Stragi a Belmonte, Gibellina e Pietraperzia

Stragi a Belmonte, Gibellina e Pietraperzia

di Dino Paternostro

La strage di Pietraperzia (Enna), 1 gennaio 1894: otto morti

A Capodanno del 1894 un piccolo gruppo di uomini e di donne invitò la popolazione di Pietraperzia ad organizzare una manifestazione di protesta contro le tasse comunali, troppo pesanti per la povera gente. In poco tempo, il piccolo gruppo divenne una folla di manifestanti vocianti, che attraversò le vie del paese, urlando «Viva il Re! abbasso il Sindaco! abbasso le tasse!». «Quasi certamente, qualche provocatore stava nascosto tra la folla e la sobillava ad atti vandalici contro il Municipio». Ma, in fondo, sostenne il deputato repubblicano Napoleone Colajanni, «a Pietraperzia… si ripeterono gli stessi fatti di Giardinello e di Lercara; le cause sono le stesse: la miseria e il malumore contro il municipio, per le tasse e specialmente pel fuocatico. I partiti locali che si combattevano da anni con accanimento si accordarono soltanto nell’accusare i poveri contadini dei quali si osò negare la miseria! In queste denegazioni fu audacissimo il sindaco Nicoletti, che innanzi al Tribunale militare affermò inesistenti le tasse odiose nel suo paese, e l’amministrazione esemplare, e provvida per i bisogni di tutti». Mentre il corteo girava le vie del paese «si trovò di fronte una parttuglia di soldati armati di tutto punto. Un ufficiale intimò al corteo di sciogliersi che però si mantenne compatto. Dopo i tre rituali squilli di tromba, la truppa fece fuoco. Caddero otto persone, a parte i feriti. Si trattava di poveracci disarmati, tutt’alpiù in possesso di qualche sasso e di qualche bastone. La stessa magistratura avrebbe poi appurato l’esistenza di una sobillazione». Infatti, al processo, il giudice chiese ad un militare: «Ci fu sobillazione?» e questi rispose: «Lo credo fermamente». La manifestazione era stata organizzata dal Fascio, ma tra la gente che protestava c’erano anche dei mafiosi al servizio dei baroni e degli agrari locali. «Si dice – racconta Napoleone Colajanni – che il Delegato di P.S. e il maresciallo dei carabinieri abbiano invitato la folla a sciogliersi e che siano state fatte le regolari intimazioni, ma che la folla invece di sciogliersi abbia tirato delle fucilate contro i soldati, i quali per legittima difesa risposero facendo fuoco. Da tutte le mie informazioni, però, mi risultano infondate o alterate tali asserzioni; se i contadini avessero fatto fuoco, tra i soldati ci sarebbe stato qualche morto. Invece otto contadini rimasero uccisi e quindici gravemente feriti. Compiuta la strage, i soldati si rinchiusero nella Chiesa di Santa Maria e il popolo esasperato si dette agli incendi e alla devastazione del Casino dei Galantuomini, del municipio e di altri uffizî pubblici. Questi eccessi della folla, è bene rilevarlo, seguirono e non precedettero la strage».

A seguito di questi scontri, il consiglio comunale, in massima parte inviso al popolo, si dimise. Ma furono effettuati numerosi arresti tra i manifestanti. Furono ben 73 i cittadini trascinati di fronte al Tribunale militare di Caltanissetta. Di essi solo 20 furono assolti; gli altri, invece, furono condannati «a pene che variavano dai 3 ai 21 anni di reclusione. La sentenza fece dolorosissima impressione e fu notato che un colonnello dell’esercito dava pietosamente parole di conforto alle desolate famiglie dei condannati».

 

La strage di Gibellina (Trapani): quattordici morti; e di Belmonte Mezzagno (Palermo): due morti, 2 gennaio 1894

 

A Gibellina «il disagio sociale, piuttosto diffuso, veniva strumentalizzato dalle mire politiche dei gruppi fazionari locali», scrive Mario Siragusa, nel suo saggio dedicato alle stragi nel periodo dei Fasci. Una tesi sostenuta molto autorevolmente da Napoleone Colajanni già nel 1894, mentre si celebravano i processi ai fasci. Ecco cosa scrisse allora il deputato repubblicano di Castrogiovanni, l’attuale Enna: «Vi sono i soliti partiti locali, i cui caporioni si odiano reciprocamente; quello al potere, protetto dalla Prefettura di Trapani, qualificato addirittura tirannico, si dice abbia considerato la cassa comunale come lo sfamatoio della propria famiglia e dei propri adepti. Gli oppositori, ricchissimi, si vuole che abbiano soffiato nel fuoco; regalarono una bandiera al Fascio – essi che in fondo sono conservatori – e si rimproverò loro – stranissimo rimprovero! – che dessero agli operai un salario più elevato degli altri. Questo l’ambiente dove si svolsero i fatti del 2 gennaio». Qualche giorno prima «il Fascio dei Lavoratori di Gibellina faceva pervenire alla Giunta comunale una deliberazione votata all’unanimità da tutto il popolo». Era una piattaforma rivendicativa con cui si chiedeva la riduzione degli stipendi di alcuni dipendenti comunali, l’abolizione del corpo delle guardie campestri, l’abolizione del “focatico” e della tassa sul bestiame. «Ma ciò che chiedevasi con maggiore insistenza – scrisse Colajanni- erano le dimissioni del sindaco e del consiglio».

Si svolse una trattativa tra il sindaco e il presidente del Fascio sig. Palermo, che «si cooperò sempre per mantenere la calma e l’ordine», a cui parteciparono anche il capitano Macchi del 37° fanteria e il pretore Casapinta. Ma, il 1° gennaio, il sindaco e il Consiglio comunale si rifiutarono di accogliere una parte delle richieste del Fascio dei lavoratori. Per tutta risposta, i lavoratori del Fascio chiesero nuovamente e con forza le dimissioni del sindaco e dell’intero consiglio comunale. Ripresero le trattative e sembrò che qualcosa si stesse sbloccando. Dal Comune arrivò, infatti, un comunicato: «Questa Giunta municipale, secondando le domande del Fascio dei Lavoratori, riunitasi d’urgenza ha deliberato di abolire le tasse e il corpo delle guardie campestri». Ma i fascianti insistettero perché si abolisse anche la tassa sul bestiame, che era «la tassa che più teneva in agitazione alcuni ricchi proprietari ed allevatori».

Il 2 gennaio una folla di circa tremila persone, con alla testa la bandiera del Fascio, si recò presso il municipio al grido di «Abbasso le tasse, abbasso il Consiglio». La bandiera «fu issata al balcone della casa municipale dov’erano riuniti il Capitano Macchi, il sindaco e molti altri che discutevano sui provvedimenti da prendere». Il pretore, il capitano dell’esercito e il comandante della Stazione dei carabinieri, affacciatisi al balcone, invitarono i manifestanti a sciogliere l’assembramento. Volò qualche insulto, ma i militari presidiavano l’ingresso del municipio. Il consiglio comunale ribadì che non aveva alcuna intenzione di dimettersi e fu allora che le donne in testa al corteo cominciarono ad urlare sempre più forte. A questo punto il delegato di Ps, Vincenzo Trani, ordinò al militari dell’esercito e ai carabinieri di armare i loro fucili e di sparare. «Ad un tratto cominciò il fuoco contro la popolazione inerme: quattordici caddero morti immediatamente. Non vi furono squilli di tromba e i soldati spararono sulla folla a bruciapelo. Il numero dei feriti fu grandissimo e non potè esser mai esattamente constatato perché tutti si nascosero, sapendosi che anche i feriti gravi venivano arrestati e condotti a Trapani». A sparare ripetutamente contro la folla pare che siano state anche «le guardie campestri, ligie al sindaco, nascoste in un campanile vicino – ciò che farebbe supporre una certa premeditazione». «Compiuta la strage i soldati – per ordine del Capitano Macchi, che rapidamente discese dalla casa comunale appena sentì le fucilate – si ritirarono, e Gibellina rimase in balía del popolo giustamente esasperato. Fu allora che venne ucciso a sassate ed a bastonate il povero pretore Casapinta, ch’era stimato da tutti e che si era cooperato ad impedire la catastrofe; ma ciò avvenne per isbaglio, gli addebitarono il comando del fuoco, essendo stato scambiato pel delegato di Pubblica Sicurezza, Vincenzo Trani, che alle antiche aveva aggiunto nuove ragioni di odio contro di sè. Costui fu generosamente ricoverato da un farmacista, e si salvò, fuggendo travestito, dall’ira di quel popolo il quale contro di lui sarebbe forse stato implacabile». Anche il Giornale di Sicilia scrisse che «nell’animo del popolo non v’era alcuna volontà di commettere atti vandalici (…). Tuttavia un lago di sangue si vide scorrere per quella strada, mille voci di strazio, di dolore e di rabbia furono emesse dal popolo». Per evitare ulteriori fatti di sangue, il presidente del Fascio si adoperò perché la folla si fermasse e si ritirasse, a dimostrazione di «una leadership del movimento nient’affatto imprudente ed eversiva». C’è da dire che per questa, come per le altre stragi, «la provocazione che accendeva la miccia di cruente repressioni era “interna” al sistema notabiliare-mafioso, nel suo rapporto privilegiato con la polizia. Fu così anche a Gibellina…». E Napoleone Colajanni scrisse quello che poi accadde: «Quando le autorità governative ripresero possesso del disgraziato paese dove regnava lo squallore, si fecero arresti in massa e si vuole che la maggior parte degli arresti avvenissero nelle file dell’opposizione e su di una lista compilata dal partito che stava al potere. Dopo tali disgraziati avvenimenti, l’odio e la diffidenza dei contadini contro li cappedda si sono accresciuti in modo terribile; tanto che essi sfuggirono come un lebbroso un inviato da un comitato di Palermo, che v’era andato a fare un’inchiesta per poter distribuire dei soccorsi alle vittime».

5 Dicembre 2020

Fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/


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