Parlamento

Gilberto Caldarozzi, dalla Diaz alla Dia vince il manganello

IL Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2017

Gilberto Caldarozzi, dalla Diaz alla Dia vince il manganello

Condannato a 3 anni e 8 mesi – Caldarozzi partecipò alla creazione di false prove dopo le violenze del G8

di Ferruccio Sansa

L’ultima manganellata in faccia che lo Stato infligge alle vittime del G8 di Genova: Gilberto Caldarozzi è stato nominato numero due della Direzione Investigativa Antimafia. Non si tratta di un’omonimia: è proprio quel Caldarozzi condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso. Avrebbe partecipato alla creazione di false prove dopo le violenze del G8 del 2001.

La nomina sarebbe stata decisa, riferiscono le cronache, da Marco Minniti. Che con questo gesto rivela i limiti di chi vorrebbe accreditarsi come leader e uomo delle istituzioni. Così come suscita dolore in chi ha assistito alle violenze del G8 – sangue, legamenti strappati, ossa frantumate, minacce sessuali, cori nazisti – il modo quasi furtivo con cui è stata presa la decisione: ignorata dalla politica (protestano gli onorevoli Andrea Maestrie Luca Pastorino di Liberi e uguali), scoperta per caso dal Comitato verità e giustizia per Genova. Il punto non è nemmeno Caldarozzi che, formalmente, può ricoprire quel posto. Il punto sono i governi e i vertici delle forze dell’ordine che si sono succeduti in questi anni. Insomma, lo Stato che dal primo giorno ha dimostrato di stare dalla parte di chi ha commesso le violenze. Contro chi le ha subìte.Alla faccia delle recenti dichiarazioni del capo della polizia, Franco Gabrielli: “Il G8 fu una catastrofe”.

Una ferita inferta alle vittime, a Genova, ai poliziotti con la fedina pulita. E a tutti gli italiani. Non è una questione personale, ma la vicenda di Caldarozzi è esemplare, a prescindere dalle sue doti di “cacciatore di mafiosi”. Lo stesso Caldarozzi che, sospeso dopo la condanna, trovò posto come consulente nella società pubblica Finmeccanica di cui era presidente proprio Gianni De Gennaro. Suo amico e capo della polizia ai tempi del G8.

Sberle su sberle in faccia alle vittime. Come i continui intralci a pm quali Enrico Zucca che indagarono sulle violenze. Come le vertiginose carriere dei poliziotti accusati: Francesco Gratteri al momento della condanna era diventato capo della Direzione centrale anticrimine; Giovanni Luperi era capo-analista dell’Aisi (il servizio segreto interno). Filippo Ferri, figlio di Enrico (l’ex ministro socialdemocratico) e fratello di Cosimo (sottosegretario alla Giustizia), guidava la squadra mobile di Firenze. Ancora: Fabio Ciccimarra, capo della squadra mobile de L’Aquila, o Spartaco Mortola capo della polfer di Torino. Carriere avallate o tacitamente accettate da governi e ministri che si sono succeduti al Viminale: Claudio Scajola (Berlusconi II), Giuseppe Pisanu (Berlusconi II e III), Giuliano Amato (Prodi II) e Roberto Maroni (Berlusconi IV). Oggi bisogna aggiungere Marco Minniti (Gentiloni).

In Italia chi viene condannato – e ha amici che contano – non viene solo reintegrato. Ma anche premiato.

Alle vittime resta la beffa della legge anti-tortura che prevede la prescrizione, richiede violenze reiterate e non punisce la tortura morale. Dice il magistrato Roberto Settembre: “Con questa legge la Diaz e Bolzaneto non sarebbero punite”. Potrebbe succedere di nuovo a tutti noi.

Ai vertici dell’antimafia un condannato per la “macelleria messicana” alla scuola Diaz

Il Fatto Quotidiano, 24 Dicembre 2017

Ai vertici dell’antimafia un condannato per la “macelleria messicana” alla scuola Diaz

Gilberto Caldarozzi, 3 anni e 8 mesi per i falsi del G8, è il numero 2 della Dia. Per i giudici ha “gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”

di MARCO PREVE

Più che la rabbia della vittima c’è il senso di sconfitta del cittadino di fronte al Potere, negli occhi di uno degli ex ragazzi che nel luglio del 2001 attraversarono le notti della macelleria messicana della Diaz e del carcere cileno di Bolzaneto.

Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso, ovvero per aver partecipato alla creazione di false prove finalizzate ad accusare ingiustamente chi venne pestato senza pietà da agenti rimasti impuniti, è oggi il numero 2 – Vice direttore tecnico operativo- della Direzione Investigativa Antimafia, ovvero il fiore all’occhiello delle forze investigative italiane, la struttura alla quale è affidata la lotta al cancro criminale.

La nomina, decisa dal ministro dell’Interno Marco Minniti, passata quasi in sordina ed ignorata dalla politica, risale a poche settimane fa.

Se ne sono accorti, quasi casualmente nei giorni scorsi i reduci del Comitato Verità e Giustizia per Genova, un gruppo formato da ex arrestati della Diaz e di Bolzaneto e dai loro famigliari.

Molti dei ragazzi tedeschi, vittime della polizia nel luglio 2001 – racconta un membro del Comitato – spiegano di avere provato paura quando, ritornati in Italia per i processi o per le vacanze hanno incontrato agenti in divisa. Mi chiedo come si possa dire a queste persone che l’Italia è cambiata se uno dei massimi dirigenti del nostro apparato di sicurezza è oggi proprio colui che ieri fece di tutto per accusarli ingiustamente e coprì gli autori materiali dei pestaggi e delle torture”.

Caldarozzi, ex capo dello Sco, la Sezione criminalità organizzata, considerato un “cacciatore di mafiosi”, per la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è invece uno dei responsabili dei comportamenti di quella notte del 2001 e dei successivi comportamenti degli apparati di Stato, che sono valsi al nostro paese due condanne per violazione alle norme sulla tortura. Scrissero i giudici della Cassazione per Caldarozzi e gli altri condannati: “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Non esattamente una medaglia da inserire nel proprio curriculum.

D’altra parte, a luglio di quest’anno sono scaduti i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e i dirigenti condannati per la Diaz che non erano andati in pensione sono rientrati in polizia.
In un intervento sulle sentenze della Cedu, pubblicato sul sito Questione Giustizia di Magistratura Democratica, il pm del processo Diaz Enrico Zucca affronta il caso Caldarozzi: “L’ultimo dei rientri, che si fa fatica a conciliare con quanto espresso nei confronti del condannato in sede di giudizio di Cassazione, è quello che riguarda l’attuale vice-capo della Dia, che vanta così nel suo curriculum il  “trascurabile”  episodio  della  scuola  Diaz”.

Il capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli, in un’intervista a Repubblica dell’estate ha voluto finalmente affrontare il tema G8 senza tabù, dichiarando che lui al posto di “Gianni De Gennaro (allora capo della polizia oggi presidente di Finmeccanica, ndr) si sarebbe dimesso”. A quanto si sa, i funzionari rientrati in polizia sarebbero stati destinati a ruoli non di primo piano. Ma Caldarozzi è sfuggito a questa logica. Essendo la Dia una struttura che dipende direttamente dal Ministero, per lui, che vanta con Minniti e con il gruppo De Gennaro un’antica amicizia, si sono spalancate le porte dei piani alti.


Il suo esilio, per altro non è stato quello di un appestato. Gli anni di interdizione li ha trascorsi lavorando come consulente della sicurezza per le banche e poi come consulente per la Finmeccanica dell’ex capo De Gennaro. Si parlò anche di  “collaborazioni” con il Sisde, i servizi segreti, proprio come, sempre a stare alle voci, si racconta intrattenga oggi il anche pensionato Franco Gratteri, ex capo della Direzione centrale anticrimine, il più alto in grado fra i condannati della Diaz.


Nonostante l’Italia, tra molte contestazioni e distinguo, si sia dotata da qualche mese di una legge sulla tortura, sembra essere completamente inevaso uno degli aspetti più volte ricordati dai giudici europei. Quello che riguarda non gli autori materiali delle torture bensì tutta la scala gerarchica e i regolamenti interni che non provvedono a isolare i torturatori e chi li ha coperti nelle fase preliminare delle indagini, e che poi non provvede, se non a radiarli, perlomeno a bloccare le progressioni di carriera, o in estremo subordine ad assegnarli ad incarichi non operativi. Diciassette anni dopo aver disonorato – lo dicono, per sempre, i giudici della Cassazione, anche se molti poliziotti e altrettanti politici non hanno mai accettato questa sentenza – la polizia italiana, Gilberto Caldarozzi viene premiato con una delle poltrone più importanti della lotta al crimine. La “macelleria messicana” è stata archiviata dallo Stato.

Una nuova legge sullo scioglimento dei Comuni»,

LA PRIMA NORMA FA INTRODURRE IN UNA NUIOVA LEGGE SULLO SCIOGLIMENTO  DEI COMUNI E DEGLI ENTI PER MAFIA DEVE ESSERE QUELLA DELL’OBBLIGO DI MANDARE SUBITO A CASA NON SOLO I POLITICI MA,SOPRATTUTTO,I DIRIGENTI ED I FUNZIONARI RESISI RESPONSABILI  DI COLLUSIONE O CONTIGUITA’ CON ORGANIZZAZIONI E SOGGETTI INDIVIDUALI MAFIOSI E CORROTTI. ASS.CAPONNETTO

«Una nuova legge sullo scioglimento dei Comuni»

La riflessione di D’Ascola (Ap) a Catanzaro: «Non possiamo abbandonare i cittadini. Pensiamo a forme di controllo da parte del ministero dell’Interno»

Sabato, 02 Dicembre 2017

CATANZARO «Occorre un testo legislativo sullo scioglimento delle amministrazioni locali che recuperi il rapporto con la cittadinanza. I cittadini non possono essere abbandonati dopo che abbiamo sciolto i comuni». Lo ha detto il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Nico D’Ascola, di Ap, parlando con i giornalisti a margine del secondo giorno di lavori del convegno “Giustizia, tra efficienza e garanzie”, organizzato a Catanzaro dalla componente di Unicost dell’Associazione nazionale magistrati. Parole che assumono un senso più profondo, pronunciate nel capoluogo di una regione che ha visto sciolti per mafia cinque Comuni solo qualche giorno fa. Secondo D’Ascola, l’attuale norma approvata nel 1991 «non colpisce le eventuali responsabilità dei dirigenti, non assicura il contraddittorio e non prevede provvedimenti intermedi. Ci possono essere delle situazioni – ha spiegato – in cui l’infiltrazione è dubbia o è limitata, in questi casi si potrebbe pensare a disposizioni che prevedano forme di controllo dell’attività politica. Senza arrivare allo scioglimento si potrebbe inserire nell’amministrazione dei soggetti del ministero dell’Interno che monitorino ciò che avviene nell’ente, a quel punto avrebbero anche maggiore capacità di accertare l’effettiva infiltrazione ma anche decidere se necessario un provvedimento più ampio, ossia lo scioglimento». «Si potrebbe prevedere – ha concluso il senatore – la formazione di una squadra di prefetti, viceprefetti, commissari che siano davvero capaci di amministrare e di garantire presenza costante sul territorio».

«RIFORMARE IL PROCESSO CIVILE» «Nella prossima legislatura dovremmo avere un occhio ancora più attento alla riforma del processo civile». Lo ha detto la presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, parlando con i giornalisti a margine dello stesso seminario di studi. «Mentre sul piano del processo penale, della lotta alla criminalità organizzata, alla criminalità economica, della lotta alla corruzione, dei reati ambientali, del caporalato, abbiamo dato risposte di legalità molto forti, sul fronte della giustizia civile – ha aggiunto – la riforma che abbiamo varato alla Camera al Senato non è ancora arrivata a termine. Io credo che nella prossima legislatura dovremmo avere un occhio ancora più attento alla riforma del processo civile, garantendo tempi più ragionevoli e celeri, perché la produttività e la competitività del Paese si vedono dalla risposta della giustizia in tempi rapidi. È questo – ha concluso Ferranti – un aspetto che, insieme alla riforma del diritto di famiglia, deve ancora vedere un collegamento più forte tra giustizia e società».

 

 

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it/

Tre proposte di legge che l’Associazione Caponnetto intende far presentare  nella prossima legislatura

 

 

 

 

 

 

L’ANNO SCORSO L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO ELABORO’ UNA BOZZA DI PROPOSTA DI LEGGE CHE MIRAVA A SOTTRARRE AI PREFETTI LE COMPETENZE IN MATERIA DI PREVENZIONE ANTI…MAFIA PER TRASFERIRLE ALLE DDA.TALE PROPOSTA NASCEVA DALLA CONSTATAZIONE DELL’INEFFICIENZA DI GRAN PARTE DEI PREFETTI I QUALI NON FANNO ALCUNA AZIONE DI PREVENZIONE ( L’ATTUALE PREFETTO DI LATINA HA DICHIARATO CANDIDAMENTE, SENZA ALCUNA REAZIONE DA PARTE DI CHICCHESSIA-AI TEMPI IN CUI FACEVO POLITICA IO IN 24 ORE AVREBBE DOVUTO FARE LA VALIGIA PER ESSERE COLLOCATO A DISPOSIZIONE AL MINISTERO SENZA PIU’ ALCUN INCARICO -,IN COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA DI NON AVER FATTO “NESSUNA ” INTERDITTIVA ANTIMAFIA),QUINDI,NESSUNA INDAGINE PREVENTIVA.
SCRIVEMMO A TUTTI I GRUPPI PARLAMENTARI DEI PARTITI CHE RITENIAMO I PIU’ SENSIBILI Ai PROBLEMI DELLE MAFIE E CHIEDEMMO DI ESSERE RICEVUTI PER ILLUSTRARE LORO LA NOSTRA PROPOSTA.
CI RISPOSE E CI RICEVETTE SOLAMENTE IL GRUPPO DELLA CAMERA DEL M5S.DA TUTTI GLI ALTRI IL SILENZIO PIU’ ASSOLUTO.
CON LA NUOVA LEGISLATURA CHE CI SARA’ L’ANNO PROSSIMO RIPROPORREMO LA STESSA PROPOSTA PIU’ ALTRE E DUE SULLE QUALI UN NOSTRO AMICO STA GIA’ LAVORANDO:
1)ALLE ASSOCIAZIONI O AD ALTRI SOGGETTI COSIDDETTI “ANTIMAFIA ” E’ VIETATO GESTIRE BENI ED ATTIVITA’ ECONOMICHE ( L’ANTIMAFIA DEVE FARE L’ANTIMAFIA E NON L’HOLDING E L’IMPRESA .
ANTIMAFIA SIGNIFICA INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTA,COME FACCIAMO NOI ).
2) BISOGNA SUBITO RIFORMARE LE COMMISSIONI ADDETTE ALLA GESTIONE DEI FONDI ANTIRACKET ED ANTIUSURA ELIMINANDO LO SCHIFO CHE VEDE DA 20 ANNI PRESENTI IN ESSE GLI STESSI SOGGETTI E GIUNGERE,COME PREVEDE,LA LEGGE,ALLA ROTAZIONE DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI EFFETTIVAMENTE ATTIVE E SERIE.
PUNTO.DEBBONO FINIRE I MONOPOLI DI ALCUNI A DANNO DI TUTTI GLI ALTRI.
CHI VUOLE FARE ANTIMAFIA BISOGNA COSTRINGERLO A FARLA SERIAMENTE,ALTRIMENTI SE NE VA A CASA E SENZA NEMMENO UN BENSERVITO.
CI SIAMO ROTTI LE SCATOLE,NOI CHE CI RIMETTIAMO DI TASCA PERSONALE ,DI VEDERCI ARRIVARE SCHIZZI DI FANGO ADDOSSO NON PER COLPE NOSTRE.ORA BASTA.SUBITO DOPO LE ELEZIONI RICHIEDEREMO AL GRUPPO PARLAMENTARE DEL M5S – CHE,RIPETIAMO,E’ L’UNICO CHE SI E’ DICHIARATO DISPONIBILE – DI PRESENTARE QUESTE 3 PROPOSTE DI LEGGE.
SE,POI,CI SONO ALTRI GRUPPI ALTRETTANTO DISPONIBILI SI FACCIANO AVANTI E SI ACCODINO.

Codice Antimafia, Mattarella firma ma scrive a Gentiloni: “Monitori la legge. Cancella la confisca per alcuni reati”

Il Fatto Quotidiano, 17 Ottobre 2017

Codice Antimafia, Mattarella firma ma scrive a Gentiloni: “Monitori la legge. Cancella la confisca per alcuni reati”

Il presidente della Repubblica: “La riforma è costituzionale”. Ma segnala al premier alcuni profili critici. Per il Colle, infatti, mentre la norma estende il sequestro e la confisca dei beni anche a chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione, dall’altra cancella la possibilità di mettere i sigilli ai beni di chi è stato condannato in via definitiva per corruzione tra privati, i delitti informatici e i delitti con finalità di terrorismo internazionale

di F. Q.

Ha promulgato la legge ma ha subito preso carta e penna per scrivere a Paolo Gentiloni. Il motivo? Nel nuovo Codice Antimafia ci sono “profili critici” e quindi “il Governo” deve procedere “a un attento monitoraggio degli effetti applicativi della disciplina”. Parola di Sergio Mattarella, che per la prima volta, dunque, non si limita soltanto a firmare una legge ma la contesta seppur non in maniera ufficiale. Nella sua lettera a Palazzo Chigi, infatti, il presidente della Repubblica premette “promulgato la legge non ritenendo che vi fossero evidenti profili critici di legittimità costituzionale“.

Ma quali sono i “profili critici” presenti nel nuovo Codice Antimafia secondo Mattarella? Forse la principale innovazione, che aveva già diviso la maggioranza in Parlamento e l’opinione pubblica, cioè l’estensione della disciplina della confisca dei beni anche per chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione?  Nossignore. O meglio, chiedendo al governo di monitorare gli effetti della disciplina, il capo dello Stato ricorda che ciò era stato previsto “dall’ordine del giorno approvato dalla Camera dei deputati nella seduta del 27 settembre 2017”, cioè quello depositato dal dem Walter Verini poco prima della votazione della riforma e che chiedeva all’esecutivo di valutare eventuali modifiche sull’equiparazione tra corrotti e mafiosi per quanto riguarda le misure di prevenzione

Secondo il Quirinale, però, i veri punti critici della norma sono altri. Se da una parte il nuovo Codice ha esteso il sequestro  dei beni anche a chi finisce nel mirino della giustizia per corruzione, concussione, terrorismo, dall’altra ha cancellato completamente la confisca dopo la condanna per chi è considerato colpevole di altri reati gravi come la corruzione tra privati o i delitti commessi con finalità di terrorismo internazionale. In pratica Mattarella segnala all’esecutivo quello che ha tutta l’aria di essere un enorme errore di procedura in fase di scrittura della legge. “Non posso fare a meno di segnalare un aspetto che, pur non costituendo una palese violazione di legittimità costituzionale, sembra contenere dei profili critici”,  scrive il capo dello Stato al premier nella missiva in cui segnala i vari articoli modificati dalla riforma del Codice Antimafia.

L’articolo 31 – segnala il Quirinale – della legge ha profondamente modificato l’articolo 12-sexies del decreto legge n. 306 del 1992, convertito nella legge n. 356 del 1992, che disciplina la cosiddetta confisca allargata. In particolare, nel testo approvato non sono state riprodotte alcune ipotesi di reato (che, in caso di condanna, legittimano, ove ricorrano determinati presupposti, la confisca), inserite nell’articolo 12-sexies dall’art. 5 del decreto legislativo n. 202 del 29 ottobre 2016, che ha dato attuazione alla direttiva 2014/42/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 3 aprile 2014 relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi da reato dell’Unione europea”.

In particolare sono state eliminate tutte le ipotesi di reato introdotte dal citato decreto legislativo ad eccezione dell�autoriciclaggio (art. 648-ter.1 del codice penale) – prosegue Mattarella -. Di conseguenza, per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione delle fattispecie di falso nummario (articolo 416 in relazione agli articoli 453, 454, 455, 460 e 461 del codice penale), di corruzione tra privati (articolo 2635 del codice civile), di indebito utilizzo di carte di credito o di pagamento (articolo 55 del 2 decreto legislativo n. 231 del 2007), dei delitti commessi con finalità diterrorismo internazionale e dei reati informatici indicati negli articoli 617-quinquies, 617-sexies, 635-bis, 635-ter, 635-quater e 635-quinquies del codice penale quando le condotte di reato riguardano tre o più sistemi informatici, non sarà più possibile disporre la misura della cosiddetta confisca allargata all’esito di una condanna”. Che vuol dire? Che mentre da un parte si potranno sequestrare o confiscare definitivamente i beni a chi è accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, concussione, terrorismo, e non è in grado di giustificare la provenienza lecita delle proprie ricchezze, dall’altra sarà impossibile mettere i sigilli su chi è stato definitivamente condannato per alcuni tipi di reato come appunto utilizzo fraudolento di carte di credito, i delitti informatici e la corruzione tra privati. È per questo motivo che Mattarella sottolinea nella sua missiva: “Va dunque considerato il grave effetto prodotto dall’impossibilità di disporre il congelamento e la confisca dei beni e dei proventi a seguito di condanna per questi reati”.

 

«Caridi al servizio dei clan»

«Caridi al servizio dei clan»

«Caridi al servizio dei clan»

Il Riesame conferma il carcere per il senatore finito in manette dopo l’inchiesta “Gotha”: l’appoggio elettorale fornito dalle cosche solo un elemento del più ampio coinvolgimento

Martedì, 10 Ottobre 2017

REGGIO CALABRIA A carico del senatore Antonio Stefano Caridi «sono gravi e concordanti gli indizi di colpevolezza che lo inquadrano al servizio della ‘ndrangheta unitariamente intesa, con un ruolo di partecipe, dato che egli è consapevole e prende parte ad un più ampio piano criminale ideato da Paolo Romeo, che prevede la collocazione nelle istituzioni di uomini disposti a seguire le sue direttive».

LA SCALATA ALLE ISTITUZIONI Lasciano poco spazio alle interpretazioni le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale del Riesame ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Caridi, dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. Il politico – spiegano i giudici – era consapevole di essere parte di un progetto di alta mafia che prevedeva burattini istituzionali obbedienti, «prontamente eliminati dal circuito politico» se avessero deciso di «uscire dal seminato», ma per i quali – si legge nel provvedimento – «si fossero ben comportati era prevista una sicura ascesa politica, come di fatto accaduto nel caso di Caridi, eletto nel 2013 Senatore della Repubblica».

LA CUPOLA E IL CLAN Ma per i giudici, «l’appoggio elettorale fornito dalle cosche è solo un elemento del più ampio quadro indiziario, che configura perfettamente l’adesione e la partecipazione del ricorrente ad un sodalizio criminale che può essere indifferentemente inteso come quello facente capo alla direzione organizzativa e strategica della cupola, alla ‘ndrangheta federata unitariamente intesa, che d’altra parte fanno parte dello stesso insieme criminale». E – ci tengono a sottolineare – contrariamente a quanto argomentato dalle difese, le due cose non sono in contraddizione. Dalla fine della seconda guerra di ‘ndrangheta – ricordano i giudici a chi sembra aver dimenticato diverse sentenze già passate in giudicato – la ‘ndrangheta reggina si è infatti dotata di organismi di vertice in grado di sovrintendere e coordinare le attività di tutti i clan. E non bisogna essere necessariamente affiliati ad una singola locale per essere considerati degli affiliati a tutti gli effetti.

PASS PARTOUT «La condotta partecipativa – mettono in chiaro i giudici – è ben configurabile in relazione ad organizzazioni più ampie rispetto alla singola cosca, sia che essa voglia ricondursi ad una partecipazione alla struttura di vertice, sia che tale partecipazione venga intesa come partecipazione alla struttura federata rappresentata dalle varie cosche». Diversa e più complessa è la struttura, identico – sottolinea il collegio – il disegno criminale. In più, ricordano i giudici, i tempi della ‘ndrangheta tutta coppola e lupara sono finiti, così come quelli della rigida divisione persino fra le ali militari dei clan.

Inchieste e processi dimostrano infatti come siano da tempo attivi «soggetti che prestano in maniera disinvolta il loro contributo ora ad uno e ora all’altro sodalizio criminale, potendo risultare utili agli interessi di ognuno senza necessariamente contrastare quelli di altri gruppi di ‘ndrangheta». E questo per un motivo molto semplice: fra tutti «fra gli stessi vige un momento di sostanziale accordo» e gli interessi dei singoli «possono essere perseguiti senza contrapporsi, traendo anzi, un reciproco vantaggio dall’operare unitariamente».

IL POLITICO DI TUTTI I CLAN Ecco perché – spiegano i giudici – Caridi non è il politico di riferimento di un clan, ma di tutti i clan. A dimostrarlo c’è il rapporto duraturo che lo lega a Romeo «anche nei momenti in cui quest’ultimo è attinto da gravi vicende giudiziarie», ma anche – afferma il collegio – «il compiacente mettersi a disposizione delle diverse cosche a cui era necessario “onorare la cambiale”, per dirla con le parole di Giuseppe Valentino e dimostrano i riportati episodi di raccordo, solo a titolo di esempio, con le cosche De Stefano, Pelle, Raso-Gullace-Albanese».

COLLABORATORI ATTENDIBILI Rapporti confermati anche da collaboratori di giustizia già da tempo ritenuti attendibili da diversi tribunali come Nino Fiume, Salvatore Aiello, Giovambattista Fracapane, Consolato Villani e persino Giacomo Lauro, che di Caridi dice addirittura che è affiliato al clan De Stefano. Nonostante l’impegno dei legali del senatore, che hanno fatto di tutto per demolire la figura dei diversi pentiti e rendere inutilizzabili le loro dichiarazioni, le loro parole – tutte riscontrate dalle puntuali indagini del Ros – per il tribunale hanno un peso non indifferente.

ASSUNZIONI A SOSTEGNO DEI CLAN Del resto, il disinvolto atteggiamento di Caridi nel disporre a richiesta di questo o quel compare assunzioni in aziende pubbliche e municipalizzate non ha fatto altro – evidenzia il Riesame – che confermare le parole dei collaboratori. In una terra piegata dalla disoccupazione, un posto di lavoro serve a cementare un rapporto ancor più di qualsiasi giuramento. Per questo – affermano i giudici – i posti di lavoro nel tempo gestiti dal politico non possono essere letti come un “banale” episodio di malcostume. Per i giudici, si tratta di «un determinato modus operandi attraverso la strumentalizzazione dei propri incarichi politici», che connota «coscienza e volontà di un’azione diretta a consolidare e protrarre il predominio dell’egemonia mafiosa non solo nel territorio reggino, ma anche presso più alti luoghi istituzionali».

POLITICI GOLEM Ma questi non sono gli unici elementi che hanno indotto il Riesame a confermare tutte le accuse a carico di Caridi. «Come se non bastasse – si legge nel provvedimento – al già elevato quadro di gravità indiziaria si aggiungono le dichiarazioni del coindagato Alberto Sarra, che già in sede di interrogatorio di garanzia riferiva che “tolto Paolo Romeo, dal panorama politico reggino le figure come Giuseppe Scopelliti, Umberto Pirilli, Pietro Fuda, Giuseppe Valentino e Antonio Carudi non sarebbero esistite». Sono solo dei golem – dice Sarra e concordano i giudici- chiamati ad operare sulla base di istruzioni che altri hanno scritto per loro. Ma adesso che la magistratura ha strappato quel foglietto, hanno smesso di camminare.

 

Alessia Candito

Il grande bluff del nuovo codice antimafia

di Antonio Ingroia
L’articolo di Antonio Ingroia sul Fatto Quotidiano del 30 settembre, con un commento critico sul nuovo Codice Antimafia: “Qualche novità positiva è stata introdotta, in particolare per una maggiore efficacia e trasparenza nella gestione dei beni confiscati”, ma “la vera sfida era sul terreno della lotta alla corruzione e il banco di prova era l’equiparazione dei corrotti ai mafiosi, estendendo ai primi le normative in materia di sequestro e confisca che bene hanno funzionato contro i secondi”. “Ebbene, l’equiparazione, che ha fatto gridare Forza Italia all’abominio giuridico e alla deriva giustizialista, di fatto non c’è. Si tratta di un bluff, di illusionismo”. Di seguito l’articolo completo:

Tanto rumore per nulla, o quasi. In molti hanno esultato per l’approvazione definitiva del nuovo Codice Antimafia, parlando di grande risultato e di salto di qualità nella lotta alla mafia e alla corruzione. Ma è davvero così? Indubbiamente qualche novità positiva è stata introdotta, in particolare per una maggiore efficacia e trasparenza nella gestione dei beni confiscati, con il varo di misure per impedire che si ripetano scandali come quello della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.

Se però si approfondisce il merito del reale impatto della nuova normativa, il saldo è negativo, e quindi tanto entusiasmo appare francamente eccessivo e anzi del tutto fuori luogo. Infatti, la vera sfida era sul terreno della lotta alla corruzione e il banco di prova era l’equiparazione dei corrotti ai mafiosi, estendendo ai primi le normative in materia di sequestro e confisca che bene hanno funzionato contro i secondi. Ebbene l’equiparazione, che ha fatto gridare Forza Italia all’abominio giuridico e alla deriva giustizialista, di fatto non c’è. Si tratta di un bluff, di illusionismo.

L’equiparazione era nel testo approvato in prima lettura alla Camera, in una versione forse perfino eccessiva, visto che prevedeva la possibilità di sequestro e confisca dei beni per la maggior parte dei reati contro la pubblica amministrazione, anche per quelli meno gravi. Ma è stata poi cancellata al Senato con l’emendamento, approvato su proposta del Pd, che limita l’applicabilità delle misure di prevenzione ai soli casi in cui, insieme alla corruzione, viene contestata anche l’associazione per delinquere. Il punto cruciale è proprio questo, aver previsto la forma associativa come condizione necessaria per procedere a sequestro e confisca, un ‘dettaglio’ che d i fatto condanna la norma alla disapplicazione. Perché i casi in cui chi è indagato per reati di corruzione o concussione è indiziato anche di associazione a delinquere sono rarissimi.

Dunque, l’equiparazione è solo apparente e per i magistrati sarà molto difficile confiscare i patrimoni dei corrotti, dovendo al contempo provare anche l’associazione per delinquere. In questo senso il codice è allora un’arma spuntata, che rischia per di più di essere totalmente disinnescata dall’ordine del giorno Pd-Ap che impegna il governo ad apportare ulteriori correttivi per eliminare l’equiparazione mafia-corruzione, in realtà solo teorica. Insomma, la tanto decantata svolta è evidentemente destinata ad essere tale solo sulla carta.

Si poteva fare diversamente? Ovviamente sì. C’è una proposta di modifica della normativa vigente, ben più ambiziosa e coraggiosa, la legge “La Torre bis”, che per l’intera legislatura è stata tenuta chiusa ad ammuffire in qualche cassetto del Senato. Punta a colpire soprattutto i colletti bianchi scoperti a imporre e intascare mazzette, introducendo per legge la possibilità di applicare sequestro e confisca preventivi agli indiziati solo dei reati più gravi contro la Pubblica amministrazione, in caso di evidente sproporzione tra valore del patrimonio e reddito dichiarato. Una rivoluzione copernicana, che prende atto di ciò che tutti dicono, e cioè che mafia e corruzione sono due facce della stessa medaglia, e che vuole contrastarne l’inarrestabile diffusione endemica.

Secondo il pm Nino Di Matteo, una tale legge, se approvata, costituirebbe “per il sistema della corruzione, dell’esercizio privatistico del potere, un terremoto come lo fu la legge Rognoni-La Torre peri mafiosi”. Troppo per questo Parlamento, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, pieno di inquisiti e di impuniti, che infatti non ha mai preso in considerazione la proposta. Impresentabili sì, autolesionisti no. E allora non resta che sperare nella prossima legislatura. Oso credere che fare peggio di quanto fatto e disfatto da quella che si sta chiudendo sarà impossibile.

Lotta alla mafia, corruzione e sicurezza: che voti merita il nostro Parlamento?

MAH,QUESTA NUOVA LEGGE CONTIENE  ALCUNE LUCI ED ANCHE TANTE OMBRE.D’ALTRA PARTE E’ STATA VARATA DA UN PARLAMENTO CHE E’ QUELLO CHE E’,COMPOSTO,CIOE’,DA SOGGETTI CHE VOGLIONO FARE LA LOTTA ALLE MAFIE ED ANCHE DA CHI NON MOSTRA DI VOLERLA FARE.
CI SONO NEL PAESE TROPPI INTERESSI ACCHE’ LA LOTTA ALLE MAFIE VENGA FATTA IN MANIERA NON DETERMINATA E STRUMENTALE.
FINO A QUANDO NON VERRA’ SANCITO IN MANIERA CHIARA E DEFINITIVA CHE QUALUNQUE SOGGETTO,PUBBLICO O PRIVATO CHE SIA,CHE SI RICHIAMI ALL’ANTIMAFIA,NON HA ALCUN DIRITTO ED ACCESSO A FINANZIAMENTI O ALTRI BENEFICI,ECONOMICI E NON,IL NOSTRO GIUDIZIO NON SARA’ MAI FAVOREVOLE.
CHI DICE DI VOLER COMBATTERE LE MAFIE,LO DEVE FARE SENZA ALCUN INTERESSE NE’ ECONOMICO NE’ POLITICO. E SENZA RETORICA MA CONI FATTI.
DA L’ESPRESSO

Lotta alla mafia, corruzione e sicurezza: che voti merita il nostro Parlamento?

Promossi il codice antimafia e gli eco-reati. Bocciato lo stop alla legge sui testimoni di giustizia. Giudizio sospeso per appalti, tangenti e trasparenza. Ecco il dossier che analizza tutte le riforme penali approvate nell’attuale legislatura. E quelle accantonate

di Paolo Biondani e Lia Quilici

Lotta alla mafia, corruzione e sicurezza: che voti merita il nostro Parlamento?

Il parlamento italiano ha fatto bene o male nella lotta alla mafia? E sul contrasto alla corruzione, al lavoro nero o ai reati contro l’ambiente, gli attuali deputati e senatori vanno promossi o bocciati?

Sono domande importanti per i cittadini che tra pochi mesi saranno chiamati a rinnovare il parlamento eletto nel 2013. A fornire una serie di risposte documentate, a disposizione dei lettori di qualunque orientamento politico, è uno studio curato dall’osservatorio parlamentare di Avviso Pubblico ( qui il link alla versione integrale ), l’associazione antimafia che organizza e difende gli amministratori pubblici minacciati dalla criminalità. Il rapporto, intitolato “Lotta alle mafie e alla corruzione: luci e ombre della XVII legislatura”, analizza tutte le più importanti riforme penali varate dal parlamento a partire dal 2013, segnalando anche le occasioni perdute: progetti di legge in cantiere da anni ma non ancora approvati, che rischiano quindi di decadere con la fine della legislatura.

Lo studio conferma che, sul fronte della lotta alle organizzazioni criminali, la novità di maggior rilievo è senza dubbio la riforma del Codice antimafia, che ha recepito gran parte delle proposte della Commissione parlamentare antimafia, con l’obiettivo di superare le grandi difficoltà che oggi incontra il processo di riutilizzo sociale dei beni confiscati, attraverso procedure più snelle e trasparenti e incentivi per la tempestiva ripresa delle aziende sequestrate. Il nuovo testo, approvato in via definitiva solo nei giorni scorsi, estende l’applicazione delle misure antimafia anche ai casi più gravi di corruzione. Tutte le nuove norme sono sintetizzate nel rapporto e pubblicate integralmente sul sito di Avviso Pubblico.

Positiva, secondo lo studio, è anche la legge sugli ecoreati, che dispone un forte inasprimento delle sanzioni penali e la previsione di nuove fattispecie di reato, con l’obiettivo di chiudere la stagione dell’impunità per i reati ambientali. Le nuove norme superano il vecchio sistema, basato su semplici reati contravvenzionali, che era caratterizzato da pene molto basse, spesso azzerate dalla prescrizione. La nuova legge garantisce strumenti più incisivi per le indagini della magistratura, spesso molto complesse, e la repressione dello smaltimento illecito, come ad esempio la confisca dei beni del condannato per i reati ambientali, oltre ad aumentare i termini di prescrizione.

Il rapporto promuove anche la nuova normativa per colpire lo scambio elettorale politico-mafioso, punendo con maggior rigore sia chi procaccia voti inquinati sia chi ne trae vantaggio, e l’aumento delle pene per il reato-base di associazione mafiosa, il famoso articolo 416 bis, istituito nel 1982 con la legge Rognoni-La Torre.

In questa legislatura sono stati inoltre approvati anche imporanti interventi per il contrasto del lavoro nero e del caporalato. E finalmente sono arrivate norme più specifiche a tutela degli amministratori locali sotto tiro, vittime di atti di violenza o intimidazione collegati alla loro attività politica: un fenomeno, purtroppo, in preoccupante crescita. Positivo anche il segnale civico offerto dall’istituzione del 21 marzo quale Giornata in memoria delle vittime di mafia.

A una verifica della reale efficacia sul campo va invece rimandato il giudizio sul nuovo codice degli appalti pubblici, dopo i troppi scandali di questi anni. Occorrerà attendere l’applicazione concreta anche per valutare l’effettivo tasso di trasparenza introdotto dalle nuove norme che promettono di favorire l’accesso agli atti amministrativi da parte dei cittadini, riducendo sensibilmente i documenti riservati.

Contro le vecchie e nuove Tangentopoli, un passo in avanti è sicuramente rappresentato dalle nuove norme che aumentano le pene per la corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione, oltre ad allungare i tempi della prescrizione. Ma anche questa riforma è solo un primo passo.

Il rapporto di Avviso Pubblico fornisce anche un lungo elenco di proposte di legge il cui iter non si è ancora completato, nonostante siano già state oggetto di approfondito dibattito in Parlamento. Tra queste riforme ad alto rischio spicca la normativa sui testimoni di giustizia, che è volta a distinguere la posizione dei collaboratori di giustizia (che facevano parte delle organizzazioni mafiose) da quella dei semplici testi: cittadini e imprenditori che sono vittime, ad esempio, del racket delle estorsioni o dell’usura, che danno uno specifico apporto alle indagini della magistratura e che per questo possono essere perseguitati da gruppi criminali.

Mancano all’appello anche altri importanti provvedimenti come una disciplina organica sul gioco d’azzardo o in materia di lotta alla contraffazione, due settori dove le indagini giudiziarie hanno evidenziato una fortissima presenza della criminalità organizzata. Le articolate proposte di intervento avanzate dalla Commissione antimafia e dall’apposita Commissione di inchiesta sulla contraffazione però non si sono ancora tradotte in legge.

Analogamente, non hanno concluso il proprio iter le proposte di legge sulla trasparenza dei finanziamenti ai partiti e alle fondazioni politiche, sulla disciplina dell’attività di lobby e sul cosiddetto whistleblowing, con incentivi e tutele per i dipendenti che denunciano i reati.

Il rapporto infine sottolinea, in prospettiva, la necessità di realizzare un puntuale e costante monitoraggio di tutte le più importanti leggi di contrasto della criminalità organizzata e della corruzione: il Governo dovrebbe fornire alle Camere dati e analisi sulla loro concreta applicazione e sulla corrispondenza dei risultati ottenuti rispetto alle finalità previste, allo scopo di valutare in tempi brevi quali correzioni siano utili e necessarie.

Giustizia al collasso.

Giustizia al collasso.Caro ministro Orlando, questa giustizia è vergognosamente lenta. È ora di intervenire.A Latina,ad esempio,basta un difetto di notifica per rinviare ad un anno un’udienza.Eclatante il “caso Sperlonga”

L’Espresso, 25 settembre 2017

Caro ministro Orlando, questa giustizia è vergognosamente lenta. È ora di intervenire

Lettera aperta al titolare di via Arenula. Perché, malgrado le riforme, il sistema in Italia ancora non funziona e a farne i conti sono soprattutto cittadini e imprese. Ecco alcuni suggerimenti sulle misure da prendere urgentemente

DI LIRIO ABBATE

Ministro Andrea Orlando, inizio questa lettera aperta dandole atto che durante la sua permanenza in via Arenula sono stati fatti dei tentativi per migliorare il sistema giudiziario italiano. È stata una legislatura in cui il Parlamento ha provato a mettere mano ad alcune riforme che attendevano da anni. E l’impegno finanziario dello Stato per l’amministrazione giudiziaria è aumentato. Le note positive, tuttavia, purtroppo finiscono qui.

I cittadini continuano a pagare sulla loro pelle l’incredibile lentezza dei processi e di conseguenza la mancata affermazione della giustizia sia civile sia penale. Il sistema, così, non funziona. Ci sono troppi granelli di sabbia che inceppano la macchina.

Il problema dei processi infiniti fa notizia di rado, magari quando coinvolge qualche politico importante. Ma questo dramma riguarda, silenziosamente, milioni di cittadine e di cittadini che hanno a che fare con i tribunali: vuoi come vittime di un reato, vuoi come imputati, vuoi come avversari in un contenzioso. Riguarda poi centinaia, migliaia di imprese. E quindi ha conseguenze economiche pesanti su tutto il Paese: gli imprenditori, in particolare quelli stranieri, non vogliono correre il rischio di affidarsi a un iter giudiziario lungo e incerto. La giustizia infinita è un gigantesco disincentivo a investire in Italia.

Riguarda quindi tutta la credibilità all’estero del Paese, della nostra modernizzazione, del nostro far parte di quella parte del mondo che non resta indietro nella corsa globale.

Troppi granelli di sabbia, si diceva, e forse su qualcuno si potrebbe intervenire.

Si potrebbe, ad esempio, rivedere la norma secondo cui la sentenza deve essere emessa per forza dagli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento: oggi infatti accade troppo spesso, nei tribunali, che se un magistrato va in pensione o cambia incarico tutto il processo deve ricominciare dall’inizio. Ci sono migliaia di processi che si svolgono davanti a giudici monocratici gran parte dei quali cambiano ruolo o sede ogni tre o quattro anni. E ciò comporta che molti dibattimenti non si concludono con una decisione perché nel frattempo arriva la prescrizione. Basterebbe in questo caso una riforma per stabilire che gli atti compiuti sono validi salvo che il giudice subentrante ritenga necessario un’integrazione di uno o più atti. Far ricominciare un processo quando si è a metà del cammino dibattimentale è un lusso che la nostra giustizia non si può più permettere.

Perché non liberare poi la magistratura da tutta una serie di compiti amministrativi che non hanno nulla a che fare con la giustizia, come ad esempio l’amministrazione dei beni sequestrati o confiscati? Adesso infatti è il gip a controllare i beni durante i sequestri preventivi. Un compito che dovrebbe spettare all’amministrazione e non ai giudici per le indagini preliminari, che sono già schiacciati da enormi carichi di lavoro. Oggi la figura dei gip è chiamata a risolvere e ricoprire troppi altri incarichi, tutti concentrati in una sola persona: dispone le intercettazioni, ordina misure cautelari richieste dai pm e scrive le motivazioni di sentenze per i procedimenti che si concludono con il rito abbreviato, diventati ormai tanti.

C’è poi un altro imbuto giudiziario su cui bisogna rimettere mano. Sono i giudici di pace e i magistrati onorari che portano avanti con grande fatica la “piccola” giustizia quotidiana. Piccola per lo Stato, non certo per i cittadini. La riforma della magistratura onoraria raddoppia per loro i carichi di lavoro, ma ne vieta allo stesso tempo l’utilizzo per più di due giorni alla settimana. In questo modo si fa dilatare la durata già irragionevole di processi che investono una grande massa di cittadini.

In ultimo, ma non per importanza, c’è da riformare la polizia penitenziaria facendola diventare la “polizia della giustizia”. Occorre attribuire a questi agenti nuove competenze: controllare i detenuti ai domiciliari e quelli sottoposti a misure alternative, proteggere i collaboratori di giustizia. In sostanza, assicurare tutti gli aspetti esecutivi della pena, anche fuori dai penitenziari.

Rafforzare e sostenere il “Gruppo operativo mobile” che si occupa esclusivamente dei detenuti mafiosi al 41bis. Insomma, creare un corpo di polizia ad alta qualificazione con le funzioni dei probation office americani e dei marshall, in vista dell’introduzione sempre più massiccia di pene alternative. Insomma, quello che è stato fatto non basta, signor ministro. Certo, lo sappiamo: c’è anche un problema di risorse, e i nuovi bandi di concorso per magistrati e personale amministrativo non bastano per sostituire chi va in pensione. Ma – lo dica al premier, lo dica ai ministri economici – per un Paese moderno una giustizia efficiente non è una spesa: è un investimento. Che, se funziona, rende anche molto bene. Tanto in termini economici quanto in termini di fiducia nello Stato, quindi di stabilità e di coesione sociale.

 

“Basta soldi alle sigle antimafia”.D’ACCORDISSIMO!!!!!

Dieni (M5S): “Basta soldi alle sigle antimafia”.D’ACCORDISSIMO!!!!! CHI DICE DI VOLER FARE ANTIMAFIA NON DEVE FARE NE’L’OPERATORE TEATRALE,NE’ L’ATTORE,NE’ L’IMPRESARIO.L’ANTIMAFIA E’ INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTA.E COLLABORAZIONE CON LE FORZE DELL’ORDINE E CON LA MAGISTRATURA INQUIRENTE.E SENZA SOLDI PUBBLICI PERCHE’ E ‘ VOLONTARIATO.

Dieni (M5S): “Basta soldi alle sigle antimafia”

“La vicenda giudiziaria che riguarda la presidente dell’associazione Riferimenti ripropone con forza la questione già avanzata da Sciascia, quella dei professionisti dell’antimafia”. Così la deputata del Movimento 5 Stelle Federica Dieni. “Sarà la magistratura – continua la parlamentare – a chiarire se Adriana Musella abbia usato o meno i fondi destinati alla sua associazione per spese e pagamenti assolutamente privati e per niente attinenti con la ragione sociale della sua sigla antimafia. Il punto nevralgico della vicenda, però, non è questo. Il vero problema è che, negli ultimi anni, la lotta alla mafia da parte di esponenti della società civile, non tutti per fortuna, ha assunto l’aspetto di un vero e proprio business grazie ai continui fondi economici assicurati dagli enti pubblici, i cui rappresentanti, molto spesso, strumentalizzano tali erogazioni per rifarsi una verginità agli occhi dell’opinione pubblica”.

“Ne consegue – aggiunge Dieni – che l’unica soluzione per evitare che simili distorsioni abbiano di nuovo a verificarsi sia quella di sospendere i finanziamenti alle sigle antimafia, il cui lavoro, molto frequentemente, si riduce alla distribuzione di magliette e all’organizzazione di passerelle per i politici di ogni colore politico”. “Non è impossibile – conclude la deputata 5 stelle – seguire un’impostazione di questo tipo. D’altronde, è la stessa teoria che il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, uno dei maggiori esperti di criminalità organizzata a livello mondiale, porta avanti da anni: per fare antimafia non c’è bisogno di denaro; basta l’onestà dell’impegno e il coraggio della testimonianza”.

Martedì, 19 Settembre 2017

fonte:http://ildispaccio.it

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