Una nostra irruzione in un mondo surreale, quello di Scampia, dove lo Stato si presenta solo con il suo volto repressivo.

Un’irruzione, ieri, nella realtà di Scampia, per proseguirla, poi, in un quartiere napoletano fra i più infestati dalla camorra.

Una realtà surreale, quella appunto di Scampia, che ci ha fatto entrare in un mondo da noi appena immaginato fatto di degrado e di violenze che i media ci disegnano solamente nelle grandi linee.

E con molta approssimazione.

Un mondo che, pur nei limiti di tempo impostici, abbiamo voluto scandagliare parlando con alcuni volontari e soprattutto con alcuni poliziotti colà inviati da tutt’Italia a presiedere militarmente un’area dove succede di tutto.

Scampia è, infatti, presidiata da un mezzo migliaio di uomini armati di tutto punto ed appartenenti ai reparti mobili di mezza Italia.

Siamo andati a Scampia per assistere alla proiezione in prima nazionale di un film-documentario prodotto dalla RAI.

Tanta gente, a tale proiezione, ma quasi tutta proveniente da fuori.

Tanti esponenti di Associazioni antimafia operanti sul territorio, compresa la Caponnetto, tanti giornalisti, tanti studiosi del fenomeno droga, ma pochissime persone di Scampia.

La gente, la maggioranza della gente, completamente assente.

Due mondi che si contrappongono:

quello costituito da un tessuto che si è strutturato nel e con il degrado, con la delinquenza, con lo spaccio di sostanze stupefacenti ed un altro costituito da volontari meravigliosi che hanno dedicato e dedicano la loro esistenza ed il loro tempo a tentare di modificare un po’ in meglio quella realtà infernale.

Con lo Stato quasi del tutto assente e che si presenta con quasi esclusivamente il suo volto repressivo, senza un progetto organico di riscossa morale, civile ed economica, senza un intervento serio capace di modificare l’intero tessuto.

Uno Stato arcigno che si è presentato finora solamente con il suo volto poliziesco.

La repressione è necessaria in situazioni del genere, ma, insieme ad essa, vanno costruiti modelli di vita, economici, urbanistici, culturali, in grado di assicurare alla gente spazi di vivibilità civile.

Ed, invece, non ci sono centri di aggregazione per i giovani, non c’è un cinema, non c’è un teatro, non c’è un’occasione di occupazione per i giovani che hanno due alternative: andare via – e non si sa dove – o spacciare droga.

Forse il film-documentario della RAI ha omesso di tratteggiare sufficientemente questa cruda realtà e questo è stato un grosso limite della produzione che pur ci è apparsa apprezzabile e, stante la realtà politica nazionale ma soprattutto campana, anche coraggiosa.

Speriamo che il tutto non si esaurisca nella produzione di un film e che la RAI continui a fare, oltre che documentare l’esistente, uno sforzo anche in direzione delle esigenze da soddisfare per sottrarre circa 100.000 cittadini ad una situazione che definire infernale è dir poco.

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