Una raffica di interrogazioni parlamentari

Una raffica di interrogazioni parlamentari che  ben
illustrano l’estrema gravità della situazione esistente nel Basso Lazio.Una
situazione che si va aggravando anche sul versante dell’ordine pubblico e
della sicurezza dei cittadini ,come dimostrano i continui attentati
,incendi,spari nell’area di Castelforte,SS.Cosma e Damiano e Minturno  e
dell’aggressione   subita a Formia da dipendenti de Servizio della nettezza
urbana mentre facevano il loro lavoro.La camorra  e le altre organizzazioni
criminali  operano  in un clima di impunità e facendola da padrone in tutti
i settori soprattutto economici,con probabili coperture politiche  ed
istituzionali come  rilevano i parlamentari autori  di queste
interrogazioni,senza che ci sia stato finora da parte degli organi
competenti locali
uno straccio di provvedimento  atto a mettere fine a questa
situazione drammatica.Soprattutto in provincia di Latina,da Aprilia,al
confine con la provincia di Roma , a Castelforte-SS.Cosma e Damiano,al
confine con la Campania,si lamenta una situazione incandescente – con
assassini,come quelli di Don Cesare Boschin e degli avvocati Maio e Mosa (
tanto per citare i più noti),attentati,spari,incendi e violenze di ogni
genere e per i  quali non si è mai arrivati a capo di niente – che ci lascia
sconcertati e pieni di  punti interrogativi.Interrogativi ,soprattutto,che
si riferiscono  a quel “patto” che ci sarebbe stato fra camorra e pezzi
deviati dello Stato “in una villa di Gaeta” cui ha fatto cenno l’ex
subcommissario del Consorzio Rifiuti Facchi e sul ruolo eventuale di uomini
dei Servizi del quale si parla  nel servizio  di Andrea Palladino
nell’articolo  su Il Fatto Quotidiano  che sotto ripubblichiamo:

IlFattoQuotidiano.it / Mafie

Mafia capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si
può

Minacce ai pm, fughe di notizie e decreti di intercettazione appena attivate
in mano a chi non doveva averle. Il procuratore aggiunto di Roma: “Senza
registrazioni telefoniche e ambientali non riusciamo a fare inchieste sulle
organizzazioni mafiose”
di Andrea Palladino | 13 dicembre 2014

Lo sguardo dei due poliziotti all’ingresso della prefettura di Latina
improvvisamente si irrigidisce. Claudio Fazzone – il senatore divenuto
famoso per aver difeso la sua città natale Fondi dallo scioglimento per
mafia – entra senza guardarsi attorno. Questo è il palazzo da dove partì la
commissione d’accesso che andò a verificare l’operato della giunta retta dal
suo amico e socio Luigi Parisella, tra il 2008 e il 2009. E questo era l’ufficio
dove sedeva Bruno Frattasi, il prefetto che chiese a Maroni di mandare a
casa il consiglio comunale fondano, con il sospetto di essere stato troppo
tenero con i clan di ‘ndrangheta e camorra. Oggi il senatore Fazzone varca
la soglia con un ruolo inaspettato: componente della commissione
parlamentare antimafia, arrivata a Latina per capire quanto forte sia il
peso della criminalità organizzata a sud di Roma. Presenza, la sua,
sorprendente, visto che fino a ieri a palazzo San Macuto non si era fatto
mai vedere.

Latina è da decenni un pezzo dello scacchiere delle mafie, dove ‘ndrangheta,
Cosa Nostra e camorra si spartiscono affari, pezzi di territorio, conquista
del litorale, logistica: “Una presenza ormai radicata e strutturata” avevano
spiegato il procuratore della Dda di Roma Giuseppe Pignatone e il suo
aggiunto Michele Prestipino, dopo aver a lungo raccontato l’inchiesta di
Mafia Capitale, basando le parole sui tanti fascicoli accumulati dall’antimafia
da più di un decennio. Processi che hanno visto imputati – poi condannati –
gente del calibro di Zagaria, o i fratelli Tripodo, figli del
mammasantissima di Reggio Calabria don Mico, nome storico delle cosche del
sud, ucciso nel carcere di Poggio Reale negli anni ’70.

Su una cosa Fazzone non ha dubbi: “Il consiglio comunale di Roma va sciolto
per infiltrazione mafiosa”, racconta ai giornalisti a margine della
audizioni che la commissione parlamentare ha tenuto oggi. In tanti si
guardano negli occhi: “A Fondi era differente – aggiunge, intuendo il
paradosso delle sue parole – lì non c’era un solo consigliere comunale
condannato, solo un assessore finito nell’inchiesta per problemi personali.
Qui le mafie non sono strutturate – spiega – la presenza è la conseguenza di
qualche personaggio arrivato da fuori. Non generalizziamo, ne va di mezzo l’economia
del territorio”. Una realtà ben lontana da quella disegnata dagli ufficiali
che nel 2008 analizzarono le carte del comune del sud pontino, sottolineando
in rosso gare d’appalto, procedure extra ordinem, amicizie sospette. Se Roma
brucia, Latina per il momento sonnecchia.

Dietro l’aria di festa natalizia che già si respira nelle strade c’è un
giudice minacciato pesantemente, con due manifesti funebri appesi davanti
alla scuola delle figlie. Si chiama Lucia Aiello, e fu lei a presiedere la
sezione penale che giudicò i mafiosi di Fondi. La commissione parlamentare
antimafia l’ha convocata per ascoltare il suo racconto, che viene definito
“toccante e intenso”. Uscendo dalla sala della prefettura di Latina spiega
di aver ricordato il clima pesante che viveva quando doveva giudicare i
fratelli Tripodo di Fondi, poi condannati fino in Cassazione per mafia.
Sensazioni che difficilmente può dimenticare, che si mescolano con l’immagine
di quei due manifesti funebri che una mano ignota le ha dedicato poco meno
di un mese fa. Poi tocca al procuratore Andrea De Gasperis, al presidente
del Tribunale e ai comandanti delle forze dell’ordine. Cosa hanno
raccontato? “Non chiediamo dettagli sulle indagini in corso, neanche in
seduta segreta – spiega il capogruppo del M5s in commissione antimafia
Francesco D’Uva – perché c’è sempre il rischio che tra i 50 parlamentari
commissari vi possa essere qualcuno che poi riferisca le notizie riservate”.
Insomma, non si sa mai, di questi tempi meglio non fidarsi. E a Latina certe
prudenze assumono un certo peso.

Il giorno prima della missione e delle audizioni nella capitale pontina è
stato il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino a spiegare alla
commissione come sia difficile fare indagini antimafia da queste parti. “Vi
racconto un episodio significativo”, aveva esordito, chiedendo apertamente
di non secretare il suo racconto. Una storia apparentemente strampalata di
spioni e ricatti, ma che bene descrive la palude pontina in fondo mai
bonificata del tutto. “Tempo fa un signore querela una persona per molestie.
Un fatto banale – ha esordito il magistrato romano – che alla fine termina
con una remissione di querela”. I due, però, continuano ad avere screzi e
decidono di incontrarsi a Roma per risolvere la questione. La vittima della
molestia si presenta con un giubbotto antiproiettile. L’altro si allarma,
chiama i carabinieri che lo perquisiscono. E qui c’è una sorpresa degna di
una spy story: “I carabinieri trovano addosso all’uomo alcuni decreti d’intercettazione
appena attivate, proprio su Latina”, ha raccontato Prestipino davanti a
commissari decisamente sorpresi.

Atti d’indagine della Dda di Roma coperti da segreto. La giustificazione è
ancora più sorprendente: “Sono un collaboratore dei servizi di sicurezza –
ha raccontato l’uomo, un romano, titolare di una società di security a
Londra, ma ben noto nella capitale – e ho avuto un incarico da chi si occupa
di intercettazioni a Latina”. Peccato che la Dda non ne sapesse nulla. Alla
fine alcuni titolari della ditta incaricata di eseguire quelle delicate
attività tecniche d’indagine sono stati indagati. “Capite come è difficile
fare indagini a Latina? – ha commentato il magistrato romano – Senza
intercettazioni non riusciamo a fare indagini per mafia”. Non è chiaro al
momento se questa storia – divenuta pubblica in questi giorni – sia
ascrivibile ad una semplice leggerezza. E, soprattutto, non è chiaro il
profilo di Molayem, che sosteneva di lavorare perfino per il Mossad. Se
Mafia Capitale vuol dire politica, affari e metodo mafioso, la palude
pontina aggiunge un altro elemento al quadro. E’ il silenzio. Tra i coloni
veneti che qui arrivarono negli anni ’30 si dice spesso “magna e tasi”,
mangia e stai zitto. Qui in fondo le mafie investono e a guadagnarci sono in
tanti. Forse troppi.”

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