Strage di Capaci, accertamenti sui guanti trovati nel cratere

Strage di Capaci, accertamenti sui guanti trovati nel cratere

A confronto il Dna rinvenuto con quelli dell’ex agente Peluso e della ex compagna

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

23 Luglio 2020

E’ un fatto noto che nei pressi del cratere della strage di Capaci, in cui persero la vita al magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, ad una distanza di circa 63 metri, furono rinvenuti un paio di guanti in lattice, una torcia, delle batterie e una lampadina. In questi anni sono molteplici le domande ruotate attorno a quei reperti, nel tentativo di dar loro una provenienza ed identificare a chi potessero appartenere.
Già durante l’inchiesta che ha portato al processo “Capaci bis” era emerso che nella pila all’interno della torcia vi era almeno un’impronta – quella dell’indice della mano destra – di Salvatore Biondo, uno dei boss già condannati per la strage. Analizzando, però, i guanti è emersa un’anomalia e adesso, a ventotto anni di distanza dall’Attentatuni, la Procura di Caltanissetta sta effettuando nuovi accertamenti su quelle prove partendo dalle dichiarazioni della genetista dell’Università di Bari Nicoletta Resta. Quest’ultima, sentita al processo d’appello Capaci bis, aveva dichiarato: “Dai campioni che ci hanno fatto vedere dopo 12 anni c’è qualche traccia dalla quale non si può escludere che ci possa essere stata anche una donna sul luogo della strage”. Un argomento di cui avevamo già parlato nel nostro giornale ripercorrendo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (ad esempio Consolato Villani e Nino Lo Giudice) o le inchieste della giornalista Stefania Limiti – (autrice del libro “La strategia dell’inganno” e “Doppio livello”).
Elementi che contribuiscono a far aumentare quesiti ed interrogativi sulla natura del delitto del 23 maggio 1992 e sulla presenza di soggetti esterni a Cosa nostra anche nelle fasi esecutive e non solo come mandanti.
Del resto, a detta di decine e decine di collaboratori di giustizia, sarebbe del tutto anomala la presenza di una donna ad un fatto del genere.
In passato, rispetto al Dna presente sui guanti è stato possibile tracciare due profili: uno maschile e uno femminile. Le verifiche effettuate avevano portato ad escludere che questi potessero appartenere ai mafiosi condannati all’ergastolo e, al contempo, fu escluso che potesse appartenere a
Giovanni Aiello, l’ex poliziotto anche noto come “Faccia da mostro”, deceduto nell’estate 2017 a causa di un infarto. Ugualmente era stato escluso che il Dna potesse appartenere ad una sua amica, tale Virginia. Entrambi erano indagati dalla procura di Catania per alcuni omicidi ma il fascicolo sarebbe stato archiviato per mancanza di riscontri alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
Oggi, su
Il Fatto Quotidiano, si dà notizia di nuovi accertamenti predisposti dalla Procura nissena che guardano ad altre figure.
I nuovi elementi partono dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Pietro Riggio, riguardo alla partecipazione dell’ex poliziotto Giovanni Peluso, oggi indagato con l’accusa di esser stato “compartecipe ed esecutore materiale della strage di Capaci”.
Inizialmente ai magistrati Reggio riferì che “un ex poliziotto mi ha confidato di aver partecipato alla fase esecutiva della strage Falcone si sarebbe occupato, del riempimento del canale di scolo dell’autostrada con l’esplosivo, operazione eseguita tramite l’utilizzo di skate-board”.
Poi, aggiunse anche altri dettagli:
Giovanni Peluso mi ha detto: ‘Giovanni Brusca ancora è convinto di avere schiacciato lui il telecomando… Tu sei sicuro che a premere il telecomando della strage fu Brusca?'”. Da quell’elemento, aveva ribadito durante il processo Capaci bis, dedusse “che non avesse premuto Brusca, io mi sentii raggelare perché era una verità che si sapeva cioè che fosse stato Brusca e la mafia. In quel momento, invece, capii che oltre a loro c’erano altre persone che si erano interessate di questa situazione. Capii che mi trovavo in pericolo e che stavo giocando con un gioco più grande di me”.
Per questo motivo il
Procuratore capo Bertone, gli aggiunti ed i sostituti che indagano sulle stragi del 1992 vogliono vederci chiaro.
Ma Riggio aveva anche parlato di una donna (
“Mi fu detto che per le operazioni particolari si avvaleva spesso di una donna che faceva parte dei servizi libici, anche lei coinvolta nella strage di Capaci”) che aveva individuato proprio nell’ex compagna di Peluso, Marianna Castro, che a detta del collaboratore di giustizia era figlia di un uomo già operativo nei Servizi segreti libici da cui avrebbe ereditato il ruolo.
Anche il suo Dna sarà comparato con quello rinvenuto sui guanti.
Le risposte sui “confronti genetici” arriveranno nei prossimi mesi. Intanto la Procura nissena ha anche provveduto ad interpellare in via ufficiale l’Aisi per conoscere se
Giovanni Peluso avesse avuto una qualche collaborazione con i servizi di sicurezza. A quanto pare, però, la risposta sarebbe stata negativa. Gli inquirenti, diversamente, ritengono di aver rinvenuto alcuni documenti che proverebbero il contrario.
In attesa dei chiarimenti resta la speranza che la via intrapresa possa essere quella giusta affinché, finalmente, si arrivi alla verità sulla strage di Capaci. Dove la presenza di concorrenti esterni sembra non essere più solo un’ombra ma una limpida certezza.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com/r

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