Trent’anni di allarmi e ritardi colpevoli. Ma il fronte dei negazionisti è ancora in piedi. Si vergognino!!!

Terrore e omertà, nel cuore dell’Italia. Una storia tragica dà la misura della potenza raggiunta dalla Quinta mafia. È la storia di Rosario Cunto, un sorvegliato speciale scomparso nel 1990 e mai più ritrovato. Nel ’78 Cunto ha ucciso, dopo più di un decennio è stato punito. Così la pensa Ettore Mendico, presunto mandante dell’omicidio: la vendetta per la morte del nonno, poi il corpo fatto sparire e mai più ritrovato. C’è di più: una scomparsa che nessuno, neanche la famiglia, ha osato denunciare. Tanto forte la forza intimidatrice del cosiddetto Gruppo Mendico, il clan del Basso Lazio affiliato ai Casalesi.

LA MAFIA, UNA REALTA’.
L’ascesa della Quinta mafia, in fondo, non è passata inosservata. Chiunque è pronto a riconoscere che il sud Pontino è storicamente terra di conquista per la camorra. Nessuno nega che la ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più potente d’Europa, ha forti radici nel Lazio. E tutti sanno che cosa nostra ha da sempre filiali a Roma e dintorni.

IL MECCANISMO DELLA RIMOZIONE.
Eppure, per un sottile meccanismo di rimozione, la mafia laziale è sistematicamente sottovalutata. Roba da ordine pubblico. Mala e non mafia come la banda della Magliana, magari finita in un gioco grande, ma pur sempre mala. Tutt’al più le mafie sono viste come un corpo estraneo in una società non contaminata. Solo una minoranza non ha dubbi nell’attribuire alla mafia laziale la sua effettiva dimensione. Ma anche tra questi i più pensano a cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta, molto meno alla “cosa nuova”, cresciuta a pane e cicoria in piena lazialità.

TRENT’ANNI DI ALLARMI.
Eppure il campanello d’allarme suonò decenni fa. Già negli anni 70-80, dalle indagini sui ragazzi della Magliana vennero fuori gli intrecci con i boss del Sud. Ma non solo. Il muro di Berlino era ancora in piedi quando la commissione antimafia con a capo Gerardo Chiaromonte visitò il sud Pontino. Le zone calde erano quelle di oggi: Latina e Minturno, Aprilia, Fondi e Formia. Nel maggio del 1989, quasi vent’anni fa, era già chiaro che le mafie investivano il denaro sporco nel mattone,  allungavano le mani avide verso il mercato ortofrutticolo, si lanciavano nella grande distribuzione, nel turismo e nel mercato legale (a Latina operavano già allora 70 agenzie finanziarie). E poi ancora usura e traffico di droga. Anche le analisi coincidono: amministrazioni infiltrate e leggi da adeguare, questione morale nei partiti e revisione dei meccanismi degli appalti, lentezza della giustizia e impunità. Appena un anno più tardi l’allerta fu generale: da Roma (si temeva per i miliardi del fondo Roma Capitale) al litorale, dal Frusinate al Pontino fino ai Castelli, il Lazio assediato dalle mafie.

LA BANCA DEL RICICLAGGIO.
Eppure nel ’94 si bloccò a qualche ora dall’inaugurazione la Banca industriale del Lazio, con sede a Cassino. Venticinque miliardi di lire, 700 soci, un gruppo compatto di imprenditori e professionisti, un cda fatto di laziali doc alla guida di una grande lavatrice dei soldi sporchi delle mafie.

IL FRONTE DEI NEGAZIONISTI.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, la Quinta mafia è una realtà potente. Ma il fronte dei negazionisti è ancora in piena attività, soprattutto negli ultimi due-tre anni. Tanto che quando la segretaria dei Radicali Italiani, Rita Bernardini, ha provato a segnalare il rischio mafie a Roma – e a Montecitorio ha denunciato “un grande riciclaggio di denaro sporco, derivante dal traffico di stupefacenti, proprio intorno ai palazzi della politica” – si è scatenata una feroce polemica. Attacchi dal Corriere della Sera (Domenico De Masi) e dalla Rai (Michele Mirabella), mentre a più riprese l’allora prefetto Achille Serra ha dipinto Roma come una “città sicura”, libera dalle cosche e “sotto controllo”. Anche Piero Marrazzo e Walter Veltroni sono caduti talvolta nella trappola del “non criminalizziamo le nostre comunità”.

DOPPIO LAVORO PER I PM.
E così ai magistrati tocca un compito aggiuntivo, quello di dire le cose come stanno. E non è facile, in un clima di bassa tensione mediatica. Così Luigi De Ficchy (Dna) si è detto “stupito”, con “i brividi” nel sentire che il fenomeno mafie è sotto controllo perché “qui le cose vanno sempre peggiorando”, “Roma è sotto assedio”, mentre “il negazionismo alimenta nuove penetrazioni”. E ancora ha ribadito più volte come “la mafia è già stanziale nel Basso Lazio da diversi anni”, mentre la Capitale attira la criminalità organizzata da sempre in quanto “centro decisore degli appalti e piazza finanziaria”. Anche il procuratore aggiunto della Dda di Roma, Italo Ormanni, ha dovuto spiegare come il basso profilo della mafia laziale, “la pax mafiosa sia un segnale della pericolosità della criminalità organizzata nel Lazio”. Al pm Mancini (“tutto sotto controllo”) ha replicato il procuratore Curcio (“domina la camorra”).

LE ‘NDRINE E I CASALESI.
La politica non si distingue affatto dal coro dei negazionisti, ma non sono mancate le prese di posizione. Tra gli altri, Angela Napoli (An) ha esteso le sue denunce sulla ‘ndrangheta anche al Lazio (2006). Seguita da Emilio Ledonne (Dna) e Ormanni, che dopo la strage di Duisburg ha voluto sottolineare come sia forte la “carica eversiva” delle ‘ndrine laziali. Anche l’antimafia guidata da Francesco Forgione, nella relazione sulle cosche calabresi, ha posto l’accento sulle radici laziali della ‘ndrangheta. Mentre in uno dei più grandi processi di mafia di sempre, il processo Spartacus contro i Casalesi, emerge chiaramente l’intensità della pressione camorristica sul Basso Lazio.

E’ TUTTO SCRITTO.
Del resto, nel 2005 l’allora capo della Dna Piero Luigi Vigna ha sottolineato come le cosche laziali “si muovano ormai in piena autonomia”. Con il suo successore Piero Grasso a dichiarare addirittura che in certi territori “è lo Stato a doversi infiltrare”. Del resto, gli esperti parlano chiaro. È tutto scritto. Dalle relazioni semestrali della Dia a quelle della commissione antimafia (nelle passate legislature, una relazione di minoranza definì il Lazio come la “portaerei delle mafie”, base principale per tutti gli affari), dalle inchieste della Dda di Roma  e delle procure alle segnalazioni delle prefetture, dalle indagini della Confesercenti (il rapporto Sos Impresa) a quelle di Legambiente (il rapporto Ecomafia), e poi ancora le informative del Ros e dello Sco, le indagini dei carabinieri, della polizia e delle fiamme gialle, per finire con i lavori dell’osservatorio regionale sulla sicurezza. Senza contare le denunce delle associazioni, con Libera in testa. Basta leggere le carte per rendersi conto che con la Quinta mafia non si scherza.

I RITARDI.
Tanti, tantissimi gli allarmi rimasti senza seguito. Difficile dare torto a Marco Galli (Silp-Cgil): “Troppi silenzi, si è cercato di zittire per anni”. Così come ad Antonio Turri (Libera Latina): “E’ passata ormai la logica del non allarmismo”. Mentre spesso le procure (su tutte quella di Velletri) hanno operato in carenza di organico. Troppi ritardi. Bastano due date: settembre 2004 e novembre 2005. Tre anni e mezzo fa, per la prima volta in un provvedimento giudiziario, l’operazione Appia-Mithos, si riconosce l’esistenza di una cosca di ‘ndrangheta radicata nel Lazio. Due anni e quattro mesi fa, per la prima volta è sciolto un comune laziale, Nettuno, per infiltrazioni mafiose. (QUINTA PUNTATA)

Alessio Magro

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(Tratto da Articolo 21)

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