Un saggio di Giancarlo Caselli che tutti dovrebbero leggere: come si conduce in Italia la lotta contro il terrorismo e contro le mafie. Due pesi e due… velocità (abbiamo addirittura casi di magistrati che, smessa la toga, si mettono a difendere i mafiosi, cosa impensabile ai tempi di Falcone e Borsellino)

Le due Guerre: perché L’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia

Torino – Palermo: andata e ritorno. Con lo stile asciutto ed incisivo proprio di chi di determinati avvenimenti è stato protagonista e non semplice osservatore, Gian Carlo Caselli racconta la sua quasi trentennale esperienza di magistrato in prima linea, impegnato sia nella lotta al terrorismo brigatista sia nella repressione del fenomeno mafioso all’indomani delle stragi del 1992

“LE DUE GUERRE – PERCHE’ L’ITALIA HA SCONFITTO IL TERRORISMO E NON LA MAFIA”.
G. Caselli, ed. Melampo, 2009, pp. 160, E 15,00

Nel resoconto delle sue “due guerre”, l’attuale Capo della procura torinese ripercorre quella sottile rete fatta di verità nascoste e menzogne urlate a reti unificate, di guardie e ladri, di eroi e burattinai, di martiri e carnefici che costituisce il substrato fondamentale della storia italiana del dopoguerra, con l’obiettivo di porre il lettore dinanzi ad un solo, ineludibile interrogativo: perché lo Stato è riuscito a sconfiggere il terrorismo, ma non a sconfiggere la mafia? Per quale ragione gli anni di piombo appaiono ormai come una vicenda da consegnare una volta per sempre alle valutazioni degli storici, mentre Cosa Nostra continua a dispiegare la sua influenza sulla vita economica e sociale del Paese?

La riposta di Caselli può essere così sintetizzata: il terrorismo fu sconfitto perché lo Stato, attraverso tutte le sue articolazioni, scelse di mobilitarsi sia per sostenere le indagini condotte dal pool organizzato da Mario Carassi e dai carabinieri del generale Dalla Chiesa (indagini condotte in base ai criteri di “centralizzazione e specializzazione” che verranno poi adottati anche da Giovanni Falcone per impostare il maxiprocesso del 1986), sia per diffondere all’interno delle fabbriche, dei sindacati e del mondo del lavoro il messaggio secondo cui le BR – lungi dal rappresentare una sorta di moderna riproduzione del mito di Zorro o di Robin Hood – dovevano essere percepite come un fenomeno criminale che gli inquirenti erano tenuti a perseguire non per esaltare imprecisate pulsioni repressive, ma per riaffermare una volta di più il primato della cultura della legalità sulla cultura delle pallottole. L’impegno civile di personalità del calibro di Diego Novelli, Aldo Viglione e Adelaide Aglietta, oltre al sacrificio dell’indimenticabile Guido Rossa, furono in questo senso determinanti non sono per isolare i brigatisti dal resto della società civile, ma anche per palesare la condizione di assoluta minorità delle tesi sostenute da quei settori della sinistra extraparlamentare che manifestavano l’intendimento di non schierarsi “né con lo Stato, né con le BR”.

Per contro, una simile mobilitazione di politica ed istituzioni non fu riscontrabile con riferimento ad alcune fasi della lotta alla Mafia: se infatti il consenso all’azione degli inquirenti risultò unanime fintantoché le inchieste della Procura di Palermo si concentrarono sull’ala militare e stragista di Cosa Nostra, questo consenso venne rapidamente meno nel momento in cui i PM iniziarono ad esaminare quella fitta rete di rapporti tra criminalità organizzata e colletti bianchi che del fenomeno mafioso costituisce una delle principali ragion d’essere, a ricostruire quell’unitario progetto politico che, secondo Rocco Chinnici, rappresenta il “filo rosso” in grado di unire tra loro tutti i grandi delitti di mafia.

La necessità di preservare l’integrità del “Terzo livello” ha dunque costituito la ragione giustificativa della costante delegittimazione  della Procura di cui Caselli aveva la direzione, delegittimazione basata sull’operazione mediatica volta a trasformare, agli occhi dell’opinione pubblica, le sentenze di non doversi procedere per prescrizione del reato in assoluzioni con formula piena, a ridurre le ipotesi accusatorie basate su solidi riscontri oggettivi  alla degradante condizione di “teoremi ispirati da indefinibili ragioni ideologiche”, ad individuare perfino in un evento drammatico come il suicidio di Luigi Lombardini il fattore idoneo a minare una volta per sempre la credibilità di un ufficio non compatibile con determinati centri di potere.

Ideale icona dell’amarezza che residua all’indomani di una sconfitta in una guerra che lo Stato (anche a causa di una serie di infelici valutazioni di politica criminale) ha scelto di non vincere è proprio la figura del “magistrato democratico”, ben rappresentata tanto dallo stesso Caselli quanto soprattutto da Falcone: la figura del magistrato che – nel perseguire quegli obiettivi di eguaglianza formale e sostanziale consacrati nell’art. 3 della Costituzione – svolge le sue funzioni ritenendosi soggetto unicamente alla Legge, senza curarsi delle reazioni, delle polemiche e dei veleni che dalle sue scelte possono derivare. La figura del magistrato che rifiuta di conformarsi all’idea di una giustizia “a due velocità”: forte con i deboli ma debole con i forti.

Per questo, non può che condividersi la riflessione contenuta nella postfazione di Marco Travaglio, laddove auspica che “Le due guerre” venga letto non solo da quanti già svolgono la funzione di magistrato, ma anche da tutti gli studenti delle facoltà di giurisprudenza che individuano nella Magistratura un possibile orizzonte professionale: affinché comprendano l’importanza del valore dell’autonomia e dell’indipendenza delle Toghe rispetto alle contingenti volontà di una determinata maggioranza politica.

In tal senso, esiste una sorta di ideale continuità tra le posizioni espresse da Caselli e le prime pagine di un vecchio, bellissimo romanzo di Scott Turow, in cui viene riportata la dichiarazione di apertura che un pubblico accusatore rivolge ai giurati all’inizio di un processo : “Io sono la pubblica accusa. Rappresento lo Stato. Sono qui per esporvi le prove di un reato. Il vostro compito è accertare i fatti. La verità. C’è stata una vittima. C’è stata sofferenza. Voi dovete almeno cercare di accertare che cosa è accaduto veramente. Se non potete farlo, noi non sapremo se l’imputato merita di essere liberato o punito. Non sapremo chi è il colpevole. Se non possiamo scoprire la verità, che speranza possiamo avere di giustizia?“.

Carlo Dore jr.
(Tratto da www.aprileonline.info)

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