Traffico di rifiuti, gli affari segreti degli italiani che avvelenano i Balcani

L’Espresso

Traffico di rifiuti, gli affari segreti degli italiani che avvelenano i Balcani

Migliaia di tonnellate di spazzatura viaggiano ogni anno illegalmente verso l’Est Europa. Tra controlli scarsi e complicità politiche. Mafie, imprenditori e oligarchi locali guadagnano milioni, mentre la Bulgaria si trasforma in un Paese discarica
di Vittorio Malagutti

01 MARZO 2021

Non solo moda, buon cibo e calcio. In Bulgaria la nuova frontiera del made in Italy corre tra montagne di immondizia. Il Paese balcanico è diventato la pattumiera preferita dei trafficanti italiani di rifiuti. La conferma arriva dalle indagini più recenti della magistratura bulgara, che ha portato alla scoperta di decine di discariche abusive. È una trama complicata, tra piste che si sovrappongono, mediatori, prestanome e società di comodo. Alla fine, però, il filo rosso degli affari e dei sospetti porta sempre più spesso in Italia, come dimostra questa inchiesta dell’Espresso realizzata insieme al consorzio giornalistico Eic (European investigative collaborations).


Il problema è serio, a tal punto che a gennaio del 2020 l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, volò a Sofia per assicurare al collega primo ministro
Bojko Borisov la «massima collaborazione» di Roma nella lotta all’ecomafia. Le promesse di Conte si sono perse nel clamore degli scandali. Nell’arco dell’ultimo anno hanno dato le dimissioni il ministro dell’Ambiente e poi il suo vice, accusati di avere coperto, se non favorito, i traffici illeciti di spazzatura, in buona parte proveniente dall’estero.


Le frontiere non sono un problema. La Bulgaria fa parte dell’Unione europea e per le merci che arrivano dall’Italia le formalità doganali sono ridotte al minimo. L’export di rifiuti si basa su un sistema di autorizzazioni speciali, ma per eludere gli scarsi controlli basta cambiare i codici che identificano i carichi in viaggio. Rischi bassi, quindi, che si accompagnano a enormi guadagni potenziali, dato che i costi per lo smaltimento sono di molto inferiori a quelli correnti nei circuiti illegali in Italia. Ecco perché la Bulgaria, ultima per reddito pro capite tra i Paesi Ue, è diventata una specie di terra promessa per i mercanti di veleni nostrani.

INTERESSI DI FAMIGLIE
Ottobre 2020: dopo mesi di indagini, i carabinieri del Gruppo tutela ambientale di Milano smantellano una banda di trafficanti capaci di ammassare oltre 24 mila tonnellate di rifiuti in discariche abusive sparse nel Nord Italia, alcune attorno a Milano, altre tra Varese e Como, altre ancora in Piemonte e vicino a Verona. Tra i 16 arrestati su richiesta della Direzione distrettuale antimafia c’è anche il calabrese Antonio Foti, che ha già scontato una condanna per i suoi rapporti con la ’ndrangheta e da qualche tempo, insieme ai figli Giuditta e Luciano, ha investito nel business della spazzatura. Un testimone citato nelle carte dell’inchiesta racconta che la Tecnobeton, una società dei Foti, spedisce i rifiuti in Bulgaria. «Stanno macinando a tutto spiano. Il giro in Bulgaria ce l’hanno sempre loro», dice al telefono un camionista intercettato dagli investigatori. Questa, però, non è l’unica pista che porta nei Balcani. Nella rete dei carabinieri sono finiti anche Mario Accarino, la figlia Laura e il nipote Francesco.

Ebbene, secondo quanto L’Espresso ha potuto ricostruire, Mario Accarino, 61 anni, controlla la società bulgara Acar Eco di cui è azionista anche la quarantenne Avni Kadir Musein. Suo fratello Kadir Avni Kadir nel 2012 è stato arrestato per un traffico di cocaina verso l’Italia. Nelle carte della polizia, però, le accuse sono iscritte a carico di Krassimir Zlatanski, il nuovo nome di Kadir registrato all’anagrafe nel 2008. Raggiunto al telefono, Zlatanski-Kadir conferma di conoscere Accarino e spiega che la Acar Eco partecipata da sua sorella avrebbe dovuto importare rottami di ferro dall’Italia, ma al momento è inattiva. Nonostante i guai giudiziari del passato, Zlatanski non ha tagliato i ponti con il nostro Paese. A suo nome risulta registrata una piccola ditta commerciale a Milano. «Ma io non c’entro con gli affari di Accarino», protesta. Di certo, la Acar Eco con sede a Plovdiv, la seconda città della Bulgaria, va ad aggiungersi alla complessa rete di attività ricostruita dalla magistratura in anni di indagini. Insieme al fratello Salvatore, latitante forse in Nord Africa, Mario Accarino ha collezionato arresti e condanne per reati ambientali. Nel 2019 i due trafficanti di rifiuti si sono visti confiscare un patrimonio milionario che comprendeva, tra l’altro, 27 immobili e 28 tra conti correnti e cassette di sicurezza in Italia e in Svizzera.

AMICI A LA SPEZIA
Per quanto facoltosi, gli Accarino non reggono il confronto con i fratelli Atanas e Plamen Bobokov, imprenditori tra i più ricchi della Bulgaria, forti di un patrimonio valutato centinaia di milioni di euro. Anche i Bobokov sono finiti sotto accusa per traffico illecito di rifiuti e la loro storia, come quella degli Accarino, si sviluppa almeno in parte tra l’Italia e i Balcani. Il caso ha fatto scalpore a Sofia, perché i due uomini d’affari si erano costruiti la fama di intoccabili, forti di molteplici rapporti nel mondo della politica. Tutto è crollato a fine maggio dell’anno scorso, quando la coppia è finita in carcere con l’accusa di aver disperso illegalmente almeno 7 mila tonnellate di materiali di varia natura, comprese sostanze tossiche, in diverse località del Paese balcanico. L’indagine ha travolto anche il viceministro dell’Ambiente, Krasimir Zhivkov (dimissionario e arrestato), insieme a Plamen Ouzounov, responsabile per gli affari legali del presidente Rumen Radev.

Fin qui la parte bulgara di una storia che porta nel nord Italia. Tre anni fa, infatti, il gruppo Monbat controllato dai fratelli Bobokov ha rilevato la Piombifera Italiana, sede legale a La Spezia e stabilimento a Macrobio, vicino a Brescia. L’azienda ricicla batterie esauste estraendo il piombo destinato all’impianto bulgaro della Monbat per essere riutilizzato come materia prima. I magistrati di Sofia sospettano che gli imprenditori sotto inchiesta abbiano nascosto nelle discariche illegali anche rifiuti provenienti dall’Italia. «Non ne sappiamo niente», taglia corto Paolo Pofferi, amministratore delegato di Piombifera Italiana, che già nel 2019 si è vista rispedire al mittente un carico irregolare in transito dalla Slovenia.

Il nome di Pofferi non è nuovo alle cronache. Una trentina di anni fa l’imprenditore originario di La Spezia, classe 1947, aveva fondato una fabbrica di fuoristrada a Nusco, il paese dell’allora potentissimo segretario della Democrazia Cristiana, Ciriaco De Mita. L’azienda ebbe vita brevissima: chiuse i battenti dopo soli tre anni. Pofferi, travolto da una serie di fallimenti, finì al centro di una delle numerose inchieste sugli sprechi di denaro pubblico per la ricostruzione post terremoto in Irpinia e fu anche accusato di aver sepolto a Nusco rifiuti inquinanti provenienti dalle sue aziende al Nord. «Un processo lunghissimo, ma alla fine sono stato assolto», spiega il socio italiano dei Bobokov, che amministra la Piombifera Italiana insieme al commercialista spezzino Giovanni Grazzini, appena nominato commissario di Forza Italia nella città ligure. Anche Grazzini si dice all’oscuro delle grane giudiziarie dei padroni del gruppo Monbat. In Bulgaria però la questione dei rapporti con l’azienda italiana resta più che mai d’attualità. La vicenda potrebbe approdare in un’aula di tribunale già entro la primavera e tre imputati minori si sono già dichiarati colpevoli patteggiando la pena.

PACCHI NAPOLETANI
«Riprendetevi le vostre ecoballe». Ecco in estrema sintesi il verdetto delle autorità bulgare che a febbraio 2020 hanno respinto 3.700 tonnellate di rifiuti stipati in 147 container. Il carico appena sbarcato a Varna è così tornato via mare a Salerno da dove era partito mesi prima. Dentice Pantaleone, la ditta di Avellino che li aveva inviati in Bulgaria, dovrà farsi carico dello smaltimento delle ecoballe provenienti anche dall’impianto di Giugliano, simbolo della catastrofica gestione ambientale nel napoletano.


Secondo la versione ufficiale dei bulgari, contestata dalla controparte italiana, il carico era difforme da quanto dichiarato nei documenti di accompagnamento. Il governo di Sofia ha anche sospeso la licenza all’inceneritore che avrebbe dovuto smaltire i rifiuti campani, che erano parte di una spedizione quattro volte più ingente, circa 600 container in tutto. L’immondizia era destinata a una centrale a carbone controllata dal magnate bulgaro dell’energia Hristo Kovachki. Per gestire l’affare nel Paese balcanico era invece scesa in campo una società locale, la Blatsiov di Sofia, che fino al novembre scorso aveva tra i suoi azionisti anche una società di sicurezza privata, la Jupiter Security, con una quota del 15 per cento. Nel capitale della Blatsiov erano presenti anche due italiani, entrambi con una partecipazione del 15 per cento: l’ingegnere napoletano Vincenzo Trassari ed Ezio Buscè. Quest’ultimo, nel frattempo deceduto, è il fratello di Fabrizio Buscè, che interpellato da L’Espresso si è presentato come il «responsabile operativo» della D Log di Napoli, cioè la società che ha organizzato e gestito la spedizione dei rifiuti in Bulgaria.

A questo punto il cerchio si chiude, ma c’è un altro gancio italiano da segnalare. Una quota della Blatsion di Plovdiv era intestata a Goran Angelov, già direttore di una grande discarica a Skopje, la capitale della Macedonia del Nord. Caso vuole che la gestione dell’impianto fosse stata affidata un’azienda nostrana, la FCL Ambiente di Frosinone. A questo punto l’intrigo internazionale in salsa balcanica è servito. Le 3.700 tonnellate di rifiuti respinti dalla Bulgaria dovranno essere smaltite in Italia, ma è già un passo avanti rispetto a quanto è successo nel 2015. Nell’estate di sei anni fa una nave partita da Piombino e diretta a Varna gettò in mare al largo di Follonica 65 tonnellate di rifiuti plastici. Le balle sono ancora lì, una bomba ecologica che mette a rischio le acque protette del santuario dei cetacei.

Questa inchiesta giornalistica è stata realizzata con il supporto dell’IJ4EU. L’International press institute e lo European Journalism centre non sono responsabili del contenuto dell’articolo e di ogni uso che ne verrà fatto.

 

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