Tinebra e la Procura di Caltanissetta

Tinebra e la Procura di Caltanissetta

12 Novembre 2020

A prescindere dalla verità o meno sull’incontro fissato con Tinebra per il 20 luglio – da taluni riferito, da altri smentito – la giustificazione che è stata fornita a questa Commissione è un’altra: l’interrogatorio con Borsellino non appariva necessario in seguito all’applicazione di uno dei pm del pool di Caltanissetta, il dottor Vaccara, presso la Procura di Palermo.

Vaccara avrebbe dovuto lavorare a stretto contatto fisico con il dottor Borsellino per poi riferire ai colleghi di Caltanissetta tutto quello che Paolo Borsellino avrebbe potuto informalmente o confidenzialmente dirgli sulla strage di Capaci.

Una modalità quanto meno bizzarra: invece di ascoltare dalla viva voce di Borsellino ciò che aveva da riferire, s’incaricò un magistrato di Caltanissetta di andare a Palermo per fare da “ufficiale di collegamento”.

Ecco cosa dichiara il pm Giordano alla Commissione:

GIORDANO. Apro una parentesi: si sapeva quello che Borsellino voleva dichiarare a Caltanissetta! Perché si sapeva? Perché Vaccara lo incontrava ogni giorno a Palermo. Poi nelle riunioni che abbiamo fatto, Vaccara aveva un’agenda in cui segnava queste cose e ci veniva a riferire. (…) Vaccara ci disse che Borsellino quello che voleva dire era, praticamente, tutta la storia dei famosi “diari di Falcone”, che poi erano semplicemente tutti i veleni del Palazzo di giustizia di Palermo. (…) Borsellino, parlando con Vaccara, questo secondo le cose che ci riferiva Vaccara, dice: “sì, è tutto vero quello che c’è scritto sui diari”, perché sui diari si parla di tutta una serie di rapporti abbastanza… di attriti tra magistrati, eccetera, eccetera, dentro il Palazzo di giustizia. Quindi, noi sapevamo questa circostanza ed eravamo tranquilli che il 20 ci sarebbe stato questo incontro”.

Per il dottor Giordano, insomma, tutto ciò che Borsellino avrebbe voluto riferire sulla strage di Capaci si sarebbe limitato ai cosiddetti “veleni” del palazzo, i contrasti che avevano opposto Falcone ad altri colleghi palermitani. Possibile che intuizioni investigative, convinzioni maturate e notizie acquisite da Borsellino su quella strage non andassero oltre? Perché non pensare piuttosto che non fosse nel suo carattere rivelare confidenzialmente le proprie informazioni a un collega “applicato” a Palermo ma di attendere – nelle forme di rito – di poterle fornire direttamente al procuratore Tinebra?

Sentiamo cosa dichiara in proposito alla Commissione il pm Petralia:

PETRALIA. Uno dei tre magistrati che eravamo stati applicati in prima battuta (a Caltanissetta ndr), e cioè a dire il dottor Piero Vaccara, era amico personale del dottor Borsellino, appartenevano – purtroppo, in magistratura queste cose contano pure – alla stessa corrente, erano tutte due di Magistratura Indipendente, non dico amico personale ma sicuramente si incontravano ai congressi, si vedevano. (…) Ritenemmo utile che il dottor Vaccara stesse stabilmente a Palermo, che utilizzasse una specie di dependance della Procura di Caltanissetta costituita da una stanza che l’allora Procuratore Generale Bruno Siclari mise a disposizione. E quindi aveva questo ufficio con il suo computer, con del personale che lo aiutava… ma poi era commensale abituale, stava lì, mangiavano, parlavano, chiacchieravano a lungo con il dottor Borsellino. E questo aveva la funzione, a nostro modo di vedere, di riuscire ad acquisire elementi di utilità che potessero essere in qualche modo approfonditi in un successivo contatto istituzionale. (…) Debbo dire che non è pervenuto granché… abbiamo capito che forse il dottor Borsellino non riteneva (Vaccara) all’altezza di potere essere depositario di queste conoscenze, ma su questo non ci possiamo fare niente, insomma, purtroppo non è bellissimo doverlo dire, ma le cose sono andate quasi certamente così”.

Se davvero le cose sono andate così – e questa Commissione non ha ragione di non credere nel ricordo del dottor Petralia – l’intera vicenda appare anomala, irrituale, non giustificata. Come ha modo di riferire in Commissione Pietro Grasso.

GRASSO. Chiariamo un fatto. Passarono 57 giorni senza che la procura di Caltanissetta chiamasse Borsellino a testimoniare sulla strage di Capaci. Il che e assolutamente impensabile… Cioè giaà l’uso di questo strumento di coordinamento di un magistrato che andasse a frequentare, perché di questo si trattava, l’ufficio della Procura di Palermo non poteva sortire nessun effetto se non un effetto assolutamente formale e ma non sostanziale, conoscendo Borsellino…

Che il dottor Borsellino avesse invece molto da riferire lo si desume da molti episodi che sono stati affidati a questa Commissione. Sempre il dottor Grasso:

GRASSO. E poi c’è tutta quella parte riferita dalla moglie di Borsellino, da Agnese Piraino Leto, che riferisce negli ultimi tempi della sensazione di Borsellino… che ci fossero dei rapporti tra mafia e istituzioni… così come le dichiarazioni di due sostituti, la Camassa e Massimo Russo, che riferiscono che un giorno lo videro addirittura piangere sulla poltrona del suo ufficio dicendo che un amico lo aveva tradito. Queste sono tutte cose che ci fanno capire che Borsellino raccoglieva tutta una serie di elementi e di intuizioni che era pronto a riversare alla procura di Caltanissetta. Cosa che però non avvenne mai”.

 

Ricorda il colonnello Canale:

CANALE. Borsellino mi diceva sempre che sulla strage di Falcone era lui che doveva rendere testimonianza perché lui sicuramente avrebbe certamente indirizzato le indagini nella giusta maniera e che lui sapeva tutto, di Falcone sapeva tutto. Centomila volte chiese lui di essere sentito…

Fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/

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