Strage di Capaci. Muri, ma non solo

Strage di Capaci. Muri, ma non solo

18 Agosto 2020

di Stefania Limiti

Pronto, Dick Martin?”, “yes, who is speaking?”, “sono una giornalista italiana, buongiorno procuratore, vorrei chiederle una cosa a proposito del suo amico Giovanni Falcone”. Martin è stato uno dei pubblici ministeri della famigerata indagine Pizza Connection, faceva continuamente la spola con il nostro Paese e conosceva bene Falcone: “per caso ricorda qualcosa dell’ultimo viaggio del magistrato italiano negli States, qualche settimana prima della strage?”.
Chiamai Martin qualche mese fa sapendo che c’era poco da aspettarsi da quella telefonata, se non il piacere di gustare la sua sorpresa: <<
ma come ha fatto a trovarmi?>>, <<le assicuro che le interesserebbe saperlo… >>. Secondo gli appunti trascritti nella sua agenda, Falcone si recò negli Stati Uniti negli ultimi giorni di aprile ma di questo suo spostamento non ci sono prove certe. In un primo momento l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli confermò, poi disse di no. L’altro procuratore americano molto vicino a Falcone, Charles Rose, disse di sì, che Falcone era andato, che si erano anche incontrati, poi cambiò all’improvviso versione senza spiegare perché. Anche Martin all’inizio disse di sì poi ora dice di no. Non possono essere tutti pazzi ma la storia (affrontata in un capitolo di libro I diari di Falcone di Edo Montolli, Chiarelettere) resta senza spiegazione sebbene sia resa ancor più interessante, se possibile, dal coriaceo rifiuto da parte delle autorità (Ilda Boccassini) di verificare una volta per tutte la faccenda attraverso una indagine sulle carte di credito di Falcone: motivo, violazione della privacy. Motivo che non ha impedito (sarebbe stato davvero assurdo) le analisi sul cellulare: solo che Falcone possedeva un vecchio tipo Etacs, piuttosto diffuso al tempo, un telefono operativo solo sul territorio nazionale. Quel vecchio arnese non può rivelare nulla sugli eventuali movimenti del magistrato in altri Paesi. Ma il senso di quel viaggio potrebbe ricadere come piombo sulla morte del magistrato siciliano. In America viveva Tommaso Buscetta, che Falcone aveva interrogato l’unica volta nel 1988, il super pentito a cui, lontano dall’Italia e dai corleonesi, gli avevano ammazzato mezza famiglia e che previde – parlando con il magistrato Leonardo Guarnotta che lo andò a trovare in Canada dopo le stragi del ’92 – gli attentati ai monumenti: era uno che sapeva moltissimo. C’era pure Tano Badalamenti negli Usa, ospite dal sistema carcerario. Non può restare senza risposta quella faccenda del viaggio, a meno che non si voglia navigare nelle acque “rassicuranti” – avrebbe detto Sciascia – del telecomando in mano a Brusca. C’è anche quel consistente accenno (lo so, è un ossimoro, ma questa storia è lastricata di contraddizioni) raccontato da Francesco La Licata, grande giornalista che conosceva bene Falcone: dice di avere un cruccio, <<non essere riuscito a farmi spiegare il senso di una frase sfuggitagli all’indomani dell’Addaura. Mi disse: “Non ci dovevo andare. Io ho sbagliato ad andarci”. Ma dove sei andato? “Non dovevo accettare l’invito ad andare all’Ambasciata americana, a Roma. In quella sede ho avuto un incontro privato col presidente George Bush“. Inutile ogni tentativo di fargli aggiungere spiegazioni. Si infastidì per avermi detto quella frase e chiuse così: “Lo so io perché ho sbagliato“>>. Non sapremo mai cosa intendesse, ovviamente. Possiamo solo fare nostro il cruccio di La Licata, ma anche la consapevolezza che il confine della strage di Capaci è largo, larghissimo, e non è neanche intravisto dai pentiti mafiosi dai quali sappiamo un pezzetto di verità.
Ha ragione l’allora commissario
Gioacchino Genchi a battere su questo tasto dell’affaire Capaci, visto che il viaggio negli Usa di Falcone è rimasto uno dei ‘muri’ attorno ai quali è nascosta la verità sulla strage.
Come la storia del furgone bianco visto un giorno prima della strage dall’ingegner
Francesco Naselli Flores (ben ricostruita dal giornalista Walter Molino): una testimonianza solida, credibile, equilibrata e immediata. Perché è stata buttata alle ortiche dall’imperizia degli investigatori? Infatti, Naselli riconobbe Mario Santo Di Matteo tra gli uomini notati lungo la scarpata sottostante alla strada, lì dove era stato allestito il cunicolo della morte. Naturalmente lo denunciò, ma nessuno si prese cura di quella testimonianza potenzialmente poderosa. Venne pure manomesso l’identikit ricostruito sulla base del racconto di Naselli Flòres. Roba da pazzi. Eppure al tempo gli investigatori tennero a dire che c’erano state segnalazioni da parte di tanti cittadini e che tutte erano state passate al setaccio: a capo della task force fu messo subito l’allora capo della ‘Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, che anticipò con involontaria ironia argomenti futuri che lo avrebbero coinvolto personalmente: <<tante segnalazioni – disse – hanno fornito spunti d’indagine molto interessanti, mentre altre sono apparse palesemente false e depistanti>>. Quelle ombre lungo l’autostrada sono state abbandonate, diventando un altro muro.

nella ricostruzione della strage? Eppure il contributo americano – completamente comprensibile che le autorità avessero chiedesse un sostegno tecnico all’inchiesta – non fu taciuto. Al contrario, nella conferenza stampa che il procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra tenne il 12 novembre del 1993 per sfoderare i risultati delle indagini nate dalle dichiarazioni del boss della famiglia di Altofonte Santo Mario Di Matteo – Santino “Mezzanasca” svelò l’organigramma del commando – erano presenti i rappresentanti di Ros, Dia e Polizia, insieme a due esperti americani che avevano collaborato alle indagini. Tinebra ringraziò esplicitamente i colleghi statunitensi parte di un gruppo più numeroso di tecnici. Quel giorno troneggiava di fronte ai giornalisti il Questore Arnaldo la Barbera, responsabile del gruppo di lavoro della polizia che indagava sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio: tanto tempo doveva ancora passare prima di scoprire la sua mania di depistatore seriale.
La Barbera si era legato ormai mani e piedi al Servizio segreto civile, l’allora intelligence interna sul cui operato in quel periodo pesano pesantissime ombre. Aveva finanche un nome in codice, fonte Catullo, e veniva regolarmente pagato. Un comportamento davvero infame che rende il suo operato, a lungo elevato a quello di insostituibile cacciatore di verità, un prodotto altamente tossico di un disegno che non conosciamo nel suo insieme. C’è il suo zampino nella manina che il Sisde mette nelle indagini sulla strage di Capaci? Chi può saperlo! Di sicuro c’è che il 25 maggio, due giorni dopo l’esplosione lungo l’autostrada, il Sisde inviò personale per “
il prelievo di materiale roccioso da sottoporre a successivo esame chimico-esplosivistico”. Era noto che uomini del Servizio si precipitarono sul luogo – di per se nulla di strano, in fin dei conti: il giorno dopo quella missione la Polizia scientifica ritrovò il famigerato bigliettino con un appunto criptico: “Guasto n-2 portare assistenza. 0337806133 G.U.S., Via in Selci, 26 Roma. Via Pacinotti”. Un appunto che fa riferimento a luoghi e sigle del Sisde e che riporta interamente il numero telefonico intestato alla G.U.S., società di copertura del Sisde, e nella disponibilità di Lorenzo Narracci, allora vice capo del Centro Sisde di Palermo dal 2 dicembre 1991 alla fine del 1992, risultato completamente estraneo alle indagini. La notizia della perizia si apprende da un interrogatorio reso alla Procura di Caltanissetta il 27 ottobre del 2010 dallo stesso Narracci, classe 1955, già capo-nucleo della Sip a Roma durante il rapimento Moro, investigatore navigato. Quella incursione delle barbe finte sulla scena del crimine destò <<sospetti>>: disse proprio così Narracci, al punto che l’Autorità giudiziaria (Ilda Boccassini) lo convocò: <<Ricordo che fui costretto a relazionare nel dettaglio [ … ] poiché la circostanza del prelievo era giunta alla cognizione dell’AG. Al riguardo, ricordo che il Generale Chizzoni, vice direttore pro tempore del Nucleo Tecnico Scientifico, inviò dei tecnici immediatamente dopo la strage di Capaci, per effettuare un sopralluogo. […] Preciso che 1’invio di tali tecnici lo “subimmo” unitamente al Capo centro, Ruggeri, e che in merito all’attività non fummo mai messi al corrente dei motivi e dei risultati. Tuttavia, alla luce dell’inusuale prelievo dei campioni sul luogo della strage, sono stato convocato d’urgenza a Roma per relazionare nel dettaglio in ordine alle richieste della D.ssa Boccassini>>.
Ma perché il Sisde realizzò una perizia esplosivistica definita inusuale da uno dei suoi più altri dirigenti? Quale autorità lo delegò? (non l’autorità giudiziaria – abbiamo interpellato anche l’allora Pm Luca Tescaroli che naturalmente è all’oscuro della faccenda). Ed infine: quella anomala richiesta di collaborazione rivolta dal
procuratore di Caltanissetta Tinebra all’allora Servizio segreto civile, nel quale spiccava all’epoca la figura del poliziotto Bruno Contrada, va ricollocata nel tempo. Non subito dopo la strage di via d’Amelio, ma già nell’immediatezza del 23 maggio 1992.
Si profila dunque un ruolo sempre più pervasivo dell’intelligence dentro fatti che non hanno trovato una loro credibile e definitiva spiegazione se non nel livello operativo. Ma per cogliere il senso di una strage – il più politico degli atti criminali – occorre capire chi la ha architettata, altrimenti resta in sospeso la storia. Come appunto è avvenuto per l’attentato che insanguinò quel tratto di autostrada e inaugurò la cosiddetta Seconda Repubblica.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

 

Strage di Capaci. Muri, ma non solo

18 Agosto 2020

di Stefania Limiti

Pronto, Dick Martin?”, “yes, who is speaking?”, “sono una giornalista italiana, buongiorno procuratore, vorrei chiederle una cosa a proposito del suo amico Giovanni Falcone”. Martin è stato uno dei pubblici ministeri della famigerata indagine Pizza Connection, faceva continuamente la spola con il nostro Paese e conosceva bene Falcone: “per caso ricorda qualcosa dell’ultimo viaggio del magistrato italiano negli States, qualche settimana prima della strage?”.
Chiamai Martin qualche mese fa sapendo che c’era poco da aspettarsi da quella telefonata, se non il piacere di gustare la sua sorpresa: <<
ma come ha fatto a trovarmi?>>, <<le assicuro che le interesserebbe saperlo… >>. Secondo gli appunti trascritti nella sua agenda, Falcone si recò negli Stati Uniti negli ultimi giorni di aprile ma di questo suo spostamento non ci sono prove certe. In un primo momento l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli confermò, poi disse di no. L’altro procuratore americano molto vicino a Falcone, Charles Rose, disse di sì, che Falcone era andato, che si erano anche incontrati, poi cambiò all’improvviso versione senza spiegare perché. Anche Martin all’inizio disse di sì poi ora dice di no. Non possono essere tutti pazzi ma la storia (affrontata in un capitolo di libro I diari di Falcone di Edo Montolli, Chiarelettere) resta senza spiegazione sebbene sia resa ancor più interessante, se possibile, dal coriaceo rifiuto da parte delle autorità (Ilda Boccassini) di verificare una volta per tutte la faccenda attraverso una indagine sulle carte di credito di Falcone: motivo, violazione della privacy. Motivo che non ha impedito (sarebbe stato davvero assurdo) le analisi sul cellulare: solo che Falcone possedeva un vecchio tipo Etacs, piuttosto diffuso al tempo, un telefono operativo solo sul territorio nazionale. Quel vecchio arnese non può rivelare nulla sugli eventuali movimenti del magistrato in altri Paesi. Ma il senso di quel viaggio potrebbe ricadere come piombo sulla morte del magistrato siciliano. In America viveva Tommaso Buscetta, che Falcone aveva interrogato l’unica volta nel 1988, il super pentito a cui, lontano dall’Italia e dai corleonesi, gli avevano ammazzato mezza famiglia e che previde – parlando con il magistrato Leonardo Guarnotta che lo andò a trovare in Canada dopo le stragi del ’92 – gli attentati ai monumenti: era uno che sapeva moltissimo. C’era pure Tano Badalamenti negli Usa, ospite dal sistema carcerario. Non può restare senza risposta quella faccenda del viaggio, a meno che non si voglia navigare nelle acque “rassicuranti” – avrebbe detto Sciascia – del telecomando in mano a Brusca. C’è anche quel consistente accenno (lo so, è un ossimoro, ma questa storia è lastricata di contraddizioni) raccontato da Francesco La Licata, grande giornalista che conosceva bene Falcone: dice di avere un cruccio, <<non essere riuscito a farmi spiegare il senso di una frase sfuggitagli all’indomani dell’Addaura. Mi disse: “Non ci dovevo andare. Io ho sbagliato ad andarci”. Ma dove sei andato? “Non dovevo accettare l’invito ad andare all’Ambasciata americana, a Roma. In quella sede ho avuto un incontro privato col presidente George Bush“. Inutile ogni tentativo di fargli aggiungere spiegazioni. Si infastidì per avermi detto quella frase e chiuse così: “Lo so io perché ho sbagliato“>>. Non sapremo mai cosa intendesse, ovviamente. Possiamo solo fare nostro il cruccio di La Licata, ma anche la consapevolezza che il confine della strage di Capaci è largo, larghissimo, e non è neanche intravisto dai pentiti mafiosi dai quali sappiamo un pezzetto di verità.
Ha ragione l’allora commissario
Gioacchino Genchi a battere su questo tasto dell’affaire Capaci, visto che il viaggio negli Usa di Falcone è rimasto uno dei ‘muri’ attorno ai quali è nascosta la verità sulla strage.
Come la storia del furgone bianco visto un giorno prima della strage dall’ingegner
Francesco Naselli Flores (ben ricostruita dal giornalista Walter Molino): una testimonianza solida, credibile, equilibrata e immediata. Perché è stata buttata alle ortiche dall’imperizia degli investigatori? Infatti, Naselli riconobbe Mario Santo Di Matteo tra gli uomini notati lungo la scarpata sottostante alla strada, lì dove era stato allestito il cunicolo della morte. Naturalmente lo denunciò, ma nessuno si prese cura di quella testimonianza potenzialmente poderosa. Venne pure manomesso l’identikit ricostruito sulla base del racconto di Naselli Flòres. Roba da pazzi. Eppure al tempo gli investigatori tennero a dire che c’erano state segnalazioni da parte di tanti cittadini e che tutte erano state passate al setaccio: a capo della task force fu messo subito l’allora capo della ‘Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, che anticipò con involontaria ironia argomenti futuri che lo avrebbero coinvolto personalmente: <<tante segnalazioni – disse – hanno fornito spunti d’indagine molto interessanti, mentre altre sono apparse palesemente false e depistanti>>. Quelle ombre lungo l’autostrada sono state abbandonate, diventando un altro muro.

nella ricostruzione della strage? Eppure il contributo americano – completamente comprensibile che le autorità avessero chiedesse un sostegno tecnico all’inchiesta – non fu taciuto. Al contrario, nella conferenza stampa che il procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra tenne il 12 novembre del 1993 per sfoderare i risultati delle indagini nate dalle dichiarazioni del boss della famiglia di Altofonte Santo Mario Di Matteo – Santino “Mezzanasca” svelò l’organigramma del commando – erano presenti i rappresentanti di Ros, Dia e Polizia, insieme a due esperti americani che avevano collaborato alle indagini. Tinebra ringraziò esplicitamente i colleghi statunitensi parte di un gruppo più numeroso di tecnici. Quel giorno troneggiava di fronte ai giornalisti il Questore Arnaldo la Barbera, responsabile del gruppo di lavoro della polizia che indagava sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio: tanto tempo doveva ancora passare prima di scoprire la sua mania di depistatore seriale.
La Barbera si era legato ormai mani e piedi al Servizio segreto civile, l’allora intelligence interna sul cui operato in quel periodo pesano pesantissime ombre. Aveva finanche un nome in codice, fonte Catullo, e veniva regolarmente pagato. Un comportamento davvero infame che rende il suo operato, a lungo elevato a quello di insostituibile cacciatore di verità, un prodotto altamente tossico di un disegno che non conosciamo nel suo insieme. C’è il suo zampino nella manina che il Sisde mette nelle indagini sulla strage di Capaci? Chi può saperlo! Di sicuro c’è che il 25 maggio, due giorni dopo l’esplosione lungo l’autostrada, il Sisde inviò personale per “
il prelievo di materiale roccioso da sottoporre a successivo esame chimico-esplosivistico”. Era noto che uomini del Servizio si precipitarono sul luogo – di per se nulla di strano, in fin dei conti: il giorno dopo quella missione la Polizia scientifica ritrovò il famigerato bigliettino con un appunto criptico: “Guasto n-2 portare assistenza. 0337806133 G.U.S., Via in Selci, 26 Roma. Via Pacinotti”. Un appunto che fa riferimento a luoghi e sigle del Sisde e che riporta interamente il numero telefonico intestato alla G.U.S., società di copertura del Sisde, e nella disponibilità di Lorenzo Narracci, allora vice capo del Centro Sisde di Palermo dal 2 dicembre 1991 alla fine del 1992, risultato completamente estraneo alle indagini. La notizia della perizia si apprende da un interrogatorio reso alla Procura di Caltanissetta il 27 ottobre del 2010 dallo stesso Narracci, classe 1955, già capo-nucleo della Sip a Roma durante il rapimento Moro, investigatore navigato. Quella incursione delle barbe finte sulla scena del crimine destò <<sospetti>>: disse proprio così Narracci, al punto che l’Autorità giudiziaria (Ilda Boccassini) lo convocò: <<Ricordo che fui costretto a relazionare nel dettaglio [ … ] poiché la circostanza del prelievo era giunta alla cognizione dell’AG. Al riguardo, ricordo che il Generale Chizzoni, vice direttore pro tempore del Nucleo Tecnico Scientifico, inviò dei tecnici immediatamente dopo la strage di Capaci, per effettuare un sopralluogo. […] Preciso che 1’invio di tali tecnici lo “subimmo” unitamente al Capo centro, Ruggeri, e che in merito all’attività non fummo mai messi al corrente dei motivi e dei risultati. Tuttavia, alla luce dell’inusuale prelievo dei campioni sul luogo della strage, sono stato convocato d’urgenza a Roma per relazionare nel dettaglio in ordine alle richieste della D.ssa Boccassini>>.
Ma perché il Sisde realizzò una perizia esplosivistica definita inusuale da uno dei suoi più altri dirigenti? Quale autorità lo delegò? (non l’autorità giudiziaria – abbiamo interpellato anche l’allora Pm Luca Tescaroli che naturalmente è all’oscuro della faccenda). Ed infine: quella anomala richiesta di collaborazione rivolta dal
procuratore di Caltanissetta Tinebra all’allora Servizio segreto civile, nel quale spiccava all’epoca la figura del poliziotto Bruno Contrada, va ricollocata nel tempo. Non subito dopo la strage di via d’Amelio, ma già nell’immediatezza del 23 maggio 1992.
Si profila dunque un ruolo sempre più pervasivo dell’intelligence dentro fatti che non hanno trovato una loro credibile e definitiva spiegazione se non nel livello operativo. Ma per cogliere il senso di una strage – il più politico degli atti criminali – occorre capire chi la ha architettata, altrimenti resta in sospeso la storia. Come appunto è avvenuto per l’attentato che insanguinò quel tratto di autostrada e inaugurò la cosiddetta Seconda Repubblica.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

 

Archivi