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Politica, sentimenti e latitanti. La verità di Scajola

Politica, sentimenti e latitanti. La verità di Scajola

L’ex ministro risponde per quattro ore alle domande degli inquirenti. La vicinanza con Matacena nella campagna elettorale del 2001. Il «trasporto» per Chiara Rizzo («una donna disperata») e il rientro dei soldi dalle Seychelles. La sponda libanese offerta da Speziali («ma è un millantatore») e il coinvolgimento della corte di Berlusconi per salvare l’armatore dal carcere

Mercoledì, 04 Ottobre 2017

REGGIO CALABRIA «Dopo tre anni e quattro mesi, la verità è venuta fuori». Sembra soddisfatto l’ex ministro Claudio Scajola mentre esce dall’aula 12 del Cedir, dove per oltre quattro ore ha risposto – spesso stizzito – alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.

«VOLEVO SOLO AIUTARE» Arrestato con l’accusa di aver aiutato l’ex parlamentare di Forza Italia a sottrarsi a una condanna definitiva per mafia e ad occultare il suo immenso patrimonio, reati entrambi aggravati dall’aver favorito la ‘ndrangheta, Scajola si è si è sempre dichiarato estraneo ad ogni accusa e lo ribadisce anche oggi in aula. «Tutto quello che ho fatto – dice, rispondendo all’ultima domanda del procuratore aggiunto – è stato per aiutare Chiara Rizzo, non Matacena». Motivo? «Una pena, un voler essere di supporto che nel tempo si è trasformato in un sentimento di trasporto nei confronti di Chiara» dice l’ex ministro, nel tentativo di spiegare come mai per Rizzo abbia scomodato uomini del mondo bancario e imprenditoriale, abbia finito per farle da autista e si sia persino impantanato in una serie di colloqui nazionali e internazionali pur di «raccogliere informazioni» – sostiene – sulle possibilità di asilo politico in Libano per Matacena.

I PROBLEMI DEL CANDIDATO Peccato che l’ex parlamentare fosse latitante per una condanna definitiva per concorso esterno di cui Scajola era perfettamente a conoscenza, e che l’ex ministro sapesse – e ben prima che la presunta liaison con Rizzo avesse inizio – delle poco ortodosse amicizie e frequentazioni in odor di ‘ndrangheta dell’ex collega di partito. Era stato infatti proprio l’ex ministro – emerge dall’esame – a gestire le candidature in Calabria nel 2001, quando Matacena è stato estromesso dalle liste di Forza Italia, perché sotto processo per associazione mafiosa.

SVISTE «Biondi perorò con me l’innocenza di Matacena, e lo fece anche con Berlusconi. Mi disse che l’esclusione dalle liste sarebbe stata vista come una condanna da parte nostra», ricorda in aula l’ex ministro, dimenticando di dire però che per il suo ex compagno di partito la condanna – per associazione mafiosa piena – era già arrivata mesi prima della conclusione della campagna elettorale. «L’ho scoperto solo stamattina parlando con i miei avvocati», si giustifica. Possibile che un “dettaglio” del genere sia all’epoca sfuggito proprio nella regione in cui Forza Italia era un partito «molto litigioso – sottolinea Scajola – e con molti delatori»? A quanto pare sì.

NON DISPERDIAMO VOTI In ogni caso, a quelle accuse nessuno sembrava dare troppo peso. Nonostante i guai giudiziari, Matacena è stato infatti chiamato a salire sul palco di chiusura della campagna elettorale, a fianco di Scajola e del candidato ufficiale del partito, Caminiti. Un segnale necessario – dice l’ex ministro – per non disperdere i voti di Matacena. Quelli che, secondo la sentenza, l’ex parlamentare avrebbe raccolto grazie all’appoggio del clan Rosmini? Non è dato sapere, né – a quanto pare – la cosa è stata valutata all’epoca. Né dai vertici del partito calabresi, né dall’ex ministro.

DISCREZIONE PERICOLOSA Allo stesso modo, Scajola – all’epoca uomo di primo piano di Forza Italia e del governo – non sembra si sia preoccupato più di tanto delle disavventure giudiziarie dell’ex collega di partito negli anni successivi, quando Matacena ha bussato alla sua porta con inviti a cena o in barca, o richieste di endorsement, di contatti o opportunità di business. «Non sono tipo a cui piaccia chiedere dettagli», dice. Allo stesso modo, nel 2013 non l’ha impensierito dare una mano alla moglie – e socia – di un latitante. Nel racconto di Scajola, la bionda Lady Matacena l’avrebbe scelto – unico fra tutte le sue conoscenze – come spalla su cui piangere per le innumerevoli difficoltà da affrontare dopo la fuga del marito, all’epoca già alla macchia dopo l’esecuzione della condanna. E lui, senza pensarci due volte, si sarebbe messo a disposizione.

UNA DONNA «DISPERATA» «Chiara non parlava con le sue amiche, solo con me», afferma in aula l’ex ministro. Lui – racconta mentre Rizzo lo fulmina con gli occhi – si sarebbe sentito quasi in dovere di aiutare «una donna in lacrime, disperata» e sostanzialmente non in grado di cavarsela da sé. «Una volta sono dovuto intervenire persino per l’antenna del televisore», dice l’ex ministro che non esita a descrivere la sua presunta ex “fiamma” come donna sì avvenente, ma non particolarmente sveglia, a stento in grado di esprimersi in maniera coerente «perché non si capisce mai bene cosa dice», tanto abituata al lusso da non saperci rinunciare neanche nei periodi di estrema difficoltà.

SUGLI AMICI SI PUÒ SEMPRE CONTARE Per questo – afferma con convinzione – nel 2013 avrebbe smosso mari e monti, conoscenze personali e no, pur di aiutarla a mantenere la propria residenza a Montecarlo con un impiego, ma soprattutto per far rientrare nel principato «circa 500-600mila euro» bloccati alle Seychelles. Un’operazione pericolosa e in odor di riciclaggio, da cui più di uno ha consigliato a Scajola di tenersi alla larga senza però riuscire a far demordere l’ex ministro. «Erano soldi della suocera di Chiara – dice Scajola – non di suo marito». E pur di metterli nelle mani di Rizzo, l’ex ministro – hanno svelato le intercettazioni – ipotizza di coinvolgere anche il suo «amico di vecchia data» Daniele Santucci. Per la Procura, il fraterno amico di Scajola – oggi in carcere per aver sottratto 7 milioni di euro di finanziamenti pubblici – avrebbe dovuto incontrare Matacena, all’epoca ancora latitante alle Seychelles. Ma l’ex ministro smentisce seccamente. «Dissi a Chiara che avrei potuto chiedergli di andare in banca per controllare se ci fossero difficoltà al trasferimento di denaro, perché – rammenta – sapevo che Santucci sarebbe andato alle Seychelles per vacanza».

INFORMAZIONI O PIANIFICAZIONI? Allo stesso modo, nessuna remora ha mostrato Scajola nel «raccogliere informazioni» – sostiene – sulle modalità di richiedere l’asilo politico in Libano. All’epoca, Matacena era un concorrente esterno condannato definitivamente e in fuga, lui un uomo di punta di Forza Italia e della politica in generale, ma – sostiene rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Lombardo – non ci ha visto niente di male a «informarsi per un diritto, perché l’asilo politico è un diritto, non vuol dire poi metterlo in pratica». Quelle informazioni però Scajola le ha pagate a caro prezzo.

LA SPONDA LIBANESE A fornirle sarebbe stato Vincenzo Speziali, nipote dell’omonimo ex senatore del Pdl e dell’ex presidente del Libano, Amin Gemayel, oggi latitante in Libano ma all’epoca rampante aspirante parlamentare. Nonostante la superficiale conoscenza, informato delle difficoltà di Matacena, all’epoca agli arresti a Dubai, sarebbe stato lui – ricorda Scajola – a manifestare la possibilità di dare asilo al latitante in fuga a Beirut.

ALLA CORTE DI BERLUSCONI Un’operazione che ha richiesto mesi di contatti, telefonate, programmati e non programmati appuntamenti – «ma era sempre lui a contattarmi» ci tiene a specificare Scajola – «per definire i passaggi da fare», dice l’ex ministro. Nel frattempo però, Speziali chiede e ottiene di essere introdotto alla “corte” di Berlusconi insieme a Gemayel, e insieme a Scajola e all’ex presidente libanese finisce a chiacchierare nel salottino di via del Plebiscito. In una seconda occasione, quando l’ex ministro era già caduto politicamente in disgrazia a causa dell’abitazione con vista Colosseo comprata “a sua insaputa”, Scajola decide comunque di fare pressioni sull’assistente di Berlusconi perché Gemayel e Speziali vengano ricevuti.

«SPEZIALI ERA SOLO UN MILLANTATORE» Nel frattempo però, la «ricerca di informazioni» sull’eventuale procedura di asilo politico arranca. «Inizialmente, quando ho conosciuto Speziali, ho visto la dimestichezza con cui si muoveva in Libano, le entrature di cui godeva presso Gemayel e non mi sono accorto che fosse un millantatore». Poi, afferma, con il passare del tempo, «anche sentendolo parlare, da un paio di telefonate, mi sono accorto che la sua era tutta fuffa». Eppure quando Speziali gli chiede di essere ricevuto da Berlusconi, Scajola – ammette – non si tira indietro. Neanche quando le sue quotazioni nel partito sono basse e non può permettersi passi falsi. Insomma, un impegno non da poco. «Ribadisco che non ho compiuto alcun atto contra legem» afferma. Ma toccherà vedere se anche il Tribunale sarà della medesima opinione.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

Fonte:www.corrieredellacalabria.it

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