UNA BRUTTA PAGINA DELLA STORIA ITALIANA.LE STRUMENTALIZZAZIONI DELL’ESTREMA DESTRA DEL MALCONTENTO POPOLARE,IERI COME OGGI.

Reggio Calabria: i giorni della rivolta

19 GIUGNO 2020

Barricate. Bombe. Violenze. Nel luglio 1970 la scelta di Catanzaro capoluogo infiammò la città segnando la storia per sempre. Siamo tornati sul luogo del delitto. FOTO

DI GIUSEPPE SMORTO

REGGIO CALABRIA. La città restò chiusa per due anni. Treni, traghetti e scuole seguivano gli orari della barricate. I cinema? “Sgombrate la sala, siamo in guerra!”. Vietati i comizi. Fu assaltata la Questura, bruciati Catasto, Provincia, Genio Civile, una banca, la sede Aci e il deposito delle locomotive: per difenderle, i carabinieri spararono col moschetto. Una notte furono svaligiate le armerie, il vescovo chiese che i fucili fossero portati sull’altare del Duomo. Non tutti i fucili furono portati. Fu lanciato olio bollente, vasi da fiori dai balconi sbrecciati, vennero insultati i poliziotti feriti in ospedale, picchiati i pacifisti. Ci furono 43 attentati, un camion provò a entrare dentro la stazione di Villa San Giovanni, una radio clandestina incitò alla violenza. La Reggina giocò in trasferta tutto il girone d’andata. Furono bruciate la sede del Psi, la Camera del Lavoro, solo il Pci resistette, e vedremo come. Cinquant’anni dopo, la rivolta di Reggio Calabria è caduta nell’oblìo, rimossa perfino dai libri di storia. Possibile? Fu una piccola Londonderry, fu Praga per i cingolati M113, fu Minneapolis 2020 per l’odio verso la polizia. Un odio reciproco, con tante piccole Diaz nelle scuole requisite, dal liceo classico all’elementare De Amicis: chi pisciava, chi usava il manganello in altri modi, chi sputava, chi sparava. Sparavano tutti: in un volantino della “Repubblica di Sbarre” (un quartiere) si legge: “I dimostranti hanno impugnato le armi allorquando i celerini bastonavano a sangue un giovane estraneo”. Cinquant’anni dopo, anche il bilancio delle vittime è incerto: tutte innocenti e tutte senza giustizia.

La rivolta di Reggio scoppiò nel luglio del ’70 in nome del capoluogo, dopo il primo voto per le Regionali: fu scelta la città di Catanzaro, più piccola e più centrale. Una scelta condivisa da governo e consiglio, la scintilla per una serie incredibile di violenze. “Una guerra civile dimenticata” scrisse Pier Paolo Pasolini. Dove arriva questa guerra? Fino all’attentato di Gioia Tauro, al tritolo per Piazza della Loggia, Brescia? Di sicuro fino alla orrenda Liquichimica, fabbrica di bioproteine mai entrata in funzione, che macchia la Jonica con la sua ciminiera di 174 metri e il porto insabbiato, e si affaccia su una zona umida dove passano i fenicotteri rosa. Fino all’area di Gioia, ora porto-container, prima di essere destinata sulle mappe a quinto centro siderurgico o a centrale a carbone. Una follia. Aree ora arrugginite – come la Liquichimica, chiusa da 45 anni – che il governo scelse di costruire come forma di risarcimento, compensazione per il capoluogo di Regione assegnato a Catanzaro. E per aver dato l’Ateneo a Cosenza, il campus disegnato da Gregotti che divenne la prima università calabrese. “Oltre duemila miliardi di vecchie lire per aree industriali che hanno ingrassato la mafia e le clientele, il miraggio della piena occupazione” dice Nuccio Barillà, una vita da dirigente di Legambiente. “Furono rasi al suolo uliveti e agrumeti, la ‘ndrangheta fu parte attiva negli espropri e naturalmente negli appalti. Un paese, Eranova, fu cancellato”.

Il caso Reggio resiste cinquant’ anni dopo: chiedetevi pure perché si discuta ancora di Ponte sullo Stretto e Grandi Opere. Capolinea di un’autostrada infinita, terra di emigrazione secolare con disoccupazione giovanile al 45 per cento, provincia ufficiale della organizzazione criminale più potente del mondo, in quell’Aspromonte dove fu attiva fino agli anni 90 una misteriosa base americana. Luogo al centro del Mediterraneo e delle migrazioni, in tutte le epoche e in tutte le civiltà.

Cinquant’anni dopo, è il tempo della riconciliazione? Sulle vittime, sui torti e su tutti gli indizi che mettono Reggio 1970 dentro la strategia della tensione. Ma il viaggio fra i protagonisti lascia due verità. Una è quella degli storici, di quelli che hanno studiato gli atti giudiziari e il percorso di certi timer. L’altra è quella dei testimoni. Per cercarli, basta fermare passanti a caso: ogni persona sopra i 60 anni ha un ricordo diretto. Fu una rivolta popolare e interclassista, anche gli agrari e i costruttori del sacco della città sposavano gli scioperi generali, chiudevano i campi e i cantieri. Scesero in piazza le professioni e i disperati, tante donne in prima fila. La statua della Madonna fu portata di forza in piazza Italia, come dopo la peste e il terremoto. C’era anche Renato Meduri, figura storica della destra reggina, ex senatore. Si definisce testimone-protagonista: “Fu un inganno, Reggio venduta agli interessi di Giacomo Mancini e Riccardo Misasi, Psi e Dc. Il capoluogo fu assegnato a una grande Caulonia, senza la storia di Caulonia. La repressione fu vergognosa, lo Stato parlò solo con i fucili e gli ordini di comparizione. Reggio fu occupata, e non ditemi che alla mafia piacessero militari, serrate e negozi chiusi”. Sì, ma dieci giorni dopo la rivolta, compare la dinamite, chi poteva averla? “Tutto da dimostrare che fosse tritolo mafioso, in ogni caso quella della ‘ndrangheta dietro la rivolta è una bugia. Riconciliazione? Mai”.

E poi con chi? Un solo partito prese una posizione nazionale, senza nessun ammiccamento localistico. Prima di essere ministro, prima di essere segretario della Piana di Gioia nei tempi in cui militanti Pci venivano uccisi dalle cosche, Marco Minniti è stato studente di quel liceo classico: “Fu un punto di svolta della mia vita, non sopportavo di dover superare quattro check-point per andare a scuola, magari nascondendo i libri. Reggio fu il buco nero della democrazia in Italia, molto presto la rivolta fu pilotata dall’estrema destra, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Il Pci non capì: non era solo il capoluogo, protestava una città del Sud abbandonata e senza futuro. Quella di Reggio diventò poi una questione nazionale, per me di dignità e libertà. Per sei anni non ho visto la via dello struscio, il Corso Garibaldi”. La sede del Pci, sotto Piazza Castello, fu l’unica inviolata, turni h24 per difenderla. Un giorno Alfredo Reichlin, dirigente in visita di solidarietà, trovò armi appoggiate al muro. Disse: “Così gettate discredito sul partito”. Ma poi, al Comitato cCentrale: “Abbiamo compagni coraggiosi”.

A Reggio in quegli anni ci sono notti di inaudita violenza e mattine di assoluta umanità. Poco sotto il Duomo, una signora percorre l’isolato che separa il suo piccolo atelier dalla Questura. Porta un caffè agli agenti di piantone, un brigadiere è appena morto di infarto durante un assalto. È Franca Olandese Versace e veste la buona società reggina. Suo figlio Gianni cerca già gloria al Nord. L’altro figlio, Santo, è un ex socialista lombardiano che sposa subito la causa della rivolta. Seguirà poi l’azienda di famiglia insieme a Donatella, diventerà parlamentare, oggi ha il distacco giusto per dirlo: “Fu una rapina, subimmo un torto assurdo, non eravamo tutti fascisti. Ma il risultato è che Reggio ha perso. Era gioiosa, è finita in ginocchio”. Giuseppe Marcianò, missino, contribuì a fondare il Granducato di Santa Caterina, i confini del quartiere fatti con le barricate e qualche auto targata CZ: “Chiamarla Repubblica mi pareva troppo, anche se con me c’era il partigiano Alfredo Perna”. Alle prime elezioni dopo la rivolta, nel ’72, un reggino su due votò Msi.

Ma l’Italia lo sapeva? Non subito. Il fotografo Silvio Mavilla lavorava per la Ap: “Arrivarono prima le tv straniere, il tg era uno, taceva e minimizzava. Mandammo un nastro a Roma, fummo rimproverati. I parenti dal Nord non capivano, poi diventammo fascisti per tutto il mondo”. Fabio Cuzzola è un professore che fa ricerca storica, parla di una città col filo spinato intorno, data per persa dopo il ’70, riottosa e chiusa. È lui a contestare il conto ufficiale delle vittime della Rivolta: per lui sono otto, più le sei del deragliamento del Palermo-Torino (e cinque di loro andavano a Lourdes). Più altri cinque: Cuzzola ha raccontato in un libro-inchiesta la storia degli anarchici – quattro reggini e la compagna tedesca di uno di loro – morti in un incidente stradale: “Portavano a Roma documenti e foto su Reggio e sulle stragi di Stato; fu un’esecuzione camuffata da incidente, a opera di un servizio deviato”.

Pesano le due verità anche nel libro Le due facce della medaglia (Città del Sole Edizioni, 2017). Michelangelo Di Stefano ha lavorato sui documenti ufficiali e sulle deposizioni dei pentiti. Le sue conclusioni e testimonianze sono state acquisite in due inchieste e processi: “Gotha” e “Ndrangheta stragista”. Senza regole, con lo Stato sconfitto, abbandonata dai partiti, una città fu consegnata all’eversione nera e ai clan. “Non posso nemmeno dire di essere di sinistra, ho solo studiato. Per la strage di Gioia Tauro del 1970 c’è stata una condanna per omicidio plurimo. E Reggio è sempre stata luogo accogliente per i latitanti neri”. Trovano rifugio Delle Chiaie, Concutelli, Freda. Adriano Tilgher, ideologo di Avanguardia Nazionale va a passeggio con il barone Fefé Zerbi, altro leader della protesta. Junio Valerio Borghese, quello del golpe, ha fatto comizi. “E da una nave affondata a Saline sotto il controllo della ‘ndrangheta” conclude Di Stefano “arrivò il tritolo per gli attentati al Nord, come quello di piazza della Loggia, a Brescia”.

Sarà mai possibile una riconciliazione? Docente universitario a Cosenza, Roberto Guarasci ha studiato l’archivio della Dc: non c’è una parola sulla Rivolta. “Tema delicato, forse rimosso. Resta la certezza di una città che è stata abbandonata, ancora periferica rispetto ai poteri della Calabria”. Molto presto Reggio trovò solo i fascisti ad ascoltarla. Lo slogan Boia chi molla nasce in un tubercolosario di Santa Fe, fra i prigionieri italiani di guerra. Roberto Mieville, fra i fondatori del Msi, lo porta in Italia, la città lo fa suo. Ci prova anche Lotta Continua al grido di “Reggio sarà la capitale dei proletari in lotta”. Adriano Sofri arriva e riparte in 24 ore, incrocia Giampaolo Pansa e lo accusa di essere una spia della polizia, ma forse scherza. Giuseppe Slaviero viene mandato da Mirafiori a fare proselitismo e confessa di aver preso contatto con un solo operaio. Poi tocca a Leonardo Tirabassi, oggi esperto di politica internazionale e scrittore. Arriva da solo e va a vivere in uno scantinato: “Per me fu uno shock culturale, era proprio un’altra Italia. Dormivo in sede, ho avuto paura. Non sono mai più tornato, ma ricordo che tutti i ragazzi più svegli avevano solo voglia di scappare”.

Cercavano il Nord-Ssud-uniti-nella-lotta anche gli operai che scesero a Reggio il 22 ottobre del 1972. Giovanna Marini viaggia 18 ore, mangia pecorino con una famiglia calabrese assunta in blocco alla Fiat che torna dai parenti; su quella giornata scrive forse la più bella delle canzoni politiche: I treni per Reggio. Ci mette tre anni: una ballata che è un reportage, dalle bombe piazzate lungo tutto il percorso – otto bombe! – fino ai bambini che fanno il saluto romano. Cos’altro poteva accadere quel giorno? “Poteva scoppiare la guerra civile, come mi avrebbe poi detto Ingrao” racconta la cantautrice. “Ciccio Franco, il leader della rivolta, fece sapere che c’erano duemila uomini armati, pronti ad attaccare se il corteo fosse partito. Furono gli operai dell’Omeca di Reggio ad andare avanti, il corteo partì, nessuno sparò. Ma quante pietre”. Oggi la Omeca si chiama Hitachi, fa i vagoni per le metropolitane di Milano e Copenaghen. Alla fine, si ritorna sempre agli operai.

Nell’estate del ’72 erano affiorati dal mare di Riace due guerrieri, ma nemmeno l’arrivo dei Bronzi scosse la città, fissata col capoluogo. Silvio Mavilla li fotografa, è sulla barca che li porta a riva. Suo fratello ha trovato la famosa Testa del filosofo sotto il mare di Porticello, V secolo a.C. Uno dei tanti tesori di Reggio, insieme a un lungomare un po’ Barcellona un po’ Miami, inventato dal sindaco ds Italo Falcomatà, che morirà di leucemia a 58 anni. Sindaco anche il figlio Giuseppe, che quel tratto ora vuole allungare, nel Comune cerniera fra i due mari, e sempre con onde altissime. Reggio ha perfino conosciuto il tempo del “totomorti” quando nei bar si scommetteva sul numero degli omicidi, durante la guerra di ‘ndrangheta, che fece settecento vittime alla fine degli anni 80. E poi l’onta del commissariamento per infiltrazioni mafiose, anche questo un record. E le inchieste che non finiscono mai.

Con la concessione delle industrie, con il famoso “pacchetto Colombo” la rivolta si spense, ma Reggio non trovò più pace. Restava solo da controllare una storia mormorata da sempre in città: una ragazza aveva tradito, innamorandosi di un celerino di Padova, “di un cane”, magari sulle note di Samba pa ti, formidabile lento dell’anno di sangue 1970. Nessun testimone lo ha confermato. Invece Carmine Jaconis, cugino omonimo di una delle vittime, ha sposato la figlia di Angelo Campanella, anche lui colpito a morte nella Rivolta. E quindi alla fine, almeno un po’ d’amore è rimasto.

Sul Venerdì del 19 giugno

fonte:https://rep.repubblica.it/

 

 

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