Sono italiani ma per capirli (e intercettarli) ci vuole l’interprete

Sono italiani ma per capirli (e intercettarli) ci vuole l’interprete

Gli interpreti, invece, vivono l’eterna stagione della precarietà, ma soprattutto dell’assenza totale di sicurezza. «Siamo sottopagati» racconta Flavia Caciagli, presidente dell’associazione di settore «rispetto ai nostri colleghi europei, ma soprattutto lavoriamo in condizioni inaccettabili»

A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

22 aprile 2021

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Dopo la serie sull’omicidio di Mario Francese, quella sul patto tra Cosa Nostra e i colletti bianchi e quella sulla seconda guerra di mafia, si passa adesso al racconto dei Casamonica.

Casamonica, Di Silvio, Spada, Ciarelli, lunga e la lista degli “zingari” italianissimi con una caratteristica distintiva: parlare la propria lingua di origine. Un unicum che diventa imprescindibile quando i componenti di queste famiglie devono nascondere affari, contatti, relazioni e, di certo, anche reati. La lingua sinti che si incrocia con i dialetti e diventa mistero, codice per pochi.

I “nullafacenti” sono romani, ma parlano straniero. E quando succede, come nell’inchiesta Gramigna, che si contesta l’associazione mafiosa si incrociano due aspetti. Il primo è che siamo in presenza, secondo la pubblica accusa, di una autoctona, territoriale, radicata mafia; il secondo è che questa consorteria criminale autoctona ha una caratteristica che la colloca tra le organizzazioni criminali straniere: la lingua.

DIFFICILI DA TRADURRE

«Una delle difficoltà che troviamo», racconta un inquirente, «è proprio tradurre la loro lingua; spesso si incrocia anche con dialetti regionali italiani di provenienza. La lingua originaria romaní dei gruppi sinti che si mischia con il dialetto abruzzese o romano trasforma le loro conversazioni in un rebus, in un linguaggio incomprensibile.» Proprio questa risulta la difficoltà investigativa più importante insieme al familismo, altro tratto distintivo della casata.

La conferma arriva dalla testimone di giustizia Debora Cerreoni: «I Casamonica sono certi che nessuno è in grado di comprendere il loro dialetto, per cui parlano liberamente sia al telefono che nel corso dei colloqui». E, infatti, nel carcere di Rebibbia far passare i messaggi e semplicissimo. «I Casamonica», continua Cerreoni, «fanno affidamento sulla convinzione che la loro lingua sia di difficile comprensione, per cui parlano liberamente. Inoltre a Rebibbia i colloqui con i bambini avvengono presso l’area verde, dove non c’è il rischio di essere intercettati.»

L’area verde, l’eldorado dei padrini almeno prima di finire al carcere duro. Di fatto i Casamonica si inguaiano proprio quando parlano “romanaccio” perché loro sono romani, ma usano la lingua di origine per inabissarsi, rendersi invisibili. Quando parlano in “lingua”, diventa quasi impensabile la traduzione, come se parlassero in codice, ma quando devono comunicare con i gagi, i non rom, allora per forza devono usare la lingua italiana. Infatti vengono utilizzate, anche in sede processuale, le intercettazioni tra i Casamonica e soggetti non appartenenti all’etnia rom.

Per risolvere il problema della lingua, si potrebbe fare affidamento agli interpreti, ma qui nascono i problemi. Per l’inchiesta Gramigna, quella eseguita nel luglio 2018, è stata trovata una sola interprete, ma vivendo una situazione di possibile minaccia ha svolto il suo lavoro senza la dovuta serenità e comunque traducendo solo una parte delle conversazioni. È cosi per tutte le inchieste relative alla famiglia: Casamonica, Spada, Ciarelli, Di Silvio, la sostanza non cambia.

MANCANO GLI INTERPRETI

Gli interpreti sono come la chiave per la cassaforte, aprono il fortino dei clan svelandone segreti, ma in Italia siamo abilissimi a buttare le chiavi e a bruciare ogni possibilità. Gli interpreti, infatti, non solo della lingua sinti ma anche di altre lingue, vivono l’eterna stagione della precarietà, ma soprattutto dell’assenza totale di sicurezza. «Siamo sottopagati» racconta Flavia Caciagli, presidente dell’associazione di settore «rispetto ai nostri colleghi europei, ma soprattutto lavoriamo in condizioni inaccettabili. Non abbiamo contratti, lavoriamo a ore e senza alcuna tutela. L’interprete di un eventuale processo ai Casamonica dovrebbe entrare dallo stesso ingresso degli altri con il nome in palese. Insomma, verrebbe messo alla mercé di questi signori.»

Una situazione che si protrae da anni e, nonostante aumentino e si consolidino le mafie straniere in Italia, nulla cambia.

«Noi» conclude Caciagli «chiediamo solo l’anonimato e la tutela per fare bene il nostro lavoro.» Sfogliando le cronache dei processi sulle mafie straniere emerge chiaramente la fuga degli interpreti che rischiano la vita per pochi euro.

«Di interpreti non ce ne sono» continua in anonimo l’inquirente, «una volta, per un’indagine sui Casamonica, usammo una ragazza che conosceva la lingua. Duro poco ed è salva per miracolo. Questo è un ostacolo insormontabile.» La storia della ragazza è da film horror: fu seviziata e messa in un cassonetto dal compagno, che l’aveva sposata con rito rom.

La ragazza si salvò perché i netturbini dell’Ama, l’azienda che raccoglie i rifiuti a Roma, evitarono di scaricare il cassone nel camion e di triturarla. Gli interpreti sono l’oro che lo Stato cestina. Sono riuscito a mettermi in contatto con chi si è occupato negli anni scorsi dei “nullafacenti”. Il suo nome di fantasia è Giovanni.

«Loro in primis sono zingari, poi alcuni di loro diventano mafiosi. Il lato mafioso arriva dopo. Loro per avere i soldi farebbero di tutto.» Giovanni di mestiere traduce la lingua dei rom e sinti.

«Sono quasi dieci anni che faccio l’interprete. Mi è capitato anche di rifiutare l’incarico, non sono proprio andato in aula, se mi chiamano io non vado, rischio la vita. Quando l’ho fatto, io ho chiesto di non mettere nome, ho inserito la residenza in caserma.» Giovanni lavora in assoluta segretezza.

«I miei parenti non sanno che lavoro faccio, io sono un traditore della mia comunità.» Giovanni ha fatto l’interprete in un processo ai “nullafacenti”. «Non lo farei di nuovo. Ho paura. Non ti conviene avere questa tensione. Lavori saltuariamente, un giorno ti chiamano, un giorno no. Il rischio che corri è enorme. Io non dormo tranquillo di notte, loro nel lusso e nell’oro. Se mi scoprono mi ammazzano, prima mi processano con rito rom e poi mi uccidono».

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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