Sicilia, il renziano Sammartino indagato per corruzione elettorale: “Voti da un uomo del clan Laudani in cambio di lavoro al nipote”

Il Fatto Quotidiano

Sicilia, il renziano Sammartino indagato per corruzione elettorale: “Voti da un uomo del clan Laudani in cambio di lavoro al nipote”

Il nome del deputato regionale di Italia viva compare tra i 38 indagati dell’inchiesta Report: la Guardia di finanza ha eseguito una ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 18 persone ritenute appartenenti o riconducibili ai clan Laudani e Santapaola. Nel capo di imputazione si contesta al politico “promesse di utilità” a Girolamo Lucio Brancato, ritenuto esponente di spicco della frangia del clan Laudani capeggiata da Orazio Scuto, “in cambio del proprio voto e dei suoi familiari”

di F. Q. | 16 DICEMBRE 2020

Voti da un uomo del clan mafioso dei Laudani in cambio di un posto di lavoro per il nipote. È l’accusa avanzata dalla procura di Catania per Luca Sammartino, leader dei renziani di Sicilia e deputato regionale di Italia viva. Sammartino compare tra i 38 indagati dell’inchiesta Report: la Guardia di finanza ha eseguito una ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 18 persone ritenute appartenenti o riconducibili ai clan Laudani e Santapaola accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, usura, turbativa d’asta, favoreggiamento personale, detenzione e porto di arma da fuoco.

Il reato ipotizzato nei suoi confronti è di Sammartino, invece, è corruzione elettorale. Nel capo di imputazione si contesta al deputato regionale “promesse di utilità” a Girolamo Lucio Brancato, ritenuto esponente di spicco della frangia del clan Laudani capeggiata da Orazio Scuto, “in cambio del proprio voto e dei suoi familiari“. Secondo l’accusa le “utilità” erano “un posto di lavoro di un nipote di Brancato alla Mosema, società di Mascalucia a partecipazione pubblica per la gestione di rifiuti” e “lo spostamento di una cabina telefonica nei pressi della pizzeria di sua moglie a Massa Nunziata-Mascalucia“. Il legale di Sammartino, l’avvocato Carmelo Peluso, ha commentato: “Ci difenderemo in maniera adeguata appena conosceremo i dettagli della contestazione”.

Dall’inchiesta è emerso che durante la sua detenzione nel carcere di Caltanissetta, tra il 2016 ed il 2019, Orazio Scuto, ritenuto dagli investigatori il reggente del clan Laudani per il territorio di Acireale, impartiva ordini ai suoi sodali con pizzini nascosti nelle confezioni di succhi di frutta o di barrette di cioccolato, che venivano portati fuori dalla struttura grazie all’aiuto della figlia Valentina. Gli investigatori hanno ricostruito anche spedizioni punitive armate e intimidazioni nei confronti dei clan rivali. “Le indagini hanno posto in luce una importante disponibilità di armi degli affiliati all’organizzazione mafiosa, che sono state utilizzate nel compimento di episodi violenti e nelle intimidazioni”, dicono gli investigatori delle Fiamme gialle, spiegando che “di particolare rilievo, in questo contesto, è risultata la figura di Giacomo Cageggi, detto ‘il pugile‘ o Rocky, referente del clan Laudani per Lineri e Misterbianco, più volte protagonista di spedizioni punitive armate e intimidazioni”.

Il core business del clan, ovviamente, era rappresentato dalle estorsioni, ma anche dal settore delle procedure di esecuzione fallimentare. Gli investigatori hanno ricostruito otto episodi estorsivi in alcuni casi posti in essere dagli uomini del clan ai danni di imprenditori e professionisti per finanziare le casse di Cosa nostra e in altri casi per favorire quegli imprenditori, che a fronte di crediti commerciali non pagati, avrebbero preferito, invece che procedere legalmente, fare ricorso all’intermediazione boss per recuperare le somme. L’altro settore coinvolto dalle attività di indagine è quello rappresentato dalle interferenze nelle procedure giudiziarie di vendite all’asta di beni. “Persone appartenenti o affiliate al clan Laudani – spiegano gli investigatori delle Fiamme gialle – sono intervenute, in diverse occasioni, affinché gli imprenditori dichiarati falliti, nei cui confronti era stata attivata la procedura di esecuzione immobiliare, potessero illecitamente rientrare in possesso del bene posto all’asta”. Minacce e intimidazioni erano gli strumenti con cui il clan impediva la partecipazione di potenziali offerenti alla procedura esecutiva, garantendo agli imprenditori falliti di rientrare in possesso dei beni sia pure attraverso prestanome.

 

 

Archivi