Una famiglia cresciuta nella Capitale fra indifferenza e omertà

Una famiglia cresciuta nella Capitale fra indifferenza e omertà

La dinastia criminale dei Casamonica è stata derubricata a “robetta”. Così si sono “allargati” e diventati importanti mantenendo sempre un profilo basso: «Noi siamo zingari, cento per cento zingari», urlano le donne della famiglia mentre gesticolano con chiome al vento, gonne gitane, luccichii di perle addosso, davanti alle ville come reginette di Suburra

A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

06 aprile 2021

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Dopo la serie sull’omicidio di Mario Francese, quella sul patto tra Cosa Nostra e i colletti bianchi e quella sulla seconda guerra di mafia, si passa adesso al racconto dei Casamonica.

I Casamonica, chi? Quelli dell’aggressione? Quelli della testata? Ma quella mica è mafia, hai mai visto un mafioso dare un cazzotto o una “craniata”? Quelli non sono mafiosi, non sono romani, non sono manco italiani. Non sono. Ecco, semplicemente non sono. Nel sonno della ragione, Roma ha giocato la parte della protagonista: ignorando per anni la nascita, crescita e imposizione delle grandi famiglie criminali nel suo territorio.

E cosi una signora della droga ha potuto sentenziare di recente: «A Roma è un’altra cosa. A Roma pure con dieci accuse ti danno cinque mesi di carcere, sei mesi, al massimo sette mesi.

A Napoli, invece, per le stesse cose ti danno dieci anni. Ce ne dobbiamo venire tutti a Roma. Altrimenti e finita». A Roma, invece, non finisce mai, nella città senza porti dove pero arrivano tutti. A svernare, a nascondersi, a trafficare, a imporsi, a guadagnare. A Roma ha vinto quello che in psicoanalisi si chiama rimozione. […] I fatti dicono che in quasi metà secolo, mentre i Casamonica diventavano giganti, tutto attorno era un pullulare di sottovalutazione. Così le parole, sbagliate, che hanno riguardato i Casamonica sono quelle che gli stessi membri di questa famiglia adoperano per definirsi: “nomadi”, “zingari”, “zingaracci”. C’è una singolare e anomala aderenza tra la vulgata popolare e la stratificazione del fenomeno anche in termini giudiziari e investigativi. Ridurli a fenomeno da baraccone, da circo, a violenti senza arte né parte, a loschi figuri, vandali confinati nel loro ghetto di una borgata romana, diventata presto quartiere, e stata un’operazione perfettamente riuscita, ma che li ha resi il più potente clan del Lazio. Per anni, già nella generale sottovalutazione delle mafie a Roma, i Casamonica sono stati trattati da minus habens, da minorati del crimine, da robaccia di serie b, da manovalanza violenta senza storia, senza strategia e, di conseguenza, senza, quasi, alcun interesse pubblico e, neanche, investigativo.

[…] Il primo errore è stato proprio linguistico: evitare di usare la parola mafia. La criminalità organizzata ha rapporti con politica e imprenditoria, condiziona la libera concorrenza, impone il pizzo, esercita il controllo territoriale. Ammetterlo obbliga a un’assunzione di responsabilità sul tema. C’è una frase che racconta bene il diniego: «Ha visto solo quello che voleva vedere».

Di mafia non si doveva parlare, come se farlo fosse un’esagerazione, un parossismo, una roba irrituale a queste latitudini, “inverosimile”, hanno scritto i tribunali. Perché Roma ha fatto sempre spallucce, eppure di arresti eccellenti ce ne sono da decenni e già negli anni ottanta la capitale era porto sicuro per traffici e latitanti. Nel 1982 viene arrestato Totuccio Contorno, arrivato a Roma dalla Sicilia con tutta la famiglia per evitare vendette trasversali e con un carico di droga per proseguire gli affari; nel 1985 tocca a Pippo Calò, il “banchiere della mafia”, in un appartamento di Monte Mario; nel 1991 finisce dentro Ciro Mariano, il boss dei Quartieri spagnoli napoletani; nel 1992 è il turno di Francesco Cannizzaro, legato al boss Nitto Santapaola, e Raffaele Stolder, influente camorrista. Sono solo alcuni nomi. E poi traffici di droga, omicidi, rapimenti, ma parlare di mafia e radicamento sembrava troppo per la città del Cupolone e del Colosseo, dei salotti e del lungotevere, della grande bellezza.

LE ISTITUZIONI NEGAVANO

«La capitale non è soffocata dalla foresta mafiosa, ci sono soltanto alcuni alberi» dichiara nel lontano 1991 Carmelo Caruso, allora prefetto di Roma, e lo stesso concetto viene ribadito nel 2014 dal prefetto Giuseppe Pecoraro, pochi giorni dopo l’arresto di Massimo Carminati e lo scoppio dell’inchiesta Mafia Capitale: «Una cosa deve essere chiara: Roma non è una città mafiosa. Ci sono comportamenti da mafiosi, che è un’altra cosa. Città mafiosa è quando ci sono organizzazioni tipiche della mafia, della camorra, della ’ndrangheta con un controllo incisivo sul territorio con organizzazioni paramilitari, e a Roma tutto questo non c’è».

Non c’è, diceva fino a ieri il prefetto di Roma, la più alta rappresentanza pubblica e istituzionale sul territorio del Ministero dell’interno.

La dinastia criminale dei Casamonica è stata derubricata a “robetta”, loro sono inferiori, zingari, anzi zingaracci. E come se avessimo usato guanti di velluto contro un esercito. Cosi sono cresciuti e diventati importanti mantenendo sempre un profilo basso: «Noi siamo zingari, cento per cento zingari» urlano le donne della famiglia mentre gesticolano con chiome al vento, gonne gitane, luccichii di perle indosso, davanti alle ville come reginette di Suburra.

Non si può applicare lo schema delle altre mafie, come camorra, mafia o ’ndrangheta, alle realtà autoctone. Un approccio che di recente la Cassazione ha affrontato introducendo un nuovo concetto giuridico. Questi danno testate, prendono il bastone, urlano, tirano ciabatte, come si fa a chiamarli mafiosi?

Infatti, sono Casamonica, unici, irripetibili, Casamonica.

Il loro porto franco criminale è simile ad altri, ma la loro identità profonda è un unicum nel panorama delle organizzazioni malavitose italiane. Un unicum. Il primo fattore è la violenza, una violenza da barbari. Creduta cieca, inutile, dissennata e, invece, segnale di un territorio marcato a vista, controllato, di più, posseduto.

Il secondo fattore e il vincolo familiare, incroci di unioni e legami, di tradizioni e riti senza possibilità di uscita, tranne eccezioni che hanno prodotto i primi grossi guai alla dinastia.

Un universo, composto da galassie: Casamonica, Di Silvio, Di Guglielmo, Di Rocco, Spada, Spinelli, tutte strettamente connesse fra loro sulla base di rapporti fra capostipiti, a loro volta sposati con appartenenti alle varie famiglie.

Il terzo fattore è l’inafferrabilità, l’impunità dovuta a una rete di teste di legno, favoreggiatori e anche per la sottovalutazione riservata agli “zingaracci”, sottovalutazione che e diventata centrale nell’esercizio del potere. Inafferrabili perché incomprensibili le loro conversazioni, un dialetto conosciuto solo agli interni e complicatissimo da tradurre, soprattutto complicatissimo trovare qualcuno che da interprete metta nome e cognome in un procedimento contro i Casamonica.

UN CLAN UNITO, CHE INCUTE PAURA

Accanto a questo l’assenza di pentiti, un dato ora in discussione con l’arrivo di una testimone, Debora Cerreoni, che per anni è stata compagna di Massimiliano Casamonica, e di un sodale, Massimiliano Fazzari, uomo di ’ndrangheta, che è diventato collaboratore di giustizia.

Ma i Casamonica sono come cerchi che si intrecciano, ma non combaciano. E i cerchi sono decine. Ognuno ha un centro e il centro di ciascun cerchio non e centro di altri cerchi. Un arcipelago.

Può affondare un atollo, ma gli altri rischiano di restare in piedi e fiorenti. Si, perché un capo non c’è, ma riferimenti nelle famiglie, almeno trentacinque ceppi di interesse con quasi mille persone, molte, coinvolte a vario titolo in indagini, spesso, finite con assoluzioni o condanne lievi. E finita, troppe volte, con reati derubricati, prescritti o remissioni delle querele da parte delle

vittime.

Sono numeri emersi dalle indagini di questi anni, scrivere Casamonica non significa scrivere mafioso, ci mancherebbe, nessuno deve commettere questo errore, ma appartenente, di certo, a una famiglia che ha una storia criminale, animata da soggetti responsabili di odiosi reati. E per chi ne e estraneo, ha preso un’altra strada, non basta dire “non bisogna fare di tutta l’erba un fascio”, ma servirebbe prendere le distanze. Una presa di distanza che appartiene al regno dell’impossibile. A oggi, e cosi.

Basti guardare i dati che abbiamo ricostruito per difetto.

Negli ultimi vent’anni sono stati iscritti oltre mille seicento procedimenti nei confronti dei componenti del nucleo familiare Casamonica, nel quale risultano integrati anche i Di Silvio e gli

Spada. Un ultimo dossier degli inquirenti, relativo al periodo tra il 2010 e il 2016, indica 408 procedimenti aperti a carico della famiglia, per reati che vanno dall’estorsione all’associazione

a delinquere, dalla truffa alla rapina. I reati per i quali Casamonica, Spada e Di Silvio finiscono impigliati nelle maglie della giustizia sono quelli per droga, che superano, dal 2010 al 2016, i cento procedimenti. Reati che raccontano il controllo e il potere. In questa storia le storie si sovrappongono, tendono a confondersi i nomi, i personaggi ritornano, si mischiano, spariscono

e ricompaiono. Ed e un’altra forza dei “nullafacenti” cambiare nomi, mischiarli, confonderli, ometterli. Ogni storia sembra come una minuscola tessera di un affresco dal quale si perde la visione di insieme. Bisogna avere la pazienza di trovare i punti di contatto. Il risultato è il disegno colossale e disordinato del sottobosco criminale di Roma. Un sottobosco dove i Casamonica si muovono da decenni: spesso tra le pieghe dei fascicoli giudiziari.

L’omertà è totale anche perché l’omertà non è mai stata un dato territoriale, ma sociale che si impone quando i poteri riconosciuti sul territorio non sono quelli statuali. Un concetto, questo, che e rimasto fuori dalle aule giudiziarie. Il potere sta nel nome: Casamonica. L’evocazione basta e avanza. Per capire quanto conta una parola, bisogna ricordare che alcuni esponenti di famiglie imparentate, come i Di Guglielmi, si fanno comunque chiamare Casamonica.

Bisogna riconoscerne l’unicità, la distinzione, la caratterizzazione criminale. Famiglia criminale più potente del Lazio, ma con galloni da riconoscimento nazionale.

A ROMA COMANDANO LORO

Il pentito Massimiliano Fazzari, cresciuto in una famiglia di ’ndrangheta, e interno a un cerchio criminale Casamonica, racconta: «Un gruppo di romani davanti ai Casamonica, non sono nessuno, anche se sparano, perché quelli sono tanti, sono tanti. Nessuno va a fare una guerra coi Casamonica, perché lo sanno che vanno in perdita. Perché sanno che quelli comunque o sparano o comunque vengono loro. Sei in venti e loro vengono in cinquanta. Questi ti si mangiano come i topi di fogna, proprio la stessa cosa, ecco perché ero terrorizzato da solo perché sono tanti, dove vai vai, a Roma sentì nomina’ un Casamonica, so’ pieni di fratelli e cugini che si muovono».

Fazzari è estraneo e, infatti, non tutti volevano che entrasse nel giro e sapesse tutto.

Liliana, sorella di Giuseppe e factotum di fatto, era fermamente contraria. E aveva perfettamente ragione. Sono unici i Casamonica perché solo pochissime famiglie criminali contano cosi tanti adepti. Una loro vittima è fin troppo chiara e lascia poco spazio a dubbi: «È la famiglia più pericolosa d’Italia, sono degli animali che squartano le persone. Io neanche sotto tortura vado a denunciarli».

C’è un’altra famiglia, radicata in Italia da decenni, italiana, che parla un dialetto incomprensibile con interpreti introvabili? C’è un’altra famiglia che pratica le unioni tra familiari escludendo estranei, chiamati gagè (il “gagio” e lo straniero per i Casamonica)? C’è un’altra famiglia che non ha collaboratori di giustizia, boss, criminali, sodali che raccontano tutto? C’è un’altra famiglia che conta centinaia di “fedelissimi” che si chiamano Casamonica, Di Silvio, Spada, Ciarelli, De Rosa, Di Guglielmo, Bevilacqua ma si fanno chiamare Casamonica perché tutti sanno chi sono? Sono Casamonica, unici, irripetibili.

Lo racconta, intercettato al telefono, uno dei capi, Giuseppe Casamonica, detto Bitalo: «Lo sai che è? La famiglia nostra è tutta unita, cioè l’importanza è che uno sta unito con l’altro perché se io… mi serve ’na cosa de mi’ fratello e non c’è nessuno, assolutamente, niente problema. Noi siamo proprio uniti, proprio in famiglia è una cosa, è la razza proprio che è fatta in questa maniera».

Una razza fatta in questa maniera, quella dei Casamonica perché: «A Roma ci stanno i Casamonica e basta».

Testi tratti dal libro di Nello Trocchia “Casamonica. Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma”. Testi, nomi e processi sono riportati nella serie del blog Mafie così come presentati nel libro, aggiornati dunque al 2019.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

Archivi