Se Ambrosoli “se l’andava cercando”

L’uccisione di Angelo Vassallo, sindaco di Polllica, uomo dei movimenti e delle istituzioni, propone, insieme al dolore e alla rabbia, riflessioni molteplici. Soprattutto in questa fase difficile nella quale il conflitto sociale cresce e la legalità sembra, a volte, un semplice slogan usato per mantenere lo status quo, con i suoi privilegi, le sue prevaricazioni, le sue ingiustizie. E per bloccare la crescita dei diritti e dell’uguaglianza. Cioè quel percorso che è costato la vita ad Angelo Vassallo. Di fronte a questo omicidio – come ha scritto Luigi Ciotti – «ci fermiamo tutti per avere più coraggio. Il coraggio, l’avere cuore e l’avere a cuore, di battersi ogni giorno per il bene pubblico, per l’ambiente, per la legalità, minacciati dalle mafie, dalla corruzione, dalle varie forme di illegalità. Come faceva Angelo. Ci fermiamo tutti perché l’omicidio di Angelo è una ferita alla comunità. Tutti dobbiamo ricordarlo, ma ricordarlo non basta se il ricordo non diventa maggiore corresponsabilità. Ci fermiamo tutti per procedere poi più determinati».
È questa la strada. Ma occorre dire in modo esplicito che, tra gli ostacoli che ad essa si frappongono, ci sono l’indifferenza e il cinismo di una parte rivelante della politica e della società. L’omicidio di Vassallo ha provocato reazioni forti nei movimenti. Ma, a fianco, partecipazione di routine del Governo e interesse di non più di un giorno dell’informazione (assai più attenta alla amplificazione delle barzellette del presidente del Consiglio e alla misurazione degli umori di questo o quel leader politico). E, intanto, c’è stata una coincidenza tanto sgradevole quanto illuminante. Pochi giorni dopo l’omicidio è andata in onda su RaiDue una puntata de «La storia siamo noi» di Giovanni Minoli dedicata all’avvocato Ambrosoli, il liquidatore dell’impero di Michele Sindona, fatto uccidere da quest’ultimo – come ormai accertato con sentenza passata in giudicato – la notte dell’11 luglio 1979. Ebbene, in quella trasmissione il senatore a vita Giulio Andreotti, alla domanda sul perché Ambrosoli è stato ucciso risponde: «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando». C’è da non crederci; e la tardiva precisazione, tesa a colpevolizzare il dialetto romanesco (sic!), aggrava ulteriormente il fatto. Per il senatore Andreotti – politico eminente, ascoltato nei luoghi che contano e riverito frequentatore dei palazzi pontifici, per decenni ministro e sette volte presidente del Consiglio, in un paio di occasioni a un passo dal diventare capo dello Stato – fare il proprio dovere a fronte di minacce e isolamento significa «andarsi a cercare» ritorsioni fino alla morte. Superfluo aggiungere che il senatore Andreotti parlava di cose a lui ben note posto che – come accertato con sentenza 23 ottobre 1999 del Tribunale di Palermo – negli anni Settanta egli si era distinto per «un continuativo interessamento in favore di Michele Sindona (notoriamente legato alla mafia italo-americana), proprio in un periodo in cui ricopriva importantissime cariche governative», manifestando un «vivo interesse per la situazione del Sindona», «assicurando agli interlocutori da questi inviatigli il proprio attivo impegno per agevolare la soluzione dei suoi problemi di ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario», «realizzando alcuni specifici comportamenti che apparivano concretamente idonei ex ante ad avvantaggiare il Sindona nel suo disegno di sottrarsi alle conseguenze delle proprie condotte, ed inequivocabilmente rivolti a questo fine».
Oggi dalle dichiarazioni del senatore Andreotti qualcuno – nella opposizione, non nella maggioranza – prende finalmente le distanze. Ciò che non era accaduto quando una sentenza definitiva (Corte appello Palermo 2 maggio 2003) aveva accertato che l’insigne uomo politico, sino al 1980, «ha coltivato amichevoli relazioni con boss mafiosi; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia (…); ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, ad ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui ed a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza», così ponendo in essere non già «un comportamento solo moralmente scorretto e una vicinanza penalmente irrilevante, ma una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo».
Sono anche il cinismo e l’indifferenza che isolano e uccidono. È bene non dimenticarlo.

Livio Pepino
(Tratto da Narcomafie)

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