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Speciale Massimo Giletti: ”Abbattiamoli!”. Fu lo Stato a cercare Riina?

Speciale Massimo Giletti: ”Abbattiamoli!”. Fu lo Stato a cercare Riina?

Giorgio Bongiovanni e Luca Grossi

11 Giugno 2021

Intervista a Nino Di Matteo nello speciale su La7“Lo Stato ha rafforzato Cosa nostra riconoscendola come interlocutore”

Un unico filo conduttore. E’ così che devono essere letti i tragici eventi che si sono verificati tra il 1992 ed il 1994, tra stragi, delitti che hanno visto Cosa nostra attaccare lo Stato.
L’idea che non fosse solo mafia è molto più che un’ipotesi peregrina, ma l’accertamento della verità è stata negli anni ostacolata da determinati accadimenti su cui ancora oggi non ci sono spiegazioni esaustive. Come ad esempio la mancata perquisizione del covo di Riina, l’accelerazione della strage di via D’Amelio e l’inspiegabile autogol che Cosa nostra fece attuando la strage, con la conseguente conversione in legge del decreto sul carcere duro (41 bis). Una lunga lista di misteri che è poi continuata anche con il mancato arresto di 
Bernardo Provenzano nel 1995 ed una latitanza, quella di Matteo Messina Denaro, che ancora resiste nonostante l’impegno di investigatori e magistrati.
Di questo si è parlato ieri nello speciale sulla mafia di 
Massimo Giletti, andato in onda su La7 con il titolo “Abbattiamoli – Chi ha voluto le stragi di Cosa nostra?”.
Particolarmente importante l’intervento del consigliere togato del Csm 
Nino Di Matteo che ha ricordato gli elementi acquisiti nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Elementi, appunto, da leggere in maniera complessiva e non frazionata. “Il merito più evidente della sentenza Trattativa Stato-mafia – ha ricordato il magistrato – è quello di aver proceduto non a un esame atomizzato di fatti e vicende apparentemente diverse ma di aver analizzato quelle vicende in maniera sistematica, collegata e coordinata. E soltanto attraverso questo metodo si è riusciti a dare il significato giusto a tanti fatti apparentemente slegati: la mancata perquisizione del covo di Riina, la mancata cattura di Provenzano e il dialogo Ros-Ciancimino. Tutti elementi uniti da un unico filo conduttore”.
Per fare chiarezza in merito ai soggetti direttamente coinvolti nelle indagini e nei processi tutt’ora in corso (Trattativa Stato-mafia in Appello), il magistrato ha detto che “noi non abbiamo mai ritenuto che questi uomini di Stato siano stati dei corrotti o dei collusi con Cosa nostra o che ve ne fossero intimiditi. Noi abbiamo ritenuto che hanno agito senza nessun rispetto delle regole in rapporto con l’autorità giudiziaria per una malintesa e non dichiarata ragion di Stato, che è tale quando organismi politici per motivi di sicurezza dello Stato, con una procedura trasparente, la dichiarino e dichiarino che in un determinato contesto storico alcuni comportamenti che costituiscono reato vengano scriminati”. Inoltre Di Matteo ha aggiunto che “quella è la ragione di Stato, ma al di fuori dell’assunzione di una responsabilità politica chiara, precisa e trasparente, comportamenti di questo genere sono assolutamente illeciti e pericolosi”.

Infatti, “trattando con i capi di Cosa nostra di quel momento e chiedendo loro cosa volessero i capi per interrompere la scia di sangue iniziata con l’omicidio dell’on. Lima lo Stato ha rafforzato Cosa nostra riconoscendola come interlocutore. E soprattutto ha convinto Riina e gli altri capi mafia che quella strategia iniziata a colpi di delitti eccellenti pagava. Riina quando cominciò a concepire il suo programma stragista aveva detto ai suoi più stretti collaboratori: ‘Bisogna fare la guerra per poi fare la pace’. Aveva un dato ben chiaro: più si semina terrore più ci sono speranze che lo Stato possa farsi avanti per ricostituire poi nuovi contatti politici. Lo Stato aveva iniziato a piegare le ginocchia – ha sottolineato il consigliere togato – e Riina aveva le condizioni, avendo il coltello dalla parte del manico, di metterlo in ginocchio. Se lo Stato non avesse cercato Riina e Cosa Nostra probabilmente, soprattutto dopo l’arresto di Riina, Cosa nostra non avrebbe avuto l’ardire di continuare a sfidare lo Stato con sette stragi compiute nell’arco di un anno e mezzo. Uno sconvolgimento per la nostra democrazia” e “pensare che oggi che noi possiamo lasciare alle spalle definitivamente quei fatti come se appartenessero a un passato che non ci può interessare più è veramente un comportamento non accettabile nei confronti del nostro Paese”.
Oltretutto Di Matteo ha raccontato un episodio emerso proprio durante il dibattimento del processo palermitano: “Un giorno di udienza del processo Trattativa mentre Riina si avviava dalla cella alla stanza dove si trovava il videocollegamento disse queste parole: ‘Io sono stato cercato dallo Stato al Governo dovevo vendere i morti’. Da lì pensammo che Riina era un imputato che era tanto interessato a quella tematica e che era interessato a parlarne, l’unico con cui poteva farlo era il suo compagno di socialità. Abbiamo richiesto e ottenuto dal gip l’utilizzo delle intercettazioni delle conversazioni, è stato come vivere un pezzo importante della storia della mafia in diretta. Era impressionante il modo con il quale Riina rivendicava l’orgoglio criminale di aver fatto quello che nessun altro criminale era riuscito a fare al mondo: mettere in ginocchio lo Stato. Ovvero realizzare attentati contro giudici, politici, ricordava gli attentati di Capaci e via d’Amelio in modo dispregiativo come anche la memoria dei giudici Falcone e Borsellino”.

Infine il magistrato ha ricordato che l’unica pena veramente temuta dalla mafia “è quella dell’ergastolo” ma solo se è “veramente tale” ossia se “impedisce veramente loro di continuare a comandare o a far valere semplicemente il loro prestigio criminale. Per questo nel periodo delle stragi, tra gli altri obiettivi, c’era l’abolizione dell’ergastolo” ed è per questo motivo che “penso che obiettivamente quella loro volontà si stia realmente realizzando. E fa rabbia constatare che si tratta di uno degli obiettivi per i quali hanno fatto le stragi. Il mafioso che compie una strage o un omicidio eccellente non lo fa solo per eliminare un obiettivo o un nemico, ma è un’affermazione di predominio del sistema mafioso rispetto al sistema statale e democratico”.
In conclusione Di Matteo ha ribadito che, “anche quegli uomini possono uscire da quei contesti ripudiando quel contesto ma il ripudio deve essere dimostrato attraverso una collaborazione con la giustizia. Se un mafioso, anche il peggiore degli stragisti, dimostra attraverso una collaborazione con la giustizia seria, attendibile e riscontrata, di voler rinnegare quel passato possiamo dire che è uscito da quel sistema criminale, altrimenti possiamo dire che ne fa parte fino all’ultimo giorno della sua vita. Fa un po’ specie considerare, e non lo considero nemmeno molto corretto, che gli ergastoli e gli ergastolani sono tutti uguali. Fu 
Giovanni Falcone per primo a capire e illustrare pubblicamente la specificità del sistema e a concepire quella normativa penitenziaria con l’ergastolo ostativo come base principale che oggi viene smantellata. Il dato oggettivo è questo e io credo che in questo momento, anche rispetto alla sentenza della corte Costituzionale, molti mafiosi stragisti siano molto contenti. Nessuno vuole concepire la pena come una vendetta dello Stato però lo Stato ha anche delle finalità di prevenzione che devono sempre far considerare la specificità del sistema mafioso anche nell’ottica di altri principi costituzionali altrettanto fondamentali quanto quello della rieducazione del condannato”.

La mancata perquisizione del covo di Riina
Nella puntata, scritta anche con il contributo di 
Sandra Amurri e Emanuela Imparato, sono stati messi in fila una serie di accadimenti, a cominciare dalla mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo il suo arresto. A parlarne testimoni del tempo come l’ex magistrato Antonio Ingroia, il capitano Sergio De Caprio (anche noto come Ultimo), l’avvocato Li Gotti, ed il generale ed ex comandante del nucleo operativo speciale di Monreale Domenico Balsamo.

Così sono state messe in evidenza luci ed ombre di ciò che avvenne in quel gennaio 1993. Come si arrivò al Capo dei capi? Perché si decise di non entrare in quella villa in via Bernini? Perché la perquisizione fu fatta solo dopo 18 giorni? Riina fu tradito? Tante domande che, nonostante i processi, restano aperte. Anche perché quel covo fu ritrovato completamente devastato con la cassaforte di colore verde svuotata. Che fine hanno fatto i documenti di Riina? I collaboratori di giustizia affermano che questi sarebbero stati recuperati, finiti nelle mani di Matteo Messina Denaro. Ma sul punto vi sono tanti misteri.
“La mia autovettura era già ferma sotto la sbarra della caserma con altre cinque vetture dietro – ha raccontato Balsamo – Dovevamo andare insieme ai colleghi della territoriale di Palermo a fare questa ricerca di quale fosse l’immobile dove stava Riina perché dentro comunque non c’eravamo mai stati e non sapevamo la posizione. Insomma dopo tutta una serie di convenevoli perché si può immaginare tutti i magistrati, tutti i generali e tutti i giornalisti, stavamo uscendo e invece vengo fermato e mi dicono che ci sono i miei colleghi che mi vogliono parlare. Torno indietro e si stava ancora discutendo tra magistrati e generali, ognuno faceva delle proposte. Poi sento che 
Sergio De Caprio e i suoi colleghi del Ros e penso anche il colonnello Mori sicuramente, stavano dicendo che era una cosa buona rinviare la perquisizione per mantenere l’osservazione su Via Bernini per vedere se altri personaggi mafiosi o altri latitanti o altri familiari si fossero recati una volta saputo dell’arresto”.
Certo è che 
Ninetta Bagarella ed i figli tornarono a Corleone con la Procura che seppe del dato solo dalle informazioni di stampa. E a quel punto vi fu la perquisizione.
Questa vicenda, come ha ricordato Ingroia, è stata oggetto di analisi anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia e la mancata perquisizione del covo fu descritta come “l’unico caso nella storia giudiziaria del Paese in cui viene arrestato un latitante di mafia e non si fa subito la perquisizione”.
Ingroia ha anche raccontato quei giorni concitati del 1993 mettendo in evidenza la linea operativa stabilita dal Ros la quale prevedeva un’operazione di osservazione della villa al fine di prendere “qualche altro di latitante” come “
Leoluca Bagarella, il cognato di Riina e i figli. Una gran colpo. Sulla carta una cosa diciamo anche geniale”. Ma la sorveglianza venne disattivata dopo poco tempo e per diversi giorni sulla villa non c’è stato nessun controllo. Infatti dopo il loro ingresso le forze dell’Ordine hanno trovato il covo completamente vuoto, con la cassaforte di sicurezza senza alcun contenuto, (dove forse Riina teneva i suoi documenti più delicati tra cui il papello) le pareti completamente riverniciate e la planimetria della casa alterata. L’occasione che lo Stato aveva per riscattarsi dalla malattia secolare della mafia l’ha persa. Ma la domanda è: l’ha persa volendo o dolendo?
Una risposta l’ha data l’avvocato 
Luigi Li Gotti il quale ha ipotizzato che la mancata perquisizione del covo di Riina era “un segnale di pace” lanciato con il preciso scopo di “non far arenare la trattativa”.

Il Maresciallo Lombardo, figura chiave della cattura di Riina
Al di là dei personaggi già noti al tempo che presero parte direttamente e non alla cattura del capo dei capi c’è una figura sconosciuta ai più, si tratta del maresciallo dei Carabinieri 
Antonino Lombardo all’epoca Comandante della Stazione dei Carabinieri di Terrasini, morto ufficialmente suicida il 4 marzo del 1995 con un colpo di pistola alla testa.
Ma chi era il Maresciallo Lombardo? “Era un investigatore valido ma non faceva parte del Ros. A quei tempi collaborava soltanto ma dai verbali si è ricostruito che partecipava a tutte le riunioni che si facevano attorno anche alla vicenda Riina” – ha detto Ingroia, aggiungendo che – la cattura di Riina fu possibile perché si capii che bisognava seguire Sansone e il merito di questa informazione “secondo le acquisizioni più plausibili non era né di Mori né del capitano Ultimo ma del maresciallo Lombardo”. A raccontare la storia del carabiniere durante la puntata è stato il figlio, 
Fabio Lombardo, il quale ha descritto il padre come un uomo competente e dotato di grande carisma tanto che era tenuto in grande considerazione anche dal giudice Paolo Borsellino il quale “veniva sempre da mio padre per qualsiasi notizia di cui aveva bisogno”. Infatti il carabiniere aveva diversi confidenti di ogni grado all’interno di Cosa Nostra e probabilmente fu proprio grazie ad uno di questi che il 29 luglio del 1992 su una nota descrisse in modo certosino la strada corretta per arrivare alla cattura di Riina: “Fonte confidenziale di comprovata attendibilità – si legge nella nota – ha riferito che in atto la latitanza del noto mafioso Riina Salvatore viene favorita dalle famiglie mafiose della noce Ganci-Spina e dai fratelli Sansone dell’Uditore. La stessa fonte ha riferito che uno dei figli di Raffaele Ganci svolge le mansioni di autista-guardaspalle del capo mafia”. Perché le informazioni del maresciallo non vennero prese in considerazione tempestivamente? E perché dopo l’arresto di Riina Lombardo venne “trattato peggio di un cane randagio” per riprendere le parole del figlio?
Di certo c’è che l’Arma dei carabinieri non prese in grande considerazione il lavoro svolto da Lombardo, infatti gli assegnarono solo un encomio semplice “che mio padre non volle mai far vedere” ha detto Fabio.
Inoltre il maresciallo nel 1994 passò ai ROS della Sezione Anticrimine di Palermo e divenne un personaggio chiave nel fenomeno del pentitismo, ed in particolare nelle relazioni con il boss
 Gaetano Badalamenti. Il 14 novembre di quell’anno, nel carcere di Memphis (nello Stato Americano del Tennessee) il maresciallo incontrò Badalamenti per cercare di ottenere la sua collaborazione quindi di riportarlo in Italia per testimoniare al processo per il delitto Pecorelli. Badalamenti gli raccontò che l’avvento dei corleonesi di Riina al potere sarebbe stato pilotato dalla CIA e che il boss sarebbe stato un involontario burattino nelle mani dei servizi segreti americani.
Informazioni scottanti che se comprovate in sentenza avrebbero certamente contribuito a far luce sulla mattanza della seconda guerra di mafia in cui la fazione Corleonese guidata da Riina riportò pochissime perdite e al contempo schiaccianti vittorie.
Data la delicatezza delle informazioni Badalementi stabilì, come condizione al suo rientro in Italia per testimoniare, che venisse a “prenderlo” proprio il maresciallo, “io torno in Italia solo se mi viene a prendere il maresciallo Lombardo” ha detto Fabio ricordando le parole del boss, aggiungendo che “è stato questo il vero motivo della sua morte”.
Infatti la morte del carabiniere ha molti punti oscuri come ha ricordato il figlio, ad esempio la posizione stessa del corpo definita da Fabio come “una scena hollywoodiana” per via della sua ‘posa’ innaturale, “è impossibile che dopo che ti suicidi sparandoti alla tempia vai a finire in questa posizione”, ha detto il figlio. Altra anomalia presente sta nel fatto che nessuno dei militari presenti sul luogo della morte del maresciallo (avvenuta in una macchina parcheggiata all’interno della Caserma Bonsignore di Palermo del comando regionale dei Carabinieri) abbia sentito lo sparo, anzi “nessuno tranne il capitano De Caprio, detto Ultimo”.
Un dato tanto significativo quanto inquietante fu che i magistrati non eseguirono l’autopsia sul corpo per un non ben compreso ‘gesto di umanità’. Secondo il figlio tale operazione non venne fatta con il preciso scopo di far rimanere ignote l’ora e le cause della morte del carabiniere.
“Il maresciallo Lombardo venne usato e gettato via – ha sottolineato Ingroia – aveva portato all’arresto di Riina è lui che portò qui il Ros venne disconosciuto il suo ruolo”.

La mancata cattura di Provenzano
Preso Riina l’eredità di Cosa Nostra (i possibili accordi, i collegamenti e i contatti) assieme al comando passarono a
 Bernardo Provenzano arrestato l’11 aprile del 2006 dopo ben 43 anni di latitanza. A coordinare le operazioni di indagine e di cattura fu l’allora questore di Palermo Renato Cortese il quale ha raccontato che “dopo aver fatto terra bruciata attorno al latitante abbiamo ipotizzato che fosse tornato nella sua terra, a Corleone, e così era”. Il magistrato ha poi descritto le complesse operazioni di monitoraggio culminate poi nell’arresto del latitante.
Tuttavia lo Stato ebbe occasione di catturare Provenzano molto prima di quella data – precisamente il 31 ottobre del 1995, ben 11anni prima – grazie alle indicazioni di 
Luigi Ilardo, il noto confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ucciso a Catania il 10 maggio 1996.
Ilardo riuscì a fornire all’Arma il luogo preciso in cui si trovava il latitante ma quel giorno di ottobre, mentre era dentro al casolare assieme a Provenzano gli ufficiali 
Mario Mori e Mauro Obinu decisero di osservare da lontano il luogo dell’incontro senza intervenire. A seguito dell’episodio si aprì un processo a carico dei due ufficiali che furono portati alla sbarra nel 2007 sulla base delle dichiarazioni del colonnello Michele RiccioTuttavia l’8 giugno del 2017 Mori e Obinu vennero assolti.
“La mancata cattura di Provenzano andava letta in un contesto molto più ampio” ha detto l’ex pm
 Vittorio Teresi sottolineando che tale contesto “era quello della Trattativa” e ribadendo inoltre che “alla sentenza di assoluzione io diedi un giudizio negativo perché uscì fuori tema, dato che la stragrande maggioranza delle pagine fu dedicata a demolire l’ipotesi della Trattativa e una parte sparuta venne dedicata alla parte processuale, ovvero alla mancata cattura di Provenzano”.

Tuttavia una cosa rimane assolutamente chiara, come ha fatto presente la figlia di Luigi, Luana Ilardo: “Se quel giorno quell’arresto (di Provenzano, n.d.r) fosse stato fatto mio padre sarebbe ancora vivo – ha detto con rabbia Luana – E’ stato uno schifo quello che hanno fatto, hanno avuto otto ore di tempo in cui mio padre è stato lì ad aspettare con l’ansia di vedere da un momento all’altro l’irruzione delle forze dell’ordine. Le ultime sue parole sono state al colonnello Michele Riccio al quale ha chiesto di salvare la sua ultima dignità. E gli ha chiesto: ‘quando entrate e lo arrestate non fatemelo vedere più in faccia’. Questo sta a significare il tormento che ha avuto, con quello che è stato e che ha deciso di non essere più”. Infine Luana ha voluto raccontare la rabbia e il disgusto di quando ha dovuto sentire che “il blitz non è stato fatto perché nei dintorni c’erano pecore che se spaventate avrebbero potuto far scappare Provenzano. Per me e per qualsiasi italiano è inaccettabile sentire una giustificazione del genere dal ROS”.
Sul punto si è espresso anche Teresi il quale ha detto che “l’avere ritardato per 7 o 8 anni la cattura di 
Bernardo Provenzano è stato un atto politico di una gravità assoluta perché si è consentito all’organizzazione Cosa nostra di ricostituirsi dopo l’arresto di Totò Riina” in particolar modo “tramite la strategia della sommersione tipica dell’atteggiamento di Provenzano e da quel periodo l’organizzazione è diventata meno percepibile, quindi agli occhi della gente meno pericolosa e quindi è diventata meno un’emergenza politica ancor prima che criminale. Si è cancellato dall’agenda politica la vicenda mafia perché non se ne parlava più. La strategia di Provenzano aveva vinto”.

L’ultimo Corleonese: Matteo Messina Denaro
Il capomafia di Castelvetrano (latitante da 28 anni) è figlio di “don Ciccio” 
Francesco Messina Denaro ed è a tutti gli effetti, come anche indicato da molti collaboratori di giustizia, l’erede dei segreti di Salvatore Riina e leader di Cosa nostra.
Il Procuratore aggiunto di Caltanissetta 
Gabriele Paci lo ha definito il “garante dell’ordine pubblico dentro Cosa Nostra” per conto di Riina e nonostante i numerosi arresti di fedelissimi, familiari e continui sequestri di beni (secondo le stime ad oggi sarebbero stati sequestrati beni per oltre 3,5 miliardi di euro, ndr), il boss trapanese continua ad essere libero e ad intrecciare importanti rapporti con soggetti di altissimo livello nell’ambito politico ed imprenditoriale e ad accumulare infinite ricchezze.
I suoi crimini più efferati sono naturalmente le stragi del ’92-’93, per le quali è stato già condannato all’ergastolo, e il sequestro del piccolo 
Giuseppe Di Matteo, appena 12enne fatto con lo scopo di costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci.
A tutt’oggi come lo era stato Provenzano prima di lui, la primula rossa di Castelvetrano è introvabile ma non per questo meno pericolosa poiché è 
tutt’ora in corso il progetto omicidiario da lui organizzato contro il magistrato Nino Di Matteo.
“Riina lo scelse tra i tanti come suo possibile successore – ha detto Paci – e lo dicono molti collaboratori come 
Giuffrè e Giovanni Brusca. Tutti definiscono Matteo Messina denaro come una creatura di Riina”.
E’ possibile dunque che il testimone della trattativa sia passato nelle mani del capo mafia di Castelvetrano? 
Francesco Messina, direttore centrale anticrimine della Polizia di stato ha accreditato questa teoria affermando che “Matteo Messina Denaro in questo momento è l’unica persona che potrebbe in qualche modo chiarire come sono andate le cose e se la trattativa è esistita realmente, come dico dal mio punto di vista, la sua latitanza sarebbe un segno che questa trattativa non si è ancora conclusa”.

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Fonte:www.antimafiaduemila.com