Scampia, così la morsa dei clan non finirà mai

Il Mattino, Giovedì 23 Marzo 2017

Scampia, così la morsa dei clan non finirà mai

di Isaia Sales

Scampia ha rappresentato per alcuni anni un esempio di quartiere- Stato, di zona franca retta da un controllo illegale-criminale. Ciò non vuol dire che si tratta di un quartiere abitato da criminali, ma solo che la minoranza criminale ne aveva la giurisdizione e ne regolava le attività fino a poco tempo fa. La caratteristica di quartieri come Scampia era l’esistenza di « condomini-impresa», cioè di palazzi in cui vigeva il monopolio dell’economia della droga (confezioni di dosi, vendita, consumo, etc.). Un abitante di questi palazzi così ha descritto la situazione che si era venuta a creare: «Sopra di me abita un boss. Per arrivare al mio appartamento si devono passare dei posti di controllo. Gli estranei non sono fatti passare. Il penultimo e l’ultimo piano delle case sono abitati dagli uomini della camorra. Loro hanno due piani, sotto c’è la zona giorno, sopra la zona notte». Spesso venivano fatti sgomberare gli appartamenti dalle persone non ritenute gradite ai boss, soprattutto se parenti di avversari, e assegnate alle famiglie dei propri affiliati.

I boss della camorra sono stati i veri decisori del diritto alla casa, hanno svolto la funzione di Istituto delle case popolari (Iacp) del crimine. E nei casi di forzata latitanza degli esponenti del clan dominante si faceva ricorso alla cosiddetta «ospitalità»: il boss individuava una serie di inquilini insospettabili, li avvicinava, faceva loro la proposta non rifiutabile di ospitare a casa loro dei latitanti senza fare domande e senza dire niente in giro, in cambio ottenevano un fitto mensile e il pagamento delle bollette di luce, gas e telefono. Il controllo era totale, come un «Grande fratello» criminale. Una minoranza socialmente, culturalmente e militarmente compatta avvolgeva, coinvolgeva e al tempo stesso opprimeva il resto maggioritario della popolazione. Non dimentichiamo che da alcuni appartamenti delle case popolari fatti sgomberare o occupati abusivamente sono partiti diversi raid criminali, varie missioni di morte, tra cui quella che portò all’uccisione di Lino Romano, morto innocente nell’ultima faida di Scampia, come ricorda nel suo articolo di oggi Daniela De Crescenzo.

Scampia è stato per anni la più grande e pubblica delegittimazione dello Stato di diritto e la sconfessione del monopolio della violenza da parte delle forze di sicurezza e delle istituzioni pubbliche. Perché dei boss ricchi grazie al traffico delle droghe debbono abitare in case popolari, potendosi permettere ben altro? Semplicemente perché abitando fuori da quei luoghi il loro dominio sarebbe compromesso: l’attività economica illegale ha bisogno dell’occhio del padrone allo stesso modo delle attività legali.

Poi la situazione è cambiata, grazie all’attenzione mediatica che si è concentrata su questa inammissibile situazione, e soprattutto grazie ad una strategia di contrasto portata avanti dalle forze dell’ordine che hanno riconquistato (in parte) il monopolio della violenza legittima e della giurisdizione costringendo i clan di camorra a rinunciare alla più grande piazza di spaccio dell’Occidente e a riorganizzarsi diversamente. Le Vele di Scampia, dunque, hanno rappresentato plasticamente questo «sistema» criminale e una lezione per l’architettura contemporanea: bisogna fidarsi solo degli architetti che vanno a vivere nei luoghi che progettano. Tra poco saranno abbattute. Era ora. Le Vele non hanno rappresentato solo un assurdo modo di abitare, ma anche un modo di vivere, un modello criminale, un sistema compatto basato sul dominio degli interessi economici e sociali dei boss della camorra e dei loro accoliti su tutti i condòmini e gli altri abitanti dei quartieri. Quindi chi ha messo in atto un progetto alternativo (l’amministrazione comunale di Napoli con un finanziamento del governo nazionale) deve avere tutto il sostegno possibile. A condizione che sia sempre chiara e coerente la strategia: mai più si deve ripetere quello che è già avvenuto. Che su di un quartiere finanziato dallo Stato e sotto la giurisdizione dello Stato, i criminali si impossessino delle case, decidano delle assegnazione e trasformino i beni pubblici nella loro privata e criminale bottega.

Quello che scrive nel suo articolo Daniela De Crescenzo sull’interpretazione delle norme sulle assegnazioni non va nella direzione di una radicale modifica di ciò che hanno rappresentato le Vele fino a poco tempo fa. Certo, un errore non si deve trasformare in un destino per nessuno: ma non stiamo parlando del diritto all’abitazione da parte di chi ha commesso qualche reato; stiamo parlando di famiglie di boss che prima dominavano su quei palazzi e che ora, in base ad una particolare interpretazione della legge, torneranno ad abitare nei nuovi palazzi che hanno l’ambizione di cambiare radicalmente le modalità di vita delle Vele, compreso il dominio criminale. E se il rispetto delle regole di assegnazione delle case (sorte per sostituire le Vele) dovessero portare le famiglie dei boss a vivere alla porta a fianco a quelle che pensavano di liberarsi dalla loro oppressione, si creerebbe una ulteriore delegittimazione dello Stato di diritto.

Insomma, secondo il mio parere, se una famiglia di un boss, che ha occupato illegalmente un’abitazione e ha trasformato il condominio nella sua personale azienda criminale, viene reinserita nel nuovo condominio sorto per mettere fine alla situazione precedente, allora vuol dire che le leggi dello Stato non sono giuste. Mettiamoci per un attimo nei panni degli altri assegnatari che pensavano di liberarsi da quella dittatura. Cosa mai potranno pensare della Legge e della logica delle Istituzioni pubbliche? L’idea dello Stato non è mai astratta, ed essa si incarna nelle scelte e nei comportamenti concreti di chi lo rappresenta: se lo Stato permette agli oppressori di prima di continuare anche dopo, non è uno Stato serio. Punto. L’amministrazione comunale di Napoli lo tenga presente, e chieda nelle sue scelte la piena compartecipazione del Ministero dell’Interno, della Giustizia e dell’intero governo nazionale. Non è una questione di poco conto quella che si sta decidendo a Scampia. Soprattutto per il senso dello Stato degli abitanti non criminali delle Vele.

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