Uno Stato in dissoluzione.La miseria aumenta,la gente e in particolare i giovani sono senza una prospettiva di lavoro,la corruzione dilaga senza limiti nella politica e nelle istituzioni,l’Italia si imbarbarisce sempre di più.Quando a demotivarsi e ad indebolirsi sono anche le forze di polizia,ridotte ormai a stipendi di fame,senza divise,senza mezzi ,senza risorse,é la fine dello Stato di diritto. Di fronte ad una catastrofe del genere ed all’agonia di quello Stato per il quale hanno combattuto e sono morti molti dei nostri nonni e genitori ti monta la rabbia nel vedere l’indifferenza e l’inerzia di larga parte della gente che ,anzichè arrabbiarsi ed aprire gli occhi su quanto sta accadendo impegnandosi nel darti una mano nell’azione di contrasto,resta inerte,alla finestra,incosciente ed insensibile,in attesa della caduta rovinosa del Paese.Un popolo in piena agonia che ha perso perfino la capacità di capire ed indignarsi.Questo é il vero problema che provoca la sofferenza e l’angoscia di quella minoranza di persone oneste ,coscienti ed illuminate che si impegnano per almeno rallentare la corsa del Paese verso il precipizio. ed essere in grado,al momento di morire,di poter guardare negli occhi ,senza abbassarli per la vergogna,i propri figli e nipoti.Quando dei ragazzini vedono nella pistola il solo strumento per illudersi di sopravvivere ed a questa illusione si accompagna la disperazione e l’impotenza di quanti –le forze dell’ordine – sono chiamati ad assicurare la sicurezza ed un corretto e civile modo di vivere,é la fine di un Paese.Questa è la tragica realtà nella quale stiamo vivendo.

 

Napoli violenta. La polizia: «Noi, i dannati delle Volanti, moriamo per 1300 euro al mese»


di Daniela De Crescenzo 

Fermi un padre di famiglia che va al lavoro sullo scooter senza assicurazione e sai che se gli sequestri la moto lo rovini. Vedi periferie sempre più gonfie di soldi e di miseria, di rabbia e di disperazione e sai che nulla cambierà. Mille e trecento, mille e quattrocento euro al mese per rischiare la vita un giorno sì e l’altro pure: ma non è solo questo che fa male.

Se sei un poliziotto vero più che la povertà è la condanna all’impotenza che brucia. Perciò non è difficile squarciare il silenzio imposto dal regolamento: il dolore per un collega in bilico sul filo della vita aiuta a trovare il coraggio per raccontare. Ed eccola la vita dei dannati delle Volanti, uomini condannati a vedere il male e a non poterlo curare. Giacomo ha 57 anni e da 22 lavora in un commissariato di periferia. Giorno dopo giorno ha visto la mutazione genetica della delinquenza: «Oggi ci troviamo di fronte bambini impazziti che vogliono solo un pezzo di ferro che spara fuoco e che si chiama pistola – spiega – Pensano di mettere paura, ma non sanno che i criminali veri non si fanno vedere: usano la violenza il meno possibile e preferiscono far girare i soldi. Di fronte a queste creature aliene quello della polizia è un esercito sempre più ridotto: nel mio commissariato dieci anni fa avevamo una squadra investigativa di dodici persone, adesso siamo in cinque. Quando usciamo mettiamo insieme quasi tre secoli, e non abbiamo nessuno a cui insegnare il mestiere: dietro di noi non c’è nessuno. Siamo una polizia geriatrica. I giovani sono pochi e già sanno che rischiano la vita per niente. Quindi sono tentati di lasciar perdere, di non giocare una partita che sanno già persa».

Nando è più giovane, ma ugualmente amareggiato. I nuovi poliziotti sono più istruiti di quelli assunti venti o trenta anni fa: si presentano a un concorso che richiede la scuola dell’obbligo e in tasca hanno una laurea. Poi montano sulla volante. Nando ogni giorno setaccia uno di quei quartieri dove si spara per niente: «Negli ultimi anni le nostre forze, che pure sono scarse, sono state concentrate nelle zone centrali per evitare i furti e le rapine che fanno notizia – racconta – e noi delle aree di periferia siamo saliti nella scala del rischio. Oggi uscire con una sola volante in un quartiere di periferia è diventato pericolosissimo: dovremmo viaggiare almeno con due macchine, e invece siamo sempre più soli». Il rischio è un compagno, la paura è un nemico: se ti distrai sei un uomo morto: «Ma nella vita di ogni giorno non ci accompagna solo il pensiero della pallottola – continua, ed è ormai un fiume in piena – io temo soprattutto di combinare guai a livello giudiziario: se fermo una persona e la porto in ufficio per interrogarla, quella poi magari esce e mi va a denunciare per tortura psicologica e io non ho i soldi per pagare un avvocato. Dopo Genova c’è stata una svolta: quegli abusi hanno provocato una reazione. Ed è stato giusto. Ma se io devo interrogare un delinquente senza fargli pressione, che cosa pensate che mi dirà?». 

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