Spaccio e violenza, Roma ostaggio delle narcomafie

Spaccio e violenza, Roma ostaggio delle narcomafie

Le cosche non esitano più a sparare. E gli stupefacenti sono il filo rosso che lega la morte di Desirée, l’omicidio Varani e quello del carabiniere

07 AGOSTO 2019

L’esecuzione è di quelle che richiamano l’opera di un professionista, al lavoro all’aperto, tra la gente e in condizioni di luce ancora piena. Roma scopre anche così ciò che in molti si ostinano a negare. I soldi e i clan di importazione hanno imposto un nuovo passo alla mala locale. A suo modo si è evoluta, abbracciando metodi definitivi da mafie.

I conti si regolano più sbrigativamente con il piombo dove prima si indugiava con avvertimenti, pestaggi e gambizzazioni. Nel ramo, si schierano batterie di professionisti. La mutazione ha come filo comune la droga in questa narco-capitale, un tempo solo piazza di consumo e ora prepotentemente crocevia per gli arrivi e lo smistamento dei carichi. Via Nord Europa e non solo. La droga passa e va oltre. Ma quella che si ferma è tanta, inonda la città, finisce nei salotti bene e negli slum. Consuma esistenze come quella di Desirée, violentata e abbandonata in una stanza del buco a San Lorenzo. Eccita la macelleria da notte brava nel supplizio di Luca Varani al Collatino. È bottino da recuperare anche a costo del massacro del carabiniere Mario Cerciello Rega, tra Trastevere e Prati.

Le rotte ricalcano l’andirivieni della folla che ogni giorno con ogni mezzo – aerei, treni, pullman, auto – si riversa su una città che conta ormai storicamente la presenza di cosche siciliane, famiglie calabresi e gruppi napoletani. Lungamente in tregua armata, sorretta da una pax fragile come sono le intese tra criminali al tavolo della spartizione delle zone di influenze. Alle prese con le fibrillazioni che anche il grande libro di Mafia Capitale ha squadernato. Con gli equilibri imposti da Massimo Carminati e le intemperanze di Michele Senese, con le ‘ndrine leste ad annettersi i pezzi pregiati delle periferie dello spaccio ma pensando sempre in grande, alla ricerca dei canali giusti nei quali far confluire il fiume di denaro da riciclare all’ombra della Grande Bellezza.

In mezzo, in un gioco di mutevoli alleanze, tentativi di corse solitarie, un’aura di potenza impastata nel mito della crudeltà, i gruppi considerati locali, i Casamonica, gli Spada, i Gambacurta e, ancora prima, i Fasciani e i Triassi. Capaci di amministrare la violenza con il talento della paura evocata prima ancora che esercitata.

Droga e soldi, i tarli che si mangiano Roma. Che rimordono la sua anima distratta, spesso indifferente, sostenuta nella sua incrollabile certezza che “non vuole padroni”, talvolta nostalgica dell’epopea della Magliana, che scende in piazza contro rom e stranieri e si lascia sedurre dal capitale infetto illudendosi che non lasci odore. È questa Roma che fa i conti con un cadavere in un parco sul quale un colpo secco riesce ad addensare tutti i suoi fantasmi. Anche quelli che una ola da stadio non scaccia.

 

Fonte:https://rep.repubblica.it

 

Archivi