Una bomba per il cronista che dà fastidio alla mafia. Il boss: “Facciamo saltare lui, la scorta e anche i bambini”

Una bomba per il cronista che dà fastidio alla mafia. Il boss: “Facciamo saltare lui, la scorta e anche i bambini”

Paolo Borrometi è stato picchiato e minacciato. Dalle intercettazioni riportate nel suo libro poi emerge un risvolto terribile. Come si legge nel libro “i boss di Pachino avrebbero pensato all’attentato con l’autobomba. E si sarebbero spinti ad ipotizzare, come risulta, persino un attentato a scuola”

In Sicilia la mafia c’è ancora, ha cambiato aspetto e punta a fare grandi affari. Si è messa nel business, come si dice, ha fatto il salto, ma ogni tanto può tornare ai vecchi metodi. E in Sicilia c’è anche un cronista che racconta quella realtà sul suo giornale on line. Si chiama Paolo Borrometi e i mafiosi, secondo quanto riportano le cronache giornalistiche, le hanno provate tutte per farlo tacere. Lo hanno picchiato, minacciato e poi – come svelerebbero le intercettazioni – hanno pensato di ucciderlo.

“Se gli sparano non gli fanno niente. Quello (il capomafia) fa saltare a lui, alla scorta, tutti, tutti, tutti, anche la scuola doveva saltare con tutti i bambini dentro”, si apprenderebbe dalle drammatiche intercettazioni rivelate nel libro del giornalista dal titolo “Un morto ogni tanto” da oggi in libreria. La polizia di Pachino aveva, nell’aprile scorso, scoperto l’attentato nei confronti del giornalista.

La strategia dei clan

Queste nuove intercettazioni, contenute nel libro, confermano la strategia dei clan di “cosa nostra” nei confronti di Borrometi. I boss di Pachino, si legge dalle intercettazioni inedite trascritte nel libro, avrebbero pensato all’attentato con l’autobomba perché “se gli sparano non gli fanno niente”, in quanto Borrometi è sotto scorta. E si sarebbero spinti ad ipotizzare, come risulta, persino un attentato a scuola che “doveva saltare con tutti i bambini dentro”.

Il libro prende il nome dalle intercettazioni del 10 aprile scorso in cui la Polizia di Pachino aveva captato i dialoghi di Giuseppe Vizzini, il braccio destro del capomafia di Pachino Salvatore Giuliano, che anticipava ai figli: Ci sarà “u iocufocu [ci saranno i fuochi d’artificio, lo scoppio della bomba], come c’era negli anni ’90. Ogni tanto un murticeddu [un morto], vedi che serve. Succederà l’inferno, una mattanza per tutti”. 

L’affare dei migranti

“L’affare dei migranti ha da sempre interessato le mafie e riguarda anche lo smantellamento delle imbarcazioni che li trasportano, che, insieme al clan Ercolano di Catania, era effettuato tramite un’impresa che si trova nel territorio di Pozzallo”, scrive Borrometi nel suo primo libro (edito Solferino) denunciando gli affari che le mafie fanno in Sicilia con i migranti, e riportando le parole inedite di un collaboratore di Giustizia e già reggente del sodalizio mafioso, Luigi Cavarra. “Gli interessi relativi all’accoglienza dei migranti si riferiscono ad attività presenti a Siracusa. Il clan siracusano Bottaro-Attanasio estende i suoi tentacoli anche al business dei migranti, attraverso l’assegnazione dei bandi per la gestione delle attività di accoglienza in alcune strutture del Siracusano e dell’Agrigentino”, scrive il cronista.

Il pomodorino e le mafie

“Il pomodorino ciliegino come metafora di quanto la mafia o meglio ancora le mafie, si siano ormai create un posto d’onore persino nei nostri piatti, tra la frutta e la verdura”, osserva ancora  Borrometi nel suo libro, ricostruendo il viaggio del pomodorino dalla raccolta nelle campagne siciliane alla tavola degli italiani. “Quotazioni sui campi stracciate e prezzi gonfiati da rincari ingiustificati: per comprare un chilo di ciliegini una famiglia può arrivare a spendere attorno ai 7,50 euro a Milano, che salgono a 14 a Londra, e superano i 15 in Canada, quando quest’anno, in media, un chilo di ciliegini è stato venduto dai produttori per circa 40 centesimi”, fa notare il cronista che ricostruisce il viaggio che va “dai campi ai mercati”.

“Tutto si muoveva sulla dorsale Vittoria-Fondi-Milano. A partire da questi tre centri si sono costruiti pericolosi cartelli mafiosi che avevano gestito in maniera monopolistica le rotte della commercializzazione dei prodotti tra i principali mercati, non solo italiani”. Borrometi, fra nomi e cognomi dei boss e dei clan, spiega che il “piatto è ricco” e che: “A cosa nostra e alla stidda (coadiuvate da organizzazioni criminali anche straniere) vanno gli affari locali (dalle guardianie al caporalato, al confezionamento dei prodotti, alla loro vendita, ai box per depositarli, fino allo smaltimento della plastica); alla camorra, per la precisione ai casalesi, vanno i trasporti, mentre alla ‘ndrangheta va la disponibilità dei camion su cui viaggia la merce”.

Fonte:https://notizie.tiscali.it

 

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