Una legge e tanti Comuni sulle “montagne russe”.LA LEGGE VA MODIFICATA.VANNO PRIMA DI TUTTO  RIMESSI  NELLE COMMISSIONI DI ACCESSO I RAPPRESENTANTI DELLE FORZE DELL’ORDINE E,POI,OLTRE AI POLITICI, BISOGNA MANDARE A CASA A VITA I FUNZIONARI ED I DIRIGENTI COLLUSI.

Una legge e tanti Comuni sulle “montagne russe”

di Vittorio Mete

La legge che consente di sciogliere le amministrazioni comunali ritenute di essere infiltrate (o anche solo infiltrabili) dalle mafie è stata introdotta, nel 1991, come risposta ad una cruenta e spettacolare faida di ‘ndrangheta. Come spesso accade nel campo delle politiche pubbliche, e ancor più nell’ambito di quelle antimafia, è l’“emergenza”, vera o presunta, a (s)muovere il legislatore.

In quel caso, l’emergenza era data dall’uccisione, a Taurianova (RC), di un consigliere comunale, additato come capo mafia locale, cui l’indomani seguirono ben quattro omicidi di persone appartenenti alla fazione criminale nemica. A causa della violenza dei colpi ricevuti, a una delle quattro vittime la testa quasi si staccò dal resto del corpo.

Questo episodio, già di per sé assai macabro, sui giornali divenne una diversa verità, molto più “notiziabile”: i sicari avrebbero tagliato la testa con un coltello e con essa giocato al tiro al bersaglio per le strade del paese. Cinque morti in due giorni, corredati da un dettaglio così truce, ebbero la forza di innescare la dinamica dell’emergenza che, quando giunge ad un certo punto, inizia ad autoalimentarsi.

Fu così che, nel giro di poco, i TG e i quotidiani nazionali mandarono nella cittadina calabrese i loro corrispondenti per coprire la notizia e i suoi sviluppi; il Vaticano condannò “lo Stato assente”; il territorio fu presidiato palmo a palmo dalle forze dell’ordine; la Commissione Parlamentare Antimafia si precipitò in Calabria; Claudio Martelli, all’epoca Ministro della Giustizia, espresse dure critiche nei confronti della magistratura calabrese, inviando gli ispettori ministeriali alla procura di Palmi e chiedendo al collega degli Interni di sciogliere senza indugi il consiglio comunale di Taurianova. Perfino il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, in visita ufficiale oltreoceano, sentì l’esigenza di esprimersi sul problema della criminalità in Calabria.

La risposta del Governo ai cittadini, ai media, a spezzoni della politica che reclamavano un intervento capace di fronteggiare l’“emergenza” fu un decreto legge che permetteva al Governo stesso di sciogliere i comuni per mafia perché, appunto, era ritenuto uno scandalo che un capomafia sedesse in consiglio comunale.

Il primo comune a farne le spese, nemmeno a dirlo, fu Taurianova. Insieme ad esso, Lamezia Terme, dove nello stesso maggio del 1991 erano stati trucidati due netturbini la cui unica “colpa” era di lavorare per la società di raccolta dei rifiuti “sbagliata”.

In breve, nei primi due anni e mezzo di applicazione della normativa, lo Stato, cioè sostanzialmente il Ministero dell’interno e le sue prefetture, in sintonia con la dura risposta istituzionale alle stragi del biennio 92-93, scioglie ben 76 comuni, una media di circa 30 all’anno. Poi succede, però, che nel 1994 se ne sciolgono solo quattro. E nel 1995 soltanto tre. Come mai questa drastica riduzione? Come sempre accade nelle scienze sociali, le spiegazioni di un fenomeno complesso devono chiamare in causa aspetti differenti, ognuno dei quali concorre a darne conto. Qui è dunque appropriato tirare in ballo l’efficacia e l’effetto deterrente della stessa normativa sugli scioglimenti; la (parziale) uscita di scena di un personale politico locale legato ai tradizionali partiti di governo che in quegli anni affrontano una crisi che li condurrà da lì a poco ad una rapida scomparsa; l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco (l. 81 del 1993) che cambia almeno in parte le regole della costruzione del consenso e della conquista del potere municipale; e molte altre cose ancora (ma non il netto miglioramento della classe politica, come pure è stato scritto per spiegare la decimazione dei decreti di scioglimento!).

Per fare un passo avanti nella comprensione di questo bizzarro andamento temporale dei decreti di scioglimento, conviene però allargare il quadro e vedere cosa è successo negli anni successivi nell’applicazione della normativa. Ai 309 provvedimenti che si contano dal maggio del 1991 fino al 31 agosto 2018 si arriva, infatti, tra alti e bassi: dopo la partenza sprint e la drastica caduta di cui si è detto, si ha un lungo periodo altalenante (tra il 1997 e il 2011 si registrano 120 decreti, con una media di 7,5 all’anno e una punta di 14 nel 2005), una nuova fiammata nel biennio 2012-13 (40 scioglimenti), un rallentamento nel successivo triennio (con una media di 9) e una netta ripresa degli ultimi due anni (20 nel 2017, 20 dal primo gennaio al 31 agosto di quest’anno).

Insomma, a fronte di tentativi di infiltrazione che possiamo bene o male ritenere costanti nel tempo, gli scioglimenti salgono sulle montagne russe. Per capirci qualcosa, più che alla mafia conviene allora guardare all’antimafia. Del resto, gli scioglimenti ci parlano più delle reazioni dello Stato alle infiltrazioni mafiose che delle infiltrazioni stesse. E le reazioni si hanno quando c’è qualcuno che preme, che sollecita, che chiede interventi. E si hanno anche quando esibire la lotta alle mafie fornisce un tornaconto in termini di legittimità politica e di consenso sociale dell’azione di governo, quando l’antimafia è intesa come una risorsa politica. L’ipotesi interpretativa (per motivi di spazio) qui appena abbozzata diventa più convincente se si guardano gli scioglimenti più da vicino e li si colloca nel loro contesto storico-politico: l’emergenza di Taurianova e delle stragi del 92-93 fa nascere e dilagare gli scioglimenti, il calo di attenzione del 94-95 conduce ad una sostanziale disapplicazione della norma.

Il Governo tecnico di Mario Monti, che per la sua genesi gode di una limitata legittimazione politica e che ha un prefetto al Viminale (Anna Maria Cancellieri), torna a puntare su questo strumento di contrasto. Gli scioglimenti dei Comuni del Nord si concentrano in maniera eccezionale (5 su 7) tra il 2011 e il 2013, quando alcune grandi indagini costringono l’opinione pubblica (e la classe politica) ad accorgersi della presenza della ‘ndrangheta in Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. E, proprio in queste regioni, come se lo scioglimento fosse un corollario dell’azione della magistratura (cosa che, a leggere la norma, non dovrebbe essere), si registrano gli scioglimenti dei comuni. Né prima e né dopo. E nemmeno altrove.

Sul punto, il caso più lampante è probabilmente l’indagine su “Mafia Capitale” e il connesso scioglimento del Municipio di Ostia, nonché lo sventato scioglimento della stessa Capitale. Ancora, e per concludere, se si guarda alla composizione per tipo di mafia (camorra, ‘ndrangheta, Cosa nostra) degli scioglimenti si scopre che negli ultimi anni più della metà di tutti gli scioglimenti (73 su un totale di 133) è imputabile a gruppi di ‘ndrangheta, in linea col rinnovato interesse, da una decina di anni a questa parte, dell’opinione pubblica per la mafia calabrese (grosso modo dalla strage di Duisburg del 2007 e dalla relazione della Commissione Antimafia presieduta da Francesco Forgione del 2008).

Nel caso delle infiltrazioni mafiose negli enti locali, ma il discorso potrebbe applicarsi anche ad altri aspetti della lotta alle mafie, sembra allora che le “chiacchiere”, intese come la capacità della società civile, dei media e di altri corpi intermedi della società civile di premere sulla politica e sulle istituzioni, abbiano la capacità di attivare i “distintivi”, vale a dire indurre le autorità a puntare su specifici e concreti provvedimenti di contrasto.

 

Fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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