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Stato-mafia: a chi parla la Cassazione?

Lorenzo Baldo 27 Aprile 2023

Una sentenza (oscena) e la pretesa di giustizia di Giovanna Maggiani Chelli

Oscena? Vergognosa? Indegna? O semplicemente una sentenza “coerente” con la storia dell’impunità dei potenti in Italia? “Coerente” con un Paese dove un potere legale può trattare con un potere criminale in totale spregio di tutte le vittime innocenti che quel patto scellerato provoca?

Sembra ieri quando l’indimenticabile Dario Fo riceveva il premio Nobel per la letteratura. Era il 9 ottobre del ‘97. Nel comunicato ufficiale compariva una sintesi illuminante della motivazione: “Dario Fo, che nella tradizione dei giullari medievali fustiga il potere e riabilita la dignità degli umiliati”. Nel suo straordinario discorso in occasione del ricevimento del prestigioso premio era racchiusa l’essenza più profonda di questo grande uomo. Essenza che traspariva ancor più nitida quando affrontava la questione delle stragi di Stato, tema assai caro a lui e alla sua compagna di vita, la grandissima attrice e autrice Franca Rame.  “… A un certo punto – scriveva Dario Fo – ho capito che parlavo nel vuoto perché la gente non era al corrente degli antefatti, non conosceva cosa era successo cinque anni prima, dieci anni prima: le violenze, il terrorismo, niente sapeva, non sapeva delle stragi di Stato avvenute in Italia, né dei treni che sono saltati in aria, né delle bombe nelle piazze, né dei processi che sono stati portati avanti come farse. Il guaio terribile è che per raccontare la storia di oggi devo cominciare a raccontare la storia da trent’anni fa a venire avanti, non mi basta raccontare di adesso”.

A ridosso della sentenza di Cassazione sulla trattativa – che si commenta da sola per la sua oscenità – le parole di Dario Fo ci impongono di continuare a raccontare una storia che lo Stato non vuole rivelare, che preferisce cancellare del tutto attraverso una moderna Damnatio Memoriae, così da rimuovere ogni ricordo. Ma come dice la canzone di Francesco De Gregori la storia va oltre. Anche oltre una verità negata. La storia non si ferma davvero davanti a un portone. La storia entra dentro le stanze, le brucia. La storia dà torto e dà ragione. La storia siamo noi, siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere”.

E sono proprio le parole che ci ha lasciato il 7 febbraio 2019 Giovanna Maggiani Chelli – una donna indomita che fino all’ultimo giorno della sua vita ha gridato la sua pretesa di giustizia – quelle che possono commentare la sentenza odierna della Cassazione.

Quella parola, ‘trattativa’ – ribadiva Giovanna Chelli nell’intervista realizzata congiuntamente da Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari – noi l’abbiamo sentita per la prima volta nel gennaio 1998 ed è uscita dalla bocca di un protagonista assoluto come l’ufficiale dei carabinieri Mario Mori. (…) Siamo caduti in mezzo a quella trattativa quando Cosa nostra alza il tiro e per fare qualcosa di eclatante viene a cercare di buttare giù i monumenti. Noi vogliamo sapere tutta la verità su quello che è accaduto sulle sette stragi tra il 1993 ed il 1994”.

Una di queste stragi avvenne a Firenze, nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. L’autobomba piazzata da boss di Cosa Nostra del calibro di Matteo Messina Denaro, assieme a uomini e donne di Stato, provocò un cratere della lunghezza di 4 metri e 20, profondo un metro e 30, e spazzò via l’intera famiglia dei custodi dell’Accademia dei Georgofili (Fabrizio Nencioni, 39 anni, sua moglie Angela Fiume, di 36 e le due bambine, Nadia di 8 anni e mezzo e Caterina di appena 50 giorni), con loro morì ugualmente lo studente di 22 anni Dario Capolicchio. Assieme a quest’ultimo c’era anche Francesca Chelli, la sua fidanzata (nonché figlia di Giovanna Chelli), che porta ancora i segni di un’invalidità permanente e che vide bruciare il suo ragazzo davanti ai suoi occhi. Oltre a lei rimasero ferite altre 47 persone.

Noi vogliamo capire fino in fondo quello che è accaduto – diceva con forza Giovanna Chelli –, nel bene o nel male vogliamo solo la verità. Vogliamo sapere se Berlusconi e Dell’Utri sono saliti sul carro della trattativa Stato-mafia o no (…) C’è anche questa nuova inchiesta… Da anni sono state aperte e poi richiuse queste indagini e noi viviamo ogni volta tutto questo come un tormento. Abbiamo avuto ‘Autore Uno’, ‘Autore due’ e ‘Autore tre’. I nomi sono quelli. Noi cogliamo il dato degli ‘indizi significativi’. Aspettiamo di vedere se ci sarà un processo per questo. Speriamo di poterci arrivare a prescindere da quello che sarà poi l’esito finale… Certo, loro dicono che sono ‘vecchie cose’ e sicuramente, come già è avvenuto, si scanneranno per capire cosa voleva dire Giuseppe Graviano con le sue parole. Ma in tutta questa storia conserviamo la speranza che prima o poi il boss di Brancaccio dica quello che sa collaborando con la giustizia; spiegando una volta per tutte cosa intendesse con quelle parole”.

Di fronte all’esternazione di Mario Mori, che nel 2018 aveva dichiarato di volersi curare bene per vivere a lungo e veder morire qualcuno dei suoi nemici, il commento della Chelli era stato lapidario. Siamo rimasti inorriditi da quelle frasi. Noi pensiamo che lui dovrebbe chiedere scusa per quello che è avvenuto a causa del suo operato, a prescindere o meno se questo abbia avuto una rilevanza penale. (…) Guardo le condizioni di mia figlia e pensando a quelle parole di Mori provo sgomento. Io diversamente da lui, voglio vivere a lungo per avere giustizia per mia figlia e tutti i morti che rappresento nella mia associazione. Voglio che chi ha commesso comunque un errore di quel tipo chieda scusa alle vittime dei Georgofili. Dall’alto della sua esperienza e della sua intelligenza doveva sapere il rischio che si correva andando a parlare con Ciancimino. Vedendo che le bombe avevano in qualche maniera pagato nel 1992 ecco che si è giunti a quelle del 1993”.

E proprio in merito al processo sulla trattativa Stato-mafia Giovanna Chelli aveva le idee molto chiare sul perché venisse così ostacolato. Si tratta di un processo che è scomodo per tutto l’intero sistema, che non piace alla politica. Parlarne significa ammettere quello che è avvenuto. (…)  Abbiamo vissuto lunghi silenzi dove alcuni hanno detto qualcosa solo a distanza di anni perché avevano paura di quel che avveniva durante le indagini. Chi ha detto qualcosa è solo perché ha capito che la foglia di fico, ormai, non copriva più. E questo è un paradosso. La verità è che durante le stragi del 1993 sono stati tutti alla finestra a guardare mentre ci hanno ammazzato i figli e ci hanno invalidato i parenti più cari in un modo senza eguali. (…) Del resto già prima della sentenza di Palermo c’era stata la sentenza Tagliavia in cui è scritto chiaro e tondo che la ‘trattativa ci fu’.

Anche sul tema spinoso del 41bis la presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili non aveva alcun tentennamento, la sua analisi era stata alquanto profetica. La sensazione è che per il 41 bis sia il momento delle ortiche. Noi siamo stati sempre invisi ai garantisti in questo tema. Notiamo che c’è un lavoro molto forte che sta andando in questa direzione con tante persone che sono pronte ad abolire il 41 bis. In alcuni processi è emerso che i mafiosi in carcere, tra detenuti, avevano fatto delle collette proprio per far abolire il regime carcerario e sono note le proteste di Cosa nostra. Le stragi del 1993, avvengono per questo. Il compianto magistrato, Gabriele Chelazzi ci ha sempre detto che quella dei Georgofili ‘è stata la strage del 41 bis’. Noi questo non lo possiamo dimenticare. Di 41 bis non ne può più Giuseppe Graviano. E per evitare che parli diventa una questione urgente da affrontare. Ecco dove si gioca la partita. C’è quella promessa fatta a Riina e ai suoi compagni in quella notte in via dei Georgofili che va rispettata. Va pagata la ‘cambiale’ della trattativa. E’ quello che Cosa nostra ha sempre voluto ed il rischio è tornato alto. E non mi stupisce se nei prossimi mesi anche a livello politico anche questo verrà messo sul piatto della bilancia”. Alla domanda su cosa avrebbero dovuto fare le istituzioni e la politica per dare una risposta alla sete di giustizia dei familiari delle vittime della strage di Firenze, Giovanna aveva risposto di getto. Ammettere che nella storia dello stragismo d’Italia mai vi è stata una responsabilità morale così grande, così ampia, così vergognosa, come per la strage di via dei Georgofili. Una strage alla quale pensiamo che partecipano tutti. Una ‘responsabilità morale’ comune che si respira anche laddove a livello istituzionale non si parla in alcun modo di queste stragi. E questo è vergognoso”.

Un concetto per altro espresso già nell’anniversario della strage di Firenze del 2011 quando la signora Chelli aveva affermato senza mezzi termini: O il Parlamento dà più garanzie ai cosiddetti pentiti o, in alternativa, parli lo Stato. Facciamola finita di far friggere sulla graticola le vittime delle stragi del 1993. Sono gli uomini dello Stato a conoscenza dei fatti e che si trincerano dietro la ragion di Stato a dover dire la verità sulle stragi del 1993!”.

Nel frattempo sua figlia Francesca si era laureata in Architettura all’Università di Firenze con la votazione di 110 e lode. A seguito di quel risultato Giovanna Chelli aveva scritto una lettera aperta a Totò Riina il cui incipit era del tutto indicativo. “Egregio Signor Riina, il suo tritolo, il vostro tritolo, e di quanti con Voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia, ma non l’ha piegata”. La missiva si concludeva con un atto di accusa a cui nessuno aveva mai osato replicare. “Questa laurea di mia figlia – evidenziava la Chelli – è la rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento”. Di contraltare a una mafia che non si è limitata ad andare in Parlamento si è contrapposto il pool del processo sulla trattativa formato da valorosi magistrati come Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia (senza dimenticare la prima fase dove un ruolo fondamentale lo ebbe Antonio Ingroia), a cui va il merito di aver osato mettere in pratica il principio sacrosanto della legge uguale per tutti. Oggi su quel pool, e su chi lo ha sostenuto, si avventano avvoltoi, personaggi infimi e anche chi si è fatto strumentalizzare più o meno consapevolmente. Tutti ignorano un piccolo dettaglio: ci sarà sempre chi con la parola avrà il coraggio di “fustigare il potere e riabilitare la dignità degli umiliati”.

DOSSIER Processo Trattativa Stato-Mafia

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/95146-stato-mafia-a-chi-parla-la-cassazione.html