducibile a Ricucci) e l’Agenzia delle Entrate, che ruotava attorno al riconoscimento di un credito Iva di oltre 20 milioni di euro, vantato dalla stessa società nei confronti dell’Erario.

Gli approfondimenti eseguiti sulla documentazione e sui file che vennero sequestrati già nel 2016 (nel contesto dell’operazione ‘Easy judgement’ culminata con gli arresti di Ricucci e dell’imprenditore Mirko Coppola) hanno permesso di accertare le responsabilità dei protagonisti della vicenda. Russo, scrive il gip nella misura cautelare, era legato agli indagati “da vincoli di fiducia basati sull’amicizia, comune colleganza di interessi e frequentazione, alla base dell’accordo illecito corruttivo concretato anche in regalie e disposizioni economiche e di favore”, consistenti, fra l’altro, nel pagamento di cene e serate in hotel di prestigio, ristoranti e locali notturni romani. Il magistrato, anziché astenersi come avrebbe dovuto in quanto in conflitto di interessi, avrebbe favorito i suoi ‘amici’, nella sua qualità di relatore ed estensore della sentenza di secondo grado, favorevole alla Magiste, che aveva riformato la precedente pronuncia della Commissione Tributaria Provinciale, di segno opposto.

01 marzo 2018

fonte:www.repubblica.it

Elezioni, parla il procuratore Gratteri: “‘Ndrangheta controlla 30% dei voti”

Elezioni, parla il procuratore Gratteri: “‘Ndrangheta controlla 30% dei voti”

“E’ un rischio ovviamente, però vale la pena provarci, anche se parliamo di piccoli comuni. Per esempio, la ‘ndrangheta controlla il 20-30% dei voti. Basta spostare il pacchetto di quei voti dalla lista A alla lista B per concorrere a decidere chi farà il sindaco o il segretario comunale. Grazie anche alla Bassanini che ha abolito il comitato regionale di controllo e la possibilità di dare più poteri al sindaco.” Lo ha dichiarato il procuratore di Catanzaro, Nicola Grattieri, ospite di ‘Kronos’, in onda domani sera su Rai2 in prima serata.

“Non ci credo, tutti dicono di non volere i voti della mafia e che la mafia non entra nei loro partiti, poi di fatto vediamo, nel corso degli anni e delle indagini, che sempre più le mafie sono presenti nella politica, che dettano l’agenda e hanno sempre più potere sul piano elettorale”. Gratteri commenta così l’appello del ministro dell’Interno Marco Minniti ai partiti di sottoscrivere prima delle elezioni un patto anti mafie. ”Si sa perfettamente chi sono i mafiosi e chi sono i candidati espressioni delle mafie. C’è quasi sempre la consapevolezza di chi si mette nella lista perché le mafie da sempre votano e fanno votare”. E ancora, vigilare sulle liste ”è un compito immane, enorme. Nemmeno duemila persone sono in grado nell’arco di tre giorni di controllare candidato per candidato e chi rappresentano. E’ un lavoro che toccherebbe a chi fa le liste e soprattutto ai suggeritori”, aggiunge. Gratteri, infine, ha escluso di poter andare a fare il ministro della Giustizia nel prossimo governo se il futuro presidente del consiglio gli desse carta bianca. “No – ha detto – perché oggi in base alle proiezioni non c’è nessuno che si può permettere il lusso di fare questo discorso, non si prevedono maggioranze tali da consentire rivoluzioni che si fanno quando si hanno maggioranze forti e gente autorevole. Oggi non si fanno rivoluzioni o grandi cambiamenti, si va avanti”. Neanche chiamato da Pietro Grasso gli è stato chiesto? “No perché non ha i numeri. Potete fare le riforme più belle del mondo ma se non c’è nessuno che le vota restano lettera morta”.

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018

fonte:http://www.ildispaccio.it

Non riguarda solamente il passato ………….

PROCESSO TRATTATIVA, LE OMBRE DEL PASSATO

Di Bruna Bovo

martedì, 23 gennaio, 2018|

Ci stanno facendo credere che si tratta di vicende vecchie, chiuse e sepolte. Che non serve guardarci dentro. Invece si tratta di un processo che racconta quanto è successo e succede nel nostro Paese. E soprattutto perché. E’ il processo sulla trattativa Stato-mafia. Ascoltando le requisitorie dei Pubblici ministeri si vede scorrere la storia del nostro Paese. Una ricostruzione di quanto emerso in tutte le udienze, testimonianze, dichiarazioni, indagini, di questi anni. Un grande lavoro. Difficile, molto ostacolato. Importantissimo. Qualcosa di grande, di bello, per tutti noi.
Un processo che  non riguarda solo gli imputati né tantomeno i magistrati. Riguarda tutti. Anche se la maggior parte delle persone non se ne rende conto. Nonostante i tanti “non ricordo”, i “non so”, i “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, le contraddizioni e le negazioni (omertà e reticenze in particolare politico-istituzionale) sono emerse clamorose rivelazioni ed elementi probatori solidi ed evidenti a sostegno della tesi dei Pm.
C’è un grande silenzio attorno a tutto questo.
I media non  svolgono, tranne eccezioni,  il loro compito, il loro dovere di informare. Hanno fatto calare un sipario su quello che è uno dei processi più importanti di questi anni.
Più si è andati “oltre” più sono stati i tentativi di affossare il processo, di screditare e colpire chi lo porta avanti, e chi vi ha dato il suo contributo.

Talvolta se ne è parlato, quando non se ne è potuto fare a meno, tanto eclatanti e gravi erano le circostanze, e ci riferiamo soprattutto alle minacce di morte, o meglio ai veri e propri ordini di morte lanciati da Totò Riina dal carcere nel quale era sottoposto al 41 bis, nei confronti del Pm Di Matteo. Un fatto che per alcuni è stato occasione per sferrare attacchi, fare insinuazioni generando un clima di isolamento e di delegittimazione mediatica ed istituzionale.
Oppure in occasione delle intercettazioni Mancino-D’Ambrosio, alle quali è seguito un conflitto di attribuzione di poteri sollevato da parte dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che è stato deleterio per il processo e per le indagini creando un vero e proprio stallo, uno stop.
Di quest’ultima vicenda, ripresa nella ricostruzione dei fatti nelle requisitorie dei Pm, si era sollevato un coro generale a difesa del Capo dello Stato, ed attacchi alla Procura di Palermo che in applicazione del principio costituzionale “la legge è uguale per tutti” aveva  ritenuto di convocare Napolitano come testimone nell’ambito del processo.
Delle intercettazioni Mancino-D’Ambrosio i più hanno taciuto sul fatto che l’ex ministro Nicola Mancino è stato assecondato nelle sue richieste (“il Presidente ha preso a cuore la questione”), mentre avrebbe dovuto essere invitato a presentarsi davanti ai magistrati e a riferire tutto ciò di cui era a conoscenza.
Testimonianza che nonostante fosse stata ritenuta irrilevante, ha dato importanti conferme, fra cui queste: “I pubblici poteri furono messi di fronte a degli aut aut perché potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi”. “Un ricatto o addirittura una pressione a scopo destabilizzante  di tutto il sistema” (verbali resi pubblici).
I fatti emersi molto scottanti sono tanti.
Di tutto questo l’opinione pubblica è stata tenuta all’oscuro, oppure ha ricevuto una informazione molto scarsa e/o falsata (salvo poche eccezioni).
Su certe vicende, la popolazione non deve sapere niente: finché non se ne parla è come se non esistesse. Non sia mai che l’opinione pubblica si ponga domande, che si renda conto della realtà inquietante ed attuale che ha di fronte, che capisca che questo è un processo che imbarazza tutti e che, come riferì Agnese Piraino, moglie del giudice Paolo Borsellino, “se si sapesse la verità salterebbe in aria l’intero Paese”.

Chi è coinvolto sa benissimo che salterebbero molti equilibri. E l’oscuramento  del processo è potuto avvenire perché  chi detiene quei segreti, ha il potere su tutto e su tutti.  Se i media sono assenti (ci saranno forse quando sarà la volta dei difensori degli imputati?!) c’è una parte della popolazione interessata o potenzialmente interessata.
Ma in generale si assiste ad una mancanza di seguito, di attenzione e di considerazione. Pare siano sempre altre le cose e gli impegni più importanti.
In parte purtroppo questo disinteresse  è reale, in  parte riteniamo che si tratti di sia un falso disinteresse, o meglio, di un disinteresse indotto, conseguenza della strategia della distrazione di massa, che dirotta l’attenzione su fatti minori mentre sotto silenzio possano passare le cose peggiori, in modo che certe verità possano restare sconosciute, nascoste.
La parte sana dell’opinione pubblica è necessario che si faccia cittadinanza attiva, partecipe, che sa cosa vuole e da che parte stare rispondendo con l’urlo della non rassegnazione, rivendicando il diritto di tutti ad essere correttamente informati e difendendo la propria dignità.
La rivoluzione culturale è lunga ed impegnativa. Ma parte da noi e richiede lo sforzo di tutti. Il passato non si può cambiare. Ma il passato non è passato. Quel “sistema” si è rafforzato ed è molto forte nel nostro Paese.
Quando si parla di rapporti mafia-politica-imprenditoria-massoneria, alcuni rispondono: “è la scoperta dell’acqua calda”. Eppure c’è chi in ogni modo vuole negare anche l’esistenza dell’acqua calda. Tanti ancora definiscono la trattativa “presunta”, quando la trattativa ci fu, è scritto nelle motivazioni della “sentenza Tagliavia” del 2012 al processo per le stragi del ’93.

La Corte di Assise di Firenze presieduta da Nicola Pisano lo ha messo nero su bianco: Lo Stato avviò una trattativa con Cosa Nostra, una trattativa che “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des” per interrompere la strategia stragista di Cosa Nostra”. “L’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”.

L’obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno d’intesa con ‘Cosa Nostra’ per far cessare la sequenza delle stragi”.
Qualcuno vorrebbe raccontare la storia a modo suo, ne vorrebbe far conoscere una versione altra dalla verità. Ma comunque andrà, certi personaggi non ne escono affatto bene. Tutte le vicende che fanno parte di questo processo, compongono un puzzle, quasi tutti i pezzi ci sono e hanno fatto uscire chiaro il disegno. Solo affrontando le ombre del passato che si allungano sul presente, conoscendo la verità e  smascherando le menzogne possiamo interrompere questo corso.

‘Ndrangheta stragista: dal progetto separatista a Forza Italia. In aula la testimonianza dell’ufficiale della Dia Di Stefano

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20 Gennaio 2018

di Francesca Mondin


Sistemi criminali, eversione nera, golpe Borghese, Gladio, P2, movimenti separatisti meridionali e stragi il tutto collegato dalla presenza delle criminalità organizzate siciliane e calabresi. Sono questi alcuni dei temi affrontati dall’ufficiale della Dia Michelangelo Di Stefano ieri al processo ‘Ndrangheta stragista in cui sono imputati l’ergastolano boss Giuseppe Graviano, capomandamento di Brancaccio (Palermo) e Rocco Santo Filippone, considerato vicino alla potente cosca calabrese dei Piromalli di Gioia Tauro, entrambi accusati per gli attentati che portarono alla morte dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo.
Il teste ha fornito, citando atti giudiziari e d’inchiesta, una visione d’insieme di ciò che successe tra gli anni cinquanta e il 1993 in Italia: C’è una sorta di analisi logica sequenziale di eventi e di link – ha detto ad inizio deposizione – che ha fatto ritenere che ci fosse un interesse da parte di alcuni esponenti della politica, della Massoneria, della criminalità e di apparati militari dello Stato a effettuare un ripristino di un sistema monarchico o comunque, una sorta di sistema gestito da entità occulte in grado di poter condizionare il quieto vivere nell’Italia democratica”.

Il progetto separatista e l’eversione nera

Negli anni ’90 nascono in tutto il sud Italia diversi movimenti separatisti da “Sicilia Libera” a “Calabria Libera” alla “Lega del Sud” che vogliono la separazione del meridione.
Un progetto che, secondo le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, era d’interesse della mafia e di soggetti come Paolo Romeo quale esponente massone appartenente alla struttura Gladio collegato ai servizi segreti italiani” ha spiegato l’ufficiale della Dia rispondendo alle domande del procuratore aggiungo Giuseppe Lombardo (in foto). In realtà già nel 1976 emerge “un progetto separatista” ha aggiunto il teste parlando del boss D’Agostino, vicino a Pierluigi Concutelli, che avrebbe avuto una serie di riunioni a Roma nei pressi di via Veneto in cui avrebbero partecipato elementi dell’intelligence libica e il leader Gheddafi il quale sarebbe stato interessato a sponsorizzare il progetto di eversione in questi termini”.
Dunque il disegno eversivo tra colletti bianchi, poteri massonici e criminalità” di cui hanno parlato diversi pentiti, tra i tanti Filippo Barreca e Pasquale Nucera, secondo le risultanze raccolte dall’ufficiale della Dia sarebbe diventato operativo a partire dall’accordo del 1991”, nonostante da altre risultanze pare possa essere già definibile sin dall’indomani dei moti di Reggio Calabria e del golpe Borghese perché ci sono una serie di accadimenti temporali che riguardano eventi criminali di un certo rilievo che hanno un identico filo conduttore e che riguardano dei soggetti che dal 1969 al 1993 avrebbero occupato delle poltrone della destra eversiva, tra questi Giuseppe Schirinzi attivista di Avanguardia nazionale poi diventato presidente della Lega Sud.
Proprio in riferimento al Golpe Borghese Di Stefano ha riferito che durante i moti di Reggio Calabria ci sarebbero state 4000 persone in armi comandate da Antonio Nirta, pronte a partecipare al golpe Borghese”. Golpe nel quale secondo alcuni pentiti c’erano delle cointeressenze anche della mafia siciliana”. Il teste ha confermato che lo stesso Antonio Nirta chiamato “du nasi” sarebbe stato presente in via Fani il giorno del rapimento di Aldo Moro come confermano le recentissimi indagini del Racis dei carabinieri su alcune foto ritrovate tra il 2016 e 2017. Di lui, ha spiegato il teste, si sarebbe parlato come uomo dei servizi segreti e confidente del generale Delfino”.

Le riunioni del 1991


Nel 1991 poi ci furono delle riunioni tra vertici di ‘Ndrangheta a cui avrebbero partecipato anche esponenti di Cosa nostra siciliana, secondo le dichiarazioni dei pentiti, per decretare la pace e la fine della seconda guerra di mafia tra i De Stefano-Tegano da una parte e gli Imerti-Condello dall’altra. In quelle riunioni emerge l’interesse dei soggetti criminali per la pace perché altrimenti i progetti in atto non potevano andare avanti” ha detto Di Stefano.
Allo stesso anno risalgono gli incontri avvenuti prima dell’omicidio del giudice Antonio Scopelliti, tra mafia siciliana e ‘ndrangheta in relazione a questo obiettivo dove sarebbe stato anche presente Totò Riina vestito da sacerdote” ha specificato il teste.
Il 28 settembre infine c’è un’altra riunione importante, il summit tra esponenti dell’élite della ‘ndrangheta reggina, rappresentanti delle famiglie calabresi impiantate in Canada, Australia e Francia, Cosa nostra americana e i camorristi napoletani.
Quel giorno, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Nucera era presente anche Amedeo Matacena jr (ex parlamentare del Pdl oggi latitante a Dubai, ndr) – ha ricordato l’ufficiale – assieme all’avvocato Giovanni Di Stefano”, uomo ambiguo ritenuto vicino all’ex presidente serbo Milosevic” e alComandante Arkan”, interessato a un business che riguardava il traffico di armi e scorie radioattive”.
Lo stesso infatti avrebbe avuto la disponibilità di undici mila uomini messi a disposizione dal comandante Arkan” ha detto l’ufficiale ricordando le dichiarazioni di un ufficiale dei servizi di sicurezza serbi diventato poi collaboratore di giustizia. Questi avrebbe parlato in merito a degli accordi tra la mafia siciliana e il comandante Arkan in relazione alla consegna di armi da guerra e un milione di dollari in favore della Lega Sud per il progetto separatista”.

Matacena jr

Proprio alla luce di quel summit del settembre 1991 si potrebbe meglio comprendere il ruolo che potrebbe aver avuto Amedeo Matacena jr per la ‘Ndrangheta.
Ad esempio, c’è una conversazione intercettata e finita agli atti dell’operazione “Mare-Monti” fra Leonardo Guastella e Antonio Cordì, il quale limpidamente afferma: La prossima volta andiamo e ci facciamo l’accordo a Reggio con Matacena e votiamo il suo, perché hai visto, se ne sono fottuti di lui. Matacena se vuole mi candida a me”.
Dalla narrazione dall’ufficiale della Dia emergerebbe come già il padre, l’armatore Amedeo Matacena senior, per i clan reggini sarebbe stato un cruciale punto di riferimento. Matacena senior, imprenditore impegnato sul fronte delle navi e del traghettamento si sarebbe accordato con la destra eversiva in quanto interessato a coinvolgimento nella società Caronte” ha spiegato l’ufficiale Di Stefano sulla base dei dati raccolti.
In particolare è stato fatto riferimento al memoriale del collaboratore di giustizia Giuseppe Albanese ed alle dichiarazioni del pentito Filippo Barreca, ex capolocale di Pellaro. Quest’ultimo, secondo quanto riferito dal sostituto commissario, ha inserito Matacena senior tra gli affratellati della loggia segreta che Franco Freda, fuggito da Catanzaro dove era imputato per la strage di piazza Fontana e per mesi “ospite” del clan De Stefano, avrebbe creato durante la sua latitanza a Reggio Calabria. “La loggiaaveva messo a verbale il pentito – mirava ad assicurarsi il controllo di tutte le principali attività economiche – compresi gli appalti – della Provincia di Reggio Calabria, al controllo delle istituzioni, a cui capo venivano collocate persone di gradimento e facilmente avvicinabili, all’aggiustamento di tutti i processi a carico di appartenenti alla struttura, all’eliminazione, anche fisica, di persone “scomode” e non soltanto in ambito locale”. “Di fatto – diceva Barreca – si era creato un gruppo di potere che gestiva tutto l’andamento della vita pubblica ed economica in sintonia con altri gruppi costituitisi in altre città italiane“.

Forza Italia

L’interesse delle mafie per i progetti separatisti va scemando intorno al 1994ha spiegato in aula il sostituto commissario Di Stefano – con un disimpegno dei Graviano e Brusca in quanto interessati in nuovo soggetto politico che sarebbe stato individuato in Forza Italia”.
Anche Bagarella,  fra i primi sostenitori del progetto di costruzione di un soggetto politico di diretta espressione dei clan, “con il tempo – ha aggiunto – ha rinunciato al progetto e si è allineato con Provenzano e i Graviano che erano già orientati su Forza Italia. Edoardo La Bua sarebbe stato uno dei soggetti che avrebbe avuto il compito di travasare i consensi e le risorse che in precedenza erano nel progetto Sicilia Libera e riversarle nel progetto Forza Italia”.

Rapporti Santapaola e De Stefano

L’ufficiale della Dia ha più volte evidenziato il legame tra Nitto Santapaola, boss catanese legato ai Quattro cavalieri del lavoro (Mario Rendo, Gaetano Graci, Francesco Finocchiaro e Carmelo Costanzo) e il potente clan reggino dei De Stefano.
Del rapporto di Nitto Santapaola con i De Stefano sono stracolmi gli annali giudiziari – ha detto l’ufficiale Michelangelo Di Stefano sin a partire dall’indagine drogauno” dove si registrano i primi business che riguardavano i traffici di stupefacenti assieme anche alla mafia calabrese”. Altro fatto importante che segna il legame tra la famiglia catanese e quella reggina sarebbe l’attentato all’ingegnere Gennaro Musella, che sarebbe stato effettuato dalle organizzazioni criminali reggine su mandato e input della criminalità catanese di Nitto Santapaola con la consegna di un telecomando”. In seguito ad alcuni appalti degli impianti di costruzione di Bagnara Calabra a cui erano interessati gli imprenditori Costanzo di Catania che beneficiavano della tutela di Nitto Santapaola.
Non meno interessante, per comprendere il legame fra le due cosche è quanto emerge dagli atti “Olimpia” riguardo la presenza di Nitto Santapaola e di altri latitanti presso delle ville di cortesia offerte da persone della Reggio Calabria bene”.
Nell’informativa Nagasaki ed altri procedimenti, ha spiegato il teste, si parla anche di Rosario Pio Cattafi di Barcellona Pozzo di Gotto, come di una persona collegata a destra eversiva e cosa nostra siciliana”. Rosario Pio Cattafi sarebbe stato implicato in una serie di traffici di stupefacenti con la cosca Santapaola, i fratelli Femia, Rocco Papalia e Barreca Filippo”. Fra tutte le frequentazioni di rilievo emerse dagli atti – ha aggiunto il teste – assume importanza quella legata in precedenza con Rampulla Pietro, persona che poi nel contesto della strage di Capaci viene indicato quale uno dei soggetti esecutori materiali che avrebbe provveduto al recupero del materiale esplosivo”.
L’udienza è stata rinviata a lunedì 22 gennaio, mentre l’esame dell’ufficiale Michelangelo Di Stefanoriprenderà il 26 gennaio.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com

Roma, Slot, empori e pizzo tutti gli affari di Sole Rosso.LA MAFIA CINESE,FRA LE PIU’ SANGUINARIE E PERICOLOSE AL MONDO.SI E’ IMPOSSESSATA DI INTERI QUARTIERI A ROMA,A PRATO ED IN TANTE ALTRE CITTA’

La Repubblica, 20 gennaio 2018

Roma, Slot, empori e pizzo tutti gli affari di Sole Rosso
Ecco gli affari della mafia cinese nella capitale: dalla contraffazione al riciclaggio, dai sequestri lampo alla richiesta di pizzo

di FEDERICA ANGELI

Lanterne rosse e sale slot. Empori mirabolanti usati come lavanderie per spedire fiumi di denaro in Cina e laboratori-formicai per la contraffazione di marchi dove spremere energie di lavoratori costretti a turni di lavoro massacranti. La mafia cinese a Roma oggi si presenta così. In giacca e cravatta e con la Ferrari all’Hilton per festeggiare le nozze del fratello pagando con 77mila euro in contanti. Ha il volto di Zhang Naizhong, il capo dei capi di Prato,con base in viale Marconi a Roma, arrestato qualche giorno fa dalla polizia, che ha intercettato le sue telefonate mentre si vantava coi gregari «sono il più potente d’Europa» e ricattava con estorsioni e violenze chi non si piegava al suo volere.

Una mafia Conciliante con la criminalità organizzata capitolina al punto da a offrire teste di legno soprattutto nel business delle sale scommesse. E spietata con i suoi soldati per l’ingordigia di accumulare capitali da inviare, in gran parte, nella terra d’origine e portare avanti affari lì, e in una piccola percentuale da reinvestire qui.
La fotografia di una Triade che ha tutti i connotati delle mafie imprenditoriali, il nuovo volto con cui oggi clan e ‘ndrine nostrane si presentano al mondo, e agisce all’ombra del Colosseo secondo schemi consolidati, la restituiscono inchieste, non molte per la verità, che le forze dell’ordine hanno portato avanti a Roma nell’ultimo decennio.

La mappa delle bande è molto diversa da quella che era una quindicina di anni fa. A Roma squadra mobile e nucleo operativo di via In Selci ricostruirono il crimine di Sole Rosso, così si chiamava la filiale delle Triadi cinesi che aveva stabilito solide basi operative in Italia e nella capitale, con enorme difficoltà. L’omertà dei picciotti dagli occhi a mandorla e l’impenetrabilità dei clan, dovuta alla scarsa presenza di traduttori disposti a lavorare per la procura e a tradurre dialoghi a volte perché incapaci di comprendere uno dei tanti dialetti asiatici con cui comunicavano capi e gregari, rallentava e di molto le operazioni.

A Roma, Sole Rosso, ricostruirono gli investigatori, era diviso in tre sottoclan: “Alleanza orientale del Quan Tien”, “Testa di Tigre” e “Uccello Paradiso”. I rituali interni erano spietati: una delle prove di coraggio più frequenti per il passaggio di grado era l’automutilazione di una falange. Le dita mozze venivano ostentate come medaglie. False griffe, racket dei clandestini, tangenti imposte col terrore ai commercianti cinesi ma soprattutto sequestri lampo. Questo era il business milionario della Triade.

In due distinti blitz riuscirono i poliziotti a risalire a nove componenti della gang Sole Rosso, al Portonaccio, grazie a tatuaggi a forma di triangolo sul dorso della mano, bruciature di sigaretta sugli avambracci, e la falange di un dito mozzata con un coltello e sutura artigianale della ferita. Qualche anno dopo, nel 2003, i carabinieri sventarono il rapimento di un commerciante dell’Esquilino che non voleva pagare il pizzo ai boss di una Tong, l’equivalente di una cosca. Per lui i sette orientali finiti in manette a cui sequestrarono un arsenale incredibile di armi, avevano già preparato la prigione, un seminterrato alla Marranella. L’invalicabile confine linguistico, grazie a numerosi immigrati di seconda generazione che nella Chinatown dell’Esquilino sono nati e cresciuti, è stato poi superato.

Ma il silenzio, prezioso ad ogni mafia, in cui la Triade ha agito, ha permesso di perfezionare business e modalità del crimine. Che oggi ha superato persino quei riti di iniziazione che almeno erano un tratto distintivo e di riconoscibilità per gli investigatori. Ma quali sono i business che gestisce attualmente la malavita cinese a Roma? Sostanzialmente, in autonomia, sono due: il mercato della contraffazione e il riciclaggio di danaro provento sia di droga sia di prodotti d’abbigliamento immessi nel mercato e provenienti dalla Cina. Balle con dentro miliardi di panni “accartocciati” e stipati in container che sbarcano a Prato e arrivano nella capitale attraverso tir, dopo essere stati stirati. È nella provincia toscana che avviene la prima contraffazione: le etichette made in China sono sostituite da quelle made in Italy. Poi, come ha dimostrato l’operazione Sunset nel 2015 portata a dama dai militari della guardia di finanza del gruppo di Ostia, quella merce viene scaricata nel grandissimo centro commerciale — Commercity — di Fiumicino e lì si opera la seconda contraffazione. Etichette di cartone col marchio made in Italy vengono applicate ai capi già ritoccati dai connazionali di Prato.

Con “Sunset”, 35 imprenditori orientali che lavoravano con queste modalità a Commercity sono stati denunciati per ricettazione e vendita di prodotti industriali con segni mendaci. Una delle donne dell’organizzazione arrivava a lavorare con la Porsche Cayenne. «Quando scendeva — ricordano gli investigatori che eseguirono quell’operazione — chiudeva lo sportello col piede. Segno che il lusso per loro era considerato un optional per quanti soldi avevano». I ricavi di quel business ammontavano a 44 milioni di euro e siccome nulla era stato dichiarato al fisco, le 14 società hanno evaso dodici milioni di euro. Le fiamme gialle sequestrarono 25 unità immobiliari — per un valore complessivo di oltre 5 milioni e 500 mila euro — 10 autovetture di lusso (oltre alla Porsche, Bmw e Mercedes), 135 rapporti bancari e cassette di sicurezza, 3 milioni di capi di abbigliamento ed oltre 1 milione e 300 mila pezzi di accessori.

(1. continua)

Nel Casertano ambiente avvelenato. La Procura: situazione gravissima

ARTICOLI. Una sola parola. VERGOGNA!
IL CASERTANO.UNA DISCARICA A CIELO APERTO.L’ALLARME DELLA PROCURA DI SANTA MARIA CAPUA VETERE E DEL SUO CAPO DOTTORESSA TRONCONE MENTRE POLITICA,REGIONE E GOVERNO CENTRALE STANNO A GUARDARE E LA CAMORRA CONTINUA A FAR AFFARI.
IL TUTTO SUL SANGUE DELLA POVERA GENTE E DI UN’INTERA POPOLAZIONE CHE CONTINUA A MORIRE AVVELENATA DAI CRIMINALI E DA CHI DOVEVA INTERVENIRE E HA FATTO FINTA DI NON VEDERE O SAPERE O ADDIRITTURA HA SEGRETATO GLI ATTI.
SONO QUESTI ULTIMI,CARA DOTTORESSA TRONCONE,CHE VANNO TRASCINATI ALLA SBARRA IN MANETTE E CONDANNATI PER STRAGE ED OMICIDIO.

dossier consegnato alla Commissione Parlamentare Ecomafie

Mezzogiorno, 2 novembre 2017 – 19:11
Nel Casertano ambiente avvelenato. La Procura: situazione gravissima
Maria Antonietta Troncone: «Centinaia di siti attualmente contaminati, bonifiche mai partite, discariche storiche usate tanto dalla camorra che dallo Stato durante l’emergenza rifiuti che sono ancora lì con il loro carico di veleni»
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Una situazione di degrado ambientale gravissima con centinaia di siti attualmente contaminati, bonifiche mai partite, discariche storiche usate tanto dalla camorra che dallo Stato durante l’emergenza rifiuti che sono ancora lì con il loro carico di veleni, continui roghi tossici e sversamenti illeciti di rifiuti urbani e di materiale proveniente da attività produttive, una gestione approssimativa e confusionaria del ciclo di depurazione delle acque. E ciò a fronte di numerose inchieste e arresti che non sembrano costituire un argine davvero solido contro l’illegalità ambientale. È una fotografia inquietante quella scattata dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a firma del Procuratore Maria Antonietta Troncone, e consegnata alla Commissione Parlamentare Ecomafie il 25 ottobre scorso nel corso di un incontro avuto alla prefettura di Napoli.

In quei giorni, parte dei membri dell’organismo di inchiesta presieduto da Alessandro Bratti, sono stati in missione nelle province di Caserta e Napoli. Nel Casertano hanno realizzato un sopralluogo a Bellona, dove a luglio hanno bruciato per giorni i rifiuti speciali e urbani abbandonati presso l’ex impianto di lavorazione dell’immondizia dell’Ilside, società in liquidazione, che non è mai stato messo in sicurezza, né bonificato. La Procura ha reso noto che per la mancata bonifica del sito, dove si calcola siano presenti 4500 tonnellate di rifiuti, di cui 1.500 di rifiuti urbani e speciali e 3.000 di rifiuti combusti, sono indagate cinque persone, tra cui il sindaco di Bellona, Filippo Abbate. Preoccupanti i dati forniti: sono 1285 i siti attualmente contaminati e potenzialmente contaminati del Casertano, ricompresi nel Piano Regionale di Bonifica; presso il Dipartimento dell’Arpac di Caserta sono attive circa 400 procedure per l’effettuazione di indagini preliminari al fine di attuare le necessarie misure di prevenzione nelle zone interessate dalla contaminazione. Ancora più inquietante la circostanza che le discariche abusive, spiega la relazione, intese come siti in cui lo smaltimento dei rifiuti avviene in modo organizzato, sono ancora «quelle le cui attività di smaltimento illecito di rifiuti è possibile far risalire tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90».

Nulla dunque è cambiato rispetto a tanti anni fa, le bonifiche in particolare sono ferme al palo. Tra le dieci discariche abusive indicate dalla relazione, e che ricadono nella circoscrizione della Procura di Santa Maria – l’ufficio ha competenza su tutti i comuni del Casertano ad eccezione dei 20 dell’Agro-aversano, che ricadono nel territorio della Procura di Napoli Nord con sede ad Aversa – vi sono storici siti usati sia dalla camorra che dallo Stato, come la Bortolotto e la Sogeri di Castel Volturno, Lo Uttaro a Caserta, Parco Saurino e Ferrandelle a Santa Maria la Fossa, la discarica Marruzzella a San Tammaro, Cava Monti a Maddaloni; nell’elenco figurano poi l’ex Ilside di Bellona, la mega discarica di rifiuti industriali interrati scoperta due anni nell’area produttiva ex Pozzi Ginori di Calvi Risorta, ribattezzata la «la più grande discarica sotterranea d’Europa», la cava Cesque di Falciano del Massico, l’area dell’ex stabilimento Nokia di Marcianise dove recenti analisi hanno portato alla luce la contaminazione di ben 22 pozzi per l’acqua ubicati nelle vicinanze e usati da agricoltori e cittadini.

Sul fronte della depurazione delle acque, la Procura spiega che «i controlli effettuati dall’Arpac sugli scarichi delle acque reflue urbane, sulle acque reflue industriali e sulle acque reflue equiparabili alle domestiche, hanno evidenziato alcune lacune relative alla carenza di normativa regionale per gli scarichi provenienti da agglomerati urbani con meno di 2000 abitanti, che in mancanza di adeguamento della Campania alla normativa nazionale, sono lasciati liberi di autoregolarsi ed in molti casi si è verificata l’apertura dell’impianto di depurazione per i quali poi nel prosieguo è mancata una adeguata manutenzione, stante l’impossibilità del comune di piccole dimensioni di accollarsi i relativi costi. Ciò ha comportato il deterioramento di tali opere e lo sperpero di denaro pubblico».

«Inoltre – prosegue la relazione – tutte le aree Asi della Provincia di Caserta, nella maggior parte dei casi, non offrono alle aziende insediate alcun servizio e non hanno impianti centralizzati di depurazione dei reflui, con relative conseguenze a carico delle aziende stesse. Ciò comporta che le aziende convogliano i reflui direttamente nel depuratore. In particolare, ciò avviene nella zona di Marcianise ove vengono scaricate nel depuratore scarti industriali non previamente trattati né dall’azienda e né da un depuratore del comparto Asi».

2 novembre 2017

Aziende confiscate alla mafia: da “Cosa nostra Nostra” a “Cosa Loro”

In Italia sono circa 90mila i beni finiti (dal 1997) nel mirino della magistratura perché attribuiti alla criminalità organizzata, tra immobili, aziende, beni mobili e attività finanziarie. Di questi, circa 60mila sono stati confiscati, anche se per più della metà si tratta di confische non ancora definitive. Nel solo quinquennio 2011-2015, come si evince dalla relazione semestrale sui beni confiscati, aggiornata al marzo 2016,sono stati registrati 82.072 beni: i beni confiscati sono 52.010, di cui 38.514 passati definitivamente dalle mani dei boss al patrimonio dello Stato. Quasi il 50% dei beni sottratti ai clan mafiosi si trova in Sicilia, e la maggioranza di questi beni si trovano a Palermo, a Catania e a Trapani. Molti di questi beni sono ancora inutilizzati o abbandonati a se stessi. Su 8.861 beni confiscati in Sicilia (Relazione DIA,dicembre 2015), solo poco più di 2 mila sono stati destinati e assegnati. E i beni aziendali, quelli rimasti attivi anche dopo la confisca,rischiano di chiudere, massacrando lavoratrici e lavoratori.

Cosa sono i beni confiscati alla mafia

-Beni mobili: denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili non facenti parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati.

-Beni immobili: appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli.Lo Stato può decidere di utilizzarli per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile” come recita la normativa, ovvero trasferirli al patrimonio del comune nel quale insistono. L’ente locale potrà poi amministrarli direttamente o assegnarli a titolo gratuito ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato.

-Beni aziendali: fonti principali di riciclaggio del denaro proveniente da affari illeciti. I sequestri e le confische coprono una vasta gamma di settori di investimento: industrie attive nel settore edilizio; aziende agroalimentari; ristoranti e pizzerie; interi centri commerciali; discoteche; strutture turistiche; alberghi; banche…

I beni aziendali, il 90% chiude Lavoratorici e lavoratori ko!

E’ sulle aziende confiscate, che i risultati sono devastanti, con il 90% di dette imprese confiscate ha già cessato attività.

Ovviamente, le vittime principali di questo “fallimento” sono le lavoratrici e i lavoratori, costretti a fare i conti prima con le tante tipologie di boicottaggio intraprese dai vecchi proprietari, durante la fase del sequestro. Poi, con la confisca provvisoria, quando entrano in scena le lungaggini della macchina burocratica della giustizia. Con la confisca definitiva, all’interno di una serie di rimpalli di competenze fra i vari soggetti istituzionali interessati, rimpalli pilateschi che possono durare anni e anni, le lavoratrici e i lavoratori vedono morire le aziende, rese ormai strutture con impianti obsoleti e, spesso, non più a norma con le leggi vigenti.

Questa situazione, genera un grave metodo di valutazione, quello che porta molti dipendenti o ex dipendendi a rimpiangere i proprietari mafiosi: “Lo stipendio a fine mese lo garantivano”, oppure, “Con la mafia si lavorava,con lo stato no”.

Ci sono lavoratrici e lavoratori che provano a costituire una cooperativa “per rilevare l’attività d’impresa”, e spesso impegnano il proprio Tfr. Ma, l’apparato burocratico dello stato si rivela una sorta di NEMICO, e, alla fine, la cooperativa non decolla, perchè nel frattempo è già avvenuta la liquidazione, da parte dello stato, della società confiscata, che i lavoratori volevano rilevare. Ma, succede, anche, che parte di aziende confiscate alla mafia, ritornino ai soci non ritenuti collusi con i clan, ma che operavano con i soci arrestati e condannati per partecipazione alla mafia o per partecipazione esterna.

Profitto, riciclaggio del denaro, Istituti di Credito e il monopolio mafioso

Gran parte delle aziende confiscate alla mafia sono state fatte nascere NON per massimizzare profitto, ma per riciclare denaro e avere il controllo sul territorio.

Molte di queste aziende rimanevano sul mercato perchè utilizzavano mezzi illegali come la corruzione negli appalti, le intimidazioni “militari” ai danni della concorrenza, l’impiego di lavoratori in nero e l’utilizzo di materiali o sostanze di scarsa qualità. E si trattava, quasi sempre, di piccole aziende attive in settori a forte concorrenza, come le costruzioni, il commercio al dettaglio, ristoranti e bar.

Aziende, piccole e grandi, godevano, tutte, un buon rapporto con tutte le banche. Con la confisca da parte dello stato, le banche hanno rotto il rapporto con queste aziende. Dall’analisi di “Transcrime” si nota, che la competitività di queste aziende peggiora proprio negli anni precedenti il sequestro:

La sensazione è che l’imprenditore mafioso “annusi” l’imminente intervento dello Stato e cerchi di disinvestire il prima possibile: non è un caso che, in media, le imprese mafiose abbiano molto più circolante rispetto a quelle legali, non solo per il loro uso strumentale e non produttivo, ma anche per velocizzarne la liquidazione”.

Lo stesso fanno le banche, riducendo i prestiti, prima del sequestro, come emerge dal paper “Aziende sequestrate alla criminalità organizzata:
” le relazioni con il sistema bancario”, realizzato dalla Banca d’Italia: “Gli istituti di credito, venuti a conoscenza dell’avvio di procedimenti penali o di prevenzione, procedano già prima del provvedimento giudiziario – e proprio in vista dello stesso – a ridurre cautelativamente le proprie esposizioni. Infatti gli intermediari possono venire a conoscenza dell’esistenza di procedimenti giudiziari in quanto destinatari – nell’ambito della cosiddetta “collaborazione passiva” – di richieste di accertamento penale disposte dalla magistratura inquirente per ricostruire la posizione bancaria degli inquisiti. Oppure sulla base di informazioni diffuse dagli organi di stampa. Un’altra ipotesi verosimile, ma non verificabile, è che la proprietà criminale abbandoni o “svuoti” le imprese oggetto di interesse da parte degli organi inquirenti. Al momento del sequestro l’azienda – sia pure con le storture operative derivanti dall’infiltrazione mafiosa – è spesso una realtà ancora vitale. In quel momento la rotta potrebbe forse ancora essere invertita, o perlomeno potrebbe essere assorbito il contraccolpo del provvedimento giudiziario.
Ma dopo l’avvio dell’amministrazione giudiziaria, queste aziende si trovano a fare i conti con una serie di ostacoli (burocratici, legali, tecnici, economici, sociali) che complicano l’amministrazione ordinaria. Spesso le imprese sottratte alle mafie devono confrontarsi con il boicottaggio da parte di clienti, fornitori e popolazione, nonché con problemi di gestione e regolarizzazione del personale (spesso in sovranumero e in nero)”.

In queste condizioni, per le aziende confiscate alla mafia, rimanere sul mercato in maniera competitiva diventa quasi impossibile. Secondo le rilevazioni del Cerved, tra il 2009 e il 2012, i finanziamenti assegnati alle imprese sequestrate o confiscate sono diminuiti mediamente del 5,4% annuo, mentre quelli concessi all’insieme di imprese operanti negli stessi settori e nelle stesse aree geografiche sono cresciuti dell’1,6%.

Insomma, l’azienda mafiosa era florida e rimaneva sul mercato perché era una diretta promanazione dell’organizzazione criminale, perché riciclava danaro proveniente da traffici illeciti e non scontava , praticamente, i costi della legalità. In pratica, operava in un mercato drogato, non concorrenziale.
Dopo aver a lungo operato come monopolista, in seguito al sequestro o alla confisca si trovava a fare i conti con un mercato concorrenziale, senza averne gli strumenti.
Ciò ha contribuito nell’impedire, a molte di queste aziende, di rimanere competitive e proseguire l’attività. Basti pensare che, relativamente alle aziende confiscate in via definitiva, pochissime risultano attive con dipendenti e soltanto pochissime sono state riassegnate alle cooperative di dipendenti o assegnati a cooperativi sociali.

L’Agenzia dei Beni Confiscati e i piani industriali aziendali fantasma

Prima del 2010, i beni confiscati alla MAFIA venivano gestiti dall’Agenzia del demanio e dalla Prefettura. Dal 2010, è l’ “Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”, che dipende dal Ministero dell’Interno, che gestisce tali beni. Nelle aziende confiscate, l’Agenzia opera attraverso dei CdA, i quali dovrebbero “muoversi” attraverso dei PIANI INDUSTRIALI AZIENDALI.

Purtroppo, in tante aziende confiscate, tale “Piano” non è mai stato presentato, in ogni caso è sconosciuto alle lavoratrici e ai lavoratori, che sono costretti a lavorare senza sapere nulla sul loro presente, figuriamoci sul loro futuro.

Non è difficile capire, che la gestione privatistica di queste aziende confiscate colpisce principalmente le lavoratrici e i lavoratori, ma anche il diritto della comunità tutta di sapere come vengono gestiti i beni confiscati ai boss mafiosi. I Piani industriali aziendali, i bilanci, il personale assunto o licenziato, la tipologia dei contratti delle “maestranze”, i contratti dello stesso personale che fa parte del CdA, i vari contratti stipulati dal CdA con terzi dovrebbero essere resi pubblici, nella massima trasparenza.

Non è difficile capire, che tutto ciò non è mai avvenuto.

Non è difficile capire, che i sindacati gialli e i vari cespugli “autonomi”, anche in questa tipologia di aziende, svolgono un ruolo collaborazionista nei confronti dei “padroni” venuti a gestire i beni confiscati a “Cosa Nostra”, che rischiano di diventare “COSA LORO”.

di Orazio Vasta

29 dicembre 2017

fonte:contropiano.org

Reggio, ex assessore Plutino condannato definitivamente per associazione mafiosa

Reggio, ex assessore Plutino condannato definitivamente per associazione mafiosa

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione mafiosa nei confronti dell’ex assessore comunale di Reggio Calabria, Giuseppe Plutino, ma lo ha assolto dal reato di estorsione e ha annullato con rinvio a una nuova sezione della Corte d’Appello di Reggio Calabria il reato di tentata estorsione nei confronti dell’allora consigliere regionale Giovanni Nucera. Pino Plutino, l’ex assessore della giunta di centrodestra punito in primo grado a 12 anni di carcere per concorso esterno associazione mafiosa, in Appello si vide infliggere 9 anni di carcere per associazione mafiosa. Una sentenza – quella emessa nel processo “Alta Tensione” – che viene ora confermata e resa definitiva dalla Corte di Cassazione: Plutino è quindi, un affiliato alla ‘ndrina di San Giorgio Extra, a sua volta federata al potente cartello dei Libri. I legali di Plutino, gli avvocati Andrea Alvaro e Marco Gemelli, “salvano” gli altri capi di imputazione.

Plutino paga, in particolare, la propria vicinanza ai fratelli Condemi. Domenico, in particolare, è ritenuto un uomo forte del rione San Giorgio Extra. L’indagine ha mostrato la forza opprimente della ‘ndrangheta su quel territorio, ma che ha messo al centro delle investigazioni, anche la tentata estorsione subita dal consigliere regionale Gianni Nucera, cui i Condemi (e Plutino) avrebbero provato a imporre l’assunzione nella struttura di Palazzo Campanella di un elemento di riferimento della cosca. Tra le accuse contro Condemi, infatti, vi fu anche la testimonianza del consigliere regionale di centrodestra che parlerà di pressioni per l’assunzione nella struttura di Palazzo Campanella di Maria Cuzzola, figlia di Natale Cuzzola e nipote di Gino Borghetto, uomo ritenuto esponente di spicco della ‘ndrangheta di San Giorgio Extra e del rione Modena. In sede di indagine e in aula, Nucera si presenterà come personaggio sostanzialmente vessato dalle continue richieste dei Condemi e di Plutino. E minimizzerà i rapporti con entrambi. In aula, però, emergerà qualcosa di diverso, tanto da indurre il pm Musolino a iscrivere il politico nel registro degli indagati, prima per corruzione elettorale e successivamente per concorso esterno in associazione mafiosa. La vicenda, ora, crolla davanti alla Cassazione. Per Plutino arriva la condanna definitiva solo per associazione mafiosa.

Mercoledì, 13 Dicembre 2017

fonte:ildispaccio.it/

 

.Alloggi pubblici e spaccio, la nuova radiografia della relazione sulla criminalità.LATINA,LA PROVINCIA INVASA DALLE MAFIE

Alloggi pubblici e spaccio, la nuova radiografia della relazione sulla criminalità

La Commissione ha approvato la nota annuale: le case occupate nel capoluogo e i pusher di Scauri

02/12/2017

La nuova relazione della commissione regionale contro i fenomeni criminali è stata approvata due giorni fa con una sostanziale conferma della mappa dei gruppi che operano in provincia di Latina ma con due novità importanti rispetto alle precedenti.
La prima riguarda il patrimonio in affitto dell’Ater di Latina (l’Azienda regionale delle case popolari) che nel Comune capoluogo ha visto (fino al 2015) l’occupazione abusiva di alcuni alloggi ad opera di affiliati al clan Ciarelli-Di Silvio. Il fenomeno è emerso in seguito ad operazioni di polizia di settembre 2015, quando la squadra mobile nella ricerca di un latitante scoprì che questi aveva preso possesso di alloggi senza titolo. E la vicenda è stata oggetto di audizione all’inizio di quest’anno quando, appunto, la Commissione regionale presieduta da Baldassarre Favara, ha ascoltato la relazione del direttore dell’Ater della provincia di Latina.
Dunque il documento conclusivo della Commissione parla di interessi della criminalità organizzata sul patrimonio edilizio dell’Ater, riferendosi ai casi di occupazione abusiva posti in essere da esponenti di diversi clan a Latina, Frosinone e Roma. Per quanto riguarda Latina si fa riferimento appunto alla vicenda di via Nervi scoperta nel 2015. Quella storia in realtà fu un pezzo della brutta verità afferente la gestione di molti beni pubblici a Latina, come gli impianti sportivi (vedi Campo Boario) e altri appartamenti pubblici, ma del Comune (casa dei papà). Restano invece oggetto di indagine penale, senza essere entrati nella relazione della Commissione, i casi delle occupazioni di via Bruxelles (uffici Inpdap) e quello di via Inghilterra ad Aprilia (dove gli immobili sono ex uffici del Comune).
La seconda nota nuova nella relazione riguarda lo spaccio di sostanze stupefacenti a Scauri. In audizione, il sindaco di Minturno Gerardo Stefanelli ha detto, tra le altre cose, che i nuovi pusher violenti che occupano le «piazze» di Scauri vengono direttamente, in squadre, da Scampia mettendo in atto gli stessi metodi di controllo del territorio. Una modifica del mercato della droga che, secondo la relazione, richiede maggiore attenzione sia per il controllo che per l’impatto sociale. Una parte determinante della relazione riguarda la scia di attentati che si sono registrati tra Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano negli ultimi due anni, sui quali sono in corso le indagini della Procura e che sono stati altresì oggetto di audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia.

fonte:http://www.latinaoggi.eu

CONVEGNI.

Il 31 ottobre p.v.tutti a Napoli al Convegno dell’Ass.Caponnetto con l’Università “Federico ii” e l’Ass.Naz.Carabinieri Sez.Giugliano

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