Silvana Saguto, la zarina di Palermo precipita per sempre in un pozzo nero

Silvana Saguto, la zarina di Palermo precipita per sempre in un pozzo nero

ATTILIO BOLZONI

20 luglio 2022 • 17:50

  • Finisce per sempre, almeno si spera, l’epoca d’oro dei beni confiscati alle mafie, patrimoni gestiti come un affare di famiglia dalla Saguto e da un ristrettissimo gruppo di amministratori giudiziari diventati ricchissimi in pochi anni.
  • Denaro che passava di mano in mano e di valigia in valigia, floride attività mandate in malora, una corte dei miracoli (parenti di magistrati, parenti di consulenti, parenti di commercialisti) che ne hanno abbondantemente approfittato senza che nessuno per molto tempo muovesse un dito.
  • L’inchiesta sulla Saguto parallela a quella su Montante. Indagini su mondi che si sentivano intoccabili grazie a complicità diffuse fra Palermo e Roma.

Quella che una volta era una delle donne più potenti di Palermo – la chiamavano la zarina dell’Antimafia – è precipitata definitivamente in un pozzo nero.

Forse sta pagando anche un conto che non è solo suo ma, si sa, quando la macchina della giustizia si mette in moto e individua un bersaglio è assai difficile uscirne indenni.

Così Silvana Saguto, giudice cacciata dalla magistratura, presidente della sezione di misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, per i suoi colleghi «uno degli incrollabili punti di riferimento per l’azione giudiziaria riguardante la criminalità specie mafiosa», nel processo di appello ha avuto una condanna di centoventigiorni più alta rispetto al primo grado: 8 anni e 10 mesi.

I FORTUNATI PARENTI

Finisce per sempre, almeno si spera, l’epoca d’oro dei beni confiscati alle mafie, patrimoni gestiti come un affare di famiglia dalla Saguto e da un ristrettissimo gruppo di amministratori giudiziari diventati ricchissimi in pochi anni, denaro che passava di mano in mano e di valigia in valigia, floride attività mandate in malora, una corte dei miracoli (parenti di magistrati, parenti di consulenti, parenti di commercialisti) che ne hanno abbondantemente approfittato senza che nessuno per molto tempo muovesse un dito.

Tutti sapevano al Tribunale di Palermo e tutti stavano zitti. Fino a quando un’indagine particolarmente invasiva della procura della repubblica di Caltanissetta – con microspie piazzate anche nell’inavvicinabile stanza della presidente Saguto – ha scoperchiato le vergogna. Inchiesta molto robusta che ha retto in primo e secondo grado anche se i giudici, in entrambi i casi, hanno fatto cadere l’accusa di associazione per delinquere.

Al di là di ciò che è stato deciso in camera di consiglio c’è da rilevare che, se la Saguto e i suoi complici fossero stati condannati per associazione a delinquere, si sarebbe potuto tranquillamente sostenere che dentro il Tribunale di Palermo c’era per l’appunto un’associazione a delinquere.

Forse un po’ troppo per riconoscerlo con una sentenza in nome del popolo italiano.

Confermata invece l’accusa di corruzione, uno degli episodi chiave della vicenda è quello di un trolley con 20 mila euro consegnato alla Saguto dall’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il “re” degli amministratori giudiziari. L’avvocato in appello ha preso 7 anni e mezzo, un mese in meno del primo processo.

E’ il lato oscuro dell’antimafia, o meglio uno dei lati oscuri visto che contemporaneamente all’affaire Saguto la procura della repubblica di Caltanissetta – eravamo nel 2015 – ha avviato indagini su Calogero Antonio Montante detto Antonello, l’ex vicepresidente di Confindustria condannato un paio di settimane fa in appello a 8 anni con rito abbreviato e quindi con uno sconto di un terzo della pena.

Indagini parallele su mondi che si sentivano intoccabili e che lo sono rimasti a lungo, grazie a complicità diffuse fra Palermo e Roma.

E comunque partite insieme, le due inchieste sull’antimafia di rapina si sono concluse insieme, ormai manca solo il bollo della Cassazione.

La spregiudicatezza di Silvana Saguto e le criminali scorrerie di Calogero Montante in Sicilia hanno lasciato macerie. Erano diventati simboli, “combattenti” contro i boss, riveriti e impuniti.

La giudice, considerata tutta di un pezzo, era quella che aveva osato sfidare Totò Riina in aula quando per la prima volta il capo dei capi è entrato in catene nel bunker dell’Ucciardone dopo quasi venticinque anni di latitanza.

L’imprenditore, dal 2007 al 2015, aveva piazzato i suoi uomini in regione come non accadeva ai tempi di Salvo Lima e di Vito Ciancimino.

C’è qualcosa che avrebbe potuto farli incontrare da vicino, la Saguto e Montante, se una fortunata circostanza non avesse mandato in aria i piani dell’ex vicepresidente di Confindustria.

Il suggerimento di Alfano

Nel gennaio del 2015 il presidente del consiglio Matteo Renzi, su suggerimento del ministro dell’Interno Angelino Alfano, aveva proposto Calogero Montante nel consiglio di amministrazione dell’Agenzia dei beni confiscati alle mafie.

Era già sotto indagine per concorso esterno (Alfano evidentemente non lo sapeva) ma su 60 milioni di italiani la scelta del ministro era caduta proprio su di lui. Proviamo a immaginare cosa sarebbe potuto accadere se i magistrati di Caltanissetta non avessero seguito le tracce della Saguto e di Montante.

Oggi, la giudice occuperebbe ancora la sua prestigiosissima poltrona di presidente della Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e l’altro sarebbe spaparanzato al vertice della struttura dello stato che decide sui beni confiscati. Il tesoro delle mafie in buone mani.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/silvana-saguto-la-zarina-di-palermo-precipita-per-sempre-in-un-pozzo-nero-tp3qitea

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