Sul mensile “I Siciliani” l’intreccio fra magfia-politica-affari a Catania

Sul mensile “I Siciliani” l’intreccio fra mafia-politica-affari a Catania

A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

27 dicembre 2021 • 19:00

Aggiornato, 27 dicembre 2021 • 19:20

La denuncia fatta da Fava dell’intreccio mafia politica affari con la rivista “I Siciliani” era iniziata il 22 dicembre 1982. Pippo Fava dimostrava di essere un fine conoscitore del fenomeno mafioso che operava sul territorio di Catania.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata all’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, direttore de “I Siciliani”, ucciso con cinque colpi di pistola il 5 gennaio del 1984 a Catania. Nel 2003 la Cassazione condanna il boss Nitto Santapaola all’ergastolo perché ritenuto il mandante dell’omicidio. Mentre Aldo Ercolano e Maurizio Avola (reo confesso) sono stati condannati come i killer dell’omicidio.

La difesa di Santapaola Benedetto e quella di Ercolano Aldo hanno rilevato in chiave critica, nell’atto di impugnazione ed in sede di discussione, che nessuna originalità vi sarebbe nella denuncia fatta da Fava dell’intreccio mafia politica affari con la rivista “I Siciliani” il cui primo numero era uscito in edicola il 22 dicembre 1982, poiché già in precedenza sia in alcuni quotidiani e settimanali a tiratura nazionale (Corriere della Sera, Repubblica e L’Espresso) sia sul quotidiano locale “La Sicilia” erano stati pubblicati degli articoli, versati in atti, aventi per oggetto la medesima denuncia.

Orbene osserva la Corte che nessun rilievo ha, ai fini di minare il suindicato movente dell’omicidio di Fava, la pubblicazione di tali articoli sulla stampa a tiratura nazionale ad opera di giornalisti che vivevano lontano dal fenomeno mafioso locale, al di fuori di ogni possibile contatto con gli ambienti in cui il detto fenomeno prosperava, per cui la campagna di stampa portata avanti dai giornali suddetti non poteva essere oggetto di una attività intimidatoria da parte della organizzazione mafiosa che operava sul territorio di Catania.

Diversa era ovviamente la situazione degli articoli pubblicati sul quotidiano “La Sicilia” a diffusione meramente locale nella stessa zona in cui era radicata la detta organizzazione mafiosa, e quindi parimenti esposto ad eventuali atti di intimidazione.

Ma devesi rilevare però che in realtà l’approccio alla problematica fu completamente diverso nella rivista “I Siciliani” e negli articoli pubblicati sul quotidiano La Sicilia.

Va innanzi tutto considerata una sostanziale differenza che è ravvisabile in seno ai due giornali in ordine alla genuinità ed alla autenticità dell’interessamento mostrato nei confronti del fenomeno mafioso.

Ed, invero, la pubblicazione degli articoli in questione sul quotidiano La Sicilia avvenne solo a partire dal momento dell’omicidio del generale Dalla Chiesa (commesso il 3 settembre 1982) e trattavasi di pubblicazione a quel punto inevitabile per qualsiasi organo di informazione, che necessariamente doveva fare i conti con l’evento suddetto, da subito ricollegato ad una matrice mafiosa.

E’ noto che la uccisione del generale Dalla Chiesa fece scoprire il fenomeno mafia a tutti, anche a coloro i quali ritenevano che il detto fenomeno a Catania fino a quel momento non fosse esistito e che la stessa denuncia fatta da Fava nei confronti dei Cavalieri del Lavoro finisse in realtà per compromettere i livelli occupazionali.

IL QUOTIDIANO “LA SICILIA”

In questa situazione non c’è dubbio che l’interessamento del quotidiano La Sicilia al fenomeno mafioso fu necessitato dagli eventi e seguì per così dire una moda (e non a caso le copie del giornale La Sicilia prodotte dalla difesa di Ercolano si riferiscono ad un’epoca successiva al 3.9.1982), mentre l’impegno di Fava su questo versante era del tutto genuino e per così dire di origine controllata, risalendo ad un epoca assolutamente non sospetta, e precisamente ai tempi della esperienza presso il Giornale del Sud iniziata da Fava nel 1979 e conclusasi con il traumatico licenziamento dell’ottobre del 1982.

Ed ancora va notato che, mentre il tono delle pubblicazioni effettuate in ordine al fenomeno mafia sul quotidiano La Sicilia era del tutto sporadico, blando, asettico, di stretta informazione e senza l’ausilio di fotografie e di colori, per cui la refluenza sulla opinione pubblica era sostanzialmente molto limitata, il giornalismo di Fava condotto sulle pagine della rivista “I Siciliani” era assolutamente diverso, per come si deduce anche dalle dichiarazioni rese dal proprietario del giornale La Sicilia, Mario Ciancio, e da un noto giornalista (Tony Zermo): trattavasi infatti di una campagna di stampa aggressiva, sistematicamente ed assiduamente articolata sul tema del fenomeno mafioso, confortata da immagini, titoli e fotografie a colori di grande presa sui lettori e, soprattutto, con un tono di appassionata, forte e veemente denuncia dell’intreccio mafioso-affaristico-politico, che non poteva assolutamente restare ininfluente per un lettore disinteressato e dotato di un minimo di apertura mentale.

Non c’è dubbio poi che, mentre il giornale La Sicilia era un quotidiano di informazione generale e quindi doveva coprire ogni settore del servizio di comunicazione (dalla cronaca politica a quella sportiva, giudiziaria, dello spettacolo, nera, rosa e quant’altro), la rivista “I Siciliani” aveva un carattere per così dire monotematico, e cioè la denuncia del suindicato intreccio.

In questa situazione è ovvio che la pubblicazione dell’articolo sulla mafia in seno al giornale “La Sicilia”, sporadica e con toni blandi, finiva per disperdersi nell’ambito dello stesso giornale ed aveva di conseguenza una minore presa sulla opinione pubblica, a differenza della denuncia pubblicata, in via pressoché esclusiva, sistematica e con toni forti sulla rivista “I Siciliani”, che ben altro effetto produceva sull’opinione pubblica.

Reputa la Corte infine che vi è un altro aspetto che caratterizza inequivocabilmente la denuncia di Fava condotta sulla rivista “I Siciliani” rispetto alla pubblicazione che del fenomeno mafia poteva farsi sul quotidiano “La Sicilia”.

Ed, invero, la pubblicazione siffatta operata nell’ambito del quotidiano La Sicilia era certamente spersonalizzata tra i diversi giornalisti firmatari dei pezzi che trattavano dell’argomento in questione (peraltro blandamente e sporadicamente), il direttore responsabile e l’editore, per cui, agli occhi del lettore eventualmente interessato a reagire mafiosamente, veniva a disperdersi qualsiasi tipo di collegamento in ordine alla riferibilità ed imputabilità della singola pubblicazione e, conseguentemente, diveniva praticamente impossibile la esatta individuazione del soggetto fisico da intimidire ed eventualmente da eliminare.

Nel caso della rivista “I Siciliani” la situazione era affatto diversa, perché Fava riassumeva nella propria persona praticamente tutto, dalla proprietario all’editore e dal direttore responsabile al giornalista firmatario del singolo pezzo o dell’articolo di fondo: egli diventava chiaramente ed inequivocabilmente il bersaglio da colpire da parte di chi intendeva reagire alla denuncia condotta sulle pagine della rivista suddetta.

UN GIORNALISMO “DI PROVOCAZIONE”

Il fatto poi evidenziato dalla difesa di Ercolano che illustri storici, come il prof. Giarrizzo dell’Università di Catania, avessero definito “generiche” le denunce di Fava, le quali “si spegnevano appiattite tra le ceneri del giornalismo di provocazione”, non fa venire meno la valenza di quanto suesposto, sia perché l’opinione del prof. Giarrizzo era un giudizio, seppure autorevole, ma pur sempre meramente personale, discutibile e certamente apodittico, che poteva anche non essere condiviso, tenuto conto che non era accompagnato da elementi precisi e specifici a supporto del giudizio espresso (che appare in realtà più una petizione di principio), sia perché soprattutto il giudizio suddetto è stato espresso dall’angolo visuale dello storico di professione, che non è esattamente coincidente con quello del giornalista e quello di un lettore-medio e che, in particolare, è lontano mille miglia dal punto di vista di un lettore-mafioso, per il quale quelle denunce potevano non essere appiattite ed in realtà non lo furono affatto.

Va anche osservato che la causale dell’omicidio di Giuseppe Fava è ancorata a precisi e puntuali riferimenti ad elementi acquisiti agli atti del processo (per come può evincersi chiaramente dalla trattazione del tema che è stata fatta in seno alle sentenze impugnate alle pagine suindicate) e non si tratta, invece, per come è stato sostenuto dalla difesa di Ercolano, di un dato che, in conseguenza dell’effetto perverso provocato dai mass media sulla opinione pubblica, è entrato ormai a fare parte della coscienza comune ovvero è divenuto di dominio pubblico ovvero ancora più riduttivamente è oggetto di una semplice voce corrente nel pubblico.

Va rilevato poi che, sul piano meramente processuale, la detta causale non è stata, per come invece è stato sostenuto in seno all’atto di appello presentato dalla difesa di Benedetto Santapaola, “ricavata soltanto per processi mentali e preconcetti di natura socio-politico” e che il contesto storico di riferimento non è affidato a semplici “giudizi dati dai testimoni ascoltati senza un minimo di riscontro materiale”.

Ed, infatti, vi sono agli atti del processo sul tema del movente degli elementi rappresentativi inequivocabili e pienamente convergenti sul punto rivenienti dalle propalazioni dei collaboranti Avola Maurizio, Grancagnolo Carmelo, Pattarino Francesco e Amato Italia.

Avola ripetutamente e costantemente (al pm il 10 e 16.3.1994, nel dibattimento di primo grado, nel processo Santapaola Benedetto +3 e nel processo Aria Pulita) ha detto che Fava è stato ucciso perché parlava male dei Cavalieri del Lavoro e parlava male di coloro che stavano bene con la famiglia Santapaola (“perché i Cavalieri del Lavoro richiedevano che questo qui parlava male di questa cosa tra costruttori, faceva delle interviste bruttissime su questi costruttori”).

Grancagnolo ha detto al pm il 20.3.1993: “devo dire che nel nostro ambiente già da tempo si parlava del Fava come un uomo che dava fastidio, in quanto molto spesso nei suoi scritti parlava male della mafia”.

Pattarino ha detto al pm il 13.12.1993: “nel nostro ambiente il movente di tale delitto era noto……spesso Nitto Santapaola manifestava dei motivi di risentimento nei confronti del giornalista proprio per gli articoli che lo stesso scriveva contro di lui, contro la mafia catanese e contro gli imprenditori catanesi collusi con il gruppo Santapaola”.

Amato Italia ha detto al pm 9.12.1993: «Nitto si adirava particolarmente quando leggeva gli articoli di Pippo Fava, anzi cercava gli articoli in questione per verificare se il Fava continuava a parlare contro la mafia, contro Santapaola e contro i Cavalieri del Lavoro legato a Nitto».

Non c’è dubbio che, anche a volere considerare come fonte unica quella costituita dalla Amato e dal Pattarino (data la possibilità di contatti reciproci, essendo la Amato madre del Pattarino), sussiste una pluralità di indicazioni assolutamente convergenti ed autonome l’una dall’altra (ad eccezione di quella riveniente dalla fonte Amato-Pattarino), essendo state fatte dai collaboranti suddetti all’inizio delle rispettive collaborazioni in un momento in cui nessun contatto era affatto ipotizzabile tra gli stessi (ad eccezione, ripetesi, della Amato e del figlio Pattarino).

Fonte:https://www.editorialedomani.it/fatti/blog-mafie-omicidio-pippo-fava-sul-mensile-i-siciliani-lintreccio-fra-mafia-politica-affari-a-catania-m60t1ije

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