Sebastiano Bosio, un medico martire di Mafia

Sebastiano Bosio, un medico martire di Mafia

Damiano Rocchi

06 Novembre 2020

Sebastiano Bosio è stato un noto chirurgo vascolare (il primo a dirigere negli anni ’70 il reparto di chirurgia vascolare) che ha operato presso l’Ospedale Civico di Palermo. Alla fine degli anni ’70 ha aperto uno studio in via Simone Cuccia.
L’assassinio è stato consumato sulla soglia del suo studio, il 6 novembre 1981. Per quell’esecuzione furono riconosciuti come responsabili Antonino Madonia e Mario Prestifilippo. Il primo è stato condannato all’ergastolo in Cassazione solo nel 2018, mentre il secondo, individuato come killer poco tempo dopo l’omicidio, è morto nel 1987. Il movente, grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori e testimoni, è stato individuato nella mancata “disponibilità” data a Cosa nostra.
In quegli anni a Palermo era in corso la seconda guerra di mafia (uno scontro tra due diverse fazioni, quella di Totò Riina e l’altra di Stefano Bontade). Sparatorie e delitti erano all’ordine del giorno tra le vie del capoluogo siciliano e spesso i boss, feriti negli scontri, per essere curati si rivolgevano con grande discrezione ai medici.
Una “prassi” che, probabilmente non era piaciuta a Sebastiano Bosio. Pochi giorni prima dell’assassinio il chirurgo aveva ricevuto una telefonata durante la cena. La moglie del medico, Rosaria Patania, in più occasioni ha ricordato quella terribile discussione: “Gli sentii dire ‘no, mi dispiace. Non lo faccio neppure se scende Dio in terra e se continui ti denuncio’. Quando chiuse mi disse di non preoccuparmi ma ero spaventata. Forse parlava di un ricovero”. A chiamare, dall’altro capo della linea, era stato il responsabile di Bosio, Beppe Lima, al tempo direttore sanitario dell’ospedale di Palermo, uomo molto vicino alle richieste della mafia.
In una dichiarazione della figlia si comprende il clima nel quale era costretto ad operare il padre: “Poco sereno, questo sì. Questa è una cosa che mia madre ha sempre raccontato. Anzi ha raccontato una volta che poco prima erano andati a cena fuori con amici e a proposito dei vari morti che stavano fioccando come la neve in quell’epoca a Palermo. Lui (Sebastiano Bosio) in un certo momento si è alzato di scatto dal tavolo e si è allontanato. Gli screzi e certe situazioni di costrizione che si sono chiuse intorno a lui già si erano verificate. Già c’era secondo me intorno a lui il vuoto. Nei nostri 30 anni, sono stati 30 anni di buio, di isolamento. Una volta un giornalista ci ha definito come dei fantasmi”.

L’apertura del processo e il movente dell’omicidio
Le indagini su Bosio sono state archiviate negli anni ’80, riaperte tra il ’95 e il ’96, per poi essere riprese nel 2005 da parte del pm della Dda Lia Sava. Il magistrato ha collegato le dichiarazioni di pentiti come Francesco Di Carlo e Francesco Marino Mannoia, portando al banco degli imputati il boss Antonino Madonia della famiglia mafiosa di Resuttana.
Secondo la tesi dell’accusa, Bosio aveva “scatenato” la reazione violenta della mafia, quando aveva rifiutato a esponenti mafiosi delle vie preferenziali nelle liste d’attesa e nei ricoveri nel reparto da lui gestito, di Chirurgia vascolare presso l’ospedale civico di Palermo. Tutto questo sotto probabili pressioni da parte del direttore sanitario di quel periodo Giuseppe Lima (fratello dell’europarlamentare Dc Salvo Lima).
Nino Madonia è stato il reggente del mandamento di Resuttana, per questo aveva potuto organizzare l’omicidio oltre a pianificarlo ed eseguirlo.
Il processo davanti alla Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, è stato aperto il 21 novembre 2011. Grazie alla perizia eseguita dai carabinieri del Ris è emerso come i proiettili usati dai sicari erano stati sparati da una pistola calibro 38 (completamente compatibili con quelli ritrovati). L’arma utilizzata nell’assassinio di Bosio aveva ucciso anche due meccanici di Palermo (Francesco Chiazzese e Giuseppe Dominici). Fatto per il quale Madonia era già stato condannato.
In aula più volte, sia la moglie sia le figlie di Bosio hanno rilasciato le loro testimonianze. La moglie Rosaria ha ricordato così il fatto in aula: “Eravamo appena usciti dallo studio medico. Mio marito si trovava qualche passo davanti a me perché stava andando a prendere l’auto. Io ero girata. All’improvviso ho sentito una voce che lo chiamava. Pensavo fosse un paziente. Ma dopo una frazione di secondo ho sentito gli spari, mi sono girata e ho visto un giovane, in jeans, maglione e scarpe da tennis che ha iniziato a sparare contro mio marito. E ha continuato anche quando Sebastiano si era già accasciato”. Parlando di uno degli assassini la donna ha ricordato: “Aveva uno sguardo di ghiaccio, occhi freddi, glaciali e non ha esitato un attimo a sparare. Vicino a lui c’era un complice e dopo pochi secondi sparirono. Dopo l’assassinio i passanti si nascosero nei negozi che provvidero immediatamente ad abbassare le saracinesche”.
Durante il processo in primo grado sono stati ascoltati alcuni collaboratori di giustizia. Secondo Francesco Onorato il chirurgo non era un uomo “a disposizione di Cosa Nostra”, e poia me lo disse Salvatore Micalizzi, al bar Singapore. A ucciderlo fu Nino Madonia. Infatti Micalizzi mi disse: u dutture si futtio u dutture. Perché Nino Madonia veniva chiamato il dottore per la sua cultura”. Inoltre il pentito Francesco Di Carlo ha affermato che “Bosio si era accanito a operare un certo Pietro o Pino Fascella che era stato colpito da un proiettile a un piede, e gli fu amputato. Secondo i mafiosi non c’era bisogno di amputarglielo, il dottore lo avrebbe fatto perché era contro Cosa nostra”.
Dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Vito Ciancimino, politico mafioso di Palermo dagli anni ’50 agli anni ’80) è emerso come “tutta la mafia della zona era interessata agli appalti sia per l’edilizia sia per la fornitura di macchinari e strumenti medici. Bosio si era opposto ad alcune segnalazioni dell’onorevole Salvo Lima per gli appalti”. Secondo Francesco Marino Mannoia altri moventi hanno “giustificato” l’assassinio: Pietro Fascella, uomo d’onore della mia famiglia ferito a un piede, era stato curato grossolanamente dal Bosio. Il piede andò in cancrena; anche Vittorio Mangano era stato operato da Bosio alle gambe per problemi circolatori e si lamentava per le cure ricevute”.
Secondo i giudici della Corte d’Assise, però, gli elementi emersi non avrebbero dimostrato la resposnabilità di Madonia che in primo grado è stato assolto “per non aver commesso il fatto”.

Il ricorso in secondo grado e la condanna di Nino Madonia
Nel 2015 la Procura generale di Palermo ha presentato ricorso in appello. Durante il dibattimento sono stati sentiti come testi i collaboratori di giustizia Vito Galatolo e Giovanni Brusca, già rilasciate ai colleghi della Procura di Caltanissetta confermando che al chirurgo fu fatale la scelta di non voler eseguire un intervento chirurgico su un uomo d’onore.
Anche Massimo Ciancimino è salito sul banco dei testimoni: “Mio padre mi disse di avere appreso dal suo amico Bernardo Provenzano che a uccidere il chirurgo Sebastiano Bosio nell’81 era stato Nino Madonia, lo stesso che uccise Libero Grassi. Tutta la mafia della zona era interessata agli appalti sia per l’edilizia sia per la fornitura di macchinari e strumenti medici. Bosio si era opposto ad alcune segnalazioni dell’onorevole Salvo Lima per gli appalti.”
Spiegando il motivo dell’omicidio del medico, il pentito ha aggiunto: “Mio padre mi disse che il medico Sebastiano Bosio e l’imprenditore Libero Grassi erano stati uccisi dai Madonia. Ne parlarono con mio padre Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Provenzano. Grassi e Bosio, secondo la mafia, erano due rompicoglioni, due sbirri, persone rigide nei confronti della mafia. Per mio padre erano comunque due omicidi inutili, avrebbero fatto più danni da morti che da vivi”. La contraddizione delle due testimonianze di Massimo Ciancimino è da attribuire al fatto che sia Gambino, che Madonia volevano uccidere Bosio.
Il 27 marzo del 2017 la Corte d’Assise d’Appello ha emesso la sentenza sul caso Bosio, confermando le tesi della pubblica accusa, rappresentata dal magistrato Domenico Gozzo. I motivi principali dello stravolgimento della sentenza di primo grado sono stati da attribuire agli errori di contestualizzazione storica. Secondo i giudici, dunque, l’omicidio di Bosio non può essere ritenuto un delitto “eccellente” in quanto, nonostante il periodo eccezionale nel quale si stava svolgendo la seconda guerra di mafia, la commissione provinciale di Cosa Nostra non funzionava più a dovere. Infatti fu data la possibilità a Madonia di poter eliminare il chirurgo senza problemi.
La parte civile, costituita dalla moglie (Rosaria Patania), dalle figlie (Liliana e Silvia) del chirurgo e dall’ordine dei medici è riuscita ad ottenere una provvisionale (anticipo rispetto all’importo integrale definitivo del risarcimento, che sarà stabilito in altra sede ) di 510 mila euro complessivi ( 200 alla moglie e 100 a ciascuna figlia e 10 all’ordine dei medici di Palermo).
Nel febbraio del 2018, dopo il ricorso in terzo grado presentato da Marco Clementi (avvocato di Antonino Madonia), la Suprema Corte ha confermato il giudizio di secondo grado, ritenendo il boss Nino Madonia esecutore dell’assassinio del chirurgo Sebastiano Bosio.

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/


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