g0e9n2n0a0r8o0v6

Pnrr, Riello: «Assalto alla diligenza da parte della camorra. Distrettualizzare i reati per non essere dispersivi»

Pnrr, Riello: «Assalto alla diligenza da parte della camorra. Distrettualizzare i reati per non essere dispersivi»

di Manuela Galletta

Evoca il rischio di un «assalto alla diligenza da parte della camorra» per via dei milioni di euro che si muoveranno grazie al Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Come accadde con la ricostruzione all’indomani del terremoto del 1980.

E per questa ragione lancia un appello sia al ministero dell’Interno che a quello della Giustizia affinché in Campania la magistratura non si faccia «trovare impreparata» o, peggio ancora, si faccia trovare divisa, diventando così dispersiva e dunque più ‘debole’, nel complesso e delicato scenario investigativo su un’eventuale accordo illecito tra imprenditoria e camorra per ‘risucchiare’ i fondi pubblici. Ecco perché invoca la concentrazione di tutte le inchieste, qualsiasi sia il territorio di riferimento, nelle mani di un solo gruppo di lavoro. Una sorta di super procura.

Luigi Riello, procuratore generale di Napoli, tiene accesi i riflettori su un tema sensibile negli ambienti della magistratura e della politica. E lo fa in occasione della tradizionale conferenza stampa che precede la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. Riello sottolinea che si rischia di assistere ad un «assalto alla diligenza da parte della camorra» e che i primi segnali, in tal senso, si sono registrati l’anno scorso, durante la pandemia. «Il rapporto di giugno 2021 della Banca d’Italia in riferimento alla Campania – spiega Riello – ha evidenziato le chiusure dei negozi, i fallimenti delle imprese e anche le cessioni sospette di attività commerciali».

Leggi anche / Napoli ‘campione’ di processi per omicidio, Riello: «Va considerato caso nazionale per la sua unicità»

A fronte della crisi vissuta dagli imprenditori, la camorra si fa avanti per rilevarle le attività a condizioni capestro e insinuarsi così nel tessuto sano della società. «Non possiamo giungere impreparati», incalza dunque Riello.

Che indica la strada da seguire: «Il procuratore Melillo, con il mio assoluto accordo, ha puntato la sua attenzione su due aspetti: il primo di prepararci in tempo, il secondo quello di non ripetere quello che molti anni fa avvenne con il terremoto dell’80, cioè l’impreparazione a quel fatto e la polverizzazione tra le varie procure delle inchieste relative ai fondi. Sarà opportuno – rimarca il pg di Napoli -, e l’abbiamo già detto al ministro dell’Interno e lo diremo anche al ministro della Giustizia, distrettualizzare questi reati affinché ci sia una cabina di regia che sia pronta ad affrontare e aggredire la criminalità organizzata che ha ovviamente evidentemente degli appetiti incredibilmente forti e famelici nei confronti di questa torta».

giovedì, 20 Gennaio 2022 – 15:51

fonte: https://www.giustizianews24.it/2022/01/20/pnrr-riello-assalto-alla-diligenza-da-parte-della-camorra-distrettualizzare-i-reati-per-non-essere-dispersivi/

Minacce via whatsapp a cronista e magistrati: “Non dovete parlare più di Zagaria”

Minacce via whatsapp a cronista e magistrati: “Non dovete parlare più di Zagaria”

Sull’audio inviato a Marilena Natale indagano le forze dell’ordine. Fnsi e Sucg: “Siamo preoccupati”. Solidarietà anche dalla commissione anticamorra

Redazione

20 gennaio 2022 19:04

Non devi parlare più di Michele Zagaria“. E’ questo il tenore delle minacce ricevute dalla cronista casertana Marilena Natale attraverso whatsapp. Minacce rivolte non solo alla giornalista ma anche ad alcuni magistrati, primo fra tutti il capo della Direzione Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho.

Messaggi che non possono passare inosservati e su cui ora si stanno concentrando le forze dell’ordine per risalire all’autore degli audio intimidatori. Fnsi e Sugc esprimono “preoccupazione per quanto accaduto ed auspicano un intervento tempestivo per assicurare alla giustizia l’autore delle intimidazioni. In alcuni territori – prosegue il sindacato – alcuni giornalisti sono diventati dei veri e propri bersagli mobili ed è evidente che si tratta di situazioni sulle quali è necessario intervenire subito. Segnaleremo il caso al Prefetto e all’Osservatorio sul fenomeno istituto presso il Viminale. Purtroppo i dati del ministero dell’Interno confermano l’aumento degli episodi di aggressioni e minacce ai cronisti sul territorio campano”.

Solidarietà alla cronista è stata espressa anche da Gianpiero Zinzi, presidente della commissione regionale anticamorra. “A nome della commissione Anticamorra esprimo piena solidarietà e vicinanza alla cronista Marilena Natale per l’ennesima minaccia ricevuta. Coraggio e dedizione sono caratteristiche che l’hanno da sempre accompagnata nella sua attività giornalistica. Per questo siamo certi che le intimidazioni non riusciranno a fermare il suo lavoro al servizio dell’informazione e del rispetto della legalità”, dichiara in una nota.

Fonte: https://www.casertanews.it/cronaca/minacce-marilena-natale-zagaria-magistrati.html

‘Ndrangheta: ”Imponimento”, condanne per oltre 600 anni carcere

‘Ndrangheta: ”Imponimento”, condanne per oltre 600 anni carcere

AMDuemila 20 Gennaio 2022

Tre sole assoluzioni e 67 condanne per oltre 600 anni di reclusione. Si è concluso così, dinanzi al gup distrettuale, Vittorio Rinaldi, il processo con rito abbreviato nato dall’operazione antimafia “Imponimento”, scattata nel luglio del 2020 ad opera della Guardia di Finanza –  con il coordinamento della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Nicola Gratteri – che aveva convolto anche  politici, imprenditori, avvocati, dipendenti comunali e funzionari della Regione Calabria per un totale di 74 persone oltre al sequestro di beni per quasi 170 milioni di euro.
Gli imputati sono stati accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, detenzione illegale di armi i principali reati contestati.
In tutto erano stati 69 gli imputati ammessi all’abbreviato, tra loro c’era anche il presunto boss di Filadelfia, il 59enne Rocco Anello e la moglie, Angela Bartuca, l’ex consigliere provinciale di Vibo, Domenico Fraone, Antonio Dieni, 47 anni, appuntato della Guardia di Finanza e il brigadiere capo della Guardia di finanza, Domenico Bretti.

ARTICOLI CORRELATI

Operazione ”Imponimento”: le mani della cosca Anello-Fruci nel turismo e nei boschi

Fonte: https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/87685-ndrangheta-imponimento-condanne-per-oltre-600-anni-carcere.html

Le bugie di Pittelli sul Corriere della Calabria

Le bugie di Pittelli sul Corriere della Calabria

di Paola Militano

Pubblicato il: 19/01/2022 – 15:54

Interrogato il morto non rispose perché è fin troppo evidente che mortui non mordent, perciò spetta al tempo ristabilire la verità e alla giustizia riparare i torti.
Resta fermo il caposaldo del tributo e del riconoscimento all’uomo Paolo Pollichieni, strappato troppo presto all’affetto della sua famiglia ed al giornalista, capace di sfidare depistatori, mestatori e furbi, animati dalla insopprimibile necessità di intervenire per correggere e mitigare la verità anche a costo di ipotecare il futuro del Corriere della Calabria, screditando la reputazione di giornalisti che non arretrano davanti a minacce, rischi e pericoli perché caparbi nella ricerca della verità.
E proprio in virtù di questo sentimento condiviso c’è l’esigenza di fare chiarezza su alcune dichiarazioni, gravi e lesive, rese spontaneamente da Giancarlo Pittelli, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “Rinascita Scott” in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme contro le cosche di ‘ndrangheta del vibonese: «Scrivo P. P. puntato, riferendomi a Paolo Pollichieni, lo scrivo più volte, in relazione anche ad aiuti che davo a Pollichieni in momenti particolari della sua vita. Ora il suo giornale ovviamente mi attacca quotidianamente perché ho infangato il suo nome; quando si dovevano pagare gli stipendi, invece, Pittelli andava bene» (ndr Pittelli si riferisce alle iniziali e ai nomi appuntati sul “pizzino” scritto di suo pugno e sequestrato dai Carabinieri del Ros).
A beneficio della verità. Lo si deve al collega morto, innanzitutto. E ai colleghi vivi. All’epoca dei fatti riferiti ieri dall’imputato, Paolo Pollichieni era solo il direttore della testata, del Corriere della Calabria, editata dalla News&Com che – in nessuna circostanza – ha ricevuto somme di denaro da Giancarlo Pittelli anche perché chi scrive non ha mai intrattenuto, questo è un fatto, nessun rapporto con l’ex parlamentare e avvocato – che sempre nelle dichiarazioni rese – lamenta, più volte, condizioni economicamente difficili per «pagare gli stipendi» alla redazione.
E sempre a beneficio della verità, mi preme precisare che il Gruppo è assai lontano da tutte quelle logiche e salde mire familistiche e affaristiche che, al contrario, dettano la linea editoriale in alcune realtà, nazionali e regionali.
Rispondere in fretta, serve anche a stabilire che il Corriere della Calabria non «attacca quotidianamente» nessuno e le cronache giudiziarie, raccontate dai colleghi della redazione, sono sempre supportate e confortate dalle indagini di polizia giudiziaria e dagli accertamenti della magistratura.
Il nostro è un giornalismo onesto, serio, veritiero e responsabile che, oggi più di ieri, dà molto fastidio e non solo ai mafiosi.

paola.militano@corrierecal.it

fonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/01/19/le-bugie-di-pittelli-sul-corriere-della-calabria/

Blitz all’ex Villaggio degli Svedesi, sequestrate oltre 200 villette a Baia Domizia

Blitz all’ex Villaggio degli Svedesi, sequestrate oltre 200 villette a Baia Domizia

Di redazione

19 Gennaio 2022

Blitz all’ex Villaggio degli Svedesi, sequestrate oltre 200 villette a Baia Domizia.  Stamattina i finanzieri del Comando Provinciale di Caserta hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere su richiesta di questa Procura, nei confronti di una società con sede in Sessa Aurunca e del relativo complesso aziendale per un valore complessivo stimato in circa 20 milioni di euro, tra cui figura il noto e storico villaggio turistico del litorale domizio, denominato Italy Village” (già “Villaggio degli Svedesi” costruito nel 1968 e di proprietà di alcuni sindacati svedesi) e composto da 227 villette ed un terreno di oltre 13 mila metri quadri Italy Village

Il provvedimento compendia gli esiti di una complessa indagine di polizia giudiziaria svolta dai militari della Tenenza di Sessa Aurunca sotto la direzione di magistrati di questo Ufficio, nel cui ambito è emerso che la società in questione avrebbe acquistato il predetto villaggio turistico ad un valore notevolmente inferiore rispetto a quello reale, attraverso un’operazione di reimpiego di proventi illeciti, posta in essere da (L.M.) in qualità di socio unico nonché legale rappresentante della medesima società.

APPROPIAZIONE INDEBITA, LE INDAGINI SULL’EX VILLAGGIO DEI TEDESCHI

Infatti, secondo quanto scaturito dalle indagini documentali e dagli accertamenti economico-finanziari, eseguiti anche grazie ad un’attività di cooperazione con l’Autorità Giudiziaria svedese, quest’ultimo avrebbe rilevato la proprietà del villaggio turistico, valutato al tempo in oltre 14 milioni di euro, corrispondendo soltanto la modica cifra di 400 mila euro, ottenuta grazie ad una pregressa appropriazione indebita di somme di denaro, pari a complessivi 590 mila euro.

In particolare, nell’ambito della trattativa di vendita del villaggio turistico tra la precedente proprietaria (la Riva del Sole S.p.A) e “La Serra Resort s.r.l.”, L.M. si sarebbe procacciato il denaro necessario a rilevare le quote della società acquirente, in parte, alienando a privati, senza avere ancora alcun titolo, 41 unità immobiliari facenti parte del resort per un totale di 490 mila euro (dopo aver preventivamente realizzato una lottizzazione abusiva, estinta per prescrizione e una modifica della loro destinazione d’uso da turistico-ricreativa ad abitativa) e, in parte, sottraendo indebitamente 100 mila euro dalle casse di un’altra impresa a lui riconducibile. In tal modo, ricorrendo a false perizie tecniche tendenti a sottostimare il valore effettivo del villaggio turistico e utilizzando proventi di natura delittuosa, L.M. sarebbe riuscito ad assicurarsi la proprietà di uno dei più grandi e famosi complessi turistici del litorale domizio.

Fonte: https://internapoli.it/blitz-ex-villaggio-degli-svedesi-sequestrate-oltre-200-villette-baia-domizia/?fbclid=IwAR33csi3n6hIHxuhm9Wwl32WutsEZ-soO0Nzgu02c8j0_LzvU4XM9bjZ2qc

Corruzione, Cartabia: “Recepire il prima possibile la direttiva sul whistleblowing”. The Good Lobby: “Si passi dalle parole ai fatti”

Corruzione, Cartabia: “Recepire il prima possibile la direttiva sul whistleblowing”. The Good Lobby: “Si passi dalle parole ai fatti”

L’Italia non ha rispettato la scadenza del 17 dicembre 2021, data entro la quale l’Unione europea ha previsto per tutti i paesi membri il recepimento della direttiva 2019/1937. Anac: “Si tratta di una riforma importante, che l’Autorità Anticorruzione invoca da tempo”

di F. Q. | 19 GENNAIO 2022

“Dobbiamo ancora perfezionare il recepimento, ed è necessario farlo il prima possibile, della direttiva sul whistleblowing, prezioso strumento di contrasto alla corruzione, in parte già presente nel nostro sistema grazie agli interventi normativi varati nel 2012 e nel 2017″. La ministra Marta Cartabia in Aula al Senato, lo ha ricordato nella sua relazione sull’amministrazione della Giustizia, sottolineando che la corruzione richiede “attenzione” e richiamando le parole sul tema del capo dello Stato “C’è una costante preoccupazione sulla piaga della corruzione, che richiede continua attenzione, per la sua capacità di divorare le risorse pubbliche e minare il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini, come ebbe a sottolineare il presidente della Repubblica”.

L’Italia non ha rispettato la scadenza del 17 dicembre 2021, data entro la quale l’Unione europea ha previsto per tutti i paesi membri il recepimento della direttiva 2019/1937, che amplia la normativa per tutelare chi denuncia violazioni o reati all’interno del proprio ambiente di lavoro, compresa una stretta sulle sanzioni per punire con maggiore efficacia le ritorsioni nei confronti dei whistleblower. La direttiva dell’Unione Europea che protegge i “Whistleblower“, i dipendenti che svelano malaffare e corruzione all’interno delle loro aziende, è ufficialmente entrata in vigore dopo il via libera definitivo del consiglio Ue il 17 dicembre 2019. Ed era stato fissato in due anni il lasso di tempo entro il quale gli Stati membri avrebbero dovuto recepire la normativa nel diritto nazionale. Nel dettaglio: la legge impone alle aziende con almeno 50 dipendenti o a Comuni con più di 10mila abitanti la creazione di canali sicuri per la segnalazione degli illeciti, sia nel privato che nel pubblico. La nuova direttiva, inoltre, garantisce protezione agli informatori contro le ritorsioni, quali la sospensione, la retrocessione e l’intimidazione, e obbliga le autorità nazionali a informare adeguatamente i cittadini e a impartire ai funzionari pubblici una formazione su come trattare le segnalazioni.

“Con piacere notiamo che la ministra Cartabia, a distanza di mesi, di richieste e incontri istituzionali che puntavano al coinvolgimento della società civile, si è espressa oggi sul tema della lotta alla corruzione. La ministra ha affermato che il recepimento della direttiva europea su whistleblower è una priorità. Bene, speriamo che finalmente si passi dalle parole ai fatti – afferma, in una nota, Federico Anghelè, direttore di The Good Lobby che a novembre aveva già segnalato il ritardo – Anche il Presidente Draghi nel suo primo discorso alle Camere aveva ribadito l’importanza di uno strumento di contrasto alla corruzione. Speriamo che la Guardasigilli finalmente prema per perfezionare il prima possibile il recepimento della direttiva. Noi, in rappresentanza della società civile, ci siamo” .

“Grande apprezzamento per le rassicurazioni date oggi dalla ministra Cartabia nella sua relazione al Senato sul pronto recepimento della direttiva europea a tutela del whistleblowing. Si tratta di una riforma importante, che l’Autorità Anticorruzione invoca da tempo” afferma Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità Anticorruzione. “Piena soddisfazione esprimiamo pure per l’impegno assunto dalla ministra di dare priorità di attenzione al nodo della corruzione in Italia, le cui conseguenze negative vanno ben al di là del singolo episodio interessato, e anche dei danni eventualmente prodotti per lo spreco di risorse pubbliche. In gioco è la fiducia stessa dei cittadini verso le istituzioni”.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/19/corruzione-cartabia-recepire-il-prima-possibile-la-direttiva-sul-whistleblowing-the-good-lobby-si-passi-dalle-parole-ai-fatti/6461364/

 

Relazione in commissione Antimafia: «La situazione del Tribunale di Catanzaro è allarmante»

Relazione in commissione Antimafia: «La situazione del Tribunale di Catanzaro è allarmante»

Il presidente Rodolfo Palermo ha parlato dei carichi di lavoro e della scopertura di organico nel Distretto che governa i due terzi della Regione

Pubblicato il: 19/01/2022 – 19:01

di Alessia Truzzolillo

ROMA La situazione del Tribunale di Catanzaro è «allarmante», così l’ha definita il presidente dello stesso Palazzo di giustizia, Rodolfo Palermo, che oggi ha relazionato davanti alla commissione parlamentare Antimafia. Il quadro clinico descritto da Palermo non è confortante e va ad incidere, in maniera non indifferente, sull’operato delle sette Procure del distretto — Catanzaro, Lamezia Terme, Vibo Valentia, Castrovillari, Paola, Crotone e Cosenza – e sul lavoro della Direzione distrettale antimafia del Capoluogo. Non è un caso che la discussione sullo stato dell’arte dell’ufficio gip/gup del Tribunale di Catanzaro sia stato secretato. È qui che vanno a confluire, infatti, le richieste di misure cautelari che partono dalla Dda guidata da Nicola Gratteri.

Il Distretto di Catanzaro in numeri

Il Tribunale di Catanzaro è un tribunale distrettuale ed è il capofila di altri sei Tribunali distribuiti sulle province di Catanzaro, Vibo, Cosenza e Crotone: i due terzi del territorio dell’intera regione. «Noi abbiamo un organico di 52 magistrati togati. C’è un presidente di tribunale, cinque presidenti di sezione e 46 magistrati. Poi ci sono i magistrati onorari, i got, che sono 26 ma abbiamo uno scopertura importante anche in questo settore: ce ne sono 6 in meno», ha spiegato Palermo. «Al momento – ha dichiarato il presidente del Tribunale – la situazione del Tribunale di Catanzaro oserei dire che è veramente allarmante perché sono vacanti, sui 52, 11 posti: uno di presidente di sezione (per la sezione Riesame e misure di prevenzione) e la scopertura di 10 posti di giudici togati». La situazione, ha spiegato Palermo, potrebbe andare a peggiorare perché recentemente è stato diramato un bando per i trasferimenti orizzontali, giudici di primo grado, e a Catanzaro sono state presentate «ben 9 domande di trasferimento». «Quindi – ha detto Palermo – entro breve tempo, se dovessero andare in porto tutte e nove le domande di trasferimento, avremmo una scopertura complessiva 20 posti si un organico di 52».

52 magistrati non bastano

«Ribadisco, il Tribunale di Catanzaro ha una competenza distrettuale sui due terzi della regione. Ha un’estensione – ha spiegato il magistrato – di un milione e 200mila metri quadrati, a fronte, per esempio del territorio del distretto di Corte d’Appello di Reggio Calabria che ha una realtà molto simile a quella di Catanzaro su un territorio di 321mila metri quadrati». Catanzaro, dunque, ha un territorio da governare tre volte più grande di quello di Reggio.
«Come è noto – ha detto Palermo – la Procura distrettale di Catanzaro è molto attiva, continue operazioni di Dda. La Procura di Catanzaro ha un organico di 30 magistrati più due procuratori delegati europei». «Solo per rispettare la proporzione tra ufficio di Procura e Tribunale di Catanzaro, secondo le previsioni delle circolari del Csm, bisogna occupare almeno 12 magistrati nella sezione gip. Quindi da 52 magistrati complessivamente ne devo levare 12. Il resto lo devo ripartire tra due sezioni civili, una sezione misure di prevenzione e Riesame e la sezione penale, dibattimento e Corte d’Assise. La Corte d’Assise ha un’extraterritorialità perché il suo circolo è formato dai circondari di Lamezia, Catanzaro, Vibo e Crotone. Quindi, in materia d’Assise il Tribunale di Catanzaro si trova a giudicare anche i reati commessi nel territorio di questi quattro circondari».

La mole del lavoro del Riesame

Secondo il presidente Palermo, «la cosa ancora più grave – e che forse è stata sempre sottovalutata – è che sul Tribunale di Catanzaro, come Tribunale distrettuale, vi è un unico Tribunale del Riesame sul quale si riversa non solo l’attività della Dda ma quella di tutte le altre Procure: Lamezia Terme, Vibo Valentia, Castrovillari, Paola, Crotone e Cosenza. Penso che non bisogna aggiungere altro in materia di Riesame la cui pianta organica, composta da 8 giudici compreso il presidente di sezione, fronteggia l’attività di ben 80 procuratori di tutto il Distretto».
Il posto di presidente di sezione al Riesame, attualmente è vacante ed è occupato da un magistrato in applicazione extra distrettuale, proveniente dal Tribunale di Firenze la cui applicazione sarà prorogata per altri sei mesi ma poi non sarà più possibile prorogare oltre.
Sempre sul Riesame, che si occupa anche di misure di prevenzione, si riversano tutte le richieste di misure di prevenzione, personali e reali, delle sette Procure del Distretto, dei quattro Questori e della Dia.

Secretata la relazione sull’ufficio gip/gup

«Sarebbe interessante – ha chiesto il presidente della Commissione, Nicola Morra –  sapere qual è lo stato di salute dell’ufficio gip».
La relazione sullo stato dell’arte odierno, in numeri, dell’ufficio sul quale si riversano le richieste di custodia cautelare e le delicate indagini della Distrettuale antimafia di Catanzaro l’audizione è stata secretata per circa 20 minuti. Lo stato dell’arte, in numeri, non si preannuncia affatto buono.

 

Fonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/01/19/relazione-in-commissione-antimafia-la-situazione-del-tribunale-di-catanzaro-e-allarmante/

Le trame oscure della ‘ndrangheta. «Dietro la Falange armata c’erano mafie e servizi deviati»

Le trame oscure della ‘ndrangheta. «Dietro la Falange armata c’erano mafie e servizi deviati»

Il pg Lombardo chiede di riaprire istruttoria di “Stragista”. Nel processo d’appello a Graviano e Filippone i rapporti tra clan e apparati deviati dello stato

Pubblicato il: 19/01/2022 – 15:25

REGGIO CALABRIA La Procura generale di Reggio Calabria ha chiesto alla Corte d’Assise d’appello la riapertura dell’istruttoria dibattimentale del processo ‘Ndrangheta stragista che vede imputati il boss del rione palermitano di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, ritenuto espressione della cosca di ‘ndrangheta Piromalli di Gioia Tauro. In primo grado entrambi sono stati condannati all’ergastolo per il duplice omicidio degli appuntati dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 18 gennaio 1994 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria all’altezza dello svincolo di Scilla. Quell’attentato, secondo l’accusa, rientrava nella strategia stragista con la quale Cosa nostra e ‘Ndrangheta volevano piegato lo Stato. Nell’udienza di oggi, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, applicato al processo, ha sintetizzato i nuovi atti depositati nelle scorse settimane. In particolare, il pg ha chiesto di acquisire la sentenza “Italicus bis” e si è soffermato sulla sigla “Falange Armata” utilizzata per rivendicare non solo gli attentati ai carabinieri.

«I servizi deviati autorizzarono Cosa Nostra e ‘ndrangheta a utilizzare la sigla»

«Fu Totò Riina, durante il vertice di Enna, tra il 1991 e il 1992, a comunicare ai presenti che ogni attentato attuato da Cosa Nostra doveva essere segnalato con la sigla Falange Armata, sigla utilizzata in Calabria per la prima volta il 9 agosto 1991 con l’omicidio del sostituto procuratore della Cassazione, Antonino Scopelliti». Lo ha detto il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, nel corso del dibattimento di appello in cui sono imputati il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e Rocco Santo Filippone, individuato dagli investigatori come “uomo di fiducia” dei Piromalli di Gioia Tauro, già condannati in primo grado all’ergastolo per il duplice omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo. Il processo è in corso a Reggio Calabria. Secondo il magistrato, «un’entità dei servizi deviati autorizzò ‘ndrangheta e Cosa nostra a utilizzare la sigla». Lombardo ha approfondito, alla luce dei verbali dei collaboratori di giustizia Antonio Schettini, «uomo di fiducia per il narcotraffico del clan Papalia», Annunziatino Romeo e Antonino Fiume, la cointeressenza tra ‘ndrangheta e Cosa Nostra in ordine al periodo delle stragi, e l’origine della sigla Falange armata, «nota come Falarm – ha detto Lombardo – che insieme al Gos (gruppi operativi speciali) e Nac (Nucleo azioni coperte), costituiva la sezione K della settima divisione del Sismi e la Gladio».

Dal delitto Mormile alla collaborazione nei sequestri di persona con i “poteri occulti”

Il rappresentante della pubblica accusa, «a seguito della deposizione dell’ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci nel corso del processo di primo grado ed all’approfondimento delle dichiarazioni dei collaboratori», ha comunicato che saranno resi a disposizione della Corte d’Appello, presieduta da Bruno Muscolo, «i sedici nomi che ne gestivano le attività. Qui non si tratta di responsabilità istituzionali – ha sottolineato Giuseppe Lombardo – ma di precise responsabilità individuali». La pubblica accusa, inoltre, ha tratteggiato il legame strategico della “componente riservata” della ‘ndrangheta, costituita «dai Piromalli, i De Stefano, i Mancuso e i Papalia», che a Nicotera, in un villaggio turistico – secondo quanto riferito dal pentito Franco Pino – si incontrarono nel 1992, per valutare la richiesta di Cosa Nostra di partecipare alle stragi di quegli anni. «Falange Armata – ha detto Lombardo – è la sigla usata anche per confondere le ragioni vere dell’omicidio dell’operatore carcerario Umberto Mormile, assassinato su mandato del boss di Platì, Domenico Papalia». Mormile, ha detto il magistrato, «si rifiutava di rilasciare relazioni di servizio in favore della condotta di Papalia». Lombardo ha dedicato un capitolo della sua relazione anche al doloroso periodo dei sequestri di persona. «I proventi di quella attività criminosa – ha affermato – venivano divisi al 50% tra la ‘ndrangheta e i cosiddetti “poteri occulti”, fino a che non fu deciso di rinunciare definitivamente a quel tipo di reato per “disposizioni dall’alto”».

I rapporti fino all’esplosivo di Palazzo San Giorgio

In sostanza, secondo il pg è necessario spiegare «se è vero quello che dice Schettini che parte dei fondi riservati utilizzati per il pagamento dei sequestri di persona andavano alla componente mafiosa e parte ad una componete diversa. Dobbiamo spiegare ancora se all’interno di determinate dinamiche quei rapporti sono andati avanti ancora per anni e abbracciano anche l’esplosivo rinvenuto a Palazzo San Giorgio. Qui beneficiamo delle dichiarazioni del collaboratore Antonino Parisi. Dobbiamo approfondire anche se è vero che i Papalia sono stati coloro i quali per primi o tra i primissimi ad avere rapporti con appartenenti ai servizi di sicurezza nonostante la loro carcerazione. Rapporti che poi portano all’uccisione dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile. Noi riteniamo che siano presenti in atti le tracce indispensabili in questa sede ad andare a verificare la fase antecedente al cosiddetto protocollo Farfalla».

I rapporti con Finivest fino alla nascita di Forza Italia

Sul fronte della cosca Piromalli e sulla vicenda di Angelo Sorrenti, infine, Lombardo ha sottolineato come la seconda integrazione istruttoria servirà alla Corte, «a quella parte di ricostruzione che riguarda i rapporti con Fininvest e quindi con il gruppo Berlusconi nel momento in cui ci si intrattiene lungamente nel processo di primo grado su quello che è il ruolo di Forza Italia, in un tristissimo disegno che guarda caso si conclude proprio nel momento in cui Forza Italia diventa una componente politica effettiva nel panorama italiano».

 

Foonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/01/19/le-trame-oscure-della-ndrangheta-dietro-la-falange-armata-cerano-mafie-e-servizi-deviati/

Napoli, la camorra è diventata social: boss influencer e feste sfarzose per ostentare potere

Napoli, la camorra è diventata social: boss influencer e feste sfarzose per ostentare potere

Dalla faida di Ponticelli alla guerra tra clan di Fuorigrotta, l’emergenza criminalità a Napoli è oramai a un nuovo picco. E domani, 19 gennaio alle ore 10, il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, sarà in Prefettura per il Comitato ordine e sicurezza per individuare nuove strategie di lotta alla criminalità. Ma i nuovi clan si sfidano non solo con bombe, agguati e «stese» ma anche con post e stories sui social. Dove ostentano ricchezze, armi e potere. È la social-camorra, un nuovo spazio semantico che mostra come le nuove forme criminali siano capaci di sfruttare gli algoritmi delle piattaforme digitali. D’altronde la camorra, storicamente, ha sempre prestato la massima attenzione alla fascinazione, per creare mondi condivisi, modelli da imitare, narrando storie di criminali come se fossero epiche avventure di eroi popolari.

Gli hashtag e gli emoticon dei clan

La camorra sui social ha creato una sua narrazione e una sua semantica, anche per reclutare nuovi affiliati. Ha i suoi influencer e i suoi follower attirati e coinvolti con un linguaggio nuovo. Il simbolo della siringa è utilizzato per sancire i patti di sangue. Le catene servono ad esaltare i detenuti del clan. I cuori sono neri e i leoni indicano gli affiliati che in «carcere si riposano». I post sono sgrammaticati, copiati, diretti e immediati. La lingua di questa narrazione di Napoli è un nuovo napoletano, uno slang disarticolato, quello masticato e sputato dai rapper partenopei su giri di beat da ghetto americano. L’utilizzo degli hashtag non è mai casuale ma serve a canalizzare il flusso di offese e di minacce nei confronti dei nemici, primi fra tutti i collaboratori di giustizia che diventano “#Nfami” (infami; ndr).

 

Le social-faide

 

Dalla faida di Ponticelli, tra clan in lotta per il controllo del territorio, a quella di Fuorigrotta dove la camorra flegrea si sta affrontando con una violenza sempre più incontrollabile, con agguati in pieno giorno tra la folla del mercato, con esecuzioni esemplari come quella che, poco dopo la mezzanotte del 31 dicembre, ha aperto il nuovo anno, lo scontro tra i vari gruppi criminali lo si può seguire anche sulle piattaforme digitali. Ponticelli è il quartiere dove esiste un clan che nasce proprio sulla potenza di fascinazione che riesce a mettere in campo sui social, quello degli XX. Un sodalizio nato nel 2017 attorno alla figura di Antonio De Martino, che riesce, con una vera e propria campagna social, ad attrarre nuove leve. Ogni suo post si conclude con la sigla XX. Foto di vacanze di lusso, di bottiglie di champagne e di locali alla moda. De Martino, con i suoi post, si trasforma in un vero e proprio influencer, capace di stimolare le fantasie di giovanissimi ragazzi pronti a diventare XX. I muri di Ponticelli si riempiono della sigla del clan e quando il boss viene arrestato per omicidio e condannato all’ergastolo, gli XX sono ormai un esercito di giovani in barba lunga, capaci di usare i social ma anche di essere spietati.

Le feste e gli sfarzi

Un altro caso paradigmatico di questo fenomeno sono le feste di famiglia che vengono condivise sui social come segno di potenza e ricchezza. L’esempio più chiaro è stata quella per il 18esimo compleanno di Massimiliano Junior Esposito, figlio di Massimiliano detto “o’Scagnat”, secondo gli inquirenti ai vertici del clan Esposito, egemone nel quartiere di Bagnoli, e ora in carcere al 41bis. Il festeggiato, nei video diventati virali sui social, infilato in una camicia dorata e in un completo bianco, fende folle di ammiratori tra bottiglie di champagne, ballerine in abiti succinti, neomelodici e rapper. Il “6.5”, il simbolo del clan Esposito, aleggia sul ciondolo enorme attaccato ad una catena d’oro che il festeggiato porta al collo come i rapper americani. Quei numeri però non sono un’innocente, per quanto kitsch, moda adolescenziale, ma sono un marchio chiaro, indicano la sesta e la quinta lettere dell’alfabeto, la F di Famiglia e la E di Esposito.

Le corse in moto e le frasi a effetto

Ma Junior è un ragazzo che utilizza i social come i suoi coetanei, per raccontare la sua vita. Sui suoi profili ci sono le corse in moto senza casco, le riprese dei suoi gioielli e le frasi dedicate al padre. Il 14 settembre Junior trasforma anche il momento nel quale si è costituto al commissariato San Paolo di Fuorigrotta, dopo essere stato raggiunto da un ordine di carcerazione del Tribunale dei Minori di Napoli, in un evento social. Con una storia su Instagram pubblica la foto che lo ritrae mentre entra nel commissariato alzando il dito medio. Sull’immagine campeggia la scritta “a faccia toja” (alla faccia tua; ndr) e un emoticon di un omino con il turbante e la barba che, secondo gli inquirenti, sarebbe un chiaro riferimento al collaboratore di giustizia Yusseff Aboumouslim, ritenuto braccio destro del padre, poi arrestato e pentitosi. Una scelta di collaborare con la giustizia fatta da Aboumouslim, fu commentata da Junior su Facebook con un post nel quale scriveva: «Abbiamo un tumore in famiglia». Un messaggio chiaro e netto contro i nemici di sempre «i pentiti». Il giovane rampollo dell’area flegrea non si limita a mostrarsi in pose e in atteggiamenti da boss. A poche ore dall’omicidio di Salvatore Capone, ucciso in un agguato di camorra dopo la mezzanotte del 31 dicembre scorso, sul suo profilo TikTok Junior pubblica un video con una serie di immagini che lo ritraggono con la vittima e una frase «sei morto da guerriero sangue mio». Mentre gli inquirenti stanno ancora indagando, sul social cinese si possono leggere già le dinamiche di una guerra di camorra che non ha nessuna intenzione di rimanere nascosta.

Dai caseggiati popolari alle bacheche social

La social-camorra è un fenomeno che fa emergere come la criminalità organizzata sia parte della nostra società, quanto sia visibile e come si muova a stretto contatto con mondi legali. Un fenomeno che ha sempre vissuto nella claustrofobia del margine, con i social, invece, esce dai quartieri disagiati, dagli agglomerati di caseggiati popolari fatiscenti e si rilancia nel mondo arrivando sulle bacheche di tutti con un linguaggio che si adatta agli algoritmi e alle forme della nuova società globale.

19 gennaio 2022

 

Fonte: https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/22_gennaio_18/napoli-camorra-diventata-social-boss-influencer-feste-sfarzose-ostentare-potere-fd2dba4e-7874-11ec-aa2f-9d439df01b12.shtml

 

Lamorgese a Napoli, ecco il piano di sicurezza integrata ma è polemica sulla videosorveglianza

SONO  ANNI CHE L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO STA CHIEDENDO UNA “ LEGGE SPECIALE” PER NAPOLI CON L’ASSEGNAZIONE DI FONDI ADEGUATI PER LA REALIZZAZIONE  DI SCUOLE,POSTI DI LAVORO,SPAZI PER I GIOVANI E UN COORDINAMENTO DELLE FORZE DI POLIZIA E L’ISTITUZIONE DI UNA CENTRALE UNICA D’INTERVENTO

 

Lamorgese a Napoli, ecco il piano di sicurezza integrata ma è polemica sulla videosorveglianza

Mercoledì 19 Gennaio 2022 di Giuseppe Crimaldi e Leandro Del Gaudio

È stato firmato oggi in prefettura il Patto integrato per la sicurezza di Napoli. «Un accordo importante che introduce un metodo di lavoro di condivisione di scelte e obiettivi, mettendo tutti gli attori e le istituzioni attorno allo stesso tavolo per fare la loro parte in uno spirito di condivisione» ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese «per la promozione e l’attuazione di un sistema di sicurezza partecipata e integrata per lo sviluppo della Città di Napoli.

Il prefetto Claudio Palomba ha illustrato i punti del Piano proprio in presenza del ministro Lamorgese, del sindaco Manfredi e del governatore De Luca. Dopo un primo colloquio a porte chiuse, in presenza dei capi degli uffici giudiziari, il prefetto ha ricordato il lavoro che la Prefettura sta conducendo in sinergia con la Procura, per quanto riguarda il fenomeno delle case occupate dai clan, ma anche l’esigenza di mettere attorno allo stesso tavolo anche soggetti privati e del mondo associativo.

Il prefetto ha ricordato anche il dramma della dispersione scolastica (solo nel 2021 duemila caso di abbandono dei banchi a Napoli), che raggiunge picchi altissimi in alcune fette dell’area metropolitana.

Poi la parola è passata al governatore De Luca che ha ricordato l’emergenza babygang, «che richiede anche un intervento legislativo», a proposito di sanzioni nei confronti degli under 18; ma anche gli investimenti in materia di videocamere: «Abbiamo investito 3 milioni di euro per le videocamere in zona baretti a Chiaia e a Scampia, non vorremmo che accada quello che è successo con il vecchio sindaco: noi non creiamo gli impianti e il comune non pagava la bolletta di Enel».

Poi rivolgendosi al ministro ha anche «fornito i nomi di chi sta occupando abusivamente piazza della Concordia a Salerno, dove tre o quattro abusivi creano la più evidente situazione di degrado in Italia. Ecco i nomi, se è necessario lavoro a cottimo per voi…».

Dopodiché c’è stato un piccolo botta e risposta tra il ministro Lamorgese e il sindaco Manfredi. È accaduto durante l’intervento del Ministro che ha confermato la necessità di implementare il sistema di videsorveglianza sul territorio (“funzionano solo al 75%”) ricordando però che dal Comune di Napoli non sono arrivati progetti che invece sono arrivati da altri comuni del territorio metropolitano. Intervento immediato del sindaco Manfredi che – sommessamente e fuori dal microfono – ha ricordato che “stiamo lavorando”.

Nel suo intervento, il ministro Lamorgese, ha inoltre ricordato l’importanza di un confronto anche con altri soggetti, facendo un esplicito riferimento al collega di governo Bianchi: «Oggi dovevamo essere qui anche con il ministro all’istruzione e con il vescovo, magari in un’altra occasione riusciamo a trovare una possibilità di confronti. Babygang significa evasione scolastica, dunque bisogna agire su livelli differenti».

Quanto alla segnalazione del governatore De Luca, il ministro ha assicurato: «Segnalerò al prefetto il caso di piazza Concordia per eliminare queste ed altre sacche di degrado».

È toccato ancora al governatore, riprendere la parola è ricordare il buco milionario provocato dal reddito di cittadinanza che, al di là delle persone realmente bisognose, rischia anche di favorire una manovalanza criminale. Bisogna intervenire subito e fare chiarezza.

«Sul Pnrr abbiamo consapevolezza della possibilità di infiltrazioni delle mafie, proprio per questo come Amministrazione dell’Interno abbiamo cercato fin dall’inizio della pandemia di mettere in sicurezza alcune procedure» ha quindi detto evocando il rischio di infiltrazioni mafiose il ministro.

«Ritengo questo accordo di sicurezza integrata molto importante per il tipo di approccio scelto che guarda a misure sociali e dello sviluppo oltre che di controllo» ha invece detto Manfredi sottolineando che il tema della sicurezza «in una città come Napoli e in Campania è centrale e sappiamo tutti che se non saremo in grado di garantire sicurezza, tante idee legate allo sviluppo della città e dell’area metropolitana resteranno buoni propositi ma non si concretizzeranno in un reale cambiamento». «È importante investire in videosorveglianza – ha affermato il sindaco – ma dopo l’installazione delle telecamere è necessaria la gestione e l’integrazione dei sistemi. La Regione così come il Governo ci saranno vicini perché ci sono quartieri della città, penso all’area occidentale e a quella orientale, in cui la videosorveglianza è quasi assente e serve un’accelerazione». Il sindaco ha annunciato che il Comune è a lavoro anche per implementare l’illuminazione pubblica «strumento per aumentare la percezione di sicurezza dei cittadini».

 

Il sindaco Manfredi ha ricordato l’Intervento sil patrimonio comunale e gli investimenti nei vigili urbani, in attesa delle risorse del Pnrr.

 

Fonte: https://www.ilmattino.it/napoli/politica/napoli_piano_sicurezza_ministro_lamorgese_telecamere-6448841.html

Monito di Lamorgese: sul Pnrr rischio infiltrazioni della criminalità. Accordo per Napoli: in arrivo 263 nuovi agenti

Monito di Lamorgese: sul Pnrr rischio infiltrazioni della criminalità. Accordo per Napoli: in arrivo 263 nuovi agenti

Redazione

Il Pnrr fa gola alla mafia. A margine della firma di un accordo per l’attuazione di un sistema di sicurezza partecipata nella città di Metropolitana di Napoli, è il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a mettere in guardia da possibili infiltrazioni mafiose nei ricchi progetti del piano nazionale di ripresa e resilienza. “Sul Pnrr – spiega il titolare del Viminale – abbiamo consapevolezza della possibilità di infiltrazioni delle mafie, proprio per questo come Amministrazione dell’Interno abbiamo cercato fin dall’inizio della pandemia di mettere in sicurezza alcune procedure”. La ricetta è nota, servono controlli, come fatto in occasione della prima ondata di Covid: “Ricordo – aggiunge il ministro – quando il Governo all’inizio della pandemia ha cercato di far fronte alle povertà emergenti dovute alla chiusura di negozi e attività commerciali, ed è intervenuto con un cospicuo intervento economico. Noi abbiamo compreso che c’era l’esigenza di procedere immediatamente, però non rinunciando ai controlli necessari, che sono stati utili e sono stati fatti. Laddove è risultato che qualcuno non ne aveva diritto o che ci fosse la criminalità organizzata dietro, con le forze di polizia e con la magistratura si è andati avanti nell’azione di repressione, recuperando quello che era stato dato impropriamente. Bisogna essere certi – l’impegno del Viminale espresso dal ministro – che i fondi del Pnrr finiscano nelle mani giuste. Noi come ministero abbiamo fatto accordi con Sace e Cassa Depositi e Prestiti ma dobbiamo stare attenti perché le mafie si adeguano brevemente ai nuovi corsi”. Al centro della giornata del ministro la stipula del patto per Napoli. Un accordo cornice, come precisa lo stesso titolare del Viminale: “Ci siamo dati un metodo e piano di azione da portare avanti assieme.

I napoletani – ha spiegato – hanno diritto ad avere una città più sicura. L’accordo è un metodo di lavoro, e non una cornice vuota, che mette attorno al tavolo tutti i protagonisti”. Nel merito nel 2022 arriveranno 263 nuovi agenti di polizia di cui 182 nella sola Questura di Napoli, in parte a compensare il previsto turn over. Numeri per fronteggiare altri numeri, quelli relativi agli indicatori di criminalità che sono in aumento: “Il dato nel territorio napoletano vede indici in crescita rispetto al resto del Paese: +10,9% nella città metropolitana e +15,3 % a Napoli città. Nel biennio 2019-2020, segnato dalla pandemia, il dato nella città metropolitana aveva fatto segnare un – 14,8%”. Forze in più che serviranno a fronteggiare le varie criticità esposte dagli enti locali, il Presidente della Regione Vincenzo De Luca e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, cofirmatari dell’accordo. Anche a loro sembra rivolgersi il ministro quando puntualizza: “Ovunque vado mi chiedono un incremento di personale però secondo me molto bisogna operare in termini di responsabilità civile e agendo sul contesto sociale di base a partire dal ruolo della scuola”. Ci sono poi i casi particolari come la videosorveglianza che a Napoli funziona al 75%. Colpa di qualche bolletta elettrica non pagata in passato dal Comune – come sottolinea De Luca – e che il neo sindaco Manfredi si è impegnato a risolvere in tempi brevi. E poi l’allarme sul reddito di cittadinanza lanciato da De Luca. “Nell’area metropolitana di Napoli – ricorda – registriamo truffe sul reddito di cittadinanza per 5 milioni di euro. È indispensabile un lavoro di filtro preventivo particolarmente rigoroso – la richiesta del governatore – per evitare che queste misure diventino fonte di reddito per la manovalanza della camorra”.

Fonte: https://www.metropolisweb.it/2022/01/19/monito-lamorgese-sul-pnrr-rischio-infiltrazioni-della-criminalita-accordo-napoli-arrivo-263-nuovi-agenti/

Palagonia, arrestato l’assessore allo sport: è accusato di concorso in un omicidio di mafia

Palagonia, arrestato l’assessore allo sport: è accusato di concorso in un omicidio di mafia

19 Gennaio 2022

Di Stella Ponte

“Avrebbe fatto da tramite tra il mandante ed alcuni esponenti di rilievo della cosca mafiosa della ‘Stidda’ per il reperimento del killer, per vendicare la morte di Marco Leonardo”: con questa terribile accusa è stato arrestato Antonino Ardizzone, assessore con delega alle Attivita’ ricreative, Sport, Turismo e Spettacolo, l Comune di Palagonia. I carabinieri del comando provinciale di Catania coordinati dalla locale Procura distrettuale lo hanno arrestato con l’accusa di concorso nell’omicidio di Francesco Calcagno, assassinato nel paese della Piana di Catania il 23 agosto del 2017. Sarebbe stata la vendetta per l’uccisione di Marco Leonardo ucciso da Calcagno il motivo dell’omicidio di quest’ultimo. Ad Ardizzone, arrestato dai carabinieri in esecuzione di un’ordinanza del Gip di Catania, la Procura distrettuale etnea contesta il reato di concorso in omicidio aggravato anche per agevolare l’attività criminosa di un gruppo mafioso attivo a Canicattì e Palagonia ritenuto un’articolazione territoriale della “Stidda”. Secondo l’accusa “Ardizzone su richiesta del mandante (da individuarsi tra i soggetti vicini a Marco Leonardo), si sarebbe attivamente adoperato, con l’aiuto di esponenti di rilievo del citato sodalizio mafioso – dallo stesso conosciuti come tali – per la ricerca e il reperimento del killer che avrebbe dovuto eseguire materialmente l’omicidio del Calcagno”. Killer che sarebbe stato identificato come Luigi Cassaro, arrestato e condannato a 30 di carcere con sentenza definitiva.

Fonte: https://www.juorno.it/palagonia-arrestato-lassessore-allo-sport-e-accusato-di-concorso-in-un-omicidio-di-mafia/

L’allarme del presidente del Tribunale di Catanzaro: «Mancano giudici e personale»

L’allarme del presidente del Tribunale di Catanzaro: «Mancano giudici e personale»

Le parole di Palermo nel corso dell’audizione in Commissione parlamentare antimafia: «Con i trasferimenti la situazione potrebbe peggiorare»

di Redazione 19 gennaio 2022

«Veramente allarmante». Così il presidente del Tribunale di Catanzaro Rodolfo Palermo ha definito la situazione del suo ufficio nel corso dell’audizione in Commissione parlamentare antimafia. Un quadro che provoca ripercussioni sul lavoro della Direzione distrettuale antimafia, guidata da Nicola Gratteri. Non a caso la parte delle dichiarazioni riguardanti l’ufficio Gip/Gup é stata secretata. È in questo ufficio, infatti, che confluiscono le richieste di misure cautelari che partono dalla Dda. Quello di Catanzaro è un Tribunale distrettuale, capofila di altri sei Tribunali distribuiti nelle province, oltre che del capoluogo, di Vibo Valentia, Cosenza e Crotone, due terzi del territorio dell’intera Calabria.

«Il nostro ufficio – ha detto il presidente Palermo – può contare su un organico di 52 unità, che sono pochi. C’è un presidente di tribunale, cinque presidenti di sezione e 46 magistrati. Poi ci sono i giudici onorari, che sono 26, ma abbiamo una scopertura importante anche in questo settore perché ce ne sono 6 in meno. Al momento, nel Tribunale di Catanzaro sono vacanti 11 posti. E la situazione potrebbe andare a peggiorare perché di recente è stato pubblicato un bando per i trasferimenti di giudici di primo grado. E da Catanzaro sono state presentate ben 9 domande di trasferimento. Quindi, entro breve tempo, se dovessero andare in porto tutte e nove le domande di trasferimento, ci troveremmo di fronte ad una scopertura complessiva di 20 posti su 52».

Il presidente Palermo ha fatto poi riferimento al Tribunale del riesame, «sul quale si riversa – ha detto – non solo l’attività della Dda e della Procura ordinaria del capoluogo, ma anche quella di tutte le altre Procure su cui ha competenza, Lamezia Terme, Vibo Valentia, Castrovillari, Paola, Crotone e Cosenza. Una situazione difficile se si considera che gli 8 giudici che compongono il Tribunale del riesame, compreso il presidente di sezione, fronteggiano l’attività di ben 80 procuratori di tutto il Distretto». Sul Riesame, inoltre, si riversano le richieste di misure di prevenzione, personali e reali, delle sette Procure del Distretto, di quattro Questori e della Dia.

Fonte: https://www.lacnews24.it/cronaca/l-allarme-del-presidente-del-tribunale-di-catanzaro-mancano-giudici-e-personale_149090/

Quartieri Spagnoli in fermento. I gruppi della ‘mala’ si riarmano

Quartieri Spagnoli in fermento. I gruppi della ‘mala’ si riarmano

Tensione tra le numerose ‘famiglie’ che si contendono i vicoli puntando sullo spaccio di stupefacenti e le estorsioni

Di Marco Maffongelli -18 Gennaio 2022

NAPOLI – Fibrillazioni nei vicoli dei Quartieri Spagnoli. Da qualche settimana la tensione si sta alzano nel cuore della città. Le stradine, che spesso sono frequentate da persone che vogliono trascorrere qualche ora in allegria muovendosi tra un locale e un altro, rischiano di tornare pericolose come un tempo. I segnali registrati dalle forze dell’ordine non tranquillizzano, semmai preoccupano.

Il ferimento di Ciro De Crescenzo è solo l’ultimo episodio. La vittima, pur non ritenuto dagli investigatori intraneo alle dinamiche della criminalità organizzata, è comunque imparentato con le persone che gestiscono la piazza di spaccio denominata ‘’a sposa’, una delle più grandi e redditizie dei Quartieri Spagnoli. Al di là, quindi, dell’ipotesi del regolamento di conti per questioni personali, esplodere un colpo d’arma da fuoco all’indirizzo di De Crescenzo potrebbe significare voler inviare un ‘messaggio’ ai suoi familiari e anche agli altri gruppi che ‘popolano’ il quartiere di Montecalvario.

Per questo gli investigatori non danno per scontato che il racconto di De Crescenzo (in ospedale ha riferito di essere stato vittima di una rapina da parte di alcuni malintenzionati e di essere stato ferito da uno di loro dopo aver reagito) sia vero. Per gli investigatori potrebbe esserci molto altro. Per questo stanno attenti a ciò che succede tra i vicoli.

Del resto il ferimento di De Crescenzo è solo l’ultimo episodio di una certa gravità. Nelle ultime settimane si sono registrate ‘stese’, danneggiamenti e altri ferimenti. Insomma, la tensione ai Quartieri Spagnoli è alta. E bisogna fare i conti con i tanti gruppi presenti nella zona, molto spesso a carattere familiare, che potrebbero dare vita ad alleanze.

Facendo un rapido calcolo si può contare una dozzina di sodalizi attivi in zona, a cominciare dal gruppo del ras Eduardo Saltalamacchia. Ma ci sono anche i Masiello, ritenuti vicini proprio ai Saltalamacchia, nonché i Ricci ‘fraulella’, imparentati con i D’Amico di Ponticelli, i Mariano del boss Ciro ’o picuozzo anche se rispetto a qualche anno fa si sono parecchio indeboliti a seguito degli arresti e del pentimento di Marco Mariano, i Verrano, i Valentinelli che sono imparentati con i Farelli, gli Esposito, i Trongone, i Prinno, più altri gruppetti. Insomma, lo scenario è particolarmente frammentario e ciò non fa altro che rendere più difficile mantenere la tregua tra i gruppi anche da parte di fazioni più grandi e pericolose. Per questo potrebbero determinarsi contrapposizioni sempre più forti, al punto da generare una vera e propria guerra di camorra per imporre i propri affari illeciti, costituiti soprattutto dallo spaccio di sostanze stupefacenti e dalle estorsioni.

Fonte: https://cronachedi.it/quartieri-spagnoli-in-fermento-i-gruppi-della-mala-si-riarmano/

Corruzione: Morace patteggiamento bis, ex senatrice Vicari a giudizio

Corruzione: Morace patteggiamento bis, ex senatrice Vicari a giudizio

Mare Monstrum: per il secondo troncone giudiziario della “tangentopoli del mare” vanno a processo anche l’ex dirigente della Regione Salvatrice Severino e Giuseppe Montalto ex segretario particolare dell’assessore Pistorio

Da Rino Giacalone -18 Gennaio 2022

L’ex sottosegretario Simona Vicari è stata rinviata a giudizio per corruzione assieme all’ex dirigente della Regione Salvatrice Severino e a Giuseppe Montalto, ex segretario particolare del senatore Pistorio, assessore regionale alle Infrastrutture e ai Trasporti durante il governo presieduto da Rosario Crocetta. Il gup del Tribunale di Trapani, giudice Roberta Nodari, ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Trapani, pm Belvisi e Sardoni. Si tratta del procedimento scaturito dall’indagine dei Carabinieri denominata “Mare Monstrum”, la cosiddetta “tangentopoli del mare”. L’indagine sulle maxi tangenti pagate dagli armatori della Ustica Lines, ora Liberty Lines, Vittorio ed Ettore Morace, padre e figlio, per ottenere favori a proposito degli oneri pubblici assegnati dalla Regione ai collegamenti navali veloci tra la Sicilia e le isole minori. Una indagine inizialmente coordinata dalla Procura di Palermo, ma poi finita per competenza alla Procura di Trapani, e che nel 2017 vide finire in manette tra gli altri Ettore Morace e l’allora deputato regionale ed ex sindaco di Trapani Girolamo Fazio, nei confronti di quest’ultimo è ancora in corso il processo dinanzi al Tribunale di Trapani. Ettore Morace ha patteggiato per le accuse di corruzione in concorso con l’onorevole Fazio, condanna a 18 mesi, e adesso ha nuovamente patteggiato per le accuse di corruzione delle quali rispondeva assieme alla senatrice Simona Vicari, a Montalto e alla dirigente della Regione Salvatrice Severino. Morace jr dovrà risarcire inoltre le parti civili, tra questi c’è l’ex dirigente Siremar Giuseppe Prestigiacomo: inviso a Ettore Morace, Prestigiacomo si vide bloccare la nomina a consulente della commissione parlamentare regionale che si occupava dei trasporti, ed in una intercettazione traspare la preoccupazione di Morace jr esternata a Giuseppe Montalto, e da questi condivisa, legata al fatto che quella nomina avrebbe potuto far saltare gli accordi illeciti intessuti all’interno dell’assessorato regionale ai Trasporti e alla Mobilità. Il gup Nodari ha condannato così Ettore Morace a un anno e nove mesi (pena sospesa). Rinvio a giudizio, prima udienza il prossimo 10 marzo, per l’ex sottosegretario Simona Vicari, che ebbe in regalo un Rolex da Ettore Morace per avere fatto approvare un emendamento nell’ambito della legge finanziaria 2017, che favorì la società armatoriale; per la ex dirigente della Regione Salvatrice Severino, finita sotto inchiesta per avere scritto i bandi di gara per le rotte navali onorate secondo il gradimento dei Morace ma anche per avere chiuso gli occhi dinanzi a rendicontazione gonfiate ( ha però ottenuto la prescrizione per uno dei numerosi capi di imputazione, e risponde anche di turbata libertà degli incanti) e per Giuseppe Montalto, che sarebbe stato la longa manus di Morace jr dentro l’assessorato. Sullo sfondo dello scenario dell’indagine si colgono altri nomi importanti della politica regionale: proprio a proposito delle accuse contestate a Montalto vi è quella che si sarebbe adoperato per fare ottenere dall’attuale parlamentare regionale Marianna Caronia una maxi liquidazione di fine rapporto pari a 100 mila euro, quando questa si ritrovò dipendente della Sns, società gestita da Morace e nella quale fu assorbita la Siremar dalla quale la Caronia era dipendente. Sanzione pecuniaria pari a 60 mila euro è stata inflitta dal gup Nodari alla società Liberty Lines che era stata coinvolta nella richiesta di rinvio a giudizio per tutta una serie di illeciti amministrativi. Da questo troncone giudiziario è uscito l’anziano Vittorio Morace, ex patron del Trapani Calcio, da anni trasferitosi in Spagna, nei confronti del quale già il gup del Tribunale di Palermo aveva deciso il non luogo a procedere per riconosciuta irreversibile incapacità a partecipare al processo. Nell’indagine “Mare Monstrum” è stato indagato anche l’ex Governatore Rosario Crocetta, la cui posizione però è rimasta per competenza dinanzi al Tribunale di Palermo.

Fonte: https://www.alqamah.it/2022/01/18/corruzione-morace-patteggiamento-bis-ex-senatrice-vicari-a-giudizio/

Rinascita Scott: gli insediamenti industriali nel Vibonese, il ruolo di Pittelli e gli incontri con Mancuso

Rinascita Scott: gli insediamenti industriali nel Vibonese, il ruolo di Pittelli e gli incontri con Mancuso

In aula la vicenda della società Trust Plastron con protagonisti anche Giovanni Giamborino, l’ingegnere Francesco Basile e un ex collaboratore dell’allora deputato di Forza Italia

di Giuseppe Baglivo 18 gennaio 2022

Porta a Polia ed a Monterosso Calabro un intero capitolo dell’inchiesta Rinascita Scott trattato in aula – dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia – dall’investigatore dei carabinieri del Ros di Catanzaro, Alessandro Caruso. Un’attività di indagine che chiama in causa diversi soggetti, alcuni dei quali non indagati e che cerchiamo di ricostruire.

Per gli inquirenti la società Axioergos srl di Monterosso Calabro avrebbe costituito «il frutto di un sistema finemente architettato finalizzato all’acquisizione di agevolazioni pubbliche (legge 488/92)» ideato e gestito da quello che i carabinieri del Ros nelle loro informative – e la stessa Dda nella loro richiesta di custodia cautelare – hanno definito come «una sorta di “gruppo di potere” costituito formalmente da Domenico Salvatore Galati (cl. ’67), l’ingegnere Francesco Basile ed Egidio Sora – ciascuno con ruoli ben delineati – occultamente da Giancarlo Pittelli e Luigi Mancuso, quale portatore di interessi economici e con un ruolo di “dominus” deputato alla risoluzione di controversie createsi tra gli altri protagonisti della vicenda, per la spartizione di importanti somme di denaro acquisite”. Domenico Galati ed Egidio Sora non sono indagati per tale vicenda, così come l’ingegnere vibonese Francesco Basile, imputato in Rinascita Scott per altra storia.

La restituzione dei soldi

La prima conversazione utile alla ricostruzione degli avvenimenti è stata intercettata il 20 febbraio 2016 tra Giovanni Giamborino di Piscopio (imputato nel maxiprocesso) e Domenico Galati di Monterosso (non indagato, ex collaboratore di Pittelli) nella quale emergeva per la prima volta una sorta di “esposizione debitoria” di Giancarlo Pittelli nei confronti di Domenico Galati e di Francesco Basile. L’avvocato Pittelli, in tale “progetto comune”, avrebbe ricevuto una consistente somma di denaro da un terzo soggetto di cui non veniva fatto il nome (successivamente identificato in Egidio Di Sora) ma sul conto del quale Galati affermava: “I soldi gliel’ha dati veramente, credimi sulla…mia mamma…io…pure che non mi risponde al telefono…, glieli ha dati veramente i soldi, credimi”.

Giovanni Giamborino avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra Giancarlo Pittelli e Francesco Basile per il recupero di denaro in favore di quest’ultimo e, in virtù di ciò, avrebbe ottenuto liquidità monetaria da utilizzare per i propri interessi.

Dalle intercettazioni emerge quindi – ad avviso degli inquirenti  – che Giovanni Giamborino avrebbe dovuto ricevere da Pittelli la somma di denaro destinata all’ingegnere Basile, salvo poi rinviare tale dazione direttamente ad un successivo incontro organizzato tra Pittelli e Luigi Mancuso.

L’intervento di Luigi Mancuso

Tale circostanza, secondo la ricostruzione del Ros, sarebbe confermata dal fatto che Pittelli il 18 marzo 2016 si è incontrato con Luigi Mancuso, con quest’ultimo che dimostrerebbe quindi «sicuri interessi nella vicenda Trust».

Giamborino avrebbe ribadito nelle intercettazioni che Giancarlo Pittelli “stava tirando la corda”, riferendo che avrebbe garantito che per fine anno avrebbe saldato a terza persona (Francesco Basile) la somma di 200mila euro corrispondente ai “soldi dei lavori e della perizia” e peraltro non l’intera cifra, bensì solo la metà. Sempre dalle intercettazioni, i carabinieri del Ros ricavano il dato che Pittelli degli oltre 500 mila euro ricevuti da Di Sora dovesse riconoscere una parte anche a Luigi Mancuso.

In altre intercettazioni, Pittelli lamentandosi con Giovanni Giamborino in ordine al fatto che la situazione creatasi andava avanti da dieci anni, addossandone la colpa alla “denuncia di Galati”, rammentava di averne parlato direttamente con Luigi Mancusocon il quale si era accordato per dilazionare l’estinzione del debitoQuando avrò qualcosa gliela darò”,esigendo che sia Basile che Galati non ritornassero in argomento: “…non mi deve rompere i coglioni…che mi chiamano…”

Giovanni Giamborino avrebbe però ribattuto al suo interlocutore che anche Francesco Basile era stato a trovare Luigi Mancuso, accompagnato dallo stesso Giamborino“… da Luigi è venuto con me l’ingegnere… è venuto con me, una volta sola l’ha visto”. Pittelli concludeva però – stando alle intercettazioni – con tali parole: “…devi dirgli…, l’unica cosa se lo lasciate fottere tutti a Pittelli…”.

Continua a leggere su IlVibonese.it

 

Fonte: https://www.lacnews24.it/cronaca/rinascita-scott-gli-insediamenti-industriali-nel-vibonese-il-ruolo-di-pittelli-e-gli-incontri-con-mancuso_149020/

Massoneria e ‘ndrangheta ad Aosta, dalla “loggia” al progetto di una nuova «obbedienza»

Massoneria e ‘ndrangheta ad Aosta, dalla “loggia” al progetto di una nuova «obbedienza»

La presenza e l’operatività della “locale” valdostana. L’affiliazione «in una tavernetta» per «aumentare il proprio peso e l’autorevolezza»

Pubblicato il: 18/01/2022 – 6:19

di Fabio Benincasa

COSENZA L’affiliazione ad una loggia massonica di alcuni esponenti della “locale” di Aosta assume rilievo come ulteriore elemento dimostrativo della presenza ed operatività nel territorio della consorteria. L’adesione alla massoneria di alcuni dei partecipanti delle cellule attive al Nord è stata utile per ricostruire i legami e i rapporti nel settore economico, imprenditoriale e politico sia della società civile valdostana sia al di fuori dei confini regionali. Questo quanto emerge, in uno dei passaggi contenuti nelle oltre 800 pagine di motivazioni della sentenza del processo “Geenna”, svoltosi con rito abbreviato (leggi qui).

La nascita della «commanderia dei cavalieri templari»

Nicola Prettico (condannato a 8 anni) e Antonio Raso (condannato a 10 anni) entrano in contatto con un G.S., non indagato e non imputato nel procedimento Geena. Dalle conversazioni intercettate si evince l’intenzione di quest’ultimo «non solo di costituire una loggia», ma di rendere concreto il progetto di una nuova «obbedienza»: un gruppo articolato denominato “Gran Loggia” a cui farebbe capo la “loggia di Aosta”. Per realizzare quanto immaginato, G.S. si adopera per reclutare “fratelli”: persone già appartenenti alla massoneria. Individua due soggetti, Nicola Prettico e A.F. (quest’ultimo finito nelle indagini perché ritenuto «in collegamento anche con Marco Fabrizio Di Donato, condannato a 9 anni di reclusione»).
Dagli atti si evince come tra il 24 giugno e il 19 settembre 2015, G.S. si fosse adoperato per la creazione di una «commanderia dei cavalieri templari» e di una «loggia massonica» ad Aosta. La circostanza emerge da una intercettazione con protagonisti G.S. e Prettico. Quest’ultimo dopo aver appreso delle intenzioni del suo interlocutore lamenta il mancato coinvolgimento di “Vincenzo”. Il riferimento – per chi indaga – è a Vincenzo Marrapodiex sindaco di San Giorgio Morgeto. L’esclusione dal progetto massonico dell’ex primo cittadino porterà al conseguente forfait di Prettico. Il progetto di G.S. tuttavia proseguirà nonostante gli intoppi e le defezioni e il 19 settembre del 2015 – in una tavernetta in Valle d’Aosta – avrà luogo la costituzione della «Commanderia di Aosta dell’Ordine Mondiale dei Cavalieri Templari di Jerusalem» a cui presero parte in qualità di cerimonieri G.S. e una donna, H.M.B.

Il rito di affiliazione

Il rito di costituzione, inizia alle 14.30. «Essendo uno dei cinque guardiani dell’Ordine Mondiale dei Templari» G.S. aveva la possibilità di creare i cavalieri senza attendere che fossero stati iniziati ai gradi inferiori. Tra gli aspiranti Cavalieri (postulanti) figura anche Antonio Raso. Il 20 settembre 2015, nella medesima tavernetta, sarà ufficialmente costituita «la loggia massonica Aosta n.1 San fantino dell’obbedienza massonica No Nobis».
Al termine del rito, chi indaga capta alcune conversazioni. In una intercettazione telefonica, Raso si mostra convinto di poter contare, con l’ingresso nella loggia, su una rete di relazioni e conoscenze da utilizzare per aumentare il proprio peso e la propria autorevolezza nella comunità calabrese presente in Valle d’Aosta. «Allora ti dico quanti calabresi ci sono in Valle d’Aosta, siamo un quarto della popolazione, 32.000», «ma tu puoi diventare un personaggio importante, no dobbiamo farlo sto’ movimento unico hai capito, sto gruppo politico con alternativa cristiana mi capisci che ti voglio dire». Le successive conversazioni, oggetto di intercettazione, daranno conto dei contatti con la massoneria e come l’appartenenza di alcuni esponenti della “locale di Aosta” si stata decisa e condivisa anche da Marco Fabrizio Di Donato, «funzionale agli interessi della consorteria mafiosa». «Nella massoneria lo ha fatto entrare a Nicola (Prettico) che gliel’ho detto io». Il soggetto chiamato in causa da Di Donato, in realtà, non viene coinvolto nel progetto, «appartiene ad un’altra loggia», come risulterà da altre conversazioni telefoniche captate. Per chi indaga, tuttavia, i rapporti tra ‘ndrine valdostane e associazioni segrete sono simbolo della capacità di «infiltrarsi stabilmente nel tessuto economico e politico».

 

Fonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/01/18/massoneria-e-ndrangheta-ad-aosta-dalla-loggia-al-progetto-di-una-nuova-obbedienza/

‘Ndrangheta in Toscana, sequestrati beni per il valore di 5 milioni di euro all’imprenditore arrestato per smaltimento di rifiuti tossici

‘Ndrangheta in Toscana, sequestrati beni per il valore di 5 milioni di euro all’imprenditore arrestato per smaltimento di rifiuti tossici

Il patrimonio sequestrato comprende numerosi terreni e abitazioni ubicati in Toscana, nelle province di Arezzo e Pisa, e in Calabria, nel crotonese, oltre a conti correnti, società e automezzi facenti capo all’indagato e al suo nucleo familiare

di F. Q. | 18 GENNAIO 2022

Sequestrati beni per un valore di 5 milioni di euro a Francesco Lerose, imprenditore calabrese attivo in Toscana nel settore dei rifiuti, già arrestato lo scorso aprile nell’operazione denominata ”Keu, dal nome del rifiuto derivante dall’attività di concia delle pelli che, nonostante presentasse particolari criticità ambientali, era stato riutilizzato per sottofondi stradali, terreni agricoli e opere pubbliche. L’operazione è stata portata avanti dalla Direzione investigativa antimafia (Dia), dal Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri (Noe) e dai Nuclei investigativi di Polizia ambientale agroalimentare e forestale (Nipaaf) di Firenze nell’ambito di un’attività congiunta e coordinata dalla Procura di Firenze.

Il patrimonio sequestrato comprende numerosi terreni e abitazioni in Toscana, nelle province di Arezzo e Pisa, e in Calabria, nel crotonese, oltre a conti correntisocietà e automezzi facenti capo all’indagato e al suo nucleo familiare. Dopo il sequestro seguirà la fase del giudizio ed il Tribunale dovrà decidere se disporre o meno la definitiva confisca dei beni sequestrati. I beni sono stati infatti sequestrati in esecuzione di una misura di prevenzione patrimoniale disposta dal Tribunale di Firenze, sulla base di una proposta di misura di prevenzione patrimoniale avanzata dall’Ufficio Misure di prevenzione e contrasto ai patrimoni illeciti della Procura della Repubblica di Firenze: per l’accusa l’imprenditore avrebbe accumulato nel corso degli anni “un ingente patrimonio di origine delittuosa“.

L’attività investigativa aveva anche permesso di acquisire riscontri circa la vicinanza del proposto a famiglie ‘ndranghetiste crotonesi riconducibili alla cosca Grande Aracri di Cutro (Kr). Tale circostanza peraltro è emersa in ulteriori recenti indagini coordinate dalla Dda fiorentina e condotte dalla sezione anticrimine del Ros di Firenze. Il provvedimento eseguito va, pertanto, ad assicurare che il patrimonio derivante dall’attività illecita non venga disperso e scaturisce dalla strategia di contrasto dei reati improntata all’approccio “follow the money”, ovvero inseguire l’ingiusto profitto delle attività illecite, ed è finalizzato a garantire la sottrazione dei patrimoni provento di reato, oltre ad assicurare strumenti per rimediare in via equivalente ai danni causati all’ambiente e ai terzi.

Stefano Vignaroli, presidente della Commissione Ecomafie del Parlamento, ha espresso in una nota i suoi complimenti alle forze dell’ordine per “l’intensa attività di sinergia coordinata dalla Procura di Firenze”. “Stando agli accertamenti degli inquirenti – continua Vignaroli -, l’imprenditore avrebbe riutilizzato i rifiuti derivanti dall’attività di concia delle pelli per sottofondi stradali, terreni agricoli e opere pubbliche, nonostante le evidenti criticità ambientali che lo stesso presentasse”. Il deputato ha spiegato inoltre che “l’attività d’inchiesta degli inquirenti si è rivelata fondamentale per svelare il complesso intreccio esistente tra imprenditoria malsanaorganizzazioni criminali e traffico e gestione dei rifiuti“. “Lo Stato deve continuare con forza il lavoro di contrasto alle Ecomafie, specie nel settore dei rifiuti” ha concluso Vignaroli.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/18/ndrangheta-in-toscana-sequestrati-beni-per-il-valore-di-5-milioni-di-euro-allimprenditore-arrestato-per-smaltimento-di-rifiuti-tossici/6460041/

LA REPUBBLICA DELLE STRAGI di Salvatore Borsellino

LA REPUBBLICA DELLE STRAGI di Salvatore Borsellino

17 Gennaio 2022

Ci sono occasioni nella vita in cui, per dovere morale e civile, non possiamo far finta di nulla per convenienza personale o per semplice ignavia, ma dobbiamo schierarci in modo chiaro e netto. Per questo motivo il Movimento Agende Rosse di Messina gruppo “Graziella Campagna”, e anche questa Testata giornalistica, si uniscono al grido di denuncia del suo presidente e fondatore nazionale Salvatore Borsellino che attraverso la sua lettera aperta, che pubblichiamo di seguito, esprime il pensiero e il sentimento di tutti noi.

di Salvatore Borsellino – Quando, il 2 luglio del 2007, scrissi quella lettera aperta, che intitolai “19 luglio 1992: una strage di Stato”, non avrei mai potuto immaginare lo scenario che oggi, a 15 anni di distanza, mi si presenta davanti agli occhi.

Quella lettera nasceva da anni di silenzio, dopo i primi cinque anni, dopo la morte di mio fratello, nel corso dei quali avevo a lungo coltivato la illusoria speranza che quella strage e quella morte avessero scosso l’indifferenza della gente, che la coscienza civile degli italiani si fosse finalmente risvegliata, che fosse reale quella che mi era sembrata essere la volontà di riscatto nella lotta alla criminalità organizzata che dallo Stato Italiano non è stata mai portata avanti con determinazione ma da sempre delegata soltanto ad una parte delle Istituzioni, alla Magistratura ed alle forze dell’ordine, che in questa battaglia solitaria hanno da sempre sacrificato i loro uomini migliori.

Dopo gli anni della speranza vennero gli anni della delusione e dello sconforto, gli anni in cui ho dovuto rendermi conto che quell’alba che mi era sembrato di intravedere era soltanto un miraggio, gli anni di quello che è stato chiamato il “ventennio” Berlusconiano, gli anni in cui la coscienza civile si è di nuovo assopita sotto il peso dell’indifferenza, gli anni della normalizzazione e del compromesso, della delegittimazione dei magistrati vivi e della mistificazione del messaggio di quelli morti.

Sono, quegli anni di silenzio, quelli in cui, a poco a poco, ho dovuto capire che la strage di Via D’Amelio era stata messa in atto per fermare quello che rappresentava un ostacolo insormontabile alla scellerata trattativa che pezzi deviati dello Stato avevano avviato con la criminalità organizzata nell’illusorio tentativo di fermare la guerra che i corleonesi di Totò Riina avevano dichiarato allo Stato.

Guerra che nasceva dalla rottura degli accordi tra mafia è politica conseguente alla conferma in Cassazione delle condanne del maxi processo, dalla volontà della mafia di vendicarsi di quei politici che non avevano mantenute le proprie promesse, e dalla necessità di determinare nello Stato un altro equilibrio politico ed altri referenti per quella convivenza tra mafia e Stato che la stessa mafia, e non solo quella, ritiene indispensabile per continuare ad esercitare il proprio potere.

Vana illusione quella che questa trattativa potesse fermare le stragi, perché se da una parte, al tavolo della trattativa c’è un Stato di diritto (o che dovrebbe essere tale) che per trattare può solo concedere dei benefici legislativi, l’abolizione dell’ergastolo ostativo, del 41 bis, modifiche alla legge sui collaboratori di Giustizia, l’ammissione della semplice dissociazione per accedere agli sconti di pena, dall’altro ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della trattativa non possono fare altro che quello che sanno fare, mettere in atto altre stragi, estendere il teatro delle stesse stragi, il teatro di guerra al “continente”, indirizzare gli attentati, secondo il suggerimento di “menti raffinatissime”, al patrimonio artistico dello stato che diversamente dai magistrati, che sono degli uomini che possono essere sostituiti da altri uomini, una volta distrutto è perduto per sempre.

Ed è quello che è successo, questa scellerata trattativa, oltre che a chiedere, per potere essere portata avanti, l’accelerazione della strage di Via D’Amelio e l’eliminazione di Paolo Borsellino, piuttosto che fermarle ha portato ad altre stragi, e altre morti di persone innocenti, la strage di Via dei Georgofili a Firenze, la strage di Via Palestro a Milano e a quella che avrebbe dovuto essere la più grande di tutte le stragi, quella dello Stadio Olimpico a Roma, dove avrebbero dovuto perdere la vita centinaia di componenti delle forze dell’ordine.

Se questa strage non c’è stata non è perché i timers posti all’interno di due autovetture cariche di esplosivo non abbiano funzionato, ma perché intanto la trattativa era stata conclusa con la resa incondizionata dello Stato, ed erano state sottoscritte quelle cambiali che per trenta anni governi dell’uno e dell’altro colore hanno pagato e continuano ancora oggi a pagare.

Anche l’attuale governo, lo stesso governo, che ha avuto il cattivo gusto di mettere l’effige di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sulla moneta da due euro, sta sistematicamente smantellando tutto l’impianto legislativo studiato da Paolo Borsellino e Giovanni Falcone per il contrasto alla criminalità organizzata, l’ergastolo ostativo, il 41 bis, le leggi sui collaboratori di giustizia.

Anche l’attuale governo, con lo “snellimento” delle procedure di controllo sugli appalti, sta aprendo la strada alla partecipazione della criminalità organizzata nella spartizione dell’immensa “torta” dei fondi che ci arriveranno dall’Europa

Anche l’attuale governo, il tanto magnificato governo Draghi, sta portando a termine quello che neanche Berlusconi con le sue leggi “ad personam” era riuscito a fare.

Usando la deprecata epidemia di Covid come un’arma di “distrazione di massa” sta per condurre in porto una pretesa riforma della Giustizia che rappresenta la rinuncia dello Stato ad essere uno Stato di diritto.

Non può essere infatti considerato tale uno Stato che rinuncia ad esercitare la Giustizia introducendo un concetto abnorme come quello della “improcedibilità”.

Se un processo, con tutti i suoi gradi di giudizio, non si conclude entro un dato periodo di tempo il processo viene chiuso e contro l’imputato non si può più procedere, non può essere dichiarato colpevole ma neanche dichiarato innocente e la vittima di quel reato deve rinunciare ad avere giustizia.

Non era questo che ci chiedeva la Corte Europea, ci veniva chiesto di accorciare la durata dei processi e ci sono ben altri modi per farlo, a partire da un potenziamento degli organici della magistratura, dall’informatizzazione delle procedure dei processi, non attraverso la rinuncia dello Stato ad esercitare le proprie funzioni.

In questi giorni, in seguito al discorso di commiato del Presidente Mattarella, abbiamo dovuto assistere ad un surreale dibattito, legato all’arredamento floreale del Quirinale, teso a dirimere la questione se la nostra repubblica debba essere chiamata la Repubblica delle banane o la Repubblica dei datteri.

Ci sarebbe da ridere se il discorso non fosse tragico dato che ben altro è il nome che può essere dato a questa nostra disgraziata Repubblica.

Non esiste credo altra Repubblica in Europa e forse al mondo la cui storia sia costellata da tante stragi come quelle che si sono succedute nel nostro paese dalla strage di Portella della Ginestra ad oggi: strage di Ciaculli, strage di Piazza Fontana, strage di Gioia Tauro, strage di Peteano, strage della Questura di Milano, strage di Piazza della Loggia, strage del treno Italicus, strage di Via Fani, strage di Ustica, strage della stazione di Bologna, strage di Via Pipitone, strage del rapido 904, strage di Fiumicino, strage del Pilastro, strage di Via Carini, strage di Capaci, strage di Via D’Amelio, strage di Via dei Georgofili, strage di Via Palestro, per citarne soltanto alcune, stragi di cui si conoscono qualche volta gli esecutori, non sempre i mandanti e spesso neanche i reali motivi per cui sono state commesse.

Questa repubblica di cui a breve dovrà essere nominato il Presidente che la rappresenterà per sette anni può, a ragione, essere chiamata Repubblica delle Stragi.

Avevo sempre pensato che il momento più nero della nostra Repubblica fosse stato quello in cui, per un doppio settennato, a rappresentare la massima carica delle nostre Istituzioni era stato chiamato quello che io considero essere stato il garante del silenzio su quella trattativa Stato Mafia che è costata la vita a Paolo Borsellino.

Quel Giorgio Napolitano che da, Presidente della Repubblica aveva preteso la distruzione delle intercettazioni in cui era incappato mentre parlava al telefono con Nicola Mancino, allora indagato, sollevando per questo un conflitto di attribuzioni con la Procura di Palermo.

Io ritengo che un degno rappresentante di quella Istituzione avrebbe dovuto pretendere che quelle intercettazioni fossero pubblicate e conosciute da tutti perché nessuno dei cittadini della Repubblica che rappresentava potesse avere il più lontano dubbio che in quelle intercettazioni il Presidente della Repubblica promettesse l’impunità ad un indagato.

E’ pur vero che nella recente riforma in appello di quel processo i funzionari dello Stato che hanno portato avanti quella trattativa sono stati assolti “perché il fatto non costituisce un reato”, in pratica una trattativa tra stato e mafia è stata considerata un reato per i mafiosi, che sono stati condannati, ma non per lo Stato, ma se quella trattativa ha causato delle altre stragi e degli altri morti, chi le ha volute, chi le ha portate avanti, e chi le ha coperte ne ha almeno la responsabilità morale.

Credevo che quello fosse stato il momento, un lungo momento, più nero per la nostra Repubblica, ma forse mi sbagliavo, anche quando si crede di essere arrivati al fondo del baratro ci si deve rendere conto che il fondo e ancora più in basso, che il peggio deve ancora arrivare.

E’ in questa ottica che va visto l’invito fatto ieri dagli stati generali della destra riuniti a Silvio Berlusconi di “sciogliere la riserva” alla sua candidatura alla presidenza della Repubblica.

E’ un qualche cosa che fino a ieri sarebbe stato impensabile e non parlo del fatto che sia effettivamente eletto ma sul fatto stesso che un individuo come lo stesso Berlusconi, con tutto il carico di processi per accuse anche infamanti per i quali è passato e dai quali spesso è stato assolto non per il merito dell’accusa ma per avere saputo sfruttare le maglie di un sistema giudiziario che è forte con i deboli e derelitti ma ignavo contro i potenti, possa ipotizzare di potere aspirare a tale carica e che i rappresentanti di almeno la metà dell’elettorato del nostro paese possano avallare questa ipotesi.

Ma forse mi sbaglio, forse è proprio una persona condannata in via definitiva per frode fiscale, una persona adusa alla corruzione, soprattutto una persona tuttora indagata presso la Procura di Firenze per accuse gravissime come quella di strage in concorso con Cosa Nostra, accuse tanto gravi da essere imprescrittibili, una persona che da Presidente del Consiglio ha continuato, attraverso Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, a pagare la mafia per assicurarsene la protezione, ad essere degno rappresentante di una Repubblica, che a ragione, può essere chiamata “Repubblica delle stragi”.

Fonte: http://www.stampalibera.it/2022/01/17/la-repubblica-delle-stragi-di-salvatore-borsellino/

 

 

Lo sviluppo che non c’è: l’area di Saline Joniche, tra ‘ndrangheta e truffe dello Stato

Lo sviluppo che non c’è: l’area di Saline Joniche, tra ‘ndrangheta e truffe dello Stato

Un fiume di miliardi per far crescere Reggio e provincia trasformato nell’emblema del degrado calabrese. Omicidi, sequestri, intrecci proibiti dietro il grande affare che ha permesso ai clan di accaparrarsi il narcotraffico internazionale

Claudio Cordova

17 Gennaio 2022

Soffiano ancora i venti della rivolta di Reggio Calabria, quando si parla per la prima volta del porto di Gioia Tauro, che avrebbe dovuto rappresentare l’affaccio sul mare del Quinto centro siderurgico, un sogno svanito al pari delle altre promesse contenute all’interno del cosiddetto “Pacchetto Colombo”: le Officine Grandi Riparazioni e la Liquichimica di Saline Joniche.

Oggi di quell’opera non resta che uno scheletro che costeggia la SS106, la “strada della morte”. Uno scenario in cui si sarebbe potuta girare la serie Chernobyl: quel pilone altissimo e, attorno, ruderi, capannoni e paludi.
Saline Joniche è lo specchio dello sviluppo che non c’è in Calabria. Con la devastazione del territorio ancora lì, come monito, a distanza di decenni. E a nessuno, con i tanti, tantissimi, fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è venuta in mente un’idea per provare a rilanciare quell’area in provincia di Reggio Calabria.

La stagione dei grandi appalti

Agli inizi degli anni Settanta, conclusi i giorni dlla rivolta, venne la stagione dei grandi appalti. Un fiume di finanziamenti pubblici inondò Reggio e provincia per la realizzazione di alcune grandi opere. Tra queste, la Liquichimica, il V Centro Siderurgico ed il raddoppio della tratta ferrata Villa S. Giovanni-Reggio Calabria. La prospettiva degli insediamenti industriali e l’esecuzione di alcuni lavori costituiranno quindi il casus belli tra il gruppo emergente della ’ndrangheta, che annoverava nuove leve che sarebbero entrate nella storia della criminalità, e la vecchia generazione che aveva la necessità di riaffermare palesemente il proprio prestigio.

Da un lato ci sono uomini come i fratelli De Stefano, ma anche Pasquale Condello e Mico Libri; dall’altro ’Ntoni Macrì e don Mico Tripodo. Sono tutti interessati ad opere che non verranno, di fatto, mai realizzate. O che, comunque, non porteranno alcun effettivo beneficio al territorio. Ma alle cosche sì. Grazie a quelle “truffe” governative, la ’ndrangheta si arricchisce e fa il salto di qualità.

La crescita della cosca Iamonte

L’area di Saline Joniche sarà, quindi, solo un enorme affare per i clan. Come spesso è accaduto in passato. Come spesso accade ancora oggi. Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 le cosche calabresi non sono ancora egemoni nel traffico internazionale di droga. Ma proprio attraverso quei denari riusciranno a costruire il proprio futuro. La ‘ndrangheta come la conosciamo oggi è così anche grazie a quei grandi affari. Emblematica, in tal senso, l’ascesa del gruppo Iamonte, una famiglia di macellai assurta oggi al Gotha della criminalità organizzata calabrese. Anche grazie all’affare della Liquichimica e delle Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato.

Ne parla, in particolare, il collaboratore di giustizia Filippo Barreca, uno dei primi e più importanti pentiti della storia della ‘ndrangheta: «[…] La cosca Iamonte è cresciuta attraverso gli appalti della Liquichimica e del porto di Saline Joniche… Ulteriore fonte di arricchimento è poi derivata dalla costruzione dell’Officina riparazione treni sita in Saline Joniche. In sostanza la famiglia Iamonte riceveva tangenti dall’impresa Costanzo di Catania, che è risultata aggiudicataria dell’appalto per la costruzione dell’officina di cui sopra. La tangente veniva pagata grazie all’intervento di Nitto Santapaola e Paolo De Stefano…»

La droga a Saline Joniche

Ma il canale ben presto si allarga. Proprio al traffico di droga. La merce che giungeva a Saline Joniche, suddivisa in partite, non era diretta a Iamonte, bensì all’organizzazione De Stefano-Tegano e a quelle di Nitto Santapaola, di Domenico e Rocco Papalia di Platì e dei Calabrò di San Luca. Perché far sbarcare la droga, e in alcune circostanze anche delle armi, proprio a Saline? Natale Iamonte riusciva a ottenere una copertura da parte delle forze istituzionalmente preposte al controllo del porto. Poi, a fronte della “base logistica” fornita, percepiva da tutti i destinatari della merce una percentuale. O in sostanza stupefacente, come nel caso di Nitto Santapaola, o in denaro contante.

Ancora dal racconto di Barreca: «Successivamente il clan Iamonte instaurò un binario proprio e autonomo con Nitto Santapaola in funzione del traffico di stupefacenti […]». Santapaola, quando aveva necessità di individuare coste “sicure” per i suoi traffici non esitava a utilizzare quel territorio sotto il controllo completo della cosca Iamonte. Come infatti ha dichiarato, il 27 novembre 1992, Barreca: «[…] Per quanto concerne il traffico di stupefacenti Natale Iamonte e i figli rifornivano buona parte della provincia di Reggio Calabria e di Milano. La droga arrivava via mare, con navi provenienti dal Medio Oriente che attraccavano nel porto di Saline Joniche».

Il rapimento Di Prisco

In questo contesto si incastra il rapimento del giovane napoletano Giuseppe Di Prisco. È il 1976, quelli sono gli anni d’oro della ’ndrangheta con i sequestri di persona. Ma quello di Di Prisco è diverso. Viene effettuato non tanto per il riscatto – che alla fine venne pagato: 180 milioni – quanto per costringere la madre del ragazzo, la baronessa Maria Piromallo Di Prisco a piegarsi. A cedere, cioè, per una cifra identica alla parte di terreno di sua proprietà su cui doveva sorgere la Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato. A mettere in atto il rapimento, la cosca Iamonte di Melito Porto Salvo.

È la stessa baronessa a raccontarlo nel processo che vede imputato e condannato Natale Iamonte. La donna conferma di essere proprietaria dei terreni in Saline Joniche, oggetto di esproprio per dar vita ai due impianti. La Di Prisco si era opposta all’esproprio connesso alla realizzazione della Liquichimica in quanto le venivano formulate offerte imprecise e generiche. Non si era mai giunti alla determinazione della cifra e aveva dato incarico di fare opposizione. La donna avrebbe ricevuto visite di personaggi che si qualificavano rappresentanti dell’Ente ferrovie. Che talvolta le offrivano somme elevate e altre le avanzavano non molto velate minacce («peggio per lei se…» o «meglio per lei se accetta»).

Offerte (più o meno adeguate) e minacce (più o meno esplicite), prima di passare alle vie di fatto. Mandante del rapimento sarebbe proprio Natale Iamonte, il vecchio patriarca della famiglia. Il sequestro di Giuseppe Di Prisco, uno studente ventiduenne, avviene il 22 settembre 1976, poco dopo mezzanotte. In quel momento il ragazzo si trovava nei pressi dell’ingresso della sua proprietà insieme a un amico ad ascoltare musica in macchina.

L’auto venne ritrovata il giorno successivo in zona pre-aspromontana. Seguirono settimane di trattative e di incontri con intermediari. La richiesta iniziale di riscatto era di due miliardi. All’improvviso i sequestratori abbassarono la richiesta e si accordarono per il pagamento di una cifra di 180 milioni. Il padre del ragazzo, l’avvocato Massimo Di Prisco, pagò l’11 dicembre 1976 lungo una strada che gli era stata indicata, quella che da Melito Porto Salvo sale a Gambarie. Successivamente, vi fu un periodo di silenzio e il ragazzo non venne rilasciato. Fino alla data del 3 gennaio del 1977, quando avvenne la liberazione.

I motivi del sequestro

Il collaboratore di giustizia Filippo Barreca parla di un sequestro “anomalo”. Era stato «architettato da Natale Iamonte ed è stato portato a termine dai fratelli Tripodi, i quali sono uomini di Natale Iamonte». Tutto finalizzato ad addomesticare i Di Prisco per far sì che cedessero la loro proprietà. La Liquichimica doveva sorgere ad Augusta, ma era stata spostata per volere di politici importanti in Calabria. Lo Stato aveva stanziato migliaia di miliardi e l’azienda non era destinata a funzionare.

Stando al racconto di Barreca, l’obiettivo del sequestro era quello di conseguire «l’esproprio del terreno. In poche parole, subito dopo il sequestro, il tutto fu sbloccato, mi riferisco agli anni 1976, perché il sequestro avvenne nel 1976 e subito dopo la liberazione dell’ostaggio il tutto fu appianato e quindi iniziarono i lavori per la prosecuzione dello stabilimento della Liquichimica di Saline Joniche». L’altro importante collaboratore degli anni Novanta, Giacomo Lauro, racconta del ruolo degli Iamonte sul sequestro: «Proprio fatto apposta per usufruire di quei terreni dove poi le Ferrovie dello Stato, mi ricordo sempre la frase, “si cambia…”».

La morte dell’ingegnere Romano

A rendere la storia della Liquichimica ancora più oscura e inquietante è la morte dell’ingegnere Romano, allora direttore del Genio Civile di Reggio Calabria, che stilò una perizia in cui sconsigliava l’uso di quel terreno perché altamente instabile. La perizia, infatti, sparì e i lavori proseguirono. Il direttore si oppose ma poi morì in uno strano incidente stradale. La sentenza racconta di una «zona grigia fatta di politica, ’ndrangheta e massoneria».

Dell’accaduto parla anche il collaboratore di giustizia Barreca: «Nelle more di questo fatto si era verificato un episodio: l’uccisione fu fatta passare come un banale incidente, l’uccisione del capo del genio civile Romano. In buona sostanza, il Romano aveva ostacolato con una relazione, perché si era verificato uno smottamento, la prosecuzione dei lavori per via del terreno su cui era sorta la Liquichimica. Si trattava di un tecnico di alta professionalità, che poi fu sostituito». Al posto di Romano arriva un altro tecnico che Barreca definisce «molto malleabile». L’intreccio tra poteri, evidentemente, ottiene il proprio obiettivo.

La politica

Quelle Officine le volevano tutti. La ‘ndrangheta e Cosa nostra – con Iamonte e Santapaola, per il tramite dell’impresa Costanzo – così come i politici della zona, socialisti soprattutto. Ma servivano anche alle Ferrovie. Anche stavolta emergono i presunti legami tra mondi che, tra di loro, non avrebbero dovuto dialogare. Ci vorranno anni per accendere i riflettori sulla potenza della ‘ndrangheta in Calabria. E sui legami tra la criminalità organizzata e il mondo istituzionale. Nel 1993, i parlamentari Girolamo Tripodi e Alfredo Galasso presentano in Commissione Antimafia una relazione di minoranza sulla ’ndrangheta e sul caso Calabria. Lo spunto è l’eclatante omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, il reggino democristiano, Lodovico Ligato, assassinato nell’estate del 1989.

Per i due esponenti politici il movente del delitto Ligato non sarebbe riconducibile a un semplice scontro tra cosche per la conquista del potere. Ma piuttosto a uno scontro politico per la conquista dei fondi pubblici. Un delitto oscuro che vedrà il quasi totale silenzio della Democrazia Cristiana, sebbene Ligato fosse «uno di loro», come dirà Oscar Luigi Scalfaro. Trame oscure quelle della Democrazia Cristiana in quegli anni.

L’uomo forte in Calabria è il deputato cosentino Riccardo Misasi, anch’egli indagato per associazione mafiosa dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Misasi, peraltro, non è l’unico politico di rango a essere indicato (venendo comunque prosciolto) per rapporti con la ’ndrangheta. Il “leone socialista” Giacomo Mancini  viene menzionato dal collaboratore Giacomo Lauro, con riferimento alla vicenda della Liquichimica di Saline Joniche e ai presunti collegamenti con la cosca di Melito Porto Salvo. Un altro collaboratore, Giuseppe Scopelliti, accosta invece il nome di Mancini al casato dei Piromalli di Gioia Tauro. Cosca, se possibile, ancor più potente della famiglia Iamonte. Tutte accuse che non troveranno alcuno sbocco giudiziario.

Saline Joniche, l’ultima idea prima del buio

Oggi l’area di Saline Joniche è quell’ecomostro che chiunque, da un cinquantennio a questa parte, è abituato a vedere quando percorre la SS 106 jonica. Non uno straccio di sviluppo. Né imprenditoriale, né turistico. Chilometri e chilometri di paesini a volte poco abitati, di nulla e di scempi ambientali. L’ultimo tentativo di usarla per qualcosa è di alcuni anni fa. Un colosso svizzero – la SEI Repower – si era messa in testa di costruirci una centrale a carbone. Proprio quando, già da tempo, un po’ ovunque quella fonte di energia scompare, dismessa, sostituita con qualcosa di più sostenibile, l’unica idea per la Calabria riportava indietro di decenni.

Una campagna marketing per propugnare l’ecologia di quel progetto. Come se esistesse il “carbone pulito”. Contro quella centrale, infatti, si espresse per mesi il grosso della popolazione calabrese. In particolare quella reggina. Fu, soprattutto, uno sparuto gruppo di cittadini di quelle zone, costituitisi in un comitato spontaneo, a sfidare, anche legalmente davanti alla giustizia amministrativa, quel colosso. Una battaglia che appassionò tutti e che costrinse, alla fine, anche la Regione (che aveva parere vincolante) a schierarsi contro il progetto. Il caso più scolastico della vittoria di Davide contro Golia.

Neanche stavolta però, con i soldi del Pnrr sul tavolo, qualcuno ha pensato di ridare decoro a quella zona e alla sua popolazione. Che immagina qualcosa di diverso per un’area che è l’emblema dei fallimenti e degli imbrogli della politica. Ma, soprattutto, del degrado calabrese e del disinteresse di cui “gode” la regione a livello nazionale.

Fonte: https://icalabresi.it/inchieste/saline-joniche-liquichimica-officine-grande-affare-ndrangheta/

 

Archivi