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Massoneria e mafia, quattro regole per evitare le trappole

Massoneria e mafia, quattro regole per evitare le trappole

JOHN DICKIE

01 settembre 2021

C’è un’affinità genealogica tra massoneria e mafia. Le mafie, come hanno dimostrato gli storici più autorevoli in materia, sono il risultato di quell’insieme di cospirazionismo, violenza rivoluzionaria e società segrete para-massoniche che caratterizzò il Risorgimento nel Regno delle Due Sicilie. Mafie e Stato italiano nascono dunque insieme…

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni, a cura dell’associazione Cosa vostra. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata a Trame, festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, con 15 articoli sui temi al centro degli incontri del Festival.

C’è un’affinità genealogica tra Massoneria e mafia. Le mafie, come hanno dimostrato gli storici più autorevoli in materia, sono il risultato di quell’insieme di cospirazionismo, violenza rivoluzionaria e società segrete para-massoniche che caratterizzò il Risorgimento nel Regno delle Due Sicilie. Mafie e Stato italiano nascono dunque insieme.

In tempi più vicini, è dagli anni ’70 del ’900 che si parla di legami fra Massoni e mafiosi. Si pensi a un superboss massone come Stefano Bontate, che faceva la spola fra le raffinerie di eroina e i salotti dell’élite palermitana. Oggi l’attenzione si concentra sulla Calabria, dove il processo Gotha ha svelato i poteri occulti che per anni hanno governato gli affari della Regione, e dettato una linea strategica alla ’ndrangheta. Massoni-’ndranghetisti sono stati arrestati e condannati; alcuni di loro hanno collaborato con la giustizia e sono stati ritenuti credibili.

Casi come questo, insieme con l’indimenticata vicenda della P2, fanno sì che in nessun paese al mondo la Massoneria desti più preoccupazione che in Italia.

Eppure, sebbene la Massoneria sia avviluppata nell’ombra, ci sono pochissime verità confermate in sede giudiziaria. Che io sappia, per esempio, non esistono intercettazioni di riunioni delle Logge in cui, a dire di molti, si ordirebbero innominabili alleanze fra gangster ed esponenti dell’establishment. Nonostante la straordinaria efficienza delle forze dell’ordine italiane quando si tratta di piazzare microspie, su Youtube non ci sono filmati di Liberi Muratori paragonabili a quelli che mostrano i boss siciliani impegnati a ricostituire la Cupola di Cosa Nostra (Operazione Perseo 2008), o boss calabresi che si riuniscono per la festa della Madonna di Polsi (Operazione Crimine 2009).

Perché non riusciamo mai a vederci chiaro? Forse perché la Massoneria è così furba e così potente da sfuggire a qualsiasi indagine? Non credo. Mi sembra piuttosto che il motivo stia, qui più che altrove, nella nostra ignoranza riguardo al fenomeno Massoneria. 

Le mie ricerche – ho trascorso cinque anni a indagare la storia della Massoneria in tutto il mondo – mi hanno convinto che il legame mafia-Massoneria (che indubbiamente esiste) è una faccenda estremamente aggrovigliata, forse più complessa di quanto avvenga in tutti gli altri rapporti intessuti dalla mafia con soggetti esterni. In nessun altro settore corriamo lo stesso rischio di seguire piste false, di cadere in complottismi, e di lanciare accuse infondate contro persone perbene (e di Massoni perbene in Italia ce ne sono molti). Non dimentichiamo che è stato Giovanni Falcone a metterci in guardia contro la ricerca del mitico Grande Vecchio, il burattinaio che riunisce nelle sue mani tutti i fili. Ricordiamoci anche che le mafie sono sempre state bravissime a sviare la nostra attenzione verso altri nemici più potenti, ma guarda caso sempre inafferrabili. Il populismo, quando dà la caccia al capro espiatorio, è sempre cattiva politica, e la cattiva politica è alleata del malaffare. Per tutti questi motivi bisogna ostinarsi a distinguere, a capire dove inizia e finisce il marcio. Bisogna fare attenzione alle prove, tralasciando le ipotesi più fantasiose e più facili.

A questo scopo ho messo insieme quattro regole fondamentali per leggere con prudenza e intelligenza le notizie sul binomio mafia-Massoneria.

1) Chiedere sempre ‘Ma qui cosa s’intende per Massoneria, esattamente?’

La Massoneria, in quanto tale, non esiste. La Massoneria non è un’unica organizzazione, un’unica rete. È un mondo confuso e ingovernabile. Ci sono diverse obbedienze e tradizioni che non vanno d’accordo tra loro. Anzi spesso si tratta di rapporti avvelenati. Non esiste nessun marchio massonico ufficiale, unitario. I riti e le regole della vita massonica vengono scopiazzati continuamente per inventare logge di tutti i tipi e per tutti gli scopi possibili. Chi invoca ‘la Massoneria’ senza ulteriori precisazioni non fa che dimostrare la propria ignoranza.

2) Fate attenzione, perché la parola ‘Massoneria’ (come del resto la parola ‘mafia’) è anche una metafora.

Sta per clientela, per rete di affari loschi, per lobby occulta. Anche i mafiosi usano il termine in questo senso metaforico, che con i Massoni in carne ed ossa c’entra spesso poco o niente.

3) Non credete a quello che si sente dire molto spesso sui giuramenti massonici.

L’idea più diffusa è la seguente: la Massoneria è sempre un rischio per la società perché, per entrare a farne parte, bisogna prestare un giuramento terrificante. Chi è vincolato da questo giuramento, si dice, è obbligato a coprire sempre le spalle dei fratelli massoni, a proteggere i loro segreti, pena una morte atroce. Ma non è vero. Significa distorcere completamente il senso dei giuramenti, togliendoli dal loro contesto liturgico e simbolico. Il risultato è assurdo, come lo sarebbe dire che i cattolici mangiano carne umana e bevono sangue umano durante la Messa

I riti massonici sembrano strambi e macabri ai profani. Ma è così anche con le tradizioni di tutte le religioni che non conosciamo dall’interno. Va detto inoltre che nelle maggiori obbedienze massoniche i neofiti giurano anche di essere onesti cittadini. Non bisogna dare per scontato che i massoni siano sempre dei volgari affaristi.

4) Non prestate troppa attenzione a quello che dicono i leader della Massoneria.

Nel suo piccolo mondo, ogni Gran Maestro è un politico. E le accuse vaghe e indiscriminate che spesso vengono lanciate sui giornali e in altre sedi contro ‘la Massoneria’ fanno il suo gioco. Gli servono per atteggiarsi a protettore della fratellanza contro i pregiudizi ignoranti, per denunciare una ‘caccia alle streghe’, e per ricordare il regime fascista che, nel nome della lotta al malaffare, nel 1925 mise fuori legge la Massoneria. Così il Gran Maestro rafforza il consenso di cui gode fra i suoi fratelli, e non ha nessun incentivo ad intraprendere un compito molto più importante: quello di prendere sul serio la pericolosità delle mafie, la loro capacità d’insinuarsi nel mondo massonico come in ogni altro settore della società, dalle imprese alla Chiesa, dall’amministrazione pubblica alle associazioni antimafia. Un dialogo fra sordi, fra Massoni e antimassoni, non è nell’interesse della lotta alla criminalità organizzata.

John Dickie insegna storia italiana allo University College di Londra. E’ autore di “Liberi muratori. Storia mondiale della Massoneria”, di prossima pubblicazione presso Laterza. Non è un Massone.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

Ospitate alle feste e followers su Tik Tok: la “mala Napoli” approda sui social e raggiunge consensi

Ospitate alle feste e followers su Tik Tok: la “mala Napoli” approda sui social e raggiunge consensi

31 AGOSTO 2021 12:01 DI REDAZIONE

La camorra napoletana si insedia ovunque ed ecco che approda anche sul social del momento, Tik Tok. I livelli di trash raggiunti sono davvero allucinanti e sarebbe proprio il caso di invocare la censura. La denuncia proviene dal consigliere regionale dei Versi, Francesco Emilio Borrelli, che da sempre segue il fenomeno della malavita sui social network, celebrata e diffusa per lucro e per consensi. “Abbiamo cominciato a denunciare in tempi non sospetti. La legalità viene minacciata e gli ‘influencer’ della mala Napoli stanno raggiungendo lo scopo: mitizzazione dei boss ed emulazione sono già in atto da tempo. Ora si deve intervenire.”

Ospitale alle feste e followers su Tik Tok: la denuncia di Francesco Emilio Borrelli

Del fenomeno se ne è occupato anche Il Mattino che racconta come centinaia di persone quotidianamente si collegano e commentano per visualizzare questi video facendo in modo che per qualcuno, quella che era una semplice tendenza del momento, si trasformasse nell’opportunità di diventare una celebrità del web. Notorietà che porta a intascare anche diverse migliaia di euro.
“È un fenomeno che racconta di una pericolosa deriva sociale culturale che noi abbiamo cominciato a denunciare in tempi non sospetti richiedendo da parte delle forze dell’ordine e della magistratura la
massima attenzione. Che si tratti di video che celebrano la ‘forza’ di un clan, come nel caso della festa per i 18 anni di Espsito jr, figlio del ras di Bagnoli, o di immagini atte a santificare le immagini di boss(si pensi al caso della cappella di Sibillo che poi è stata rimossa, anche grazie alle nostre denunce), oppure di filmati per deridere le forze dell’ordine, è qualcosa di molto grave e pericoloso che minaccia i valori di legalità già precari nel nostro di territorio.

Proprio per questo abbiamo istituito l’Osservatorio su Tik Tok, uno strumento per segnalare ed analizzare contenuti ad alto rischio. Siamo ben consapevoli che non tutti i protagonisti di quei video discutibili sono boss, camorristi o criminali ma anche il fatto che si ’giochi’ a fare il delinquente, il criminale, è molto pericoloso perché vuol dire che il fenomeno dell’emulazione e della mitizzazione sono già in atto da tempo. Noi continueremo quindi a denunciare e chiedere attenzione ma ora le istituzioni devono intervenire.”- ha spiegato Il Consigliere Regionale di Europa Verde Francesco Emilio Borrelli.

Fonte:https://www.vocedinapoli.it/2021/08/31/ospitale-alle-feste-e-followers-su-tik-tok-la-camorra-di-napoli/

Libro “La mafia che ho conosciuto. Un racconto per le vecchie e le nuove generazioni” di Alfredo Galasso

La mafia che ho conosciuto. Un racconto per le vecchie e le nuove generazioni

di Alfredo Galasso

Editore: Chiarelettere

acquistabile online al seguente link:https://www.ibs.it/mafia-che-ho-conosciuto-racconto-libro-alfredo-galasso/e/9788832963106

Dall’incontro con Rocco Chinnici, Falcone e Borsellino al maxiprocesso. Dal delitto Pecorelli a Mafia capitale, al processo sulla trattativa. Il racconto di un protagonista in prima linea contro le mafie e la criminalità organizzata.

“Ma la trattativa c’è stata o no?”
“L’accordo tra mafia e Stato non è una novità, risale alle origini dell’una e dell’altro”.
Colloquio tra Alfredo Galasso e il pentito di mafia allora suo assistito Angelo Siino, ex “ministro dei Lavori pubblici” di Cosa nostra.

Alfredo Galasso ricostruisce nella forma del racconto in prima persona l’avventura di una vita. Una testimonianza esclusiva che attraversa gli ultimi quarant’anni della storia d’Italia, segnati da efferati omicidi, misteri e poteri occulti, logge massoniche, politici corrotti, criminali sanguinari, ma anche da una straordinaria schiera di uomini di Stato integerrimi e combattivi che hanno lottato fino al sacrificio più estremo. Avvocato di parte civile in molti processi, amico personale di Falcone, Borsellino e altri protagonisti della lotta alla mafia, Galasso rievoca gli anni della nascita del pool, il maxiprocesso conclusosi a Palermo nel 1992 con la condanna del gotha di Cosa nostra, il processo Pecorelli che vide sul banco degli imputati Giulio Andreotti e infine quello di Mafia Capitale, fornendo per ognuno numerosi particolari inediti. Un testimone d’eccezione, legale tra gli altri dei collaboratori di giustizia Angelo Siino (il “ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra”, custode di svariati segreti e protagonista di tanti processi, compreso quello tuttora in corso sulla Trattativa) e Calogero Brusca, cugino di Giovanni Brusca, il killer di Capaci. Una storia per le giovani generazioni (e non solo), per non dimenticare, ora che la parola mafia sembra quasi scomparsa dai radar dell’informazione.

IL PROF. ALFREDO GALASSO A SEZZE ROMANO PER PARLARE DI LEGALITA’ E DELLA SITUAZIONE PONTINA.

IL PROF. ALFREDO GALASSO,VICE SEGRETARIO NAZIONALE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO, IL 24 SETTEMBRE P.V.ALLE ORE 10 SARA’ A SEZZE ROMANO, IN PROVINCIA DI LATINA, PER PARLARE DI LEGALITA’ E DELLA SITUAZIONE PONTINA.

Donne contro la ’Ndrangheta, una battaglia culturale che non si può perdere

Donne contro la ’Ndrangheta, una battaglia culturale che non si può perdere

FRANCESCA CHIRICO

31 agosto 2021 • 06:30

Aggiornato, 31 agosto 2021 • 12:17

A circa dieci anni di distanza da una stagione che registrò in Calabria un inedito susseguirsi di collaboratrici e testimoni di giustizia, è forse arrivato il tempo di una riflessione sul lascito di quelle scelte. Anche per rispetto di quante le hanno pagate con la morte…

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni, a cura dell’associazione Cosa vostra. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata a Trame, festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, con 15 articoli sui temi al centro degli incontri del Festival.

Hanno riempito lunghi verbali, rafforzato inchieste e testimoniato nei processi. Ma forse, e non l’abbiamo capito, non erano quelle destinate ai tribunali le parole più importanti delle donne di ’ndrangheta.

A circa dieci anni di distanza da una stagione che registrò in Calabria un inedito susseguirsi di collaboratrici e testimoni di giustizia, è forse arrivato il tempo di una riflessione sul lascito di quelle scelte. Anche per rispetto di quante le hanno pagate, in un modo o in un altro, con la morte (Lea Garofalo, Concetta Cacciola, Tita Buccafusca).

I fatti: tra il 2010 e il 2011 alcune donne calabresi – dall’interno di un contesto mafioso – decidono di parlare, diventando “nemiche” di famiglia. Il peso criminale dei loro cognomi (Giuseppina Pesce, dell’omonimo clan di Rosarno) e la vicinanza temporale e geografica (dalla Piana di Gioia Tauro emergono oltre a Giusy Pesce, anche le testimoni di giustizia Giuseppina Multari, Cetta Cacciola, Simona Napoli) producono una forte impressione. Si parla di “terremoto” e si confida, ottimisticamente, su un effetto domino.

Di certo c’è che la ’ndrangheta ha paura. Teme le donne che parlano, non per quello che sanno ma per quello che rappresentano: un cattivo esempio da punire. Concentrati sulla dimensione “criminale” dei loro racconti, però, non ci si accorge che le donne non avevano consegnato solo materiale utile ai magistrati.

Ripercorrendo le proprie vite, infatti, avevano tratteggiato percorsi “fotocopia”, scanditi fin dall’infanzia da presenze ossessive e assenze ingombranti. “Alle scuole superiori non mi hanno mandato, perché dovevo viaggiare da sola”; “mi sono sposata a 15 anni per avere un po’ di libertà”; “mio marito l’ha scelto la mia famiglia”; “il primo schiaffo l’ho ricevuto da fidanzata”; “mi chiudevano dentro casa a chiave”.

Nel loro mondo solo il “noi” (la famiglia-cosca) e il “loro” (forze dell’ordine). Invisibile tutto quello che, in vite normali e territori normali, avrebbe dovuto stare in mezzo: agenzie educative, servizi sociali, associazioni, alternative di vita. Un deserto, certo, legato alla debolezza strutturale di alcuni territori del Sud dove lo Stato è in divisa o in cattedra, o non è. Ma c’è altro. C’è l’idea, largamente sentita, che il destino sia deciso dal cognome, che in certe case si debba bussare solo di notte, che i diritti all’interno delle famiglie mafiose siano affari “loro” e non costituzionalmente garantiti. Sinteticamente, certe vite sarebbero battaglie perse in partenza e, quindi, inutili da combattere. Un generale cambio di prospettiva. Ecco quello che i racconti di quelle donne dovevano suggerire. Ma la sfida (se si esclude la rivoluzionaria posizione del magistrato Roberto Di Bella, convinto che anche i bambini di ’ndrangheta debbano essere liberi di scegliere) non è stata ancora raccolta.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

“L’assedio” di Roma, storia di una mafia che c’è e non c’è

“L’assedio” di Roma, storia di una mafia che c’è e non c’è
ENZO CICONTE
storico

30 agosto 2021

L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale”, è il libro che racconta la storia dei mutamenti della criminalità dei bulli, delle guerre tra giovani di diversi quartieri cittadini fatte a colpi di pietre e qualche coltellata al tempo della breccia di Porta Pia e dei successivi sviluppi fino ai giorni nostri…

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni, a cura dell’associazione Cosa vostra. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata a Trame, festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, con 15 articoli sui temi al centro degli incontri del Festival.

Il titolo dice tutto del libro: “L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale”, edito da Carocci.

È un volume che racconta la storia dei mutamenti della criminalità dei bulli, delle guerre tra giovani di diversi quartieri cittadini fatte a colpi di pietre e qualche coltellata al tempo della breccia di Porta Pia e dei successivi sviluppi con la presenza di forze che hanno mostrato un’inedita capacità criminale che si è sviluppata lungo due direttrici che sono arrivate fino ai giorni nostri: la corruzione e la criminalità tipicamente romana che ha accolto una criminalità mafiosa antica e ne ha prodotta una di nuovo conio.

Lo scandalo della Banca Romana di fine Ottocento figlio della bolla speculativa legata all’espansione edilizia della capitale e al finanziamento della politica – rimasero coinvolti ministri come Crispi e Giolitti e la stessa Corona – indica un percorso accidentato della storia della città dove i legami tra politica, affari, corruzione, malaffare, speculazione edilizia, criminalità locale si danno la mano ed agiscono insieme a danno dello sviluppo ordinato dei quartieri. Sotto il fascismo si verifica un imponente sventramento dei quartieri del centro storico che provoca l’espulsione violenta dei suoi abitanti che sono costretti ad abitare nelle borgate, lontane dal centro, senza servizi, senza possibilità di lavoro, con case piccole e mal costruite in un ambiente che diventa un focolaio di criminalità.

Dopo la fine della guerra s’avvia un nuovo percorso di sviluppo urbano della città e di presenze di criminali stranieri, i marsigliesi, che introducono in città metodi estremamente violenti come i sequestri di persona, le rapine in banca, gli omicidi. Chiuso il ciclo dei marsigliesi, si apre la stagione della Banda della Magliana, un’originale associazione criminale che riunisce al suo interno criminali di alcuni quartieri cittadini, mafiosi siciliani, campani e calabresi, elementi dell’eversione fascista, uomini dei servizi segreti che sono presenti in alcune azioni più oscure delle trame segrete del nostro paese. Gli uomini della Banda della Magliana scorrazzano per le vie della città determinando un clima di terrore e di violenza mai vista in precedenza. È una guerra per bande che provoca molti morti che insanguinano le vie del centro e di alcuni quartieri.

Corruzione e mafia caratterizzano gli ultimi decenni della città. Da una parte c’è stato l’agguato alla Banca d’Italia fatto da una magistratura prona al potere politico del tempo, quello andreottiano, che ha cercato di impedire che la Banca potesse controllare quello che succedeva nell’impero di Michele Sindona e dell’Italcasse che era la cassaforte della corrente andreottiana. Dall’altra parte gli ultimi anni sono caratterizzati dall’irrompere di Mafia Capitale anche se la Cassazione non l’ha definita mafia come mafia non è stata definita la Banda della Magliana. Si potrebbe dire che a Roma la mafia non c’è. Ed invece c’è, e sarebbe un tragico errore negare questo fatto.

Infine, nella capitale ci sono le piazze di spaccio più grandi d’Italia, un unicum che vede coesistere i mafiosi tradizionali, quelli autoctoni e quelli stranieri. E accanto a costoro una folla di giovani che per pochi euro si prestano ad aiutare gli spacciatori, facendo le sentinelle, i custodi di piccole dosi e tanti altri servigi.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

Il grande scandalo politico dei rifiuti tossici in Toscana

Il grande scandalo politico dei rifiuti tossici in Toscana

GIORGIO MELETTI E NELLO TROCCHIA

30 agosto 2021

  • Bucine è un comune di 10mila abitanti in provincia di Arezzo. Nonché uno dei numerosi luoghi in cui da mesi i carabinieri forestali, attivati dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Firenze, cercano le tracce dei rifiuti tossici provenienti dalle concerie del distretto di Santa Croce sull’Arno (Pisa).
  • Nei giorni scorsi si è saputo che proprio a Bucine sono state trovate massicce tracce di arsenico in un terreno su cui sono state costruite delle case.
  • L’inchiesta sui rifiuti tossici dell’industria conciaria smaltiti dalle imprese toscane con l’aiuto della ’ndrangheta conferma l’implicita e indicibile alleanza di fatto tra mafie, politica e mondo imprenditoriale regionale per risolvere il problema del rapporto tra produzione e ambiente.

Bucine è un comune di 10mila abitanti in provincia di Arezzo. Confina con il comune di Castelnuovo Berardenga, cioè con il collegio elettorale di Siena (Toscana-12) dove il prossimo 3 ottobre si voterà per eleggere un nuovo deputato al posto di Pier Carlo Padoan, l’ex ministro dell’Economia che si è dimesso per diventare presidente della banca Unicredit.

A Siena corre il segretario del Pd Enrico Letta, toscano di Pisa. Bucine è uno dei numerosi luoghi in cui da mesi i carabinieri forestali, attivati dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Firenze, cercano le tracce dei rifiuti tossici provenienti dalle concerie del distretto di Santa Croce sull’Arno (Pisa). Nei giorni scorsi si è saputo che proprio a Bucine sono state trovate massicce tracce di arsenico in un terreno su cui sono state costruite delle case.

L’arsenico, secondo gli inquirenti, proviene dal materiale di riempimento fornito dall’impianto di riciclaggio di Francesco Lerose, l’imprenditore calabrese che la Dda considera legato alla cosca della ‘ndrangheta di Nicola Grande Aracri. Lerose è stato arrestato il 15 aprile scorso, insieme ad alcuni esponenti di vertice dell’Associazione conciatori di Santa Croce, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo smaltimento illegale dei rifiuti. In particolare sono finiti gli arresti domiciliari il presidente dell’Associazione conciatori Alessandro Francioni, 74 anni, l’ex direttore Piero Maccanti, 74 anni e l’attuale direttore dell’Associazione Aldo Gliozzi, 52 anni. Da quel giorno i carabinieri forestali stanno setacciando, nel vero senso della parola, ogni angolo della Toscana per rintracciare le migliaia di tonnellate di veleni che gli industriali della concia hanno fatto mettere sotto terra da Lerose.

A Massarosa, in provincia di Lucca, sulle sponde del lago di Massaciuccoli dove Giacomo Puccini aveva edificato il suo buen retiro, le analisi confermano l’ipotesi che Lerose, nei primi mesi del 2019, abbia seppellito 3.300 metri cubi di rifiuti provenienti da Santa Croce. A Crespina, 25 chilometri da Pisa e 29 da Santa Croce, le analisi del terreno rivelano la presenza di quantitativi abnormi di cromo, chiaro indizio del sotterramento, presumibilmente avvenuto nel 2018, di un quantitativo «allo stato non determinato ma comunque ingente» di inquinanti.

LE STRADE DEI RIFIUTI TOSSICI

Sotto la strada regionale 429, che collega Empoli a Poggibonsi, le analisi del terreno confermano che al momento della costruzione sono state usate come materiale di riempimento del rilevato stradale circa 8mila tonnellate di materiale tossico. Questi veleni, dilavati dalla pioggia, si diffondono nei terreni agricoli circostanti e penetrano la falde acquifere, provocando un disastro ambientale molto serio.

Le indagini fanno emergere un dato inequivocabile: l’imprenditore Lerose ha smaltito gli scarti della lavorazione delle pelli, il keu (residuo solido contenente cromo) miscelato con i rifiuti inerti, dove non avrebbe potuto: rilevato stradale di strade statali, terreni, un’area di stoccaggio, il sottosuolo dell’aeroporto di Pisa. Per confermare questo dato bisogna rispondere a una domanda semplice: è vero che in questi siti è finito il cromo (anche esavalente, quindi cancerogeno di secondo livello) portato da Lerose in quantità superiori ai limiti di legge, quindi illegalmente? La risposta è affidata alla consulenza del geologo Giovanni Balestri, un professionista che qualche anno fa ha aiutato la procura di Napoli nell’indagine sulla discarica di Giugliano (provincia di Napoli), la Resit di Cipriano Chianese, dove i veleni hanno inquinato la falda. I siti che in Toscana Balestri sta monitorando sono undici, per dieci i primi esiti rispondono affermativamente alla domanda dei pubblici ministeri.

Il keu, proveniente dalla lavorazione del consorzio recupero cromo, veniva affidato a Lerose che lo smaltiva illegalmente, assumendosi un compito, per così dire, decisivo: far scomparire il residuo inquinante delle concerie facendo contenti controllori e controllati.

L’assessora toscana all’Ambiente Monia Monni ha annunciato una imponente bonifica delle aree inquinate: «Partiremo quanto prima con gli interventi, ma le tempistiche non saranno banali». Eppure di tutto questo non si parla nella campagna elettorale per le suppletive di Siena. Il governatore toscano Eugenio Giani dieci giorni fa ha dato una fluviale intervista all’edizione fiorentina della Repubblica e in un ampio bilancio del suo primo anno di governo («possono esserci stati degli errori ma in una fase così dura ho dato tutto me stesso») ha parlato di Covid, Monte dei Paschi, infrastrutture, crisi economica culminata nei 422 licenziamenti alla Gkn di Campi Bisenzio, addirittura di profughi afghani e di rapporti politici con la componente renziana della maggioranza. Ma non ha speso una sola parola sull’emergenza ambientale, che è anche emergenza politica, portata alla ribalta dall’inchiesta della Dda. Su cui una notazione è d’obbligo: i veleni sotterrati di cui parliamo sono quelli scoperti dall’inchiesta della Dda, ma non sappiamo quanti altri ce ne siano in giro per la Toscana. È ragionevole credere che tutti gli smaltimenti illegali degli ultimi decenni siano stati scoperti?

IL SILENZIO DI LETTA

Lo stesso Letta, in una campagna elettorale per lui decisiva (ha detto che se perde lascerà la segreteria del Pd), parla di tutto fuorché del caso concerie, in cui pure è indagato per corruzione il suo luogotenente di Pisa, il consigliere regionale Andrea Pieroni. Le ragioni di questa rimozione collettiva, che non è solo della politica, vanno ricercate nella particolare struttura a “matrioske” della vicenda. La bambolina più piccola è l’unica che la classe dirigente toscana si dà pena di discutere, come se fosse una novità inimmaginabile, quando invece è sotto gli occhi di tutti da decenni: l’infiltrazione della criminalità organizzata in Toscana che si sarebbe rivelata con l’arresto di Lerose. La reazione di Giani alla deflgrazione dell’inchiesta è stata la proposta di una commissione antimafia regionale.

La prima bambolina sta dentro quella un po’ più grande dei rapporti tra ’ndrangheta e industria conciaria, in cui la criminalità organizzata con tutta evidenza fornisce un servizio prezioso alle imprese che sono le sue mandanti. Poi c’è la terza bambolina, ancora più ampia, che contiene le prime due, ed è quella dei rapporti tra l’industria del cuoio e la politica che ne tutela in ogni modo gli interessi. Il consigliere regionale Pieroni è indagato per corruzione per avere, nell’ipotesi investigativa, ricevuto denaro dall’Associazione conciatori in cambio della presentazione di un emendamento (approvato dal consiglio regionale nel maggio 2020) che allentava la severità delle norme ambientali sullo smaltimento dei rifiuti.

La sindaca di Santa Croce Giulia Deidda è indagata per associazione a delinquere insieme ai vertici dell’Associazione conciatori e a Lerose. Ledo Gori, capo di gabinetto (subito silurato) di Giani e del precedente governatore Enrico Rossi, è indagato per corruzione, il direttore del settore Ambiente della ragione Toscana, Edo Bernini, è indagato per abuso d’ufficio. Lo stesso Rossi, lambito dalle polemiche, si è scatenato contro Giani e Pieroni accusandoli di aver aiutato i conciatori in modo «surretizio e subdolo». C’è infine la quarta matrioska, la più grande, che contiene tutto: l’implicita e indicibile alleanza di fatto tra mafie, politica e imprese sembra per le industrie inquinanti l’unica soluzione al problema del rapporto tra produzione e ambiente.

TUTTI SANNO TUTTO

Fino a 50 anni fa le concerie di Santa Croce buttavano tutto nel canale Usciana, affluente dell’Arno che a sua volta arrivava al mare come una fogna a cielo aperto. In questi decenni sono stati fatti molti passi avanti, sono stati costruiti costosissimi depuratori e adesso l’Arno è molto più pulito. Il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto, si è fatto molto ma non abbastanza. E resta la questione dei fanghi inquinanti che escono dai depuratori. Nel frattempo la questione si è ulteriormente ingarbugliata per colpa della globalizzazione: produrre senza avvelenare costa, e i conciari di Santa Croce faticano a sostenere la competizione sui prezzi dei concorrenti di paesi dove si può inquinare più liberamente.

Per Santa Croce è in gioco la sopravvivenza: qualcuno sostiene che le concerie sono in sé non ambientalmente sostenibili per la stessa loro dimensione concentrata su un territorio così piccolo. In ogni caso i costi di una produzione davvero pulita le metterebbe fuori mercato, e questo ripropone (come a Taranto con l’acciaio) l’eterno conflitto tra ambiente (e salute) e lavoro. All’indomani dell’avviso di garanzia per associazione a delinquere la stessa sindaca Deidda è stata chiara: «Santa Croce rischia il collasso se fermano il depuratore, in gioco ci sono seimila posti di lavoro».

IL SISTEMA TOSCANA

Ciò che veramente non torna in tutta questa storia è il tentativo della politica (non solo del Pd che governa la Toscana da sempre ma anche di tutti gli altri partiti, con piccole eccezioni) di far finta che sia una questione nuova e imprevista. Lo scandalo dei rifiuti tossici è all’ordine del giorno dal secolo scorso come pure il tema della partecipazione di mafia, camorra e ’ndrangheta al sistema dello smaltimento criminale dei veleni.

Almeno dagli anni Ottanta i piccoli porti della Toscana si sono proposti come crocevia del traffico internazionale dei rifiuti, cioè dell’esportazione dei veleni prodotti da industrie non solo toscane ma anche del nord Italia. Non potendo caricare le navi dei veleni nei porti del nord, dove più vigile era l’opposizione ambientalista, le società specializzate, facendosi pagare lo smaltimento a carissimo prezzo dalle industrie in cambio della serenità di non sapere dove sarebbero finiti i propri veleni, andarono prima al porto di Marina di Carrara, normalmente specializzato nel traffico di marmo. La Sirteco di Agrate Brianza scaricava in Romania, al porto di Sulina. La Jelly Wax di Milano nel 1987 fa salpare da Marina di Carrara una nave diretta a Gibuti con 2.100 tonnellate di rifiuti chimici, ma Gibuti all’ultimo momento naga l’autorizzazione allo scarico e la nave deve puntare sul Venezuela dove riesce a smaltire.

Subito dopo un’altra nave tenta di scaricare in Venezuela ma le autorità locali si sono svegliate e la Radhost, 2.400 tonnellate di veleni a bordo, deve tornare a scaricare in Libano. Intanto si sono accese le luci delle proteste e il porto di Marina di Carrara diventa impraticabile, gli smaltitori provano a Genova ma il primo porto italiano non abbocca, e allora trovano il microscopico porto di Pisa, una piccola darsena collegata con il porto di Livorno da un canale navigabile. Una società all’uopo costituita, la Ecomar servizi e sistemi di ecologia integrata (suona bene), chiede nel 1988 l’autorizzazione a far partire dal porto di Pisa 4mila tonnellate di rifiuti chimici 150 delle quali, provenienti dalla società elettromeccanica Elma di Torino, contengono il temibile policlorobifenile (Pcb).

Il sindaco di Pisa dà l’autorizzazione il giorno stesso della richiesta con una motivazione di notevole pregio: «Inutile porsi problemi moralistici, tanto se questa roba non parte da Pisa parte da altri scali». In gioco ci sono i 20 (venti) posti di lavoro della cooperativa dei portuali. Da Pisa le navi vanno verso la Nigeria e scaricano al porto di Koko. Anche stavolta il governo nigeriano se ne accorge e ne scaturisce un incidente politico di prima grandezza tra i due paesi. Tra Nigeria e Italia siamo noi a fare la figura dei selvaggi, con buona pace dei nostri razzisti.

GELLI E CAMORRA

Fatto sta che è diventato sempre più difficile esportare i veleni, prodotti, è bene ripeterlo, non dalla mafia ma dal fior fiore dell’industria italiana, quella che ama autoproclamarsi campione della sostenibilità ambientale. A un certo punto si è capito che era più semplice seppellirli dietro casa. E la Toscana è dagli anni ’90 non solo uno dei “dietro casa” preferiti dagli avvelenatori ma anche uno dei maggiori centri di produzione di rifiuti tossici che, quando non trovano sistemazione in loco, vengono esportati prevalentemente in Campania.

Ed è lì che un giorno si scopre nel business c’è anche Licio Gelli, capo della loggia massonica P2 morto due anni fa, la cui celebre villa Wanda è a Castiglion Fibocchi, 17 chilometri da Bucine. Nessun nesso tra le due vicende, però la coincidenza quasi pretende un valore simbolico. Il ruolo di Gelli è stato ricostruito nel processo a carico dell’inventore dell’ecomafia in Campania, l’imprenditore, avvocato ed esponente di Forza Italia Cipriano Chianese, poi condannato a 18 anni di carcere. Nulla di penalmente rilevante, ma un politico alle prese con il rapporto tra industria e ambiente farebbe meglio a tenere presente questa ragnatela triangolare di rapporti tra criminalità organizzata, industria e massoneria.

Quando Chianese viene arrestato, nel 2006, l’ordinanza firmata dal gip Umberto Antico spiega che i casalesi non sono solo coppola e lupara ma un intreccio di politica, imprenditoria e anche massoneria. Quando nel 1993, con l’indagine Adelphi (il nome richiama i membri di una setta segreta risorgimentale), spunta fuori il nome di Licio Gelli, gli affiliati dei clan si insospettiscono. Anni dopo l’ex boss Dario De Simone confessa che si era stupito nel leggere il nome del Venerabile nelle carte dell’inchiesta e aveva chiesto lumi agli uomini del clan: «Si diceva che Gelli fosse amico di Gaetano Cerci e che lo avesse conosciuto tramite il suo meccanico».

Cerci fa parte del clan dei casalesi ed è imparentato con il capo, Francesco Bidognetti. Successivamente lo stesso De Simone spiegherà il ruolo che Gelli aveva assunto, secondo quanto riferitogli, nell’organizzazione. Il braccio destro del boss Augusto La Torre, Mario Sperlongano, collaboratore di giustizia, conferma: «Da informazioni ricevute sempre dal La Torre e confermate da tutti, l’organizzazione del traffico afferiva a Licio Gelli, il quale aveva preso diretti accordi con Domenico Bidognetti detto “Mimì o’ Bruttaccione”. So che questi venne tra l’altro identificato proprio presso l’abitazione di Gelli, ad Arezzo o in provincia». A meno che quei pentiti non volessero mettere in difficoltà il Venerabile con storie inventate, il capo della P2 era anche nell’affare rifiuti. Ma i riscontri non mancano, i collaboratori di giustizia che hanno indicato Gelli come intermediario tra industriali e camorra sono almeno otto.

Nell’ordinanza citata si può leggere: «I rapporti preferenziali tra Gaetano Cerci e Licio Gelli appaiono poi assolutamente certi, essendo riferiti da Schiavone, De Simone, La Torre, Quadrano e Di Dona, sia de relato che per scienza diretta». In un’informativa della direzione investigativa antimafia del 1997 venivano riportate distinte identificazioni di persone viste far ingresso presso villa Wanda. Duro l’atto d’accusa della procura: «Risulta indiscutibile che Gaetano Cerci e Guido Mercurio abbiano personalmente incontrato Gelli Licio nel 1991; e che Cerci fungesse da referente di Francesco Bidognetti, quale dominus del traffico dei rifiuti destinati allo smaltimento illecito, incontrollato o abusivo, nelle discariche del casertano; è altamente probabile che, attesa la specializzazione del Cerci nel traffico dei rifiuti e il ruolo servente, da parte dello stesso, per gli interessi del clan dei casalesi, la ragione essenziale degli incontri con Gelli fosse quella di garantire un flusso di rifiuti provenienti dal nord Italia o dalla Toscana; è affermato da plurime diverse fonti, richiamanti gli stessi protagonisti dei traffici – Cerci, Bidognetti, Chianese, Di Puorto – che Gelli fungesse da principale referente dei flussi dei rifiuti provenienti dal Nord Italia, ossia da “consapevole intermediario” nei traffici illeciti».

Nonostante dalle risultanze dell’inchiesta i magistrati abbiano la certezza che Gelli fosse consapevole della natura criminale dell’attività nonché della reputazione dei suoi amici campani, il capo della P2 viene solo indagato. Il gip respinge le richieste cautelari, non condividendo le considerazioni svolte dai pm, e scrive: «Non è possibile valutare se abbia fatto affari con singoli soggetti o con la criminalità organizzata».

Ma il punto che qui interessa non è se Gelli fosse affiliato alla camorra o solo partner in affari, la questione è che a villa Wanda, in Toscana, il traffico dei rifiuti tossici aveva uno snodo decisivo. E lo sappiamo da decenni.

A raccontare l’origine dei traffici di rifiuti in Toscana è un altro pentito di camorra, Nunzio Perrella: «Dopo aver trafficato per anni in droga ho capito che i rifiuti erano una miniera d’oro. Così ho conosciuto Mariano Fornaciari, titolare della società toscana Italrifiuti. Insieme abbiamo ottenuto l’esclusiva per il trasporto di migliaia e migliaia di tonnellate di immondizia nelle discariche della Campania. Eravamo grandi, in questo: in tutt’Italia nessuno è mai riuscito a fare quello che facevamo noi a Napoli e dintorni. Ci guadagnavamo tutti: su ogni chilo di rifiuti, 10 lire andavano a noi dei clan e 25 a Perrone Capano (assessore provinciale, prescritto nell’inchiesta penale ndr) per i liberali».

Questa è la storia del rapporto tra industria toscana e ambiente, una storia avvelenata dal cromo, dall’arsenico, dal pcb, e dalle mafie. Eppure si continua a parlare d’altro.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

Pre-liste elettorali, Morra spiega: «Impresentabili solo con condanne o rinvii a giudizio»

Pre-liste elettorali, Morra spiega: «Impresentabili solo con condanne o rinvii a giudizio»

Il presidente della Commissione parlamentare antimafia in un video su Facebook: «Altro discorso è quello politico e morale»

Pubblicato il: 30/08/2021 – 19:25

È forse il tema centrale delle ultime settimane che precedono il voto in Calabria ma, soprattutto, la presentazione ufficiale delle liste elettorali. La “presentabilità” dei candidati e la compilazione delle pre-liste elettorali da sottoporre alla Commissione Antimafia è uno dei terreni di scontro politici ma a fare un po‘ di chiarezza, forse definitivamente, ci ha pensato il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, attraverso un video pubblicato su Facebook:
«La possibilità che questa Commissione possa “garantire” la presentabilità di tanti candidati è stata enfatizzata da chi l’ha proposta, forse anche con un eccesso di ottimismo. La Commissione Antimafia definisce un candidato impresentabile solo in virtù di criteri giuridicamente ineccepibili, insindacabili e incontrovertibili e che si rifanno alla legge Severino e al codice di autoregolamentazione approvato prima dalla Bindi e poi da me».
«Vorrei che fosse chiaro – spiega Morra – che si può essere considerati impresentabili solo in caso ci siano condanne, anche non definitive, o rinvii a giudizio. Ma se io, come candidato, ho ricevuto un avviso di garanzia oppure se sono stato oggetto di intercettazioni o intercettato, ma senza che questo abbia avuto riscontri in termini penali e giudiziari, a tutti gli effetti sono assolutamente presentabile. Altro discorso, però, è quello politico e morale».

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/08/30/pre-liste-elettorali-morra-spiega-impresentabili-solo-con-condanne-o-rinvii-a-giudizio/

 

Cosa nostra è un virus. E muta in continuazione

L’Espresso

Cosa nostra è un virus. E muta in continuazione

di Lirio Abbate

La mafia non è stata annientata. Perché i clan continuano a dimostrare di essere sempre un passo avanti a chi li indaga. Grazie alla connivenza, al silenzio e al guadagno di chi si gira dall’altra parte

27 AGOSTO 2021

Ritornare a Libero Grassi significa riflettere sulla lotta alla mafia, sul movimento antiracket, sui suoi limiti e, soprattutto, sull’azione, a volte coperta da impostura, di istituzioni e società civile contro le estorsioni, la corruzione e il favoreggiamento a Cosa nostra. Questo coraggioso imprenditore denunciò pubblicamente le richieste del racket e l’allora presidente di Confindustria Palermo disse che Libero voleva solo farsi pubblicità perché non gli risultava che a Palermo gli imprenditori pagassero il pizzo.

Non siamo al 1991 quando Libero Grassi è stato assassinato a Palermo perché si è rifiutato di piegarsi ai boss. Tra alti e bassi in questi trent’anni di lotta alla mafia, in cui c’è stato un ciclo alto dell’impegno dello Stato, che si è alternato a periodi di stanca, quindi di ciclo basso, come purtroppo lo è adesso. Alcuni politici, anche della maggioranza si riempiono la bocca di frasi contro la mafia ma praticamente non agiscono in questa direzione. E sono segnali che i boss riconoscono. Gli attacchi di Matteo Salvini al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese è solo l’ultimo triste caso di mancata coesione che avvantaggia solo la criminalità organizzata.

In sei lustri non si è arrivati all’annientamento di Cosa nostra. Perché l’organizzazione e i suoi affiliati hanno continuato a perfezionarsi, a mutare, come un virus che trova le varianti ogni qual volta arriva l’azione giudiziaria con i continui numerosi arresti e le condanne inflitte. Continuano a dimostrare di essere sempre un passo avanti a chi li indaga. Grazie alla connivenza, al silenzio e al guadagno di chi si gira dall’altra parte. È anche per questo motivo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proprio a Palermo, ha voluto sottolineare: «O si sta contro la mafia o si è complici, non ci sono alternative». Occorre ricordare le parole del Capo dello Stato: «Nessuna zona grigia, nessuna omertà né tacita connivenza: o si sta contro la mafia o si è complici dei mafiosi, non vi sono alternative. La mafia teme, certamente, le sentenze dei tribunali. Ma vede come un grave pericolo per la sua stessa esistenza la condanna da parte degli uomini liberi e coraggiosi».

Perché dopo il sacrificio di Libero Grassi, dopo la denuncia di gran parte delle vittime delle estorsioni appoggiati da volenterosi siciliani che si sono ritrovati in Addiopizzo o nell’Acio di Capo d’Orlando o nella federazione antiracket, ci sono ancora cittadini onesti che continuano a non vedere i boss mafiosi che vivono in mezzo a loro. Anche per questo la mafia resta pericolosa, ma qualcosa anche nel mondo mafioso sembra profondamente cambiato. È nella sua storia. Nel suo ciclo di vita

Sul piano organizzativo, Cosa nostra palermitana ha risentito delle difficoltà di ripianare le posizioni di vertice che sono state rese vacanti dall’azione di contrasto degli investigatori, della mancata ricostituzione di un coordinamento unitario a livello provinciale e delle tensioni interne. Cionondimeno, i clan nell’ultimo anno hanno continuato a mostrare persistente vitalità, grazie alla loro capacità di adattarsi ai mutamenti di contesto e all’approccio pragmatico al business finalizzato al riciclaggio e alla creazione di imprese “pulite” da impiegare nella gestione manageriale degli interessi criminali, non solo in Sicilia, pure in altre regioni del Centro e del Nord.

Occorre guardare oltre ai tradizionali affari illeciti, quali il traffico di droga, il gioco online, il racket delle estorsioni e il contrabbando di idrocarburi, anche al settore immobiliare, dei trasporti, delle assicurazioni, della ristorazione e dell’abbigliamento. Nella loro invisibilità e nel silenzio, puntano anche ai fondi europei. E ancora una volta, ai soldi dei cittadini.

 

 

Si pente Giovanni Ferrante: boss dell’Acquasanta

Si pente Giovanni Ferrante: boss dell’Acquasanta

AMDuemila 29 Agosto 2021

Incubo dei commercianti, gestiva gli affari della storica famiglia Fontana

Nelle ultime ore è giunta notizia del pentimento di Giovanni Ferrante, boss dell’Acquasanta. Palermo si sveglia così, con un nuovo terremoto che colpisce Cosa nostra. Il boss – reggente del clan e detenuto al 41 bis – era uno di quelli che più temevano i commercianti della zona occidentale della città e gestiva gli affari della storica famiglia Fontana. Oggi, invece, sta collaborando con i magistrati della procura di Palermo e con i militari del nucleo speciale di polizia valutaria che nel maggio scorso l’avevano arrestato assieme ad altri novanta esponenti di Resuttana. Un sisma, dicevamo, nel cuore del mandamento un tempo comandato dai Madonia, i fedelissimi di Totò Riina che trent’anni fa decretarono ed eseguirono la condanna a morte dell’imprenditore Libero Grassi. I Fontana dell’Acquasanta, infatti, sono i mafiosi più ricchi della mafia palermitana. Su di loro anche il giudice Falcone indagò negli anni ’80.

Ma, come vuole il detto “woolfiano”, dietro al boss reggente dell’Acquasanta c’era la compagna, Letizia Cina, che risultava intestataria di sette purosangue (appartenenti al clan), che correvano negli ippodromi di tutto il Paese. Arrestata anche lei nel blitz dello scorso anno, adesso si trova agli arresti domiciliari. Ma da qualche giorno è in una località segreta lontana da Palermo.

Trent’anni dopo la morte di Libero Grassi, Palermo è ancora divisa fra omertà e voglia di riscatto, fra paura e ribellione, fra estorsioni e luoghi “pizzo free”. Ma per avere contezza di ciò che era l’incubo che rappresentava il regno dell’Acquasanta basta riascoltare alcune intercettazioni della Guardia di finanza. “Ormai, non ho più pietà per nessuno — diceva Ferrante al fratello Michele (il boss al tempo era un dipendente della cooperativa “Spa.ve.sa.na.” all’interno dei Cantieri navali della città) — prima, glieli davo con schiaffi, ora glieli do con cazzotti… a colpi di casco… cosa ho in mano”. E poi ancora: “Gli dovevi aprire la testa a colpi di… o gliele dai buone o non gliele dai… o lo perdoni prima o se no lo ammazzi definitivo”.

Era un uomo, inoltre, che godeva di buone parentele, come conferma il pentito Vito Galatolo, un tempo candidato al governo della famiglia: “Nanni Ferrante è imparentato con i Fontana, sono cugini. Lui con Mimmo Passarello e Giulio Biondo si occupano di tutte le attività illecite che hanno i Fontana. Dal giro delle scommesse alle estorsioni”.

Inoltre, era un boss che deteneva il controllo del territorio con il terrore della violenza come conferma il giudice per le indagini preliminari Piergiorgio Morosini nelle tremila pagine dell’ordinanza di custodia che ha portato in carcere i 90 di Resuttana: “C’era un controllo violento e capillare del territorio mafioso”.

Oggi Ferrante dice di voler cambiare vita, come testimonia la sua collaborazione. Uno dei primi argomenti di cui vuole parlare è in merito alla riorganizzazione di Cosa nostra. Ma non solo. Nel frattempo il quartiere dell’Acquasanta continua a conservare tanti misteri a partire dal fallito attentato al giudice Falcone fino ad arrivare all’omicidio del poliziotto Nino Agostino, passando per il recente progetto di attentato nei confronti del pm Nino Di Matteo. Misteri che ancora resistono, nella speranza che presto venga fatta luce una volta per tutte.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85515-si-pente-giovanni-ferrante-boss-dell-acquasanta.html

Davide Grassi: ”Non vogliamo una lapide, la guerra ai boss non è conclusa”

Davide Grassi: ”Non vogliamo una lapide, la guerra ai boss non è conclusa”

AMDuemila 29 Agosto 2021

Parla il figlio di Libero Grassi

“Trent’anni fa, ai funerali di mio padre, feci quel segno di vittoria con la sua bara in spalla, perché consideravo una vittoria il fatto che mio padre non aveva ceduto all’estorsione mafiosa. Dovevo comunicare alle tante persone presenti un gesto, occorreva un gesto forte. Non so se oggi lo rifarei, sono molto più vecchio…”.
E’ l’amaro commento, in un’intervista all’
Adnkronos e alla collega Elvira Terranova, di Davide Grassi, figlio di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991.
Trent’anni fa, divenne famosa quella fotografia in cui il giovane
Davide Grassi fece il segno della vittoria mentre portava la bara in spalla. Dopo 30 anni non c’è ancora una lapide sul luogo dell’omicidio di Libero Grassi. Una precisa volontà della famiglia dell’imprenditore che all’epoca venne lasciato solo dalle istituzioni. Da chi avrebbe dovuto proteggerlo, anche dagli industriali che gli voltarono le spalle e che oggi sono invece presenti. Anche oggi la figlia di Grassi, Alice con il figlio Alfredo, ha affisso quel manifesto di carta contenente 26 parole: “Il 29 agosto 1991 è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti, dall’assenza dello Stato”. “E’ vero – dice Grassi – non c’è una lapidea per un semplice motivo: Non vogliamo che si ‘lapidizzi’ l’esperienza di mio padre”.
Quindi ha aggiunto:
“Ventisei parole sono semplici da leggere, ma sono abbastanza complesse da elaborare. Abbiamo fatto questa scelta perché innanzitutto è legata ai nostri anni giovanili in cui si attaccavano manifesti. Probabilmente, quando tra qualche generazione la mafia e il racket saranno sconfitti, faremo una lapide, perché una lapide si fa per una guerra sconfitta non per una guerra ancora in corso…”.
Successivamente Grassi ha parlato della “eredità morale” che gli ha lasciato il padre Libero.
“Lui era molto migliore di me – dice mentre in via Alfieri arrivano le autorità – visse in in un’epoca in cui fare i bravi cittadini aveva una refluenza anche sulla propria vita, erano tempi in cui la vita dava più soddisfazioni”. Le indagini dicono che sono ancora tanti gli imprenditori a pagare il pizzo a Palermo. Perché “Gli imprenditori continuano ancora a pagare perché c’è ancora la paura – ha proseguito Davide Grassi – non tanto dei mafiosi, ma di essere emarginati dal contesto sociale in cui vivono. E poi c’è il falso mito della convenienza, che è falsissimo”. “Se può essere considerata una convenienza nell’immediato, poi si trasforma in una tragedia dopo poche settimane, il dovere accettare rapporti con la criminalità”. E sull’abbandono degli industriali di allora: “Confindustria non solo lo abbandonò, ma passò proprio dall’altra parte”.
Nell’intervista Grassi ha anche lanciato un appello agli imprenditori che ancora pagano il pizzo:
“Quello che ha convinto alcuni è non lasciare questa eredità così pesante ai propri figli, perché tanti commercianti che pagano sono persone oneste, ma dico loro che è inutile lavorare onestamente e lasciargli poi l’eredità di rapporti disgustosi con la mafia…”.

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/85513-davide-grassi-non-vogliamo-una-lapide-la-guerra-ai-boss-non-e-conclusa.html
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Pm De Luca: ”Dalla morte di Libero Grassi molto è cambiato”

AMDuemila 29 Agosto 2021

“La mia posizione, che è quella dell’ufficio che rappresento, è di cauto ottimismo. Partiamo proprio da lì, dall’eroico sacrificio di Libero Grassi. Palermo è profondamente cambiata, allora denunciare significava essere uccisi. Adesso un certo numero di imprenditori denuncia, si fa avanti con determinazione”.
Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo,
Salvatore De Luca, parlando con i cronisti, a margine di un incontro organizzato in occasione della commemorazione dell’imprenditore palermitano Libero Grassi, ucciso da Cosa nostra il 29 agosto di 30 anni fa per essersi pubblicamente opposto al pagamento del pizzo.
Il dibattito organizzato da Addiopizzo – moderato da
Lirio Abbate, vice direttore de L’Espresso – si svolge alla Braciera, locale dei fratelli Cottone, imprenditori palermitani che hanno denunciato le richieste di estorsione da parte di Cosa nostra.
“Per i processi culturali – ha proseguito De Luca – non bastano le leggi, ci vuole tempo. Sono convinto che, sempre che le cose restino così e lo Stato presti la massima attenzione e vigilanza come fa in questo momento, i risultati miglioreranno”. Presenti, tra gli altri, oltre al pm De Luca, il prefetto di Palermo
Giuseppe Forlani, la commissaria antiracket e antiusura Giovanna Stefania Cagliostro, il presidente onorario della Federazione Antiracket Tano Grasso, Daniele Marannano, di Addiopizzo, Alice e Davide Grassi, figli di Libero Grassi, il sindaco Leoluca Orlando.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/85512-pm-de-luca-dalla-morte-di-libero-grassi-molto-e-cambiato.html

Usura e Covid, ecco come la pandemia ha arricchito le mafie

Usura e Covid, ecco come la pandemia ha arricchito le mafie
LUIGI CIATTI29 agosto 2021 • 06:30Aggiornato, 26 agosto 2021 • 19:01

La crisi legata alla pandemia rischia di far esplodere sovraindebitamento e usura; troppo presto per avere numeri precisi anche perché, fra nuove ondate di contagi e cassa integrazione, la ripartenza fa una fatica enorme. Il problema è sempre lo stesso: l’impossibilità ad accedere a un credito giusto, equo e legale

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni, a cura dell’associazione Cosa vostra. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata a Trame, festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, con 15 articoli sui temi al centro degli incontri del Festival.

L’usura è un reato emarginato, sottovalutato, sottostimato. Esiste da sempre, è citata persino nel Vecchio Testamento. Tutti sanno che c’è e sanno più o meno come funziona: questo basta a sentirla come un fenomeno naturale, a pensare che “c’è sempre stata e sempre ci sarà”. Tanto, al massimo riguarda i commercianti o gli imprenditori già protestati, o in fondo chi se la va a cercare o, peggio ancora, chi “frequenta certi giri”. Niente di più sbagliato. L’usura ormai è un fenomeno che non risparmia più nessuno. È sufficiente un rovescio economico, la perdita del lavoro, una separazione tra coniugi o la morte di un componente della famiglia, insomma un evento improvviso: viene meno il suo reddito e i conti non tornano più. Brutto dirlo, ma è così. E allora salta una o più rate del mutuo o del prestito, si diventa “cattivi pagatori”, la banca chiede il rientro del fido o c’è la scadenza dell’affitto da rispettare ed ecco che in questo vortice si annida l’usura.

L’usura è cambiata, non è più quel fenomeno sommerso che riguarda solo negozianti o affaristi di pochi scrupoli e “cravattari” di quartiere. Del resto, l’usura è un fenomeno sociale, prima ancora che economico. E come tale è in continua evoluzione, eterogeneo e camaleontico,.

 

 Al contrario, da tempo i clan hanno capito che l’usura è un formidabile strumento per fare soldi, riciclare i contanti per farne ancora di più, investire in attività apparentemente pulite e soprattutto acquisire le aziende delle vittime e rifarsi un’identità apparentemente

Vi siete mai chiesti l’origine dei soldi con cui sono stati comprati o aperti molti ristoranti di lusso o locali, bar, pizzerie, discoteche, aziende di servizi, agenzie finanziarie o immobili di pregio nel centro o in provincia di Roma, Milano, Napoli, Palermo e altre città del Belpaese? Prendete le inchieste degli ultimi dieci anni: scoprirete quanto è lungo l’elenco. Tutto questo è dovuto anche all’usura, ormai uno strumento nelle mani dei clan per controllare l’economia, il territorio, il quartiere, la città. Proprio come il pizzo.

Le inchieste giudiziarie di diverse procure antimafia del Paese negli ultimi anni hanno certificato l’esistenza di oltre 60 associazioni criminali che gestiscono che con metodo mafioso attività finalizzate all’usura. Il giro d’affari che i clan riescono a generare è davvero difficile da calcolare, con una quantità di denaro enorme se si considerano i tassi d’interesse annui applicati.. Il flusso di denaro che ne deriva è, pero, la punta dell’iceberg dato che è possibile effettuare calcoli solo in base alle denunce e alle successive inchieste giudiziarie che purtroppo danno del fenomeno un quadro parziale”.

 

IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE

La crisi legata alla pandemia rischia di far esplodere sovraindebitamento e usura; troppo presto per avere numeri precisi anche perché, fra nuove ondate di contagi e cassa integrazione, la ripartenza fa una fatica enorme. Il problema è sempre lo stesso: l’impossibilità ad accedere a un credito giusto, equo e legale. Un concetto, quest’ultimo, che dovrebbe essere garantito dallo Stato con formule apposite presso le banche per evitare di cadere nelle mani dell’usura. Non ci sono dubbi sull’aumento esponenziale del sovraindebitamento fra le famiglie e le aziende. E si parte da numeri incredibilmente alti.

L’esclusione finanziaria ha assunto nel nostro Paese dimensioni spaventose  e dopo l’emergenza Covid-19 si propone come un problema sempre più pressante per circa il 25 per cento della popolazione attiva in Italia.

Inutile girarci intorno. Il virus apparso tra i mesi di febbraio e marzo del 2020 ha messo in ginocchio le economie di tutto il mondo e a questo flagello non si sottrae il nostro Paese. Quarantena o lockdown per tutti, stato di emergenza, ordinanze di chiusura immediata di gran parte delle attività commerciali e industriali, annunci del presidente del Consiglio alle sette, alle otto, alle undici di sera, bozze di decreti legge su Facebook e diffusi prima ancora della firma. Un caos. Dalla sera alla mattina, il nostro Paese si ferma, pezzi interi della nostra economia cadono in ginocchio. Niente tornerà come prima.

 

La nuova crisi impoverisce le aziende con una rapidità improvvisa e inaspettata: è più pericolosa di quella del 2008. Quest’ultima era strutturale: ha avuto tempi di maturazione più lunghi e in qualche modo si sono potute prendere le contromisure per risollevarsi. Ma il Covid-19 è piombato  nelle nostre città da un giorno all’altro senza dare neppure il tempo di capire; si abbassano le vetrine e i conti sono già in rosso. Mancano gli anticorpi economici, soprattutto dentro lo Stato, per opporsi alle conseguenze del virus. Complice la scarsa efficacia e la lentezza degli strumenti messi in campo dallo Stato, si crea una pericolosissima assenza di liquidità. E così, come sempre succede, quando non arriva lo Stato è in agguato la criminalità e, in alcuni territori, la mafia. Con il Covid-19 rischia di riuscire nel suo intento criminale. Perché dove manca lo Stato, arriva la criminalità a soddisfare le richieste sociali di un popolo in sofferenza. Nelle regioni dove ci territori “controllati” da organizzazioni criminali, come la provincia a nord di Napoli, il prestito di piccole somme di denaro viene utilizzato come strumento di rafforzamento del consenso. In altre regioni, come in Sicilia, dove lo Stato e la cultura della legalità sono riusciti in qualche modo a indebolire il potere dei clan, l’usura rischia di diventare nelle mani della criminalità organizzata uno strumento per riguadagnare una nuova legittimità sociale, un ruolo di assistenza per offrire una sorta di welfare state mafioso senza burocrazia.

I giorni della quarantena sembrano non trascorrere mai, le richieste di aiuto arrivano una dietro l’atra; il telefono non smette mai di squillare, la porta si apre in continuazione. Numerosissime, tutte uguali nella loro brutale “semplicità”. Tra tutte c’è quella di Tonino, che arriva in piena pandemia: «Ho un negozio in centro – spiega con accento del sud e voce tremante –. Non ho avuto nessun aiuto dallo Stato e non so più come andare avanti. Devo pagare l’affitto del locale e le spese che continuano a correre”. Proviamo a chiedere come mai non siano arivati neanche i bonus da 600 euro o se ha già fatto richiesta del prestito garantito al 100 per cento dallo Stato previsto dal Decreto Cura Italia. La risposta arriva in un secondo: “Non ho ricevuto nulla dei bonus e il prestito la banca non me lo ha concesso perché ho una segnalazione negativa. Poi è un prestito e io non riuscirei a restituirne le rate, e io di debiti non ne voglio più”. Alla fine della telefonata, ecco la stoccata finale: “Se non trovo i soldi, ho solo tre possibilità: chiudere la mia attività, chiedere i soldi in prestito agli usurai o cedere la mia attività a qualcuno, tanto sono già passati diverse volte al negozio per chiedermi di cedergliela per pochi spicci».

Il tema delle tre possibilità viene riproposto in modo continuo. È l’angoscia di tutti. Il negozio è la vita delle persone a cui appartiene, lì investono tempo, energie e risorse. A volte si tramanda da generazioni, a volte è il frutto di sacrifici enormi di interi nuclei familiari. A volte è il sogno di chi lo vive, a volte la speranza di un futuro migliore. Ma dopo la pandemia si è trasformato in un incubo e l’assenza di liquidità e l’incapacità dello Stato di intervenire tempestivamente ha generato un terreno fertile per l’usura e i fenomeni criminali. Tonino lo dice chiaramente: «Al mio negozio sono già passati almeno tre volte; mi chiedono con garbo come vanno gli affari e quando accenno loro le mie difficoltà, mi offrono dei soldi per comprare la mia attività. Mi offrono una miseria, meno del 30 per cento del suo valore, e io li mando via. Sono stranieri. A volte si presentano in due, ma credo che siano intermediari di un gruppo di italiani. Non so quanto resisterò e fino a quando potrò permettermi di non accettare quel misero 30 per cento».

USURA E COVID-19

La criminalità organizzata fiuta l’occasione storica ed è pronta ad approfittare della crisi e delle difficoltà dei commercianti per rilevare a prezzi ribassati le attività commerciali e renderle così strumenti perfetti per il riciclaggio del denaro provento di attività illecite.

Le telefonate continuano, come quella di Massimiliano, titolare di un ristorante in un quartiere centrale della movida di Roma: “Vi prego, aiutatemi. Ho riaperto il locale dopo il lockdown ma gli incassi sono pochi e non riesco a coprire le spese e i debiti che ho accumulato durante la chiusura”. Anche a lui poniamo la solita domanda di rito. E lui: «Non ho ricevuto bonus; ho chiesto il prestito, ma la banca me lo ha negato, anche se la cifra era modesta». Sempre la stessa risposta. Ci chiediamo dove sia finita la potenza di fuoco promessa dal governo; poi dice una cosa decisamente preoccupante: «I soldi me li sono venuti a offrire direttamente al ristorante. Una sera, verso le sette, sono entrati due uomini vestiti in modo elegante, mi hanno chiesto informazioni su come andasse l’attività e, quando ho risposto che avevo problemi, mi hanno offerto un prestito di 35.000 euro. La cosa strana è che in garanzia non volevano assegni o cambiali: mi hanno chiesto di firmare una scrittura privata che prevedesse che, in caso di mancata restituzione del prestito nei tempi e alle condizioni previste, avrei dovuto cedere loro il 49 per cento della mia attività».

Il prestito diventa uno specchietto per le allodole, una trappola per impossessarsi del ristorante. I commercianti vengono allettati dall’offerta di liquidità immediata, che deve però essere restituita a condizioni che si riveleranno impossibili sin dall’inizio e che porterà in breve a consegnare ai criminali le chiavi dell’attività. Massimiliano non molla e invita i due uomini ad andarsene. Ma il suo cruccio è quanto resisterà, fino a quando potrà permettersi il lusso di dire no a 35.000 euro?

L’usura è diventata una minaccia sociale, un fenomeno strutturato, gerarchizzato, di tipo associativo, assimilabile al reato mafioso: lo spiegano le storie narrate in questo lavoro. La crisi del 2008 prima e il Covid-19 poi hanno accentuato questo fenomeno e la chiave di volta dell’usura è diventata proprio il sovraindebitamento di sussistenza per gli imprenditori: arrivare a fine mese, affrontare una spesa imprevista, pagare l’affitto del locale, saldare i fornitori e al tempo il personale, è diventato tutto più difficile senza indebitarsi. E questa è l’anticamera dell’usura.

GLI INVISIBILI

C’è qualcosa che non torna in questo strano periodo di post Covid-19. Perché se ci sono i numeri e i dati dell’epidemia sanitaria che lentamente si iniziano a mettere in ordine, svuotando le terapie intensive del nostro paese. Ci sono numeri e dati che non riescono a mettersi a posto come vorremmo. Che anzi più passano i giorni e le settimane e più aumentano. E fanno rumore. Sono i numeri degli Invisibili, scritto a lettere maiuscole perché devono ritrovare un posto in questa nostra società.

E’ il rumore degli Invisibili. Sembra un paradosso eppure sono proprio loro a fare rumore.

A preoccupare chi sa leggere oltre le righe di una Società che racconta solo di chi supera la soglia dell’apparenza. Sono, per esempio, coloro che erano in difficoltà già prima degli effetti devastanti del COVID-19 e che ora, dimenticati da tutti i decreti, da tutti gli aiuti ed i sussidi, rischiano di finire in un baratro, fagocitati da una criminalità che si mostra astuta nel saper porgere una mano a chi non può permettersi il lusso di essere lucido.

I numeri, nella loro brutalità, parlano chiaro. Secondo il Ministro dell’Interno nel primo trimestre dl 2020 a fronte di un calo del 67% di tutti reati cd “predatorii”, l’usura è aumentata del 9,7%. Nonostante i distanziamenti sociali, il lock down, i controlli  e le severissime limitazioni nell’uscire di casa. Se poi passiamo ai dati delle Associazioni Antiusura presenti sul territorio e che più hanno la percezione della realtà del fenomeno,  il dato è ancora più allarmante. Le richieste di aiuto tra i mesi di Marzo ed Aprile sono aumentate del 30%, fino a sfiorare il tetto del 50% nel mese di Maggio. Ed il peggio, dicono, deve ancora venire.

Ma chi sono le vittime di usura nel periodo COVID-19? Chi nel bel mezzo di una pandemia, esce di casa, indossa la mascherina, sfida i controlli  per andare a cercare un usuraio, per chiedergli di prestargli del denaro accettando di pagare interessi folli, che possono arrivare al 15%, ossi al 180% su base annua.

Quale inferno deve passare nella testa di queste persone per pensare di trovare la soluzione in un inferno ancor più grande, fatto di cifre che lievitano senza controllo, di assegni postdatati, di scadenze che sin rincorrono, di appuntamenti in bar malfamati, di soprusi, di violenza, di vita sospesa e consegnata a criminali.

Sono aziende e imprese che erano già in difficoltà prima che arrivassero gli effetti del COVID. L’esercito dei “cattivi pagatori”, quelli con le posizioni finanziarie segnalate nelle varie centrali rischi e in Banca d’Italia, degli esclusi dal sistema finanziario. L’esclusione sociale per loro diventa una conseguenza a volte inevitabile delle loro difficoltà nel rispettare impegni finanziari con le banche. In una società che premia chi ha ed ostenta, che considera un modello chi può indebitarsi per acquistare, il “sigillo” negativo impresso sul codice fiscale dalle banche diventa un biglietto per l’inferno.

C’è un sottile e perverso rapporto tra il debito e la libertà, tra indebitamento e schiavitù, perché un debitore inadempiente e senza risorse si consegna al suo creditore. Tra i due si crea un rapporto che supera i confini del piano economico, coinvolge l’intera essenza del vivere. La degenerazione del rapporto finanziario crea uno squilibrio che finisce per incidere sulla libertà, che crea un dominatore ed un dominato. I romani parlavano di “addictio”, il debitore inadempiente veniva consegnato al suo creditore, si trasformava in un suo schiavo. Qualcosa di tutto ciò ha superato i millenni che ci separano dal diritto romano, è riuscito a sopravvivere a Rivoluzioni, Dichiarazioni di Principi Universali  e a Carte Costituzionali. E permea la vita dei debitori, dei dimenticati, degli invisibili. Questo squilibrio regola il loro atteggiarsi, la timidezza con la quale vivono le difficoltà e le vessazioni che subiscono spesso dal sistema del recupero del credito.

Per tutti loro il COVID, la gestione del COVID,  ha fatto da cassa di risonanza del loro silenzioso e celato calvario personale, ha centuplicato gli effetti negativi di un quotidiano già difficile da superare ogni giorno.

Le chiusure forzate di attività commerciali hanno provocato in un sistema economico che vive di cassa un corto circuito quasi immediato. Non c’è voluto molto perché interi settori, privati da un giorno all’altro e senza preavviso di quel minimo di liquidità data dagli incassi quotidiani, entrassero in una crisi profonda quanto istantanea. Chi vive di cassa non gestisce chiusure, non ha risorse altre per far fronte ai minimi bisogni aziendali.

E così il COVID ed una a volte scellerata gestione della crisi,  impattano sul fenomeno dell’usura, cambiandone caratteristiche,  tratti e “clienti” abituali. Perché l’usura, il crimine nel suo complesso, ha dimostrato di  saper leggere bene le dinamiche della nostra società ai tempi del COVID, forse meglio dello Stato. E così prima dello Stato ha capito che anche i suoi “clienti” erano in crisi, ed era necessario creare un’offerta “USURA-COVID” in grado di essere accettata dal mercato. E così per le vittime, per il nostro popolo di esclusi il mercato del crimine offre micro –usura, ossia prestiti di importi modestissimi, riduce parzialmente il tasso di interesse applicato, allunga i tempi di restituzione, accetta il “salta rata” la possibilità di non pagare una o più rate.

E così ci si avvicina all’usura non perché non ce la si fa più a pagare l’affitto del negozio o la carta revolving, ma per soddisfare esigenze primarie. Si cerca la liquidità che non è arrivata dallo Stato, quella che serve per la vita di tutti i giorni o per affrontare le spese mediche. In questo periodo per gli esclusi pagare le rate dei prestiti con le banche diventa un lusso; quello che era il pensiero dei loro giorni pre COVID, ora non occupa più le loro menti che sono alla ricerca disperata di risolvere lo spazio del quotidiano.

Il crimine organizzato, soprattutto in zone ove la prerogativa dell’associazione mafiosa è il controllo del territorio, usa l’usura così rimodulata, come strumento di “consenso sociale”, di riconquista di spazi e legittimazione. Attività che svolge in regime di monopolio, lasciata colpevolmente sola  ad agire indisturbata dallo Stato, il cui quoziente di consenso rischia di toccare livelli da minimo storico. 

UNO STATO “LATITANTE”

Nella crisi economica lo Stato non ha vinto la sfida con il crimine. Ammetterlo non è facile e  fa male ma il riconoscerlo è il presupposto per attivare percorsi di legalità e non perdere la guerra per sempre. Non doveva andare necessariamente così. C’era un altro modo per scrivere la storia e la parola fine.

Troppe volte si parla di crisi provocata dal Covid, come se fosse un piccolo e maledetto virus ad emanare decreti e a convertirli in legge. Si rischia in tal modo di allontanare la riflessione dal punto centrale, creando  un facile alibi  alle politiche adottate.

Il COVID non ha colpe per i nuovi poveri che si stanno affacciando nelle nostre città; non ha colpe se la linea di confine tra una  situazione di “normalità” ed una di crisi  si va sempre più assottigliando, al punto che classi sociali che fino a poco tempo fa godevano di economie tranquille, rischiano di essere risucchiate in dinamiche di difficoltà e disagio economico.

C’è una responsabilità specifica in tutto ciò. Ed appartiene a chi, in questo sciagurato periodo, si è dimenticato di prendersi cura degli esclusi e di tutti coloro che soffrivano già. E così si arriva al  fenomeno dei tentativi di acquisizione di aziende da parte della criminalità organizzata a danno di commercianti in difficoltà. Temiamo la comparsa nei prossimi anni di un nuovo colosso dell’economia che si chiama criminalità organizzata e la creazione di un franchising della criminalità , reti di negozi creati al solo fine di riciclare il denaro. Per questo abbiamo creato l’osservatorio ed il numero verde e proposto l’istituzione del registro delle cessioni di aziende nel periodo covid.

I numeri ed i dati che abbiamo sentito ci dicono che siamo in un momento di emergenza, di eccezionale gravità. E allora noi non possiamo più permetterci di aspettare nelle nostre sedi che le vittime di usura e le persone a rischio ci cerchino, trovino il nostro numero e ci  vengano  a chiedere aiuto. Dobbiamo anticipare il nostro intervento, intercettare prima le situazioni di difficoltà e chi ha bisogno.  Non possiamo permettere che prima di noi arrivi la criminalità a costruire attraverso l’usura un nuovo welfare mafioso.

Ma bisogna arrivare prima della criminalità che sta sfruttando la crisi  per guadagnare una nuova legittimità sociale , un ruolo di assistenza  per offrire   una sorta di “welfare state” mafioso senza burocrazia. A ciò bisogna aggiungere che la criminalità organizzata ha fiutato l’occasione storica ed è pronta  ad approfittare della crisi e delle difficoltà dei commercianti per rilevare a prezzi ribassati le attività commerciali e renderle così strumenti perfetti per il riciclaggio del denaro provento di attività illecite. E così sostituendosi ai vecchi titolari si troveranno dietro al banco quando arriveranno gli aiuti di Stato.  Occorre monitorare le cessioni di aziende che avvengono in questo periodo. E’ necessario istituire un registro delle cessioni covid,  per verificare chi acquista in periodo di crisi, le condizioni alle quali si realizza la cessione dell’azienda e, soprattutto, la tracciabilità dei flussi finanziari utilizzati da chi acquista. Da dove vengono i soldi dei nuovi compratori? Il rischio di consegnare il paese alla criminalità è enorme e va assolutamente scongiurato. 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

Tutti contro Gratteri, ma con la coda fra le gambe

Tutti contro Gratteri, ma con la coda fra le gambe

Jamil El Sadi 29 Agosto 2021

Il vertice di Md confonde l’individualismo con l’indipendenza della magistratura

Nella giornata di ieri il Manifesto ha pubblicato un articolo (nell’edizione cartacea) con un titolo politico ma anche polemico: “Politica e processi, i danni dell’’individualismo penale’. A sottolinearne la vena polemica è il sottotitolo – prima ancora del contenuto – in cui si parla di “toghe star. Ma a non voler essere maliziosi abbiamo letto e riletto per intero l’articolo firmato dal collega Andrea Fabozzi. E ci sorgono dei dubbi.
Si tratta di un’intervista fatta al nuovo vertice di Magistratura democratica nelle vesti della presidentessa
Cinzia Barillà – giudice di Corte d’Appello -, e del nuovo segretario, il pm dell’antimafia Stefano Musolino. Entrambi da Reggio Calabria.
A fasi alterne, i due di Md lamentano un gioco “
mediaticodi certi “procuratori in vistae alludono al “magistrato individualista che non fa bene alla magistraturae alla “povera” ministra Marta Cartabia che “ha cercato un compromesso come le paure sollecitate da alcuni magistrati assai in vista, senza interloquire con un pensiero collettivo. Ecco, parlavamo di dubbi. Ad esempio: a chi si riferivano i due quando hanno rilasciato quelle dichiarazioni (tra l’altro contestualizzate alle volte al tema della Riforma Cartabia)? A voler essere maliziosi sembrerebbe che il riferimento sibillino sia nei confronti di Nicola Gratteri, capo della Procura di Catanzaro, una toga che per carisma e per storia personale non ha mai avuto remore nel far sentire la sua voce nel dibattito pubblico. Il problema è che nella lunga intervista, i due di Md dicono solo il “peccato” e mai il “peccatore” (e dire che essendo magistrati dovrebbero essere abituati a fare nomi e cognomi?).
Come riporta
Il Fatto Quotidiano, il procuratore Gratteri “è nel mirino delle correnti di centrosinistra dell’Associazione nazionale dei magistrati, le stesse (Area e Unicost) che a marzo avevano presentato in assemblea un documento che conteneva una sostanziale censura nei suoi confronti (“la pubblica accusa eviti esternazioni che possano turbare la serenità del giudizio”). Anche in quel caso – così come nella doppia intervista del Manifesto – Gratteri non hanno il coraggio di citarlo mai. Si limitano a fare un’allusione sibillina.
Sì, proprio così, perché naviga nel sottobosco della vergogna, con la coda fra le gambe per paura di fare nomi e cognomi di quei magistrati con la schiena dritta che al posto di essere “
individualistisono in realtà indipendenti da schemi politici e logiche di potere. E difendono un alto senso critico ed etico della magistratura stessa.
Esatto, proprio come
Nicola Gratteri.

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85518-tutti-contro-gratteri-ma-con-la-coda-fra-le-gambe.html

Gratteri: ”La mafia emergente in UE è albanese”

Gratteri: ”La mafia emergente in UE è albanese”

AMDuemila 28 Agosto 2021

Da almeno tre anni dico che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un Pese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. Se poi esco dall’Albania e ho già un potere economico riesco a rafforzarmi come mafia internazionale”. A dirlo è Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, intervenuto ieri nel corso della serata ”La narrazione del Sud’’: un evento organizzato a Scilla dalla Fondazione Magna Grecia che precede la tre giorni dell’International Annual Meeting “SudeFuturi III – (R)innoviamo il Mezzogiorno”, che si terrà al Castello Ruffo (RC) tra il 9 e l’11 settembre.
Adesso lo sanno bene cosa sta succedendo nel cuore dell’Europa e stanno cercando di capire, ci chiedono cosa fare – ha detto il Procuratore –. E quando raccontavamo quello che stava succedendo in Olanda, che là la mafia si stava comprando tutto quello che era in vendita perché non ci hanno ascoltato? In questi Paesi del Nord Europa, sono molto gelosi della privacy, ma questo non aiuta. Le mafie vanno a caccia e si comprano tutto quello che è in vendita: è più redditizio investire in zone ricche ed è più facile mimetizzarsi. La mafia sudamericana, per esempio, investe in Europa invece che nel proprio territorio perché farlo qui è più redditizio”. Alla domanda della giornalista Paola Bottero, co-conduttrice della serata assieme al collega Alessandro Russo, sul perché la stampa lo aiuti così tanto, Gratteri risponde sorridendo: ”Perché faccio il mio lavoro dando tutto me stesso. E poi mi piace dire quello che penso: quando vedo e leggo certe cose non posso proprio stare zitto. Perora sto parlando tantissimo, ma non posso proprio tacere. Ricordo quando si è insediato questo Governo e si parlava di riforma del processo civile. Hanno detto che dovevano fare la riforma perché altrimenti l’Europa non avrebbe dato fondi. Ma per me è umiliante sentire dire una cosa del genere. Poi arriva la riforma del processo penale e si parla di ‘improcedibilità’. Tutti i partiti hanno votato questa riforma che prevede che dopo la condanna di primo grado se non c’è una condanna in appello entro 2 anni o in Cassazione entro un anno non si possa più procedere“.
Quando mi hanno chiamato in Commissione alla Camera – ha proseguito Nicola Gratteri – sono stato molto duro su questa riforma. C’è gente che è morta per i propri ideali e io non posso stare zitto. Ci sono stati 150 anni di mafia, ma ci sono stati anche 150 anni di antimafia. Questa riforma grazierà faccendieri e delinquenti. Non sono stati inseriti i reati contro la pubblica amministrazione, l’inquinamento dei mari, le discariche abusive. La verità è che il 50% dei processi cadrà, allora torniamo a prima della riforma Orlando se è questo il problema”.
Parole dure contro ciò che manca o che non va. Dalla mancata messa a regime degli uffici giudiziari alle 4 Corti d’Appello della Sicilia, che ha meno di 5 milioni di abitanti, contro le due della Lombardia, dove vivono 10 milioni di persone. E poi anche i 250 magistrati fuori ruolo costretti a ricoprire il ruolo di consulenti nei ministeri, ma visto che a causa del Covid i concorsi sono fermi, a breve non ci sarà il ricambio con i magistrati che andranno in pensione. ”E allora – ha concluso il magistrato – la verità è che non vogliamo un sistema che funzioni”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85500-gratteri-la-mafia-emergente-in-ue-e-albanese.html

Alla Sicilia il record dei beni confiscati ai boss e che “rinascono” per un uso sociale

Alla Sicilia il record dei beni confiscati ai boss e che “rinascono” per un uso sociale

Il Centro Pio La Torre ha analizzato la relazione sull’attività svolta nel 2020 dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. L’ultima assegnazione è stata quella al liceo delle Scienze umane linguistiche Danilo Dolci: all’istituto sono andati i “Magazzini Brancaccio”

Redazione

28 agosto 2021 15:05

Alla Sicilia il record dei beni confiscati ai boss. Nell’Isola il maggior numero di immobili appartenuti ai mafiosi e ora destinati al riuso sociale. Ben 449 su 5.645 assegnazioni. Sul podio Campania e Lombardia con 282 (su un totale di 3.017 beni sottratti alla camorra) e 86 (su 1.850). Seguono Piemonte (30 su 634) e Calabria (16 su 1.849). Il Centro Pio La Torre ha analizzato la relazione sull’attività svolta nel 2020 dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.

Un’analisi qualitativa mostra come la Sicilia, sebbene mantenga il primato dei beni destinati, vede diminuire dal 40,5% dei beni dislocati nel suo territorio al 32,23%, mentre la Campania conquista un posto (dal terzo al secondo) per numero totale di cespiti, superando la Calabria. Così come l’Emilia Romagna registra un incremento di beni in gestione (ad oggi 600), in linea con il trend degli ultimi dieci anni, indice del sempre maggiore interesse dei clan nel territorio del nord Italia.

Come si legge ancora nel documento dell’Anbsc, sul totale complessivo di 17.513 beni assegnati, “l’81% è stato destinato agli enti territoriali, il 13% è stato mantenuto al patrimonio dello Stato per il soddisfacimento di esigenze delle Amministrazioni centrali mentre il 4% è stato venduto e il 2% reintegrato nel patrimonio di società confiscate”. Sembra, dunque, che gli enti territoriali rappresentino il principale interlocutore dell’Agenzia nella restituzione dei beni alle collettività che devono fare i conti con la criminalità organizzata. Si tratta soprattutto di Comuni, ben 990 in tutto lo Stivale.

La Sicilia è la regione con la più alta percentuale, pari a 52,31%, dei Comuni destinatari dei beni un tempo appartenuti ai boss, mentre il Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta vedono coinvolti, rispettivamente, appena l’1,03% (3 Comuni) e l’1,35% (1 Comune) dei propri enti locali. Tra le regioni con alte percentuali di Comuni interessati alla destinazione dei beni vi sono Puglia (37,35%), Calabria (30,69%), Campania (24,36%), Lazio (18,52%) e Lombardia (11,08%). Guardando questi Comuni più da vicino, è Palermo quello con il più alto numero di beni destinati: 1.512 immobili. Seguono, con un certo distacco, Reggio Calabria (354) e Napoli (245). L’ultima assegnazione nei giorni scorsi a Palermo è stata quella al liceo delle Scienze umane linguistiche Danilo Dolci: all’istituto è andato l’immobile ‘Magazzini Brancaccio’, la cui concessione d’uso era stata precedentemente revocata. L’immobile è stato utilizzato dalla scuola per la realizzazione del suo progetto legalità.

Fonte:https://www.palermotoday.it/cronaca/beni-confiscati-mafia-2020-assegnazioni-regioni.html

Riforma della Giustizia, Di Matteo: ”Ricorda processo breve del governo Berlusconi”

Riforma della Giustizia, Di Matteo: ”Ricorda processo breve del governo Berlusconi”

Giorgio Bongiovanni 28 Agosto 2021

“Con la riforma possibile assoggettamento delle procure alla politica”

Sembra essere una riforma della giustizia che guarda più al passato che al futuro quella che la ministra Marta Cartabia ed il premier Mario Draghi vorrebbero proporre nei prossimi giorni al parlamento, addirittura chiedendo la fiducia di Governo.
Basta rileggere le pagine di quel “processo breve” tanto sognato dall’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (il fondatore di Forza Italia che, come dicono le sentenze, pagava la mafia) e dal suo avvocato Niccolò Ghedini nel 2009, assieme ai responsabili della giustizia dei maggiori partiti di maggioranza, Matteo Brigandì (Lega) e Giulia Bongiorno (An).
A rilanciare il parallelismo è stato oggi il consigliere togato del CSM Nino Di Matteo, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano. La riforma, infatti, ricorda per analogie evidenti la cosiddetta riforma del processo breve dell’ultimo governo Berlusconi, che rappresentava un pericolo per la tenuta stessa del sistema democratico”. Per il magistrato le somiglianze sono evidenti, soprattutto per il “meccanismo dell’improcedibilità” che farà “andare in fumo molti processi e sarà equivalente a una denegata giustizia. Non solo per le vittime, ma pure per gli imputati che magari sono innocenti e hanno diritto a una sentenza di merito”. E non solo. Per Di Matteo “il meccanismo dell’improcedibilità costituisce non solo un grave arretramento nel funzionamento del sistema di giustizia in generale, ma rischia di rappresentare un ulteriore arretramento nella fiducia che i cittadini devono nutrire nella giustizia. Quando qualsiasi processo andrà in fumo senza una pronuncia nel merito, è destinato ad aumentare il senso di sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato. Parallelamente ci sarà un incremento del prestigio criminale di coloro che hanno commesso reati, ma resteranno impuniti”. Per Di Matteo infatti “è facile prevedere che pure il reo confesso ricorrerà in Appello e Cassazione nella speranza che il decorso del tempo faccia venire meno il processo. La ragionevole durata dei processi è interesse di tutti, ma ci sarebbero altre soluzioni compatibili con il mantenimento dello stato di diritto”. E questa riforma, se approvata “produrrà un’ulteriore moltiplicazione degli appelli” anziché ridurli come avevano prospettato i suoi firmatari. “Serve una seria riforma dell’appello – ha sottolineato Di Matteo – che scoraggi le impugnazioni strumentali, con l’abolizione del divieto di reformatio in peius. Oggi l’imputato condannato fa comunque appello perché il suo ricorso, anche quando infondato, non lo espone mai al rischio di una condanna più severa”.
La Repubblica di Ezio Mauro aveva definito la riforma del governo Berlusconi “legge salva-premier”, ma oggi i rischi sono più alti perché si “rischia di segnare un ulteriore incremento di prestigio per le organizzazioni mafiose”, ha detto il magistrato, poiché i boss si dimostrano sempre capaci di celebrare i loro processi ed emettere le loro sentenze, mentre lo Stato dimostrerebbe la sua impotenza”.
In questi giorni la Guardasigilli Marta Cartabia ha detto che l’improcedibilità non si applicherà a reati di mafia e terrorismo perché sono puniti spesso con l’ergastolo.
Tuttavia per Di Matteo tali affermazioni non trovano “sostegno nella normativa in vigore” perché “moltissimi processi di mafia riguardano fatti gravissimi che non sono punibili con la pena dell’ergastolo: basta ricordare quelli relativi alla gestione delle estorsioni, al traffico di stupefacenti, ai tanti che hanno riguardato la contestazione solo del reato di associazione mafiosa o del concorso esterno per politici e uomini delle istituzioni”.
Ieri, sempre sul tema dell’improcedibilità, l’ex premier Giuseppe Conte è riuscito a ottenere dal Presidente del Consiglio Mario Draghi e dalla guardasigilli un’apertura alle sue richieste: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. Dunque il meccanismo della “tagliola” che fa morire i processi se non si concludono in due anni in Appello e uno in Cassazione non varrebbe per quel tipo di crimini.
Questo, ha detto Di Matteo, “segnerebbe un primo passo perché almeno si salverebbero molti processi di mafia che così sono destinati ad andare materialmente in fumo. Il mio giudizio sull’intero impianto della riforma, però, rimane comunque di preoccupazione” perché “l’improcedibilità continuerebbe a riguardare molti altri processi per reati gravi, tra i quali quelli contro la Pubblica amministrazione, tipici della criminalità dei colletti bianchi. Quelli continuerebbero a rischiare di andare in fumo”.
Un’altro pericolo segnalato dal magistrato, forse il più grande, contenuto dentro la riforma è la possibilità per il Parlamento di indicare i criteri generali da seguire per selezionare la priorità delle notizie di reato. Perché? “L’approvazione di questa parte della legge comincerebbe ad aprire uno squarcio, limitato ma facilmente allargabile, alla possibilità che poi sia la politica a dettare l’agenda alle procure. Questo, oltre a contrastare con i principi fondamentali della Carta, segnerebbe un passo verso il sostanziale assoggettamento delle procure al potere politico” ha concluso Di Matteo.
(Prima pubblicazione: 27-07-2021)

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/235-politica/85503-riforma-della-giustizia-di-matteo-ricorda-processo-breve-del-governo-berlusconi.html

 

Mafia: in Germania oltre 770 mafiosi, 500 ‘ndranghetisti

Mafia: in Germania oltre 770 mafiosi, 500 ‘ndranghetisti

AMDuemila 27 Agosto 2021

Le tre principali organizzazioni mafiose italiane in Germania contano su 770 presunti affiliati. E’ quanto rende noto il governo in risposta ad un’interrogazione dei Verdi, di cui Faz ha preso visione. La ‘Ndrangheta calabrese conta su oltre 505 affiliati, la Mafia su 109 membri mentre la camorra su 101 e 16 sono gli appartenenti alla criminalità organizzata pugliese. La ‘Ndrangheta è considerata dai funzionari di sicurezza tedeschi l’organizzazione più pericolosa ed è rappresentata soprattutto in Nordreno Vestfalia, in Baviera e in Assia. Nel 2016 le autorità investigative contavano un totale di 550 affiliati, oltre 200 in meno. Questo non significa, è l’interpretazione del governo di Berlino, che l’influenza della criminalità organizzata sia necessariamente cresciuta, ma piuttosto che è aumentata la conoscenza e la mappatura dei gruppi criminali italiani nel Paese di accoglienza. “I numeri in aumento probabilmente non sono ancora il punto d’arrivo, e dobbiamo fare tutto il possibile per fare più luce su un campo tuttora oscuro”, dice Irene Mihalic, portavoce della politica interna del gruppo parlamentare dei Verdi al Bundestag.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/85484-mafia-in-germania-oltre-770-mafiosi-500-ndranghetisti.html

Foggia, Morra: Commissione antimafia tornerà in città dopo intimidazione imprenditore

Foggia, Morra: Commissione antimafia tornerà in città dopo intimidazione imprenditore

AMDuemila 27 Agosto 2021

“Oltre che esprimere massima solidarietà all’imprenditore, non posso che preannunciare un prossimo ritorno a Foggia della commissione antimafia, al fine di coordinare un lavoro di stimolazione culturale e sociale sul territorio, al fine di fare capire che l’omertà è la migliore alleata di questi criminali”. Così su Facebook il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, Nicola Morra, con riferimento alla situazione che si è venuta a creare nella provincia di Foggia, in seguito all’intimidazione ai danni di un imprenditore della capitanata a cui è stato incendiato un capannone a San Severo (Foggia), paese in cui sono avvenuti 2 omicidi questa estate. Il comune capoluogo è già stato sciolto per mafia. “Neppure una settimana fa partecipavo ad un dibattito pubblico a Rocchetta Sant’Antonio, in provincia di Foggia, per ribadire quanto si debba prendere consapevolezza della virulenza della quarta mafia cosiddetta, quella foggiana, insieme al Procuratore Capo dottor Vaccaro ed al Vescovo di Cerignola, don Luigi Renna“, dice Morra. “E poco fa mi comunicano che l’imprenditore Lazzaro D’Auria, sotto scorta per aver denunciato richieste estorsive da parte appunto della mafia foggiana, è stato oggetto di gravissima intimidazione, con l’incendio di un suo capannone con danni per milioni di euro ed un dipendente intossicato dai fumi del rogo”, conclude Morra.

 

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/85479-foggia-morra-commissione-antimafia-tornera-in-citta-dopo-intimidazione-imprenditore.html

 

 

‘Ndrangheta, sciolti i comuni di Nocera Terinese, Simeri e Rosarno

Ndrangheta, sciolti i comuni di Nocera Terinese, Simeri e Rosarno

Accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata. La decisione del Consiglio dei ministri su proposta del Ministro dell’interno

Pubblicato il: 26/08/2021 – 22:20

ROMA Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Luciana Lamorgese, a norma dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, numero 267, alla luce degli accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata, ha deliberato: lo scioglimento del Consiglio comunale di Simeri Crichi (Catanzaro), e il conseguente affidamento della gestione del Comune a una Commissione straordinaria per la durata di 18 mesi; l’affidamento a una commissione straordinaria, per la durata di 18 mesi, della gestione del Comune di Nocera Terinese, già sciolto a seguito della riduzione dell’organo assembleare, per impossibilità di surroga, a meno della metà dei componenti del Consiglio comunale; l’affidamento a una commissione straordinaria, per la durata di 18 mesi, della gestione del Comune di Rosarno (Reggio Calabria), già sciolto a seguito delle dimissioni rassegnate da oltre la metà dei componenti del Consiglio comunale.

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/2021/08/26/ndrangheta-sciolti-i-comuni-di-nocera-terinese-simeri-e-rosarno/


Libero Grassi a 30 anni dal suo omicidio: SOS IMPRESA, rilanciare e rinnovare l’impegno antiracket

Libero Grassi a 30 anni dal suo omicidio: SOS IMPRESA, rilanciare e rinnovare l’impegno antiracket

AMDuemila 27 Agosto 2021

«Sono passati trent’anni dall’assassinio di Libero Grassi e ancora una volta ricordiamo il coraggio e l’amore per la libertà e la dignità che portò un imprenditore siciliano, a Palermo, a dire no al pizzo, alla corruzione e alla mafia, con coraggio e determinazione».
Un ricordo non sterile o solo vagamente celebrativo, quello che vuole fare affiorare SOS Impresa- Rete per la Legalità, bensì di rinnovato impegno a continuare a dire no alla mafia e ad aiutare quanti decidono di liberarsi, in sicurezza, dalla morsa criminale del ricatto estorsivo.
Il sacrificio di Libero Grassi non fu inutile perché, da quella tragica mattina del 29 agosto del 1991, è nato un movimento antiracket che ha cambiato il corso della lotta alla mafia attraverso la nascita di numerose associazioni antiracket prima in Sicilia e in Puglia e poi in tutta Italia.
«In questi trent’anni sono cambiate molte cose – dichiara Luigi Cuomo, presidente nazionale di “SOS IMPRESA Rete per la Legalità Aps” -, anche le strategie criminali di penetrazione nel tessuto economico del nostro Paese che, con la pandemia, si sono rafforzare e diffuse ancora di più. Sull’esempio di Libero Grassi oggi è necessario rilanciare, con coraggio e determinazione, un rinnovato no al racket, alla corruzione e alle varie mafie puntando principalmente sull’unità e sul rinnovamento del movimento antiracket in tutta Italia».
«La scelta di Libero Grassi di pubblicare, il 10 gennaio del 1991 sul Giornale di Sicilia, la lettera con la quale si rivolse direttamente ai suoi estortori – aggiunge Giuseppe Scandurra, vice presidente nazionale di SOS Impresa RplL – ancora oggi è da monito per quanti subiscono passivamente la sottomissione mafiosa senza ribellarsi o collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura che, con il contributo della collaborazione delle vittime, possono arginare ancora più efficacemente l’arroganza e la violenza estorsiva delle famiglie mafiose, liberando pezzi importanti di economia dal condizionamento e dall’infiltrazione criminale».

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85476-libero-grassi-a-30-anni-dal-suo-omicidio-sos-impresa-rilanciare-e-rinnovare-l-impegno-antiracket.html

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