Una situazione tragica che ci fa rabbrividire e ci fa tremare ogni volta che ci suona il telefono……………….Tanta sicumera,tante polemiche ,tante fratture ,tanto trionfalismo ed anche qualche insulto a noi che pur ci siamo sempre battuti per l’unità dei Testimoni di Giustizia emarginando chi operava in senso contrario.Noi abbiamo lavorato e ci siamo spesi con tutte le nostre forze ,utilizzando il prestigio e l’autorevolezza dell ‘ Associazione Caponnetto,per salvaguardare l’unità di questo pugno di persone coraggiose ed abbiamo dovuto subire umiliazioni ed insulti da parte di uomini di governo che ci hanno accusato di …………..”portare in giro come Madonne pellegrine”(sic!) alcuni di essi,ma non abbiamo condiviso la decisione di far approvare una legge da parte della Regione Siciliana valida, ovviamente, solamente per i Testimoni siciliani e non per tutti gli altri,mentre su un altro fronte si lavorava per farne approvare una nazionale, valida per tutta Italia.Temevamo che così facendo si sarebbe spaccato il fronte con gravi conseguenze per tutti. Si é verificato,purtroppo, e la legge approvata dalla Regione Sicilia si é rivelata una sorta di ….”trappola” che ha rallentato ed indebolito l’azione nei riguardi del potere centrale tesa ad ottenere una legge nazionale e ha portato i Testimoni della Sicilia a vivere ,tutti insieme,a Roma,lontani dalla propria terra,a 1300 euro al mese ed esposti al pericolo di eventuali vendette da parte dei delinquenti che essi hanno fatto arrestare. Se fossimo dei cinici a questo punto diremmo :”Ognuno raccoglie quello che ha seminato”,ma noi crediamo in alcuni valori di giustizia e di solidarietà verso delle persone che comunque hanno mostrato onestà,coraggio e senso dello Stato ,anche se qualcuna di esse ha voluto parecchio tempo fa offenderci.Ci stiamo battendo perciò perché il Parlamento approvi nel più breve tempo la legge nazionale per i Testimoni di Giustizia e proprio ieri ci ha telefonato la Segreteria della Presidente della Camera Boldrini per informarci che la proposta di legge é stata mandata nelle Commissioni.Lo sforzo da fare oggi é quello di sensibilizzare i gruppi parlamentari più autorevoli e presenti nelle Commissioni,quelli del PD e del M5S,perché si affrettino ad approvare la legge.A TUTTI i Testimoni di Giustizia ,vecchi e nuovi,raccomandiamo caldamente di NON lasciarsi più affascinare dalle strumentalizzazioni politiche di tizio o di caio e di fare del tutto per recuperare il senso della loro unità.Per l’emergenza nella quale si trovano gli amici siciliani,lasciati esposti ad ogni pericolo di vendetta,chiediamo al Ministero dell’Interno – e per esso al V.Ministro Bubbico – di voler disporre immediatamente tutte le misure di sicurezza per preservarli da ogni pericolo.

Una situazione tragica che ci fa rabbrividire e ci fa tremare ogni volta che ci suona il telefono……………….Tanta sicumera,tante polemiche ,tante fratture ,tanto trionfalismo ed anche qualche insulto a noi che  pur ci siamo sempre battuti per l’unità dei Testimoni di Giustizia  emarginando  chi operava in senso contrario.Noi abbiamo lavorato e ci siamo spesi con tutte le nostre  forze ,utilizzando il prestigio  e l’autorevolezza dell ‘ Associazione Caponnetto,per salvaguardare l’unità di questo pugno di persone coraggiose  ed abbiamo dovuto subire  umiliazioni ed insulti da parte  di  uomini di governo  che ci hanno accusato di …………..”portare in giro come Madonne pellegrine”(sic!) alcuni  di essi,ma non abbiamo condiviso  la decisione di far approvare  una legge  da parte della Regione Siciliana  valida, ovviamente, solamente per i Testimoni siciliani e non per tutti gli altri,mentre su un altro fronte  si lavorava  per  farne approvare una nazionale,  valida per tutta Italia.Temevamo  che così facendo si sarebbe spaccato il fronte  con gravi conseguenze per tutti. Si é verificato,purtroppo, e la legge approvata dalla Regione Sicilia si é rivelata una sorta di ….”trappola” che ha rallentato  ed indebolito l’azione  nei riguardi del potere centrale  tesa ad ottenere  una legge nazionale e ha portato i Testimoni della Sicilia a vivere ,tutti insieme,a Roma,lontani dalla propria terra,a 1300 euro al mese ed esposti  al pericolo  di eventuali vendette da parte dei delinquenti che  essi hanno fatto arrestare. Se fossimo dei cinici  a questo punto  diremmo :”Ognuno raccoglie quello che ha seminato”,ma noi crediamo  in alcuni valori  di giustizia e di solidarietà verso  delle persone che comunque  hanno mostrato onestà,coraggio e senso dello Stato ,anche se qualcuna di esse  ha voluto parecchio tempo fa offenderci.Ci stiamo battendo perciò perché il Parlamento

Quei testimoni di giustizia esposti alle vendette di mafia in un ufficio di Roma 

Assunti dalla Regione Sicilia nella sede di rappresentanza. Tutti sanno dove lavorano: “I colleghi hanno paura di noi”
ANSA

Testimoni di giustizia manifestano davanti a Montecitorio

A sentirla pensi a una barzelletta di Pierino. Come lasciare una cassaforte con la combinazione a vista, come esporre su uno striscione un segreto, come rinchiudere un gregge di agnelli in un recinto di lupi. Già. Perché quindici persone ad alto rischio, gente che ha cambiato identità e paese per sfuggire alla mafia, sono state messe a lavorare nello stesso ufficio di Roma, con tanto di insegna, indirizzo e campanello. Quindici testimoni di giustizia, vissuti finora sotto falso nome in paesini del Nord Italia per sfuggire alla vendetta di criminali che avevano contribuito a riconoscere e inchiodare a processo. Non collaboratori di giustizia, implicati e poi «pentiti», ma persone innocenti. Vuoi ammazzarli? Eccoli tutti insieme: nove al piano interrato, due in segreteria, quattro all’ammezzato. Basterebbe una sola bomba, una sola mitragliata per vendicare in un sol colpo decine di accuse, processi, ergastoli. 

 

«Bersagli segreti» si potrebbe scrivere sul campanello dell’ufficio di rappresentanza della Regione siciliana a Roma, di cui nessuno per scaramanzia scrive l’indirizzo ma che basta trovare con un paio di clic su uno schermo, con tanto di mappa su Google. A due passi dalla stazione Termini, un palazzetto signorile, un giardinetto interno, un portone che fa pure fatica a chiudersi, nessuna protezione. E dentro nove uomini e sei donne, tutti testimoni di giustizia siciliani mandati «in località protetta», tutti assunti nell’ottobre scorso dal governatore Rosario Crocetta, un gesto nobile per riconoscere il valore della loro testimonianza contro la mafia e porgere una mano di aiuto a gente che nel giro di una notte ha dovuto lasciare casa, azienda, parenti, amici, vita. 

 

Peccato che la solerte burocrazia si sia accorta in ritardo che questi quindici fantasmi in Sicilia non potevano tornare, proprio per il loro status di esuli a vita. E allora che farne? Idea. Metterli tutti insieme nell’unico ufficio che la Regione ha a disposizione in Italia fuori dall’Isola, a Roma. Dove, d’improvviso, i fantasmi si sono materializzati. Tra gli assunti ci sono Piera Aiello, la donna che ha puntato il dito contro i parenti mafiosi, cognata di quella Rita Atria che si uccise per disperazione alla morte del giudice Borsellino; e pure Giuseppe Carini, il testimone delle facce che giravano a Brancaccio ai tempi dell’omicidio di don Puglisi.  

 

Peccato che la storia, che sembra grottesca, in realtà sia tragica. Perché cinque giorni fa uno di loro, un poveruomo che dieci anni fa denunciò i killer che avevano sparato nel suo ristorante, si è chiuso nel bagno dell’ufficio e ha inghiottito sei pasticche per farla finita. Chiamiamolo Giorgio, ma non è il suo nome. Hanno sfondato la porta, è stato salvato, ne avrà per un mese. Il culmine di disperazione di un drappello di fantasmi stretti in ufficio a fare nulla. «Non hanno alcuna mansione, non hanno postazione, non hanno computer. Passano il tempo a guardare film sul telefonino, le donne lavorano a maglia», denuncia Ignazio Cutrò, il portavoce dell’associazione Testimoni di giustizia, imprenditore di Bivona che accusò i suoi estortori ma decise di restare in Sicilia, e ancora adesso vive sotto scorta.  

 

«Giorgio – dice Cutrò – non ce l’ha fatta più. Lo hanno accusato di essere lento a fare le fotocopie. So che sembra incredibile, ma provi lei a stare per mesi e mesi a girarsi i pollici, tra la stanchezza di dover percorrere ogni giorno centinaia di chilometri per raggiungere Roma da casa, l’insofferenza dei vecchi dipendenti dell’ufficio che non ne possono più dei nuovi arrivati, la paura di essere diventati bersagli». Così quell’ufficio è diventato una polveriera. Nervosismo tra i testimoni e rapporti a dir poco tesi con la dirigente dell’ufficio, Maria Cristina Stimolo. Cutrò parla a viso aperto, per chiedere a gran voce che i suoi colleghi siano spostati negli enti pubblici decentrati dei loro paesi di residenza, le località segrete in cui si erano rifugiati. Una soluzione ipotizzata ma non ancora trovata. 

 

E così ogni giorno i bersagli vanno lì, «perché non hanno altra scelta – spiega Cutrò – perché non possono permettersi di perdere lo stipendio, 1.270 euro al mese. È gente che, una volta uscita dal programma di protezione, ha perso l’assegno di sostegno ed è precipitata nella povertà, costretta a mangiare alla mensa della Caritas, a dormire negli ospizi, ad andare a raccogliere le patate. Gente che ha perso la sua prima vita, ma che adesso sta perdendo anche la seconda». 

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