Verso il 21 marzo. Siamo tutti debitori nei confronti di Don Peppino Diana

Siamo tutti debitori di Don Peppino Diana, il parroco di San Nicola ucciso 15 anni fa a Casal di Principe. Innanzitutto gli deve molto la Chiesa, l’istituzione cui apparteneva e che troppe volte, in nome delle pecorelle smarrite da  recuperare, ha lasciato soli i pastori che  combattevano  la malvagità espressa da quelle “pecorelle smarrite”, i loro interessi ed i potentati che esprimevano, insomma le mafie. Gli dobbiamo molto noi giornalisti, anche a nome di chi si è sciaguratamente prestato alle accuse infamanti  che ne hanno infangato la memoria, subito dopo il delitto del 19 marzo 1994.

Scuse, tante, subito: ed anche un grazie per aver avuto poi una occasione di riscatto, con quei colleghi che coraggiosamente hanno smontato pezzo per pezzo le infamie pubblicate dal Corriere di Caserta, con inchieste approfondite che hanno fatto capire quanto, quelle accuse fossero non solo false, ma messe in giro ad arte per coprire la matrice del delitto di Don Diana, ucciso per essersi opposto alla camorra, nel cuore di Casal di Principe, non in silenzio o assistendo le vedove, ma gridando in piazza, in Chiesa le sue accuse ai camorristi.

E devono delle scuse a Don Diana anche  quei pezzi delle istituzioni che hanno agito prima con indifferenza, di fronte alle sue accuse alla camorra, poi lentamente per ristabilire la verità ed assicurare alla giustizia gli assassini. Solo il 3 aprile 2003,meglio ricordarlo subito, il tribunale ha ristabilito la verità condannando il Corriere di Caserta a risarcire i danni per quello che avevano scritto (l’insinuazione cioè di una storia di donne dietro l’omicidio, nel miglior stile mafioso…).

E nonostante questo  quel Corriere di Caserta, alla vigilia della sentenza, quindi  9 anni dopo l’omicidio di Don Peppe Diana, insinuò che il sacerdote fosse stato ucciso per  aver custodito armi nella sua Chiesa.  Ipotesi falsa sin dall’inizio, ovviamente, chiaro a tutti perché emersa come una voce durante la testimonianza di un camorrista che  si affrettò subito a dire che non era vero, ma che fu messa in giro dei “casalesi” per screditare Don Diana: falsità chiara anche all’editore del Corriere di Caserta, che infatti  la pubblicò ugualmente. Uno “stile” che emerse poi chiaramente quando lo stesso editore fu arrestato con l’accusa di usare il suo giornale per estorcere denaro in cambio di silenzi  o di pubblicare soffiate varie in cambio di altri favori.

Ma siamo debitori di Don Peppino Diana tutti noi, cittadini di questo paese: perché la camorra arrivò prima di noi a capire la portata dirompente di quell’appello contro i clan che Don Diana scrisse  e divulgò a Casal di Principe, poco prima di essere ammazzato. Eppure, leggendolo anche oggi, 15 anni dopo, quell’appello ha l’attualità e la forza della contemporaneità, segno che là, purtroppo, i problemi non sono finiti, che la forza della camorra è purtroppo aumentata, che le difficoltà a stroncare e reprimere questa malavita  organizzata e radicata nei luoghi e nella mentalità  locale, è  sempre viva, purtroppo, anche nei suoi legami politici.

Per questo fa piacere vedere  40mila persone sfilare con allegria e con la forza della presenza, del coraggio per le strade di Casal di Principe, in nome di Don Peppino Diana e di quel suo appello alla ribellione contro la camorra. Così come fa piacere  vedere inaugurata la cooperativa di Libera sui terreni confiscati al clan di Giugliano, dove si produrranno nuovamente i gioielli di questa terra, i pomodori, le pesche, le mozzarelle di Bufala della “terra dei mazzoni”, terra di lavoro  rovinata dai clan, dai traffici illeciti di rifiuti tossici, dalla speculazione edilizia. Che almeno in uno spicchio di quella terra si ritorni al bene prezioso del lavoro pulito e dei prodotti genuini: “L’etica libera la bellezza” è infatti il titolo  della Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, organizzata da Libera per ricordare a tutti, che ci si può liberare dalle mafie, con impegno, scelte precise di contrasto della criminalità, ma anche di sviluppo, dove  le scelte della confisca dei beni, venga accompagnata dalla giustizia che si deve ai parenti delle vittime, e dalla giustizia sociale, come valore, come comportamento,come etica del lavoro e voglia di ribellarsi alle ingiustizia in nome , anche semplicemente, della nostra Costituzione della Repubblica.

A don Peppino Diana tutto questo sarebbe piaciuto e molto: così come, credo,gli sarebbe piaciuto il libro-fumetto sulla sua storia pubblicato dalla Round Robin Editrice e curato da  Raffaele Lupoli e Francesco Matteuzzi. Presentato proprio a Casal di Principe, forse come un altro debito della città verso il suo parroco ucciso, certamente come un atto di impegno verso la sua memoria. Perché quel 19  marzo del 1994, quando arrivai a Casal di Principe, mandato a capire per il mio tg3 come e perché era stato ucciso Don Diana, la città  sembrava divisa, spaccata a metà, tra l’indifferenza di chi guardava questi giornalisti come ad un circo viaggiante ed estraneo, e chi invece voleva gridare la sua indignazione, spesso senza trovare la forza, i luoghi, per farlo.

Roberto Saviano ricorda che allora, aveva 15 anni, quell’omicidio sembrava “cose del mondo dei grandi” e molti ragazzi,lungo il corso,  scappavano di fronte alle mie domande, a cavalcioni sui motorini che sgasavano  piroettando a destra e sinistra.  Molti di quei ragazzi, cresciuti, oggi si sono divisi tra chi ha scelto il mondo del crimine come  sponda della propria vita e forma economica di arricchimento, e chi invece si è ribellato portando Gomorra alla conoscenza del mondo,ma anche impegnandosi quotidianamente, per un altro modo di vivere  e di produrre, semplicemente senza clan e  quei rapporti camorra-politica che hanno inquinato questo mondo. A loro, che sono però i più numerosi, è giusto che anche la stampa rivolga oggi la sua attenzione.

Sono il futuro di questa regione, di Casal di Principe e di Napoli tutta: come dice Don Ciotti,”La camorra si combatte con  4 C, 4 mosse: coerenza, continuità, credibilità, cultura” Ed ancora:” Chi perde la vita per la giustizia,le vittime innocenti, in realtà donano la vita per un ideale superiore. Tracciano la strada che noi abbiamo il compito di seguire  ed il dovere di non dimenticare”.
Come ha fatto Don Peppino Diana, anche quel 19 marzo 1994, a Casal di Principe.
Santo Della Volpe

(tratto da www.articolo21.info)

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