Le trame degli 007 (deviati) avvolgono lo Stretto

 

Un filo rosso lega le bombe a Locri e Siderno, gli attentati a Di Landro e il piano eversivo che teneva insieme ‘ndrangheta, massoneria deviata e Cosa nostra. Parte da Reggio Calabria e porta fino ai salotti romani

22 novembre 2017

REGGIO CALABRIA “Perseguitato”, “vittima dello Stato”, “oggetto di accanimento giudiziario”. Quando nel luglio scorso gli uomini della Squadra mobile di Reggo Calabria impegnati nell’esecuzione dell’operazione “’Ndrangheta stragista” si sono presentati a casa di Bruno Contrada con in mano un decreto di perquisizione e sequestro, l’ex numero due del Sisde non ha atteso neanche qualche ora per dar sfogo a pubbliche lamentazioni. «Sono frastornato, non riesco a capire cosa vogliano da me. A 86 anni, dopo 25 anni di processi e due sentenze – aveva commentato – avrei diritto a vivere in pace e a fare il nonno». Adesso che il processo scaturito da quell’inchiesta è iniziato, iniziano a venir fuori i fili che legano Contrada a torbide e per certi versi ancora oscure.

IL FILO ROSSO Il primo si nasconde dietro la divisa di un carabiniere, che affiora dietro le bombe del luglio 2010 di fronte alla procura generale di Reggio Calabria, fa capolino dietro quelle piazzate all’ospedale di Locri nel 2006, tocca forse ruolo e “compiti” svolti da Nino Lo Giudice prima della collaborazione, ma si incastra anche in un mosaico che arriva fino alla rete di contatti e relazioni cresciuta attorno alla latitanza dell’ex parlamentare Amedeo Matacena. Il carabiniere in questione ha un nome e un cognome. Si chiama Fausto Del Vecchio. Non ha sempre lavorato in divisa, ma per lungo tempo è stato ufficiale del Sisde, proprio negli anni in cui tra gli elementi di vertice c’era Bruno Contrada. Ed a lui – dicono le carte – era considerato «assai vicino».

ESPOSTO ANONIMO A vincolare Del Vecchio a vicende calabresi è in primo luogo un esposto anonimo. Arriva all’indirizzo del procuratore generale Salvatore Di Landro nell’ottobre del 2011 e riguarda le bombe che hanno devastato il portone della procura generale e quello della casa privata del magistrato circa un anno prima. Il misterioso, ma a quanto pare ben informato, mittente della missiva invita ad indagare sul «vile scarto del Sisde Fausto Del Vecchio risciacquato dalla merda nei Carabinieri ove ora da questi pure pagato in pensione».

LA RETE DELL’ARMA L’esposto è sgrammaticato, ma contiene informazioni precise. «Il Del Vecchio a (sic) preso l’esplosivo da cava di Fiumicino [c’è pure la denuncia di furto lì a Fiumicino] e di persona lo a (sic) portato a Reggio e dato ai compari per il lavoro. Tutto sotto la copertura dei superiori Carabinieri come CoL Casarsa etc». Viene dunque chiamato in causa non solo Del Vecchio, ma anche un suo superiore dell’epoca, il colonnello Casarsa, e – emerge dalle carte depositate agli atti del processo – un altro ufficiale, Favente. E si compone un quadro che appare quanto meno plausibile perché i personaggi tirati in ballo già in passato hanno avuto a che fare con la Calabria e i calabresi.

LE BOMBE A LOCRI E SIDERNO Da 007, Del Vecchio ha lavorato per molto tempo in Calabria. Nella provincia reggina, era lui l’incaricato della gestione della “fonte confidenziale”, Francesco Chiefari, l’assistente della Polizia di Stato arrestato per aver messo dell’esplosivo davanti all’ospedale di Siderno nel dicembre del 2006 e aver collocato un altro ordigno inesploso all’interno del nosocomio di Locri. Una storia che si intreccia con quella dell’omicidio Fortugno. Il direttore sanitario della struttura sanitaria sidernese all’epoca delle bombe era infatti Domenico Fortugno, fratello del politico ucciso, e secondo gli investigatori vero obiettivo dell’attentato. Condannato in primo grado e in secondo, poi nuovamente processato in appello per decisione della Cassazione, Chiefari non ha mai spiegato se qualcuno gli abbia detto di collocare quegli ordigni e per quale motivo. Tanto meno se il suo responsabile del Sisde fosse informato di tale iniziativa.

(DIS)AVVENTURE SOMALE Quelle bombe sono rimaste in parte un mistero, come misterioso è stato il ruolo di Del Vecchio nel cosiddetto Somaliagate, una storiaccia di truffe internazionali sullo sfondo della missione italiana in Somalia. In manette con l’accusa di aver estorto denaro ad una serie di imprenditori interessati a fare affare all’ombra della missione internazionale, è finito non solo Del Vecchio, ma anche un altro misterioso personaggio. Si chiama Massimo Pizza, ma ai magistrati che lo hanno interrogato si è presentato come agente dei servizi. E a loro ha raccontato che dietro quella truffa internazionale ci sarebbe stata «una strettissima loggia massonica coperta, che ha rapporti con la criminalità calabrese e potenti coperture istituzionali», perché frequentata da politici e uomini di potere che avrebbero finanziato le proprie attività con i soldi in nero ricavati dallo sfruttamento delle risorse naturali (acqua e petrolio) e dal ciclo dei rifiuti. Una versione apparentemente incredibile. Ma quello di Pizza non sembra il curriculum di un millantatore, quanto meno all’epoca dell’avventura somala. Il suo nome compare infatti fra le carte ufficiali come ispettore italiano nell’ambito di una missione ufficiale dell’Onu mirata a individuare i legami di Al Qaeda.

L’AGENTE POLIFEMO A Woodcock, Pizza si presenta come agente Polifemo, operativo del famigerato Ufficio K (killer), una delle divisioni impegnate nelle operazioni Stay behind e nella costruzione della rete di Gladio. Ambienti – ha svelato Walter Bazzanella, ex ufficiale dell’aeronautica ed ex agente del Sismi – da cui sono partite o sono state organizzate le telefonate di rivendicazione della Falange armata, sigla usata negli anni Novanta per rivendicare omicidi e attentati, inclusi quelli che nel ’94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo. Ma questo non è l’unico filo che leghi Pizza alla Calabria, o alle trame che anche in Calabria sono state tessute. Negli anni Novanta e non solo.

LO STATO DEI CLAN Interrogato da Roberto Scarpinato, quando da procuratore aggiunto di Palermo coordinava l’inchiesta “Sistemi criminali”, l’agente Polifemo ha spiegato come dietro il boom delle leghe regionali negli anni Novanta, ci fossero mafie, massoneria e servizi, che con il valido contributo della galassia nera di Stefano Delle Chiaie. Una “squadra” – avevano già svelato diversi collaboratori di mafia, di ‘ndrangheta e altri ambienti – all’epoca impegnata in un’azione di “destabilizzazione” finalizzata a creare le condizioni per la divisione dell’Italia in più Stati. Una tappa intermedia – ipotizzava all’epoca “Sistemi criminali” e dice oggi l’inchiesta “‘Ndrangheta stragista” – di quella strategia eversiva iniziata con gli attentati continentali, mirata ad imporre una «finta-nuova classe politica etero-diretta, che aveva la precipua mission di garantire `Ndrangheta, Cosa Nostra e le altre mafie».

PIANO EVERSIVO La caduta del muro di Berlino da una parte e il crollo dei partiti che, dal dopoguerra in poi, avevano fatto da pilastri al sistema della cosiddetta “democrazia bloccata” – spiega oggi l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – aveva messo in pericolo il potere nei decenni accumulato dalle mafie ed altre forze occulte «sia paramassoniche piduiste che della destra eversiva». Anche settori dell’intelligence – ha scritto di recente anche il Tdl di Reggio Calabria – «sentivano di avere perso la loro mission e con essa gli enormi spazi di manovra – talora illegali, come emerso da numerosi procedimenti penali – che la stessa gli garantiva. Così come per Cosa Nostra il procedere del maxi processo verso le condanne definitive era stato il preoccupante annuncio dell’inizio di un declino inarrestabile, così, per alcuni settori di tali apparati, lo smantellamento di Gladio (autunno 1990) era stato, per alcuni esponenti degli apparati di sicurezza e i loro sodali – ma sarebbe meglio parlare dei manovratori di costoro (vedremo come si giungerà ad individuare in non identificati appartenenti della 7ma Divisione del Sismi e nel residuo, ma pervicace, piduismo gelliano il nucleo di tali forze), il segnale di un intollerabile ridimensionamento del proprio potere». (1–Continua)

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

 

 

fonte:https://www.laltrocorriere.it/

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