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Usura per il clan Belforte, sigilli della Finanza ad altri due immobili

Il Mattino, Venerdì 22 Aprile 2016

Usura per il clan Belforte, sigilli della Finanza ad altri due immobili

di Mary Liguori


CASERTA – Sequestro d’urgenza per beni dal valore superiore al milione di euro: è il secondo atto dell’inchiesta «Dynasty» che, domenica, ha portato all’arresto di coloro che la Dda ritiene essere gli «eredi» del clan Belforte.
Usura ed estorsione aggravate dall’articolo sette della legge antimafia. Le contestazioni che dallo scorso fine settimana tengono in cella quattro persone, tra le quali Eremigio Musone e Roberto Trombetta, rispettivamente figlio del boss Vittorio e fratello del ras «intellettuale» Gino, sono collegate a due distinti episodi di prestiti a strozzo e, nel solo caso di Trombetta, a una richiesta di pizzo, sotto forma di «regalo di laurea» per il fratello «studente» e detenuto.

Ieri, la compagnia della guardia di finanza di Marcianise, diretta dal capitano Davide Giangiorgi, ha assestato un nuovo colpo al patrimonio che la Dda ritiene essere nelle disponibilità di Musone. Sotto chiave sono finiti una palazzina composta da sei appartamenti, a Marcianise, e una tenuta di campagna composta da un edificio d’epoca, una corte, un giardino e un terreno di mille metri quadrati nel comune di Camigliano, nell’Alto casertano.
È stata, in particolare, un’intercettazione telefonica a far scattare il sequestro del condominio a Marcianise, il cui valore si aggira intorno al milione di euro.

«Per ristrutturare il palazzo ho speso 800mila euro», dice Eremigio Musone, ignaro della presenza delle cimici. Secondo la procura, (coordina le indagini il sostituto procuratore Antimafia Luigi Landolfi) dunque, quel condominio che, sulla carta, è dei fratelli della defunta moglie di Musone era, in realtà, nelle sue disponibilità. Per questa ragione, sono scattati i sigilli, nel pomeriggio di ieri a Marcianise mentre, contestualmente, anche a Camigliano i finanzieri sequestravano la tenuta. Quest’ultima risulta intestata ai coniugi Annamaria Troise e Giancarlo Buonpane. Questi è fratello di una donna che, alcuni anni fa, rimase a sua volta coinvolta in un’inchiesta sul clan Belforte. Secondo gli accertamenti dei militari delle fiamme gialle, esiste «una discrepanza sostanziale tra i redditi dichiarati tra i due e il patrimonio che risulta loro intestato». Per la Dda, dunque, «sono prestanome di Musone». Per questo, sono indagati a piede libero.

Con il sequestro di ieri, l’ammontare dei beni sottratti negli ultimi quattro giorni agli indagati dell’operazione «Dynasty» supera i sei milioni di euro. Oltre alla villa extralusso di Capodrise e alle palazzine, sono state sequestrate anche delle auto. E, attraverso le presunte intestazioni fittizie utilizzate per non dare nell’occhio, è stato possibile risalire a un carosello di teste di legno. In certi casi, infatti, le vittime del giro di prestiti a strozzo, oltre a pagare gli interessi esorbitanti, erano anche costrette a intestarsi le auto degli indagati. Macchine di piccola cilindrata, ma superaccessoriate e costose: secondo gli inquirenti, comprate per riciclare i soldi dei giri illeciti.

Mini Cooper, Nissan Micra, Fiat Cinquecento: erano questi i modelli che componevano il parco auto finito sotto chiave. Tra le persone obbligate a intestarsi le citycar degli indagati, il titolare di una Onlus che serve ambulanze per il servizio sanitario di Caserta. L’uomo ha dichiarato che «le minacce di Musone» lo avevano «gettato in un tale stato di paura che, in più di un’occasione, ho pensato al suicidio», si legge nelle dichiarazioni della vittima. «Quando non fui più in grado di pagare gli interessi, iniziai a temere per l’incolumità mia e della mia famiglia», aggiunse. «Musone mi chiese i miei documenti e, siccome ero consapevole delle conseguenze che avrei patito se non avessi acconsentito, non mi rifiutai. Una settimana dopo, andai con lui in una concessionaria Nissan e mi fece intestare una Micra».