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CLAN DI SILVIO: CONDANNA DEFINTIVA PER PUGLIESE E RICCARDO

CLAN DI SILVIO: CONDANNA DEFINTIVA PER PUGLIESE E RICCARDO

di Redazione

12 Giugno 202112 Giugno 2021 Giudiziaria/Notizie

Processo Alba Pontina: diventa definitiva la condanna dei due collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo

Sono stati giudicati inammissibili dalla Corte di Cassazione i ricorsi di Pugliese e Riccardo in merito alla condanna rimediata sia in primo grado che in Appello per i fatto contestati a loro nell’inchiesta Alba Pontina. I due pontini sono stati giudicati separatamente rispetto ai loro ex sodali del Clan Di Silvio.

A gennaio 2020, l’udienza “stralcio” che vedeva i due collaboratori di giustizia sul banco degli imputati si svolse a Roma. In quel frangente, il giudice Mara Mattioli, dopo le richieste da parte dei pm Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro, condannò Renato Pugliese a quattro anni e quattro mesi di reclusione e Agostino Riccardo a cinque anni e quattro mesi. Entrambi, giudicati con il rito abbreviato che prevede la riduzione di un terzo della pena mettendo sul piatto gli elementi raccolti in fase di indagine, ottennero le attenuanti generiche in ragione della loro scelta di collaborare con la giustizia.

Grazie anche alle loro dichiarazioni, gli inquirenti hanno potuto contestare al Clan capeggiato da Armando “Lallà” Di Silvio l’associazione mafiosa dedita a estorsioni, traffico di droga e reati di tipo elettorali sostanziati nell’attacchinaggio dei manifesti e nella compravendita dei voti. Ai raggi X degli investigatori, come noto, finirono le campagne elettorali per le Comunali di Latina e Terracina nel 2016.

Dopo il pronunciamento della Cassazione su Riccardo e Pugliese che ha confermato le pene stabilite dal primo grado e dall’appello, si può iniziare a parlare delle prima sentenza definitiva sul Clan Di Silvio il quale, anche per la giustizia italiana, risulta, quindi, di stampo mafioso.

Già una sentenza di merito, ossia quella formulata dalla Corte di Appello di Roma, ha stabilito che i figli del boss Lallà hanno agito con metodo mafioso. Manca ancora la Cassazione e c’è attesa, più di ogni altra sentenza, per l’esito del processo principale, scaturito sempre dall’inchiesta “Alba Pontina, che vede alla barra Armando “Lallà”, la moglie e altri parenti presso il Tribunale di Latina. Ascoltata la requisitoria dei Pm Spinelli e De Lazzaro lo scorso 25 maggio in cui i due magistrati hanno chiesto 25 anni per il boss Lallà, la prossima udienza a Latina è fissata per il 22 giugno quando la parola passerà alla difesa e alle parti civili. Successivamente, si andrà a sentenza.

Fonte:https://latinatu.it/


Il patto con lo Stato, la villa con piscina, il massacro al bar: i segreti dell’arresto del boss Casillo

Il patto con lo Stato, la villa con piscina, il massacro al bar: i segreti dell’arresto del boss Casillo

Ciro Formisano

Boscoreale. Francesco Casillo, il boss dello spaccio, l’uomo del patto scellerato tra Stato e camorra all’ombra del Vesuvio, è stato arrestato. Alle 15 e 30 di ieri pomeriggio i carabinieri della caserma di Torre Annunziata hanno accerchiato la sua abitazione, una villetta a due piani con piscina sita in via Aquini, tra Boscoreale e Terzigno.

A carico di Casillo è stato eseguito un ordine di carcerazione emesso dalla Corte d’Assise d’Appello del tribunale di Napoli in seguito ad una recente condanna all’ergastolo. Il boss di Boscoreale, infatti, è stato condannato al carcere a vita, in secondo grado, a fine maggio. E’ accusato di aver avuto un ruolo nell’agguato che nel febbraio del 2007 costò la vita ai fratelli Marco e Maurizio Manzo, massacrati da un commando armato dei Gionta all’interno di un bar a Terzigno.

Un delitto che – secondo l’indagine condotta dall’ex pm Antimafia, Pierpaolo Filippelli – doveva rappresentare la firma sulla triplice alleanza tra i Valentini di Torre Annunziata, i Birra di Ercolano e gli Aquino-Annunziata. A decretare l’omicidio – come raccontano le sentenze passate in giudicato – sarebbero stati proprio i boss ercolanesi per vendicare la presunta partecipazione dei fratelli Manzo ad un altro delitto che colpì un familiare dal boss Giovanni Birra. Da qui la richiesta ai Gionta e a Casillo di ammazzare i due uomini ritenuti legati all’altro clan di Ercolano, gli Ascione-Papale.

Il boss di Boscoreale, scarcerato nella primavera del 2020, in pieno lockdown, era stato assolto in Appello per questa vicenda. La Procura Generale ha però deciso di impugnare quella sentenza, ottenendone l’annullamento in Cassazione e il nuovo rinvio dinanzi ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Napoli. Le nuove prove prodotte dagli inquirenti, tra cui le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, avrebbero certificato la reale partecipazione di Casillo a quel massacro.

Al punto che i giudici hanno deciso di condannarlo nuovamente all’ergastolo. E benché non si tratti di una sentenza definitiva – appare scontato il ricorso in Cassazione – i giudici hanno comunque ritenuto necessaria l’applicazione della misura cautelare a carico di Casillo anche alla luce della gravità delle accuse e dei precedenti penali del capoclan di Boscoreale.

Per anni Casillo è stato ritenuto uno dei più importanti trafficanti di droga dell’hinterland napoletano e il suo nome è finito al centro di un processo, tutt’ora in corso, che vede imputati alcuni esponenti delle forze dell’ordine accusati di essere scesi a patti proprio con il capoclan dell’area vesuviana tra il 2007 e il 2009. Dopo le formalità di rito il boss di Boscoreale è stato condotto nelle celle del carcere di Secondigliano.

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2021/06/12/patto-lo-la-villa-piscina-massacro-al-bar-segreti-dellarresto-del-boss-casillo/

 

ALCUNI SETTORI DEL CENTRODESTRA HANNO CHIESTO DI METTERE DA PARTE LE NORME CONTRO LA MAFIA NEGLI APPALTI E NEI SUBAPPALTI CON LA SCUSA DI VELOCIZZARE I LAVORI.COSI’ SI FAVORISCE LA MAFIA

ARTICOLO 21  La pericolosa volontà di ignorare le mafie in Italia

Vito Lo Monaco

11 Giugno 2021

A questo punto ritengo necessarie alcune riflessioni e puntualizzazioni sulle ipocrisie di una certa politica sul tema mafia, manifestate in queste settimane. Esse hanno riportato alla ribalta vecchie tentazioni d’indebolimento, addirittura di cancellazione di norme e azioni rivelatesi molto efficaci nel contrasto alle mafie antiche e nuove.

Prima riflessione: alcuni settori del centrodestra, in concomitanza del decreto sulle Semplificazioni, per accelerare la spesa del PNRR e dei Fondi europei e superare la crisi economica aggravata dal Covid 19, hanno chiesto di mettere da parte e di sospendere le norme di monitoraggio, controllo e contrasto delle infiltrazioni mafiose negli appalti e subappalti con la giustificazione che esse intralciano la velocità di realizzazione delle opere pubbliche.

Seconda riflessione: nel momento in cui Brusca Giovanni, feroce pluriassassino, stragista degli anni ottanta e novanta, diventato collaboratore di giustizia, consentendo di smantellare la vecchia mafia, finito di scontare la pena comminatagli con lo sconto per la sua collaborazione, esce dal carcere, alcun caporioni del sovranismo populista nazionale, strumentalizzando il turbamento dei familiari delle vittime innocenti di mafia, hanno osato proporre la cancellazione delle norme premiali per i collaboratori di giustizia. La migliore risposta gliela ha dato Maria Falcone che ha ricordato che la legge, pensata da suo fratello Giovanni, aveva aperto gli scrigni segreti del sistema mafia e politica.

Terza riflessione: le osservazioni della Corte Costituzionale e della Corte dell’Aia sull’ergastolo ostativo sono usate per chiedere la cancellazione dell’ergastolo per tutti quei mafiosi che finora si sono rifiutati di collaborare con la giustizia svelando i propri crimini e dei loro affiliati, i loro accumuli illeciti di ricchezza, le loro collusioni con uomini della politica, delle istituzioni e dell’economia.

Gli antichi e novelli garantisti sostengono che la mafia è cambiata, quindi si può cancellare la severità delle leggi. Fanno finta di ignorare che la legislazione premiale per i collaboratori di giustizia ha consentito di sconfiggere la mafia stragista dei corleonesi, ma non ha eliminato le nuove mafie sempre vocate all’accumulo di ricchezza con la violenza dell’intimidazione e della corruzione, sempre chiuse all’interno, ma aperte all’esterno per allacciare rapporti con la politica, con l’aria grigia delle professioni, dell’economia, della finanza, senza rinunciare al controllo del territorio e della società. I novelli “garantisti buonisti” dimenticano che nelle famiglie di mafia si entra col giuramento indissolubile e si esce solo da morti.

Se confrontiamo queste “ipocrisie garantiste”con le richieste del Papello di quasi trent’anni fa di Riina troviamo una perfetta coincidenza. Infatti, il Papello chiedeva la revisione del 41bis e dei processi, l’abolizione delle misure di prevenzione personale e patrimoniali, la cancellazione dell’ergastolo, il ridimensionamento del ruolo dei collaboratori di giustizia.

Inoltre si dimentica facilmente la lezione storica che va da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino a Pio La Torre e Rocco Chinnici. Essi hanno dimostrato che il” connotato della mafia è costituito dal rapporto con settori del Potere” (intensificatosi dall’agosto del 1943 a oggi) che per molto tempo ne ha negato l’esistenza. Nel dopoguerra della mafia siciliana si è cominciato a parlarne, nonostante esistesse dall’Unità d’Italia, soltanto dal 1959, della camorra dopo il 1980, della ‘ndrangheta solo dopo le stragi degli anni novanta, ma esse sin dall’Unità d’Italia hanno collaborato con parti della classe dirigente per accumulare ricchezza sottratte alla collettività e sostenere il regime vigente. Soltanto dopo l’approvazione della Rognoni-La Torre, avvenuta dopo le uccisioni di La Torre e di Dalla Chiesa e la mobilitazione del Paese e del Parlamento il reato di associazione di stampo mafioso entra, dopo 122 anni dall’Unità d’Italia, nel codice penale assieme alla confisca dei beni proventi di reato, per i mafiosi più insopportabile dell’ergastolo. La legge diventerà la madre di tutta la legislazione antimafia nazionale e internazionale sino a oggi, nonostante i ripetuti tentativi di svuotarla come si tenta di fare anche in questa fase di sommersione delle mafie ancorché indebolite dall’azione repressiva e dalla crescita del ripudio sociale. Esse tentano di radicarsi in nuove aree dell’Italia e del mondo sparando di meno e corrompendo di più, sfruttando la crisi pandemica, la globalizzazione e sperando di utilizzare anche la ricrescita economica che si prefigura col contenimento della pandemia. Sfugge a molti, anche a sinistra, che lo straordinario boom economico del dopo guerra è stato accompagnato anche dalla crescita del sistema politico mafioso. Senza ritenere la storia d’Italia storia di mafia, è un errore ignorare il condizionamento che questa ha esercitato, con la complicità di parte della classe dirigente, sullo sviluppo del Paese e la vita democratica del Paese.

La mafia, le mafie sono presenti nella storia del Potere di ieri e di oggi sapendosi adeguare ai mutamenti economici-sociali-politici.

È bene, dunque, che il movimento antimafia che ha contrastato nelle varie fasi storiche le mafie, si mobiliti per allertare la Politica distratta e smascherare quella ipocrita e collusa.

Ciò è necessario per impedire alle nuove mafie di approfittare della ricrescita post Covid per sottrarre ricchezza alla società e condizionare la vita democratica.

Dunque Priorità politica alla lotta contro le mafie, diciamo al Governo Draghi e a tutte le forza politiche!

 

Speciale Massimo Giletti: ”Abbattiamoli!”. Fu lo Stato a cercare Riina?

Speciale Massimo Giletti: ”Abbattiamoli!”. Fu lo Stato a cercare Riina?

Giorgio Bongiovanni e Luca Grossi

11 Giugno 2021

Intervista a Nino Di Matteo nello speciale su La7“Lo Stato ha rafforzato Cosa nostra riconoscendola come interlocutore”

Un unico filo conduttore. E’ così che devono essere letti i tragici eventi che si sono verificati tra il 1992 ed il 1994, tra stragi, delitti che hanno visto Cosa nostra attaccare lo Stato.
L’idea che non fosse solo mafia è molto più che un’ipotesi peregrina, ma l’accertamento della verità è stata negli anni ostacolata da determinati accadimenti su cui ancora oggi non ci sono spiegazioni esaustive. Come ad esempio la mancata perquisizione del covo di Riina, l’accelerazione della strage di via D’Amelio e l’inspiegabile autogol che Cosa nostra fece attuando la strage, con la conseguente conversione in legge del decreto sul carcere duro (41 bis). Una lunga lista di misteri che è poi continuata anche con il mancato arresto di 
Bernardo Provenzano nel 1995 ed una latitanza, quella di Matteo Messina Denaro, che ancora resiste nonostante l’impegno di investigatori e magistrati.
Di questo si è parlato ieri nello speciale sulla mafia di 
Massimo Giletti, andato in onda su La7 con il titolo “Abbattiamoli – Chi ha voluto le stragi di Cosa nostra?”.
Particolarmente importante l’intervento del consigliere togato del Csm 
Nino Di Matteo che ha ricordato gli elementi acquisiti nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Elementi, appunto, da leggere in maniera complessiva e non frazionata. “Il merito più evidente della sentenza Trattativa Stato-mafia – ha ricordato il magistrato – è quello di aver proceduto non a un esame atomizzato di fatti e vicende apparentemente diverse ma di aver analizzato quelle vicende in maniera sistematica, collegata e coordinata. E soltanto attraverso questo metodo si è riusciti a dare il significato giusto a tanti fatti apparentemente slegati: la mancata perquisizione del covo di Riina, la mancata cattura di Provenzano e il dialogo Ros-Ciancimino. Tutti elementi uniti da un unico filo conduttore”.
Per fare chiarezza in merito ai soggetti direttamente coinvolti nelle indagini e nei processi tutt’ora in corso (Trattativa Stato-mafia in Appello), il magistrato ha detto che “noi non abbiamo mai ritenuto che questi uomini di Stato siano stati dei corrotti o dei collusi con Cosa nostra o che ve ne fossero intimiditi. Noi abbiamo ritenuto che hanno agito senza nessun rispetto delle regole in rapporto con l’autorità giudiziaria per una malintesa e non dichiarata ragion di Stato, che è tale quando organismi politici per motivi di sicurezza dello Stato, con una procedura trasparente, la dichiarino e dichiarino che in un determinato contesto storico alcuni comportamenti che costituiscono reato vengano scriminati”. Inoltre Di Matteo ha aggiunto che “quella è la ragione di Stato, ma al di fuori dell’assunzione di una responsabilità politica chiara, precisa e trasparente, comportamenti di questo genere sono assolutamente illeciti e pericolosi”.

Infatti, “trattando con i capi di Cosa nostra di quel momento e chiedendo loro cosa volessero i capi per interrompere la scia di sangue iniziata con l’omicidio dell’on. Lima lo Stato ha rafforzato Cosa nostra riconoscendola come interlocutore. E soprattutto ha convinto Riina e gli altri capi mafia che quella strategia iniziata a colpi di delitti eccellenti pagava. Riina quando cominciò a concepire il suo programma stragista aveva detto ai suoi più stretti collaboratori: ‘Bisogna fare la guerra per poi fare la pace’. Aveva un dato ben chiaro: più si semina terrore più ci sono speranze che lo Stato possa farsi avanti per ricostituire poi nuovi contatti politici. Lo Stato aveva iniziato a piegare le ginocchia – ha sottolineato il consigliere togato – e Riina aveva le condizioni, avendo il coltello dalla parte del manico, di metterlo in ginocchio. Se lo Stato non avesse cercato Riina e Cosa Nostra probabilmente, soprattutto dopo l’arresto di Riina, Cosa nostra non avrebbe avuto l’ardire di continuare a sfidare lo Stato con sette stragi compiute nell’arco di un anno e mezzo. Uno sconvolgimento per la nostra democrazia” e “pensare che oggi che noi possiamo lasciare alle spalle definitivamente quei fatti come se appartenessero a un passato che non ci può interessare più è veramente un comportamento non accettabile nei confronti del nostro Paese”.
Oltretutto Di Matteo ha raccontato un episodio emerso proprio durante il dibattimento del processo palermitano: “Un giorno di udienza del processo Trattativa mentre Riina si avviava dalla cella alla stanza dove si trovava il videocollegamento disse queste parole: ‘Io sono stato cercato dallo Stato al Governo dovevo vendere i morti’. Da lì pensammo che Riina era un imputato che era tanto interessato a quella tematica e che era interessato a parlarne, l’unico con cui poteva farlo era il suo compagno di socialità. Abbiamo richiesto e ottenuto dal gip l’utilizzo delle intercettazioni delle conversazioni, è stato come vivere un pezzo importante della storia della mafia in diretta. Era impressionante il modo con il quale Riina rivendicava l’orgoglio criminale di aver fatto quello che nessun altro criminale era riuscito a fare al mondo: mettere in ginocchio lo Stato. Ovvero realizzare attentati contro giudici, politici, ricordava gli attentati di Capaci e via d’Amelio in modo dispregiativo come anche la memoria dei giudici Falcone e Borsellino”.

Infine il magistrato ha ricordato che l’unica pena veramente temuta dalla mafia “è quella dell’ergastolo” ma solo se è “veramente tale” ossia se “impedisce veramente loro di continuare a comandare o a far valere semplicemente il loro prestigio criminale. Per questo nel periodo delle stragi, tra gli altri obiettivi, c’era l’abolizione dell’ergastolo” ed è per questo motivo che “penso che obiettivamente quella loro volontà si stia realmente realizzando. E fa rabbia constatare che si tratta di uno degli obiettivi per i quali hanno fatto le stragi. Il mafioso che compie una strage o un omicidio eccellente non lo fa solo per eliminare un obiettivo o un nemico, ma è un’affermazione di predominio del sistema mafioso rispetto al sistema statale e democratico”.
In conclusione Di Matteo ha ribadito che, “anche quegli uomini possono uscire da quei contesti ripudiando quel contesto ma il ripudio deve essere dimostrato attraverso una collaborazione con la giustizia. Se un mafioso, anche il peggiore degli stragisti, dimostra attraverso una collaborazione con la giustizia seria, attendibile e riscontrata, di voler rinnegare quel passato possiamo dire che è uscito da quel sistema criminale, altrimenti possiamo dire che ne fa parte fino all’ultimo giorno della sua vita. Fa un po’ specie considerare, e non lo considero nemmeno molto corretto, che gli ergastoli e gli ergastolani sono tutti uguali. Fu 
Giovanni Falcone per primo a capire e illustrare pubblicamente la specificità del sistema e a concepire quella normativa penitenziaria con l’ergastolo ostativo come base principale che oggi viene smantellata. Il dato oggettivo è questo e io credo che in questo momento, anche rispetto alla sentenza della corte Costituzionale, molti mafiosi stragisti siano molto contenti. Nessuno vuole concepire la pena come una vendetta dello Stato però lo Stato ha anche delle finalità di prevenzione che devono sempre far considerare la specificità del sistema mafioso anche nell’ottica di altri principi costituzionali altrettanto fondamentali quanto quello della rieducazione del condannato”.

La mancata perquisizione del covo di Riina
Nella puntata, scritta anche con il contributo di 
Sandra Amurri e Emanuela Imparato, sono stati messi in fila una serie di accadimenti, a cominciare dalla mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo il suo arresto. A parlarne testimoni del tempo come l’ex magistrato Antonio Ingroia, il capitano Sergio De Caprio (anche noto come Ultimo), l’avvocato Li Gotti, ed il generale ed ex comandante del nucleo operativo speciale di Monreale Domenico Balsamo.

Così sono state messe in evidenza luci ed ombre di ciò che avvenne in quel gennaio 1993. Come si arrivò al Capo dei capi? Perché si decise di non entrare in quella villa in via Bernini? Perché la perquisizione fu fatta solo dopo 18 giorni? Riina fu tradito? Tante domande che, nonostante i processi, restano aperte. Anche perché quel covo fu ritrovato completamente devastato con la cassaforte di colore verde svuotata. Che fine hanno fatto i documenti di Riina? I collaboratori di giustizia affermano che questi sarebbero stati recuperati, finiti nelle mani di Matteo Messina Denaro. Ma sul punto vi sono tanti misteri.
“La mia autovettura era già ferma sotto la sbarra della caserma con altre cinque vetture dietro – ha raccontato Balsamo – Dovevamo andare insieme ai colleghi della territoriale di Palermo a fare questa ricerca di quale fosse l’immobile dove stava Riina perché dentro comunque non c’eravamo mai stati e non sapevamo la posizione. Insomma dopo tutta una serie di convenevoli perché si può immaginare tutti i magistrati, tutti i generali e tutti i giornalisti, stavamo uscendo e invece vengo fermato e mi dicono che ci sono i miei colleghi che mi vogliono parlare. Torno indietro e si stava ancora discutendo tra magistrati e generali, ognuno faceva delle proposte. Poi sento che 
Sergio De Caprio e i suoi colleghi del Ros e penso anche il colonnello Mori sicuramente, stavano dicendo che era una cosa buona rinviare la perquisizione per mantenere l’osservazione su Via Bernini per vedere se altri personaggi mafiosi o altri latitanti o altri familiari si fossero recati una volta saputo dell’arresto”.
Certo è che 
Ninetta Bagarella ed i figli tornarono a Corleone con la Procura che seppe del dato solo dalle informazioni di stampa. E a quel punto vi fu la perquisizione.
Questa vicenda, come ha ricordato Ingroia, è stata oggetto di analisi anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia e la mancata perquisizione del covo fu descritta come “l’unico caso nella storia giudiziaria del Paese in cui viene arrestato un latitante di mafia e non si fa subito la perquisizione”.
Ingroia ha anche raccontato quei giorni concitati del 1993 mettendo in evidenza la linea operativa stabilita dal Ros la quale prevedeva un’operazione di osservazione della villa al fine di prendere “qualche altro di latitante” come “
Leoluca Bagarella, il cognato di Riina e i figli. Una gran colpo. Sulla carta una cosa diciamo anche geniale”. Ma la sorveglianza venne disattivata dopo poco tempo e per diversi giorni sulla villa non c’è stato nessun controllo. Infatti dopo il loro ingresso le forze dell’Ordine hanno trovato il covo completamente vuoto, con la cassaforte di sicurezza senza alcun contenuto, (dove forse Riina teneva i suoi documenti più delicati tra cui il papello) le pareti completamente riverniciate e la planimetria della casa alterata. L’occasione che lo Stato aveva per riscattarsi dalla malattia secolare della mafia l’ha persa. Ma la domanda è: l’ha persa volendo o dolendo?
Una risposta l’ha data l’avvocato 
Luigi Li Gotti il quale ha ipotizzato che la mancata perquisizione del covo di Riina era “un segnale di pace” lanciato con il preciso scopo di “non far arenare la trattativa”.

Il Maresciallo Lombardo, figura chiave della cattura di Riina
Al di là dei personaggi già noti al tempo che presero parte direttamente e non alla cattura del capo dei capi c’è una figura sconosciuta ai più, si tratta del maresciallo dei Carabinieri 
Antonino Lombardo all’epoca Comandante della Stazione dei Carabinieri di Terrasini, morto ufficialmente suicida il 4 marzo del 1995 con un colpo di pistola alla testa.
Ma chi era il Maresciallo Lombardo? “Era un investigatore valido ma non faceva parte del Ros. A quei tempi collaborava soltanto ma dai verbali si è ricostruito che partecipava a tutte le riunioni che si facevano attorno anche alla vicenda Riina” – ha detto Ingroia, aggiungendo che – la cattura di Riina fu possibile perché si capii che bisognava seguire Sansone e il merito di questa informazione “secondo le acquisizioni più plausibili non era né di Mori né del capitano Ultimo ma del maresciallo Lombardo”. A raccontare la storia del carabiniere durante la puntata è stato il figlio, 
Fabio Lombardo, il quale ha descritto il padre come un uomo competente e dotato di grande carisma tanto che era tenuto in grande considerazione anche dal giudice Paolo Borsellino il quale “veniva sempre da mio padre per qualsiasi notizia di cui aveva bisogno”. Infatti il carabiniere aveva diversi confidenti di ogni grado all’interno di Cosa Nostra e probabilmente fu proprio grazie ad uno di questi che il 29 luglio del 1992 su una nota descrisse in modo certosino la strada corretta per arrivare alla cattura di Riina: “Fonte confidenziale di comprovata attendibilità – si legge nella nota – ha riferito che in atto la latitanza del noto mafioso Riina Salvatore viene favorita dalle famiglie mafiose della noce Ganci-Spina e dai fratelli Sansone dell’Uditore. La stessa fonte ha riferito che uno dei figli di Raffaele Ganci svolge le mansioni di autista-guardaspalle del capo mafia”. Perché le informazioni del maresciallo non vennero prese in considerazione tempestivamente? E perché dopo l’arresto di Riina Lombardo venne “trattato peggio di un cane randagio” per riprendere le parole del figlio?
Di certo c’è che l’Arma dei carabinieri non prese in grande considerazione il lavoro svolto da Lombardo, infatti gli assegnarono solo un encomio semplice “che mio padre non volle mai far vedere” ha detto Fabio.
Inoltre il maresciallo nel 1994 passò ai ROS della Sezione Anticrimine di Palermo e divenne un personaggio chiave nel fenomeno del pentitismo, ed in particolare nelle relazioni con il boss
 Gaetano Badalamenti. Il 14 novembre di quell’anno, nel carcere di Memphis (nello Stato Americano del Tennessee) il maresciallo incontrò Badalamenti per cercare di ottenere la sua collaborazione quindi di riportarlo in Italia per testimoniare al processo per il delitto Pecorelli. Badalamenti gli raccontò che l’avvento dei corleonesi di Riina al potere sarebbe stato pilotato dalla CIA e che il boss sarebbe stato un involontario burattino nelle mani dei servizi segreti americani.
Informazioni scottanti che se comprovate in sentenza avrebbero certamente contribuito a far luce sulla mattanza della seconda guerra di mafia in cui la fazione Corleonese guidata da Riina riportò pochissime perdite e al contempo schiaccianti vittorie.
Data la delicatezza delle informazioni Badalementi stabilì, come condizione al suo rientro in Italia per testimoniare, che venisse a “prenderlo” proprio il maresciallo, “io torno in Italia solo se mi viene a prendere il maresciallo Lombardo” ha detto Fabio ricordando le parole del boss, aggiungendo che “è stato questo il vero motivo della sua morte”.
Infatti la morte del carabiniere ha molti punti oscuri come ha ricordato il figlio, ad esempio la posizione stessa del corpo definita da Fabio come “una scena hollywoodiana” per via della sua ‘posa’ innaturale, “è impossibile che dopo che ti suicidi sparandoti alla tempia vai a finire in questa posizione”, ha detto il figlio. Altra anomalia presente sta nel fatto che nessuno dei militari presenti sul luogo della morte del maresciallo (avvenuta in una macchina parcheggiata all’interno della Caserma Bonsignore di Palermo del comando regionale dei Carabinieri) abbia sentito lo sparo, anzi “nessuno tranne il capitano De Caprio, detto Ultimo”.
Un dato tanto significativo quanto inquietante fu che i magistrati non eseguirono l’autopsia sul corpo per un non ben compreso ‘gesto di umanità’. Secondo il figlio tale operazione non venne fatta con il preciso scopo di far rimanere ignote l’ora e le cause della morte del carabiniere.
“Il maresciallo Lombardo venne usato e gettato via – ha sottolineato Ingroia – aveva portato all’arresto di Riina è lui che portò qui il Ros venne disconosciuto il suo ruolo”.

La mancata cattura di Provenzano
Preso Riina l’eredità di Cosa Nostra (i possibili accordi, i collegamenti e i contatti) assieme al comando passarono a
 Bernardo Provenzano arrestato l’11 aprile del 2006 dopo ben 43 anni di latitanza. A coordinare le operazioni di indagine e di cattura fu l’allora questore di Palermo Renato Cortese il quale ha raccontato che “dopo aver fatto terra bruciata attorno al latitante abbiamo ipotizzato che fosse tornato nella sua terra, a Corleone, e così era”. Il magistrato ha poi descritto le complesse operazioni di monitoraggio culminate poi nell’arresto del latitante.
Tuttavia lo Stato ebbe occasione di catturare Provenzano molto prima di quella data – precisamente il 31 ottobre del 1995, ben 11anni prima – grazie alle indicazioni di 
Luigi Ilardo, il noto confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ucciso a Catania il 10 maggio 1996.
Ilardo riuscì a fornire all’Arma il luogo preciso in cui si trovava il latitante ma quel giorno di ottobre, mentre era dentro al casolare assieme a Provenzano gli ufficiali 
Mario Mori e Mauro Obinu decisero di osservare da lontano il luogo dell’incontro senza intervenire. A seguito dell’episodio si aprì un processo a carico dei due ufficiali che furono portati alla sbarra nel 2007 sulla base delle dichiarazioni del colonnello Michele RiccioTuttavia l’8 giugno del 2017 Mori e Obinu vennero assolti.
“La mancata cattura di Provenzano andava letta in un contesto molto più ampio” ha detto l’ex pm
 Vittorio Teresi sottolineando che tale contesto “era quello della Trattativa” e ribadendo inoltre che “alla sentenza di assoluzione io diedi un giudizio negativo perché uscì fuori tema, dato che la stragrande maggioranza delle pagine fu dedicata a demolire l’ipotesi della Trattativa e una parte sparuta venne dedicata alla parte processuale, ovvero alla mancata cattura di Provenzano”.

Tuttavia una cosa rimane assolutamente chiara, come ha fatto presente la figlia di Luigi, Luana Ilardo: “Se quel giorno quell’arresto (di Provenzano, n.d.r) fosse stato fatto mio padre sarebbe ancora vivo – ha detto con rabbia Luana – E’ stato uno schifo quello che hanno fatto, hanno avuto otto ore di tempo in cui mio padre è stato lì ad aspettare con l’ansia di vedere da un momento all’altro l’irruzione delle forze dell’ordine. Le ultime sue parole sono state al colonnello Michele Riccio al quale ha chiesto di salvare la sua ultima dignità. E gli ha chiesto: ‘quando entrate e lo arrestate non fatemelo vedere più in faccia’. Questo sta a significare il tormento che ha avuto, con quello che è stato e che ha deciso di non essere più”. Infine Luana ha voluto raccontare la rabbia e il disgusto di quando ha dovuto sentire che “il blitz non è stato fatto perché nei dintorni c’erano pecore che se spaventate avrebbero potuto far scappare Provenzano. Per me e per qualsiasi italiano è inaccettabile sentire una giustificazione del genere dal ROS”.
Sul punto si è espresso anche Teresi il quale ha detto che “l’avere ritardato per 7 o 8 anni la cattura di 
Bernardo Provenzano è stato un atto politico di una gravità assoluta perché si è consentito all’organizzazione Cosa nostra di ricostituirsi dopo l’arresto di Totò Riina” in particolar modo “tramite la strategia della sommersione tipica dell’atteggiamento di Provenzano e da quel periodo l’organizzazione è diventata meno percepibile, quindi agli occhi della gente meno pericolosa e quindi è diventata meno un’emergenza politica ancor prima che criminale. Si è cancellato dall’agenda politica la vicenda mafia perché non se ne parlava più. La strategia di Provenzano aveva vinto”.

L’ultimo Corleonese: Matteo Messina Denaro
Il capomafia di Castelvetrano (latitante da 28 anni) è figlio di “don Ciccio” 
Francesco Messina Denaro ed è a tutti gli effetti, come anche indicato da molti collaboratori di giustizia, l’erede dei segreti di Salvatore Riina e leader di Cosa nostra.
Il Procuratore aggiunto di Caltanissetta 
Gabriele Paci lo ha definito il “garante dell’ordine pubblico dentro Cosa Nostra” per conto di Riina e nonostante i numerosi arresti di fedelissimi, familiari e continui sequestri di beni (secondo le stime ad oggi sarebbero stati sequestrati beni per oltre 3,5 miliardi di euro, ndr), il boss trapanese continua ad essere libero e ad intrecciare importanti rapporti con soggetti di altissimo livello nell’ambito politico ed imprenditoriale e ad accumulare infinite ricchezze.
I suoi crimini più efferati sono naturalmente le stragi del ’92-’93, per le quali è stato già condannato all’ergastolo, e il sequestro del piccolo 
Giuseppe Di Matteo, appena 12enne fatto con lo scopo di costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci.
A tutt’oggi come lo era stato Provenzano prima di lui, la primula rossa di Castelvetrano è introvabile ma non per questo meno pericolosa poiché è 
tutt’ora in corso il progetto omicidiario da lui organizzato contro il magistrato Nino Di Matteo.
“Riina lo scelse tra i tanti come suo possibile successore – ha detto Paci – e lo dicono molti collaboratori come 
Giuffrè e Giovanni Brusca. Tutti definiscono Matteo Messina denaro come una creatura di Riina”.
E’ possibile dunque che il testimone della trattativa sia passato nelle mani del capo mafia di Castelvetrano? 
Francesco Messina, direttore centrale anticrimine della Polizia di stato ha accreditato questa teoria affermando che “Matteo Messina Denaro in questo momento è l’unica persona che potrebbe in qualche modo chiarire come sono andate le cose e se la trattativa è esistita realmente, come dico dal mio punto di vista, la sua latitanza sarebbe un segno che questa trattativa non si è ancora conclusa”.

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Fonte:www.antimafiaduemila.com

 

 

 

L’ultima relazione su Brusca: ecco perché è libero

Il Fatto Quotidiano

L’ultima relazione su Brusca: ecco perché è libero

Stragista “pentito” – L’atto del 31 marzo inviato al Tribunale di Sorveglianza con le valutazioni sul comportamento del mafioso: “Distacco dalla vita precedente”

di Antonella Mascali | 11 GIUGNO 2021

Lo strazio dei familiari delle vittime della mafia, per cui non esiste il fine pena, va sempre ricordato. Ma la scarcerazione dell’ex boss stragista di Cosa Nostra, Giovanni Brusca, è il frutto dell’applicazione rigorosa della legge, che garantisce uno sconto di pena anche a carnefici come lui, che preme il telecomando a Capaci o scioglie nell’acido un bambino, perché ha collaborato con la Giustizia. La relazione comportamentale finale e riservata del carcere di Rebibbia, che Il Fatto ha potuto leggere, sostiene che Brusca, in 25 anni di carcere, dopo il noto inizio di finto pentito, ha fatto un percorso da vero collaboratore. La relazione è stata inviata il 31 marzo scorso, un paio di mesi prima della scarcerazione, al tribunale di Sorveglianza di Roma: “Il Brusca ha più volte rappresentato il suo distacco dalla sua vita precedente cercando di dare concretezza a questo distacco non solo attraverso la collaborazione con la Giustizia, ma anche mettendosi in contatto con quei soggetti che hanno fatto della lotta alla criminalità organizzata una battaglia civile e culturale, al fine di dare il proprio contributo”. In che modo? “Brusca da molto tempo ha manifestato la volontà di chiedere il perdono alle famiglie delle vittime dei suoi reati: per comprensibili motivi di sicurezza e riservatezza, ci sono stati mediatori in questo processo, come con una nota familiare di una vittima”. Il riferimento è all’incontro di oltre 10 anni fa tra Brusca e Rita Borsellino, la sorella di Paolo Borsellino, scomparsa nel 2018 e in prima linea, dopo la strage di via D’Amelio, nell’impegno civile antimafia. Sempre dalla relazione comportamentale, riservata, apprendiamo che Brusca “non si sottrae alla rivisitazione di quanto commesso, evidenziando”. Si legge addirittura nella relazione, “una sorta di dolore, ma anche di pudore… Sa analizzare il suo vissuto senza letture giustificazioniste, esplicitando una severa critica alla cultura del suo passato deviante”.

Una descrizione di Brusca detenuto che fa a pugni, per usare un eufemismo, con Brusca macellaio della mafia fino al suo arresto. “Sente molto la necessità di risarcire la società civile”, aveva chiesto di fare volontariato ma gli è stato negato. Di Brusca detenuto ne parlano bene anche gli uomini del Gom, il gruppo specializzato della polizia penitenziaria, sempre vigili nel denunciare le le violazioni dei boss al 41-bis. Nella relazione si legge che “gli agenti hanno sempre riferito che il Brusca con loro parla con rispetto e disponibilità al dialogo e nessuno di loro ha mai avanzato il dubbio che il suo comportamento potesse essere strumentale”. Una psicologa del carcere citata nella relazione, parla di “autenticità del suo ravvedimento”. Tanto che, durante i colloqui che aveva fatto negli ultimi 10 anni, per ottenere i domiciliari, mai concessi dal Tribunale di Sorveglianza, “appare consapevole della difficoltà che gli venga concessa la misura alternativa richiesta, ma ha ribadito che continuerà nel suo percorso di revisione critica e di ravvedimento in modo riservato, ricorrendo a ‘mediatori’ che possano consentirgli di chiedere perdono e attivarsi per risarcire le famiglie delle vittime di mafia e la società civile”. Nove giorni prima di questa relazione, il 22 marzo 2021, Brusca, in una lettera firmata di suo pugno alla direzione di Rebibbia, vuole ribadire che il suo percorso di “ravvedimento” è cominciato oltre 20 anni fa, documentato, sostiene, nel suo libro autobiografico del 1999, i cui proventi sono andati in beneficenza, dopo diversi rifiuti perché “soldi sporchi di sangue”. Respinge, ex post, la tesi del Tribunale di Sorveglianza di Roma di non avergli dato i domiciliari nel 2010, nel 2017 e nel 2019 anche per non aver compiuto “gesti concreti di ravvedimento”. Accenna a Rita Borsellino, e “all’importanza che tale incontro ha avuto per me e per i miei familiari e gli orizzonti di consapevolezza che ne sono derivati”. Racconta, inoltre, della sua richiesta di “perdono” a familiari di “vittime innocenti” grazie a preti antimafia, non avendo avuto il permesso di incontri diretti. L’ultima richiesta a un prete è stata di oltre un anno fa: “Mi rispose che l’avrebbe fatto quanto prima, ma non conosco l’esito, non avendo avuto colloqui recenti a causa del Covid”.

Proprio della scarcerazione di Brusca ha parlato la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ieri, alla commissione Antimafia: “Il contributo dei collaboratori di giustizia si è storicamente rivelato assai rilevante, non sono insensibile al dolore dei familiari delle vittime provocato dalla scarcerazione di Giovanni Brusca, mi addolora, ma è la legge che va rispettata, ed è una legge che ha voluto lo stesso Giovanni Falcone”. Adesso, però, si rischia che di collaboratori non ce ne siano più per mancanza di “incentivi”. La Corte costituzionale ha dapprima, nel 2019, con Cartabia ancora alla Consulta, dichiarato incostituzionale l’ergastolo ostativo ai permessi premio per i mafiosi non collaboratori, detenuti da 26 anni, e un paio di mesi fa ha dato al Parlamento un anno di tempo per rivedere la legge dell’ergastolo ostativo alla libertà condizionata, altrimenti proclamerà l’incostituzionalità della norma. Ieri, la ministra ha dichiarato che “il Parlamento non dovrebbe mancare l’occasione di raccogliere l’invito della Corte costituzionale a rimuovere i profili di incostituzionalità per scrivere nuove norme che tengano in considerazione le peculiarità del fenomeno mafioso e della criminalità organizzata”, attuando condizioni “più rigorose rispetto a quelle applicabili ad altri detenuti”. Ma se la politica non riscrive la norma in maniera “blindata” potremo assistere alla scarcerazione di stragisti irriducibili. Al netto del comprensibile dolore dei familiari delle vittime per la scarcerazione di Brusca, il resto sono polemiche strumentali.


	                    
	                

Mafia: processo Agostino. L’avv. Repici, “a Scotto delega settori deviati”

Mafia: processo Agostino. L’avv. Repici, “a Scotto delega settori deviati”

10 Giugno 2021

I boss di mafia Gaetano Scotto e Nino Madonia “hanno ideato, progettato ed eseguito l’omicidio di Nino Agostino e Ida Castelluccio. In particolare Gaetano Scotto perché, oltre a essere uomo d’onore, era delegato da Cosa nostra a intrattenere le relazioni tra la stessa organizzazione e apparati deviati dello Stato. Questa rete relazionale è nata ben prima del 1989 ed è il risultato di una convergenza di interessi tra il mandamento mafioso di Resuttana, guidato da Madonia, gli apparati deviati della polizia di Stato, del Sisde e di esponenti neofascisti quali Pierluigi Concutelli e Alberto Volo”. Lo ha detto l’avvocato di parte civile, Fabio Repici in apertura del dibattimento al processo ordinario per il duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, uccisi a colpi di pistola il 5 agosto 1989. Imputati, dinanzi alla Corte di assise presieduta da Sergio Gulotta e Monica Sammartino giudice a latere, il boss Gaetano Scotto, accusato di duplice omicidio aggravato e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento. Il boss Nino Madonia è stato condannato all’ergastolo con il rito abbreviato lo scorso 19 marzo.

La partecipazione del poliziotto Agostino ad attività extraordinem – ha aggiunto Repici – riguarda sia la ricerca di latitanti sia quando Alberto Volo era un testimone che rendeva dichiarazioni al dottore Falcone il quale aveva incaricato lo stesso Agostino di svolgere nei suoi confronti una attività di tutela. Volo infatti era uno snodo di dichiarazioni che riguardavano il territorio di Resuttana, in cui formalmente ricadeva il commissariato San Lorenzo (dove prestava servizio Agostino)”. La parte civile, inoltre, intende dimostrare che “il poliziotto Nino Agostino aveva percepito il rischio e il pericolo di essere ucciso a causa delle attività”. La Corte si è riservata e rinviato il processo al prossimo 9 luglio per lo scioglimento della richieste avanzate, in merito in particolare alle liste dei testimoni sollecitati dalle parti.

FONTI DI PROVA E LISTE DI TESTIMONI.

Il giudice ha dichiarato aperto il dibattimento e le parti hanno proceduto a illustrare le fonti di prova e le liste dei testimoni su cui la Corte scioglierà la riserva nella prossima udienza. L’accusa ha aggiunto: “Intendiamo dimostrare che Antonino Madonia, giudicato per lo stesso reato in altro procedimento era il capo mandamento di Resuttana all’epoca dei fatti e che l’omicidio si inserisce in una catena delittuosa avvenuta tra il 1989 e il 1990 che comprende anche gli omicidi di Piazza, Genova e Palazzolo”. Per quanto riguarda l’altro imputato, Francesco Paolo Rizzuto, l’accusa intende dimostrare che “dopo essere uscito a pescare con Nino Agostino, il giorno prima dell’omicidio, ha poi assistito all’esecuzione, salvo poi tacere per lungo tempo e riferire poi fatti non rispondenti al vero”.

Sono 118 i testi inseriti nella lista depositata dall’accusa. Tra le parti civili, l’avvocato Domenico Grassa, in rappresentanza di Libera, ha chiesto la deposizione di don Luigi Ciotti. Tra i testi richiesti dall’avvocato di parte civile Fabio Repici ci sono gli ex magistrati Alfredo Morvillo e Giuseppe Ayala, ma anche alti funzionari della polizia di Stato come Gianni Gennaro, Alessandro Pansa, Luigi De Sena e Luigi Savina, l’ex questore di Palermo Guido Longo e l’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. Tra i testimoni richiesti da Repici – oltre a una sfilza di collaboratori di giustizia, da Marino Mannoia a Giovanni Brusca; da Giovanna e Vito Galatolo a Vito Lo Forte – anche Pierluigi Concutelli, militante di Ordine Nuovo, i senatori Franco Corleone e Luciano Violante, Luana Orlando, moglie di Giovanni Aiello, l’ex poliziotto e ritenuto un killer al soldo di Cosa nostra e apparati deviati, detto Faccia da mostro; Antonino Aiello, fratello di “Faccia da mostro”, anche egli appartenente alla polizia di Stato, e diversi giornalisti come Salvatore Parlagreco, Felice Cavallaro, Enzo Mignosi, Giorgio Mulè, Attilio Bolzoni, Francesco La Licata e Saverio Lodato.

Fonte:http://www.stampalibera.it/2021/06/10/mafia-processo-agostino-lavv-repici-a-scotto-delega-settori-deviati/

 

‘Ndrangheta: l’Italia ha chiesto estradizione per il boss Rocco Morabito

‘Ndrangheta: l’Italia ha chiesto estradizione per il boss Rocco Morabito

AMDuemila 10 Giugno 2021

A comunicarlo la ministra Cartabia alla Commissione Antimafia

E’ stata inoltrata la richiesta di estradizione per Rocco Morabito, boss della ‘ndrangheta arrestato in Brasile. Lo ha reso noto la ministra della Giustizia Marta Cartabia in audizione davanti alla Commissione Antimafia. L’estradizione sarà richiesta anche per Vincenzo Pasquino, ha detto la ministra in Commissione, arrestato con Morabito il 24 maggio scorso. Il superboss di ‘Ndrangheta originario di Africo secondo solo al boss stragista Matteo Messina Denaro nella lista della direzione centrale della polizia criminale, deve rispondere di associazione di stampo mafioso, traffico di stupefacenti e altri gravi reati: è considerato il re del traffico di cocaina che ha invaso la Lombardia. In Italia deve scontare 30 anni di reclusione. Una condanna al carcere alla quale era riuscito a sfuggire nel 2019 quando riuscì incredibilmente e misteriosamente ad evadere da un carcere dell’Uruguay, dove era stato recluso due anni prima. Quella avvenuta a fine giugno 2019 è stata un’evasione da film resa possibile grazie a un tunnel e probabilmente grazie alla complicità di alcuni agenti della polizia penitenziaria. Da allora si erano perse le sue tracce, anche se gli investigatori sospettavano potesse trovarsi in Brasile. Su di lui si erano concentrati subito i militari del Ros dei Carabinieri che con un lavoro magistrale sono riusciti ad individuarlo e a catturarlo, di nuovo. Ora l’Italia è in attesa che il Brasile conceda l’estradizione con la speranza che questa volta i tempi per avviare la pratica non siano così lunghi da permettere a Morabito di architettare un’ennesima fuga. Di recente è stato trasferito in carcere in Brasilia e in località segreta.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/84265-ndrangheta-l-italia-ha-chiesto-estradizione-per-il-boss-rocco-morabito.html



‘ndrangheta in Toscana, sostanze inquinanti sotto la strada dove sono stati sversati i rifiuti conciari: “Tra 50 a 100 volte oltre le soglie”

Il Fatto Quotidiano

ndrangheta in Toscana, sostanze inquinanti sotto la strada dove sono stati sversati i rifiuti conciari: “Tra 50 a 100 volte oltre le soglie”

Cromo, nickel, arsenico e altri inquinanti a livelli altissimi sono stati rilevati, in attesa di ulteriori conferme ufficiali da parte di chi indaga, dall’analisi dei periti di parte dei campioni di terra estratti nel tratto che va dalle frazioni di Brusciana a Molin Novo, a Empoli. Campioni che avevano già fatto ipotizzare agli esperti la presenza di un’ingente quantità materiale tossico, visto che a un primo studio apparivano di colore nero

di F. Q. | 10 GIUGNO 2021

Quantità di sostanze inquinanti tra le 50 e le 100 volte superiori ai limiti consentiti per legge. Sono questi, secondo quanto riporta oggi il Gr Rai Toscana, i risultati delle prime analisi dei periti di parte svolte sui campioni di terreno lungo il tratto toscano della Sr 429 interessato dagli sversamenti di scarti della lavorazione conciaria, come emerso nell’inchiesta Keu, parte della più ampia indagine sull’infiltrazione della ‘ndrangheta in Toscana che ha portato a 23 arresti e diversi indagati tra imprenditori e politici.

Cromo, nickel, arsenico e altri inquinanti a livelli altissimi sono stati rilevati, in attesa di ulteriori conferme ufficiali da parte di chi indaga, dall’analisi dei campioni di terra estratti nel tratto che va dalle frazioni di Brusciana a Molin Novo, a Empoli. Campioni che avevano già fatto ipotizzare agli esperti la presenza di un’ingente quantità materiale tossico, visto che a un primo studio apparivano di colore nero, dopo lo sversamento di ben 8mila tonnellate di rifiuti, secondo chi indaga, provenienti dal comparto conciario di Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa, e fatti passare, grazie all’aiuto di aziende legate alle ‘ndrine calabresi, come materiali utilizzabili nel settore edile. Le osservazioni dei periti di parte e le altre considerazioni arriveranno entro fine giugno, mentre da domani a Massarosa si terranno altri campionamenti.

I primi carotaggi da parte dell’Arpat sono stati effettuati l’11 maggio scorso nel tratto tra Empoli e Castelfiorentino. È in quell’occasione che gli esperti hanno potuto constatare che sotto il rilevato stradale si trovava materiale di un insolito color nero che ha fatto pensare alla presenza di ceneri derivanti dal trattamento termico dei fanghi delle concerie. Sul posto erano intervenuti anche gli investigatori dei carabinieri Forestali e del Noe.

 

Stragi, Bruno Contrada all’Antimafia siciliana: “Il Sisde pagava il prefetto di Palermo Mario Iovine e il segretario di Dalla Chiesa”

Il Fatto Quotidiano

Stragi, Bruno Contrada all’Antimafia siciliana: “Il Sisde pagava il prefetto di Palermo Mario Iovine e il segretario di Dalla Chiesa”

L’audizione dell’ex agente del Sisde, ora 90enne, davanti alla commissione regionale presieduta da Claudio Fava, che indaga sul depistaggio di Via D’Amelio: “Chi indagava sugli attentati non sapeva neanche dove sta di casa la mafia”

di Manuela Modica | 10 GIUGNO 2021

Procuratori, poliziotti, tutti al lavoro sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio “senza sapere neanche dove sta di casa la mafia”. Mentre prefetti e segretari particolari venivano pagati dal Sisde con regolarità. Così, dopo anni di tribolazioni giudiziarie, Bruno Contrada sulla soglia dei 90anni dice la sua davanti alla commissione Antimafia siciliana, presieduta da Claudio Fava, che indaga sul depistaggio di Via D’Amelio. Un’audizione iniziata poco dopo le 14 di ieri e andata avanti per più di due ore. Proprio mentre le agenzie battono le motivazioni della sentenza di condanna di Nino Madonia per l’omicidio del poliziotto Antonino Agostino, ucciso secondo il giudice Alfredo Montalto, perché aveva scoperto le frequentazioni di Madonia con uomini delle istituzioni. E tra questi c’è proprio Contrada, che mentre si diffonde la notizia è in collegamento con la commissione siciliana, affiancato dalle sue avvocate e come prima cosa mostra un foglio alla telecamera: “Come risulta da questo certificato penale, a mio carico non c’è nulla”.

Dopo la condanna per associazione mafiosa, passata in giudicato, infatti, la sentenza della Corte Europea ha ribaltato l’esito giudiziario per l’ex agente del Sisde, perché il concorso esterno non era ancora reato in Italia. Così nel 2017 gli effetti penali sono stati annullati dopo la richiesta di revisione del processo infine accolta dalla Cassazione. Di fronte alla commissione antimafia siciliana, Contrada si prende il suo tempo, scandisce, e riferisce punto per punto, aiutandosi con le sue agende, e le annotazioni e chiede il permesso di fare una premessa: “Sono stato un dirigente generale della polizia di Stato: non sono un funzionario dei servizi segreti, né uno 007, né un agente segreto, né una spia. Sono attualmente un pensionato della polizia di stato. Sono stato al servizio del Sisde, cioè al Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica. Negli ultimi 30anni, da Natale del 1992 fino ad oggi, ho avuto vicende giudiziarie, condanne, assoluzioni: in sostanza ho passato anni tra aule di giustizia, ospedali e carceri militari. Però oggi io sono un cittadino italiano e come risulta da questo documento, un cittadino con un certificato penale in cui risulta nulla”.

Questa è la presentazione dell’ex agente che quando già era distaccato al Sisde fu chiamato per indagare sulla strage di Via D’Amelio dalla procura di Caltanissetta. Un incarico affidatogli dall’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, mentre contemporaneamente la procura di Palermo lo metteva sotto indagine. E lui racconta di fronte alla commissione dell’Assemblea regionale dell’Ars, minuto per minuto, come avvenne il suo incontro con Tinebra e perché: “Mi chiamò Sergio Costa, genero dell’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi. Mi disse che Don Vincenzo – lo chiamò così – desidera che lei prenda contatti col capo della Procura nissena. Io non conoscevo neanche il suo nome, perché Tinebra era subentrato dopo la strage di Capaci”. Così Contrada racconta di essere andato dal capo della procura nissena che subito gli ammise: “Mi trovo in grosse difficoltà perché io di mafia specialmente palermitana sono completamente allo scuro”, queste sarebbero state le parole di Tinebra, secondo quanto riportato dall’ex agente del Sisde.

Il racconto di Contrada, ormai alla soglia dei 90 anni, e alle spalle anni travagliatissimi, fatti di accuse e condanne poi annullate, è quello di un contesto in cui le indagini su “una strage che sconvolse il mondo intero”, furono affidate a persone che non avevano esperienza di mafia. Né Tinebra, né tantomeno Arnaldo La Barbera, l’allora capo della Mobile di Palermo. Ricreò un gruppo di indagini sulle stragi, ma secondo Contrada “La Barbera non sapeva niente di mafia. Io per anni e anni ho conosciuto decine, centinaia di mafiosi, ho studiato la mafia e gli uomini di mafia, la mentalità, il comportamento, l’atteggiamento, il gergo anche negli anni passati, prima del 1962, anno in cui ho iniziato la mia attività a Palermo. Ho cercato di documentarmi leggendo di tutto, anche le relazioni: io posso dire soltanto una cosa che se io avessi trattato Scarantino, nel senso di colloqui, e di indagini su di lui, io dopo 24 ore mi sarei accorto che era un cialtrone e che diceva cose non vere, questo non perché io sia dotato di una particolare intelligenza ma per la mia esperienza… Presidente io non voglio apparire come quello che parla di persone che non possono più difendersi, come La Barbera, però è necessario che io le dica una cosa, ci sono funzionari ai quali non può essere affidata un’indagine non avendo anni e anni di esperienza. Non in città come Palermo: quando ho letto i nomi dei 25 componenti del gruppo investigativo per le stragi (di cui La Barbera era a capo, ndr), di questi 25, io sono stato 20anni e non li avevo mai sentiti sti nomi”.

Invece, lui, esperto di mafia, non fece indagini dopo la strage di Via D’Amelio, nonostante fosse stato a colloquio con Tinebra, Contrada ci tiene a sottolineare come attese di passare il vaglio dei sui superiori e tutti i passaggi formali per fare però “non un’indagine”, sottolinea lui, ma per “dare informazioni”: “Ho cercato sempre di operare osservando le regole – ha detto – Io ritengo che allo stato fosse opportuno attingere quanto più possibile a notizie, informazioni sui gruppi di mafia che sono ritenuti che possono avere avuto una parte in queste azioni efferate. Ed espressi quella che è stata sempre una mia opinione personale. Laddove a Palermo e in provincia accadevano fatti criminali era implicata la famiglia Madonia”. Solo informazioni quelle date da lui, mentre La Barbera non era a libro paga del Sisde: “Io sono stato 10 anni al Sisde – ha continuato Contrada – ho ricoperto incarichi anche di un certo rilievo, non ho mai sentito dire né mai qualcuno mi ha confidato che il capo della squadra mobile di Palermo, poi diventato il questore, poi il prefetto, sia stato un collaboratore del Sisde, un agente del Sisde”.

La Barbera no, in compenso c’erano i prefetti o i loro segretari particolari: “Di converso mi risulta che il Sisde veniva incontro ad esigenze economiche di funzionari di polizia, prefetti anche, il prefetto di Palermo mi risulta personalmente, ovvero Mario Iovine (prefetto di Palermo nel 1992, ndr)”. È a questo punto che Fava prova a incalzare l’ex poliziotto per capire perché Iovine venisse pagato: “C’è tutta la vicenda dei fondi neri del Sisde, un contributo che il servizio dava tramite l’ufficio perché c’era il servizio amministrativo dei fondi che era sottoposto alla corte dei conti, i servizi avevano fondi riservati”, continua Contrada. Ma perché il prefetto di Palermo? “Perché per determinati periodi era particolarmente esposto, lontano dalle famiglie”. Ma perché il Sisde, chiede ancora Fava: “Possiamo dire che fosse un collaboratore del Sisde”, chiede il presidente della Commissione. “Che collaborazione doveva dare?”, risponde l’ex agente.

Che aggiunge più in là che ad essere pagato fosse anche il segretario di Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Il Sisde pagava lo stipendio al segretario particolare del prefetto di Palermo, un vecchio maresciallo dei carabinieri in pensione, che veniva retribuito dal Sisde con 500mila lire. Aiuto economico”. Ma infine insiste sull’impreparazione di chi guidava le indagini sulle stragi: “Anche se non l’ho mai detto a nessuno e non vorrei mai dirlo, anche perché Tinebra non è più tra noi, ma io uscendo da quell’incontro pensai ma come fa questo?”. “Professionalità, capacità, competenza, esistevano a Palermo, la polizia giudiziaria aveva risolto indagini molto complesse, quando si decide di estromettere di fatto tutta l’esperienza investigativa siciliana e l’indagine viene affidata a un gruppo costruito sulla carta, affidato a un signore che come dice lei non ne capisce nulla di mafia, il sospetto è che davvero si facesse un’investigazione professionale e forse il depistaggio ne sono anche una conferma e una conseguenza?”, chiede Fava. “Non è soltanto questo – risponde l’ex agente del Sisde – ci sta la bramosia e un’ambizione esasperati di fare carriera passando su tutto e su tutti. E quindi sostenendo delle tesi che sono manifestamente infondate, assurde. Strade investigative impercorribili”.

Ex Ilva, il giudice che denunciò il Sistema Capristo a Trani: “Certe logiche di scelta dei procuratori sono allarmanti, specie nei piccoli uffici. Non ci sono cittadini di Serie B”

Il Fatto Quotidiano

Ex Ilva, il giudice che denunciò il Sistema Capristo a Trani: “Certe logiche di scelta dei procuratori sono allarmanti, specie nei piccoli uffici. Non ci sono cittadini di Serie B”

Roberto Oliveri del Castillo parla con la stampa per la prima volta per raccontare cosa succedeva nel tribunale di Trani: “Per un giudice e un pm lavorare con quel clima e in quel un contesto poco chiaro non era assolutamente piacevole. In alcuni procedimenti su aziende molto ricche e istituti bancari c’erano indagini e procedimenti a dir poco discutibili. Non bisogna penalizzare i piccoli uffici rispetto ai grandi centri giudiziari dove quasi sempre vi sono dirigenti di alto profili”

di Pierluigi Giordano Cardone | 10 GIUGNO 2021

Nelle carte delle varie inchieste che hanno portato ad azzerare il ‘Sistema Capristosia a Trani che a Taranto, il suo nome compare sempre: ne parlano gli indagati, serve agli inquirenti per inquadrare le vicende su cui indagano. Stessa storia per il suo primo romanzo, Frammenti di storie semplici, in cui sono raccontati gli intrallazzi e i giochi di potere di un ufficio giudiziario in provincia di Bari. Lui è Roberto Oliveri del Castillo, napoletano, magistrato, dal 2000 al 2013 a Trani, poi a Bari. Per molti, i fatti narrati dal giudice-scrittore sono vicende di cronaca vera, riguardano i pm poi arrestati e le loro vittime. Il diretto interessato ha sempre smentito: “Fatti e nomi sono di pura fantasia. Chi vi si volesse riconoscere commetterebbe solo un inutile peccato di vanità”, scrive nelle prime pagine, rispolverando la frase arcinota di Andrea Camilleri. Roberto Oliveri del Castillo non ha mai voluto parlare con la stampa. Lo fa oggi per la prima volta. Ha deciso di rispondere alle domande de ilfattoquotidiano.it anche perché nelle carte di Potenza che hanno portato all’arresto di Piero Amara e all’obbligo di dimora per Carlo Maria Capristo c’è un fatto nuovo: secondo il gip, il potere anche intimidatorio dell’ex procuratore di Trani e Taranto è confermato dal fatto che Oliveri del Castillo “per denunciare siffatto malcostume ricorre ad un simile forma di comunicazione per poi passare a denunciare siffatti episodi in modo chiaro e lineare solo quando uno dei protagonisti di quel contesto, il più potente, viene arrestato. Insomma, c’è una sorta di prima verità giudiziaria: quei fatti raccontati dal giudice non erano inventati, accadevano realmente, nel tribunale di Trani.

Nelle carte della Procura di Potenza è scritto che lei non poteva denunciare perché intimidito dal potere di Capristo.
Se fossi stato intimidito non avrei neanche scritto il libro, che ha avuto conseguenze non belle per me a livello ambientale. Ad essere intimiditi erano avvocati e persone comuni che venivano a raccontarmi i fatti che succedevano. Io li ho messi nel libro e ho dato forma di romanzo.

E perché non ha denunciato?
Non potevo denunciare: erano vicende accadute che potevano destare in me dei sospetti oppure erano confidenze di persone che non avrebbero mai confermato quei fatti davanti all’autorità. Le denunce vanno argomentate con le prove e io non ho mai avuto alcuna prova.

Quindi mi sta dicendo che lavorare a Trani con Capristo procuratore capo era normale?
Ho lavorato bene con alcuni bravissimi pm. Con altri era molto più complesso: si intravedevano troppe logiche strane per un dialogo tra gip e pubblico ministero, specie in procedimenti dove c’erano interessi economici molto forti.

A cosa si riferisce?
Nella mia attività ho notato che in alcuni procedimenti su aziende molto ricche e istituti bancari c’erano indagini e procedimenti molto discutibili. Ma non competeva a me fare certe valutazioni.

Faccia un esempio.
C’era una grande impresa di ristorazione dedita al catering di altissimo livello, la Guardia di Finanza di Bari aveva scoperto una imponente attività di evasione fiscale. Stranamente la sala banchetti non veniva sequestrata e ci si limitava a chiedere misure cautelari per funzionari di banca, alcuni anche in pensione, che non convinsero i finanzieri. E neanche me, che infatti rigettai quelle richieste.

Lei dopo un anno dall’uscita del suo libro ha subito un procedimento disciplinare.
Per certi versi inspiegabile. E nonostante una richiesta di archiviazione dal procuratore generale corredata da 8 pagine di motivazioni, la commissione disciplinare del consiglio presieduta dall’avvocato Leone e con Palamara al suo interno, ha deciso di mandarmi a giudizio. Poi è stata accolta la richiesta di archiviazione. Mi è sembrato un disciplinare un po’ strano.

Un avvertimento?
Queste cose con me non attaccano. Forse è stato un eccesso di zelo senza un briciolo di motivazione a fronte dei motivi del pg a sostegno dell’archiviazione. Che poi invece convinceranno la commissione presieduta dall’onorevole Legnini.

Quando ha capito che il Sistema Trani era diventato anche il Sistema Taranto?
Ebbi il sentore che a Taranto si stavano riproducendo “logiche tranesi” quando alcuni amici avvocati mi fecero presente che c’erano avvocati di altri fori che mostravano una particolare amicizia col procuratore e pertanto acquisivano numerosi incarichi professionali importanti. Per me non ci volle molto a fare 2+2.

Nell’inchiesta sul Sistema Trani lei era l’unico magistrato che aveva denunciato certe cose. Nell’indagine della Procura di Potenza sui fatti di Taranto sono almeno una mezza dozzina coloro i colleghi che come lei hanno denunciato. È un caso?
Questo significa che a Trani c’erano anche persone perbene. Per me come gip non era difficilissimo, ma per un pm lavorare con quel clima e in quel un contesto poco chiaro non era assolutamente piacevole. Io personalmente ho chiesto il trasferimento due anni prima della scadenza del termine, i pubblici ministeri hanno fatto praticamente lo stesso per non continuare a lavorare in un clima di enorme criticità, dove non si sapeva cosa facessero determinati pm.

Secondo lei quanto ha influito in situazioni come quella di Taranto o Trani la riforma Mastella sulla gerarchizzazione delle procure? Quanto è stato un male?
Una riforma che imposta rapporti più rigidi tra procuratore e sostituti non è necessariamente un male. Perché comunque c’è una responsabilità all’interno di un ufficio e va ben ripartita. Il problema è chi la deve gestire questa responsabilità, perché ci sono procuratori che lavorano alacremente per creare un clima positivo e procuratori che – lo dice la cronaca – pensano ad altro. Anche qui è evidente che la qualità personale è determinante. Una procura gerarchizzata con a capo un Giancarlo Caselli o un Armando Spataro sarebbe auspicabile per tutto. Quando la qualità personale è diversa, beh, è ovvio che quella gerarchizzazione è un male. Perché poi anche i poteri che devono essere utilizzati per controllare rischiano di essere utilizzati per lasciar fare.

Il problema è anche della geografia giudiziaria?
I piccoli uffici devono essere gestiti bene e in maniera diversa proprio per evitare che poi ambiscano al ruolo colleghi con attitudini non all’altezza della situazione.

Cosa deve fare il Csm?
Essere molto più attento nella valutazione dei curricula dei candidati e fare analisi più approfondite ed evitare criticità che fanno capolino e che spesso non si vogliono vedere. Parlo di nomine apicali e di quelli di dirigenti che sono a stretto contatto con i vertici. Ci vuole una maggiore qualità nel lavoro del Consiglio Superiore, da cui dipende la qualità dei vertici delle procure. È evidente: serve un recupero della qualità degli anni passati. E non si può distogliere l’attenzione quando si parla di piccoli uffici, perché non ci sono cittadini di serie a e cittadini di serie b: il dirigente in gamba non deve andare per forza a Milano, Napoli o Palermo, l’articolo 3 della Costituzione è molto chiaro. Quanto alla composizione del Csm, bisogna fare più attenzione nelle candidature dei togati, e votare persone professionalmente attrezzate e stimate al di là di ruoli associativi, spesso usati come trampolini di lancio. Mentre per i non togati va fatta attenzione alla carriera scientifica. Sta accadendo che vengono elette persone solo per meriti politici, senza alcun merito scientifico. La Costituzione non dice esattamente questo.

Non sempre avviene: i casi di Trani e Taranto sono lì a dimostrarlo.
Mi allarmano certe logiche di scelta dei capi degli uffici. C’è la necessità di ripristinare un’immagine positiva e bisogna solo lavorare bene. Per il futuro sono convinto che i soggetti istituzionali faranno il lavoro con logiche diverse rispetto a quelle degli anni passati.

 

 

Cartabia all’Antimafia: ”Norma su collaboratori giustizia va preservata”

Cartabia all’Antimafia: ”Norma su collaboratori giustizia va preservata”

AMDuemila 10 Giugno 2021

Ma sul carcere ostativo ancora non c’è chiarezza

Mafia, ergastolo, pentitismo e latitanti. Questi e tanti altri i temi toccati dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, intervenuta oggi in Commissione Antimafia. L’accento è stato messo in primis sulla questione dei pentiti e delle normative che regolano le collaborazioni con lo Stato. “Reputo che la norma sui collaboratori di giustizia sia da preservare anche se è chiaro che dirlo in questo momento è impegnativo”, ha detto la Cartabia. “Non sono insensibile al dolore dei familiari delle vittime che ha provocato la scarcerazione di Giovanni Brusca”, ha aggiunto. “Le parole pronunciate da Maria Falcone in questo caso – ha sottolineato la guardasigilli – credo che siano state un commento più che pertinente: ‘Mi addolora, ma è la legge dello Stato che va rispettata, è una legge che ha voluto lo stesso Giovanni Falcone’“. La ministra ha continuato con le osservazioni “sull’importanza del contributo fornito dai collaboratori di giustizia che è tornato – ha osservato – a tutta la nostra attenzione per i noti fatti di cronaca. Il contributo dei collaboratori di giustizia si è rivelato storicamente assai rilevante, in molte occasioni. E’ chiaro d’altro canto che questo contributo può essere valorizzato legittimamente e pienamente solo se inserito in un più ampio corredo probatorio. Giovanni Falcone ripeteva che ‘sono necessari riscontri’. Da un documento che mi è stato portato all’attenzione pare che la collaborazione di Buscetta, una delle più famose, fosse corredata da 3.600 riscontri”. La ministra, sul tema, ha concluso dicendo: “Io credo che questo sia il tipo di approccio da avere nei confronti di questo strumento, utilissimo per svelare, soprattutto nelle prime fase delle indagini, aspetti decisivi di conoscenza del mondo della realtà delle connessioni della criminalità organizzata ma sempre supportata da riscontri che, nell’epoca attuale, sono anche più facilmente reperibili anche grazie all’uso delle tecnologie”.

Capitolo ergastolo ostativo: “Parlamento preveda norme ad hoc”
Per quanto riguarda l’ergastolo ostativo
Marta Cartabia ha detto che “sulla questione della liberazione condizionale credo che questa volta” per i mafiosi “il Parlamento non dovrebbe mancare l’occasione di raccogliere l’invito della Corte costituzionale. Si tratta di un invito a modificare l’assetto vigente rimuovendone i profili di incostituzionalità per scrivere nuove norme che tengano in considerazione le peculiarità del fenomeno mafioso e della criminalità organizzata, cioè evitare che siano assimilati al trattamento e alle modalità di esecuzione penale degli altri reati comuni”. La Consulta – con l’ordinanza firmata dal giudice Nicolò Zanon – ha infatti sollecitato il Parlamento a cambiare le attuali regole nei prossimi 12 mesi. Regole che, attualmente, rendono impossibile ottenere la ‘liberazione condizionale’ se il mafioso in carcere non collabora con la giustizia. “A titolo esemplificativo – ha spiegato la ministra – si potrebbero prevedere specifiche condizioni e costruire specifiche procedure per l’accesso alla liberazione condizionale e agli altri benefici penitenziari in caso di reati connessi alla mafia. Procedure e condizioni diverse, più rigorose, rispetto a quelle applicabili agli altri detenuti. Il Parlamento potrebbe altresì prevedere specifiche indicazioni che governino il periodo della libertà vigilata anche regolandone diversamente la durata. Per questo la Corte – osserva la guardasigilli – ha dato al Parlamento un anno di tempo, per stabilire regole speciali e la sfida sarà proprio questa: stabilire un regime adeguato che consenta la liberazione condizionale per i condannati di Mafia anche se non collaboranti, tenendo conto però delle particolari caratteristiche dei reati di associazione mafiosa e tenendo conto, altresì, che le condizioni di accesso ai benefici dovranno essere diverse rispetto a quelle previste per chi collabora. Lo dice espressamente la Corte costituzionale: ‘la mancata collaborazione, se non può essere condizione ostativa assoluta, è comunque non irragionevole fondamento di una presunzione di pericolosità specifica’; dunque – conclude Cartabia – una terza ipotesi da percorrere da parte del legislatore. I futuri sviluppi della legislazione, naturalmente, dovranno calare questo quadro nell’attuale realtà penitenziaria”. Sempre in tema carceri la ministra ha comunicato che sono 753 i detenuti sottoposti al regime del 41 bis: 740 uomini e di 13 donne.

Lotta alla mafia, il punto
La guardasigilli ha fatto quindi il punto sulla situazione della lotta alla mafia in Italia. “L’Italia avanguardia nella lotta alla criminalità organizzata ed oggi lo spazio globale è lo scenario con cui dobbiamo confrontarci”, ha detto la ministra aggiungendo che “le nuove tecnologie sono fonte di rischio ma anche nuove potenzialità di indagine”. In questo senso la Cartabia ha dichiarato che “la mafia non è ancora stata sconfitta, dunque lo Stato deve tenere alta e vigile l’attenzione sul fenomeno”. Inoltre, parlando delle misure di prevenzione ed aggressione ai patrimoni illeciti, la Cartabia ha spiegato che “al 31 dicembre 2020 i procedimenti relativi alle misure di prevenzione patrimoniale erano 10.239, con un incremento di 426 unità rispetto a 9.813 al 31 dicembre del 2019″.
“Nei primi cinque mesi del 2021 – ha aggiunto – le misure di prevenzione e di confisca definitiva sono 2.275”. La ministra ha sottolineato: “È ben noto che la criminalità organizzata è essenzialmente oggi una criminalità di stampo economico e la reazione a questi fenomeni ha dato luogo a una tendenza che potremmo definire di patrimonializzazione della giustizia penale, che viene reputata particolarmente indicata per spegnere l’attrattiva per questo tipo di reati. Si tratta anche in questo caso di una tendenza molto radicata ovunque, a livello internazionale ed europeo e segnalo che nel mese di febbraio di quest’anno il ministero della Giustizia ha emanato un’ampia e articolata circolare per l’attuazione di un regolamento Ue del 2018 relativo al riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e di confisca”.

Insoddisfacente la collaborazione con gli Emirati
Per quanto riguarda gli strumenti di cooperazione giudiziaria bilaterale,
Marta Cartabia ha segnalato che, nell’ambito delle procedure attive di estradizione promosse nei confronti di latitanti per reati di criminalità organizzata, quella con gli Emirati Arabi Uniti non dà esiti soddisfacenti, che dipendono da un atteggiamento non collaborativo. Maggior successo, invece, nei rapporti con il Brasile. Negli Emirati, e in particolar modo a Dubai, attualmente si trova latitante l’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, fuggito dopo la condanna definitiva a tre anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/

 

‘Ndrangheta: beni per 30 mln confiscati a esponente clan Gallace

‘Ndrangheta: beni per 30 mln confiscati a esponente clan Gallace

AMDuemila 10 Giugno 2021

Società, immobili e altri beni per un valore di oltre 30 milioni di euro sono stati confiscati dalla Guardia di Finanza ad un uomo di Badolato (Cz), Antonio Saraco, condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il provvedimento emesso dal Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura Distrettuale antimafia, è stato eseguito stamane nel territorio calabrese e a Roma dai militari del comando provinciale di Catanzaro. Il decreto di applicazione di misura di prevenzione patrimoniale, ha confermato il precedente provvedimento di sequestro nei confronti di Saraco, interessato dall’operazione denominata “ITaca-Freeboat”, culminata, nel luglio 2013, nell’arresto di 25 persone ritenute affiliate o contigue alla cosca Gallace/Gallelli operante su tutta la fascia del basso Ionio catanzarese.
Secondo gli inquirenti Saraco sarebbe coinvolto in due episodi di estorsione in riferimento alla gestione della struttura portuale di Badolato realizzata dalla società Salteg riconducibile ad imprenditori modenesi, per i quali è già stata emessa una sentenza di condanna in primo e in grado di appello. Nell’ambito del procedimento penale, a seguito delle investigazioni svolte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Catanzaro, dirette e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, parte dei beni riconducibili ad
Antonio Saraco era stata sequestrata nel novembre del 2016. Il provvedimento era poi culminato nella confisca penale oggetto della sentenza di Primo Grado del Tribunale di Catanzaro e confermata dalla sentenza di secondo grado della Corte d’Appello. La vicenda processuale, con riferimento a un provvedimento di dissequestro emesso dalla Corte d’Appello, era stata al centro anche del processo scaturito dall’ operazione “Genesi”, conclusosi allo stato, in primo grado, con sentenza di condanna dei soggetti coinvolti. Tra i beni confiscati c’è il complesso turistico alberghiero “Aquilia Resort” a Badolato (CZ).
Si tratta di una struttura ricettiva che si estende su una superficie di 60.000 metri quadrati, composta da un albergo, due piscine, un ristorante e un campo sportivo, la cui realizzazione ha avuto inizio dalla prima metà degli anni ’90 con ampliamenti negli anni successivi. Confiscata anche la società, con sede a Roma, IT Consulting S.R.L., che gestisce l’intero complesso turistico. Gli altri beni oggetto del provvedimento comprendono una villa a Roma, altre due società pure con sede a Roma, esercenti rispettivamente l’attività di agenzia viaggi/tour operator e l’attività alberghiera. Una delle società romane gestisce in affitto il prestigioso villaggio turistico “Le Rosette Resort” a Parghelia (VV), nel tratto di territorio tirrenico calabrese denominato “Costa degli Dei”. Nel patrimonio sottoposto a confisca anche beni immobili localizzati principalmente nella costa ionica catanzarese e, in particolare, 8 magazzini, 3 locali commerciali, 28 appartamenti, 2 fabbricati, 16 terreni, 2 autovetture, un motociclo, quote di due società con sede una a Cosenza e l’altra a Catanzaro, operanti rispettivamente nel settore edile e ricettivo, e diversi rapporti bancari e finanziari.

AGI

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/84262-ndrangheta-beni-per-30-mln-confiscati-a-esponente-clan-gallace.html


‘Ndrangheta, maxi sequestro nel Catanzarese: beni per oltre 30 milioni confiscati a presunto affiliato clan Gallace-Gallelli

‘Ndrangheta, maxi sequestro nel Catanzarese: beni per oltre 30 milioni confiscati a presunto affiliato clan Gallace-Gallelli

Società, immobili e altri beni per un valore di oltre 30 milioni di euro sono stati confiscati dalla Guardia di Finanza ad un uomo di Badolato (Cz), Antonio Saraco, condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il provvedimento emesso dal Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura Distrettuale antimafia, è stato eseguito stamane nel territorio calabrese e a Roma dai militari del comando provinciale di Catanzaro. Il decreto di applicazione di misura di prevenzione patrimoniale, ha confermato il precedente provvedimento di sequestro nei confronti di Saraco, interessato dall’operazione denominata “ITaca-Freeboat”, culminata, nel luglio 2013, nell’arresto di 25 persone ritenute affiliate o contigue alla cosca Gallace/Gallelli operante su tutta la fascia del basso Ionio catanzarese.

Saraco sarebbe coinvolto in due episodi di estorsione in riferimento alla gestione della struttura portuale di Badolato realizzata dalla società Salteg riconducibile ad imprenditori modenesi, per le quali è già stata emessa una sentenza di condanna in primo e in grado di appello. Nell’ambito delprocedimento penale, a seguito delle investigazioni svolte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Catanzaro, dirette e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, parte dei beni riconducibili ad Antonio Saraco era stata sequestrata nel novembre del 2016. Il provvedimento era poi culminato nella confisca penale oggetto della sentenza di Primo Grado del Tribunale di Catanzaro e confermata dalla sentenza di secondo grado della Corte d’Appello. La vicenda processuale, con riferimento a un provvedimento di dissequestro emesso dalla Corte d’Appello, era stata al centro anche del processo scaturito dall’ operazione “Genesi”, conclusosi allo stato, in primo grado, con sentenza di condanna dei soggetti coinvolti.Tra i beni confiscati c’è il complesso turistico alberghiero “Aquilia Resort” a Badolato. Si tratta di una struttura ricettiva che si estende su una superficie di 60.000 metri quadrati, composta da un albergo, due piscine, un ristorante e un campo sportivo, la cui realizzazione ha avuto inizio dalla prima metà degli anni ’90 con ampliamenti negli anni successivi. Confiscata anche la società, con sede a Roma, IT Consulting S.R.L., che gestisce l’intero complesso turistico. Gli altri beni oggetto del provvedimento comprendono una villa a Roma, altre due società pure con sede a Roma, esercenti rispettivamente l’attività di agenzia viaggi/tour operator e l’attività alberghiera. Una delle società romane gestisce in affitto il prestigioso villaggio turistico “Le Rosette Resort” a Parghelia (VV), nel tratto di territorio tirrenico calabrese denominato “Costa degli Dei”. Nel patrimonio sottoposto a confisca anchebeni immobili localizzati principalmente nella costa ionica catanzarese e, in particolare, 8 magazzini, 3 locali commerciali, 28 appartamenti, 2 fabbricati, 16 terreni, 2 autovetture, un motociclo, quote di due società con sede una a Cosenza e l’altra a Catanzaro, operanti rispettivamente nel settore edile e ricettivo, e diversi rapporti bancari e finanziari.

Giovedì, 10 Giugno 2021 10:10

fonte:https://ildispaccio.it/primo-piano-2/274444-ndrangheta-maxi-sequestro-nel-catanzarese-beni-per-oltre-30-milioni-confiscati-a-presunto-affiliato-clan-gallace-gallelli

Processo Sigfrido: 312 anni di carcere al clan D’Alessandro.TUTTE LE CONDANNE

Processo Sigfrido: 312 anni di carcere al clan D’Alessandro.TUTTE LE CONDANNE

Arriva a conclusione dopo 30 anni il processo contro la cosca di Castellammare: “solo” 18 anni di carcere a Pasqualino D’Alessandro

Di LA REDAZIONE

La mannaia della Dda si abbatte sul clan D’Alessandro dopo 30 anni: trecentododici anni di carcere per il famoso processo Sigfrido.

La novità che emerge dalla sentenza emessa dalla prima sezione penale del Tribunale di Torre Annunziata, (presidente Francesco Todisco) è il non riconoscimento come capo promotore del clan a Pasquale D’Alessandro, primogenito del defunto padrino Michele. Per l’ormai ex rampollo, la condanna in continuazione con precedenti sentenze è di 16 anni di carcere.

Il pm Giuseppe Cimmarotta nel corso della sua requisitoria aveva chiesto 30 anni di carcere ciascuno per Pasquale D’Alessandro e Raffaele Di Somma detto o’ ninnillo che era stato fino a quel momento uno dei killer più “prolifici” della stessa cosca di Scanzano.  O’ ninnillo invece è stato quello che ha avuto la condanna più elevata ben 28 anni e con lui anche Ugo Lucchese detto “ugariello” anch’egli ex killer della cosca.

I REATI RISALGONO AGLI ANNI NOVANTA

I reati contestati risalgono agli anni ’90, e tra l’altro alcuni capi d’imputazione sono vicini alla prescrizione. Il processo si era già celebrato con pesanti condanne arrivate nel 2004 ma cancellate dalla Cassazione nel 2010, che inviò nuovamente tutti gli atti alla Procura Antimafia di Napoli per ripartire dall’udienza preliminare perché non si era mai stata celebrata.

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In questo processo quasi tutti i collaboratori di giustizia hanno deciso di non testimoniare in aula. Le altre condanne  a seguire 26 anni per Michele Abbrussese o’ paciarello,(parente dei D’Alessandro) e Giovanni Imparato. A 24 anni di carcere invece è stato condannato Michele Del Sorbo: a 21 anni Francesco Apadula o’ muss. Altra condanna pesante è per Antonio Rossetti ’o guappone: per lui 19 anni di carcere. Dovranno scontare 14 anni di carcere ciascuno invece Ernest Mas, parente de o’ ninnillo e l’ex pentito Ciro Avella. Un anno in meno per Antonino Esposito Sansone, mentre 14 sono gli anni inflitti a Luigi Vitale o’ mariuolo, e Alfonso Sicignano detto diabolik vittima designata e scampato alla famosa strage del Rione Cmi durante la finale di calcio dei Mondiali di Italia ’90 con 4 morti. A 12 ani di carcere è stato invece condannato Carmine Caruso detto mniello. E quindi a seguire 8 anni per Antonio Nocerino, 7 per l’imprenditore Ciro Castellano detto Cirillino che da anni si è rifugiato in Romania dove insieme con il fratello gestisce locali notturni, 6 a Nicola Martinelli e infine 5 per Luigi Polito.

10 Giugno 2021

fonte:https://www.cronachedellacampania.it/2021/06/processo-sigfrido-clan-dalessandro-condanne/

Infiltrazioni dei clan, «sanità e turismo i settori più critici»

Infiltrazioni dei clan, «sanità e turismo i settori più critici»

L’allarme del prefetto di Catanzaro. «Nel 2020 più di 30 interdittive». Sottoscritto un protocollo d’intesa con la Camera di Commercio

Pubblicato il: 10/06/2021 – 13:12

CATANZARO Il prefetto di Catanzaro, Maria Teresa Cucinotta, e il commissario straordinario della Camera di commercio del capoluogo calabrese, Daniele Rossi, hanno sottoscritto, questa mattina, il “Protocollo d’intesa per favorire la legalità e la trasparenza dell’attività d’impresa” nella provincia. Il protocollo di intesa – hanno spiegato Cucinotta e Rossi – «si pone l’obiettivo di rafforzare la sinergia e la collaborazione tra prefettura e Camera di commercio nell’ottica di una sempre più incisiva prevenzione e di un sempre più incisivo contrasto alle forme di illegalità nel tessuto produttivo della provincia e ai fenomeni del racket e dell’usura, prevenzione e contrasto necessari soprattutto in questa delicata e difficile fase post Covid 19, nella quale il rischio dell’infiltrazione criminale nell’economia legale è molto alto». Nel dettaglio, la Camera di Commercio mette a disposizione della Prefettura la piattaforma “Rex” grazie alla quale è possibile accedere alla banca dati del registro delle imprese e assumere informazioni sulla vita di un’azienda, monitorando eventuali variazioni di proprietà o di organigramma societario o dinamiche economiche e finanziarie dietro cui potrebbe celarsi un tentativo di infiltrazione della criminalità organizzata. «Questo protocollo d’intesa – ha commentato Cucinotta – rappresenta uno strumento formidabile per intercettare campanelli d’allarme sull’inquinamento criminale dell’economia sana e quindi per poter intervenire per prevenirlo o bloccarlo con la successiva emanazione di un’interdittiva antimafia. È uno strumento che si accompagna poi a un potenziamento complessivo del sistema legalità che vogliamo perseguire con incontri con la Camera di Commercio, con le associazioni di categoria, i sindacati e le associazioni anti-racket affinché – ha rilevato il prefetto di Catanzaro – l’imprenditore non si senta solo davanti a possibili difficoltà economiche legate alla ripartenza e venga accompagnato e aiutato nella ripresa, senza cadere nelle mani della criminalità organizzata».
Cucinotta ha poi evidenziato che «i settori più attenzionati sono quello della sanità, che purtroppo in questa regione ha già mostrato delle criticità, poi il settore turistico-alberghiero e il settore della ristorazione, settori rimasti chiusi per la crisi pandemica e che alla ripresa possono incontrare difficoltà ed essere allettati da facili prestiti o dalle sirene di chi può offrire disponibilità economiche per poi arrivare però – ha sostenuto il prefetto di Catanzaro – all’apprensione dell’impresa o dell’attività commerciale». A sua volta, Rossi ha definito il protocollo «importantissimo, perché diamo la possibilità alla Prefettura di entrare in un sistema di intelligence qualitativo qual è ‘Rex’. La prefettura può così fare un’analisi preventiva e di controllo sulle 45mila imprese iscritte alla Camera di commercio, anche se ovviamente lo strumento ha carattere regionale. Un protocollo importantissimo poi perché fin dall’inizio dell’emergenza Covid 19 si è posto il tema del rischio di infiltrazioni perché la criminalità ha enormi disponibilità finanziarie e vuole investirle nell’economia sana e la piattaforma ‘Rex’ – ha concluso il commissario straordinario della Camera di Commercio di Catanzaro – permette di controllare e prevenire questo inquinamento, ed è necessario tutelare le aziende sane».
«Lo scorso anno sono state emanate più di 30 interdittive antimafia, e siamo a una buona media anche quest’anno». Lo ha rilevato il prefetto di Catanzaro, Maria Teresa Cucinotta, parlando con i giornalisti a margine della firma del protocollo di intesa per la legalità con la Camera di Commercio del capoluogo calabrese. “Le infiltrazioni – ha spiegato Cucinotta – le valutiamo attraverso il gruppo interforze e attraverso l’ufficio antimafia che emana delle interdittive laddove verifichi che all’interno di un’azienda ci sia stata un’infiltrazione. Lo scorso anno ne sono state emanate più di 30, e siamo a una buona media anche quest’anno. Il lavoro è molto attento e puntuale, proprio per evitare che sotto l’aspetto di una società apparentemente sana si nasconda invece il vero operatore che si è infiltrato e impiega i propri capitali per i propri fini negativi, soffocando l’economia sana a favore di un’economia malata da investimenti che – ha concluso il prefetto di Catanzaro provengono da attività criminali».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/06/10/infiltrazioni-dei-clan-sanita-e-turismo-i-settori-piu-critici/

 

Giustizia, Cartabia in commissione Antimafia: “Norma sui collaboratori di giustizia è da preservare”

Il Fatto Quotidiano

Giustizia, Cartabia in commissione Antimafia: “Norma sui collaboratori di giustizia è da preservare”

di F. Q. | 10 GIUGNO 2021

Durante l’audizione davanti alla Commissione Antimafia la ministra della Giustizia Marta Cartabia si è soffermata sull’importanza del contributo fornito dai collaboratori di giustizia nel contrasto alle organizzazioni mafiose. “Il contributo dei collaboratori di giustizia si è storicamente rivelato assai rilevante – ha spiegato – Quindi reputo che la norma sui collaboratori di giustizia sia una norma da preservare, anche se pronunciare queste parole in questo momento è impegnativo”. Cartabia quindi ha concluso: “Non sono insensibile al dolore dei familiari delle vittime, provocato dalla scarcerazione di Brusca, ma le parole pronunciate da Maria Falcone credo siano state un commento più che pertinente. Lei diceva: ‘Mi addolora ma è una legge dello Stato che ha voluto lo stesso Giovanni Falcone’”.

L’Antimafia indaga sul voto a Castellammare di Stabia

L’Antimafia indaga sul voto a Castellammare di Stabia

10 Giugno 2021

Sotto la lente della Procura una telefonata intercettata alla vigilia dell’ultima tornata delle Amministrative: si parla di un candidato di Forza Italia

Il Comune di Castellammare di Stabia, da qualche settimana, «ospita» la commissione di accesso inviata dal Ministero. Ma il Municipio, adesso, è pure finito sotto la lente della Procura, per un’altra ragione: gli inquirenti, infatti, hanno avviato verifiche relativamente a una conversazione intercettata il 23 maggio del 2018 – vale a dire alla vigilia dell’ultima tornata elettorale – e allegata agli atti dell’inchiesta Domino. Il pm Giuseppe Cimmarotta ha chiesto ai carabinieri di effettuare nuovi approfondimenti.

Il dialogo avviene tra l’imprenditore del burro, Gerardo Delle Donne e Sergio Mosca (consuocero del defunto padrino Michele D’Alessandro, e ritenuto ai vertici della cosca di Scanzano, roccaforte del clan D’Alessandro). Si parla di un candidato da sostenere, il nome di quest’ultimo, però non viene fatto. «Si è messo con Forza Italia?», chiede Mosca in un passaggio della conversazione. Durante il colloquio, ricostruiscono gli investigatori, il boss avviserebbe l’imprenditore «che non avrebbe fatto avere troppi voti a quel candidato, perché una concentrazione di voti provenienti da Scanzano lo avrebbe alla fine danneggiato».

Stralci della conversazione sono stati riportati dal quotidiano la Repubblica (nell’articolo a firma di Dario Del Porto). Con l’intenzione, evidentemente, di non far insospettire forze dell’ordine e inquirenti rispetto a un eventuale flusso di voti proveniente da Scanzano, che sarebbe stato ritenuto «anomalo», Mosca dice: «Dobbiamo fare una cosa… diciamo… a livello familiare».

Fonte:https://www.stylo24.it/l-antimafia-indaga-sul-voto-a-castellammare-di-stabia/

Sgominata banda di usurai a Palermo, tra le vittime anche Marco Baldini

Sgominata banda di usurai a Palermo, tra le vittime anche Marco Baldini

10 giugno 2021

La Guardia di finanza ha sgominato questa mattina una banda di usurai che forniva prestiti a persone in difficoltà, imponendo un tasso di interesse fino al 140 per cento. Tra le tante vittime, anche il celebre conduttore, già coinvolto in un’altra vicenda simile, in cui aveva chiesto un prestito ai Casamonica

La guardia di finanza di Palermo ha sgominato una banda di usurai che applicava tassi di interesse fino al 140 per cento annuo su prestiti richiesti da persone in difficoltà economiche, aggravate nell’ultimo anno dall’emergenza sanitaria da Covid-19.

Le fiamme gialle, su delega della procura, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque soggetti, accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, usura, estorsione e autoriciclaggio. Gli indagati, infatti, avrebbero esercitato anche minacce nei confronti delle vittime.

In particolare, a Salvatore Cillari, 63 anni, a capo della banda, è stata destinata la custodia cautelare in carcere. Il figlio Gabrielle Cillari, 34 anni, Matteo Reina, 61 anni, e Giovanni Cannatella, 50 anni, saranno sottoposti ai domiciliari. Nei confronti di Achille Cuccia, 61 anni, invece, è stata applicata la misura del divieto di dimora nel territorio palermitano.

Con il medesimo provvedimento il gip ha disposto, in base alla disponibilità degli indagati, il sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di 500mila euro.

Le indagini sono state condotte dalla polizia di Palermo tra novembre 2019 e dicembre 2020 e, grazie a una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti, pedinamenti, videoriprese, esami dei flussi finanziari gli inquirenti sono riusciti a ricostruire il modus operandi dei cinque.

La banda, capeggiata da Salvatore Cillari, almeno a partire dal 2016 avrebbe erogato prestiti di denaro con l’applicazione di tassi di interesse anche di tipo usurario nei confronti di molte persone nell’area palermitana e romana, per un ammontare complessivo pari a circa 150mila euro. Parte dei proventi illeciti sarebbero stati poi autoriciclati dal figlio Gabriele, attivo collaboratore del padre nelle azioni criminali, in un’attività economica nel settore della ristorazione nel pieno della movida palermitana.

Gli altri associati avrebbero operato, a vario titolo, come intermediari nell’erogazione dei prestiti di denaro, entrando in contatto con le vittime, proponendo piani di rientro e veicolando messaggi per il rispetto della scadenza delle rate concordate.

TRA LE VITTIME ANCHE MARCO BALDINI

Tra le vittime della banda di usurai c’è anche il conduttore radiofonico Marco Baldini, per anni spalla di Fiorello, recentemente rimasto vittima anche dei Casamonica, dopo aver chiesto loro un prestito di 100mila euro per soddisfare il bisogno di soldi, ammalato di gioco. Vicenda già raccontata su Domani da Attilio Bolzoni nell’articolo che di seguito vi riproponiamo.

MARCO BALDINI, L’AMICO DI FIORELLO CHE PER GIOCO FINISCE NEI GUAI

Non c’è una linea che separa i mondi, quello di sopra, quello di sotto e quello di mezzo. Anche chi è famoso, chi è riconosciuto finisce nella rete. Come Marco Baldini, per anni spalla di Fiorello.

Riceve un prestito dai Casamonica per soddisfare il bisogno di soldi, ammalato di gioco. Lo riceve grazie alla mediazione del suo manager Migliarini, quest’ultimo da tempo in rapporti amicali con Rocco e Consilio Casamonica, ma la casata non guarda in faccia a nessuno. L’amicizia è l’amicizia, ma i soldi sono i soldi.

L’atteggiamento di Baldini è il medesimo degli altri finiti nella rete della casata, dei “nullafacenti”. Quando Baldini, cosi come il suo amico e manager Migliarini, vengono sentiti in Procura, mentono. L’unica cosa che Baldini ammette è che in passato Consilio, detto Simone, Casamonica gli aveva prestato 10 000 euro, ma senza pretendere neanche un euro di interesse. La casata trasformata in società di beneficenza. Le dichiarazioni di Baldini davanti ai pm sono completamente contraddette dalle intercettazioni. Baldini aveva rilasciato a Migliarini una cambiale da 300 000 euro. Baldini motiva così: «Avevo un debito di 60 000 euro, non 300 000 euro, e lui mi ha chiesto di rilasciargli

quella cambiale per fargli un favore, ma entrambi sapevamo che non gli dovevo quella somma». In pratica quella cambiale era dovuta a un piacere per far risultare un attivo nel bilancio della

società dell’amico. Baldini, dopo che è stato sentito, si rende conto del pasticcio combinato. Chiama amici e parenti e spiega che la Procura aveva le telefonate sue con Casamonica nelle quali quest’ultimo gli chiedeva soldi manifestando il timore di essere indagato per favoreggiamento. «Mi hanno contestato tutto grazie a ’sto telefono di merda! Mi hanno fatto un culo […] sono nella merda.» Appena viene sentito dagli inquirenti, Baldini non risponde più a Casamonica Consilio, detto Simone.

UN “DEBITO” DA 600 MILA EURO

Quello che emerge è che Baldini e Migliarini forniscono versioni diverse, ma soprattutto negano le continue pressioni subite dai Casamonica, emerse chiaramente dalle intercettazioni. E Migliarini, ribadiamo, a presentare Casamonica a Baldini, che riceve 10 000 euro. È l’inizio dell’incubo. Perché nonostante l’iniziale amicizia tra Migliarini e i Casamonica, la casata chiede soldi in continuazione.

Migliarini al telefono con Baldini dice: «Ventimila euro gli ho dato ultimamente! In tre mesi. Non gli danno mai niente, non sono mai niente! Mai niente. Alla fine gli ho detto quant’è che ci conosciamo? Nove anni, nove. Questa storia va avanti da quattro anni. Ma quando è così, calcola, mettili insieme. Creano un palazzo, non se rendono conto».

Baldini al telefono con Consilio Casamonica: «Simone io sono non alla frutta, di più». Di solito i Casamonica usano il metodo dell’amico che ti aiuta, ti prestano i soldi, ma simulano che i soldi non sono loro, ma di altri, dei quali rappresentano le istanze.

Migliarini alle pressioni di Consilio, detto Simone, Casamonica, reagisce così: «Io non so come cazzo devo fare per uscire da ’sta situazione… se mi danno il tempo di lavorare, io li metto da parte i soldi. Ma con una settimana, Dio ma come faccio?».

E poi al telefono proprio con Consilio Casamonica, detto Simone, Migliarini dice: «Tu devi sentire Marco! Marco ti deve dare i soldi! Perché io mi sono rotto le palle di pagare per Marco […] M’hanno rubato seicentomila euro», Consilio Casamonica risponde: «Ho capito, ma è colpa mia se hai portato quel cane? […] Tanto noi dobbiamo sfogarci sempre sul telefono che… mi raccomando, mi raccomando eh… e alla fine ci andiamo a infrociare…a posto, a posto!».

Migliarini, ritenuto debitore in solido con Baldini, si lamenta dei Casamonica. Rocco e Consilio vengono indagati per avere ottenuto, secondo quanto emerge dalle indagini, una cifra pari

a 600 000 euro a fronte di un prestito di 10 000 euro erogato a favore di Baldini. Una cifra astronomica per coprire il debito contratto da Baldini. Agli inquirenti raccontano versioni edulcorate, Migliarini ha un’azienda di revisioni auto a Porta Furba, in uno dei feudi della casata, Baldini scappa a Milano per lavorare e sottrarsi alle richieste. Insomma parlare non conviene.

È facile spiegare perché, a fronte di cifre irrisorie, i Casamonica pretendano soldi in continuazione.

L’USURA A CAPITALE FISSO

Questo è un marchio di fabbrica della casata. I “nullafacenti”, come abbiamo visto, praticano prestiti a usura a capitale fisso. Se non restituisci in un’unica soluzione l’importo iniziale, il debito non finirà mai nonostante gli interessi versati. Il pentito Massimiliano Fazzari racconta le percentuali: «Loro ti danno diecimila e mensilmente vogliono il venti. Quindi sono duemila euro, almeno per un anno. A meno che pattuisci prima, se tu ce la fai in sei mesi a restituire la somma. Quando tu restituisci i diecimila hai chiuso il debito». In pratica, se uno paga duemila euro al mese per tutta la vita, non scioglierà mai il vincolo. In realtà il vincolo per i Casamonica è per sempre. Loro hanno bisogno di vittime in eterno per avere canali di approvvigionamento. Polli da spennare continuamente. È il caso di una vittima che spiega il meccanismo. A fronte di un prestito ricevuto di ottocento euro, da quindici anni paga, e ha pagato complessivamente cinquantamila euro. Quindici anni in mano alla casata, cinquantamila euro ai “nullafacenti”.

«Io mi sto pagando la libertà, tra virgolette. Mi sto pagando la libertà! Non li voglio proprio sentire nominare. Per pagarmi la libertà devo pagare 150 euro? Mi sta bene così… nonostante tale pretesa non avesse alcun fondamento. Non glieli devo dare ’sti soldi. Non m’ha dato niente, lui. Cioè, capito che ti voglio dire? Basta con questa storia. Perché uno ha paura, ci sono stati dei momenti che gli dovevi portare quattro o cinquemila euro e gli dici: “Guarda, non ce li ho. Ti darò duecento, trecento euro fin che ti va a te…”. Cioè, per cercare di non farti menare. Io per non prendere le botte, ti dico che te li do per tutta la vita, ma tu dovrai dire: no per tutta la vita.» E alla fine, quando gli chiedono altri soldi, si accorda per consegnare 150 euro a tempo indeterminato: «A 150 euro al mese, a vita, te li do, guarda non me ne frega un cazzo».

La prima volta che mi occupo della casata è il 2011. In un bar di fronte al Senato incontro una giovane donna che mi racconta la sua odissea. «Mio marito era imprenditore nel settore delle automobili, aveva l’autosalone. Aveva difficoltà economiche. Si avvicinarono diversi personaggi che all’inizio si mostrarono gentili e mi dissero che volevano darci una mano. La prima volta mi diedero settemila euro. Poco dopo mi costrinsero a firmare assegni, venti da 4400 euro pari a una somma di 109 000 euro. Pagavamo 700 euro al mese, abbiamo pagato per 7 anni. Non riuscivamo neanche a pagare la corrente, non riuscivo a vestire mio figlio. Subii le violenze di mio marito, fratture, calci, pugni davanti al mio bambino.»

Il prezzo dell’usura nella città eterna è l’isolamento. Paola, almeno, ha avuto la forza di denunciare e ora convive con la paura.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

 

Caos nella Giustizia, Gratteri: ”Rischio che si butti via l’acqua sporca col bambino”

Caos nella Giustizia, Gratteri: ”Rischio che si butti via l’acqua sporca col bambino”

Luca Grossi 10 Giugno 2021

Ieri a ‘Otto e Mezzo’ il procuratore Nicola Gratteri: “Io dico quello che penso e questo non piace al potere”

Riforma della giustizia, Recovery Plan, sistema penale, la scarcerazione di Giovanni Brusca e la grave crisi che sta ancora imperversando all’interno della magistratura.
Sono stati questi gli argomenti trattati dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro
Nicola Gratteri ieri sera a ‘Otto e Mezzo’ intervistato dalla giornalista Lilli Gruber e dallo storico Paolo Mili.
Nel rispondere alle domande in merito alla riforma della giustizia redatta dal Guardasigilli
Marta Cartabia il procuratore ha detto che “io ho sempre una regola nella testa: nel rispetto della costituzione fare tante di quelle modifiche fino a che non diventa non conveniente delinquere” e che “quello che ho letto fino ad ora non mi pare una rivoluzione. Non mi pare si stiano centrando i problemi e le criticità del sistema giustizia”. Infatti, come ha sottolineato il magistrato, “io penso che bisogna partire dalla geografia giudiziaria e mettere a regime le risorse che noi abbiamo a disposizione” e “far lavorare tutti. Non è possibile che ci siano quasi 250 magistrati fuori ruolo” che occupano anziché fare i magistrati “posizioni in vari ministeri, soprattutto nel ministero della giustizia, dove invece andrebbero razionalizzati. Ha senso un magistrato nell’ufficio legislativo al ministero della giustizia ma non a quello degli esteri o dell’industria”.
Il magistrato ha messo poi in evidenza un fatto molto grave, e cioè che a
 “causa del covid è da due anni che non si fanno concorsi in magistratura, quindi nel 2022 ci saranno dei buchi spaventosi nella pianta organica”.
In merito sempre alla riforma della giustizia il pm ha detto che “non ho visto nulla se non questa commissione con il ministro per il sud (Carfagna) per venire a spiegarci le buone prassi. Questo è offensivo e lo è anche l’impostazione di questa commissione. Perché già le realtà territoriali sono diverse ma soprattutto ci sono grandissimi capi ufficio e grandissimi magistrati al sud che fanno cose importanti ed egregie ogni giorno e che dimostrano efficienza. Per esempio – ha continuato Gratteri – il distretto di Catanzaro durante il periodo del lockdown è stato l’unico distretto con segno positivo in tutta Italia. Cioè noi abbiamo incassato cento fascicoli e ne abbiamo fatti centodieci. Questo è un segno di efficienza. In quattro mesi e mezzo abbiamo fortemente voluto con il presidente della corte di appello e del tribunale la nuova aula bunker a Lamezia Terme che è un gioiello di efficienza, di tecnologia e di informatica. Addirittura stanno venendo a vederla dall’estero per poterla copiare. Quest’anno ci consegneranno anche la nuova procura” costruita in un
“convento del ‘400 riportato allo splendore originale”.

E poi ancora “molti nodi sono arrivati al pettine e molti problemi sono stati rinviati – ha aggiunto Gratteri – Io ricordo di aver detto anche in sedi istituzionali, nel 2014, che la mamma di tutte le riforme doveva essere quella del CSM e bisognava partire da lì”.
Sempre rimanendo nel tema della riforma del Consiglio soprattutto per quanto riguarda il delicato tema delle correnti il procuratore ha detto che
“io penso che l’unica via d’uscita è il sorteggio perché è l’unico modo di dare meno potere alle correnti”.
E alla domanda se queste ultime lo avessero in qualche modo danneggiato Gratteri ha risposto dicendo che
 “quando ho fatto domanda come procuratore aggiunto a Reggio Calabria c’erano tre posti e io avevo più titoli ma sono arrivato terzo. Inoltre io avevo 26anni di anzianità di servizio e ho fatto sempre anti ‘Ndrangheta e all’epoca non esisteva nessun magistrato vivente che aveva fatto più indagini di me sulla ‘Ndrangheta quindi potevo essere la persona giusta per Reggio Calabria, non sono stato calcolato e l’unica persona che mi ha votato è stato il professore Calvi” e poi “per Catanzaro c’era un collega che era tra noi più anziano di me, ma io avevo già fatto molta più Dda”.

Caso Amara: “Affermazioni su Ardita smentite dai fatti”
Durante la trasmissione il procuratore Gratteri in merito alle accuse rivolte al consigliere togato
Sebastiano Ardita dall’avvocato Piero Amara ha detto che “certe cose che ha detto Amara su Sebastiano Ardita sono state smentite dai fatti e dalla storia. Ardita non aveva rapporti con Tinebra quando era direttore dell’ufficio trattamento e pena. Questi sono fatti”.

“Il Recovery Fund va usato anche per risolvere il problema delle carceri”
Il problema delle carceri affollate si ripresenta molte volte nel nostro Paese e molte volte si sono scelte le strade più facili per la sua risoluzione: l’indulto o l’amnistia. Gratteri sul punto ha sottolineato che
 “la ministra ha detto che i soldi per il Recovery Fund dovrebbero essere utilizzati o li utilizzerà per ristrutturare le carceri che già ci sono e che non bisogna costruire nuove carceri. Ma quindi se le carceri nostre sono affollate come rispondiamo alla CEDU che ogni sei mesi ci bacchetta sulla faccenda dei diritti umani nelle carceri?
Rispondiamo con amnistie e indulto. Ma vi sembra questa la risposta di uno Stato? Noi abbiamo la responsabilità della sicurezza di un Paese.
Perché a Miami c’è un carcere di 7mila posti e a New York un carcere di 18mila posti e in Italia il carcere più grande ha 1400 posti? Non si possono costruire quattro carceri da 5mila posti e per i prossimi vent’anni la smettiamo di parlare di sovraffollamento delle carceri?”.
E poi, in riferimento al regime carcerario duro (41 bis) il magistrato ha aggiunto che
 “il 41 bis è stato svuotato di contenuti” ed è possibili verificare questo dato andando “a vedere le circolari del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) dal 2010-2012 ad oggi” e poi ancora “a me la cosa che preoccupa è il tarlo che entra nella testa della gente che in Italia tutto è possibile, che tutto si aggiusta e che alla fine ci sarà lo sconto per tutti”.
Alla fine del programma la giornalista
 Lilli Gruber ha presentato l’ultimo libro scritto da Nicola Gratteri e dal professore Antonino Nicaso dal titolo, ‘Non chiamateli eroi’ edito dalla casa editrice Mondadori.

Riguarda la puntata INTEGRALE: la7.it/otto-e-mezzo

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/84266-caos-nella-giustizia-gratteri-rischio-che-si-butti-via-l-acqua-sporca-col-bambino.html

Nuove accuse all’ex sindaco De Lucia dopo le dichiarazioni di Schiavone

Nuove accuse all’ex sindaco De Lucia dopo le dichiarazioni di Schiavone

La Dda contesta il concorso esterno al clan dei Casalesi nel processo sugli appalti alla camorra. L’interrogatorio del figlio di Sandokan sul filo di lana

Attilio Nettuno

10 giugno 2021 18:48

Nicola Schiavone entra anche nel processo a carico dell’ex sindaco di San Felice a Cancello Pasquale De Lucia. Il pm della Dda Maurizio Giordano ha annunciato un verbale dello scorso 8 giugno in cui accusa l’ex primo cittadino di essere stato un referente del clan dei Casalesi. Dichiarazioni alla base delle quali la Procura Antimafia ha proceduto a muovere nuove contestazioni nei confronti di De Lucia, tra cui quella di concorso esterno in associazione mafiosa.

Precedentemente all’ex sindaco – che ha partecipato all’udienza in videocollegamento dal carcere di Terni dove si trova detenuto dopo una precedente condanna per corruzione – era contestata l’associazione a delinquere ed altri reati satellite aggravate dall’aver agevolato i Casalesi, ed in particolare la fazione di Michele Zagaria. Un aggravante che era anche stata annullata dal tribunale del Riesame. Ora, alla luce delle dichiarazioni di Schiavone, che arrivano sul filo di lana del processo, la Dda contesta il concorso esterno. I legali di De Lucia, gli avvocati Federico Simoncelli e Giuseppe Stellato, alla luce delle nuove accuse, hanno chiesto termini a difesa per analizzare le dichiarazioni di Schiavone e preparare le contromosse. Istanza concessa dal giudice Francesco Rugarli. Si torna in aula a metà settembre.

I fatti risalgono al 2010: gli inquirenti hanno scoperto che a pilotare gli appalti, aggiudicati a ditte in odore di camorra, sarebbero stati l’ex sindaco di San Felice ed ex consigliere regionale della Campania, Pasquale De Lucia, con l’aiuto di altri dirigenti comunali, e Rita Nadia Di Giunta, ex presidente e a.d. della società “Terra di Lavoro” della Provincia di Caserta. Nel collegio difensivo sono impegnati, inoltre, gli avvocati Raffaele e Gaetano Crisileo, Maurizio Noviello Clemente Crisci, Rosario Avenia e Rosa Nuzzo.

Fonte:https://www.casertanews.it/cronaca/nuove-accuse-de-lucia-dichiarazioni-schiavone-san-felice-a-cancello.html

 

 

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