UNO DEI PROBLEMI IN ITALIA E’ CHE ALCUNI  DI COLORO CHE DOVREBBERO TUTELARE LA LEGALITA’ REMANO CONTRO

Il Mattino,27 Gennaio 2020

Case, soldi e capretti per le soffiate al boss: così hanno scoperto e arrestato 5 carabinieri nel Napoletano

di Leandro Del Gaudio

A libro paga, con un fisso di mille euro mensile. Ma anche soci occulti della camorra, che compravano a basso costo villette abusive costruite in zone vincolate su cui avrebbero dovuto esercitare il loro controllo. Villette poi rivendute con ampio margine, sempre grazie alla loro amicizia con il boss Pasquale Puca. E non è tutto: capretti e cesti di pesce, dolci artigianali la domenica, champagne e altri regali, tanto per non indispettire nessuno. Eccole le accuse mosse ad alcuni degli otto carabinieri indagati dalla Dda di Napoli per collusione con il clan Puca di Sant’Antimo. Indagini sul gruppo di lavoro che avrebbe dovuto fronteggiare abusi edilizi, traffici illeciti di rifiuti e che avrebbe dovuto contrastare il clan del boss Pasquale ‘o minorenne (da qualche anno all’ergastolo).

I NOMI
Pagina buia per lo Stato, a leggere le indagini dei pm Loreto e Serio, culminate nella misura cautelare firmata dal gip Valentina Gallo: ai domiciliari per corruzione sono andati i carabinieri Michele Mancuso, Angelo Pelliccia, Raffaele Martucci, Vincenzo Palmisano e Corrado Puzzo (il gip esclude l’aggravante mafiosa); l’ex presidente del consiglio comunale di Francesco Di Lorenzo; oltre al boss Pasquale Puca. Un anno di interdizione dai pubblici uffici nei confronti di Vincenzo Di Marino, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio e omissione; il capitano Daniele Perrotta, che deve difendersi dall’accusa di omissione di atti d’ufficio; e Carmine Dovere, indagato per abuso d’ufficio. Anche per loro è stata esclusa l’aggravante mafiosa. Per i cinque ai domiciliari, la Procura farà ricorso al Riesame, per ottenere gli arresti in carcere, mentre conviene ricordare che le indagini sono state condotte dagli stessi carabinieri, in sinergia con la Procura. Uno scenario nel quale spicca con forza la figura del maresciallo Giuseppe Membrino, mai prono verso il clan, firmando denunce contro il boss e i suoi affiliati, mettendo a segno blitz nei cantieri. Dice di lui il pentito Lamino: «Era una persona perbene, non si è mai piegato». Tanto che nel 2009, subisce un attentato dinamitardo, con una bomba carta sotto l’auto, facendo scattare – per motivi di sicurezza – il suo allontanamento dalla stazione di Sant’Antimo. Anni prima aveva sequestrato un capannone dove il boss stoccava rifiuti in modo illecito, bloccando incassi per 10mila euro al mese. In un’altra occasione, annotò sul taccuino i numeri di targa delle auto sotto la casa del boss, tanto che in quell’occasione Pasquale Puca se ne uscì con una frase carica di scherno: «Maresciallo, ho visto che vi piacciono i numeri, vi servono per giocarli al lotto?». Un crescendo di intimidazioni e segnali sinistri da parte della camorra dei Puca, sempre agevolati dalla presunta connivenza dei suoi colleghi, gli stessi che avrebbero dovuto proteggerlo. Secondo il pentito Lamino, i due militari Martucci e Palmesano «furono costretti a giustificarsi con il boss Puca per una perquisizione fatta sotto la sua abitazione», dal momento che «non era possibile fare nulla, vista la presenza di Membrino, maresciallo integerrimo».

IL DOSSIERAGGIO
Ma non era finita. Prima di arrivare alla bomba carta sotto l’auto (era il 2009), Membrino viene dossierato dalla camorra. Retroscena inquietante, spiega il pentito: «Il boss Puca incarica un videoperatore per filmare alcuni incontri tra Membrino e una sua conoscente, durante un pranzo in pizzeria o in altri momenti finalizzati – tra l’altro – ad acquisire informazioni sul territorio. Viene ricavato un cd rom con delle immagini, che vengono recapitate nella cassetta della posta della fidanzata (poi diventata moglie) del maresciallo. Un modo per destabilizzare la sua vita privata e per fargli arrivare un messaggio ad alto contenuto intimidatorio. Ma in cosa consistevano i servizi resi dai presunti carabinieri infedeli? Soffiate prima di un’operazione di alto impatto, mancate denunce in favore dell’autista del boss (senza patente e in regime di sorveglianza speciale), continue richieste di regali. Per non mettere i sigilli a un cantiere abusivo – scrive il gip – Martucci avrebbe preteso due televisioni al plasma, mentre sono decine gli episodi di regali (anche alimentari) riservati al gruppo di divise sporche. Uno scenario di opacità che potrebbe investire anche altri militari, secondo quanto emerge da un’intercettazione di altri due carabinieri (che non risultano indagati), che commentano ad alta voce: «Ma Sant’Antimo è più corrotta di Melito, qui hanno fatto una strage», riferendosi al presunto lavoro sporco di ufficiali, marescialli e brigadieri.

LE INTERCETTAZIONI
Emblematica, secondo il gip, l’intercettazione della conversazione tra due carabinieri indagati che – rilevano gli inquirenti -, somiglia più a quella tra due camorristi, infastiditi dal contributo che un «pentito» sta dando alla lotta alla camorra. Uno dice: «Lamino (il collaboratore di giustizia, ndr) ha fatto proprio da infame, la faccia verde…». E il collega incalza: «Ma quello si vedeva che era infame, non lo vedevi. Ogni cosa: “vado a Castello di Cisterna, ma dove vai…” (riferendosi alla volontà di denunciare tutto alla compagnia dei carabinieri)». L’altro carabiniere, a quel punto, osserva che era meglio se fosse morto in un agguato scattato nel 2016: «L’ultima volta che ci avemmo a che fare è quando gli spararono nella scarpa là, ebbe pure il culo che.. ebbe pure il culo che lo presero sotto il tacco.. almeno gliela davano una botta in fronte». Non mancano accuse nei confronti di un ex soggetto politico del Comune. È in questo scenario che finisce agli arresti domiciliari Francesco Di Lorenzo, ex presidente del consiglio comunale, ritenuto anello di contatto tra carabinieri infedeli e il clan Puca, che dovrà difendersi dall’accusa di aver fatto arrivare regali con il via libera della camorra. È in questo scenario che sono sorti edifici abusivi, che sono stati trafficati rifiuti in modo illegale. Tutto all’insegna della continuità tra camorra e istituzioni, come emerge da un altro particolare rivelato da un pentito: «Più di dieci anni fa, viene arrestato il boss Pasquale Puca, gli viene consentito nella caserma di Castello di Cisterna di stare qualche minuto con la figlia». Un modo per far passare lo scettro e le indicazioni utili a chi restava fuori a rappresentare la camorra egemone sul territorio.

Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2020

Napoli, la “lista dei carabinieri corrotti” raccontata dal pentito: “Loro sono Starsky & Hutch, ricevevano dal clan 1500 euro a testa”

Il collaboratore di giustizia del clan Puca di Sant’Antimo, Claudio Lamino, ha raccontato agli inquirenti della corruzione dei militari dell’Arma poi riscontrata dalle indagini: merce rubata, prosciutti, capretti, anche una compravendita di case. In cambio “preannunciavano perquisizioni e servizi nei nostri confronti”

di Vincenzo Iurillo

Questo è Pelliccia. È la coppia Starsky & Hutch, fa coppia con Mancuso e sono quasi sempre in borghese. La cifra a loro destinata dal clan era 1500 euro a testa, stando a quello che ci diceva Amodio Ferriero (un uomo dei Puca, ndr)”. Il pentito del clan Puca di Sant’Antimo, Claudio Lamino, sta parlando con gli inquirenti mentre esamina le foto per i riconoscimenti. Si riferisce ad Angelo Pelliccia e Michele Mancuso, già appuntato scelto e maresciallo capo della Tenenza dei carabinieri di Sant’Antimo (Napoli). Due dei cinque carabinieri arrestati su ordine della Dda di Napoli – pm Giuseppina Loreto e Antonella Serio – con accuse di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Altri tre militari sono stati sospesi dai pubblici uffici per un anno. Misure eseguite dal comando provinciale dei carabinieri di Napoli agli ordini del generale Giuseppe Canio La Gala.

Lamino, sottolinea il gip di Napoli Valentina Gallo, è un pentito attendibile. Ha iniziato a collaborare subito dopo il suo arresto nel 2017. Parte dei suoi verbali sono confluiti nell’ordinanza di arresto (eseguita quell’anno) di Raffaele e Aniello Cesaro, imprenditori di Sant’Antimo e fratelli del senatore di Forza Italia Luigi ‘a Purpetta’ Cesaro. Quando trapela la notizia del pentimento di Lamino i due militari, evidentemente preoccupati dei segreti che li riguardano e di cui è custode, iniziano una forsennata caccia alle carte relative ai suoi interrogatori. Una cimice nascosta nell’auto di servizio Fiat Punto registra Pelliccia e Mancuso mentre discutono di un avvocato che gli ha appena consegnato i verbali in formato informatico Tif: “Adesso li devo fare in un unico Pdf tutti quanti…”. Atti giudiziari che, secondo un’altra conversazione intercettata, “Starsky & Hutch” avrebbero studiato in caserma per poi precostituirsi una eventuale difesa. Durante l’orario di servizio.

I due però non sono finiti ai domiciliari per questo. Il loro arresto invece dipende da circostanziate accuse di corruzione descritte dal pentito e poi riscontrate dalle indagini condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri di Castello di Cisterna. Lamino accenna a riunioni del clan “in cui si stabiliva chi doveva ricevere i soldi” e Mancuso “era uno della lista dei carabinieri corrotti”. Soldi “ricevuti nel mobilificio di Pio Di Lorenzo”, ex presidente del consiglio comunale, oppure merce rubata o ottenuto in vario modo: era diventata consuetudine, ad esempio, ottenere in dono prosciutti e capretti. In cambio, i militari “preannunciavano perquisizioni e servizi nei nostri confronti, per quanto riguarda le notizie relative al clan Puca”. Per i Verde e i Ranucci, altri sodalizi malavitosi “in caso di problemi si rivolgevano a Pio Di Lorenzo per avere contatti con questi due carabinieri”.

Lamino rivela il sistema di telefoni “dedicati” escogitato per far arrivare notizie riservate al boss Pasquale Puca e proteggerlo dalle tempeste giudiziarie in arrivo. Uno era di Mancuso. Uno di Di Lorenzo. Il terzo del boss. Il primo chiamava il secondo che comunicava al terzo. Una volta la triangolazione non funzionò, Puca venne arrestato “e il figlio Lorenzo se la prese con Pio chiedendogli il motivo per il quale il padre non era stato avvertito”. La spiegazione che ne ottiene è curiosa e discordante: Martucci sostenne che il cellulare di Di Lorenzo era spento, Di Lorenzo invece disse che l’aveva sempre tenuto acceso. “Ricordo – afferma Lamino – che Lorenzo disse a Piuccio ‘mettetevi d’accordo su chi dice la verità perché mio padre è molto incazzato’”.

La misura degli arresti domiciliari ha riguardato altri tre carabinieri, i marescialli Raffaele Martucci e Vincenzo Palmisano e il brigadiere Corrado Puzzo. Anche per il loro si descrive il consueto giro di soldi, regali (pesce e champagne) e favori in cambio di protezione. L’accusa riguarda pure le vicende, rivelate dal collaboratore di giustizia, della compravendita di una casa a testa a Sant’Antimo. Due attraverso la società di un prestanome di Puca. Acquistate ‘a prezzo di costo’ grazie all’intercessione del boss, con giri di assegni non chiarissimi, e poi vendute con buon guadagno. Uno dei tre, Martucci, ha rivenduto la casa appena 38 giorni dopo il pentimento di Lamino. Secondo gli investigatori non è un caso.

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