corruzione

Tangenti Eni-Nigeria, Descalzi e Scaroni rinviati a giudizio per corruzione. A processo anche Bisignani

Tangenti Eni-Nigeria, Descalzi e Scaroni rinviati a giudizio per corruzione. A processo anche Bisignani

Secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, furono versate mazzette per 1,3 miliardi di dollari per l’aggiudicazione di un giacimento, avvenuta poi nel 2011. Gli imputati sono 15 in tutto, comprese le società Eni e Shell. L’indagine partì da alcune intercettazioni nell’indagine sulla P4

di F. Q.

Claudio Descalzi e Paolo Scaroni sono stati rinviati a giudizio per corruzione assieme ad altre 11 persone e alle società Eni e Shell per il caso Nigeria. Il gup del tribunale di Milano ha stabilito che i 15 imputati, tra i quali c’è anche il faccendiere Luigi Bisignani, dovranno affrontare il processo per la presunta maxi tangente versata dalle due multinazionali del petrolio a pubblici ufficiali e politici nigeriani per lo sfruttamento del giacimento Opl 245.

Secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, furono versate mazzette per 1,3 miliardi di dollariper l’aggiudicazione di quel giacimento, avvenuta poi nel 2011. All’epoca dei fatti, Scaroni era numero uno del gruppo petrolifero, mentre Descalzi, scelto come suo successore dall’azionista ministero dell’Economia, guidava la divisione Oil & gas. Esponenti del governo nigeriano avrebbero ottenuto dal gruppo del petrolio e del gas partecipato dal Tesoro 1,09 miliardi di dollari in cambio della concessione per la stessa cifra ai due gruppi dei diritti esclusivi di sfruttamento del giacimento. Di cui peraltro, negli scorsi mesi, la Nigeria ha ripreso il controllo in via cautelare proprio nell’attesa che si concludano “le inchieste in corso e le indagini a carico dei sospetti”.

Nell’avviso conclusioni indagini di un anno fa i pm hanno descritto i passaggi dell’intera operazione. Nella loro ricostruzione si legge che Scaroni diede “il placet all’intermediazione di Obi”, intermediario nigeriano, “proposta da Bisignani e invitando” Descalzi “ad adeguarsi”. Entrambi, sia Scaroni che Descalzi, avrebbero incontrato “il presidente” nigeriano dell’epoca Jonathan Goodluck “per definire l’affare” relativo al giacimento. La presunta mazzetta e il prezzo dell’acquisto sono equivalenti perché l’ex ministro del Petrolio Etete alla fine degli anni ’90 si ‘autoassegnò’ la concessione a costo zero, tramite la società Malabu e attraverso prestanome. Quindi i soldi pagati al governo nigeriano furono riversati al politico, che li avrebbe usati anche per “immobili, aerei, auto blindate“.

Secondo quanto riferito da De Pasquale alla Corte di Londra nel settembre 2014, gli 800 milioni di dollari partiti nel 2011 verso due conti correnti intestati alla Malabu di Etete servivano per pagare presunte tangenti a funzionari e politici africani, ai manager Eni e agli intermediari esteri, da Obi a Bisignani all’imprenditore Gianluca Di Nardo, che mesi fa ha scelto il rito abbreviato come Obi. Ai dipendenti del gruppo petrolifero, all’ex ambasciatore russo Ednan Agaev, a Bisignani e Di Nardo sarebbe stata destinata secondo i pm anche un’altra tranche, circa 215 milioni, sequestrata però nell’estate 2014 dalla magistratura inglese e svizzera.

L’indagine era partita dopo l’acquisizione da parte dei pm delle intercettazioni dell’indagine del 2010 dei colleghi di Napoli Henry John Woodcock e Francesco Curcio sulla cosiddetta P4, in cui era coinvolto anche Bisignani, che ha patteggiato un anno e 7 mesi. Dalle intercettazioni dell’indagine napoletana era emerso l’intervento di Bisignani sui vertici dell’Eni di allora. Intercettato, parlava al telefono con l’ex numero uno Scaroni e anche con Descalzi.

Il processo inizierà il 5 marzo 2018. Nel frattempo Eni ha diffuso una nota per ribadire la “piena fiducia”del consiglio d’amministrazione dei confronti di Descalzi, la cui carica è stata rinnovata lo scorso marzo dopo la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dai pm: “Eni esprime piena fiducia nella giustizia – scrive la multinazionale – e nel fatto che il procedimento giudiziario accerterà e confermerà la correttezza e integrità del proprio operato”.

Beni confiscati alla mafia, rinvio a giudizio per Saguto e altri 15 imputati.

Beni confiscati alla mafia, rinvio a giudizio per Saguto e altri 15 imputati.QUESTI MALEDETTI BENI CONFISCATI.UN  BUSINESS VERGOGNOSO CHE  RICOPRE  DI FANGO IL MONDO DELLA COSIDDETTA ANTIMAFIA

Il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2017


Beni confiscati alla mafia, rinvio a giudizio per Saguto e altri 15 imputati
Le indagini, avviate nel 2015, hanno ricostruito un “sistema” basato su rapporti privilegiati con alcuni professionisti nominati amministratori giudiziari. Le assegnazioni di incarichi e consulenze sarebbero state ricambiate con regali, favori e denaro

di F. Q.

Sulla gestione dei beni confiscati a Palermo si celebrerà un processo. È stata rinviata a giudizio, infatti, l’ex presidente della sezione misure di prevenzione, Silvana Saguto. In aula il 22 gennaio 2018 comparirà con altri quindici imputati, tra cui l’ex prefetto di Palermo,Francesca Cannizzo, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il padre, il marito e il figlio del magistrato, più alcuni amministratori giudiziari. Per il gip Marcello Testaquadra, Silvana Saguto avrebbe gestito in modo spregiudicato i patrimoni sottratti alla mafia.

I sedici imputati devono rispondere a vario titolo di circa ottanta contestazioni per reati che vanno dalla corruzione al falso, dall’abuso d’ufficio alla truffa aggravata.
Le indagini, avviate nel 2015, hanno ricostruito un “sistema” basato su
rapporti privilegiati con alcuni professionisti nominati amministratori giudiziari. Le assegnazioni di incarichi e consulenze sarebbero state ricambiate con regali, favori e denaro. Il marito della Saguto, Lorenzo Caramma, avrebbe ottenuto consulenze professionali. Tra i presunti beneficiari anche il figlio Emanuele mentre il padre Vittorio sarebbe coinvolto in alcune operazioni finanziarie finite sotto inchiesta.

Nella lista degli indagati anche gli amministratori giudiziari Aulo Gabriele Gigante, Roberto Nicola Santangelo e Walter Virga, l’ex giudice della sezione misure di prevenzione Lorenzo Chiaramonte, il colonnella Rosolino Nasca della Dia, i docenti universitariCarmelo Provenzano e Roberto Di Maria della Kore di Enna, la moglie di Provenzano, Maria Ingrao, e la collaboratrice Calogera Manta. Stralciata e trasmessa a Palermo la posizione di un altro docente, Luca Nivarra. L’avvocato Cappellano Seminara, che secondo l’accusa sarebbe stato un perno del “sistema” Saguto, ha scelto il rito immediato. Il 20 dicembre comincerà invece il giudizio abbreviato nel quale sono imputati i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere del tribunale Elio Grimaldi.

 

Sperlonga – Abusi edilizi, in sette rinviati a giudizio.     ALTRO GIRO ALTRA RUOTA  E VAI COL TANGO

Abusi edilizi, in sette rinviati a giudizio

Il giudice rinvia a giudizio gli indagati, tra loro c’è l’ex responsabile dell’Urbanistica. Contestato anche il falso

23 ovembre 2017

Secondo la procura, le opere edilizie realizzate in località “Angolo”, nel territorio di Sperlonga, sarebbero viziate da alcune irregolarità tecniche. Non solo. Dietro gli atti, sempre secondo la tesi dell’accusa, si configurerebbero i reati di falso e di abuso d’ufficio. Nella giornata di ieri, per i sette indagati, assistiti dagli avvocati Vincenzo Macari, Roberto De Fusco, Gianfranco Testa, Pietro Federico, è stato deciso il rinvio a giudizio. Il processo prenderà il via davanti al terzo collegio penale del tribunale di Latina il prossimo 8 marzo.

L’inchiesta è stata coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano e le indagini sono state delegate ai carabinieri. Iscritti al registro degli indagati e poi rinviato a giudizio sono Giuseppe Vona, Patrizia Vona, Rosanna Vona (comproprietari), Massimo Pacini (ex responsabile dell’ufficio tecnico di Sperlonga), Felice Cimmino, Pasquale Scalingi (progettisti) Giuseppe Cannavale (direttore dei lavori). A loro carico, come accennato in premessa, si ipotizzano a vario titolo i reati di abuso edilizio, abuso d’ufficio e falso. Ieri, al termine dell’udienza preliminare, il gup Pierpaolo Bortone ha deciso per il rinvio a giudizio accogliendo la richiesta del pubblico ministero. Sulla stessa area pende anche un’altra inchiesta, sempre coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano, per la quale nei giorni scorsi è stato notificato ai sette l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. La procura in questo caso ipotizza il reato di lottizzazione abusiva in concorso e la contravvenzione prevista dalla norma vigente per lavori eseguiti in assenza della prescritta autorizzazione ambientale.

Le trame degli 007 (deviati) avvolgono lo Stretto

 

Un filo rosso lega le bombe a Locri e Siderno, gli attentati a Di Landro e il piano eversivo che teneva insieme ‘ndrangheta, massoneria deviata e Cosa nostra. Parte da Reggio Calabria e porta fino ai salotti romani

22 novembre 2017

REGGIO CALABRIA “Perseguitato”, “vittima dello Stato”, “oggetto di accanimento giudiziario”. Quando nel luglio scorso gli uomini della Squadra mobile di Reggo Calabria impegnati nell’esecuzione dell’operazione “’Ndrangheta stragista” si sono presentati a casa di Bruno Contrada con in mano un decreto di perquisizione e sequestro, l’ex numero due del Sisde non ha atteso neanche qualche ora per dar sfogo a pubbliche lamentazioni. «Sono frastornato, non riesco a capire cosa vogliano da me. A 86 anni, dopo 25 anni di processi e due sentenze – aveva commentato – avrei diritto a vivere in pace e a fare il nonno». Adesso che il processo scaturito da quell’inchiesta è iniziato, iniziano a venir fuori i fili che legano Contrada a torbide e per certi versi ancora oscure.

IL FILO ROSSO Il primo si nasconde dietro la divisa di un carabiniere, che affiora dietro le bombe del luglio 2010 di fronte alla procura generale di Reggio Calabria, fa capolino dietro quelle piazzate all’ospedale di Locri nel 2006, tocca forse ruolo e “compiti” svolti da Nino Lo Giudice prima della collaborazione, ma si incastra anche in un mosaico che arriva fino alla rete di contatti e relazioni cresciuta attorno alla latitanza dell’ex parlamentare Amedeo Matacena. Il carabiniere in questione ha un nome e un cognome. Si chiama Fausto Del Vecchio. Non ha sempre lavorato in divisa, ma per lungo tempo è stato ufficiale del Sisde, proprio negli anni in cui tra gli elementi di vertice c’era Bruno Contrada. Ed a lui – dicono le carte – era considerato «assai vicino».

ESPOSTO ANONIMO A vincolare Del Vecchio a vicende calabresi è in primo luogo un esposto anonimo. Arriva all’indirizzo del procuratore generale Salvatore Di Landro nell’ottobre del 2011 e riguarda le bombe che hanno devastato il portone della procura generale e quello della casa privata del magistrato circa un anno prima. Il misterioso, ma a quanto pare ben informato, mittente della missiva invita ad indagare sul «vile scarto del Sisde Fausto Del Vecchio risciacquato dalla merda nei Carabinieri ove ora da questi pure pagato in pensione».

LA RETE DELL’ARMA L’esposto è sgrammaticato, ma contiene informazioni precise. «Il Del Vecchio a (sic) preso l’esplosivo da cava di Fiumicino [c’è pure la denuncia di furto lì a Fiumicino] e di persona lo a (sic) portato a Reggio e dato ai compari per il lavoro. Tutto sotto la copertura dei superiori Carabinieri come CoL Casarsa etc». Viene dunque chiamato in causa non solo Del Vecchio, ma anche un suo superiore dell’epoca, il colonnello Casarsa, e – emerge dalle carte depositate agli atti del processo – un altro ufficiale, Favente. E si compone un quadro che appare quanto meno plausibile perché i personaggi tirati in ballo già in passato hanno avuto a che fare con la Calabria e i calabresi.

LE BOMBE A LOCRI E SIDERNO Da 007, Del Vecchio ha lavorato per molto tempo in Calabria. Nella provincia reggina, era lui l’incaricato della gestione della “fonte confidenziale”, Francesco Chiefari, l’assistente della Polizia di Stato arrestato per aver messo dell’esplosivo davanti all’ospedale di Siderno nel dicembre del 2006 e aver collocato un altro ordigno inesploso all’interno del nosocomio di Locri. Una storia che si intreccia con quella dell’omicidio Fortugno. Il direttore sanitario della struttura sanitaria sidernese all’epoca delle bombe era infatti Domenico Fortugno, fratello del politico ucciso, e secondo gli investigatori vero obiettivo dell’attentato. Condannato in primo grado e in secondo, poi nuovamente processato in appello per decisione della Cassazione, Chiefari non ha mai spiegato se qualcuno gli abbia detto di collocare quegli ordigni e per quale motivo. Tanto meno se il suo responsabile del Sisde fosse informato di tale iniziativa.

(DIS)AVVENTURE SOMALE Quelle bombe sono rimaste in parte un mistero, come misterioso è stato il ruolo di Del Vecchio nel cosiddetto Somaliagate, una storiaccia di truffe internazionali sullo sfondo della missione italiana in Somalia. In manette con l’accusa di aver estorto denaro ad una serie di imprenditori interessati a fare affare all’ombra della missione internazionale, è finito non solo Del Vecchio, ma anche un altro misterioso personaggio. Si chiama Massimo Pizza, ma ai magistrati che lo hanno interrogato si è presentato come agente dei servizi. E a loro ha raccontato che dietro quella truffa internazionale ci sarebbe stata «una strettissima loggia massonica coperta, che ha rapporti con la criminalità calabrese e potenti coperture istituzionali», perché frequentata da politici e uomini di potere che avrebbero finanziato le proprie attività con i soldi in nero ricavati dallo sfruttamento delle risorse naturali (acqua e petrolio) e dal ciclo dei rifiuti. Una versione apparentemente incredibile. Ma quello di Pizza non sembra il curriculum di un millantatore, quanto meno all’epoca dell’avventura somala. Il suo nome compare infatti fra le carte ufficiali come ispettore italiano nell’ambito di una missione ufficiale dell’Onu mirata a individuare i legami di Al Qaeda.

L’AGENTE POLIFEMO A Woodcock, Pizza si presenta come agente Polifemo, operativo del famigerato Ufficio K (killer), una delle divisioni impegnate nelle operazioni Stay behind e nella costruzione della rete di Gladio. Ambienti – ha svelato Walter Bazzanella, ex ufficiale dell’aeronautica ed ex agente del Sismi – da cui sono partite o sono state organizzate le telefonate di rivendicazione della Falange armata, sigla usata negli anni Novanta per rivendicare omicidi e attentati, inclusi quelli che nel ’94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo. Ma questo non è l’unico filo che leghi Pizza alla Calabria, o alle trame che anche in Calabria sono state tessute. Negli anni Novanta e non solo.

LO STATO DEI CLAN Interrogato da Roberto Scarpinato, quando da procuratore aggiunto di Palermo coordinava l’inchiesta “Sistemi criminali”, l’agente Polifemo ha spiegato come dietro il boom delle leghe regionali negli anni Novanta, ci fossero mafie, massoneria e servizi, che con il valido contributo della galassia nera di Stefano Delle Chiaie. Una “squadra” – avevano già svelato diversi collaboratori di mafia, di ‘ndrangheta e altri ambienti – all’epoca impegnata in un’azione di “destabilizzazione” finalizzata a creare le condizioni per la divisione dell’Italia in più Stati. Una tappa intermedia – ipotizzava all’epoca “Sistemi criminali” e dice oggi l’inchiesta “‘Ndrangheta stragista” – di quella strategia eversiva iniziata con gli attentati continentali, mirata ad imporre una «finta-nuova classe politica etero-diretta, che aveva la precipua mission di garantire `Ndrangheta, Cosa Nostra e le altre mafie».

PIANO EVERSIVO La caduta del muro di Berlino da una parte e il crollo dei partiti che, dal dopoguerra in poi, avevano fatto da pilastri al sistema della cosiddetta “democrazia bloccata” – spiega oggi l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – aveva messo in pericolo il potere nei decenni accumulato dalle mafie ed altre forze occulte «sia paramassoniche piduiste che della destra eversiva». Anche settori dell’intelligence – ha scritto di recente anche il Tdl di Reggio Calabria – «sentivano di avere perso la loro mission e con essa gli enormi spazi di manovra – talora illegali, come emerso da numerosi procedimenti penali – che la stessa gli garantiva. Così come per Cosa Nostra il procedere del maxi processo verso le condanne definitive era stato il preoccupante annuncio dell’inizio di un declino inarrestabile, così, per alcuni settori di tali apparati, lo smantellamento di Gladio (autunno 1990) era stato, per alcuni esponenti degli apparati di sicurezza e i loro sodali – ma sarebbe meglio parlare dei manovratori di costoro (vedremo come si giungerà ad individuare in non identificati appartenenti della 7ma Divisione del Sismi e nel residuo, ma pervicace, piduismo gelliano il nucleo di tali forze), il segnale di un intollerabile ridimensionamento del proprio potere». (1–Continua)

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

 

 

fonte:https://www.laltrocorriere.it/

Consigliera double face: per lo Stato e la multinazionale.

Consigliera double face: per lo Stato e la multinazionale.ABBIAMO TOCCATO IL FONDO DEL BARILE.COMUNQUE NOI SIAMO GARANTISTI ED ASPETTIAMO,PRIMA DI PRONUNCIARCI,IL GIUDIZIO FINALE DELLA MAGISTRATURA.

Consigliera double face: per lo Stato e la multinazionale

di Alessandro Avvisato

Se si vuol capire come funziona uno Stato al servizio di interessi privati abbiamo un esempio eccellente sottomano: Susanna Masi, esperta in materia fiscale alle dipendenze del ministero dell’Economia è stata formalmente accusata di vendere i segreti fiscali del governo alla società rivata da cui proveniva, Ernst & Young, potente multinazionale della consulenza fiscale.

I magistrati hanno condotto un’indagine durata almeno tre anni, controllando sia le sue comunicazioni informatiche e telefoniche, sia il flusso di bonifici dalla società Usa al suo conto bancario. Il quadro è insomma ricco, completo e inconfutabile.

La cronache ricostruiscono la sua carriera. La Masi era una stimata professionista del network globale di servizi di consulenza, un colosso con 250.000 dipendenti, 700 uffici in 150 paesi. Insomma, di una società privata che riunisce in sé la conoscenza di tutti i sistemi fiscali esistenti sul pianeta, e che dunque può fornire ai suoi clienti – grandi gruppi multinazionali, oltre che professionisti abbastanza ricchi da poterne pagare le salatissime parcelle – consigli efficaci su come risparmiare sulle tasse spostando sedi, utilizzando “teste di legno”, ecc.

Com’era arrivata al ministero dell’economia e di qui anche in Equitalia? Grazie a Mario Monti, che l’aveva scelta nel 2012 e poi lasciata in eredità a Saccomanni (nel governo Letta) e Pier Carlo Padoan (governi Renzi e Gentiloni).

Fin qui, nulla di strano. Certo, si potevano cercare “risorse umane” all’interno dei ministeri, ma non è strano che si assumano esperti esterni, specie se molto competenti.

Il problema è sempre che questo passaggio dal privato al pubblico dovrebbe venir accompagnato da un radicale cambio di mentalità, o una completa revisione della “scala dei valori”. Specie in materia fiscale. Perché una cosa è consigliare i clienti sul come evaderle, l’opposto è potenziare lo Stato nell’ottenerne il pagamento. Un po’ come il ladro e il poliziotto, insomma…

Sembra evidente che nel caso di Susanna Masi nessuno si sia preso la briga di spiegare alla neo-assunta che ora avrebbe dovuto impiegare a rovescio le sue competenze. O, almeno, che la signora non se ne sia dato per inteso…

Dalle carte emerge infatti che Masi avrebbe «fornito a Ernst & Young notizie riservate possedute grazie al suo ruolo istituzionale di membro della segreteria tecnica» o «consigliere del ministro», così consentendo alla società di poter offrire ai grossi clienti (specie banche) servizi di ottimizzazione fiscale già parametrati sulle norme che sarebbero entrate in vigore qualche mese dopo.

Ma non si sarebbe accontentata di fare “la spiona” sui progetti del minsitero. Una volta entrata nel gotha dirigenziale, infatti, si sarebbe «resa disponibile a proporre modifiche, a vantaggio di Ernst & Young e dei suoi clienti, alla normativa fiscale interna in corso di predisposizione, nella materia di transazioni finanziarie nella quale era direttamente coinvolta quale membro della segreteria tecnica del ministero».

Due ruoli chiave in una sola persona: fornire “dritte” sulle regole future e addirittura dettarle direttamente.

Evidente, dunque, che una funzione pubblica essenziale dello Stato – il fisco, le sue regole, le modalità di riscossione e di contrasto dell’evasione – siano state messe a disposizione di una società privata multinazionale in

qualche misura molto più potente e “sapiente” dello Stato stesso (in virtù del suo conoscere nei dettagli le normative di almeno 150 paesi).

Negli Stati Uniti questo passaggio dai ruoli privati a quelli pubblici è così normale da essere continuo e sostanzialmente incontrollato. Ricordiamo, tra i casi famosi, Dick Cheney passato (più volte) dal ruolo di amministratore delegato di Halliburton alla vicepresidenza Usa insieme a George Bush jr; oppure Donald Rumsfeld, diventato ministro della difesa dopo esser stato, tra l’altro, presidente della G.D. Searle & Company, multinazionale farmaceutica nota per la pillola contraccettiva Enovid e per il dolcificante cancerogeno brevettato con il nome di aspartame.L’elenco sarebbe infinito…

Di fronte a casi come questo quello della Masi potrebbe sembrare quasi “minore” e forse lo è. Ma è il segnale evidente che la “privatizzazione degli Stati” sta avanzando a tappe forzate all’ombra delle best practices consigliate dall’Unione Europea. La quale, sembra doveroso ricordarlo, è una struttura intessuta da trattati che priva il Parlamento europeo – unico caso al mondo – del potere legislativo; ma che, al contempo, è apertissima all’influenza dei “gruppi di pressione” delle imprese multinazionali (lobby), tanto da averne riconosciuto il diritto d’accesso alle strutture decisionali (la Commissione, ossia il governo). In pratica, un luogo deputato a decisioni vincolanti per un continente intero dove la sovranità popolare non può entrare, ma le mutlinazionali hanno libero accesso (l’unica gerarchia riconosciuta è il fatturato).

Per la cronaca, il codice penale italiano prevede ancora – per comportamenti come quello della Masi – i reati di «corruzione», «rivelazione di segreto d’ufficio» e «false attestazioni sulle qualità personali» per non aver dichiarato il proprio conflitto di interessi (prender soldi da Ernst & Young).

 

22 Novembre 2017

fonte:contropiano.org/

Regione Sardegna, consigliere arrestato e ancora indagato per associazione a delinquere rieletto vicepresidente

Il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2017

Regione Sardegna, consigliere arrestato e ancora indagato per associazione a delinquere rieletto vicepresidente

Ai domiciliari il 5 aprile 2016 con l’accusa di associazione a delinquere, tornato in libertà (con obbligo di dimora a Sassari) quattro mesi dopo, reintegrato in Consiglio regionale a ottobre 2016, il forzista Antonello Peru è riuscito a riprendersi il posto di numero due nell’Assemblea regionale. Anche con i voti del centrosinistra. Lui: “Dato politico. Per il resto c’è il mio avvocato: mandatemi un’email”

di Vincenzo Bisbiglia e Monia Melis

Il consiglio regionale mi ha votato come nuovo vice presidente. Questo è il dato politico. Per il resto c’è il mio avvocato: mandatemi un’email”. Arrestato il 5 aprile 2016 con l’accusa di associazione a delinquere, tornato in libertà (con obbligo di dimora a Sassari) quattro mesi dopo, reintegrato in Consiglio regionale a ottobre 2016, il forzista Antonello Peru è riuscito a riprendersi il posto di numero due nell’Assemblea regionale della Sardegna, che ricopriva al momento dell’arresto. E lo fa, tra l’altro, con il beneplacito di un pezzo della maggioranza di centrosinistra. Tutto ciò mentre è ancora indagato per gli stessi reati che gli sono stati contestati nell’inchiesta “Sindacopoli” – su presunti appalti pilotati in diversi Comuni della Sardegna – e per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio: la decisione del gup è attesa per il prossimo 22 gennaio. Intanto Peru torna vicepresidente, con l’avallo del coordinatore sardo di Forza Italia, Ugo Cappellacci, che conferma della linea ultra garantista disegnata negli ultimi tempi dal partito di Silvio Berlusconi.

Dopo l’arresto, Peru era stato sospeso per circa sei mesi dalla carica di consigliere regionale, in base alla legge Severino. Al suo posto, come supplente, era subentrato Giancarlo Carta. L’incarico di vicepresidente in rappresentanza della minoranza era passato a Ignazio Locci, che si è poi dimesso dal Consiglio dopo essere stato eletto sindaco di Sant’Antioco nel giugno scorso. Ai primi di ottobre 2016 Peru aveva ottenuto un alleggerimento della misura cautelare degli arresti domiciliari ed era stato reintegrato in Consiglio regionale al posto di Carta, che poco dopo ha lasciato Fi per aderire a Fratelli d’Italia. Il consigliere forzista, però, ha ripreso a partecipare alle sedute dell’Aula soltanto a fine marzo 2017.

Quindi il 14 novembre è arrivata la votazione decisiva. L’elezione è avvenuta con 28 voti sui 55 presenti, con almeno 7 voti provenienti dalla maggioranza di centrosinistra: l’opposizione conta 24 consiglieri, ma Paolo Truzzu di Fdi ha dichiarato di aver votato scheda bianca e 2 consensi forzisti sono finiti all’altro azzurro Stefano Tunis. Durante la discussione sul bilancio consuntivo 2017, Peru ha dichiarato: “Mai avrei potuto offendere il Parlamento dei sardi se in me avessi trovato una sola ombra. Tutto quello che è accaduto l’ho accolto con tutta l’essenza positiva. Avrò modo e tempo per dimostrare fatti e cose e per far trionfare la verità, ma oggi è la vittoria sulla paura”.  Subito dopo sono arrivati i commenti dei colleghi. La consigliera del Centro Democratico, Anna Maria Busia, ha ringraziato il collega indagato per il momento di riflessione “da tenere in considerazione”, mentre il capogruppo di Forza Italia, Pietro Pittalis, lo ha spronato a “riprendere a pieno titolo il suo mandato elettorale”. La stessa Busia, contattata da ilfattoquotidiano.it, smentisce di aver votato per Peru: “Qualche consenso dalla maggioranza è arrivato, non siamo entrati nel dettaglio. Nel segreto dell’urna purtroppo queste cose succedono. Se c’è stata una discussione interna? No, sinceramente solo un po’ di curiosità, non ci sono state vesti stracciate, in fondo quella è una carica che spetta all’opposizione”.

 

Mauro Moretti, cadeau di Fs all’ex ad condannato per la strage di Viareggio: viaggerà in treno gratis per sempre. UN PAESE ALLO SFASCIO

Il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2017

Mauro Moretti, cadeau di Fs all’ex ad condannato per la strage di Viareggio: viaggerà in treno gratis per sempre

Per la giustizia italiana il manager è responsabile di un reato gravissimo. Per la Repubblica autonoma delle Ferrovie è un eroe a cui rendere onore, consegnandogli la Carta di libera circolazione. Anche se quel benefit in teoria non spetta a chi nei cinque anni precedenti ha lavorato in un’altra azienda. E lui è stato in Finmeccanica, da cui ha ricevuto 9,5 milioni di liquidazione

di Daniele Martini

Mauro Moretti forever, per sempre. Condannato a 7 anni in primo grado per la strage alla stazione di Viareggio (32 morti), l’ex amministratore e presidente delle Fs per la giustizia della Repubblica italiana è responsabile di un reato gravissimo. Per la Repubblica autonoma delle Ferrovie è invece un eroe a cui rendere onore e gloria. La contraddizione è esplosa ieri pomeriggio sotto le volte della Nuvola di Fuksas all’Eur di Roma nel corso di una qualificata assemblea con un migliaio di dirigenti dell’azienda dei treni. Entusiasti e rapiti i manager hanno tributato all’ex capo una di quelle standing ovation in Italia riservate a pochi, mai ai politici o agli amministratori, raramente alla gente di spettacolo, più spesso ai campioni a fine carriera tipo Totti con la Roma.

Ecco, Moretti è il Totti della Repubblica autonoma delle Ferrovie. Sperando di ricalcarne le orme e facendosi interprete dei sentimenti dei presenti, il nuovo capo dei treni, Renato Mazzoncini, ha voluto concretamente dimostrargli la sua riconoscenza. E all’uopo gli ha solennemente consegnato la Carta di libera circolazione, cioè il biglietto per viaggiare gratis in treno sempre e ovunque. Che è stato accettato di buon grado da Moretti con lo stesso stile di quando appena pochi mesi aveva ricevuto i 9 milioni e mezzo di euro di liquidazione maturati a Finmeccanica di cui era diventato l’amministratore dopo l’addio alle Ferrovie.

Qualche ferroviere cavilloso ha obiettato sottovoce che a rigor di contratto quel benefit non sarebbe spettato al Totti dei treni perché una clausola stabilisce che tale Carta deve essere negata a chi nei 5 anni precedenti ha lavorato, basta un solo giorno, in un’altra azienda. E Moretti in Finmeccanica ci ha lavorato per anni. L’obiezione si è però persa tra gli applausi, compresi quelli degli illustri ospiti: il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e Oscar Farinettiinvitato per narrare l’avventura di Fico, il luna park del tortellino di Bologna, che deve ancora aprire, con i binari c’entra poco, ma sarà un successo sicuro. E tanto basta. Un altro ferroviere sofista avrebbe voluto far notare ai presenti che con Moretti per Viareggio sono state condannate anche le aziende Trenitalia e Rfi a cui è stata inflitta una pesante multa. E avrebbe voluto aggiungere che in una Repubblica normale di solito a un amministratore responsabile di una condanna per le aziende del gruppo di cui è a capo viene chiesto un risarcimento. Ma i cittadini della Repubblica autonoma dei binari erano troppo impegnati con i battimani per prestare orecchio a queste bazzecole.

Giudici e funzionari corrotti a Foggia, sentenze pilotate in cambio di denaro e favori: 10 arresti

Commissioni tributarie a Foggia: arrestati giudici, funzionari e commercialisti
„Interdizione dall’esercizio della professione per tre commercialisti. Ecco come funzionava nelle commissioni tributarie Regionale e Provinciale di Foggia. Le accuse: corruzione in atti giudiziari, falso e truffa, in concorso

Commissioni tributarie a Foggia: arrestati giudici, funzionari e commercialisti

Sotto la direzione della Procura della Repubblica di Foggia, all’esito di complesse attività investigative condotte dai militari del Gruppo Tutela Spesa Pubblica/Sezione Anticorruzione del Nucleo di Polizia Tributaria di Bari con l’ausilio di personale della sezione di pg GdF della Procura del capoluogo dauno, nella prima mattinata di oggi è stata data esecuzione all’ordinanza emessa dal GIP presso il Tribunale dauno, applicativa di tredici misure cautelari personale, di cui 10 ai domiciliari e tre interdittive per tre commercialisti che non potranno esercitare la professione per 12 mesi.

I reati contestati agli indagati, tra cui giudici tributari, funzionari delle Commissioni Tributarie Regionale e Provinciale di Foggia, commercialisti/difensori e imprenditori/contribuenti, sono quelli di corruzione in atti giudiziari, falso e truffa, in concorso.

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.Processo Mose.Condannato l’ex Ministro Mattioli

 

 

 

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Mose: condannato ex ministro Matteoli: “Non sono un corrotto”. Assolto ex sindaco Orsoni

Usciti dal procedimento, perché assolti o per prescrizione, anche l’architetto Danilo Turcato che aveva curato i lavori di restauro della villa già di proprietà di Giancarlo Galan, l’ex governatore del Veneto che aveva patteggiato la pena

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