UELLE PAROLE PROFETICHE DI GIOVANNI FALCONE.: “  DOVE COMANDA LA MAFIA LE ISTITUZIONE VENGONO AFFIDATE TENDENZIALMENTE AI CRETINI “ . LA MAFIA NEL LAZIO E TUTTI SE NE FREGANO

QUELLE PAROLE PROFETICHE DI GIOVANNI FALCONE.: “  DOVE COMANDA LA MAFIA LE ISTITUZIONE VENGONO AFFIDATE TENDENZIALMENTE AI CRETINI “ . LA MAFIA NEL LAZIO E TUTTI SE NE FREGANO.LA GENTE,I PREFETTI,I POLITICI,NESSUNO VEDE NIENTE.IGNORANZA ? IGNAVIA ? INSENSIBILITA’?INCAPACITA’? UN POPOLO CHE HA PERSO LA CAPACITA’ PERFINO DI INDIGNARSI E’ UN POPOLO MORTO,SENZA ALCUN AVVENIRE E SENZA SPERANZA.SIAMO RITORNATI AI TEMPI DEI REGNI DEL PAPATO E DI FRANCESCHIELLO. QUESTO E’ IL LAZIO !

LEGGETE CHE ROBA.LA VERGOGNA DELLE VERGOGNE.

DA LATINA TU

LA VERGOGNA DELLE VERGOGNE.QUESTO SIGNIFICA AVER ALZATO BANDIERA BIANCA DI FRONTE ALLE MAFIE. PRENDETE QUEI PREFETTI E CACCIATELI A CALCI ALLE PALLE DOPO AVERLI MANDATI PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA ALLA SBARRA..SE NON E’ QUESTO STATO-MAFIA DITECI COS’ALTRO E’.VERGOGNA !!!!!!!!

BY ADMIN3 · 23 LUGLIO 2019

13 INTERDITTIVE ANTIMAFIA E UN SOLO CONTROLLO NEI CANTIERI IN TUTTO IL LAZIO. NEI NUMERI DELLA RELAZIONE ANTIMAFIA IL BENGODI DELLA CRIMINALITÀ

22 Luglio 2019

di Bernardo Bassoli

Di particolare interesse, nella relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia pubblicata la scorsa settimana, c’è senza dubbio il rapporto sui controlli nel campo edilizio, ed economico in genere, e il resoconto sugli strumenti messi in campo dalle Istituzioni per tutelare la legalità nel territorio, nella fattispecie con le interdittive antimafia. Mezzi efficaci, se utilizzati, sopratutto per prevenire le infiltrazioni negli appalti pubblici.

Gli accessi ai cantieri sono utili proprio perché costituiscono lo strumento più diretto al controllo effettivo delle imprese che, spesso, in appalto pubblico, operano sul territorio. Sono disposti dai Prefetti ed eseguiti dai Gruppi Interforze.

Prima di capire quanti siano stati gli accessi nel Lazio, è bene spiegare cosa sono i gruppi interforze. I gruppi interforze sono “pool” provinciali coordinati dalle prefetture e composti da rappresentati territoriali delle Forze di polizia e dei centri operativi della Dia e, per il contrasto al fenomeno del lavoro nero e la vigilanza sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, da rappresentanti degli ispettorati del lavoro e delle strutture periferiche del ministero del Lavoro e dell’Istituto nazionale Previdenza sociale (Inps). Sono organismi che di continuo scambiano informazioni con i Ministeri più importanti e la Presidenza del Consiglio oltreché con istituti come l’Anac (Anticorruzione) e la Direzione nazionale Antimafia.

Gli accessi di cui si accennava, come spiega bene il rapporto semestrale Dia, “rappresentano uno dei più incisivi strumenti a disposizione per far emergere possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nelle fasi di realizzazione di un’opera pubblica”.

Nel corso del semestre luglio-dicembre 2018, la DIA ha partecipato complessivamente in tutta la Penisola ad accessi in 35 cantieri, a seguito dei quali si è proceduto al controllo di 1.164 persone fisiche, 296 imprese e 756 mezzi. Il centro Italia ha avuto più accessi ai cantieri rispetto a Nord e Sud ma i numeri, nel dato disaggregato, non sono alti in nessuna Regione. O almeno non alti quanto si penserebbe se confrontati con i numeri miliardari di corruzione e mafia in Italia.

Basti pensare che nel Lazio c’è stato, nel semestre conclusivo del 2018, un solo accesso a un cantiere. Le persone fisiche controllate negli ultimi sei mesi del 2018 nel Lazio sono state 19, 11 le imprese e 17 i mezzi. Nelle Marche, per dire, ci sono stati controlli per 153 persone e 47 imprese.

Di seguito la tabella con tutti i numeri Regione per Regione concernenti il semestre luglio-dicembre 2018 (ultimo monitoraggio ad ora pubblicato dalla Dia)

Interdittive antimafia

L’informativa antimafia, come ricordano nella relazione semestrale Dia, rappresenta, invece, il fronte più avanzato della prevenzione antimafia ed uno dei principali strumenti di contrasto ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni criminali nell’ambito dei rapporti economici tra Pubblica Amministrazione e privati. Il fine dell’interdittiva è quello di impedire alla criminalità organizzata il conseguimento di commesse pubbliche, trovando il proprio fondamento logico-giuridico nell’esigenza di combattere efficacemente il fenomeno dell’inquinamento mafioso delle attività economiche. Si tratta di provvedimenti dotati di una forte incisività che comportano l’esclusione dal circuito delle commesse pubbliche delle aziende risultate permeabili ai tentativi di infiltrazione mafiosa.

Il settore dei contratti pubblici costituisce, infatti, un importante interesse per le organizzazioni che, per accedervi, ricorrono a condotte corruttive o a forme di violenza ed intimidazione ovvero utilizzano operatori economici contigui alle medesime organizzazioni criminali. Esse hanno da tempo intrapreso un processo di mimetizzazione delle proprie attività e strutture, ridisegnando di continuo le strategie finanziarie e adottando comportamenti di adeguamento rispetto al mutevole contesto economico e sociale.

In questo fondamentale ambito di prevenzione antimafia, la DIA assicura un importante contributo al monitoraggio delle commesse e degli appalti, attraverso una rapida istruttoria delle richieste di certificazione antimafia inoltrate dalle Prefetture, volte a verificare tempestivamente – senza quindi intralciare l’esecuzione delle opere – l’assetto delle imprese coinvolte e le possibili infiltrazioni mafiose nelle aziende.

Le attività di monitoraggio si sono concentrate nei confronti di aziende operanti nel settore delle costruzioni e della gestione dei rifiuti, il cui esito è stato rendicontato ai Prefetti competenti per l’adozione di eventuali provvedimenti interdittivi.

Dalla sintesi grafica presente nella relazione Dia, risulta che i provvedimenti interdittivi emessi dagli Uffici Territoriali del Governo, sono per il Lazio appena 13 nell’intero 2018, e in riferimento al II semestre 2018 ci sono state 7 interdittive antimafia rivolte a società o imprese.

La regione con più interdittive antimafia è la Calabria con ben 157 nell’intero arco del 2018 (60 nel secondo semestre), seguita da Sicilia (85), Lombardia (50) e Campania (44).

Numeri che fanno riflettere: come è possibile che il Lazio abbia numeri così bassi? Eppure solo la Capitale, non certo una città di vetro, dovrebbe quantomeno produrre cifre più consistenti.

Solo ad aprile scorso, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria diedero esecuzione a due distinte ordinanze di applicazione di misure cautelari personali e reali, emesse dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Procura distrettuale reggina, traendo in arresto Tommaso De Angelis, 59enne originario di Sinopoli, ma residente a Reggio Calabria, destinatario della misura restrittiva in carcere con l’accusa di associazione mafiosa, in qualità di esponente della cosca “Alvaro-Pajechi” di Sinopoli. Due erano le indagini (“Camaleonte” e “A ruota libera”) che poi sono confluite in un unico provvedimento, e sette furono le società sequestrate, di cui un paio con sede a Latina: la I.Ge.Co. Srl e la Pontina Costruzioni srl, entrambe riconducibili all’imprenditore di Sonnino Giulio Toppetta.

L’attività d’indagine denominata “A ruota libera” si originava dagli approfondimenti effettuati, a partire dal giugno 2013, su due lavori pubblici banditi dal Comune di Reggio Calabria: manutenzione stradale da effettuarsi nelle aree di alcune circoscrizioni del territorio comunale di Reggio Calabria, del valore di 1.717.446 euro aggiudicato alla I.GE.CO. Srl di Latina; realizzazione di un circuito di piste ciclabili nel Comune di Reggio Calabria, del valore di oltre 570.000 euro, aggiudicato alla Pontina Costruzioni Srl e subappaltato alla I.GE.CO. Srl. Dal monitoraggio dei lavori sarebbe emerso, difatti, come Toppetta avrebbe garantito l’esecuzione di lavori pubblici ad imprese riconducibili a soggetti vicini alla criminalità organizzata: in particolare, dalle intercettazioni, sarebbe venuto fuori che dirigenti e dipendenti della Igeco avrebbero favorito l’impresa individuale di Domenico Musolino nella consapevolezza che questi non potesse effettuare prestazioni lavorative in subappalto in ragione dell’assenza di certificazione antimafia, attraverso una serie di condotte mirate ad occultare la sua partecipazione all’esecuzione dell’appalto.

Ecco, in sostanza, se fossero confermate le ipotesi della magistratura reggina, le società di Toppetta, peraltro una delle quali con sede a Piazza della Libertà dove si trova proprio la Prefettura, sarebbero servite ad aggirare possibili ed eventuali interdittive antimafia per conto di altre imprese che, collegate alla ndrangheta calabrese, non avevano nemmeno il certificato antimafia.

Nel territorio pontino, nell’area romana e ciociara, sappiamo che, anche in ragione delle relazioni Dia, esiste e vige una mafia economica (come l’ebbe a definire il sottosegretario Luigi Gaetti in vista in Prefettura a Latina) il cui core business è il reinvestimento dei capitali illeciti, il camuffamento societario, la dissimulazione per ottenere appalti e subappalti. Ecco perché, considerata la permeabilità del nostro tessuto imprenditoriale – vedi caso Toppetta -, a lasciare stupiti sono i due dati: 13 interdittive antimafia in un anno e un solo accesso a un cantiere nell’intero Lazio. Un vero bengodi per chi non ha tempo di rispettare le regole.

Fonte:https://latinatu.it/

 

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