Scandali, scalate e l’ombra dei clan: benvenuti alla Sacal

Scandali, scalate e l’ombra dei clan: benvenuti alla Sacal
La Commissione d’accesso chiamate a verificare le dinamiche della società che gestirà gli aeroporti calabresi. Tutti i nodi: dalle parole dei pentiti sulle assunzioni agli appalti sospetti

Venerdì, 30 Giugno 2017

LAMEZIA TERME Dopo gli arresti eccellenti dello “scandalo Sacal”, si erano rivolti all’Autorità nazionale anticorruzione i magistrati della Procura di Lamezia Terme e il prefetto di Catanzaro Luisa Latella. E la Guardia di finanza aveva consegnato una prima relazione all’autorità diretta da Raffaele Cantone. Si erano spaventati in molti (soprattutto la politica, che temeva un commissariamento). Adesso è peggio, perché la Commissione d’accesso è chiamata a indagare sulle possibili infiltrazioni mafiose nella società che gestisce l’aeroporto di Lamezia (e presto gestirà anche quelli di Reggio Calabria e Crotone). E nel mirino finisce tutto: assunzioni, appalti, concessioni. Con il timone saldamente in mano al prefetto Arturo De Felice, i commissari sanno già che troveranno la massima collaborazione. Porte aperte e atti in bella vista: per i vecchi amministratori – e per alcune imprese – potrebbero essere guai seri. Perché se l’influenza dei clan sugli affari dello scalo è stata ventilata in più di una occasione – già nell’inchiesta Perseo si parlava di “favori” resi alla cosca Giampà –, qualcuno ne ha parlato in maniera esplicita. È il pentito Gennaro Pulice, che – in un interrogatorio reso ai magistrati della Dda di Catanzaro – ha messo in fila fatti e circostanze. Spiegando, ad esempio, che all’aeroporto la cosca Iannazzo riesce a esercitare la sua influenza «grazie al supporto fondamentale di Gianpaolo Bevilacqua (l’ex vicepresidente coinvolto nell’operazione Perseo: condannato in primo grado, è stato recentemente assolto in Appello, ndr)». L’influenza del clan, secondo il collaboratore di giustizia, andrebbe dalla gestione delle società di autonoleggio, all’esecuzione di lavori di manutenzione effettuati anche tramite altre ditte. Senza contare le assunzioni di parenti e vicini alla cosca e «la costruzione di una delle torri esterne all’aeroporto medesimo realizzate in sub appalto da Pietro Iannazzo». Un quadro che i commissari sono chiamati a verificare, assieme agli spunti investigativi che arrivano dall’antimafia catanzarese guidata da Nicola Gratteri. Ipotesi ancora coperte dal segreto, che, però, conducono ai clan del Lametino e del Vibonese, costruendo un fil rouge tra alcune ditte assegnatarie di servizi da parte della Sacal e una inquietante ipotesi di riciclaggio.
Nel mirino della commissione c’è anche un’analisi del «pregresso assetto societario». Non poco è cambiato tra i corridoi della Sacal negli ultimi mesi. I cieli calabresi hanno un nuovo “padrone” privato. È Renato Caruso, imprenditore delle slot machine capace di un blitz societario degno dei rampanti yuppie degli anni 90. Sbucato all’improvviso – non si era mai interessato dell’aeroporto di Lamezia Terme –, ha trovato il modo di sfruttare i provvidenziali (per lui) problemi tecnici della Provincia di Catanzaro e del Comune del capoluogo, proponendosi di versare un milione di euro in contanti per ricapitalizzare e poi aumentando la quota in un secondo momento. Una grossa cifra che gli ha consentito di diventare il primo azionista della Sacal in un momento strategico per il futuro della società. Ci sono pacchi di fondi comunitari in arrivo e la gestione di tutti gli aeroporti calabresi in gioco. Caruso è riuscito nell’impresa con un escamotage contabile. L’imprenditore che guida la Eurobed è un privato che non aveva mai avuto una partecipazione in Sacal. Per entrare ha cercato una strada alternativa, offerta dalla Tripodi, una ditta individuale notissima a Lamezia Terme: per circa 70 anni ha avuto la concessionaria esclusiva della Fiat, prima di cederla al gruppo Perri. Tripodi, che aveva una piccola quota nella società aeroportuale (lo 0,3%), è diventata una società in accomandita: il 10% è rimasto allo storico titolare, mentre Caruso è entrato con il 90% per guidare l’operazione di acquisizione delle quote, soffiandole alla Provincia e al Comune di Catanzaro, frenata da intoppi burocratici. Ora ha due posti in cda: uno e suo, l’altro di sua figlia Adele. Ed entrambi hanno disertato la riunione del consiglio d’amministrazione nella quale è stata ratificata l’assegnazione dei pieni poteri a De Felice. (ppp)

fonte:www.corrieredellacalabria.it

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